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Anna Zimbone

Nota sulle premesse bizantine


della diglossia neogreca

Nella storia della nazione greca il conflitto linguistico1, originato dall’utopia


della ‘rinascita’ del greco antico, si collega strettamente al ruolo della lingua
nella vita sociale, e alla formazione dell’identità nazionale ellenica. Così la con-
troversia linguistica fu l’espressione simbolica di una contrapposizione ideolo-
gica molto più vasta: se la storia nazionale si faceva risalire alla gloriosa epoca
antica, necessariamente anche l’idioma dell’Ellade doveva tornare indietro all’e-
tà classica.
La consapevolezza del profondo divario fra lingua scritta e lingua parlata si
era avvertita a pieno2 solamente durante il XVIII sec. – centrale la figura e l’o-
pera di Adamantios Koraìs (1749-1833) – ma il bilinguismo greco ha, come è
noto, origini molto più antiche, generato intorno al II secolo a. C. dal movimen-
to atticista. Quest’ultimo, se proclamava il ritorno alla semplicità attica e, in
apparenza, sembrava rivolgersi contro l’ασιανός ζήλος, cioè contro le scuole di
retorica trasferitesi via via da Atene a Efeso, a Smirne e a Rodi, si scagliava in
realtà contro la κοινή, la parlata comune che minacciava di dominare la prosa:
essa era il nemico da abbattere, l’asianesimo non era in effetti se non un avver-
sario ombra.
Di conseguenza, durante l’età bizantina3, le forme linguistiche che costitui-

1
La realtà linguistica greca si considera uno dei pochi esempi di diglossia nel mondo, nel senso che
nella stessa società sono coesistite per parecchio tempo non due lingue nazionali (come l’inglese e il
francese nel Canada), ma due sistemi linguistici che scaturiscono dalla stessa lingua (Ferguson).
2
Ma già con Nikòlaos Sofianòs, 1534 (ed. Legrand, Paris 1870), appaiono i primi tentativi di affron-
tare il problema.
3
La realtà bizantina, a partire dalle invasioni e le conquiste del VII sec., è quella di un «milieu
oriental multilingue», come sostiene G. Dagron nel suo denso lavoro Formes et fonctions du pluralisme
linguistique à Byzance (IXe-XIIe siècle), «Travaux et Mémoires» 12 (1994), pp. 219-240. Per lo studioso i
bizantini tentarono di conciliare «un plurilinguisme de fait et un monolinguisme de droit». E afferma: «Il
faut partir d’une situation relativement claire [...] que Byzance hérite de l’Empire romain et prolonge à
peu près jusqu’à la conquête arabe. Le latin, langue d’État, et le grec, langue de culture, laissent les autres
langues représentées dans l’Empire à un niveau régional et réputé inférieur». Successivamente «le bilin-
guisme latin-grec de jadis se retrouve en partie dans la diglossie du grec; et cette même langue grecque
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vano un modello di scrittura furono sostanzialmente due: il dialetto attico del V


sec. a.C. e la κοινή, e si incontrano autori capaci di stendere opere in registri
diversi, in grado cioè di produrre testi legati alle limitazioni del genere scelto e
alle aspettative dell’uditorio previsto3. Inoltre variazioni morfosintattiche e les-
sicali – sia per motivi di stile sia non intenzionali – possono apparire anche
all’interno dello stesso testo. Su questo aspetto si è soffermato Robert Browning
per il quale è molto chiaro che «i lettori e gli scrittori bizantini furono inusual-
mente consapevoli della possibilità di dire le stesse cose in due modi, di codifi-
care la stessa informazione in due codici differenti»4. È possibile, pertanto, che
un poeta istruito abbandoni il suo consueto stile dotto per esprimersi in verna-
colo (penso, per es., all’autore di Πτωχοπρόδρομος, metà del XII sec., ma anche
a quello di Καλλίμαχος και Χρυσορρόη, XIV sec.5).
Già nel 1967 Emmanuìl Kriaràs aveva sottolineato il carattere particolare
della diglossia bizantina:

Nella Grecia moderna il popolo ha due lingue che adopera secondo le circostanze. A
Bisanzio, invece, il pubblico al quale erano destinati i testi in lingua atticizzante dif-
feriva da quello a cui interessavano le opere in una lingua più popolare. Ciascuna di
queste produzioni aveva i propri scrittori e la propria autorità. Per questa ragione Bi-
sanzio non conobbe una ‘questione della lingua’6.

E Notis Toufexìs, riprendendo più di quarant’anni dopo il concetto di Kriaràs,


aggiunge: «diglossia non conduce necessariamente a un ‘problema della lin-

qui a conquis le domaine des langues régionales s’ouvre, comme par contrecoup, aux vocabolaires
étrangers. Le pluralisme linguistique d’autrefois est plus ou moins compensé par une plus grande permé-
abilité du grec aux mots slaves, arméniens, arabes, turcs ou italiens» (pp. 220-221). È su tale ‘permeabilità’,
sostrato multilingue e multietnico dell’Ellade del XX secolo, che si sofferma Peter Mackridge, afferman-
do accortamente: «Ora che lo stato Greco non ha nulla da temere dai suoi vicini del nord è tempo che
riconosca le tessere del mosaico linguistico ed etnologico che formano l’ethnos greco di oggi. ‘Elleno’
significa abitante di Grecia, cittadino dello stato Greco. Essere Elleno non ne consegue necessariamente
la sconfessione della sua precedente identità. La nazionalità greca è formata da diversi gruppi linguistici
e culturali. L’errore di base di Fallmerayer fu la sua insistenza che solo i discendenti biologici degli an-
tichi greci avevano il diritto di autodefinirsi Elleni. Tuttavia, che tu sia Elleno nel 1830 – come nel 2006
– non era una questione di discendenza razziale (cioè di oggettiva dimostrazione) ma di autodetermina-
zione (cioè di volontà soggettiva)», cf. P. Mackridge, Έλληνες = Ρωμιοί + Armâni + Arbëresh: όψεις του
εθνικού και εθνοτικού αυτο- και ετεροπροσδιορισμού στη νότια Βαλκανική χερσόνησο, in Ο
ελληνικός κόσμος ανάμεσα στην εποχή του Διαφωτισμού και στον εικοστό αιώνα, Atti del III Con-
gresso Europeo di Studi Neoellenici (Bucarest, 2-4 giugno 2006), a cura di K.A. Dimadis, voll. 1-3, Athi-
na 2007, I, pp. 475-483: 483.
4
Intervento di R. Browning alla discussione sulla comunicazione di I. Ševčenko, «JÖB» 32.1 (1982),
p. 212.
5
Cf. F. Apostolòpoulos, La langue du roman byzantin “Callimaque et Chrysorroé”, Athina 1984.
6
E. Kriaràs, Bilinguismo negli ultimi secoli di Bisanzio: nascita della letteratura neoellenica, in
Lingua parlata e lingua scritta (Palermo, 9-11 nov. 1967), «Bollettino di Studi Filologici e linguistici
Siciliani» 11 (1970), pp. 224-246: 245.
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gua’»7. Allo stesso modo Peter Mackridge, nel suo recentissimo volume, ribadi-
sce: «Non vi fu una controversia linguistica a Bisanzio, dove vari livelli di greco
scritto coesistevano in armonia»8.
E questi livelli sono, oltre al greco atticista, basato sull’imitazione di model-
li specifici, le forme letterarie del greco comune e il registro colloquiale, usato
in particolare nelle opere di edificazione popolare9. La produzione in prosa – e
buona parte di quella in versi – rimase, a ogni modo, dominio della lingua ar-
caizzante, mentre la lingua parlata continuava per lunghi secoli a non essere
scritta. È quello che Michael Jeffreys chiama – con una certa esagerazione,
ammette egli stesso – il Millennio silenzioso (dai papiri del VII-VIII sec., a Le-
ontios Machairàs, 1432, fino all’Ερωτόκριτος, XVII sec.)10, durante il quale non
ci sarebbe pervenuto praticamente alcun testo in greco parlato.
Come definire allora la lingua in cui ci è giunta la letteratura neogreca delle
origini, quella δημώδης βυζαντινή λογοτεχνία che inizia il suo cammino intorno
al XII sec. con un’opera letterariamente notevole qual è il Digenìs Akritis, per
coprire successivamente una varietà di generi differenti, dal romanzo alla satira,
alla cronaca, ai bestiari e altri?
‘Maccheronica’ è l’epiteto usato per essa da Koraìs, Browning, Mackridge il
quale aggiunge che tale lingua «consistette in una preponderanza di strutture
colloquiali con casuale mistura di forme arcaiche o dotte»11. Una μικτή γλώσσα
con un’ampia variazione linguistica, in ispecie con l’uso sistematico di coppie
morfologiche, peculiarità del greco medievale.
Su tale aspetto ‘misto’ della lingua e sulle coppie di varianti gli studiosi si
sono divisi. La disputa risale al secolo scorso, alle posizioni contrapposte di
Giannis Psycharis e Georgios Chatzidakis12, entrambe viziate, comunque sia, da
pregiudizi ideologici.

7
N. Toufexis, Diglossia and Register Variation in Medieval Greek, «Byzantine and Modern Greek
Studies» 32 (2008), pp. 203-217: 215.
8
P. Mackridge, Language and National Identity in Greece, 1766-1976, Oxford 2009, p. 67.
9
R. Browning, Medieval and Modern Greek, London 1969, p. 55. A proposito proprio di queste ultime
opere, lo studioso individua una diversa forma di diglossia a Bisanzio quando, a metà del X sec., molte di
esse, scritte nella lingua colloquiale, furono trascritte in greco letterario arcaizzante; in tal modo, infatti,
vennero usati due registri di greco letterario, uno classicizzante e uno non classicizzante.
10
M. Jeffreys, The Silent Millennium: Thoughts on the Evidence for Spoken Greek between the Last
Papyri and Cretan Drama, in Φιλέλλην. Studies in Honour of Robert Browning, ed. C.N. Constantinides
et al., Venezia 1996, pp. 133-149.
11
Mackridge, Language and National Identity in Greece, p. 67.
12
Per un resoconto storico della controversia cf. G. Chatzidakis, Μεσαιωνικά και Νέα Ελληνικά,
1-2, Athina 1905, pp. 356-359, e J. Psycharis, Μεγάλη ρωμαίικη επιστημονική γραμματική, 1-3,
κολλάρος και σία, Athina 1929, I, pp. 31-71. Cf. anche P. Mackridge, Byzantium and the Greek Lan-
guage Question in the Nineteenth Century, in Byzantium and the Modern Greek Identity, ed. D. Ricks – P.
Magdalino [Centre for Hellenic Studies, King’s College, London], Aldershot 1998, pp. 49-61, passim.
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Chatzidakis asseriva che la letteratura vernacolare bizantina fu scritta in un


miscuglio artificiale di strutture antiche e moderne13.
Per Psycharis, invece, si tratta di una lingua fluida dalle molte varianti14, una
fedele rappresentazione della lingua parlata al tempo in cui forme antiche e
moderne furono in competizione per prevalere. Per lui la lingua della letteratu-
ra neogreca delle origini è quella parlata che si andava evolvendo15, ed egli fa-
ceva risalire così il demotico scritto dal XIX secolo indietro fino a Bisanzio.
Anche Browning, affrontando il problema, proponeva un periodo di «genera-
le cambiamento linguistico nel quale le forme vecchie e quelle nuove convivono
per parecchi secoli» e sosteneva che

un fenomeno linguistico non sostituisce semplicemente un altro in un determinato


momento cronologico, l’antico e il nuovo possono coesistere nella parlata viva, anzi
per un periodo devono coesistere16.

Egli portava a esempio, all’interno dello stesso e unico poema del corfiota
Iàkovos Trivolis (Ιστορία του Ταγιαπιέρα, seconda metà del XVI sec.), la coe-
sistenza di tre differenti termini per indicare il ‘leone’: λέων, λεοντάρι, λιοντάρι.
Quanto alle coppie -ουσι/-ουν, -ασι/-αν (3a pers. pl. dell’indicativo presente),
egli si chiedeva se le forme in -ουσι/-ασι fossero intrusioni puriste nella lingua
fondamentalmente demotica di Trivolis, e notava che i dialetti greci moderni
sono divisi fra le due forme, ma che ci sono anche zone dove entrambe sono in
uso, per es. a Creta. «Ci fu davvero – egli allora si domanda – una scelta nel
greco parlato del XVI secolo fra -ουσι/ουν e -ασι/-αν, una scelta che si risolse
più tardi nella δημοτική a favore delle desinenze -ουν e -αν?».

13
Chatzidakis, Περί του χαρακτήρος της γλώσσης των μεσαιωνικών και νεωτέρων συγγραφέων,
in Id., Μεσαιωνικά και Νέα Ελληνικά, I, Athina 1905, pp. 482-536.
14
J. Psichari, Essais de grammaire historique néo-grecque, 1-2, Paris 1886-1889, passim.
15
Psycharis (J. Psichari, Aux débuts de la grammaire historique néo-grecque, in Quelques travaux de
linguistique, de philologie et de littérature helléniques 1884-1928, Paris 1930, p. 47) presenta, a sostegno
della sua posizione, il punto di vista di Karl Krumbacher (1884): «Le néo grec (grec médievale et grec
moderne) est bien, en effet, une langue nouvelle qui est au grec ancien ce que sont au latin les langues
romaines. Il a ses lois et sa constitution propres. Il faut se garder d’en faire une langue indentique au
paléo-grec. Cette vérité, aussi simple que fondamentale, a toutes les peines à se faire accepter encore
aujourd’hui. En Allemagne, l’opinion dominante, comme on sait, voulait identifier les deux langues; on
ne distinguait plus les lois de formation de l’une et de l’autre [...]. De semblables théories manquent d’un
fondement solide». Concetto ripreso successivamente da A. Meillet, Aperçu d’une histoire de la langue
grecque, Paris 19202 (prima ed. 1913), p. 221: «Mais le grec présente des innovations du même ordre que
celles qu’on observe dans les langues indo-européennes les moins cultivées et les plus tardivement cul-
tivées, et finalement ces innovations n’y apparaissent en moyenne pas plus tard qu’ailleurs. Vers le IXe
siècle ap. J.-C., le grec n’était pas sensiblement moins évolué que les dialectes romans ou germaniques,
et il l’était à beaucoup d’égards plus que le slave et le baltique de la même époque. L’exemple est intéres-
sant: il montre que l’action conservatrice de la littérature, tout en troublant à beaucoup d’égards l’évolu-
tion de la langue courante, ne l’a ni arrêtée, ni même beaucoup ralentie».
16
Browning, Medieval and Modern Greek, pp. 6-7.
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Diverse le posizioni dei critici più recenti (mi riferisco a Roderick Beaton e
a Michael Jeffreys). Per il primo, la lingua mista di questi testi è una forma di
greco particolarmente ristretta, coscientemente creata dai poeti per questi com-
ponimenti. Beaton quindi ritiene che i poeti fossero i creatori consapevoli del
loro stile, e che lo mantennero come proprio contrassegno17.
Per il secondo, la lingua mista è un modello preesistente, adottato poiché
idoneo al verso narrativo popolare: essa sarebbe giunta ai poeti già pronta18. «La
lingua dei testi, conclude Jeffreys, riflette esattamente la Kunstsprache di una
forma poetica orale»19. Quanto alle coppie morfologiche, esse suggeriscono un
parallelismo con la lingua omerica e con l’esametro20, e lo studioso è convinto
che «se si guarda al verso politico da questa prospettiva, molte delle coppie
linguistiche sembrano adatte a fornire forme metriche alternative utili ai poeti
orali che operavano con il decapentasillabo».
Ma accostiamoci a una di queste opere, il romanzo Φλόριος και Πλατζιαφλόρε
(XIV sec.), adattamento del trecentesco Cantare toscano Fiorio e Biancifiore21 e
uno dei Βυζαντινά Ιπποτικά Μυθιστορήματα dell’età dei Paleologi. Ciò che
colpisce maggiormente il lettore è la presenza di forme classiche, chiaro influs-
so della lingua dotta, a cui se ne alternano altre ormai evolute e lontane dallo
stile arcaizzante della corte bizantina. Fra gli arcaismi – fonetici, morfologici,
sintattici, lessicali – mi limito a citare:
1. la ricorrenza del dativo: εν παλαιοίς τοις χρόνοις, τοις ομοφύλοις, εν
πρώτοις, εν τω παραδείσω, etc.
2. l’articolo εις, i pronomi α, ας ου, οία, όπερ, ημάς, etc.

17
R. Beaton, The Medieval Greek Romance, Cambridge 1989, pp. 175, 183.
18
Jeffreys, The Silent Millennium, p. 144.
19
Ibid., p. 148.
20
Ibid., p. 145.
21
Esso ci è tramandato da due codici, il Londin. British Museum mss. add. n. 8241, ff. 78r-165v (L),
datato al pieno secolo XV, e il Vindob. Theol. gr. 244, ff. 211r- 222v (V), degli inizi del sec. XVI. La re-
dazione viennese viene pubblicata per la prima volta da E. Bekker (1845); il Mullach ne ristampa nel
1857 i primi 103 versi, corredandoli di sue annotazioni (Coniectaneorum byzantinorum libri duo scripsit
F.G.A. Mullachius, Berolini 1857, pp. 37-60). La medesima riappare a cura di Mavrofridis nella sua
Εκλογή Μνημείων (D. Mavrofrydis, Atene 1866, pp. 257-323.), sulla lettura fatta dal Bekker e ancora,
nel 1870, a iniziativa di Wagner (W. Wagner, Medieval Greek Texts, London 1870, pp. 1-56). Ma la prima
edizione critica, che si basi sui due manoscritti, ce la darà Hesseling nel 1917 (Le roman de Phlorios et
Platzia Phlore, publié avec une introduction, des observations et un index par D.C. Hesseling, Amster-
dam); segue, nel 1955, quella di E. Kriaràs nei Βυζαντινά Ιπποτικά Μυθιστορήματα, Athina 1959
(Βασική Βιβλιοθήκη, 2), pp. 133-196). Precedentemente, era apparsa l’edizione di K.I. Papanikolaou,
Athina 1939, che riproduce il solo codice viennese. Infine, nel 1995 Carolina Cupane ha ripubblicato il
romanzo basandosi sull’edizione di Hesseling, ma con miglioramenti propri e di precedenti studiosi, e
completandolo con una traduzione in prosa (Romanzi Cavallereschi Bizantini: Callimaco e Crisorroe,
Beltandro e Crisanza, Storia di Achille, Florio e Plaziaflore, Storia di Apollonio di Tiro, Favola consolato-
ria sulla cattiva e la buona sorte, a cura di C. Cupane [Classici Greci. Autori della tarda antichità e dell’e-
tà bizantina], Torino 1995, pp. 445-565).
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3. forme verbali, come: εξιλεούτο, ην, επόθουν, έσχε, οίδα, γέγονεν, φλέ-
γεσθαι, δούναι, στραφήναι, etc.
La molteplicità di forme parallele dotte/popolari, testimonianza palese della
fluidità di questa lingua letteraria ancora in formazione, riguarda:
a) la declinazione dei sostantivi. Così le forme del nominativo e genitivo sing.
καβαλάριος, καβαλαρίου, ricorrono accanto a καβαλάρης, καβαλάρη, il nom.
sing. δουξ si alterna con δούκας, sostantivi della terza decl. come άναξ, δαίμων,
βασιλεύς, πατήρ, etc., sono usati accanto alle nuove formazioni provenienti
dall’antica terza declinazione κύνας, λιμιώνας, χιτώνας, άρχοντας, etc. Da una
parte abbiamo l’antico θεράπων, dall’altra il sostantivo δράκος passato alla de-
clinazione dei nomi in -o, oppure forme arcaizzanti quali παίδες, πόδας contro
παιδία, πόδια.
E se nel genitivo sing. prevale la tendenza dotta ed è mantenuta quindi l’an-
tica flessione: ανδρός, άρχοντος, βασιλέως, χειμώνος, lo stesso non può dirsi del
genitivo pl. in cui sono attestate forme antiche: παίδων, ρηγών e forme moderne:
μηνυτάδων, πραγματευτάδων (altre del greco antico continuano fino al greco
moderno: γονέων, ερώτων, πατέρων).
Nel nominativo e vocativo pl. vi sono forme arcaizzanti come αμφότεραι,
μεσίται, τοπάρχαι, e forme nuove: αμφότερες, μεσίτες, τοπάρχες22.
Sono da notare, inoltre, le alternanze nella desinenza del vocativo. Accanto
alla forma classica, infatti, δέσποτα, εργάτα, etc., abbiamo il tipo αφέντη,
διώκτη, ψεύτη, e talvolta l’alternanza ricorre nella stessa parola: αυθέντα-
αυθέντη.
b) Quanto agli avverbi, fra quelli in -θεν segnalo, per es., gli antichi χαμόθεν,
κατόπισθεν e i medievali γύρωθεν, τριγύρωθεν, mentre sopravvivono ancora
alcune forme che appartengono esclusivamente al greco antico, quali δεύρο,
αυτίκα, παραυτίκα.
c) La coniugazione verbale. Sono presenti l’antico participio presente come
εμφανίζων, κλαίων, νομίζων, e la forma prettamente medievale in -οντα, inde-
clinabile: βλέποντα, αστράπτοντα, στιλβομαργαρίζοντα, etc. Notevole anche
l’alternanza delle forme classiche -ουσιν, -ασι e di quelle medievali -ουν, -αν23.

22
Un cenno a parte meritano le forme di accusativo indeclinabile ανήρ e όρνιξ: esse non devono
meravigliarci comunque si voglia spiegare la loro origine, se cioè erano in uso nella lingua di tutti i gior-
ni, o se invece – come sostiene Chatzidakis, Einleitung in die neugriechische Grammatik, Leipzig 1892
(Athina 1975), pp. 276-277, e Id., Μεσαιωνικά και Νέα Ελληνικά, I, pp. 522-523 – siano da ricercare
nell’ignoranza dei poeti semidotti, dal momento che le forme arcaiche erano ormai da troppo tempo scom-
parse nella coscienza linguistica dei parlanti e sostituite già da nuovi tipi di sostantivi. Tali forme sono
ben documentate in parecchie opere medievali a carattere popolare. Mi limito a citare qualche esempio:
της θυγάτηρ, τον πατήρ, τον πρίγκηψ, την μήτηρ, τον ρηξ, cf. G. Spadaro, Parole greche medievali
recuperate. Note di critica testuale, «Παρνασσός» 25 (1983), pp. 208-212.
23
Esse si incontrano anche nei verbi contratti, che presentano inoltre la caratteristica a volte di es-
Nota sulle premesse bizantine della diglossia neogreca 209

Curiosamente, nello stesso emistichio possono ricorrere, di uno stesso verbo,


entrambe le forme: si veda per es. il primo emistichio del v. 460 Hesseling (Am-
sterdam 1917): κρίνουν και αποκρίνουσιν. Innumerevoli gli esempi in altri testi,
vedi nella Διήγησις περί Αχιλλέως (ed. Smith, Copenhagen 1990):

πίπτουσιν, προσκυνούν τον (159, 365)


πωλούν τους, κατακόπτουν τους και αιχμαλωτίζουσίν τους (199)
αιχμαλωτίζουν τους και σιδηρώνουσίν τους (632).

Certo, tali coppie morfologiche, alternandosi fra primo e secondo emistichio,


si adattano al verso politico. Ma ciò non è sufficiente per prenderle a dimostra-
zione di un sistema che si ripete sotto condizioni orali, come sostiene Jeffreys,
il cui ragionamento avrebbe valore se la πολυτυπία riguardasse soltanto testi in
verso politico. Essa, invece, si ritrova anche in opere in prosa, anzi preesiste nel
semplice discorso scritto del tempo, privo di ambizioni letterarie, come ha di-
mostrato uno studio di Martin Hinterberger24 che si avvale di numerosi esempi.
I diaskevasti, quindi, utilizzavano certo tali forme parallele per le loro esigenze
metriche, ma queste funzionavano, coesistevano nella lingua anche al di fuori
delle necessità del metro.
È, in fondo, il fenomeno che osserviamo nell’italiano antico, nel quale carat-
teristica generale è la coesistenza delle forme, dovuta sia alle alternative offerte
dal sistema, sia alla mancanza di una norma:

sere usati come contratti in -άω e in -έω: ολιγωρά-ολιγωρεί, βοήθα-βοήθει, cioè ora nella forma popo-
lare ora in quella più sostenuta.
24
Scopo di M. Hinterberger, Το φαινόμενο της πολυτυπίας σε δημώδη κείμενα, in Θεωρία και
πράξη των εκδόσεων της υστεροβυζαντινής αναγεννησιακής και μεταβυζαντινής δημώδους
γραμματείας, Atti del Congresso Internazionale «Neograeca Medii Aevi» IV (Hamburg 28-31 gennaio
1999), a cura di H. Eideneier – U. Moennig –N. Toufexìs, Iraklion 2001, pp. 215-243, è dimostrare che
la πολυτυπία nei testi popolari in versi «non costituisce elemento di una lingua artificiale, ma preesiste
anche nel semplice discorso scritto (e orale) del tempo». Lo studioso si sofferma sul tipo più frequente,
cioè l’alternanza nella 3a pers. pl. -ουσι/-ουν, -ασι/-αν, apportando esempi da molteplici opere in greco
volgare in cui il fenomeno è ricorrente, siano esse in versi (Διγενής Γ΄, Πτωχοπρόδρομος, Χρονικό του
Μορέως, Χρονικόν των Τόκκων, Λίβιστρος και Ροδάμνη, Πτωχολέων, Διγενής Ε΄, Πόλεμος της
Τρωάδος, Σπανός, Θυσία του Αβραάμ), siano in prosa (Ιωάννης Κανανός, Γεώργιος Σφραντζής,
Ναθαναήλ Μπέρτος, Αγάπιος Λάνδος). Ne deriva, proprio dal confronto di opere in versi e opere in
prosa, che l’esistenza della πολυτυπία nelle prime non è dovuta a necessità metriche: essa è una carat-
teristica generale del greco medievale (nella sua forma scritta). Hinterberger riporta anche la testimonian-
za di grammatici, quali Nikòlaos Sofianòs, Girolamo Germano, Simon Portius, e informa che in un
έγγραφο per la Μονή Ιβήρων, datato negli anni 1090-1094, troviamo nello stesso periodo le alternanze:
1) του ρύακος/το ρυάκιον/το ρυακίτζιν; 2) είπαν/είπασιν, να έχουν/να έχωσι, κατέβη/κατέβηκα,
εκάτσα/έκατσα; 3) να επέρνουν είτι άρα και αν έχουσι, να πηγαίνουν; 4) περί εκείνων οπού ευγάζουσι
τα σύνορα και βάνουν τα αλλού; etc. In relazione, infine, alle coppie di πολυτυπία, l’espressione μικτή
γλώσσα lascia intendere una lingua nella quale, a causa dell’ignoranza o trascuratezza dello scrittore o
del copista, si sono introdotti elementi ‘estranei’ alla lingua demotica, cioè provenienti da un altro livello
linguistico, cosa, conclude lo studioso, affatto errata.
210 Anna Zimbone

1. nelle grafie, per es. ne I “Miracoli” inediti di san Vincenzo Ferrer in volga-
re siciliano, si nota un gran proliferare di grafie per il nome del santo (Vincenciu,
Vinchenzu, Vinchensu, Vicenciu, Vichensu)25;
2. nella morfologia, per es. nei pronomi personali: coesistenza vo/vi (nella
canzone di Giacomo da Lentini: Madonna dir vo/vi voglio); coesistenza dei pro-
nomi obliqui tonici di prima e seconda persona mi-micu; ti-ticu26 (nella Vita di
sant’Onofrio in volgare siciliano, ms. trecentesco); coesistenza del condizionale
in -ia e in -ei (G. Boccaccio, Decameron: saria, sarei). Nel lessico: coesistenza
in Petrarca di: augello/uccel, frale/fraile/fragile; coesistenza in siciliano medie-
vale tra saramentu e iuramentu27.
In ogni caso, l’indagine sulle lingue contemporanee ha spesso dimostrato che
i mutamenti hanno origine nelle classi sociali più basse. La loro penetrazione
dalla parlata quotidiana di tali classi nel discorso formale avviene solo dopo un
certo tempo, poiché

le classi sociali più alte, quelle dominanti, oppongono una notevole resistenza ai mu-
tamenti, visti come una potenziale minaccia allo status quo, e tendono a imporre i
propri standard linguistici dall’alto28.

Di conseguenza, la registrazione delle nuove forme in documenti ufficiali


scritti si attua ancora più tardi.
Prendo a esempio la coppia καρδία/καρδιά, frequente nei nostri testi, che si
risolse infine con il predominio della forma popolare: il copista scriveva καρδία
ma leggeva καρδιά, come appare chiaro dalla posizione del termine alla fine del
primo emistichio. Mavrofrydis, nella sua edizione di Florios, spesso sposta l’ac-
cento in parole affini, come παρηγορίαν (παρηγοριάν, v. 96), θεωρία (θεωριά, v.
148), συντυχία (συντυχιά, v. 205), etc., ‘normalizzazione’, credo, del tutto inuti-
le, una volta che il fenomeno della sinizesi, in particolare alla fine del primo
emistichio, è ricorrente nei nostri testi, e nella pronuncia la parola veniva sen-
tita come accentata sull’ultima, e cioè regolarmente sull’ottava sillaba. Ci si

25
M. Pagano, I “Miracoli” inediti di san Vincenzo Ferrer in volgare siciliano, in Studi in onore di
Bruno Panvini promossi da M. Pagano, A. Pioletti, F. Salmeri, M. Spampinato, a cura di G. Lalomia,
«Siculorum Gymnasium» 53 (2000), p. 352.
26
Id., È davvero esistito il siciliano tre-quattrocentesco?, «Siculorum Gymnasium» 56 (2003), p. 164.
27
Libru di li vitii et di li virtuti, Simuni da Lentini, La Conquesta di Sichilia, Regula di li frati e soru
di la Penitencia, Iohanni Campulu, Libru de lu Dialagu de sanctu Gregoriu, Libru di lu transitu et vita di
misser sanctu Iheronimu, Regula di santu Benedittu abbati, Ordini di la confessioni “Renovamini”, etc.
28
Cf. Io Manolessou, On Historical Linguistics, Linguistic Variation and Medieval Greek, «Byzantine
and Modern Greek Studies» 32.1 (2008), pp. 63-79: 65. Il lavoro della studiosa greca approfondisce la
nozione di variazione linguistica applicata al greco medievale alla luce delle moderne metodologie, cf.
Ead., Οι μη λογοτεχνικές πηγές ως μαρτυρίες για τη γλώσσα της μεσαιωνικής περιόδου,
«Λεξικογραφικόν Δελτίον» 24 (2003) pp. 61-88.
Nota sulle premesse bizantine della diglossia neogreca 211

deve adattare all’idea che siamo di fronte da un lato a una ortografia tradiziona-
le usata dal diaskevasta e dall’altro a una realtà orale che si evolve più veloce-
mente29.
Una cosa, comunque sia, è certa: il mutamento ha luogo durante il periodo
medievale, e questi testi sono i soli testimoni per la sua indagine. La linguistica
storica però

non lavora con parlanti o con lingue parlate, benché questi siano gli indicatori miglio-
ri del sistema sincronico della lingua oltre che della sua evoluzione diacronica. Lavo-
ra con ‘lingue testuali’ i cui parlanti sono i manoscritti30.

E a sua volta

il manoscritto è un atto orale concreto messo per iscritto, la stesura di un messaggio


linguistico in un tempo e in un luogo determinati: è l’unico messaggio accessibile al
linguista31.

Da ciò la necessità per i linguisti di poter disporre di testi affidabili su cui


basare le loro descrizioni e le loro analisi. E qui sorge anche il problema delle
edizioni critiche, in alcuni casi fuorvianti per il linguista a causa dell’apparato,
sovente molto più proficuo del testo. Può succedere, infatti, che una forma au-
tentica venga rimossa attraverso la sua emendatio, e relegata nell’apparato.
Quest’ultimo, per servirmi di una icastica espressione di Alberto Vàrvaro:

viene usato, a volte, come il tappeto sotto il quale si nasconde la spazzatura; ma spes-
so la spazzatura è autentica. [...] Se un termine, erroneamente considerato corrotto da
un editore, finisce in apparato non lo legge più nessuno, non esiste nemmeno nel
Glossario, che è fatto sul testo e non sull’apparato!32

Porto come esempio il termine τότεσoν che ho incontrato in una novellina,


tramandata dal noto codice Neap. gr. III B 27, f. 100r, e datata, da evidenze
paleografiche, al 1500 circa. Il termine, pur essendo raro e poco noto, si incontra
in altri testi della letteratura in volgare, per es. nel poema di Belisario (Neap. gr.
III B 27), v. 312 (και τοτεσόν οι άρχοντες λέγουν τον βασιλέα), v. 441 (και

29
Cf. J.A. Aldama, Ο δεκαπεντασύλλαβος στίχος στην αποκατάσταση των μεσαιωνικών δημωδών
κειμένων, in Prosa y verso en griego medieval, Rapports of the International Congress «Neograeca Medii
Aevi III» (Vitoria 1994), Amsterdam 1996, p. 23.
30
Manolessou, On historical linguistics, linguistic variation and Medieval Greek, p. 66.
31
Ibid., p. 67.
32
Cf. A. Vàrvaro, contributo alla Tavola rotonda: Problemi di ecdotica di testi medievali, in Oralità,
scrittura, modelli narrativi, Atti del II Colloquio Internazionale sul tema: «Medioevo romanzo e orientale»
(Napoli, 17-19 febbraio 1994), a cura di A. Pioletti – F. Rizzo Nervo et al., Soveria Mannelli 1995, pp.
107-137: 115.
212 Anna Zimbone

τοτεσόν Αλέξιος, ο καίσαρης ο μέγας). In tutti e due i casi gli editori (Cantarel-
la, Roma 1935; Follieri, Roma 1970) emendano in τότες οὗν e relegano in ap-
parato la forma τοτεσόν33; essa però va mantenuta perché attestata anche nella
redazione del romanzo tràdita dal cod. Neap. gr. III C 28, v. 335: και τότεσον οι
άρχοντες λέγουν προς βασιλέα34. Inoltre forme affini ricorrono in opere cretesi:
τοτεσάς (Πανώρια, ed. Kriaràs; Ο κάτης και οι ποντικοί, ed. Bănescu) e τοτεσά
(Φορτουνάτος, ed. Vincent)35. L’esempio serve, inoltre, a mostrare come le al-
ternanze esistono anche al di fuori delle necessità del decapentasillabo.
Così, la «variazione linguistica è l’aspetto sincronico inevitabile di mutamen-
ti a lungo termine»36, e la lingua parlata medievale deve pure avere presentato
una notevole variazione, e deve avere contenuto anche arcaismi ed elementi
dialettali.
Due i tipi di variazione su cui si sofferma Io Manolessou: in primo luogo, una
vecchia forma versus una nuova, entrambe coesistenti nella competenza lingui-
stica del parlante, e che si realizzano in variazione, es. μηλέα versus μηλιά. Il
secondo tipo di variazione è quello tra una nuova forma e un’altra grosso modo
contemporanea a essa (evoluzioni alternative dalle stesse caratteristiche, cioè
esiti differenti di un mutamento, ambedue in contrasto con una forma originale
(es. i diversi esiti della sinizesi: μηλέα/μηλία/μηλιά/μηλέ). Tuttavia la variazione
fonologica è di regola binaria, cioè non tra le due o più forme innovative, ma tra
la forma più vecchia e quelle alternative innovative (es. μηλέα versus μηλιά o
μηλέα versus μηλέ)37.

33
Anche Krumbacher, nella sua edizione dell’Έπαινος των γυναικών (München 1905, vv. 588 e
1105), emenda τοτεσόν in τότες οὗν; ma si veda ora il testo ristabilito in La lode delle donne. ο έπαινος
των γυναικών, Edizione, traduzione e commento a cura di F.P. Vuturo, Edizioni Lussografica, Caltanis-
setta 2011.
34
Cf. A. van Gemert, The New Manuscript of the History of Belisarius, in «Folia Neohellenica» 1
(1975), pp. 45-72: 60.
35
Cf. A. Zimbone, Due novelline inedite in greco volgare (cod. Neap. Gr. III B 27, f. 100r/v), in Studi di
Filologia Bizantina IV, Catania 1988 (Quaderni del SicGymn, 16), pp. 151-172: 160. Si veda anche V.
Rotolo, Scritti sulla lingua greca antica e moderna, a cura di R. Lavagnini, Palermo 2009, p. 16: «Il neo-
greco può servire per spiegare la genesi d’una corruzione testuale [...]. Nel lessico della Suda alla voce
Χριστόδωρος: έγραψεν θαύματα των Αγίων Αναργύρων, Κοσμά και Δαμιανού, il Cobet (C.G. Co-
bet, Collectanea critica, Lugduni Batavorum 1878, p. 165) commentava: “non memini me videre absur-
diorem errorem quam Αναργύρων pro Μαρτύρων”, e invece assurda è la correzione, che non tiene
conto del fatto che Ανάργυροι è l’appellativo comunissimo dei santi Cosma e Damiano, etimologicamen-
te legato alla loro opera di medici che curavano senza compenso».
36
Traggo la frase di G. Guy (Variationist approaches to phonological change) da Manolessou, On His-
torical Linguistics, Linguistic Variation and Medieval Greek, p. 71.
37
Manolessou, ibid., pp. 77-78. Διατί η μηλιά δεν έγινε μηλέα (Perché la milià non divenne milèa)
è il titolo di un grazioso racconto, apparso sul periodico «Εβδομάς» 2, 48 (27 gennaio 1885), pp. 37-39,
che il noto scrittore Georgios Vizyinòs (1849-1896) ambienta a Vizyi, suo paese natale nella Tracia orien-
tale, con l’intento di biasimare la posizione conservatrice dell’istituzione scolastica sul problema della
lingua. Protagonisti sono un maestro pedante che vuole imporre ai piccoli alunni l’arida lingua arcaizzan-
te e un bambino testardo che non vuole perdere né il proprio nome né le parole che conosce, con le
Nota sulle premesse bizantine della diglossia neogreca 213

Due riflessioni, allora, per concludere:


a) Pur riconoscendo il carattere ‘letterario’ del vernacolo – la Kunstsprache
di una forma colloquiale – è plausibile che esso vada considerato come lo spec-
chio di una situazione in fieri che coinvolgeva direttamente la lingua parlata. In
questo senso ritengo sia da condividere la linea di pensiero che da Mackridge
risalendo indietro a Browning si collega direttamente a Psycharis. Superando
quindi le dicotomie παλαιότερος/νεότερος, προφορική/γραπτή γλώσσα, etc. è
bene considerare il greco medievale, come sostiene Mackridge, «non semplice-
mente come una mistura di strutture che appartengono a due distinti stadi (an-
tico e moderno), ma come una fase della lingua greca nel suo diritto e con le sue
regole»38, una lingua fluida dalle molte varianti che via via diventa più uniforme.
b) La diglossia bizantina fu neutrale e non portò a contrasti o a scontri, e
questa situazione rimase stabile per lungo tempo; sarà successivamente l’esigen-
za di una lingua ‘nazionale’, alla luce delle nuove ideologie del XVIII e XIX sec.,
a condurre alla fase conflittuale della moderna diglossia greca. In ogni caso,
però, non si può negare, come notava Emmanuìl Kriaràs, che la tendenza all’ar-
caismo linguistico a Bisanzio ha pesato in seguito «sull’intero cammino della
lingua e della letteratura greca fino agli anni recenti» e che, per questa ragione,
«l’Ellenismo fu condannato a subire una scissione linguistica per lunghi seco-
li39».

quali identifica ‘le cose che conosce’, in particolare la sua amata γλυκομηλιά (il melo dolcigno del suo
giardino). Cf. al riguardo la bella analisi del racconto curata da E. Kapsomenos, Gh. Viziinòs, “Perché la
milià non divenne milèa”. Un’analisi semantica, in Gheorghios Viziinòs 150 anni dopo (1849-1999), Gior-
nata di studio (Catania, 17 dicembre 1999), a cura di A. Zimbone, Soveria Mannelli 2000, pp. 25-39.
38
Mackridge, Byzantium and the Greek Language Question in the Nineteenth Century, p. 61.
39
E. Kriaràs, Η Νέα Ελληνική στα κείμενα της Ελληνικής Γραμματείας από τον ενδέκατο αιώνα
έως τις μέρες μας, in Ελληνογαλλικά, Αφιέρωμα στον Roger Milliex (Mélanges offerts à Roger Milliex),
Athina 1990, pp. 409-422: 410 (= Eμμανουήλ Κριαράς. Επιλογή από το έργο του, Thessaloniki 2000,
pp. 287-304).