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DELITTI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Art 314
il peculato è un delitto che si configura quando un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio si appropria
del denaro o di un altra cosa mobile che appartenga ad altri e della quale ha il possesso o la disponibilità    in ragione del
suo ufficio o servizio.
L'articolo 316, invece, sancisce che: "Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, il quale, nell'esercizio
delle funzioni o del servizio, giovandosi dell'errore altrui, riceve o ritiene indebitamente, per sé o per un terzo, denaro
od altra utilità   , è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni".
il reato di peculato veniva identificato in origine con il furto o la sottrazione di bestiame. Fu la Lex Iulia, promulgata da
Giulio Cesare, a trasformare il peculato nell'appropriazione illecita di denaro pubblico, fissandone per i secoli a venire
le caratteristiche e le pene.
Il peculato è un "reato proprio", per cui può essere commesso, come stabilisce chiaramente l'incipit dell'art. 314 c.p., da
un soggetto che rivesta la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio.
Ai fini della configurazione del reato, secondo la giurisprudenza di legittimità   , per pubblico ufficiale deve intendersi
sia colui che tramite la sua attività    concorre a formare quella della P.A., sia colui che è chiamato a svolgere attività   
aventi carattere accessorio o sussidiario ai fini istituzionali (ovvero colui che partecipa al procedimento amministrativo,
con funzioni, propedeutiche o accessorie, aventi effetti "certificativi, valutativi o autoritativi")
Secondo una parte della dottrina, il peculato è un reato di natura plurioffensiva, poiché configura da un lato un abuso
della situazione giuridica di cui il soggetto agente è titolare, e, dall'altro, un delitto contro il patrimonio pubblico, bene
giuridico di cui si vuole tutelare l'integrità.
Il reato si consuma nel momento in cui ha luogo l'appropriazione dell'oggetto materiale altrui (denaro o cosa mobile), da
parte dell'agente. Nel reato di peculato ex art. 314, 1° comma, c.p., come nell'ipotesi di peculato mediante profitto
dell'errore altrui ex art. 316 c.p., il dolo è generico e consiste nella coscienza e nella volontà    dell'appropriazione;
mentre è specifico nel peculato d'uso, poiché in tale fattispecie, il soggetto agente si appropria del bene allo scopo di
farne un uso momentaneo.(2 c. peculato d’uso)

Art 316 bis malversazione a danni dello stato


la malversazione consiste nell'utilizzare le somme ricevute per altri fini rispetto ai quali erano state erogate
dall'ente pubblico. Dato che il momento in cui si consuma il reato coincide con la fase esecutiva, il reato stesso può
configurarsi anche con riferimento a finanziamenti già ottenuti in passato e che ora non vengano destinati alle finalità
per le quali erano stati concessi.
La condotta rilevante è: un comportamento fraudolento caratterizzato dal dolo generico dell'indebita percezione o
dell'indebito utilizzo di agevolazioni finanziarie (quali contributi, mutui agevolati, finanziamenti) in danno di enti
pubblici tra i quali soprattutto lo Stato, gli Enti Pubblici Territoriali e la Comunità Europea. L'art. 316 bis c.p.
tutela l'interesse dello Stato o di altro Ente pubblico o delle Comunità europee al corretto impiego degli
strumenti di sostegno alle attività economiche di pubblico interesse
Rilevante ai fini della configurabilità del reato come richiede infatti la norma, è la presenza, in capo al soggetto attivo,
di due requisiti: uno negativo ed uno positivo. Deve trattarsi di un soggetto estraneo alla P.A. e deve aver ricevuto
lecitamente un finanziamento pubblico. Lo Stato, la p.a. in generale, l'Unione europea costituiscono i principali
soggetti passivi del reato.Il presupposto della condotta riguarda la finalità delle erogazioni che devono essere destinate
a favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere o allo svolgimento di attività di pubblico interesse. È evidente dal
tenore letterale che deve trattarsi di opere ancora da eseguire o attività ancora da intraprendere, oppure, di opere
iniziate ma non ancora ultimate
Quindi si può concludere affermando che il soggetto si deve, rappresentare di essere estraneo alla P.A., di aver
ottenuto legittimamente l'erogazione pubblica, che l'erogazione pubblica è finalizzata al raggiungimento di un
dato obiettivo di interesse collettivo, che deve realizzare quella finalità di pubblico interesse cui l'opera è
destinata, che non ha realizzato l'opera o l'ha realizzata con modalità ed in termini contrastanti con quelli
previsti nell'atto di erogazione.

Art 317 concussione

La concussione è il reato commesso dal pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe
taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità.
è una fattispecie delittuosa che può essere commessa solo da un soggetto che riveste la qualità di pubblico ufficiale e
che per tale ragione si configura, tecnicamente, come reato proprio.

Dal punto di vista oggettivo, invece, essa è rappresentata da un comportamento che consiste nel farsi dare o nel farsi
promettere denaro o altro vantaggio, anche non patrimoniale, abusando della propria posizione.

La ratio che ispira la rilevanza penale della condotta è quella di protezione del buon andamento della pubblica
amministrazione.
Il reato di concussione è procedibile d'ufficio e non necessita, quindi, di una querela di parte.
L'elemento soggettivo richiesto per la configurazione del reato è rappresentato dal dolo generico, ovverosia dalla
coscienza e dalla volontà di porre in essere la condotta criminosa.

Sebbene la concussione sia un reato di cooperazione con la vittima, in cui il comportamento di questa risulta
fondamentale per la configurabilità della fattispecie, il tentativo è comunque ammesso e, quindi, penalmente rilevante.

La giurisprudenza, in particolare, ritiene a tal fine sufficiente che il pubblico ufficiale abbia posto in essere atti idonei in
astratto a ingenerare nella vittima il timore del pubblico potere che può portare il soggetto passivo in uno stato di
soggezione. ma per la configurabilità del tentativo è necessaria l'oggettiva efficacia intimidatoria della condotta.

Concussione e corruzione
Apparentemente affine al reato di concussione è anche il reato di corruzione per l'esercizio della funzione, che trova la
propria disciplina nell'articolo 318 c.p.. Tale norma, in particolare, punisce il pubblico ufficiale che, per l'esercizio delle
sue funzioni o dei suoi poteri, riceve indebitamente, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa,
sanzionandolo con la reclusione da uno a cinque anni. La
differenza tra le due fattispecie, però, è netta. Mentre il reato di concussione è connotato dall'abuso costrittivo del
pubblico ufficiale, attuato mediante minaccia, esplicita o implicita, di un danno da cui deriva una grave limitazione
della libertà di autodeterminazione del destinatario, la corruzione è caratterizzata da un accordo liberamente e
consapevolmente concluso, su un piano di sostanziale parità, tra un privato e un funzionario pubblico verso un comune
obiettivo illecito.

Art 318 corruzione


è un reato plurisoggettivo (più precisamente, bilaterale) a concorso necessario. Detto in parole semplici,
la corruzione si verifica quando un privato e un pubblico funzionario si accordano perché il primo corrisponda
al secondo un compenso (non dovuto) per un atto in vario modo attinente alle attribuzioni di quest'ultimo.

Relativamente ai soggetti attivi, le fattispecie appartenenti alla categoria della corruzione configurano reati sia propri sia


comuni.
Propri, considerando il lato del corrotto - necessariamente un Pubblico Ufficiale (o incaricato di pubblico servizio, come
da art. 320): ad esempio l'ufficiale giudiziario, un agente di polizia etc.; comuni dal punto di vista del soggetto
corruttore - che può essere qualunque privato cittadino.

L'ipotesi di corruzione comunemente considerata più grave, e punita più pesantemente - poiché maggiormente nociva
del buon funzionamento dell'amministrazione - è quella c.d. propria, disciplinata all'art. 319 c.p. Tale è la fattispecie in
cui un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio accetta la dazione o la promessa di denaro o altra utilità per
omettere o ritardare il compimento di un atto del suo ufficio, ovvero per compiere un atto contrario ai doveri del suo
ufficio.
È detto invece corruzione impropria - ex art. 318 c.p. - il reato del pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio)
che accetti la prestazione o la promessa di denaro o altra utilità in cambio del compimento di un atto del suo ufficio. In
questo caso, in effetti, il funzionario pubblico pone in essere un atto che avrebbe comunque dovuto compiere, e il
disvalore della condotta sta soltanto nel compenso.
Differenza con l'abuso d'ufficio che è disciplinato dall'art. 323 c.p. e che si verifica quando il pubblico ufficiale o
l'incaricato di pubblico servizio, "nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di
regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri
casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale".

Art 319 ter corruzione in atti giudiziari


Esso si integra nel momento in cui, uno degli atti corruttivi previsti dagli artt. 318 e 319 c.p. viene compiuto
all'interno di un processo civile, penale o amministrativo, per favorire o danneggiare una parte processuale (persona
fisica o giuridica che ha avanzato o nei cui confronti è stata avanzata domanda giudiziale).
Del reato di corruzione in atti giudiziari rispondono sia il pubblico funzionari corrotto che il privato corruttore.
Ai fini della sua punibilità, il reato di corruzione deve essere commesso con "dolo specifico", ossia con la volontà
specifica di voler danneggiare o favorire una parte del processo.
Per la consumazione del reato è sufficiente che il soggetto attivo si faccia compensare o accetti anche solo la
promessa allo scopo di addivenire a un ingiusto giudizio o condanna.

Art 322 istigazione alla corruzione


mira a punire chi crea i presupposti per realizzare un atto di corruzione. tale norma contempla quattro diverse
fattispecie. Due di queste riguardano una condotta che può essere posta in essere da chiunque, e quindi anche dal
privato cittadino (configurando quindi un reato comune); le altre due fattispecie puniscono, invece, la condotta del
pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio), delineando quindi un reato proprio.

I primi due commi dell'art. 322 c.p. puniscono chiunque offra (o prometta) denaro o altra utilità al pubblico ufficiale e
questi non accetti.

Perché si configuri istigazione, ai sensi di tali commi, lo scopo dell'offerta (o della promessa) deve essere il medesimo
contemplato negli artt. 318 e 319 c.p., cioè ottenere l'indebito esercizio delle funzioni o dei poteri da parte del
pubblico ufficiale o indurlo a omettere o a ritardare un atto del proprio ufficio, o comunque a compiere un atto
contrario ai suoi doveri. per aversi istigazione occorre che l'offerta o la promessa non sia accettata dal pubblico
ufficiale; in caso contrario, la condotta del privato sarebbe punibile ai sensi dell'art. 321 c.p., in quanto concretante vera
e propria corruzione
il reato di istigazione si pone, dunque, come reato di semplice condotta, in cui l'offerta o la promessa è sufficiente a
far ritenere consumato il reato.
Gli ultimi due commi dell'art. 322 c.p. puniscono, invece, il pubblico ufficiale che sollecita la promessa o la consegna
di denaro (o altra utilità) per i fini di cui sopra.
L'elemento psicologico, pertanto, è rappresentato dal dolo specifico del soggetto che pone in essere l'offerta, la
promessa o la sollecitazione, preordinato ad uno degli scopi di cui sopra.
DIFFERENZE: l'istigazione di cui ai commi terzo e quarto dell'art. 322 si distingue dal reato di concussione di cui
all'art. 317 c.p., poiché in quest'ultima fattispecie è contemplata la componente della costrizione, che è cosa ben diversa
dalla mera sollecitazione, che invece può essere intesa come semplice richiesta insistente.

Art 323 abuso di ufficio

l'abuso d'ufficio si verifica quando il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio, "nello svolgimento delle
funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di
un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un
ingiusto vantaggio patrimoniale". 
Il bene giuridico tutelato dalla fattispecie di cui all'art. 323 c.p. è identificato nell'imparzialità, efficienza, buon
andamento e trasparenza della Pubblica Amministrazione
L'abuso d'ufficio è reato proprio, appartenente alla fattispecie dei delitti contro la P.A., in quanto può essere commesso
soltanto da un pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio. Soggetti attivi possono essere anche il notaio,
il medico, magistrato. Per integrare l'elemento oggettivo del reato, la condotta deve essere compiuta nello
svolgimento delle funzioni o del servizio. È un reato di evento cioè il delitto può dirsi integrato solo, allorquando
l'agente procuri a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrechi ad altri un danno ingiusto. In
ordine all'elemento soggettivo del reato, a seguito della novella introdotta dalla l. n. 234/1997, occorre che l'abuso sia
commesso dall'agente allo scopo di perseguire un ingiusto vantaggio o un danno "intenzionalmente". assume la forma
necessaria del "dolo intenzionale".

Art 357 e 358


sono pubblici ufficiali, coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa". 
Dalla lettura della norma, pertanto, si evince che la qualifica di pubblico ufficiale va attribuita a tutti quei soggetti che
"concorrono a formare la volontà di una pubblica amministrazione; coloro che sono muniti di poteri: decisionali; di
certificazione. sono considerati pacificamente pubblici ufficiali: i consulenti tecnici, i periti d'ufficio, gli ufficiali
giudiziari e i curatori fallimentari, quali ausiliari del giudice; i portalettere e i fattorini postali; gli ispettori e gli
ufficiali sanitari; i notai; il sindaco quale ufficiale del governo; i consiglieri comunali; gli appartenenti alle forze di
polizia e armate; i vigili del fuoco e urbani; i magistrati nell'esercizio delle loro funzioni (ecc.)
Sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio". pubblico
servizio è, in via generale, assoggettato alla medesima disciplina inerente la funzione pubblica, ma allo stesso tempo
che esso difetta dei poteri tipici che connotano quest'ultima (e che sono quelli deliberativi, autoritativi e certificativi).
Non possono in ogni caso essere ricondotte alle attività degli incaricati di un pubblico servizio quelle che si esauriscono
nella mera esecuzione di ordini o istruzioni
Sono pacificamente considerati incaricati di pubblico servizio: gli impiegati degli enti pubblici.

DELITTI CONTRO L’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA


ART. 361 omessa denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale.
mira a sanzionare la condotta del pubblico ufficiale il quale ometta di riferire all'Autorità Giudiziaria o ad altra
competente, un reato di cui egli abbia assunto notizia nell'esercizio delle sue funzioni.
È prevista una circostanza aggravante, che si applica quando il Pubblico Ufficiale rivesta la qualifica di Ufficiale o
Agente di Polizia Giudiziaria, il quale non adempie al dovere di segnalare una notizia di reato in relazione alla quale
dovrebbe fare sempre rapporto. In questo caso la pena è della reclusione fino ad un anno.

Il reato è punito a titolo di dolo generico, quindi, per quanto pertiene il coefficiente soggettivo, esso consiste nella
volontà cosciente di omettere (o finanche ritardare) la denuncia di un reato che sia perseguibile d'ufficio. Il dolo
generico esisterà quindi ogni qual volta il Pubblico Ufficiale sia consapevole dell'esistenza di una notizia di reato di cui
abbia l'obbligo di riferire e, con coscienza e volontà, ometta di adempiere a tale dovere.
È reato c.d. "proprio", altrimenti denominato da altra parte della dottrina come "qualificato", dacché si configura
unicamente quando a commetterlo sia un pubblico ufficiale. È un reato di tipo omissivo, poiché la condotta si sostanzia
in un mancato agire da parte del pubblico ufficiale che aveva il dovere di attivarsi.

Art 368 calunnia


si configura qualora un soggetto, per mezzo di denuncia, querela, richiesta o istanza (dirette all'autorità giudiziaria, ad
altra autorità che abbia l'obbligo di riferirne a quella o alla Corte penale internazionale) incolpi di un reato una
persona di cui conosce l'innocenza o simuli a carico di quest'ultima le tracce di un reato. Occorre precisare che la
calunnia deve ritenersi configurabile sia quando il reato è stato effettivamente commesso da altri e l'accusatore ne sia
consapevole, sia quando il reato è solo il frutto della fantasia di quest'ultimo.
L'interesse tutelato da tale norma è quello del corretto funzionamento della giustizia, perseguito evitando che venga
instaurato un procedimento nei confronti di un soggetto che è innocente (o per non aver commesso il fatto o per avere
agito in presenza di cause di giustificazione).

Secondo alcuni autori e certa giurisprudenza, poi, il reato di calunnia deve considerarsi un reato plurioffensivo, in
quanto l'oggetto della tutela apprestata dall'articolo 368 c.p. dovrebbe essere ravvisato anche nella libertà dell'innocente
incolpato e nel suo onore. 
Venendo ai caratteri generali della calunnia, va evidenziato che si tratta di reato comune (potendo essere posto in
essere da chiunque), di mera condotta, di pericolo e a forma vincolata.

L'elemento soggettivo richiesto per la configurabilità della calunnia è il dolo generico.


Devono esserci, cioè, la coscienza e la volontà di incolpare un innocente. Il reato di calunnia è un reato procedibile
d'ufficio giacché, anche volendo aderire alla tesi che lo considera plurioffensivo, è fondamentale la tutela dell'interesse
al corretto funzionamento del sistema giudiziario onde evitare che l'attività investigativa e della magistratura venga
paralizzata da false notizie di reato. 

Art 369 autocalunnia


"Chiunque, mediante dichiarazione ad alcuna delle autorità indicate nell'articolo precedente, anche se fatta con scritto
anonimo o sotto falso nome, ovvero mediante confessione innanzi all'autorità giudiziaria, incolpa se stesso di un reato
che egli sa non avvenuto, o di un reato commesso da altri, è punito con la reclusione da uno a tre anni".L'autocalunnia
assume due configurazioni: propria ed impropria. L'autocalunnia si definisce propria nel caso in cui è espressa con
qualsiasi dichiarazione, in qualunque forma e indirizzata all'autorità giudiziaria ovvero all'autorità obbligata a riferirne.
L'autocalunnia impropria invece si ha nel caso in cui la stessa sia resa attraverso confessione all'autorità giudiziaria.

Elemento soggettivo del reato di cui all'articolo 369 c.p. è la volontà di autoincolparsi per la commissione di un
reato mai consumato ovvero consumato da altri; trattasi, quindi, di dolo generico.

Art 372 falsa testimonianza


Il reato commesso da chi afferma il falso o nega il vero o tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali è
interrogato
Si tratta di un delitto contro l'amministrazione della giustizia posto a tutela del corretto funzionamento dell'attività
giudiziaria, che intende assicurare, in particolare, la veridicità e la completezza della prova testimoniale quale mezzo
idoneo a fondare il convincimento del giudice.
Il reato sanzionato dall'articolo 372 del codice penale è un reato proprio: la falsa testimonianza, infatti, è ascrivibile
unicamente a chi riveste la qualifica giuridica di testimone in sede civile o penale. Il soggetto passivo del reato, invece,
va individuato nello Stato-collettività e non direttamente nel privato che si ritenga eventualmente danneggiato dalla
dichiarazione mendace o dal silenzio del teste. Venendo all'elemento oggettivo del reato, la condotta è integrabile sia
mediante commissione (dichiarazione mendace) che mediante omissione (reticenza) in riferimento ai fatti oggetto di
deposizione pertinenti e rilevanti ai fini del giudizio. Trattandosi di reato di pericolo, è sufficiente che la falsa
testimonianza sia idonea ad influire sull'esito del processo senza che necessariamente il giudizio debba concludersi con
una sentenza erronea. È appena il caso di precisare che il momento consumativo della falsa testimonianza coincide
con l'espletamento della prova testimoniale e il conseguente esaurimento di tutte le domande formulate al teste.
Per quanto riguarda l'elemento soggettivo, è sufficiente il dolo generico, ovvero la consapevolezza e la volontà di
affermare il falso, negare il vero o tacere.

DELITTI CONTRO L’ORDINE PUBBLICO

ART 414 istigazione a delinquere


Punisce chi istiga a commettere uno o più reati. Il bene giuridico tutelato dalla norma può essere individuato nella
protezione dell’ordine pubblico, inteso come buon assetto o regolare andamento del vivere civile, funzionale ad
assicurare la pacifica e tranquilla convivenza della collettività. La norma menzionata punisce la condotta di istigazione
(comma 1), consistente in qualsiasi fatto diretto a suscitare e/o rafforzare l’altrui proposito criminoso

Elemento soggettivo è il dolo generico, che si identifica con la coscienza e volontà dell’azione
La formula “pubblicamente” indicata dalla norma va interpretata nel senso che l’istigazione deve avvenire in un luogo
pubblico o aperto al pubblico e deve rivolgersi a una pluralità indeterminata di persone e il reato sussiste anche quando
l’istigazione, purché effettuata pubblicamente, sia diretta soltanto ad alcuni tra tutti coloro che la ascoltano o comunque
la percepiscono
non è configurabile nella forma del tentativo e si perfeziona nel momento e nel luogo in cui venga commesso
pubblicamente un fatto di istigazione percepibile da un numero indeterminato di persone, a nulla rilevando la
prova concreta della sua effettiva comprensione.

Art 416 associazione a delinquere


Esso si verifica quando tre o più persone si associano al fine di commettere più delitti. Anche il solo fatto di
partecipare all'associazione è idoneo a integrare la fattispecie delittuosa, pur se (come vedremo) la pena è più lieve
rispetto a quella prevista per coloro che promuovono, costituiscono o organizzano l'associazione.
si tratta di reato comune, in quanto chiunque può essere soggetto attivo. La condotta è a forma libera. L'elemento
soggettivo, invece, è rappresentato dal dolo specifico, ravvisabile nella coscienza e nella volontà di far parte di
un'associazione composta da almeno tre persone con lo scopo di commettere più delitti.
L'associazione per delinquere, inoltre, è un reato di mera condotta e di pericolo, in cui il tentativo è dalla
giurisprudenza (sebbene non unanime) ritenuto configurabile solo con riferimento a un'associazione già esistente e della
quale si voglia entrare a far parte.
Infine occorre sottolineare che la consumazione avviene nel momento in cui l'associazione si è costituita,
indipendentemente dalla commissione dei delitti, e si protrae fintanto che l'associazione stessa perdura, tanto che quello
in esame si configura come reato permanente. Coloro che promuovono, costituiscono o organizzano l'associazione
per delinquere sono puniti con la reclusione da tre a sette anni, mentre coloro che si limitano a parteciparvi sono
puniti con la reclusione da uno a cinque anni.

Art 416 bis associazione a delinquere di tipo mafioso


La norma in esame è diretta a tutelare l'ordine pubblico, minacciato dall'utilizzo della forza di intimidazione e dalla
conseguente condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva.
Il reato in esame è un reato permanente, il quale si consuma nel momento in cui nasce un sodalizio concretamente
idoneo a turbare l'ordine pubblico, ovvero quando la struttura organizzativa assume i connotati di pericolosità su
descritti.
Il metodo mafioso si concretizza dal lato attivo per l'utilizzo da parte degli associati della forza intimidatrice scaturente
dal vincolo associativo mafioso e, dal lato passivo, per la situazione di assoggettamento ed omertà che tale forza
intimidatrice determina nella collettività , in modo da indurre comportamenti non voluti, anche a prescindere
dall'utilizzo di vere e proprie minacce o violenze.

DELITTI CONTRO LA FAMIGLIA

ART 556 bigamia


Chiunque, essendo legato da matrimonio avente effetti civili, ne contrae un altro, pur avente effetti civili, e' punito con
la reclusione da uno a cinque anni. Alla stessa pena soggiace chi, non essendo coniugato, contrae matrimonio con
persona legata da matrimonio avente effetti civili. La pena e' aumentata se il colpevole ha indotto in errore la persona,
con la quale ha contratto matrimonio, sulla liberta' dello stato proprio o di lei. Se il matrimonio, contratto
precedentemente dal bigamo, e' dichiarato nullo, ovvero e' annullato il secondo matrimonio per causa diversa dalla
bigamia, il reato e' estinto.
Art 570 violazione degli obblighi di assistenza familiare
Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare di cui all'art. 570 c.p. consta in realtà di tre distinte figure
delittuose, poste in rapporto di reciproca autonomia, a difesa dell'istituzione matrimoniale e dei vincoli di solidarietà
che l'ordinamento riconnette ad essa. C. 1 riguarda un generico dovere di assistenza" nei confronti di coniuge e figli
minori, colpendo colui o colei che ‘abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta
contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori
o alla qualità di coniuge'.  C. 2 riguarda Chi malversa o dilapida i beni del coniuge o figlio minore e chi fa mancare
mezzi di sussistenza ai discendenti minori oppure inabili al lavoro, agli ascendenti, o al coniuge il quale non sia
legalmente separato per sua (del coniuge) colpa.

il numero dei potenziali soggetti attivi comprende coniugi e genitori (di figli sia legittimi che naturali, ovviamente), ma
anche nonni e figli maggiorenni - visto che la norma fa riferimento agli ascendenti e discendenti. 

Per quel che attiene alla condotta, secondo l'opinione pressoché concorde di Dottrina e Giurisprudenza, il concetto
di ‘sussistenza' andrebbe inteso nel senso di soddisfazione delle basilari esigenze di vita: perciò, non soltanto vitto e
alloggio, ma anche spese di vestiario, visite mediche, istruzione etc.. Allo stesso tempo, però, la sussistenza avrebbe
portata meno ampia del concetto civilistico di ‘mantenimento', che - in sede di separazione o divorzio - si determina in
base al tenore di vita precedente alla divisione dei due coniugi. A questo proposito va detto, tuttavia, che l'introduzione
con la legge 54/2006 (sul c.d. Affido Condiviso) del reato di violazione degli obblighi di natura economica nei
confronti della prole ha finito (quasi) per assorbire la fattispecie di cui all'art. 570 comma 2, numero 2, quando i soggetti
passivi siano i figli: tale ultima norma, infatti, ricollega la commissione del reato al semplice fatto di omettere il
versamento dell'assegno stabilito dal giudice a favore dei figli minori, indipendentemente dallo stato di bisogno
di questi.
Parlando invece dell'ipotesi di malversazione o dilapidazione di cui al numero 1) secondo comma, va precisato che tale
condotta è integrata non già da un singolo atto, bensì da un comportamento reiterato nel tempo.

Art 570 bis violazione obblighi di assistenza in caso di separazione o scioglimento del matrimonio
Assicura la tutela dei figli in quanto si rivolge genericamente ai figli di coppie separate o divorziate, senza porre alcun
limite di età. La prestazione dovuta, in questo caso, è molto più generica, e consiste nella dazione di ogni tipologia di
assegno dovuto in caso di scioglimento del matrimonio o separazione.
L'omissione di tale prestazione comporta una responsabilità penale del coniuge
Per potere usufruire del mantenimento bisogna tenere conto dell'età del figlio, della sua competenza professionale e
dell'effettivo impegno dedicato alla ricerca di un'occupazione lavorativa a partire da raggiungimento della maggiore
età. Il mancato svolgimento di un'attività produttiva di reddito (o il mancato compimento del corso di studi) non deve
dipendere da un atteggiamento di inerzia ovvero da rifiuto ingiustificato del figlio. L'obbligo di mantenimento cessa al
raggiungimento dell'indipendenza economica da parte del figlio maggiorenne. L'autosufficienza economica viene
ancorata alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e postuniversitario del soggetto ed alla situazione attuale
del mercato del lavoro.

Art 571 abuso dei mezzi di correzione


Punisce chiunque abusa dei mezzi di correzione o disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui
affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l'esercizio di una professione o di
un'arte. rappresenta una forma di reato proprio.
Nonostante l'espressione "chiunque" possa trarre in inganno, infatti, soggetto attivo può essere esclusivamente colui
che ha un legittimo potere di correzione o di disciplina.
La condotta dell'abuso dei mezzi di correzione o di disciplina è infatti penalmente rilevante solo se da essa derivi,
quantomeno, una malattia nel corpo o nella mente della vittima. Secondo la giurisprudenza ormai concorde, in ogni
caso, il reato in esame non ha natura necessariamente abituale. Infatti, l'abuso penalmente rilevante può aversi non
solo nel caso in cui i comportamenti lesivi dell'integrità psicofisica della vittima siano ripetuti e mantenuti per un
periodo di tempo apprezzabile, ma anche quando il soggetto attivo ponga in essere un unico atto, ovviamente di
notevole rilevanza
Circa l’elemento soggettivo, la dottrina maggioritaria ritiene sufficiente il dolo generico, ovverosia la semplice volontà
consapevole di realizzare il fatto costitutivo di reato.
(Il più grave reato di maltrattamenti in famiglia, invece, si verifica quando la persona offesa è sottoposta a episodi
continui di violenza e prevaricazione che rendono intollerabili le sue condizioni di vita.)

Art 572 maltrattamenti in famiglia


Mira a tutelare la salute e l'integrità psico-fisica di soggetti che appartengono a un contesto familiare o para-familiare.
si configura ogni qual volta un soggetto maltratta una persona appartenente alla sua famiglia o comunque con lui
convivente o una persona sottoposta alla sua autorità o che gli è stata affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura,
vigilanza o custodia o per l'esercizio di una professione o di un'arte. Si considerano persone della famiglia tutti coloro
che sono in qualche modo legati da un rapporto di parentela con il maltrattante e ai domestici con questo conviventi. 
può classificarsi come "maltrattante" qualsiasi complesso di atti prevaricatori, vessatori e oppressivi reiterati nel tempo,
tali da produrre nella vittima un'apprezzabile sofferenza fisica o morale, o anche da pregiudicare il pieno e
soddisfacente sviluppo della personalità della stessa.

Si tratta, innanzitutto, di un reato proprio, in quanto lo stesso può essere integrato non da chiunque ma solo da coloro
che si trovano in una determinata posizione rispetto alla vittima. Elemento soggettivo: dolo abituale.
Inoltre, è un reato abituale, in quanto le condotte poste in essere dal soggetto attivo possono essere irrilevanti
giuridicamente se singolarmente considerate, ma divengono illecite a seguito del loro protrarsi nel tempo.
Infine, per la configurazione dei maltrattamenti in famiglia, è richiesto il dolo generico, ovverosia la coscienza volontà
di ingenerare nella vittima, con il proprio comportamento, una serie di conseguenze negative.

Art 574 sottrazione di persone incapaci


La norma in esame punisce chi, volontariamente, allontani un minore di quattordici anni o un infermo di mente da chi
eserciti verso di lui la responsabilità genitoriale, la tutela o la cura, oppure ne abbia la custodia; oppure chi trattenga il
minore, nella consapevolezza di agire contro la volontà dei suddetti soggetti.

Il bene giuridico oggetto di tutela è la potestà dei genitori (ad oggi responsabilità genitoriale), offesa da coloro che,
approfittando del consenso del minore, rendano impossibili il normale svolgimento del compito di ogni genitore.
È un reato permanente che si caratterizza da un'azione iniziale di sottrazione del minore o dell'infermo di mente, e dal
successivo protrarsi della situazione antigiuridica, attraverso una condotta sempre attiva di controllo sul soggetto
passivo, oltre che dalla possibilità, per l'agente, di porre fine in ogni momento al comportamento antigiuridico.
Ai fini della configurazione del reato in esame è sufficiente che sussista, in capo all'agente, il dolo generico, quale
volontà di sottrarre o trattenere un minore o un infermo di mente, con la consapevolezza di agire senza il consenso o
contro la volontà del genitore esercente la responsabilità genitoriale, del tutore, del curatore o di chi ne abbia la custodia
o la vigilanza.

DELITTI CONTRO LA PERSONA


-) VITA -) INCOLUMITA’ INDIVIDUALE
Art 575 omicidio
L'omicidio è il delitto per antonomasia, punito gravemente da tutte le legislazioni nonostate siano diverse da
ordinamento a ordinamento le tecniche di incriminazione dello stesso.
Le varie fattispecie di omicidio, tuttavia, hanno una caratteristica comune: la causazione della morte di un uomo.
Il bene protetto dall'ordinamento mediante i reati di omicidio è la vita umana del singolo individuo.
è frequente oggetto di discussione se la vita sia protetta come diritto individuale o come interesse collettivo (con
evidenti ricadute sulla valutazione della liceità dell'eutanasia) e quale sia il momento in cui diviene tutelabile (come
semplice concepimento, come feto e così via). Soggetto attivo dei delitti di omicidio può essere chiunque e le sue
eventuali specifiche qualificazioni rilevano eventualmente solo come circostanze aggravanti.
Tuttavia, in alcuni casi per la configurabilità del reato è necessario che il soggetto attivo dell'omicidio sia titolare di
una posizione di garanzia: si tratta delle ipotesi di omicidio mediante omissione quando chi abbia uno specifico
obbligo giuridico di impedire l'evento lesivo non vi provveda. Soggetto passivo del reato, invece, è l'essere vivente,
compreso il feto. Esso, quale titolare del bene offeso, coincide anche con l'oggetto materiale del reato, inteso come
corpo umano su cui la condotta delittuosa ricade.

Il nostro ordinamento punisce anche altre fattispecie delittuose accomunate al vero e proprio omicidio dal
medesimo fatto-base consistente nella causazione della morte di un uomo. Si tratta dei delitti di morte come
conseguenza di altro delitto (art. 586 c.p.), infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale (art. 578 c.p.) e
istigazione o aiuto al suicidio (art. 470 c.p.).
L'omicidio doloso è quello sanzionato dall'articolo 575 del codice penale, il quale così recita: "chiunque cagiona la
morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno". 
Tale reato di omicidio si caratterizza rispetto ad altri per l'elemento soggettivo, che è rappresentato dal dolo, inteso
quale coscienza e volontà di uccidere un uomo. Esso deve sia sussistere nel momento in cui è posta in essere la condotta
omicida

Il tentativo è configurabile e di frequente verificazione.


In presenza di particolari circostanze, previste dagli articoli 576 e 577 del codice penale, l'omicidio doloso si
considera aggravato e la pena ad esso applicata è quella dell'ergastolo. Si tratta, tra le tante, della sussistenza della
premeditazione o dell'utilizzo di sostanze venefiche o altri mezzi insidiosi.
L'omicidio è altresì aggravato, ma punito con la reclusione da ventiquattro a trenta anni, se il fatto è commesso
contro il coniuge, il fratello o la sorella, il padre o la madre adottivi, il figlio adottivo o un affine in linea retta.
Art 578 infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale

La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto, quando il
fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con la reclusione da
quattro a dodici anni.
A coloro che concorrono nel fatto di cui al primo comma si applica la reclusione non inferiore ad anni ventuno.
Tuttavia, se essi hanno agito al solo scopo di favorire la madre, la pena può essere diminuita da un terzo a due terzi.
Le condizioni di abbandono materiale e morale, richieste dalla dall'art. 578 c.p., in quanto elemento costitutivo del
reato, devono sussistere oggettivamente e congiuntamente, e devono essere connesse al parto nel senso che, in
conseguenza della loro obiettiva esistenza, la madre non ritiene di poter assicurare la sopravvivenza del figlio subito
dopo la nascita; l'abbandono "materiale e morale" costituisce un requisito della fattispecie oggettiva da leggere "in
chiave soggettiva" ed è sufficiente anche la percezione di totale abbandono avvertita dalla donna nell'ambito di una
complessa esperienza emotiva e mentale quale quella che accompagna la gravidanza e poi il parto.
Per la configurabilità del reato di infanticidio di cui all'art. 578 è necessario che la madre sia lasciata in balia di se
stessa, senza alcuna assistenza e nel completo disinteresse dei familiari, in modo che venga a trovarsi in uno stato di
isolamento totale che non lasci prevedere alcuna forma di soccorso o di aiuto finalizzati alla sopravvivenza del neonato.

Art 579 omicidio del consenziente


punisce il reato di omicidio del consenziente, ovverosia il comportamento di chiunque cagiona la morte di un uomo,
col suo consenso.
Tale delitto è punito, in generale, con la reclusione da sei a quindici anni e senza l'applicazione delle aggravanti di cui
all'articolo 61 del codice penale.
In alcuni casi, però, all'omicidio del consenziente si applicano le disposizioni relative all'omicidio doloso.
Si tratta in particolare dell'ipotesi in cui il fatto è commesso contro una persona minorenne, contro una persona inferma
di mente o che si trova in condizioni di deficienza psichica per un'altra infermità o per l'abuso di sostanze alcooliche o
stupefacenti o, infine, contro una persona il cui consenso è stato estorto dal colpevole con violenza, minaccia o
suggestione, ovvero carpito con inganno.
L'elemento soggettivo richiesto è il dolo generico.
 Il consenso presupposto dell'omicidio del consenziente deve essere serio, esplicito, non equivoco e perdurante sino al
momento della commissione del fatto, esprimendo una volontà di morire la cui prova deve essere univoca, chiara e
convincente 

Art 580 istigazione o aiuto al suicidio


E' costituzionalmente illegittimo l’art. 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola
l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da
trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella
reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le
modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del
comitato etico territorialmente competente. Caso Dj Fabo novembre 2019

Art 581 percosse


Il codice penale italiano fa rientrare il reato di percosse nell'ambito dei delitti contro la persona 
Il bene giuridico protetto nel reato di percosse è l'incolumità individuale, ossia l'integrità fisica della persona contro
qualsiasi aggressione che si traduce in una violenza sul corpo.
L’ordinamento mira a proteggere la c.d. "intangibilità" del corpo umano, nella sua dimensione fisica e psichica e, più
in generale, il bene salute, tutelato costituzionalmente dall'art. 32, come "fondamentale diritto dell'individuo e interesse
della collettività".
Il soggetto attivo del reato può essere qualunque individuo e il reato si intende consumato nel momento in cui è
realizzato l'atto di percuotere, il quale, ai fini della configurazione del delitto de quo, deve corrispondere ad un atto
violento che non cagioni nella vittima effetti patologici o postumi di alcun genere costituenti malattia ma soltanto una
breve sensazione dolorosa.
L’atto di percuotere implica, dunque, una condotta commissiva, che può realizzarsi attraverso qualsiasi forma
(schiaffo, pugno, calcio).
L'elemento psicologico del reato è rappresentato dalla consapevolezza di percuotere. La struttura del reato di percosse
consente la configurabilità del tentativo (ad es. nel caso di un pugno o di una spinta andati a vuota per la prontezza di
riflessi da parte della vittima, o grazie all'intervento di un terzo, ecc.).
Il reato, pertanto, è sempre doloso e richiede solo il dolo generico, ovvero "la coscienza e la volontà di tenere una
condotta violenta tale da cagionare una sensazione dolorosa al soggetto passivo.  Il soggetto
passivo necessariamente un essere vivente
L'elemento essenziale del reato è, quindi, la violenza fisica che si estrinseca in una condotta idonea a provocare
un'apprezzabile sensazione di dolore.
Si tratta di un reato formale, o di pura condotta, nel quale l'evento si immedesima con l'azione
Per la giurisprudenza maggioritaria, il reato di percosse si distingue da quello di lesione personale ex art. 582
c.p. soltanto dal punto di vista dell'elemento oggettivo: il primo, infatti, si riduce in una mera sensazione dolorosa,
mentre il secondo cagiona al soggetto passivo una lesione dalla quale deriva una malattia nel corpo e nella mente.

Art 582 lesioni personali dolose


Il reato di lesioni personali è una delle fattispecie dei delitti che offendono l’integrità fisica o psichica della persona ed
è disciplinato dal codice penale all’art. 582, il quale stabilisce che “chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale,
dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni.
trattandosi di reato comune, il soggetto attivo, come recita la stessa norma penale, può essere “chiunque�? cagioni ad
altri una lesione personale.
Il soggetto passivo è, invece, la persona cui la lesione è stata cagionata, se dalla stessa deriva una malattia, nel corpo o
nella mente

Tutt’oggi controversa è la configurabilità del delitto in capo al feto.Per parte della dottrina, sarebbe esclusa giacché il
feto non può considerarsi persona vivente, ovvero capace di vita autonoma rispetto all’organismo.Per altra parte, invece,
le lesioni prenatali potrebbero ricondursi al reato di cui all’art. 582 c.p. ove abbiano effetti postnatali: in altre parole, il
reato di lesioni in danno del feto potrebbe ritenersi consumato al momento della nascita.
Le lesioni personali rappresentano un reato d’evento a forma libera, che, pertanto, può essere commesso con
qualunque mezzo in grado di sottoporre la persona altrui ad una violenta manomissione (Cass. n. 9448/1983), compresi
un urto e una spinta intenzionale (Cass. n. 12867/1986), anche mediante omissione (Cass. n. 41939/2006) e persino
con una condotta priva di violenza fisica, ma in grado di cagionare malattia (come ad es. nel caso di esposizione alle
intemperie, privazione di cibo, ecc.),
L’elemento centrale del delitto di lesioni personali è la malattia.
La nozione di malattia, giuridicamente rilevante, comprende qualsiasi alterazione anatomica o funzionale che innesti
un significato processo patologico, anche non definitivo, ossia un’alterazione anatomica che comporti una riduzione
apprezzabile di funzionalità. In una nozione talmente ampia di malattia sono potute, dunque rientrare nel tempo anche
le “contusioni�?, intese quali alterazioni anatomiche e funzionali dell’organismo anche se di breve o brevissima
durata. Il dolo richiesto nel reato de quo è quello “generico�?, consistente “nella consapevolezza che la propria
azione provochi o possa provocare danni fisici alla vittima
È sufficiente a integrare il delitto di lesioni volontarie anche il dolo eventuale, “ossia la mera accettazione del rischio
che possano esserci effetti lesivi.
L’art. 582 prevede le lesioni c.d. “lievi ( 21-40 GG) e “lievissime�?: queste ultime sono espressamente disciplinate
dal secondo comma e punite a querela della persona offesa, ove non superiori ai venti giorni

Le lesioni personali dolose “gravi�? e “gravissime�? rientrano, invece, tra le circostanze aggravanti di cui all’art.
583 c.p. Per le prime, si applica la reclusione da tre a sette anni, quando dalla lesione sia derivata: una malattia che
metta in pericolo la vita della persona offesa; un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo
superiore ai 40 giorni, ovvero un indebolimento permanente di un senso o di un organo. La lesione personale è, invece,
“gravissima�?, quando la malattia è con probabilità o certezza inguaribile; provoca la perdita di un senso, di un arto.

Art 584 omicidio preterintenzionale


Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 e 582, cagiona la morte di un uomo, è
punito con la reclusione da dieci a diciotto anni".
Si tratta, in sostanza, del reato che può verificarsi laddove un soggetto ponga in essere atti diretti unicamente a
percuotere o a provocare lesioni personali nei confronti di un altro soggetto, ma da tali atti derivi, involontariamente, la
morte della vittima.
Il reato è aggravato in presenza delle medesime circostanze che rendono aggravato l'omicidio doloso. In particolare
è previsto un aumento di pena da un terzo alla metà se si verifica una delle circostanze aggravanti previste dall’articolo
576 c.p. e l'aumento fino a un terzo se si verifica una delle circostanze aggravanti previste dall'articolo 577 c.p..
L'omicidio preterintenzionale è aggravato, poi, con aumento di pena sino a un terzo anche se il fatto è commesso con
armi o con sostanze corrosive o da persona travisata o da più persone riunite.
Sull'elemento soggettivo richiesto per la configurabilità del reato di cui all'articolo 584 c.p., infine, sussistono
dei contrasti interpetativi tuttora irrisolti.
Per taluni si tratterebbe di dolo misto a responsabilità oggettiva, per altri di dolo per il reato di percosse o lesioni misto
alla colpa per l'evento ulteriore non voluto dal soggetto agente.
Art 586 morte o lesioni come conseguenza di un altro delitto
Quando da un fatto preveduto come delitto doloso [c.p. 43] deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la
morte o la lesione di una persona, si applicano le disposizioni dell'articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e
590 sono aumentate. Art 83 - se, per errore nell'uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un'altra causa, si cagiona
un evento diverso da quello voluto(1) il colpevole risponde, a titolo di colpa, dell'evento non voluto, quando il fatto è
preveduto dalla legge come delitto colposo(2).

Art 588 rissa


Chiunque partecipa a una rissa è punito con la multa fino a lire seicentomila. Se nella rissa taluno rimane ucciso, o
riporta lesione personale, la pena, per il solo fatto della partecipazione alla rissa, è della reclusione da tre mesi a cinque
anni. La stessa pena si applica se l’uccisione, o la lesione personale, avviene immediatamente dopo la rissa e in
conseguenza di essa. Ai fini della configurabilità del reato di rissa è necessario e sufficiente che i corrissanti siano in
numero non inferiore a tre.

Art 589 omicidio colposo


Di omicidio colposo si occupa, invece, l'articolo 589, punendo con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque
cagiona per colpa la morte di una persona.
In questo caso, l'elemento soggettivo richiesto per la configurazione del reato è la colpa. Ciò vuol dire che l'evento
morte non è cagionato volontariamente ma con negligenza, imprudenza e imperizia o per inosservanza di leggi,
regolamenti, ordini o discipline.
Lo stesso articolo 589 contempla alcune ipotesi in cui il reato è aggravato.
In particolare, se il fatto è commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro si applica
la pena della reclusione da due a sette anni.
Se, invece, il fatto è commesso con violazione delle norme che regolano la circolazione stradale da un soggetto in stato
di ebbrezza alcolica o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.
Infine, nel caso di morte di più persone o di morte di una o più persone e di lesioni di una o più persone, la pena è
quella che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma sino al massimo
quindici anni di reclusione.

Art 589 bis omicidio stradale


La fattispecie "base" è rappresentata dal comportamento di chiunque cagioni, per colpa, la morte di una persona a
seguito della violazione delle norme che disciplinano la circolazione stradale, punito con la pena della reclusione da due
a sette anni.
Pene più pesanti sono previste per coloro che hanno cagionato il decesso dopo essersi posti alla guida in stato di
ebrezza alcolica o in stato di alterazione psico-fisica derivante dall'assunzione di sostanze stupefacenti oppure violando
i limiti di velocità oltre una precisa soglia di tolleranza. Tale norma contempla inoltre come circostanze aggravanti il
fatto che il conducente sia sprovvisto di patente di guida o abbia la patente sospesa o revocata, il fatto che il veicolo che
ha provocato l'omicidio sia di proprietà del conducente e sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria e la fuga del
conducente.

ART 590 lesioni personali colpose


Il reato di lesioni personali colpose è disciplinato nell’ordinamento dall’art. 590 c.p., il quale stabilisce che “chiunque
cagiona ad altri, per colpa, una lesione personale è punito con la reclusione fino a tre mesi o con la multa fino a
trecentonove euro.
Rispetto al reato di cui all’art. 582 c.p., la lesione personale colposa di cui all’art. 590 c.p., si differenzia in virtù
dell’elemento soggettivo, considerato che nel primo viene richiesto il dolo generico o eventuale, mentre nel secondo, il
responsabile risponde a titolo di colpa. Quanto ai soggetti, trattandosi di reato comune, “chiunque�? può essere il
soggetto attivo del reato, mentre il soggetto passivo è la persona cui è cagionata la lesione (o malattia).  Trattasi di
reato di danno che si consuma nel momento in cui si verifica la lesione personale colposa, ovvero la malattia nel corpo
e nella mente, cagionata ad altri con una condotta, da parte dell’agente, inosservante delle regole cautelari.

L’art. 590 c.p. prende in considerazione tre figure di lesioni personali colpose (lievi, gravi e gravissime) che
costituiscono fattispecie autonome di reato comune, a forma libera e di danno, che si differenziano in base alla diversa
intensità dell’elemento soggettivo e al livello di gravità delle lesioni prodotte.
Le lesioni colpose lievi (che comprendono anche le lesioni lievissime di cui all’art. 582 c.p.) sono quelle produttive di
un processo patologico (malattia o incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni, ovvero l’impossibilità per il
soggetto di svolgere le normali attività quotidiane) destinato ad una guarigione clinica non superiore ai 40
giorni, mentre le lesioni gravi, ai sensi dell’art. 583, 1° comma, c.p., si riscontrano quando dal fatto “deriva una
malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o una incapacità di attendere alle
ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai 40 giorni»; o un “indebolimento permanente di un senso o di un
organo. Le lesioni colpose gravissime infine richiedono una malattia certamente o probabilmente insanabile; la
perdita di un senso o di un arto, lo sfregio permanente del viso.
A differenza dell’ipotesi delittuosa di cui all’art. 582 c.p., l’elemento psicologico del reato ex art. 590 c.p. è
rappresentato dalla colpa dell’agente nella verificazione dell’evento, ovverosia, quando l’evento, anche non voluto
dallo stesso, si è verificato a causa di negligenza o imprudenza o imperizia ovvero per inosservanza di leggi,
regolamenti, ordini o discipline.
Costituiscono circostanze aggravanti del reato la violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o
di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro.(art 590 bis lesioni stradali)

Art 590 sexies responsabilità medica quando si applica l art. La


causa di non punibilità introdotta dalla legge Gelli è esclusa in caso di colpa da imprudenza e da negligenza e in caso di
colpa grave da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni.

Se i fatti di cui agli articoli 589 e 590 sono commessi nell’esercizio della professione sanitaria, si applicano le pene ivi
previste salvo quanto disposto dal secondo comma. Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è
esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge
ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle
predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

La responsabilità del medico non sarà invece esclusa nel caso in cui l'evento si sia verificato a causa
di negligenza o imprudenza, che costituiscono gli altri due tradizionali aspetti della colpa penalmente rilevante.
Per negligenza si intende in generale in cui il medico non agisca con tutte le accortezze e cautele richieste dal
compimento dell'incarico.
L'imprudenza, invece, è configurabile allorquando si violi una regola cautelare che imponeva di non tenere una
determinata condotta, o di tenerla comunque con modalità differenti.
L'imperizia si riferisce, più nello specifico, alla mancanza di cognizioni tecnico-scientifiche adeguate alla professione
svolta o all'incarico ricoperto.
Si risponderà per imperizia, sia grave che lieve, se manchino o siano state individuate o scelte erroneamente le linee
guida o buone pratiche clinico assistenziali.

Art 591 reato di abbandono di minori o incapaci


Chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o
di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere la cura,
è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Ai fini dell'integrazione del delitto di cui all'art. 591 c.p., il necessario "abbandono" è integrato da qualunque azione od
omissione contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia) che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno
stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l'incolumità del soggetto passivo 
Integra il reato di abbandono di minori la condotta del genitore che lasci in una strada trafficata o in un supermercato il
figlio di minore età a chiedere l'elemosina poiché in tale situazione sussiste sia la condizione di abbandono che quella di
pericolo per l'incolumità personale.
Sebbene l'art.591 c.p. faccia riferimento genericamente a "chiunque", il soggetto attivo deve trovarsi in una particolare
relazione con la parte lesa, in termini di dovere di cura e custodia, invero il legislatore ha inteso circoscrivere l'ambito di
applicazione della disposizione ai casi nei quali sia individuabile un soggetto titolare di una specifica posizione di
garanzia.

Art 593 omissione di soccorso


Il reato di omissione di soccorso trova fondamento nella violazione del principio solidaristico espresso dall'art. 2 Cost.,
che s'impone indistintamente ai consociati,
Il delitto di omissione di soccorso (art. 593 c.p.), avente natura di reato di pericolo, sussiste sotto il profilo dell'omesso
avviso all'autorità anche se si accerti che l'assistenza sarebbe stata impossibile o inutile, mentre esso è escluso soltanto
se la persona da assistere fosse già morta
Risponde di omissione di soccorso colui che, avendo scorto un corpo umano privo di sensi (ma non di vita) disteso al
centro di una carreggiata viaria, si limiti a contattare telefonicamente l'autorità di polizia e/o quella sanitaria,
allontanandosi quindi dal luogo, atteso che, nell'ipotesi prospettata, incombe sull'agente anche l'obbligo di trattenersi sul
posto, assumendo le precauzioni atte a scongiurare (o a limitare) il rischio che il soggetto passivo possa subire ulteriori
danni.
Art 600 riduzione o mantenimento in schiavitù
Il delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù è a fattispecie plurima ed è integrato alternativamente
dalla condotta di chi esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli spettanti al proprietario,

Il reato si consuma nel momento e nel luogo in cui viene posta in essere la situazione di assoggettamento o lo stato di
soggezione continuativa. Trattasi di reato abituale, essendo assai arduo ipotizzare che il delitto sia configurabile per via
di un unico comportamento unisussistente.
Per quanto riguarda l'elemento soggettivo, viene richiesto il dolo generico, ovvero la coscienza e volontà di reificare
una persona, con il fine di sfruttamento.

Art 605 sequestro di persona


L'elemento oggettivo del reato va individuato nella privazione della libertà personale.
L'elemento soggettivo del reato va ravvisato nel dolo generico, ovverosia nella coscienza e nella volontà di privare
illegittimamente un soggetto della propria libertà personale, contro la sua volontà.
Il sequestro di persona è poi un reato comune, in quanto il soggetto agente è individuato in Chiunque, non necessitando
quindi che lo stesso ricopra una particolare posizione.
Particolarmente importante nel sequestro di persona è il fattore tempo; infatti perché il reato si configuri è sufficiente
che la vittima sia privata della propria libertà anche per un breve lasso di tempo posto che l'articolo 605 c.p. non fa
alcun riferimento a dei limiti temporali.

Art 609 bis violenza sessuale


Il reato di violenza sessuale rientra tra i delitti contro la libertà sessuale, a loro volta ricompresi nella più ampia
categoria dei delitti contro la libertà individuale.

punisce come violenza sessuale, all'articolo 609-bis, la condotta di colui che con violenza o minaccia o mediante abuso
di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali e quella di colui che induce un altro soggetto a compiere o
subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima al momento del fatto o
traendola in inganno per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
La violenza sessuale è un reato comune, in quanto soggetto attivo può essere chiunque. Le persone coinvolte nella
fattispecie criminosa sia dal lato attivo che dal lato passivo, quindi, possono essere indistintamente uomini e donne,
anche dello stesso sesso. Il delitto di violenza sessuale è a forma vincolata, perché il fatto di reato consiste
necessariamente nel compimento di atti sessuali in contrasto con la volontà del soggetto passivo. Laddove manchi il
dissenso viene meno la tipicità del fatto. Più nel dettaglio, le condotte punibili contemplate dalla norma sono di due
specie: da un lato c'è la fattispecie di violenza sessuale per costrizione, dall'altro quella per induzione.
La costrizione in particolare, secondo quanto previsto dalla norma, avviene per violenza, minaccia o abuso di autorità.
Il reato di violenza sessuale è di mera condotta e si consuma nel momento e nel luogo in cui è compiuto l'atto sessuale.
Il tentativo è configurabile.
L'elemento soggettivo previsto per il reato di violenza sessuale è il dolo generico, in quanto è del tutto indifferente la
finalità che spinge il colpevole a porre in essere il comportamento illecito.
Per violenza deve intendersi l'esercizio di forza fisica per contrastare la resistenza della vittima; per minaccia l'espresso
avvertimento che in caso di opposizione alla violenza verrà arrecato un danno alla vittima o ad altre persone o cose; per
abuso di autorità il coartare la volontà del soggetto utilizzando la propria posizione di superiorità o preminenza.
Per quanto riguarda l'induzione, la norma è più chiara laddove prevede che essa deriva dall'abuso di condizioni di
inferiorità fisica o psichica della vittima o dall'inganno circa la propria identità.
L'articolo 609-ter c.p. prevede delle circostanze al ricorrere delle quali la pena prevista in generale per la violenza
sessuale è aggravata.
Nel dettaglio la pena è aumentata di un terzo se i fatti sono commessi nei confronti di persona della quale il colpevole
sia l'ascendente, il genitore, anche adottivo, o il tutore; con l'uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o
stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa; da persona travisata o che
simuli la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio; su persona sottoposta a limitazioni della
libertà personale; nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni diciotto; nei confronti di donna in stato di
gravidanza etc.

Art 610 violenza privata


Il delitto di violenza privata si configura secondo l’art. 610 c.p. quando “chiunque, con violenza o minaccia, costringe
altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. Il
bene giuridico protetto è dunque la “libertà psichica�? della persona da qualsiasi comportamento violento e
intimidatorio in grado di esercitare una coartazione, sia diretta che indiretta, sulla sua libertà di volere o di agire, in
modo da costringerla a una certa azione, omissione o tolleranza. soggetto attivo del delitto di violenza privata può
essere qualunque individuo. Si tratta, infatti, di un reato comune che non richiede, ai fini della sua commissione, che
l’agente abbia una particolare qualifica, rivesta uno specifico status o possegga un requisito necessario. Quanto
al soggetto passivo, è pacificamente accettato che lo stesso possa essere solo una persona fisica.

La condotta delittuosa è a forma vincolata e consiste nelle violenze o nelle minacce che hanno l’effetto di costringere
altri a fare, tollerare o omettere una determinata cosa. L’elemento della violenza viene identificato “in qualsiasi mezzo
idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione. L’elemento soggettivo del reato è
il dolo generico, ossia la coscienza e la volontà di costringere taluno, tramite violenza o minaccia, a fare, tollerare o
omettere qualcosa.
Art 611 violenza o minaccia per costringere qualcuno a commettere un reato
Chiunque usa violenza o minaccia per costringere o determinare altri a commettere un fatto costituente reato è punito
con la reclusione fino a cinque anni. La norma in esame disciplina una forma aggravata del delitto di violenza privata,
dato che il soggetto agisce allo scopo di far commettere un reato.
La norma in esame punisce chi, volontariamente, usi violenza o minaccia per costringere o determinare un’altra persona
a commettere un fatto costituente reato.
La condotta tipica consiste negli atti o nell’impiego dei mezzi con cui il soggetto agente usi violenza o minaccia, con
l’intenzione di costringere o determinare un’altra persona a commettere un fatto costituente reato.
Non è, quindi, idoneo ad integrare la fattispecie in esame l’utilizzo di qualsiasi mezzo che sia diverso dalla violenza o
dalla minaccia, come, ad esempio, l’inganno, o che non realizzi una costrizione, come nel caso della mera istigazione.
In ogni caso la condotta dell’agente deve essere diretta a far commettere ad un altro soggetto un fatto costituente reato,
ossia un fatto che la legge preveda effettivamente come delitto o contravvenzione, non, quindi, un fatto che sia soltanto
erroneamente ritenuto reato.
L’oggetto materiale del delitto in esame è costituito dalla persona verso cui sia rivolta la condotta criminosa, ossia la
persona determinata a cui l’agente voglia far commettere un fatto previsto come reato
i fini dell’integrazione della fattispecie in esame è necessario che sia configurabile, in capo all’agente, il dolo specifico.
La lettera dell’art. 611 c.p., infatti, non richiede soltanto che l’agente realizzi coscientemente e volontariamente la
violenza o la minaccia, ma anche che esse siano poste in essere al fine di costringere o determinare un altro soggetto a
commettere un fatto di reato.

Art 612 minaccia

Il reato di minaccia è previsto e punito dall'art. 612 del codice penale. Esso consiste in una intimidazione fatta attraverso
la prospettazione di un danno ingiusto (es: la minaccia di morte).
La minaccia è un delitto contro la libertà  individuale della persona punito con una multa (fino a 1.032 euro) e, nei casi
più gravi (previsti dal secondo comma dell'art. 612 c.p.), con la reclusione fino a un anno. La minaccia può essere
rivolta alla persona stessa o al suo patrimonio e deve essere di entità  tale da limitare la sua libertà  psichica.
Si tratta di un reato che ha natura di pericolo. Inoltre, tale reato non si prospetta soltanto in presenza di atti intimidatori
espressi in forma verbale: possono rientrare nelle minacce anche gli strumenti comunicativi più svariati, come scritti,
gesti, sms o e-mail. Il reato di minaccia è, per regola generale, procedibile a querela: quest'ultima, può essere sporta
presso qualsiasi posto di polizia oppure presentata, in forma scritta, al pubblico ministero (vedi nel formulario: atto di
querela). Tuttavia vi sono delle ipotesi in cui la procedibilità  è d'ufficio es quando è fatta con armi.

Art 612 bis atti persecutori


Bene giuridico oggetto di tutela è la libertà personale e morale della persona.
Si tratta di un reato abituale, per la cui configurazione è infatti necessaria una reiterazione delle condotte
di minaccia o violenza per almeno una volta, purché gli episodi siano legati da un contesto unitario.
Le condotte suindicate devono necessariamente causare almeno uno dei seguenti eventi alternativi: il perdurante e grave
stato di ansia o paure della vittima;
il fondato timore per la propria incolumità o per quella di persona legata affettivamente; la costrizione ad alterare le
proprie abitudini di vita.
Per rispettare il principio di necessaria offensività del fatto concreto, è stato chiarito che è indispensabile la ripetizione
di minacce e molestie, in modo da causare un disagio, senza che sia però necessario l'instaurarsi di un processo
patologico. Trattasi ad ogni modo di reato di danno e di evento essendo richiesto l'insorgere di un'alterazione
nell'equilibrio mentale della vittima.
Ai fini della integrazione del reato di atti persecutori (art. 612 bis cod. pen.) non si richiede l'accertamento di uno stato
patologico ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori - e nella specie costituiti da minacce, pedinamenti e insulti
alla persona offesa, inviati con messaggi telefonici o, comunque, espressi nel corso di incontri imposti - abbiano un
effetto destabilizzante della serenità e dell'equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie
incriminatrice di cui all'art. 612 bis cod. pen. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 cod. pen.), il
cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica.

Art 613 stato di incapacità procurato mediante violenza


La norma in oggetto è posta a tutela della libertà di autodeterminazione e, nel terzo comma, a tutela dell'interesse del
soggetto passivo a non essere coinvolto in procedimenti penali senza sua colpa.

Ai fini della configurabilità del delitto è necessario che il soggetto passivo sia messo in stato di incapacità di intendere e
di volere, vale a dire in quello stato in cui il soggetto, ai sensi dell'articolo 85, se commette un fatto di reato, non è
imputabile. Tale elemento vale a distinguere tale reato da quello di cui all'articolo 643, che si riferisce ad uno stato di
non completa assenza della facoltà mentali.
Il  delitto in esame punisce chi, attraverso la suggestione o la somministrazione di sostanze alcoliche o stupefacenti,
oppure con qualsiasi altro mezzo, ponga, volontariamente, una personanon consenziente in uno stato di incapacità di
intendere o di volere. Elemento necessario per la sussistenza di tale fattispecie delittuosa è la mancanza di consenso del
soggetto passivo. 
L’evento tipico della fattispecie in esame coincide con il suo momento consumativo, corrispondendo con
la realizzazione, quale conseguenza della condotta dell’agente, dell’alterazione psichica del soggetto passivo, ossia del
suo stato di totale incapacità di intendere e di volere, anche di breve durata.
È configurabile il tentativo nel caso in cui, malgrado l’idoneità dei mezzi utilizzati dall’agente, non si sia prodotto
l’evento tipico.
Ai fini dell’integrazione del delitto in esame è sufficiente che sussista, in capo all’agente, il dologenerico, quale
coscienza e volontà di porre il soggetto passivo in uno stato di incapacità di intendere e di volere, mediante l’utilizzo di
uno dei mezzi indicati dalla legge, nella consapevolezza della mancanza del suo consenso.

Art 613 bis tortura


La norma in esame è posta a tutela dell'integrità fisica e psichica della persona offesa, nonché della sua libertà
personale e della sua libertà di autodeterminazione.

Trattasi alternativamente di reato abituale, in quanto è richiesta la reiterazione di più condotte, oppure di reato di evento,
qualora l'unica condotta comporti un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.
Al contempo il delitto rappresenta una ipotesi di reato permanente, nel caso in cui la condotta si esplichi in una
privazione della libertà personale, assimilabile al reato di sequestro di persona (art. 605). Anche qui, in alternativa alla
privazione della libertà personale, il reato può configurarsi anche nei confronti di chi, con violenze o minacce gravi o
agendo con crudeltà, cagioni un nocumento a persona affidata alla sua custodia o a persona in condizioni di minorata
difesa.
Per quanto riguarda il primo elemento costitutivo del reato, ovvero la violenza, essa va suddivisa in propria ed
impropria. Per quest'ultima va intesa quando si utilizza un qualsiasi mezzo idoneo, esclusa la minaccia, a coartare la
volontà del soggetto passivo, annullandone la capacità di azione o determinazione. Per violenza propria, si intende
invece l'impiego di energia fisica sulle persone o sulle cose, esercitata direttamente o per mezzo di uno strumento.
Per minaccia va invece intesa la prospettazione di un male ingiusto e notevole, eventualmente proveniente dal soggetto
minacciante.
La nozione di crudeltà può invece essere definita come quella condotta che si traduca in comportamenti degradanti,
posti in essere al sol fine di assoggettare la vittima alla propria volontà, senza alcuno scopo ulteriore.

Art 614 violazione di domicilio


Il reato di violazione di domicilio si configura qualora taluno si introduca nell'abitazione altrui o in altro luogo di
privata dimora o nelle appartenenze di essi contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo o vi si
introduca clandestinamente o con l'inganno ovvero qualora taluno si trattenga nei detti luoghi contro l'espressa volontà
di chi ha il diritto di escluderlo o vi si trattenga clandestinamente o con l'inganno.

DELITTI CONTRO IL PATRIMONIO

ART 624 FURTO


Il reato di furto è la fattispecie più comune dei delitti contro il patrimonio. Chiunque s'impossessa della cosa mobile
altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per se' o per altri, e' punito con la reclusione da sei mesi a
tre anni e con la multa da lire trecentomila a un milione.
il bene giuridico tutelato dalla fattispecie incriminatrice del furto è il patrimonio, inteso quale bene funzionale alla
conservazione, sviluppo e autonomia della persona umana. Il soggetto attivo del reato di furto può essere chiunque. Si
tratta, quindi, di un reato cd. comune.
Quanto al soggetto passivo, il titolare del bene giuridico offeso è  colui il quale intrattiene una relazione d'interesse
giuridicamente rilevante con la cosa sottratta.
l'elemento psicologico richiesto ai fini della configurazione del furto è il dolo specifico. Si richiede, cioè, da parte
dell'agente la coscienza e la volontà di sottrarre ed impossessarsi della cosa mobile altrui con il fine preciso di trarne
profitto per sé o per altri. È proprio la finalità del profitto a costituire l'elemento idoneo a configurare il reato di furto,
distinguendolo ad es. dal danneggiamento, nel quale l'altrui possesso della cosa avviene allo scopo di deteriorarla o di
distruggerla
È chiaro che affinché possa sussistere l'elemento soggettivo del furto, l'agente deve essere consapevole che la cosa
mobile appartiene ad altri, giacché l'errore sull'appartenenza altrui del bene fanno venire meno il dolo.

L'oggetto materiale del reato di furto è la cosa mobile altrui. Secondo la più recente giurisprudenza, in materia di reati
contro il patrimonio, per cosa mobile, si intende qualsiasi entità di cui sia possibile la fisica detenzione, sottrazione,
impossessamento od appropriazione.

Art 624 bis furto in abitazione


L’ obiettivo della norma è quello di Tutelare la sicurezza del soggetto che si trova in un luogo di privata dimora nel
momento di realizzazione della sottrazione, trattandosi di un reato complesso, composto da un furto comune e una
violazione di domicilio.
Reato plurioffensivo che viola il patrimonio e il domicilio. Il bene protetto è la relazione di fatto tra la persona e la
cosa mobile. Ai fini della configurazione del furto non è necessario che il soggetto a cui è sottratta la cosa ne sia
proprietario, essendo sufficiente la mera detenzione. Al dolo specifico del furto (finalità di trarre un profitto) si affianca
la coscienza e la volontà d'introdursi in un luogo e la consapevolezza che la dimora o la sua pertinenza è altrui.
Soggetto agente: Chiunque. Soggetto passivo: Il possessore della cosa mobile che viene sottratta. Consumazione: Il
furto in abitazione si consuma quando il soggetto, dopo aver fatto ingresso nel luogo di privata dimora, si
impossessa del bene mobile altrui.

Art 625 circostanze aggravanti del furto


il furto è aggravato es se il colpevole usa violenza sulle cose o si vale di un qualsiasi mezzo fraudolento, o se il
colpevole porta in dosso armi o narcotici, senza farne uso. Se ne fa uso la condotta configura il delitto di rapina;etc
etc

Art 628 rapina

commesso da “chiunque, che per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o
minaccia, s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene�? (comma 1) o da chi “adopera
violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa sottratta,
o per procurare a sé o ad altri l’impunità�? (comma 2).
la norma distingue due diverse figure criminose: la rapina “propria�? (di cui al comma 1), in cui la sottrazione si
realizza per mezzo della violenza o della minaccia, e quella “impropria�? (di cui al comma 2), in cui, dopo la
sottrazione, l’agente utilizza la violenza o la minaccia per assicurare a se stesso o ad altri soggetti il potere di fatto sulla
cosa sottratta o l’impunità dal reato commesso.
Elementi costitutivi delle due figure sono il furto e la violenza privata che insieme costituiscono il reato
complesso (ex art. 84 c.p.) di rapina, realizzato attraverso una diversa successione delle condotte che lo compongono e
da una differente direzione finalistica della violenza o della minaccia che assumono in entrambe un ruolo centrale,
precedendo lo spossessamento ed essendo allo stesso funzionali. Il reato di rapina è pacificamente considerato dalla
natura plurioffensiva in quanto lede sia il patrimonio che la libertà personale della vittima. L'elemento soggettivo
richiesto per l’integrazione del reato è il dolo specifico, ossia la coscienza e la volontà di impossessarsi della cosa
mobile altrui, sottraendola a chi la detiene mediante l’uso della violenza o della minaccia, al fine di trarne, per sé o per
altri, un ingiusto profitto
È configurabile il tentativo, allorquando, pur esercitando violenza o minaccia, il soggetto agente non riesca ad
impossessarsi della cosa mobile altrui
la violenza e la minaccia rappresentano, rispettivamente, il mezzo, precedente o concomitante, all’impossessamento,
attraverso cui si realizza l’offesa al patrimonio, e lo strumento per assicurare all’agente il possesso della cosa sottratta.

Art 629 estorsione


l'estorsione è il reato commesso da chi, con violenza o minaccia, costringequalcuno a fare o a non fare qualcosa per
trarre per sé o altri un ingiusto profitto con altrui danno. 
Si tratta di un reato comune, poiché può essere commesso da chiunque, e plurioffensivo poiché, pur essendo
classificato tra i delitti contro il patrimonio, lede altresì l'interesse personale all'autodeterminazione e all'integrità fisica
del soggetto passivo. 

Rispetto all'elemento oggettivo, la condotta è integrata dalla costrizione mediante violenza o minaccia nei confronti di
taluno per fargli commettere determinati comportamenti attivi o omissivi. 
L'evento conseguenza della condotta è quadruplice e consiste:
- nella coazione relativa: violenza o minaccia personale o reale rilevano nella misura in cui siano in grado di
condizionare la volontà della vittima avendo riguardo al parametro della normale impressionabilità;
- nel compimento dell'atto di disposizione: un dare, facere o non facere aventi ad oggetto qualsiasi elemento attivo
del patrimonio;
- nel danno altrui: il nocumento causato dalla disposizione dovuta alla vis è insito nello stesso atto di disposizione;
- nel profitto ingiusto: in assenza di un'utilità esorbitante o non dovuta, che non si fonda su una pretesa riconosciuta o
tutelata dall'ordinamento, si avrebbe il diverso reato di violenza privata.
Essendo reato di evento, l'estorsione sussiste solo quando tutti gli eventi sono realizzati. 

Rispetto all'elemento soggettivo, è sufficiente il dolo generico, ovvero la coscienza e volontà di usare violenza o
minaccia al fine di costringere il soggetto passivo a porre in essere una condotta che procurerà l'ingiusto profitto per il
reo o per altri, con la consapevolezza di agire illegittimamente.

Art 630 sequestro di persona a scopo di estorsione


Essa consiste dunque nel sequestrare una persona, con il fine di costringere la persona sequestrata o altri a versare un
prezzo per la liberazione.
Il reato può essere commesso sia in forma attiva che omissiva, qualora il soggetto agente abbia l'obbligo giuridico di
proteggere il sequestrato.
L'ingiusto profitto deve essere precipuamente preso di mira come contropartita per la liberazione, configurandosi
altrimenti il concorso materiale tra estorsione e sequestro di persona.
Come già accennato, il legislatore non pretende il conseguimento del profitto ai fini della consumazione, pertanto il
tentativo risulta configurabile tutte le volte in cui la privazione della libertà personale non riesca a consolidarsi per
l'intervento di fattori esterni. La norma richiede il dolo specifico, ovvero la volontà di conseguire un ingiusto profitto
come prezzo per la liberazione.
l comma due disciplina un evento aggravatore del reato, qualora dal sequestro derivi la morte del soggetto passivo, non
voluta dal reo, mentre il comma tre disciplina una forma di reato complesso tra sequestro a scopo di estorsione ed
omicidio, comminando la pena dell'ergastolo.
Il comma quattro prevede una riduzione di pena qualora uno dei concorrenti si dissoci e si adoperi al fine di far
conseguire la libertà all'ostaggio.

Art 635 danneggiamento


oggi, il "semplice" atto del danneggiare oggetti che non sono di proprietà esclusiva dell'agente non ha più rilevanza
penale, ma rappresenta un'ipotesi di illecito amministrativo.
Esso è punito con una sanzione civile compresa tra 100 euro e 8mila euro. Per fare qualche esempio, ci si riferisce ai
casi in cui oggetto del danneggiamento siano dei beni personali (come ad esempio il telefonino) o dei veicoli non
parcheggiati sulla pubblica via o in parcheggi pubblici.
 le ipotesi di danneggiamento aggravato restano delle ipotesi di reato e, quindi, sono ancora penalmente rilevanti. Ci si
riferisce, in particolare, ai casi in cui l'azione è commessa:
con violenza o minaccia alla persona; in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al
pubblico o di sciopero o dell'interruzione di un servizio pubblico o di pubblica necessità; su edifici pubblici o destinati
a uso pubblico o all'esercizio di culto o su cose di interesse storico-artistico
Dal punto di vista soggettivo, è il dolo generico l'elemento psichico richiesto per l'integrazione della fattispecie: è
necessario, cioè, che il danneggiante avesse, al momento della commissione del fatto, sia la coscienza e volontà di
aggredire il bene, sia la consapevolezza che tale bene appartenesse ad altri.

Art 640 truffa


Si tratta di un delitto contro il patrimonio procedibile a querela di parte tranne che nelle ipotesi di truffa aggravata.

la condotta penalmente rilevante, posta in essere da chi commette il reato di truffa, si concretizza nel compimento di un
artificio o un raggiro con il quale la vittima viene indotta in errore.
L'artificio, in particolare, è il mezzo con il quale si fa apparire come vera una situazione che in realtà non è tale o si
dissimula una circostanza in realtà inesistente. Attraverso l'artificio, in sostanza, la realtà esterna viene trasfigurata e
camuffata.
Il raggiro, invece, è posto in essere affermando il falso in maniera tale da convincere un'altra persona di una determinata
circostanza, orientandone il comportamento in maniera fuorviante.
Altro elemento fondamentale perché si configuri il reato di truffa è rappresentato dall'induzione in errore di un soggetto
terzo, per conseguire un ingiusto profitto patrimoniale.
l'induzione in errore non basta perché si configuri il reato di truffa se mancano due ulteriori elementi: il profitto
dell'agente e il danno altrui.

Il profitto, in particolare, può essere di varia natura e avere quindi, a seconda dei casi, carattere patrimoniale, morale o
affettivo. Il danno, invece, deve avere necessariamente natura patrimoniale e deve consistere in una lesione concreta e
non solo potenziale.
L'elemento soggettivo del reato di truffa è rappresentato dal dolo generico. Esso, quindi, è rappresentato dalla coscienza
e dalla volontà di indurre taluno in errore con artifici o raggiri e, in tal modo, di determinarlo a compiere un atto di
disposizione patrimoniale, con altrui danno e profitto ingiusto per il truffatore.

Art 641 insolvenza fraudolenta


Il reato di insolvenza fraudolentasi pone, dal punto di vista del disvalore del fatto, in una posizione "mediana" tra il
più grave reato di truffa ed il mero inadempimento contrattuale di natura civilistica. Da una parte abbiamo il creditore
che confida nella solvibilità del debitore, dall'altra abbiamo l'agente che contrae un'obbligazione col proposito di non
adempierla, dissimulando il proprio "reale" stato di insolvenza. Lo stato di insolvenza si pone come presupposto del
reato, la sua dissimulazione ne è l'elemento caratterizzante, l'inadempimento dell'obbligazione fissa il momento
consumativo, mentre il proposito di non adempierla è premessa indispensabile.
Bene giuridico protetto: Buona fede contrattuale.
Soggetto attivo: Chiunque.
Elemento soggettivo: Il dolo è composito e consiste: nel proposito iniziale di non adempiere l'obbligazione e,
successivamente, nella volontà consapevole di non adempiere l'obbligazione, e nel dissimulare il proprio stato di
insolvenza. Consumazione: nel momento dell’inadempimento.

Art 644 usura


si configura il reato di usura quando taluno si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in
corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari. La legge stabilisce il limite
oltre il quale gli interessi sono sempre usurari.

La norma distingue, pertanto, due fattispecie di usura: l'usura presunta che ricorre quando si eccede la soglia
d'usura e l'usura concreta che ricorre nel caso di abuso dello stato di difficoltà della vittima, quale strumento di
lucro indebito attraverso la sproporzione delle prestazioni.
Si discute in dottrina su quale sia il bene giuridico in concreto tutelato: per taluni si tratterebbe di garantire
l'ordinamento del credito o più in generale l'economia pubblica; altri autori fanno riferimento all'autonoma
determinazione del contenuto del contratto e agli interessi attinenti alla sfera personale e patrimoniale della vittima; vi è
chi individua il bene tutelato nel patrimonio individuale
L'usura viene comunemente definita come delitto a dolo generico sorretto dalla rappresentazione e volontà di
concludere un contratto sinallagmatico con interessi o vantaggi usurari ovvero, nell'ipotesi di usura in concreto,
sproporzionati avuto riguardo alle condizioni di difficoltà economica o finanziaria della vittima.
 il momento consumativo del reato, qualora alla promessa degli interessi usurari segua la loro effettiva corresponsione
rateizzata nel tempo, coincide con tale corresponsione.

Art 646 appropriazione indebita


punisce chi, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria del denaro o di una cosa mobile altrui, della
quale abbia, a qualsiasi titolo, il possesso. Si tratta di reato plurioffensivo, in quanto colpisce congiuntamente: il diritto
di proprietà e il legame di fiducia che lega il proprietario al possessore.
Elemento soggettivo è il dolo specifico in quanto oltre alla rappresentazione della coscienza e della volontà  di
appropriarsi della cosa mobile altrui posseduta, occorre lo specifico ed ulteriore scopo di procurare a sé o ad altri un
ingiusto profitto.
Il reato di appropriazione indebita si intende consumato quando il soggetto che ha la disponibilità  della cosa pone im
essere un comportamento idoneo a esprimere la volontà  di appropriarsene in via definitiva.
Differenza con il reato di furto: Presupposto dell’appropriazione indebita, che vale a distinguerla da quella del reato di
furto, è la situazione di possesso della cosa altrui, sorto in base a qualsiasi titolo, purché non idoneo al trasferimento
della proprietà .
Art 648 ricettazione
Il reato di ricettazione è posto in essere da chi acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un delitto o si
intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare, con il fine di procurare un profitto per sé o per altri. A proposito di
condotta, la ricettazione si configura come reato a forma vincolata, integrato dall'acquisto, dalla ricezione o
dall'occultamento di denaro o cose provenienti da delitto.

Art 648 bis riciclaggio


Il riciclaggio può essere definito come l'insieme delle operazioni poste in essere per "lavare" il denaro, i beni o altre
utilità di origine illecita, allo scopo di far perdere le tracce della loro provenienza delittuosa.
Le condotte di riciclaggio non offendono solo l'ambito patrimoniale, ma incidono sull'interesse all'accertamento dei
fatti, inquinano l'economia, ledono il mercato, falsano la libera concorrenza per cui il bene giuridico tutelato è sia
l'amministrazione della giustizia ma anche l'ordine pubblico e l'ordine economico.
L'elemento soggettivo è rappresentato dal dolo generico, essendo richiesta la coscienza e la volontà di
sostituire/trasferire i proventi illeciti o di compiere altre operazioni di intralcio all'accertamento della verità. Soggetto
attivo: chiunque. Elemento oggettivo:
Affinché si realizzi il delitto di riciclaggio, è necessaria la commissione di un reato presupposto, costituito da qualsiasi
delitto non colposo, ivi compresi quelli tributari, societari e finanziari. La condotta incriminata si presenta a sostituire o
trasferire denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo,a compiere altre operazioni in modo da
ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa. Nel concetto di sostituzione rientrano tutte le attività dirette al
"lavaggio" del denaro sporco, al fine di separarlo da ogni possibile collegamento con il reato che lo ha originato, quindi
significa rimpiazzare il denaro o i valori sporchi con quelli puliti. La condotta di trasferimento, invece, è una
specificazione della sostituzione che colpisce le condotte di movimentazione (da un soggetto ad altro soggetto o da un
luogo ad un altro)
Si tratta di reato istantaneo, che si considera quindi consumato con il compimento della sostituzione, del trasferimento
o delle operazioni ostacolanti l'accertamento della provenienza delittuosa dei beni.

Art 648 ter autoriciclaggio


La norma in esame codifica un reato plurioffensivo, dato che, oltre al patrimonio, vengono tutelati altri beni giuridici
come l'amministrazione della giustizia, l'ordine pubblico, l'ordine economico-finanziario.

Trattasi di reato proprio, che può essere commesso solamente dall'autore del reato presupposto o dal concorrente nel
medesimo.
La condotta consiste nell'impiego, nella sostituzione, nel trasferimento in attività economiche di denaro, beni o
altra utilità di provenienza illecita, in modo da ostacolarne l'identificazione, da parte di chi abbia commesso lo stesso
delitto presupposto o da parte del concorrente nello stesso.