Sei sulla pagina 1di 104
RYSZARD KAPUSCINSKI ee ae See si Maria Nadoiti: In uno dei tuoi primi li- bri. Another day of life, un reportage sulle guerre in Angola ancora inedito in Italia, hai scritto: “é sbagliato scrivere di qualcuno senza averne condiviso almeno un po’ la vi- 24" (p. 66). In Imperium, testimone della “moderniz- zazione” di una citta, scrivi: “Davanti all’al- bergo dove abito stanno demolendo un vecchio quartiere di Erevan. Buttano git an- tiche casette, porticati, logge, giardinetti pensili, aiole, zolle, miniruscelli e cascatelle im miniatura, tetti coperti da tappeti di fiori, staccionate soffocate da viluppi di vite; ab- dattono scale in legno, spaccano panchine appoggiate contro i muri delle case, distrug- gono ripostigli per legna e pollai, portoni e cancellettt. Tutto svanito. La gente guarda 1 bulldozer avventarsi su questo paesaggio :colpito dagli anni (al suo posto saranno piazzate le {ondamenta di un grande blocco abitativo in cemento), stritolare e trasforma- 29 re jn immondizia queste stradine verdi, que- sti cantucci raccolti e silenziosi. La gente sta lie piange. Sto li anch’io e piango con loro” (pag. 101). In La prima guerra del football e altre guerre di poveri, in una sorta di digressione auto- biografica che fa luce sulla natura e la misu- ra del tuo impegno di scrittore e giornalista, serivi: “In Africa mi sono ammalato spesso, perché i tropici producono tutto in eccesso, a dismisura... Non ¢@ scampo: se si vuole pe- netrare negli angoli pili oscuri, traditori c in- tatti di questa terra, bisopgna essere pronti a pagarlo con la salute se non con la vita. Ma cos) accade per tutte Je passioni rischiose... Qualctno risolve la situazione con un’esi- stenza paradossale, vale a dire che appena ar- rivato in Africa si rintana jn un buon albergo, non esce mai dai quartieni dei bianchi e, an- che se da un punto di vista geografico si tro- va in Africa, in realta continua a stare in Europa, in un surrogato d’Europa a formato nidotto. Si tratta comunque di un espediente indegno di un vero viaggiatore e impossibile per un corrispondente che deve verificare tutto sulla propria pelle” (pag. 161). La tua opera pid: recente, Ebano, @ Ja fo- togvatia di un’Alrica vista da dentro e dal basso, il tentativo riuscilo di un’osservazio- 30 ne partecipante € a suo modo militante del- « mille vite di un continente che per molti continua a essere niente pi che un immen- so buco nero sulla mappa del mondo. Vorrei dunque invitarti a partire proprio ca qui, dal racconto e dalle motivazioni di un agire giornalistico improntato a una scelta etica molto forte e alla necessita del rischio, cell’esperienza dirctta, della condi- Visione. Ryszard Kapuscinski: Innanzi tutto vorrei esprimere la mia grande gioia di essere qui. Non é la prima volta che partecipo a un mee- ting di giornalisti qui in [alia ¢ ho bellissimi ricordi di questi incontri. In secondo luogo vorrei dire che sono contento di vedere tanti Zovani. La nostra professione ha bisogno di nuove torze, nuove visioni, nuova immagina- zione, perché negli ultimi tempi é cambiata in modo tremendo. Voi siete nati per portare a compimento un lavoro appena avviato. Il Zornalismo sta attraversando una grande ri- voluzione elettronica. Le nuove tecnologie facilitano enormemente i] nostro lavoro, ma non ne prendono il posto. Tutti i problemi della nostra professione, le nosire qualita, la nostra Manualita rimangono inalterati. Qualsiasi scoperta o miglioramento {eenico puo certamente aiutarci, Ma non puo sosti- tuirsi al nostro lavoro, alla nostra dedizione ad esso, al nostro studio, al nostro esplorare ¢ Ticercare. Nel nostro mestiere vi sono alcuni ele- menti specilici molto importanti. Il primo clemento @ una certa attitudine ad accettare di sacrificare qualcosa di noi. E una professione Molto esigente, questa. Tut- te Jo sono, ma la nostra in modo particola- re. Ho omotivo oe che noi ci conviviamo ventiquattro ore al giorno. Non possiamo chitidere il nostro “desk” alle quattro del po- meriggig © passare a occupazioni diverse. Questo & un mestierc che prende tutta la vi- ta, non ¢'é altro modo di esercitarlo. O al- meno di farlo in modo pertetto. Va detto, naturalmente, che ess pud es- sere svolto appicno a due livelli molto di- versi. A Jivello artigianale. come avviene per il novanta per cento dei giornalisti, non diffe- risce in niente da un lavoro comune come quello del calzolaio o del giardiniere. EF il li- vello pit: basso. Ma c’é poi un livello piti alto, che ¢ quello creativo: & quello in cui, nel lavoro, mettia- moun po’ della nostra individualita e delle nostre ambizioni. E ci richiede davvero a? tutta Ja nostra anima, il nostro attaccamen- ta, il nostro tempo. Il secondo clemento della nostra protes- sione ¢ i] costante approfondimento delle ostre conoscenze. Vi sono professioni per le quali normalmente si va all’universita, si ottiene il diploma eli finisce lo studio. Per il resto della vita si deve semplicemente am- mipistrare cid che si ¢ imparato. Nel giorna- lismo, invece, l'aggiornamenta e lo studio costanti sono la conditio sine qua non. I no- stro lavoro consiste nellindagare ¢ nel de- scrivere il mondo contemporaneo, che é in continuo, profondo, dinamico e rivoluziona- rio cambiamento. Da un giorno allaliro noi dobbiamo sveuire tutto questo cd essere in grado di prevedere i] futuro. Percié bisogna costantemente studiare ¢ imparare. Ho mol- ii amici di grande qualita insieme ai quali ho cominciato a fare il giornalista e che dopo pochi anni sono spariti nel nulla. Essi crede- vano molto nei loro talenti naturali, ma que- ste capacita nella nostra professione si esauriscono molto presto; cosi sono rimasti senza risorse e hanno smesso di Javorare. C’é una terza qualita importante per la no- stra professionc, ed é non considerarla come un semplice mezzo per arricchirsi. Per que- sio ci sono professioni che consentono di guadagnare molto meglio e piti velocemen- te. All'inizio il giornalismo non da molti pro- fitti. Infatti quasi tutti i giornalisti alle prime armi sono gente povera, ¢ per vari anni non godono di una situazione finanziaria molto florida. Si tratta di una professione dalla pre- cisa struttura {cudale: si sale di livello solo con Teta ¢ ci vuole tempo. Si incontrano molti giovani giornalisti pieni di frustrazio- ni, percheé lavorano tanto ad un salario mol- to basso, poi perdono i] lavoro e magari non riescono a trovarne un altro. Tutto questo fa parte della nostra professione. Percid, siate pazienti e lavorate. J nostri lettori, ascoltato- ri, telespettatori sono persone molto giuste, che riconoscono in fretta la qualita del no- stro lavoro ¢ altrettanto velocemente comin- ciano ad associarla al nostro nome; sanno che da quel nome riceveranno un buon pro- dotto. Questo @ il momento in cui si diventa giornalisti stabili. Non sara il nostro diretto- re a deciderjo, ma i lettori. Per arrivare fin qui occorrono, perd, le qualita di cui ho parlato all inizio: sacrificio e studio continuo, La domanda di Maria riguardava il peso che lesperienza personale ha su cid che si sta scrivendo,. Dipende. NeJla nostra profes- sione si possono fare cose molto diverse. 44 Con l’eta ci si specializza in una particolare carriera. In generale i giornalisti si dividono in due grandi categorie. La categoria dei servi del- ‘a gleba e la categoria dei direttori. Questi ultimi sono i nostri padroni, coloro che det- ‘ano le regole, sono dei re, decidono. Jo non sono mai stato direttore, ma so che oggi non corre essere un giornalista per esscre a ca- po dei media. Infatti, la maggioranza dei di- vettori e dei presidenti delle grandi testate e dei grandi network non sono aftatto giorna- ‘sti. Sono dei grandi manager. La situazione ha cominciato a cambiare quando il mondo ha capito, non molto ‘empo fa, che l’informazione é un grande ousiness. Prima, all’inizio del secolo, |'informazio- wie aveva due facce. Poteva mirare alla ricer- -a della verita, all'individuazione di cié che accade veramente, e a informarne la gente nel tentativo di indirizzare la pubblica opi- nione. Per l’informazione la verita era la qualita principale. 1] secondo modo di concepire ]'informa- zione era di trattarla come uno strumento di lotta politica. I giornali, le radio, la televisio- fe ai suoi esordi erano strumenti di diversi partiti ¢ forze politiche in lotta per i propri 35 interessi. Cosi, ad esernpio, nel XIX secolo, in Francia, Germania o Italia, ogni partito e ogni grande istituzione avevano la loro stampa. Linformazione, per questa stampa, non era la ricerca della verita, ma era gua- dagnare spazio e scontiggere il proprio ne- mico. Nella seconda meta del secolo XX, special- mente negli ultimi anni, dopo la fine della Guerra Fredda, con la rivoluzione dell’elet- tronica e della comunicazione, improwisa- mente i] grande mondo degli affari scopre che la verita non é importante, e che neanche la lotta politica @ importante: che, nell’infor- mazione, cid che conta é l’attrazione, E, una volta che abbiamo creato ]'informazione-at- trazione, possiamo vendere questa informa- zione ovunque. Pit: l'informazione é attraente, pill denaro possiamo guadagnare con essa. Cosi l'informazione si é totalmente sepa- rata dalla cultura: ha cominciato a fluttuare nell’aria; chiunque abbia soldi pud prender- la, diffonderla e fare ancora piu soldi. Quindi, oggi, ci troviamo in un’era dell’in- formazione del tutto diversa. Nella situazio- ne attuale il fatto nuovo @ questo. Ed é questo i] motivo per cui, improvvisa- mente, a capo dei pit) grandi network televi- 36 sivi troviamo persone che non hanno asso- lutamente nulla a che fare con il giornali- smo, che sono soltanto dei grandi uomini daffari, legati a grandi banche o compagnie aj assicurazione o a un qualsiasi altro ente fornito di molto denaro. Liinformazione ha cominciato a “rendere” e a rendere in modo veloce. Quella attuale, pertanto, é una situazione in cui nel mondo dell’informazione stanno entrando sempre pit soldi. C%é anche un altro problema. Quaranta, -inquant’anni ta un giovane giornalista po- “zva andare dal proprio capo e sottoporeli i propri problemi professionali: come scrive- re, come fare un reportage alla radio o alla televisione. E il capo, che di solito era piti nziano di lui, gli avrebbe parlato della sua :yperienza e dato dei buoni consigli. Ora provate ad andare da Mr. Turner, che in vita sua non ha mai fatto i] giornalista e che raramente legge i giornali o guarda la te- -2visione: non potra darvi alcun consiglio, perché non ha la pit pallida idea di come si faccia iJ nostro mestiere. I] suo scopo e la sua regola non sono di migliorare la nostra pro- fessione, ma solamente di guadagnare di pit. Per queste persone, vivere Ja vita della gen- “~ comune non é importante né necessario; 37 la loro posizione non é costruita sull’espe- vienza di giornalista, ma di nioney-maker. Per noi giornalisti che lavoriamo con le persone, che cerchiamo di comprendcre le loro storie, che dobbiamo esplorare € inve- stigare, l’esperienza personale é naturalmen- te fondamentale. La fonte principale della nostra conoscenza giornalistica sono “gli al- tri’. Gli altri sono coloro che ci dirigono, ci danno le loro opinioni, interpretano per noi il mondo che tentiamo di capire e descrivere. Non c’é giornalismo possibile fuori dalla relazione con gli altri esseri umani. La rela- zione con gli altri @ ]'elemento imprescindi- bile de] nostro Javoro. Nella nostra professione é indispensabile avere qualche nozione di psicologia, sapere come rivolger- ci agli altri, come trattare con loro ¢ com- prenderli. Credo che per fare del giornalismo si deb- ba essere innanzi tutto deg uomini buoni, o delle donne buone: dei buoni esseri uma- ni. Le persone cattive non possono essere dei bravi giornalisti. Se si € una buona per- sona si puo tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le Jo- ro difficolta, le loro tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino. E una qualita che in 3a nsicologia viene chiamata “empatia”. Attra- verso l'empatia si pud capire i] carattere del nroprio interlocutore e condividere in ma- sdera naturale ¢ sincera i} destino e i pro- slemi degli altri. In questo senso, il solo modo per fare be- =e i] nostro lavoro @ scomparire, dimenti- carci della nostra esistenza. Noi esistiamo sulamente come individui che esistono per 2 altri, che ne condividono i problemi e yrovano a risolverli, o almeno a descriverli. {| vero giornalismo é@ quello intenzionale, vale a dire quello che si da uno scopo e che nira a produrre una qualche forma di cam- jamento. Non c’é altro giornalismo possibi- xv. Parlo owviamente di buon giornalismo. Se ggete gli scritti deci migliori giornalisti - Ic :pere di Mark Twain, di Ernest Hemingway, ai Gabriel Garcia Marquez -, vedrete che si tratta sempre di giornalismo intenzionale. Stanno Jottando per qualcosa. Raccontano ner raggiungere, per ottenere qualcosa. Que- sto € molto importante nella nostra profes- sione. Essere buoni e sviluppare in noi stessi .a categoria dell’empatia. Senza questc qualita, potrete essere dei huoni direttori, ma non dei buoni giornali- su. E questo per una ragione molto sempli ce: perché Ja gente con la quale dovete 39 Javorare - e il nostro lavoro sul campo é un lavoro con la gente — scoprira immediata- mente le vostre intenzioni e i] vostro atteg- giamcnto verso di essa. Se percepiscono che siete arroganti, non realmente interessati ai loro problemi, se scoprono che siete andati hi solo per fare qualche fotografia o racco- gliere un po’ di materiale, le persone reagi- ramno immediatamentc in modo negativo. Non \i parleranno, non vi aiuteranno, non vi risponderanno, non saranno amichevoli. E certamente non vi forniranno i] materiale che cercate. E senza l'aiuto degli altri non si pud scri- vere un reportage. Non si pud scrivere una storia. Ogni reportage — anche se firmato so lo da chi I’ha scritto — in realta é il frutto del lavoro di molti. I] giornalista ¢ l’estensore fi- nale, ma il materiale ¢ tornito da moltissimi individui, Ogni buon reportage é un lavoro collettivo, ¢ senza uno spirito di collettivita, di cooperazione, di buona volonta, di com- prensione reciproca, scrivere ¢ impossibile. Questo é il minimo che io possa risponde- re a questa domanda, che era molto lunga e complicata. MN: “Laltro” scelto da Kapuscinski non @, per, un altro generico. Tu hai affermato in qn ut occasioni che “l’altro” a cui sei interessa- io e il povero. In Lapidaritun, per esempio, dici: “I! tema della mia vita sono i poveri”. In La prima guerra del football e altre guerre di poveri, citando i) Lévi-Strauss di Tristi tropi- ci. hai scritto che Ja tua decisione di fare il Teporicr dai pacsi del Terzo mondo esprime- va una profonda incompatibilita verso il tuo -uppo, la tua cultura, il tuo pacse... RK: ...vedi, il problema dello scrittore che rive da molti anni é che i) mondo e noi stessi cambiamo continuamente. Tante vol- t@ mi ricordano che ho scrilto questo o quel- lo € io rispondo: & impossibile. Allora mi dicono: ma é scritto qui. Si, ma il libro é sta- to stampato trenta o quaranta anni fa. Daal- lora tutto & cambiato. E impossibile vivere ne! mondo contemporanco senza cambiare @ senza adattarsi ai cambiamenti. Perché la nostra materia é in costante mutamento. E AO} stiamo tentando di descrivere il mondo contemporanco con eli strumenti che anda- yano bene quaranta anni fa, e che oggi sono completamente obsoleti, fuori fuoco. La nostra professione ha bisogno di conti- nui aggiustamenti, modificazioni, migliora- menti. Certo, dobbiamo attenerci a certe regole generali. Essere eticamente corretti, ad esempio, é una delle principali responsa- bilita che abbiamo. Per jl resto i} nostro sog- getto é in continuo movimento. Io, ad esempio, mi sono specializzato nei problemi dei paesi del Terzo mondo — Africa, Asia e America Latina -, ai quali ho dedicato quasi tutta la mia vita professionale. Il mio primo lungo viaggio fu in India, Pakistan e Afgha- nistan, nel 56. Quindi sono piii di quaran- tanni che viaggio nei pacsi del Terzo mondo. Ci ho vissuto permanentemente per pit di ventanni, perche cercare di conoscere altre civilta e culture con una visita di tre giorni o di una settimana non serve a nulla. Quando ho iniziato a scrivere su questi paesi, dove la maggioranza della popolazio- ne vive in poverla, Mi sono reso conto che quello era l’argomento a cui volevo dedicar- mi. Scrivevo, tuttavia, anche per alcune ra- gioni etiche: intanto perché i poveri di solito sono silenziosi. La poverta non piange, la poverta non ha voce. La poverta soffre, ma soffre in silenzio. La povert4 non si ribella. Avrete situazioni di rivolta solo quando la gente povera nutre qualche speranza. Allora si ribella, perché spera di migliorare qual- cosa. Nella maggior parte dei casi si sbagjia; ma l'elemento della speranza ¢ fondamenta- le perché la gente agisca. Nelle situazioni di 42 perenne poverta, la carattcristica principale 2 la mancanza di speranza. Se sei un pove- ro agricoltore in uno sperduto villaggio in diano, per te non c’é speranza. La gente losa pertettamente. Lo sa da tempo immemora- bile. Questa gente non si ribellera mai, Cosi ha bisogno di qualcuno che parli per lei. Questo 2 uno degli obblighi morali che abbiamo quando scriviamo di questa infelice parte della famiglia umana. Perché sono tutti no- 3m fratelli ¢ sorelle. Ma sfortunatamente so- uo fratelli c sorelle poveri. Che non hanno voce. La mia intenzione, pero, ¢ pill ambiziosa. Non intendo limitarmi a scrivere di poveri o di ricchi, perché questo é@ principalmente compito di una serie di organizzazioni, dal- ze chiese alle Nazioni Unite. La mia inten- Zione é piuttosto quella di mostrare a tutti noi europei - che abbiamo una mentalita molt eurocentrica — che l'Europa, o meglio tana sua parte, non é la sola cosa esistente al mondo. Che Europa ¢ circondata da un im- menso e crescente numero di culture, socie 2a, religioni e civilta differenti. Vivere in un pianeta che € sempre pit interconnesso si- amifica tenere conto di questo, e adattarci a ‘ana situazione globale radicalmente nuova. B Prima cra possibile vivere separati, senza conoscere nulla gli uni degli altri e da un pacse all’altro. Ma nel ventunesimo secolo non lo sara pitt. Quindi dobbiamo lenta- mente - 0 meglio rapidamente — adattare a questa nuova situazione i] nostro immagi- nario, i! nostro tradizionale modo di pensa- re. Cosa che é ovviainente motto difficile, in molti casi pressoché impossibile in tempi brevi. I] nostro immuaginario ¢ stato educato a pensare per piccole unita: di famiglia, di tri- bu, di socicta. Ne] diciannovesimo secolo si pensava in termini di nazionce, di regione o di continente. Ma non abbiamo strumenti né esperienza per pensare su scala elobalc, per capire cosa cssa significhi, per accor- gerci di come le altre parti del pianeta ci in- fluenzino e come noi influenziamo loro. In altre parole ¢ molto difficile capire che ognuno di noi é un essere umano connesso agli altri esseri umani, che dobbiamo im- maginarci come figure dotate di moltissimi filic legami che vanno in ogni direzione; per moltié difficile accettare questa realta, ecco perché viviamo tante tensioni, depressioni, stress. Nel mio caso, proprio perché vivevo in questi continenti, }o tentato di far capire al- 44 traverso i miei scritti che viviamo un mo- ~nento di grande rivoluzione, a cui tutti prendiamo parte; e che in primo luogo dob- biamo comprendere la situazione e quindi auattarci a essa. MN: Quali sono le fonti su cui lavori e do- we le cerchi? RK: Le fonti sono diverse. In pratica sono di tre tipi: la principale sono gli altri, la gen- te. La seconda sono i documenti, i libri, gli articoli sul tema. La terza fonte é il mondo che ci circonda, in cui siamo immersi. Colo- i, temperature, atmosfere, clima, tutto cid che @ chiamato ézponderabilia, che é diffici- ie da definire e che pure ¢ una parte sostan- dale della scrittura. il problema principale, oggi, é che le pri- me due fonti starno crescendo incessante- mente. Da qualunque parte si vada, ci sono sempre pil persone. La selezione delle per- sone che vogliamo come “materiale” per i rostri reportage ¢ una questione di scelta fatia grazie all'intuito e alla fortuna. E su uesto é jmpossibile dare definizioni o for- hire ricette. Una delle cose fondamentali da capire é@ zbe nella maggior parte dei casi la gente su 45 cui scriveremo, la incontriamo per un bre- vissimo periodo della loro e della nostra vi- ta. Talvolta vediamo qualcuno per cinque o dieci minuti, stiamo andando in altri luoghi e quella persona non Ja incontreremo mai pitt. Quindi il segreto di tutto sta nella quan- tita di cose che queste persone sono capaci di dirci in un tempo cosi breve. II problema é che le persone, al primo contatto, sono di solito molto silenziose, non hanno voglia di parlare. E un’esperienza che appartiene a tutti: bisogna aveve il tempo di adattarsi al- laltro. Ma quci pochi minutia volte sono gli unici che avete per parlare con una persona! Per un giornalista, se quei minuti passano in silenzio o danno vita a una comunicazione insoddisfacente, l’incontro é un fallimento. I successo dipende allora da situazioni che sono completamente al di fuori del nostro controllo, quasi degli “incidenti”. Ln altro grande problema di questa pro- fussione, almeno sul piano del giomalismo internazionale, @ quello della lingua. E un problema costante dell’umanita. Anche qui, ogai, tra di noi, esiste il problema della lin- gua. Se io parlassi nella mia lingua materna, il polacco, mi esprimerei in un modo assai pit! interessante. Ma parlando in inglese, la lingua di un altro popolo, non sono in gra- to di andare troppo per il sottile e una serie di stumature vanno perdute. E Maria sta, ol- tretutto, traducendo da una lingua che a sua volta non é la sua. Quello della lingua é uno dei problemi cre- scenti nel mondo. Una delle caratteristiche del mondo contemporaneo é la crescita dei nazionalismi e delle lingue legate ad essi. Ogni nazione e ogni regione all'interno delle singole nazioni insiste sempre pili a voler parjare Ja propria lingua e non quella degli “ari”. Cid si ritlette anche sulla comunica- zione interpersonale. Se qualcuno vuole par- tare con mee deve farlo nella mia lingua, non riesce a esprimersi appieno. Vi faccio un é€sempio: recentemente é stato pubblicato un ubro sulla storia degli Stati Uniti. Vautore, cuando ha cercato i documenti relativi agli accordi scritti e firmati dai colonizzatori eu- jfopei che erano in fase di espansione e dai zapi delle tribt indigene, eli indiani d’Ame- rica, ha scoperto improwisamente che tutti questi trattati — in qualsiasi anno, luogo o si- Iniazione fossero stati adottati — erano scritti im una lingua estranea a una delle due con- aoparti. E in pit gli indiani che li firmarono erano analfabeti: oltre a non parlare quella Engua non sapevano neppure leggcre né bcrivere. Si é scoperto cosi che tutti questi 47 trattati, proprio a causa del problema della lingua, sono in gran parte dei falsi. E quindi la storia degli Stati Uniti d’America si fonda su un’errata comprensione della lingua. I] problema della lingua non é solo inter- nazionale, ma anche nazionale. Basti pen- sare alle diflerenze linguistiche esistenti in un pacse come il vostro, dove la lingua na- zionale convive con i dialetti, le lingue delle cosiddette minoranze ¢ le lingue dei gruppi di recente immigrazione. Ji problema della comunicazione, dun- que, é tremendo, specialmente per i giorna- listi, perché l'uso di un linguaggio preciso una questione molto delicata per la nostra scrittura. Ricapitolando: ¢’é un primo problema psi- cologico, che consiste nel dover parlare con persone mai incontrate prima di allora e nel cercare di ricavarne il pit: possibile in incon- tri di solito brevissimi. I] secondo problema é guello linguistico: spesso non riusciamo nemmeno a comunicare con I'altro, perché non conosciamo la sua lingua né abbiamo traduttori a disposizione. E cosi magari co- struiamo la storia solo su una percezione visiva, Vi faccio un esempio riportato anche in un mio libro, Le Shah, scritto nel periodo della 48 “voluzione khomeinista. Tale rivoluzione si 2sprimeva sotto forma di grandissime mani- iestazioni di strada. Quando ero a Teheran, ventanni fa, le lingue europec erano victate; la lingua locale era il farsi e io non lo parla vo. Le fonti ufficiali non avevano nessun in- ceresse a far sapere alla stampa estera che -usa succedeva dawvero nel paese. Le notizie relative a manifestazioni di piazza, assem- bramenti, eccetera, venivano regolarmente Jensurate. E, non conoscendo la lingua del posto, era davvero un problema trovare fon- ui alternative di informazione. Be’, mi ci é vo- luto un po’ di Lempo, poi misono accorto che Javorando su certi indizi, su certi microse- gnali in apparenza insignificanti, non cra difficile prevedere quello che si stava prepa- rando. Avevo notato che una piccola bottega di una via popolare di un certo quartiere, uno di quei negozietti che espongono le pro- prie mercanzie fin sulla strada, in determi- nati giorni non esponeva la propria merce o non apriva addirittura. Non mi ci é voluto molto a capire che potevo servirmi di questo segnale come di un dispaccio d’'agenzia pit che attendibile. A seconda dei movimenti di piazza, di cui era owiamente al corrente, i] proprietario della bottega sceglieva la sua li- gea di condotta, mandando cos} a dire a 49 chiunque voleva capire ]'anti/ona cosa aspet- tarsi, a che ora e in quale parte della citta. Ci sono molti casi come questo, ma era $o- lo per dire che nel nostro mestiere spesso bi- sogna fare grande attenzione non tanto alle cose che ct vengono dette dalla radio, dalla televisione o nelle conierenze stampa, ma a cid che ¢ semplicemente attorno a noie che rientra, appunto, nelle imponderabilia. Altro problema: ognuno di noj vede la sto- ria e i] mondo in maniera diversa. Se ognuno di noi andasse in un posto dove sta succe- dendo qualcosa ¢ volesse descriverlo, avrem- mo versioni completamente differenti di quegli eventi, ognuno Jj racconterebbe a mo- do suo. A chi credere? Quali sono i criteri? Ho una sorella di un anno pit giovane di me eacui vorlio molto bene; vive in Cana- da. Ci siamo visti due o tre anni fa. Da tan- to tempo aveva in mente di scrivere un libro sulla nostra infanzia in un piccolo villaggio dela Bielorussia, dove siamo cresciuti in- sieme e dove siamo sempre stali attaccatis- simi. Cosi ho provato a rispolverare insieme a lei i nostri ricordi della seconda guerra mondiale. Le ho chiesto di dirmi cosa ricor- dava di quegli anni, poi ho tirato fuori le mic memorie. Ebbene, pur avendo vissuto sem- pre assieme, ciascuno di noi ricordava cose 30) totalmente diverse. Continuavo a chiederle se ricordava alcuni episodi particolari ¢ lei rispondeva di no. E la stessa cosa avveniva per me quando era lei a domandare. Non @ che un esempio di quanto sia diffi- cile il nostro lavoro con gli aliri. Non perché ci vogliano imbrogliare, ma solo perché la nostra memoria funziona come un meccani- smo sclettivo. Intervistando persone diverse, avremo diversi racconti dello stesso evento. Prendiamo lesperimento tatto da una gran- de scrittrice messicana, Helena Poniatow- ska: nella storia recente del Messico é avvenuto un fatto molto tragico, il massacro di diverse centinaia di studenti a Citta del Messico nel 1968, nella Piazza di Tlatelolco. Poniatowska ha scritto un libro - il cui titolo 2 appunto La norte di Tlateloles — che consi- st2 in una pura cronaca, senza aleun com- mento, di questo evento che avvenne tutto in quella singola piazza, raccontato pero da al- cane centinaia di persone che vi assisteticro. E un libro che rivela qual ¢ il principale pro- blema di chi fa giornalismo: i racconti di questi testimoni sono !’uno diversissimo dal- Faltro, Ma, mentre Poniatowska ha scritto un libro di cinquecento pagine, per il giorna- 22 voi dovete raccontare una storia in tre pa- gine, oppure fare un servizio di appena un i minuto per la radio o Ja televisione. La sele- zione delle cose da scrivere é interamente af- fidata al vostro intuito, al vostro talento e ai vostri principi etici. Possiamo mentire senza volerlo, solo perché la nostra memoria é li- mitata o i ricordi sono sbagtiati, oppure a causa delle nostre emozioni. Lultimo problema riguarda il mutare dei nostri atteggiamenti ¢ dei nostri ricordi col passare del tempo. Talvolta, tra l’evento su cui abbiamo raccolto del materiale e i] mo- mento in cui ci accingiumo a scriverne, tra- scorre un lungo periody di tempo. E nel corso del tempo j nostri ricordi sono cam- biati. Tutto questo é sulo per dirvi quanto é dif- ficile la nostra protessione, se soltanto co- minciamo a farla seriamente. Domanda dal pubblico: Come ha co- minciato a girare il mondo? E prima di co- minciare a girarlo ¢ stato un po’ cinico anche lei nel cercare le notizie, come siamo un po’ tutti noi? RK; Ho cominciato a scrivere come pocta, Quando cro ancora a scuola ho pubblicato alcune poesie, il direttore di un quotidiano mi ha scoperto ¢ mi ha chiesto di lavorare ws he con loro appena avessi finito eli studi. Cosi ho completato Ja scuola a diciotto anni e il giorno dopo ho iniziato a lavorare come giornalista, Fin dal primo momento ho sco- perto quanto questa professione sia affasci- nante. Eravamo appena usciti dalla seconda guerra mondiale, l’'Europa era distrutta, molti profughi vagavano da una nazione al- Valtra, tra la poverta e le macerie. Pu’ sem- brare patetico, ma fu allora che si sviluppo in me la passione di descrivere la nostra po- vera esistenza umana. Mi interessava molto anche vedere il mondo, ma eravamo nel pe- viodo comunista e per noi era impossibile andare allestero. Poi venne un po’ di tran- guillita nei rapporti internazionali, ce dopo la norte di Stalin ci fu. a poco a poco concesso di viaggiare fuori dal nostro paese. Per il mio primo viaggio fui mandato in India, Paki- stan, Afghanistan. Fin da allora ho diviso il mio tempo professionale tra lo scrivere del mio paese e lo scrivere di altri paesi. Sono convinto che i] ventesimo secolo sia siato un secolo estremamente affascinante. Di solito viene descritto come un secolo di disastri: la prima e la seconda guerra mon- diale, le dittature, i regimi totalitari, fasci- smo, comunismo. lo credo che ne] ventesimo secolo abbiamo vissuto un'esperienza storica 53 unica: la creazione di un pianeta indipen- dente. Se prendiamo una cartina del nostro pianeta com’era all'inizio del secolo ¢ una di come é alla fine, avremo due situazioni com- plctamente differenti. Nella prima abbiamo pochi stati indipendenti ¢ iJ resto del mondo vive sotto la dipendenza coloniale o semico- loniale. Oggi abbiamo quasi duevento stati indipendenti, e il loro numero sta ancora cre- scendo. I] colonialismo ha cessato di esistere ele colonic non esistono quasi pit. Benche il livello economico di moltissime nazioni sia bassissimo, benché ci siano socicta molto in- felici, viviamo in un mondo in cui quasi sei miliardi di persone sono, almeno nominal- mente, esseri umani politicamente indipen- denti. Credo che questa sia una caratteristica positiva del nostro secolo, che non dovrem- mo passare sotto silenzio. Io sono stato uno dei testimoni di questo tenomenale evento, che non era mai avve- nuto prima nella storia del’umanita, né si ripetera ancora. Tutte le mie opere sono de- dicate alla descrizione di questa ccceziona- le espericnza umana. Quanto alla seconda parte della sua do- manda, la nostra professione non pud essere esercitata al meglio da nessuno che sia cini- co. Occorre distingucre: una cosa é essere pe scettici, realisti, prudenti. Questo é assoluta- mente necessario, altrimenti non si potrebbe ‘are giornalismo. Tutt’altra cosa é essere ci- ‘ici, un atteggiamento incompatibile con la drofessione del giornalista. I] cinismo @ un atteggiamento inumano, che allontana auto- naticamente dal nostro mestiere, almeno se .0 si concepisce in modo serio, Naturalmen- te qui parliamo solo di grande giornalismo, che é@ l’unico di cui valga la pena occuparsi, non certo di quel cattivo modo di interpre- tarlo che vediamo di frequente. Nella mia vita ho incontrato centinaia di cvandi, meravigliosi giornalisti, di diversi paesi e in epoche differenti. Nessuno di loro era un cinico. Al contrario, erano persone ~olto legate a cid che stavano tacendo, mol- co serie, in generale persone molto umane. Come sapete, ogni anno pitt di cento gior- nalisti vengono uccisi ¢ varie centinaia ven- Zono messe in prigione oppure torturate. In varie parti del mondo si tatta di una pro- fessione molto pericolosa. Chi decide di fa- re questo lavoro ed é disposto a pagarne il drezzo sulla propria pelle, con rischio e sof- ierenza, Non puo essere cinico. Domanda dal! pubblico: Lei ha detto che ano dei grossi problemi di questo nostro 35 mestiere é che i resoconti su un fatto sono diversi a seconda dei testimoni, mentre il fatto @uno c uno solo. Allora, la diversita dei resoconti non é una ricchezza? Entrando si é felicitato nel vedere tanti giovani, ma questo é anche un mestiere che fa invecchiare presto... RK: Circa vent'anni fa nel mio paese si é posto il problema di creare un fondo pen- sionistico per i giornalisti, dato che la pen- sione dovrebbe arrivare alla fine di ogni carriera prolessionale. Nel sindacato dei giornalisti arrivammo a questa conclusio- ne: che era un problema che non si poteva affrontare, in quanto nella nostra categoria quasi nessuno vive fino all’cta della pensio- ne. Questa ¢ una delle caratteristiche della nostra professione, una professione fatta di stress costante, di nervosismo, insicurezza e rischio e dove si Javora giorno ¢ notte. Quindi si invecchia presto e molto presto si esce di scena. Della mia gencrazionc, po- chissimi colleghi sono ancora vivi. Alcuni sono andati tranquillamente in pensione, ma di coloro che hanno iniziato con me nessuno é ancora in attivita. Non é per spa- ventarvi... Naturalmente ci sono forme della nostra 36 professione in cui si pud lavorare pili o me- no con tranquillita, ma non sono molte. Rispetto alla sua prima domanda, quello che lei dice é giusto, se si ha la possibilita di descrivere un evento da molte angolature, come quando si scrive un libro. Ma nella no- stra professione, in tutte le forme in cui essa si esprime (stampa, televisione...), la tenden- 7a é ad abbreviare sempre di pitt i resoconti. Se hai una o due cartelle da scrivere, tutte le sfumature se ne vanno. Devi condensare tut- to in una battuta, in una frase. Non c’é posto per la ricchezza dei particolari, a meno che tu non sia uno scrittore. Se sei un giornali- sta-scrittore, allora puoi permetterti di mo- strare tutta la ricchezza dee opinioni, delle esperienze. Parlando della vita di tutti i gior- ni, di solito il giornalista deve fare una scel- ta drammatica, piegarsi a una laccrante viduzione che gli permetta di comprimere la realta — che € sempre ricca e multidimensio- iiale — in una descrizione breve e molto sem- vliticata. Domanda dal pubblico: Si @ detto di un ziornalismo che fa attenzione soprattutto ai eeboli, di una professione pericolosa, che vonsuma. Vorrei sapere, nella sua esperien- za prima di tutto di uomo e poi di giornali- wn x sta, qual é stato il suo rapporto con il pote- re, in particolare con i regimi dell’Est euro- peo, e quale dovrebbe essere oggi il rapporto del giornalista con i] potere. RK: E una domanda veramente comples- sa. lo ho una lunga storia giornalistica da raccontare e occorrerebbe scrivere un libro per rispondere compiutamente. Non c’é una sola regola. Lideale & quello di essere il pit indipendenti possibile, ma la vita é lontana dall’essere un ideale. Il giornalista é sottopo- sto a molte ¢ diverse pressioni perché scriva cid che i] suo padrone vuole che egli scriva. La nostra professione é una lotta costante tra il nostro sogno, la nostra volonta di esse- re del tutto indipendenti ¢ le situazioni reali in cui ci troviamo, che ci costringono ad es- sere invece dipendenti da interessi, punti di vista, aspettative dei nostri editori. Ci sono paesi in cui esiste la censura, e al- lora bisogna lottare per evitarla c per scrive- re quanto pitt possibile cid che si intende scrivere, nonostante tutto. Ci sono paesi in cui c’é liberta di espressione, in cui non esi- ste una censura ufficiale, ma la liberta del giornalista é limitata dagli interessi della te- stata per la quale lavora. In mollti casi 5] gior- nalista, specialmente se é giovane, deve vw v2 sottostare a molti compromessi e usare varie tattiche per evitare i] contronto diretto, e co- si via. Ma non sempre é possibile, ed @ que- sto i] motivo per cui si verificano cosi tanti casi di persecuzionc. Sono tecniche di per- secuzione indubbiamente diverse da quelle violente di cui parlavo in precedenza: assu- mono la forma del licenziamento, dell’emar zinazione di fatto dalla vita lavorativa, della minaccia di natura economica. In generale si tratta di una professione che richiede una continua lotta e un costante stato di allerta. Per rispondere concretamente alla sua do- manda, bisognerebbe analizzare caso per caso, ma @ comunque difficile dire se in un determinato paese la situazione sia migliore o peggiore che in un altro. Le cose fluttuano, cambiano in pochi anni. In generale, Ja con- quista dj ogni pezzetto della nostra indipen- denza richiede una battaglia. Ognuno di noi, dopo un certo numcro di anni di lavoro e di viaggi, ha nel suo curn- culum almena un caso personale di persecu- zione, di espulsione da qualche paese, di termo, di tensione con la polizia o le autori- ta, che magari rifiutano di concederce il visto, che usano centinaia di espedienti per ren- derct difficile la vita. Domanda da! pubblico: All’inizio del no- stro incontro lei ha detto che non bisogna mai stancarsi di studiare il mondo, perché esso ci cambia costantemente attorno. Dun- que dobbiamo cercare di anticipare gli eventi, di prevedere il futuro. Questo mi ha yicordato una frase dello storico Hobsbawm nel suo libro Intervista sul nuovo secolo, Ma qual é@ il rapporto tra cronaca é storia, tra giornalista e storico? Non ci accade talvolta di tare lo stesso mestiere? RK: Io sono laureato in storia, e fare lo sto- rico é i] mio lavoro. Mentre stavo comple- tando il mio iter scolastico, mi trovai a dover scegliere tra il continuare i mici studi storici per diventare un professore di storia, un ac- cademico, e lo studiare la storia nel suo far- si, che é il giornalismo. Ho scelto questa seconda strada. Ogni giornalista é uno stori- co. Cid che egli fa @ ricercare, esplorare, de- scrivere la storia nel suo farsi. Avere un sapere e un intuito da storico é una qualita tondamentale per ogni giornalista. I] buono e il cattivo giornalismo si distinguono facil- mente: ne] buon giornalismo, oltre alla de- scrizione di un evento avete anche la spiegazione del perche ¢ accaduto; nel catti- vo giornalismo c’é invece la sola descrizione, 6U senza alcuna connessione o riferimento al contesto storico. C’é il resoconto del puro fatto, ma non ne conosciamo né le cause né i precedenti. La storia risponde semplice- mente alla domanda: perché? Nella nostra professione @ fondamentale vere molta attenzione per i] lettore (o tele- spetlatore) a cui ci rivolgiamo. Noi conoscia- mo di un fatto molte piti cose di lui, che anzi di solito non ne sa assolutamente nulla. Dob- biamo allora avere molto equilibrio. Dobbia- mo introdurlo alla comprensione de!]’evento, dicendogli cosa é awenuto prima, narrando- gliene la storia. Domanda dal pubblico: Ci sono drammi Jella storia contemporanea che sono stati poco o nulla raccontati dai giornali. Mi rife- risco per esempio alle persecuzioni di alcu- me minoranze religiose ed etniche in Iran. Come mai certi fatti non sono mai entrati nell’agenda della stampa internazionale? RK: Perché Ja stampa internazionale é manipolata. E le ragioni di tale manipola- zione sono diverse. Ci sono, ad esempio, ra- zioni ideologiche: tra le attivita umane, i mass media sono i pit manipolati perché sono strumenti per influenzare l'opinione 6h pubblica, cosa che pud awvenire in vari mo di a seconda di chi li gestisce. Ci sono diver- se tecniche di manipolazione. Nei giornali si pud attuare una manipolazione a seconda di cosa si sceglie di mettere in prima pagi- na, de] titolo e dello spazio che diamo a un evento. Nella stampa ci sono centinaia di modi per manipolare le notizie. E altre cen- tinaia ve ne sono nella radio e nella televi- sione. E senza dire bugie. Il problema della radio ¢ della televisione & che non c’é biso- gno di mentire: ci si pud limitare a non ri- flettere la verita. I] sistema & molto semplice: omettere l'argomento. La mag- gior parte degli spettatori della televisione ricevono in modo molto passivo cid che es- sa offre loro. I padronj dei network televisi- vi decidono per loro cosa debbono pensare. Determinano la lista delle cose a cui pensa- re e cosa pensarne. Non possiamo aspettar- ciche il telespettatore medio possa svolgere studi indipendenti sulla situazione de] mon- do, sarebbe impossibile persino per gli spe- cialisti. Luomo medio, che lavora, torna a casa stanco e vuole semplicemente starsene un po’ con la sua famiglia, recepisce giusto quello che g}i arriva in quei cinque minuti di telegiornale. Gli argomenti principali che danno vita alle “notizie del giommo” decido- @2 no che cosa pensiamo de] mondo e come lo pensiamo, Si tratta di un’arma fondamentale nella costruzione dell’opinione pubblica. Se non parliamo di un evento, esso semplicemente non esiste. Per i pit, infatti, le “notizie del giorno” sono l'unica via per conoscere qual- vosa del mondo. Sono stato personalmente testimone di questa situazione a Mosca nel ‘91 quando vi fu il tentativo di rovesciare il primo governo Eltsin e di restaurare il co- munismo. Levento principale, quello che de- cise tutto, avvenne a Leningrado, oggi San Pietroburgo. Tutte le troupe televisive, pero, verano a Mosca. Nl problema delle televisioni, in generale di tutti i media, ¢ che sono cosi grandi, in- uenti¢ importanti che hanno cominciato a ereare un mondo tutto loro. Un mondo che ~a poco a che fare con Ja realta. Ma del resto auesti media non sono intcressati a miflette- ve \a yealta del mondo, bensi solo a compe- rere uno con J'altro. Una stazione televisiva, > un giornale, non pud permettersi di non avere la notizia che ha anche il suo diretto -oncorrente. Cosi essi finiscono per osserva- ve non Ja vita reale, mai propri concorrenti. Oggi i media si muovono in branchi, co- ne pecore in gregge; non possono spostarsi 63 separatamente. Per questo, su tutto cid che viene riportato, leggiamo e ascoltiamo gli stessi resoconti, le stesse notizie. Prendete la guerra del Golfo: duecento troupe televi- sive si concentrano nella medesima area. Nello stesso momento tantissime altre cose importanti e anche cruciali avvengono in al- tre zone del mondo. Non importa, nessuno ne parlera: tutti sono nel Golfo. Perché lo scopo di ogni grande network non é di olfri- re un’ immagine del mondo, ma di non esse- re battuto dagli altri network. Se poi subito dopo c’é un altro grande awvenimento, tutti si muovono in quella nuova direzione, e tut- li ci resteranno sopra senza avere il tempo di coprire altri luoghi. Questo é il modo in cui l'uomo medio si fa un'idea della situa- zione mondiale. Naturalmente ci sono riviste, bollettini e soprattutto libri che offrono un'immagine pi bilanciata e completa, ma sono per mi- noranze, per piccoli gruppi di specialisti. Per i] grande pubblico l'intormazione é solo il risultato della competizione, della lotta tra i diversi media. Che é un’altra storia. Laltro tipo di manipolazione é quella co- sciente. Oggi i media sono disposti a parla- re di un avvenimento solo quando sono in grado di spiegarne le cause e di fornire tut- 64 xe le risposte necessarie. Ad esempio, la cri- si in Kosovo é in corso gia da otto anni, ma 1on se ne parla fino a quando non viene pre- sa Ja decisione di cominciare a riso]verne i] problema. La notizia non esiste, se non si ha la risposta pronta sulle sue cause. MN: Concludiamo questo incontro, che non ha certo esaurito né poteva esaurire tut- 2 le questioni aperte, leggendo la pagina fi- yale di L’ultima guerra del football e altre zuerre di poveri, una sintesi pertetta e total- mente aperta del modo di lavorare, vivere e ricercare di Rvszard Kapuscisiski: “Sono tor- nato di nuovo nell’altro cmisfero ¢ poi anco- ra in Africa. Ma ha ancora senso continuare Juesta storia? Descrivere la traversata dello Zambesi, la visita del maresciallo Idi Amin? La descrizione del mondo aveva senso solo quando gli uomini vivevano in un luogo pic- -oJo come ai tempi di Marco Polo. Oggi i] nondo é grande, é infinito. Si accresce con- “.nuamente ¢ sara certo piu facile per un -ammiello passare per la cruna di un ago che der noi conoscere, sentire e comprendere mutto quel che compone l’esistenza di quasi dieci miliardi di persone. Leggo Mobv Dick di Herman Melville. 1] protagonista, un mari- »aio di nome Ismaele, naviga sull’oceano. In- 65 sieme alla ciurma della nave da la caccia a una pericolosa ¢ inafferrabile balena, che al- la fine emergera dal fondo e assestera alla na- ve il colpo mortale. A un certo punto sente il capitano, i} terribile. implacabile Achab, gri- dare l'ordine: ‘Barca sopravento, raddrizzala per il giro de] mondo’. Ismaele allora pensa: ‘Tl giro del mondo? C’é molto in queste paro- le che ispira sentimenti d’orgoglio, ma dove conduce tutta questa circumnavigazione? Soltanto, attraverso innumerevoli pericoli, a quello stesso punto donde si & partiti. Dove quelli che abbiamo lasciato indietro, al sicu- ro, sono stati avanti a noi tutto i] tempo’. Ep- pure, Ismaele continua a navigare”. Vinicio Albanesi: & difficile incontrare dei maestri, e noi questa sera abbiamo in- contrato un maestro. I maestri non sono in- fallibili, sono delle guide. lo, ascoltando Kapuscinski, ho sentito una rillessione pie- na di umanita, di quella pieta di cui abbiamo parlato all'inizio del nostro convegno, ¢ di speranza. Kapuscinski ha attraversato molti decenni, ha iniziato come giovane corri- spondente, ha visto la trasformazione dei mezzi tecnologici, perd non ha perso la bus- sola, ha continuato a navigare. E questo cid che noi dobbiamo interiorizzare. Voi siete 66 -agazzi, conoscerete altri mondi, altri mezzi. Pero quello che abbiamo cercato di comuni- -arvi attraverso Kapuscinski ¢ questa inte- forita, questa umanita, questa dignita. sUngrazio Maria Nadotti che ce l’ba portato. Non é stato facile. La Repubblica stamattina ha pubblicato un'intervista per recuperare. Lha inseguito fino a Zurigo. E un piccolo .sempio di potere: hanno scelto di non veni- - a incontrarlo a Capodarco perché doveva- no dimostrare di essere i pit: bravi, cioé i primi. Cercate degli esempi da non imitare e Ni avete sotto gli occhi. Grazie di cuore a Ryszard Kapuscisiski. Foyniamo. qui di seguito, Telenco delle opere di Ryszard Kapuscitiski ciate nel testo: = Another Dav Of Life, (originale polacco 1976), tr. nglese Picador 1987. - Te Shalt, (originale polacco 1982), tr. francese . ammarion 1986. = Il News. Splendori ¢ miseric di un autocrare, Fel- crAnelli. Milano 1983 (ripubblicato nel 1991 da Serra 2 Riva con il tole Limperatore). = La prima guerra del football e alive suerre di pove- Serra ¢ Riva £990. Jiqperitan, Feltrinelli 1994. 67 ~ Lapidarium, Feltrinelli (997. ~ Ebano, Feltrinelli 2000. - Shah-in-Shah, Feltrinelli 20010. Tutte le opere pubblicate ne! nostro paese sano tyvadotte da Vera Verdiani, ad eccezione de I! Negus, tradotto dall'inglese da Maria Luisa Bocchio e Carlo De Magri e revisionato sull'originale polacco da Vera Verdiani per l’edizione Serva e Riva del 1991. { passaggi tratti dai libri ancora inediti in Italia so- no tradotti da Maria Nadotti. 68 Raccontare un continente: la storia nel suo farsi Andrea Semplici: Lei é andato in Africa, la prima volta, nel 1958. Aveva ventisei anni e il Ghana di Nkrumah aveva appena con- quistato la propria indipendenza. Per questo continente era cominciata la stagione delle grandi speranze. Com’era I’Africa, allora? Ryszard Kapusciriski: Non c’era allora e non c’é oggi una sola Africa. Non possiamo dimenticarlo. Ci sono diverse Afriche, alme- no quattro: il Nord Africa, una striscia im- mensa che si estende dalle coste mediterranee fino al Sahara, |’Africa occi- dentale, }’Africa orientale e infine l’Africa au- strale. Ognuna di queste regioni africane é profondamente differente da ciascuna delle altre. Ma c’é qualcosa che univa, soprattutto allora, il continente: la lotta per |’indipen- denza, un’aspirazione generale alla liberta. Era uno spirito che percorreva ogni angolo dell’Africa: vi erano attese e speranze nella fi- ne del colonialismo. In ogni parte dell’Africa 71 trovavo questo clima, questo fantasma della liberta: era lo spirito di Uhzert, lo spirito del- l'indipendenza, parola chiave di quegli anni’. La sola differenza che attraversava il con- tinente erano gli effetti dei tempi diversi di questa liberta. Alcuni paesi riuscirono a ot- tenere l'indipendenza prima di altri. Altri an- cora dovettero attendere, invecc, molti anni. Ma Jo spirito era davvero comune a tutta |’A- frica e i] continente era unito da questa aspi- razione. Le strade dell'indipendenza furono molto diverse. Vi fu chi lotté con le armi per con- quistarla: l’Algeria fu il paese dove la lotta fu pit: aspra e Junga, ma anche in molte altre situazioni furono necessarie guerre sangui- nose. Nelle colonie portoghesi i conflitti du- rarono fino agli anni Settanta. La rivolta dei Mau-Mau scosse per anni i] Kenya’, guervi- glie divamparono nelle regioni meridionali del Sudan. Altri paesi, soprattutto ex colonie britanni- che, riuscirono a ottenere la liberta con stru- menti costituzionali. Ci furono trattative, conferenze che ebbero luogo, alla fine degli anni Cinquanta, in paesi come il Malawi, il Kenya e l'Uganda. La Nigeria, paese impor- tantissimo, divenne indipendente attraverso questi accordi costituzionali. Erana soluzio- 72 z1 di compromesso: la Gran Bretagna rico- aosceva i diritti del nuove paese € in cambio otteneva privilegi economici e militari. Le colonie francesi seguirono, invece, un zo cammino: Parigi concesse |’indipen- denza, ma a condizione che il nuovo paese rimanesse nelle mani di un‘élite cresciuta culturalmente in Francia c fedele al vecchio padrone coloniale. I} 1960 fu l’anno delle indipendenze: di- ciassette paesi africani, soprattutto ex colo- nie lrancesi, otiennero la liberta. Ma quelli erano anche gli anni della Guerra Fredda e le grandi potenze fecero subito irruzione in Alrica. I paesi africani si divisero, quasi immedia- “umente, in due schieramenti: alcuni scclse- vo alleanze occidentali, altri guardarono a Est: alcuni si schicrarono con Mosca, altri stvinsero accordi con gli Stati Uniti. Questa Per ricevere qualcosa, occorre dedicare la propria attenzione. RK: Non posso schierarmi cosi decisa- mente contro Enzensberger perché & il mio editore, ma sono d’accordo con John sul fat- to che Hans Magnus, essendo un grande poeta, prende una posizione piuttosto para- dossale nei suoi saggi e specialmente in que- sto libro. Gli piace portare la dissertazione fino all’estremo per provocare proprio iJ tipo di risposta che abbiamo ascoltato adesso. Qualche anno fa, Francis Fukuvama, il poli- tologo americano, ha scritto un saggio sulla fine della storia. Si trattava di una tipica pro- vocazione intellettuale mirata a suscitare ti- sposte come quetla in cui si afferma che la storia non é giunta al termine, ma anzi é al- l'inizio. La questione é che incomincia la storia di altri. Naturalmente anche questa é un’affermazione estremista, paradossale e provocatoria. Ci vengono proposte queste due posizioni estreme, ma naturalmente la vita non sta agli estremi. La vita e quindi le realta del mondo stanno nel mezzo, non agli estremi. Secondo me, la scomparsa del mondo contadino dal globo @ uno dei pitt grandi paradossi del mondo contemporanco, per- 116 vhé produciamo una quantita di cibo sem- pre inferiore per una popolazione in conti- nua crescita. La liquidazione del mondo contadino, che @ un fenomeno sociale ed economico su scala mondiale, consiste in un atto di suicidio globale. [| mio campo é I'A- frica e posso dire che si tratta di un proces- so tipicamente suicida, a cui l’umanita a volte si abbandona: i] continente che ha sempre meno cibo e sempre pit abitanti sta liquidando ta classe contadina e lo sta fa- cendo molto rapidamente. In pratica, una grossa parte dell’umanita vive di aiuti e con questi aiuti che inviamo in Ruanda e altri paesi stiamo creando una situazione tragica: una classe parassita di profughi su scala mondiale, che vengono allontanati dai loro villaggi, dai loro campi, dal Joro bestiame, messi nei campi profughi e alimentati dalle organizzazioni mondiali - molte delle quali sono completamente corrotte - a cui vanno a finire i] nostro denaro, le nostre tasse. Stia- mo creando una classe di milioni e milioni di persone, i cosiddetti prolughi, che riesco- no a vivere solo se gli aiuti continuano ad ar- rivare, perché sono incapaci di tornare a casa e di produrre, dato che hanno cessato di imparare l’arte della produzione. Questa classe di parassiti che conta gia 40 0 50 mi- le fioni di esseri umani, continua a crescere, ogni anno ¢€ a ogni guerra. Ci ritroviamo sempre pitt invischiati in questo circolo vi- zioso che ha prodotto, per esempio, intormo alle citta africane, campi profughi i cui abi- tanti sono sempre pidi numerosi e sopravvi- vono solo grazie agli aiuti dei pacsi industrializzati. Essi sono incapaci di intra- prendere una vita diversa perché sono stati abituati a ricevere questi aiuti ¢ a dipender- ne passivamente. Lo ho visitato questi campi piuttosto spesso. Sono stato nei campi pro- fughi al confine tra Etiopia e Somalia pro- prio l'anno scorso, dove vivono 300.000 o 500.000 persone. Ognuno riceve tre litri di acqua per tutto, per cucinare, bere e lavarsi, e mezzo chilo di mais. E vivono di questo. Lacqua viene trasportata da 82 autocisterne Mercedes € se le strade sono interrotte o non c’t benzina, J‘acqua non arviva al campo e la gente muore il giorno dopo. Stiamo crean- do, attraverso questo folle meccanismo del- le cosiddette organizzazioni umanitarie, un problema enorme per ’umanita, liquidando la classe contadina e rendendo l’umanita sempre pit dipendente dalla burocrazia del- le cosiddetie organizzazioni umanitarie. Quello che dice John sulla difesa del mondo contadino significa che se continuiamo a li- 1s quidare la classe contadina, ben presto ci ri- troveremo in una situazione tragica. Probabilmente John é@ preoccupato del tatto che la gente conosce i] mondo sempre pit: attraverso le immagini offerte dai me- dia. Per Ja prima volta nella storia dell’uma- nita, nella seconda meta del XX secolo, incominciamo a vivere non una, ma due sto- rte. Per i 5.000 0 7.000 anni di storia scritta abbiamo vissuto una sola storia, che abbia- mo creato e a cui abbiamo partecipato. Ma uallo sviluppo dei media nella seconda me- 1a del XX secolo, stiamo vivendo due storie diverse: quella vera e quella creata dai me- dia. Tl paradosso, il dramma ct il pericolo stanno nel fatto che conosciamo sempre pit sa Storia creata dai media e non quella vera. Percid la nostra conoscenza della storia non siriferisce alla storia reale, maa quella crea- ta dai media. Io sono ben cosciente di tutto questo perché lavoro nel campo dell'infor- mazione. Collaboro con troupe televisive ¢ so come operano. Mi ricordo, per esempio, che a Mosea durante il colpo di stato del 1991, gli operatori televisivi, dopo qualche giorno, erano gia stanchi: c’era un tempo ar- ribile, pioveva, faceva freddo. Quando si ve- rificava qualche avvenimento importante, le troupe si riunivano, si mettevano a bere 119 vodka o qualcos’altro e concordavano di non raccontare niente. E se gli awwenimenti non venivano riportati dalla televisione, era come se non fossero mai successi. Questi bravi ragazzi decidevano se la storia aweni- va o non aveniva. Tutti noi siamo testimoni di questa situa- zione. Prima la professione del giornalista era un lavoro di specialisti. C’era un esiguo gruppo di giornalisti specializzati in un de- terminato campo. Ora la situazione é cam- biata completamente: non esistono specialisti in nessun campo. I] giornalista é semplicemente qualcino che viene spostato da un posto all'altro, secondo le esigenze del- la rete televisiva. Ma pill importante é i] fatto che i media, la televisione, la radio sono inte- ressati non a riportare quello che succede, ma a battere Ja concorrenza. Di conseguen- za, i media creano i] loro mondo e questo lo- ro mondo diventa pit importante di quello reale. Assistiamo, allora, a questo fenomeno di spostamento in massa dei media. Se c'é una crisi nel Golfo Persico, tutti vanno nel Golfo Persico. Se c’@ un colpo di stato a Mo- sca, tutti vanno a Mosca. Se c’é una tragedia in Ruanda, tutti vanno in Ruanda. Contem- poraneamente alla tragedia del Ruanda, si sono verificati in Africa tre o quattro avveni- 120 menti molto importanti, a cui non é stata de- dicata alcuna aticnzione, perché erano tutti in Ruanda. La tragedia del Ruanda é stata presentata come la tragedia alricana, come la tomba dell’Africa, la morte dell’Africa. Nes- suno ha osservato che i] Ruanda é una na- zione molto piccola, i cui abitanti ammontano a meno dell'1% della popolazio- ne africana. Ma quelli che sono stati manda- ti in Ruanda, siccome non sanno niente del!’ Africa, sono assolutamente convinti che quella é l’Africa. Quindi ci troviamo in un mondo che ha perso qualunque criterio, qua- lunque proporzionc, in cui sono i media a creare la storia. Nel XXI secolo, tra 50 anni, lo storico che studiera il nostro tempo, sara costretto a guardare milioni di chilometn di registrazioni televisive per cercare di capire le migrazioni, i genocidi, le guerre, e ne deri- vera l'idea di un mondo pazzo in cui tutti spa- yano a tutti, mentre noi sappiamo bene che viviamo in un mondo relativamente pacifico, se prendiamo in considerazione il fatto che sul nostro pianeta vivono quasi sei miliardi di persone, che parlano due o tremila lingue di- verse, con innumerevoli interessi. Ma lo ste- rico del XXI secolo avra una visione de] nostro mondo completamente diversa, piena di tragedie, di drammi, di problemi. 121 MN: Come mai tu, John, cerchi i racconti vicino casa, mentre Ryszard va molto lonta- no? Vorrei citare Walter Benjamin: “I rac- conti nascono da due diversi tipi di narratore: quello che deve viaggiare lontano da casa per trovare [atti e racconti, il mer- cante, il marinaio; l'altro é i] contadino, quel- lo che sta a casa a raccogliere ricordi ve a distribuirh”. In un certo mado, John @ il contadino, mentre Ryszard é il marinaio. E sempre una scelta psicologica e personale? Entrambi vi intercssate a una narrazione utile per il resto del mondo. Allora, perché John cerca questa utilita vicino a casa e nel passato, nel ricor- do dei contadini che stanno scomparendo, mentre Rvszard trova questa utilita lontano da casa e nella vita di persone completa- mente diverse dai suoi lettori? Siete d’accor- do sul fatto che John é il contadino, che cerca il passat per raccontare il presente, mentre Rvszard é J marinaio o il mercante che viaggia lontano da casa per descrivere il presente ¢ forse per anticipare il futuro? JB: E una domanda e un‘osservazione molto interessante. Forse la differenza non ¢ cosi grande. E un po’ presuntuoso dire questo davanti a Ryszard, ma mi sembra i) we molto importante: forse Ryszard incomin- cid a viaggiare a causa della situazione in Polonia e a Varsavia al tempo in cui diventd uno scrittore. Fu un modo per mettersi ne}- te condizioni di poter parlare della vita, co- sa che non avrebbe potuto fare se fosse rimasto a Varsavia. Forse Je ragioni non so no legate alla genetica, aJ carattere, ma alle circostanze storiche. Per quanto riguarda me, per quindici anni ho scritto del mondo contadino. | contadini parlano scmpre del passato, a volte fin trop- po, ma lo fanno per cercare le soluzioni mi- gliori di problemi veri, dej pericoli assolutamente imprevedibili che devono correre coltivando la terra ¢ allevando il be- stiame. Quindi osservano il passato, come altri consultano i dizionario le enciclopedic. Come mai ho deciso di raccontare i] mondo contadino? Benché sia strano, é un escmpio di come gli estremi opposti si congiungano. Venti anni fa lavoravo a un libro insieme al mio amico fotografo Jean Mohr, sugli emi- granti, sull’emigrazione, sui viaggi, sullo sra- dicamento, sul ritrovarsi immerso in un/altra cultura, in un altro paese. Questa storia € molto comune nell'Ttalia degli anni passati: gran parte della lctteratura e del ci- nema italiano si sono occupati di questa 123 esperienza. In ogni modo, per scrivere quel libro dovevamo ascoltare e frequentare gli emigranti che arrivavano dai pit diversi pae- si — dal Portogallo alla Turchia, a quelli del Nord Africa. Tutti o quasi tutti questi uomi- ni venivano da paesini e, ascoltandoli, ri- uscivo a capire almeno in parte la loro esperienza della grande citta e come ci era- no arvivati. Quello che non riuscivo a capire, anche se me ne pariavano, era quello che si erano lasciati alle spalle e che a volte sogna- vano di notte. Mi vergognavo di me stesso perché a quel tempo piu della meta della po- polazione mondiale viveva in piccoli paesi ¢ io, invece, che tentavo di capire qualcosa de] mondo moderno, mi accorgevo di essere fondamentalmente ignorante, ¢ la mia igno- ranza non poteva che essere colmata con- sultando le enciclopedie, quelle vere. Cosi mi dissi che dovevo imparare, andare in cam- pagna e imparare. Non mi era necessario imparare a scrivere, ma imparare almeno una parte della vita e delle conoscenze dei contadini. Quindi la mia scelta di stare in un solo posto non ha a che fare con il mio ca- rattere, ma analogamente a quanto é@ suc- cesso a Rvszard, con gli argomenti di cui volevo scrivere. Naturalmente a quel tempo anche i miei amici mi dicevano che ero trop- 124 po giovane per andare in pensione e malera- do le mic proteste, rimasero della loro idea. Per raccontare i] mondo contadino, é tonda- mentale conosccre cid che i contadini sanno, capire il loro istinto acquisito, l’enorme ca- pacita di osservazione e quella loro specie di saggezza. Tutto questo viene distrutto men- tre il mondo ne avrebbe bisogno. Nel suo li- bro Imperitun, Ryszard, che scrive molto su questo mostruoso crimine, parla dell’elimi- nazione dei contadini nell’ambito della co- siddetta collettivizzazione della terra, specialmente in Ucraina: milioni di contadi- ni sono scomparsi, sterminati. Oggi tutti a Mosca cercano i contadini. Ma come fare? Se solo ci fosse qualcuno che ci dicesse co- me comportarci in questa situazionc agrico- la catastrofica! Ritornando un momento a me stesso, fu la scelta degli argomenti che mi ha portato a condurre un’esistenza sedentaria, perché una delle caratteristiche dei contadini é che, sé vogliono rimanere contadini, non posso- no scegliere il posto dove vivono: esso é@ gia stato scelto per loro dalla nascita. Questo é il Joro tipo di sedentaricta. Volevo poi aggiungere qualcosa a proposi- to dell’argomento di cui stavamo parlando prima, a completamento di quello che Ryszard ha gia esposto brillantemente sui media e sul senso storico. Quel processo é af- fiancato da un altro cambiamento. Qualche settimana fa un giornalista inglese molto in eamba si trovava in una scuola media nel- l'Inghilterra del Nord, una zona molto pove- ra ora, dove la disoccupazione é enorme. A un ragazzo di dodici anni t stato chiesto che cosa avrebbe voluto fare in futuro e come pensava che sarebbe stato i] mondo nell'an- no 2015. Il ragazzo ha risposto che lui co- munque non ci sarcbbe stato. Questa é una dimostrazione molto grafica di come il do- minio mondiale de] libero mercato abbia abolito il futuro. Asli albori del libero mer- cato, si parlava di un nuovo ordine del mon- do. Ma sempre pit ci accorgiamo che questo nuovo ordine del mondo ci offre una pro- spettiva di qualche mese o qualche anno, cinque anni al massimo. Cinque anni sono quasi un’eternita secondo gli standard attua- li. Ora, se i] futuro é abolito nei pensieri del- la gente, é impossibile vedere o scrivere la storia. II futuro é un perno assolutamente in- dispensabile per scrivere la storia. Se viene abolito, la storia non esiste pil. Questo pro- cesso, che ha un grande valore filosofico, si fonde perfettamente con le invenzioni e le distorsioni degli avvenimenti contempora- i26 nei da parte dei media, che sostituiscono co- si la storia vera. RK: Vorrci aggiungere qualche dato stati- stico alla descrizione del mondo contadino, che é una delle passioni di John. Non siamo abituati a pensare a]l’umanita all'inizio del XX secolo come a una realté in gran parte contadina. Le citta erano rare e mostio di- stanti tra loro, principalmente concentrate in Europa e negli Stati Uniti. La stragrande maggioranza dei continenti non avevano cittaé o ne avevano ben poche. Ora, 100 anni dopo, alla fine de] XX secolo, la nostra so- cieta @ principalmente urbana. Quindi, una delle grandi rivoluzioni avvenute nel XX sc- colo é consistita in una delle pit) massicce migrazioni dai paesi, dai villaggi, dalla cam- pagna in direzione della citta. Abbiamo in- cominciato a costruire una cultura e una scala di valori completamente nuove. Ora la popolazione urbana si rivolta contro la gen- te delle campagne. Per tornare all’esempio dell’Africa, l'attuale burocrazia depli stati africani viene dalle campagne c tuttavia ha stabilito un regime di sfruttamento di que- ste terre pitl spietato di quanto avvenga in qualunque altra parte de] mondo. Quella gente, oi loro fieli, é diventata la classe che 127 sfrutta le persone con cui condivide la stes- sa origine sociale. Per quanto riguarda la domanda sulla se- dentarieta e sulla scelta de) viaggio, si posso- no dare diverse spiegazioni di ordine politico, di Jiberta, e cosi via. Ma nella comunita degli scyittori, si pud fare una semplicissima divi- sione tra quegli scrittori che traggono ispira- zione da se stessi, e quelli che devono essere ispirati da motivi esterni. Ci sono caratteni ri- flessivi e caratteri che rispecchiano i] mondo. Ci sono scrittori come John che hanno i] do- no di riflettcre. Come é 218 stato detto, si pud vedere tutto il mondo senza abbandonare la propria Stanza. Questo é tipico dei carattcri riflessivi, che traggono ispirazione da se stes- si, dal materiale che hanno in se stessi, che deve essere animato, formulato ed espresso. Questo é un tipo di letteratura. Ne] mio caso, invece, io rispecchio i] mondo: devo andare sul posto per poter scrivere. Stando in un so- lo posto io muoio, mentre John crea. E una questione molto personale, ma in fondo cid che conta é il prodotto finale. JB: Forse abbiamo molto pit in comune di quel che sembra. Icri notte, dopo esserci in- contrati di persona per la prima volta, ho so- gnato Ryszard. A volte i sogni sono difficili 2s. da interpretare, perché sono spesso pre-ver- bali e percio difficili da spiegare a parole. Ma la situazione del sogno era pit! o meno la sc- gucente. C’erano molte vecchie signore. lo ero Yosservatore, ina non mi trovavo al centro. In mezzo a quelle donne, si trovava Rvszard: tutte gli parlavano, gli raccontavano delle storie, anche se io non riuscivo a sentirle. Poi mi accorsi che Ryszard cercava qualeosa nel- le loro parole, nelle loro voci, qualcosa di materiale ¢ in effetti io sapevo di che cosa si trattava: Ryszard cevcava uno spicchio d’a- glio. Con mio grande sollievo, ne trové uno: lo aveva tra le dita. Lo spicchio d’aglio si in- grandi fino a diventare una stanza o una ten- da, in cui sedeva Ryszard. A questo punto mi svegliai. Se penso a questo sogno, mi accor- go che ce un invito ad ascoltare per poi tro- vare una stanza per la storia, l'abitazione del racconto, dove si entra per scriverlo. Questo avviene sia che si scriva di mattina o nel po- meriggio, sia che si viaggi intorno al mondo o che si rimanga seduti sotto un albero, co- me faccio io sotto tn pruno, anche se le pru- gne non crano buone quest’anno perché la primavera aveva ucciso i fiori. MN: Vorrei sapere quale uso fate del si- lenzio nel vostro modo di scrivere. 129 JB: Naturalmente. il silenzio @ assoluta- mente essenziale: l'arte della narrativa di- pende da quello che si lascia fuori di essa. Altrimenti non ci sarebbe una storia, perché si saturerebbe semplicemente i} mondo di parole. Quindi é una questione di selezione, di quello che si esclude, dello spazio a volte tra le parole, certamente tra le frasi e tra i paragrafi. Quando il lettore é creativo, quando l'attenzione é reciproca, all'inizio egli deve in qualche modo saltare per arvi- vare alla frase successiva, ma via via che la storia continua i salti diventano sempre pit lunghi e questo & un modo per stabilire la complicita tra scrittore, lettore e¢ racconto. Il silenzio, cid che non viene detto é incre- dibilmente importante, Si potrebbe espri- mere questa importanza a un livello molto pil! metafisico e filosofico, perché quello che non si puo esprimere é moltissimo e for- se é ’elemento pit prezioso. Ma parlando a livello piu artigianale. il silenzio rappresen- ta lo stramento principale per stabilire la complicita con l’ascoltatore o il lettore. RK: Il silenzio é qualcosa che viene in par- te creato dalio scrittore, ma anche in gran- de misura dal lettore. A volte lo vediamo negli attori, negli interpreti dei testi. Questa 130 é la risposta: é una poesia di John. Quello che significa il silenzio nel testo é lasciato allimprovvisazione, al modo in cui lo leg- giamo, a come lo interpretiamo. Oh, my beloved, / how swect it is to go down / and bath in the pool . /before vour eves, / let- ting wou sec / how my drenched line dress / marries the beauty of my bady. » Come,/lvok at me.* [La poesia viene letta senza alcuna into- nazione, tutta di seguito e viene interpreta- ta con una serie di silenzi, mdr. E tutta una questione di interpretazione del testo. Quindi il silenzio viene creato dal modo in cui interpretiamo il testo. In tutti i testi c’é il silenzio e non c’¢ il silenzio: di- pende da quello che troviamo nel testo. Na- turalmente scrivere é una selezione, una scelta, una decisione. Ma so dal mio lavoro che chiunque scriva un libro cerca di attrar- re il lettore al gusto delle parole. Poj im- provvisamente troviamo qualcuno che ha letto un nostro libro in un’ora. Questo signi- fica che non lo ha letto, perché quel libro era * Obvmia aniis/com’é dolce immerg gno /davanti ai uni oechife lasciayt: ved enato/sposa ia bellesea del mio corpo. si ‘nel'acqua delle sia sine Vabito di lino ba niin dami 131 destinato a durare per una settimana, per un mese, solo per capire qualcosa. Quindi il si- lenzio é un rapporto tra l’autore e il lettore. 132