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CENTRO DI CULTURA E STORIA AMALFITANA

CENTRO DI CULTURA E STORIA AMALFITANA

Interscambi
Interscambi socio-culturali
socio-culturali
ed
ed economici
economici fra
fra lele città
città marinare
marinare
d’Italia
d’Italia ee l’Occidente
l’Occidente
dagli
dagli osservatorî
osservatorî mediterranei
mediterranei
Atti
Atti del
del Convegno
Convegno Internazionale
Internazionale di
di Studi
Studi
in memoria di Ezio Falcone (1938-2011)
in memoria di Ezio Falcone (1938-2011)
Amalfi,
Amalfi, 14-16
14-16 maggio
maggio 2011
2011

aa cura
cura di
di Bruno
Bruno F
Figliuolo e Pinuccia F. Simbula
igliuolo e Pinuccia F. Simbula

Estratto

AmAlFi
Presso lA AmAlFi
sede del Centro
Presso lA sede del Centro
2014
2014
AMALFI NEL MEDITERRANEO MEDIEVALE

Michel Balard

Non è certo questa la circostanza per riproporre una sintesi


sull’espansione amalfitana nel Mediterraneo medievale, tanto è ricca la
storiografia sull’argomento: Mario del Treppo, Alfonso Leone1, Ulrich
Schwarz2, Armand Citarella3, Francesco Giunta4, Geo Pistarino5, Claude
Cahen6, Gerardo Sangermano7, Giuseppe Gargano8 e, più recentemente,

1
  M. Del Treppo - A. Leone, Amalfi medioevale, Napoli 1977.
2
  U. Schwarz, Alle origini della nobiltà amalfitana: i comites di Amalfi e la loro
discendenza, in Amalfi nel Medioevo. Convegno internazionale (14-16 giugno 1973),
Salerno 1977, pp. 367-379; Idem, Regesta Amalfitana. Die älteren Urkunden Amalfis
in ihrer Überlieferung, in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und
Bibliotheken», 58 (1978), pp. 1-136, 59 (1979), pp. 1-157 e 60 (1980), pp. 1-156; Idem,
Amalfi nell’alto Medioevo, Salerno-Roma 1980.
3
  A. O. Citarella, Il commercio di Amalfi nell’alto Medioevo, Salerno 1977.
4
  F. Giunta, Amalfitani in Sicilia nel Medioevo, in Amalfi nel Medioevo cit., pp. 349-356.
5
  G. Pistarino, Genova e Amalfi nei secoli XII-XV, in Amalfi nel Medioevo cit., pp.
285-347.
6
  C. Cahen, Un texte peu connu relatif au commerce oriental d’Amalfi au Xe siècle,
in «Archivio storico per le province napoletane», n.s., 34 (1955), pp. 61-66; Idem, Amalfi
en Orient à la veille, au moment et au lendemain de la Première Croisade, in Amalfi nel
medioevo cit., pp. 269-283.
7
  G. Sangermano, Caratteri e momenti di Amalfi medievale e del suo territorio, Salerno-
Roma 1981, (Quaderni del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 3); Idem, L’esempio di
Amalfi medievale, in O. Banti (ed.), Amalfi, Pisa, Genova, Venezia. La cattedrale e la città
nel medioevo, Ospedaletto 1993, pp. 15-57.
8
  G. Gargano, Amalfi e Pisa nel Medioevo, «Rassegna del Centro di Cultura e Storia
Amalfitana», 19-20 n.s. (2000), pp. 81-106; Idem, La nobiltà aristocratica amalfitana al
tempo della Repubblica indipendente (839-1131), «Rassegna del Centro di Cultura e Storia
Amalfitana», 27-28 n.s. (2004), pp. 9-50 e 29 n.s. (2005), pp. 77-110.
2 MICHEL BALARD

Bruno Figliuolo9, David Jacoby10, Vera von Falkenhausen11 e Anthony


Luttrell12, senza parlare degli studiosi della città, hanno scritto studi quasi
definitivi sull’argomento, tanto più che la documentazione rimane scarsa e,
a quanto sembra, non può essere rinnovata senza nuove scoperte in archivi
al di fuori della zona amalfitana, dove le risorse documentarie hanno ormai
rivelato tutto quello che si sa sulla storia medievale di Amalfi.
Ad un non esperto della Costiera, non rimane dunque che confrontare
il destino di Amalfi nel Medioevo con quello delle sue concorrenti,
Venezia, Genova e Pisa, per comprendere come si possono spiegare da
una parte, la notevole prosperità della città campana nei secoli decimo e
undicesimo, sottolineata da Guglielmo Apulo13, Amato di Montecassino14,
Beniamino da Tudela15 o ibn Hawqal16, e dall’altra parte il suo lento
declino, benché molti storici di oggi si rifiutino di parlare di tramonto, per
mettere in evidenza la trasformazione dell’economia amalfitana a partire
del Duecento. Nonostante ciò, rimane indubbia un’inferiorità economica
di Amalfi, messa in luce dal confronto con le altre repubbliche marinare
italiane.
Un primo elemento condiviso dalle quattro città risulta dalla geografia
del territorio dove esse si sono sviluppate: la natura non offre spazio per
un grande insediamento che possa usufruire di un ampio vettovagliamento.
Amalfi è «un martello incastrato tra il mare e la roccia» dei monti Lattari,

9
  B. Figliuolo, Amalfi e il Levante nel Medioevo, in G. Airaldi – B. Z. Kedar (edd.), I
Comuni italiani nel Regno crociato di Gerusalemme, Genova 1986, pp. 573-664.
10
  D. Jacoby, Amalfi nell’XI secolo: commercio e navigazione nei documenti della
Genizà del Cairo, «Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana», 36 (2008), pp.
81-90.
11
  V. von Falkenhausen, Il ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni,
in Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello Stato medievale amalfitano. Atti del
Congresso internazionale di studi amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981), Amalfi 1986, pp.
9-31; Ead., Il commercio di Amalfi con Costantinopoli e il Levante nel secolo XII, in Amalfi,
Genova, Pisa e Venezia. Il commercio con Costantinopoli e il vicino Oriente nel secolo XII,
a cura di O. Banti, Ospedaletto 1998, pp. 19-38; Ead., Gli Amalfitani nell’Impero bizantino,
in E. G. Farrugia (ed.), Amalfi and Byzantium, Roma 2010, pp. 17-44.
12
  A. Luttrell, The Amalfitan Hospices in Jerusalem, in Farrugia (ed.), Amalfi and
Byzantium cit., pp. 105-122.
13
  Guillaume De Pouille, La Geste de Robert Guiscard, a cura di M. Mathieu, Palermo
1961, p. 190.
14
  Amato Di Montecassino, Storia dé Normanni, a cura di V. De Bartholomaeis, Roma
1935, p. 65.
15
  Benjamin Da Tudela, Libro di viaggio, a cura di L. Minervini, Palermo 1989, p. 47.
16
  Ibn Hawqal, Configuration de la terre, a cura di J.H. Kramers – G. Wiet, Beirut-
Parigi 1969, pp. 8, 161, 189, 196.
AMALFI NEL MEDITERRANEO MEDIEVALE 3

come sottolinea Ulrich Schwarz17: una spiaggia creata dallo sbocco di una
stretta e profonda vallata, e nessun campo favorevole al vettovagliamento
degli abitanti al di fuori della vite sviluppata su strette terrazze. La città
dipende esclusivamente dalle relazioni marittime, ma può approfittare
delle risorse agricole della Campania. Il sito di Genova non è tanto diverso,
benché più ampio: un anfiteatro dominato da alte colline, con due vallate ai
fianchi che permettono una comunicazione difficile colla pianura padana.
La situazione è diversa per Venezia: le isole della Laguna non producono
grano o vino, ma soltanto sale e pesce. Il vettovagliamento della città deve
essere trovato nel retroterra o nell’oltremare. Vicina alla foce dell’Arno,
Pisa si trova in una zona paludosa, infestata dalla malaria, in modo tale che
il lavoro della terra è reso difficile, ma le comunicazioni della città tramite
l’Arno colla Toscana assicurano l’arrivo delle granaglie. Per le quattro
città, dunque, il mare è «una frontiera»; le sue risorse costituiscono l’unica
possibilità di sopravvivenza in un ambiente che, se non ostile, almeno è
poco favorevole all’insediamento umano.
In quali condizioni si sono realizzati l’habitat della gente locale
e le sue vocazioni marinare e mercantili? Al di là della leggenda che fa
risalire la creazione di Amalfi ad un gruppo di Romani naufragati sulla
via di Costantinopoli18, la città viene menzionata per la prima volta in una
lettera di Gregorio Magno del 596, nella quale il papa richiama il vescovo
Pimenius al suo obbligo di residenza nella sua sede fortificata per impedire
un’invasione longobarda19. Ciò significa la costruzione di un castello
bizantino, l’esistenza di una piccola guarnigione e di una popolazione locale,
chiamata, in caso di necessità, a prendere le armi contro i Longobardi. Il
castello viene menzionato una seconda volta da Giorgio di Cipro nella sua
opera geografica, scritta tra il 591 e il 60320. Non si sa in quali condizioni
Amalfi sia stata retta da ufficiali bizantini fino al 839, quando gli abitanti
elessero un certo Pietro, col titolo di comes, per un anno21. Alla metà del
IX secolo risalgono le geneaologie colle quali le persone di un certo rilievo
sono designate nella città, i cui capi sono chiamati comites o prefetti e
rappresentano i capostipiti della nobiltà amalfitana: un’aristocrazia civile
di conti senza contea22. Proprietari fondiari, fondatori di chiese private,

17
  Schwarz, Amalfi nell’alto Medioevo cit., p. 15.
18
  Falkenhausen, Gli Amalfitani nell’Impero bizantino cit., p. 23.
19
  Schwarz, Amalfi nell’alto Medioevo cit., p. 35; Sangermano, L’esempio di Amalfi
medievale cit., pp. 17-18.
20
  Ibid., p. 36.
21
  Schwarz, Alle origini della nobiltà amalfitana cit., p. 371.
22
  Del Treppo - Leone, Amalfi medioevale cit., pp. 89-119; G. Gargano, Aspetti
fondamentali della società amalfitana medievale, in Fieri iussit pro redemptione.
4 MICHEL BALARD

beneficiari di titoli aulici bizantini, i discendenti dei primi comites erano


anche impegnati nel commercio d’oltremare, benché non si trovì alcuna
menzione di mercanti negli atti amalfitani dell’alto Medioevo. Giuseppe
Gargano ha elencato nobili amalfitani, ma anche piccoli trafficanti, mercanti-
vignaioli, artigiani e marinai, di cui i testi rivelano l’allontanamento dalla
patria, perché sono andati «ad navigandum»23. Dall’analisi statistica,
condotta da Del Treppo, risulta che, a seconda dei periodi considerati,
la partecipazione della nobiltà amalfitana rappresenta tra il 20 e il 30%
delle persone impiegate nel traffico marittimo. «Amalfi non è una città di
mercanti» (Mario Del Treppo), ma quasi tutti i suoi abitanti praticano più o
meno il commercio, senza farne un attività preponderante24.
Il confronto con Venezia s’impone subito. Raggruppando i Veneti e
gli abitanti dell’entroterra che fuggivano dalle invasioni longobarde, la
popolazione delle isole viene protetta dagli ufficiali bizantini di Grado,
Malamocco e poi di Rialto, prima che, approfittando della crisi iconoclasta,
le isole venete si diano il proprio duca, di origine indigena «sortito dalle
file dell’exercitus Venetiarum costituito dopo lo sfaldamento delle milizie
bizantine»25. L’elezione di Orso Ipato nel 726 simbolizza quell’«autonomia
periferica», per dirla con Georges Bratianu26, quasi identica a quella di
Amalfi un secolo dopo. Nello stesso modo, i capi della città sono tra i
primi promotori delle attività mercantili, come risulta dal testamento di
Giustiniano Partecipazio, il quale aveva nell’ 829 investito 1200 libbre nel
commercio d’oltremare27. Il gruppo delle famiglie dei tribuni (Contarini,
Falier, Orseolo), che costituiscono le case vecchie di Venezia, grandi
proprietari fondiari, partecipa agli investimenti marittimi, sottolineando in
tal modo lo stretto legame tra i redditi della terra e gli investimenti nel
commercio. Venezia, dalle origini, non è soltanto una città mercantile, ma
anche uno Stato di mercanti, uno Stato al servizio dei mercanti.
L’impulso mercantile dei Genovesi sembra un po’ diverso. La loro
città viene affidata dal re Berengario d’Ivrea ai marchesi Obertenghi,
rappresentati in città da visconti, i quali condividono il potere con il vescovo,

Mecenatismo, devozione e multiculturalità nel Medioevo amalfitano, a cura di G. Camelia


e G. Cobalto, Amalfi 2009, pp. 77-88.
23
  Gargano, La nobiltà aristocratica cit., pp. 84-85.
24
  Del Treppo – Leone, Amalfi medioevale cit., pp. 121-143.
25
  R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, Firenze 1981, p. 15.
26
  G. I. Bratianu, Privilèges et franchises municipales dans l’empire byzantin, Paris-
Bucarest 1936, pp. 71-72; Idem, La mer Noire. Des origines à la conquête ottomane,
Monaco di Baviera 1969, pp. 172-173.
27
  P. Braunstein - R. Delort, Venise, portrait historique d’une cité, Parigi 1971, pp.
38-40.
AMALFI NEL MEDITERRANEO MEDIEVALE 5

partecipando alla gestione delle vaste terre episcopali, al controllo delle


strade e del traffico. Non c’è dunque da meravigliarsi se, aggiungendo ai
redditi della terra i profitti della lotta contro i Saraceni, iniziata nei primi
decenni dell’undicesimo secolo, le famiglie viscontili costituiscono il
gruppo più attivo nel commercio genovese d’oltremare: un fatto attestato
dai primi cartolari notarili conservati28. Qui, ancora, il legame tra la terra e
il mare risulta evidente.
Le ultime ricerche di storia pisana, e in particolare quelle di Marco
Tangheroni, hanno poturo rivelare la possibilità di collocare il decollo
dell’espansione marittima, politica, militare ed economica di Pisa negli
ultimi decenni del X secolo. Si sa da una lettera del papa Gregorio Magno
indirizzata nel 603 all’esarca bizantino Smaragdo, che Pisa ha messo la
propria flotta al servizio dei Longobardi contro la Sardegna dominata
dai Saraceni. A poco a poco, le risorse dell’entroterra, lo sfruttamento
di un’ importante materia prima come il ferro, e il bottino ricavato dalle
spedizioni contro i Musulmani, rafforzano la potenza economica di Pisa
e l’ampliamento della sua flotta, all’inizio del X secolo, secondo la lettera
della marchesa Berta, inviata nel 906 a Muktafî, califfo di Baghdad. Le
famiglie viscontili e l’aristocrazia episcopale sono il cuore di un dinamismo
economico quasi contemporaneo a quello di Amalfi29.
Di quali mezzi dispongono i mercanti amalfitani per sviluppare la loro
attività? Per quanto riguarda i loro natanti, è stata notata l’estrema esiguità
dell’arsenale e del porto. Che siano di Amalfi o di Atrani, gli arsenali
non possono sviluppare l’industria armatoriale né seguire l’aumento del
tonnellaggio che si riscontra nelle altre repubbliche marinare; servono
soltanto al riparo delle navi, mentre la loro costruzione si fa nelle scaria,
cantieri all’aperto30. Il «disordinato addensarsi di case e di botteghe a
ridosso degli arsenali» e anche «il concentrarsi nelle mani di ecclesiastici
dei luoghi di approdo e di spiagge» impediscono il miglioramento delle
costruzioni navali e gli investimenti conseguenti31. Benché il cardinale
Pietro Capuano abbia finanziato la costruzione di un nuovo scalo sul sito
di Santa Caterina, il porto è inadeguato per accogliere i grossi natanti del

28
  St. A. Epstein, Genoa and the Genoese 958-1528, The University of North Carolina
Press 1996, pp. 19-22; D. Puncuh (dir.), Storia di Genova. Mediterraneo, Europa, Atlantico,
Genova 2003, pp. 127-131.
29
  C. Renzi Rizzo, Pisa e il mare nell’Alto Medioevo, in Pisa e il Mediterraneo. Uomini,
merci, idee dagli Etruschi ai Medici, a cura di M. Tangheroni, Ginevra-Milano 2003, pp.
121-125; G. Berti - C. Renzi Rizzo - M. Tangheroni, Il mare, la terra, il ferro. Ricerche su
Pisa medievale (secoli VII-XIII), Pisa 2004.
30
  G. Gargano, L’arsenale di Amalfi, Amalfi 2010.
31
  Del Treppo - Leone, Amalfi medioevale cit., pp. 63-64.
6 MICHEL BALARD

Duecento32. La cocha, il nuovo naviglio della fine del Duecento, non viene
costruita ad Amalfi.
La terminologia - «navis, navigium, navilium» - utilizzata nella
Tabula de Amalpha, un codice di leggi che ha influenzato tanto il Costituto
dell’uso a Pisa (1160) quanto i Capitula Comunis Janue dell’inizio del
Duecento, è troppo generale per individuare la tipologia dell’armamento
amalfitano33. Invece la parola «barca», che compare nella redazione volgare
del testo, indica un’imbarcazione di dimensioni modeste, che sembra
assai frequente nei documenti della città. Secondo le Memorie storico-
diplomatiche di Matteo Camera34, gli Amalfitani si servirono nel nono
secolo di dromoni bizantini, imbarcazioni da combattimento a due piani,
di sagene, piccole imbarcazioni di origine araba e, alla fine del secolo, di
galee, le quali costituiscono i natanti principali della flotta privata di Mauro
e di Pantaleone, ma non si sa se siano state costruite ad Amalfi o piuttosto
a Costantinopoli, centro delle attività di questi primi uomini d’affari del
Medioevo35. Il Camera menziona altri tipi di navi, fusta da corseggio,
henteca, un tipo di barca, emiolo, galeazza, vachetta36. Ma, se si considera
la documentazione mercantile, pochissimi sono i natanti più grandi nelle
mani di armatori amalfitani. Nel Duecento coloro che frequentano il
mercato genovese arrivano con piccoli o medi tonnellaggi, bucius (1258),
tarida (1259), barca (1277); l’unica nave citata è patronizzata a metà da un
Amalfitano e da un Pisano37.
Nei secoli successivi il tonnellaggio della flotta amalfitana rimane
basso. I natanti impiegati per il trasporto del sale sardo hanno tutti un
piccolo tonnellaggio38. L’elenco elaborato da Alfonso Leone comporta tra
il 1398 e il 1494 29 barche, 25 saettie, 16 brigantini, 11 fragate e 9 schiffi,
cioè natanti di piccole dimensioni. Per di più, i grossi traffici sono eseguiti
da padroni forestieri, genovesi, catalani, siciliani o pugliesi39. Tra la flotta,
poche cocche, quel natante nuovo comparso nel Mediterraneo nell’ultimo

32
  Sangermano, L’esempio di Amalfi medievale cit., p. 55.
33
  Del Treppo - Leone, Amalfi medioevale cit., pp. 64-65.
34
  M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, 2
voll., Salerno 1876-1881, ristampa Salerno 1972.
35
  Y. Renouard, Les hommes d’affaires italiens du Moyen Age, Parigi 1968, pp. 36-39.
36
  Gargano, Amalfi e Pisa cit., pp. 91-92; si veda anche Idem, Le navi di Amalfi, in
Idem, L’arsenale di Amalfi, p. 33-45.
37
  Pistarino, Genova e Amalfi cit., pp. 309-312.
38
  R-H. Bautier, La marine d’Amalfi dans le trafic du sel méditerranéen au XIVe siècle.
A propos du transport du sel de Sardaigne, in Bulletin philologique et historique (jusqu’à
1715) du Comité des travaux historiques et scientifiques, 1958, Parigi 1959, pp. 181-194.
39
  Del Treppo - Leone, Amalfi medioevale cit., pp. 200-204.
AMALFI NEL MEDITERRANEO MEDIEVALE 7

decennio del Duecento e che ritroviamo soltanto in possesso di qualche


armatore amalfitano residente nel Regno alla metà del Trecento. Amalfi
ha mancato lo slancio della rivoluzione nautica del Medioevo; i suoi
arsenali, troppo stretti o sprovvisti di capitali, non hanno potuto adattarsi
all’aumento generale dei tonnellaggi che ha caratterizzato i navigli delle
altre repubbliche marinare40.
Vecchio possesso bizantino, Amalfi ha utilizzato la monetazione
dell’Impero fino all’undicesimo secolo: il nomisma o histamenon che
coesiste con un solido d’oro più leggero, il tetarteron, dalla fine del
decimo secolo. Ma le relazioni commerciali con gli Arabi della Sicilia
e dell’Africa del Nord facilitano la circolazione del quarto del dinaro, il
rubâ’i, denominato tarì nell’Italia meridionale, che comincia a diffondersi
ad Amalfi a partire dal 920 e supera rapidamente la moneta bizantina,
soprattutto dopo la caduta del potere imperiale nel Mezzogiorno. La
conseguenza potrebbe essere l’inizio della monetazione amalfitana, verso
il 1050, grazie ad una zecca che funziona fino al 1222, quando Federico II
decide di chiuderla. Il tarì di Amalfi viene citato in molti documenti di Cava
dei Tirreni e di Napoli della fine dell’undicesimo secolo. Secondo Grierson,
l’imitazione della moneta araba trova la sua giustificazione nell’intensità
dei rapporti commerciali di Amalfi con il mondo arabo e nella necessità di
mantenere buone relazioni con Costantinopoli, che sarebbe stata offesa da
imitazioni di pessima qualità della sua moneta41. Eppure il tarì amalfitano
si allontana dal suo modello arabo, con una caratura di soltanto dieci carati,
che si mantiene fino al 1222, e una diffusione strettamente locale. Quando
scompare la zecca amalfitana, il grosso d’argento veneziano di 2,277
grammi e di 968 /1000 di lega si impone nel commercio internazionale,
prima che siano coniati altri grossi d’argento a Firenze e a Lucca, e
prima del ritorno all’oro a Firenze e a Genova. Il tarì svalutato non ha
potuto resistere alla concorrenza del grosso, simbolo della nuova potenza
economica di Venezia al momento della Quarta Crociata42.
Altrettanto arretrate sono le tecniche adoperate dagli Amalfitani per
radunare i capitali da investire nell’attività mercantile. È stato spesso
ricordato l’uso generalizzato della commenda, contratto tipico e unico
regolatore del commercio a partire del dodicesimo secolo, al pari della

40
  F.C. Lane, Progrès technologiques et productivité dans les transports maritimes de
la fin du Moyen Age au début des temps modernes, «Revue Historique», 510 (1974), pp.
277-302.
41
  R.S. Lopez, La révolution commerciale dans l’Europe médiévale, Parigi 1974.
42
  Ph. Grierson, La monetazione amalfitana nei secoli XI e XII, in Amalfi nel Medioevo
cit., pp. 215-243.
8 MICHEL BALARD

societas maris o compagna a Venezia, un contratto che scompare a poco a


poco dai cartolari notarili. Orbene, al momento della sua massima prosperità
nell’undicesimo secolo, la quasi esclusiva configurazione giuridica della
pratica mercantile ad Amalfi si restringe all’uso del contratto di colonna
che «coinvolge in un unico e solo rapporto armatori, patroni, mercanti e
marinai» (Del Treppo), dando alla ciurma una partecipazione importante
alla gestione dell’impresa commerciale. Sfavorevole ai grandi operatori,
questo contratto dà la preminenza ai padroni di barche e ai marinai, senza
dubbio perché era scarsa la disponibilità di capitali ed era quasi assente il
ceto di grossi imprenditori dedicatisi completamente alla mercatura43. Gli
Amalfitani non hanno potuto inserirsi nella «rivoluzione commerciale» del
Medioevo, per mancanza di compagnie a lunga scadenza.
Alla fine del Medioevo, secondo i dati di Alfonso Leone, l’attività
mercantile viene regolata da poche «società di mare» - due soltanto nell’ar-
co di un secolo - e da 192 commende. Amalfi avrebbe allora adottato le for-
me più avanzate dei contratti commerciali ? A dire il vero, quando la com-
menda conosce la sua maggiore diffusione ad Amalfi, è già da tempo che
è ormai tramontata nella pratica mercantile delle due grandi repubbliche
marinare, lasciando il posto alle scritture private, le apodixie. I documenti
amalfitani hanno anche conservato 44 contratti d’assicurazione, non simili
a quelli che si riscontrano a Genova o a Venezia, dove il rischio marittimo
è trasferito su una terza persona non interessata all’affare mercantile, ma
sotto la forma del cosiddetto «prestito per cambio», dove il premio spet-
tante al mandante supera il 6% per viaggi a breve distanza44. E non si parla
della lettera di cambio, quasi sconosciuta sulla Costiera. Tutto ciò mette in
rilievo la sostanziale arretratezza della tecnica mercantile amalfitana, con-
comitante con il progressivo restringersi dei campi dove si svolge l’attività
marittima e commerciale dei cittadini.
All’epoca della loro massima prosperità, gli Amalfitani frequentavano
i più noti mercati del Mediterraneo, sviluppando un commercio triangolare,
messo in evidenza da A. Citarella45, tra il Mezzogiorno d’Italia, l’Africa
del Nord, l’Egitto e la Siria-Palestina, e finalmente Costantinopoli. Benché
siano chiamati dal papa a difendere il litorale italiano contro le flotte arabe
e ad impedire le loro razzie, gli Amalfitani hanno mantenuto delle relazioni
commerciali intense con gli Arabi, a tal punto che, contrariamente a quanto

43
  Del Treppo - Leone, Amalfi medioevale cit., pp. 68-69.
44
  Ibid., pp. 241-255.
45
  Citarella, Il commercio di Amalfi cit.
AMALFI NEL MEDITERRANEO MEDIEVALE 9

hanno scritto gli storici tedeschi Heyd o Schaube46, si pensa oggi, grazie
alla scoperta dei documenti della Geniza47, che le relazioni economiche
con il mondo musulmano abbiano prevalso su quelle intrattenute con
Costantinopoli48. Infatti, gli Amalfitani possono esportare le granaglie
della Campania verso l’Africa del Nord, che soffre molte carestie durante
l’undicesimo secolo. Si suppone anche l’aiuto dei nostri mercanti ai
Fatimidi in occasione della loro conquista dell’Egitto, con la fornitura
di legname, di ferro e di attrezzature navali. Nel 978 viene citato un Leo
d’Amalfi, che si è recato a Bab-el –Luk, quartiere del Cairo49. Soprattutto,
il famoso testo di Yahya di Antiochia ricorda il pogrom di 160 mercanti
amalfitani a Fustat, perché il popolo li sospettava di aver incendiato la
flotta del califfo, approntata per una spedizione contro Bisanzio. Il califfo
al-Aziz, che aveva sposato una cristiana, reagisce subito, restituendo i loro
beni ai sopravvissuti e punendo i predatori50. Qualche documento della
Geniza ci informa circa l’arrivo di un Amalfitano e di un Genovese a
bordo di una nave caricata di legname51. Ma non si può parlare di una vera
colonia amalfitana al Cairo, in quanto la presenza dei nostri mercanti non
è mai stabile né permanente, non gode mai di un’amministrazione propria,
ma è sempre sottoposta al controllo delle autorità fatimidi, che limitano la
circolazione nel loro paese e intervengono costantemente nel commercio
degli Occidentali52.
Da questi documenti risulta che gli Amalfitani trasportano grano,
vino, legname e frutta o verso l’Africa del Nord, dove sono scambiati con
olio, cera, lana e oro, o verso Alessandria e il Cairo, in cambio di spezie
orientali e di oro. La conquista fatimide dell’Egitto ha infatti, spostato i
principali centri di commercio da Kairuan e Mahdiya verso Alessandria,
in correlazione con lo spostamento delle rotte marittime dal golfo Persico

46
  W. Heyd, Histoire du commerce du Levant au Moyen Age, 2 voll., Leipzig 1885-1886,
ristampa Amsterdam 1967; A. Schaube, Handelsgeschichte der romanischen Völkedes
Mittelmeergebietes bis zum Ende der Kreuzzüge, Berlino-Monaco di Baviera 1906.
47
  D. Jacoby, Amalfi nell’XI secolo: commercio e navigazione nei documenti della
Ghenizà del Cairo, «Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana», 36 (2008), pp.
81-90.
48
  A. O. Citarella, The Relations of Amalfi with the Arab World before the Crusades,
«Speculum», 42 (1967), pp. 299-312.
49
  Idem, Il commercio di Amalfi cit., p. 23, n. 83.
50
  Cl. Cahen, Orient et Occident au temps des croisades, Parigi 1983, pp. 37-38; D.
Jacoby, Les Italiens en Égypte aux XIIe et XIIIe siècles: du comptoir à la colonie?, in
Coloniser au Moyen Age, a cura di M. Balard – A. Ducellier, Parigi 1995, pp. 76-77.
51
  B.Z. Kedar, Mercanti genovesi in Alessandria d’Egitto negli anni sessanta del
secolo XI, in Miscellanea di Studi storici II, Genova 1983, p. 22.
52
  Jacoby, Les Italiens en Égypte cit., p. 77.
10 MICHEL BALARD

verso il mar Rosso ed Alessandria. Il sovrappiù del commercio con il


mondo arabo e i profitti dei servizi marittimi vengono utilizzati a Bisanzio
per acquistare tessuti di lusso, gioielli e opere d’arte, rivendute poi in Italia
o nella Spagna musulmana dove, secondo Ibn Ayyân, i mercanti Amalfitani
arrivano per la prima volta a Madînat al-Zahra nel 942, con broccati e
tessuti di porpora. In questo modo, a partire del decimo secolo, tutto il
mondo musulmano sembra aperto agli Amalfitani che non vi trovano
molti concorrenti occidentali, al di fuori di qualche Genovese in Egitto53.
Soltanto nella prima metà del dodicesimo secolo i Pisani avranno la meglio,
con un maggiore numero di navi nel porto di Alessandria rispetto agli altri
Occidentali54.
In Siria-Palestina, lo scopo commerciale della presenza amalfitana
rivaleggia con i motivi religiosi. Anthony Luttrell ha di recente analizzato
in quali condizioni Mauro di Pantaleone e i suoi compagni siano stati
autorizzati prima del 1071 dal califfo al-Mustansir a fondare un monastero
e un’ospizio presso il Santo Sepolcro per accogliere i pellegrini55. Non c’è
nessuna prova che gli Amalfitani abbiano avuto dei privilegi commerciali o
un fondaco a Gerusalemme, una città che non aveva una grande importanza
nelle reti commerciali dell’epoca. Tale fondazione, come quella dell’ospizio
di Antiochia, creato dalla generosità di Mauro, risulta dalle tradizioni
caritative e medicali istigate dalla riforma religiosa dell’undicesimo secolo,
mettendo i laici al servizio dei poveri. L’opera di Mauro in Siria-Palestina
è senz’altro originale e unica, tanto più che gli Amalfitani soreggono
con il loro finanziamento, almeno fino alla conquista latina del 1099, i
monaci che gesticono gli ospizi, tutti oriundi dalla Costiera. Estranei alla
Prima Crociata, gli Amalfitani non hanno partecipato alla distribuzione
dei privilegi commerciali e giuridici attribuiti dai principi latini alle altre
repubbliche marinare. I loro sforzi posteriori per ottenere concessioni ad
Acri e Laodicea sono rimasti senza risultato positivo.
Vera von Falkenhausen ha illustrato di recente le relazioni complesse
tra Amalfi e l’impero bizantino56. A Costantinopoli non sembra che gli
Amalfitani abbiano avuto la precedenza sui Veneziani. Il testamento di

53
  A. O. Citarella, Patterns in Medieval Trade: the Commerce of Amalfi Before the
Crusades, «Journal of Economic History», XXXVIII (1968), pp. 544-545.
54
  Secondo Al-Zuhri, Kitâb al-Dja’râfiyya, a cura di M. Hadj-Sadok, «Bulletin des
études orientales», XXI (1968), pp. 92-93.
55
  A. Luttrell, The Amalfitan Hospices in Jerusalem, in Farrugia (ed.), Amalfi and
Byzantium cit., pp. 105-122; Figliuolo, Amalfi e il Levante cit., pp. 591-593.
56
  M. Balard, Amalfi et Byzance aux Xe-XIIe siècles, «Travaux et Mémoires» 6, Paris
1976, pp. 85-95; Falkenhausen, Gli Amalfitani nell’Impero bizantino cit., in Farrugia
(ed.), Amalfi and Byzantium cit., pp. 17-44.
AMALFI NEL MEDITERRANEO MEDIEVALE 11

Giustiniano Partecipazio sottintende una priorità del commercio veneziano


nella capitale dell’impero. Eppure, la testimonianza di Liutprando da
Cremona nel 944 cita soltanto la partecipazione degli Amalfitani e non
dei Veneziani al colpo di stato che porta al potere Costantino Porfirogenita
contro i figli di Romano Lecapena57. Al pari dei Veneziani, gli Amalfitani
sono presenti nella spedizione di Niceforo Focas in Siria nel 968 e si rivelano
importatori in Italia di sete di lusso, la cui esportazione viene vietata dalle
autorità imperiali58. Nel decimo secolo, però, la comunità amalfitana di
Costantinopoli sembra inferiore alla comunità veneziana, come si evince
dal crisobollo del 1082, il quale costringe i bottegai amalfitani della capitale
bizantina a pagare tre iperperi ogni anno alla chiesa di San Marco59.
L’undicesimo secolo è l’età d’oro per gli Amalfitani nell’impero
bizantino: a Costantinopoli60, attività economica, diplomatica, artistica
e culturale di Pantaleone, attribuzione di un quartiere con scala e chiesa
a sud della porta di Perama, attribuzione di titoli aulici ai più eminenti
cittadini di Amalfi, creazione di un monastero amalfitano, ospitalità offerta
ai duci esiliati, Sergio III e Giovanni II, presenza di consiglieri amalfitani
nell’entourage del basileus, a tal punto che Niceta Choniates considera gli
Amalfitani come gli stranieri più «bizantinizzati» della capitale; a Focea61,
presenza di mercanti, tra cui un Mauro nel dodicesimo secolo; a Durazzo,
secondo Anna Comnena, una forte comunità amalfitana e un monastero di
Santa Maria degli Amalfitani, citato fino al 133862; sulla Santa Montagna
dell’Athos, un monastero amalfitano, menzionato dalla fine del decimo
secolo fino alla fine del dodicesimo, il quale sembra dipendere più dalla
comunità amalfitana di Costantinopoli che da Amalfi stessa63.
Tutti questi fatti dimostrano l’intensità dei rapporti tra Amalfi e
l’impero bizantino, dove i nostri mercanti comprano perle, gioielli,

57
  Liudprand of Cremona, Complete works, a cura di P. Squatriti, Washington D.C.,
2007, p. 185.
58
  Ibid., pp. 266 e 272.
59
  I trattati con Bisanzio, a cura di M. Pozza - G. Ravegnani, Venezia 1993 (Pacta
veneta 4), pp. 21-25.
60
  Renouard, Les hommes d’affaires cit., pp. 36-39; Schwarz, Amalfi nell’alto Medioevo
cit., pp. 99-103; J.-M. Martin, Italies normandes XIe-XIIe siècles, Parigi 1994, pp. 340-
341; Gargano, La nobiltà aristocratica cit., pp. 78-81; Falkenhausen, Gli Amalfitani
nell’Impero bizantino cit., pp. 29-37.
61
  Falkenhausen, Gli Amalfitani nell’Impero bizantino cit., p. 24, n. 35.
62
  Anne Comnène, L’Alexiade, a cura di B. Leib, Parigi 1943, 2, p. 7; si veda A.
Ducellier, La façade maritime de l’Albanie au Moyen Age. Durazzo et Valona du XIe au
XVe siècle, Tessalonica 1981, pp. 71-76 e 87-89.
63
  A. Pertusi, Monasteri e monaci italiani all’Athos nell’alto Medioevo, in Le Millénaire
du Mont Athos 963-1963, Chevetogne 1963, 1, pp. 217-251.
12 MICHEL BALARD

profumi, tappeti, tessuti di seta, poi rivenduti a Roma o a Pavia e trasportati


dai pellegrini in tutto l’Occidente, e le famose opere d’arte, tra cui le porte
di bronzo che oggi ancora adornano sette chiese dell’Italia64. Ma non si
sa che cosa importassero gli Amalfitani a Costantinopoli: forse l’allume
d’Egitto e senz’altro l’oro ricavato dalle loro vendite nel mondo arabo.
Però è quasi certo che gli Amalfitani si recano a Costantinopoli più in veste
di compratori che di venditori65. In tal modo, vista la natura dei prodotti,
e viste le rotte di comunicazione utilizzate, il loro commercio assomiglia
molto a quello dei Veneziani, dal quale comunque si differenzia, essendo un
commercio di distribuzione senza alcuna o con ristretta base di produzione,
e che deve il suo successo all’intraprendenza degli imprenditori, mediatori
precoci e fragili degli scambi tra Oriente e Occidente, sottomessi all’alea
della congiuntura alla quale non hanno saputo adattarsi, alla pari dei loro
concorrenti.
Lo schema della grandezza di Amalfi tra il 950 e il 1150 e del suo declino
dalla fine del dodicesimo secolo in poi non sembra più di moda, dopo gli
studi di Mario Del Treppo e Alfonso Leone66. Oggi, si parla piuttosto di
una trasformazione dell’economia amalfitana a partire del Duecento che di
un’ inarrestabile decadenza. È certo che la conquista normanna della città
non ha interrotto l’attività mercantile dei suoi abitanti. La rapida diffusione
di comunità amalfitane nelle principali città del Regno dimostra il rapido
adattarsi dei mercanti alla nuova situazione. I loro membri si mettono
al servizio della monarchia sveva, si fanno appaltatori delle gabelle e
concentrano le loro attività mercantili nell’ambito più ristretto del Tirreno.
Ma ci si potrebbe chiedere se la diaspora amalfitana nel Regno, di cui i
legami con la madre-patria diminuiscono, non abbia impoverito Amalfi
stessa, sprovvista di efficaci imprenditori e di capitali. D’altra parte, il
saccheggio di Amalfi da parte della flotta pisana nel 1135 e 1137 non può
essere considerato la causa principale del declino della città67.
Alfonso Leone ha messo in rilievo gli aspetti più salienti del commercio
amalfitano alla fine del Medioevo: arcaismo delle strutture mercantili,
ristretto raggio d’azione dei mercanti, limitato alle città del Regno, debole
tonnellaggio dei natanti, incapacità dell’arsenale a ricuperare la sua attività
dopo il maremoto del 24 novembre 1343, e soprattutto assenza di una vera
borghesia di affari e di professione strettamente mercantile, mentre i nobili,
che erano tra i maggiori protagonisti del commercio nell’età d’oro, si

64
  G. Matthiae, Le porte bronzee bizantine in Italia, Roma 1971.
65
  Balard, Amalfi et Byzance cit., pp. 85-95.
66
  Del Treppo - Leone, Amalfi medioevale cit.
67
  Gargano, Amalfi e Pisa nel Medioevo cit., pp. 98-100.
AMALFI NEL MEDITERRANEO MEDIEVALE 13

dedicano più al servizio della monarchia angioina e poi aragonese, che offre
a loro pensioni e diritti patrimoniali sulle chiese, che alla mercatura68. Per di
più, i pochi profitti ricavati dal commercio non sono rinvestiti nell’attività
mercantile, ma piuttosto nella costruzione di mulini o nell’agricoltura. La
rendita fondiaria prevale sull’intraprendenza mercantile.
D’altra parte, rispetto alle altre repubbliche marinare, Amalfi non
aveva la capacità di adattarsi ad una nuova congiuntura caratterizzata dalla
scomparsa dell’egemonia araba, dallo sfasciamento dell’impero bizantino
abbandonato alla supremazia economica dell’Occidente, e soprattutto
dall’apertura degli orizzonti dal Mar del Nord al Catai. All’opposto di
Amalfi, Genova, Pisa e Venezia hanno creato un ceto mercantile potente che
regge tanto la politica della città quanto la sua attività economica. Hanno
potuto attrare i metalli preziosi, grazie ai loro traffici, e interessare tutti i
loro concittadini all’attività mercantile, tramite contratti specifici. Hanno
saputo creare una flotta di grossi natanti per il trasporto non soltanto dei
prodotti orientali di lusso, ma anche per quello delle materie prime e delle
derrate alimentari. Malgrado la loro concorrenza e il progressivo declino
economico di Pisa, a partire del Duecento, esse si impongono nel ruolo di
mediazione tra Oriente ed Occidente, lasciando agli Amalfitani soltanto
un’espansione limitata al Regno69 e la memoria di un tempo brillante in cui
i loro concittadini del decimo e dell’undicesimo secolo percorrevano tutto
il Mediterraneo e avevano fatto della loro città un modello di ricchezza e
di bellezza.

68
  Del Treppo - Leone, Amalfi medioevale cit., pp. 165-175 e 187-205. Si veda pure il
caso di Un mercante amalfitano del XIV secolo: Pandone Sarcaia, di B. Figliuolo - P. F.
Simbula, «Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana», 39-40 (2010), pp. 143-159.
69
  J.-M. Martin, Amalfi e le città marinare del Mezzogiorno d’Italia, «Rassegna del
Centro di Cultura e Storia Amalfitana», 39-40 (2010), pp. 29-49.

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