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Irruzioni

Coordinamento

Cristina Guarnieri

Referee della collana


Massimo Arcangeli
Roberto Battiston
Edoardo Boncinelli
Paolo Di Paolo
Diego Fusaro
Giulio Giorello
Filippo La Porta
Pierluigi Mingarelli
Italo Moscati
Lucilio Santoni
Silvano Tagliagambe
Gino Troli

Il presente testo è l’elaborazione della conferenza di Derrick de Kerckhove svoltasi il 30 luglio 2014
nell’ambito del Futura Festival di Civitanova Marche.
L’Editore desidera ringraziare l’Autore e il Futura Festival per la gentile collaborazione.

I edizione ebook: settembre 2016


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Derrick de Kerckhove

La rete ci renderà stupidi?


Prefazione di Massimo Arcangeli
Prefazione
di Massimo Arcangeli

I’ ho tanti v[o]cavoli nella mia lingua materna,


ch’i m’ho piuttosto da doler del bene intendere le cose,
che del mancamento delle parole, colle quali io possa
bene espriemere il concetto della mente mia.
Leonardo da Vinci

Nodi da scegliere, nodi da sciogliere


Internet mi è apparso in tutta la sua fascinosa potenza il giorno in cui ho
sperimentato per la prima volta la linkabilità. Apriamo una pagina in cui alcuni
termini o alcune espressioni rimandano ad altre pagine, ne apriamo una seconda
cliccando su uno di quei termini o su una di quelle espressioni, scopriamo anche
qui la presenza di forme lessicali linkabili e il gioco prosegue. Fu proprio quel
che scoprii allora, accorgendomi al contempo che le forme del mio pensiero, al
contatto con quella realtà, non ne risentivano affatto. Anzi, ne guadagnavano.
Non era solo capacità di adattamento: l’organizzazione mentale che vi era a
monte collimava o s’incontrava in modo pacifico e naturale con le architetture
virtuali del nuovo mezzo.
Ben lungi dal consistere in una piattaforma superficiale, per chi sappia
sfruttarne adeguatamente le risorse, Internet è un medium stratificato: saltare da
un link a un altro può anche essere o apparire un’operazione più o meno
casuale, ma ci costringe a uno sforzo che, di passaggio in passaggio, finisce per
stimolare un approccio ravvicinato alle cose, favorendo la focalizzazione di
dettagli anche minimi. Dal web – troppo spesso etichettato come la
quintessenza di una sinteticità deteriore, interfaccia lacunosa e scorniciata di un
pensiero sistemico – ho preteso, fin dall’inizio, un approccio analitico. Internet
non mi ha fatto diventare più stupido, mi ha invece reso un servizio: nelle
fittissime maglie della sua rete ho salutato una leva cognitiva, la possibilità
d’esercizio di un modo del pensiero che coltivo da sempre.
Al sostegno fornito al pensiero analitico, al consolidamento dei suoi processi
conoscitivi e dei loro contenuti, alcuni aggiungerebbero un altro aspetto
positivo: oggi il numero di chi scrive in modalità digitale, se confrontato con
quello degli scriventi dell’era predigitale (anche solo di venti o trent’anni fa), è
incomparabilmente elevato. Questo è vero, ma è una delle due facce della
medaglia. Sull’altra è impressa l’insufficienza di una qualità che proceda di pari
passo con la quantità, di una lingua, di una logica, di una cultura che si sforzino
di andare oltre la superficie, si ancorino a una qualunque terra o attecchiscano
in un qualunque terreno, reagiscano a un analfabetismo funzionale (incapacità
di saper leggere e affrontare un testo in modo critico ed efficace, di saperlo
adattare alle diverse situazioni, ecc.) che ha raggiunto livelli preoccupanti e a un
analfabetismo strumentale (totale incapacità di leggere, scrivere e far di calcolo)
che sta pericolosamente riaffiorando.
Il nostro più eminente linguista, Tullio De Mauro, che di literacy e numeracy
proficiency si occupa da oltre cinquant’anni, è tornato ultimamente sul problema,
commentando gli esiti di un’indagine condotta nel 2014 dall’OCSE:
L’indagine è chiamata PIAAC, Programme for the International Assessment of
Adult Competencies, e per quasi trenta paesi del mondo, tra cui l’Italia, ha
definito cinque livelli di alfabetizzazione in literacy e numeracy delle
popolazioni in età di lavoro (16-65 anni), dal livello minimo di analfabetismo
strumentale totale a un secondo livello quasi minimo e comunque
insufficiente alla comprensione e scrittura di un breve testo, ai successivi tre
gradi di crescente capacità di comprensione e scrittura di testi, calcoli, grafici.
[…] Come in Spagna, il 70% della popolazione [italiana] in età di lavoro si
colloca sotto i due primi livelli. Soltanto un po’ meno di un terzo della
popolazione ha quei livelli di comprensione della scrittura e del calcolo dal
terzo livello in su che vengono ritenuti necessari per orientarsi nella vita di
una società moderna. Ma il fenomeno ha gravi dimensioni in tutti i paesi
studiati, anche se nessuno raggiunge i livelli negativi di Italia e Spagna. Più
della metà della popolazione è in condizioni che potremmo dire “italo-
spagnole” negli Usa e (a decrescere), in Francia, Gran Bretagna, Germania,
ecc. Perfino in paesi virtuosi, per eccellenza dei sistemi scolastici e diffusione
della lettura, si trovano percentuali di analfabeti prossime al 40%: così in
Giappone, Corea, Finlandia, Paesi Bassi.
Il problema dunque, pur a diversi livelli di gravità, non è solo italiano. Anche
dopo avere acquisito buoni, talora eccellenti livelli di literacy e numeracy in
età scolastica, in età adulta le intere popolazioni sono esposte al rischio della
regressione verso livelli assai bassi di alfabetizzazione a causa di stili di vita
che allontanano dalla pratica e dall’interesse per la lettura o la comprensione
di cifre, tabelle, percentuali. Ci si chiude nel proprio particolare, si
sopravvive più che vivere e le eventuali buone capacità giovanili
progressivamente si atrofizzano e, se siamo in queste condizioni, rischiamo
di diventare, come diceva Leonardo da Vinci, transiti di cibo più che di
conoscenze, idee, sentimenti di partecipazione solidale1.
Transiti di quel cibo che ormai perlopiù ci procuriamo avventurandoci
nell’oceano della rete.

La Terra compromessa
Internet, se da un lato ha favorito la comunicazione fra gruppi e individui
sparpagliati per il mondo, ridotto i costi di produzione e di accesso
all’informazione, infiammato rivoluzioni e movimenti di protesta contro
governi impopolari o regimi totalitari, dall’altro non ha mantenuto fede alla
doppia promessa di un minor squilibrio nella ripartizione di beni e risorse e di
una più libera competizione fra soggetti d’impresa, allargando anzi la forbice tra
ricchezza e povertà; ha proletarizzato o impoverito la piccola e media borghesia;
ha favorito la spartizione del mercato globale fra colossi aziendali come Google,
Amazon o Facebook. Il suo avvento ha tradito anche le aspettative di chi aveva
sperato in una più equa distribuzione e una più corretta gestione del potere,
nella realizzazione di nuove forme di democrazia diretta, in una socializzazione
che pochi immaginavano sarebbe stata viziata da occhiuti sistemi di
sorveglianza e di controllo.
I sistemi che regolano i comportamenti degli iscritti a una piattaforma come
Facebook, o quelli attivati e presupposti dai grandi insiemi di dati (big data) di
cui parla Derrick de Kerckhove nel bel saggio che segue, sono fonti inedite di
arricchimento del sapere ma anche strumenti di un’«ingegneria del consenso»2
al servizio dei ricchi e dei potenti, veicoli di un’«asimmetria informativa»
(Zeynep Tufekci) causa di altre disuguaglianze: pochi privilegiati che sanno
molto di molti, con i molti invece ignari di quel che i nuovi signori
dell’informazione e della comunicazione conoscono delle loro idee e dei loro
comportamenti, delle loro debolezze e dei loro desideri. Un mezzo
particolarmente efficace per manovrare l’elettorato, per “gestirlo” al meglio,
com’è avvenuto nelle campagne presidenziali americane che hanno portato alla
vittoria Barack Obama. Un modo per conoscere i gusti dei consumatori, che
possono lasciar traccia della loro presenza su Internet acquistando un oggetto su
eBay, pubblicando una recensione su TripAdvisor o conversando
piacevolmente su Facebook.

L’inattualità del silenzio


De Kerckhove, in un paragrafo del suo scritto, parla del «silenzio del libro».
Mi viene subito in mente lo stupore di sant’Agostino, nelle Confessioni, di fronte
alla scoperta che sant’Ambrogio legge in silenzio. Siamo al momento in cui,
dalla lettura a voce alta, si è passati a un altro modo di leggere, silenzioso,
inconcepibile per il teologo d’Ippona. Lo stupore di Agostino nel vedere
Ambrogio impegnato nella muta lettura in assenza di pubblico ci proietta verso
la condizione del lettore moderno. Piuttosto rara nel mondo classico, compreso
quello greco che pure la inventò, e frutto di scelte specifiche o particolari, la
lettura consumata in silenzio divenne pratica consueta, nella civiltà occidentale,
non prima del Decimo secolo (a partire dal Tredicesimo secondo Jacques Le
Goff). Il sacro silenzio dell’atto compiuto dal vescovo di Milano contraddice in
ogni caso la regola che vuole regno della voce, oltreché della vista, almeno l’Alto
Medioevo, autentico campione nel far risaltare l’evidenza del segno e
nell’inseguirne le implicazioni musicali, le ripercussioni sonore, le tensioni
oralizzanti.
Oggi immagini e suoni sono tornati a dettar legge. Se l’alfabeto, interprete
della temporizzazione e della sequenzializzazione, ha fornito un prezioso servizio
alla razionalità occidentale, l’attuale crisi delle pratiche e dei saperi alfabetici che
passa per chat, blog, social network o fan cultures digitalizzate potrebbe avere
forti ricadute sulle modalità di apprendimento e determinare nuovi equilibri
nella struttura delle conoscenze.
È assai probabile, per tutto ciò, che l’attacco sferrato dalla comunicazione in
rete alla nostra già intaccata memoria culturale, alla secolare tradizione sulla
quale si fonda, agli strumenti espressivi a cui si è affidata per secoli, finirà per
incidere sul nostro destino di apprendenti in una misura non facilmente
quantificabile ma sempre più consistente, riassumibile (con Herbert George
Wells) nei termini di una competizione fra istruzione e catastrofe. A salvarci, ci
ricorda opportunamente de Kerckhove, potrebbe essere alla fine la «flessibilità
dei percorsi sinaptici».
1. Filomena Fuduli Sorrentino, L’analfabetismo italiano e la Repubblica fondata sull’ignoranza.
Intervista con il linguista Tullio De Mauro sui nuovi dati dell’analfabetismo in Italia,
(www.lavocedinewyork.com/arts/lingua-italiana/2016/03/28/analfabetismo-italiano-e-la-
repubblica-fondata-sullignoranza), 28 marzo 2016.
2. Edward L. Bernays, The Engineering of Consent, «Annals of the American Academy of
Political and Social Science», vol. 250, n. 1, marzo 1947, pp. 113-120.
La rete ci renderà stupidi?

Google e il nuovo Rinascimento


Nicholas Carr ha posto una domanda estremamente intelligente: «Google ci
renderà stupidi?»3. Il suo articolo e i suoi libri hanno avuto una grande
diffusione, e per la prima volta in America una grande quantità di persone si è
interrogata sulla possibilità concreta che il nostro modo di pensare e di essere
venga radicalmente modificato dalla rete e dall’ipertesto.
La cattiva notizia di cui lo studioso statunitense si è fatto ambasciatore è
questa: «Sì, fondamentalmente Google ci rende stupidi». Carr lo ha scoperto
basandosi sul fatto che, più o meno all’età di quarant’anni, non aveva più la
pazienza di leggere un libro e, anziché attribuire la colpa alla mancanza di
tempo, all’eccesso di impegni o alla stanchezza dopo il lavoro, ha individuato il
problema nella rete.
Su Internet, infatti, si salta da una parte all’altra, con pensieri laterali, ed è
complicatissimo mantenere una qualsiasi continuità mentale con il singolo
oggetto. In conseguenza di ciò – ha spiegato Carr in The Big Switch e in The
Shallows4 –, questo continuo passare da un’immagine all’altra e da un testo a un
altro, questa interruzione permanente, hanno reso impossibile alla nostra
memoria a breve termine mantenere una qualsivoglia continuità, rendendo
inattuabile la formazione di un’interiorità dotata di spessore.
Anche Gary Small, con un approccio simile, ha illustrato la sua idea, molto
pessimista, in iBrain5: secondo Small il cambiamento prodotto
nell’organizzazione mentale dei giovani che usano i videogame e la rete è molto
negativo: «Quando mia figlia impara a scaricare musica nel suo nuovo iPod e
allo stesso tempo manda sms dal suo laptop, chatta al telefono mentre,
simultaneamente, sta preparando la lezione di scienza, il suo cervello salta a un
nuovo livello, rilasciando neurotrasmettitori, sviluppando dendriti e
connettendo nuove sinapsi».
La flessibilità dei percorsi sinaptici, ormai, è ampiamente riconosciuta anche
dagli scienziati e dagli psicologi, i quali concordano nel dire che quando si
utilizzano nuovi strumenti che richiedono nuove strategie mentali avvengono
cambiamenti neurali (d’altronde un’altra caratteristica del nostro cervello,
insieme alla flessibilità, è la velocità di adattamento alle nuove situazioni).
Personalmente ho passato anni a studiare il rapporto tra la scrittura e la mente,
ad approfondire il modo in cui la scrittura occidentale ha creato il nostro senso
dello spazio e del tempo, la nostra concezione dell’essere. Anche il fatto che
scriviamo verso destra e non verso sinistra provoca un condizionamento
cerebrale. Tuttavia, benché anch’io possa riscontrare questo lato negativo della
rete, sono portato a vedere nella situazione attuale un rovesciamento epocale,
pari a quello del Rinascimento. Nutro un profondo rispetto per il lavoro di
Nicholas Carr, ma non sono d’accordo con lui: a mio avviso egli tralascia una
dimensione fondamentale, quella epistemologica. Gli manca la consapevolezza
che la rivoluzione che stiamo vivendo investe molteplici aspetti, non solo il
nostro modo di pensare ma anche quello di sentire e di essere.
A mio avviso, Google non rende stupidi. Nelle conversazioni con i miei
studenti di dottorato ragioniamo spesso insieme ponendoci delle domande
senza usare Google per trovare le risposte, perché Google segue un percorso
molto rapido dentro una quantità fenomenale di conoscenze necessarie.
Abbiamo a disposizione però, in ogni caso, un’enorme fonte di informazione,
un’infinita memoria generale, dentro cui possiamo scovare passaggi privilegiati
che dipendono dal nostro tipo di ricerca. Nell’era dei big data, le risposte
dipendono unicamente dalle domande. Meglio imparare a fare bene le domande
che a dare le risposte, benché giuste.

L’esperimento di Small, Bookheimer e Moody e loswitching cost


Gary Small, Susan Bookheimer e Teena Moody, in una loro ricerca, hanno
paragonato le connessioni sinaptiche locali fra due gruppi di persone: il primo
senza alcuna esperienza della rete e dei computer, il secondo con molta
esperienza. Analizzando le routine sinaptiche si è riscontrato che, una volta
acquisita una certa esperienza e competenza, le differenze tra i due gruppi
svanivano.
L’esperimento ha mostrato che esiste una strutturazione nella mente che
corrisponde al coinvolgimento richiesto dalla tecnologia. L’aspetto interessante
è che, una volta acquisita, tale strutturazione non si perde: un certo firmware,
una strutturazione sinaptica che si acquisisce con la pratica, dura ben oltre la
pratica stessa. Tra gli effetti positivi riscontrati, si annoverano:
1. Un incremento del senso di autonomia;
2. Una maggiore sensazione di potere
individuale;
3. L’aumento dell’autostima;
4. Una maggiore disponibilità al cambiamento.
Tra gli effetti negativi, invece, sono stati individuati:
1. La perdita e la riduzione di competenze convenzionali in passato date per
scontate. Alcuni studi affermano, ad esempio, che nei ragazzi si verifica la
perdita dell’abilità di riconoscere facilmente le persone incontrate per caso
nonché della capacità di cogliere i cambiamenti di espressione della
fisionomia. A mio parere, ciò deriva dall’abuso delle emoticon, che riducono
tutta la gamma dell’esperienza emotiva umana a pochi disegni;
2. La diminuzione delle competenze interpersonali dal vivo. La vita virtuale è
più sviluppata di quella reale e i ragazzi di oggi trascorrono il proprio tempo
perlopiù davanti a uno schermo, tra Twitter, Facebook e Skype, piuttosto che
in strada, giocando a pallone, come accadeva in passato;
3. L’attenzione frammentata notata da Nicholas Carr. Le nostre attività sono
continuamente interrotte dal telefonino e dai nostri impegni con un qualche
schermo; esiste dunque una tendenza ad accumulare frammenti di vita in
luogo di una continuità esperienziale.
Quest’ultimo effetto ha anche un nome. Carr lo chiama switching cost: se una
lettura viene continuamente interrotta, il pensiero prova in continuazione a
ritrovare il filo, ma può farlo solo in modo frammentario e superficiale. Si
apprende senza riflessione profonda, perché navigare tra documenti legati fra
loro implica altri sforzi mentali che non hanno nulla a che vedere con il
processo della lettura in sé: la valutazione dei legami, la decisione di dove
cliccare, l’adattamento a formati diversi. Queste attività distorcono la
concentrazione e riducono la comprensione.
La funzione della corteccia prefrontale dorsolaterale, integratore di immagini,
sensazioni e pensieri, è quella che io chiamo di sintesi psico-sensoriale,
consistente nella creazione del contenuto della coscienza al momento del
pensiero. Secondo Carr, la memoria a breve termine è un rubinetto di
informazioni che ricorda cose pertinenti a un uso in tempo reale; questo
rubinetto, quando leggiamo, garantisce un flusso continuo che possiamo
controllare per gestire la velocità e il ritmo di lettura. Concentrandoci sul testo
riusciamo a trasferire facilmente l’informazione, pezzo per pezzo, nella nostra
memoria a lungo termine; un romanzo, ad esempio, suscita l’immagine di ciò
che leggiamo nella nostra testa con una certa struttura, provocando
l’integrazione dell’informazione verbale e linguistica con il suo effetto
sensoriale.
Esiste, dunque, un modo di leggere e un modo di organizzare la conoscenza
dentro la mente. Quando guardiamo la televisione, per fare un altro esempio, c’è
una totale aderenza del contenuto della mente a quello dello schermo. Con
Internet i nostri processi mentali sarebbero ulteriormente cambiati: si salta da
un rubinetto all’altro, perdendosi in un caos; possiamo solo trasferire una
quantità minimale di dati provenienti da diversi rubinetti, anziché un flusso
continuo di informazioni. L’argomento di Carr è persuasivo, eppure occorre
introdurre altre riflessioni per capire che il discorso è in realtà più complesso.

Memoria episodica e memoria semantica


Endel Tulving, dell’Università di Toronto, ha realizzato un lavoro molto
interessante sul funzionamento della memoria, su come si pensano le cose e su
come i media influiscono sull’organizzazione della memoria. Quando formiamo
qualcosa nella nostra coscienza, la memoria e l’intelligenza si muovono insieme,
perché esiste un sistema che sensorializza il contenuto dell’intenzione o del
pensiero: un processo che richiede evidentemente memoria.
Secondo Tulving, esistono due tipologie di memoria che partecipano alla
formazione di un contenuto: la memoria episodica e la memoria semantica.
La memoria episodica riguarda l’esperienza sensoriale delle cose, è stimolata
quindi dai sensi ed è capace di sostenere più elementi rispetto alla memoria a
breve termine; si tratta di un sistema mentale che funziona in modo
assolutamente diverso rispetto a quello in cui siamo abituati a pensare e che si
usa anche per trasferire informazioni alla memoria a lungo termine. A tutto ciò
contribuisce anche la memoria semantica, che riguarda oggetti che conosciamo
casualmente e si sedimentano grazie alla verifica dei loro contenuti tratta
dell’esperienza diretta, data dalla memoria episodica.
Queste considerazioni potrebbero implicare che l’apprendimento on line che si
acquisisce con le nuove tecnologie coinvolga principalmente la memoria
episodica. La scrittura multimediale tende all’iconicità piuttosto che alla
sequenzialità, e la continua esposizione agli stimoli attraverso il nostro dialogo
ipertestuale con la rete crea una costante sovrapposizione tra immagini, le quali
interessano proprio la memoria di tipo episodico (questo spiegherebbe anche
perché un’immagine vale mille parole).

L’intelligenza “ipertinente”
Il tipo di sviluppo accennato annuncia la fine della “narratività orientata” e del
destino individuale. La linearità delle cose – l’esistenza di un inizio e di una fine
– è un’invenzione occidentale successiva all’alfabeto, come la tragedia e la
commedia.
Tale linearità ha addirittura le sue divinità: Cloto, Lachesi e Atropo, le Moire.
Cloto è la divinità della morte che fila il destino, Lachesi lo misura e Atropo lo
recide. È la struttura fondamentale della narratività occidentale: l’esistenza di un
destino sul quale possiamo assumere un controllo tramite il linguaggio, quando
lo scriviamo. Più si scrive, più si guadagna capacità di controllo sul destino. Né
possiamo negare che la scrittura, ampliando in una direzione particolare la
nostra intelligenza, abbia fatto di noi dei personaggi d’invenzione, che
inventano la vita e il proprio destino. Allo stato attuale, dunque, questa
narratività non è più orientata ma multimediale, ipermediale, transmediale.
Anche la struttura del destino, che è stata ancorata al nostro essere dai greci,
dev’essere perciò ripensata nella sua dimensione individuale.
Amon-Ra, dio supremo degli egizi, pronunciava un giudizio su tutte le cose
che accadevano nel suo regno. Di fronte a Thot e alla sua invenzione della
scrittura reagisce ricordandogli che una cosa è inventare, un’altra è prevedere le
conseguenze delle proprie invenzioni. Prosegue affermando che, se Thot crede
di aver trovato un rimedio duraturo per conservare la memoria umana, in realtà
egli ne ha provocato la perdita definitiva. Questo perché gli uomini, nei secoli a
venire, avrebbero contato sempre di più su questo rimedio anziché sulla propria
testa, sulla conoscenza intima custodita dentro di loro.
È un argomento molto forte, à la Carr. La risposta di Eric Havelock, uno dei
maestri di Marshall McLuhan, è che posizionare la memoria fuori dalla mente
serve a creare spazio per inventare e usare la propria intelligenza. Non dovendo
più fondare su di sé la propria enciclopedia, l’essere umano crea più facilmente
connessioni, che è poi il processo per eccellenza dell’intelligenza.
Proseguendo idealmente sulla scia del pensiero di Havelock potremmo dire
che se leggere e scrivere liberano la mente dalla necessità di ricordare, lasciando
spazio al rinnovamento, può darsi che oggi i nuovi media la liberino dalla
necessità di pensare – perché i nostri software lo fanno per noi. Potrà sembrare
una provocazione, ma è un fatto che le forme di intelligenza stanno cambiando,
e la vera novità è che la stessa intelligenza sta mutando strategie. In questo
quadro, l’intelligenza artificiale diventerebbe un modo di esternalizzare
l’intelligenza fuori della mente umana, organica.
I cambiamenti epocali portano sempre con sé qualche problema – le guerre di
religione, per esempio, o l’invenzione della stampa –, ma si tratta di problemi
che sono sempre stati superati, e sono convinto che anche in questo caso
avverrà la stessa cosa. Come lo scrittore non può leggere senza scrivere, e non
può scrivere senza leggere, lo stesso processo avverrà anche con i nuovi
strumenti. Ora che abitiamo nel mondo elettronico questa dimensione scritta
non può fare altro che rovesciarsi e tutti i contenuti non possono fare altro che
rimescolarsi, più o meno volontariamente.
È proprio la visione di questo tipo di rovesciamento, dal mio punto di vista,
ciò che manca a Nicholas Carr. Concordo con la sua idea che oggi “si legga
male”, e tuttavia penso anche che i lettori odierni siano grandi editori: sono
capaci, cioè, di leggere come in un montaggio cinematografico, di acquisire le
immagini con un approccio ipertestuale e di metterle insieme, utilizzando
fenomenali potenzialità intellettive.
Oggi, inoltre, si sviluppa più la creatività che la memoria classica: i ragazzi di
oggi sono inventori permanenti.
L’intelligenza ipertestuale è la capacità di conoscere le cose velocemente,
quando servono; è un pensiero che condivide la conoscenza globale di Internet
attraverso uno schermo, ma è anche un’intelligenza che è in comunicazione
ipertestuale con sempre più oggetti di sempre maggiore pertinenza (che io
chiamo “ipertinenza”).

Il presente assoluto e la cognizione distribuita


Vorrei proseguire con alcune suggestioni dal mondo digitale. La dimensione
ipertestuale del nostro pensiero influenza anche il nostro essere: la tecnologia ci
ha resi un nodo ipertestuale sul piano sociale, e non solo.
Twitter riesce a riprodurre un’incredibile sensazione di presente assoluto:
distribuisce il presente a tutti, simultaneamente, e conferisce l’opportunità di
vivere pienamente il suo darsi e la sua intenzione. Si tratta di un presente che si
offre personalmente e nello stesso tempo è condiviso con la grande superficie
del mondo, in un allargamento a livello globale della nostra geografia mentale.
La cognizione distribuita è oggetto dello studio di un gruppo di ricercatori
americani che studiano come funziona l’intelligenza collettiva in un team. La
ricerca si basa sull’idea che esista una forma di intelligenza globale, che si
sviluppa con una crescita della coscienza più o meno generalizzata. Io non credo
tanto all’intelligenza collettiva quanto all’intelligenza connettiva, perché i software
che adesso usano le nostre capacità di intervento sono modelli di intelligenza
diversi (spesso sono forme di interconnessione, anche di modelli di
condivisione istantanea): Twitter è totalmente diverso da Facebook, che a sua
volta è totalmente diverso da Google. Quando più persone si mettono a lavorare
insieme su un qualsiasi progetto come gruppo, si impegnano a sviluppare per
l’appunto un’intelligenza connettiva, una possibilità totalmente nuova. Tant’è
che, nell’insegnamento, non si capisce ancora bene come valutare il modo di
condividere un lavoro di collaborazione fra più persone.

“Nuvole informatiche” ebig data


Il cloud computing indica una modalità di erogazione, conservazione e
distribuzione di dati informatici che formano un archivio preesistente nella rete
e consultabile on demand. La rete è nata con queste caratteristiche, da “nuvola
informatica”; una bella metafora inventata dall’industria per mantenere in vita
un mercato. Sul piano psicologico, è un’immagine talmente potente da
trascendere la semplice idea di condivisione e compresenza di tutti i modelli,
contenuti e trattamenti di questi contenuti, contribuendo dunque a uno
sviluppo assolutamente peculiare dell’intelligenza.
Ancora più potente del cloud computing è il concetto di big data. Io lo chiamo il
“nostro inconscio digitale”: tutto ciò che si sa su di te e che tu non sai. I big data
prendono tutte le informazioni sul singolo individuo e le rendono accessibili a
chiunque.
A mio avviso, l’intelligenza dei big data contiene in sé, allo stesso tempo,
potenzialità e pericoli enormi, questi ultimi soprattutto sul piano politico. I big
data, infatti, sono portatori di una promessa e una minaccia. Da un lato il
pericolo della sorveglianza totale, dello stravolgimento radicale dei nostri
parametri etici; dall’altro, i big data prendono per mano l’utente come fosse un
bambino e gli garantiscono, potenzialmente, una vita di felicità piena (questo,
almeno, è ciò che ci racconta il mercato). In questo secondo caso, dunque, i big
data sarebbero un’occasione di stimolo a immaginare forme nuove di
intelligenza, permettendo una raccolta di informazioni assolutamente senza
precedenti.
Analizzando i due aspetti assieme, si può affermare che ci stiamo muovendo
verso un rovesciamento della nostra sensibilità talmente profondo che questa
intimità pubblica, sempre più esterna a noi, sta diventando una necessità e non
più un ostacolo, un problema. Esiste un ulteriore effetto, legato a questo
rovesciamento della nostra sensibilità tramite piattaforme come Twitter e
Facebook: l’esternalizzazione della memoria e dell’identità dell’utente, che non
risiedono più nel suo corpo. Oggi si impiega più tempo a pensare al proprio
profilo di Facebook che al proprio diario personale: si è verificata
un’esportazione dell’identità nell’ambito pubblico, a discapito della dimensione
strettamente privata del sé.

Doppia educazione dei nativi digitali


I nativi digitali vivono parti importanti della propria vita davanti a uno
schermo; hanno un’educazione che proviene dalla rete ma anche un’educazione
classica, e tra le due raramente si trovano connessioni. I nativi digitali, inoltre,
condividono la responsabilità di tutto quello che pensano, scrivono, leggono,
vedono e fanno.
In futuro, benché i big data non richiedano questo tipo di tecnologia, sarà
possibile indossare un casco, pensare qualcosa e vederlo arrivare su uno
schermo posto di fronte a noi. Esistono già tecnologie in grado di trasferire il
passaggio interfacciale su uno schermo sotto forma di dati. Questo potrebbe
voler dire che un giorno penseremo delle domande su Internet, su Google, su
Wikipedia, e saranno una sorta di estensione delle nostre idee.
Il cuore della riflessione di Carr è contenuto in questo problema specifico; un
tale fenomeno implica un ridimensionamento radicale del rapporto tra il
pensiero del singolo individuo e ciò che gli è esterno, e ha una portata simile alla
problematica della coscienza individuale separata dalla coscienza pubblica
durante il Rinascimento e nell’epoca delle guerre di religione.

Pinocchio 2.0 e il cinema di Hollywood


Pinocchio è un burattino che vuole diventare umano. La dimensione
metafisica del personaggio si è impressa nella mente del mondo intero, e questo
mito italiano è tornato nella nostra epoca alla ribalta globale. Pinocchio 2.0 è il
ragazzo che, dopo aver conosciuto la valle del Po delle prime industrie, diventa
il Charlie Chaplin dei Tempi moderni. Torna a casa e nessuno lo riconosce, e lui a
sua volta non riconosce nessuno: è stato divorato dalla macchina, è tornato
macchina.
Il rovesciamento di questa trasformazione richiede una sfida: l’uomo che non
riconosce il problema mente a se stesso ed è solo un burattino, mentre
Pinocchio supera la sfida e diventa un bambino dopo essere stato ingoiato dalla
balena.
Trasponendo questo paradigma alla rete, mi viene subito in mente Matrix.
Matrix è la balena elettronica, e il protagonista è un umano che vuole tornare
umano, superando la macchina. Prima di Matrix c’era stato Blade Runner – che
proponeva una sorta di orrendo Pinocchio, con androidi talmente vicini agli
esseri umani da essere tornati umani – e non solo: il cinema americano ci ha
fornito parecchi modelli di umanità ibrida. In Atto di forza, ad esempio, o in
Tron. E ancora Avatar, una vera sfida alla questione sollevata da Pinocchio: la
sfida di Jake non è solo quella di salvare la Na’vi e di essere felice con lei, ma di
lasciare la sua forma umana per tornare a essere totalmente elettronico.
Molti altri film, in aggiunta a quelli indicati, propongono modelli di nuova
umanità, con implicazioni pedagogiche spesso misconosciute: non si è infatti
ancora colta, nella sua interezza, l’importanza di conoscere, studiare e insegnare
i media. Il cinema funziona come un sogno collettivo, prodotto da un certo
gruppo di persone, così come i nostri sogni sono il prodotto di una certa
quantità di funzioni del nostro essere. Il cinema ben fatto riflette, da un certo
punto di vista, i problemi del dormiente, il pubblico, e avanza una sua proposta.

Il silenzio del libro


Il libro è lo strumento in cui la parola si ferma, mentre tutto il resto è parola
che vola (elettronicamente, a voce, nel pensiero). I libri mantengono la mente
tutta all’interno di noi stessi: quando leggiamo, il romanzo è dentro la testa.
Quando siamo davanti a uno schermo, invece, ne siamo in qualche modo fuori.
Con Second Life, ad esempio, abbiamo del tutto esternalizzato il contenuto
immaginario, che viene condiviso con le altre persone. I libri, al contrario,
fanno tacere il linguaggio senza eliminarlo, lo pongono dentro le nostre teste ed
è una forma di potere enorme. Il possesso del linguaggio, infatti, avviene
attraverso la sua messa a tacere. I primi lettori non potevano leggere in silenzio,
dovevano leggere ad alta voce.
Il libro è l’unico modo di sostenere e proteggere l’identità privata, e allo stesso
tempo di chiarirla: trasforma il linguaggio in pensiero. Con il suo declino è
sempre meno disponibile un pensiero privato, che viene anzi costantemente
condiviso con altri. Inoltre, meno si compiono letture statiche (i libri non sono
interattivi), meno si sostiene la profondità che si sviluppa nello scambio fra la
lettera e l’immaginazione. Nella comunicazione orale il linguaggio è sempre
condiviso, è sempre in tempo reale e la memoria deve essere continuamente
ricostruita.
Il linguaggio contiene in sé una forma di controllo: il linguaggio del maestro,
del padre, del capo, il linguaggio magico. Tutti linguaggi di potere. Davanti a
uno schermo il nostro linguaggio è invece condiviso fra il nostro desiderio, il
nostro pensiero e una macchina, un sistema che lo professa per noi e ogni tanto
lo condivide con altri. Tutto questo crea una condivisione di responsabilità.
Un’altra fondamentale funzione del libro è la protezione dal “Digital
Alzheimer”: basta tirare la spina e si perde tutto. I libri sono media personali,
rallentano l’informazione e il tempo e ciò è fondamentale in un’epoca come la
nostra, in cui siamo bombardati di informazioni e in cui si è persa la pazienza
per la più infima forma di ritardo. Secondo Nicholas Carr, infatti, le tecnologie
accrescono la consapevolezza dell’individuo in merito ai ritardi
dell’informazione.
Sono parzialmente d’accordo: l’esperienza del tempo è talmente centrale
nell’esistenza umana che il progressivo aumento di perfezione indotto dalle
nuove tecnologie potrebbe essere gravido di conseguenze negative. Condivido
anche il timore che i momenti di silenzio, la cui profondità esistenziale è
enorme, si potrebbero perdere. John Cage, il musicista, diceva che il silenzio è
tutti i suoni insieme. Provare a sentire tutti i suoni insieme mi fa pensare a
un’immagine: un pozzo in cui riporre il silenzio. Questo metodo potrebbe
aiutarci a superare l’impegno permanente cui ci obbliga l’informazione, nella
nostra vita sempre più piena di gente, con gli scambi, le operazioni, il dovere di
rispondere alle mail, ecc.
Lo scopo che mi propongo non è di essere un cantore della mente futura: sono
soltanto un osservatore, e non riesco a pensare che tutti questi potenziamenti
avvengano senza dover pagare il prezzo di una qualche perdita. Quel che è
fondamentale, però, è stabilire a quale livello di perdita di silenzio siamo
disposti ad acconsentire.
3. Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Raffaello
Cortina 2011.
4. Nicholas Carr, The Big Switch. Rewiring the World, from Edison to Google, W.W. Norton &
Company 2013 e Id., The Shallows. What the Internet is doing to our Brains, W.W. Norton &
Company 2011.
5. Gary Small, iBrain. Surviving the Technological Alteration of the Modern Mind, William
Morrow Paperbacks 2009.
Sommario

1. Copertina
2. Irruzioni
3. Colophon
4. Frontespizio
5. Prefazione
1. Nodi da scegliere, nodi da sciogliere
2. La Terra compromessa
3. L’inattualità del silenzio

6. La rete ci renderà stupidi?


1. Google e il nuovo Rinascimento
2. L’esperimento di Small, Bookheimer e Moody e loswitching cost
3. Memoria episodica e memoria semantica
4. L’intelligenza “ipertinente”
5. Il presente assoluto e la cognizione distribuita
6. “Nuvole informatiche” ebig data
7. Doppia educazione dei nativi digitali
8. Pinocchio 2.0 e il cinema di Hollywood
9. Il silenzio del libro