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Franz Kafka

Il processo
L'arresto

Qualcuno doveva aver calunniato Josef K, difatti senza che


avesse fatto qualcosa di male una mattina venne arrestato.
La cuoca della signora Grubach, sua affittacamere, che
ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, stavolta
non venne. Ciò non era mai accaduto. K Attese ancora un
po', guardò dal cuscino la vecchia che abitava di fronte, lo
stava osservava con curiosità del tutto insolita. Insieme
sorpreso e affamato, suonò, subito bussarono ed entrò uno
che lui non aveva mai visto nell'appartamento. Era snello
eppure di complessione solida, indossava un abito nero
aderente, provvisto, similmente ai completi da viaggio, di
diverse pieghe, tasche, fibbie, bottoni, e di una cintura:
senza che se capisse bene l'utilità, sembrava
particolarmente pratico. “Chi siete?”, chiese K subito, a
metà tirandosi su nel letto. L'altro trascurò la domanda
come se la sua comparsa nella stanza fosse dovuta, e si
limitò a dire: “Avete suonato?” “Anna deve portarmi la
colazione”, disse K cercando, senza far domande, di
stabilire con l'attenzione e la riflessione chi fosse in effetti
quell'uomo. Tuttavia costui non si espose troppo a lungo
allo sguardo di K, ma si voltò verso l'uscio che aprì un po'
per dire a qualcuno che evidentemente vi si trovava subito
dietro: “Vuole che Anna gli porti la colazione.” Nella stanza
accanto seguì una risatina, dal suono non era chiaro se più
persone vi partecipassero. Nonostante che l'estraneo non
potesse saper nulla della colazione, disse a K nel tono di un
annuncio: “E' impossibile.” “Sarebbe una novità”, disse K,
saltò dal letto e indossò i calzoni. “Voglio proprio vedere
che ci fa questa gente nella stanza accanto e come la
signora Grubach mi giustificherà questo disturbo.” Certo
gli venne subito in mente che non avrebbe dovuto dirlo a
voce alta e che con ciò in certo qual modo lui riconosceva
un diritto di controllo all'estraneo, ma per il momento
questo non gli parve importante. Comunque l'estraneo la
intese in quel modo, difatti disse: “Non è meglio che
restiate qui?” “Non voglio restar qui né venir interpellato da
voi fintanto che non vi presentate.” “Ben detto”, disse
l'estraneo aprendo quindi deciso l'uscio. Nella stanza
accanto, in cui K entrò con più lentezza di quanto volesse,
alla prima occhiata tutto appariva in ordine quasi come la
sera prima. Si trattava del soggiorno della signora
Grubach, strapieno di mobili, tovaglie, porcellane e
fotografie, ma oggi v'era un po' più di spazio del solito, non
si capiva subito, tanto meno lo si capiva essendo il
principale mutamento la presenza di un uomo che sedeva
presso la finestra aperta con un libro da cui ora sollevò lo
sguardo. “Avreste dovuto restare in camera vostra! Non ve
l'ha detto Franz?” “Va be', ma cosa volete?”, disse K
volgendo lo sguardo dalla nuova conoscenza a Franz, il
quale era rimasto sulla porta e poi era tornato indietro.
Dalla finestra aperta si scorse di nuovo la vecchia che con
una curiosità davvero senile era passata a un'altra finestra
per continuare a vedere tutto. “Io comunque voglio la
signora Grubach”, disse K muovendosi come per liberarsi
dai 2 <così, a seconda dei casi quasi in tutto il testo, in
cifre – n.d.t.>uomini, che tuttavia erano distanti da lui, con
l'intenzione di proseguire. “No”, disse l'uomo alla finestra,
gettò su un tavolino il libro e si alzò. “Non siete autorizzato
ad andarvene, anzi siete in arresto.” “L'apparenza ce l'ha”,
disse K “Ma perché?” - chiese poi. “Ci è stato ordinato di
non dirvelo. Andate nella vostra stanza e aspettate. Il
procedimento è avviato e saprete tutto a tempo debito.
Oltrepasso il mio compito se mi rivolgo a voi in modo così
gentile. Tuttavia spero che nessuno mi senta oltre a Franz,
anche lui gentile con voi a dispetto di ogni regolamento.
Qualora abbiate anche più avanti la stessa fortuna nella
designazione della vigilanza a voi destinata, allora potete
essere ottimista.” K intendeva sedersi, ma ora vide che in
tutta la stanza non ve n'era alcuna possibilità, a parte la
sedia presso la finestra. “Lo capirete quanto tutto ciò sia
vero”, disse Franz insieme all'altro dirigendosi su K In
particolare il secondo, che lo superava considerevolmente
in altezza, gli appioppò svariati colpetti sulle spalle.
Entrambi tastarono la camicia da notte di K e dissero che
ora avrebbe dovuto indossarne una molto peggiore, che
però loro avrebbero custodito quella camicia e anche il
resto della sua biancheria e, qualora la causa dovesse
andare a finir bene, gliela avrebbero restituita. “E' meglio
che diate le vostre robe a noi piuttosto che darle al
deposito”, dissero, “al deposito spesso avvengono
sottrazioni e inoltre dopo un certo tempo si vende tutto
senza considerare se il procedimento in questione è
terminato o no. E quanto durano questi processi, specie
negli ultimi tempi! Poi alla fine certo ricevete il ricavato dal
deposito, ma è un ricavato minimo; prima cosa, nella
vendita non è decisiva l'altezza dell'offerta, ma il livello
della corruzione, seconda cosa questi ricavati diminuiscono,
conformemente all'esperienza, qualora vengano passati di
mano in mano, e di anno in anno.” K badò appena a quel
discorso, non valutava molto il diritto di disporre della sua
roba, del quale forse lui era tuttora in possesso, molto più
importante era per lui avere chiara la sua situazione; in
presenza di tali persone tuttavia non era neppure in grado
di pensare, il ventre del secondo vigilante – non potevano
essere altro che vigilanti - continuava a urtare, in
apparenza amichevolmente, su di lui, che però guardò in
su e vide una faccia ossuta e asciutta nient'affatto adatta a
quel pancione, dal naso molto storto, la quale al di sopra di
lui faceva cenni d'intesa all'altro vigilante. A cosa
miravano? Di che parlavano? A quale autorità
appartenevano? K viveva in uno Stato di diritto, ovunque
regnava la pace, tutte le leggi restavano in vigore, chi
osava assalirlo all'improvviso nella sua abitazione? Lui
tendeva a prendere tutto il più possibile alla leggera, a
pensare il peggio solo all'arrivo del peggio, a non
preoccuparsi proprio del futuro neppure quando era un
futuro ben minaccioso. Il caso presente non gli pareva
vero, certo si poteva guardare al tutto come a uno scherzo,
come a un grossolano scherzo che per motivi ignoti, forse
perché quel giorno era il suo 30° compleanno, i colleghi in
banca gli avevano organizzato, naturalmente era possibile,
forse bastava che lui, diciamo, ridesse in faccia ai vigilanti,
e anche loro avrebbero riso, forse si trattava di quei
facchini all'angolo, non erano diversi da quelli – ciò
nonostante già al primo sguardo del vigilante di nome
Franz K decise di rinunciare anche al minimo giudizio
ipotetico nei confronti di quei due. Nel fatto che poi si
sarebbe detto che lui non aveva capito lo scherzo K vedeva
un rischio minimo, ma si rammentò – senza che fosse sua
abitudine imparare dalle esperienze – di alcuni casi in sé
insignificanti nei quali lui, a differenza dei suoi amici, si era
comportato consapevolmente in modo incauto senza
alcuna considerazione delle possibili conseguenze, per cui
l'aveva pagata cara. Non doveva accadere di nuovo,
soprattutto stavolta, se era una commedia allora lui
intendeva parteciparci.
Era ancora libero. “Mi consentano”, disse passando in fretta
tra i vigilanti per andare nella sua stanza. “Pare esser
ragionevole”, sentì dire alle sue spalle. In camera aprì
subito i cassetti della scrivania, tutto era in ordine, ma
proprio i documenti d'identità non riuscì a trovarli
immediatamente, turbato com'era. Finalmente trovò il
patentino da ciclista e già intendeva andare dai vigilanti
con quello, però poi gli sembrò un documento troppo
insignificante e cercò ancora, finché non trovò il certificato
di nascita. Quando fu tornato nella stanza accanto si aprì
l'uscio proprio dirimpetto, la signora Grubach intendeva
entrare. La si vide solo per un momento, poi non appena si
accorse di K, palesemente imbarazzata chiese scusa e con
estrema attenzione chiuse l'uscio. “Ma entrate”, riuscì
appena dire K, invece si fermò in mezzo alla stanza con le
sue carte, guardò verso l'uscio, che non si riaprì, e bastò a
farlo sobbalzare la voce dei vigilanti che sedevano presso
la finestra aperta e, come vide K , mangiavano la sua
colazione. “Perché non è entrata?”, chiese lui. “Non le è
permesso”, disse il vigilante grasso. “Siete o non siete in
arresto?”. “Ma come posso essere in arresto così, in questo
modo?” “Ora ricominciate”, disse il vigilante inzuppando un
panino in un vasetto di miele. “A domande di questo
genere noi non rispondiamo.” “Loro devono rispondere”,
disse K “Ecco i miei documenti d'identità, mostratemi i
vostri, e soprattutto il mandato d'arresto!” “Dio del cielo!”,
disse il vigilante, “è possibile che non riusciate a
rassegnarvi alla vostra situazione e che abbiate intenzione
di provocarci a capocchia, noi, che ora probabilmente tra
tutti i vostri simili vi siamo i più vicini?” “Davvero,
credeteci”, disse Franz senza portarsi alla bocca la tazza di
caffè che teneva in mano, ma dando a K una lunga e forse
significativa, ma incomprensibile, occhiata. K arrischiò
senza volere un dialogo fatto di sguardi con Franz, poi
tuttavia dette un colpo sulle sue carte e disse: “Ecco i mie
documenti d'identità.” “E a noi che ce ne importa?”, fece il
vigilante grasso, “fate le bizze come un bambino. Ma che
volete? Volete porre rapido termine al vostro
maledettissimo processo discutendo con noi, i vigilanti, di
identità e di mandato d'arresto? Noi siamo modesti
impiegati che s'intendono appena di documenti di identità e
con la vostra causa non hanno niente a che fare, se non
sorvegliarvi 10 ore al giorno e per questo venir pagati. E'
tutto quel che siamo, ma ciò nonostante sappiamo capire
che le alte autorità al cui servizio siamo prima di disporre
un simile arresto s'informano con gran precisione sui motivi
dell'arresto e sulla persona dell'arrestato. Non v'è alcun
equivoco. La nostra autorità, a quanto ne so, e ne so il
minimo, non cerca mica la colpa, diciamo, nel popolo, ma
viene dalla colpa attirata, come recita la legge, e deve
inviare noi vigilanti. E' la legge. Dove sarebbe l'equivoco?”
“Questa legge non la conosco”, disse K “Peggio per voi”,
disse il vigilante. “Ma esiste solo nella vostra testa”, disse K
volendo in qualche modo insinuarsi nei pensieri del
vigilante, volgerli a suo favore oppure ambientarcisi. Il
vigilante però si limitò a dire brusco: “Riuscirete a capirlo.”
Franz s'inserì e disse: “Vedi Willem, lui ammette di non
conoscere la legge e afferma allo stesso tempo di essere
senza colpa.” “Hai proprio ragione, ma non si può farglielo
capire”, disse l'altro. K non rispose più niente; devo ancora
lasciarmi confondere, pensò, dalle chiacchiere di questi
bassi esecutori, come ammettono di essere? Stanno in ogni
modo parlando di cose che proprio non capiscono. La loro
sicurezza è resa possibile dalla loro stupidità. Due parole
insieme a un uomo del mio rango chiariranno tutto, mica i
lungi discorsi con questi qui. Si mosse su e giù diverse
volte dove c'era posto nella stanza, vide la vecchia là
davanti, aveva trascinato alla finestra uno ancora più
vecchio e se lo teneva stretto a sé; K doveva por fine a tale
spettacolo: “Mi portino dal loro superiore”, disse. “Quando
lui lo desidera, non prima”, disse il vigilante chiamato
Willem. “Ora vi consiglio”, proseguì, “di andare nella vostra
stanza, di stare tranquillo e di aspettare ciò che verrà
disposto su di voi. Vi consigliamo di non perdervi in
pensieri inutili, ma di concentrarvi, vi saranno chieste
importanti cose. Non vi siete comportato con noi come la
nostra gentilezza avrebbe richiesto, avete dimenticato che
in confronto a voi, almeno ora, e magari per sempre,
siamo uomini liberi, non è mica una piccola differenza di
peso. Ciò nonostante siamo pronti, se avete i soldi, a
portarvi da quel caffè di fronte una leggera colazione.”
Senza rispondere a tale offerta K rimase in silenzio per un
po'. Forse quei due non si sarebbero azzardati, se lui
avesse aperto l'uscio della stanza vicina, o perfino quello
dell'ingresso, a impedirglielo, forse sarebbe stata la
soluzione più facile dell'intera faccenda, che lui ricorresse a
un estremo rimedio. Forse invece lo avrebbero
impacchettato, e una volta domato lui avrebbe perso anche
tutta la superiorità che ancora nei loro confronti, da un
certo punto di vista, manteneva. Perciò preferì la certezza
della soluzione che il prosieguo naturale doveva
comportare, e tornò nella sua stanza, senza che né da
parte sua né da parte dei vigilanti venisse detto altro.
Si buttò sul letto e dal tavolino da notte prese una bella
mela che aveva messo lì la sera prima per la colazione.
Adesso era la sua unica colazione, comunque, come
accertò al primo gran morso, molto migliore di quel che
sarebbe stata la colazione di quel lurido caffè che, per
grazia dei vigilanti, lui avrebbe avuto. Si sentì bello
ottimista, certamente in mattinata mancava il lavoro in
banca, ma ciò, data la posizione relativamente alta che vi
aveva, era facilmente giustificato. Doveva addurre la
giustificazione vera? Pensò di sì. Se non gli avessero
creduto, cosa in questo caso comprensibile, avrebbe
portato a testimone la signora Grubach, o anche quei due
vecchi là, tuttora mobilitati alla finestra di fronte. Stupiva
K, almeno stando al modo di ragionare dei vigilanti, che lo
avessero mandato in camera e lo avessero lasciato solo
dove aveva la possibilità, dieci volte maggiore, di uccidersi.
Insieme d'altronde si chiese, stavolta secondo il suo modo
di ragionare, che motivo mai avesse di farlo. Perché quei
due di là, per dire, se ne stavano seduti a mangiargli la
colazione? Sarebbe stato così stupido uccidersi che, anche
volendolo, lui non ne sarebbe stato capace, a causa proprio
di quella stupidità. Non fosse stata tanto vistosa la
ristrettezza mentale dei vigilanti, si sarebbe potuto
ammettere che anch'essi, a seguito di una certezza uguale
alla sua, non avessero visto alcun pericolo nel lasciarlo
solo. E se lo avessero guardato mentre andava
all'armadietto a muro dove teneva una buona acquavite e
ne vuotava prima un bicchierino, al posto della colazione,
poi un secondo, magari lo avrebbero incoraggiato.
In quella un grido dalla stanza accanto lo spaventò al
punto che batté i denti sul vetro. “Vi convoca l'ispettore!”.
L'urlo puro e semplice lo spaventò, reciso, breve,
militaresco, di cui lui non avrebbe creduto capace il
vigilante Franz. In sé il comando gli fu assai benvenuto,
“finalmente”, dichiarò in risposta, chiuse l'armadietto a
muro e corse subito nella stanza accanto. I due vigilanti
che si trovavano là lo ricacciarono, come fosse cosa ovvia,
nella sua stanza. “Che vi viene in mente?”, gridarono,
“intendete andare dall'ispettore in camicia? Lui fa
bastonare voi e noi insieme!” “Lasciatemi, porco demonio”,
gridò K, già ricacciato fino all'armadio, “quando mi si assale
a letto non ci si può aspettare di trovarmi con l'abito da
cerimonia.” “Smettetela”, dissero i vigilanti che, se K
urlava, si facevano quieti, anzi quasi mesti, e con ciò lo
confondevano, o in certo qual modo lo facevano ritornare
in sé. “Cerimonie ridicole!”, bofonchiò, tuttavia levando
una giacca dalla sedia e reggendola per un pochino con
entrambe le mani come per presentarla al giudizio dei
vigilanti. Che scossero il capo. “Dev'essere nera”, dissero.
Al che K la buttò per terra e disse, senza sapere in che
senso: “Non è ancora mica l'assise in tribunale.” I vigilanti
sorrisero senza però scostarsi dal loro “dev'essere nera”.
“Se con questo accelero la faccenda, mi sta bene”, disse K,
aprì l'armadio, cercò a lungo tra gli abiti, scelse il suo
migliore vestito nero, un completo avvitato che tra i
conoscenti aveva fatto quasi scalpore, indossò un'altra
camicia e iniziò a vestirsi accuratamente. Riteneva che così
la faccenda accelerasse, ma i vigilanti non avevano
dimenticato di costringerlo a lavarsi? Li guardò, magari se
ne sarebbero ricordati, ma com'è naturale a quelli non
venne nemmeno in mente, al contrario Willem non
dimenticò di mandare Franz dall'ispettore con l'annuncio
che K si vestiva.
Una volta vestito di tutto punto dové, precedendo di poco
Willem, attraversare la stanza accanto, vuota, e andare
nell'altra, il cui uscio aveva già i battenti aperti. Era una
stanza abitata da poco tempo, come K ben sapeva, da una
certa signorina Buerstner, dattilografa, che di solito andava
molto presto al lavoro, tornava tardi e con K aveva
scambiato non molto più del saluto. Adesso il tavolino da
notte era spostato nel mezzo della stanza a mo' di tavolo
per udienze. Vi sedeva l'ispettore. Aveva le gambe
accavallate e teneva un braccio sulla spalliera della sedia.
In un angolo della stanza c'erano tre giovani che
guardavano le fotografie della signorina Buerstner,
attaccate a una stuoia appesa al muro. Alla maniglia della
finestra, aperta, era appesa una camicetta bianca. Alla
finestra di fronte stavano ancora i due vecchi, ma a loro si
erano aggiunta un'altra persona, un uomo che alle loro
spalle li sovrastava di molto, aveva una camicia aperta sul
petto e con le dita si premeva e rigirava il pizzo rossiccio.
“Joseph K?”, chiese l'ispettore forse solo per richiamare su
di sé lo sguardo distratto di K. K annuì. “Vi sorprende
davvero molto quel che sta accadendo stamani?” - chiese
l'ispettore spostando intanto con entrambe le mani quel po'
di oggetti che si trovavano sul tavolino da notte, la
candela, i fiammiferi, un libro e un portaaghi, quasi fossero
cose che gli servivano per l'udienza. “Certo”, disse K, preso
dalla piacevole sensazione di trovarsi finalmente di fronte
un uomo ragionevole e di poter parlare con lui della
faccenda, “certo che sono sorpreso, ma non molto.” “Non
molto sorpreso?” - chiese l'ispettore mettendo ora attorno
alla candela, nel centro del tavolino, gli altri oggetti. “Forse
mi fraintendete”, si affrettò a precisare K. “Voglio dire” -
qui s'interruppe e si guardò attorno alla ricerca di una
sedia. “Ma posso sedermi?” - chiese. “Non si usa”, rispose
l'ispettore. “Voglio dire”, disse K senz'altra pausa, “certo
che sono assai sorpreso, ma quando uno è al mondo da 30
anni e ha dovuto farsi largo da solo come è toccato a me,
ci ha fatto il callo alle sorprese e non le patisce troppo. In
particolare questa di oggi.” “Perché in particolare questa di
oggi?” “Non voglio dire che considero tutto ciò uno scherzo,
tuttavia la messa in scena a me pare eccessiva. Aver
dovuto coinvolgere tutti i pensionanti, e voi tutti, ha
oltrepassato i limiti di uno scherzo. Non intendo dunque
dire che sia uno scherzo.” “Giustissimo”, disse l'ispettore
verificando il numero dei fiammiferi che si trovavano nella
loro scatola. “D'altra parte”, continuò K e si volse verso
tutti; avrebbe volentieri attirato l'attenzione anche dei 3
presso le fotografie, “d'altra parte può anche darsi che non
si tratti di cose molto importanti. Arguisco di essere
incriminato, ma non riesco a rintracciare il più piccolo
delitto per cui abbiano potuto incriminarmi. Anche questo
però è secondario, la questione principale è: da chi sono
incriminato? Qual è l'autorità che conduce il procedimento?
Siete un funzionario? Nessuno ha un'uniforme, a meno che
non si voglia denominare il vostro abito” - e si volse verso
Franz - “come un'uniforme, mentre invece è un abito da
viaggio. A queste domande esigo chiare risposte e sono
persuaso che dopo tale chiarimento noi potremo
congedarci reciprocamente in modo cordiale.” L'ispettore
abbassò con un colpo la scatola dei fiammiferi sul tavolo.
“Vi trovate gravemente in errore”, disse. “I signori qui e io
siamo completamente secondari in rapporto alla cosa, anzi
dirò di più, non ne sappiamo quasi niente. Potremmo
indossare le uniformi più regolamentari e il vostro caso non
sarebbe affatto peggiore. Non so assolutamente dirvi
neppure che siete incriminato, o meglio non so se lo siete.
Siete in arresto, questo sì, non so altro. Se i vigilanti hanno
chiacchierato di qualcos'altro, sono state solo chiacchiere.
Se dunque nemmeno io posso rispondere alle vostre
domande posso invece consigliarvi questo: pensate meno a
noi e a quel che succederà, attento a voi, piuttosto. Non
fate tanto chiasso con quanto vi sentite innocente, ciò
turba la non malvagia impressione che per il resto fate.
Dovreste anche esser cauto in genere coi discorsi, quasi
tutto ciò che avete detto finora si sarebbe potuto
apprendere dalla vostra condotta anche se aveste detto
poche parole, senza contare che assolutamente non vi
giovava.”
K guardò fisso l'ispettore. Stava ricevendo insegnamenti da
scolaretto da un uomo forse più giovane? Veniva
rampognato a causa della sua schiettezza? Senza sapere
nulla sul motivo dell'arresto né del suo mandante? Una
certa eccitazione lo colse, andò su e giù nella stanza, senza
che nessuno glielo impedisse, si mise a posto i polsini, si
toccò lo sparato, si ravviò i capelli, avvicinò i 3 signori,
disse: “ma non ha senso”; al che essi si voltarono verso di
lui e lo guardarono concilianti, ma seri. Infine si fermò di
nuovo davanti al tavolo dell'ispettore. “Il procuratore di
Stato Hasterer è mio buon amico”, disse, “posso
telefonargli?” “Certo”, disse l'ispettore, “ma non so che
senso avrebbe, dal momento che si tratterebbe per forza di
qualche privata faccenda di cui avete da parlare con lui.
”Che senso?” gridò K, più sconcertato che arrabbiato. “Ma
chi siete voi, per pretendete un senso mentre inscenate la
cosa più insensata che ci sia? Ci sarebbe da piangere!
Prima questi signori mi assalgono, e ora stanno in piedi o
seduti qui attorno e lasciano che io faccia evoluzioni d'alta
scuola davanti a voi. Che senso avrebbe telefonare a un
procuratore di Stato quando, a quel che si dice, sono in
arresto? Bene, non telefonerò.” “Ma fatelo”, disse
l'ispettore tendendo una mano verso l'anticamera, dov'era
il telefono, “fatelo pure, prego.” “No, non mi va più”, disse
K, e andò alla finestra. Di là c'era ancora quella gente, la
placidità del loro guardare era apparentemente turbata un
poco dal fatto che alla finestra fosse venuto K. I vecchi
intendevano levarsi, ma l'uomo che avevano dietro li
tranquillizzò. “C'abbiamo anche tanto di spettatori”, disse K
ad alta voce all'ispettore, indicandoglieli. “Via di là”, gridò
loro. Quei tre arretrarono subito di poco, i due vecchi
addirittura dietro l'uomo; questi li coprì con il suo vasto
corpo e a giudicare dai movimenti della bocca disse
qualcosa di incomprensibile, da quella distanza. Tuttavia
non sparirono completamente, ma sembrò che
aspettassero il momento in cui, non visti, potevano di
nuovo accostarsi. “Gente molesta, senza riguardo!”, disse
K quando si fu voltato verso la stanza. L'ispettore era
d'accordo con lui, forse, come K ritenne di capire
guardandolo con la coda dell'occhio. Era però altrettanto
possibile che non fosse stato neppure a sentire, infatti
aveva una mano permuta sul tavolo e sembrava che stesse
paragonando la lunghezza delle sue dita. I due vigilanti
sedevano su un baule coperto da una coperta ornamentale
e si massaggiavano le ginocchia. I tre giovani, le mani sui
fianchi, si guardavano attorno in modo vacuo. V'era il
silenzio d'un qualche ufficio dimenticato. “Orbene, miei
signori”, esclamò K parendogli di portarseli tutti sulle
spalle, “stando a quel che loro mostrano esteriormente
dovremmo trovarci al termine dell'udienza. Sono del parere
che la cosa migliore sia non rimuginare più circa il buono o
cattivo diritto della loro condotta e concludere la cosa con
una reciproca stretta di mano di conciliazione. Se anche
loro sono del mio parere, allora prego - “ e andò al tavolo
dell'ispettore porgendogli la mano. L'ispettore alzò gli
occhi, si mordicchiò le labbra e guardò quella mano tesa, K
continuando a credere che lui l'avrebbe stretta. Invece
quello si alzò, prese una bombetta che stava sul letto della
signorina Buerstner e se la mise in testa con entrambe le
mani accuratamente, come si fa provando un cappello
nuovo. “La fate facile voi!”, disse a K. “Dovremmo
concludere con una conciliazione, credete? No, no, davvero
non ci siamo. Non che io voglia dire con ciò che dobbiate
disperare. No, perché poi? Siete solo in arresto, tutto qui.
E' quel che avevo da comunicarvi, l'ho fatto e ho visto
anche come voi avete accolto la cosa. Per oggi basta così,
possiamo salutarci, certo solo provvisoriamente. Intendete
dunque andare in banca?” “In banca?”, chiese K. ”Pensavo
di essere in arresto.” K lo chiese con una certa tracotanza,
difatti per quanto la sua stretta di mano non fosse stata
accolta, si sentiva, in particolare da quando l'ispettore s'era
alzato, svincolato da tutte quelle persone. Giocò una parte,
con loro. Era intenzionato, nel caso che se ne andassero, a
seguirli fino all'uscio di casa e a dichiarasi loro pronto
all'arresto. Per cui replicò: “Come faccio ad andare in
banca se sono in arresto?” “Ah, vedo”, disse l'ispettore, che
era già sul portone, “mi avete capito male, siete in arresto,
certo, ma ciò non v'impedisce di fare il vostro lavoro.
Neanche nella vita che fate dovete subire impedimenti.”
“Ma allora lo stato di arresto non è tanto serio”, disse K
avvicinandosi all'ispettore. “Mai pensato altrimenti”, disse
costui. “Ma allora neppure la comunicazione dell'arresto,
pare, era molto necessaria”, disse K avvicinandosi ancora.
Anche gli altri si erano avvicinati. Erano tutti insieme stretti
presso la porta. “Era il mio dovere”, disse l'ispettore. “Un
dovere balordo”, disse K con durezza. “Può darsi”, rispose
l'ispettore, “ma non abbiamo intenzione di perdere il nostro
tempo con discorsi del genere. Avevo supposto che
intendeste andare in banca. Dal momento che voi fate
attenzione a ogni parola, aggiungo: non vi costringo ad
andare in banca, avevo solo fatto la supposizione che lo
voleste. Per facilitarvi e per rendere il meno vistoso
possibile il vostro arrivo in banca, ho tenuto qui a vostra
disposizione i signori, questi 3 vostri colleghi.” “Che?”,
esclamò K rimirandoli. Quei giovani esangui, indistinguibili,
che lui ricordava ancora solo raggruppati vicino alle
fotografie della signorina Buerstner, erano in effetti
impiegati della sua banca, non colleghi, ciò era esagerato,
significava che l'onniscienza dell'ispettore presentava una
lacuna, ma sì, erano impiegati subordinati della banca.
Come aveva fatto K a ignorarlo? E tuttavia avevano
sopportato, l'ispettore e i vigilanti, che lui non li
riconoscesse. Il freddo Rabensteiner, quello che
armeggiava con le mani, il biondo Kullich, quello con gli
occhi infossati, e Kaminer, quello che sorrideva senza
smettere per via di una cronica contrazione muscolare.
“Buon giorno!”, disse dopo una pausa K porgendo la mano
a quei signori che si inchinarono come si deve. “Non vi ho
riconosciuto per niente. E ora dunque andremo al lavoro,
no?” Quei signori annuirono ridendo e zelanti, quasi che
avessero atteso tutto il tempo solo che K si accorgesse che
gli mancava il cappello, corsero tutti, uno dietro l'altro, a
prenderlo in camera sua, dov'era rimasto, cosa definibile
come imbarazzante. K non si mosse e li seguì con lo
sguardo attraverso le due porte aperte, l'ultimo
naturalmente fu l'indifferente Rabensteiner, che si limitò a
trottare con eleganza. Kaminer porse il cappello, e K fu
costretto a dirsi chiaro e tondo, come d'altra parte più volte
era stato immancabile in banca, che il sorriso di Kaminer
non era intenzionale, ma che anzi in genere lui non riusciva
a ridere di suo. In anticamera la signora Grubach, che non
aveva l'aria di non sapere nulla della colpa di K, aprì a tutta
la compagnia la porta dell'abitazione e K , come faceva
assai spesso, abbassò lo sguardo sul nastro del grembiule,
stretto stretto, senza motivo, su quel ventre poderoso.
Dabbasso, l'orologio in mano, K si decise a prendere
un'automobile per non aumentare inutilmente il ritardo, già
di mezz'ora. Kaminer corse all'angolo per chiamare una
vettura, gli altri due stavano cercando, era chiaro, di
distrarre K, quando Kullich indicò a un tratto il portone
prospiciente, sul quale si vide per l'appunto l'uomo con il
pizzo biondo, che dapprima, un po' imbarazzato dal fatto di
mostrarsi ora in tutta la sua mole, arretrò verso la parete e
vi aderì. I vecchi erano forse rimasti per le scale. K si adirò
con Kullich perché richiamava l'attenzione di quell'uomo
che lui stesso già aveva visto, anzi, che si era addirittura
aspettato di vedere. “Smettete di guardare”, proruppe
senza considerare quanto strambo fosse quel modo di
parlare a uomini liberi. Non fu tuttavia necessaria alcuna
spiegazione dato che stava arrivando l'automobile, si
misero seduti e se ne andarono. In quella K si ricordò di
non aver neppure badato al fatto che l'ispettore e i vigilanti
se n' erano andati via: prima la presenza dell'ispettore gli
aveva celato i 3 impiegati e ora la presenza gli impiegati gli
avevano celato l'ispettore. Ciò non dimostrava una gran
presenza di spirito, da parte sua, e K si propose di star più
attento. Comunque senza volere si girò e si chinò verso il
dietro dell'automobile per potere, chissà, scorgere
l'ispettore e i vigilanti. Subito tuttavia si voltò di nuovo
senza neppure aver tentato di vedere qualcuno e si mise
comodo in un angolo. Nonostante che proprio ora non
sembrasse il caso, gli sarebbe stato utile parlare, ma quei
signori apparivano stanchi, Rabensteiner guardava fuori
dalla vettura, a destra, a sinistra Kullych <sic>, e solo
Kaminer era disponibile col suo ghigno, su cui scherzare
purtroppo era umanamente vietato.
Colloqui: prima con la signora Grubach, poi con la
signorina Buerstner

Quella primavera K di solito passava le serate dopo il


lavoro – stava in ufficio fino alle 9 – facendo se possibile
una passeggiatina da solo o con dei conoscenti, poi andava
in una birreria dove abitualmente restava fino alle 11 a un
tavolo riservato, insieme per lo più ad anziani signori.
C'erano però eccezioni, quando per esempio K veniva
invitato dal direttore della banca, che ne stimava molto la
laboriosità e l'affidabilità, a fare un giro in auto o a cena
nella sua villa. A parte ciò una volta alla settimana K
andava da una signorina di nome Elsa che lavorava, di
notte e fino alla tarda mattinata, come cameriera in una
vineria, e di giorno accoglieva visite senza levarsi dal letto.
Quella sera però – la giornata era volata tra l'intenso
lavoro e i molti auguri rispettosi e affettuosi di compleanno
– K volle andare subito a casa. Durante ogni piccola pausa
del lavoro ci aveva pensato, senza avere una chiara
opinione gli pareva che fosse stata fatta, con quel che era
successo la mattina, una gran confusione in tutto
l'appartamento della signora Grubach, e che proprio lui
fosse tenuto a rimettervi ordine. Una volta ripristinato
l'ordine, ogni traccia dell'accaduto sarebbe stata cancellata
e tutto avrebbe ripreso il suo vecchio andamento. In
particolare dai 3 impiegati non c'era niente da temere,
erano di nuovo immersi nella burocrazia bancaria, in loro
non si notava alcun cambiamento. K più volte li aveva
convocati da soli o in gruppo nel suo ufficio con il solo
scopo di osservarli; e sempre aveva potuto congedarli
soddisfatto.
Arrivando verso le 9,30 di sera davanti alla casa dove
abitava, sul portone incontrò un giovanottino che se ne
stava a gambe larghe a fumare la pipa. “Chi siete?” -
chiese subito K avvicinando il viso al giovane, nella
penombra dell'atrio non ci si vedeva bene. “Sono il figlio
del portinaio, egregio signore”, rispose il giovane, tolse di
bocca la pipa e si fece da parte. “Il figlio del portinaio?” -
chiese K colpendo impaziente il suolo con il bastone. “Il
signore desidera qualcosa? Devo andare a chiamare il
babbo?” “No no”, disse K, c'era nella sua voce un che di
assolutorio, quasi che il giovane avesse fatto qualcosa di
male e lui lo perdonasse. “Va bene”, disse poi e proseguì,
ma prima di salire le scale si girò ancora una volta.
Avrebbe potuto andare diretto in camera sua, ma dato che
voleva parlare con la signora Grubach bussò subito al suo
uscio. Era seduta e lavorava a maglia - sul tavolo un
mucchio di calze. Generico, K si scusò di presentarsi tanto
tardi, ma la signora fu molto gentile e non intese alcuna
scusa: lui poteva sempre parlarle, lo sapeva molto bene di
essere il suo migliore e più caro pensionante. K si guardò
attorno, la stanza non era affatto diversa dal solito, le
stoviglie della colazione che la mattina si trovavano presso
la finestra non c'erano più. Eh, le mani di una donna sono
capaci di far molto e senza chiasso! - pensò, le stoviglie lui
le avrebbe fatte a pezzi sul posto, sì, ma certo non sarebbe
riuscito a portarle via. Guardò la signora con una certa
gratitudine. “Perché lavorate ancora così tardi?”, chiese.
Ora sedevano entrambi al tavolo, di tanto in tanto K
infilava una mano tra le calze. “C'è molto da fare”, disse
lei, “e di giorno sono tutta dei pensionanti; se voglio
sistemare le mie cose, mi restano solo le serate.” “Oggi vi
ho causato davvero una fatica extra.” “E perché poi?” -
chiese lei con più calore, e il lavoro le giacque in grembo.
“Mi riferisco agli uomini che stamani erano qui.” “Ah, sì”,
disse lei rasserenata, “quel che è successo non mi ha
causato una fatica extra.” K in silenzio guardò il lavoro a
maglia che riprendeva. Pare meravigliata che io ne parli,
pensò, pare che non lo ritenga dovuto. Tanto più è
necessario che io lo faccia. Solo con una donna anziana ne
posso parlare. “Eppure di certo è stato faticoso”, disse,
“ma non succederà di nuovo.” “No, non può succedere
ancora”, disse lei con una certa enfasi, e sorrise a K quasi
con malinconia. “Dite sul serio?” - chiese K. “Sì”, disse lei a
bassa voce, “ma prima di tutto non dovete prendervela
troppo. Sono cose che capitano! Visto che voi, signor K, mi
parlate così in confidenza, posso confessarvi che sono stata
un po' ad ascoltare dietro l'uscio, e che i due vigilanti
hanno riferito qualcosa anche a me. Si tratta, è certo, della
vostra felicità, che davvero mi sta a cuore più di quanto
forse mi spetti, dato che sono solo la vostra affittacamere.
Dunque, ho udito qualcosa, ma non posso dire che fosse
particolarmente negativo. No. Siete certo in arresto, ma
non com'è arrestato un ladro. Essere in arresto come un
ladro, questo è negativo, ma quest'arresto … mi pare come
una lezione, scusate se dico una sciocchezza, mi pare come
una lezione che io non capisco di certo, e che però neppure
deve esser capito.”
“Non è per niente una sciocchezza quel che avete detto,
signora Grubach, in parte almeno sono della vostra
opinione, solo che do un giudizio complessivo ancora più
caustico del vostro, semplicemente non prendo l'accaduto
come una lezione, ma come un nulla, proprio. Venni colto
di sorpresa, ecco cosa fu. Se fossi stato sveglio, senza
farmi ingannare dall'assenza dell'Anna mi sarei subito
levato e senza riguardo per chi m'era tra i piedi sarei
venuto da voi, avrei per una volta fatto un po' di colazione
in cucina, avrei fatto portare i miei abiti dalla mia stanza,
per farla breve se mi fossi comportato in modo razionale
non sarebbe accaduto altro, e tutto, fosse quel che fosse,
sarebbe stato soffocato. Si è così poco preparati, tuttavia.
In banca per esempio sono preparato, lì sarebbe
impossibile che mi capitasse una cosa simile, ho una
persona al mio servizio, lì, il telefono esterno e quello
interno stanno davanti a me sul tavolo, continua a venire
gente, impiegati e clienti; inoltre, e soprattutto, lì sono
sempre operativo, per cui ci sto con la testa, lì sarebbe
addirittura un passatempo per me venir confrontato con
una faccenda simile. Ora è passata e in effetti non ne
volevo nemmeno parlare, desideravo solo sentire il vostro
giudizio, il giudizio di una donna assennata, e sono molto
lieto che siamo d'accordo. Però ora dovete porgermi la
mano, trovarsi d'accordo così deve venir consolidato da
una stretta di mano.”
Me la porgerà la mano? L'ispettore non l'ha fatto, pensò
guardando la donna che, diversamente da prima, lo
scrutava. Lei si levò perché anche lui si era levato, un po'
imbarazzata poiché non aveva capito tutto quello che
aveva detto K. Per l'imbarazzo disse però qualcosa che non
voleva affatto dire e che non c'entrava proprio: “ma non la
fate tanto difficile, signor K”, disse, aveva il pianto nella
voce e naturalmente scordò la stretta di mano. “Non
sapevo di farla difficile”, disse K con improvvisa
stanchezza, capendo la vanità di tutta l'approvazione di
quella donna.
Ancora sulla porta chiese: “la signorina Buerstner è in
casa?” “No”, disse la signora Grubach, sorrise di quell'
informazione ridotta all'osso e ne dette una
ragionevolmente più ampia. “E' a teatro. Desiderate
qualcosa da lei? Devo dirle qualcosa?” “Oh, volevo solo
scambiarci due parole.” “Purtroppo non so quando torna;
quando è a teatro di solito fa tardi.” “Va bene lo stesso”,
disse K già chinando la testa in segno di saluto mentre
andava verso la porta, “volevo solo scusarmi con lei per
averle occupato la stanza, oggi.” “Non serve, signor K,
avete troppi riguardi, la signorina Buersrtner non ne sa
proprio nulla, non era a casa già dal primo mattino e tutto
è stato rimesso in ordine, guardate.” E aprì l'uscio che dava
nella stanza della signorina Buerstner. “Grazie, lo credo
anch'io”, disse K, però si diresse verso l'uscio aperto. La
luna splendeva serena nella stanza buia. Per quanto si
poteva vedere tutto era davvero al suo posto, neanche la
camicetta stava più appesa alla maniglia della finestra.
Notevole, l'altezza dei cuscini sul letto, in parte illuminati
dalla luce della luna. “La signorina Buersrtner torna spesso
a casa tardi”, disse K guardando la signora Grubach come
se lei ne avesse la giustificazione. “E' tanto giovane!” -
disse a mo' di scusante la signora Grubach. “Certo, certo”,
disse K, “però capita di passare i limiti.” “E' vero”, disse la
signora Grubach, “come dite bene, signor K. E proprio in
questo caso. Non voglio certo denigrare la signorina
Buerstner, è una ragazza buona e cara, gentile, ordinata,
puntuale, lavoratrice, questo lo apprezzo molto, ma una
cosa è vera, dovrebbe star più sulle sue. Questo mese l'ho
già vista due volte in strade fuori mano e sempre insieme a
un signore diverso. Mi addolora molto, lo racconto, Dio mi
è testimone, solo a voi, signor K, ma sarà inevitabile che
ne parli anche con la signorina Buersrtner. Del resto non è
l'unica cosa che m'insospettisce.” “Siete del tutto fuori
strada”, disse K, adirato e pressoché incapace di
nasconderlo, “del resto avete equivocato anche la mia
osservazione sulla signorina Buersrtner, non mirava a
questo. Vi metto in guardia sinceramente dal dire un
qualcosa alla signorina Buersrtner, sbagliate
completamente, la conosco molto bene, non c'è nulla di
vero in quel che dicevate. Del resto forse esagero, non ho
intenzione di impedirvi di dirle ciò che volete. Buona
notte.” “Signor K”, disse la signora Grubach implorante
seguendolo fino alla sua porta, da lui già aperta, “davvero
non ho intenzione di parlare con la signorina Buersrtner, è
naturale che prima io voglia ancora continuare a vagliarla,
vi ho solo confidato quel che sapevo. In fin dei conti è
necessario conoscere ogni inquilino quando si cerca di
mantenere la pensione a posto, non sto mirando a
nient'altro.” “A posto!” esclamò K, che era ancora sulla
porta appena aperta, “se volete mantenere la pensione a
posto, per prima cosa dovete mandare via me.” Poi la
chiuse senza badare più a un certo leggero bussare.
Decise, dal momento che non aveva nessuna voglia di
dormire, di restare sveglio e di accertare quando sarebbe
tornata la signorina Buerstner. Magari avrebbe potuto
anche parlarci un po', per quanto sconveniente ciò potesse
essere. Stette alla finestra, strinse gli occhi stanchi e per
un momento pensò addirittura di castigare la signora
Grubach convincendo la signorina Buerstner a lasciare
insieme a lui la pensione. Subito però la cosa gli sembrò
tremendamente esagerata: stava prendendo ciò che era
successo la mattina come scusa per cambiare abitazione,
sospettò suo malgrado. Nulla di più scemo e soprattutto di
più vano, e di più vile.
Quando fu stufo di star lì a guardare le strade vuote si
mise sul canapè non senza aver socchiuso la porta che
dava sull'anticamera - per poter vedere subito da quella
posizione chiunque entrasse in casa. Più o meno fino alle
11 se ne stette tranquillo a fumare. Dopo però ne ebbe
abbastanza e stette per un po' in anticamera come se con
questo potesse affrettare l'arrivo della signorina Buerstner.
Non che ne avesse alcun particolare desiderio, non era
nemmeno in grado di ricordarne bene l'aspetto, ma ora
voleva parlarci, e lo irritava che lei tardando recasse
inquietudine e disordine anche in coda a quella giornata.
Aveva anche colpa del fatto che lui non aveva cenato e
aveva trascurato di far la progettata visita a Elsa. D'altra
parte poteva riparare a entrambe le cose andando ora alla
vineria dove lavorava Elsa. Aveva intenzione di farlo più
tardi, dopo aver parlato con la signorina Buerstner.
Erano più delle 11 e mezzo quando si udì qualcuno per le
scale. K, che abbandonato ai suoi pensieri camminava qua
e là nell'anticamera facendo rumore come se quella fosse
camera sua, scappò dietro la propria porta. Era la signorina
Buerstner, era arrivata. Rabbrividendo di freddo nel
chiudere la porta si avvolse le scarne spalle con uno scialle
di seta. Tra un momento sarebbe entrata nella sua stanza
dove certo K non poteva permettersi di infilarsi a quell'ora;
per cui doveva rivolgerle la parola subito, però
sfortunatamente non aveva acceso la luce elettrica in
camera sua, per cui farsi avanti dal buio sarebbe sembrato
un agguato, come minimo una cosa da far spavento. Non
sapendo che fare e in mancanza totale di tempo, sussurrò
dalla porta socchiusa: “signorina Buerstner.” Aveva il tono
di una preghiera, non di un richiamo. “Chi è?” - chiese la
signorina facendo tanto d'occhi e guardandosi attorno.
“Sono io”, disse K muovendosi verso di lei. “Oh, signor K!”
disse la signorina Buersrtner sorridendo. “Buona sera”. Gli
porse la mano. “Volevo dirvi due parole, me lo concedete
ora?” “Subito?” chiese la signorina Buersrtner, “proprio
ora? Non è un po' strano?” “Vi aspetto dalle 9.” “Mah, ero a
teatro, non sapevo mica che miaspettavate.” “Il motivo per
cui desidero parlarvi è di oggi.” “Ah, ecco, non è che abbia
qualcosa in contrario, così per principio, solo che sono
stanca morta. Venite da me per qualche minuto. Qui
davvero non possiamo parlare, svegliamo tutti e mi
spiacerebbe più per noi che per la gente. Aspettate che
accenda la luce in camera mia e poi spegnetela qui.” K
eseguì, poi però aspettò fino a quando la signorina
Buersrtner, fuori dalla sua stanza, lo incoraggiò di nuovo a
voce bassa. “Sedetevi qui”, disse indicandogli l'ottomana,
lei restando in piedi vicino a una colonna del letto,
nonostante la stanchezza di cui aveva parlato; non si tolse
neppure il cappello, piccolo ma strapieno di ornamenti
floreali. “Che cosa desiderate dunque? Sono davvero
curiosa.” Sovrappose leggiadramente le gambe. “Forse
direte”, iniziò K, “che la cosa non è così urgente da dirsi
ora, però ...” “I preamboli faccio sempre come se non li
sentissi”, disse la signorina Buersrtner. “Questo facilita il
mio compito”, disse K. “La vostra stanza stamani in certo
qual modo per colpa mia è stata messa un po' in disordine,
lo fecero degli estranei a dispetto della mia volontà,
eppure, come ho detto, per colpa mia; di questo volevo
chiedervi scusa:” “La mia stanza?” chiese la signorina
Buersrtner, e invece che la stanza, guardò indagatrice K.
“E' così”, disse K, ed entrambi si guardarono per la prima
volta negli occhi, “la ragione e il modo per cui ciò avvenne
in sé non merita parola alcuno.” “Però in effetti è
interessante”, disse la signorina Buersrtner. “No”, disse K.
“Be', non voglio immischiarmi in cose segrete”, disse la
signorina Buersrtner, “se insistete che non è interessante
non intendo fare obbiezioni. Come mi chiedete, vi scuso
volentieri, in particolare perché non riesco a trovare alcuna
traccia di disordine.” Le scarne mani affondate sui fianchi,
fece un giro nella stanza. Si fermò alla stuoia con su le
fotografie. “Ma guardate”, disse ad alta voce, “le mie
fotografie sono tutte a soqquadro. Però, è orribile.
Qualcuno dunque è stato nella mia stanza senza
autorizzazione.” K annuì e maledisse in silenzio l'impiegato
Kaminer, che non riusciva mai a frenare la sua monotona e
stupida vivacità. “E' curioso “, disse la signorina
Buersrtner, “che io debba proibirvi qualcosa che voi stesso
dovevate proibire, cioè che si entrasse in camera mia in
mia assenza.” “Ma ve lo spiegai, signorina Buersrtner”,
disse K avvicinandosi anche lui alle fotografie, “non fui io a
violare le fotografie; ma poiché non mi credete devo
ammettere che la commissione istruttoria ha condotto qui
tre impiegati della banca uno dei quali, che quanto prima
butterò fuori, probabilmente ha preso in mano le
fotografie.” “Sì, una commissione istruttoria qui”, continuò
K, infatti la signorina Buersrtner lo guardava con aria
interrogativa. “Su di voi?” chiese. “Sì”, rispose K. “Noo!”,
esclamò lei, e si mise a ridere. “Però”, disse K, “voi ci
credete che io sono innocente?” “Ora, innocente ...”, disse
lei, “non ho intenzione di esprimere un giudizio
impegnativo, neppure vi conosco, tuttavia bisogna essere
un gran delinquente per vedersi appioppata così di colpo
una commissione istruttoria. Poiché però siete libero –
almeno, lo capisco dalla vostra calma, che non siete
incappato nell'incarcerazione – non potete essere incorso in
un crimine.” “Sì”, disse K, “la commissione istruttoria può
aver compreso anche che non sono colpevole, ossia, non
così colpevole come presunto.” “Certo, può essere”, disse
la signorina Buersrtner assai guardinga. “Vedete”, disse K,
“voi non avete molta esperienza in fatto di giustizia. “ “No,
non ne ho”, disse lei, “e spesso me ne sono rammaricata,
difatti mi piacerebbe sapere tutto e sommamente
m'interessano le cose della giustizia. I tribunali hanno un
fascino particolare, no? Tuttavia completerò di sicuro le
mie conoscenze in merito, difatti il mese prossimo entro in
uno studio legale come segretaria.” “E' un'ottima cosa”,
disse K, “allora potrete aiutarmi un po' nel mio processo.”
“Potrebbe essere”, disse la signorina Buersrtner, “perché
no? Userò volentieri le mie conoscenze.” “Dico sul serio”,
disse K, “o almeno per metà sul serio, come dite voi. La
faccenda non è al livello di un avvocato, ma di un
consigliere potrei aver bisogno.” “Sì, ma come consigliere
dovrei sapere di che si tratta”, disse la signorina
Buersrtner. “E' proprio questa la difficoltà”, disse K, “non lo
so neanch'io.” “Allora vi siete permesso di prendermi in
giro”, disse la signorina Buersrtner con gran disinganno,
“era inutile al massimo grado scegliere quest'ora di notte
per farlo.” Si staccò dalle fotografie, dove lui e lei erano
rimasti insieme così a lungo. “Ma no, signorina Buersrtner”,
disse K, “non vi ho presa in giro affatto. Peccato che non
mi vogliate credere! Già vi ho detto quello che so. Forse
più di quello che so, difatti mica si trattava di una
commissione istruttoria, la chiamo così perché non le so
dare alcun altro nome. Non vi fu alcuna istruttoria, venni
arrestato e basta, ma non da una commissione.” La
signorina Buersrtner sedette sull'ottomana e rise di nuovo:
“E cos'era allora?” chiese. “Una cosa spaventosa”, disse K
senza neppure pensarci, tutto preso dalla vista della
signorina Buersrtner, che appoggiava il viso su una mano –
il gomito sul cuscino dell'ottomana – mentre con l'altra
mano si sfiorava lentamente il fianco. “E' troppo generico”,
disse lei. “Che cosa è generico?” chiese K. Poi si riprese e
chiese: “Devo descrivervi com'è stato?” Voleva far
qualcosa, ma non andar via. “Sono già stanca”, disse la
signorina Buersrtner. “Tornaste così tardi”, disse K. “Ora
finisce che vengo rimproverata, è anche giusto, difatti non
avrei dovuto farvi entrare. E non serviva nemmeno, come
si è dimostrato.” “Era necessario, ora lo vedrete”, disse K.
“Posso staccare dal letto il tavolino da notte?” “Ma che cosa
vi viene in mente?” - disse la signorina Buersrtner, “certo
che no!” “Allora non posso farvi vedere”, disse K
esasperato, come se gli si si recasse un danno enorme. “Sì,
se vi serve alla dimostrazione, allora tiratelo indietro, il
tavolino, ma piano”, disse la signorina Buersrtner
aggiungendo poi, a voce più bassa: “sono così stanca che
concedo più di quanto è bene concedere.” K piazzò il
tavolino nel mezzo della stanza e vi si mise dietro. “Dovete
immaginare correttamente la distribuzione dei personaggi,
è molto interessante. Io sono l'ispettore, là sul baule
siedono due vigilanti, vicino alle fotografie si trovano i tre
giovani. Alla maniglia della finestra è appesa una camicetta
bianca, la menziono solo di sfuggita. E ora siamo al via.
Ah, no, mi dimenticavo il personaggio principale: io, che mi
trovo qui davanti al tavolino. L'ispettore sta seduto con la
massima comodità, le gambe accavallate, un braccio qui
sul retro della spalliera - un tanghero come pochi. E ora
comincia sul serio. L'ispettore chiama come se dovesse
darmi la sveglia, addirittura urla, anch'io purtroppo sono
costretto a urlare, se voglio farvi capire, d'altra parte si
tratta solo del mio nome, che quello urla.” La signorina
Buersrtner, che sorridendo stava a sentire, portò l'indice
sulla bocca per impedire che K urlasse, ma in ritardo, K era
troppo dentro la parte, lentamente gridò: “Joseph K!” - del
resto non tanto a voce alta come aveva minacciato, eppur
tuttavia in modo che il grido, cacciato all'improvviso, parve
diffondersi nella stanza solo pian piano.
Si sentì bussare all'uscio della stanza accanto diverse volte,
con forza, a colpi brevi e regolari. La signorina Buerstner
impallidì e si mise le mani sul cuore. K ne fu
particolarmente spaventato in quanto per un po' non era
stato capace di pensare ad altro che ai fatti della mattina, e
alla ragazza cui li rappresentava. Appena ripresosi balzò
verso la signorina Buersrtner e le prese una mano. “Non
abbiate alcun timore”, mormorò, “metterò io tutto a posto.
Ma chi può essere? Qui accanto c'è solo la stanza di
soggiorno, dove non dorme nessuno.” “No” mormorò a sua
volta la signorina Buersrtner all'orecchio di K, “da ieri ci
dorme un nipote della signora Grubach, un capitano. Tutte
le camere sono occupate. Anch'io me n'ero dimenticata. Ma
dovevate urlare così? Sono sgomenta.” “Non ve n'è motivo
alcuno”, disse K e, quando lei sprofondò nel cuscino, le
baciò la fronte. “Via, via”, disse lei tirandosi di nuovo su in
fretta, “andate, andate una buona volta. Che cosa volete,
lui sta ad ascoltare alla porta, sente tutto. Voi mi
tormentate in un modo!” “Non me ne vado”, disse K,
“finché non vi calmate un po'. Venite dall'altra parte della
stanza, lì non ci può sentire.” Lei vi si lasciò guidare. “Voi
non considerate”, le disse, “che per voi si tratta di un
fastidio, certo, ma non di un rischio, assolutamente no. Lo
sapete quanto la signora Grubach mi veneri, addirittura, e
quanto creda in modo incondizionato a tutto quello che
dico, ed è lei che decide in queste cose, senza contare che
il capitano è suo nipote. Lei per altro dipende da me, difatti
le pago un importo maggiorato. Mi faccio carico di ogni
vostro suggerimento di una spiegazione del nostro star qui
insieme, basta che sia solo un po' adeguato, e garantisco
che indurrò la signora Grubach a credere davvero e
sinceramente a tale spiegazione, non solo a crederci pro
forma. Non dovete avere alcuna indulgenza per me.
Qualora vogliate dire in giro che io vi ho colto di sorpresa,
la signora Grubach verrà informata in tal senso, e ci
crederà senza perdere la fiducia che ha in me, tanto mi è
affezionata.” La signorina Buersrtner guardava il suolo, in
silenzio e un po' accasciata. “Perché la signora Grubach
non dovrebbe credere che vi ho colto di sorpresa”, continuò
K. Si vide davanti la chioma di lei, rossastra, spartita, un
po' gonfia, compatta. Credeva che avrebbe volto lo
sguardo su di lui, invece senza cambiare postura lei disse:
“perdonate, mi sono tanto spaventata per quei colpi alla
porta, non per le conseguenze che potrebbe avere la
presenza del capitano. C'era un tal silenzio dopo il vostro
urlo, ed ecco i colpi, perciò sono tanto spaventata, mi
trovavo lì presso la porta, il rumore era quasi accanto a
me. Vi ringrazio della vostra proposta, ma non la accetto.
Per tutto quello che succede in camera mia posso
assumermi la responsabilità, e nei confronti di tutti. Mi
stupisco che non vi accorgiate di che razza di affronto per
me ci sia nelle vostre proposte, naturalmente accanto alle
buone intenzioni che certo riconosco. Ora però andate,
lasciatemi sola, ne ho più bisogno di prima. Da quei pochi
minuti che avete chiesto è uscita una mezz'ora e più.” K le
prese la mano e poi il polso: “però non ce l'avete con me,
vero?” disse. Lei sfilò la mano e rispose: “No, no, non ce
l'ho mai con nessuno, io.” Lui le riprese il polso, lei ora
lasciò fare e fu in quella posa che lo condusse alla porta.
Lui era fermamente deciso ad andarsene. Ma davanti
all'uscio, come se non si fosse aspettato di trovarcelo, si
fermò; la signorina Buersrtner ne approfittò per liberarsi
della presa, aprì la porta, sgattaiolò nell'anticamera e da lì
disse piano a K “Su, venite, ora, per favore. Guardate” -
indicò l'uscio del capitano, da sotto il quale usciva una
lama di luce - “ha acceso e si diverte a nostre spese.”
“Eccomi, vengo”, disse K, svelto uscì, la strinse, la baciò
sulla bocca e su tutto il viso, come fa un animale assetato
che si butta con la lingua sull'acqua sorgiva finalmente
trovata. Infine la baciò sulla gola e lì lasciò posate le
labbra. Un rumore dalla stanza del capitano gli fece alzare
lo sguardo. “Ora me ne vado”, disse, voleva chiamare la
signorina Buerstner per nome, ma non lo sapeva. Lei annuì
stancamente, gli abbandonò, già quasi voltata, la mano da
baciare, quasi senza sapere di farlo, e a testa china andò in
camera sua. Poco dopo K era a letto. Presto si addormentò,
prima ripensò per un poco alla sua condotta, ne era
soddisfatto, ma non troppo; si dava seriamente pensiero
per la signorina Buerstner, a causa del capitano.
La prima assise istruttoria

K era stato informato telefonicamente, la domenica


successiva avrebbe avuto luogo una breve assise istruttoria
in merito al suo caso. Lo s'informò del fatto che tali sedute
ora sarebbero seguite l'una all'altra con regolarità, forse
una volta alla settimana, oppure con frequenza maggiore.
Era da un lato d'interesse generale portare a termine il
processo, dall'altro tuttavia le sedute istruttorie avrebbero
dovuto essere sotto ogni aspetto accurate, e però a causa
della fatica a esse collegata non avrebbero dovuto durare
troppo a lungo. Perciò si era scelta la via di queste sedute
frequenti, ma brevi. Si era preferito designare la domenica
come giorno di assise al fine di non disturbare K nel suo
lavoro d'ufficio. Si supponeva che lui fosse d'accordo,
qualora desiderasse un giorno diverso gli sarebbe venuti
incontro al meglio. Le sedute istruttorie sarebbero state
per esempio possibili anche di notte, ma in quel caso K non
sarebbe stato abbastanza riposato. Comunque, fin quando
K non avesse fatto alcuna obbiezione, non si sarebbe
cambiato il giorno, domenica. Era evidente che lui
assolutamente dovesse comparire, non c'era bisogno
neppure di farglielo notare. Gli venne menzionato il
numero civico dell'edificio nel quale lui doveva presentarsi,
era sito in una remota via di un sobborgo nel quale K non
era mai stato.
Avuta tale comunicazione K agganciò il ricevitore senza
rispondere; subito decise di andare, la domenica, era anzi
necessario, il processo iniziava e lui doveva presenziarvi,
anche nel caso che quella prima assise dovesse essere
l'ultima. Ancora pensieroso sostava presso l'apparecchio
quando dietro di sé udì la voce del vice direttore che voleva
telefonare e K gli sbarrava la strada. “Cattive notizie?”
chiese il vice direttore alla leggera, non per informarsi, ma
per distogliere K dall'apparecchio. “No no”, disse K, si fece
da parte, ma non se ne andò. Il vice direttore prese il
ricevitore e mentre aspettava il collegamento telefonico
disse: “permettete una domanda, signor K? Potreste
domenica mattina farmi il favore di partecipare a un'uscita
sulla mia barca a vela? Saremo in buona compagnia, ci
saranno certo anche vostri conoscenti. Tra gli altri il
procuratore di Stato Hasterer. Verrete? Via, venite!” K
cercò di prestare attenzione a quel che il vice direttore
diceva. Non era una cosa banale per lui, difatti tale invito
del vice direttore, con cui non era mai andato molto
d'accordo, significava un tentativo di riconciliazione da
parte sua e indicava quant'era diventato importante K in
banca e quanto appariva preziosa al secondo più alto
funzionario la sua amicizia, o almeno la sua neutyralità.
Tale invito era un abbassarsi, da parte del vice direttore,
per quanto potesse esser stato espresso da sopra il
ricevitore nell'attesa d'un collegamento telefonico. Tuttavia
K, costretto a procedere a una seconda umiliazione, disse:
“molte grazie! Purtroppo domenica non ho tempo, ho già
un impegno.” “Peccato”, disse il vice direttore mettendosi a
parlare al telefono, il cui collegamento era stato stabilito.
Non fu affatto una conversazione breve, ma distrattamente
K restò per tutto il tempo accanto all'apparecchio. Solo
quando il vice direttore interruppe la comunicazione K,
spaventato, disse, per giustificare solo un po' il suo
superfluo star lì: “sono stato chiamato al telefono ora, ho
da andare in un posto, ma si sono scordati di dirmi l'ora.” “
Ma allora informatevene di nuovo”, disse il vice direttore.
“Non è così importante”, disse K nonostante che con ciò la
sua giustificazione di prima, in sé difettosa, si sfasciasse
ulteriormente. Nell'andarsene il vice direttore parlò ancora
di altre cose, K si costrinse a rispondere pensando tuttavia
soprattutto che la cosa migliore sarebbe stata andare
domenica verso le 9, infatti è a quell'ora che i tribunali nei
giorni di lavoro iniziano a funzionare.
La domenica il tempo era nuvoloso, K era molto spossato -
rimasto all'osteria fino a notte fonda per via d'una festa
privata, quasi non si era svegliato. In fretta e senza aver
tempo di esaminare e unificare gli svariati piani escogitati
durante la settimana, si vestì e senza aver fatto colazione
corse in quel sobborgo indicatogli. Stranamente incontrò,
anche se aveva poco tempo per guardarsi attorno, i tre
impiegati partecipanti a quel che era successo,
Rabensteiner, Kullych e Kaminer. I primi due gli
attraversarono la strada, in tram, invece Kaminer, seduto
nella terrazza di un caffè, si chinò incuriosito sul parapetto
al passaggio di K. Tutti e tre seguirono straniti lo svelto
transito a piedi del loro superiore. Era stato un certo
puntiglio a trattenere K dal prendere il tram. Era poi
disgustato da qualsiasi, anche dal minimo, aiuto esterno in
quella sua storia, non voleva ricorrere a nessuno né
metterlo a conoscenza di essa, e sia pure alla lontana; in
conclusione non aveva la minima voglia di abbassarsi di
fronte alla commissione istruttoria con una eccessiva
puntualità. Tuttavia ora correva per arrivare se possibile
attorno alle 9, per quanto non gli fosse stato fissato
neanche un appuntamento preciso.
Aveva pensato di riconoscere già da lontano l'edificio per
un qualche segno che lui stesso non si era figurato bene,
oppure per un particolare movimento davanti all'entrata.
Tuttavia la Juliusstrasse, in cui l'edificio doveva trovarsi,
all'inizio della quale K si fermò per un momento, aveva su
entrambi i lati edifici quasi tutti uguali, alte grige case
d'affitto abitate da povera gente. A quell'ora di domenica
mattina la maggior parte delle finestre era occupata da
qualcuno, uomini in maniche di camicia si sporgevano,
fumavano, oppure reggevano sul davanzale bambini
piccoli, con cautela e garbo. Altre finestre erano tutte piene
di coperte e lenzuola sopra cui compariva la testa
spettinata di una donna. Ci si chiamava a vicenda al di
sopra della via, uno di questi gridi provocò una gran risata
proprio sopra K. Regolarmente distribuiti si trovavano in
quella lunga via negozietti di generi alimentari assortiti,
bassi rispetto al livello stradale e raggiungibili da
altrettante scale. Ne uscivano o ci entravano donne, se non
stavano sui gradini a chiacchierare. Un fruttivendolo che
raccomandava la sua merce, tanto disattento quanto K, lo
avrebbe quasi messo sotto con il suo carretto. Iniziò pure a
suonare, crudele, un grammofono residuato da quartieri
migliori.
K s'inoltrò nella viuzza lentamente come se avesse tempo,
o come se il giudice istruttore lo vedesse da una qualche
finestra e sapesse quindi che lui si era presentato. Erano
da poco passate le 9. L'edificio si trovava piuttosto oltre,
era esteso in modo piuttosto insolito, in particolare il
portone d'ingresso era alto e largo. Era chiaramente
destinato al carico e scarico dei diversi magazzini di merci
che, ora chiusi, contornavano il grande cortile e recavano
scritti i nomi di ditte che K in parte conosceva a causa del
suo lavoro bancario. Si fermò anche un po' sull'entrata del
cortile occupandosi con più precisione del suo solito di tutte
quelle cose futili. Vicino, un uomo dai piedi nudi sedeva su
una cassa e leggeva un giornale. Su un carretto a mano si
dondolavano due ragazzi. Davanti a una pompa c'era una
ragazzina magra con addosso una vestina da notte e,
intanto che l'acqua scorreva nella sua brocca, guardava
verso K. In un angolo del cortile venne tesa una corda cui
già era appesa e fissata biancheria da asciugare. Un uomo
dal basso dirigeva quel lavoro con degli urli.
K si volse verso la scala per andare nell'aula dell'istruttoria,
poi si fermò di nuovo, difatti a parte quella scala vide nel
cortile tre diversi accessi a scale e inoltre un breve
passaggio al termine del cortile pareva portare in un
secondo cortile. Se la prese perché non gli avevano
indicato dov'era l'aula dell'istruttoria in modo più preciso;
era con una particolare trascuratezza, o indifferenza, che
lo si trattava, si ripropose di dichiararlo forte e chiaro. Alla
fine tuttavia salì la prima scala, mentalmente recitando un
motto del vigilante Willem che si ricordava: il tribunale
viene attratto dalla colpa, dal che di fatto conseguiva che
l'aula dell'istruttoria doveva trovarsi lungo la scala da K
scelta a caso.
Disturbò salendo molti bambini che giocavano per le scale -
lo guardarono male, passando lui tra loro. “Se dovessi
ritornare”, si disse, “devo portare con me o dolciumi per
rabbonirli o il bastone per dargliele.” Subito prima del
primo piano fu costretto perfino ad attendere che una
biglia terminasse il suo corso, trattenendolo per i calzoni
nel frattempo due ragazzini dallo strano volto da lazzarone
fatto e finito; nel caso che avesse inteso scrollarseli di
dosso avrebbe dovuto fargli male e ne paventò le urla.
Al primo piano iniziò la vera e propria ricerca. Non
riuscendo tuttavia lui a chiedere dove fosse la commissione
istruttoria, s'inventò un certo Lanz, falegname – gli venne
in mente il nome perché così si chiamava il capitano, il
nipote della signora Grubach – e si mise a chiedere in tutti
gli appartamenti se lì abitava un certo Lanz, falegname,
per avere la possibilità di guardare dentro. Si palesò
tuttavia che per lo più si poteva guardare senz'altro
all'interno, difatti quasi ogni uscio era aperto e i bambini
correvano dentro e fuori. Erano stanze piccole e di regola
con una sola finestra, e vi si cucinava pure. Parecchie
donne avevano in braccio lattanti e lavoravano con la mano
libera al fornello. Ragazze adolescenti con addosso
apparentemente solo il grembiule andavano avanti e
indietro con la massima applicazione. In tutte le stanze i
letti erano disfatti, vi si trovavano distesi ammalati,
persone che ancora dormivano o che, vestite, si
stiracchiavano. Agli appartamenti le cui porte erano chiuse
K bussò e chiese se vi abitasse il falegname Lanz. Per lo
più apriva una donna, porgeva orecchio alla domanda e si
girava verso qualcuno che si levava dal letto. “C'è un
signore, chiede se un certo falegname Lanz abita qui.” “Il
falegname Lanz?” chiedeva chi s'era alzato dal letto. “Sì”,
diceva K, per quanto non ci fosse dubbio che la
commissione istruttoria lì non c'era e che la cosa era finita
lì. Molti credettero che a K importasse molto di trovare il
falegname Lanz, ci pensarono a lungo, nominarono un
falegname che però non si chiamava Lanz, o qualcuno che
molto alla lontana si chiamava come Lanz, oppure chiesero
ai vicini, oppure accompagnarono K a un uscio
lontanissimo dove secondo loro forse abitava un uomo tipo
Lanz, in subaffitto, o dove c'era chi avrebbe potuto dare
informazioni migliori. In quel modo finì che K non dovette
più quasi chiedere, venne invece trascinato per i vari piani
della casa. Deplorò il suo metodo, all'inizio all'apparenza
tanto praticabile. Prima di salire al 5° piano si decise ad
abbandonare la ricerca, si congedò da un simpatico
giovane operaio che voleva continuare a guidarlo su e
scese. Poi lo irritò tuttavia la vacuità dell'intera impresa e
andò di nuovo a bussare alla prima porta del 5° piano. La
prima cosa che vide nella stanzetta fu un grande orologio a
muro che segnava già le 10. “Abita qui un certo Lanz,
falegname?” chiese. “Prego”, disse una giovane donna
dagli occhi neri e luminosi che stava lavando biancheria da
bambini in un secchio, e gl'indicò con una mano bagnata la
porta accanto, aperta.
K credette di entrare in un'assemblea. Una ressa di gente
la più varia - nessuno si curò di chi stava entrando –
riempiva una stanza di media grandezza con due finestre;
torno torno, in prossimità del soffitto, vi era un loggione,
anch'esso tutto occupato, in cui le persone riuscivano a
stare solo piegate e urtavano con il capo e le spalle contro
il soffitto. K , essendo per lui l'aria troppo soffocante, uscì e
a quella giovane donna che probabilmente lo aveva capito
male disse: “non ho chiesto di un falegname, di un certo
Lanz?” “Sì”, disse la donna, “prego, entrate.” K forse non
l'avrebbe seguita, se lei non gli si fosse avvicinata e avesse
impugnato la maniglia della porta dicendo: “dopo di voi
devo chiudere, nessun altro ha da entrare.” “Giustissimo”,
disse K, “però è già strapieno.” Poi tuttavia rientrò nella
stanza.
Tra 2 uomini che conversavano vicinissimi alla porta – l'uno
faceva il movimento di quando si contano i soldi, tutt'e due
le mani protese in avanti, l'altro lo guardava negli occhi
con grande attenzione - una mano cercò di afferrare K Si
trattava di un giovane basso dalle guance rosse. “Venite,
venite”, disse. K si lasciò guidare, segnalandosi che pur
nella calca brulicante c'era un passaggio libero che forse
distingueva due fazioni; lo diceva anche il fatto che K nelle
prime file a destra e a sinistra a mala pena vide una faccia
voltata verso di lui, ma solo schiene di gente che rivolgeva
la parola e i gesti unicamente a quelli della propria fazione.
La maggioranza era vestita di nero, con giacche da
cerimonia all'antica, sciupate e lunghe. Tale abbigliamento
rese perplesso K, sennò avrebbe guardato a quell'insieme
come a un'assemblea politica di quartiere.
All'altra estremità dell'aula, dove K venne condotto, su un
podio molto basso ugualmente stracolmo c'era un tavolino
messo di traverso dietro cui, vicino al margine del podio,
sedeva un omino grasso ansimante che stava conversando,
tra gran risate, con chi gli stava dietro – i gomiti appoggiati
alla spalliera della sedia, le gambe incrociate. A tratti costui
brandiva un braccio in aria come se facesse il verso a
qualcuno. Il giovane che guidava K fece fatica a segnalare
la sua presenza. Due volte aveva già tentato di ottenere
qualcosa stando in punta di piedi senza che da quell'uomo
sovrastante gli fosse stata data attenzione. Solo quando
una delle persone in alto sul podio lo notò, quell'uomo gli si
rivolse e, piegato in basso, stette in ascolto di quel che il
giovane comunicava sommessamente. Poi estrasse
l'orologio e rapido guardò K “Voi avreste dovuto comparire
un'ora e cinque minuti fa”, disse. K intendeva rispondere
qualcosa, ma non ne ebbe il tempo, difatti non appena
quell'uomo aveva parlato si levò nella metà di destra
dell'aula un brontolio generale. “Avreste dovuto comparire
un'ora e cinque minuti fa”, ripeté quell'uomo a voce più
alta, ora guardando rapido giù nell'aula. Subito anche il
brontolio si fece più forte e si spense quando quell'uomo
smise di parlare, però un po' alla volta. C'era adesso
nell'aula molta più calma che non all'ingresso di K. Solo la
gente in loggione non cessava di fare le sue considerazioni.
Nei limiti di quanto si poteva distinguere lassù nella
penombra, nella foschia e nella polvere, quella gente
pareva maldisposta come quella di sotto. Parecchi avevano
portato con sé cuscini che avevano messo tra il capo e il
soffitto per non premercelo e sfregarcelo.
K aveva deciso di osservare più che parlare, per cui
rinunciò a difendersi in merito al suo presunto ritardo e
disse solo: “Posso esser venuto in ritardo, ora però ci
sono.” Ne seguì dalla parte destra dell'aula un applauso di
approvazione. “E' facile guadagnarsi il favore della gente”,
pensò K, ora turbato dal silenzio della metà di sinistra, che
gli si trovava proprio dietro e dalla quale si era levato solo
un applauso del tutto isolato. Pensò a quello che poteva
dire per guadagnarsi il favore degli altri, tutti in una volta
o, se impossibile, almeno il favore temporaneo.
“Sì”, disse quell'uomo, “ma ora non sono più tenuto a
interrogarvi” - di nuovo borbottio, stavolta però non facile
da interpretare, difatti quell'uomo proseguì, intanto che
con una mano segnalava alla gente l'errore - “ciò non di
meno oggi intendo in via eccezionale farlo. Un ritardo del
genere però non si deve più ripetere. E ora fatevi avanti!”
Qualcuno saltò giù dal podio in modo che si liberasse un
posto per K, e lui salì. Si trovò strettamente pigiato al
tavolo, la calca alle sue spalle era tanta che fu costretto a
opporlesi, non intendeva sbatter giù dal podio il tavolo del
giudice istruttore e forse il giudice stesso.
Il giudice istruttore tuttavia non se ne preoccupò, si mise
abbastanza di traverso sulla sua sedia e prese, dopo che
l'uomo dietro di lui gli ebbe detto qualcosa di conclusivo,
un'agendina, unico oggetto sul suo tavolo. Sembrava un
registro amministrativo commerciale, era vecchio, aveva
molti fogli fuori posto. “Dunque”, disse il giudice istruttore,
sfogliò il registro e si rivolse a K in tono affermativo: “voi
siete pittore?” “No”, disse K, ”sono primo procuratore in
una grande banca.” A tale risposta seguì dalla fazione di
destra una risata così cordiale che anche K fu costretto a
ridere. La gente si appoggiava le mani sulle ginocchia
scossa come se avesse grandi attacchi di tosse. Rise
qualcuno anche dal loggione. Il giudice istruttore che,
molto arrabbiato, probabilmente non poteva far nulla
contro chi stava sotto, cercò di rifarsi con quelli del
loggione, saltò su, li minacciò e le sue sopracciglia
altrimenti poco appariscenti gli si trasformarono in cespugli
neri sopra gli occhi.
La metà di sinistra dell'aula era tuttavia ancora silenziosa,
la gente stava su diverse file, aveva rivolto il viso verso il
podio e udiva le parole lassù scambiate con la stessa calma
con cui udiva il chiasso dell'altra fazione, tollerava perfino
che alcuni dei suoi qua e là si comportassero come quelli
dell'altra fazione. La gente della fazione di sinistra, che del
resto era poco numerosa, poteva in fondo essere
trascurabile come quella di destra, ma la calma della sua
condotta lasciava trasparire che essa contava. Quando K
iniziò il suo dire fu costretto a parlare tenendola in
considerazione.
“Signor giudice istruttore, la vostra domanda se io sono
pittore – anzi non l'avete affatto domandato, ma me lo
avete proprio detto – è indicativa dei modi complessivi del
procedimento a mio carico. Potete obbiettare che non si
tratta affatto di un procedimento, e ben a ragione, infatti lo
è solo se io lo riconosco come tale. Tuttavia io lo riconosco,
per il momento diciamo per compassione. Non se ne può
avere che compassione, a pensarci bene. Non dico che sia
un procedimento trasandato, ma mi piacerebbe proporvi
tale denominazione ai fini della vostra presa di coscienza.”
K s'interruppe e guardò giù nell'aula. Ciò che aveva detto
era tagliente più di quanto si fosse proposto, e però giusto.
Avrebbe meritato qua e là approvazione, però tutto
taceva, era chiaro che si aspettava intensamente il seguito,
forse si preparava in silenzio un qualcosa di prorompente
che avrebbe posto un termine al tutto. Fu un disturbo che
ora si aprisse in fondo all'aula una porta, quella giovane
lavandaia forse aveva finito il suo lavoro, entrò e
nonostante tutta la sua cautela attirò alcuni sguardi su di
sé. Soltanto il giudice istruttore fece la gioia immediata di
K, difatti parve subito colpito dalle parole di K. Fin lì era
stato a sentire, sorpreso dalla allocuzione di K, rivolto in
piedi a quelli del loggione. Ora durante la pausa del
discorso di K si mise giù pian piano come se non dovesse
farsene accorgere. Riprese l'agendina forse per darsi un
tono.
“Non serve a nulla”, continuò K, “anche la vostra agenda
signor giudice istruttore conferma quel che dico.”
Soddisfatto di udire solo le proprie parole tranquille in
quella riunione di estranei K osò addirittura togliere
senz'altro l'agenda al giudice istruttore e tirarne su con la
punta delle dita, quasi ne avesse timore, un foglio centrale,
per cui da entrambi i lati i fogli, macchiati e coperti di
scrittura fitta, penzolarono giù. “Ecco la documentazione
del giudice istruttore”, disse lasciando cadere l'agenda sul
tavolo. “Leggete ancora con calma, signor giudice
istruttore, non ho paura di quest'agenda, per quanto non
possa toccarla e riesca a prenderla solo con due dita.” Sia
che ciò fosse solo un segno di più profonda umiliazione o
che almeno fosse preso come tale, il giudice istruttore
prese l'agenda, che era caduta sul tavolo, cercò di
rimetterla un po' in sesto e di nuovo se la mise davanti per
consultarla.
Le facce della gente in prima fila erano tanto intensamente
rivolte su K che lui per un attimo restò a guardarle. Erano
uomini tutti quanti anziani, alcuni avevano la barba bianca.
Forse erano determinanti, potevano influire sull'intera
assemblea, la quale nemmeno dall'umiliazione del giudice
istruttore si faceva distogliere dall'immobilità in cui era
sprofondata dopo quel che aveva detto K.
“Ciò che mi è accaduto”, riprese a dire K a voce un po' più
bassa di prima e continuando a scandagliare le facce della
prima fila, cosa che toglieva al suo discorso un po' di
incisività, “ciò che mi è accaduto è certamente solo un caso
singolo e come tale non è molto importante, nemmeno io
lo prendo tanto sul serio, ma segnala un modo di
procedere che viene usato con molti. Per questi io
rispondo, non per me.”
Aveva involontariamente alzato la voce. Da qualche parte
qualcuno alzò le mani in un applauso, gridando “bravo!
Perché no? Bravo, e ancora bravo!” Alcuni di quelli in prima
fila si misero le mani nella barba, nessuno si guardò
attorno per capire chi fosse l'autore di quell'evviva.
Nemmeno K lo valutò significativo, tuttavia ne fu
incoraggiato; non riteneva nemmeno necessario che tutti
esprimessero approvazione, era sufficiente che in generale
cominciassero a meditare sulla faccenda e che solo uno alla
volta venissero persuasi.
“Non voglio successo oratorio”, disse K dopo tale
riflessione, “neppure riuscirei a ottenerlo. Il signor giudice
istruttore probabilmente parla molto meglio, è il suo
mestiere. Quel che voglio è solo la discussione pubblica di
un abuso pubblico. Stiano a sentire: circa 10 giorni fa sono
stato arrestato, l'arresto in pratica mi fa ridere, ma questo
ora non c'entra. Venni colto di sorpresa nel letto, forse si
aveva l'ordine – non è escluso, stando a ciò che disse il
giudice istruttore – di arrestare un pittore innocente come
me, ma si scelse me. La stanza accanto alla mia fu
presidiata da due vigilanti. Se fossi stato un pericoloso
bandito non si sarebbe potuto provvedere meglio. Quei
vigilanti erano bricconi corrotti, mi riempirono di
chiacchiere, volevano farsi ungere, con vane promesse
volevano carpirmi biancheria e abiti, volevano soldi per
portarmi, a quanto pare, un po' di colazione dopo che
avevano mangiato la mia davanti a me con sfacciataggine.
Non basta. Venni condotto in una terza stanza davanti
all'ispettore. Era la camera di una signora che stimo molto
e io fui costretto a stare a vedere come per causa mia, ma
senza mia colpa, per la presenza dei vigilanti e
dell'ispettore essa venisse per così dire profanata. Non fu
facile mantenere la calma. Però mi riuscì e chiesi
tranquillissimo all'ispettore – se fosse qui sarebbe costretto
a confermarlo – perché fossi in arresto. E cosa rispose
quest'ispettore? – me lo vedo ancora davanti come sta
sulla sedia della menzionata signora, rappresentazione
dell'arroganza più ottusa. Signori miei, in fondo non rispose
alcunché, forse davvero non sapeva nulla, mi aveva
arrestato e gli bastava. Addirittura ha fatto di più e nella
camera di quella signora a portato 3 impiegati di basso
rango della mia banca che han badato bene a tocchicchiare
e a mettere a soqquadro delle fotografie appartenenti alla
signora. La presenza di questi impiegati aveva
naturalmente un altro scopo, essi dovevano, come la mia
padrona di casa e la sua cameriera, diffondere la notizia
del mio arresto, danneggiare la mia immagine pubblica e
far vacillare la mia posizione in banca. Nulla di ciò neppure
minimamente è riuscito, anche la mia padrona di casa,
persona molto schietta – qui voglio farne il nome in segno
di stima, si chiama Grubach – anche la signora Grubach fu
in grado di capire che un simile arresto non ha un
significato maggiore di un manifesto di quelli che in strada
giovani non abbastanza controllati espongono. Ripeto, il
tutto mi ha provocato solo dispiaceri e rabbia transitoria,
ma non avrebbe potuto avere conseguenze maggiori?”
Qui interrottosi, K guardò dalla parte del giudice istruttore
e gli sembrò di notare che questi desse un'occhiata d'intesa
a qualcuno della folla. K sorrise e disse: “proprio qui
accanto a me il signor giudice istruttore fa a qualcuno di
loro un segnale segreto. Vi son dunque persone tra loro
che son dirette da quassù. Non so se il segnale doveva
provocare fischi o applausi e, ben consapevole del fatto che
vado parlando troppo presto dei fatti miei, rinuncio a
sapere il significato di quel segnale. Esso mi è del tutto
indifferente e autorizzo il signor giudice istruttore a
guidare, apertamente a voce alta e non a segni segreti, i
suoi stipendiati che stanno laggiù, dicendo loro una volta, a
un dipresso, 'fischiate', e la volta dopo 'applaudite'. “
Imbarazzato o impaziente, il giudice istruttore si mosse
avanti e indietro sulla sedia. Quell'uomo che aveva alle
spalle e con il quale già prima aveva parlato si chinò di
nuovo verso di lui, o per incoraggiarlo in modo generico, o
per consigliarlo in modo specifico. In basso la gente si
parlava a voce bassa, ma in modo vivace. Le due fazioni,
che prima sembravano di opinioni tanto contrastanti, si
mescolarono, c'era gente che segnava a dito K e altra che
indicava il giudice istruttore. La foschia nebbiosa nella
stanza era estremamente molesta, impediva addirittura di
veder bene chi stava lontano. In particolare per coloro che
erano ospiti del loggione doveva essere disturbante, erano
costretti, del resto dando timide occhiate di lato al giudice
istruttore, a far domande a bassa voce ai partecipanti
all'assemblea per informarsi meglio. Si rispondeva loro
ugualmente a bassa voce riparandosi con la mano.
“Ho quasi finito”, disse K, che in mancanza di una
campanella batté un pugno sul tavolo, cosa che fece
voltare la testa di colpo al giudice istruttore e al suo
consigliere, impauriti: “l'intera faccenda non mi riguarda,
ne consegue che io la commenti con tranquillità, e loro
possono, supposto che un poco siano interessati a questo
cosiddetto dibattimento, ricavare un gran vantaggio, se mi
stanno a sentire. Li prego di rimandare a dopo le loro
rispettive osservazioni circa ciò che espongo, difatti non ho
proprio tempo e presto me ne andrò.”
Subito vi fu silenzio; tanto, K dominava l'assemblea. Si
smise di parlarsi a vicenda urlando come all'inizio, non si
applaudì neppure, ma parve che si fosse già convinti, o
sulla via di esserlo.
“Non v'è dubbio”, disse K a voce molto bassa, difatti
l'intensità dell'ascolto di tutta l'assemblea gli piaceva, in
quel silenzio c'era un brusio più stimolante del plauso più
estasiato, “non v'è dubbio che dietro quanto di questo
tribunale è visibile, nel caso mio dietro l'arresto e dietro
l'istruttoria odierna, si trovi una grossa organizzazione.
Una organizzazione che impiega non solo vigilanti
corruttibili, ispettori inetti e giudici istruttori destinati ai
casi più facili, ma che mantiene inoltre una magistratura di
alto e altissimo livello con un seguito innumerevole di
indispensabile personale di servizio, di scrivani, di
gendarmi e di assistenti, forse perfino di boia, non
indietreggio di fronte a questa parola. E qual è la finalità di
tale organizzazione, miei signori? Quella di arrestare
persone innocenti e di istruire contro di loro insensati e il
più delle volte, come nel caso mio, inutili procedimenti.
Come si poteva evitare, in presenza di questa totale
insensatezza, la peggiore corruzione dei funzionari? E'
impossibile che ci riuscisse neppure il giudice di grado più
alto. Perciò i vigilanti tentano di levar di dosso all'arrestato
gli abiti, perciò gli ispettori penetrano a forza negli
appartamenti altrui, perciò gli innocenti invece di essere
interrogati vengono umiliati davanti a intere assemblee. I
vigilanti mi hanno riferito di un deposito in cui si portano le
proprietà dell'arrestato, vorrei vederlo una volta questo
deposito in cui va in malora la proprietà con fatica
guadagnata dal lavoro dell'arrestato, laddove non sia
rubata da ladreschi addetti al deposito.”
K venne interrotto da un gemito, da uno squittire in fondo
all'aula, si fece ombra sugli occhi per poter vedere, difatti
la luce del giorno, offuscata, imbiancava la foschia e
accecava. Era la lavandaia che K subito, all'ingresso di lei
nell'aula, aveva riconosciuto come un effettivo disturbo. Se
ora lei ne avesse colpa o non ne avesse, non si riusciva a
capire. K vide solo che un uomo l'aveva tirata presso la
porta e se la stringeva addosso. Tuttavia non lei squittiva,
ma l'uomo, che aveva allargato la bocca e guardava verso
il soffitto. Si era formato attorno ai due un circoletto, gli
ospiti del loggione in quei pressi parevano entusiasti del
fatto che la serietà indotta da K nell'assemblea venisse in
questo modo interrotta. K voleva, secondo la sua prima
impressione, correre subito sul posto, pensava inoltre che
a tutti importasse che vi fosse portato ordine e che per lo
meno la coppia fosse mandata fuori dall'aula, ma le prime
file davanti a lui restarono ben ferme, nessuno si mosse,
nessuno fece passare K. Al contrario lo si ostacolò, gli
anziani misero le braccia avanti e una mano – non ebbe
tempo di voltarsi – lo prese per il colletto; K in effetti non
pensò più a quella coppia, ebbe l'impressione che la propria
libertà venisse ristretta, quasi che con l'arresto si facesse
sul serio, per cui balzò senza riguardi giù dal podio. Ora si
trovò faccia a faccia con la ressa. Aveva giudicato in modo
erroneo quella gente? Aveva creduto troppo all'effetto delle
proprie parole? Si era finto, mentre lui parlava, e ora che
lui era arrivato a tirar le fila del suo discorso se ne aveva
abbastanza di fingere? Che facce attorno a lui! Occhietti
neri guizzanti, guance lasche, come da alcolizzati, lunghe
barbe rade e infeltrite che, a toccarle, non erano barbe, ma
roba da graffiarcisi. Però – fu la scoperta di K – i colletti
delle giacche luccicavano di distintivi di svariata grandezza
e colore. Tutti avevano quei distintivi, a quanto si poteva
vedere. Tutti rispettivamente appartenevano alle fittizie
fazioni di destra e di sinistra, e quando lui si voltò
d'improvviso vide gli stessi distintivi sul colletto del giudice
istruttore, che, le mani in grembo, guardava
tranquillamente giù. “Ecco ecco!” esclamò levando in alto
le braccia - l'improvvisa scoperta voleva spazio - “voi siete
tutti impiegati, come vedo, siete anzi quella banda di
corrotti contro cui parlavo, vi siete accalcati qui in qualità
di uditori e ficcanaso, avete formato fazioni fittizie e una ha
applaudito per mettermi alla prova, voi intendevate
imparare come si devono sedurre gli innocenti. Dunque
non siete stati qui a vuoto, spero, vi ha divertito che
qualcuno abbia atteso da voi una difesa dell'innocente
oppure – lasciami o le prendi -”, gridò K a un vecchio
tremolante che gli si era spinto particolarmente vicino,
“oppure sono io che ho imparato davvero qualcosa. E con
ciò vi auguro fortuna professionale.” Rapido prese il
cappello che stava sul bordo del tavolo e si spinse verso
l'uscita nel silenzio generale, comunque pieno di sorpresa.
Il giudice istruttore parve tuttavia esser stato ancor più
svelto di K, difatti era sulla porta ad aspettarlo. “Un
momento”, disse, e K si fermò guardando però non il
giudice istruttore, ma la porta, di cui aveva già afferrato la
maniglia. “Volevo solo rendervi noto”, disse il giudice
istruttore, “che oggi – potreste ancora non esserne
consapevole – vi siete privato del vantaggio che un
interrogatorio in ogni caso significa per l'arrestato.” K rise
guardando la porta. “Farabutti”, esclamò, “ve li lascio tutti,
gli interrogatori”, aprì la porta e scese in fretta le scale.
Alle sue spalle si levò il chiasso dell'assemblea, di nuovo
vivace, che forse iniziava a discutere i fatti avvenuti, come
usano fare gli studenti.
Nell'aula delle assise.
Lo studente.
Gli uffici di cancelleria

K attese durante la settimana seguente giorno dopo giorno


una nuova comunicazione, non poteva credere che si fosse
presa alla lettera la sua rinuncia all'interrogatorio, e,
siccome l'attesa comunicazione ancora il sabato sera in
realtà mancava, suppose di esser citato implicitamente
nello stesso edificio e alla stessa ora. Per cui vi si recò di
nuovo, di domenica, stavolta andò diretto per scale e
corridoi, v'era gente che, ricordandosi di lui, lo salutò dalla
porta, ma lui non doveva più far più domande a nessuno e
presto arrivò alla porta giusta. Bussò, gli fu subito aperto e
senza badare alla donna che aveva conosciuto, ferma sulla
porta, intendeva andar subito nella stanza accanto. “Oggi
non c'è assise”, disse lei. “Perché no?” chiese lui, non
disposto a crederle. La donna però lo convinse aprendo la
porta della stanza accanto. Davvero era vuota e nel suo
vuoto appariva ancora più misera che non la domenica
prima. Sul tavolo che non diversamente si trovava sopra il
podio c'erano alcuni libri. “Li posso guardare?” chiese K
non per particolare curiosità, ma per non esser venuto lì
del tutto inutilmente. “No”, disse la donna richiudendo la
porta, “non è permesso. Appartengono al giudice
istruttore.” “Ah ecco”, disse K annuendo, “sono libri certo
di legge e fa parte dello stile di questa istituzione
giudiziaria che si venga giudicati non solo in stato di
innocenza, ma anche in stato di ignoranza.” “Sarà così”,
disse la donna, che non l'aveva capito bene. “Allora me ne
vado”, disse K. “Devo dire qualcosa al giudice istruttore?” -
chiese la donna. “Lo conoscete?” - chiese K. “Naturale”,
disse la donna, “mio marito è al servizio del tribunale.”
Solo ora K notò che la stanza in cui l'altra volta c'era solo
un mastello per lavare ora consisteva in un locale
d'abitazione completamente arredato. La donna notò il suo
stupore e disse: “Sì, noi abitiamo qui gratis, ma nei giorni
di assise siamo obbligati a vuotare la stanza. Il posto di
mio marito ha parecchi svantaggi.” “Non sono stupito tanto
per la stanza”, disse K guardando male la donna, “ma
invece per il fatto che siete sposata.” “Vi riferite forse a
quel che è successo durante la scorsa assise, quando io
disturbai il vostro discorso?” - chiese la donna. “Certo”,
disse K, “oggi non conta più e quasi è cosa dimenticata, ma
sul momento mi ha reso addirittura furibondo. E ora voi,
che dite di essere una donna sposata.” “Non fu a vostro
svantaggio che il vostro discorso venisse troncato. In
seguito lo si è giudicato assai negativamente.” “Può darsi”,
disse K divertito, “ma ciò non vi giustifica.” “Sono
giustificata da tutti quelli che mi conoscono”, disse la
donna, “quello che mi ha abbracciato mi sta dietro da
parecchio tempo. In genere posso non essere attraente,
ma per lui lo sono. Non c'è riparo a questa cosa, anche mio
marito ci si è rassegnato; se vuole mantenere il posto lo
deve sopportare, difatti quell'uomo è studente e arriverà
prevedibilmente ad avere un potere più grande. Mi sta
sempre dietro, se ne è andato proprio prima che veniste
voi.” “A ogni altro va bene”, disse K, “ciò non mi
sorprende.” “Avete intenzione d'introdurre qui delle
riforme?” - disse la donna, lenta e indagatrice, quasi che
dicesse qualcosa di pericoloso tanto per lei quanto per K .
“L'ho concluso dal vostro discorso, che a me
personalmente è piaciuto molto. Del resto ne ho sentito
solo una parte, l'inizio l'ho mancato e durante la
conclusione giacevo con lo studente sul pavimento.” “Certo
qui è un tale schifo”, disse dopo una pausa, e prese la
mano a K. “Credete che vi riuscirà di migliorare le cose?”.
K sorrise e ruotò un poco la sua mano nella mano soffice di
lei. “In effetti”, disse, “non sono qui per migliorare le cose,
per esprimersi come voi fate, e se lo diceste per esempio al
giudice istruttore sareste derisa, oppure verreste punita. Di
fatto non mi sarei certo immischiato di mia volontà in
queste cose, né la possibile riforma di questa istituzione
giudiziaria avrebbe mai turbato il mio sonno. Tuttavia dal
momento che venni per così dire arrestato – insomma,
sono in arresto – sono stato costretto a ingerirmi qui,
senza dubbio di mia volontà. Se tuttavia intanto posso
esservi utile in qualche modo, naturalmente lo farò molto
volentieri. Non solo per amor del prossimo, diciamo così,
ma soprattutto perché anche voi potete aiutare me.” “Ma
come potrei?” - chiese la donna. “Per esempio facendomi
vedere i libri là sul tavolo.” “Ma certo”, esclamò la donna e
lo tirò dietro di sé verso il tavolo. Erano vecchi libri
sciupati, la copertina di uno aveva la costola quasi rotta e i
suoi pezzi erano sfibrati. “Com'è sudicio tutto, qui”, disse K
scuotendo il capo, e la donna strofinò via con il suo
grembiule almeno la polvere superficiale prima che K
potesse prenderli. K spalancò il libro che stava sopra e
apparve una figura indecente. Un uomo e una donna
sedevano nudi su un canapè, l'intento segreto dell'incisione
era facile da intendere, ma la sua goffaggine era tale che in
definitiva erano visibili solo un uomo e una donna che con i
corpi loro dominavano la scena, sedevano troppo eretti e a
causa della falsa prospettiva solo a fatica erano voltati
l'uno all'altra. K non voltò le pagine del libro oltre, invece
aprì il secondo libro alla pagina del titolo, si trattava di un
romanzo il cui titolo era: “Le tribolazioni che Grete ebbe da
patire da parte di suo marito.” “Ecco i libri di legge che qui
si studiano”, disse K. “Da persone così devo essere
giudicato.” “Io vi aiuterò”, disse la donna. “Volete?” “Ma
potreste farlo senza mettervi in pericolo? Dicevate prima
che vostro marito è molto dipendente dai superiori.”
“Voglio aiutarvi lo stesso”, disse la donna. “Venite,
dobbiamo parlarne. Non parlate più di quel che io rischio,
temo il rischio solo nei casi in cui mi va di temerlo. Venite.”
Gli indicò il podio e lo pregò di sedersi con lei sul gradino.
“Avete dei begli occhi scuri”, disse dopo che si erano seduti
guardando da sotto K nel viso, “lo dicono anche a me che
avrei dei begli occhi, ma i vostri sono molto più belli. Mi
piacquero subito, del resto, l'altra volta, quando entraste
qui, all'inizio. Furono anche la ragione per cui poi più tardi
venni all'assemblea, cosa che altrimenti mai avrei fatto e
che in certo modo mi è proibita.” “Ecco, dunque”, pensò K,
“mi si offre, è corrotta come tutti qua attorno, è stufa dei
dipendenti del tribunale, il che è certo comprensibile, per
cui accoglie con favore un qualunque estraneo con un
complimento per i suoi occhi.” Se ne stette zitto come se
avesse espresso i suoi pensieri a voce e così avesse
spiegato la propria condotta alla donna. “Non credo che voi
potreste aiutarmi”, disse, “per aiutarmi davvero si
dovrebbero avere rapporti con funzionari di alto grado. Voi
tuttavia certamente conoscete gli impiegati di basso grado
che fitti si aggirano qui. Costoro certo vi conoscono assai
bene e da loro potreste ottenere parecchio, non ne dubito,
ma il massimo che si potrebbe ottenere da loro sarebbe del
tutto insignificante ai fini dell'esito definitivo del processo.
Con ciò tuttavia vi sareste giocata pure alcuni amici.
Questo non lo voglio. Continuate ad avere le relazioni solite
con questa gente, voglio dire, mi sembra che ciò vi sia
indispensabile. Non lo dico senza rammarico, difatti, per
rispondere in qualche modo al vostro complimento, anche
voi mi piacete, specie se come ora mi guardate con tanta
tristezza, per quanto del resto non ne abbiate alcun
motivo. Voi fate parte di questa compagine che io devo
combattere, ma vi ci trovate molto bene, amate perfino lo
studente, e se non lo amate, ugualmente lo preferite
almeno a vostro marito. Fu facile riconoscerlo dalle vostre
parole. “No”, esclamò lei, rimase seduta e prese la mano a
K, che non fu abbastanza svelto a tirarla via. “Non potete
andarvene ora, non potete andarvene giudicandomi in
modo sbagliato. Davvero siete capace di andarvene ora?
Sono davvero così spregevole che voi neppure volete farmi
il piacere di restar qui un altro momentino?” “Voi mi capite
male”, disse K sedendosi, “se davvero vi importa che resti
qui, ci resto volentieri, il tempo non mi manca certo, sono
venuto qui aspettandomi che oggi ci fosse un dibattimento.
Con quel che vi dicevo prima desideravo solo pregarvi di
non mettervi a far nulla per me nel processo che mi
riguarda. Tuttavia neppure di ciò dovete rammaricarvi,
pensate invece che a me non importa nulla dell'esito del
processo, e che su una condanna ci farò una risata.
Ammesso che, in linea generale, si venga a una vera
chiusura del processo, cosa di cui dubito molto. Credo anzi
che il procedimento, a causa di infingardaggine o di
smemoratezza, o forse addirittura a causa di paura da
parte dell'insieme dei funzionari, sia già sospeso o che sarà
sospeso quanto prima. Per altro è possibile anche che il
processo venga apparentemente portato avanti nella
speranza di un qualche grado di corruzione, cosa del tutto
inutile, come oggi posso già dire, difatti io non corrompo
nessuno. Sarebbe tuttavia un favore che voi potreste
farmi, se comunicaste al giudice istruttore o a qualcun altro
che divulga volentieri notizie importanti, che io mai, e con
nessun trucco di quelli di cui questi signori dispongono
riccamente, sarò indotto alla corruzione. Sarebbe del tutto
vano, questo potete dirglielo in modo chiaro. D'altra parte
si sarà già visto, forse, e se anche non fosse così non me
ne importerebbe molto, che era una cosa notoria. Con ciò
verrebbe solo risparmiata fatica a quei signori, e a me
alcune seccature che tuttavia volentieri mi assumo se so
che ognuna è allo stesso tempo una bastonata per gli altri.
E intendo curarmene, che lo divenga. Lo conoscete proprio
il giudice istruttore?” “Naturalmente”, disse la donna, “ci
pensai subito allorché vi offrii aiuto. Non sapevo che è solo
un funzionario di basso grado, ma se lo dite voi, sarà
probabilmente vero. Ciò nonostante credo che quel che lui
riferisce in alto abbia pur sempre qualche influenza. E di
rapporti ne scrive così tanti. Voi dite che i funzionari sono
degli infingardi, certo non tutti, in particolare questo
giudice istruttore non lo è, scrive moltissimo. Domenica
scorsa per esempio l'assise durò fino a sera. Tutti se ne
andarono, invece il giudice istruttore rimase nell'aula,
dovetti portargli una lampada, ne avevo solo una piccola,
da cucina, ma gli bastò e iniziò subito a scrivere. Intanto
era arrivato anche mio marito, che quella domenica per
l'appunto era libero, andammo a prendere i mobili,
ripristinammo l'arredamento della stanza, poi vennero
anche i vicini, si passò il tempo al lume di candela; per
farla breve, ci dimenticammo del giudice istruttore e
andammo a dormire. Di colpo durante la notte, doveva già
essere tardi, mi svegliai, accanto al letto c'era il giudice
istruttore che faceva schermo alla lampada con una mano
per non far cadere la luce su mio marito, cautela inutile,
mio marito ha un sonno tale che la luce non lo avrebbe
svegliato. Ero talmente spaventata che quasi avrei urlato,
ma il giudice istruttore fu molto gentile, mi esortò alla
cautela, mi sussurrò che aveva scritto fino a quel
momento, che mi riportava la lampada e che mai avrebbe
dimenticato lo spettacolo che gli avevo dato, trovandomi
lui addormentata. Con tutto questo intendevo solo dirvi che
in effetti il giudice istruttore scrive molti rapporti, in
particolare su di voi: infatti la vostra udienza era certo uno
degli oggetti principali dell'assise di domenica. I lunghi
rapporti del giudice istruttore possono però non essere del
tutto insignificanti. Inoltre potete anche vedere, per il caso
vostro, che il giudice istruttore mi fa la corte e che proprio
ora che siamo all'inizio, deve avermi notato dopotutto solo
ora, posso esercitare su di lui una grande influenza. Che
gl'importi molto di me ne ho adesso un'altra prova ancora.
Ieri mi ha mandato in regalo tramite lo studente, di cui ha
molta fiducia e che è suo collaboratore, delle calze di seta,
all'apparenza perché sgomberi la stanza dell'assise, ma si
tratta solo di un pretesto, difatti tale lavoro è mio dovere e
mio marito è pagato per questo. Sono belle calze,
guardate” - allungò le gambe, si tirò la veste su fino alle
ginocchia e anche lei guardò le calze - “sono belle calze,
ma in effetti troppo raffinate e non adatte a me.”
D'improvviso si interruppe, mise una mano su una mano di
K, come volesse tranquillizzarlo, e mormorò: “Zitto, Bertold
ci vede!” K alzò lentamente lo sguardo. Sulla porta
dell'aula di assise c'era un giovane, era piccolo, aveva le
gambe non del tutto dritte e tentava di darsi un tono
continuando a far vagare le dita nella sua corta e rada
barba rossiccia. K lo guardò incuriosito, si trattava davvero
del primo studente della sconosciuta scienza giuridica che
lui diciamo di persona incontrasse, un uomo che
probabilmente sarebbe un giorno arrivato ad avere un
posto da alto funzionario. Al contrario lo studente pareva
non interessarsi affatto a K, fece un cenno alla donna con
un dito, per un momento distolto dalla barba, e andò alla
finestra, la donna si chinò verso K e mormorò: “Non
prendetevela con me, ve ne prego davvero, non pensate
male di me, ora devo andare da lui, da quest'uomo
ripugnante, basta che ne vediate le gambe storte. Torno
subito, però, e poi vengo con voi, se mi portate con voi
vengo dove volete, potete fare con me quel che volete,
sarò felice se sto via di qui per il massimo possibile di
tempo, meglio ancora se per sempre.” Accarezzò ancora
una mano a K, saltò su e corse verso la finestra. Senza
volere K cercò di afferrarle una mano, a vuoto. Quella
donna lo attraeva davvero, nonostante ogni riflessione lui
non trovò alcun solido motivo per cui non dover cedere
all'attrazione. Respinse senza fatica la fuggevole
obbiezione che lei lo intrappolava per conto del tribunale.
In qual modo lei poteva intrappolarlo? Non continuava a
restare, lui, tanto libero da riuscire subito a farla fuori,
tutta quella corte di giustizia, almeno per quanto lo
riguardava? Poteva non avere questo minimo di fiducia in
se stesso? L'offerta di aiuto da parte di lei suonava sincera
e forse non era vana. Forse non c'era una vendetta
migliore sul giudice istruttore e sul suo codazzo che
sottrarre loro questa donna e prendersela. Avrebbe potuto
darsi il caso, una volta, che il giudice istruttore, fatto il
faticoso lavoro di scrivere bugie su K, a notte fonda
trovasse il letto della donna vuoto. Vuoto perché lei
sarebbe stata di K, dato che quella donna lì, alla finestra,
quel corpo voluttuosamente agile e caldo vestito di scura
stoffa pesante, grezza, apparteneva senza dubbio solo a K.
Eliminate in tal modo le obbiezioni contro la donna, quel
colloquio a voci basse alla finestra gli venne a noia, picchiò
con le nocche sul podio, poi anche con un pugno. Lo
studente guardò brevemente verso K da sopra una spalla
della donna, ma non si lasciò disturbare, anzi, le si spinse
addosso di più e la cinse. Lei chinò ancor di più il capo
come se stesse ad ascoltarlo attenta, lui la baciò rumoroso,
lei abbassandosi, sul collo, senza smettere di parlarle. K in
ciò vide confermata la tirannia che lo studente, stando alle
lagnanze di lei, esercitava sulla donna, si alzò e si mosse in
giro per la stanza. Pensò sbirciando lo studente a come
poter cacciarlo via nel più breve tempo possibile e quindi
non salutò come cosa positiva che lo studente,
chiaramente disturbato dal fatto che K si aggirava nella
stanza, osservasse: “se non avete pazienza potete
andarvene. Avreste potuto andarvene anche prima,
nessuno avrebbe sentito la vostra mancanza. Anzi, avreste
addirittura dovuto andarvene già al mio arrivo, e alla
svelta.” Magari in queste parole si sfogava tutta l'ira
possibile, comunque in esse c'era anche l'alterigia del
futuro funzionario tribunalizio che parlava a un imputato
antipatico. K gli si fermò molto vicino e ridacchiando disse:
“è vero, sono impaziente, ma quest'impazienza verrà
eliminata nel modo più semplice dal fatto che voi ci
lasciate. Siete forse venuto per studiare – ho sentito dire
che siete studente - allora intendo farvi posto volentieri e
me ne vado con lei. Del resto dovrete studiare ancora
molto, prima di diventare giudice. Non conosco certo
ancora molto bene la vostra qualità giuridica, ma ho idea
che dovrà passare parecchio tempo perché non sia fatta
solo di parole grossolane che certo già sapete dire in modo
sfrontato.” “Non lo si sarebbe dovuto far girare così in
libertà”, disse lo studente come se volesse dare alla donna
una spiegazione di quel che K aveva detto di offensivo, “fu
uno sbaglio. L'ho detto al giudice istruttore. Lo si doveva
almeno trattenere nella sua stanza, tra un interrogatorio e
l'altro. Il giudice istruttore a volte è incomprensibile.”
“Discorsi vani”, disse K tendendo una mano alla donna.
“Venite.” “Ah, è così” disse lo studente, “no no, voi non ve
la prendete”, e con una forza che non gli si sarebbe
attribuita prese su con un braccio la donna e a schiena
curva, sogguardandola amoroso, si affrettò verso la porta.
Indiscutibilmente lo studente era preso, nel far ciò, da una
certa paura di K, ciò nonostante osò provocarlo ancora
strofinando e premendo con la mano che aveva libera il
braccio della donna. K si affrettò a seguirlo pronto ad
acchiapparlo e nel caso a prenderlo per il collo, lei però
disse: “Non serve a nulla, è il giudice istruttore che mi
manda a chiamare, non posso venire con voi, questo
sgorbietto”, disse facendo passare una mano sulla faccia
dello studente, “questo sgorbietto non mi molla.” “E voi
non volete esser liberata”, urlò K piazzando addosso allo
studente una mano, mano che quello azzannò. “No”, disse
la donna respingendo con entrambe le mani K, “no, non è il
caso, ma che vi viene in mente? Sarebbe la mia rovina.
Lasciatelo fare, ve ne prego, lasciatelo fare. Sta solo
eseguendo l'ordine del giudice istruttore, e mi porta da lui.”
“E allora che vada, e voi non vi voglio più vedere”, disse K
infuriato per la delusione, e colpì lo studente sulla schiena,
quello incespicò un attimo e poi subito balzò su ancor
meglio con quel suo carico, per il piacere di non esser
caduto. K li seguì lentamente, capiva che si trattava della
prima indubbia sconfitta che lui patisse da quella gente.
Non c'era naturalmente alcun motivo di affliggersene,
perché era lui a cercare la battaglia. Restando a casa a fare
la sua solita vita, lui sarebbe stato in mille modi superiore
a ognuna di quelle persone e avrebbe potuto levarsela di
torno con un calcio. Si immaginò la comicissima scena che
per esempio ci sarebbe stata se quel patetico studente,
quel ragazzino borioso, quello sgorbio con la barbetta si
fosse inginocchiato davanti al letto di Elsa e l'avesse
pregata a mani giunte di fargli la grazia. Gli piacque tanto
l'immagine, che decise, se l'occasione se ne fosse
presentata, di portarlo da Elsa, una volta.
Per curiosità K si affrettò verso la porta, voleva vedere
dove sarebbe stata portata la donna, lo studente mica
l'avrebbe portata in braccio per le strade. Si rivelò che il
tragitto era molto più breve. Subito davanti alla porta
dell'appartamento portava probabilmente alla soffitta una
stretta scala di legno che faceva una curva, per cui non se
ne vedeva il termine. Lo studente portò lentamente la
donna su per quella scala, tra i gemiti, difatti la corsa lo
aveva fiaccato. Lei salutò con una mano K, in basso, cercò
facendo svariate volte spallucce di segnalare la sua
incolpevolezza del rapimento, tuttavia in quelle mosse non
v'era molto rammarico. K la guardò inespressivo come
un'estranea, non voleva mostrare che era deluso, né che
avrebbe potuto vincere con facilità la delusione.
Quei due erano già scomparsi, ma K restò sulla porta. Fu
costretto ad ammettere che non solo la donna lo aveva
imbrogliato ma, dicendo che veniva portata dal giudice
istruttore, gli aveva anche mentito. Il giudice istruttore
mica sarebbe stato ad aspettare in soffitta. La scala di
legno non spiegava nulla finché non si guardava con
attenzione. In quella K notò un cartellino vicino all'ingresso
della scala, andò e lesse, scritto in modo incerto e infantile,
“Accesso agli Uffici di cancelleria del Tribunale”. E dunque
lì, nelle soffitte di quella casa d'affitto, c'erano gli uffici di
cancelleria del tribunale? Non c'era un'istituzione in grado
di dedicarvi molta attenzione ed era tranquillizzante per un
imputato figurarsi la pochezza dei mezzi economici a
disposizione di questo tribunale, se esso collocava i suoi
uffici di cancelleria lì dove gli inquilini, già di per sé
appartenenti ai più poveri, depositavano la loro minutaglia
superflua. Del resto non era escluso che di denaro se ne
avesse abbastanza e che invece gli impiegati lo
utilizzassero per sé prima che venisse impiegato per il
tribunale. Ciò, stando alle esperienze fin lì avute da K, era
addirittura assai probabile, un simile degrado per un
imputato era certo umiliante, sì, tuttavia in fondo più
tranquillizzante di quanto non fosse la miseria del
tribunale. Ora K capì anche che per il primo interrogatorio
ci si fosse vergognati di citare l'imputato nella soffitta e si
fosse preferito disturbarlo nella sua abitazione. E in qual
posizione si trovava tuttavia K nei confronti del giudice, che
sedeva nella soffitta mentre lui in banca aveva una grande
stanza con un'anticamera e poteva guardar giù attraverso
una enorme vetrata l'animata piazza cittadina? Certo, lui
non disponeva di nessuna entrata secondaria da corruzione
e peculato, né poteva farsi portare da un usciere alcuna
donna in braccio nell'ufficio di cancelleria. A ciò però K
intendeva rinunciare, almeno in questa vita.
K stava ancora davanti al cartellino quando un uomo salì la
scala, guardò attraverso la porta aperta nella stanza da cui
si poteva vedere anche il locale delle assise e alla fine
chiese a K se non avesse visto da poco una donna. “Siete
l'usciere del tribunale, no?” “Sì”, disse quell'uomo, “ah sì,
voi siete l'imputato K, ora vi riconosco, siate il benvenuto.”
E porse la mano a K, che non se lo aspettava proprio.
“Oggi però non è annunciata alcuna assise”, disse poi
l'usciere, e K tacque. “Lo so”, disse poi osservando l'abito
civile dell'usciere che come unico segno di riconoscimento
ufficiale accanto ad alcuni normali bottoni esibiva due
bottoni dorati che sembravano essere stati staccati da un
vecchio cappotto da ufficiale. “Ho parlato da poco con
vostra moglie. Non è più qui. Lo studente l'ha portata dal
giudice istruttore.” “Vedete”, disse l'usciere, “me la portano
sempre via. Oggi è domenica, inoltre, e io sono libero,
tuttavia solo per allontanarmi di qui mi si invia a portare
una notifica, del resto inutile. Di fatto non mi si manda
lontano, per cui ho la speranza, se faccio molto in fretta, di
far ritorno, forse, in modo tempestivo. Dunque corro
quanto posso, urlo all'ufficio di cancelleria cui sono stato
mandato la mia comunicazione dalla soglia della porta, così
senza fiato che mi capiranno a mala pena, corro di nuovo
indietro, ma lo studente è stato più veloce di me, avendo
lui del resto da fare un tragitto più breve, deve scendere
solo la scala della soffitta. Se non fossi tanto in subordine,
già da tempo lo avrei spiaccicato sul muro lo studente. Qui,
presso il cartellino. E' il mio sogno, sempre. Un po' qui, sul
pavimento, schiacciato, a braccia stese, le dita divaricate,
quelle gambe storte attorcigliate, e attorno schizzi di
sangue. Finora però è solo un sogno. “Non c'è un altro
modo?” chiese K ridacchiando. “Non ne saprei un altro”,
disse l'usciere. “E ora sarà anche peggio, fin qui se l'è
presa solo per sé, ora la porta, del resto me lo aspettavo
da tempo, anche dal giudice istruttore.” “Ma vostra moglie
non ne ha colpa?” chiese K, che dovette costringersi a fare
questa domanda tanto sentiva anche lui la gelosia. “Ma
certo”, disse l'usciere, “ne ha addirittura la colpa maggiore.
Gli si è attaccata, anzi. Quanto a lui, corre dietro a ogni
femmina. Solo in quest'edificio e stato buttato fuori già da
cinque appartamenti in cui s'è intrufolato. Certo mia moglie
è la donna più bella di tutta la casa e proprio da ciò non
riesco a proteggermi.” “Se è così non c'è nulla da fare”,
disse K. “Perché no?”- chiese l'usciere. “Lo studente, che è
un codardo, si dovrebbe bastonare bene bene, la volta che
vuole toccare mia moglie, in modo che non osi più farlo. Io
però non posso e altri non mi fanno il piacere perché
temono il potere che ha. Solo un uomo come voi potrebbe
farlo.” “Ma perché io?” - chiese K stupito. “Siete ben
l'imputato”, disse l'usciere. “Sì”, disse K, “ma appunto per
questo dovrei aver più paura che lui, quand'anche forse
non influisca sull'esito del processo, influisca sull'inchiesta
preliminare.” “Sì, certo”, disse l'usciere come se il punto di
vista di K fosse precisamente uguale a quello suo. “Da noi
però di solito non si fanno processi senza speranza.” “Non
sono della vostra opinione”, disse K, “tuttavia ciò non
m'impedirà di occuparmi all'occasione dello studente.” “Ve
ne sarei molto grato”, disse l'usciere in modo un po'
formale, in effetti non pareva credere all'esaudimento dei
suoi desideri massimi. “Forse”, proseguì K, “si
prodigherebbero anche altri dei vostri e forse tutti nello
stesso modo.” “Sì sì”, disse l'usciere come se si trattasse di
qualcosa di ovvio. Poi guardò K in modo confidenziale, ciò
che fin lì ancora non aveva fatto nonostante tutta la sua
gentilezza, e proseguì: “ci si ribella sempre, come no?” Ma
il discorso parve essergli diventato un po' scomodo, difatti
s'interruppe e disse: “Ora ho da presentarmi nell'ufficio di
cancelleria. Volete venire?” “Non ho niente da farci”, disse
K. “Potreste vederla. Nessuno s'interesserà a voi.” “Ma si
può vedere?” - chiese K esitante, però ne aveva una gran
voglia. “Sapete”, disse l'usciere, “pensavo che vi avrebbe
interessato.” “Va bene”, disse K alla fine, “vengo con voi”,
e salì la scala più in fretta dell'usciere.
Nell'entrare sarebbe caduto, difatti dopo la porta c'era un
altro gradino. “Non è che si abbia molto riguardo per il
pubblico”, disse. “Non se ne ha in generale”, disse
l'usciere, “basta che vediate qui la stanza d'attesa.” Si
trattava di un lungo andito dal quale rozze porte davano
sui singoli reparti della soffitta. Nonostante che non vi
fosse un accesso diretto di luce, non faceva completamente
scuro, difatti parecchi reparti erano chiusi verso l'andito
non da pareti piene, ma da semplici grate di legno – che
altresì arrivavano fino al soffitto - attraverso le quali un po'
di luce penetrava e si poteva anche vedere che alcuni
impiegati erano al tavolo a scrivere o se ne stavano proprio
alla grata a guardare dai fori coloro che si trovavano
nell'andito. Probabilmente per il fatto che era domenica
nell'andito c'era solo poca gente. L'impressione era misera.
A distanza quasi regolare l'una dall'altra degli uomini
sedevano su due lunghe panche di legno accostate ai due
lati dell'andito. Erano vestiti in modo dimesso, per quanto
in maggioranza, stando all'espressione facciale, alla
postura, alla foggia della barba, appartenessero alle classi
superiori. Mancando attaccapanni avevano messo i
cappelli, probabilmente seguendo l'uno l'esempio dell'altro,
sotto la panca. Quando quelli vicino alla porta scorsero K e
l'usciere si levarono per salutare; vedendo ciò, gli altri
ritennero di dover salutare, per cui tutti si levarono
progressivamente al passaggio dei due. Nessuno di loro si
teneva proprio diritto, la schiena era piegata, le ginocchia
pure, sembravano mendicanti in strada. K aspettò l'usciere
che camminava un po' dietro di lui e disse: “come devono
essere afflitti!” “Sì”, disse l'usciere, “sono tutti imputati
quelli che vedete qui, imputati.” “Davvero?” disse K. “Ma
allora sono miei colleghi.” Si volse a quello più vicino, un
uomo alto, magro, già con i capelli quasi grigi. “Che cosa
state aspettando qui?”, chiese cortese. L'inattesa domanda
tuttavia mise in confusione quell'uomo, cosa che apparve
più penosa perché si trattava chiaramente di un uomo di
mondo altrimenti capace di dominarsi e il quale alla
superiorità che su molti si era guadagnata non rinunciava
facilmente. Stavolta però non seppe rispondere a una
domanda tanto facile, guardò gli altri come se fossero
tenuti a dargli un aiuto, come se nessuno potesse ottenere
da lui una risposta, senza tale aiuto. Allora si fece avanti
l'usciere e per tranquillizzare e incoraggiare quell'uomo
disse: “Questo signore chiede soltanto che cosa aspettate.
Rispondete dunque.” La voce dell'usciere a lui forse nota
ebbe un effetto migliore: “Aspetto ...”, iniziò a dire, e si
fermò. Chiaramente aveva scelto quest'inizio per
rispondere come si deve alla domanda, ma ora non
trovava modo di continuare. Alcuni di quelli che erano in
attesa si erano avvicinati e stavano attorno al gruppo, ma
l'usciere disse loro: “Via, via, liberate il passaggio.” Si
ritirarono un po', ma non tornarono seduti. Intanto
quell'uomo si era ripreso e rispose perfino con un
sorrisetto: “Un mese fa ho fatto richiesta di escussione
delle prove in merito al mio caso e attendo l'esito della mia
richiesta.” “Sembrate davvero molto in pena”, disse K.
“Certo”, disse quell'uomo, “si tratta del mio caso.” “Non
tutti la pensano come voi”, disse K, “anch'io per esempio
sono imputato, ma, quant'è vero che voglio andare in
paradiso, non ho ancora fatto richiesta di escussione delle
prove né intrapreso qualcosa del genere. Ma voi lo ritenete
necessario?” “Non lo so bene”, disse quell'uomo di nuovo
preso da completa incertezza; credeva chiaramente che K
si burlasse di lui, perciò avrebbe forse, per timore di far
qualche nuovo errore, più volentieri di tutto ripetuto pari
pari la risposta di prima, ma davanti all'occhiata impaziente
di K si limitò a dire: “per quel che mi riguarda ho fatto
richiesta di escussione delle prove.” “Non ci credete, che io
sia imputato?” chiese K. “Per carità, certo che ci credo”,
disse quell'uomo spostandosi un po' di lato, ma nella sua
risposta non c'era convinzione, c'era solo angoscia. “Non
mi credete dunque?” chiese K e, senza rendersi conto di
provocare all'ossequio quell'uomo dal carattere ossequioso,
lo prese per un braccio come se volesse costringerlo a
credergli. Non voleva però fargli del male, lo aveva preso
con delicatezza, ciò nonostante quell'uomo urlò come se K
l'avesse stretto non con due dita, ma con una pinza
arroventata. Quell'urlo ridicolo disgustò K definitivamente;
non solo non ci si credeva, che lui fosse imputato, ma forse
lo si prendeva per un giudice. E per congedarsi lo strinse
davvero con più forza, lo ributtò indietro e andò oltre. “La
maggior parte degli imputati sono talmente sensibili”, disse
l'usciere. Dietro loro due quasi tutti coloro che erano in
attesa fecero mucchio attorno a quell'uomo, che già aveva
smesso di urlare, e parve che chiedessero informazioni
valide sull'incidente. Ora venne incontro a K un vigilante,
principalmente riconoscibile da una sciabola il cui fodero,
almeno stando al colore, era d'alluminio. K se ne stupì e
arrivò a toccarlo con una mano. Il vigilante, venuto per via
delle urla, chiese cos'era successo. L'usciere cercò di
tranquillizzarlo con qualche parola, ma il vigilante spiegò
che doveva verificare lui stesso, fece il saluto e andò oltre
a passi lesti, ma molto brevi, forse soffriva di artrite.
K non s'interessò a lungo a lui né a quella compagnia Di
persone sedute nell'andito, specie quando circa alla metà
del medesimo vide la possibilità di infilarsi a destra in
un'apertura priva di uscio. S'informò con l'usciere se quella
era la via giusta, l'usciere annuì e K ci s'infilò. Era
fastidioso per lui dover precedere sempre di due o tre passi
l'usciere, almeno in quel posto poteva sembrare come se
lui venisse fatto precedere in qualità di imputato. Aspettò
più di una volta l'usciere, ma questi restava comunque
indietro. Da ultimo per por fine al suo disagio K disse: “Ora
che ho visto com'è qui, voglio andarmene subito.” “Non
avete ancora visto tutto”, disse l'usciere in tutta innocenza.
“Non voglio vedere tutto”, disse K che del resto si sentiva
stanco davvero, “voglio andare, come si arriva all'uscita?”
“Per caso vi siete perso, prima?” chiese stupito l'usciere,
“andate fino all'angolo e poi a destra percorrete l'andito
fino alla porta.” “Venite con me”, disse K. “Indicatemi la
strada, da solo la perdo, ve ne sono così tante.” “E'
l'unica”, disse l'usciere, ora con aria di rimprovero, “non
posso tornare indietro con voi, devo ancora presentare la
notifica e ho già perso molto tempo per causa vostra.”
“Venite con me”, disse di nuovo K, stavolta più aspro,
quasi avesse colto finalmente l'usciere a dire una bugia.
“Però non gridate in questo modo”, mormorò l'usciere, “qui
ci sono dappertutto uffici di cancelleria. Se non volete
andarvene da solo, allora venite insieme a me ancora per
un pezzettino oppure aspettate qui che presenti la mia
notifica, poi tornerò con voi volentieri.” “No no”, disse K,
“non aspetterò, e voi dovete venire subito con me.” Ancora
non si era guardato attorno, dove si trovava, solo quando
una delle numerose porte che c'erano intorno si aprì lui
guardò. Una ragazza che era stata richiamata dalle parole
dette a voce alta da K si fece avanti e chiese: “che cosa
desidera il signore?” Dietro a lei si vedeva a distanza
avvicinarsi anche un uomo, nella semioscurità. K guardò
l'usciere. Questi aveva detto che nessuno si sarebbe
occupato di K, eppure eccone già due, mancava poco e gli
impiegati tutti lo avrebbero notato, avrebbero voluto avere
una spiegazione della sua presenza. L'unica spiegazione
comprensibile e ammissibile era che lui era imputato e
voleva sapere la data del prossimo interrogatorio, ma
proprio quella spiegazione lui non voleva darla, in
particolare perché non corrispondeva nemmeno alla verità,
difatti lui era lì solo per curiosità oppure, ma ciò non
avrebbe spiegato alcunché, perché desiderava appurare il
fatto che l'interno di quell'istituzione giudiziaria era tanto
ripugnante quanto l'esterno. Pareva che tale supposizione
fosse giusta, ma lui non desiderava intrudersi di più, si
accontentava di quel che aveva già visto, non era nella
condizione di incontrare un funzionario di grado più alto
che poteva saltar fuori da dietro ogni porta, voleva
andarsene, o con l'usciere o da solo, se necessario.
Tuttavia il suo starsene senza parole dové sembrare
strano, in realtà la ragazza e l'usciere lo guardavano come
se tra un momento stesse per capitargli una gran
trasformazione che loro non intendevano perdersi. Sulla
porta stava quell'uomo che prima K aveva notato in
lontananza, si appoggiava alla trave superiore della bassa
porta e scrutava un po' in punta di piedi, come fosse uno
spettatore impaziente. La ragazza tuttavia capì che la
condotta di K era motivata da un leggero malessere, prese
una sedia e chiese: “non volete sedervi?” K si sedé subito e
appoggiò, per tenersi meglio, i gomiti ai braccioli. “Avete
un po' di capogiro, vero?” gli chiese. Lui ne aveva ora il
viso davanti, vicino, un viso dall'espressione austera,
quello che parecchie donne hanno proprio nella loro miglior
giovinezza. “Non datevene pensiero”, disse lei, “non è cosa
fuori del comune, qui, a quasi tutti succede quando
vengono per la prima volta. E' la vostra prima volta qui?
Ma sì, non è nulla di straordinario. Il sole brucia, nel
sottotetto, e il legno che scotta rende l'aria talmente
pesante e afosa. Il posto quindi non è molto adatto ad
allocarvi degli uffici di cancelleria, d'altra parte offre grandi
vantaggi. Quanto all'aria però, essa è nei giorni di grande
affluenza delle parti <in causa – n.d.t.>, cioè quasi ogni
giorno, appena respirabile. Se poi considerate che qui si
stende ad asciugare una quantità di biancheria – agli
inquilini non lo si può vietare – non vi meraviglierete più di
aver avuto un piccolo malessere. Alla fine però ci si fa
l'abitudine ottimamente, all'aria. La seconda o la terza
volta che venite la sentirete appena l'oppressione. Vi
sentite meglio?” K non rispose, era troppo penoso per lui
essere consegnato, per la sua improvvisa debolezza, a
quella gente lì, inoltre non stava meglio, ora che aveva
saputo il motivo del suo malessere, ma anche un po'
peggio. La ragazza se ne accorse subito, per procurare un
po' di fresco a K prese un bastone con un gancio che
spinse sulla parete aprendo un abbaino proprio sopra a K,
verso l'aria aperta. Ne venne giù tanta fuliggine però, che
la ragazza fu costretta a richiuderlo subito e a pulire con un
fazzoletto le mani a K, difatti lui era troppo stanco per farlo
da sé. Sarebbe volentieri restato lì a sedere tranquillo fino
a riprender forza bastevole ad andar via, ma ciò sarebbe
successo tanto prima quanto meno ci si fosse occupati di
lui. Per di più la ragazza disse, ora: “non potete restare
qui, disturbiamo il passaggio”. K chiese con lo sguardo qual
mai passaggio lui disturbasse. “Vi porterò, se volete, in
infermeria.” “Aiutatemi, per favore”, disse lei a quell'uomo
che stava sulla porta, che subito si avvicinò. K però non
voleva andare nell'infermeria, intendeva anzi evitare
proprio di venir guidato oltre, più avanti andava e peggiore
la cosa diventava. “Sono già in grado di andarmene”, disse
dunque e si alzò incerto, aveva già preso il vizio a star
seduto comodo. Poi però non riuscì a tenersi eretto. “Non
va mica”, disse scuotendo il capo, e si rimise seduto con un
sospiro. Si ricordò dell'usciere che, nonostante tutto,
avrebbe potuto con facilità portarlo fuori, ma questi
sembrava non esser più lì da un bel po'; K guardò tra la
ragazza e quell'uomo che gli stavano davanti, ma di
trovare l'usciere non gli riuscì.
“Credo”, disse l'uomo, per altro vestito in modo elegante,
specie per la notevole marsina grigia terminante in due
lunghe code, “che il malessere del signore derivi da
quest'aria, sarà perciò ottima cosa, e per lui la migliore, se
non lo portiamo subito nell'infermeria, ma soprattutto fuori
dagli uffici di cancelleria.” “Ecco, sì”, esclamò K quasi
infilandosi, per la gran gioia, nelle parole di quell'uomo,
“starò meglio subito, non sono nemmeno così debole, mi
basta solo essere un po' sostenuto sotto le ascelle, non
sarò loro di gran peso, non è nemmeno un percorso lungo,
basta che mi portino fino alla porta, poi mi siedo un poco
sui gradini e mi riprendo subito, voglio dire, non soffro
mica di questi accessi, anch'io ne sono stupito. Sono
anch'io un funzionario abituato all'aria degli uffici, ma qui è
troppo, lo dicono loro stessi. Vogliano gentilmente portarmi
un poco, mi spiego, ho il capogiro e di alzarmi da solo non
mi riesce.” E sollevò le spalle per meglio permettere ai due
di prenderlo per le braccia.
Ma quell'uomo non ottemperò alla richiesta, mantenne
tranquillo le mani nelle tasche dei calzoni e fece una gran
risata. “Vedete”, disse alla ragazza, “che ci ho azzeccato.
Non solo il signore non sta bene ora, non sta bene in
generale.” La ragazza sorrise anche lei, ma con la punta
delle dita diede un colpetto sul braccio di lui, quasi che si
fosse permesso una battuta eccessivamente pesante. “Ma
che cosa pensate?” disse l'uomo continuando a ridere,
“certo che voglio portar fuori il signore.” “Va bene allora”,
disse la ragazza intanto che chinava per un attimo la
leggiadra testa. “Non date troppo peso alla risata”, disse la
ragazza a K che di nuovo intristito guardava davanti a sé e
non sembrava necessitare di alcuna spiegazione, “questo
signore - posso presentarvi?” (il signore lo concesse
facendo con la mano un movimento), “questo signore
dunque è addetto alle informazioni. Dà alle parti in attesa
tutte le informazioni di cui esse abbisognano, e, dal
momento che la nostra istituzione giudiziaria non è molto
nota tra la popolazione, si fa richiesta di molte
informazioni. Egli ha una risposta a ogni domanda, potete,
nel caso che lo desideriate, metterlo alla prova. Non è però
la sua unica qualità, la sua seconda è l'eleganza dell'abito.
Noi, intendo l'insieme dei funzionari, pensammo che colui
che informa, che ha di continuo a che fare per primo con le
parti, per fare una prima impressione decorosa, dovesse
esser vestito con eleganza. Noi altri, come voi potete
vedere nel mio caso, purtroppo siamo vestiti molto male e
non alla moda; non ha molto senso cambiar qualcosa del
vestiario, dato che noi siamo quasi sempre negli uffici di
cancelleria, anzi ci dormiamo pure. Tuttavia, come detto,
per l'addetto alle informazioni considerammo necessario un
buon vestiario. Ma poiché non era possibile averlo dalla
nostra amministrazione, che è da questo punto di vista un
po' particolare, ci mettemmo insieme – contribuirono anche
le parti – e gli comprammo questo bell'abito, e anche altri.
Ora sarebbe tutto a posto per fare una buona impressione,
ma lui con le sue risate guasta ciò che abbiamo fatto, e
spaventa la gente.” “E' così”, disse canzonatorio quel
signore, “ma non capisco, signorina, perché riferite al
signore tutti i fatti nostri, o meglio glieli imponete, difatti
lui non ne vuol proprio sapere. Basta che vediate come se
ne sta lì, chiaramente occupato dagli affari suoi.” K non
aveva nemmeno voglia di replicare, l'intenzione della
ragazza magari era buona, forse era diretta a distrarlo o a
dargli la possibilità di riprendersi, ma il modo era sbagliato.
“Dovevo spiegargli la vostra risata”, disse la ragazza.” “Ma
era un modo offensivo.” “A lui toccherebbe passar sopra
offese anche peggiori, credo, se alla fine a portarlo fuori
sono io.” K non disse nulla, neppure guardava, sopportò
che i 2 dibattessero su di lui come su un oggetto,
addirittura lo preferiva. Ma di colpo sentì una mano
dell'informatore su un braccio e una mano della ragazza
sull'altro. “Su, dunque, debole uomo”, disse l'informatore.
“Vi ringrazio molto”, disse K felicemente sorpreso, si
sollevò pian piano e portò lui stesso quelle mani estranee
dove di più gli servivano. “Pare”, disse piano la ragazza
all'orecchio di K, intanto che essi si avvicinavano all'andito,
“quasi che a me importi in modo molto particolare mettere
in buona luce l'informatore, ma io desidero dire il vero, lo
si creda. Non è mica crudele, di cuore. Non è tenuto a
portare fuori di qui le parti che hanno malori, eppure lo fa,
come vedete. Forse nessuno di noi è crudele, di cuore, ci
piacerebbe essere d'aiuto a tutti, ma come funzionari
giudiziari facilmente ci tocca di apparire come se fossimo
crudeli e non volessimo aiutare nessuno. Tendo a
rammaricarmi di questo.” “Non volete sedervi un po' qui?”
- chiese l'informatore, si trovavano già nell'andito
esattamente davanti all'imputato cui si era rivolto prima K,
che quasi si vergognò; prima gli era stato così ben dritto
davanti e ora dovevano sostenerlo in due, l'informatore gli
teneva il cappello in equilibrio sulle dita, lui era spettinato,
i capelli gli spiovevano sulla fronte sudata. Tuttavia
quell'imputato non parve farci proprio caso, ossequioso
stava in piedi al cospetto dell'informatore, il cui sguardo gli
passava sulla testa, né fece alcunché, se non giustificare la
sua presenza. “So”, disse, “che oggi non posso conoscere
l'esito della mia istanza. Però sono venuto lo stesso,
pensavo di poter attendere qui, è domenica, ho tempo e
non reco disturbo, qui.” “Non dovete giustificarvi così”,
disse l'informatore, “la vostra premura è anzi lodevole,
certamente occupate il posto senza necessità, ma ciò
nonostante non voglio, nella misura in cui ciò non mi
incomoda, impedirvi affatto di seguire accuratamente
l'andamento della vostra pratica. Quando s'è vista gente
che trascura vergognosamente il suo dovere, s'impara ad
avere pazienza con la gente come voi. Sedetevi.” “Come sa
parlare con le parti”, mormorò la ragazza. K annuì, ma
subito sussultò quando l'informatore ripeté la domanda:
“Non volete mettervi a sedere qui?” “No”, disse K, “non
voglio riposarmi.” L'aveva detto con la massima decisione
possibile, in realtà però gli avrebbe fatto molto bene
mettersi a sedere; era come se avesse il mal di mare. Gli
pareva di essere su una nave tra ardui marosi. Sembrava
quasi che l'acqua si abbattesse sulle pareti di legno, quasi
che dal fondo dell'andito venisse uno scroscio come di
acqua a cavalloni, quasi che l'andito rollasse, quasi che le
parti in attesa sui due lati venissero sprofondate e
sollevate. Tanto più incomprensibile era la calma della
ragazza e dell'uomo, che lo guidavano. Era in mano loro,
se lo lasciavano per forza cadeva giù come una tavola di
legno. Stringeva gli occhi, guardava qua e là; sentiva di
procedere a passi simmetrici, ma senza prendervi parte,
difatti veniva portato quasi, un passo dopo l'altro. Infine si
accorse che gli parlavano, ma non li capiva, udiva solo il
frastuono che tutto colmava e attraverso cui pareva
risuonare sempre più alta la nota come di una sirena. “A
voce più alta”, mormorò a testa china vergognandosi,
difatti sapeva che avevano parlato a voce abbastanza alta,
per quanto a lui incomprensibile. In quella finalmente,
quasi che la parete che aveva davanti si fosse squarciata,
gli arrivò addosso un soffio d'aria fresca, e vicino a sé udì
queste parole: “prima vuole andar via, poi gli si può dire
100 volte che l'uscita è qui, e lui non si muove.” K si
accorse di essere davanti alla porta di uscita che la ragazza
aveva aperto. Fu come se tutte le forze gli fossero tornate
in una volta affinché lui si guadagnasse un assaggio di
libertà, subito scese un gradino della scala e da lì si
congedò dai suoi accompagnatori, che s'inchinarono.
“Molte grazie”, rispose all'inchino, ripetutamente strinse
loro le mani e smise solo quando ritenne di vedere che
essi, abituati all'aria degli uffici di cancelleria, sopportavano
male l'aria relativamente fresca che veniva dalla scale.
Riuscirono a mala pena a rispondere e la ragazza sarebbe
forse caduta, se K con la massima sveltezza non avesse
chiuso la porta. K stette ancora un momento lì, si aiutò con
uno specchietto a sistemarsi i capelli, prese il cappello, che
si trovava sul pianerottolo sottostante – era stato certo
l'informatore a buttarcelo – e scese giù con tale freschezza
e a balzi tanto lunghi che ne trasse quasi paura, da tale
cambiamento. Sorprese del genere mai ancora gliene
aveva propinate il suo stato di salute, di solito valido. Che il
suo corpo volesse far diciamo una rivoluzione e propinargli
un nuovo processo, dal momento che lui sopportava il
vecchio processo tanto agevolmente?
Non respinse del tutto il pensiero di andare quanto prima
da un medico, ciò nonostante voleva impiegare le prossime
domeniche – questo era in grado di consigliarselo da solo –
meglio di questa.
L'aguzzino

Una delle sere seguenti nel transitare lungo il corridoio tra


il suo ufficio e la scala principale - in questo caso K era
quasi l'ultimo ad andare a casa, solo nel reparto spedizioni
lavoravano ancora due uscieri nel ristretto campo di luce di
una lampada a incandescenza – lui udì, dietro un uscio
dietro il quale aveva sempre supposto esservi solo un
ripostiglio, senza mai averlo visto di persona, emettere
sospiri. Si fermò stupito e restò in ascolto ancora per
stabilire se si era sbagliato – si fece per un po' silenzio, ma
poi vi furono ancora sospiri. Dapprima voleva andare a
chiamare un usciere, forse poteva servire un testimone, poi
però lo prese una curiosità così forte che spalancò l'uscio.
Si trattava, come aveva supposto correttamente, di un
ripostiglio. Oltre la soglia c'erano sul pavimento vecchi
inservibili materiali a stampa, bottiglie d'inchiostro vuote.
Però nella stanza si trovavano 3 uomini rannicchiati in
quello spazio basso. Dava loro luce una candela fissata su
una scansia. “Cosa fate qui?” - chiese precipitoso K per via
dell'eccitazione, ma non a voce alta. Quello che
chiaramente dominava gli altri, e aveva attirato lo sguardo
su di sé, dava nell'occhio per il genere di scuro abito di
pelle che lasciava nudi il collo fino al petto e le braccia
tutte. Non rispose. Invece gli altri due gridarono. “Signore!
Dobbiamo venir staffilati perché tu ti sei lamentato di noi
con il giudice istruttore.” E solo ora K riconobbe che si
trattava in realtà dei vigilanti, di Franz e Willem, e che il
terzo teneva in mano uno staffile per colpirli. “Orbene”,
disse K guardandoli fisso, “io non mi sono lamentato, ho
detto soltanto cos'è successo nel mio appartamento. E
innegabilmente non vi siete comportati come si deve.”
“Signore”, disse Willem mentre Franz cercava palesemente
di mettersi dietro di lui al sicuro dal terzo uomo, “se
sapeste come siamo mal pagati dareste un giudizio
migliore su di noi. Ho una famiglia da nutrire e Franz qui
vorrebbe sposarsi, si tenta di arrotondare come viene, con
il solo lavoro non ce la facciamo, anche se è il più faticoso;
la vostra bella biancheria mi ha attirato, naturalmente ai
vigilanti è proibito agire così, fu scorretto, ma è tradizione
che la biancheria appartenga ai vigilanti, è stato sempre
così, credetemi; è certo anche comprensibile, difatti che
mai significano simili cose per chi è tanto sfortunato da
venir arrestato. Se poi però egli ne parla in pubblico, in
quel caso deve seguire la punizione. “Ciò che dite non lo
so, non ho assolutamente fatto richiesta che veniste puniti,
per me questo è un principio.” “Franz”, si volse Willem
all'altro vigilante, “non te lo dicevo che il signore non ha
chiesto la nostra punizione? E ora lo senti? Nemmeno l'ha
saputo che noi dobbiamo esser puniti” “Non ti far
commuovere da questi discorsi”, disse il terzo a K, “la
punizione è tanto giusta quanto immancabile.” “Non stare
a sentirlo”, disse Willem interrompendosi solo per portare
lesto la mano alla bocca, su cui aveva ricevuto un colpo di
staffile, “noi veniamo puniti solo perché ci hai denunciato.
Altrimenti non ci sarebbe successo nulla anche se si fosse
venuti a conoscenza di ciò che abbiamo fatto. Si può
chiamare giustizia questo? Noi due, ma io in particolare,
per lungo tempo ci siamo ben messi in luce come vigilanti
– anche tu devi riconoscere che noi dal punto di vista
dell'autorità abbiamo vigilato bene; avevamo prospettive di
avanzamento e saremmo certo diventati presto aguzzini
come questo qui, che appunto ebbe la fortuna di non
essere denunciato, difatti accuse del genere capitano
davvero assai di rado. E ora, signore, tutto è perduto, la
nostra carriera è finita, dovremo lavorare ancora da
subordinati peggio di quanto non avvenga nel servizio di
vigilanza e per di più ora ci tocca questa pena corporale
spaventosamente dolorosa.” “Ma lo staffile fa così male?” -
chiese K scrutando lo staffile che l'aguzzino gli brandiva
davanti. “Dovremo addirittura denudarci”, disse Willem.
“Ah”, disse K guardando meglio l'aguzzino, abbronzato
come un marinaio e con una faccia brutalmente sana. “Non
è possibile risparmiare la pena corporale ai due?” - gli
chiese K “No”, disse l'aguzzino scuotendo il capo con un
sorriso. “Spogliatevi”, ordinò ai vigilanti. E a K: “non devi
credere a tutto quel che dicono. Sono già un po' fuori di sé
per timore dello staffile. Per esempio, quel che ha
raccontato questo qui” - indicò Willem - “sulle sue
possibilità di carriera, è assolutamente ridicolo. Vedi
quanto è grasso – il primo colpo di staffile andrà per lo più
perso nel grasso. Lo sai perché è diventato tanto grasso?
Ha l'abitudine di mangiar la colazione a tutti gli arrestati.
Non ha mangiato anche la tua? Lo dicevo, io. Ma un uomo
con una pancia simile non può mai e in nessun caso
diventare aguzzino, è totalmente escluso.” “Ce ne sono di
aguzzini grassi”, osservò Willem sciogliendosi la cintura dei
calzoni. “No!” disse l'aguzzino e lo colpì sul collo in tal
modo che quello trasalì, “Tu non dovresti stare a sentire,
ma invece dovresti levarti da qui.” “Ti pagherei bene, se li
lasci andare”, disse K senza guardare l'aguzzino e – certe
faccende si regolano al meglio se le due parti non si
guardano – estrasse il portafogli. “Poi denunci anche me”,
disse l'aguzzino, “ e mi tocca lo staffile. No no!” “Ma sii
ragionevole”, disse K, “se avessi voluto che questi 2
venissero puniti, ora mica intenderei riscattarli. Potrei
semplicemente chiudere quest'uscio, non vedere né sentire
più altro e andarmene a casa. Ma non lo faccio, anzi
m'interessa sul serio che loro siano liberati; se avessi
supposto che dovessero o anche solo potessero venir puniti
non avrei mai fatto i loro nomi. Non li ritengo affatto
colpevoli, colpevole è l'organizzazione, colpevoli sono gli
alti funzionari.” “Ecco, sì”, esclamarono i vigilanti e si
presero subito un colpo sulle spalle che già erano scoperte.
“Se tu qui sotto lo staffile avessi un alto giudice”, disse K
abbassando, mentre parlava, lo strumento che già stava di
nuovo levandosi, “davvero non ti impedirei di cominciare a
colpire, al contrario ti darei più soldi per darti più forza, ai
fini della causa, che è giusta.” “Quel che dici suona certo
plausibile”, disse l'aguzzino, “ma io non mi faccio
corrompere. Sono addetto alle pene corporali e dunque
staffilo.” Il vigilante Franz che, forse aspettandosi un buon
esito dell'intervento di K, fin lì si era alquanto contenuto,
andò verso l'uscio con solo i calzoni addosso, si attaccò
inginocchiandosi a un braccio di K e sussurrò: “se non
riesci a ottenere pietà per entrambi cerca almeno di
liberare me. Willem è più anziano di me, sotto questo
aspetto meno sensibile, già in un caso alcuni anni fa ha
avuto una forma lieve di pena corporale, io invece non
sono ancora disonorato e alla mia condotta sono stato
portato unicamente da Willem che nel bene e nel male è
mio maestro. Giù, davanti alla banca, la mia povera moglie
mi attende all'uscita, mi vergogno tremendamente.” Si
asciugò con la giacca di K il viso inondato di lacrime. “Non
aspetto più”, disse l'aguzzino, afferrò con tutte e due le
mani lo staffile e colpì Franz, mentre Willem era
rannicchiato in un cantuccio e guardava di nascosto senza
osare un movimento del capo. Quando si levò l'urlo
cacciato da Franz, pieno e costante, non sembrò originato
da un uomo, ma da uno strumento sottoposto a tormento,
tutto il corridoio ne risuonò, l'intero edifico dové udirlo;
“non urlare”, gridò K, non riuscendo a trattenersi e, mentre
guardava teso nella direzione da cui dovevano venire gli
uscieri, colpì Franz non forte, ma abbastanza forte perché
quello inconsultamente cadesse giù e convulso andasse a
tastoni sul pavimento; ma non evitò i colpi, lo staffile lo
colse anche a terra, mentre lui gli si rotolava sotto la cima
dello staffile si agitava regolare su e giù. E già da lontano
comparve un usciere, poco dietro un secondo. K aveva in
fretta chiuso l'uscio con un colpo, era andato a una vicina
finestra interna e l'aveva aperta. L'urlio era cessato del
tutto. Per non far avvicinare gli uscieri K gridò: “sono io.”
“Buona sera signor procuratore”, gridarono di rimando. “E'
successo qualcosa?” “No no”, rispose K, “a urlare è solo un
cane in cortile.” Poiché gli uscieri non si muovevano,
aggiunse: “Loro possono restare al loro lavoro.” Per non
doversi abbassare a conversare con gli uscieri si affacciò
alla finestra. Quando dopo un certo tempo guardò di nuovo
nel corridoio essi erano già via. K però restò presso la
finestra, non osava andare nel ripostiglio, né voleva andare
a casa. Il cortile verso cui lui guardava era quadrato e
piccolo, tutt'intorno c'erano ininterrottamente uffici, tutte le
finestre erano adesso scure, solo quelle più in alto
catturavano un riflesso della luna. K cercò sforzandosi di
penetrare con lo sguardo nel buio di un canto del cortile nel
quale erano accostati l'uno all'altro dei carretti a mano. Gli
doleva di non essere riuscito a impedire la pena corporale,
ma non era colpa sua se non aveva avuto successo, se
Franz non avesse urlato – certo doveva esser stata una
cosa dolorosa, ma in un dato momento ci si deve dominare
– se non avesse urlato, K almeno molto probabilmente
avrebbe trovato ancora modo di persuadere l'aguzzino. Se
tutto l'insieme degli impiegati di più basso grado era
gentaglia, perché proprio l'aguzzino, che aveva il compito
più inumano, avrebbe dovuto costituire l'eccezione? K
aveva ben notato come, alla vista delle banconote, gli occhi
erano brillati all'aguzzino, costui aveva usato lo staffile con
serietà solo per alzare ancora un po' il prezzo della
corruzione. E K non avrebbe fatto l'avaro, davvero
gl'importava di liberare i vigilanti; se già aveva iniziato a
combattere la corruzione di quella compagine giudiziaria
era ovvio che lui entrasse in azione anche da questo lato.
Però nel momento in cui Franz aveva iniziato a urlare
naturalmente tutto era finito. K non poteva permettere che
gli uscieri e fors'anche tutta la gente possibile venisse a
sorprenderlo nel ripostiglio in trattative con quella
combriccola. Tale sacrificio davvero nessuno poteva volerlo
da K. Se lui ne avesse avuto l'intenzione, sarebbe stato
quasi più semplice che si fosse spogliato e offerto come
sostituto dei vigilanti all'aguzzino. D'altronde certo egli non
avrebbe accettato tale sostituzione dato che in quel modo
senza alcun suo vantaggio avrebbe gravemente violato il
suo dovere e probabilmente lo avrebbe doppiamente
violato, difatti K certamente, fintanto che era in arresto,
doveva essere per ogni impiegato del tribunale intoccabile.
D'altra parte su ciò potevano anche vigere speciali
disposizioni. In ogni caso K non aveva potuto fare null'altro
che chiudere l'uscio di colpo, ciò nonostante con tale gesto
per lui non tutti i pericoli erano eliminati in assoluto. Che
anche lui alla fine avesse colpito Franz era deplorevole e
giustificabile solo per il suo stato di tensione.
Udì in lontananza i passi degli uscieri; per non dar loro
nell'occhio chiuse la finestra e si diresse verso la scala
principale. Alla porta del ripostiglio si fermò un poco e
stette in ascolto. Totale silenzio. Quell'uomo poteva aver
staffilato a morte i vigilanti, già totalmente in suo potere. K
aveva già proteso una mano verso la maniglia, poi però la
ritirò. Non poteva più aiutare nessuno e gli uscieri stavano
per arrivare; si ripromise tuttavia di parlare ancora di
quella cosa e di punire a dovere, per quanto potesse, i veri
colpevoli, gli alti funzionari, dei quali nessuno ancora aveva
osato manifestarsi a lui. Nello scendere la scala esterna
della banca osservò meticoloso tutti i passanti, ma lì
intorno non c'era alcuna ragazza in attesa di qualcuno. Il
rimarcare da parte di Franz che sua moglie lo aspettava si
dimostrò essere una bugia, del resto perdonabile, che
aveva avuto solo lo scopo di suscitare una maggior
compassione.
Neppure nei giorni successivi i vigilanti gli uscirono di
mente; sul lavoro fu distratto e per riuscire a farlo bene
dové restare in ufficio ogni giorno più a lungo che non il
giorno prima. Nel passare davanti al ripostiglio per uscire e
andare a casa, come fosse un'abitudine, lo apriva. Di ciò
che vedeva, a parte l'attesa oscurità, non sapeva
capacitarsi. Tutto era immutato, ogni sera, rispetto alla
sera prima, quando aveva aperto l'uscio. Materiali di
stampa e bottiglie d'inchiostro subito al di là della soglia,
l'aguzzino con lo staffile, i vigilanti ancora svestiti, la
candela sulla mensola, i vigilanti che iniziavano a
lamentarsi e gridavano: “Signore!” Subito K chiudeva con
un colpo l'uscio e lo colpiva con i pugni, come se in quel
modo fosse chiuso meglio. Quasi piangente correva dagli
uscieri, tranquilli al lavoro con la macchina per le copie
<ciclostile? -n.d.t.>, che stupiti si fermavano. “Ma
svuotatelo una buona volta il ripostiglio”, gridava lui. “Si
sprofonda nel sudicio.” Quelli erano disposti a farlo il giorno
dopo, K annuiva, subito a quell'ora tarda della sera lui non
poteva più costringerli a lavorare come in effetti aveva in
mente. Si metteva per un po' seduto allo scopo di tenerli
d'occhio, metteva in disordine alcune delle copie credendo
di dar l'impressione di verificarle e poi se ne andava,
intuendo che gli uscieri non avrebbero osato andarsene a
casa, stanchi e distratti, contemporaneamente a lui.
Lo zio.
Leni

Un pomeriggio – K aveva molto da fare con la chiusura dei


conti – tra due uscieri che recavano documenti si palesò
nella stanza lo zio di K, Karl, un piccolo proprietario terriero
provinciale. K vedendolo si spaventò meno di quanto si
fosse spaventato precedentemente figurandosene la
venuta. Lo zio doveva venire, già da un mese circa K lo
sapeva bene. Già allora se l'era immaginato, un po' curvo,
nella mano sinistra il panama ammaccato, che già da
lontano gli tendeva la destra e gliela porgeva frettoloso e
sbadato al di sopra della scrivania rovesciando ogni cosa.
Lo zio si trovava sempre in stato di fretta, era perseguitato
dalle preoccupazioni, durante la sua permanenza di solo un
giorno nella capitale doveva riuscire a concludere tutto
quello che si era proposto, né poteva lasciarsi sfuggire per
di più alcuna occasionale conversazione, o alcun affare, o
alcun piacere. A tal fine K, allo zio obbligato in modo
particolare perché già suo tutore, doveva essergli d'aiuto al
massimo possibile e inoltre ospitarlo per la notte. “Il
fantasma che vien dalla campagna”, usava chiamarlo.
Subito dopo i saluti – di mettersi in poltrona, cui K l'invitò,
lui non aveva mica tempo – chiese di fare un discorsetto a
4 occhi. “E' necessario”, disse deglutendo a fatica,
“necessario alla mia tranquillità.” K mandò subito gli uscieri
fuori dalla stanza con l'ordine di non far entrare nessuno.
“Che cosa sento, Joseph?” - esclamò lo zio quando furono
soli, si sedé sul tavolo piazzandosi sbadato su diverse
carte, per accomodarsi. K tacque, sapeva che cosa stava
per arrivare, tuttavia, improvvisamente rilassato dal suo
faticoso lavoro, si abbandonò prima a un piacevole
languore, guardò oltre la finestra i lati della strada di fronte
dei quali dal suo posto era visibile solo un piccolo
frammento triangolare, un pezzo di muro vuoto tra due
vetrine di uffici. “Tu stai a guardare fuori dalla finestra”,
gridò lo zio sollevando le braccia, “per l'amor di Dio Joseph,
rispondimi. E' vero, può mai esser vero?” “Caro zio”, disse
K uscendo dalla sua distrazione, “non so proprio che cosa
vuoi da me.” “Joseph”, disse lo zio, ammonitorio, “a quanto
ne so tu hai sempre detto la verità. Devo prendere le tue
parole come un brutto segno?” “Ma io lo indovino, quel che
vuoi”, disse K docile, “hai probabilmente sentito parlare del
mio processo.” “E' così”, rispose lo zio, annuendo lento, “ho
sentito parlare del tuo processo.” “ Ma da chi?”, chiese K.
“Mi ha scritto Erna”, disse lo zio, “non ha alcun contatto
con te, purtroppo tu non t'interessi molto di lei, nonostante
questo lo ha saputo. Ho ricevuto la lettera oggi e com'è
naturale sono venuto subito. Per nessun' altra ragione,
però mi sembra una ragione sufficiente. Posso leggerti il
passo che ti riguarda.” Estrasse la lettera dal portafogli.
“Ecco qui. Scrive: 'Joseph è tanto che non lo vedo, una
settimana fa sono stata da lui in banca, ma Joseph aveva
tanto da fare che non venni fatta passare; ho atteso quasi
per un'ora, poi però ho dovuto andare a casa perché avevo
lezione di pianoforte. Ci avrei parlato volentieri, forse la
prossima volta se ne troverà l'occasione. Per il mio
onomastico mi ha mandato una grossa scatola di
cioccolato, una cosa molto carina e premurosa. Ho
dimenticato di scrivervelo, allora, solo ora che me lo
chiedete me ne ricordo. Dovete sapere che il cioccolato
sparisce, voglio dire, nella pensione sparisce subito non
appena si viene a conoscenza che si è avuto in regalo il
cioccolato, anche stavolta è già finito. Ma per quanto
riguarda Joseph volevo dirvi ancora qualcosa: come ho
detto, in banca non fui fatta entrare da lui, perché aveva
da fare con un signore. Dopo che avevo aspettato per un
po' tranquilla, chiesi a un usciere se il colloquio sarebbe
durato ancora molto. Quello disse che ce n'era la possibilità
dato che probabilmente si trattava del processo intentato
al signor procuratore. Di che processo si tratta mai, chiesi
io, non si sbagliava? Però lui disse che non si sbagliava, era
un processo, anzi un processo difficile, però non ne sapeva
di più. Anche a lui sarebbe piaciuto dare una mano al
signor procuratore perché è un signore molto buono e
giusto, ma non lo sapeva come fare e si augurava solo che
se ne occupassero dei signori influenti. Di certo sarà così e
andrà a finir bene, per il momento però era molto difficile,
come si poteva dedurre dalle stranezze del signor
procuratore. Non è che io dessi molta importanza a questo
discorso, cercai di tranquillizzare quel sempliciotto, gli
proibii di parlarne davanti ad altri e ritenni il tutto un
pettegolezzo. Nonostante questo sarebbe bene se tu,
babbo carissimo, volessi alla tua prossima visita indagare,
a te sarà facile informarti meglio e, se davvero dovesse
essere necessario, intervenire per mezzo delle tue
conoscenze tanto influenti. Se però non fosse necessario,
come è la cosa più probabile, sarebbe almeno l'occasione
per abbracciare tua figlia, che ne sarebbe contenta.' Brava
ragazza”, disse lo zio quando ebbe finito di leggere, e si
strofinò via qualche lacrima dagli occhi. K annuì, a seguito
delle svariate noie degli ultimi tempi si era del tutto
dimenticato di Erna, perfino del compleanno di lei si era
scordato, e quella storia del cioccolato era stata
chiaramente pensata allo scopo di proteggerlo sia dallo zio
che dalla zia. Era assai toccante e certo non ripagabile a
sufficienza con i biglietti del teatro che da ora in poi voleva
mandarle con regolarità, però non se la sentiva di far visita
alla pensione e d'intrattenersi con una ginnasiale di 17
anni. “Che cosa dici ora?” chiese lo zio che si era
dimenticato ogni fretta ed emozione e sembrava che gliela
rileggesse ancora la lettera. “Sì, zio”, disse K, “è vero.”
“Vero?” gridò lo zio. “Vero cosa? Ma come fa a esser vero?
Che processo è? Mica un processo penale?” “Un processo
penale”, rispose K. “E tu te ne stai tranquillo qui quando
hai sul collo un processo penale?” - gridò lo zio, che
continuava ad alzare la voce. “Quanto più calmo sono tanto
meglio è per l'esito”, disse K stancamente. “Non ho punta
paura.” “Questo non mi tranquillizza”, esclamò lo zio,
“Joseph, caro Joseph, pensa a te, ai tuoi parenti, al nostro
buon nome. Finora eri il nostro orgoglio, non puoi
diventare la nostra vergogna. La tua condotta”, e guardò K
di sbieco, “non mi piace, non fa così chi sia innocente e che
ancora sia in gamba. Dimmi solo, e alla svelta, di cosa si
tratta, ché io possa darti una mano. Naturalmente si tratta
della banca, no?” “No”, disse K e si alzò, “però tu parli a
voce troppo alta, l'usciere probabilmente sta alla porta ad
ascoltare. Per me non va bene. Meglio che usciamo. Poi
risponderò a tutte le domande meglio che posso. So molto
bene di dover rendere conto alla famiglia.” “Giusto”,
sbraitò lo zio, “giustissimo, basta che ti sbrighi, Joseph,
sbrigati.” “Devo solo dare ancora qualche disposizione”,
disse K e chiamò per telefono il suo assistente, che dopo
poco entrò. Agitato com'era lo zio gli fece segno che K
l'aveva fatto chiamare, per quanto ciò fosse ovvio. K, che
si trovava davanti alla scrivania, con l'aiuto di svariate
carte spiegò a bassa voce a quel giovane, in ascolto freddo
ma attento, che cosa in sua assenza doveva esser ancora
fatto oggi. Lo zio dava noia lì, con gli occhi di fuori si
mordeva nervosamente le labbra, ma l'aspetto stessa che
aveva era di per sé disturbante. Poi si mise a percorrere la
stanza da ogni parte, si fermò qua e là, davanti alla
finestra o davanti a un quadro, insieme uscendosene senza
sosta in esclamazioni varie, tipo “non riesco assolutamente
a capire”, o “dimmi te cosa succederà”. Il giovane fingeva
di non farci caso, ascoltò fino in fondo le disposizioni di K,
prese appunti e se ne andò dopo essersi inchinato sia a K
sia allo zio, che però gli voltava le spalle, guardava fuori
dalla finestra e protendeva le mani cincischiando le tende.
S'era appena chiusa la porta che lo zio proruppe:
“finalmente quel bischerello se n'è andato, e ora possiamo
andarcene anche noi. Era ora!” Purtroppo non ci fu modo,
nell'atrio disseminato di uscieri e funzionari e col vice
direttore che passava di lì, di far smettere lo zio di far
domande sul processo. “Dunque allora, Joseph”, iniziò lo
zio mentre questi rispondeva con leggeri cenni di saluto
agli inchini degli astanti, “dimmi subito chiaro di che razza
di processo si tratta.” K fece alcune osservazioni
insignificanti, rise anche un poco e solo sulle scale spiegò
allo zio che non intendeva parlar chiaro in pubblico.
“Giusto”, disse lo zio, “ma ora parla.” A testa china,
fumando un sigaro a tirate brevi e affrettate, stette a
sentire. “Prima cosa, zio”, disse K, “non si tratta affatto di
un processo che si svolge nel solito tribunale.” “Male”,
disse lo zio. “Perché?” - disse K guardandolo. “Penso che
sia un male”, ripeté lo zio. Si trovavano sulla scalinata
esterna che scendeva in strada; dato che il portiere pareva
in ascolto, K trascinò giù lo zio; il vivace traffico della
strada li assorbì. Lo zio, che s'era attaccato a K, smise di
insistere con le domande sul processo, addirittura fecero
un pezzo di strada in silenzio. “Ma com'è andata?” - chiese
alla fine fermandosi tanto di botto che la gente che gli
camminava alle spalle si scostò spaventata. “Queste cose
mica succedono improvvise, si preparano a lungo, prima,
devono essercene stati segni, perché non mi hai scritto? Lo
sai che per te faccio di tutto, in certo modo sono ancora
tuo tutore e finora ne ero fiero. Naturale che ti aiuterò
ancora, solo che col processo già in corso è molto difficile.
La meglio sarebbe comunque se ti prendessi un breve
permesso e venissi da noi in campagna. Sei anche un po'
dimagrito, ora che ci faccio caso. In campagna ti
rinforzerai, ti farà bene, ti aspettano certo delle fatiche. E
poi in certo qual modo sarai sottratto al tribunale. Qui loro
hanno tutte le possibili leve di potere adoperabili, di
necessità e in automatico, contro di te; là in campagna
invece dovrebbero delegare a delle autorità, o cercar di
agire su di te solo per lettera, col telegrafo, col telefono.
Cose che com'è naturale ne attenuano l'effettività, non è
che ciò ti liberi, certo, ma ti fa riprendere fiato. ”Potrebbero
proibirmi di partire”, disse K, un po' preso dal
ragionamento espresso dallo zio. “Credo che non lo
faranno”, disse pensieroso lo zio, “non è così grave la
perdita di potere che patiscono con la tua partenza.”
“Pensavo”, disse K prendendo sotto braccio lo zio per
impedirgli di fermarsi, “che tu avresti attribuito all'intera
cosa meno importanza di quanto faccio io, e ora anche tu
la prendi così a cuore.” “Joseph”, esclamò lo zio con
l'intenzione di svincolarsi da lui per potersi fermare, ma
senza riuscirci, “sei cambiato, avevi sempre un
comprendonio tanto netto e proprio ora quello ti manca?
Ma il processo lo vuoi perdere? Lo sai cosa vuol dire? Vuol
dire che sarai semplicemente cancellato. E che tutto il
parentado sarà spazzato via con te o almeno degradato
totalmente. Joseph, riprenditi. La tua indifferenza mi fa
perdere la testa. A guardarti quasi verrebbe voglia di
credere al proverbio che dice: 'subire un processo vuole già
dire averlo perso'.” “Caro zio”, disse K, “agitarsi non serve
né da parte tua né, se fosse, da parte mia. Agitandosi i
processi non si vincono, e tu approva un po' anche le mie
conoscenze pratiche, così io come rispetto, sempre e anche
ora, le tue, anche quando mi sorprendono. Poiché dici che
anche la famiglia sarebbe coinvolta a causa del processo –
cosa che per parte mia non riesco assolutamente a capire,
ma ciò è secondario – desidero seguirti in tutto. Solo che il
soggiorno in campagna non lo considero come intendi te
vantaggioso, difatti costituirebbe fuga e consapevolezza
della colpa. Oltre a ciò io qui sono sì perseguitato, tuttavia
posso seguire anche la causa.” “Giusto”, disse lo zio, quasi
che finalmente essi avessero più confidenza reciproca, “ti
feci la proposta perché, se resti qui, vedevo la causa messa
a repentaglio dalla tua indifferenza e ritenevo meglio per te
darmi da fare al posto tuo. Ma se intendi seguire la causa
in prima persona con la massima energia, naturalmente è
molto meglio.” “In questo senso saremmo d'accordo”, disse
K. “E ce l'hai una proposta su cosa io debba fare per prima
cosa?” “Devo rifletterci ancora, è naturale”, disse lo zio,
“considera che sono quasi 20 anni che sto in campagna
quasi ininterrottamente, ragione per cui il fiuto per queste
piste s'è indebolito. E anche svariati importanti
collegamenti con personalità che forse, nel caso presente,
sanno orientarsi meglio, si sono allentati. In campagna
sono un po' isolato, di certo lo sai. Lo si constata
effettivamente solo in queste occasioni. La tua causa in
parte mi giunse anche inaspettata, per quanto dalla lettera
di Erna, strano a dirsi, già indovinai qualcosa del genere e
oggi quasi distintamente lo seppi, vedendoti. Questo però
non conta, ora la cosa più importante è non perdere
assolutamente tempo.” Già mentre parlava aveva, stando
in punta di piedi, chiamato con un gesto un'automobile e
ora tirava dietro di sé nell'auto K mentre comunicava un
indirizzo al conducente. “Ora andiamo dall'avvocato Huld”,
disse, “fu mio compagno di scuola. Il nome lo conosci certo
anche tu; no? Strano. Ha un notevole nome come
patrocinatore e come avvocato dei poveri. Io però ne ho
gran fiducia specialmente come uomo.” “Tutto quel che hai
intenzione di fare mi va bene”, disse K, ciò nonostante il
modo affrettato e la premura con cui lo zio si occupava
della causa lo mettevano a disagio. Non era molto
consolante ricorrere come imputato a un avvocato dei
poveri. “Non sapevo”, disse, “che in una faccenda simile si
potesse consultare anche un avvocato.” “Ma certo”, disse
lo zio, “è evidente. Perché no? E ora raccontami quel che è
successo finora perché io sia ben informato della causa.” K
iniziò subito a riferire senza tacere nulla, la sua completa
sincerità era l'unica protesta permessa contro il punto di
vista dello zio che il processo fosse una gran vergogna.
Fece solo una volta e di sfuggita il nome della signorina
Buerstner, tuttavia questo non nocque alla sincerità, difatti
la signorina non era collegata affatto al processo. Nel
riferire guardò dal finestrino e notò che lui e lo zio si
avvicinavano proprio al sobborgo dove si trovavano gli
uffici di cancelleria del tribunale, ne fece partecipe lo zio
che però non trovò particolarmente strana quella
coincidenza. La vettura si fermò davanti a un edificio scuro.
Lo zio suonò a pianterreno alla prima porta; mentre
aspettavano, sorridendo digrignò i suoi dentoni e
mormorò: “le 8, ora insolita per una visita della clientela.
Huld però con me non se la prende.” Allo spioncino della
porta apparvero due grandi occhi neri, guardarono per un
po' i due ospiti e sparirono; ma la porta non si aprì. Sia lo
zio sia K si confermarono a vicenda di aver effettivamente
visto i due occhi. “Una cameriera nuova intimorita da
estranei”, disse lo zio bussando di nuovo. Riapparvero gli
occhi, ora li si poteva prendere quasi per tristi, forse però
si trattava di un'illusione suscitata dalla fiamma a gas che
al di sopra delle teste ardeva fischiando forte, facendo però
scarsa luce. “Aprite”, gridò lo zio picchiando col pugno
contro la porta, “siamo amici del signor avvocato.” “Il
signor avvocato è ammalato”, mormorò qualcuno dietro di
loro. Su una porta dall'altra parte del breve corridoio c'era,
a comunicare ciò a voce bassissima, un signore in
vestaglia. Lo zio, già infuriato per via della lunga attesa, si
volse di colpo e a voce alta chiese: “Ammalato? Dite che è
ammalato?” - e andò verso quel signore quasi minaccioso,
come se fosse lui la malattia. “Ecco, hanno aperto”, disse
quel signore, indicò la porta dell'avvocato, si ricompose
nella sua vestaglia e sparì. In effetti la porta era stata
aperta, una ragazzina – K ne riconobbe gli occhi scuri un
po' prominenti – con addosso un lungo grembiale bianco
stava nell'anticamera e teneva in mano una candela. “La
prossima volta aprite più in fretta”, disse lo zio invece di
salutare, intanto che la ragazza faceva un piccolo inchino.
“Vieni, Joseph”, disse poi a K, che si spostava con lentezza
davanti alla ragazza. “Il signor avvocato è ammalato”,
disse lei, dato che lo zio senza fermarsi si dirigeva verso un
uscio. K la rimirava ancora mentre s'era voltata per
richiudere la porta dell'appartamento; aveva un viso
rotondo da bambola, non solo le guance pallide e il mento
contribuivano a quella rotondità, ma anche le sopracciglia e
i lati della fronte. “Joseph”, gridò ancora lo zio, che alla
ragazza chiese: “si tratta di mal di cuore?” “Credo di sì”,
disse lei; aveva approfittato della pausa, la candela in
mano, per precederli e per aprire l'uscio della camera. In
un canto non ancora rischiarato dalla luce della candela si
levò dal letto un volto dalla lunga barba. “Leni, ma chi è?” -
chiese l'avvocato, che abbagliato dalla candela non
riconobbe gli ospiti. “Sono Albert, il tuo vecchio amico”,
disse lo zio. “Oh, Albert”, disse l'avvocato lasciandosi
ricadere sui cuscini, come se per quella visita non servisse
alcuna simulazione. “E' davvero tanto grave?” - chiese lo
zio sedendosi sul bordo del letto. “Io non credo. E' un
accesso del tuo mal di cuore, e passerà come i precedenti.”
“E' possibile”, mormorò l'avvocato, “stavolta però è peggio
di quanto sia mai stato. Respiro a fatica, non dormo e
deperisco ogni giorno. ”Be'”, disse lo zio calzandosi con una
delle sue manone il panama su un ginocchio. “Queste son
cattive notizie. Ma hai chi ti cura bene? E poi, è così triste
qui, così scuro. E' già passato molto tempo da quando sono
stato qui l'ultima volta, allora mi parve più gradevole.
Anche la tua signorinetta non pare molto gioconda, o
finge.” La ragazza era ancora presso l'uscio con la candela,
a quanto si capiva dai suoi occhi incerti guardava più K che
lo zio, anche ora che questi parlava di lei. K si appoggiò a
una sedia che aveva spostato vicino lei. “Quando si è
malati come lo sono io”, disse l'avvocato, “si deve aver
quiete. Per me non è triste, qui.” Dopo una breve pausa
riprese: “e Leni mi cura bene, è brava.” Lo zio non poté
farsene persuaso, era visibilmente prevenuto contro la
badante e anche se ora non obbiettò nulla al malato
seguitava a guardarla severo allorché lei andò dov'era il
letto, mise sul tavolino da notte la candela, si chinò sul
malato e nel sistemare i cuscini gli sussurrò qualcosa. Lo
zio dimenticò quasi il riguardo per il malato, si alzò, andò
avanti e indietro alle spalle della badante, K non si sarebbe
stupito se l'avesse afferrata per il vestito da dietro e
l'avesse tirata via dal letto. Da parte sua K restò a
guardare tutto con calma, perfino lo stato di malattia
dell'avvocato non era per lui del tutto sgradito, allo zelo
che lo zio aveva mostrato per la causa lui non era riuscito a
opporsi, la diversione che tale zelo ora subiva senza che lui
ne avesse colpa lui la accoglieva volentieri. In quella lo zio,
forse solo con l'intenzione di ferire la badante, disse: “per
favore signorina, ci lasci per un po' da soli, ho da parlare
con il mio amico di una faccenda personale.” La badante,
che stava ancora assai china sul malato e spianava le
pieghe del lenzuolo dalla parte della parete, volse solo il
capo e con molta calma disse qualcosa che interruppe di
netto le parole dello zio, che irate si fermarono, per poi di
nuovo traboccare: “Il signore, lo vedete, è talmente
malato, non può parlare di alcuna faccenda.” Aveva
probabilmente ripetuto le stesse parole dello zio solo per
pigrizia, eppur tuttavia ciò poteva, anche da una persona
non coinvolta, venir colto come derisorio, invece
naturalmente lo zio saltò su come se lei lo avesse infilzato.
“Maledetta te”, disse strozzato dall'agitazione e ancora in
modo piuttosto indistinto; K nonostante che si aspettasse
qualcosa del genere si spaventò e scattò sullo zio con la
precisa intenzione di chiudergli la bocca con le mani.
Fortunatamente tuttavia dietro la ragazza il malato si levò,
lo zio fece un viso torvo, come se deglutisse qualcosa di
disgustoso e poi più calmo disse: “ancora naturalmente
non abbiamo perduto la capacità d'intendere; se ciò che
chiedo non fosse possibile non lo chiederei. Ora per favore
andate.” La badante si drizzò davanti al letto tutta girata
verso lo zio e, come K credé di notare, sfiorò con una mano
una mano dell'avvocato. “Puoi parlare di tutto, in presenza
di Leni”, disse il malato, senza dubbio in tono di pressante
preghiera. “Non riguarda me”, disse lo zio, “non è un mio
segreto.” E si voltò come meditasse di non iniziare più
nessuna discussione, ma come ci fosse ancora un po' di
tempo per pensarci. “Chi riguarda allora?” chiese l'avvocato
con una voce che si spegneva, e si rimise giù. “Mio nipote”,
disse lo zio, “l'ho portato con me.” E lo presentò: “Joseph
K, procuratore.” “Oh”, disse il malato molto vivacemente
tendendo la mano a K, “perdonatemi non vi ho proprio
visto.” “Va', Leni”, disse poi alla badante, che non gli si
oppose affatto, e le dette la mano come fosse in questione
un lungo congedo. “Dunque non sei venuto”, disse alla fine
allo zio che, riconciliato, si era rifatto vicino, “per venire a
trovare un malato, ma invece vieni per motivi d'ufficio.”
Era come se l'immagine della visita al malato fin qui lo
avesse paralizzato, tanto lui appariva ora rinfrancato, si
appoggiò a un gomito, cosa che doveva costargli una
discreta fatica e che continuava a rizzargli in mezzo alla
barba una ciocca sporgente. “Sembri già molto più sano”,
disse lo zio, “da quando quella strega se ne è andata.”
S'interruppe e mormorò: “scommetto che sta ad
ascoltare”, e balzò verso l'uscio. Dietro l'uscio però non
c'era nessuno, lo zio tornò indietro, non deluso, difatti che
quella non stesse a sentire non gli sembrava che una
malvagità anche peggiore, ma davvero amareggiato. “La
giudichi male”, disse l'avvocato, senza prendere oltre le
difese della badante; forse voleva esprimere con ciò che lei
non ne aveva bisogno, di essere difesa. Tuttavia continuò
in tono più premuroso: “per ciò che riguarda la questione
del tuo signor nipote, certo sarei felice di valutarla se le
mie forze potessero bastare a questo compito
estremamente delicato; temo davvero che non basteranno,
comunque non voglio lasciare nulla d'intentato; se non ce
la faccio si potrebbe certamente rivolgersi anche a qualcun
altro. Per esser sinceri,questa causa m'interessa troppo
perché io possa avere il coraggio di rinunciare a prendervi
qualche parte. Se il mio cuore non la sopporta, almeno vi
troverà una degna occasione per mancare del tutto.” K
ritenne di non capire una sola parola di tutto questo
discorso, guardò in direzione dello zio per trovarvi una
spiegazione, ma quello stava seduto con in mano la
candela messa sul tavolino da notte, da cui era appena
rotolata sul tappeto una boccetta di medicinale, annuiva a
tutto ciò che diceva l'avvocato, d'accordo con tutto, e di
tanto in tanto guardava verso K invitandolo a convenirne
ugualmente. Forse lo zio aveva già in precedenza riferito
all'avvocato del processo, ma ciò era impossibile, tutto quel
che era successo lo contraddiceva. “Non capisco”, disse
perciò. “Ma forse vi ho compreso male?” - chiese l'avvocato
stupito e imbarazzato come K. “Forse fui precipitoso. Ma di
che cosa volevate parlarmi? Pensavo che si trattasse del
vostro processo.” “Naturalmente”, disse lo zio, che poi
chiese a K : “Ma che cosa vuoi?” “Come mai sapete
qualcosa di me e del mio processo?” - chiese K. “Ah, ecco”,
disse l'avvocato sorridendo, “sono un avvocato, ho
relazioni nell'ambiente del tribunale, si parla di svariati
processi, di quelli più degni di nota, specie quando la cosa
riguarda il nipote di un amico ce ne ricordiamo. Non c'è
nulla di strano.” “Ma che cosa vuoi?” chiese ancora lo zio,
“sei talmente inquieto.” “Voi avete relazioni in questi
ambienti del tribunale? Chiese K. “Sì”, disse l'avvocato.
“Fai domande infantili”, disse lo zio. “Con chi mai devo aver
relazioni, se non con la gente del mio campo?” - aggiunse
l'avvocato. Suonava talmente irrefutabile che K non rispose
nulla. “Voi operate però presso il tribunale che si trova nel
palazzo di giustizia, non in quello che si trova nelle
soffitte”, avrebbe voluto dire, ma non riuscì a spingersi a
dirlo veramente. “Dovete considerare”, proseguì l'avvocato
nel tono di spiegar qualcosa di ovvio, superfluo e
incidentale, “dovete considerare che da tali relazioni traggo
grandi vantaggi per la mia clientela e da ogni tipo di punti
di vista. Com'è naturale a causa della mia malattia ora
sono un po' impedito, ma ciò nonostante ricevo visite da
buoni amici del tribunale e vengo a conoscenza di alcune
cose. Forse più di molti che in perfetta salute vi trascorrono
l'intera giornata. Ecco per esempio che proprio ora ho una
cara visita.“ E indicò un angolo buio della stanza. “Ma
dove?” - chiese K, quasi villano per la sorpresa. Guardò
incerto; la luce della candela, modesta, non giungeva fino
alla parete opposta. E davvero qualcosa lì nell'angolo iniziò
a muoversi. Alla luce della candela che ora lo zio teneva in
alto si vide seduto là, presso un tavolinetto, un signore
piuttosto anziano. Davvero non aveva neanche respirato,
per cui fino a quel momento era rimasto invisibile. Ora si
alzò cerimonioso, chiaramente scontento del fatto che ci si
fosse accorti di lui. Quasi voleva, con quelle mani mosse
come alucce, ricusare ogni presentazione e ogni saluto,
come se non volesse in alcun caso disturbare gli altri con la
sua presenza, come se pregasse sollecito di essere rimesso
al buio e che la sua presenza fosse dimenticata. Non ne
aveva più il diritto, però. “Voi, mi spiego, ci avete preso di
sorpresa”, disse l'avvocato a mo' di chiarimento e insieme,
incoraggiante, fece un cenno a quel signore, che si
avvicinasse, cosa che quello fece lento, guardandosi
attorno esitante, eppure con una certa dignità, “il signor
cancelliere capo – ah sì, perdonate, non ho fatto le
presentazioni – qui, il signor Albert K, e qui suo nipote, il
procuratore Joseph K, questi è il signor cancelliere capo – il
signor cancelliere capo dunque fu così gentile da farmi
visita. Solo l'iniziato, che sa quanto il signor cancelliere
capo sia carico di lavoro, può apprezzare il valore di una
visita come questa. Dato che lui nonostante i suoi impegni
venne, noi ci intrattenevamo piacevolmente nei limiti della
mia debolezza, né avevamo certo proibito a Leni di
ammettere visitatori, difatti in programma non ce n'erano;
ritenevamo di restare da soli, e poi, Albert, eccoti coi tuoi
colpi alla porta; così il signor cancelliere capo arretrò
nell'angolo insieme alla sua sedia e al tavolo; ora però è
manifesto che eventualmente, voglio dire, se lo
desideriamo, noi abbiamo da discutere una faccenda di
comune interesse, per cui possiamo benissimo riaccostarci.
Signor cancelliere capo”, disse l'avvocato accennando con il
capo un inchino e sorridendo ossequioso, e gl'indicò una
sedia a braccioli presso il letto. “Purtroppo posso restare
solo pochi minuti”, disse gentilmente il cancelliere capo, si
accomodò sulla sedia e guardò l'orologio, “il lavoro mi
chiama, comunque non voglio mancare l'occasione di far la
conoscenza di un amico del mio amico.” Accennò un lieve
inchino in direzione dello zio che sembrò molto soddisfatto
della nuova conoscenza, ma, a causa della sua natura, fu
incapace di esprimersi in modo sommesso; accompagnò le
parole del cancelliere capo ridendo imbarazzato, ma con
forza. Una figuraccia tremenda! K poteva osservare con
calma tutto, infatti nessuno s'interessava a lui; una volta
chiamato di nuovo in causa, il cancelliere capo si appropriò,
come sembrava sua abitudine, della conversazione;
l'avvocato, la cui precedente debolezza doveva esser
servita solo a scacciare la nuova visita, ascoltava attento,
mano all'orecchio; lo zio, in qualità di reggi candela – se la
teneva in equilibrio su una coscia più volte guardato con
preoccupazione dall'avvocato – fu presto privo d'imbarazzo
e solo incantato, tanto dal discorrere del cancelliere capo
quanto da come questi ondiforme gestiva, accompagnando
le proprie parole. K, che si appoggiava a un montante del
letto, venne totalmente trascurato, forse addirittura in
modo intenzionale, dal cancelliere capo, e fece a
quell'anziano signore solo da ascoltatore. Del resto sapeva
appena su che cosa vertesse il discorso; ora pensava alla
badante, al modaccio come lo zio l'aveva trattata, ora
all'ipotesi di averlo già visto, il cancelliere capo, magari
addirittura nell'assemblea, al momento della prima assise
istruttoria. Forse s'ingannava, però il cancelliere capo non
avrebbe stonato tra i partecipanti all'assemblea in prima
fila, principalmente tra quei signori anziani con le barbe
rade.
In quella un rumore dall'anticamera, come di porcellana
che stesse frantumandosi, fece tendere le orecchie a tutti.
“Voglio andare a controllare che cosa è successo”, disse K
e uscì lento, come dando ancora agli altri l'opportunità di
trattenerlo. K era appena entrato nell'anticamera e stava
orientandosi nel buio allorché sulla mano con cui ancora si
appoggiava alla porta si posò una mano piccola, molto più
piccola della sua, e chiuse piano la porta. Era la badante, lì
in attesa. “Non è successo niente”, mormorò, “ho solo
gettato contro il muro un piatto per tirarvi fuori.” Confuso,
K disse: “anch'io ho pensato a voi.” “Tanto meglio”, disse
la badante. “Venite.” Dopo pochi passi arrivarono a un
uscio dai vetri opachi che lei gli aprì davanti. “Entrate
pure”, disse. Si trattava senz'altro dello studio
dell'avvocato; a quanto si poteva vedere alla luce della
luna che ora illuminava bene solo un quadratino del
pavimento in corrispondenza con ognuna delle due grandi
finestre, era arredato con vecchi e brutti mobili. “Qui”,
disse la badante indicando una cassapanca scura con la
spalliera di legno intagliato. Dopo che si fu seduto, K si
guardò attorno nella stanza, era grande e alta, i clienti
dell'avvocato dei poveri vi si dovevano trovare smarriti. K
quasi vide i passetti con cui i visitatori avanzavano verso
l'enorme scrivania. Poi però se ne scordò ed ebbe occhi
solo per la badante, che gli sedeva vicinissima quasi
spingendolo contro il bracciolo. “Pensavo”, disse lei, “che
sareste venuto da me senza che dovessi chiamarvi. Una
cosa strana. Prima mi guardavate fissa senza smettere,
quando siete entrato, e poi mi fate aspettare.” “Comunque
chiamatemi Leni”, proseguì svelta e diretta come se non
dovesse venir sprecato alcun momento di questa
spiegazione. “Volentieri”, disse K. “Quanto però alla
stranezza è facile spiegarla. Prima cosa dovetti ascoltare le
chiacchiere di quell'anziano signore, né potevo venir via
senza motivo, seconda cosa non sono sfacciato, ma
piuttosto timido; inoltre voi, Leni, non sembrate davvero
un tipo da conquistare in un balzo.” “Non è questo”, disse
Leni, mise un braccio sulla spalliera e guardò K, “io non vi
piacqui, invece, e probabilmente non vi piaccio neanche
ora.” “Piacere mica sarebbe molto”, disse K evasivo. “Oh!”
disse lei sorridendo - l'osservazione di K e quest'ultima
breve esclamazione le guadagnò una certa superiorità.
Perciò K tacque un momento. Poiché aveva già fatto
l'abitudine al buio della stanza riuscì a distinguere diversi
dettagli del mobilio. In particolare lo colpì un grande
quadro appeso alla destra della porta, e si piegò in avanti
per vederlo meglio. Rappresentava un uomo in toga da
giudice; sedeva su un alto soglio la cui doratura faceva
molto contrasto con il quadro. La cosa insolita era che
questo giudice non sedeva sereno e con dignità, ma
premeva il braccio sinistro sul bracciolo e la spalliera
mentre aveva il destro completamente libero e solo con la
mano stringeva il bracciolo, quasi stesse per saltar su con
una mossa violenta e forse indignata, per dire qualcosa di
decisivo o addirittura pronunciare il verdetto. L'imputato
era pensabile proprio ai piedi della scala i cui gradini più
alti soltanto, coperti da un tappeto giallo, erano visibili nel
quadro. “Ecco il mio giudice, forse”, disse K indicando il
quadro. “Io lo conosco”, disse Leni guardando anche lei il
quadro, “viene spesso qui. Il quadro appartiene al tempo
della sua giovinezza, ma lui non può essere mai stato
somigliante al quadro, difatti è all'incirca un tappo.
Nonostante questo si è fatto allungare tanto in altezza
perché è pazzamente vanitoso, come qui lo sono tutti.
Anch'io però sono vanitosa, e molto scontenta del fatto che
non vi piaccio punto.” A ciò K rispose solo afferrando Leni e
attirandola a sé, e lei gli appoggiò in silenzio la testa alla
spalla. Sul personaggio del quadro lui però disse: “che tipo
di grado ha?” “E' giudice istruttore”, disse lei, prese la
mano con cui K la teneva stretta e giocò con le dita. “Di
nuovo giudice istruttore soltanto”, disse K deluso, “gli alti
funzionari stanno nascosti. Eppure lui siede su un soglio.”
“E' tutta finzione”, disse Leni, il volto abbassato sulla mano
di K, “in realtà lui sta su una sedia da cucina su cui è
ripiegata una vecchia coperta da cavalli. Ma voi dovete
pensare in continuazione al vostro processo?”, aggiunse
lenta. “No, niente affatto”, disse K, “probabilmente ci
penso troppo poco.” “Non è questo l'errore che fate”, disse
Leni, “siete troppo intransigente, questo ho sentito dire.”
“Chi l'ha detto?” chiese K, sentiva il corpo di lei sul petto e
le guardava la chioma folta e scura, quasi tornita. “Troppo
rivelerei, se lo dicessi”, rispose Leni. “Vi prego di non
chiedere nomi, ma eliminate quel vostro errore, non siate
più così intransigente, a questo tribunale mica ci si può
opporre, si deve confessare. Solo in quel caso c'è la
possibilità di sfuggire, solo in quel caso. Eppure senza aiuto
esterno non è possibile, ma non dovete affannarvi per tale
aiuto, che io stessa voglio prestarvi.” “Ne sapete parecchio
di questo tribunale e delle imposture qui necessarie”, disse
K alzandola, poiché lei gli si premeva in grembo con troppa
forza. “Così va bene”, disse lei rimettendoglisi in grembo
mentre si lisciava l'abito e si metteva in ordine la
camicetta. Poi con entrambe le mani gli si attaccò al collo,
si tirò indietro e lo guardò a lungo. “E se non confesso, non
potete aiutarmi?” - chiese K a mo' di tentativo. Mi procuro
aiutanti donna, pensò quasi meravigliato, prima la
signorina Buerstner, poi la moglie dell'usciere del tribunale,
e ora questa piccola badante che sembra avere
un'inclinazione misteriosa per me. Come fosse il suo unico
posto adatto, mi siede in grembo! “No”, rispose Leni
scuotendo lenta il capo, “in quel caso non posso aiutarvi.
Ma non lo volete proprio il mio aiuto, non ve ne importa
nulla, siete ostinato e non vi fate convincere.” “Avete
un'amante?” chiese dopo poco. “No”, disse K “Questa è
buona!” disse lei. “Veramente sì”, disse K, “pensate, ho
negato di averla e invece ne porto con me la fotografia.”
Su richiesta di lei le mostrò una fotografia di Elsa, che Leni,
accovacciata in grembo a lui, studiò. Era un'istantanea,
Elsa era ritratta dopo che ballando aveva fatto un volteggio
di quelli che eseguiva volentieri nella vineria, l'abito le
stava ancora piegato attorno, a ruota, aveva le mani sui
fianchi e ridendo, il collo eretto, guardava di lato; per chi
fosse il suo riso, dal ritratto non si poteva riconoscere. “Ha
il busto ben strizzato”, disse Leni indicando il posto dove,
secondo lei, lo si notava. “Non mi piace, è sgraziata e
rozza. Però forse con voi è tenera e gentile, si potrebbe
concludere dal ritratto. Le ragazze così robuste spesso non
sanno essere che tenere e gentili. Ma saprebbe sacrificarsi
per voi?” “No”, disse K, “non è né tenera e gentile, né
saprebbe sacrificarsi per me. Né io finora le ho chiesto
l'una o l'altra cosa. Anzi ancora non avevo nemmeno
guardato il ritratto così attentamente come avete fatto
voi.” “Non è che ve ne importi molto di lei”, disse Leni,
“non è affatto la vostra amante.” “Eppure lo è”, disse
K.”Non ritiro quel che ho detto.” “Può essere la vostra
amante, ora”, disse Leni, “ma non ne sentireste molto la
mancanza se la perdeste, o se al suo posto metteste
un'altra, per esempio me.” “Certo”, disse sorridendo K, “ciò
sarebbe concepibile, ma lei ha un gran vantaggio rispetto a
voi, non sa nulla del mio processo e anche se ne sapesse
qualcosa non ci penserebbe. Non cercherebbe di
persuadermi alla compiacenza.” “Non è affatto un
vantaggio”, disse Leni. “Se non ha nessun altro vantaggio,
io non mi scoraggio. Ha qualche difetto fisico?” “Un difetto
fisico?” - chiese K. “Sì”, disse Leni, “mi spiego, io ne ho
uno, piccolo, guardate.” Allargò il medio e l'anulare della
mano destra, tra i quali quella pelle che li collega arrivava
quasi fino all'articolazione superiore dell'anulare. K nel buio
non vide bene quel che lei intendeva indicare per cui lei
porse la mano in modo che lui toccasse. “Che scherzo di
natura”, disse K, e, come se avesse esaminato tutta la
mano, aggiunse: “che bell'unghia!” Con una certa fierezza
Leni stette a guardare come K stupito continuava ad
allargare e stringere le sue due dita, finché non le baciò
fuggevolmente e le lasciò. “Oh!” - esclamò, “mi avete
baciata!” Lesta, la bocca aperta, gli si arrampicò in grembo
con le ginocchia, K la guardò quasi sgomento, ora che gli
stava tanto vicina emanava un eccitante odore aspro,
come di pepe, lei attirò a sé la testa di lui, vi si chinò sopra
e gli morse il collo, lo baciò, gli morse anche i capelli. “Mi
avete messa al suo posto”, diceva a tratti, “vedete che mi
ci avete messa, al suo posto!” In quella le ginocchia le
scivolarono, con un urletto cadde quasi sul tappeto, K la
afferrò per trattenerla e fu tirato giù. “Ora mi appartieni”,
disse lei.
“Eccoti la chiave di casa, vieni quando vuoi”, furono le sue
ultime parole, e anche un bacio alle spalle, perduto, lo
colse, mentre se ne andava. Quando uscì dal portone
pioveva leggermente, camminò nel mezzo della strada per
poter vedere ancora, forse, Leni alla finestra, ma in quella
da un'automobile che aspettava davanti alla casa e che K,
nella sua distrazione, non aveva proprio notato, scese lo
zio, lo afferrò per le braccia e lo sbatté contro il portone
della casa, quasi volesse inchiodarcelo. “Ragazzo”,
esclamò, “come hai potuto farlo? Hai spaventosamente
danneggiato la tua causa, che era sulla strada buona. Ti
nascondi con quella piccola sudiciona, per di più, com'è
chiaro, amante dell'avvocato, e te ne resti via per delle
ore. Non tenti neppure una scusa, non dissimuli nulla, no,
sei sincero, corri da lei e ci resti. E intanto noi lì seduti
assieme, lo zio che si arrabatta per te, l'avvocato che
dev'essere convinto, soprattutto il cancelliere capo, questo
gran signore che la tua causa, senz'altro, allo stato l'ha in
mano. Vogliamo deliberare come poterti aiutare, io devo
trattare cautamente con l'avvocato, lui a sua volta con il
cancelliere capo, e tu avresti ogni ragione per sostenermi,
almeno. E invece te ne stai altrove. Alla fine non si può
nascondere, il fatto, si tratta di uomini acuti, beneducati,
non ne parlano, sono indulgenti con me, alla fine però non
possono più dominarsi e poiché non possono parlarne, del
fatto, ammutoliscono. Siamo stati per dei minuti lì seduti in
silenzio a sentire se tu finalmente tornavi. Tutto invano.
Alla fine il cancelliere capo, che è rimasto molto più a lungo
di quanto inizialmente volesse, si alza, si congeda, si duole
con me, evidentemente senza potermi aiutare, sta ad
aspettare ancora, con incredibile gentilezza, un poco sulla
porta, poi se ne va. Com'è naturale ne fui felice, già mi
mancava il respiro. Sull'avvocato malato il tutto ha avuto
un effetto maggiore, non riusciva nemmeno a parlare, quel
buon uomo, quando mi sono congedato da lui. E' probabile
che tu abbia contribuito al suo crollo completo e che così tu
acceleri la morte dell'unico uomo che avevi a tua
disposizione. E me, tuo zio, mi lasci ore sotto la pioggia ad
aspettare, senti qui, sono fradicio.”
L'avvocato.
L'industriale.
Il pittore

Una mattina d'inverno – fuori nevicava, la luce era fosca –


K sedeva in ufficio, molto stanco nonostante che fosse
presto. Almeno per proteggersi dai sottoposti, aveva
ordinato all'usciere di non far passare nessuno perché
aveva molto da fare. Tuttavia, invece di lavorare, si
rigirava sulla sedia, lento spostava sul tavolo qualche
oggetto, poi senza rendersene conto abbandonava tutto un
braccio sul piano del tavolo e restava immobile a testa
china.
Il pensiero del processo non lo abbandonava più. Già
diverse volte aveva considerato se non fosse bene
elaborare una memoria difensiva da indirizzare al tribunale.
Intendeva presentare una breve biografia e spiegare, per
ogni evento in qualche modo maggiormente significativo,
perché lui avesse agito in un certo modo, se tal condotta
fosse riprovevole o giusta nell'ottica del presente giudizio e
qual motivo lui potesse addurre per questa o quella
condotta. Indubbi erano i vantaggi di una siffatta memoria
difensiva rispetto alla semplice difesa tramite l' avvocato,
del resto altrimenti non ineccepibile. Non lo sapeva proprio,
K, quel che l'avvocato cercava di fare; non molto
comunque, già da un mese non lo aveva chiamato e anche
in nessuno dei colloqui precedenti K aveva avuto
l'impressione che quest'uomo potesse far molto per lui.
Prima di tutto non lo aveva nemmeno interrogato, quasi. E
molto nel caso specifico c'era da chiedere. Le domande
erano la cosa principale. K aveva la sensazione come di
poterle far lui stesso, tutte le domande necessarie al caso.
L'avvocato, invece di far domande, era lui a riferire, oppure
gli stava seduto davanti muto, si chinava un po' in avanti,
è probabile a causa del suo scarso udito, sulla scrivania, si
tirava quella ciocca sporgente di peli che aveva in mezzo
alla barba e guardava giù verso il tappeto, forse proprio
dove K era stato a giacere con Leni. Talvolta vacuamente
esortava K , come si fa coi bambini. Discorsi tanto inutili
quanto lunghi i quali K non pensava di pagare un solo
centesimo, al momento del conto finale. Dopo che
l'avvocato riteneva di averlo sufficientemente afflitto, di
solito lo rincuorava un po'. Già ne aveva avuti, raccontava
allora, di processi del tutto o in parte simili, che, per
quanto in realtà non difficili come questo, forse, erano
anch'essi disperati. Nel cassetto aveva un registro di questi
processi – e picchiettava su un cassetto della scrivania –
purtroppo non poteva mostrare la documentazione
trattandosi di segreto d'ufficio. Nonostante ciò tornava a
vantaggio di K la grande esperienza che lui aveva acquisito
con tutti questi processi, naturale! Aveva iniziato subito a
lavorare, naturale! - la prima istanza era già quasi
ultimata. Era molto importante perché la prima
impressione fatta dalla difesa spesso determina l'intera
piega che prende il procedimento. Purtroppo, doveva
renderlo noto a K, molte volte succede che la prima istanza
neppur venga letta in tribunale. La si mette agli atti, tutto
qui, e si rimarca che per intanto l'audizione e
l'osservazione dell'imputato è più importante di ogni
documento scritto. Si aggiunge, qualora il richiedente
insista, che si è raccolto tutto il materiale in vista della
sentenza, tutti i documenti relativi al caso, com'è naturale
dunque viene esaminata anche questa prima istanza.
Purtroppo neanche ciò il più delle volte è esatto, la prima
istanza abitualmente viene smarrita o perduta del tutto e,
anche se viene conservata fino alla fine, la si legge appena,
come l'avvocato del resto sapeva per averlo sentito dire.
Tutto ciò è deplorevole, ma non del tutto ingiustificato, K
non dovrebbe trascurare il fatto che il procedimento non è
pubblico, può divenirlo qualora il tribunale lo ritenga
necessario, ma la legge non prescrive la pubblicità del
procedimento. Ne consegue che anche la documentazione
del tribunale, prima di tutto l'imputazione dell'accusato e la
sua difesa, siano inaccessibili, perciò in generale non si sa
o almeno non si sa bene a chi indirizzare la prima istanza,
ne consegue che essa può contenere solo per caso
qualcosa di significativo ai fini della causa. Solo in un
secondo tempo si possono elaborare istanze davvero
appropriate e argomentate, quando nel corso delle udienze
i singoli punti dell'istanza e il loro fondamento si
manifestano con chiarezza, oppure possono essere oggetto
di congettura. In queste condizioni la difesa naturalmente
ha una posizione assai sfavorevole e difficile. Tuttavia
anche ciò è intenzionale. La difesa, in altri termini, non è
propriamente stabilita dalla legge, ma solo tollerata, e
anche su questo, se nei passi della Legge inerenti la
procedura processuale, debba essere letta almeno tra le
righe tal tolleranza, si disputa. Vi sono perciò avvocati in
realtà non riconosciuti affatto dal tribunale, tutti coloro che
compaiono davanti a questo tribunale come avvocati in
fondo sono solo pseudo avvocati. Ciò com'è naturale li
umilia molto nel loro stato; K, se torna una volta negli uffici
di cancelleria del tribunale, in futuro, potrebbe esaminare
da vicino, per farsi un'idea di tale stato di umiliazione, la
stanza degli avvocati. Lo spaventerebbe, presumibilmente,
la combriccola lì raccolta. Già la camera angusta e umile
assegnatale indica il disprezzo del tribunale per questa
gente. Ci arriva luce solo da un abbaino situato così in alto
che se qualcuno intende guardare, tra l'altro, da dove il
fumo di un comignolo vicino gli va nel naso e gli annerisce
la faccia, bisogna che cerchi un collega che lo prenda sulle
spalle. Nel pavimento di questa camera – solo per fare un
altro esempio delle sue condizioni – da più di un anno c'è
un buco, non tanto grosso che un uomo possa caderci
dentro, ma grosso abbastanza perché ci sprofondi
completamente con una gamba. La stanza degli avvocati si
trova nella seconda soffitta, dunque, se uno sprofonda, la
sua gamba spenzola giù nella prima soffitta e precisamente
nell'andito dove stanno in attesa le parti. Non è esagerato
definire vergognose, come si fa negli ambienti degli
avvocati, condizioni simili. Reclamare con
l'amministrazione non ha nessun risultato, eppur tuttavia
agli avvocati è proibito con la massima severità di far
cambiare a loro spese una qualsiasi cosa, nella stanza.
Tuttavia anche tal modo di trattare gli avvocati ha il suo
motivo. Se si vuol neutralizzare il più possibile la difesa
tutto deve essere lasciato addosso agli imputati stessi. Non
c'è una prospettiva peggiore, in fondo, ma nulla sarebbe
più sbagliato che concluderne che presso questo tribunale
gli avvocati agli imputati siano inutili. Al contrario in nessun
altro tribunale essi sono tanto necessari come in questo. Il
procedimento, in altri termini, non è solo segreto in
rapporto al pubblico, ma lo è anche in rapporto
all'imputato. Segreto naturalmente solo per quanto
possibile, ma possibile in larga misura. In altri termini,
neanche l'imputato ha alcuna idea delle carte processuali, e
desumere dagli interrogatori le carte ad essi relative è
molto difficile in particolare per l'imputato, confuso e
distratto da ogni genere di preoccupazioni. E qui interviene
la difesa. Agli interrogatori in genere i difensori non
possono presenziare, per cui essi devono, dopo
l'interrogatorio, e di fatto possibilmente sulla porta stessa
della aula dell'istruttoria, informarsi con l'imputato in
merito all'interrogatorio, e trarre da questi spesso già
molto confusi giudizi ciò che conviene alla difesa. Ma non è
questa la cosa più importante, difatti in questo modo non si
apprende molto, anche se com'è naturale in questo come
in tutti i casi un uomo più abile apprende più di un altro. La
cosa più importante restano le relazioni personali
dell'avvocato, in quelle sta il valore principale della difesa.
Ora, K ha già appreso molto bene dalle sue esperienze che
l'organizzazione di base del tribunale non è del tutto
perfetta, vi sono impiegati dimentichi del loro dovere e
corruttibili, ne consegue che la rigida chiusura del tribunale
abbia delle lacune. E qui s'infila la maggior parte degli
avvocati, qui si corrompe e si spia, anzi, almeno in
passato, ci sono stati casi di sottrazione furtiva di
documenti. Innegabilmente così possono esser conseguiti
sul momento alcuni risultati addirittura sorprendenti in
senso positivo per l'imputato, risultati di cui anche gli
pseudo avvocati vanno in giro fieri attraendo nuova
clientela, e tuttavia ai fini dell'ulteriore avanzamento del
processo ciò non significa nulla, o nulla di buono. Valore
reale lo hanno invece solo le valide relazioni personali e
precisamente quelle con i funzionari di grado superiore, il
che significa com'è naturale soltanto funzionari di grado
superiore, sì, ma superiore tra quelli di grado basso. Solo
in tal modo sullo sviluppo del processo si può influire, per
quanto inizialmente in modo inosservabile, ma poi in modo
sempre più significativo. Ne sono capaci com'è naturale
solo pochi avvocati, e qui la scelta di K è stata molto
favorevole. Forse soltanto uno o due avvocati, oltre al
dottor Huld, possono legittimarsi come possessori di
relazioni simili. Costoro del resto non si curano della
combriccola presente nella stanza degli avvocati né ci
hanno a che fare alcunché. E tanto più stretto ne risulta il
loro collegamento con i funzionari del tribunale. Non è
neppure sempre necessario che il dottor Huld vada in
tribunale, che attenda nell'anticamera del giudice istruttore
la sua casuale comparsa, che consegua a seconda del di lui
capriccio un successo il più delle volte solo apparente, o
nemmeno quello. No, K l'ha visto da sé, i funzionari, inclusi
quelli davvero di alto grado, vengono di persona, danno
premurosi ragguagli, chiari o almeno facilmente
interpretabili, parlano dello sviluppo prossimo del processo,
anzi in qualche caso si lasciano perfino persuadere ed
accolgono volentieri il punto di vista altrui. Certo, proprio
sotto quest'aspetto non ci si può fidare troppo di loro; per
quanto esprimano senza dubbio la loro intenzione, nuova e
favorevole alla difesa, magari se ne vanno in ufficio ed
emettono subito, per il giorno dopo, un giudizio contenente
l'opposto, e che forse per l'imputato è anche molto più
severo di quello inizialmente formulato, dal quale loro
dichiarano di essersi del tutto allontanati. Non ci si può
fidare, ma nemmeno ci si può opporre, difatti quel che essi
han detto a quattr'occhi è detto appunto solo a quattr'occhi
né ammette alcuna chiara conseguenza, e così la difesa
non è nemmeno tenuta a ingegnarsi al fine di ottenere il
favore di quei signori. D'altronde è anche giusto che quei
signori non si mettano in relazione con la difesa, com'è
naturale con una difesa competente, solo per senso di
umanità o di amicizia, diciamo, anzi, non possono fare
altrimenti. Qui si pone in risalto l'inconveniente di una
organizzazione giudiziaria che nei suoi principi stabilisce
che il giudizio sia segreto. Ai funzionari manca il rapporto
con la popolazione, per i normali processi di interesse
mediocre essi sono dotati, processi simili si svolgono quasi
da soli sul loro binario e abbisognano solo a tratti di una
spinta, nei confronti dei casi del tutto semplici però, come
anche nei confronti di quelli particolarmente difficili, spesso
i funzionari sono disorientati, chiusi dentro notte e giorno
senza sosta nella loro Legge non hanno la mentalità giusta
per le relazioni umane, e in casi del genere della Legge è
difficile che facciano a meno. Ecco che allora vengono
dall'avvocato per consigliarsi, e dietro di loro un usciere
reca quei documenti altrimenti tanto segreti. Stando alla
finestra <dello studio dell'avvocato Huld – n.d.t.> capita,
in modo quasi del tutto inatteso, di vedere nel vicolo
parecchi di quei signori dall'aria addirittura disperata,
intanto che l'avvocato studia i documenti al suo tavolo per
poter dare loro un buon consiglio. D'altra parte proprio in
simili occasioni si può vedere la non comune serietà con cui
quei signori prendono il loro impiego e come si disperano in
merito agli impedimenti che, secondo la natura loro, essi
non sanno superare. La loro carica non è del resto da
vedere come facile, non gli si potrebbe fare il torto di
vederla come facile. L'ordine gerarchico e il relativo
avanzamento di grado nel tribunale sono interminabili e
imprevedibili anche per gli iniziati. La procedura giudiziaria
è tuttavia in generale segreta anche per i funzionari di
basso grado, essi possono perciò seguire raramente in
modo completo lo sviluppo delle pratiche che essi trattano,
la causa giudiziaria appare loro all'orizzonte senza che
spesso loro sappiano da dove provenga, ed essa procede
senza che essi siano a conoscenza della sua direzione
successiva. L'informazione dunque che si può ricavare dallo
studio dei singoli stadi processuali, del verdetto finale e
delle sue ragioni, sfugge a questi funzionari. Essi possono
soltanto occuparsi di quella parte del processo che è
definita per loro dalla Legge e di quel che consegue,
dunque del risultato del loro lavoro sanno per lo più meno
della difesa, che invece di regola resta collegata quasi fino
alla chiusura del processo con l'imputato. Anche in questo
senso essi dunque possono apprendere parecchie cose
importanti dalla difesa. Si meraviglia ancora, K, qualora
tenga presente tutto ciò, dell'irritazione dei funzionari che a
volte, come tutti sperimentano, si manifesta nei confronti
delle parti in modo offensivo? Tutti i funzionari sono in
stato di irritazione, anche quando sembrano tranquilli.
Com'è naturale gli pseudo avvocati in particolare se ne
dolgono assai. Per esempio si racconta la seguente storia,
che sembra verissima. Un vecchio funzionario, un signore
buono e tranquillo, aveva studiato ininterrottamente per un
giorno e una notte una difficile causa, diventata complessa
specie a causa delle istanze dell'avvocato – questi
funzionari sono in realtà diligenti come nessuno. La
mattina dunque, dopo 24 ore di fatica davvero non molto
producente, egli si recò all'ingresso, vi si mise in agguato e
buttò giù dalle scale ogni avvocato intenzionato a entrare.
Gli avvocati si riunirono dabbasso sul pianerottolo e si
consigliarono sul da farsi; da una parte non hanno nessun
diritto di essere ammessi, per cui possono far poco, contro
quel funzionario, e come sappiamo devono guardarsi dal
mettersi contro l'insieme dei funzionari. D'altra parte però
ogni giorno non trascorso presso il tribunale è per loro
perduto e molto gli importa di entrarvi. Alla fine si misero
d'accordo di esasperare il vecchio signore. Si continuò a
mandar su un avvocato per volta, ognuno faceva le scale e
poi si lasciava, nei limiti di una resistenza passiva, buttare
di sotto, dove poi veniva afferrato dai colleghi. La cosa
durò circa un'ora, poi il vecchio signore, già spossato dal
suo lavoro notturno, si stancò per davvero e tornò nel suo
ufficio di cancelleria. Quelli che stavano da basso all'inizio
non ci credettero e mandarono uno di loro a guardare
dietro la porta d'ingresso, se davvero non c'era più
nessuno. Solo allora entrarono, né probabilmente osarono
neppure brontolare. Difatti gli avvocati – e anche il più
misero di loro almeno in parte riesce a cogliere tale
relazione <tra avvocati e funzionari; v. sopra – n.d.t.> –
non ci pensano proprio a introdurre qualche riforma nel
tribunale , o a volerla ottenere, invece quasi ogni imputato
– ciò è assai significativo, anche la gente più semplice -
inizia a pensare, non appena entra nel processo, a
proposte di riforma, così impiegando tempo ed energie che
potrebbero essere impiegate molto meglio. L'unica cosa
adeguata è accontentarsi delle relazioni disponibili. Anche
se fosse possibile riformare i dettagli – ma si tratta di una
superstizione sciocca – si raggiungerebbe qualcosa al
massimo per i casi futuri, smisuratamente danneggiando
tuttavia se stessi per il fatto di aver suscitato la particolare
attenzione dell'insieme dei funzionari. Mai dar nell'occhio!
Uno deve restar calmo anche quando una cosa gli pare
insensata! Deve cercare di capire che questo grosso
organismo giudiziario resta eternamente instabile, per così
dire, e che con certezza, qualora consapevolmente se ne
cambi qualcosa, ci si leva via il terreno da sotto i piedi e si
può andare a catafascio, mentre il grosso organismo con
facilità trova un equilibrio in un altro punto – che però è
collegato al precedente – e resta immutato, se non
diventa, addirittura con gran probabilità, all'incirca ancor
più chiuso, ancor più occhiuto, ancor più severo, ancor più
maligno. Si lasci lavorare l'avvocato, dunque, invece di
disturbarlo. I rimproveri servono davvero a poco, specie se
non se ne sa render comprensibile la causa nel suo pieno
significato, mentre invece bisogna dire quanto K abbia
danneggiato la sua causa con la condotta da lui tenuta con
il cancelliere capo. Dalla lista di coloro con i quali K
potrebbe intraprendere qualcosa quest'uomo influente è
già quasi da cancellare. Egli, è palese la sua intenzione,
finge di non ascoltare anche gli accenni più piccoli al
processo. E' vero che in parecchie cose i funzionari sono
come bambini. Spesso possono essere urtati da ingenuità,
tra le quali purtroppo non c'è la condotta di K, al punto che
cessano di parlare anche con i buoni amici, se ne
distolgono, se li incontrano, e li contrastano quanto
possono. Poi però capita che in modo anche più
sorprendente, senza un particolare motivo, si mettano a
ridere a una piccola facezia che si osa dire perché tutto
pare senza speranza, ed eccoli riconciliati. E' insieme
difficile e facile comportarsi con loro, non c'è quasi una
regola. Talvolta è sorprendente che un'unica vita normale
basti a capire questo, che in questi casi si possa operare
con qualche successo. D'altra parte capitano ore oscure,
tutti ne hanno, in cui si crede di non aver combinato nulla,
in cui ci pare che solo i processi fin dall'inizio destinati a un
buon esito siano finiti bene, ci pare che ciò sarebbe
avvenuto anche senza lavorarci, mentre tutti gli altri sono
stati perduti nonostante tutta l'applicazione, tutta la pena,
tutti i modesti, apparenti, successi che ci dettero tanta
gioia. Allora nulla ci sembra più certo e, davanti a precise
domande, non oseremmo nemmeno negare che processi
sviluppantisi bene per loro natura sono stati messi su una
strada sbagliata a causa del lavoro da noi fatto. Anche
questo è certo un modo di credere in noi stessi, ma è
l'unico che ci resta. A tali accessi – si tratta com'è naturale
solo di accessi, niente di più – sono esposti gli avvocati in
particolare allorché un processo che loro hanno condotto
abbastanza oltre e in modo soddisfacente all'improvviso gli
vien tolto di mano. E' davvero la cosa peggiore che possa
succedere a un avvocato. Non è che il processo gli sia
sottratto dall'imputato, questo non accade mai, un
imputato, una volta che abbia preso un avvocato, è
costretto a restar con lui, succeda quel che succeda. Come
potrebbe mai, una volta chiesto aiuto, far da solo? Ciò non
capita, certo però a volte capita che il processo prenda una
direzione cui l'avvocato non può più star dietro. Il
processo, l'imputato, tutto quanto, semplicemente viene
tolto all'avvocato; e allora neanche le migliori relazioni con
i funzionari servono più, difatti nemmeno loro sanno nulla.
Il processo è entrato in una fase in cui nessun aiuto può
essere più dato, in cui operano corti giudicanti inaccessibili,
in cui nemmeno l'imputato è più raggiungibile per
l'avvocato. E' allora che un giorno si arriva a casa e si
trovano sul tavolo tutte le istanze, fatte con ogni
applicazione e con le migliori speranze in questa causa:
esse sono state respinte dal momento che non possono
esser prese in considerazione nella nuova fase processuale,
sono cartaccia. Con ciò non è che il processo sia perduto,
assolutamente no, almeno non c'è alcuna ragione decisiva
per tale congettura, è solo che del processo non si sa più
nulla, non se ne ricevono più informazioni. Ora, certamente
tali casi per fortuna sono eccezioni e, anche se il processo
di K dovesse essere uno di questi casi, esso è ben lontano
da una simile fase, per il momento. C'è ancora grande
opportunità di lavorare per l'avvocato e K può esser sicuro
che essa verrà sfruttata. L'istanza come detto non è ancora
stata consegnata, nemmeno ciò procede svelto, ma molto
più importanti sono i colloqui introduttivi con i funzionari
determinanti, che hanno già avuto luogo. Con successo
vario, come spesso accade. Molto meglio non svelare
dettagli provvisori dai quali K potrebbe subire un'influenza
solo negativa, essere reso troppo fiducioso oppure troppo
impaurito; basti dire solo che alcuni si sono espressi in
modo molto positivo e si sono segnalati per la loro buona
volontà, mentre altri si sono espressi meno positivamente,
eppure non hanno affatto rifiutato la loro collaborazione. E'
un risultato dunque complessivamente molto
soddisfacente, basta non trarne alcuna particolare
conclusione, dato che tutti i colloqui preliminari cominciano
così, e assolutamente solo lo sviluppo successivo indica il
valore di tali colloqui preliminari. Comunque nulla è ancora
perduto e se ancora si riuscisse nonostante tutto a
conciliarsi il cancelliere capo – già a questo scopo si è fatto
parecchio – allora, come dicono i chirurghi, l'incisione è ben
fatta e si può aspettare il seguito con coraggio.
In discorsi di questo genere l'avvocato era inesauribile. Si
ripetevano a ogni visita. Sempre passi avanti, c'erano, mai
però poteva esser comunicata la loro natura. Si continuava
a lavorare alla prima istanza, ma non era pronta, cosa che
per lo più si manifestava, durante la visita successiva,
come un bel vantaggio, dato che gli ultimi tempi erano
stati, imprevedibilmente, molto negativi ai fini della sua
ricezione. Se K faceva notare, completamente snervato da
quei discorsi, che anche tenendo conto di tutte le difficoltà
la cosa procedeva assai lenta, gli veniva ritorto che essa
non procedeva affatto lenta, ma che sarebbe già arrivata
molto oltre se K si fosse rivolto all'avvocato a tempo
debito. Ciò purtroppo lui l'aveva trascurato, tuttavia, e tal
trascuratezza avrebbe comportato ulteriori svantaggi, né
solo in termini di tempo.
L'unica interruzione benefica di queste visite era Leni, che
sempre sapeva fare in modo di portare il tè all'avvocato in
presenza di K. Poi si metteva dietro di lui, pareva che
stesse a guardare il modo avido dell'avvocato di chinarsi, di
versare il tè nella tazza e di berlo, e celatamente si faceva
afferrare una mano da K. Il tutto in silenzio. L'avvocato
beveva, K le premeva la mano e capitava che Leni osasse
sfiorargli delicata i capelli. “Sei ancora qui?” - chiedeva
l'avvocato una volta finito di bere. “Volevo portar via il
servizio”, diceva Leni, c'era una nuova pressione delle
mani, l'avvocato si puliva la bocca e con rinnovata energia
cominciava a parlare a K.
Era conforto o disperazione, ciò a cui mirava l'avvocato? K
non lo sapeva, ma ben presto ritenne certo che la sua
difesa non stesse in buone mani. Magari ciò che l'avvocato
riferiva era tutto giusto, per quanto fosse chiaro che lui
volesse il più possibile darsi importanza e che
probabilmente ancora non avesse mai condotto un
processo tanto importante come secondo lui era il processo
di K. Sospette restavano però le relazioni personali di
continuo da lui vantate con i funzionari. Ma per sfruttarle
esclusivamente a favore di K? Mai l'avvocato dimenticava
di precisare che in questione erano solo funzionari di basso
rango, dunque funzionari assai subordinati per il cui
avanzamento certe svolte processuali potevano forse
essere significative. Forse essi usavano l'avvocato per
conseguire svolte processuali naturalmente sempre
sfavorevoli per l'imputato? Forse non facevano ciò in ogni
processo, certo, era improbabile, allora c'erano altri
processi nel corso dei quali essi concedevano vantaggi
all'avvocato per quel che faceva per loro, difatti doveva
importar loro di mantenere la sua fama inalterata. Se
davvero le cose stavano così, in qual modo essi sarebbero
intervenuti nel processo di K, che secondo l'avvocato era
un processo molto più importante e dunque più difficile, e
che subito dall'inizio aveva suscitato in tribunale grande
attenzione? Non poteva esservi molto dubbio su ciò che
avrebbero fatto. Se ne potevano già vedere indizi nel fatto
che la prima istanza continuava a non essere stata
consegnata nonostante che il processo durasse da mesi e
che tutto, stando all'avvocato, si trovava agli inizi, cosa che
naturalmente era assai confacente a intontire l'imputato, a
mantenerlo in stato di impotenza, per poi di colpo assalirlo
con la sentenza o almeno metterlo a conoscenza del fatto
che l'istruttoria, chiusa a suo sfavore, sarebbe passata alle
autorità superiori.
Era assolutamente necessario che K intervenisse di
persona. Non ne poteva più, ma proprio quella mattina
d'inverno, quando la sua testa era occupata
dall'irresolutezza, la decisione non fu rinviabile. Il disprezzo
che aveva avuto in precedenza per il processo non valeva
più. Fosse stato solo al mondo, avrebbe potuto trascurarlo
facilmente, per quanto lui fosse certo che il processo in
quel caso non avrebbe proprio avuto inizio. Ora però lo zio
lo aveva trascinato dall'avvocato, entravano nel discorso
considerazioni famigliari; la sua posizione non era più del
tutto indipendente dal corso del processo, lui stesso
incautamente, con una certa inspiegabile compiacenza
aveva fatto menzione al processo davanti a conoscenti,
altri ne erano stati informati in modo ignoto, la relazione
con la signorina Buerstner pareva traballare come il
processo – in breve, non aveva più la scelta tra accettare il
processo o rifiutarlo, ci si trovava dentro e doveva
difendersi. Non andava bene che la sua fiacchezza.
Di preoccuparsi troppo del resto non c'era motivo. Aveva
saputo in relativamente poco tempo farsi strada fino alla
sua elevata posizione, in banca, e riconosciuto da tutti
l'aveva mantenuta, ora doveva solo spostare quelle
capacità che gli avevano reso possibile ciò, un poco sul
processo, e non c'era alcun dubbio che ciò dovesse
riuscirgli. Prima di tutto se si voleva arrivare a qualcosa era
da qui in avanti necessario distogliersi da ogni
preoccupazione di una possibile colpa. Non ce n'era alcuna.
Il processo non era null'altro che un grosso impegno di
lavoro come già con vantaggio per la banca spesso lui ne
aveva risolti altri, un impegno di lavoro al cui interno,
come di regola, stavano in agguato svariati pericoli cui
appunto si doveva porre riparo. A tal fine non si poteva
certo baloccarsi mentalmente su una qualche colpa, ma
invece bisognava rinsaldare il più possibile la mente ai fini
del proprio vantaggio. Da questo punto di vista era anche
inevitabile togliere all'avvocato la procura, la cosa migliore
era farlo quella sera stessa. Alla luce dei resoconti
dell'avvocato ciò era inaudito e probabilmente offensivo
assai, ma K non poteva tollerare che i propri sforzi nel
processo incontrassero impedimenti che forse erano
causati dal suo avvocato. Una volta però sbarazzatosi di
lui, l'istanza doveva venir subito consegnata e
possibilmente ogni giorno bisognava insistere che la si
prendesse in considerazione. A tale scopo com'è naturale
non sarebbe bastato che K sedesse in quell'andito come gli
altri e riponesse il cappello sotto la panca. Lui, o le donne,
o altri tramiti, dovevano giorno dopo giorno assediare i
funzionari e costringerli, invece che a guardare attraverso
la grata nell'andito, a sedersi al loro tavolo e a studiare
l'istanza di K. Non si potevano abbandonare tali fatiche,
tutto doveva venir organizzato e sorvegliato, il tribunale
una buona volta si sarebbe imbattuto in un imputato che
sapeva salvaguardare i suoi diritti.
Tuttavia, anche nel caso che K avesse il coraggio di far
tutto questo, la difficoltà della stesura dell'istanza era
sbalorditiva. All'incirca da una settimana era riuscito a
pensare solo come una vergogna di poter essere costretto
a farla lui stesso, un'istanza del genere, e che ciò potesse
essere anche difficile proprio non lo aveva pensato. Si
ricordò che una volta di mattina, proprio quando era
oberato di lavoro, aveva di colpo messo tutto da parte e
preso il blocco da scrivere per abbozzare a mo' di prova lo
schema argomentativo di istanza e magari metterlo a
disposizione di quel lento avvocato, e che proprio in quel
momento la porta della direzione si era aperta e il vice
direttore era entrato facendo grasse risate. Molto fastidioso
per K, nonostante che il vice direttore non ridesse com'è
naturale dell'istanza, di cui non sapeva niente, ma di una
spiritosaggine borsistica appena sentita, spiritosaggine che
per essere capita richiedeva un disegno che ora il vice
direttore, chino sul tavolo di K, eseguì sul blocco da
scrivere destinato all'istanza, con il lapis di K, dopo
averglielo levato di mano.
Oggi K non si vergognava più, l'istanza doveva esser
scritta. Se in ufficio lui non ne trovava il tempo, cosa molto
probabile, doveva scriverla a casa durante la notte. Non
bastandogli le notti, lui doveva prendere un permesso.
Serviva solo non restare a metà strada, la cosa più stupida,
non solo negli affari, ma sempre e in ogni caso. L'istanza
comportava s'intende un lavoro quasi infinito. Per scriverla
serviva avere un carattere saldo, tuttavia era facile arrivare
a credere che fosse impossibile terminarla. Non per pigrizia
o perfidia, le quali potevano impedire all'avvocato di
terminarla da solo, ma perché, nell'ignoranza
dell'imputazione, non disponibile, e della sua possibile
ampiezza, doveva venir riportata alla memoria l'intera vita
nei suoi minimi eventi e atti, doveva venir delineata ed
esaminata da ogni lato. E per di più, che tristezza fare un
lavoro del genere! Forse adatto a occupare, dopo il
pensionamento, una mente rimbambita, ad aiutarla a
trascorrere lunghe giornate. Ma ora che a K ogni pensiero
serviva per il lavoro, che ogni ora, dato che lui si trovava in
ascesa e costituiva una minaccia per il vice direttore,
trascorreva con maggior velocità, ora che lui desiderava
gustare le sue brevi serate e le sue notti da giovanotto, ora
doveva dare inizio alla stesura di quell'istanza. Ricominciò
a meditare in termini di lamentazione. Quasi in automatico,
solo per smetterla, toccò il bottone del campanello elettrico
che corrispondeva all'anticamera. Nel premerlo guardò
l'orologio. Erano le 11, due ore aveva trascorso trasognato,
un tempo lungo e prezioso, e com'è naturale era ancor più
sfinito di prima. Comunque il tempo non era perduto,
aveva preso delle decisioni che potevano essere valide.
L'usciere portò, oltre che svariata posta, 2 biglietti da visita
di signori che aspettavano già da molto K. Si trattava di
clienti molto importanti della banca, gente in ogni caso che
non si doveva far aspettare. Perché loro venivano in un
momento tanto inopportuno e perché, sembrava che
chiedessero ancora quei signori dietro la porta, il diligente
K utilizzava per faccende private l'ora migliore per gli
affari? Fiaccato da quel che gli era successo fin lì e stanco
nella prospettiva di quel che sarebbe venuto dopo, K si alzò
per ricevere il primo dei due.
Era un piccolo vivace signore, un industriale che K
conosceva bene. Costui si rammaricò di aver disturbato K
nel suo importante lavoro e K da parte sua si rammaricò di
aver fatto aspettare tanto a lungo l'industriale. Espresse
tale rammarico in modo talmente meccanico e in tono così
falso che l'industriale, se non fosse stato tutto preso
dall'affar suo, avrebbe dovuto accorgersene. Invece trasse
svelto dalla borsa conti e tabelle, li dispose davanti a K,
illustrò vari conteggi, corresse un piccolo errore che perfino
in quella veloce panoramica lo aveva colpito, ricordò a K un
affare analogo che un anno prima aveva portato a termine
con lui, menzionò al tempo stesso la possibilità di rivolgersi
stavolta, non senza che gli dispiacesse moltissimo, a
un'altra banca, e infine tacque per sapere che cosa ne
pensasse K. Questi in realtà all'inizio aveva seguito bene
quel che diceva l'industriale, il pensiero di quell'importante
affare aveva preso anche lui, ma purtroppo per breve
tempo, presto rinunciò ad ascoltare, aveva poi annuito per
un po' agli alti accenti dell'industriale, ma alla fine aveva
smesso anche di annuire e si era limitato a stare a
guardare quella testa pelata china sulle carte, e a chiedersi
quando l'industriale finalmente avrebbe capito che tutto
quel che diceva era inutile. Quando l'industriale si chetò K
dapprima ritenne che ciò avvenisse per dare a lui
l'opportunità di ammettere che non era capace di stare a
sentire. Solo con rammarico notò tuttavia, nello sguardo
ansioso dell'industriale, preparato chiaramente a tutte le
risposte, che il colloquio d'affari doveva essere proseguito.
Quindi sporse il capo sul tavolo come se avesse visto un
errore e iniziò lento con il lapis a percorrere avanti e
indietro le carte, qua e là fermandosi a guardare fisso una
cifra. L'industriale congetturò obbiezioni, magari le cifre
non erano davvero definitive, non erano decisive,
comunque con una mano coprì le carte e ricominciò,
avvicinatosi moltissimo a K, una descrizione generale
dell'affare. “E' difficile”, disse K, arricciò le labbra e poiché
le carte, unica cosa tangibile, erano coperte, arreso si calò
sui braccioli della sedia. Guardò impotente, allorché si aprì,
la porta della direzione; vi apparve non del tutto nitido il
vice direttore, all'incirca come se fosse dietro un velo. K
non se ne crucciò, piuttosto stette a guardarne l'immediato
effetto, per lui molto soddisfacente, infatti subito
l'industriale saltò dalla sedia e corse incontro al vice
direttore, e K lo avrebbe voluto dieci volte più svelto,
perché temeva che il vice direttore potesse di nuovo
sparire. Timore vano, i due signori si incontrarono, si
tesero reciprocamente la mano e insieme vennero alla
scrivania di K. L'industriale si rammaricò di aver trovato
così poco propenso all'affare il procuratore, e indicò K che,
sotto lo sguardo del vice direttore, si chinò di nuovo sulle
carte. Quando poi quei due si appoggiarono alla scrivania e
l'industriale si impegnò a portare il vicedirettore dalla sua
parte, per K fu come se i due uomini, la cui mole lui
esagerava con l'immaginazione, decidessero sulla sua
testa. Lentamente cercò di capire volgendo cauto gli occhi
in su che cosa stesse accadendo sopra di lui, dalla scrivania
prese a caso una delle carte, la pose sul palmo di una
mano e poco a poco la sollevò mentre lui stesso si alzava
verso quei signori. In quel momento non pensava a nulla di
preciso, agì con la sensazione che avrebbe dovuto far lo
stesso, una volta che avesse ultimato l'importante istanza
capace di liberarlo completamente. Il vice direttore, che
partecipava alla discussione con tutta la sua attenzione,
guardò appena la carta, non dette neppure una lettura
veloce a quel che essa recava scritto, difatti quel che
contava per K per lui non contava; la prese di mano a K e
disse: “grazie, so già tutto”, e con calma la rimise sulla
scrivania. K gli dette un'occhiata di lato, con amarezza.
Tuttavia il direttore non ci badò, se pure non se ne
rallegrò, rise forte a più riprese, con una risposta a tono
mise l'industriale in chiaro imbarazzo, da cui però subito lo
liberò facendo a se stesso un'obbiezione, e alla fine lo
invitò ad andare nel suo ufficio dove avrebbero potuto
concluede la faccenda. “Si tratta di una cosa assai
importante”, disse all'industriale, “lo capisco bene. E al
signor procuratore farà certo piacere” - fece anche questa
osservazione parlando solo all'industriale - “se gliela
togliamo. Essa necessita di una tranquilla riflessione.
Invece lui pare oggi spossato, anzi, in anticamera ci sono
persone che attendono da ore.” K ebbe ancora sufficiente
padronanza per ignorare il vicedirettore e rivolgere, solo
all'industriale, un sorriso gentile ma statico; per altro non
s'intromise proprio, si appoggiò alla scrivania con entrambe
le mani appena chinato in avanti come un commesso e
rimase a guardare quei due signori che parlando
prendevano le carte dal tavolo e sparivano nella stanza
della direzione. Sulla porta l'industriale si volse, ancora non
si congedava, disse, ma naturalmente avrebbe informato il
signor procuratore circa il risultato del colloquio, e aveva
ancora un'altra piccola cosa da dirgli.
Finalmente K fu solo. Non ci pensò proprio al fatto che
stava trascurando qualche altro cliente, ed ebbe solo
confusamente la coscienza di quanto fosse piacevole che le
persone di là lo credessero ancora in trattativa con
l'industriale e che per quel motivo nessuno, neppure
l'usciere, potesse entrare da lui. Andò alla finestra, si mise
sul davanzale, si tenne alla maniglia e guardò la piazza
sottostante. La neve cadeva sempre, e l'aria ancora non
era affatto schiarita.
Lungamente sedette così, senza sapere che cosa davvero
lo preoccupasse, soltanto a tratti con qualche spavento
guardò alle sue spalle verso la porta dell'anticamera, dove
aveva creduto di sentire, sbagliandosi, del rumore. Non
veniva nessuno, lui si calmò, andò al lavabo, si bagnò con
acqua fredda e poi tornò al suo posto, alla finestra, con la
testa più libera. La decisione di prendere in mano l'istanza
gli si presentò ora come più grave di quanto inizialmente
avesse ammesso. Finché aveva affidato la difesa
all'avvocato in fondo lui era stato poco toccato dal
processo, l'aveva osservato a distanza e direttamente
aveva potuto esserne raggiunto appena, aveva potuto
seguire, quando lo desiderava, come andava la sua causa,
ma aveva potuto anche tirare indietro la testa quando
voleva. Ora al contrario, nel caso che avesse condotto lui
stesso la sua difesa, avrebbe dovuto almeno per il
momento esporsi completamente in tribunale, risultandone
certo per dopo una liberazione completa e definitiva, per
lui, ma per arrivare a ciò intanto bisognava comunque
esporsi a rischi molto maggiori che non finora. Anche
dubitandone, dei possibili rischi, l'odierna esperienza fatta
con il vice direttore e l'industriale sarebbe stata sufficiente
a convincerlo del contrario. Stava lì seduto, era già
completamente stordito dalla sola decisione di difendersi
da sé! E si era solo all'inizio! Che giornate gli stavano
davanti! L'avrebbe trovata la via che dopotutto lo portasse
a un buon finale? Non comportava un'accurata difesa –
l'unica sensata – anche la necessità di escludersi da tutto il
resto? Ci sarebbe riuscito bene? E in banca sarebbe stato
capace di farcela? Mica si trattava solo dell'istanza, per cui
forse sarebbe bastato un permesso, per quanto la richiesta
di un permesso sarebbe stata, proprio ora, un'impresa
molto arrischiata, si trattava invece di tutto il processo, la
cui durata era imprevedibile. Che razza di ostacolo era
stato all'improvviso scagliato sulla carriera di K!
E ora doveva lavorare per la banca? - Guardò verso la
scrivania. Ora doveva far entrare i clienti e trattare con
loro? Mentre il suo processo correva avanti, mentre su
nella soffitta i funzionari sedevano a studiare la
documentazione del processo lui doveva curarsi degli affari
della banca? Ciò non era forse una tortura consapevole del
tribunale, una tortura che stava in rapporto con il processo
e lo accompagnava? Si sarebbe considerata la sua
situazione, in banca, giudicando, diciamo, i suoi meriti
professionali trascorsi? Nessuno lo avrebbe fatto, mai. Il
suo processo non era ignoto, certo, per quanto non fosse
ancora del tutto chiaro chi lo conoscesse e quanto. La voce,
era chiaro, ancora fino al vice direttore non era arrivata,
altrimenti si sarebbe già distintamente dovuto vedere come
se ne sarebbe tratto profitto ai danni di K senza alcun
spirito di colleganza né umanità. E il direttore? Certo era
ben disposto verso K e probabilmente, saputo del
processo, nei limiti in cui stava a lui, avrebbe procurato
diverse agevolazioni a K, ma non si sarebbe imposto,
difatti soggiaceva, ora che il contrappeso fin qui costituito
da K iniziava a indebolirsi, sempre di più all'influsso del
vice direttore che oltre a ciò approfittava dello stato di
scarsa salute del direttore per rafforzare il suo potere.
Cos'aveva da sperare dunque, K? Forse con le sue
elucubrazioni indeboliva le sue energie oppositive, però era
anche necessario non ingannarsi e veder tutto con la
chiarezza per il momento possibile.
Senza un particolare motivo, solo per non dover tornare a
sedersi alla scrivania, aprì la finestra. Non fu facile, dové
girare la maniglia con entrambe le mani. Per cui dalla
finestra, per tutta la sua larghezza e altezza, entrò nella
stanza la nebbia mista a fuliggine riempiendola con un
lieve odore di bruciato. Entrò anche qualche fiocco di neve.
“Un autunno orribile”, disse alle spalle di K l'industriale,
entrato di ritorno dal vice direttore senza essere stato
visto. K annuì guardando inquieto la borsa dell'industriale
da cui ora quello avrebbe certo tirato fuori le carte per
comunicare a K il risultato delle sue trattative con il vice
direttore. Tuttavia l'industriale seguì lo sguardo di K, dette
un colpetto sulla borsa e senza aprirla disse: “Volete
sapere com'è andata. Così e così. Ho già quasi in borsa la
chiusura dell'affare. Un uomo incantevole, il vostro vice
direttore, ma assolutamente insidioso.” Rise e, volendo
indurlo a ridere con lui, strinse la mano a K. Ma a K parve
ora sospetto che l'industriale non intendesse mostrargli le
carte, né trovò nulla da ridere all'osservazione che lui
aveva fatto. “Signor procuratore”, disse l'industriale, “voi vi
rammaricate del tempo. Oggi sembrate così avvilito.” “Sì”.
Disse K stringendosi le tempie, “mal di testa,
preoccupazioni in famiglia.” “Giustissimo”, disse
l'industriale, che era un uomo con la risposta pronta e non
riusciva ad ascoltare tranquillamente nessuno, “ognuno ha
la sua croce da portare.” Senza volere K aveva fatto un
passo verso la porta, come se volesse accompagnare
l'industriale all'uscita, ma quello disse: “avrei ancora una
cosina da dirvi, signor procuratore. Ho molto timore di
seccarvi, oggi, ma già due volte ultimamente venni qui e
sempre me ne dimenticai. Però se la rimando di nuovo è
probabile che essa perda completamente il suo scopo. E
sarebbe un peccato, difatti in fondo non è priva di valore.”
Prima che K avesse il tempo di rispondere, l'industriale gli
si avvicinò, gli dette un leggero nocchino sul petto, e a
voce bassa disse: “avete un processo, nevvero?” K arretrò
e subito disse: “ve l'ha detto il vice direttore.” “Noo”, disse
l'industriale, “come fa a saperlo, il vice direttore?” “E voi?”
chiese K già molto più interessato. “Sono informato a
spizzico dal tribunale”, disse l'industriale. “C'entra appunto
la cosa che volevo dirvi.” “Quanta gente è collegata al
tribunale!” - disse K a testa bassa, e condusse l'industriale
alla scrivania. Si misero seduti come prima e l'industriale
disse: “purtroppo non è molto quel che posso dirvi. Ma in
questioni simili non si devono trascurare nemmeno le
minime cose. Inoltre mi preme di darvi una mano in
qualche modo, e sia pure così modesto. Finora siamo stati
buoni amici in affari, no? E dunque.” K intendeva scusarsi
della sua condotta odierna, ma l'industriale non volle
essere interrotto, si mise la borsa sotto un'ascella per
mostrare che aveva fretta e continuò: “So del processo da
un certo Titorelli. E' un pittore, Titorelli è solo il nome
d'arte, il nome vero proprio non lo so. Da anni viene ogni
tanto in ufficio da me e porta dei quadretti in cambio dei
quali gli do in pratica una miseria – si tratta quasi di un
mendicante. Del resto sono carini, sono paesaggi, steppe e
simili. Questo commercio – entrambi ci eravamo abituati –
scorreva liscio. In un caso però le visite divennero troppo
frequenti, io lo rimproverai, si cominciò a parlare, a me
interessava sapere come lui si mantenesse con la pittura e,
stupito, venni a conoscenza del fatto che i suoi introiti
principali sono i ritratti. Lavorava per il tribunale, disse. Per
quale tribunale, chiesi io. E allora mi raccontò del tribunale.
Vi immaginerete bene come fossi stupito da quei racconti.
Da allora a ogni sua visita sento qualche novità dal
tribunale e mi faccio un po' alla volta una certa idea di che
cos'è. Del resto Titorelli è un chiacchierone e spesso lo
devo bloccare, non solo perché di certo racconta frottole,
ma prima di tutto perché a un uomo d'affari come me, che
quasi è a pezzi per le preoccupazioni di lavoro, non può
importare molto di altre cose. Ma entro certi limiti. Forse –
penso ora – Titorelli un po' vi può essere utile, conosce
diversi giudici e, anche se non dovesse essere molto
influente, lo stesso può darvi consigli su come arrivare a
gente influente. E anche se questi consigli in sé e per sé
non fossero decisivi, lo stesso secondo me una volta in
vostro possesso sarebbero importanti. Voi pure siete quasi
un avvocato. Dico sempre: il procuratore K è quasi un
avvocato. Non è che il vostro processo mi preoccupi. Ma
volete andarci, da Titorelli? Su mia raccomandazione egli
farà certo tutto quello che può. Penso davvero che
dovreste andarci. Mica oggi, è naturale, una volta, quando
capita. Del resto non siete minimamente obbligato da
questo consiglio che vi do – ripeto – ad andarci. No, se
credete di poterne fare a meno di Titorelli è certamente
meglio trascurarlo del tutto. Forse avete già un bel piano
valido e Titorelli potrebbe disturbarlo. No, allora
assolutamente non andateci. Farsi dare consigli da un
ragazzotto simile, è dura. Insomma, come volete. Ecco una
lettera di raccomandazione e l'indirizzo.”
Deluso K prese la lettera e la ficcò in tasca. Anche nel
migliore dei casi il vantaggio che la raccomandazione
poteva dargli era incomparabilmente minore del fatto che
l'industriale sapesse del processo e che il pittore ne
spargesse la notizia. Riuscì a mala pena a costringersi a
ringraziare con poche parole l'industriale, che già era alla
porta. “Ci andrò”, disse nel congedarsi dall'industriale,
“oppure, siccome ora ho molto da fare, gli scriverò, magari
può venire qui in ufficio.” “Lo sapevo bene”, disse
l'industriale, “che avreste trovato la migliore alternativa.
D'altra parte, penso che vogliate evitare di invitare gente
come questo Titorelli in banca per parlarci del processo. Né
è sempre vantaggioso lasciare in mano a gente simile una
lettera. Ma certo voi avete valutato bene e sapete quel che
potete fare.” K annuì e accompagnò l'industriale in
anticamera. Nonostante la calma esteriore però era molto
spaventato. L'aveva solo detto, in effetti, che avrebbe
scritto a Titorelli, per mostrare all'industriale che sapeva
dar valore alla raccomandazione e che pensava subito di
incontrasi con Titorelli, ma se avesse visto che l'aiuto di
Titorelli valeva, non avrebbe esitato a scrivergli davvero.
Tuttavia i pericoli che ciò avrebbe potuto portare come
conseguenza li aveva visti solo per via della precisazione
dell'industriale. Poteva di fatto fidarsi già così poco della
sua capacità di comprensione? Se era possibile che lui
invitasse con una lettera esplicita una persona di dubbia
fama in banca allo scopo di chiedergli consigli circa il
processo, separato solo da una porta dal vice direttore,
non era possibile allora, e perfino probabile, che lui non
facesse caso anche ad altri pericoli, oppure che ci si
cacciasse dentro? Non sempre c'era qualcuno accanto a lui
a metterlo in guardia. E proprio ora che era costretto ad
agire con tutte le sue energie dovevano venirgli dubbi, fin lì
ignoti, sulla sua attenzione. Anche nel processo dovevano
cominciargli le difficoltà che sentiva nello svolgimento del
suo lavoro in ufficio? Per altro ora non capì proprio come
cosa possibile che lui scrivesse a Titorelli e volesse invitarlo
in banca.
Scuoteva ancora la testa per quel motivo quando l'usciere
gli si avvicinò e richiamò la sua attenzione sui tre signori
che in anticamera sedevano su una panca. Aspettavano già
da tanto e bisognava farli passare. Ora che l'usciere
parlava con K erano in piedi e ognuno pretendeva di avere
un buon motivo per esser fatto passare prima degli altri.
Dato che da parte della banca si era così privi di riguardo
da far loro perdere tempo in sala d'attesa, intendevano
anche loro mancar di riguardo. “Signor procuratore”, già
stava dicendo un di loro, ma K s'era fatto prendere il
cappotto e disse a quei tre, mentre se lo metteva con
l'aiuto dell'usciere: “perdonino, signori, purtroppo per il
momento non ho tempo di riceverli. Prego molto lor signori
di scusarmi, ma ho urgentemente da uscire per lavoro e
devo andare subito via. Hanno certo visto quanto a lungo
venni ora trattenuto. Sarebbero così gentili di tornare
domani o un'altra volta, oppure di parlarmi per telefono?
Oppure vogliono dirmi in breve subito di che cosa si tratta
e io do loro in un secondo tempo una risposta esaustiva
per iscritto? La cosa migliore sarebbe che loro tornassero
un'altra volta.” Il suggerimento rese talmente stupefatti
quei signori, i quali avevano dovuto aspettare
completamente a vuoto, che si guardarono ammutoliti.
“Siamo d'accordo?” chiese K voltato verso l'uscire che ora
gli portava anche il cappello. Dalla porta aperta della
stanza di K si vedeva che la nevicata si era molto
rinforzata. Per cui K si tirò su il colletto del cappotto e se lo
abbottonò sotto la gola.
In quella entrò per l'appunto il vice direttore, guardò
sorridendo K che incappottato intratteneva quei signori e
chiese: “ve ne andate ora, signor procuratore?” “Sì”, disse
K sedendosi, “ho un'uscita di lavoro da fare.” Tuttavia il
vice direttore s'era già voltato verso quei tre signori. “E i
signori?” - chiese. “Penso che abbiano già abbastanza
aspettato.” “Siamo già d'accordo”, disse K, ma i tre non si
lasciarono fermare, circondarono K e misero in chiaro che
non avrebbero aspettato tanto se le faccende loro non
fossero state importanti e non dovessero inoltre venir
discusse dettagliatamente subito, a 4 occhi. Il vice
direttore stette ad ascoltarli per un po', considerò anche K
che teneva in mano il cappello e andava spolverandolo in
più punti, poi disse: “signori miei, c'è una semplicissima
soluzione, però. Se loro vogliono accontentarsi di me, mi
assumo molto volentieri di trattare con loro al posto del
signor procuratore. Le loro questioni devono naturalmente
venir discusse subito. Siamo uomini d'affari come loro e
sappiamo valutare come merita il tempo degli uomini
d'affari. Vogliono entrare da me?” E aprì la porta che dava
nell'anticamera del suo ufficio.
Però, com'era bravo il vice direttore ad appropriarsi di tutto
ciò cui ora K era costretto a rinunciare per necessità! Ma K
non rinunciava a più di quel che era assolutamente
necessario? Mentre correva da un pittore sconosciuto con
speranze incerte e, come era costretto a confessare,
minime, qui la sua reputazione pativa un danno
irrimediabile. Sarebbe stato probabilmente molto meglio
togliersi il cappotto e riconquistarsi i 2 signori che lì
accanto avevano ancora da aspettare. K ci avrebbe anche
provato se ora non avesse visto, nella sua stanza, il vice
direttore alla ricerca di qualcosa nello scaffale di K. Quando
K si avvicinò in stato di agitazione alla porta, il vice
direttore disse: “ah, non siete ancora andato via.” Volse
verso K il suo viso le cui nette rughe non parvero mostrare
vecchiaia, ma energia, e ricominciò subito a cercare.
“Cerco una copia di contratto”, disse, “che come sostiene il
rappresentante della ditta deve trovarsi qui da voi. Non
volete aiutarmi a cercarla?” K si mosse di un passo, ma il
vice direttore disse: “grazie, la ho già trovata”, e fece
ritorno nella sua stanza con un grosso pacco di documenti
che contenevano non solo la copia di contratto, ma molto
altro.
“Ora non sono alla sua altezza”, si disse K, “però una volta
che le mie difficoltà personali saranno eliminate, allora sarà
il primo ad accorgersene, e molto amaramente.” Un po'
placato da questi pensieri, K dette all'usciere, che già da
molto gli teneva aperta la porta del corridoio, l'incarico di
annunciare al momento opportuno al direttore che lui si
trovava fuori per lavoro, e lasciò la banca quasi felice di
potersi dedicare completamente alla sua causa, per un po'.
Andò subito dal pittore che abitava in un sobborgo
completamente opposto rispetto a quello in cui si
trovavano gli uffici del tribunale. Era una zona ancora più
povera; gli edifici ancor più scuri, le vie piene di sporcizia,
che lentamente si spandeva sulla neve sciolta. Nella casa
dove abitava il pittore era aperto solo un battente del
grande portone, ma nell'altro, in basso dalla parte del
muro, c'era un buco da cui proprio mentre K si avvicinava
fuoriuscì un liquido giallo disgustoso e fumante che fece
scappare un ratto nel canale vicino. In fondo alle scale
giaceva per terra sulla pancia un bambino piccolo
piangente, ma lo si udiva appena per via del frastuono che
proveniva da un'officina di stagnino dall'altra parte rispetto
al portone, e copriva tutto. La porta dell'officina era aperta,
c'erano tre garzoni in semicerchio attorno al pezzo che
lavoravano a martellate. Una grossa piastra di latta appesa
alla parete gettava una luce pallida che s'infilava tra 2 dei
garzoni rischiarandone i visi e i grembiali da lavoro. K ebbe
per tutto ciò solo uno sguardo fuggevole, voleva far prima
che poteva, interrogare solo con poche parole il pittore e
subito tornare in banca. Qualora qui avesse avuto anche
solo il minimo successo, ciò avrebbe dovuto esercitare
anche un buon effetto sul suo lavoro in banca. Al terzo
piano fu costretto a moderare l'andatura, non aveva più
fiato, le scale salivano troppo ripide tra i vari piani,
altissimi, e il pittore magari abitava una soffitta all'ultimo
piano. Anche l'aria era molto pesante, non c'era spazio tra
le rampe, la scala, stretta, era racchiusa da entrambi i lati
da muri nei quali solo qua e là si aprivano finestrini molto
in alto. Proprio quando K si era fermato per un po',
scapparono fuori da un appartamento due ragazzine e
corsero ridendo su per le scale. K le seguì pian piano,
raggiunse una delle due che era inciampata e rimasta
indietro rispetto all'altra: “abita qui un pittore che si
chiama Titorelli?” La fanciulla, una 13enne un po' gobba,
gli dette una gomitata, per risposta, e stette a guardarlo di
sbieco. Né la sua giovane età né il suo difetto fisico
avevano potuto impedirle di essere già depravata. Non
sorrideva per niente, invece seria guardava K con occhi
acuti di sfida. K fece finta di nulla e chiese: “conosci il
pittore Titorelli?” Lei annuì e chiese: “cosa volete da lui?” A
K parve conveniente informarsi velocemente ancora un po'
su Titorelli: “voglio farmi fare il ritratto da lui”, disse. “Farvi
fare il ritratto?” - chiese lei, spalancò la bocca, colpì con
una mano K, leggermente, quasi che avesse detto qualcosa
di straordinariamente strano o stupido, tirò su il vestitino
già cortissimo e corse svelta quanto poteva dietro all'altra,
il cui gridio già si perdeva incerto in alto. Tuttavia alla
svolta successiva delle scale ecco che K incontrò ragazzine
in quantità. Chiaramente erano state informate dalla gobba
dell'intento di K. Stavano sui due lati delle scale, si
tenevano strette al muro in modo che K passasse tra loro a
fatica, e si lisciavano il grembiule. I loro visi, tutti, come
anche tutte le loro forme, mostravano una mescolanza di
fanciullaggine e depravazione. In cima alla fila che ora si
chiudeva, tra le risate, dietro a K, c'era la gobba, che prese
il comando. K dové esserle grato per aver potuto trovare la
strada giusta. In altri termini, lui intendeva salire ancora
diritto, invece lei gli indicò che doveva prendere un braccio
delle scale, che si biforcavano, per arrivare da Titorelli. La
scala che portava da lui era particolarmente stretta, molto
lunga, diritta, visibile nella sua intera lunghezza che si
concludeva direttamente con la porta di Titorelli.
Abbastanza rischiarata, al contrario del resto della scala,
da un piccolo lucernario obliquo, la porta era fatta di assi
non verniciate su cui era dipinto a larghe pennellate di
color rosso il nome Titorelli. Con il suo seguito K era
appena a metà della scala quando lassù, chiaramente a
causa del rumore dei molti passi, la porta venne un poco
aperta e dallo spiraglio apparve un uomo vestito
probabilmente solo con una camicia da notte. “Oh!” fece,
quando vide tutta quella gente che arrivava, e sparì. La
gobba batté le mani tutta contenta e le altre ragazze dietro
a K gli fecero pressione perché avanzasse più alla svelta.
Non erano però ancora neppure arrivati che lassù il pittore
aprì completamente la porta e con un profondo inchino
invitò K a entrare. La ragazze invece le respinse, non volle
farne passare nessuna, per quanto lo pregassero molto e
molto ci provassero, a penetrare, se non con il suo
permesso, contro la sua volontà. Solo alla gobba riuscì di
intrufolarsi al di sotto del braccio di lui, teso, ma il pittore
la placcò, l'afferrò per la veste, la fece vorticare e la piazzò
davanti alla porta insieme alle altre, le quali mentre il
pittore aveva cambiato posizione non s'erano azzardate ad
attraversare la soglia. K non sapeva come giudicare il
tutto, in altri termini pareva che ogni cosa avvenisse come
all'interno di un accordo amichevole. Le ragazze
allungarono il collo presso la porta una dietro l'altra,
gridarono al pittore svariati lazzi che K non capì, e anche il
pittore rise, mentre la gobba quasi gli volò tra le mani. Poi
chiuse la porta, s'inchinò di nuovo a K, gli porse la mano e
presentandosi disse: “Titorelli, pittore d'arte.” K indicò la
porta dietro cui le ragazze mormoravano, e disse:
“sembrate molto amato in questa casa.“ “Ah, le monelle!” -
disse il pittore cercando invano di abbottonarsi il colletto
della camicia da notte. Per altro era scalzo e vestito solo
con un paio di brache gialle, larghe, fermate da un lungo
laccio il cui capo ciondolava qua e là liberamente. “Sono
una vera croce”, continuò mentre aveva smesso di
occuparsi della camicia da notte mancante proprio
dell'ultimo bottone, prese una sedia e obbligò K a sedersi.
“Una volta ho ritratto una di loro – oggi non c'è – e da
allora tutte mi perseguitano. Quando io sono qui vengono
solo se glielo permetto, ma se io sono fuori eccone almeno
una. Si sono fatte fare una chiave della mia porta e se la
passano tra loro. Si fa fatica a immaginarsi il fastidio che è.
Per esempio vengo a casa con una signora che devo
ritrarre, apro la porta con la mia chiave e per dirne una
trovo la gobba lì al tavolino che col pennello si colora le
labbra di rosso, intanto che i suoi fratellini, che lei ha da
badare, vanno in giro e m'imbrattano la stanza
dappertutto. Oppure arrivo a casa, com'è successo ieri, la
sera tardi – scusate vi prego il mio stato, e il disordine –
dunque arrivo la sera tardi e intendo andare a letto,
qualcosa mi pizzica una gamba, guardo sotto il letto e ne
tiro fuori una, di queste monelle. Perché mi stanno tanto
addosso non lo so, che io non cerchi di attirarmele credo
che abbiate potuto vederlo. Com'è naturale questo mi
disturba anche sul lavoro. Se non l'avessi a disposizione
gratis, questo atelier, me ne sarei già andato da molto
tempo.” Dietro la porta una vocetta debole e ansiosa
faceva: “Titorelli, allora, possiamo venire?” “No”, rispose il
pittore. “Nemmeno io sola?” - si sentì chiedere ancora.
“Nemmeno”, disse il pittore, andò alla porta e la chiuse a
chiave.
Intanto K s'era guardato intorno, non sarebbe mai arrivato
a pensare che quella misera stanzetta si potesse chiamare
atelier. A mala pena ci si potevano incrociare due passi
lunghi. Tutto, pavimento pareti e soffitto, era fatto di
legno, tra le assi si vedevano fenditure. Davanti a K era
addossato alla parete il letto, stracarico di coperte
multicolori. Nel mezzo della stanza c'era su un cavalletto
un quadro coperto da una camicia le cui maniche
penzolavano fino a terra. Dietro K c'era la finestra, che per
via della nebbia non lasciava vedere che i tetti degli edifici
vicini coperti di neve.
Il giro di chiave nella serratura ricordò a K l'intenzione che
aveva di andarsene presto. Per cui estrasse di tasca la
lettera dell'industriale, la porse al pittore e disse: “ho
saputo di voi da questo signore vostro conoscente e sono
qui su suo consiglio.” Il pittore lesse di sfuggita la lettera e
la buttò sul letto. Se l'industriale non ne avesse parlato con
la massima chiarezza come di un suo conoscente, come di
un pover'uomo che doveva far ricorso alla sua elemosina,
si sarebbe potuto davvero credere, ora, che Titorelli non
conoscesse l'industriale, o almeno non fosse in grado di
ricordarsene. Per di più il pittore chiese: “volete comprare
quadri, o farvi fare il ritratto?” K lo guardò stupito. Cosa
conteneva la lettera in realtà? K aveva presunto evidente
che l'industriale nella lettera avesse informato il pittore del
fatto che K voleva solo informazioni circa il suo processo.
Eppure era venuto lì anche troppo in fretta e in modo
sconsiderato! Però ora doveva rispondere in qualche modo
al pittore e, dando un'occhiata al cavalletto, disse: “state
lavorando a un quadro?” “Sì”, disse il pittore e, dopo la
lettera, gettò sul letto anche la camicia che era appesa sul
cavalletto. “E' un ritratto. Un buon lavoro, ma non ancora
del tutto pronto.” Il caso offriva a K la possibilità di parlare
del tribunale, difatti si trattava del ritratto di un giudice.
Per altro sorprendentemente simile al quadro appeso nello
studio dell'avvocato. Si trattava però di un altro giudice, un
uomo grasso con la barba nera ispida e le guance molto
gonfie, inoltre quello dell'avvocato era dipinto a olio, invece
questo era fatto, debole e indefinibile, a pastello. Tutto il
resto era però simile, difatti anche in questo caso il giudice
stava levandosi con fare minaccioso dal suo soglio. “E' un
giudice”, avrebbe voluto dire K, ma si trattenne, per il
momento, e si avvicinò al quadro come se volesse
studiarne i particolari. Non riuscendo a spiegarsi una
grande figura che stava al centro, sopra il soglio, ne chiese
al pittore. “Deve essere ancora elaborata un poco”, rispose
il pittore, levò dal tavolino una matita e la passò appena
sui bordi della figura centrale, senza però renderla più
perspicua a K. “E' la Giustizia”, disse infine il pittore. “Ora
la riconosco”, disse K, “ecco la benda sugli occhi ed ecco la
bilancia. Ma non ci sono anche le ali ai piedi? E non è in
movimento?” “Sì”, disse il pittore, “fui commissionato a
dipingerla così, in effetti è la Giustizia e la Dea della
Vittoria insieme.” “Non proprio un bel collegamento”, disse
K ridacchiando, “la Giustizia deve star quieta, altrimenti la
bilancia oscilla e non è possibile alcun verdetto giusto.”
“Sono subordinato al mio committente”, disse il pittore.
“Eh già”, disse K, che con la sua osservazione non aveva
voluto offendere nessuno. “Avete dipinto la figura come si
trova davvero sul soglio.” “No”, disse il pittore, “non ho
visto né la figura né il soglio, è tutta un'invenzione, ma mi
venne indicato ciò che devo dipingere.” “In che modo?” -
chiese K, intenzionalmente facendo come se non capisse
del tutto il pittore, “è pur sempre un giudice in posizione
giudicante.” “Sì”, disse il pittore, “ma non si tratta proprio
di un giudice di alto rango, né mai si è seduto su un soglio
del genere.” “E si fa ritrarre in atteggiamento tanto
solenne? Ha la postura di un presidente di tribunale.” “Sì,
quei signori sono vanitosi”, disse il pittore. “Ma hanno il
permesso di farsi ritrarre così. A ognuno è prescritto con
precisione come può farsi ritrarre. Solo che purtroppo non
si possono proprio valutare in questo quadro i dettagli del
costume e del sedile, i pastelli non sono adatti a una tale
rappresentazione.” “Certo”, disse K, “è strano che sia fatto
con i pastelli.” “E' il giudice che lo volle così”, disse il
pittore, “è destinato a una signora.” La vista del quadro
parve avergli messo voglia di lavorare, si rimboccò le
maniche, prese qualche matita in mano e K vide che sotto
il fremito della punta della matita applicata al capo del
giudice si formava un'ombra rossastra che sfumava
radialmente al margine del quadro. Un po' alla volta quel
gioco d'ombra circondò il capo come un ornamento, o
un'alta distinzione. Attorno alla figura della Giustizia però il
gioco d'ombra rimase chiaro fino a una tonalità
trascurabile, in tal chiarore la figura parve risaltare
particolarmente, non ricordava più la Dea della Giustizia e
neppure quella della Vittoria, appariva anzi, ora, del tutto
come la Dea della Caccia. Il lavoro del pittore prendeva K
più di quanto lui volesse; alla fine tuttavia si rimproverò del
fatto che fino a quel momento si trovava lì senza avere in
fondo preso alcuna iniziativa per la sua causa. “Come si
chiama questo giudice?” - chiese ad un tratto. “Non posso
dirlo”, rispose il pittore, era chinato sul quadro e
palesemente non badava all'ospite che pure aveva accolto
prima con tanto riguardo. K ritenne ciò un capriccio, e se
ne adirò perché in tal modo perdeva tempo. “Siete un
uomo di fiducia del tribunale?” - chiese. Subito il pittore
mise da parte le matite, si sedé, si strofinò le mani e
guardò K con un risolino. “Diciamo la verità una volta per
tutte”, disse, “voi volete saper qualcosa sul tribunale, come
dice anche la vostra lettera di raccomandazione, e prima
avete parlato del mio quadro per avermi dalla vostra. Non
me la prendo a male, non potete sapere certo che con me
ciò non serve. Prego!” - disse bruscamente difensivo,
poiché K intendeva ribattere qualcosa. E continuò:
“comunque la vostra osservazione è molto giusta, sono un
uomo di fiducia del tribunale.” Fece una pausa come se
volesse lasciare a K il tempo di adeguarsi a tale fatto.
Dietro la porta si udirono di nuovo le ragazze. Probabile
che si accalcassero attorno al buco della serratura, magari
si poteva vedere dentro anche attraverso le fenditure. K si
astenne dal giustificarsi in qualsiasi modo, infatti non
voleva sviare il pittore, né però voleva che questi si
gloriasse troppo, così rendendosi inaccessibile, per così
dire; ragion per cui chiese: “si tratta di una posizione
pubblicamente riconosciuta?” “No”, tagliò corto il pittore,
quasi che ciò chiudesse il discorso. K però non voleva
lasciarlo tacere e disse: “ora, spesso però posizioni del
genere, prive di riconoscimento, sono più influenti di quelle
riconosciute.” “E' proprio questo il mio caso”, disse il
pittore, la fronte aggrottata, annuendo. “Parlai ieri del
vostro caso con l'industriale, mi chiese se volevo aiutarvi e
io risposi: 'quest'uomo una volta può venire da me', e ora
mi rallegro di vedervi così presto. La cosa sembra starvi
molto a cuore e com'è naturale non me ne meraviglio. Ma
non volete togliervi prima il cappotto?” Per quanto K
avesse intenzione di restare solo pochissimo tempo, l'invito
del pittore gli fu molto gradito. L'aria nella stanza per lui
era via via divenuta molto opprimente, più volte aveva già
guardato stupito in direzione di una stufetta di ferro senza
dubbio spenta, l'afa nella stanza era inspiegabile. Mentre si
toglieva il cappotto e si sbottonava la giacca, il pittore
disse scusandosi: “mi serve del calore. Non è gradevole,
qui? La stanza da questo punto di vista ha un'ottima
posizione.” K non replicò, ma in effetti non era il caldo che
gli creava disagio, era l'aria pesante che quasi impediva di
respirare, certo la stanza da molto tempo non era stata
areata. Tale seccatura venne rinforzata dalla richiesta
fattagli dal pittore di sedere sul letto, mentre lui si metteva
sull'unica sedia della stanza davanti al cavalletto. Inoltre
parve che il pittore equivocasse il motivo per cui K restava
sul bordo del letto, anzi gli chiese di mettersi comodo e,
dato che K esitava, si mosse lui e lo spinse proprio nel
letto, sul cuscino. Poi tornò alla sua sedia e pose infine la
prima domanda, quella essenziale, che tutto a K fece
dimenticare tutto il resto: “siete innocente?” - chiese. “Sì”,
disse K. La risposta a tale domanda gli dette senz'altro
gioia, in particolare perché era data a un privato, quindi
senza responsabilità. Ancora nessuno glielo aveva chiesto
con tanta chiarezza. Per assaporare quella gioia, aggiunse:
“sono completamente innocente.” “Ecco”, disse il pittore,
abbassò la testa e parve riflettere. Di colpo la rialzò e
disse: “se siete innocente, allora la causa è semplicissima.”
Lo sguardo di K si oscurò, questo presunto uomo di fiducia
del tribunale parlava come un bambino ignaro. “La mia
innocenza non semplifica la causa”, disse K. Nonostante
tutto dové sorridere e scosse lentamente la testa. “Ciò
dipende da molte sottigliezze in cui il tribunale si perde.
Alla fine però tira fuori una gran colpa da dove in origine
non c'è stato proprio nulla.” “Sì sì, certo”, disse il pittore,
quasi che K disturbasse inutilmente quel che lui andava
pensando. “Eppur tuttavia, siete innocente?” “Ma sì”, disse
K. “E' questo che conta”, disse il pittore. Non era
influenzabile da argomenti contrari, solo non era chiaro,
nonostante la sua risolutezza, se parlasse in quel modo per
riflessione o per indifferenza. K volle stabilirlo subito, per
cui disse: “voi conoscete certo il tribunale molto meglio di
me, che non ne so molto più di quanto ho sentito dire, del
resto dalla gente più svariata. Tutti concordano però sul
fatto che in quella sede non si fanno accuse sconsiderate e
che il tribunale una volta che accusa è ben convinto della
colpa dell'accusato, e che solo con difficoltà può essere
spostato da tale convinzione.” “Con difficoltà?” - chiese il
pittore tirando su una mano. “Il tribunale è sempre
inamovibile. Se qui dipingo tutti i giudici uno accanto
all'altro su una tela, e voi vi difendete davanti a essa,
avrete più successo che non davanti al vero tribunale.”
“Sì”, disse K da sé, dimenticando che aveva voluto solo
interrogare il pittore.
Una ragazza dietro la porta ricominciò a chiedere: “Titorelli,
ma quello non se ne va via?” “Silenzio”, gridò il pittore
rivolto alla porta, “non vedete che sto parlando con il
signore?” Ma la ragazza non si accontentò di tale
spiegazione, e chiese: “gli farai il ritratto?” E poiché il
pittore non rispondeva disse ancora: “per favore non glielo
fare il ritratto a una persona così odiosa.” Seguì un urlo
collettivo incomprensibile, di approvazione. Il pittore balzò
verso la porta, ne aprì uno spiraglio – si videro protese le
mani giunte delle ragazze – e disse: “se non state zitte vi
butto giù per le scale. Mettetevi a sedere sui gradini e state
buone.” Forse non gli obbedirono, per cui fu costretto a
ordinare: “A sedere sui gradini!” Solo allora tacquero.
“Scusate”, disse il pittore quando fu tornato da K. Si era
appena voltato verso la porta, K, aveva completamente
lasciato al pittore se e come proteggerlo. Di nuovo si
mosse appena quando il pittore si chinò verso di lui
mormorandogli, per non esser sentito da quelle: “anche
queste ragazze fanno parte del tribunale.” “Come
sarebbe?” - chiese K, mosse la testa di lato e guardò il
pittore. Questi però si rimise seduto e disse, un po' per
scherzo, un po' per chiarimento: “ma tutto fa parte del
tribunale.” “Ancora non me n'ero accorto”, disse K
brevemente; quel che aveva detto in senso generale il
pittore rendeva assai meno disturbante il riferimento alle
ragazze. Tuttavia K guardò per un momento verso la porta
dietro cui ora le ragazze sedevano in silenzio sui gradini.
Solo una di loro aveva ficcato una pagliuzza in una fessura
e la muoveva su e giù piano piano.
“Sembra che ancora voi non abbiate alcuna visione
d'insieme del tribunale”, disse il pittore, che aveva
allargato le gambe e batteva la punta dei piedi sul
pavimento. “Poiché però siete innocente, non vi servirà
averla. Sarò io da solo a tirarvi fuori.” “E com'è che lo
farete?” - chiese K “Avete poco fa detto voi stesso che il
tribunale è del tutto inaccessibile agli argomenti.” “Lo è
solo agli argomenti che gli si presentano in pubblico”, disse
il pittore sollevando l'indice come se K non avesse colto
una sottile differenza. “Diversa è la sua condotta in merito
a ciò che si tenta, in questa prospettiva, non in pubblico,
ma in sala di consultazione, nei corridoi, o per esempio
anche qui nell'atelier.” Quel che il pittore diceva ora non
parve più a K tanto incredibile, di più, indicava una grande
concordanza con ciò che K aveva già sentito dire da parte
di altra gente. Anzi, era perfino assai promettente. Se i
giudici erano così facilmente pilotabili tramite relazioni
personali, come l'avvocato aveva spiegato, allora le
relazioni del pittore con quei boriosi giudici erano
particolarmente importanti e in ogni caso da non trascurare
in alcun modo. Quindi il pittore si adattava molto bene alla
cerchia di sostenitori che un po' alla volta K radunava
attorno a sé. In banca una volta si era elogiato il suo
talento organizzativo, in questo caso, nel quale lui era
abbandonato a se stesso, si mostrava una buona occasione
di provare al massimo quel talento. Il pittore osservò
l'effetto che la sua spiegazione aveva fatto su K e poi disse
con un certa riluttanza: “non vi colpisce che io parli quasi
come un giurista? E' l'ininterrotta frequentazione con quei
signori del tribunale che su di me ha tale influsso. Com'è
naturale ne ho un gran profitto, ma la mia vitalità artistica
va in gran parte perduta.” “Come siete entrato in
collegamento inizialmente con i giudici?” - chiese K, voleva
anzitutto conquistare la fiducia del pittore prima di
servirsene senz'altro. “Fu molto semplice”, disse il pittore,
“l'ho ereditato, il collegamento. Già mio padre era pittore
del tribunale. Si tratta di una posizione che si passa
sempre ereditariamente. Non è consentito servirsi di gente
nuova. Mi spiego, per i ritratti dei diversi gradi del
funzionariato sono stabilite regole così diverse, molteplici e
prima di tutto segrete, che non possono essere note al di
fuori di determinate famiglie. Là nel cassetto per esempio
ho le indicazioni di mio padre, che non mostro a nessuno.
Tuttavia solo chi le conosce è abilitato a ritrarre i giudici.
Ciò non di meno anche nel caso che io le perdessi ne
restano così tante nella mia testa che nessuno potrebbe
contendermi la mia posizione. Ogni giudice vuole essere
ritratto così come sono stati ritratti i vecchi grandi giudici,
e solo io so farlo.” “Ciò è invidiabile”, disse K pensando alla
sua posizione in banca, “la vostra posizione è dunque
inattaccabile?” “Sì, inattaccabile”, disse il pittore e con
fierezza sollevò le spalle. “E' per questo che ogni tanto io
posso osare l'aiuto di un pover'uomo che ha un processo.”
“E come?” - chiese K come se non fosse lui che il pittore
aveva or ora definito un pover'uomo. Il pittore però non si
lasciò sviare, invece disse: “nel vostro caso per esempio,
dato che siete del tutto innocente, ecco cosa farò.” La
ripetuta menzione della sua innocenza già diveniva
molesta, per K. Gli pareva a tratti come se il pittore
rimarcandola non subordinasse un esito positivo del
processo al suo aiuto, che perciò naturalmente in sé
perdeva forza. Nonostante tale dubbio K si trattenne e non
interruppe il pittore. Non voleva rinunciare all'aiuto del
pittore, in ciò era risoluto, quell'aiuto non gli sembrava
assolutamente più discutibile di quello dell'avvocato.
Addirittura K lo preferiva, perché veniva offerto in modo
bonario e sincero.
Il pittore aveva tirato la sua sedia più vicino al letto e
continuò a dire abbassando la voce: “ho dimenticato di
chiedervi come prima cosa come desiderate venirne fuori.
Vi sono tre possibilità, mi spiego, la vera assoluzione, la
assoluzione apparente e il rinvio. La vera assoluzione
com'è naturale è il meglio, solo che io non conto nulla ai
fini di questo genere di soluzione. Secondo la mia opinione
non c'è nessuno che influisca ai fini della vera assoluzione.
In essa decide probabilmente solo l'innocenza
dell'imputato. Dato che voi siete innocente sarebbe
davvero possibile che faceste affidamento solo sulla vostra
innocenza. Allora però non avete bisogno né di me né di
alcun altro aiuto.”
All'inizio quest'ordinata esposizione sbalordì K, poi però
disse anche lui a bassa voce: “credo che voi vi
contraddiciate.” “In che senso?” - chiese il pittore paziente,
e sorridendo si appoggiò indietro sulla sedia. Quel sorriso
suscitò in K la sensazione come di star scoprendo
contraddizioni non nelle parole del pittore, ma nella
procedura stessa del tribunale. Ciò nonostante non si dette
per vinto, e disse: “prima avete rimarcato che il tribunale è
inaccessibile agli argomenti, poi avete limitato il discorso al
tribunale in pubblico, e ora dite addirittura che l'innocente
di fronte al tribunale non necessita di alcun aiuto. In ciò v'è
contraddizione. Inoltre prima avete detto che si può influire
sui giudici di persona, ma ora mettete in dubbio che la vera
assoluzione, come voi la definite, sia mai ottenibile tramite
influenze personali. In ciò v'è una seconda contraddizione.”
“Sono contraddizioni facili da spiegare”, disse il pittore. “In
questione sono due diverse cose, la lettera della Legge e
ciò di cui io personalmente sono informato non dovete
confonderli. La Legge, che del resto io non ho letto, dice
naturalmente da un lato che l'innocente viene assolto,
d'altro canto non dice che sui giudici si possa influire. Ora,
io però sono informato per l'appunto dell'opposto. Io non
so di alcuna vera assoluzione, ma so bene che l'esercizio di
influenze è grande. Naturalmente è possibile che in tutti i
casi a me noti nessuno fosse innocente. Tuttavia non è
improbabile, ciò? In così tanti casi nessun innocente? Già
da bambino stavo in ascolto di mio padre quando a casa
raccontava dei processi, anche i giudici che venivano nel
suo studio raccontavano del tribunale, in genere nel nostro
giro non si parla d'altro, non appena avevo la possibilità di
andare in tribunale anch'io, la sfruttavo sempre, ho
ascoltato innumerevoli processi nelle loro fasi essenziali e
nei limiti della loro visibilità li ho seguiti e – devo
ammetterlo – non sono stato testimone di una sola
assoluzione.” “Di nessuna assoluzione dunque”, disse K
come parlando a se stesso e alle sue speranze. “Tuttavia
questo conferma l'opinione che già ho del tribunale. E'
dunque anche da questo lato inutile. Un boia potrebbe
sostituire l'intero tribunale.” “Non potete generalizzare”,
disse il pittore contrariato, “ho parlato solo delle mie
esperienze.” “Ma esse bastano”, disse K, “oppure avete
sentito parlare di assoluzioni risalenti a tempi precedenti?”
“Assoluzioni del genere”, rispose il pittore, “devono certo
esservene state. Solo che è assai difficile stabilirlo. Le
decisioni conclusive del tribunale non sono rese pubbliche,
sono inaccessibili anche ai giudici, per cui sui vecchi casi
giudiziari si sono tenute in piedi soltanto leggende. Esse
riferiscono certo, perfino nella maggioranza, di vere
assoluzioni, si può prestar loro fede, ma non sono
accertabili. Ciò nonostante non le si deve del tutto
trascurare, una certa verità la contengono certamente, e
sono anche molto belle, io stesso ho fatto quadri che hanno
per soggetto leggende del genere.” “Leggende pure e
semplici non mutano la mia opinione”, disse K,”mica ci si
può richiamare a esse al cospetto del tribunale?” Il pittore
rise. “No, non si può”, disse. “E allora non serve parlarne”,
disse K, voleva per il momento accettare tutte le opinioni
del pittore anche quando le riteneva improbabili e
contraddicevano altri referti. Ora non aveva il tempo di
verificare la veridicità di tutto quel che diceva il pittore e
neanche di fare obbiezioni, già il massimo era raggiunto se
lo mobilitava a dargli una mano in qualche modo,
foss'anche non un modo decisivo. Per cui disse:
“asteniamoci dunque dalla vera assoluzione, voi
menzionavate però altre due possibilità.” “L'assoluzione
apparente e il rinvio. Solo di questi si tratta”, disse il
pittore. “Non volete togliervi la giacca, prima che ne
parliamo? Per voi è davvero caldo.” “Sì”, disse K; fin lì non
aveva fatto attenzione che alle spiegazioni del pittore, ma,
ora che gli era stato ricordato quel caldo, con più forza il
sudore gli sgorgò sulla fronte. “E' quasi insopportabile.” Il
pittore annuì come se capisse molto bene il disagio di K.
“Non si potrebbe aprire la finestra?” - chiese K. “No”, disse
il pittore, “si tratta solo di un vetro fisso, non si può
aprire.” Ora K si rese conto che per tutto il tempo trascorso
aveva sperato che all'improvviso il pittore o lui sarebbero
andati a spalancare la finestra. Era disposto a inspirare a
bocca aperta anche la nebbia. La sensazione di essere
completamente senz'aria gli causò il capogiro. Dette un
colpetto con una mano sul piumino del letto accanto a sé e
disse debolmente: “è spiacevole e malsano.” “Oh no”, disse
il pittore in difesa della sua finestra. “Grazie al fatto che
non si può aprire, e nonostante che sia un semplice vetro,
il calore viene trattenuto meglio che con una finestra a
doppio vetro. Se però voglio areare, cosa non molto
necessaria, prima di tutto entra aria dalle fessure, e posso
aprire le porte, anche entrambe.” Un po' confortato da tali
spiegazioni K si guardò attorno alla ricerca del secondo
uscio. Il pittore se ne rese conto e disse: ”l'avete dietro di
voi, dovetti sbarrarlo con il letto.” E solo ora K vide
l'usciolino nella parete. “In effetti qui è tutto troppo piccolo
per un atelier”, disse il pittore, quasi volesse prevenire la
critica di K. “Dovetti arrangiarmi come potevo. Il letto
davanti all'uscio: com'è naturale è pessimo. Per esempio, il
giudice che ora ritraggo viene sempre da quest'uscio e
gliene ho anche dato una chiave perché quando io non ci
sono possa aspettarmi qui nell'atelier. Ora, abitualmente
però viene presto di mattina, mentre io dormo. E sempre
mi strappa dal sonno migliore aprendo la porta accanto al
letto. Voi perdereste ogni rispetto per i giudici se sentiste
le imprecazioni con cui lo accolgo quando mi sale sul letto
all'alba. Certo potrei togliergli la chiave, ma sarebbe
soltanto peggio. Qui ogni porta con il minimo sforzo si può
scardinare.” Durante tutto questo discorso K pensò se
dovesse togliersi la giacca, ma alla fine capì che se non lo
faceva gli era impossibile restar lì oltre, per cui se la tolse
mettendosela però sulle ginocchia per potersela rimettere
subito nel caso che il colloquio finisse. Non appena si era
tolto la giacca una delle ragazze gridò: “s'è già levato la
giacca”, e si sentì che tutte si accalcavano alle fessure per
potere vedere di persona lo spettacolo. “Le ragazze, mi
spiego, credono”, disse il pittore, “che io stia per ritrarvi e
che voi vi spogliate per questa ragione.” “Ecco”, disse K
poco divertito, difatti non si sentiva molto meglio di prima
nonostante che fosse seduto lì in maniche di camicia. Un
po' accigliato chiese: “com'è che le chiamate le altre due
possibilità?” Se n'era già dimenticato, di quelle definizioni.
“Assoluzione apparente e rinvio”, disse il pittore. “Sta a voi
quale delle due scegliere. Entrambe si possono ottenere
con il mio aiuto, naturalmente non senza fatica, la
differenza da questo punto di vista risiede nel fatto che
l'assoluzione apparente esige uno sforzo completo e
temporaneo, mentre il differimento ne richiede uno molto
minore, ma prolungato. Cominciamo dunque
dall'assoluzione apparente. Nel caso che la desideriate io
metto sulla carta un'attestazione della vostra innocenza. Il
testo di un'attestazione simile mi è stato tramandato da
mio padre ed è del tutto inattaccabile. Con
quest'attestazione faccio un giro presso i giudici che
conosco. Comincio a fare in modo, diciamo, di sottoporla al
giudice che ora ritraggo, quando viene stasera per posare.
Gliela sottopongo, gli spiego che voi siete innocente e
garantisco io della vostra innocenza. Non si tratta mica di
una garanzia superficiale, ma invece di una garanzia
davvero impegnativa.” Nello sguardo del pittore c'era come
un rimprovero per il fatto che K intendesse accollargli il
peso di una tale garanzia. “Sarebbe molto gentile, questo”,
disse K. “E il giudice pur credendo a voi non mi darebbe la
vera assoluzione?” “L'ho già detto”, rispose il pittore.
“D'altra parte non è assolutamente certo che mi si creda,
più di un giudice per esempio pretenderà che io vi porti da
lui. Per cui una volta dovreste venirci. In un caso del
genere del resto la causa è per metà vinta, specialmente
perché com'è naturale prima voi sareste ben istruito su
come condurvi in presenza del giudice in questione. Peggio
va con quei giudici che mi respingono a priori – anche
questo capiterà. A costoro dobbiamo rinunciare, per quanto
io non mancherò certo di provarci in più modi, tuttavia
possiamo anche permettercelo, difatti giudici singoli in
questo caso non possono essere decisivi. Orbene, quando
sull'attestazione io ho un sufficiente numero di firme dei
giudici, vado con l'attestazione dal giudice che si occupa
proprio del vostro processo. E' possibile che io abbia anche
la firma sua, e allora tutto quanto si svolge un po' più
velocemente che non altrimenti. In genere non ci sono più
molti ostacoli e quindi per l'imputato è il momento della
maggior fiducia. Strano ma vero, la gente a questo punto è
più fiduciosa che dopo l'assoluzione. Non c'è più bisogno di
nessuna fatica particolare. Il giudice con l'attestazione è in
possesso della garanzia di una quantità di giudici,
tranquillamente può assolvervi e lo farà, del resto dopo
aver espletato svariate formalità, senza dubbio per
compiacere me ed altri conoscenti. Voi però uscite dal
tribunale e siete libero. “Poi dunque sono libero”, disse K
incerto. “Sì”, disse il pittore, “ma solo apparentemente
libero, o per meglio dire temporaneamente libero. I giudici
di più basso grado, mi spiego, che sono i miei conoscenti,
non hanno il diritto di assolvere in modo definitivo, tale
diritto lo ha solo il Tribunale Supremo, che è assolutamente
inattingibile per voi, per me e per tutti noi. Quale aspetto
abbia il Tribunale Supremo non lo sappiamo e detto tra
parentesi neppure vogliamo saperlo. Il vero diritto di
prosciogliere una persona dall'imputazione i nostri giudici
quindi non lo hanno, bensì hanno il diritto di sbarazzare
quella persona dall'imputazione. Ciò significa che se voi
siete assolto in questo modo per il momento siete liberato
dall'imputazione, ma anche dopo essa si libra su di voi e
può, basta che l'ordine superiore arrivi, subito diventare
effettiva. Poiché sono in un così buon collegamento con il
tribunale io posso anche dirvi come si esplicita, nelle norme
stabilite per gli uffici di cancelleria del tribunale, la
differenza tra la vera e la apparente assoluzione. Nel caso
di una vera assoluzione gli atti processuali vengono
completamente abbandonati, proceduralmente scompaiono
del tutto, non solo l'imputazione, anche il processo e
perfino l'assoluzione sono distrutte, tutto è distrutto. Altro
avviene nel caso di un'assoluzione apparente. Con tale atto
non ha luogo nessuna ulteriore modifica se non che esso
atto è stato arricchito con l'attestazione dell'innocenza, con
l'assoluzione e con la motivazione dell'assoluzione. Per
altro esso atto proceduralmente non scompare, viene,
come l'ininterrotto lavorio degli uffici di cancelleria del
tribunale richiede, trasmesso al tribunale di grado
superiore, torna indietro al tribunale di grado inferiore, e
va e viene con maggiori o minori oscillazioni, con maggiori
o minori fermate dall'uno all'altro dei tribunali. Sono vie
imprevedibili. Dall'esterno ciò può esser creduto talvolta
aver l'apparenza che tutto sia dimenticato da un pezzo, che
l'atto di assoluzione sia perso e che l'assoluzione sia
completa. Un iniziato non crederà a ciò. Nessun atto va
perso, nel tribunale non c'è dimenticanza. Un giorno -
nessuno se l'aspetta – un qualche giudice prende in mano
l'atto con attenzione, si accorge che in questo caso
l'imputazione è ancora in vigore e dispone l'immediato
arresto. Ho supposto ora che tra l'assoluzione apparente e
il nuovo arresto passi molto tempo, è possibile, e conosco
molti casi del genere, ma è altrettanto possibile che la
persona assolta vada dal tribunale a casa dove già lo
aspettano degli incaricati per arrestarlo di nuovo. Quindi
com'è naturale addio vita libera. “E il processo ricomincia
da capo?” - chiese K quasi incredulo. “Ma certo”, disse il
pittore, “il processo ricomincia da capo, ma di nuovo
sussiste, come prima, la possibilità di ottenere
un'assoluzione apparente. Si devono di nuovo raccogliere
tutte le energie e non ci si può arrendere.” Quest'ultima
cosa forse il pittore la disse avendo l'impressione che K
fosse un po' demoralizzato. “Ma ottenere una seconda
assoluzione”, chiese K come volendo ora prevenire qualche
rivelazione da parte del pittore, “non è più arduo che
ottenere la prima?” “Nulla di preciso si può dire”, rispose il
pittore, “in questa prospettiva. Credete che i giudici con il
secondo arresto siano influenzati dal loro giudizio a sfavore
dell'imputato? Non è così. I giudici già in occasione
dell'assoluzione hanno previsto quest'arresto. Per cui la
circostanza del giudizio sfavorevole conta poco. Tuttavia è
per innumerevoli altri motivi che lo stato d'animo dei
giudici, come il loro retto giudizio sul caso, può essersi
trasformato, e le fatiche ai fini della seconda assoluzione
devono perciò venir adattate alle mutate circostanze e in
generale essere tanto energiche quanto lo furono quelle ai
fini della prima assoluzione.” “Però questa seconda
assoluzione, di nuovo, non è definitiva”, disse K e
disgustato voltò la testa. “Certo che no”, disse il pittore,
“alla seconda assoluzione segue il terzo arresto, alla terza
assoluzione segue il quarto arresto e così di seguito. Ciò è
costitutivo della assoluzione apparente.” K tacque. “La
assoluzione apparente è chiaro che non vi sembra
vantaggiosa”, disse il pittore, “forse vi serve di più il rinvio.
Devo spiegarvene le caratteristiche?” K annuì. Il pittore si
era spaparanzato sulla sedia, aveva infilato una mano nella
camicia da notte spalancata e si accarezzava il petto e le
costole. “Il rinvio”, disse il pittore guardando per un attimo
davanti a sé come per cercare una spiegazione davvero
adeguata, “il rinvio consiste nel fatto che il processo,
restando nel suo più basso stadio, si ferma. Per arrivare a
ciò è necessario che l'imputato e chi lo aiuta, in particolare
però chi lo aiuta, restino in contatto con il tribunale. A tal
fine, lo ripeto, non è necessario un dispendio di energie
come per conseguire una assoluzione apparente, però è
davvero necessaria un'attenzione molto maggiore. Non si
può perdere d'occhio il processo, si deve andare dal giudice
in questione a intervalli regolari e inoltre nelle occasioni
particolari, e si deve cercare in ogni modo di tenerselo
buono; se non si conosce di persona il giudice allora si
deve esercitare influenza su di lui tramite giudici che si
conoscono, senza permettersi di rinunciare per questo a
colloqui diretti. Non trascurando in tale prospettiva
alcunché si può con sufficiente precisione ipotizzare che il
processo non proceda dal suo primo stadio. Non che il
processo termini, ma l'imputato è protetto da una
condanna quasi come se fosse libero. In confronto
all'assoluzione apparente il rinvio ha il vantaggio che il
futuro dell'imputato è meno incerto, egli resta al riparo dal
terrore degli arresti improvvisi e non deve temere, proprio
nella fase, diciamo, in cui le altre circostanze della sua vita
sono, a causa del processo, le meno favorevoli, di doversi
sobbarcare fatiche ed emozioni quali quelle che sono
connesse all'ottenimento della assoluzione apparente.
Certo anche il rinvio ha per l'imputato certi svantaggi che
non è consentito sottovalutare. Non sto qui riferendomi al
fatto che l'imputato non è mai libero, l'imputato non lo è
propriamente neppure nel caso dell'assoluzione apparente.
Lo svantaggio è un altro. Il processo non può restare a un
punto morto senza che ve ne siano motivi, almeno
apparenti. Bisogna perciò che dall'esterno accada qualcosa
nel processo. Bisogna che di tanto in tanto vengano date
disposizioni, che l'imputato debba essere interrogato, che
debbano aver luogo assise istruttorie eccetera. Il processo
deve quasi di continuo venir mosso nell'esiguo ambito in
cui abilmente è stato ristretto. Ciò comporta com'è
naturale per l'imputato certe seccature, voi però non
potete immaginarvele troppo malvagie. Tutto è
superficiale, gli interrogatori per esempio sono solo
brevissimi, se non si ha, una volta, né tempo né voglia di
andarci, è permesso giustificarsi, si può addirittura,
d'accordo con certi giudici, rimandare di molto tempo le
date cui le loro disposizioni sono riferite, si tratta
essenzialmente solo di questo, che siccome si è imputati,
di tanto in tanto ci si fa vivi con il proprio giudice.” Già
durante queste ultime parole K aveva appoggiato la giacca
su un braccio e si era alzato. “Già si alza”, gridarono là
fuori dietro la porta. “Volete già andarvene?” - chiese il
pittore, alzatosi anche lui. “Certo è l'aria che vi fa scappare
da qui. Mi rincresce molto. Avrei ancora parecchie cose da
dirvi. Dovevo farla breve, ma spero di esser stato chiaro.”
“Sì sì”, disse K, cui faceva male il capo per lo sforzo al
quale si era costretto nello stare a sentire. Nonostante tale
conferma il pittore, ancora una volta riassumendo il tutto,
come per dare a K, che se ne andava, una consolazione,
disse: “Entrambi i metodi hanno in comune il fatto di
impedire una condanna dell'imputato.” “Impediscono però
anche la vera assoluzione”, disse K a bassa voce, quasi si
vergognasse di averlo capito. “Avete colto il nucleo della
faccenda”, disse rapido il pittore. K pose mano al suo
cappotto, ma non riuscì a decidersi a indossare la giacca.
Al meglio avrebbe affastellato giacca e cappotto insieme e
sarebbe filato all'aria fresca. Nemmeno le ragazze
riuscirono a indurlo a rivestirsi, nonostante che le loro voci
stessero già anticipando che lui stava rivestendosi. Al
pittore premeva di capire quali fossero le intenzioni di K,
per cui disse: “ancora non vi siete deciso, circa le mie
proposte. Lo apprezzo. Addirittura vi avrei sconsigliato io
dal prendere subito una decisione. I vantaggi e gli
svantaggi sono impercettibili. Si deve valutare tutto bene.
Certo è che non ci si può permettere di perdere troppo
tempo.” “Tornerò presto”, disse K, che con piglio
decisionale si mise la giacca, si buttò su una spalla il
cappotto e filò alla porta, dietro cui le ragazze ora
cominciavano a urlare. K credé di vederle, dietro la porta.
“Dovete però mantenere la parola”, disse il pittore, rimasto
dov'era, “altrimenti vengo io in banca a chiedervelo di
persona.” “Ma apritemi la porta”, disse K afferrando la
maniglia che le ragazze, come lui si accorse dalla pressione
che facevano dall'altra parte, bloccavano. “Volete farvi
scocciare dalle ragazze?” chiese il pittore. “E' meglio che
usiate quest'altra uscita” disse indicando l'uscio dietro il
letto. K fu d'accordo e saltò di nuovo sul letto. Tuttavia,
invece di aprire l'uscio il pittore strisciò sotto il letto e da lì
chiese: “ancora un attimo. Non volete vedere un quadro
che potrei vendervi?” K non volle essere scortese, il pittore
davvero se l'era preso a cuore e aveva promesso il suo
aiuto per il futuro, né per distrazione di K si era ancora
parlato del pagamento dell'aiuto, per cui ora lui non poteva
rifiutarsi, e si fece mostrare il quadro, nonostante che
fremesse d'impazienza di andarsene dall'atelier. Il pittore
tirò fuori da sotto il letto una pila di quadri senza cornice
tanto coperti di polvere che, quando cercò di soffiarla via
dal quadro che stava in cima, essa turbinò a lungo davanti
agli occhi di K mozzandogli il respiro. “E' una brughiera”,
disse il pittore porgendo il quadro a K. Il paesaggio
rappresentava due alberucci distanti l'uno dall'altro, ritti
nell'erba bruna. Sullo sfondo c'era un tramonto multicolore.
“Bello”, disse K, “lo compro.” S'era espresso così
succintamente, irriflessivo, per cui fu contento allorché il
pittore, invece di prendersela a male, prese su un secondo
quadro. “Questo gli fa da contraltare”, disse il pittore.
Magari poteva fargli da contraltare, ma non si vedeva la
minima differenza tra il secondo e il primo: c'erano gli
alberi, l'erba e lì il tramonto. A K poco importava di ciò.
“Sono bei paesaggi”, disse, “li compro entrambi e li
appenderò nel mio ufficio.” “Il soggetto sembra piacervi”,
disse il pittore tirando su un terzo quadro, “per fortuna ne
ho un altro simile, qui.” Tuttavia non era simile, era anzi
proprio lo stesso paesaggio brughierasco. Il pittore sapeva
sfruttare bene l'occasione per vendere vecchi quadri.
“Prendo anche questi”, disse K “Quanto costano i 3
quadri?” “Ne riparleremo la prossima volta”, disse il pittore,
“ora avete fretta, e poi noi rimaniamo in contatto.
Comunque mi fa piacere che vi piacciano i miei quadri,
porterò con me tutti quelli che ho qua sotto. Sono solo
paesaggi brughieraschi, ne ho già dipinti molti. Parecchia
gente rifiuta quadri così perché troppo cupi, ma altri, e voi
siete tra quelli, ne amano proprio la cupezza.” K però ora
non seguiva proprio le informazioni professionali del pittore
questuante. “Impacchettateli”, esclamò interrompendolo,
“domani verrà a prenderli il mio usciere.” “Non è
necessario”, disse il pittore. “Spero di potervi procurare
uno che li porti subito insieme voi.” Alla fine si chinò al di
sopra del letto e disserrò l'uscio. “Non abbiate timore di
salire sul letto”, disse, “lo fanno tutti quelli che entrano di
qui.” K anche senza quell'invito non avrebbe avuto alcun
riguardo, aveva già piazzato un piede in mezzo al piumino
quando guardò attraverso l'uscio aperto e ritirò il piede.
“Cos'è?” - chiese al pittore. “Di che vi stupite?” chiese
questi, a sua volta stupito. “Sono gli uffici di cancelleria del
tribunale. Non sapevate che qui ci sono uffici di cancelleria
del tribunale? Ce ne sono quasi in ogni soffitta, perché
dovrebbero non essercene proprio qui? Anche il mio atelier
fa parte in effetti degli uffici di cancelleria, il tribunale me
lo ha messo a disposizione.” K era spaventato non tanto
per il fatto che anche qui aveva trovato uffici di cancelleria
del tribunale, principalmente era spaventato da se stesso,
dalla sua ignoranza delle cose del tribunale. Gli parve
regola fondamentale di condotta per un imputato quella di
non farsi mai prendere di sorpresa, di non guardare senza
sospetti verso destra se alla sua sinistra gli si trovava
accanto il giudice – e proprio contro tal regola
fondamentale lui non faceva altro che urtare. Davanti a lui
c'era un lungo andito da cui spirava un'aria al cui confronto
quella dell'atelier era fresca. Panche si trovavano sui due
lati dell'andito proprio come nella stanza d'attesa della
cancelleria di competenza di K. Sembrava che vi fossero
precise prescrizioni in merito all'arredamento degli uffici di
cancelleria. In quel momento la frequenza delle parti non
era molto grande. Mezzo disteso un uomo sedeva lì, aveva
il volto sepolto nelle braccia, sulla panca, e sembrava
dormire; un altro si trovava in penombra al termine
dell'andito. K salì sul letto, dietro di lui il pittore con i
quadri. Presto incontrarono un usciere del tribunale – K ora
li riconosceva già tutti dal bottone dorato che costoro
avevano tra i bottoni normali del loro abito civile – e il
pittore lo incaricò di accompagnare K con i quadri. Più che
camminare K barcollò tenendosi il fazzoletto premuto sulla
bocca. Erano già presso l'uscita quando li investì il fiotto
delle ragazze, che quindi non erano state risparmiate a K.
Evidentemente avevano visto che la 2a porta dell'atelier
era stata aperta e avevano fatto il giro per infilarsi da
quella parte. “Non posso più accompagnarvi”, gridò ridendo
il pittore nella ressa delle ragazze. “Arrivederci! Non ci
pensate troppo a lungo!” K non si guardò nemmeno
attorno. In strada prese la prima vettura che gli capitò. Gli
premeva molto di liberarsi dell'usciere, la vista di quel
bottone dorato lo perseguitava per quanto probabilmente
nessuno ci facesse caso. L'usciere, servizievole, intendeva
sedersi a cassetta, ma K lo cacciò giù di lì. Era da molto
trascorso il mezzogiorno quando arrivò davanti alla banca.
Avrebbe volentieri lasciato i quadri nella vettura, ma temé
di aver necessità, in qualche occasione, di renderne conto
al pittore. Se li fece mettere in ufficio e li chiuse nel
cassetto più in basso del suo tavolo, almeno per metterli al
sicuro, per i giorni a venire, dalla vista del vice direttore.
Block, commerciante.
Licenziamento dell'avvocato

Alla fine K aveva deciso di ritirare la procura all'avvocato.


Non mancavano certo dubbi circa la giustezza di agire in
quel modo, ma prevalse la costrizione della necessità. La
decisione lo aveva privato, il giorno in cui si dispose ad
andare dall'avvocato, di molta energia lavorativa, lavorò in
modo particolarmente lento, dové restare molto a lungo in
ufficio ed erano già passate le 10 quando finalmente fu
davanti alla porta dell'avvocato. Ancor prima di suonare
rifletté se non fosse meglio licenziare l'avvocato per
telefono o con una lettera, parlarci di persona sarebbe
stato certo molto spiacevole. Nonostante ciò K in definitiva
non voleva rinunciare al colloquio, con ogni altra modalità il
licenziamento sarebbe stata accolto in silenzio o con poche
parole formali, né K avrebbe mai saputo, se non avesse
potuto diciamo sondare Leni, come l'avvocato l'avesse
presa e qual mai conseguenza per K potesse avere questo
licenziamento secondo l'opinione non irrilevante
dell'avvocato. Nel caso invece che, seduto davanti a K,
l'avvocato fosse rimasto sorpreso dal licenziamento, K
avrebbe potuto facilmente apprendere dalla sua faccia e
dal suo atteggiamento tutto quel che voleva, anche se
l'avvocato non si fosse fatto strappare granché. Addirittura
non era escluso che K venisse convinto del fatto che invece
era bene lasciare la difesa all'avvocato, e ritirasse il
licenziamento.
La prima scampanellata fu come al solito a vuoto. “Leni
potrebbe essere più svelta”, pensò K. Era tuttavia già un
vantaggio se il resto dei pigionali non s'immischiavano
come al solito, che si trattasse dell'uomo in vestaglia o di
qualche altro scocciatore. Mentre K premeva per la
seconda volta il pulsante guardò dietro di sé l'altra porta,
ma stavolta anch'essa restò chiusa. Finalmente apparvero
allo spioncino della porta dell'avvocato due occhi, ma non
erano quelli di Leni. Qualcuno aprì la porta, ma vi si
appoggiò ancora contro, per il momento, e gridò “è lui” in
direzione dell'appartamento; solo allora aprì del tutto. K
s'era addossato alla porta, difatti già sentiva che dietro di
sé alla porta dell'altro appartamento la chiave veniva girata
in fretta nella serratura. Per cui quando finalmente gli si
aprì davanti la porta lui addirittura si precipitò
nell'anticamera riuscendo a vedere che nell'andito divisorio
tra le stanze Leni, la destinataria del grido di avviso,
scappava in camicia. La guardò per un attimo e poi si voltò
verso chi aveva aperto. Era un omino secco con la barba, e
reggeva una candela. “Lavorate qui?” - chiese K. “No”,
rispose quell'uomo, “non sono di casa, l'avvocato è solo
mio difensore, mi trovo qui per motivi legali.” “Senza
giacca?” chiese K muovendo una mano a indicare
l'inadeguato abbigliamento di quell'uomo. “Oh,
perdonatemi”, disse quello facendo luce con la candela su
di sé, come se vedesse solo ora il proprio stato. “Leni è la
vostra amante?” - chiese sintetico K. Aveva le gambe un
po' divaricate, febbrili le mani con cui teneva il cappello,
dietro di sé. Si sentiva molto superiore a quel omino secco
già per il fatto di possedere un bel soprabito. “Dio mio”,
disse quello alzando le mani davanti alla faccia a mo' di
atterrita protezione, “no, no, ma cosa vi viene in mente?”
“Sembrate credibile”, disse K ridacchiando, “comunque –
venite.” Con il cappello gli fece un cenno e lo fece andare
avanti. “Ma come vi chiamate?” - chiese K mentre
procedevano. “Block, sono Block, commerciante”, disse il
piccoletto voltandosi verso K mentre si presentava, ma K
non gli permise di fermarsi. “E' il vostro vero nome?” -
chiese K. “Certo”, fu la risposta, “ma perché ne dubitate?”
“Pensavo che poteste aver motivo di nasconderlo”, disse K.
Si sentiva libero come avviene quando, all'estero, si parla
con gente umile, tutto quel che ci riguarda lo si tiene per
sé, si parla degli interessi altrui solo con indifferenza, si dà
loro importanza apparente, ma si può anche lasciarli
perdere, a piacimento. Presso l'uscio dello studio
dell'avvocato K si fermò, aprì e gridò al commerciante, che
obbedendogli era andato oltre: “non così in fretta! Fatemi
luce.” K pensava che Leni potesse essersi rimpiattata lì,
fece in modo che il commerciante cercasse in ogni angolo,
ma la stanza era vuota. Dinnanzi al ritratto del giudice K
trattenne il commerciante per le bretelle. “Lo conoscete?” -
chiese indicando il quadro. Il commerciante alzò la candela,
guardò ammiccando e disse: “è un giudice.” “Di grado
elevato?” - chiese K mettendosi di fianco al commerciante
per osservare l'impressione che il quadro gli faceva. Questi
guardò in su stupito e disse: “si tratta di un alto giudice.”
“Non avete mica molto occhio”, disse K, “tra i giudici
istruttori di basso grado lui è quello di grado più basso.”
“Ora ricordo”, disse il commerciante abbassando la
candela, “già l'ho sentito dire.” “E' naturale”, esclamò K,
“stavo dimenticandomi che naturalmente dovete già averlo
sentito dire.” “E perché poi, perché?” - chiese il
commerciante, intanto che spronato dalle mani di K si
muoveva verso la porta. Oltre la quale, nell'andito, K disse:
“ma lo sapete dove s'è nascosta Leni?” “Nascosta?” - disse
il commerciante, “no, potrebbe essere in cucina a
preparare la minestra all'avvocato.” “Perché non lo avete
detto prima?” - chiese K . “Anzi, stavo per condurvici, ma
mi avete richiamato indietro”, rispose il commerciante,
come confuso da quegli ordini contraddittorii. “Credete
davvero di essere molto furbo”, disse K, “conducetemi
dunque!” Nella cucina K non era ancora mai stato, era
sorprendentemente grande e riccamente attrezzata. Solo il
fornello era grande il triplo dei normali fornelli, per altro
non se ne vedevano i dettagli, difatti la cucina era
illuminata solo da una piccola lampada appesa presso
l'entrata. Al fornello c'era Leni, in grembiule bianco come
sempre, che versava delle uova in una pentola posta su un
fuoco a spirito. “Buona sera Joseph”, disse, laterale il suo
sguardo. “Buona sera”, disse K indicando con una mano
una sedia, da una parte, su cui doveva sedersi il
commerciante, cosa che questi fece. K invece si avvicinò
tutto alla schiena di Leni, le si piegò su una spalla e chiese:
“chi è quest'uomo?” Leni con una mano lo strinse mentre
con l'altra rigirava la minestra, se lo attirò davanti e disse:
“è un uomo da compiangere, un povero commerciante, un
certo BlocK Ti basta guardarlo.” Entrambi dettero
un'occhiata. Il commerciante stava sulla sedia indicatagli
da K, aveva la candela di cui la luce, che ora non serviva,
era stata spenta con un soffio, e con un dito premeva lo
stoppino per impedire che fumasse. “Tu eri in camicia”,
disse K voltandole di nuovo la testa verso il fornello. Lei
taceva. “E' il tuo amante?” - chiese K. Lei stava allungando
una mano verso la pentola, invece K gliele prese entrambe,
le mani, e disse: “rispondi dunque!” Lei disse: “vieni nello
studio, ti spiegherò tutto.” “No”, disse K, “voglio che lo
spieghi qui.” Gli si attaccò e voleva baciarlo, ma K se ne
distolse e disse: “non voglio che tu ora mi baci.” “Joseph”,
disse Leni in tono di preghiera eppur tuttavia guardandolo
fermamente negli occhi, “non sarai geloso del signor
Block?” “Rudi”, disse poi, rivolta al commerciante, “dammi
una mano, lo vedi che mi s'incolpa, lascia perdere la
candela.” Si sarebbe potuto pensare che lui non ci avesse
badato, ma seguiva tutto. “Non saprei perché dovreste
essere geloso”, disse, un po' riluttante. “Non lo so, in
effetti”, disse K e guardò il commerciante con un risolino.
Leni rise forte, approfittò della disattenzione di K per
mettersi tra le sue braccia e mormorò: “Ora basta, lo vedi
che razza di uomo è. Me lo sono preso un po' a cuore
perché è un grosso cliente dell'avvocato, per nessun altra
ragione. E tu? Vuoi parlare anche oggi con l'avvocato? Oggi
sta molto male, ma se vuoi ti annuncio lo stesso. Tu resti
con me stanotte, però, senza alcun dubbio. Non sei stato
più da molto tempo qui, anche l'avvocato ha chiesto di te.
Non trascurare il processo! Anch'io ho da comunicarti
svariate cose che ho saputo. Ora però per prima cosa
togliti il cappotto!” Lo aiutò a toglierselo, gli prese il
cappello, corse in anticamera per appenderli, poi tornò e
controllò la minestra. “Devo annunciarti prima, o prima
devo portargli la minestra?” “Annunciami, prima”, disse K.
Era irritato, aveva avuto inizialmente intenzione di
discutere bene con Leni del suo caso, in particolare
dell'intenzione di licenziare l'avvocato, ma la presenza del
commerciante gliene aveva tolto la voglia. Ora però
considerò la sua causa troppo importante perché questo
commerciante da quattro soldi dovesse intervenirvi in
modo magari decisivo, per cui richiamò Leni, che già era
nell'andito. “Portagli prima la minestra”, disse, “bisogna
che si rimetta in forze per parlare con me, ne avrà
bisogno.” “Anche voi siete un cliente dell'avvocato?” - disse
piano dal suo angolo il commerciante, come volesse fare
una verifica. Che però non venne accolta bene. “E cosa ve
ne importa?” - disse K, e a Leni: “E tu, zitta.” “Allora gli
porto prima la minestra”, disse Leni a K e versò la minestra
in un piatto. “C'è da temere solo che si addormenti alla
svelta, dopo mangiato si addormenta presto.” “Quel che gli
dirò lo terrà sveglio”, disse K, aveva perdurante
l'intenzione di lasciar intuire che lui progettava di discutere
qualcosa d'importante con l'avvocato, voleva che Leni gli
chiedesse cos'era e solo dopo intendeva chiederle un
consiglio. Lei invece eseguì alla lettera gli ordini, e basta.
Passandogli vicino con la scodella intenzionalmente lo urtò
con delicatezza e mormorò: “quando avrà mangiato la
minestra ti annuncio subito in modo che io possa averti di
nuovo prima possibile.” “Vai, vai”, disse K. “Sii più gentile
però”, disse lei e si diresse alla porta con la scodella.
K la seguì con lo sguardo; era dunque deciso
definitivamente che l'avvocato sarebbe stato lasciato,
davvero era meglio che lui prima non ne potesse parlare
con Leni, che non aveva abbastanza presente l'insieme
della faccenda e certo lo avrebbe sconsigliato; se stavolta
gli avesse impedito di licenziare l'avvocato lui sarebbe
rimasto inquieto e dubbioso e alla fine, dopo un certo
tempo, avrebbe messo in atto la sua risoluzione, difatti
essa era troppo stringente. Quanto prima l'avesse messa in
atto tanto più danno sarebbe stato evitato. Forse però il
commerciante aveva qualcosa da dire, in merito.
K si voltò, il commerciante non appena se ne accorse
voleva alzarsi subito. “Restate seduto”, disse K spostando
una sedia dov'era l'altro. “Siete un vecchio cliente
dell'avvocato?” - chiese K. “Sì”, disse il commerciante,
“molto vecchio.” “Ma da quanti anni vi rappresenta?” -
chiese K. “Non so in che senso lo dite”, disse il
commerciante, “nelle cause di diritto commerciale – io
commercio cereali – l'avvocato mi rappresenta da quando
ho iniziato, quindi da 20 anni; nel mio processo, cui
probabilmente vi riferite, da più di 5 anni.” “Sì, da più di 5
anni”, proseguì, tirando fuori un vecchio portafogli, “qui ho
annotato tutto, se volete vi dico la data precisa. E' difficile
tenere a mente tutto. Il mio processo probabilmente è
iniziato prima, iniziò poco dopo la morte di mia moglie, e
lei è morta da più di 5 anni e mezzo.” K gli si avvicinò. “E
così l'avvocato s'incarica anche di cause normali?” -
chiese. Il collegamento dei tribunali con le scienze
giuridiche pareva a K tranquillante in modo straordinario.
“Certo”, disse il commerciante e poi mormorò a K: “si dice
addirittura che in queste cause legali egli sia più capace
che nelle altre.” Poi però parve pentirsi di quello che aveva
detto, mise una mano sulle spalle a K e disse: “vi prego,
non mi tradite.” K gli dette un colpetto su una coscia per
tranquillizzarlo e disse: “no, io non sono davvero un
traditore.” “Mi spiego, è vendicativo”, disse il
commerciante. “Non farà certo nulla contro un cliente tanto
fedele”, disse K. “Eh no”, fece il commerciante, ”quando gli
gira male non fa nessuna differenza, comunque non è che
io gli sia fedele, in effetti.” “E come?” - chiese K. “Ve lo
devo confessare?” - chiese dubbioso il commerciante.
“Penso che possiate permettervelo”, disse K “Dunque”,
disse il commerciante, “ve lo confesserò in parte, ma anche
voi dovete dirmi un segreto, in modo che nei confronti
dell'avvocato siamo pari.” “Siete molto cauto”, disse K,
“ma io vi dirò un segreto che vi tranquillizzerà in pieno. In
cosa consiste dunque la vostra infedeltà nei confronti
dell'avvocato?” Il commerciante, incerto e in un tono come
se confessasse qualcosa di disonesto, disse:”ci ho un altro
avvocato, oltre a lui.” “Non è mica una cosa tanto
malvagia”, disse K un po' deluso. “In questa sede sì”, disse
il commerciante - per via della sua confessione respirava
ancora a fatica, ma dopo l'osservazione di K riacquistò
fiducia. “Non è consentito. E assolutamente non è
consentito assumere oltre a un avvocato, diciamo così,
anche uno pseudoavvocato. E io ho fatto proprio questo,
ne ho 5 di pseudoavvocati.” “Cinque!” - esclamò K,
stupefatto dal numero, “cinque oltre a questo?” Il
commerciante annuì: “e sono in trattativa anche con un
6°.” “Ma che ve ne fate di tutti questi avvocati?” - chiese K.
“Mi servono tutti”, disse il commerciante. “Non volete
spiegarmelo?” - chiese K. “Volentieri”, disse il
commerciante. “Prima cosa non voglio perdere il mio
processo, il che è evidente. Di conseguenza non mi posso
permettere di trascurare nulla che potrebbe essermi utile;
anche se la speranza di una utilità, in un certo caso, è
minima, non posso rifiutarla. Ecco perché ho investito tutto
quello che possiedo nel processo. Così ho disinvestito tutti i
soldi dal mio commercio, per esempio; prima i miei uffici
riempivano quasi un piano, oggi basta una stanzetta sul
retro, dove lavoro con un apprendista. Tale arretramento
ha causato com'è naturale non solo il disinvestimento dei
soldi, ma anche quello della mia energia dal lavoro. Se si
vuol fare qualcosa per il proprio processo, ci si può
occupare solo poco del resto.” “Dunque anche voi avete da
penare col tribunale?” - chiese K. “E' proprio quello su cui
mi piacerebbe sapere qualcosa.” “Ne so ben poco”, disse il
commerciante, “all'inizio ci ho anche provato, a
informarmi, ma presto ci ho rinunciato. E' troppo faticoso e
non ha successo. Darsi da fare e negoziare, anche sul
posto, almeno per me si è dimostrato come assolutamente
impossibile. Già il puro e semplice star seduti in attesa
sfinisce. Certo lo sapete che aria pesante c'è negli uffici di
cancelleria.” “Ma come lo sapete che io ci sono stato?” -
chiese K. “Per l'appunto mi trovavo nella stanza di attesa
quando voi siete passato di lì.” “Ma che combinazione!” -
esclamò K, tutto preso e dimentico della precedente
ridicolezza del commerciante, “dunque mi avete visto.
Eravate nella stanza di attesa quando ci sono passato.
Certo che ci sono passato, una volta.” “Non è una
combinazione così notevole”, disse il commerciante, “ci
sono quasi ogni giorno, lì.” “Io ora dovrò andarci, è
probabile anche più volte”, disse K, “solo che sarà difficile
che io venga ricevuto con tutti gli onori come allora. Tutti si
alzarono. Si pensava certo che fossi un giudice.” “No”,
disse il commerciante, “quella volta si salutò l'usciere. Lo
sapevamo che voi eravate un imputato. Notizie simili fanno
molto presto a diffondersi.” “Dunque già lo sapevate”,
disse K, “allora però la mia condotta forse vi sembrò
arrogante. Lo si disse?” “No”, disse il commerciante, “al
contrario. Ma si tratta di sciocchezze.” “Sciocchezze in che
senso?”, chiese K. “Perché lo volete sapere?” - disse il
commerciante seccato, “sembra che ancora non conosciate
quella gente lì, e magari finireste per non capire. Dovete
tener presente che in questo tipo di procedimenti non si
smette mai di parlare di molte cose cui la capacità di
comprensione non arriva, si è semplicemente troppo
stanchi e distratti per capirle, tutte quelle cose, e al posto
loro ci si applica alla superstizione. Parlo degli altri, ma
anch'io non sono affatto migliore. Una superstizione del
genere è per esempio voler cogliere il genere di
conclusione del processo dal viso dell'imputato, in
particolare dal disegno delle labbra. Quella gente dunque
ha ritenuto di concludere dalle vostre labbra che sareste
stato di certo condannato, e presto. E' una ridicola
superstizione, ripeto, e nella maggioranza dei casi anche
completamente contraddetta dai fatti, ma quando si vive in
quella compagnia di persone è difficile sottrarsi a simili
opinioni. Considerate solo quanto fortemente possa agire
questa superstizione: avete parlato a uno lì, no? E quello
riuscì a rispondervi a mala pena. Ci sono naturalmente
molti motivi per essere confusi, in quel luogo, ma uno di
questi motivi fu la vista delle vostre labbra. Più tardi quello
ha riferito che lui aveva creduto di vedere sulle vostre
labbra anche il segno della sua propria condanna.” “Le mie
labbra?” - chiese K, tirò fuori uno specchietto tascabile e vi
si guardò. “Dalle mie labbra non riesco a riconoscere nulla
di particolare. E voi?” “Nemmeno io”, disse il
commerciante, “assolutamente.” “Quant'è superstiziosa
quella gente!” - esclamò K. “Non ve lo dissi?” - chiese il
commerciante. “Si frequentano tanto tra di loro per cui si
scambiano le opinioni?” - disse K. “Io finora mi sono tenuto
del tutto in disparte.” “In generale non si frequentano tra
loro”, disse il commerciante, “non sarebbe possibile, sono
talmente numerosi. E ci sono anche pochi interessi in
comune. Se talvolta in un gruppo emerge la credenza circa
un interesse in comune ciò presto si dimostra un errore.
Nulla che sia in comune ha luogo a dispetto del tribunale.
Ogni caso viene istruito separatamente, si tratta davvero
del tribunale più accurato. Nulla in comune dunque ha
luogo a dispetto del tribunale, solo un singolo ottiene
talvolta qualcosa, in segreto; lo vengono a sapere gli altri
solo in seguito; nessuno sa com'è successo. Non v'è
dunque alcuna comunanza, sì, di tanto in tanto ci si raduna
nelle stanze d'attesa, ma lì si conversa poco. Le opinioni
superstiziose esistono già dai tempi antichi e si moltiplicano
da sé, in pratica.” “Vidi quei signori nella stanza d'attesa”,
disse K, “ebbi l'impressione che attendessero così invano.”
“Non è vana l'attesa”, disse il commerciante. “Vano è solo
intervenire in modo indipendente. Già dissi che ora oltre a
questo ho altri 5 avvocati. Se ne dovrebbe concludere – io
stesso all'inizio lo feci – che io ora dovrei lasciar loro la
causa, interamente. Tuttavia ciò sarebbe falso. Io posso
delegare loro meno che se ne avessi uno solo. Lo capite
bene, no?” “No”, disse K, e per frenare il troppo rapido
discorso del commerciante, gli mise una mano su una
mano, per placarlo, “vorrei pregarvi di parlare più
lentamente, si tratta di cose molto importanti per me, è
chiaro, e non riesco a seguire com'è giusto.” “E' bene che
voi me lo ricordiate”, disse il commerciante, “certo siete un
novizio, un giovane. Il vostro processo risale a mezzo anno
fa, nevvero? Ne ho già sentito parlare. Un processo
talmente giovane! E invece io a queste cose ci ho pensato
innumerevoli volte, sono quanto di più evidente ci sia al
mondo.” “Vi fa piacere che il vostro processo sia in tale
stato di avanzamento?” - chiese K, che non voleva arrivare
a chiedere come stessero le cose del commerciante. Non
ebbe però alcuna chiara risposta. “Sì, tiro la carretta del
mio processo da 5 anni”, disse il commerciante e abbassò
la testa, “non è mica un'impresa da poco.” Poi fece una
pausa in silenzio. K allungò le orecchie, tante volte non
arrivasse Leni. Non voleva che venisse, da una parte,
difatti aveva molte domande da fare, né desiderava venir
trovato da Leni in quel colloquio confidenziale con il
commerciante, d'altra parte era seccato per il fatto che lei,
nonostante la sua presenza, restava tanto a lungo presso
l'avvocato, molto più di quanto servisse a servirgli la
minestra. “Mi ricordo ancora bene”, ricominciò il
commerciate subito ricatturando l'attenzione di K,
“dell'epoca in cui il mio processo aveva all'incirca l'età che
ha ora il vostro. Allora avevo solo quest'avvocato, ma non
ero molto soddisfatto di lui.” “Ora imparo ogni cosa, qui”,
pensò K annuendo vivacemente come se in quel modo
potesse incoraggiare il commerciante a dire tutto quel che
contava. “Il mio processo”, seguitò il commerciante, “non
procedeva, avevano luogo assise istruttorie, sì, io ero
presente a tutte, raccoglievo materiale, tenevo in regola
tutta la mia contabilità presso il tribunale, cosa che come
più tardi appresi non era nemmeno necessaria, non facevo
che correre dall'avvocato e lui presentava svariate
istanze ...” “Svariate istanze?” - chiese K. “Sì, certo”, disse
il commerciante. “Questo per me è molto importante”,
disse K, “nel mio caso lui sta ancora lavorando alla prima
istanza. Ancora non ha fatto niente. Mi trascura in modo
vergognoso.” “Che l'istanza non sia ancora pronta, può
avere diversi giustificati motivi”, disse il commerciante.
“Del resto più tardi si è dimostrato che erano del tutto
senza valore. Ne ho addirittura letta io stesso una per
compiacenza di un funzionario del tribunale. Era certo
erudita, ma in effetti priva di contenuto. Prima di tutto
moltissimo latino, che io non capisco, poi paginate di
generici appelli al tribunale, poi lusinghe rivolte a singoli
funzionari, certo non nominati, ma che comunque un
iniziato era costretto a indovinare, poi autoglorificazione
dell'avvocato, mentre egli si umiliava in modo addirittura
canino al cospetto del tribunale, infine riferimenti a casi
giuridici del passato che dovevano essere simili al mio.
Certo erano riferimenti, nei limiti in cui riuscivo a seguirli,
eseguiti con grande accuratezza. Con tutto ciò non voglio
giudicare affatto il lavoro dell'avvocato, del resto l'istanza
che ho letto era solo una tra diverse altre, comunque, e di
questo intendo parlare ora, io allora non riuscii a vedere
alcun passo avanti nel mio processo.” “Ma quale passo
avanti volevate vedere?” - chiese K. “Domanda
ragionevole, la vostra”, disse il commerciante con un
risolino, “in questo tipo di procedimenti si riescono a
vedere solo rari passi avanti. Allora però non lo sapevo.
Sono un commerciante e ai tempi lo ero più di ora, volevo
progressi tangibili, il tutto doveva da sé volgere alla fine o
almeno procedere in modo regolare. E invece c'erano solo
udienze che per lo più avevano lo stesso contenuto; le
risposte le avevo già pronte, a litania; più volte ogni
settimana messi del tribunale venivano nel mio ufficio,
nella mia abitazione o dove riuscivano a incontrarmi, ciò
com'è naturale era seccante (oggi almeno da questo punto
di vista va molto meglio, la chiamata telefonica disturba
molto meno), anche tra i miei colleghi in affari, e in special
modo tra i miei parenti cominciarono a diffondersi voci in
merito al mio processo, ciò provocò danni molteplici,
tuttavia non v'era il minimo indizio che indicasse che
avrebbe avuto luogo prossimamente anche soltanto il
primo dibattimento in tribunale. Andai quindi dall'avvocato
e mi lamentai. Mi dette lunghe spiegazioni, sì, ma si rifiutò
deciso di far qualcosa secondo quel che pensavo io,
nessuno poteva influire sulla data del dibattimento, inserire
in un'istanza tale questione – come desideravo – era
semplicemente inaudito e avrebbe rovinato me e lui.
Pensai: ciò che questo avvocato non vuole o non può, lo
vorrà o potrà un altro. Cercai dunque un altro avvocato.
Voglio subito anticiparlo: nessuno ha chiesto od ottenuto
che fosse stabilito l'inizio del dibattimento, questo è, certo
con una eccezione di cui parlerò poi, davvero impossibile,
in relazione a ciò dunque questo avvocato non mi ha
deluso; del resto tuttavia non ebbi da rammaricarmi di
essermi rivolto anche a un altro avvocato. E' possibile che
abbiate sentito parlare parecchio, da parte del dottor Huld,
degli pseudoavvocati, probabile che ve li abbia descritti
come molto spregevoli, e veramente essi lo sono. Tuttavia
gli sfugge sempre, quando ne parla e paragona quelli a sé
e i suoi colleghi, un piccolo errore su cui voglio attirare, di
passaggio, anche la vostra attenzione. Lui definisce gli
avvocati della sua cerchia, per distinguerli, i 'grandi
avvocati'. Ciò è falso. Com'è naturale ognuno può definirsi
'grande', se gli garba, ma in questo caso decide soltanto
l'usanza del tribunale. Stando a essa, mi spiego, ci sono, a
parte gli pseudoavvocati, anche i piccoli e i Grandi
Avvocati. Quest'avvocato qui e i suoi colleghi sono però
solo piccoli avvocati, i Grandi Avvocati, di cui ho solo
sentito parlare e che mai ho visto, hanno un rango senza
confronti più alto, rispetto ai piccoli avvocati, di quanto i
piccoli avvocati lo abbiano rispetto ai disprezzati
pseudoavvocati.” “I Grandi Avvocati?” - chiese K. “E chi
sarebbero? Come ci si arriva?” “Voi dunque non ne avete
mai sentito parlare”, disse il commerciante. “A mala pena
c'è un imputato che, dopo esserne stato informato, non se
li sogni per un po' di tempo. Meglio che non vi facciate
sedurre da ciò. Chi siano i Grandi Avvocati non lo so, né ci
si può neppure arrivare. Non conosco alcun caso in cui si
possa dire che essi siano intervenuti. Difendono parecchia
gente, ma di propria volontà non ci si perviene, essi
difendono solo chi vogliono difendere. La causa che si
assumono deve tuttavia risultare di livello superiore al
tribunale di basso grado. Per il resto è meglio non pensare
a loro, altrimenti i colloqui con gli altri avvocati, i loro
consigli e la loro assistenza, a uno appaiono talmente
stomachevoli e inutili, io l'ho imparato da solo, che quando
va bene si vorrebbe buttar via tutto, mettersi a letto e non
sentirne più. Ciò com'è naturale sarebbe di nuovo la cosa
più stupida, neppure a letto si riposerebbe a lungo.”
“Dunque non pensaste, ai tempi, ai Grandi Avvocati?” -
chiese K. “Non a lungo”, disse il commerciante facendo un
nuovo risolino, “dimenticarseli completamente purtroppo
non si può, specie di notte pensarci rinfranca. Tuttavia ai
tempi io desideravo un risultato immediato, per cui andai
dagli pseudoavvocati.”
“Ma come state seduti vicini!” - esclamò Leni, che era
tornata con la scodella e sostava sulla porta. In effetti
sedevano vicinissimi, al minimo movimento erano costretti
a urtarsi con le teste, il commerciante che, a parte la sua
piccolezza, teneva anche le palle curve, aveva costretto
anche K a chinarsi parecchio, se voleva sentire ogni parola.
“Ancora un momento”, gridò K per fermare Leni e mosse
con impazienza la mano che aveva continuato a tenere su
una mano del commerciante. “Voleva che gli riferissi del
mio processo”, disse il commerciante a Leni. “Riferisci
pure, riferisci”, disse lei. Parlava con affetto al
commerciante, eppur tuttavia con degnazione, a K questo
dispiacque; come ora aveva capito, quell'uomo non
mancava di un certo valore, per lo meno aveva esperienze
che sapeva comunicare bene. Leni probabilmente lo
giudicava male. La guardò seccato per come gli levava la
candela che il commerciante aveva tenuto stretta per tutto
il tempo, gli puliva col grembiule la mano e gli
s'inginocchiava accanto per grattar via un po' di cera che
gli era sgocciolata sui calzoni. “Mi stavate raccontando
degli pseudoavvocati”, disse K levando la mano di Leni
risoluto. “Ma che vuoi?” - chiese Leni tentando di colpire
leggermente K e continuando quel che faceva. “Certo, degli
pseudoavvocati”, disse il commerciante e si passò una
mano sulla fronte, come per riflettere. K gli venne in aiuto
e disse: “volevate un successo rapido per cui andaste dagli
pseudoavvocati.” “Proprio così”, disse il commerciante, ma
non continuò. “Forse non vuole parlarne davanti a Leni”,
pensò K, represse la sua impazienza di sentire subito il
resto e non insisté oltre.
“Mi hai annunciato?” - chiese a Leni. “Certo”, disse lei, “ti
aspetta. Ora lascia stare Block, ci puoi parlare dopo, lui
rimane qui.” K indugiava ancora. “Restate qui?” - chiese al
commerciante, voleva aver risposta da lui, non voleva che
Leni ne parlasse come di un assente, oggi verso di lei era
pieno di una rabbia segreta. Di nuovo, però, rispose solo
Leni: “dorme spesso qui.” “Dorme qui?” - esclamò K, aveva
pensato che il commerciante sarebbe stato ad aspettare
solo lui mentre avrebbe alla svelta finito di parlare con
l'avvocato, poi però sarebbero andati via insieme e
avrebbero parlato a fondo e indisturbati di tutto. “Sì”, disse
Leni, “non è che tutti come te, Joseph, vengono fatti
passare dall'avvocato quando vogliono. Non sembri proprio
stupito del fatto che l'avvocato nonostante che stia male ti
riceva alle 11 di sera. Tu dai quello che i tuoi amici fanno
per te troppo per scontato. Ora, i tuoi amici lo fanno, o
almeno io lo faccio volentieri. Non voglio alcun altro grazie,
né mi serve, se non che tu mi abbia a cuore.” “Avere a
cuore te?” - si chiese lì per lì K, poi ci pensò meglio, “ma sì,
la ho a cuore.” Tuttavia disse, trascurando il resto: “mi
riceve perché sono suo cliente. Se anche per camminare
servisse l'aiuto altrui, a ogni passo si dovrebbe insieme
pregare e dir grazie.” “E' davvero malvagio oggi, nevvero?”
- chiese Leni al commerciante. “Ora sono io l'assente”,
pensò K e s'incattivì quasi con il commerciante quando
questi, adottando la scortesia di Leni, disse: “l'avvocato lo
riceve anche per altri motivi. Voglio dire, il suo caso è più
interessante del mio. Inoltre il suo processo è all'inizio,
dunque probabilmente ancora non molto imbrogliato, per
cui l'avvocato ci s'impegna ancora volentieri. Più avanti
cambierà.” “Sì sì”, disse Leni e guardò con un sorrisetto il
commerciante, “quanto chiacchiera lui. Guarda”, disse
rivolgendosi a K, “non gli credere proprio. Tanto è caro,
quanto è chiacchierone. Forse per questo l'avvocato non lo
può soffrire. Comunque lo riceve solo se ne ha voglia. Mi
sono sforzata tanto per cambiare questa cosa, ma è
impossibile. Pensa, capita che io annunci Block, e lui lo
riceve solo dopo 3 giorni. Ma se Block nel momento in cui
viene chiamato non è presente tutto è perduto e deve di
nuovo essere annunciato. Ecco perché gli ho dato il
permesso di dormire qui, è già successo che l'avvocato
abbia suonato per lui durante la notte. Dunque Block è
pronto, ora, anche di notte. Per dir la verità ora capita di
nuovo che l'avvocato, se risulta che Block sia qui, talvolta
non confermi l'ordine di farlo passare.” K guardò
interrogativo il commerciante. Questi annuì e, chiaro come
aveva parlato prima con K, disse, forse distratto dalla
vergogna: “sì, col tempo si diventa molto dipendenti dal
proprio avvocato.” “Si rammarica solo in apparenza”, disse
Leni. “Dorme qui molto volentieri, come già spesso mi ha
confessato.” Andò a una porticina e la spinse. “Vuoi vedere
la sua stanza da letto?” - chiese. K andò lì e dalla soglia
guardò l'interno di un locale basso privo di finestra
completamente occupato da un lettino su cui si era
costretti a salire scavalcandone la spalliera. Dalla parte
della testiera c'era una rientranza nel muro in cui,
meticolosamente ordinati, si trovavano una candela, penna
e calamaio, e un fascio di carte, probabili scritti
processuali. “Dormite nella camera da letto della ragazza di
servizio?” - chiese K voltandosi verso il commerciante.
“Leni me l'ha ceduta”, rispose il commerciante, “è molto
comoda.” K lo guardò a lungo; la prima impressione che il
commerciante gli aveva fatto era dopotutto stata giusta;
aveva esperienza per il fatto che il suo processo durava già
da molto tempo, ma l'aveva pagata cara. D'improvviso K
non resse più la vista del commerciante. “E portatelo a
letto”, gridò a Leni, che non sembrò neppure capire. Lui
però intendeva andare dall'avvocato per licenziarlo e
liberarsi non solo di lui, ma anche di Leni e del
commerciante. Ancor prima che fosse arrivato alla porta, il
commerciante gli si rivolse a voce bassa: “signor
procuratore.” K si girò incattivito. “Vi siete dimenticato la
vostra promessa”, disse il commerciante proteso verso K,
da dov'era seduto, con aria supplicante, “mi volevate dire
un segreto.” “E' vero”, disse K sfiorando con uno sguardo
Leni, che attenta lo guardava, “ascoltate dunque, e quasi
non si tratta più affatto di un segreto. Ora vado
dall'avvocato per licenziarlo.” “Lo licenzia, lui!” - esclamò il
commerciante, saltò giù dalla sedia e corse in giro nella
cucina, le mani sollevate. Seguitava e gridare: “licenzia
l'avvocato!” Leni intendeva buttarsi subito su K, ma il
commerciante le andò tra i piedi, per cui si prese un
pugno. Ancora con le mani strette a pugno Leni si buttò poi
dietro a K, che però era già balzato molto oltre. Quasi
entrato nella camera dell'avvocato, Leni andò a riprenderlo.
Lui aveva quasi chiuso la porta dietro di sé, ma Leni,
tenendo uno spiraglio aperto con un piede, lo prese per un
braccio e voleva tirarlo indietro. Lui però le strinse il polso
con tanta forza che lei fu costretta a lasciarlo, gemendo.
Né osò entrare subito nella camera, e K chiuse la porta a
chiave.
“Vi attendo già da molto”, disse l'avvocato dal letto,
appoggiò sul tavolino da notte un documento che aveva
letto alla luce di una candela, e si mise gli occhiali con cui
guardò severo K. Invece di scusarsi K disse: “me ne vado
via presto.” Senza fare attenzione a quel che aveva detto
K, che non era affatto una giustificazione, egli disse: “non
vi farò più passare in futuro a un'ora così tarda.” “Ciò si
accorda con quel che desidero”, disse K. L'avvocato lo
guardò interrogativo. “Sedetevi”, disse. “Se volete”, disse
K, spinse una sedia vicina al tavolino da notte e si
accomodò. “Mi sembra che abbiate chiuso la porta a
chiave”, disse l'avvocato. “Sì”, disse K, “per via di Leni”.
Pareva intenzionato a non fare sconti. L'avvocato tuttavia
chiese: “E' stata di nuovo invadente?” “Invadente?” -
chiese K. “Sì”, disse l'avvocato, rise, ebbe un accesso di
tosse e, finito di tossire, ricominciò a ridere. “Ma non ci
avete già fatto caso alla sua invadenza?” - chiese, e dette
un colpetto sulla mano che K, perplesso, aveva appoggiato
sul tavolino da notte e che ora svelto tirò indietro. “Non
date molta importanza alla cosa”, disse l'avvocato, visto
che K taceva, “tanto meglio. Altrimenti avrei forse dovuto
scusarmi con voi. Si tratta di una particolarità di Leni, del
resto è tanto che la vizio, non ne parlerei se proprio ora voi
non aveste chiuso la porta a chiave. Certo questa
particolarità dovrei spiegarla a voi meno che a tutti, ma mi
guardate così costernato per cui lo faccio, questa
particolarità consiste nel fatto che Leni trova belli quasi
tutti gli imputati. Si affeziona a tutti, ama tutti e comunque
pare che da tutti venga amata; per intrattenermi poi capita
spesso che me ne faccia il resoconto, se glielo permetto.
Non sono stupito dall'intera cosa come sembrate esserlo
voi. A ben guardare spesso troviamo gli imputati davvero
belli. Si tratta certo di uno strano fenomeno della scienza
naturale, diciamo. All'incirca sopravviene, come
conseguenza dell'accusa, è ovvio, non proprio un
mutamento chiaro dell'aspetto, preciso. Non è però come
nelle altre faccende del tribunale: i più restano nel loro
abituale modo di vivere e, se hanno un bravo avvocato che
si preoccupa di loro, non vengono molto impediti dal
processo. Ciò nonostante coloro che hanno esperienza in
materia sono in grado di riconoscere nella più gran massa i
singoli imputati, uno per uno. Da cosa? - voi chiederete. La
mia risposta non vi soddisferà. Gli imputati sono per
l'appunto i più belli. Non può esser la colpa che li rende
belli, difatti – così devo dire, almeno, come avvocato – non
sono tutti colpevoli, non può essere nemmeno la futura
pena a renderli belli, ora, difatti non divengono tutti
oggetto di pena, dunque ciò può risiedere solo nel
procedimento contro di loro intentato, che in qualche modo
gli resta addosso. Certo tra i belli ve n'è di belli in
particolare. Tuttavia tutti sono belli, anche Block, questo
misero verme.”
K era, quando l'avvocato ebbe finito, completamente
preso, aveva perfino annuito in modo vistoso alle ultime
parole e aveva messo in dubbio anche la sua vecchia
opinione, che l'avvocato cercava sempre, anche stavolta,
con discorsi generali che non c'entravano con la causa, di
distrarlo e di distoglierlo dalla questione principale, ciò che
lui aveva fatto davvero per la causa di K. L'avvocato vide
bene che stavolta K gli opponeva più resistenza del solito,
difatti tacque per dare a K la possibilità di parlare anche
lui, poi, dato che non diceva nulla, gli chiese: “oggi siete
venuto da me con un'intenzione precisa?” “Sì”, disse K e
mise una mano davanti alla candela per vedere meglio
l'avvocato, “volevo dirvi che con oggi vi ritiro il patrocinio.”
“Sto capendovi bene?”- chiese l'avvocato, si sollevò a metà
sul letto appoggiandosi con una mano ai cuscini.
“M'immagino di sì”, disse K che stava seduto rigidamente
eretto e come all'erta. “Ora, noi possiamo discutere anche
di questo progetto”, disse l'avvocato dopo una pausa. “Non
è più assolutamente un progetto”, disse K. “Può essere”,
disse l'avvocato, “non precipitiamo, però.” Usava la parola
“noi” come se non avesse intenzione di liberare K e come
se volesse, anche non essendo più suo difensore, almeno
restare suo consigliere. “Non precipitiamo affatto”, disse K,
lentamente si alzò e passò dietro la sua sedia, “ci ho
riflettuto bene e forse perfino troppo a lungo. La decisione
è definitiva.” “Allora consentitemi solo qualche altra
parola”, disse l'avvocato, tolse via il piumino e si mise sulla
sponda del letto. Le gambe nude dai peli bianchi
tremavano di freddo. Pregò K di prendergli una coperta dal
canapè. K la prese e disse: “vi esponete a raffreddarvi
senza alcuna necessità.” “La ragione è abbastanza
importante”, disse l'avvocato ricoprendosi la parte
superiore del corpo con il piumino e avviluppandosi le
gambe nella coperta. “Vostro zio è mio amico e anche voi
col tempo mi siete divenuto caro. Lo ammetto
sinceramente. Non ho bisogno di vergognarmene. “ Tali
parole sentimentali di quel vecchio furono assai moleste
per K, difatti lo costringevano a una spiegazione estesa che
volentieri avrebbe evitato e inoltre lo mettevano in
imbarazzo, come sinceramente ammise con se stesso,
anche se certo non potevano mai farlo retrocedere dalla
decisione presa. “Vi ringrazio della vostra gentile
disposizione d'animo”, disse, “riconosco anche che voi vi
siete assunto la mia causa tanto quanto vi è possibile e a
mio vantaggio, come a voi sembra. Io però da ultimo mi
sono convinto che ciò non basta. Com'è naturale non
cercherò mai di mettermi a convincere della mia opinione
un uomo tanto anziano ed esperto; se talvolta senza
volerlo ci ho provato, perdonatemi, la causa però, come voi
stesso vi esprimeste, è abbastanza importante e, secondo
la mia convinzione, è necessario intervenire nel processo
con molta più energia di quanto è avvenuto fin qui.”
“Capisco”, disse l'avvocato, “siete impaziente.” “Non sono
impaziente”, disse K leggermente risentito e senza badare
più tanto a quel che diceva. “In occasione della mia prima
visita, quando venni insieme a mio zio, forse avete notato
che del processo non m'importava molto; se non me lo
ricordavano per forza, io me lo dimenticavo
completamente. Tuttavia lo zio insisteva che vi affidassi il
mio patrocinio, e lo feci per essergli ben accetto. Ci si
sarebbe ora aspettati che il processo si facesse più facile di
prima, per me, difatti si affida il patrocinio all'avvocato per
liberarsi un po' del peso del processo. Ma è avvenuto
l'opposto. Mai prima io ebbi tanto grandi preoccupazioni a
causa del processo come da quando mi rappresentate voi.
Quand'ero da solo non prendevo alcuna iniziativa circa la
mia causa, ma a mala pena me ne accorgevo, ora invece
avevo un patrocinatore, tutto era indirizzato al fine che
avvenisse qualcosa, di continuo e sempre con maggior
tensione aspettavo che voi interveniste, ma ciò tardava.
Ricevetti certo da voi svariate comunicazioni sul tribunale
che forse da nessun altro avrei potuto ricevere. Tuttavia
ciò non può bastarmi quando ora il processo, praticamente
in segreto, mi si avvicina sempre più.” K s'era liberato della
sedia e stava lì con le mani nelle tasche della giacca. “Da
un certo momento dell'azione in poi”, disse piano e
tranquillo l'avvocato, “non avviene più nulla di
essenzialmente nuovo. Quanti clienti si sono, come voi, in
simili stadi del processo presentati davanti a me ed hanno
parlato come voi!” “E hanno, tutte questi clienti, avuto
ragione”, disse K, “come me. Ciò non mi confuta.” “Non
volevo confutarvi”, disse l'avvocato, “intendevo aggiungere
che da voi mi sarei atteso più capacità di giudizio che da
altri, specie perché vi ho spiegato il carattere del tribunale
e della mia pratica più di quanto altrimenti faccio con le
parti. E ora sono costretto a vedere che nonostante tutto
non vi fidate abbastanza di me. Non mi venite incontro.”
Come si umiliava l'avvocato davanti a K! Non aveva alcun
riguardo per l'onore della categoria che, certo in questi
momenti, è il più sensibile. E perché lo faceva? In
apparenza era un avvocato con molto lavoro e inoltre un
uomo ricco, non poteva importargli molto in sé e per sé né
del danno economico né della perdita di un cliente. Inoltre
era di salute cagionevole e avrebbe dovuto tenere in buona
considerazione il fatto che gli fosse risparmiato del lavoro.
Eppure si teneva stretto K. Perché? Si trattava di
partecipazione personale nei confronti dello zio, o davvero
lui vedeva il processo di K come veramente tanto
straordinario e sperava di segnalarsi, a K o – possibilità
quasi mai da escludere – agli amici presso il tribunale?
Impossibile indovinare qualcosa guardandolo, anche nel
modo sfacciatamente indagatorio di K. Si sarebbe potuto
quasi supporre che l'avvocato aspettasse l'effetto delle sue
parole con una faccia intenzionalmente inespressiva.
Tuttavia era chiaro che interpretava il silenzio di K in modo
troppo positivo, ai suoi fini, quando riprese a parlare:
“avrete notato che ho certo un grosso ufficio, ma che non
ho assistenti. Prima era diverso, una volta alcuni giovani
laureati in giurisprudenza lavoravano per me, oggi lavoro
da solo. Ciò dipende in parte dal cambiamento del mio
operare, limitato sempre più a questioni giuridiche del tipo
della vostra, in parte dalla conoscenza sempre più
approfondita tratta da tali questioni giuridiche. Trovai che
non mi era lecito lasciare un lavoro del genere a nessuno
se non intendevo mancare nei confronti dei miei clienti e
alla funzione che mi ero assunto. La decisione però di
adempiere di persona a tutto il lavoro ebbe le naturali
conseguenze: fui costretto a rifiutare quasi tutte le
richieste di patrocinio e potei cedere solo a quelle che mi
premevano specialmente – e c'è gente da poco, perfino
vicino a me, che si precipita su ogni briciola che io butti
via. Senza contare che la troppa fatica mi rese ammalato.
Ciò nonostante non mi pento della mia decisione, forse
avrei dovuto rifiutare più patrocini di quel che ho fatto, che
però io mi sia dato completamente ai processi assunti è
divenuto con assoluta necessità evidente ed è stato
ripagato dai successi. Una volta in uno scritto ho trovato
assai ben espressa la differenza che c'è tra il patrocino
nelle questioni giuridiche normali e il patrocinio in questioni
giuridiche come quelle che ho scelto. Eccola: l'un avvocato
trae il suo cliente, con un filo di refe, fino alla sentenza,
l'altro subito se lo mette sulle spalle e lo porta fino alla
sentenza, e oltre, senza deporlo. E' così. Tuttavia non era
del tutto giusto quel che dicevo, che non mi pento mai di
questa gran fatica. Quando essa, com'è nel vostro caso,
viene così completamente disconosciuta, be', allora quasi
mi pento.” K venne reso da quel discorso più impaziente
che non convinto. In qualche modo ritenne di individuare,
udendo la cadenza del tono dell'avvocato, che cosa lo
aspettava se avesse ceduto: sarebbero ricominciate le
promesse, i riferimenti ai progressi dell'istanza, alla
migliore disposizione d'animo dei funzionari del tribunale,
ma anche alle grandi difficoltà che si opponevano al lavoro
– in breve sarebbe stato tirato in ballo tutto ciò che era
noto fino alla nausea allo scopo di illudere ancora K con
imprecisate speranze e tormentarlo con imprecisate
minacce. Ciò doveva venir impedito in modo definitivo, per
cui K disse: “Che cosa intendete intraprendere in merito
alla mia causa, qualora conserviate il patrocino?”
L'avvocato si rassegnò perfino a quella offensiva domanda
e rispose: “andare avanti in ciò che ho già cominciato a
fare per voi.” “Lo sapevo”, disse K, “ma ora parlarne
ancora è inutile.” “Farò ancora un tentativo”, disse
l'avvocato, quasi che quello che irritava K non avvenisse a
K, ma a lui. “Mi spiego, ho l'impressione che voi veniate
indotto, per il fatto che vi si tratta, nonostante che siate
imputato, troppo bene, o per meglio dire in modo
negligente, con apparente negligenza, a giudizi sbagliati in
merito non solo alla mia assistenza legale, ma anche in
merito alla vostra condotta in genere. Ha un motivo anche
il fatto che vi si tratti con negligenza; spesso è meglio
essere in catene che liberi. Mi piacerebbe però mostrarvi
come vengono trattati altri imputati, forse vi riesce trarne
un insegnamento. Mi spiego, ora farò venire Block, aprite
la porta e sedetevi qui presso il tavolino da notte. “
“Volentieri”, disse K facendo quel che aveva chiesto
l'avvocato; a imparare era sempre pronto. Per sicurezza,
caso mai, chiese: “avete però capito che vi ritiro la
rappresentanza?” “Sì”, disse l'avvocato, “ma potete anche
revocare tale atto oggi stesso.” Si rimise a letto, si tirò la
trapunta fino al mento e si girò verso la parete. Quindi
suonò.
Quasi insieme alla scampanellata apparve Leni, che cercò
di capire con rapide occhiate che cosa fosse successo; che
K sedesse tranquillo presso il letto dell'avvocato, parve
placarne l'ansia. Annuì sorridendo a K, che la guardava
fisso. “Va' a prendere Block”, disse l'avvocato. Invece di
andarci Leni si mise davanti alla porta e chiamò: “Block!
Dall'avvocato!” e sgattaiolò, forse perché l'avvocato
restava voltato verso la parete disinteressandosi a tutto,
dietro la sedia di K, iniziando a dargli noia; si protese oltre
la spalliera, e gli passò le mani, d'altronde molto cauta e
delicata, tra i capelli o sulle guance. Infine K cercò di
impedirglielo, le afferrò una mano, e lei gliela abbandonò
dopo un po' di resistenza.
Block era arrivato subito, al richiamo, ma restava sulla
porta e pareva che riflettesse, entrare o non entrare? Alzò
le sopracciglia e piegò la testa come se stesse in attesa che
venisse ripetuto il comando di venire dall'avvocato. K
avrebbe potuto incoraggiarlo a entrare, ma si era proposto
la rottura definitiva non solo con l'avvocato, ma con tutto
ciò che c'era in quell'appartamento, di conseguenza restò
immobile. Anche Leni taceva. Block vide che, almeno,
nessuno lo cacciava via e in punta di piedi entrò, la faccia
tesa, le mani contratte dietro la schiena. Aveva lasciato
aperta la porta per magari ritirarsi. Non guardò affatto K,
ma solo il piumino erto sull'avvocato che, spintosi
vicinissimo alla parete, neppure era visibile. In quella se ne
udì però la voce: “Block, sei qui?” - chiese l'avvocato. La
domanda di fatto fu per Block, che già era di nuovo
retrocesso di un bel pezzo, una stoccata al petto e poi sulla
schiena; vacillò, si fermò profondamente inchinato e disse:
“a disposizione.” ”Cosa vuoi?” - chiese l'avvocato, “vieni a
sproposito.” “Non venni chiamato?” - chiese Block più
rivolto a se stesso che non all'avvocato, mise le mani
avanti a mo' di difesa e fu pronto a squagliarsela. “Venisti
chiamato”, disse l'avvocato, “ciò nonostante vieni a
sproposito.” E dopo una pausa riprese: “vieni sempre a
sproposito.” Dopo che l'avvocato aveva iniziato a parlare
Block non guardava verso il letto, fissava invece lo sguardo
verso un angolo, a caso, e si limitava a stare in ascolto,
quasi che vedere chi parlava fosse troppo accecante per
poterlo sopportare. Era dura anche stare in ascolto, difatti
l'avvocato parlava rivolto al muro, non solo, ma a voce
bassa e svelto. “Desiderate che me ne vada?” - chiese
BlocK “Visto che sei qui”, disse l'avvocato, “resta!” Si
sarebbe potuto credere che l'avvocato non avesse esaudito
il desiderio di Block, ma che lo avesse minacciato con un
bastone, infatti ora Block iniziò davvero a tremare. “Ieri
fui”, disse l'avvocato, “dal terzo giudice, mio amico, e pian
piano ho portato il discorso su di te. Vuoi sapere che cosa
disse?” “Oh, ve ne prego”, disse BlocK. Poiché l'avvocato
non rispose subito, Block ripeté la richiesta abbassandosi
come per inginocchiarsi. Allora K lo investì: “cosa fai?” -
gridò. Poiché Leni aveva voluto impedire tale richiamo di K,
lui le afferrò anche l'altra mano. Non era la pressione
dell'amore, quella con cui la strinse, e lei gemé a più
riprese cercando di strappar le mani da lui. Tuttavia Block
fu punito per il richiamo di K, infatti l'avvocato gli chiese:
“ma chi è il tuo avvocato?” “Voi, siete”, disse BlocK “E a
parte me?” - chiese l'avvocato. “Nessuno, a parte voi”,
disse Block. “Allora non seguire nessun altro”, disse
l'avvocato. Block approvò in pieno squadrando ostile K e
scuotendo con violenza il capo al suo indirizzo. A tradurre
tale condotta in parole, sarebbero state offese grossolane.
E con un tipo simile K aveva voluto parlare
amichevolmente della sua causa! “Non ti darò più noia”,
disse K accomodatosi sulla sua sedia. “Inginocchiati, mettiti
a quattro zampe, fa' quel che vuoi, a me non importa.”
Tuttavia Block, almeno nei confronti di K, conservava la
sua dignità, difatti andò verso di lui agitando i pugni e
dichiarando, a voce alta quanto la vicinanza dell'avvocato
glielo permetteva: “Non potete permettervi di parlarmi
così, non vi è consentito. Perché mi offendete, per di più
qui davanti al signor avvocato, dove entrambi, voi e io,
siamo tollerati per compassione? Non siete migliore di me,
perché anche voi siete imputato e avete un processo. Se
però, ciò nonostante, siete ancora un signore, lo sono
anch'io, se non anche più importante. E voglio che mi si
parli come a un signore, per l'appunto da parte vostra. Se
però ritenete preferibile sedere tranquillo qui e stare a
sentire tranquillo, mentre io , come vi esprimeste, mi
metto a quattro zampe, allora vi ricordo il vecchio detto:
chi è sotto accusa meglio è che si muova e non stia quieto,
perché chi sta quieto può sempre, senza saperlo, esser su
un piatto della bilancia e venir pesato con la sua colpa.” K
non disse nulla, limitandosi a guardare meravigliato, senza
batter ciglio, quell'uomo confuso. Che razza di
cambiamenti s'erano prodotti in lui, Block, già nelle ultime
ore! Ciò dipendeva dal processo, che lo sbatteva da una
parte all'altra e non gli permetteva di capire dov'era
l'amico e dove il nemico? Non vedeva infatti che l'avvocato
lo umiliava intenzionalmente e stavolta non mirava ad altro
che a darsi delle arie davanti a K con il suo potere, e forse
ad assoggettare anche K? Se Block però non era capace di
capirlo, oppure se temeva l'avvocato al punto che capirlo
non poteva servirgli, com'era possibile che fosse tanto
scaltrito o tanto intrepido da ingannare l'avvocato
tacendogli che lui faceva lavorare per sé altri avvocati a
parte lui? E perché osava assalire K, dal momento che K
poteva subito tradire quel segreto? Ma osò anche di più,
andò al letto dell'avvocato e cominciò anche lì a reclamare
in merito a K: “signor avvocato”, disse, “avete sentito
come mi ha parlato quest'uomo. Si possono ancora contare
le ore del suo processo e già vuol dare lezioni a chi è sotto
processo da 5 anni. Addirittura mi ingiuria. Non sa nulla e
ingiuria me, che nei limiti delle mie deboli forze ho studiato
bene ciò che serve in fatto di buona creanza, di
responsabilità e di regole tribunalizie.” “Non ti curare di
nessuno”, disse l'avvocato, “e fa' ciò che ti pare giusto.”
“Certo”, disse Block, come dandosi coraggio, e
s'inginocchiò, dando una breve occhiata di lato, vicinissimo
al letto.” “Sono in ginocchio, avvocato mio”, disse. Tuttavia
l'avvocato taceva. Block sfiorò cauto con una mano il
piumino. Nel silenzio ora dominante, Leni disse, mentre si
liberava delle mani di K: “mi fai male. Lasciami andare da
BlocK” Ci andò e si sedette sulla sponda del letto. Block fu
molto contento del suo arrivo, subito la pregò a segni
vivaci, ma muti, di perorare la sua causa con l'avvocato.
Aveva chiaramente bisogno molto urgente delle
informazioni dell'avvocato, ma forse per farle sfruttare dai
suoi altri avvocati. Probabile che Leni sapesse bene come
poter avvicinare l'avvocato, ne indicò una mano e appuntò
le labbra a mo' di bacio. Subito Block, infatti, eseguì il
baciamano e, su invito di Leni, lo ripeté una seconda volta.
Però l'avvocato seguitava a tacere. Allora Leni si chinò su
di lui mostrando, nell'allungarsi, la grazia della sua figura,
e, piegata profondamente sul viso di lui, gli sfiorò i lunghi
capelli bianchi. Questo gli strappò una risposta. “Esito a
confidarglielo”, disse l'avvocato, e si vide che scrollava un
po' il capo, forse per partecipare meglio al tocco della
mano di Leni. Block ascoltava a testa china, quasi
trasgredisse un ordine stando in ascolto. “Ma perché esiti?”
- chiese Leni. K ebbe la sensazione come di udire un
colloquio preparato, che già si era spesso ripetuto, che si
sarebbe ripetuto spesso, e che non riusciva a perdere la
sua originalità solo per Block. “Come si è comportato
oggi?” - chiese l'avvocato invece di rispondere. Prima che
Leni si pronunciasse in merito guardò Block osservando per
un poco come sollevava le mani verso di lei e pregandola le
sfregava l'una con l'altra. Infine annuì seria, si volse
all'avvocato e disse: “Tranquillo e diligente.” Un anziano
commerciante, un uomo dalla lunga barba, implorava da
una ragazzina un giudizio favorevole. Magari aveva anche
retropensieri, tuttavia nulla poteva giustificarlo agli occhi di
un suo simile. Egli degradava chi stava a guardarlo. K non
capiva come l'avvocato avesse potuto pensare di
conquistarlo con quell'esibizione. Se già non lo avesse
liquidato, con quella scena l'avvocato avrebbe raggiunto lo
scopo. Dunque agiva così il suo metodo, al quale per
fortuna K non era stato esposto abbastanza a lungo: il
cliente finiva con lo scordare il mondo intero e sperava solo
di trascinarsi su tale via, sbagliata, verso il termine del
processo. Né era più un cliente, era il cane dell'avvocato.
Gli avesse ordinato di strisciare sotto il letto come in un
casotto per cani e da lì di abbaiare, lo avrebbe fatto con
piacere. Quasi K fosse incaricato di prender buona nota di
tutto ciò che veniva detto lì, di renderne conto in più alto
loco facendone rapporto, stette a sentire con meditata
puntigliosità. “Che hai fatto tutto il giorno?” - chiese
l'avvocato. “L'ho chiuso nella stanza della donna di
servizio, dove lui si trattiene di solito, perché non mi desse
noia durante il lavoro”, disse Leni. “Dal buco della serratura
di tanto in tanto potevo controllare quel che faceva. Stava
sempre in ginocchio sul letto, aveva aperto le carte che gli
hai messo a disposizione sul davanzale e leggeva. Ciò mi
ha bene impressionata; mi spiego, la finestra porta solo a
un pozzo di ventilazione e quasi non fa nessuna luce. Che
Block ciò nonostante leggesse mi mostrò quanto sia
diligente.” “Mi rallegra sentirlo”, disse l'avvocato. “Ha
anche apprezzato quanto letto?” Block durante tale
scambio muoveva le labbra di continuo, chiaramente
formulava le risposte che speranzoso si aspettava da Leni.
“Non posso rispondere con precisione su questo,
naturalmente”, disse Leni, “in ogni modo ho visto che
leggeva con scrupolo. Ha letto per tutto il giorno la stessa
pagina e mentre leggeva muoveva il dito sotto le righe.
Quando lo guardavo ha sempre sospirato come se leggere
gli facesse assai fatica. Le carte che gli hai messo a
disposizione probabilmente sono difficili da capire.” “Sì”,
disse l'avvocato, “lo sono certamente. E non credo che lui
ci capisca qualcosa. Devono dargli solo un sentore di
quanto sia difficile la battaglia che io conduco in sua difesa.
E per chi la conduco, questa difficile battaglia? Per Block –
è quasi da ridere dirlo - per Block. Anche ciò che significa
questo lui deve imparare a capire. Ha studiato
ininterrottamente?” “Quasi”, rispose Leni, “solo una volta
mi ha chiesto dell'acqua da bere. Allora gli ho porto un
bicchiere dall'abbaino. Circa alle otto l'ho fatto uscire e gli
ho dato qualcosa da mangiare.” Block sfiorò K con
un'occhiata di sbieco quasi che venisse riferito di lui
qualcosa di lodevole che doveva fare impressione anche a
K. Parve ora che avesse buone speranze, si muoveva con
più libertà e si spostò un poco sulle ginocchia. Tanto più
chiaro fu come lui rimase di gelo alle parole dell'avvocato:
“lo elogi”, disse. “Tuttavia proprio questo mi rende difficile
parlare. Il giudice, mi spiego, non si è espresso in modo
positivo, né su Block né sul suo processo.” “Non positivo?”
- chiese Leni. “Com'è possibile?” Block la guardò in un
modo carico di tensione, sembrava che le confidasse la
capacità di trasformare, ora, a pro suo le parole
precedentemente profferite dal giudice. “Non positivo”,
disse l'avvocato. “Fu addirittura colpito sgradevolmente
quando iniziai a parlare di Block. 'Non parlate di Block',
disse. 'E' mio cliente', dissi. 'Voi vi lasciate manipolare',
disse. 'Non ritengo la sua causa perduta', dissi. 'Voi vi
lasciate manipolare', ripeté lui. 'Non credo', dissi. 'Block sta
nel processo con diligenza e segue sempre la sua causa.
Abita quasi presso di me per essere sempre al corrente.
Non si trova sempre uno zelo simile. Certo personalmente
è spiacevole, ha modi importuni ed è sporco, ma dal punto
di vista del processo è inappuntabile.' Dissi inappuntabile,
esagerai a bella posta. E lui: 'Block è scaltro e basta. Ha
accumulato molta esperienza e sa differire il processo. Ma
la sua insipienza è ancora più grande della sua scaltrezza.
Che cosa direbbe, se venisse a sapere che il suo processo
nemmeno è iniziato, se gli si dicesse che ancora non è
suonato il campanello di inizio del processo?' Calma,
Bolck”, disse l'avvocato, infatti Block stava levandosi
incerte sulle ginocchia e chiaramente chiedeva di avere una
spiegazione. Era la prima volta, in quel momento, che
l'avvocato si rivolgeva a Block espressamente. Con gli
occhi stanchi guardò metà nel nulla, metà verso Block, che
a tale sguardo si rimise pian piano in ginocchio. “Quanto ha
detto il giudice non ha alcun significato per te”, disse
l'avvocato. “Non ti spaventare per ogni parola. Se ciò si
ripete non ti dirò più proprio niente. Non si riesce a
iniziare una frase senza che tu stia a guardare chi parla
come se fosse in questione la tua sentenza definitiva.
Vergognati, davanti al mio cliente! La fai vacillare anche tu
la fiducia che egli ha in me. Ma che cosa vuoi? Sei ancora
vivo, ancora sei sotto la mia protezione. Timore insensato!
Hai letto da qualche parte che la sentenza definitiva in
molti casi viene all'improvviso da una bocca qualsiasi, in un
momento qualsiasi. Certamente ciò è vero, con molte
riserve, ma è altrettanto vero però che la tua paura mi
offende e che io vi vedo una mancanza della necessaria
fiducia. Che ho mai detto? Ho riferito le parole di un
giudice. Lo sai che diversi pareri si accumulano attorno al
procedimento fino alla impenetrabilità. Questo giudice per
esempio assume che il procedimento inizi in un momento
diverso da quanto faccio io. Una differenza di opinioni,
niente di più. In un certo stadio del processo si ha, stando
a un uso antico, la scampanellata. Secondo il parere di
questo giudice è allora che inizia il processo. Ora non posso
dirti tutto quello che contraddice tale parere, non lo
capiresti neppure, ti basti che è molto, a contraddirlo.”
Confuso, Block passava le dita giù sulla pelliccia dello
scendiletto, la paura causata dalle parole del giudice gli
faceva dimenticare temporaneamente la propria sudditanza
nei confronti dell'avvocato, non pensava che a sé e rigirava
da ogni parte le parole del giudice. “Block”, disse Leni in
tono di ammonizione tirandolo un po' su per il colletto.
“Lascia perdere la pelliccia e sta' ad ascoltare l'avvocato.”
Nel duomo

K fu incaricato di mostrare alcuni monumenti a un


corrispondente d'affari italiano molto importante per la
banca, il quale soggiornava per la prima volta in città. Era
un incarico che in altri tempi lui avrebbe ritenuto assai
degno, ma, proprio ora che con molti sforzi riusciva a
conservare la sua reputazione in banca, vi si sottomise
controvoglia. Ogni ora che lui sottraeva all'ufficio gli
procurava ansia; certo non riusciva più, di gran lunga, a
sfruttare l'orario di lavoro come prima, trascorreva
parecchie ore unicamente mostrando un massimo bisogno
di lavorare davvero, ma se non si trovava in ufficio
maggiori diventavano le sue preoccupazioni. Credeva poi di
vedere che il vice direttore, il quale del resto era stato
sempre all'erta, di tanto in tanto veniva nel suo ufficio, si
sedeva alla sua scrivania, rovistava tra le sue carte,
riceveva clienti con i quali da anni K era quasi in amicizia e
glieli portava via, anzi forse scopriva perfino errori dai quali
K si vedeva sempre minacciato durante il lavoro da ogni
parte, e che non riusciva più a evitare. Se lui veniva perciò
incaricato in modo ancora così lusinghiero sia di procedere
a un affare sia di fare un piccolo viaggio – simili incarichi si
erano accumulati ultimamente del tutto a caso – era ovvio
in ogni caso supporre che lo si allontanasse per un po'
dall'ufficio e si volesse verificare il suo lavoro, o almeno
che lo si ritenesse facilmente sostituibile in ufficio. La
maggior parte di questi incarichi lui avrebbe potuto senza
difficoltà scansarli, ma non osava, infatti, se il suo timore
era anche minimamente fondato, evitare l'incarico
significava ammettere la sua paura. Per cui li assumeva
con apparente tranquillità e arrivò a nascondere perfino,
dovendo fare un faticoso viaggio di 2 giorni, un brutto
raffreddore, solo per non esporsi al pericolo, se lui si fosse
richiamato alla già dominante stagione autunnale, piovosa,
di venir trattenuto dal viaggio. Quando con un mal di testa
tremendo tornò da questo viaggio seppe che per il giorno
dopo era destinato ad accompagnare il corrispondente
d'affari italiano. Era assai sedotto dalla prospettiva di
rifiutarsi, almeno stavolta; prima di tutto ciò che gli era
stato destinato proprio non aveva connessione immediata
con gli affari; il compimento di questo dovere di tipo
mondano nei confronti del corrispondente d'affari in sé era
senza dubbio abbastanza importante, non solo per K, che
sapeva di poter restare a galla solo con dei successi
professionali e, qualora ciò non gli fosse riuscito, sapeva
che era del tutto inutile che lui magari a sorpresa
incantasse quest'italiano; non voleva nemmeno per un
giorno venir spostato dall'ambito lavorativo, infatti il timore
di non venir più richiamato era troppo grande, era un
timore che lui riconosceva molto bene come esagerato, ma
che però lo opprimeva. In questo caso certamente era
quasi impossibile escogitare un'obbiezione accettabile, la
conoscenza della lingua italiana da parte di K non era certo
molto grande, ma pur sempre sufficiente; decisivo era però
che K da anni possedesse delle conoscenze in storia
dell'arte, cosa che in banca era diventato esageratamente
nota dal momento che K per un periodo, del resto per
motivi di lavoro, era stato membro della Associazione per
la Conservazione dei Monumenti Cittadini. Ora, l'italiano,
come si era saputo da voci, aveva la passione per l'arte, e
la scelta di K a suo accompagnatore fu per ciò scontata.
Era una mattina molto piovosa e burrascosa quando K,
irritato assai a causa della giornata che aveva davanti, fu
in ufficio già attorno alle sette per ultimare almeno un po'
di lavoro prima che la visita lo sottraesse a tutto. Era molto
stanco, difatti aveva trascorso metà della nottata a
studiare una grammatica italiana per prepararsi un po'; la
finestra presso cui ultimamente troppo spesso sedeva lo
attirava più della scrivania, ma resisté e si mise al lavoro.
Purtroppo entrò l'usciere e annunciò che il signor direttore
l'aveva mandato a controllare se il signor procuratore era
già in sede; se era presente allora volesse essere così
gentile di recarsi nella sala di ricevimento, il signore
dall'Italia era già là. “Vengo subito”, disse K, ficcò in tasca
un dizionarietto, prese sotto braccio un album di Cose
Notevoli da Vedere in Città che aveva preparato per lo
straniero e, attraversando l'ufficio del vice direttore, andò
in direzione. Era fortunato a esser venuto in ufficio tanto
presto e a poter essere a disposizione subito, ciò che
nessuno seriamente si era aspettato. L'ufficio del vice
direttore era naturalmente ancora vuoto come in piena
notte, probabile che l'usciere avesse dovuto chiamare
anche lui nella sala di ricevimento, ma a vuoto. Quando K
entrò nella sala di ricevimento i due signori si alzarono
dalle loro profonde poltrone. Il direttore sorrise gentile,
chiaro che era molto soddisfatto della venuta di K, si
dedicò subito alle presentazioni, l'italiano scosse
vigorosamente la mano a K e nominò ridendo un certo
personaggio mattiniero, K non capì bene chi, si trattava
inoltre di una parola particolare il cui significato K indovinò
solo dopo un certo tempo. Rispose con alcune frasi forbite
che l'italiano di nuovo accolse ridendo mentre più volte
nervoso si passava una mano sul pizzo grigio azzurrognolo.
Il pizzo era certamente profumato, quasi si era tentati di
avvicinarsi e di annusarlo. Quando tutti si furono seduti,
iniziando un discorsetto preliminare, K si accorse con gran
disagio di capire l'italiano solo in modo frammentario.
Quando quello parlava lentamente lui capiva quasi tutto,
erano però solo rare eccezioni, per lo più gli zampillavano,
davvero, le parole dalla bocca e scuoteva la testa, come
godendone. Quel che diceva s'imbrogliava regolarmente in
un dialetto che per K non aveva più nulla della lingua
italiana, e che il direttore però non solo capiva, ma anche
parlava, ciò che K d'altra parte avrebbe potuto prevedere,
infatti quell'italiano era originario del sud Italia, dove il
direttore era stato qualche anno. Comunque K riconobbe
che la possibilità d'intendersi con quell'italiano era in gran
parte esclusa, difatti anche il francese che quello parlava
era difficile da capire, inoltre la barba gli nascondeva i
movimenti delle labbra, la cui vista forse sarebbe servita a
capire. K iniziò a prevedere molte noie, intanto rinunciò a
voler capire l'italiano – in presenza del direttore, che lo
capiva tanto facilmente, sarebbe stato uno sforzo inutile.
Pur sprofondato in poltrona, si muoveva con facilità,
l'italiano, continuava a tirarsi la corta e attillata giacchetta
e, in un caso, le braccia sollevate, scioltamente muovendo
le mani sui polsi, cercò di descrivere qualcosa che K non
riuscì a capire, ma si limitò, piegato in avanti, pur senza
togliersi le mani che teneva davanti agli occhi, a osservare
qull'italiano. Infine prevalse in K, che senza far altro si
limitava a seguire meccanicamente l'andamento del
discorso, la stanchezza mattutina, e spaventato in un caso
si accorse del fatto che, per fortuna a tempo,
distrattamente stava per alzarsi, girarsi e andar via.
Finalmente qull'italiano guardò l'orologio e saltò su.
Congedatosi dal direttore, si accostò tanto a K che questi
fu costretto a spostare indietro la sua poltrona per potersi
muovere. Il direttore, che certo leggeva negli occhi di K
l'imbarazzo in cui si trovava nei confronti di quell'italiano,
s'infilò in ciò che questi diceva, ma con tanta abilità e
grazia che dette l'impressione di aggiungere solo modesti
consigli, mentre in realtà rendeva comprensibile in sintesi a
K tutto quello che l'italiano diceva, interrompendolo senza
tregua. K seppe così che qull'italiano aveva per il momento
ancora da curarsi di certi affari, che avrebbe avuto solo
poco tempo in tutto, che inoltre proprio non intendeva fare
in furia il giro di tutte le cose notevoli da vedere, che
invece – certo solo se K era d'accordo, a lui stava decidere
– aveva deciso di visitare unicamente il duomo, ma per
bene. Immensamente lieto di poter fare tale visita in
compagnia di un uomo tanto colto e amabile – così fu
definito K, impegnato solo a evitare l'eloquio dell'italiano
per afferrare alla svelta le parole del direttore – lo pregò,
se gli andava bene, di trovarsi entro due ore, circa alle 10,
nel duomo. Quanto a lui sperava di poter esserci di certo, a
quell'ora. K rispose a modino, quell'italiano strinse la mano
prima al direttore, poi a K, poi di nuovo al direttore e andò
verso la porta, seguito da entrambi, voltato solo a metà
verso di loro, ma senza smettere di parlare. K rimase
ancora un poco insieme al direttore che quel giorno pareva
davvero star poco bene. Ritenne di doversi scusare con K e
disse – stavano in piedi confidenzialmente vicini – che
dapprima aveva pensato di andarci lui con quell'italiano,
ma poi – non spiegò perché – aveva preferito mandarci K.
Se all'inizio non lo capiva subito, non doveva farsi
confondere, molto presto ci si arrivava a capirlo, e poi,
nell'ipotesi di capir poco in genere, non era tutto questo
male, difatti per quell'italiano non era mica tanto
importante venir capito. Del resto la conoscenza della
lingua italiana di K era sorprendentemente buona e lui si
sarebbe adeguato magnificamente alla bisogna. Con ciò K
fu congedato. Impiegò il tempo che gli rimaneva a
trascrivere dal dizionario vocaboli non comuni utili a far la
guida in duomo. Lavoro faticoso assai: gli uscieri portarono
la posta, gli impiegati vennero a domandare cose varie e,
vedendo K impegnato, restavano sulla porta senza però
andarsene fino a quando lui non desse loro relazione, il
vice direttore non mancò di dargli noia, entrò e rientrò, gli
prese il dizionario di mano e lo sfogliò senza capirci nulla,
chiaro, aprendo la porta nella penombra dell'anticamera
qualche cliente fece capolino inchinandosi incerto, voleva
farsi vedere ma non era sicuro di esser visto – tutto questo
si muoveva attorno a K come se lui ne fosse il centro,
mentre lui metteva insieme le parole che gli servivano, le
cercava nel dizionario, poi le trascriveva, si esercitava a
pronunciarle e infine si sforzava di impararle a memoria. La
sua buona memoria di una volta gli pareva di averla
completamente perduta, a tratti s'infuriò talmente con
l'italiano, causa di quella sua fatica, che seppellì il
dizionario sotto le carte con la ferma intenzione di non
prepararsi più, poi però capì che non poteva passare di
fronte alle opere d'arte nel duomo senza dir nulla e ritirò
fuori il dizionario con rabbia accresciuta.
Proprio attorno alle nove e mezzo, quando stava per
andare, ci fu una chiamata telefonica, Leni gli augurò il
buongiorno e gli chiese come stava, K ringraziò in fretta
facendo notare che ora non poteva mettersi a discorrere,
perché doveva andare in duomo. “In duomo?” - chiese
Leni. K cercò di spiegarglielo in breve, ma aveva appena
iniziato a farlo che Leni disse di colpo: “ti stanno addosso.”
K non ebbe la pazienza di rammaricarsi di non esserselo
voluto lui né aspettato, si congedò con due parole, ma
mentre riattaccava disse un po' a se stesso, un po' alla
ragazza lontana, che non lo sentiva più: “sì, mi stanno
addosso.”
Però s'era fatto tardi, quasi c'era il rischio di non arrivare
puntuale. Andò in automobile, all'ultimo momento s'era
ricordato anche dell'album che prima non aveva trovato
occasione di proporre e che per questo prese con sé. Se lo
tenne sulle ginocchia e ci tamburellò sopra per tutto il
tragitto. La pioggia era diminuita, ma faceva freddo, era
scuro e umido, in duomo si sarebbe visto poco, però lì a
forza di stare sulle mattonelle gelide il raffreddore di K
sarebbe peggiorato molto.
La piazza del duomo era completamente vuota, K si
rammentò che già da bambino lo aveva sorpreso il fatto
che in quella stretta piazza quasi tutte le imposte alle
finestre delle case fossero chiuse. Col tempo di oggi era del
resto più comprensibile del solito. Anche dentro il duomo
pareva vuoto, naturalmente a nessuno veniva in mente di
venirci, ora. K percorse entrambe le navate laterali,
incontrò solo una vecchia avvolta in un caldo scialle,
inginocchiata dinnanzi a un'immagine pittorica di Maria, e
la guardò. Da lontano vide poi sparire in una porta un
sagrestano zoppo. K era arrivato puntuale, proprio al suo
ingresso erano suonate le 11, ma ancora l'italiano non
c'era. K tornò all'ingresso principale, vi restò per un po'
indeciso e fece poi un giro attorno al duomo, sotto la
pioggia, per vedere se quell'italiano non fosse in attesa
magari a una delle porte laterali. Non trovò nessuno. Che il
direttore avesse capito male l'ora? Come si faceva del resto
a capir bene quell'uomo? Fosse come fosse, K doveva
aspettarlo almeno ½ ora. Dato che era stanco volle
mettersi a sedere, tornò nel duomo, su un gradino trovò
una specie di straccio di tappeto, lo tirò con la punta di un
piede davanti a un banco vicino, si strinse di più nel
cappotto, tirò su il bavero e si mise seduto. Per distrarsi
aprì l'album, lo sfogliò un poco, ma fu costretto a smettere
presto, difatti era talmente scuro che, quando alzò lo
sguardo, della vicina navata laterale si distingueva appena
un dettaglio.
In lontananza scintillava sull'altar maggiore un grande
triangolo di luci di candela, K non avrebbe potuto dire con
precisione se le avesse già viste prima. Forse erano state
accese solo ora. I sagrestani sono sornioni professionali,
non li si nota. Nel voltarsi per caso K vide non lontano
dietro di sé un lungo e grosso cero fissato su una colonna
bruciare anch'esso. Per quanto giovasse all'illuminazione
delle immagini pittoriche presenti sull'altare, in
maggioranza esse si trovavano nella tenebra degli altari
laterali, il cero non bastava affatto, anzi accresceva la
tenebra. Da parte di quell'italiano era stato tanto
ragionevole quanto scortese non esser venuto, non ci
sarebbe stato nulla da vedere, accontentandosi della
lampadina elettrica tascabile di K per ispezionare, a mo' di
doganieri, qualche immagine pittorica. Per individuare che
cosa ci si potesse aspettare K andò in una piccola cappella
laterale, salì pochi gradini fino a un basso parapetto di
marmo e chinato sopra illuminò con la lampadina
l'immagine pittorica sull'altare. Importuno, il lumino votivo
vi pendeva davanti. La prima cosa che vide e in parte
indovinò K era un grosso cavaliere in corazza
rappresentato al margine estremo del quadro. Si
appoggiava a una spada che aveva spinto nel suolo
ghiacciato davanti a sé – spuntavano solo alcuni fili d'erba
qua e là. Pareva osservare attento un evento che gli si
svolgeva davanti. Strano che restasse fermo e non si
avvicinasse. Forse aveva l'ordine di far la guardia. K, che
già da molto non aveva visto alcun quadro, esaminò meglio
il cavaliere nonostante che a causa della luce verde della
lampadina, che non sopportava, fosse costretto a stringere
gli occhi. Quando passò con la luce sul resto del quadro
trovò una sepoltura di Cristo di usuale concezione - per
altro il quadro era nuovo. Mise in tasca la lampadina e
tornò al suo posto.
Probabilmente era già inutile, ora, aspettare quell'italiano,
fuori però pioveva a dirotto e dato che lì non era così
freddo come lui si era aspettato, decise di restare, per il
momento. Vicino a lui si trovava il pulpito principale sul cui
tettuccio tondo erano fissate due croci dorate semi
orizzontali, i cui vertici s'incrociavano. La parete esterna
del parapetto fino alla colonna portante era formata da un
fogliame verde nel quale mettevano le mani angioletti sia
vivaci sia placidi. K andò davanti al pulpito e lo esaminò da
tutti i lati, la lavorazione della pietra era estremamente
accurata, la profonda oscurità tra le foglie e dietro di esse
gli parve come fosse intrappolata e trattenuta, mise una
mano in uno di quei varchi tra le foglie e saggiò cauto la
pietra, fin lì non aveva mai saputo di quel pulpito. In quella
scorse per caso dietro la fila più vicina di banchi un
sagrestano che stava lì con addosso un abito nero a pieghe
cascanti, nella mano sinistra teneva una scatola di tabacco
da fiuto e scrutava K. “Ma cosa vuole?” - pensò K. “Mi vede
come un tipo sospetto? Vuole una mancia?” Quando però il
sagrestano vide che K lo aveva notato, con la destra indicò
una direzione vaga, tra due dita ancora tenendo una presa
di tabacco. La sua condotta era quasi incomprensibile, K
attese ancora un po', ma il sagrestano non smetteva di
indicare qualcosa sottolineando il gesto con dei cenni del
capo. “Ma cosa vuole?” - chiese a bassa voce K, non
osando chiamarlo, in quel luogo; poi però estrasse il
borsellino e s'infilò tra i banchi per raggiungerlo. Quello
fece subito un movimento di ripulsa con una mano, scosse
le spalle e alla zoppa se ne andò. Con un simile frettoloso
zoppicare K da bambino aveva cercato di imitare l'andare a
cavallo. “Un vecchio rimbambito”, pensò K, “ha
comprendonio bastante a fare il sagrestano, guarda come
si ferma se mi fermo io e come sta in agguato a vedere se
voglio andar oltre.” Con un risolino K seguì il vecchio
attraverso l'intera navata laterale quasi fino all'altezza dell'
altar maggiore, senza che quello smettesse di indicare
qualcosa, tuttavia a bella posta K non si voltò, il gesto non
aveva altra meta che distoglierlo dall'inseguimento. Infine
rinunciò, non voleva impaurirlo troppo né intendeva
scacciar del tutto quell'apparizione, nel caso che l'italiano
dovesse ancora venire.
Entrato nella navata centrale per cercare il posto dove
aveva lasciato l'album, notò una colonna quasi al limite dei
banchi del coro presso l'altare, che su un fianco aveva un
piccolo pulpito di semplicissima pietra, sbiadita e spoglia.
Era così piccolo che da lontano pareva una nicchia ancora
vuota destinata a includere una statua. Il predicatore certo
non poteva retrocedere dal parapetto di un passo intero.
Oltre a ciò la curvatura della volta del pulpito, fatta in
pietra, iniziava insolitamente in basso e saliva del tutto
priva di abbellimenti, ma al vertice era talmente acuta che
un uomo di taglia normale non poteva starci in piedi, era
costretto a piegarsi costantemente sul parapetto. L'insieme
era destinato come a tormentare il predicatore, era
incomprensibile la finalità di quel pulpito dal momento che
ce n'era un altro grande e artisticamente ornato a
disposizione.
A K certo questo piccolo pulpito non avrebbe dato
nell'occhio, se non vi fosse stata messa una lampada, in
alto, come si usa disporne subito prima di una predica.
Doveva averne luogo una, più o meno ora? Con la chiesa
vuota? K guardò la scala che addossata alla colonna
portava al pulpito, stretta come se non dovesse servire a
delle persone, ma solo come ornamento. Tuttavia sotto il
pulpito, e K fece un risolino di stupore, c'era davvero il
prete, aveva una mano sulla balaustra, pronto a salire, e
guardava verso K. Poi annuì leggermente, per cui K si fece
il segno della croce e s'inchinò, come avrebbe già dovuto
fare. Il prete si dette un po' di slancio e salì a passi brevi e
svelti al pulpito. Davvero doveva iniziare una predica?
Forse il sagrestano non era poi tanto scemo e aveva inteso
spingere K verso il predicatore, cosa certo, stante la
vuotezza della chiesa, necessaria. Per altro da qualche
parte c'era ancora davanti a un'immagine pittorica di Maria
una vecchia che anche lei avrebbe dovuto venire. E nel
caso che già dovesse esserci una predica, perché non
veniva introdotta dall'organo? Invece l'alta mole
dell'organo taceva brillando debolmente.
K pensò se non dovesse allontanarsi in fretta, ora, se non
lo faceva subito non c'era alcuna probabilità che potesse
farlo durante la predica, quindi era costretto a restare
finché durava, in ufficio perdeva tanto di quel tempo, non
era più di gran lunga tenuto ad aspettare quell'italiano,
guardò l'orologio, erano le 11 <v'è inconguenza tra le ore
indicate nel presente capitolo, voluta o non voluta –
n.d.t.>. Ma davvero poteva esserci una predica? K da solo
poteva rappresentare la comunità? E come, dal momento
che era un estraneo che voleva solo visitare la chiesa? In
fondo era solo questo. Era una stupidaggine pensare che
dovesse aver luogo una predica ora, alle 11, in una
giornata lavorativa e con un tempo orribile. Il prete – non
v'era dubbio che lo fosse, era un giovane dal volto scuro e
liscio – certamente andava su per spegnere la lampada,
accesa per errore.
Non fu così, però, il prete esaminò anzi la lampada e ne
aumentò la luce ancora un po', poi si volse lento verso il
parapetto e lo afferrò con entrambe le mani sul davanti del
bordo spigoloso. Stette così per un po' e, la testa immobile,
guardò attorno. K era arretrato di un bel pezzo e con i
gomiti si appoggiò al banco più prossimo. Incerto vide da
qualche parte, senza ben distinguere dove, il sagrestano
che si accovacciava sghembo, tranquillo come dopo aver
finito quel che doveva fare. Ma che silenzio, ora, nel
duomo! Però K era costretto a turbarlo, non aveva
intenzione di restare; se era dovere del prete predicare a
una certa ora senza considerare l'uditorio, che lo facesse,
ciò sarebbe riuscito anche senza che ci fosse lì K, inoltre la
presenza di K non ne avrebbe di certo accresciuto l'effetto.
Per cui K si mosse, in punta di piedi incespicò lungo il
banco, pervenne nel largo passaggio centrale e lo percorse
del tutto indisturbato, peccato che il pavimento di pietra
risuonasse anche al passo più leggero e le volte
riecheggiassero, debolmente ma senza interruzione, quel
regolarissimo procedere. K si sentiva un po' smarrito
nell'avanzare in solitudine, forse osservato dal prete, tra i
banchi vuoti, e la grandezza del duomo gli parve stare al
limite di ciò che umanamente era ancora sopportabile.
Arrivato al suo posto di prima, cercò davvero al volo, senza
fermarsi, l'album che aveva lasciato lì e lo prese con sé.
Aveva già quasi lasciato la zona dei banchi e si avvicinava
all'area libera tra essi e l'uscita quando udì per la prima
volta la voce del prete. Voce poderosa, esercitata. Come si
diffuse, nel duomo preparato ad accoglierla! Tuttavia non
alla comunità si rivolse il prete, in tutta evidenza e senza
scappatoie egli chiamò “Joseph K!”
K s'arrestò e guardò il suolo davanti a sé. Per il momento
era ancora libero, poteva ancora procedere e attraversare
una delle tre porticine di legno scuro, che non erano
lontane. Ciò avrebbe significato che non aveva capito o
che, sì, aveva capito, ma non ne voleva sapere. Nel caso
che si voltasse era preso, difatti avrebbe ammesso di aver
capito bene, di essere davvero la persona chiamata e di
voler inoltre obbedire. Se il prete avesse chiamato ancora
una volta certo K sarebbe andato oltre, ma poiché tutto
tacque intanto che K aspettava, voltò un po' la testa, difatti
voleva vedere che cosa ora facesse il prete. Stava sul
pulpito tranquillo come prima, ma era evidente che aveva
notato il movimento della testa fatto da K. Sarebbe stato
un gioco infantile a nascondino se ora lui non si fosse
girato del tutto. Lo fece e venne chiamato dal prete, col
cenno di un dito, ad avvicinarsi. Poiché ora tutto poteva
avvenire apertamente, lui si affrettò – tanto per curiosità
quanto per abbreviare la cosa – verso il pulpito a passi
lunghi e rapidi. Si fermò presso i primi banchi, ma al prete
la distanza pareva ancora troppo grande, protese una
mano e con l'indice energicamente abbassato indicò un
punto vicinissimo al pulpito. K ubbidì, in quel punto doveva
piegare la testa parecchio indietro per vedere ancora il
prete. “Tu sei Joseph K”, disse questi alzando una mano sul
parapetto con un movimento incerto. “Sì”, disse K
pensando a quanto apertamente, in passato, lui avesse
sempre detto il suo nome, mentre da un po' di tempo gli
faceva fatica, e ora il suo nome era noto anche a gente che
lui incontrava per la prima volta - com'era bello presentarsi
prima, e solo dopo venir conosciuto! “Tu sei imputato”,
disse il prete assai a bassa voce. “Sì”, disse K, “mi hanno
informato di ciò.” “Allora sei la persona che cerco”, disse il
prete. “Sono il cappellano del carcere.” “Ah, ecco”, disse K.
“Ti ho fatto chiamare qui “, disse il prete, “per parlare con
te.” “Non lo sapevo”, disse K. “Sono venuto qui per
mostrare il duomo a un italiano.” “Lascia perdere le cose
secondarie”, disse il prete. “Cosa tieni in mano? Un libro di
preghiere?” “No”, rispose K, “è un Album di Cose Notevoli
della Città”. “Toglitelo di mano”, disse il prete. K lo gettò
via con tanta energia che l'album si aprì e scivolò per un
pezzo sul pavimento con le pagine piegate. “Lo sai che il
tuo processo va male?” “Pare anche a me”, disse K. “Mi
sono affaticato in ogni modo, ma finora senza successo.
D'altra parte non ho ancora l'istanza pronta.” “Come
t'immagini che finisca?” - chiese il prete. “Prima pensavo
che dovesse finir bene”, disse K, “ora ne dubito molto
anch'io, a volte. Non so come finirà. Tu lo sai?” “No”, disse
il prete, “ma temo che finirà male. Ti si ritiene colpevole. Il
tuo processo forse non perverrà nemmeno oltre un
tribunale di basso grado. Almeno per il momento si ritiene
la tua colpa come dimostrata.” “Io però non sono
colpevole”, disse K. “Si tratta di un errore. Ma come può, in
genere, un uomo essere colpevole? Siamo tutti uomini, qui,
uno come l'altro.” “E' giusto”, disse il prete, “ma così
parlano di solito i colpevoli.” “Anche tu hai un pregiudizio
contro di me?” - chiese K. “Nessun pregiudizio contro di
te”, disse il prete. “Ti ringrazio”, disse K. “Ma tutti gli altri
che partecipano al procedimento hanno un pregiudizio
contro di me. Lo infondono anche in coloro che non ne
fanno parte. La mia posizione diventa sempre più difficile.”
“Tu fraintendi le cose”, disse il prete. “Il verdetto non
arriva in una volta sola, è il procedimento che un po' alla
volta si trasforma in verdetto.” “Dunque è così”, disse K e
abbassò il capo. “Che cosa vuoi fare prossimamente con la
tua causa?” - chiese il prete. “Intendo cercare ancora
aiuto”, disse K sollevando il capo per vedere come il prete
valutava ciò. “Ci sono ancora certe possibilità che non ho
sfruttato.” “Tu cerchi troppi aiuti estranei”, disse con tono
di biasimo il prete, “specie tra le donne. Ma non ti accorgi
che non è vero aiuto?” “Talvolta, anche spesso, potrei darti
ragione”, disse K, “ma non sempre. Le donne hanno un
gran potere. Se alcune donne che conosco potessi portarle
a lavorare per me tutte insieme, mi imporrei. In particolare
presso questo tribunale, che consiste quasi solo di
donnaioli. Indica al giudice istruttore una donna da lontano
e lui solo per arrivarci in tempo rovescia il tavolo del
tribunale e l'imputato.” Il prete abbassò il capo verso il
parapetto, solo ora la copertura del pulpito parve
opprimerlo. Ma che razza di tempaccio doveva esserci
fuori! Non era più una giornata fosca, era già notte fonda.
Nessuna delle vetrocromie delle grandi finestre era in
grado di interrompere il buio delle pareti anche solo con un
bagliore. E proprio ora il sagrestano iniziava a spegnere
una dopo l'altra le candele sull' altar maggiore. “Ce l'hai
con me?” - chiese K al prete. “Forse non sai di che razza di
tribunale sei al servizio.” Non ebbe alcuna risposta. “Si
tratta solo della mia esperienza”, disse K. In alto non vi fu
parola. “Non volevo offenderti”, disse K. In quella il prete
urlò verso K: “ma non ce la fai a vedere più in là di due
passi?” Urlata rabbiosa, ma insieme come di chi veda
qualcuno cadere e senza volere urli perché è spaventato lui
stesso.
Tacquero entrambi, ora, a lungo. Certo il prete non poteva
vedere bene K nel buio che in basso dominava, mentre K,
alla luce della piccola lampada, lo vedeva con chiarezza.
Perché non scendeva, il prete? Non aveva tenuto mica una
predica, aveva comunicato a K solo delle cose che, se lui ci
avesse fatto attenzione per bene, probabilmente gli
avrebbero fatto più danno che servirgli. Eppure a K pareva,
quella del prete, senza dubbio un'intenzione buona, non
era impossibile che il prete si unisse a lui, se scendeva,
non era impossibile che lui ne ricevesse un decisivo e
accettabile consiglio che, per esempio, indicasse non come
si poteva influire sul processo, per dire, ma come
sfuggirgli, come eluderlo, come poter vivere al di fuori di
esso. Doveva esserci questa possibilità, negli ultimi tempi
K ci aveva pensato più volte. Se però il prete conosceva
una tale possibilità forse, se glielo si chiedeva, l'avrebbe
rivelata nonostante che anche lui facesse parte del
tribunale e nonostante che, quando K aveva criticato il
tribunale, lui avesse represso la sua natura placida e
addirittura si fosse messo a urlargli contro.
“Non vuoi scendere?” - disse K “Mica c'è da fare una
predica. Vieni giù da me.” “Ora posso venire”, disse il
prete, forse pentito della sua urlata. Mentre toglieva la
lampada dal gancio, disse: “dapprima fui costretto a
parlarti da lontano. Altrimenti mi lascio influenzare
facilmente e dimentico il mio compito.”
K lo attese in fondo alla scala. Il prete gli tese la mano già
da un gradino sopra, mentre scendeva. “Hai un po' di
tempo per me?” - chiese K. “Quanto te ne serve”, disse il
prete porgendo la piccola lampada a K perché la portasse.
Anche da vicino non andava perduta una certa solennità
del suo essere. “Sei molto gentile con me”, disse K.
Camminarono su e giù uno accanto all'altro nella buia
navata laterale. “Sei un'eccezione tra tutti quelli che fanno
parte del tribunale. Mi fido più di te che di ogni altro di
quelli che già conosco. Con te posso parlar chiaro.” “Non ti
illudere”, disse il prete. “Ma illudermi a proposito di che?” -
chiese K. “Ti fai illusioni sul tribunale”, disse il prete, “negli
scritti introduttivi alla Legge è trattata tale illusione:
davanti alla Legge sta un guardiano della porta. Da lui
arriva un uomo dalla campagna e lo prega di farlo accedere
alla Legge. Tuttavia il guardiano dice che subito non può
concedergli l'accesso. L'uomo riflette e poi chiede se più
tardi potrà accedervi. 'E' possibile', dice il guardiano, 'ma
ora no.' Dato che il portone d'accesso alla Legge è libero
come sempre e il guardiano gli si pone a lato, l'uomo si
sporge a guardare dentro attraverso il portone. Quando il
guardiano se ne accorge, ride e dice: 'se tanto ti attira,
prova a entrare, nonostante il mio divieto. Ma attento: io
sono potente. E sono solo il guardiano di più basso grado.
Di aula in aula ci sono però guardiani uno più potente
dell'altro. Già la vista del terzo nemmeno io posso
tollerarla.' L'uomo di campagna non si è aspettato simili
difficoltà, la Legge dev'essere a tutti e sempre accessibile,
lui pensa, ma ora che guarda meglio il guardiano, il suo
cappotto di pelliccia, il suo nasone a punta, la lunga e
sottile barba nera alla tartara, decide che è meglio
aspettare fino a quando non riceverà il permesso di
accedere. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo lascia sedere
di lato alla porta. Lì siede giorni e anni. Fa svariati tentativi
di venir ammesso e stanca il guardiano con le sue
preghiere. Il guardiano più volte dà luogo a modeste
interrogazioni, gli chiede del suo luogo natio e di molto
altro, ma si tratta di domande prive di partecipazione
come quelle che fanno i gran signori, e in conclusione
continua a ridirgli che ancora non può ammetterlo. L'uomo,
che per il suo viaggio si è ben provvisto, adopera tutto, per
quanto si tratti anche di valori, allo scopo di conquistare il
guardiano. Questi accetta sì tutto, ma insieme dice: 'lo
accetto solo perché tu non creda di aver trascurato
qualcosa.' Durante quei molti anni l'uomo osserva il
guardiano quasi ininterrottamente. Dimentica gli altri
guardiani e questo, il primo, gli sembra l'unico ostacolo per
accedere alla Legge. Maledice lo sfortunato caso, nei primi
anni a voce alta, più tardi, quando invecchia, brontola
soltanto, senza guardare il guardiano. Rimbambisce e
poiché nello studiare per lunghi anni il guardiano ha
acquisito la conoscenza anche delle pulci presenti nel
bavero della sua pelliccia, prega anche le pulci di aiutarlo e
di far cambiare idea al guardiano. Infine gli s'indebolisce la
vista né sa se attorno a lui si fa veramente più buio o se gli
occhi lo ingannano. Però è capace di riconoscere ora nel
buio un brillio che inestinguibile proviene dalla porta della
Legge. Non vive più a lungo, ora. Prima di morire nella sua
testa tutte le esperienze di tutto quanto il tempo si
riassumono in una domanda che ancora lui non ha posto al
guardiano. Gli fa un cenno, dato che non riesce più ad
alzarsi con il suo corpo irrigidito. Il guardiano è costretto a
chinarsi profondamente, difatti la differenza di taglia tra
loro è cambiata molto a sfavore dell'uomo. 'Ma che cosa
vuoi ancora sapere?' - chiede il guardiano, 'sei insaziabile.'
'Tutti mirano alla Legge', dice l'uomo, 'ma com'è che in
tanti anni nessuno, oltre a me, ha chiesto di essere
ammesso?' Il guardiano comprende che l'uomo è già
arrivato alla fine e, per riuscire a farsi sentire da quelle
orecchie morenti, gli grida: 'qui nessun altro poteva
ottenere di essere ammesso, quest'entrata era destinata
solo a te. Ora vado a chiuderla.' “
“Dunque il guardiano ha ingannato l'uomo”, disse subito
K, tutto preso dalla storia. “Non aver troppa fretta”, disse il
prete, “non accettare l'opinione di estranei senza metterla
alla prova. Ti ho riferito la storia testualmente. Non v'è
niente che parli d'inganno.” “Invece è chiaro”, disse K, “e
la tua prima lettura era giustissima. Il guardiano ha fatto la
comunicazione liberatoria solo allorquando essa non poteva
più aiutare l'uomo.” “Non venne interrogato, prima”, disse
il prete, “considera che era solo un guardiano e come tale
ha fatto il suo dovere.” “Perché dici che ha fatto il suo
dovere?” - chiese K, “non l'ha fatto. Il suo dovere forse era
respingere tutti gli estranei, ma quell'uomo era destinato
all'accesso, lui avrebbe dovuto farlo passare.” “Non sei
stato abbastanza attento al testo e cambi la storia”, disse il
prete. “La storia contiene in merito all'accesso alla Legge
due spiegazioni importanti da parte del guardiano, una
all'inizio, una alla fine. Nell'una dice 'che non poteva subito
concedergli l'accesso', e nell'altra: 'questo accesso era
destinato solo a te.' Se ci fosse tra queste due spiegazioni
una contraddizione allora avresti ragione tu e il guardiano
avrebbe ingannato l'uomo. Ora, non c'è però alcuna
contraddizione. Al contrario, la prima spiegazione accenna
alla seconda, perfino. Il guardiano andò oltre il suo dovere,
si potrebbe dire, nel prospettare all'uomo la futura
possibilità di essere ammesso. In quel momento sembra
esser stato suo dovere solo respingere l'uomo. E in effetti
molti esegeti si meravigliano del fatto che il guardiano
abbia fatto quell'accenno, difatti egli pare amar la
correttezza e veglia severo sul suo ufficio. Per molti anni
non lascia il suo posto e chiude il portone solo all'ultimo, è
assai consapevole dell'importanza del suo servizio, difatti
dice: 'io sono potente', ha rispetto per i superiori, difatti
dice 'sono solo l'ultimo dei guardiani'; com'è suo dovere
non si fa commuovere né esasperare, difatti dell'uomo si
dice che 'stanca il guardiano con le sue preghiere'; non è
ciarliero, difatti durante molti anni pone solo domande, sta
scritto, 'senza partecipazione'; non è corruttibile, difatti in
merito a un dono dice di prenderlo 'solo perché' qell'uomo
'non creda di aver trascurato qualcosa'; infine anche il suo
aspetto esteriore, il nasone a punta e la lunga barba sottile
alla tartara, indica un carattere pedante. Può esserci un
guardiano più ligio al dovere? Orbene, però in lui sono
commisti anche altri tratti di carattere che, per chi desidera
essere ammesso alla Legge, sono assai positivi e rendono
pur sempre comprensibile che lui in quell'accenno a una
futura possibilità potesse essere andato un po' oltre il suo
dovere. Voglio dire che è innegabile che lui sia un po'
ingenuo e, in rapporto a ciò, un po' presuntuoso. Anche se
le sue affermazioni circa il suo potere, circa il potere degli
altri guardiani e circa la loro vista perfino a lui intollerabile
– dico, anche se tutte queste affermazioni dovessero
essere corrette, il modo in cui lui le formula indica però che
il suo comprendonio è offuscato dall'ingenuità e dalla
superbia. Gli esegeti dicono: comprensione corretta di una
cosa e comprensione scorretta della medesima cosa non si
escludono a vicenda del tutto. Comunque si deve
ammettere che ogni ingenuità e presunzione, per quanto si
mostrino forse al minimo, indeboliscono la sorveglianza
dell'accesso, si tratta di lacune nella fermezza del
guardiano. Inoltre il guardiano sembra essere per natura
gentile, non è assolutamente sempre uomo d'ufficio. Fin
dai primi momenti per scherzo, nonostante il vigente
divieto di ingresso, invita l'uomo, poi non lo manda via,
diciamo così, ma gli dà uno sgabello, come sta scritto, e lo
fa sedere da una parte davanti alla porta. La pazienza con
cui per anni e anni tollera le preghiere dell'uomo, i brevi
colloqui, l'accettazione dei doni, l'eleganza con cui
ammette che l'uomo lì a due passi deprechi a voce alta
l'infelice caso che ha messo sul posto il guardiano – tutto
questo lascia concludere che in lui vi siano sentimenti
compassionevoli. Non tutti i guardiani avrebbero agito così.
E da ultimo basta un cenno perché lui si chini tutto verso
l'uomo per dargli l'opportunità della domanda finale.
Appena un po' d'impazienza – il guardiano sa che è
davvero la fine – si esprime nelle parole 'sei insaziabile'.
Diversi esegeti vanno oltre, in tale modalità esplicativa, e
opinano che le parole 'sei insaziabile' esprimano una sorta
di amichevole stupore del resto non privo di simpatia.
Comunque così la figura del guardiano si definisce
diversamente da come tu ritieni.” “Tu credi dunque che
l'uomo non venne ingannato?” “Non equivocare le mie
parole”, disse il prete, “ti segnalo solo le opinioni che ci
sono in merito. Non devi badare troppo alle opinioni. Il
testo è immutabile e sovente le opinioni sono soltanto
un'espressione di disperazione ad esso riferita. Su questo
caso c'è perfino un'opinione secondo cui proprio il
guardiano è la persona ingannata.” “E' un'opinione
estensiva”, disse K, “che fondamento ha?” “Il fondamento”,
rispose il prete, “sta nell'ingenuità del guardiano. Si dice
che egli non conosce l'interno della Legge, ma solo il
percorso che davanti all'ingresso lui deve sempre
ripercorrere. Ciò che egli s'immagina dell'interno viene
ritenuto infantile e si suppone che lui stesso tema l'oggetto
della paura che vuol incutere all'uomo. Anzi lo teme più
dell'uomo, difatti questi non vuole nient'altro che entrare,
anche quando è venuto a sapere dei terribili guardiani che
ci sono all'interno, al contrario il guardiano non vuole
entrare, almeno, nulla se ne sa. Altri dicono, è vero, che in
precedenza nell'interno dev'esserci stato, il guardiano,
difatti un tempo è stato assunto al servizio della Legge,
cosa che può avvenire solo nell'interno. A ciò si può
rispondere che lui potrebbe esser stato fatto guardiano
tramite una nomina dall'interno, ma all'interno potrebbe
non esserci stato, per lo meno non molto all'interno, dato
che non riesce a tollerare già la vista del terzo guardiano. A
parte ciò, tuttavia, non si dice che in tanti anni egli abbia
riferito qualcosa dell'interno, a parte quel che disse circa i
guardiani. Potrebbe esser stato proibito farlo, ma neppure
della proibizione egli riferisce qualcosa. Da ciò si conclude
che lui non sa nulla di come si presenta e di quale sia il
significato dell'interno, per questo s'inganna. Tuttavia lui
forse s'inganna anche sull'uomo di campagna, difatti gli è
subordinato, e non lo sa. Che lui tratti l'uomo come un
subordinato si capisce da molte cose, non te ne scordare.
Che però di fatto gli sia subordinato deve risultare,
secondo tale opinione, altrettanto chiaramente. Prima di
tutto il libero cittadino è anteposto al cittadino soggetto a
controllo. Orbene, l'uomo è di fatto libero, può andare dove
vuole, solo l'accesso alla Legge gli è proibito e inoltre solo
da un singolo, dal guardiano. Se si siede di lato al portone
sullo sgabello e ci resta per tutta la vita, ciò avviene per
sua libera volontà, la storia non riferisce di alcuna
costrizione. Al contrario il guardiano è legato dal suo ufficio
al suo posto, non ha il permesso di allontanarsi, ma stando
all'apparenza non può neanche andare nell'interno, anche
volendo. Oltre a ciò lui è sì al servizio della Legge, ma nei
limiti di questo ingresso, dunque anche solo per
quest'uomo al quale soltanto è destinato quest'ingresso.
Anche per questo motivo il guardiano gli è subordinato. E'
ipotizzabile che per anni e anni, durante l'età virile, egli
abbia prestato un servizio privo di scopo, difatti viene detto
che viene un uomo, dunque qualcuno di età virile, che
dunque il guardiano dovette attendere a lungo prima che il
suo compito si realizzasse, così a lungo quanto all'uomo
aggradava, il quale venne tuttavia di sua volontà. Tuttavia
anche la fine del servizio viene determinata dal termine
della vita dell'uomo, fino al termine il guardiano gli rimane
subordinato. E continua a essere sottolineato che di tutto
questo il guardiano non sembra sapere nulla. In ciò non
viene visto però nulla di scandaloso, difatti stando a
quest'opinione il guardiano si ritrova in un più grave
inganno, che riguarda il suo servizio. Da ultimo, mi spiego,
egli parla dell' entrata e dice 'ora vado e la chiudo', ma
all'inizio sta scritto che il portone alla Legge è libero come
sempre, ma se è libero come sempre, vale a dire sempre,
indipendentemente dalla durata della vita dell'uomo cui è
destinato, allora nemmeno il guardiano lo potrà chiudere.
Su questo le opinioni si dividono: annunciando che
chiuderà il portone il guardiano vuol dare solo una risposta,
o vuol rimarcare il suo dovere, oppure all'ultimo momento
vuol far pentire l'uomo e rattristarlo? In molti però
concordano su fatto che lui il portone non potrà chiuderlo.
Addirittura ritengono che alla fine egli sia subordinato
all'uomo anche in quel che lui sa, difatti l'uomo vede il
brillio che viene fuori dall'ingresso della Legge, mentre il
guardiano, come tale, sta con le spalle al portone e in
nessun modo mostra di aver notato un cambiamento.” “E'
ben fondata quest'opinione”, disse K, che sottovoce aveva
ricapitolato per sé, della spiegazione del prete, i singoli
punti. “Ben fondata, ora credo che anche il guardiano
s'inganni. Con ciò non ho abbandonato la mia opinione di
prima, difatti entrambe in parte coincidono. Non è
determinante che il guardiano abbia le idee chiare o invece
s'inganni. L'uomo viene ingannato, dissi. Se il guardiano ha
le idee chiare si potrebbe avere il dubbio se l'uomo venga,
o non venga, ingannato; ma se il guardiano s'inganna,
allora il suo essere ingannato necessariamente deve
trasferirsi sull'uomo. Il guardiano no, non è affatto un
impostore, ma allora è così ingenuo che dovrebbe subito
essere cacciato dal suo servizio. Puoi però considerare che
l'inganno in cui si trova il guardiano non lo danneggia per
niente, mentre danneggia l'uomo millanta volte di più.”
“Qui incorri in una opinione contraria”, disse il prete.
“Voglio dire, molti dicono che la storia non dà ad alcuno il
diritto di giudicare in merito al guardiano. A parte il modo
come egli ci appare, è un servitore della Legge, dunque le
appartiene, dunque è distolto dal giudizio umano. Si può
poi anche non credere che il guardiano sia subordinato
all'uomo. Esser legato dal suo servizio, anche solo
all'accesso alla Legge, è incomparabilmente di più che non
vivere liberi nel mondo. L'uomo alla Legge viene e basta, il
guardiano c'è già. Dalla Legge è destinato al servizio,
dubitare del suo esserne degno, significa dubitare della
Legge.” “Con tale opinione non sono d'accordo”, disse K
scuotendo la testa, “difatti se si aderisce a essa, si deve
ritenere vero tutto quel che il guardiano dice. Che però ciò
non sia possibile, tu stesso lo hai dettagliatamente
motivato.” “No”, disse il prete, “non si deve ritenere tutto
vero, si deve solo ritenerlo necessario.” “Opinione triste”,
disse K “La menzogna viene trasformata in ordinatrice del
mondo.”
K lo disse a mo' di conclusione, ma non era il suo un
giudizio definitivo. Era troppo stanco per poter tener
d'occhio tutte le conseguenze argomentative della storia,
inoltre i ragionamenti a cui essa lo portava erano insoliti,
astrazioni più adatte alle discussioni della compagnia dei
funzionari del tribunale che a lui. Quella semplice storia era
diventata un qualcosa d'informe, lui voleva sbarazzarsene
e il prete, ora dimostrando un gran tatto, fu tollerante e
tacque all'osservazione di K, nonostante che certo non
coincidesse con la sua propria.
Continuarono per un po' a camminare in silenzio, K
tenendosi stretto al prete senza sapere, nella tenebra,
dove si trovasse. La lampada che aveva in mano s'era da
molto spenta. A un tratto proprio davanti a lui luccicò la
statua argentea d'un santo solo per il brillare dell'argento,
e subito sparì di nuovo nel buio. Per non abbandonarsi del
tutto al prete, K gli chiese: “Non siamo nelle vicinanze
dell'ingresso principale?” “No”, disse il prete, “ne siamo
lontani. Vuoi già andartene?” Nonostante che in quel
momento K non ci pensasse, disse subito: “Certo, devo
andare. Sono procuratore in una banca, mi aspettano, sono
venuto solo per mostrare a un collega straniero il duomo.”
“Be'”, disse il prete porgendogli la mano, “allora va'.” “Ma
non riesco da solo a orientarmi nel buio”, disse K. “Tieniti a
sinistra alla parete”, disse il prete, “poi seguila senza
lasciarla e troverai un'uscita.” S'era allontanato di pochi
passi, il prete, e già K lo chiamava a voce altissima: “per
favore, aspetta.” “Aspetto”, disse il prete. “Non vuoi
ancora qualcosa da me?”, chiese K. “No”, disse il prete.
“Fosti così gentile con me, poco fa”, disse K, “mi hai
spiegato tutto, ora invece mi abbandoni come se non
t'importasse nulla di me.” “Ma devi andare”, disse il prete.
“Sì, certo”, disse K, però abbi considerazione.” “Abbine tu,
prima, di chi sono io”, disse il prete. “Sei il cappellano del
carcere”, disse K e gli si avvicinò, il suo immediato ritorno
in banca non era così necessario come l'aveva presentato,
poteva ben restare ancora lì. “E faccio parte del tribunale”,
disse il prete. “Perché dunque dovrei voler qualcosa da te.
Il tribunale da te non vuole nulla. Ti riceve quando vieni, e
ti lascia quando vai.”
Fine

Alla vigilia del suo 31° compleanno – erano circa le 9 di


sera, l'ora del silenzio nelle strade – due signori vennero
nell'abitazione di K. In finanziera, pallidi e grassi,
portavano cappelli a cilindro apparentemente inamovibili.
Dopo brevi formalità sulla porta dell'abitazione, per
entrare, le stesse formalità si ripeterono, accresciute,
davanti all'uscio di K. Senza che gli fosse stata notificata la
visita, K stava, anche lui vestito di nero, seduto in
prossimità dell'uscio e lento s'infilava dei guanti nuovi che,
stretti, gli si tendevano sulle dita; pareva attendere ospiti.
Subito si alzò e guardò incuriosito quei signori. “Dunque mi
sono destinati loro?” - chiese. Essi annuirono, uno dei due
con il cilindro in mano indicò l'altro. K comprese che
diversa era la visita da lui attesa. Andò alla finestra e
guardò ancora una volta la strada buia. Anche tutte le
finestre sull'altro lato della via, quasi, erano ancora buie, e
in molte le tende erano abbassate. Una finestra illuminata
mostrava due bambini piccoli che giocavano insieme, dietro
una grata e, ancora incapaci di muoversi da dov'erano, si
cercavano l'un l'altro con le manine. “Mi si mandano vecchi
attori di secondo piano”, si disse K girandosi per
convincersene. “Si cerca di farla finita con me a buon
prezzo.” Si volse d'improvviso a loro e chiese: “In qual
teatro recitano loro?” “Teatro?” - chiese l'uno all'altro,
contraendo gli angoli della bocca, a scopo di averne dei
lumi. L'altro si espresse a segni come un muto che lotti con
un organismo ribelle. “Non sono preparati a ricevere
domande”, si disse K e andò a prendere il cappello.
Già per le scale quei signori vollero agganciarlo
prendendolo sottobraccio K, ma questi disse: “solo in
strada, non sono malato.” Tuttavia subito davanti al
portone lo agganciarono come ancora K mai aveva
camminato sottobraccio a qualcuno. Piazzarono le spalle
strettamente dietro quelle di lui, non piegarono le braccia,
ma le adoperarono per cingere quelle di K nella loro intera
lunghezza, gli afferrarono le mani con una presa
precisamente studiata, irresistibile. K camminò stretto,
inteccherito tra loro, ora tutti e tre formavano un tale
insieme compatto che, se si fosse abbattuto uno di loro,
sarebbero stati abbattuti tutti. Era una compattezza come
la può formare forse solo l'assenza di vita.
Transitando sotto le lanterne K tentò più volte, per quanto
potesse esser difficile farlo in tale stretta reciprocità, di
vedere i suoi accompagnatori più chiaramente di quanto
fosse stato possibile nella penombra della sua stanza.
Forse si tratta di tenori, pensò alla vista dei loro pesanti
doppi menti. Fu nauseato dalla nettezza delle loro facce. Si
vedeva davvero ancora la mano nettatrice che era passata
sugli angoli dei loro occhi, che aveva rasato lo spazio tra
nasi e labbra superiori, che aveva spianato le rughe dei
loro menti.
Notato questo, K si fermò, per cui si fermarono anche gli
altri; erano al margine di una posto aperto, deserto,
abbellito da edifici. “Perché hanno mandato proprio loro?” -
gridò K, più che chiederlo. Quei signori non sapevano
chiaramente dare risposta alcuna, si posero in attesa
tenendo le loro braccia libere nella posizione che assumono
gli infermieri quando il malato vuol muoversi. “Non
cammino più”, disse K, a mo' di prova. I due non ebbero
bisogno di rispondere, bastò che non allentassero la presa
e cercassero di levar via K da dov'era, ma lui si oppose. “Io
non avrò più bisogno di molta forza, l'adopero tutta
subito”, pensò. Gli vennero in mente le mosche, che con le
zampette staccate dalla fraschetta spalmata di colla
muoiono. “Questi signori avranno un bel daffare.”
In quella davanti a loro sbucò su una scaletta, da una
stradina in basso, la signorina Buerstner. Non v'era totale
certezza che fosse lei, la somiglianza era certo grande.
Tuttavia a K non importava affatto che fosse proprio la
signorina Buerstner, lui era consapevole della vanità della
propria opposizione. Non era affatto eroico opporsi,
mettere in difficoltà quei signori, cercare ora di gustare
nell'opposizione l'ultimo lampo di vita. Si mise in
movimento e qualcosa della gioia che ciò dava a quei
signori passò a lui. Ora tolleravano che lui decidesse la
direzione del cammino, e lui decise di seguire la via presa
davanti a loro dalla signorina, non perché volesse
raggiungerla, per dire, non perché volesse vederla il più
possibile a lungo, ma solo per non dimenticare
l'ammonimento che lei significava per lui. “L'unica cosa che
ora posso fare”, si disse mentre la simmetria dei suoi passi
e di quelli degli altri tre corroborava i suoi pensieri, “l'unica
cosa che ora posso fare è mantenere una serena
intelligenza di ciò che accade, fino alla fine. Volli sempre
strafare nella vita, per altro con scopi non troppo
accettabili. Non era giusto, e ora devo mostrare che
neppure il processo lungo un anno riuscì a istruirmi? Devo
andarmene come un imbecille? Mi si deve poter ripetere
che è dall'inizio del processo che voglio portarlo a termine
e, ora che finisce, voglio ricominciarlo? Non voglio che si
dica ciò. Sono grato che mi abbiano assegnato per questo
cammino questi signori semi muti e incapaci di
comprensione, e che mi abbiano lasciato la possibilità di
dirmi da solo quel che serve.”
La signorina era svoltata intanto in una viuzza laterale, ma
K già poteva fare a meno di lei, abbandonandosi ai suoi
accompagnatori. Tutti e tre ora in piena concordia
passarono su un ponte nel bagliore della luna, ogni piccolo
movimento che K faceva quei signori lo permettevano con
prontezza, quando lui si volse un poco sul parapetto anche
loro si girarono da quella parte, come un sol uomo. L'acqua
tremava e luccicava sotto la luce della luna dividendosi
attorno a un'isoletta stracolma del fogliame di alberi e
cespugli. Sotto, ora invisibili, v'erano vialetti con panchine
su cui K in estate spesso si era steso, allungato. “Mica
volevo fermarmi”, disse ai suoi accompagnatori,
vergognandosi della loro disponibilità. Uno dei due parve,
dietro le spalle di K, rimproverare un poco l'altro a causa
della fermata, frutto di equivoco, poi proseguirono.
Attraversarono viuzze in salita dove camminavano o
sostavano poliziotti, ora distanti, ora vicinissimi. Uno con il
pizzo ispido, la mano sull'elsa della sciabola, si avvicinò
intenzionalmente a quel terzetto non del tutto
insospettabile terzetto. Quei signori si fermarono, il
poliziotto pareva già aprir bocca, allora K con forza tirò in
avanti i suoi accompagnatori. Più volte si girò cauto per
vedere se il poliziotto li seguiva o no; quando tra loro e il
poliziotto ci fu tuttavia un angolo, K iniziò a correre e quei
signori furono costretti a correre anche loro, nonostante
che respirassero molto male.
In questo modo velocemente uscirono dalla città che da
quella parte quasi senza transizione confinava con i campi.
Un ponticello di pietra, abbandonato e malinconico, si
trovava nelle vicinanze di un edificio del tutto cittadino. Qui
sostarono quei signori, sia che quel posto fosse la loro
meta fin dall'inizio, sia che fossero troppo sfiatati per
continuare la corsa. Subito lasciarono libero K, che, muto,
era in attesa, si levarono i cappelli a cilindro e, mentre si
guardavano attorno nella cava di pietre, con i fazzoletti si
asciugarono la fronte sudata. Dappertutto la luna, placida e
naturale, faceva quella luce cui nessuna è uguale.
Dopo uno scambio di alcune forme di cortesia riguardo a
chi dovesse eseguire l'imminente compito – quei signori
pareva che avessero ricevuto l'incarico entrambi – uno
andò da K e gli tolse la giacca, il gilè e infine la camicia.
Senza volere K rabbrividì, per cui quel signore gli dette,
per tranquillizzarlo, un colpetto sulle spalle. Poi con cura
mise insieme le robe come se fossero, per quanto non
nell'immediato, ancora utilizzabili. Per non esporre K,
immobile, all'aria notturna, comunque fredda, quello stesso
lo prese sotto braccio e ci camminò insieme un poco, qua e
là, mentre l'altro signore perlustrava la cava alla ricerca di
un posto adeguato. Quando lo ebbe trovato fece un cenno
e l'altro vi accompagnò K. Sul posto, prossimo alla parete
della cava, v'era una pietra staccata. I due piazzarono K in
terra e lo appoggiarono alla pietra, su cui adagiarono la sua
testa. Nonostante ogni loro sforzo, nonostante tutta la
cooperazione che K dimostrava loro, il suo contegno molto
sottomesso restò inattendibile. Uno dei due pregò l'altro di
lasciare un momento che lui sistemasse K da solo, ma
anche così la cosa non andò meglio. Infine lo sistemarono
in una posizione che non era nemmeno la migliore tra
quelle fin lì trovata. Allora uno dei due signori si aprì la
finanziera e trasse, dal fodero che stava appeso a una
cintura tesa sul gilè, un coltello da macellaio, lungo, stretto
e affilato su entrambi i lati, lo alzò e ne esaminò l'affilatura
alla luce. Ricominciarono le stomachevoli forme di cortesia,
l'uno porgeva al di sopra di K il coltello all'altro, che a sua
volta glielo riporgeva. Ben sapeva ora, K, che sarebbe
stato suo dovere afferrare il coltello che gli passava sopra
da una mano all'altra, e infilzarsi. Tuttavia non lo fece,
invece girò il collo ancor libero e guardò in giro. Non seppe
privare del tutto le autorità del loro lavoro, di quest'ultima
pecca portò la responsabilità colui che gli aveva negato
quel rimasuglio di forza necessaria. I suoi sguardi caddero
sull'ultimo piano dell'edificio confinante con la cava. Le
imposte d'una finestra, là, si scambiavano come una luce
sfolgorante reciproca, in lontananza un uomo, debole,
minuto, lassù si sporse parecchio in avanti e stese ancor di
più le braccia. Chi era? Un amico? Un brav'uomo? Uno che
simpatizzava? Uno che intendeva esser d'aiuto? Era una
persona isolata? Lo erano tutti? C'era ancora possibilità
d'aiuto? C'erano obbiezioni di cui ci si era dimenticati?
Certo ve n'erano. La logica è sì salda, ma a un uomo che
vuol vivere, essa non si oppone. Dov'era il giudice che lui
non aveva mai visto? Dov'era l'alta corte cui lui mai era
arrivato? Alzò le mani e divaricò le dita.
Le mani di uno dei due signori furono sulla gola di K, l'altro
gli piantò il coltello nel cuore e ce lo rigirò dentro due volte.
Mentre gli occhi gli si spegnevano K vide ancora come
prossimi al suo volto quei due, guancia a guancia,
controllavano la buona esecuzione del verdetto. “Come un
cane!”, lui disse, come se la vergogna dovesse
sopravvivergli.

Der Process (1925); traduzione di Nicola Spinosi (2020).


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