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Dopo lo speciale del numero precedente sulla

Proposta di disarmo nucleare del presidente Ikeda

abbiamo ritenuto importante approfondire

l'argomento relativo al "disarmo interiore", perché il

Buddismo insegna che non vi è separazione fra


l'individuo e il suo ambiente: il cambiamento di una
singola persona (la rivoluzione umana) può
influenzare la realtà che la circonda fino a
determinare un mutamento radicale della

mentalità di tutti.

Scrive Ikeda nella Proposta: «Se vogliamo

lasciarci alle spalle l'era del terrore nucleare

dobbiamo combattere contro il vero "nemico". Quel

nemico non sono le armi nucleari in quanto tali, né

gli stati che le possiedono o le costruiscono. Il vero


nemico da affrontare è il modo di pensare che

giustifica le armi nucleari: l'esser pronti ad

annientare gli altri qualora essi siano considerati


una minaccia o un intralcio alla realizzazione dei

propri interessi. Questa è la nuova consapevolezza


che tutti noi dobbiamo condividere, ed era a
questa consapevolezza che il mio maestro Josei
Toda si riferiva quando parlava di privare degli

artigli la minaccia profondamente nascosta nelle

armi nucleari. [...] Credeva che un cambiamento


rivoluzionario nella coscienza dei singoli,

diffondendosi in tutto il mondo, costituisse l'unica

forza sufficientemente profonda e radicale in grado

di porre fine all'era nucleare» (Buddismo e società,

n. 138, p. 54).

Non c'è quindi alcun disarmo "esteriore" senza


quello interiore.

Partendo da questo assunto è importante

chiedersi cosa possiamo fare noi per realizzare il

disarmo e quindi la pace. Poiché il conflitto fa parte

della nostra cultura, è necessario lo sforzo di

aprirsi maggiormente al dialogo e alla discussione

quali mezzi di soluzione delle dispute, e di

concepire l'altro non come un avversario, bensì

come un'opportunità di superamento della nostra


visione limitata.

Stereotipi e preconcetti

Un primo ostacolo da affrontare per intraprendere


la via nonviolenta alla risoluzione dei conflitti è
quello costituito dai pregiudizi. Il pregiudizio infatti

impedisce di ascoltare l'altro e determina una


resistenza a qualsiasi tentativo di scoprire la sua
umanità al di là di qualsiasi differenza di opinione,

di credo o di etnia. Il proposito di superare i

pregiudizi è un'impresa particolarmente difficile

perché non conto di averne: è come


ci rendiamo

a vento. Il presidente Ikeda


lottare contro i mulini

spiega che per superare il pericolo del pregiudizio


occorre mantenere uno spirito critico,
intrattenendo un onesto "dialogo interiore". A

proposito del rischio del proliferare di stereotipi e


immagini preconcette offerte dallo sviluppo dei

mass media, scriveva: «È vitale che tutti noi ci

poniamo alcune domande importanti: "Accetto

senza alcuna critica le immagini che mi sono


mostrate?; "Credo ciecamente ai fatti rappresentati

senza prima esaminarli?"; "Mi sto


involontariamente lasciando condizionare dai

pregiudizi?"; "Riesco veramente a cogliere la

realtà delle cose?"; "Sono stato sul posto?"; "Ho

incontrato le persone coinvolte?"; "Ho ascoltato


ciò che hanno da dire?"; "Mi sto facendo deviare da

voci incontrollate e tendenziose?". Credo che

questo tipo di dialogo interiore sia di fondamentale


importanza, perché le persone coscienti, pur
mantenendo pregiudizi inconsci, possono
interagire con gente di altre culture più facilmente
di coloro che sono convinti di non avere pregiudizi.

Quando smettiamo di guardare noi stessi, quando

non ci poniamo più domande, diventiamo arroganti


e dogmatici. Il nostro interagire diventa una via a
senso unico, non riusciamo ad ascoltare gli altri e
il vero dialogo è perciò impossibile. Il tipo di dialogo
che può portare alla pace deve iniziare con un

aperto e onesto dialogo con noi stessi»


(Buddismo e società, n. 136, p. 7).

Grazie a questo spirito cosciente o consapevole


potrò assumere un atteggiamento umile e curioso
nei confronti dell'altro, e sarò capace di accettare

soluzioni diverse da quelle mie precostituite, potrò


diconseguenza aprirmi all'altro e permettere che
mi possa arricchire. Abbandonare i consueti

schemi difensivi preconcetti è una lezione che -


come suggerisce il presidente Ikeda potremmo -
imparare dal filosofo francese Michel de

Montaigne: «Nessuna asserzione mi sorprende,

nessuna credenza mi offende per quanto possano


essere opposte alle mie. Non c'è fantasia, per
frivola o stravagante che sia, che non mi paia un
naturale prodotto della mente umana». Montaigne
affermava inoltre: «Perciò le opinioni che mi

contraddicono non mi offendono né mi allontanano,

sono solo uno stimolo a esercitare la mia mente.

Noi rifuggiamo dal venire corretti e invece

dovremmo ricercare la correzione ed esporci a

essa, specialmente quando accade nel corso di


una discussione e non di una lezione scolastica»
(citato in Buddismo e società, n. 92, p. 50). Per

trovare una via dialogica, una strada non


conflittuale, con il mio interlocutore-antagonista

devo uscire dalla logica dell'attacco e della difesa,

del carnefice e della vittima, dell'amico-nemico.

Devo rompere il guscio dell'autodifesa, ciò che il

Buddismo definisce "piccolo io". Con questa

espressione il Buddismo indica l'individuo dominato

dal suo ego, fragile e sospettoso, che per


debolezza e per paura costruisce attorno a sé una
corteccia di diffidenza e pregiudizio e che, nel
disperato tentativo di salvare se stesso dalla

minaccia altrui, finisce per costruire gabbie di cui

egli stesso è vittima.

La strada nonviolenta della risoluzione dei conflitti


proposta dal Buddismo passa fondamentalmente

dialogo, di cui sia Shakyamuni sia Nichiren


Daishonin erano maestri. Ma prima ancora di

essere campioni di dialogo, anzi per poterlo essere,


erano persone dallo spirito eccezionale, dotate di

grande coraggio, grande equilibrio e forza.

Avevano sostituito uno stato


all'ego la Buddità,

vitale capace di abbracciare l'altro e di scoprire la


perfetta non dualità di sé e degli altri. Campioni
dell'autocontrollo, erano dotati di una compassione

profonda per l'interlocutore, per quanto


culturalmente diverso o sostenitore di interessi

diametralmente opposti.

Un sutra narra un episodio nel quale l'anziano


Shakyamuni usò il potere del linguaggio per

impedire un'invasione, e invece di ammonire in

maniera diretta il ministro del Magadha

intenzionato a conquistare lo stato confinante di


Vaji, gli parlò in maniera convincente dei princìpi

che governano la prosperità e il declino di una


nazione. Il suo discorso dissuase il ministro dallo

sferrare l'attacco previsto. «Come mai - si chiede


Ikeda -
Shakyamuni riusciva a usare il linguaggio

con tanta disinvoltura ed efficacia? Cosa faceva di


lui un maestro di dialogo senza eguali? Penso che

la sua eloquenza fosse dovuta alla vastità della


sua condizioneilluminata, assolutamente libera da
dogmi, pregiudizi e attaccamenti. [...] Il potere

della sua straordinaria personalità fece dire a un


sovrano suo contemporaneo: "Coloro che non
riusciamo a indurre alla resa con la forza delle
armi, voi sapete sottomettere disarmato"» (Ibidem,

p. 46).

Nel Sutra del Loto si fa riferimento ad alcuni

"campioni di dialogo" che avranno il compito di

realizzare kosen-rufu. Sono i Bodhisattva della


Terra, che hanno promesso di creare in prima

persona un'armonia straordinaria nella società


contemporanea armati soltanto del cosiddetto

"potere morbido". Le loro qualità hanno poco a che

fare con la diplomazia o con le buone maniere: si


sono assunti un compito che richiede innanzitutto

un'elevata condizione vitale. Così il Sutra del Loto


riassume le caratteristiche che devono possedere:

«Con salda forza di volontà e concentrazione,

ricercano la saggezza con costanza e diligenza,

espongono varie dottrine meravigliose


e le loro menti sono libere dalla paura.
[...] Abili nel rispondere a difficili domande,

le loro menti non conoscono la paura.

Hanno coltivato con assiduità la perseveranza,

sono fieri di dignità e di virtù» (SDL, 289, 292).

L'unico sano pregiudizio

AlIa base di tutto, il bodhisattva assume quello


che potremmo definire "l'unico sano pregiudizio":
la convinzione incrollabile che tutti gli esseri

possiedono la Buddità.

I suoi sforzi sono sostenuti dalla ferma

convinzione dell'eguaglianza di tutte le persone,


cioè del fatto che ognuna possiede il potenziale per
l'Illuminazione.

Èuna profonda fede nell'umanità che ispira i


Bodhisattva della Terra a dedicarsi costantemente
al dialogo, nel tentativo di individuare un terreno
comune e di armonizzare prospettive differenti.

Quelli di noi che hanno tentato di esporre questa


prospettiva in diverse conversazioni hanno trovato

spesso il medesimo atteggiamento: «È bello quello


che dici ma la realtà è ben diversa: se non ti

difendi ti fregano». E ancora: «Il mondo è pieno di

persone cattive, se non ti imponi ti fanno fesso e


sarai tu l'unico a soffrire». Sicuramente la via
suggerita dal Buddismo non è facile o senza
pericoli, ma il bodhisattva rifiuta di farsi dissuadere

o scoraggiare dalle difficoltà intrinseche in questa

sfida. Semplicemente si rifiuta di rimanere

nell'ambito del conflitto che genera solo sofferenza

e inchioda nei mondi di Inferno, Collera o


Animalità. La via suggerita dal Buddismo è

cambiare prospettiva alzando lo stato vitale, allo

scopo di acquisire la saggezza e la compassione

per abbracciare l'altra persona.


La via del dialogo, il potere morbido, o il disarmo

interiore non sono ingenuità, non rendono le

persone sprovvedute e pronte farsi facilmente


fregare. Si tratta di uscire dalla logica

dell'offesa-difesa e vivere su un altro piano,

basando la propria esistenza sul grande io e la

relazione con gli altri, sul riconoscere la Buddità


altrui. Mi rivolgo all'altro perché desidero scoprire

la sua umanità, rimanendo tuttavia consapevole

che egli possiede (e manifesta) gli altri nove mondi.

Da questa prospettiva il maestro di dialogo non è

un debole, un perdente, ma una persona


dall'eccezionale autocontrollo, assolutamente

inflessibile con se stessa, con una capacità


straordinaria di abbracciare l'altro e con una
indomabile attitudine ad affrontare il male senza
compromessi, come un re leone.

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