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John Cage

John Cage (1912 – 1992), principale esponente del movimento della musica aleatoria. Nato a Los Angeles
da un inventore e da una giornalista, studierà pianoforte fin da tenera età, per poi spostarsi in Europa in
seguito al conseguimento del diploma, dove studierà col celebre Arnold Schönberg. Uomo
incredibilmente brillante, si interesserà nella sua vita sia al mondo dell’arte sia a quello della filosofia
(specialmente orientale) e della sociologia. Instaurerà sodalizi artistici con importanti figure della danza
(Merce Cunningham), dell’arte visiva (Marcel Duchamp) e della letteratura (James Joyce), scriverà di
pedagogia e di estetica, passando per la macrobiotica e il giardinaggio. Ma soprattutto diventerà quello
che potremmo definire senza troppe esitazioni il più grande innovatore dello scenario musicale
americano (e forse del mondo) di ogni epoca, spingendosi in direzioni spesso estreme, ma assolutamente
singolari ed interessanti, andando infine a mettere in discussione la concezione stessa della musica.
Ascoltando le sue composizioni, le dissonanze saranno veramente l’ultimo fattore che ci colpirà,
praticamente scontato rispetto ad altri aspetti della sua musica, che rappresentarono allora qualcosa di
perlopiù inconcepibile, rimanendo tutt’oggi assolutamente affascinanti e avanguardistici.

Importante nella concezione musicale di John Cage è l’idea di casualità. Il compositore tentò, infatti, in
diversi modi, di inserire elementi suscettibili di casualità all’interno nelle sue composizioni, in modo da
rendere ogni esecuzione unica ed imprevedibile in una certa misura. Uno dei metodi più conosciuti che
gli permisero di ottenere questo, fu l’utilizzo del cosiddetto piano preparato, ossia un pianoforte a coda
dalla cordiera alterata per mezzo dell’installazione casuale in essa di materiali estranei come chiodi,
strisce di cuoio, pezzi di legno ed altro, in modo che il timbro dello strumento venisse occasionalmente
denaturato, in maniera del tutto imprevedibile sia per il pubblico che per l’esecutore, e persino per il
compositore, che ogni sera poteva così ascoltare la musica da lui composta per la prima volta nella sua
vita (almeno in quella specifica versione).

Importante è anche il concetto di indeterminazione, che appare strettamente legato alla casualità. Cage,
infatti, distingue all’interno di un brano musicale diverse componenti, tra cui: il metodo, ossia la
procedura nota per nota; il timbro, determinato dalle caratteristiche sonore peculiari dello strumento
utilizzato; la struttura, ossia il modo in cui il tutto è diviso in parti e come esse si intersecano tra di loro;
l’ampiezza, equivalente all’intensità del suono nei vari momenti del pezzo, e via dicendo. Ognuna di
queste componenti può essere lasciata almeno parzialmente indeterminata in sede di composizione,
all’interno di un brano. Egli spesso ricorre, non a caso, a un sistema di notazione innovativo per supplire
l’assenza di determinate caratteristiche fondanti nella musica scritta. Così facendo, viene favorita la
casualità. Per esporre la modalità interpretativa che ogni esecutore deve seguire suonando un suo
brano, Cage usa la metafora del disegno: a seconda delle caratteristiche lasciate indeterminate,
l’esecutore si trova nella condizione di dover colorare una figura di cui conosce solo i contorni, oppure
svolgere la funzione di chi dà la forma. In entrambi i casi, Cage spiega mediante una formula ricorrente in
quali modi è possibile approcciarsi all’interpretazione: «Può farlo [l’interprete] in maniera organizzata che
poi potrà essere analizzata con successo. Oppure può svolgere questa sua funzione in maniera non
organizzata consapevolmente, arbitrariamente, seguendo i dettami del suo ego; oppure in maniera più o
meno inconsapevole, procedendo verso l’interno della struttura della mente fino al livello onirico,
seguendo i dettami dell’inconscio, come nella scrittura automatica; oppure verso l’inconscio collettivo
della psicoanalisi junghiana, seguendo l’indole della specie e facendo qualcosa di interesse più o meno
universale per gli esseri umani; o verso il “sonno profondo” delle pratiche mentali indiane, il Fondamento
di Meister Eckhart, identificandosi con un’eventualità qualunque. Oppure può svolgere in maniera
arbitraria la sua funzione, procedendo verso l’esterno per quanto riguarda la struttura della propria
mente, verso la percezione sensoriale, seguendo i suoi gusti, oppure utilizzando in maniera più o meno
inconsapevole un’operazione esterna alla mente: tabelle di numeri casuali, seguendo l’interesse della
scienza per la probabilità, o le operazioni aleatorie, identificandosi con un’eventualità qualunque». Il
risultato di tutto questo è sintetizzabile con la concreta dimostrazione della frase citata da Cage stesso ,
che afferma che nessun atto è vergine, nemmeno quello ripetuto.

Persino la composizione delle caratteristiche determinate del brano viene lasciata spesso in mano a
fattori che sfuggono allo stesso Cage, che ad esempio ricorda spesso di aver composto musica seguendo
graficamente le casuali imperfezioni presenti sul foglio sul quale stava scrivendo. Ma lo stesso può
essere fatto ottenendo risultati apprezzabili anche servendosi dell’I Ching, il libro dei mutamenti cinese,
oppure di operazioni legate alla sezione aurea, ad esempio. Si parla di procedimenti aleatori, dei quali
Cage si serve per rendere l’artista niente più che liberatore della musica, che è suono e quindi natura
pura, non imitazione della natura, come ipotizzato fin dai tempi degli antichi. Per fare questo, bisogna
quindi eliminare anche la volontà di introdurre nella propria opera delle emozioni, che sono un elemento
personale, soggettivo, umano, e tutto ciò è estraneo al suono. Non c’è spazio per la poesia nella musica di
Cage: si tratta solo di suoni. Ma anche la ragione, che nell’atto compositivo è presente quanto il lato
emotivo della personalità dell’autore, va estirpata, rifiutando la concezione di musica come
organizzazione di suoni. In tutta la sua teoria a riguardo è presente con una certa forza l’influenza del
Dadaismo (infatti Cage collaborò con Duchamp, principale esponente della corrente) e della filosofia Zen,
nonché anche qualche analogia con lo stream of consciousness di Joyce, autore che fu caro al
compositore americano. Ovviamente, apprezzare musica di questo genere non è qualcosa di facilmente
abbordabile per chiunque: spiega perfettamente Cage che possiamo volare solo se siamo disposti a
smettere di camminare. E prosegue: «Ancora una volta ci troviamo di fronte a un bivio. Devi scegliere. Se
non sei disposto a rinunciare al tentativo di controllare il suono potrai complicare la tua tecnica verso
un’approssimazione delle nuove possibilità e della nuova consapevolezza. Oppure, come già detto, puoi
rinunciare alla pulsione di controllare il suono, liberare la testa dalla musica ed iniziare a scoprire i mezzi
con cui i suoni possano essere se stessi invece che veicoli per le teorie create dall’uomo oppure
espressioni di sentimenti umani. […] Musica nuova: ascolto nuovo. Non il tentativo di capire quanto si
dice, perché, se si dicesse qualcosa, i suoni assumerebbero forma di parole. Ma soltanto un’attenzione
all’attività dei suoni».

Poste queste premesse, dunque, appare evidente la somma potenza che il silenzio doveva rappresentare
per il compositore americano. Non soffocare il silenzio con i suoni significa permettere alla casualità più
totale di sfogarsi, significa lasciare carta bianca alla natura e al suono puro. Creare un brano per
qualunque strumento che consista nel non suonare quello strumento, significa negare la centralità
dell’uomo nei processi sonori e affermare, attraverso una rivoluzione estetica, che ogni suono che
interrompe l’utopico silenzio può essere musica, basta ascoltarlo con l’ottica giusta. Cage attua quanto
appena detto con il brano 4’33”, nel 1952. È proprio questo, non a caso, il brano ricordato da Cage come
il più importante della sua carriera, giacché non ne hai bisogno per ascoltarlo.

Il titolo, all’apparenza così curioso, si riferisce intuitivamente alla durata del pezzo per come l’aveva
immaginato il suo autore, come del resto lasciano intendere le virgolette accanto ai numeri, nonché le
parole di Cage stesso, che si riferiva ad esso parlando di Quattro-trentatré oppure Quattro minuti e
trentatré secondi. Ma non è tutto qui: tale lasso di tempo espresso in secondi equivale infatti a 273
secondi. Non a caso, si direbbe, in fisica -273.15°C è la temperatura alla quale ci si riferisce con il nome di
zero assoluto, irraggiungibile per diverse ragioni, così come inarrivabile è il silenzio. È infatti in questa
direzione che 4’33” vuole dirigersi: dimostrare che il silenzio non esiste, salvo poi passare
paradossalmente alla storia come un brano costituito dal silenzio stesso. Non si tratta di un pezzo che
pone al centro della propria attenzione il silenzio, come spesso si crede: esso inscena il silenzio, ma
soltanto in modo funzionale a lasciare al suono la più libera e casuale espressività. Musica aleatoria
assoluta, in cui né il compositore né l’esecutore ha alcun potere sulla musica prodotta. Il brano potrà
anche essere composto da silenzio, ma il silenzio non è atto di nulla, quanto potenza di tutto, pronta
all’atto.
È questo che, fondamentalmente, distingue il lavoro del compositore americano da quello di alcuni suoi
precursori: Alphonse Allais (1854-1905) compose nel 1897 il primo esempio di brano silenzioso, intitolato
Funeral March for the Obsequies of a Deaf Man, consistente di ventiquattro battute vuote. La vicinanza di
Allais ad Erik Satie (1866-1925), molto stimato da Cage stesso, rende plausibile che Cage conoscesse tale
esperimento, anche se egli lo negò. Ma non è questo il punto: Cage si spinge oltre sia Allais che altri
precursori. La sua è musica aleatoria, non semplice silenzio. Come detto, non è l’assenza di suono ad
essere il suo obiettivo, quanto la presenza del suono più vero e libero, a cui viene lasciata carta bianca. Il
compositore si dichiarerà deluso fin dalla prima esecuzione pubblica del pezzo, proprio per il fatto che il
pubblico non fosse mediamente in grado di percepire il suo messaggio, né di porsi nell’atteggiamento
corretto durante l’atto dell’ascolto, che se fosse stato adeguatamente attento avrebbe rivelato senza
troppi ostacoli l’effettiva assenza di silenzio per come lo intendiamo abitualmente e la vera essenza
dell’opera di Cage.

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