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Tassazione sociale ed

aristocrazia senatoria: la gleba


senatus *

FILIPPO CARLÀ

All’interno del complesso panorama del fiscalismo tardoimperiale nella


storia degli studi sono state messe in evidenza alcune imposte che
sarebbero caratterizzate da una connotazione prevalentemente sociale: loro
prerogativa, infatti, sarebbe colpire coloro che appartenevano ad una
determinata classe proprio in quanto appartenenti a quella classe, come
hanno sottolineato nel corso degli anni, tra gli altri, Gagé, Dagron,
Chastagnol1; senza ritenere più che si tratti di un sintomo del “sistema di
caste” tardoantico di cui parlava, ad esempio, Ferdinand Lot2, il concetto
può rimanere valido nella definizione di una tipologia di imposta, e in un
colloquio dedicato al Codice Teodosiano ed alla storia sociale un
approfondimento in merito sembra particolarmente ben inserito.
La mia attenzione sarà quindi dedicata alla comprensione dei
meccanismi regolanti la collatio glebalis, o gleba senatoria, o follis, che
costituisce, all’interno di tale gruppo, un caso di studio particolarmente
interessante, sia perché siamo su essa relativamente meglio informati che su
altre imposte, tanto dalle fonti giuridiche (un discreto numero di
costituzioni del Codice Teodosiano, una novella di Marciano, una costituzione
del Codice Giustinianeo che ne sancisce l’abolizione) quanto da quelle

* Il presente articolo nasce da un più ampio studio sulle “imposte sociali” nel diritto tributario
tardoantico, condotto presso l’Università di Torino sotto la guida del prof. Sergio Roda: a lui, al
prof. Arnaldo Marcone (Università di Udine), sempre attento e prodigo di preziosi consigli, al prof.
Andrea Trisciuoglio (Università di Torino), che mi ha offerto preziosi spunti per l’approfondimento
ed il completamento di questo lavoro, e naturalmente al prof. Jean-Jacques Aubert (Université de
Neuchâtel), che mi ha dato la possibilità di partecipare a questo convegno, vanno i miei più sentiti
ringraziamenti.
1 Gagé 1964, 338; Dagron 1974, 147 (“c’est par son statut fiscal que se définit sous le Bas-
Empire et pendant tout le Moyen-Age oriental une catégorie sociale”); Chastagnol 1982, 375 (“si
l’on veut, l’impôt que l’on payait manifestait la classe dont on était membre aussi bien que le
costume que l’on portait”).
2 Lot 1927, 96-97.
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letterarie, sia per la sua relativamente breve vita, in tutto circa 140 anni, sia
perché una sua analisi approfondita permette alcune interessanti
considerazioni sull’aristocrazia senatoria del IV secolo.
La gleba senatoria fu infatti sicuramente istituita da Costantino:
nonostante l’assenza di una testimonianza esplicita in questo senso nelle
fonti giuridiche, dovuta con ogni verosimiglianza alla perdita delle prime 11
costituzioni del titolo CTh. 6.2, de senatoria dignitate, e dunque l’apparizione,
per la prima volta, nel CTh. della nostra imposta solo nel 3643, abbiamo in
un testo del 428 un riferimento a provvedimenti di Costantino e Costanzo
relativo a glebales functiones4. Ma è soprattutto il celebre passo di Zosimo sulla
politica fiscale costantiniana (2.38), probabilmente derivante da Eunapio di
Sardi5, a indicare l’istituzione del follis senatorio, insieme a quella del
crisargiro, tra le nefandezze provocate dalla cupidigia del primo Imperatore
cristiano6. In realtà l’acredine mostrata dallo storico bizantino relativamente
al crisargiro non è altrettanto accanita sulla gleba; in merito si dice
semplicemente che Costantino “fece un censimento dei beni dei clarissimi,
avendo loro imposto una tassa cui lui stesso pose il nome di follis”7. Si noti
fin da subito che non si parla di drenaggio di risorse, di impoverimento dei
senatori, di vero e proprio salasso, al contrario di quanto ritiene Barnish,
giunto a riconoscere nella gleba la causa dell’intiepidimento dei senatori
verso l’amministrazione imperiale e dunque, sulla lunga, del crollo
dell’Impero d’Occidente8. Sembra piuttosto maggiormente nel giusto Jones,
che a più riprese ha insistito sulla modestia di quest’imposta e del suo
gettito9.
Se a Zosimo, in ogni caso, possiamo ascrivere forse l’errore di aver reso
Costantino responsabile del nome follis, che in realtà ci è attestato solo da
fonti orientali e tarde10, l’attribuzione all’Imperatore dell’istituzione non
sembra dubbia, come hanno mostrato nel corso degli anni Seeck,
Chastagnol, Paschoud, Delmaire11. Più difficile definire il momento esatto,

3 CTh. 12.13.2.
4 CTh. 6.2.26.
5 Chastagnol 1966, 43; Paschoud 1971, 241-44; Baldini 1984, 30-31 e 171-72.
6 Chastagnol 1966, 71-72.
7 Zos. 2.38: Ἀπεγράψατο
 δὲ
 τὰς
 τῶν
 λαμπροτάτων
 οὐσίας,
 τέλος
 ἐπιθεὶς
 ᾧ
 τινι
 φόλλιν
 αὖτος

ἐπέθηκεν
ὄνομα.
8 Barnish 1989, 256. Su una supposta enorme gravosità dell’imposta aveva già insistito
Martroye 1923, 242.
9 Ad esempio Jones 1964, 110; 431; 465 e 537.
10 Oltre a Zosimo, NMarc. 2; CI. 12.2 (tit.) e 12.2.2. Un’ulteriore attestazione viene da un
frammento di Esichio di Mileto che, pur non conservando il termine nel testo, è inserito nelle Glosse
Nomiche s. v. φόλλις.
11 Seeck 1900; Chastagnol 1966, 46-61; Paschoud 1971, 242; Delmaire 1985, 124; Paschoud
1993, 51-52.
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ma la proposta di Seeck di collocare la nascita dell’imposta subito dopo la


battaglia del Ponte Milvio, quando Costantino entrò in Roma, potrebbe
essere confermata dal confronto, ancora una volta, con il crisargiro, che,
nonostante una discrepanza con quanto riferito da Evagrio Scolastico, che
ne nega la paternità costantiniana12, appare già esistente nel 314-315 da
un’iscrizione di Atella che menziona un exactor auri et argenti, esatta
traduzione latina del greco χρυσαργύρον13, ma anche con la functio praetoria,
menzionata nel medesimo passo di Zosimo e di certo già esistente nel 320,
quando è introdotta una modifica nei suoi meccanismi da CTh. 6.4.114.
Un’ulteriore conferma in questo senso viene dall’epigrafe romana in
onore di C. Celio Saturnino15, che fu all’inizio della sua carriera, culminata
poi nei servizi di palazzo svolti sotto Costantino, magister censuum, forse
prima del 31416. Come vedremo, infatti, tale ruolo era in rapporto con la
registrazione dei beni senatorii ai fini del calcolo dell’imponibile per la gleba
senatoria. Delmaire, pertanto, per postdatare a dopo il 325 (e dunque
comunque sempre in età costantiniana) l’introduzione della collatio glebalis,
ancorandola ad un momento in cui il numero dei senatori sarebbe
aumentato e soprattutto il rapporto tra Imperatore e Senato sarebbe stato
non ottimale, giacché la datazione proposta da Seeck renderebbe a suo
parere strana la buona accoglienza a Roma riservata dai senatori a
Costantino nel periodo successivo alla sconfitta di Massenzio17, sgancia
12 Evagr. Schol., HE 3.40.
13 CIL X 3732 = ILS 1216, da Atella. Delmaire 1989a, 353, ritiene invece che un senatore non
potesse essere esattore di una tassa sui commercianti, e che si tratti qui dunque di una forma di
superindizione riscossa in oro e argento. In questo caso, però, non si sarebbe trattato, a questa data,
di una esazione, ma di una coemptio, come testimoniato da molteplici testimonianze, soprattutto
egiziane (tra gli altri, Bagnall 1977; lo stesso Delmaire 1989 a, 347-350 ammette che non sono noti
casi certi di prelievi non compensati prima della tarda età costantiniana, e che gli unici interpretabili
in questo modo sono facilmente confondibili proprio col crisargiro) ed il termine exactor sarebbe del
tutto inadeguato. Sembra dunque preferibile continuare a vedere nell’espressione un riferimento al
già introdotto crisargiro.
14 Chastagnol 1958, 237 e Paschoud 1971, 243. In generale sull’organizzazione dei giochi
pretorii e questorii, cf. Roda 1976 e Marcone 1981.
15 CIL VI 1704: Honori | C(aio) Caelio Saturnino v(iro) c(larissimo) | allecto petitu Senatus
inter | consulares comiti D(omini) N(ostri) Constantini || Victoris Aug(usti) vicario prefecturae
Urbis iudici sacrarum cog(nitionum) vicario | praef(ectorum) praetorio bis in urbe Roma | et per
Mysias examinatori per Ita|liam praefecto annon(a)e Urbis ratio|nali privat(a)e vicario summae rei
|| rationum rationali vicario per | Gallias magistro censu(u)m vicario a consiliis sacris magistro
stu|diorum magistro libellorum duce|nario a consiliis sexag(enario) a consiliis | sacris sexag(enario)
studiorum adiutori || fisci advocato per Italiam | C(aius) Fl(avius) Caelius Urbanus v(ir)
c(larissimus) | consularis patri. Per un profilo prosopografico di Celio Saturnino, PLRE 1971, 806.
16 Delmaire 1989a, 28.
17 Delmaire 1989a, 374-75. Si noti però che non necessariamente l’istituzione di una simile
imposta doveva alienare le simpatie senatorie a Costantino, secondo un troppo semplice schema
“nuova imposizione fiscale-ostilità”, soprattutto se, come proporremo a breve, gli introiti di questa
imposta non finivano in realtà nelle casse imperiali.
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quindi la creazione dell’imposta da quella dell’ufficio censuale ed in


particolare del suo magister, figura istituzionale introdotta proprio da
Costantino a detta della maggioranza degli studiosi18, che la Elia prima,
Delmaire poi hanno invece ritenuto già esistente prima di questo
Imperatore19.
Non è qui invece il luogo di soffermarsi sulla testimonianza,
evidentemente erronea, di Giovanni Lido (Mag. 2.30.4), che non solo non
ha più memoria delle funzioni fiscali dell’incarico20 e lo considera una delle
due preture istituite a Costantinopoli21, ma data così, di conseguenza,
l’istituzione del magister census a dopo la fondazione della nuova capitale, né
di entrare nel dettaglio delle competenze di questo incarico e dei suoi
rapporti con i censuales: basti evidenziare, per quanto qui ci riguarda, che
questi, se pure non ne dipendevano completamente, come invece sembra
necessario ritenere22, sono certamente a lui sottoposti negli incarichi di
censimento e registrazione23.
Come detto in forma estremamente abbreviata da Zosimo, infatti, il
meccanismo riscossorio prevedeva in primo luogo una registrazione delle
proprietà dei senatori, curata dai censuales, siti nelle diverse province.
All’interno dell’ufficio provinciale, però, è possibile che venisse effettuata
tra gli incaricati una ulteriore ripartizione territoriale su scala ancora più
ridotta: lo mostrerebbe Basilio di Cesarea che, se in una lettera scrive ad un
κηνσίτωρ
 incaricato delle registrazioni in Galazia24, con un’altra lettera si
rivolge ad un censuale incaricato di occuparsi specificamente della città di
Ibora25. È bene evidenziare subito come magister census e censuales (una delle
decurie urbane secondo CTh. 14.1.1) dipendano, a dire della Notitia
Dignitatum Occidentis, dalla prefettura urbana26.

18 Sinnigen 1957, 71 e 77.


19 Elia 1984, 338-40; Delmaire 1989b, 19-21. L’incarico di magister censuum sarebbe allora,
l’equivalente di quello di a censibus, la sua evoluzione o – secondo lo studioso francese – la
medesima funzione esercitata presso un Cesare o un Augusto di rango inferiore.
20 Sinnigen 1957, 74; Elia 1984, 351-52.
21 La confusione deriverebbe, secondo Dubuisson-Schamp 2006, dcxxxi-dcxxxii, dal fatto che
a partire da Anastasio il magister census fu ascritto tra i clarissimi, dunque “Jean avait quelque raison
de donner du ‘préteur’, c’est-à-dire du sénateur à l’ancien magister census de rang équestre”.
22 Sinnigen 1957, 76; Elia 1984, 349-50 ove si mostra come i censuales debbano sempre essere
ritenuti “il personale subalterno del magister census”.
23 Sinnigen 1957, 76-77. Anche la Elia, che ritiene, come si è detto, istituiti prima di Costantino
l’officium censuale ed il magister census, connette con l’istituzione della collatio glebalis “un notevole
ampliamento della sfera operativa dei censuales ed una accresciuta competenza del loro capo, il
magister census” (Elia 1984, 341).
24 Bas., Ep. 313 (253).
25 Bas., Ep. 399 (252).
26 Not. Dign. Occ. 4.8 e 4.31: Sinnigen 1957, 70. È ipotizzabile la medesima struttura
istituzionale anche in Oriente: nella Notitia Dignitatum Orientis, infatti, magister census e censuales non
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Anche se i loro compiti furono più volte ampliati e ristretti27, e


toccarono anche donazioni28, testamenti29, la registrazione di persone
presenti a Roma per motivi di studio30, leggi sull’abbigliamento31, i censuali
risultano creati primariamente allo scopo di controllare e censire le
ricchezze dei senatori, in relazione all’imposizione della collatio glebalis, della
functio praetoria, dell’aurum oblaticium32, con registrazioni effettuate sulla base
di una sorta di autocertificazione, la professio o promissio; ogni trimestre,
quindi, gli uffici censuali inviavano al Senato le breves, notizie contenenti i
cambiamenti di proprietà, le variazioni dei redditi, i nomi dei nuovi clarissimi
e senatori, le esenzioni eventualmente ottenute; a quanto possiamo
desumere da Simmaco, il Senato provvedeva a trasmettere queste
informazioni all’Imperatore, o meglio agli scrinia palatina33. Il rapporto
“genetico” tra l’imposta del follis e queste relazioni, e dunque con il
censimento dei beni senatori, a maggior conferma di quanto già detto, è
peraltro confermato da CTh. 12.1.74.1, del 371, che, nel sancire il
depennamento dalle breves dei curiali che siano divenuti senatori dopo il 360
e non abbiano però lasciato un figlio vincolato ai munera curialia, le chiama
glebae senatoriae breves. Chi avesse presentato falsa testimonianza avrebbe
subito la confisca dei beni che aveva omesso di denunciare34.

sono presenti, ma è perduto il foglio relativo alla prefettura urbana di Costantinopoli in cui erano
presumibilmente inseriti.
27 Sinnigen 1957, 73-76; Elia 1984, 344-48.
28 CTh. 8.12.8 (415).
29 CTh. 4.4.4 (397).
30 CTh. 14.9.1 (370).
31 CTh. 14.10.1 (382).
32 Seeck 1899; Sinnigen 1957, 70-71.
33 Symm., Rel. 46: “Etiamsi prisca institutio mittendis ad clementiam vestram censuum
brevibus cursum vel ordinem non dedisset, ddd. Imppp. Valentiniane Theodosi et Arcadi inclyti
victores ac triumphatores semper Augusti, diligentia tamen boni saeculi fidem publicae instructionis
exigeret. Siquidem convenit principes et parentes humani generis edoceri, quid reverendo ordini vel
senatorum novorum accessus adiciat vel glebae excusationibus detrahatur. Harum rerum aeternitati
vestrae fidum exhibebit indicium trimestris instructio, quam sollemniter sumptam de officio
censuali paginis relationis adnexui, ut maiestas vestra cognoscat, qui in amplissimam curiam
collegarum numerus influxerit, et quid censibus senatoriis aut novi professio incrementi dederit aut
exemptio veteris amputarit.” In considerazione dell’esistenza di un’ampia serie di esenzioni dal
pagamento, su cui ci soffermeremo in seguito, e del fatto che il termine excusatio presenta, nel
linguaggio giuridico, proprio il significato “tecnico” di esenzione, ritengo inesatta l’ipotesi di
Delmaire, secondo cui Simmaco non riferirebbe affatto l’inclusione nelle breves di informazioni
sulla concessione di simili esenzioni: Delmaire 1989a, 384.
34 CTh. 6.2.13 (383): “Imppp. Gratianus, Valentinianus et Theodosius AAA. ad Hypatium.... si
quis, senatorium consecutus nostra largitate fastigium vel generis felicitate sortitus, possessionis
alicuius professionem senatui crediderit occulendam, praedium fisco noverit vindicandum,
quodcumque subtractum publicis iure compendiis erit. Quique consularitatis insignia fuerit
adsecutus, dignitatis obeundae atque exercendae administrationis huius copiam non habeat, nisi
propria adnotatione digesserit se senatorium nomen agnoscere et larem habitationemque vel sedes
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La registrazione era vissuta come un momento cruciale, e molte energie


erano spese nel tentativo di condizionarla: Basilio, come già visto, scrive
lettere a κηνσίτορες, al fine di chiedere moderazione per i propri amici35;
Ammiano considera la censualis professio causa di rovina per le province
settentrionali sotto Costanzo II36. La registrazione, peraltro, come già detto,
non serviva solo per il computo della gleba, ma anche per altri pagamenti
senatorii37, e come base per il calcolo delle superindizioni: un’epigrafe di
Teano, realizzata dopo il 398 e dedicata al clarissimo Flavio Lupo, definisce
un incarico di quest’ultimo come “peraequator propter muro cinctendas
urbes iudicio sacro glebalis census per secundam Pannoniam”38.
La registrazione serviva a stabilire l’ammontare dell’imponibile. Tutti i
senatori erano chiamati a pagare la praestatio glebalis (unico termine che,
insieme a gleba e a gleba senatus, indica l’imposta nel IV secolo, prima della
“riforma” del 393)39, come mostra nel 364 CTh. 12.13.2:
Impp. Valentinianus et Valens AA. ad Mamertinum praefectum praetorio.
Universi, quos senatorii nominis dignitas non tuetur, ad auri coronarii praestationem
vocentur exceptis his, quos lex praeterita ab hac collatione absolvit. Omnes igitur possessores
aut inter decuriones coronarium aurum aut inter senatores glebalem praestationem deinceps
recognoscant.
Tutti coloro che la dignità del nome senatorio non protegge siano chiamati al pagamento
dell’aurum coronarium, eccettuati coloro, che una passata legge esentò da questo versamento.
Dunque tutti i possessores d’ora in poi riconoscano o l’aurum coronarium tra i decurioni, o il
pagamento glebale tra i senatori.
Questo apparente carattere di imposta “personale” è in realtà
immediatamente contraddetto dal calcolo dell’imponibile sulla base della
proprietà, che la caratterizza come imposta “reale”, con una “mescolanza”
di cui si era già accorto Baudi di Vesme40.
Non mi soffermo qui sull’interpretazione esatta del termine possessores,
che porterebbe troppo lontano, ed evidentemente in questa costituzione
indica la somma di senatori e curiali: superata la posizione di Humbert,

certas in provincia atque oppido collocasse nihilque amplius quam certum professionis modum
varias intra provincias possidere, cuius indicio palatinis scriniis quaesito quam primum omnis
instructio facile declaret, quibus quantisve nominibus quove in modo perennis aerarii emolumenta
subcreverint. […]Dat. iiii id. ian. Merobaude ii et Saturnino conss.”
35 Si vedano anche Bas., Ep. 83 (427); 284 (304); 312 (426).
36 Amm. Marc. 19.11.3: “Arctoae provinciae [...] censuali professione speciosa fiducia
relevatae.”
37 Sinnigen 1957, 72-73 in riferimento ad aurum oblaticium e functio praetoria; Elia 1984, 344-46,
riguardo alle nomine alla pretura.
38 AE 1968, 113. Su quest’epigrafe, si veda ancora Chastagnol 1967.
39 Il termine gleba compare in CTh. 14.3.10 (368 o 370) e Symm., Rel. 46 (384); praestatio glebalis
in CTh. 12.13.2 (364) e 6.2.14 (384); gleba senatus in CTh. 5.13.4 (364-375).
40 Baudi di Vesme 1861, 392.
Tassazione sociale 185

secondo cui il termine avrebbe indicato i proprietari terrieri non curiali41,


basti un rimando agli studi di Durliat e soprattutto di Delmaire, che vi
hanno visto un termine fiscale, che indica non tanto chi abita o coltiva la
terra, quanto chi paga tasse calcolate sulla base della proprietà42.
I senatori venivano dunque, attraverso la registrazione, suddivisi in tre
fasce di reddito43: la più bassa, al di sotto di una soglia minima di proprietà,
tenuta al pagamento di 2 folles, la seconda di 4, la terza di 8. Il pagamento
era effettuato ogni anno, come rivela CTh. 6.2.15 (393), e l’ammontare è
trasmesso da un confronto tra CTh. 6.2.13 (383) (che parla di due “fasce di
pagamento” da 2 e 4 folles) ed Esichio di Mileto (che fornisce la credibile
cifra di 8 per la “terza fascia”)44. È certamente difficile quantificare con
precisione il pagamento, ma è bene condurre alcune osservazioni sulla sua
entità. Esichio riferisce i numeri giusti ma sbaglia l’unità di misura, parlando
di libbre d’oro, cosa che sembra assai poco credibile: la libbra d’oro è infatti
pari a 72 solidi, come conferma CTh. 12.6.13 (367), e sembra difficile
pensare che, prima del 393 i senatori “più poveri” dovessero pagare 144

41 Humbert 1886, 1:329.


42 Cf., tra le altre, CTh. 11.1.2; 6; 36; 12.6.32 (315[313]; 354; 431; 429). Delmaire sottolinea
giustamente che questo significato nasce dal fatto che è sempre il proprietario, e non l’affittuario o
il colono, ad essere responsabile per il versamento fiscale: cf. Delmaire 1996, 68-69. La genericità
dell’espressione è confermata dal fatto che la categoria, che sulla base di CTh. 12.13.2 (364)
sembrerebbe composta dall’insieme di senatori e curiali, è – in modo affine – composta di senatores e
privati in CTh. 13.9.4 (391); allo stesso tempo però essa sembrerebbe escludere i curiali in CTh.
11.28.16 (433) (“tam curiis quam possessori, privato ac patrimoniali”), oppure includere solo la
fascia più ricca di essi (CTh. 9.31.1 [409]: “curialium plebeiorum possessorumve”), salvo essere poi
ribadito che l’acquisizione di una proprietà terriera, ad esempio da parte di un mercante, comporta
che “ut aliquorum possessor praediorum vocetur ad curiam” (CTh. 12.1.72 [370], o essere altrove
detto che i possessores sono “decuriones vel quoslibet alios” (CTh 10.3.4 [383]). Ancora, CTh. 11.7.12
(383) sembra aggiungere, accanto ai potentiores possessores (i senatori?) ed ai curiali, un’ulteriore
categoria di minores possessores. CTh. 11.1.18 (381) distingue infine i possessores di maxima e infima
dignitas. Il termine serve ad indicare in generale gli strati sociali più ricchi anche in letteratura, come
ad esempio in Salviano di Marsiglia: Blazquez Martinez 1985, 158. Si può dunque concordare
appieno con Roland Delmaire che, confutando le ipotesi di Durliat, secondo cui il termine possessor
indicherebbe non chi possiede la terra ma chi riscuote le imposte in una determinata circoscrizione,
le versa e riceve la ricevuta, ottenendone anche, di frequente, un aggio (Durliat 1990, 65-69; Durliat
1993, 47-52), conclude che i possessores siano in genere i curiali, ma anche altri ricchi proprietari
terrieri o beneficiari di terre: un insieme di gruppi i cui interessi non necessariamente dovevano
essere coincidenti (Delmaire 1996, 70; si veda anche Liebeschuetz 2001, 114: “As neither the status
of a possessor, nor that of a habitator has ever received formal legal definition, it would seem that
neither group constituted a constitutional body of defined membership. The two terms merely
provided a convenient description of all the people who mattered in the city”). La più recente
formulazione è quella di Cecconi 2006, 51-52: “ceto ancorato a una rendita terriera, anche i curiali
in un certo senso erano possessores. Ma non tutti i possessores, beninteso, appartenevano all’ordine
curiale”. In generale, Cecconi 2006, 51-54.
43 Sembra però eccessivo dire, con Jones, che il follis spezzasse la tradizionale non progressività
dell’imposta romana: Jones 1964, 110.
44 Metrologicorum Scriptorum Reliquiae (Hultsch) 1.308.7-18.
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solidi, dopo, come vedremo, solo 745. È più probabile, come vedremo a
breve, che il pagamento in folles, dunque un’unità di misura del divisionale
probabilmente corrispondente, in età costantiniana, a 12500 denarii46, sia
stato ad un certo momento convertito in oro, ed Esichio abbia, nel VI
secolo, quando ormai l’imposta non era più in vigore da un centinaio di
anni, mantenuto memoria del carattere aureo del pagamento.
Ad ogni modo, nel caso peggiore i senatori più ricchi, quelli che
secondo Olimpiodoro (fr. 41.2 Blockley) guadagnavano ogni anno 4000
libbre d’oro, esclusi i proventi della vendita dei prodotti, ne avrebbero
dovute pagare 8. Sembra, a confermare Jones47, tutt’altro che un’imposta
gravosa, né è possibile seguire Barnish quando, nel suo sforzo di dimostrare
la gravosità del pagamento, ritiene che 2, 4, 8 folles/libbre fossero pagati per
ogni singolo appezzamento di terreno (di qualsiasi estensione esso fosse?)48,
ipotesi che non trova assolutamente alcun riscontro nelle fonti.
Il calcolo, inoltre, era fatto presumibilmente non solo sui beni immobili,
come ritiene G. Gera49, ma in qualche modo anche sui beni mobili: CI.
12.2.2, che nel 450 sancisce l’abolizione dell’imposta, parla di “collatio circa
res ac praedia”50, confermando che entrambi confluivano nella
determinazione del reddito. Qualcosa del genere sembrerebbe d’altronde
testimoniato da Zonara anche per il crisargiro51. È vero altresì però che
CTh. 6.2.13 (383) parla solo di possessionis professio, e sembrerebbe doveroso
chiedersi se non sia intervenuto allora, in qualche momento posteriore a
questa data (in concomitanza con la “riforma” del 393?), un cambiamento.

45 Seeck 1900; Jones 1959, 34-35; Ruggini 1961a, 318-19; Delmaire 1989a, 378. In precedenza,
Kuhn 1864, 214-15; Karlowa 1885, 893 avevano creduto ad Esichio; Ciccotti 1921, 198 aveva
pensato che 8 folles fossero equiparati, in età teodosiana, ad una libbra d’oro; Thibault 1899-1900,
2:37-38 credette invece all’indicazione delle libbre auree, e che il termine follis indicasse invece,
come iugum e caput, l’unità di computo su cui si calcolava l’imponibile.
46 La dibattutissima questione relativa al follis, alla sua natura, al suo valore, esula
dall’argomento specifico di questo contributo: si vedano, tra gli altri, Seeck 1909; Jones 1959, 34-38;
Ruggini 1961a; Bruun 1978; Ermatinger 1993. Su un supposto passaggio, intorno alla metà del IV
secolo, del follis da mera unità di conto a unità monetaria effettiva, pur mantenendo fisso il rapporto
di valore col denarius a 1:12500, Callu-Barrandon 1986, 580-82.
47 Supra, n. 9.
48 Barnish 1989, 254. CTh. 6.2.24 (417) testimonierebbe dunque l’abbandono dei terreni su cui
gravasse la gleba perché fiscalmente troppo onerosi: questa costituzione, però, istituisce invece una
sorta di incentivo per l’acquisizione di terreni considerati incolti. Cf. infra, n. 71.
49 Gera-Giglio 1984, 140: “probabilmente la dichiarazione obbligatoria si riferiva solo ai beni
immobili”. Sulle medesime posizioni già Humbert 1886, 1:369; Humbert 1887.
50 L’uso di una coppia formata da res e da un termine relativo alla proprietà fondiaria, come
possessiones o praedia ha, fin da epoca ulpianea, ormai caduta la distinzione tra possessio ed ager, il
significato di “beni mobili ed immobili”: Cannata 1962, 15. Sulla classificazione sistematica, nel
diritto tardoimperiale, di beni mobili ed immobili: Sargenti 1994, 318-21.
51 Zonar. 14.3. Humbert 1886, 1:299; Jones 1964, 412.
Tassazione sociale 187

Proprio CTh. 6.2.13, testo rivolto a regolamentare dal punto di vista


fiscale l’ingresso nel consesso di nuovi senatori, pone un problema che si
rivelerà, nel giro di pochi anni, sostanziale, ovvero quello dell’eventuale
ingresso in senato di persone che non avessero proprietà, o fossero in
possesso di fonti di reddito scarse. A costoro si impone comunque di
pagare la quota minima, 2 folles, pena l’esclusione dall’ordine senatorio:
Duorum vero follium maneat cunctos indiscreta professio, etiam si possessiones forte non habeant, quos
dignitas consularis vel clarior atque sublimior potestas ulla provexerit, nemine ad insignia potestatis
admittendo, nisi professionem vinxerit, et his tantum a necessitate huiusmodi segregandis, quos palatinae honore
militiae et stipendiis adprobatos debita potius quam postulata senatorii ordinis societas advocaverit.
In verità rimanga in vigore il pagamento dei due folles indifferenziato, anche se per caso
non abbiano proprietà, per tutti coloro che la dignità consolare o una più illustre e alcun
potere più elevato abbiano innalzato, giacché nessuno deve essere ammesso alle insegne del
potere, se non abbia effettuato la dichiarazione, e devono essere liberati da un obbligo di
questo genere solamente coloro che, approvati dall’onore del servizio palatino e dagli anni ivi
trascorsi, una partecipazione all’ordine senatorio più dovuta che richiesta abbia richiamato.
Questo problema dei senatori “poveri” si presentò infatti in modo
imponente proprio nell’ultimo quarto del secolo, quando si verificò e si
intensificò l’accesso al Senato degli esponenti dell’alto funzionariato, in
possesso di fonti di reddito decisamente minori52. La situazione non
dovette migliorare nel decennio successivo all’emanazione di CTh. 6.2.13, e
portò all’istituzione, a quanto pare dietro richiesta dei senatori stessi, nel
393, di un pagamento di 7 solidi, che prendesse il posto della gleba per i
senatori più poveri, come testimonia CTh. 6.2.15:
Quod ad eorum querimonias, qui se glebalia non posse ferre onera testabuntur, amplissimorum virorum
consilio definitum est, scilicet ut septenos quotannis solidos pro sua portione conferret, qui praebitionem implere
follium non valeret, eatenus .... confirmamus, ut omnes, quibus est census angustia, contemplatis patrimonii sui
viribus liberam habeant optionem, quatenus, si collatio ista non displicet, a consortio amplissimi ordinis non
retendant. sin vero grave, id est damnosum videtur, dignitatem senatoriam non requirant.
Per quanto riguarda le lamentele di coloro che attesteranno di non poter sopportare gli
oneri glebali, è stato determinato dal consiglio degli uomini di più alto rango [il Senato] che
paghi per parte sua sette solidi ogni anno colui che non fosse in grado di adempiere al
pagamento dei folles, perciò… confermiamo che tutti coloro che hanno ristrettezze di censo,
considerata la loro disponibilità patrimoniale abbiano la libera scelta, così che, se non dispiace
questo pagamento, non si ritirano dalla partecipazione al massimo ordine. Se invece fosse
grave, ovvero risulta dannosa, non richiedano la dignità senatoria.
Sostanzialmente isolata è la voce del Petit, che ritenne di poter
desumere da un passo di Libanio del 364 (Ep. 1277, 6) che a quella data
esistesse già – almeno in Oriente – questo “pagamento ridotto”53. In realtà
il passo in questione è straordinariamente brachilogico, e di assai difficile
interpretazione, dal momento che si riferisce a questioni di cui mittente e

52 Tra gli altri, Jones 1964, 161-62; Roda 1993, 650-53.


53 Petit 1957, 370.
188 F. CARLÀ

destinatario dovevano già essere a conoscenza. In assenza di altre


testimonianze, e di fronte ad un testo come quello della costituzione
teodosiana, assai esplicito nel riferire della quarta fascia come di una nuova
introduzione, Petit è inoltre costretto a ricorrere ad uno schema
cronologico di questo tipo: istituzione della quarta fascia ad opera di
Costanzo II o di Giuliano, abolizione operata da Valente, reintroduzione ad
opera di Teodosio. È dunque sicuramente preferibile pensare che la quarta
fascia venisse introdotta solo nel 393, e che il passo di Libanio oggetto del
dibattito si riferisse invece alle fasce di reddito che determinavano la spesa
per l'organizzazione dei giochi pretorii, come hanno suggerito anche Jones,
Chastagnol, Dagron, Delmaire54.
Questo pagamento istituito nel 393 è stato in genere inteso come una
“quarta fascia”, inferiore rispetto a quelle da 2, 4 e 8 folles55, ma una tale
lettura è forse impropria. Il pagamento dei 7 solidi, infatti, è una vera e
propria imposta a sé stante, personale e non reale, cui sono tenuti quei
senatori che non siano in grado di pagare la gleba vera e propria; alternativa
dunque alla gleba senatoria, imposta a sua volta sempre più reale e legata al
fondo, è indispensabile per l’ammissione al Senato. Se l’imposta era, fino a
questo momento, per usare un’espressione di Thibault, un’“impôt foncier
susceptible de prendre, en raison de sa limite minimale de perception, le
caractère d’un impôt personnel”56, le due “anime” risultano ora nettamente,
e formalmente, distinte, e non si può pensare ad una “confusione” tra una
natura reale ed una personale57.
A partire da questo momento, infatti, la terminologia è estremamente
chiara, e non permette mai confusioni tra l’imposta reale e questa
personale, che appaiono sempre citate in modo indipendente. Così
troviamo, per indicare la prima, fondiaria, i termini follis, follis senatorius, gleba,
gleba senatoria, glebale aurum, glebale onus, glebalis census, inteso come
registrazione delle proprietà per definire la fascia di pagamento di
appartenenza, glebalis collatio, glebalis descriptio, glebalis necessitas, glebalis pensio,
glebatio senatoria58. Altrettanto ben identificabili i termini che alludono invece

54 Jones 1964, 431, n. 51; Chastagnol 1966, 71; Dagron 1974, 175; Delmaire 1989a, 379.
55 Ad es. Ciccotti 1921, 198; Karayannopoulos 1958, 127; Chastagnol 1966, 71; De Martino
1979, 442; Alföldy 1987, 276-77.
56 Thibault 1899-1900, 2:37.
57 Così De Martino 1979, 442: “sebbene per sua natura avrebbe dovuto essere concepita come
di carattere personale, anche se commisurata alla proprietà fondiaria, sembra essere stata
considerata di carattere reale”.
58 Follis (CI. 12.2 [tit.]; CI. 12.2.2 [450-455]); follis senatorius (NMarc. 2 [450]); gleba (CTh. 6.2.17
[397]; 21 [398]; CI. 12.2 [tit.]; 2); gleba senatoria (CTh. 12.1.138 [393]: relativamente a questa
costituzione, manca la completa certezza che l’espressione gleba senatoria si riferisca specificamente
all’imposta fondiaria, ma induce a questa lettura tanto la presenza di altre più chiare ricorrenze del
Tassazione sociale 189

solamente al pagamento dei sette solidi introdotto da Teodosio: septem


solidorum functio, septem solidorum praestatio, septeni annui solidi, septeni solidi59.
Per proseguire con questa breve analisi terminologica, si aggiunga che
un’altra espressione, descriptio senatoria, è utilizzata in due occasioni per
alludere ai pagamenti “sociali” vincolati al nomen senatorio, ed è
accompagnata in entrambi i casi da riferimenti separati e specifici (nello
stesso o in un altro testo di legge) al pagamento glebale, effettuato su base
fondiaria60. In questo senso, configurandosi come imposta sociale legata
all’ordine senatorio, svincolata dalla proprietà terriera, l’espressione si
riferisce senz’altro alla septem solidorum functio, dunque all’imposta personale.
Resta infine un unico termine “equivoco”, glebalis functio, utilizzato
unicamente in due costituzioni che ribadiscono l’obbligatorietà del
pagamento per i detentori della dignità senatoria (CTh. 6.2.19 [397]; 26
[428]: si accompagna qui a senatoria functio, che potrebbe indicare più
generalmente i pagamenti senatorii, tra cui la septem solidorum functio). La
presenza, in tale definizione, dell’aggettivo glebalis, chiaramente riferito alla
terra, che ricorre solo nei nomi relativi al pagamento dei due, quattro ed
otto folles farebbe però propendere per una sua inclusione in questa
categoria.
L’analisi terminologica appena condotta consente di trarre alcune
considerazioni: al di là del termine follis, usato come già si è detto per
indicare la gleba senatoria in poche circostanze, tutte tarde e di matrice
orientale61, e che sembrerebbe comunque, soprattutto da Nov.Marc. 2 (450),
indicare l’imposta fondiaria, tutti gli altri nomi utilizzati per indicare il
pagamento dei due, quattro od otto folles, effettuato, come già si è detto e
come meglio si vedrà in seguito, su base fondiaria, contengono il sostantivo
gleba o l’aggettivo glebalis62. Al contrario, i termini utilizzati per indicare il

medesimo nesso, quanto la sua connessione con la equorum praestatio, imposta anch’essa a base
fondiaria; CTh. 6.3.3 [396]; Symm., Ep. 4.61; CTh. 6.2.24 [417]); glebale aurum (CTh. 6.2.22 [401]);
glebale onus (CTh. 6.2.15 [393]; CTh. 6.2.24 [417]); glebalis census (AE 1968, 113); glebalis collatio (CTh.
13.3.19 [428], da mettere in relazione con CTh. 13.3.15 [393]); glebalis descriptio (CTh. 13.3.16 [414]);
glebalis necessitas (CTh. 6.2.12 [377]); glebalis pensio (CTh. 11.28.4 [408]); glebatio senatoria (CTh. 6.2.23
[414]).
59 Septem solidorum functio (CI. 12.2 [tit.]; 2 [450-455]); septem solidorum praestatio (CTh. 6.2.23
[414]); septeni annui solidi (CTh. 6.26.12 [401]); septeni solidi (CTh. 6.2.15 [393]).
60 CTh. 13.3.15 (393), da mettere in relazione con CTh. 13.3.19 (428); e 16 (414), senatoria vel
glebali descriptione.
61 Supra, n. 10.
62 Sul significato di gleba in epoca tardoantica si veda Martroye 1923, che insiste sulla
sostituzione nel CI. del termine, nel suo significato di “partie de terre cultivée”, con terra, a suo
parere proprio per evitare confusioni terminologiche con l’ormai abolita collatio glebalis (anche se non
si condivide l’idea che ciò avvenisse perché l’eccessiva gravosità dell’imposta aveva reso “odioso” il
termine).
190 F. CARLÀ

pagamento di sette solidi introdotto da Teodosio richiamano espressamente


l’ammontare del pagamento, o lo qualificano come imposta senatoria tout
court, dando già a prima vista l’idea di un’imposta personale. Non si può
pertanto parlare di un’unica imposta, strutturata su quattro fasce, ma di un
“complesso” composto da due imposte nettamente distinte, nella
terminologia come nell’impostazione, l’una fondiaria, l’altra personale, e
connesse in modo strettissimo, per affinità genetica e perché alternative –
come vedremo – l’una all’altra, tanto da essere praticamente sempre trattate
in simultanea sia nelle fonti letterarie che nell’elaborazione
giurisprudenziale. Non sarà inopportuno citare di nuovo, e questa volta per
intero, la costituzione marcianea che delibera l’abrogazione dell’intero
“complesso”, CI. 12.2.2 (450-455):
Imperatores Valentinianus, Marcianus.
Glebam vel follem sive septem solidorum functionem sive quamlibet eiusmodi collationem tam circa
personas quam circa res ac praedia funditus iubemus aboleri, ut omnis huiusmodi sopita perpetuo conquiescat
exactio.
Valentin. et Marcian. AA. ad senatum.
Ordiniamo che sia abolita completamente la gleba o follis o septem solidorum functio o
qualsivoglia esazione di questo tipo, tanto sulle persone quanto sui beni mobili e immobili,
così che ogni esazione di questo genere, sedata, cessi per sempre.
Non solo sono qui indicate l’imposta fondiaria e quella personale in
forma disgiunta63, ma anche il successivo riferimento a collationes tam circa
personas quam circa res ac praedia allude, in chiasmo rispetto all’elencazione
iniziale, alle due differenti forme di imposizione.
La nascita di questo complesso è dunque collegata al grande
cambiamento di composizione dell’ordine senatorio che si verificò con
l’inserimento progressivo al suo interno degli esponenti dell’alto
funzionariato, con fonti di reddito decisamente minori, percentualmente
rilevanti soprattutto nel consesso orientale. In considerazione di questo,
bisognerebbe definire se l’introduzione del “pagamento di 7 solidi” fosse
solo orientale o estesa a tutta la compagine imperiale: premesso che
entrambe le risposte poco alterano nella riflessione che si va conducendo, e
che dare una risposta univoca è impossibile, è necessario evidenziare come

63 Dal titolo del CI., che connette i tre termini gleba, follis e septem solidorum functio con la
congiunzione copulativa et, così come dal testo stesso della costituzione, che utilizza invece un vel
tra i primi due termini e la disgiuntiva sive tra il secondo ed il terzo, sarebbe assai difficile
determinare se gleba e follis vadano considerati sinonimi indicanti l’imposta reale, in opposizione alla
septem solidorum functio o se, invece, il primo termine vada considerato come una sorta di genus,
inclusivo tanto di follis quanto di septem solidorum functio, sue species. In tal caso, evidentemente, il vel di
CI. 12.2.2 andrebbe letto come una congiunzione esplicativa. Dal momento che – come si può
vedere nella precedente elencazione – esistono altre ricorrenze del termine gleba indicanti la sola
imposta fondiaria è decisamente da preferire la prima ipotesi.
Tassazione sociale 191

tutti i testi legislativi che parlano di questa imposta personale provengano


dalla pars Orientis.
È da notare, per quanto cursoriamente, che a partire da questo
momento64, con l’esplicita menzione dei solidi, l’intero complesso della
collatio glebalis, con ogni evidenza prima computato e riscosso in bronzo,
passi invece ad una contabilità di tipo aureo65, conformemente ad un più
generale processo di conversione in oro dell’intera fiscalità nella seconda
metà del IV secolo66: di auri professio, così, parla nel 398 CTh. 6.2.21, e glebale
aurum, come già detto, è uno dei nomi che l’imposta reale ha nel V secolo67.
La nascita del pagamento dei sette solidi permette, a questo punto, il
connotarsi della gleba vera e propria sempre più come imposta reale,
vincolata al fondo piuttosto che alla persona, e dunque “liberalizzata”, in
realtà, dalla originaria connotazione sociale: un terreno che sia stato
proprietà di un senatore, e dunque tenuto al pagamento della gleba, così,
continua ad essere soggetto al pagamento anche quando alienato in favore
di un non senatore, qualunque sia la forma di trasmissione della proprietà.
Nel 368 o più probabilmente nel 370 il caso è già attestato esplicitamente
per terreni passati da senatori a loro liberti68, ma è solo con il 398, dopo la
creazione del pagamento dei sette solidi, che l’autorità legislativa potrà dire
in modo assai esplicito che “glebam possessionum, non personarum esse
perspicimus” (CTh. 6.2.21). È chiaro che quest’affermazione non può
valere per i sette solidi, imposta personale e pagata anche da chi non avesse
proprietà fondiarie, e non poteva essere fatta prima del 393, quando chi
non avesse proprietà doveva comunque pagare 2 folles.
Nel 396, intanto, CTh. 6.3.3 aveva sancito l’estraneità dei curiali dal
pagamento della gleba senatoria69; difficile dire però che in questo momento i
curiali fossero ancora esentati dal pagamento della gleba quando giungevano
in possesso di terre senatorie; sembra piuttosto che si miri ad impedire tout
court passaggi di proprietà di questo genere; si ricordi che i clarissimi non
potevano vendere terre senza averne prima dimostrata la necessità (CTh.

64 È da interpretare evidentemente come un refuso un riferimento in tal senso all’anno 338,


non al 383, presente tanto in Grelle 1957 quanto in Gera – Giglio 1984, 141.
65 De Martino 1979, 442.
66 Vogler 1998, 165-71.
67 Piganiol 1945/1973, 310.
68 CTh. 14.3.10. Per la datazione della costituzione, PLRE 1971, 640-41; Pergami 1993, 514.
69 CTh. 6.3.3: “Idem AA. Africano praefecto Urbi. A curialibus terris senatoria gleba discreta
sit nec ulla fiat in possidendo clarissimarum domorum curialiumque coniunctio nec ullo exactionis
genere vinciantur, idque curent ii, qui per civitates defensorum senatus officium susceperint,
quorum periculo teneatur, si quid dispositum fuerit in dispendium senatorum. Sin vero curiales
censitorem vel peraequatorem suis terris voluerint postulare, ab eorum petitione sit senatus alienus.
Dat. prid. id. Aug. Constantinopoli Arcadio iiii et Honorio iii AA. conss.”
192 F. CARLÀ

6.2.18 [397]), ottenendo una adprobatio del governatore ed una registrazione


negli acta provincialia senza la quale avrebbero continuato a pagare la gleba70.
Ancora nel 417 CTh. 6.2.24 ribadisce che l’onus della gleba spetta al fondo,
non alla persona:
Si quis desertam possessionem sub peraequationis sorte perceperit, eum a praestatione glebae senatoriae,
etiamsi antiquitus hoc onus fundum manebat, alienum esse praecepimus71.
Se qualcuno avesse ricevuto un possedimento deserto a titolo di pareggio fiscale,
ordiniamo che sia estraneo al pagamento della gleba senatoria, anche se anticamente tale onere
gravava sul fondo.
Si noti bene come al pagamento fondiario fosse tenuta anche la stessa
casa imperiale, come indicato da Onorio nel 401 (CTh. 6.2.22)72.
L’imposta fondiaria della gleba, dunque, non è più a questo punto in
senso stretto sociale, se non nel fatto che i terreni soggetti sono o sono stati
proprietà di un senatore, e che una terra precedentemente non senatoria
quando acquistata da un senatore vi diviene soggetta. Forse questa
confusione è alla radice dell’errore di Thibault, che ritenne la gleba l’imposta
fondiaria pagata dai senatori, esentati invece dalla iugatio-capitatio73, col
corollario che dopo l’abolizione alla metà del V sec. d.C. i senatori non
avrebbero più pagato tasse74. Questa posizione, ancora seguita nel 1969 da
Arsac75, è in realtà, come è evidente, contraddetta dalle stesse fonti
giuridiche ed è stata a più riprese giustamente contestata76. Non si può
dunque semplicemente sostenere che la gleba sia divenuta, da imposta
personale, imposta fondiaria: l’aspetto fondiario diviene infatti esplicito,
come si è visto, nel momento in cui il carattere sociale e personale

70 Chastagnol 1966, 71; Gera – Giglio 1984, 140 e Garbarino 1988, 164 e n. 166. Si ricordi che
nella legislazione tardoimperiale si tende spesso a definire i terreni quasi come proprietà degli
ordini, semplicemente in possesso delle singole persone, e questo è vero anche per quanto riguarda
i curiali: Ganghoffer 1963, 129-31; Gagé 1964, 379; Jones 1964, 199-200.
71 Sul problema degli agri deserti, che esula interamente dagli scopi di questo contributo, tra gli
altri, Ruggini 1963; De Dominicis 1964; Whittaker 1976/1980. È solo opportuno, cursoriamente,
notare come questa costituzione contraddica CTh. 11.1.31, del 412, rivelando come sia ancora in
uso la adiectio sterilium: cf. Solidoro Maruotti 1989, 324. Su questa costituzione anche Savagnone
1952, 51-52; Karayannopoulos 1958, 249.
72 L’uso dell’espressione collatio glebalis rende evidente come si tratti qui dell’imposta fondiaria,
cui la casa imperiale è soggetta quando acquisisca terreni precedentemente di proprietà senatoria. È
ovviamente del tutto da superare l’idea di Thibault 1899-1900, 2:40-41, secondo cui i membri della
famiglia imperiale, in quanto aristocratici, avrebbero dovuto l’imposta dei senatori, e l’Imperatore,
in particolare, per 8 folles.
73 Thibault 1899-1900, 2:44-45.
74 Thibault 1907, 50.
75 Arsac 1969, 236-37: lo studioso francese sostiene addirittura che “la glebalis collatio n’est donc
pas un impôt de classe. C’est l’adaptation à une classe de l’impôt foncier ordinaire payable par tout
possesseur de terre”.
76 In particolare Piganiol 1907; De Dominicis 1976, 73-76.
Tassazione sociale 193

dell’imposta è ribadito e conservato dal pagamento dei 7 solidi, cui è


vincolata l’appartenenza stessa all’ordine senatorio: la praestatio infatti
“tenuissimos senatorum adsolet obligare” (CTh. 6.2.23, del 414). Chi non
potesse pagare questa cifra, assai ridotta rispetto alle ricchezze senatorie
“olimpiodoree”, ma che non facciamo fatica a credere problematica per
alcuni esponenti del funzionariato, non in possesso di rendite fondiarie77,
doveva infatti rinunciare all’appartenenza all’ordine, come la sopra riportata
costituzione del 393 rende evidente. E il rischio era reale: la perdita della
dignità colpì, come sappiamo da Simmaco (Ep. 5.55 e Or. 8), Valerio
Fortunato78.
Che le due imposte, ancorché strettamente connesse, fossero ben
distinte, lo mostra anche il fatto che l’esenzione da una non comporta
automaticamente l’esenzione dall’altra. Alcune categorie di persone erano
esonerate da entrambi i pagamenti, e questo è detto in giurisprudenza in
modo estremamente esplicito: è il caso di
quis … tota impleta militia ad proximatum et comitivam dispositionum vel magisterium admissionum
pervenerit,
chi, svolto l’intero servizio sia giunto al prossimato e alla comitiva delle disposizioni o al
magistero delle ammissioni
che
nulla penitus functione vel glebatione senatoria tum primum ob dignitatem vicariam fatigetur79
per la dignità vicaria non sia affatto gravato allora per la prima volta da nessun pagamento
personale (functio) o fondiario (glebatio) senatorio
e degli archiatri che
nulla senatoria vel glebali descriptione vexentur.80
non siano vessati da nessun pagamento senatorio o glebale.
Al contrario, CTh. 6.26.12 nel 401 esonera gli ex funzionari degli scrinia
memoriae, epistularum, supplicarum e dispositionum dalla promissio e dai pagamenti
fondiari, mantenendoli esplicitamente soggetti ai sette solidi:
ad septenos dumtaxat annuos solidos teneantur nullaque extrinsecus collatione vexentur nec molem
promissionis nec scriptionis iniuriam perhorrescant.
siano tenuti almeno ai sette solidi anni e non siano vessati al di fuori da nessuna esazione
né paventino l’ammontare della promessa né l’offesa di un pagamento.
Relativamente alle esenzioni, la politica imperiale insiste su due poli
opposti in realtà non contraddittori, ribadendo da un lato continuamente
77 Si pensi che di recente J.-M. Carrié ha ritenuto di poter indicare in 4 solidi annui una “soglia
di sussistenza” per l’epoca tardoantica: Carrié 2003, 91-95.
78 Giglio 1990, 153-56 e 178.
79 CTh. 6.2.23 (414).
80 CTh. 13.3.16 (sempre del 414, ma si vedano anche CTh. 13.3.15 [393] e 19 [428].
194 F. CARLÀ

l’obbligatorietà del pagamento per i detentori della dignità senatoria o per le


categorie che credessero di esserne esentate: si vedano ad esempio CTh.
6.2.19, del 397, e 26, del 428, con cui Teodosio II ribadisce la
proporzionalità del follis rispetto alle proprietà della famiglia, oltre che
l’obbligatorietà del suo pagamento per chiunque fosse detentore della
dignità senatoria, ricordando che le esenzioni sono solo eccezioni alla
norma81:
ceterique omnes, qui delatis sibi senatoriis dignitatibus fruuntur, pro suis viribus glebales tantum
functiones agnoscant.
e tutti gli altri, che usufruiscono di dignità senatorie, riconoscano solo i pagamenti glebali
proporzionalmente alle loro facoltà.
D’altro lato concedono invece esenzioni a persone e gruppi ben definiti
e circostanziati, evocati come vere eccezioni alla norma, e spesso mettendo
in evidenza da quale delle due imposte si stessero sgravando i beneficiati, o
esplicitando bene, come abbiamo appena visto, l’esenzione da entrambe82.
Se a volte l’esenzione è solo dal pagamento personale, dunque, giacché
è ovvio che debba pagare colui che acquisisca una proprietà senatoria (CTh.
12.1.138 [393] sottolinea ancora una volta l’estraneità dei curiali
dall’imposta, in quanto tassa di classe, restando però evidente che – in base
agli aspetti legislativi sopra esaminati – fossero tenuti invece al pagamento
della tassa qualora essi venissero in proprietà di fondi precedentemente
senatorii), altrove l’esenzione è invece dall’imposta fondiaria, come in CTh.
5.13.4 (del 368?), che esonera chi abbia intrapreso la coltura di terre della res
privata83. Questa seconda forma di esenzione è concessa il più delle volte ad
esponenti del funzionariato giunti alla dignità senatoria attraverso le cariche
burocratiche, ovvero proprio quella categorie di persone per cui fu creata la
fascia dei 7 solidi84. Questi testi, come CTh. 6.23.4 (437) (per decuriones e
silentiarii) e 6.26.14 (407[412]) (per gli ufficiali degli scrinia), vanno dunque
letti in corrispondenza con CTh. 6.26.12, del 401, che esplicitamente esenta
alcune categorie professionali da tutte le imposte legate al nomen senatorio

81 La costituzione è, in effetti, opera del questore Antioco Chuzon, che nella maggior parte dei
propri testi si mostra “hostile to derogations from the general law” (Honoré 1998, 113). Pochi mesi
dopo questa costituzione venne integrata dalla già menzionata CTh. 13.3.19, che includeva nelle
categorie esentate dagli obblighi senatorii anche gli archiatri.
82 Dagron 1974, 176: “Autrement dit l’Empereur – entre 390 et 430 environ – aide par une
législation d’exception à l’assimilation dans la classe sénatoriale des nouveaux venus du
fonctionnariat; mais il confirme, en même temps, que la condition sénatoriale doit correspondre à
un certain niveau de fortune”.
83 Karayannopoulos 1958, 251.
84 In generale, sulle esenzioni fiscali per i funzionari del servizio imperiale, Karayannopoulos
1958, 201; Delmaire 1989a, 380-82.
Tassazione sociale 195

eccetto i 7 solidi85. Anche la già menzionata CTh. 12.1.74.1 (371),


nell’ordinare che i curiali divenuti senatori dopo il 360 che non abbiano
lasciato un figlio soggetto ai munera curialia siano depennati dalle liste della
gleba, si riferisce naturalmente all’imposta fondiaria: le terre di quel
proprietario, che non è in realtà legittimamente approdato in Senato, non
devono ritenersi vincolate all’imposta, così come, secondo la medesima
legge, nella successione ereditaria ad un curiale divenuto senatore solamente
il figlio che ottenga, su indicazione paterna, la dignità senatoria avrà terre
sottoposte alla sola collatio glebalis, in quanto di precedente proprietà
senatoria, e non più ad obblighi municipali86.
In aggiunta a quanto traspare dalle fonti giuridiche, tutto questo è ben
evidente anche in un caso noto da Simmaco, quello di cui fu protagonista,
nel 398, il senatore Tuenzio:
Ad Euphrasium. Tuentius tuus in utramvis aurem somnum capessat: nihil enim magna dignitas a
paupere petit. Sit fortasse plerisque ipsa inopia gravis, habet tamen alieni oneris exceptionem. Adice, si placet,
securitati eius sacerdotii privilegium et unius hominis munimenta multiplica. Mihi videtur validior esse omnibus
vacationis remediis exhausta fortuna. Sed velim noveris quaesitores glebae senatoriae protinus adfuturos
sperandamque Tuentii veniam pleniorem, si fidem paupertatis eius exploratio ratam fecerit. Interea tutus
prioribus gestis agat liberum. Nihil novabitur post inlustris viri Felicis pro illo iudicationem, modo ut allegatas
dudum senatoris angustias adstruat examinis diligentia.87
Ad Eufrasio. Il tuo Tuenzio può dormire tra due guanciali: un’alta dignità, infatti, non
richiede nulla da un povero. Per molti la povertà può essere gravosa di per sé, ma almeno è
esente da oneri altrui. Aggiungi, se vuoi, che la sua sicurezza ha il privilegio del sacerdozio e
moltiplica le molteplici tutele di cui dispone un solo uomo. A me sembra che un patrimonio
esaurito sia la più valida giustificazione per una dispensa. Ma vorrei che sapessi che verranno
subito gli ispettori del censo senatorio, e per Tuenzio si deve sperare una maggiore indulgenza
se l’esame confermerà fiducia alla sua povertà. Nel frattempo agisca liberamente, rassicurato da
quanto prima è avvenuto. Dopo il verdetto in suo favore dell’illustre Felice non cambierà
nulla, purché una diligente richiesta confermi le difficoltà del senatore appena addotte (trad. A.
Marcone).
Il problema è complesso ma vediamo chiaramente come, ottenuta da
poco la dignità senatoria, Tuenzio abbia regolarmente presentato la professio,
che sarà sottoposta a verifica attraverso un’indagine dei quaesitores glebae

85 CTh. 6.26.12 (401): “Idem AA. Clearcho praefecto Urbi. Omnes, qui ex proximis venerando
coetui senatus fuerint adgregati, sive ii de scrinio memoriae sive epistularum vel libellorum sive
dispositionum comites fuerint, ad septenos dumtaxat annuos solidos teneantur nullaque extrinsecus
collatione vexentur nec molem promissionis nec scriptionis iniuriam perhorrescant. Dat. prid. id.
sept. Constantinopoli Vincentio et Fravito conss.”
86 CTh. 12.1.74 pr.: “… ita ut ei, qui cum patre vel post patrem ad consortium senatus legetur,
divisione cum fratribus per sortem successionis patrimonii idonea solius glebae substantia
congregetur.”
87 Symm., Ep. 4.61. A commento di quest’epistola, e per la datazione al 398, Marcone 1987,
96-98. Si veda anche Gera – Giglio 1984, 35. Per quanto riguarda i personaggi di questa vicenda,
nulla di più sappiamo su Tuentius; Euphrasius fu forse un senatore spagnolo, amico di Simmaco ed
impegnato nell’allevamento dei cavalli e Felix era in quel momento prefetto urbano, autorità
competente per i casi di questo genere: PLRE 1971, 425; 458-59; 1130.
196 F. CARLÀ

senatoriae. Non sembra di dover vedere in questi funzionari, che vediamo


qui nominati per la prima ed unica volta, magistrati particolari, che
svolgessero nei territorî provinciali ruolo equivalente a quello dei censuales88.
Di questi sappiamo che svolgevano i loro incarichi non solo nelle capitali
ma anche nelle province89, e una simile soluzione introdurrebbe di fatto un
incarico amministrativo di cui non vi è altra attestazione nelle fonti. È
dunque più plausibile interpretare il termine quaesitor non come vocabolo
tecnico, alludente ad una precisa carica di tal nome, ma come un semplice
sostantivo deverbativo in –itor, che allude banalmente all’incarico in sé,
ossia quaerere, indagare, e dunque da riferire ai censuali cui, come meglio
vedremo, fu riconfermato nel 397 il compito dell’indagine sulla veridicità
delle professiones90.
La verifica, a dire di Simmaco, confermerà, dato il basso reddito di
Tuenzio, che gli è concessa l’esenzione dall’imposta fondiaria. D’altro
canto, essendo stato sacerdos provinciae in Spagna, carica che garantiva titolo
comitale e completa immunità dai munera senatoria se il sacerdote aveva già
assolto ai munera curialia91, non pagherà neppure i sette solidi. I motivi delle
due esenzioni sono dunque diversi e separati, esattamente come le due
imposte, e chiaramente esposti nella trattazione simmachiana. Resta la
curiosità di un privilegio fiscale per un sacerdozio provinciale dopo le leggi
antipagane di Teodosio del 391-39292; forse potrebbe esserci una
connessione con la già citata CTh. 6.2.21, che – emanata il 29 marzo dello
stesso anno ed indirizzata proprio a Felice in qualità di prefetto urbano –
confermava, nel ribadire la natura fondiaria della collatio glebalis, dei non
meglio identificati privilegi concessi alle province spagnole, indicando però
anche che sarebbero decaduti entro breve termine93.

88 Così Karayannopoulos 1958, 127-28; Piganiol 1972, 375; Delmaire 1989a, 377.
Quest’ultimo, però, non ritiene che si parli qui di gleba senatoria (Delmaire 1989a, 384-85), e intende
dunque i quaesitores come indagatori delle professiones censuali nei casi svincolati dalla gleba. Una simile
spiegazione non è soddisfacente, dal momento che sappiamo che una sola professio era usata per
diversi calcoli impositivi, come già si è detto, e che i censuales erano in prima persona impiegati, ad
esempio, nella riscossione dell’aurum oblaticium delle province, come rivela CTh. 6.2.16 (395). Inoltre
inficia questa lettura il fatto che il termine gleba nell’opera simmachiana ha quattro ricorrenze:
questa, quella della già citata Rel. 46 e altre due, che hanno però il semplice valore di “terra” e sono
entrambe utilizzate esclusivamente nella seconda orazione, nella forma allotropa aulica glaeba, e solo
in connessione con un’aggettivo qualificativo di indicazione geografica (Memphitica: Or. 2.23; Punica:
Or. 2.17). Il sintagma gleba senatoria invece ha valore “tecnico” ed è identificativo dell’imposta
oggetto della nostra indagine in più ricorrenze coeve.
89 Si veda la costituzione citata alla n. precedente.
90 CTh. 6.2.17 (397). Si veda anche Petit 1957, 368-69.
91 CTh. 12.5.2 (337) e 12.1.75 (371).
92 CTh. 16.10.11 (391) e 12 (392).
93 Chastagnol 1962, 250-51.
Tassazione sociale 197

Si può prendere in considerazione, insieme al caso di Tuenzio, anche


quello, noto sempre da Simmaco (Ep. 5.58), del figlio del senatore Talassio
che, probabilmente nel 39794, fu esonerato con voto del Senato dai munera
dignitatis nostrae per povertà, dal momento che qualunque altra esenzione,
dovuta alla sua precedente carriera politica e amministrativa, non avrebbe
richiesto un voto del Senato, ma un semplice accertamento degli incarichi
ricoperti. Ora, è difficile sostenere che questo testo si riferisca
esclusivamente al pagamento della glebalis collatio, come è stato sostenuto, ad
esempio, dalla Rivolta Tiberga95. Più probabilmente l’esenzione concessa al
figlio di Talassio avrà riguardato anche i giochi pretorii, l’aurum oblaticium,
l’oblatio votorum, insomma in generale i pagamenti cui erano sottoposti gli
appartenenti all’ordine senatorio. Ciò su cui è importante interrogarsi, però,
è se, in riferimento alla nostra imposta, la remissione abbia riguardato solo
l’imposta reale, lasciando il figlio di Talassio comunque obbligato al
pagamento dei 7 solidi, o invece entrambe le “accezioni” dell’imposta.
Sembra opportuno propendere per la prima ipotesi, in relazione tanto a
CTh. 6.2.15 (393), secondo cui il senatore avrebbe dovuto rinunciare,
insieme al pagamento dei 7 solidi, anche alla propria dignità, quanto
all’appena menzionato caso di Tuenzio, che mostra perfettamente come
scarsi redditi servano ad esonerare esclusivamente dall’imposta fondiaria.
Sempre all’imposta fondiaria si riferiscono, naturalmente, le esenzioni
concesse su base geografica, in forma provvisoria, per rispondere a
situazioni, in genere belliche, particolarmente gravi, e che lasciavano
obnoxiae al pagamento, naturalmente, le eventuali terre che i medesimi
proprietari avessero in altre province. Detraendo, dunque, i terreni esentati,
possiamo presumere che si “ricalcolassero” le fasce patrimoniali e si
stabilisse l’ammontare del pagamento. Per i casi precedenti il 393 possiamo
chiederci se i senatori che avessero, ad esempio, terreni solo nelle province
esentate fossero comunque tenuti a pagare l’allora “fascia personale” di 2
folles. È il caso dell’esonero del 384, concesso alla Macedonia con CTh.
6.2.14, che rievoca un analogo precedente per la Tracia. Dal tono con cui
l’esenzione tracia viene evocata all’interno di questo provvedimento risulta
plausibile che essa costituisse fino al 384 l’unico precedente, e dunque fosse
stata, al momento della sua introduzione, una novità96. Nel 408 è la volta
94 Rivolta Tiberga 1992, 173.
95 Rivolta Tiberga 1992, 172-73. Delmaire a sua volta ritiene che si parli qui solo dei giochi
pretorii, e identifica l’anonimo protagonista con Paolino di Pella, che nell’Eucharisticos (v. 199) si
fece un vanto di pagare le tasse – riferendosi probabilmente proprio alla gleba, come ha messo in
luce Marcone 1995, 95-96 – per primo e senza lamentarsi, topos ricorrente che ritroviamo, ad
esempio, anche in Symm., Ep. 5.87.
96 Per entrambe le regioni è ovvio che il background evenemenziale che rese necessaria tale
esenzione siano state le scorrerie gote verificatesi tra il 378 ed il 381: Jones 1964, 153-56 e 162.
198 F. CARLÀ

dell’Italia annonaria (CTh. 11.28.4), remissione lungamente richiesta, come


si può cogliere facilmente in vari passi dell’opera ambrosiana, e concessa a
causa dei numerosi eserciti che attraversarono in quegli anni la regione, in
seguito alle guerre alariciane ed alla caduta di Stilicone97; infine, subito
prima dell’abolizione dell’imposta, un’esenzione generalizzata è concessa a
tutto l’Impero (d’Oriente) da Marciano nel 450 (Nov. Marc. 2),
presumibilmente per il passaggio di Attila e per le numerose superindictiones
volute da Teodosio II per poter affrontare le spese belliche, che dovettero
portare sul lastrico gli strati economicamente meno floridi dell’ordine
senatorio98.
A quanto fin qui detto va aggiunta ancora la testimonianza di Libanio:
secondo il retore antiocheno, nell’Ep. 252, scritta nel 358-359 e dunque
prima dell’istituzione della septem solidorum functio, si erano dati casi di
esenzioni dal pagamento del follis (ritengo, al contrario di Delmaire, che qui
di questo si parli, e non di functio praetoria: Libanio usa il termine ἀτέλεια, e la
functio praetoria formalmente non è un’imposta e dunque non rende τελής)99
a Roma, ma non nel nuovo Senato di Costantinopoli100. Olimpio, di cui in
questa epistola si parla, esentato a Roma, trasferitosi in seguito a Oriente,
non può avere la medesima esenzione, ivi non prevista101. Da qui
potrebbero essere nate le quaerimoniae che portarono alla legge del 393,
indirizzata proprio al prefetto urbano di Costantinopoli; peraltro il fatto che
CTh. 6.2.15 non alluda minimamente alla possibilità di esenzioni cui
potessero appigliarsi i senatori con scarse possibilità economiche
indurrebbe ancora una volta a ritenere, come già accennato, la septem
solidorum functio istituzione solo orientale. In realtà il caso di Olimpio non si
esaurisce qui, ed è interessante anche perché ci lascia precisa testimonianza
di un vero e proprio errore di registrazione. Se per la sua “povertà” il
senatore doveva, a Costantinopoli, essere semplicemente inserito nella
fascia più bassa, da due folles, egli fu ritenuto, per un caso di omonimia, ben
più ricco dell’effettivo, e gli fu quindi imposto un pagamento maggiore del

Proprio le vicende militari di quegli anni, così come il paragone col caso del 450, e la datazione al
384, quando ormai il Senato di Costantinopoli era perfettamente operante (Dagron 1974, 133-35),
rendono difficile dare ancora credito all’ipotesi del Godefroy (Gothofredus 1740, 2:12), secondo cui
questa costituzione testimonierebbe un tentativo “propagandistico” per attirare i clarissimi verso il
Senato della Nuova Roma (Dagron 1974, 176). Traccia di benefici fiscali riservati ad una specifica
realtà geografica emerge in seguito anche dalla già citata CTh. 6.2.21 (398), che riferisce di particolari
agevolazioni fiscali, a noi ignote, riservate alle Spagne.
97 Ruggini 1961b, 57-58 e 536-44.
98 Dagron 1974, 177.
99 Delmaire 1989a, 383.
100 A esenzioni a Roma fa pensare anche Symm., Rel. 46: si veda supra, n. 31.
101 L’assenza di esenzioni in Oriente sarebbe stata, secondo Petit, causa dell’introduzione della
fascia ridotta già sotto Giuliano, ipotesi di cui si è già detto.
Tassazione sociale 199

dovuto, tanto in termini di glebalis collatio quanto per l’esercizio della pretura.
A risolvere il contenzioso sarà solo, nel 361, l’intervento in prima persona
dell’Imperatore, che pure non ha diretto potere decisionale ma sollecita
semplicemente, attraverso le parole di Libanio (Ep. 265), un intervento,
testimoniando personalmente della povertà di Olimpio e della volontà di
non nuocergli102.
È importante, anche a complemento dello studio delle esenzioni,
definire a chi spettasse l’onere della registrazione censuale, e dunque del
pagamento dei sette solidi o della gleba, ovvero se le imposte gravassero
solo sui senatori103, o su tutti i clarissimi104. CTh. 6.2.13, del 383, dunque
precedente l’istituzione dei sette solidi, parla di obbligo del pagamento dei
due folles, come fascia minima, per coloro che abbiano una dignità consolare
o clarior105:
Duorum vero follium maneat cunctos indiscreta professio, etiam si possessiones forte non habeant, quos
dignitas consularis vel clarior atque sublimior potestas ulla provexerit…106
In verità rimanga in vigore il pagamento dei due folles indifferenziato, anche se per caso
non abbiano proprietà, per tutti coloro che la dignità consolare o una più illustre e alcun
potere più elevato abbiano innalzato…
Possiamo forse ipotizzare che anche dopo il 393 i sette solidi fossero
imposti solo ai senatori effettivi con reddito troppo scarso, come già
riteneva il Godefroy? La risposta deve essere con ogni evidenza positiva, in
considerazione della fondamentale testimonianza offerta da un’epistola di
Sinesio di Cirene (Ep. 38). Con questa lettera il vescovo si appella,
presumibilmente nell’autunno 399, al prefetto al pretorio d’Oriente
Aureliano, la medesima persona che da prefetto urbano aveva ricevuto la
costituzione con cui veniva introdotto il pagamento dei sette solidi107, in
favore di Erode, un parente che, clarissimo di nascita (ἐκ
 προγόνων

λαμπρότατος)108, ricevette poi un governatorato provinciale (γέγονεν


102 L’intero “dossier Olimpio” è costituito da Lib., Ep. 70; 251; 252; 265.
103 Chastagnol 1982, 267 (lo studioso francese ritiene che la professio fosse resa dai figli dei
senatori solo quando fossero diventati a loro volta senatori effettivi); Delmaire 1989a, 376.
104 Baudi di Vesme 1861, 392; Thibault 1899-1900, 2:40. Quest’ultimo ritiene che la professio
fosse resa dal figlio di un senatore solo alla morte del padre, quando fosse divenuto a sua volta
capofamiglia.
105 L’uso del termine clarior ha creato notevoli problemi tra i critici, dal momento che la dignità
consolare dovrebbe essere la più alta con cui ottenere l’accesso al Senato da homo novus. Resta la più
accettabile l’interpretazione di Chastagnol, secondo cui il comparativo va letto nel senso che “la
dignitas demeure la même, mais est éventuellement renforcée bientôt par une potestas” (Chastagnol
1984, 399-400).
106 Già Gothofredus 1740, 2:12-13; quindi Piganiol 1907, 129; Chastagnol 1970, 191.
107 PLRE 1971, 128-29.
108 Il significato dell’espressione greca è evidente, e non si può concordare con Martindale,
secondo cui Erode sarebbe un curiale e lamprotatos non sarebbe un termine “tecnico” (ma allora
200 F. CARLÀ

ἡγεμών), e fu, per errore o malafede, sottoposto da quel momento a doppia


tassazione, sia a quella fondiaria, derivante dall’eredità paterna, e gravante
dunque sulle sue sostanze dal momento in cui i beni furono in sua
proprietà (τὴν
 πατρώαν
 βῶλον
 ὑποτέλη
 τῇ
 συγκλήτῳ
 διαδεξάμενος) che a
quella personale (impostagli però, a questo punto è evidente, solo nel
momento del governatorato). Non solo quindi abbiamo piena conferma del
fatto che le due imposte non erano cumulabili, ma alternative l’una all’altra,
ma anche del fatto che mentre l’imposta fondiaria si pagava nel momento
in cui si prendeva possesso delle terre (clarissimo o meno che si fosse)109,
quella personale scattava con l’accesso al Senato, in questo caso coincidente
con il governatorato di provincia110. Né può essere, d’altra parte, ritenuta
probante in senso opposto la testimonianza di Zosimo, che parla sì di
registrazione delle sostanze dei clarissimi, ma in una formulazione
estremamente sintetica, peraltro assai posteriore all’abolizione dell’imposta.
Resta a questo punto da porsi una questione fondamentale, su cui si è
forse fino ad oggi troppo poco riflettuto, ovvero la destinazione degli
introiti derivati dal “complesso di imposta” oggetto della nostra attenzione.
Generalmente si ammette, senza troppo indugio, che esso rientrasse tra i
tituli largitionales, ed andasse quindi ad arricchire le casse delle sacrae
largitiones111. Tale idea è in realtà probabilmente ancora un portato, non
riconosciuto e quindi non rimosso, della vecchia schematizzazione per cui
le imposte in natura sarebbero state pertinenza della prefettura al pretorio,
quelle in denaro della comitiva sacrarum largitionum112. Anche

dovremmo ritenere che anche hegemon abbia qui un significato del tutto improprio, e l’intera
questione fiscale risulterebbe poco perspicua): Delmaire 1989a, 377.
109 Gera – Giglio 1984, 139. Le testimonianze di versamenti dovuti da fanciulli o donne (CTh.
6.2.12 [377] e 6.4.17 [368? 370?]), messi in evidenza già nella letteratura ottocentesca, che non
distingueva, però, tra imposta reale e personale, non sono quindi segno di una obnoxietas alla gleba,
oltre che di tutti i clarissimi, anche delle donne di famiglia senatoria: Kuhn 1864, 215; Karlowa 1885,
893.
110 Delmaire 1989a, 377-78 ritiene che Erode dopo il governatorato abbia ottenuto una adlectio
inter tribunicios e si sia trovato nominato alla pretura. Certo la situazione si pone in modo assai
diverso se diamo ragione a P. Garbarino nel ritenere che non esistesse in epoca tardoimperiale una
distinzione tra clarissimi e senatori: lo stesso Garbarino 1988, 161-69, si chiede infatti semplicemente
se la collatio glebalis si applicasse solo al pater familias o anche agli altri membri. Se la domanda si pone
in questi termini la risposta non può che essere che per l’imposta fondiaria pagava ovviamente chi
risultasse proprietario dei fondi. Per l’imposta personale la lettera di Sinesio obbliga comunque a
pensare, o a ripensare, a qualche forma di rapporto con l’esercizio di una carica.
111 Così è inserita tra le entrate di questo ufficio in King 1980, 146-47; Delmaire 1989a, 239-
43; Delmaire 1995, 127-28 e 131-33.
112 Ad esempio Humbert 1886, 1:360-61 o Gelzer 1909, 37-38, ove, sulla base dell’Ed. 13 di
Giustiniano (538-539), si sostiene che vi siano tre categorie di tasse, embolè e annona militaris, di
pertinenza dell’arca prefettizia, e largitionalia, che sono “alle diejenigen, welche weder embola noch
annona militaris im weitesten Sinne sind”. Sulle stesse posizioni, assai più recentemente, ancora
Palme 1989, 69.
Tassazione sociale 201

Karayannopoulos deve pensare che il denaro della gleba e del pagamento


dei sette solidi vada alle sacrae largitiones113, per poter far rientrare anche
questo pagamento nella sua più generale ipotesi, oggi assai superata, che le
tasse in denaro siano state istituite da Costantino per dare all’autorità
imperiale la liquidità necessaria per i donativi, dopo la supposta
trasformazione dell’intera fiscalità ordinaria in fiscalità in natura che si
voleva operata da Diocleziano114.
Nessuna fonte però attesta esplicitamente che il follis sia un titolo
largizionale; solo CTh. 6.2.22, del 401, estremamente lacunosa115, contiene
un riferimento, in connessione con la collatio glebalis, a generici tituli (e CTh.
11.28.3, dello stesso anno 401, attesta che i tituli possono essere anche
afferenti all’arca prefettizia) ma non vi è alcun esplicito rapporto di
inclusione: sono chiaramente almeno due le cose, nella costituzione, da cui i
fondi imperiali non sono immuni. E se questa costituzione è per
Karayannopoulos e per Dagron sufficiente a ritenere che gli introiti delle
imposte in analisi vadano alle sacrae largitiones, la spiegazione non sembra
così soddisfacente. Questa è inoltre l’unica costituzione, delle molte
riguardanti la gleba, indirizzata ad un comes sacrarum largitionum, il cui
coinvolgimento potrebbe essere spiegato in riferimento agli altri tituli. Per il
resto abbiamo una costituzione indirizzata ad un comes rei privatae116, ma il
testo tratta di patrimonio imperiale; una, sugli agri deserti, per un vicarius
Italiae117, e due per personaggi di cui non conosciamo il ruolo118. Tutte le
altre costituzioni relative alla gleba senatoria sono indirizzate a prefetti urbani
o a prefetti al pretorio. L’interessamento di entrambi è però facilmente
spiegabile: del primo perché si tratta comunque di senato e senatori, e
perché magister census e censuales, come si è visto, sono alle sue dipendenze119;
del secondo perché, come è noto, è destinatario di moltissime costituzioni
di qualsiasi argomento in quanto incaricato della loro trasmissione e
diffusione120. Indizi sulla destinazione di questi introiti andranno allora
cercati altrove.

113 Karayannopoulos 1958, 136-37.


114 Solo cursoriamente si noti come oggi sappiamo non solo che sotto Diocleziano
l’amministrazione imperiale continuò anche a ricevere moneta, ma anche che la fiscalità in natura
esisteva già durante il Principato: Duncan Jones 1990, 193-94.
115 CTh. 6.2.22: “Idem AA. Patroino comiti sacrarum largitionum. A collatione glebalis auri vel
i..n .... ii tituli ne domum quidem nostram inmunem .... esse praecepimus. Proposita iiii kal. mart.
Mediolano Vincentio et Fravito vv. cc. conss.”
116 CTh. 5.13.4 (364-375).
117 CTh. 11.1.12 (365).
118 CTh. 6.2.24 (417); CI. 12.2.2 (450-455).
119 Sinnigen 1957, 71.
120 Porena 2003, 228-33.
202 F. CARLÀ

Un altro testo è stato utilizzato per argomentare la pertinenza alle sacrae


largitiones della gleba senatoria: si tratta di CTh. 6.2.13, che, nel 383, indica nei
palatina scrinia, intesi chiaramente nel senso di archivio, la destinazione
ultima delle indicazioni delle professiones:
… cuius indicio palatinis scriniis quaesito quam primum omnis instructio facile declaret, quibus
quantisve nominibus quove in modo perennis aerarii emolumenta subcreverint121.
… ottenuta indicazione di ciò dagli archivi palatini, quanto prima la completa
dichiarazione renda facilmente chiaro, con quali nomi o di quale importanza o in che modo
siano cresciuti gli introiti dell’erario perenne.
La medesima informazione risulta anche da Simmaco (Rel. 46), ove la
destinazione della comunicazione è indicata negli Imperatori stessi,
intendendo evidentemente gli archivi della corte. Anche questa
considerazione, però, non sembra sufficiente: sappiamo infatti, come già si
è mostrato, che i registri censuali erano unici, e che a partire da essi si
calcolava l’imposizione di tutte le imposte gravanti sui senatori, alcune delle
quali confluivano effettivamente alle sacrae largitiones (è il caso, come
vedremo a breve, ad esempio dell’aurum oblaticium). Era pertanto nel giusto
Godefroy nel dire che la costituzione del 383 ha come obiettivo,
genericamente, “ne senatorum quisquam senatoriam functionem seu
collationem evitare aliquam possit, in fisci seu aerarii dispendium”, anche se
usa gli ultimi due termini in modo improprio122.
Kuhn poggiava la sua ipotesi anche su un secondo testo di Simmaco
(Rel. 30), ove si fa menzione di palatini munerationum sacrarum123. In oggetto,
però, non è la gleba senatoria, in quel momento ancora imposta unica, bensì
l’aurum oblaticium, ed è di questo, come ha mostrato Vera, che è qui
confermata la pertinenza alle sacrae largitiones124, come deducibile anche da
CTh. 6.2.16 ove si parla di aerarium nostrum. E siccome, come già si è detto,
anche l’aurum oblaticium era ripartito sulla base delle registrazioni censuali, è
chiaro come un interesse, ovvio, delle sacrae largitiones sulle professiones non
significhi affatto automaticamente che a loro andassero gli introiti della
gleba.
Si può provare, a questo punto, a rivolgersi alla terminologia relativa
alle casse pubbliche ricorrente nelle fonti che trattano di gleba senatoria.
Humbert riteneva, alla fine del XIX secolo, che le sacrae largitiones

121 Kuhn 1864, 215; Delmaire 1989a, 386. Si noti che è in errore Chastagnol 1982, 267,
quando ritiene che la professio si facesse prima agli scrinia palatina, quindi ai censuales: il processo è
evidentemente inverso e la dichiarazione, presentata solo ai censuales, veniva quindi registrata nelle
breves e trasmessa agli archivi di corte.
122 Gothofredus 1740, 2:10.
123 Kuhn 1864, 215.
124 Vera 1981, 233.
Tassazione sociale 203

derivassero direttamente dall’aerarium Saturni, da cui però il Senato era stato


estromesso, e che da questa continuità derivasse l’uso terminologico
tardoimperiale125. Oggi una simile lettura non è più accettabile, e sappiamo
che continuò ad esistere, nel corso della tarda antichità, una cassa senatoria,
definita aerarium Saturni, aerarium populi, aerarium tout court, probabilmente per
spirito di conservazione, da Simmaco, che in Rel. 20 la include tra i publici
tituli, quindi arca quaestoria126. Aerarium, nel frattempo, con il IV secolo,
indica però anche il tesoro imperiale (sacrae largitiones e res privata)127. Il
termine fiscus, che talora indica l’insieme della fiscalità imperiale, talora è
sinonimo di aerarium128, ricorre, in rapporto con la gleba, solo nell’ormai
nota CTh. 6.2.13 (383), ove peraltro si parla di confisca da parte del fiscus dei
beni sottaciuti nel corso della professio, senza alcuna indicazione concreta,
dunque, sulla destinazione del regolare introito fiscale. Nella stessa
costituzione, la menzione di un perenne aerarium non solo non è del tutto
perspicua (ancora nel 361 ILAlg I 1286 attesta l’uso del termine in
riferimento alla cassa senatoria), ma ancora una volta rientra, come quella
dei palatina scrinia, nella regolamentazione della trasmissione delle breves
trimestrali, rilevanti anche per le imposte destinate alle sacre largizioni. Si
parla infatti qui chiaramente di comunicazioni già fatte agli archivi di corte,
e dell’instructio che ne consegue, mentre solo in seguito la costituzione
attacca a parlare di gleba senatoria. In tutte le altre costituzioni non vi è
menzione alcuna di casse, né arca, né aerarium, né fiscus: anche questa strada,
dunque, non porta ad una risposta certa.
Tornando brevemente ai destinatari delle costituzioni, possiamo
verificare però come a prefetti urbani non siano indirizzate solo
costituzioni attinenti i censuales, o l’ordine senatorio, ma anche quelle che
trattano dei fondi trasferiti ad altri proprietari e comunque tuttora soggetti
alla gleba129. La considerazione è interessante, e apre la possibilità di una
proposta di indagine: è verosimile che gli introiti delle due imposte
confluissero nella cassa senatoria, piuttosto che in quelle imperiali? Solo
Durliat, a quanto mi consta, ha provato ad avanzare questa interpretazione,
notando un rilevante passaggio di Simmaco (Rel. 46), in cui si riferisce,
come contenuto delle “breves, quid reverendo ordini senatorum novorum
accessus adiciat vel glebae excusationibus detrahatur”, ovvero, nella
traduzione di Domenico Vera, “sugli incrementi verificatisi nel reverendo

125 Humbert 1886, 1:359-60.


126 Jones 1964, 709; Boulvert 1976, 152-53, in particolare n. 17; Delmaire 1989a, 4-5.
127 La precisa cronologia dell’acquisizione di questo significato, dibattuta da Boulvert 1976,
159 e Delmaire 1989a, 4-6, non è qui oggetto del nostro interesse.
128 Delmaire 1989a, 11-12.
129 CTh. 14.3.10 (368? 370?); 6.2.21 (398).
204 F. CARLÀ

ordine per l’ingresso di nuovi senatori e sulle perdite da esso subite in


seguito alle esenzioni dal versamento della tassa fondiaria”130. Il passo rivela
dunque che le esenzioni dall’imposta sottraggono qualcosa all’ordine
senatorio direttamente, e non alle casse imperiali: “les ressources qu’il
procure sont affectées au Sénat de Rome ou à celui de Constantinople
puisque la collatio glebalis est exigée de manière stricte pour ne pas diminuer
les revenus du Sénat”131. Durliat si è però poi allontanato da una piena
comprensione dell’imposta per due motivi: credendo che le professiones siano
rese alle sacrae largitiones, e non ai censuales, e dunque alla prefettura urbana, al
contrario di come prevede, invece, e lo si è più volte evidenziato, la legge,
ritiene che una riscossione centrale sia seguita da un trasferimento dei fondi
al Senato “en compensation apparemment des avantages divers accordés
aux terres de ses membres”: un simile meccanismo non appare però
giustificato da un punto di vista istituzionale e risulta eccessivamente
complesso senza scopo.
Non si può, inoltre, non sottolineare come sia isolata, e curiosa, l’ipotesi
dello stesso Durliat sulla genesi della gleba, a suo parere un originario dono
del Senato all’Imperatore trasformato in realtà in un secondo momento
dalla prefettura al pretorio in un’imposta gravante sui beni dei senatori, e da
questi fatta pesare, però, su coloro che coltivavano i loro fondi.132 Al di là
del fatto che la prefettura al pretorio è qui introdotta come deus ex machina
senza alcuna giustificazione, e che il meccanismo del “dono obbligato” è
operante, in epoca tardoantica, per il già menzionato aurum oblaticium, non
sfuggirà come tale lettura sia solo difficilmente integrabile in quella appena
menzionata dello stesso studioso: dovremmo ritenere che un dono
trasformato in imposta, e riscosso dalla prefettura al pretorio (e non dalle
sacrae largitiones), pagato in realtà da affittuari e coloni (di un ruolo dei quali,
però, nelle fonti non vi è alcuna traccia), sia poi, con un meccanismo
assolutamente inspiegabile, restituito ai senatori, che ne otterrebbero a
questo punto un guadagno netto, in pieno contrasto con tutte le
informazioni in nostro possesso.
Per tornare all’idea di una destinazione senatoria delle entrate, c’è di più
a sostegno di quest’ipotesi: CTh. 14.3.10 (368? 370?) parla chiaramente di
un guadagno ottenuto da quest’imposta dai corpora catabolensium. I

130 Vera 1981, 435. Nel commento relativo al passo, però, Vera 1981, 335 non segue fino in
fondo l’informazione e non arriva a ipotizzare una destinazione senatoria degli introiti, limitandosi
ad osservare che “le esenzioni portavano una perdita per l’ordo. Anche qui si tratta di una doppia
perdita: numerica e di merito fiscale”.
131 Durliat 1990, 31. È chiaramente a causa di una svista che Durliat riferisce il contenuto della
relatio simmachiana a CTh. 6.2.13 ove, invece, non ve ne è traccia.
132 Durliat 1993, 37.
Tassazione sociale 205

catabolenses, noti solo da due costituzioni del Codice Teodosiano (questa e quella
immediatamente precedente) e da Cassiodoro (Var. 3.10) sono con piena
certezza dipendenti dalla prefettura urbana133. Un loro diretto guadagno
implica quindi un guadagno della prefettura urbana, e dunque dell’arca
quaestoria, amministrata dal prefetto urbano in quanto “presidente” del
Senato. Quest’ipotesi “senatoria” non solo si integra perfettamente con il
funzionamento dell’istituzione dei censuales, dipendenti come si è più volte
detto della prefettura urbana134, ma spiegherebbe anche al meglio le
evidenziate differenze tra Roma e Costantinopoli nel regime delle
esenzioni.
Si noti, ad integrazione di quanto detto, che la già menzionata Epistola
38 di Sinesio definisce i possedimenti paterni ricevuti in eredità da Erode
ὑποτέλη
 τῇ
 συγκλήτῳ, dunque “sottoposti a tassazione dal Senato”
(intendendo il dativo come una causa efficiente e non, addirittura, come un
dativo di vantaggio): se questa frase si riferisse solamente al fatto che,
essendo vincolati alla gleba (senatoria per definizione), i terreni restano
sottoposti a tassazione anche cambiando di proprietà, ne daremmo una
lettura non del tutto perspicua (soprattutto perché il riferimento, in questo
caso, non avrebbe alcuna attinenza con la situazione concreta) e piuttosto
forzata. L’espressione si spiega invece al meglio se intendiamo che è il
Senato ad imporre quel vincolo, ed a trarne vantaggio. L’ipotesi che la gleba
senatoria e la septem solidorum functio confluissero nell’arca quaestoria sembra
dunque preferibile alla tradizionale assegnazione alle sacrae largitiones, e
configura a maggior ragione le imposte come imposte “di classe”,
qualificandole, in particolare nell’aspetto personale, come una sorta di
“quota di iscrizione” all’ordine: chi non avesse pagato nemmeno i 7 solidi,
infatti, non avrebbe potuto far parte del consesso. È dunque fortemente
connessa con l’appartenenza stessa all’ordine, proprio in una fase storica in
cui questo attraversa una forma di crisi di identità, dovuta all’accesso
massiccio del funzionariato burocratico ed alla conseguente serrata
dell’aristocrazia terriera tradizionalista.
Resta da spiegare l’effetto sulle modalità di accertamento e riscossione
della gleba senatoria di una serie di provvedimenti che alla fine del secolo
riguardarono l’ufficio censuale: i censuali furono, secondo CTh. 6.2.17 del
15 aprile 397, esonerati dalla riscossione dell’imposta fondiaria – di cui si

133 Gothofredus 1740, 5:178; Chastagnol 1960, 240 e 311.


134 Vogler 1998, 170-71 ritiene, con Delmaire, che l’imposta confluisca nelle sacrae largitiones,
ma evidenzia come che “il était placé sous la responsabilité des deux préfets de la Ville concernés”,
pur senza chiarire in cosa consista questa “responsabilità”. Già Humbert 1886, 1:369, sottolineava
che i registri censuali erano sotto il controllo della prefettura urbana.
206 F. CARLÀ

tratta nella costituzione – ma rimasero incaricati delle registrazioni e delle


indagini di accertamento:
censuales nostros, quibus onerosa glebae adfirmatur esse exactio, ab ipso quidem negotio summovemus.
Sed quia praecipuam eis scimus harum rerum esse notitiam, et disquisitionis curam et rationem manifestae
instructionis eis imponimus.
solleviamo i nostri censuali, per cui si dice essere onerosa l’esazione della gleba, da questo
incarico. Ma poiché sappiamo che essi hanno una conoscenza ampia di queste faccende,
imponiamo loro sia la cura dell’investigazione sia l’incarico di una chiara dichiarazione.
Pochi mesi prima, negli ultimi giorni del dicembre 396 (CTh. 6.2.20),
erano stati affiancati agli ordinarii iudices nella esazione del già più volte
menzionato pagamento quinquennale dell’aurum oblaticium. Entrambe le
costituzioni sono occidentali, e potrebbero essere motivate dall’eccessiva
mole di lavoro che ora gravava sui censuali, reincaricati nel 393 (CTh.
6.4.26) delle nomine dei pretori, incarico che era stato loro tolto nel 356
(CTh. 6.4.8).
I nuovi incaricati della riscossione in CTh. 6.2.17 non sono indicati, ma
se fossero gli stessi giudici ordinari coinvolti nell’esazione dell’aurum
oblaticium, come ritiene Sinnigen135, il meccanismo riscossorio passerebbe in
gestione di un ufficio dipendente dalla prefettura al pretorio. La spiegazione
dello studioso americano, secondo cui i censuales non potevano andare in
giro per le province a raccogliere i pagamenti di persone non più residenti
in città, potrebbe avere un senso, se pensiamo che nel 395 era stato
concesso ai senatori residenti in provincia di pagare l’aurum oblaticium nella
sede di residenza, prescrivendo che “per provincias censuales, qui plenam
habent notitiam, immineant” (CTh. 6.2.16). Questa prescrizione sarebbe
stata mitigata meno di due anni dopo dunque da 6.2.20 che riconosceva
l’impossibilità per i censuales di fare questo tipo di lavoro: “Sed quoniam
cognovimus praedictum officium non posse exsecutioni sufficere…”136. Le
modalità di riscossione potrebbero dunque essere, dalla primavera del 397,
le medesime per le due imposte, ovvero ad opera di censualium officia
coadiuvati, per l’eccesso di lavoro, dai giudici ordinari, dipendenti del
governatore provinciale. È evidente che nulla obbliga a pensare, di fronte a
questa “riforma”, ad una confluenza degli introiti, da questo momento o in
precedenza, nell’arca prefettizia: l’aurum oblaticium, della cui riscossione ad
opera dei giudici ordinari siamo certi, è sicuramente incamerato dalle sacrae
largitiones, come già si è riferito. I censuali, ancora responsabili delle

135Sinnigen 1957, 72.


136 Non è chiara la formulazione di Humbert 1886, 1: 269, secondo cui “la gleba senatoria era
percepita dalle autorità locali, e specialmente da alcuni bidelli del governatore o dai curiales, a cagione
del sovraccarico di affari dei censuales”. Lo studioso tedesco non cita CTh. 6.2.17, e probabilmente la
confonde con le norme orientali di cui si tratterà a breve.
Tassazione sociale 207

registrazioni, dell’imposizione, delle indagini, passano la mano,


evidentemente solo nelle province (si ricordi che dell’aurum oblaticium già si
occupavano solo nelle province, mentre in città erano i senatori stessi a
pagare direttamente, secondo la norma di CTh. 6.2.16)137, dove il loro
lavoro era assai complesso e laborioso, a esattori locali (forse giudici
ordinari), ma sembrerebbe assolutamente improprio pensare ad una
modifica nella destinazione dell’imposta.
In Oriente, invece, le due costituzioni CTh. 6.3.2 e 3 avevano affidato
nel 396 l’esazione agli uffici dei governatori, sotto la sorveglianza del defensor
senatus, sottraendola ai curiali; quindi con la successiva 6.3.4, del settembre
397, su indicazione del prefetto al pretorio, che dichiara che i suoi uffici
non sono in grado di eseguire l’esazione dei tributi dovuti dai senatori,
questo compito torna ai curiali138:
Docuit tua sublimitas exactionem tributorum senatus non posse concurrere, adeo ut in nonnullis
provinciis senatorii canonis medietas in debitis resideret. Atque ideo ceteris in prioris legis serie permanentibus
id solum corrigi atque emendari iubemus, ut senatorii fundi non per officia, sed per curiales potius exigantur ad
eosque iterum sollicitudo recurrat.
La tua sublimità ha mostrato che l’esazione dei tributi del senato non può essere portata
agevolmente a termine, al punto che in alcune province metà del canone senatorio è in
arretrato. E perciò ordiniamo che, restando valide tutte le altre disposizioni nella serie della
legge precedente, solo questo sia corretto ed emendato, ovvero che i fondi senatori ricevano
l’esazione non a opera degli uffici ma piuttosto dei curiali, e ad essi torni di nuovo l’incarico.
Bisogna ritenere che le modalità di riscossione fossero differenti nelle
due partes? Una simile soluzione non sembra necessaria: le costituzioni
orientali menzionate non riferiscono espressamente alla gleba i meccanismi
di esazione descritti, ma a più generici de senatorum fundis fiscalia (CTh. 6.3.2):
nulla lascia pensare che si tratti degli introiti della gleba, e che l’esazione di
questi fosse differenziata da quella delle altre imposte fondiarie è
perfettamente giustificabile se accettiamo una differenza di destinazione dei
fondi così raccolti. Sapere se in Oriente, a questo punto, la riscossione
restasse regolata secondo le norme antecedenti il 397 o se CTh. 6.2.17
trovasse applicazione su tutto il territorio imperiale è però impossibile.
La gleba senatoria e la septem solidorum functio si confermano, dunque,
considerate come un “complesso”, una vera e propria imposizione sociale
che, nata in riferimento agli appartenenti all’ordine senatorio (e quindi
sostanzialmente imposta personale), ma calcolata su base fondiaria (e
dunque reale), mantenne in una prima parte della propria storia (fino ad
epoca teodosiana) questa ambiguità di fondo. Essa tendeva infatti a
divenire sempre più reale, rendendo obnoxii anche i non senatori proprietari

137 Vera 1986, 384.


138 Delmaire 1989a, 385.
208 F. CARLÀ

di terreni in passato senatorii, ovviamente per non privare le casse senatorie


che, abbiamo visto, beneficiavano degli introiti di tale imposta, di una parte
del gettito. Dall’altro lato anche la personalità dell’imposta era mantenuta,
attraverso l’obbligo di pagamento della cifra minima prevista, i due folles,
per chiunque si fregiasse dell’appartenenza all’ordine senatorio. Col 393, le
richieste dei senatori di un abbassamento della “quota minima”, personale,
di pagamento portò anche una “risistemazione” dello statuto giuridico
dell’imposta, che fu scissa in realtà in due imposte separate, l’una reale, che
mantenne il nome di gleba, l’altra personale, definita septem solidorum functio
dall’ammontare del pagamento richiesto. Le due imposte, la cui
differenziazione nella letteratura giuridica è chiara, avendo però origine
comune, rimasero strettamente connesse: sono frequentemente affrontate
insieme dai legislatori (e la loro abolizione avviene in un medesimo
momento) e rimangono alternative l’una all’altra.
A detta di Dagron139, tra il 390 ed il 430 la gleba senatoria assolse
pienamente alla sua funzione di imposta sociale, quasi, si è detto, di “quota
associativa”, aiutando ad assimilare nella classe senatoria i nuovi venuti del
funzionariato, qualificandosi dunque come strumento di omologazione ed
identificazione comune dei membri di un consesso alla ricerca di una nuova
identità, e sottolineando però al tempo stesso che alla dignità senatoria
doveva corrispondere una soglia minima di benessere economico. A questo
contesto va riferita l’abolizione voluta una ventina d’anni dopo da
Marciano, tra l’11 novembre 450 (data di Nov. Marc. 2) e il 455 (morte di
Valentiniano III):
Imperatores Valentinianus, Marcianus ad senatum. Glebam vel follem sive septem solidorum functionem
sive quamlibet eiusmodi collationem tam circa personas quam circa res ac praedia funditus iubemus aboleri, ut
omnis huiusmodi sopita perpetuo conquiescat exactio.
Ordiniamo che sia abolita completamente la gleba o follis o septem solidorum functio o
qualsivoglia esazione di questo tipo, tanto sulle persone quanto sui beni mobili e immobili,
così che ogni esazione di questo genere, sedata, cessi per sempre.
Il provvedimento fu probabilmente convalidato anche ad Occidente,
dal momento che anche in questa pars manca qualsiasi testimonianza
successiva che attesti l’esistenza della gleba140.
Superata l’idea di Karayannopoulos, secondo cui l’imposta, introdotta
da Costantino per avere introiti in denaro in un contesto di fiscalità

139 Dagron 1974, 176.


140 Lécrivain 1888, 82. Baudi di Vesme 1861, 393, parlava invece, chiaramente senza motivo, di
abolizione in Italia con Onorio, di remissione degli arretrati in Oriente sotto Marciano, di
permanenza in vigore in Gallia fino alla fine dell’Impero, quindi di abolizione, a Costantinopoli,
sotto Giustiniano che avrebbe introdotto nel CI. una costituzione di Onorio e Teodosio II in forma
interpolata. Questa posizione è seguita anche da Humbert 1887.
Tassazione sociale 209

prevalentemente naturale, come già abbiamo detto, sarebbe divenuta


superflua per la diffusione dell’aderazione141, bisogna cercare altrove il
motivo dell’abolizione. Secondo Delmaire la riforma della pretura, non più
imposta ai senatori provinciali, che non dovevano più nemmeno sedere in
Senato, renderebbe superflue le professiones, e dunque non esigibile la gleba142.
Anche questa posizione sembra, però, discutibile, e sembra confondere le
cause con gli effetti: le registrazioni censuali, introdotte proprio in relazione
alla gleba, difficilmente sarebbero state interrotte in concomitanza con la
cessazione della functio praetoria se l’autorità imperiale avesse deciso di
continuare a mantenere in vigore il pagamento delle imposte oggetto del
nostro interesse. Ancor meno giustificata, inoltre, appare la lettura di
Barnish, secondo cui la gleba, si è già detto, sarebbe stata imposta
terribilmente gravosa, un vero e proprio deterrente per chi volesse accedere
all’ordine senatorio; la sua abolizione, dunque, sarebbe stata una forma di
attrattiva per diventare senatori, oltre che un favore all’ordine, i cui terreni
– sgravati da questo carico – avrebbero dovuto ora valere di più143. Di nulla
di tutto questo però, né di una difficoltà economica dei senatori causata
dalla gleba, vi è traccia nelle fonti, se pure è possibile pensare con Jones che
Marciano tentasse in qualche modo anche con questo provvedimento,
come con altri gesti politici, di ingraziarsi l’aristocrazia senatoria144.
Forse vale la pena, invece, di evidenziare come alla metà del V secolo
questa nuova aristocrazia senatoria, in particolare costantinopolitana, avesse
ormai trovato una sua forte identità, con i correlati meccanismi di
autoidentificazione e solidarietà di corpo, e non fosse quindi più necessaria
una sottolineatura di divisioni sociali attraverso elementi esteriori, quale
poteva essere un pagamento: “les critères de dignité et de fortune – ha
avuto modo di scrivere Dagron – ont alors moins raison d’être distingués et
qu’un cens est à peu près inutile pour une aristocratie qui a désormais
trouvé son assise sociale”145.

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