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LA LUNGA SCONFITTA . . . LA GRANDE VITTORIA FINALE.


IL CAMMINO DELLA SPERANZA NEL «SIGNORE DEGLI ANELLI»
DI TOLKIEN
Incontro con Edoardo Rialti, Varigotti 16 febbraio 2008

Paolo Desalvo: Buonasera a tutti e vi ringrazio di essere intervenuti all’incontro


promosso dall’associazione culturale “Cara Beltà” e che ha come argomento il
libro di Tolkien “Il Signore degli Anelli”.
Tra tutte le persone che vorrei ringraziare per essere qui questa sera, un grazie
particolare al dr. Flaminio Richeri, Sindaco di Finale Ligure, che anche questa
sera come già altre volte in passato ci onora della sua presenza.
Questa sera, per il libro di Tolkien “Il signore degli anelli”, abbiamo invitato il
nostro amico Prof. Edoardo Rialti, che credo che alcuni di voi conoscano già,
anche perché l’anno scorso, ad agosto, proprio qui in questo posto l’abbiamo
invitato per fare una serata su Dante Alighieri. Il titolo di quell’incontro era
molto simile a questo: “Il cammino della speranza nell’esperienza umana di
Dante Alighieri”. E anche questa sera, quando abbiamo scelto un titolo per
l’incontro, Edoardo suggeriva questo titolo che anche qui riecheggia la parola
“speranza”: “La lunga sconfitta, la grande vittoria finale. Il cammino della
speranza ne “Il signore degli anelli” di Tolkien”.
E già sul titolo, la prima domanda da fare a Edoardo sarà proprio questa:
perché, per presentare “Il Signore degli anelli” di Tolkien, un titolo di questo
tipo?
Quando me lo ha suggerito mi è venuto in mente che in fondo questo è il
cammino della vita, una lunga sconfitta e la grande vittoria finale. Io
brevemente, per presentare Edoardo Rialti, dico soltanto due cose a cui lui
tiene moltissimo: la prima, che è un grande studioso e - come dice lui stesso di
sé – “amico” di alcuni scrittori inglesi dell’Ottocento-Novecento, che sono Lewis
e Tolkien, ma anche contemporanei, come Michael O’Brian, di cui lui sta

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traducendo un libro che uscirà in concomitanza con il meeting di Rimini di


quest’anno.
Ed è anche Professore della Facoltà teologica di Firenze e di Assisi. Gli faccio
subito, appunto, questa prima domanda, per iniziare l’incontro, poi, alla fine,
ci sarà anche tempo per alcune domande: perché hai proposto questo titolo
per l’incontro su Tolkien?

Edoardo Rialti: Innanzitutto buonasera, sono molto contento di essere tornato


qua e spero di poter dire qualcosa di utile. Vi prego, veramente - come è già
stato giustamente detto - questa non è una lezione, nel senso che siamo tra
amici, quindi vi prego di sentire questa come una chiacchierata, nella quale io
ho il piacere di raccontarvi alcune cose a cui tengo molto e che sono emerse
nella mia vita grazie alla lettura de “Il signore degli anelli” di Tolkien.
Ma vi prego di sentirvi corresponsabili di questo momento; quindi domande,
curiosità, obiezioni, aggiunte - se qualcuno di voi ha letto “Il signore degli
anelli”, o qualcuno di voi ha visto i film - cose che non sono emerse da quello
che vi proporrò.
C’era Lewis, uno scrittore amico di Tolkien che io amo molto, che diceva una
cosa molto bella: “perché Dio ci avrebbe fatto tutti diversi se non perché
ciascuno di noi fosse in grado di cogliere un aspetto nelle sue infinite
sfumature che sfuggisse a tutti gli altri e poterlo comunicare a tutti i propri
fratelli?”.
Quindi, sappiate che quello che avete trovato voi ne “Il signore degli anelli”,
fosse anche una domanda, è unico, irripetibile e originale. Può essere già stata
fatta mille volte, ma è nuova, perché siete voi a farla. Quindi, questa non è una
lezione cattedratica, ma una chiacchierata da un amico ad amici: vi prego, se
volete, di considerarvi tali.
Perché ho deciso di dare questo titolo all’incontro su “Il signore degli anelli”:
per arrivare a rispondere a questa domanda devo fare un piccolo passo
indietro, cioè capire che cos’è “Il signore degli anelli”.

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Mi permetto di fare una domanda preliminare ad alzata di mano: “quanti di voi


hanno letto “Il signore degli anelli” di Tolkien?” Bè, più di quanti immaginavo!
“E quanti di voi hanno visto l’adattamento cinematografico de “Il signore degli
anelli”?” Bé, ringraziamo Peter Jackson che ci ha permesso di poter parlare di
cose che, almeno come trama, vi sono note! Vedete, questo è importante: il film è
stato una cosa molto importante, perché ha fatto da cassa di risonanza a “Il signore
degli anelli”.
Dunque, dovete sapere – chi di voi ha visto il film, ma magari non conosce il
libro – che “Il signore degli anelli” è un romanzo che è uscito nel 1954, e
quando uscì i critici di professione, che sono una categoria dalla quale bisogna
diffidare totalmente – spero che non ci siano critici in sala!. I critici di
professione e tanta cultura dominante sui giornali, in Inghilterra e non solo,
quando questo romanzo uscì, ne decretò la morte immediata, dicendo: “ma
figuriamoci se i lettori del Novecento del nostro tempo perderanno tempo a
leggersi un romanzo di oltre 1.300 pagine, ambientato in una terra remota,
con personaggi dai nomi bizzarri, che ripropone tutti i generi fondamentali e
propri dell’epica cavalleresca occidentale oggi: ma figuriamoci! L’uomo ha
bisogno di innovazione, ha bisogno di novità, ha bisogno di cose che gli
ricordino la sua condizione contemporanea, non questa sorta di ritorno
indietro che è soltanto una forma, insomma, di fuga in un mondo
immaginario. Figuriamoci se un libro del genere riuscirà a rispondere alle
aspettative dell’uomo contemporaneo”.
Eppure, “Il signore degli anelli” di Tolkien, continua a essere letto da oltre
cinquant’anni da più di sessanta milioni di lettori. Negli anni, cioè non in un
anno, due anni, tre anni, ma continuamente: milioni di persone continuano a
leggerlo. Non come il best seller d’accatto, che per un anno o due vende
miliardi di copie e poi sparisce: questo è un libro che viene continuamente
letto dai bambini, dagli operai, dai professori universitari, da uomini di tutte le
culture e di tutti i popoli. E’ stato tradotto in quasi tutte le lingue del mondo.

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Vedete, quando io lavoro con i miei ragazzi, faccio sempre loro questa
domanda: “Secondo voi, quale opera letteraria del Novecento racconta chi è
l’uomo contemporaneo?” E di solito, i ragazzi mi rispondono: “Il fu Mattia
Pascal” di Pirandello, “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, i romanzi di Marcel
Proust, di Thomas Mann, oppure “L’Ulisse” di James Joyce.
Fermi tutti, ottima risposta. Prendiamo “L’Ulisse” di James Joyce, un libro
molto importante del Novecento; un libro ampio, che è come la grande parodia
dell’Ulisse - capite che si rifà all’eroe omerico – dell’ideale eroico proprio della
tradizione occidentale.
Perché James Joyce è come se dicesse: l’uomo contemporaneo non è capace di
spendere la vita per un ideale; non ci sono più ideali, si può solo fare il verso,
la parodia agli ideali del passato.
Quindi, in questo caso, la storia di Ulisse non è la storia di un eroe che torna a
casa, ma è la storia di un impiegato che deve tornare a casa dopo una giornata
di lavoro; la moglie non è fedele come è Penelope, che per dieci anni resiste alle
seduzioni dei Proci, ma invece è fedifraga in maniera molto libera e senza
particolari casi di coscienza. E quindi capite che il romanzo è una sorta di
parodia del genere eroico.
E’ un romanzo importante, perché fa veramente capire alcune caratteristiche
proprie della civiltà contemporanea: un senso profondissimo di malessere; il
fatto di confondere il passato, il presente e il futuro, perché non c’è più una
vita, una trama di cose per cui vivere, quindi, che sia ieri, che sia oggi, che sia
domani, in fondo che differenza fa?; una grandissima incertezza nei rapporti,
una grande labilità nei rapporti affettivi. Quindi, capite, tutte ferite, drammi,
lacerazioni, che in effetti la società contemporanea vede, noi possiamo vedere
nel mondo intorno a noi e, ahimè, quanto anche dentro di noi.
Buona quindi questa risposta. Però i miei ragazzi, che di solito mi danno
questa risposta, ignorano un fatto, e cioè che James Joyce, l’autore di questo
romanzo veramente bello e importante, si vantava, quando era vivo, di

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conoscere poche manciate di decine di persone che fossero state in grado di


leggere il suo romanzo dall’inizio alla fine.
“Il signore degli anelli” è stato letto continuativamente da milioni di persone.
Allora, distinzione di metodo molto importante: è vero che per capire chi è
l’uomo del Novecento - i suoi drammi, i suoi problemi, le sue ferite, le sue
lacerazioni, la diagnosi della propria condizione - dobbiamo leggere James
Joyce; ma, per capire che cosa l’uomo del Novecento e noi contemporanei
abbiamo desiderato, dobbiamo leggere “Il signore degli anelli”.
E sarebbe molto interessante domandarsi che cosa dice di più di un uomo.
Provate a domandarvelo su voi stessi: cosa dice di più di voi? L’analisi che voi
sapete fare di voi stessi? La somma dei capelli che uno ha in capo, l’elenco dei
propri pregi o delle proprie nevrosi? Oppure raccontare il volto di una persona
cara, un libro che ci ha commosso, un film che ci ha interrogato, una canzone
che ci ha comunicato qualcosa di importante, un luogo legato alla nostra
infanzia.
Dove siamo di più noi? Io sono molto convinto che la seconda possibilità sia
molto più profonda e decisiva. Perché? Perché noi ci troviamo in quello che
amiamo e ammiriamo, non in quello che sappiamo diagnosticare di noi. Noi ci
troviamo in una vastità che ci supera, ma che misteriosamente dialoga con
quello che più profondamente è radicato in noi.
I lettori de “Il signore degli anelli”, leggendo questo libro, hanno come detto
“Finalmente! Finalmente! Ecco qualcosa che mi interessa. Ecco qualcosa che
parla a me, qualcosa che mi rammenta quello che forse, altrimenti, avrei
dimenticato”. Questo è stato quello che è successo con questo libro, inattuale -
è vero - e non originale. Perché aveva un problema molto più profondo: non di
essere attuale e di essere originale, che sono problemi di artisti solitamente
minori, ma di essere vero, perché, come diceva Tolkien: “Io non mi occupo di
lampadine elettriche, io parlo di fulmini, che sono un po’ più antichi e un po’
più perenni delle lampadine elettriche; o della luce del sole, se volete”. Le
lampadine elettriche sono fondamentali: noi in questo momento non potremmo

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fare questo bel momento di dialogo insieme se non ci fossero. Ma voi avete ben
presente cosa succede in una stanza con la lampada elettrica quando fuori
sorge il sole: l’assoluta sproporzione tra un mezzo e una cosa perenne.
“Il signore degli anelli” vuole parlare di questo. Vuole parlarci di quegli aspetti
perenni del cammino della vita che erano veri ieri, sono veri oggi e saranno veri
domani.
Di cosa parla dunque “Il signore degli anelli”?
“Il signore degli anelli” è un romanzo epico, un romanzo che non fa il verso
all’epica, come abbiamo visto in James Joyce o in altri grandi romanzieri del
nostro tempo. E’ un romanzo che ripropone una grande battaglia. Racconta
due, anzi tre, i tre grandi temi - forse quattro - fondamentali di tutta la
letteratura occidentale: un viaggio, un viaggio fisico, un viaggio in luoghi molto
diversi l’uno dall’altro. Si passa da luoghi di una confortante bellezza a deserti
desolati, di cenere, polvere e sangue.
Un viaggio, una guerra: una guerra dolorosissima, una guerra che infuria da
migliaia di anni e che in questo romanzo conosce una delle sue fasi più
cruente, non l’ultima, ma una fase particolarmente cruenta.
E’ un romanzo di cerca, in cui si cerca un oggetto dotato di un valore
particolare. Anche se poi capiremo che è una cerca molto particolare.
E poi è in fondo un viaggio per tornare a casa. Si torna indietro, si ritorna dal
luogo dove siamo andati.
Questi tratti sono come alcuni dei tratti fondamentali della letteratura di tutti i
tempi, no? Il grande scrittore Borges diceva che in fondo l’uomo racconta
sempre quattro o cinque storie, in realtà, variando un po’, ma le trame sono
sempre le stesse, no? Perché i problemi della vita sono sempre tre o quattro
per ciascuno di noi, seppure le infinite sfumature delle nostre storie.
Eppure questi temi sono affrontati in un modo assolutamente nuovo e
particolare. Perché?
Perché protagonisti di questa grande epica non sono più eroi valorosi che
impugnano spade, né sapienti maghi dotati di poteri straordinari. Protagonista

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de “Il signore degli anelli”, di questo grande viaggio, di questa grande guerra, di
questa grande cerca, è un ragazzino, che appartiene a un popolo di mezzi
uomini. Nemmeno uomini, mezzi uomini, talmente piccoli da essere la metà
degli uomini. E lui tra l’altro è giovanissimo: ha trent’anni, che poi per queste
creature vuol dire essere un ragazzo di diciotto anni o poco di più, Frodo
Baggins; che è l’unica invenzione, questo popolo di piccoli uomini, propria di
Tolkien. Tolkien riprende dalla grande tradizione i maghi, riprende dalla
grande tradizione i draghi, riprende dalla grande tradizione i fantasmi, gli
orchi, le streghe.
Quello che inventa sono gli hobbit, cioè i suoi protagonisti. Perché? E questa è
una intuizione straordinaria.
Vedete, ne “Il signore degli anelli” c’è un re, un cavaliere saggio e valoroso, che
si chiama Aragorn, ed è un personaggio molto importante. E c’è anche un
sapiente mago, che è la guida spirituale della Compagnia dell’Anello, che si
chiama Gandalf. Ma protagonisti non sono Aragorn, né Gandalf; il
protagonista è Frodo.
E questo è uno dei più grandi conforti che possano essere fatti alla vita di
ciascuno di noi. Perché? Perché io, sinceramente, non sono Aragorn, seppure
possa dire di avere incontrato nella mia vita uomini che hanno la sua serietà,
nobile, drammatica; la sua malinconia; uomini che hanno responsabilità
grandi come le sue.
Non sono nemmeno saggio come Gandalf, seppure possa dire di avere
incontrato persone che hanno la sua saggezza e il suo amore e la sua
dedizione. Io ho incontrato persone come Aragorn e Gandalf, ma non lo sono
io.
Ma io sono Frodo. E ciascuno di voi, che non so se siate valorosi come Aragorn
o saggi come Gandalf - può darsi! - sicuramente, però, siete Frodo. Perché
avete l’unica cosa che veramente conta, che ha Frodo. Perché Frodo è debole,
inerme, è un ragazzino. E lui si trova tra le mani questa arma micidiale,
l’anello del signore delle tenebre, che il signore delle tenebre ha smarrito e che,

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misteriosamente, invece che tornare a lui, finisce nelle mani della persona più
impensabile che si possa immaginare, questo ragazzino che vive in un paesino
di campagna. E Frodo, debole, inerme, non sapiente, non forte, però ha un
cuore capace di dire di sì alla grande avventura che bussa alla porta della sua
vita e gli chiede di prendere posizione nella grande battaglia del bene con il
male, della menzogna e della verità, della giustizia e dell’ingiustizia. E Frodo
dice di sì, come può.
Vedete, questa è una valorizzazione straordinaria della vita di ogni uomo.
Perché? Perché questo è possibile a ciascuno di noi.
Ed è propria di quella straordinaria innovazione del genere epico che è
successa da quando è avvenuto il cristianesimo.
Perché, se voi avete presente un po’ la storia della letteratura, Omero, il grande
poeta greco che fa i due più grandi poemi dell’antichità straordinari, l’Iliade e
l’Odissea, canta di Achille e di Ulisse, eroi del suo remoto passato.
Virgilio, il nostro grande poeta latino, che fa il poema fondativo di Roma, parla
di Enea, un eroe di tanti secoli prima di lui; è un ideale a cui guardare del
proprio passato.
Dante Alighieri, il più grande poeta della cristianità, fa un poema epico –
perché la Divina Commedia è un poema epico no? Come lo chiama? La guerra
del cammino e della pietà, potrebbe essere la frase con la quale iniziare anche
“Il signore degli anelli” – e come protagonista mette lui stesso. Lui stesso, la
ragazza che amava, il suo trisavolo, i suoi scrittori preferiti, capite?
E’ la vita di ogni uomo che assurge a questa divinità. Perché la vita di ogni
uomo è tale da ricevere la visita del Mistero di Dio che gli chiede di prendere
posizione.
Tolkien fa esattamente la stessa cosa, a suo modo nel genere epico; per cui
mantiene il cavaliere, mantiene le figure proprie della tradizione, ma immette
in tutto questo e fa diventare perno del romanzo quattro ragazzini senza arte
né parte, ma che hanno l’unica cosa che è comune a tutti gli uomini, la

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capacità di dire “Non capisco, sono debole, incapace, ma come posso non mi
sottraggo e mi metto incammino”.
“Il signore degli anelli”, infatti, dove inizia? Inizia nella contea, questo paesino
di campagna dove vivono gli hobbit, che a noi, lettori italiani dell’anno
Duemila, sembra un’ambientazione già molto fantastica, ma non lo era per
Tolkien.
La contea è la vita quotidiana di un inglese in campagna degli anni Cinquanta.
Se voi andate in Inghilterra - io ci vado molto spesso - nei dintorni di Oxford,
vedete esattamente i luoghi, le persone, le case di cui parla Tolkien all’inizio de
“Il signore degli anelli”. Certo, in un’ambientazione più fiabesca, ma è
esattamente la stessa cosa.
E Tolkien non è affatto un esaltatore della vita agreste contro i costumi della
vita moderna, i logorii della vita moderna, come invece a volte è stato dipinto
da una certa critica ideologica favorevole o no a questo. Perché Tolkien non è
assolutamente a favore della contea per la contea, lui è molto critico nei
confronti degli hobbit, cioè dell’uomo comune che vive senza porsi domande.
Lui, anzi, con la sua ironia di inglese, dice questa cosa degli hobbit all’inizio:
“Gli hobbit sono quei tipi di persone che amano leggere i libri che ricordano
loro le cose che già sanno.” Non è un gran complimento, quello di dirti che sei
una persona che legge solo i libri che ti fanno dire alla fine “Ah, ma guarda, già
lo sapevo, come sono intelligente”. Vuol dire che sei una persona che cerca
solo la riconferma dei tuoi propri pensieri, non sei aperta al nuovo, non sei
aperta all’avventura, non sei aperta all’apertura.
Infatti, i protagonisti sono sì quattro hobbit, ma tutti e quattro hobbit inquieti,
ragazzi che invece hanno la misteriosa percezione che la vita non sono le
quattro cose che li hanno sempre circondati, che c’è qualcosa di più, e sono
disponibili e aperti a questo.
Ci si mette in cammino, quindi, e adesso quello che vorrei fare con voi è
percorrere alcuni tratti della trama de “Il signore degli anelli”, facendo questo
paragone: perché “Il signore degli anelli”, questo romanzo che è stato giudicato

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escapista, cioè una fuga dalla realtà, non è affatto tale, anzi, a mio giudizio, è
una fuga nella realtà. E’ uno di quei libri che ci aiutano a vedere meglio quello
che altrimenti, forse, non avremmo mai notato.
Quando a Tolkien dicevano: “Il tuo romanzo è un romanzo che sfugge ai
problemi contemporanei”, Tolkien ribatteva sempre “E’ vero, ma bisogna
distinguere la fuga del disertore da quella del prigioniero di un campo di
concentramento che vuole tornare a casa sua. Io, col mio racconto sfuggo
apparentemente a quello che sembra la superficie della vita quotidiana, perché
voglio andare alla radice di quello che è vero sempre, più profondamente nella
vita di ogni uomo”.
Infatti, “Il signore degli anelli” è un romanzo che apparentemente non è
realistico, ma che, se lo leggete e fate il paragone con voi, con quello che vivete,
vi accorgete che è infinitamente più reale di tanti romanzi con le macchine, i
drink e gli after hours o l’happy hour.
Perché? Perché la verità di un’esperienza è nella misura in cui rende ragione
dei fattori fondamentali della vita, e non semplicemente della sua superficie.
Che cosa succede? Guardiamo insieme, percorriamo la trama de “Il signore
degli anelli”. L’inizio è questo: ci si trova tra le mani, noi, impensabilmente,
qualcosa che ci chiede di prendere parte alla grande battaglia tra il bene e il
male che infuria in tutto il mondo. Pensavamo di potercene stare rintanati
nella nostra piccola soddisfazione quotidiana? No, ci è chiesto di prendere
parte al dramma che ha attraversato la vita di tutti gli uomini prima di noi, e
la nostra posizione deciderà anche quella degli uomini che nelle generazioni
successive seguiranno.
Frodo si trova tra le mani l’anello del potere del signore delle tenebre e decide,
visto che ha questa patata bollente fra le mani, di salvare la contea, il suo
paese, perché i servi dell’oscuro signore stanno arrivando a prendere l’anello,
l’arma suprema che il suo padrone sta cercando.
E allora lui, per risparmiare il suo paese dalla guerra, rinuncia a tutto,
rinuncia alla comodità, alla sua vita, e parte, e va via.

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E qui si accorge di alcune cose molto importanti. La prima. Se voi avete visto
anche soltanto il film, avete presente che “Il signore degli anelli” inizia con una
festa di compleanno, la festa di compleanno dello zio di Frodo, Bilbo, e di
Frodo stesso. E Frodo è circondato di amici, nel libro è ancora più esplicito,
amici che gli danno le pacche sulla spalla, che lo festeggiano, che gli dicono
“Quanto ti vogliamo bene, con te andremo in capo al mondo”. E, invece, capaci
di andare dietro al lui, di tutti quegli amici, saranno soltanto tre: il suo
migliore amico, Sam, e i suoi due cugini, Merry e Pipino, che, a loro volta,
senza capire, quasi -perché Frodo è molto più consapevole di quello che c’è in
atto, loro non sanno tante cose - ma vedono il loro cugino in difficoltà e dicono
“Veniamo con te, ti accompagniamo, verremo con te veramente in capo al
mondo, non ti lasciamo solo”, rinunciando a loro volta alla vita di prima.
Vedete, quando un uomo si mette a camminare nel vero, lì capisce, anche nelle
difficoltà di quello che fronteggia, chi gli è veramente amico e chi no.
Il grande romanziere Cesare Pavese diceva “Da uno che non fosse disposto a
condividere con te il destino non dovresti accettare neanche una sigaretta”.
Perché non è un amico, è un complice, con il quale stai dimenticando quello
che più, realmente, ti urge. Merry, Pipino e Sam non sono complici, sono amici
di Frodo, e condividono con lui tutto, ed escono dalla contea, rischiando,
soffrendo, patendo molto insieme a lui, ma non lasciandolo solo.
Ma Frodo si accorge di altre cose: non soltanto si accorge del fatto che, è vero,
tutto ciò che c’è di malvagio nel mondo è in allarme contro di lui. Per una sorta
di tenebroso passaparola, tutte le forze del male lo stanno cercando.
Guardate, anche questo, quanto è vero: quando un uomo inizia a porre
qualcosa di vero nel mondo, tutto ciò che è menzogna gli si pone contro. In
qualche modo, in maniera diretta, indiretta, iniziano ad avanzargli difficoltà, a
creargli problemi. E’ veramente così.
Ma è vero anche il contrario: tutto ciò che c’è di bene in cielo e in terra si mette
a servizio di quell’uomo. Frodo porta l’anello, porta il peso di quest’arma
micidiale, ma, a sua volta - se leggete il libro o avete visto anche il film - è

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continuamente portato. Continuamente, c’è qualcun altro che si affianca al


suo cammino e mette a disposizione tutte le proprie energie per servire il
cammino di quel ragazzo. Quante volte Frodo è portato: è portato in braccio da
Aragorn, quando viene ferito. E’ portato dal cavallo degli elfi, quando è piagato
quasi a morte in quell’ultima corsa disperata per superare il guado. Quante
volte poi viene portato, e alla fine da Sam stesso, che se lo carica sulle spalle:
non può lui portare il peso dell’anello, che è sempre più pesante, sempre più
micidiale, perché quello è il compito di Frodo, ma Sam dice: “Non posso
portare l’anello per voi, però posso portare voi”. E prende Frodo, e in Frodo il
peso dell’anello, e li porta tutti e due, aggirando in questo modo– in un certo
senso, no? – l’unicità del compito di Frodo. Poi su Frodo e Sam dovremo
riparlare dopo.
Non solo questo - tutto ciò che c’è di buono serve il cammino di un uomo che
cammina nella verità – ma Frodo si accorge di un altro fatto straordinario,
molto importante, non comodo, ma vero. Cioè, Frodo, come tutti gli hobbit,
credeva che la pace della contea, nella quale loro se ne stavano a coltivare le
zucche, a fumare la pipa e a fare le feste di ferragosto, fosse una cosa scontata,
garantita: siamo in pace perché? Perché ce lo meritiamo, perché questo è
l’ordine delle cose, perché è sempre andata così e così sempre andrà… Niente
affatto. Appena Frodo mette un passo fuori della contea, si accorge che tutto il
mondo è in guerra e sta versando sangue perché almeno quella remotissima
parte resti in pace. Tutti i confini della contea sono protetti silenziosamente, e
molto più in là ci sono popoli valorosi che stanno versando il sangue per
proteggere anche la contea.
Frodo, quindi, si accorge che ogni passo che lui fa, pur così faticoso, è
possibile solo perché qualcun altro, prima di lui, ha sofferto, ha lavorato, ha
combattuto. E lui si immette in questo.
Vedete, quando io parlo con i ragazzi dico sempre che queste cose che Tolkien
dice ci aiutano a vedere veramente meglio quello che noi viviamo tutti i giorni,

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perché non serve andare nella Terra di Mezzo per accorgersi di questo, anche
se leggere il libro ci aiuta a pulirci gli occhi.
Perché? Perché se io sono vivo e sono qua che vi parlo, io lo devo solo alle
infinite mezze ore che mia madre ha dedicato tutte le sere, alle sette e mezzo di
sera, a prepararmi da mangiare. A mia mamma la sera, essendo stanca, fa
male la schiena, ma mia mamma si china, prende la padella, fa da mangiare.
Per cui, se io sono qua a parlarvi, lo dobbiamo solo alla fatica che mia madre
ha fatto per tanti anni.
Ma anche le cose più banali: se stasera possiamo parlare, è perché qualcuno
questo incontro lo ha pensato, ha fatto la fatica di metterlo questo microfono,
di prepararlo questo bicchiere d’acqua, di mettere questo tavolo, di sistemare
le sedie, di invitarvi.
Quindi, quello che è possibile a noi oggi è tale perché qualcuno, prima, ha
camminato, e ha fatto, e ha aperto come una breccia.
Io una volta stavo parlando de “Il Signore degli Anelli”, in questo modo sulle
Alpi, a un convegno, e mi sono messo quasi a piangere, perché pensavo e
dicevo: “Ma vi rendete conto che noi stiamo parlando qui di queste cose –
c’erano persone convenute da tutta Italia - solo perché dei ragazzi più giovani
di me, oltre novant’anni fa, su queste montagne sono morti, morti, perché
questa fosse Italia”.
Quindi noi oggi dobbiamo la possibilità di quel nostro bel convegno a quel
sangue versato.
E prima ce ne accorgiamo, meglio è, perché tratteremo con un po’ più di
responsabilità il tempo che ci è dato, la circostanza che abbiamo davanti.
Frodo si accorge di questo.
Frodo arriva al Consiglio di Elrond, no? Arriva a questo grande concilio dei
saggi. Sono stati riuniti tutti i rappresentanti, i sapienti dei popoli liberi della
Terra di Mezzo e Frodo, che si è trovato tra le mani questo anello maledetto, lo
mette lì in mezzo e fa – come se fosse al Consiglio delle Nazioni Unite: “Voi siete
le persone preposte, a voi spetta decidere che cosa farne, io sono il più debole,

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il più incapace”. E lì, in questo luogo, impensabilmente, proprio lì, proprio


quando Frodo prova il sollievo infinito di aver restituito l’anello - come a dire
“Basta, la mia parte è finita, in questa grande storia ho un ruolo, il mio,
probabilmente un caso, in una storia troppo più grande di me”.
Impensabilmente, proprio lì, Frodo si rialza e dice “Lo porto io l’anello”.
Quando tutti gli altri, in una situazione di stallo per cui tutti i sapienti dicono
“Io no”; tutti, sentendo, nella propria grandezza però la propria debolezza
anche di dire “Io non ce la faccio, io se lo prendo cado, se io prendo l’anello del
potere non ho la forza di fare quello che bisogna fare, cioè distruggerlo”; perché
viene deciso di non utilizzare il potere dell’anello delle tenebre, che è invece la
sua grande seduzione, perché l’anello promette l’immortalità, dà vita
imperitura, dà potere sulle cose e sugli oggetti, ma è un potere che consuma,
distrugge e rovina, sé e gli altri; allora viene deciso di prendere e restituirlo al
mittente, cioè buttarlo via, rigettarlo nel baratro da cui proviene - che è questa
grande montagna, questo vulcano dove il signore delle tenebre lo ha forgiato -
in una missione apparentemente suicida, perché si tratta di infilarsi nel regno
del signore delle tenebre e buttare lì l’anello.
Tutti i sapienti, tutti i valorosi, dicono “No, no, no, Io no, io no”. Frodo si alza e
il brano de “Il Signore degli Anelli”, guardate, è veramente molto bello, lo cito
quasi a memoria, dice che Frodo provò prima un enorme sollievo ad aver
lasciato l’anello, poi, infine, con uno sforzo parlò, meravigliandosi di udire la
propria voce come se qualcuno più grande stesse usando la sua voce, la sua
piccola voce: “Porterò io l’anello, ma non conosco la strada”.
E improvvisamente, sul fragile sì di questo ragazzino, tutte le forze del bene si
coalizzano. Un rappresentante per ognuno dei popoli liberi della Terra di Mezzo
si mette a servizio di quel ragazzo: i nove compagni, la Compagnia dell’Anello,
in cui un nano, un elfo, degli uomini, Gandalf, il saggio mago, il valorosissimo
sapiente – perché poi, in realtà, non è un mago, è un angelo, il messaggero,
come si viene poi a sapere, che Dio ha inviato sotto mentite spoglie per
coordinare la grande alleanza degli uomini liberi contro le menzogne del

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signore delle tenebre, cioè Satana nella finzione narrativa di Tolkien. Tutti
costoro si mettono a servizio di quel ragazzino.
Perché Frodo dice di sì?
Da un certo punto di vista, questa domanda non ha risposta. Perché?
Guardiamo noi, da un certo punto di vista riusciamo a rendere ragione
pienamente di un nostro sì a una proposta? Possiamo elencare tanti motivi,
ma c’è una mossa originale che sfugge quasi a noi stessi, che è il cuore stesso
di noi e della nostra anima che parla, che parte e si mette a disposizione, quasi
senza pretese. Dall’altro punto di vista, alcuni tratti possono essere ravvisati:
perché Frodo dice di sì? Perché ha fatto un cammino. Perché inizialmente
Frodo era partito per proteggere la contea, ma, camminando, si è reso conto
che il dramma che coinvolgeva la contea era un dramma che coinvolge tutto il
mondo e che parlare di casa sua vuol dire anche parlare di tutti gli altri.
Perché? Perché, da quando lui ha incontrato gli elfi, che lo hanno protetto e
che hanno lottato per farlo camminare, gli elfi non sono più degli estranei, né
lo sono le loro terre.
Da quando Aragorn, il saggio re, lo ha portato lui in spalla e lo ha curato, il
destino di quest’uomo non gli è più estraneo; non gli è più estranea la
possibilità che quell’uomo saggio e valoroso salga al trono.
Per cui capite come, quando uno cammina nella vita e si iniziano a costituire
una trama di rapporti, dopo la nostra nozione di casa, vita, problemi, non sono
più le tre-quattro cose che sapevamo elencare all’inizio, ma la trama si fa molto
più complessa, molto più densa, molto meno chiara se volete, molto meno
simile all’acqua, più densa e simile al sangue, cioè più pesante, più piena del
peso delle cose e dei rapporti che entrano nella nostra vita.
Frodo dice di sì e tutto quello che c’è di buono si mette a servizio del cammino
di quest’uomo.
Oltre a questo: “Porterò io l’anello ma non conosco la strada”: in questa frase è
contenuta tutta la differenza tra i personaggi positivi e i personaggi negativi de
“Il Signore degli Anelli”.

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Vedete, i personaggi positivi de “Il Signore degli Anelli”, i nove soprattutto


protagonisti, i nove amici della Compagnia dell’Anello, che servono il cammino
di Frodo, nessuno si può sostituire a Frodo, ma tutti possono accompagnarlo,
a loro modo, nella specificità del loro valore e della loro storia. Fanno un sacco
di errori, non sanno un sacco di cose, si confondono, sbagliano strada, non
hanno tantissimi fattori presenti.
I due cattivi principali - cioè, da una parte, Sauron, l’oscuro signore, il re delle
tenebre, l’imperatore del male, con i suoi infiniti eserciti della terra di Mordon,
e il suo servo Saruman, questo stregone traditore, amico un tempo di Gandalf,
poi passato dall’altra parte – invece, hanno mezzi infiniti, milioni di uomini al
loro servizio, mezzi, informatori, tante forze del male che strisciano, o gli
uccelli del cielo che volano e perlustrano, hanno seguaci da tutte le parti.
Non solo, ma non si muovono dalle loro torri e tramano insieme in una torre,
perché dentro la loro torre hanno una sfera che gli permette di vedere a
distanza in tutto il mondo. Saruman vede ovunque, vede e può spostare gli
occhi da tutte le parti. Sauron stesso, il signore delle tenebre, come si presenta
nel libro? Come un occhio senza palpebre, un occhio avvolto tra le fiamme, un
unico occhio senza palpebre. Capite cosa vuol dire? Che non si chiude mai,
non ha la possibilità di distrarsi; totale attenzione: dall’alto di questa torre alta
chilometri, questo enorme occhio fiammeggiante. E qual è la frase che lui
ripete continuamente? “Io ti vedo”. Anche a Frodo no? Cioè, io ti conosco. “Il
mio sguardo – dice – trafigge nuvole, ombra, terra e carne” - cioè dentro gli
uomini. Io so cosa c’è dentro di te e non importa quanto tu lontano vada, io ti
troverò e ti inchioderò, ti bloccherò, perché lo so che in fondo in fondo tu
vorresti essere come me, vorresti avere il mio potere, quindi io ti conosco, ti
troverò, non importa quanto tu lontano vada. Eppure, strano a dirsi, ma
l’occhio senza palpebre si vedrà passare sotto il naso Frodo, sotto il naso, sotto
la torre e non lo vedrà. Perché? Perché uno vede quello che conosce e quello
che cerca. Cioè, non si conosce, in realtà, nella vita per quantità, ma per
qualità. Sauron conosce solo la sua sete di potere e crede che tutti gli altri

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vogliano come lui solo dominare e distruggere. Per questo, che qualcuno abbia
fra le mani il potere assoluto e lo restituisca al mittente dicendo “Grazie tante,
non mi interessa” e lo butti via, per lui è assolutamente inconcepibile, e,
quindi, invisibile. Come dirà Gandalf nel consiglio di Elrond.: “E’ follia questa
per il nemico. E’ bene che la follia sia il nostro mantello”. E questa è una
traduzione che Tolkien fa della frase di San Paolo, cioè che Dio vince con
quello che pare una follia all’uomo, con quello che pare una follia al potere.
Perché la verità non si impone con la potenza, lo sfarzo e il dominio, ma con
l’amore, il dono e il sacrificio di sé, cioè apparentemente con la negazione del
potere, con la negazione totale e il rifiuto del potere. E questo è inconcepibile ai
malvagi.
Però, vedete, i malvagi ne “Il signore degli anelli” sanno tanto ma non vedono.
Perché? Perché non amano, e quindi non conoscono, non vedono veramente.
Tutti i personaggi positivi de “Il signore degli anelli” possono sbagliare; non
tutti i personaggi hanno la complessità di fattori che domina la profondità
umana e la drammaticità di Gandalf, di Aragorn e di Frodo, i tre personaggi
più drammatici, profondi e maturi. Ma tutti i personaggi positivi de “Il signore
degli anelli” amano qualcosa e qualcuno e preferiscono infinitamente dare sé
per questo qualcosa o qualcuno che amano che nemmeno conservare la
propria vita.
Questa è l’arma che manda in tilt tutti i calcoli del nemico. Quando Frodo
prende l’anello, sapete cosa dice Gandalf (che è vivo da migliaia di anni, è un
angelo che Dio ha mandato)? Si commuove e dice: “Gli hobbit sono creature
davvero straordinarie. Puoi imparare tutto delle loro usanze in un mese –
vedete? Conoscenza per quantità – eppure, dopo cento anni, riescono ancora a
sorprenderti”. Vedete? Un ribaltamento totale: Gandalf si fa sorprendere da
Frodo.
Come tante volte Gesù, che nel Vangelo ammira la fede del centurione, si
commuove di fronte alla libertà dell’uomo.

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Questo è il perno intorno a cui ruota l’arma segreta dei personaggi positivi de
“Il signore degli anelli”.
Tutto “Il signore degli anelli” è scandito da un solo gesto, il movimento che
qualcuno fa per amore, frapponendosi fra qualcuno o qualcosa che ama ed
una minaccia che sta per serrarglisi addosso. Frodo viene pugnalato dai
cavalieri neri, servi del nemico, quando lui si mette l’anello, perché si rende
visibile a loro. Qui vedete no? Il male ti vede quando tu assumi la sua stessa
logica, il potere. Come diceva Santa Caterina da Siena: “Il demonio è un cane
legato alla catena, se non ti avvicini non ti morde”. Frodo si mette l’anello e i
cavalieri lo vedono e lo pugnalano, con questo pugnale avvelenato.
Improvvisamente dal buio balza fuori Aragorn – Granpasso ancora lo
chiamano, cioè il re in incognito – che, brandendo un tizzone ardente scaccia i
cavalieri neri facendo scudo a Frodo con il proprio corpo.
Sul ponte di Moria, nelle miniere, Gandalf, l’angelo mandato da Dio a fare da
perno all’alleanza, di fronte al mostro delle miniere, spaventoso, al demone che
è stato risvegliato, che li sta inseguendo, lui si mette sul ponte, fa scappare i
suoi piccoli amici, rinuncia a tutti i calcoli – perché lui era l’unico che sapeva
la strada, lui era l’unico che sapeva guidarli – si mette lì e li fa fuggire,
“Sciocchi!”, copre i suoi piccoli amici lui, si oppone al mostro e precipita con il
mostro.
E, poco più avanti, nel libro, il Giuda della compagnia dell’anello, Boromir,
quest’uomo valoroso, buono, di buone intenzioni ma che cede alla tentazione
dell’anello - a un certo punto dirà “Chiedo solo la forza per difendere il mio
popolo”, vedete, la forza, la quantità, e cerca di strappare l’anello a Frodo, gli fa
violenza, no? – poi però si pente e morirà cercando di salvare gli altri due
hobbit, i due cugini di Frodo, Merry e Pipino, dagli orchi, che volevano rapirli.
E se voi avete visto il film, Boromir, nel film, quando protegge Merry e Pipino -
che non sono Frodo, cioè non sono i portatori dell’anello, Boromir non sta
difendendo il grande eletto che tutta la compagnia deve seguire, ma due
ragazzini, li sta aiutando per amicizia, per amore - gli urla, lui che pochi

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minuti prima era stato il traditore per eccellenza, la stessa frase che aveva
gridato Gandalf: “Fuggite! Fuggite!”. Vedete, come il più santo e il più
peccatore, però, quando amano dicono e gridano la stessa cosa; e fanno lo
stesso gesto.
Ancora più avanti - l’elenco continua veramente tanto – Euin, la principessa,
che di nascosto si veste da soldato e va nel campo di battaglia con il suo
popolo e suo zio, lei protegge lo zio ferito a morte dal capo dei cavalieri neri, e
lei è in grado di ucciderlo. Perché il capo dei cavalieri neri, il grande servo del
signore delle tenebre, aveva un incantesimo, un sortilegio per il quale nessun
uomo vivente l’avrebbe potuto uccidere. “Ma io non sono uomo”, e lo uccide.
Però, vedete che Tolkien qui non sta dicendo che le donne devono andare a
fare il soldato, cioè non è un problema sociale quello di Euin. E’ un problema
di natura, è ontologico, cioè Euin vince perché è lì, non perché è brava a
combattere, talmente tanto che il capo dei cavalieri neri le spezza subito il
braccio! Lei è inerme, vince solo perché in uno sforzo disperato lo colpisce.
Perché lei ha preferito esserci per amore, nonostante tutti i calcoli e tutte le
immaginazioni: “Cosa può fare una ragazzina che non ha mai combattuto, una
ragazzina di quindici anni, sedici, in un campo di battaglia?” Ma, essendoci
per amore, porta un fattore inaspettato che ribalta improvvisamente tutto.
Più avanti ancora, Frodo, ferito dall’orribile ragno Scelob, questo mostro
terribile, Sam, il suo amico, impugnando la fiala che la regina degli elfi gli ha
dato, dalla quale brilla la luce di una stella del cielo, Erendil, riesce a scacciare
il ragno e a ferirlo. Tolkien, annotando: “ferendo un mostro che nemmeno i più
grandi eroi dell’antichità erano riusciti a ferire”. Lui, Sam, che è un
contadinotto ignorante e un po’ rozzo, ma per amore del suo grande amico
Frodo, riesce in un’impresa straordinaria.
E l’elenco potrebbe continuare.
Vi dico soltanto altre tre cose.
La prima cosa che forse avrete notato è che in questa traccia di movimento
dell’amore, che vi ho come descritto, c’è un filo comune, oltre al gesto: che

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molto spesso i personaggi brandiscono qualcosa di luminoso. Aragorn


brandisce il tizzone di fuoco che ha in mano per cacciare i cavalieri neri.
Gandalf solleva, di fronte al demone delle miniere, dice “Non puoi passare, io
sono un servo del fuoco segreto e reggo la fiamma di Anor”. Solleva la spada e
la spada si incendia. Sam, quando scaccia il ragno, ha in mano la luce di
Erendil, di questa stella che miracolosamente brilla anche dentro
quest’ampolla.
Questa è una traccia discreta ma decisiva, perché Tolkien qui ci sta
comunicando qualcosa di importante: sapete come è nato tutto “Il signore degli
anelli”? Tutto questo mito straordinario, questa vicenda appassionante?
Quando un ragazzino di sedici anni, di inizio secolo, che si chiamava John
Ronald Reuel Tilkien, ha aperto per caso un libro e ha trovato questa frase:
“Eala Earendel”. E Tolkien non seppe nemmeno cosa voleva dire, era un inno
in anglosassone, ma si sentì trafiggere come da un improvviso struggimento,
un grande desiderio. Si mise a studiare questa lingua e scoprì che quello era
un inno a Cristo stella del mattino, Earendel. E Tolkien dà quel nome alla
stella. Vedete, quella stella non è rimasta in alto, in cielo a brillare, già a segno
di conforto. Ma brilla nella mano degli uomini facendo loro compagnia nelle ore
più oscure della storia.
C’è una scintilla. Gandalf come si chiamava? Servo del fuoco segreto. Se voi
leggete un’altra opera di Tolkien, il “Siparillion”, lì capite cosa è il fuoco
segreto: è Dio, che, dice Tolkien, “Tiene il mondo vivo al calore del fuoco del
suo cuore”. Questa è l’affermazione più esplicitamente religiosa de “Il signore
degli anelli”. “Io sono un servo del fuoco segreto”.
E quel fuoco è presente continuamente, dal fuoco fisico della mano di Aragorn
alla grande stella che sfavilla; da una traccia minima a un grande palesarsi,
ma è sempre lì. L’uomo non è lasciato solo a combattere nelle mani della
morte, altrimenti sarebbe l’eroismo pagano, no? L’eroismo dello sforzo,
ultimamente. E invece non è così, l’uomo non è solo.

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Le ultime due cose che vi volevo dire è che, appunto alla fine, questo grande
movimento dell’amore ha come coinvolto tutto il mondo: da una parte, c’è
Frodo, che è sempre più stanco, con l’anello che pesa, ormai quasi spogliato di
tutto, bruciato, striscia sempre più stanco verso il monte Fato, no? E’
tormentato dalle allucinazioni, ferito nel corpo e nello spirito, sempre più
debole, incapace di ricordarsi che cosa vuol dire mangiare, bere, incapace di
dormire. Solo con Sam che lo accompagna.
E qui c’è un bellissimo rapporto tra cosa è il santo e cosa è il popolo. Perché
Sam è il popolo, è il popolo cristiano, che guarda al santo, perché Frodo è
come il vertice della coscienza del sacrificio. E quindi Sam conosce un grande
cambiamento nel rapporto, nell’amicizia, nella stima al servizio del santo.
Ma il santo non esisterebbe, non ci sarebbe senza il popolo che lo porta,
continuamente; senza il popolo che lo sostiene, che lo guarda, che lo ama,
senza questo rapporto.
Da una parte Frodo, sempre più stanco, sempre più debole, questo martirio
consumante. Dall’altra parte, Aragorn e tutti i popoli liberi della terra di mezzo,
che in un ultimo tentativo disperato tengono occupato l’occhio del signore delle
tenebre, dall’altra parte, perché Frodo possa fare un altro passo, e un altro
passo ancora, e un altro passo ancora.
Chi è che salva chi? Sono loro che salvano Frodo? E’ Frodo che salva loro?
Tutti e due. Nessuno. Nel senso che più di tutti e due. Si è creato un campo
magnetico, che si chiama carità, che si chiama amore, che si chiama servizio
reciproco. Ed è lì, in questo campo magnetico di amore e di servizio, che il
male va in tilt, che l’occhio di Sauron non vede più.
Poi, ci sarebbe un altro fatto assolutamente decisivo, che è lo spiraglio
misterioso della divina provvidenza che è la presenza di Gollum. Ma magari di
questo parleremo nelle domande e nel dibattito.
L’ultima cosa che invece vi vorrei dire è questa. Impensabilmente si riesce: al
di là di ogni speranza l’anello cade, l’anello precipita nella voragine e viene
distrutto. Il signore delle tenebre è sconfitto. Si torna a casa. Si torna a casa,

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la casa salva. Eppure, misteriosamente, la casa dalla quale si era partiti non
basta più.
Frodo torna a casa e il luogo dove stava prima non gli basta più. Perché?
Perché la ferita che gli è stata inflitta da quel pugnale avvelenato non si
rimargina. Anche dopo la caduta del signore delle tenebre, la ferita continua a
fargli male. Ogni tanto lui sviene, ha sempre freddo, rimpiange l’anello -
rimpiange l’anello! - rimpiange i momenti in cui lo aveva, perché quello gli
sembrava quasi di sedare in qualche modo la ferita.
Questa ferita continua a dolergli, lo rende inquieto e a un certo punto Frodo
caccia questo grido, nelle ultime pagine de “Il signore degli anelli”: “Dove
troverò riposo?” E Gandalf fa: “Non nella terra di mezzo”.
E Frodo, con Gandalf, con gli elfi, parte, parte, parte, salpa dal mare per
andare verso le terre immortali al di là del mare. Poi, il verbo inglese è passing,
che in italiano lo si rende bene ma è trapassare fisicamente ma è anche tra-
passare. Si dice per chi muore. Cioè, Frodo muore, va oltre, la casa di prima
non basta più. Deve passare oltre, deve andare in un altro luogo dove essere
guarito.
Questo è il tratto, ed è il motivo anche del titolo, di supremo realismo de “Il
signore degli anelli”. Non ci fosse stato questo, “Il signore degli anelli”, pure
un’opera straordinaria, sarebbe stato infinitamente meno grande di quello che
è.
Perché qual è la cosa più importante che Tolkien ci ricorda? Tolkien ci ricorda
una cosa che troppo spesso vorremmo dimenticare, ciò che è vero: che nella
vita, camminando, si palesa in noi una ferita, una ferita che è frutto del male
che ci è inflitto, dagli altri e dalle circostanze, ma anche, imprescindibilmente
dalla nostra stessa capacità di male. Una ferita che ci fa tanto male, che ci
crea difficoltà, che ci fa essere deboli, ci fa sbagliare, ma - ci dice Tolkien,
attraverso il personaggio di Frodo – quella ferita è assolutamente
fondamentale. Perché? Perché è l’unica cosa che mantiene Frodo umile per
tutto il tempo, ecco perché lui è in grado di portare l’anello, perché lui è ferito,

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è ferito, quella ferita continuamente gli ricorda la sua debolezza, la sua


manchevolezza, lo forgia. Lui, nel continuo tentativo di superarla, nel continuo
accorgersi di avere bisogno di Sam che gli blocchi la mano tutte le volte che la
mano gli scivolerebbe verso l’anello.
Da una parte questo lo rende capace di pietà nei confronti di Gollum, l’hobbit
corrotto dall’anello, nel quale Frodo vede se stesso, vede l’esplicarsi della sua
ferita in una proporzione infinitamente più grande e ne ha pietà.
Non solo, poi, questa ferita che non si rimargina nemmeno dopo che la
battaglia, il compito, è stato esaurito, permette di puntare tutto sull’unica cosa
che conta, cioè fare la domanda “ma esiste un luogo e qualcuno in grado di
prendersi cura della mia ferita e di guarirla?”
“Il signore degli anelli termina in maniera triste, con un amico che piange
vedendo un altro amico che parte salpando verso il mare. Ma, come dice
Gandalf in quel momento, “Non vi dirò non piangete, perché non tutte le
lacrime sono un male”. E’ vero, Tolkien ci ricorda questo: che ci sono delle
lacrime nella vita che sono assolutamente fondamentali, perché ci permettono
di cercare l’unica cosa che veramente conta, qualcosa e qualcuno in grado di
avere cura di quella nostra ferita e, finalmente, di guarirla.
Frodo si accorge di non avere, e per questo può ricevere. Per questo “Il signore
degli anelli” è un libro che racconta tante sconfitte, ma queste sconfitte sono
assolutamente fondamentali, perché ci liberano dalle false consolazioni, dalle
false sicurezze, e questo permette di attendere, ricercare, riconoscere e
ospitare l’unica vera grande speranza, e cioè che la ferita della nostra vita non
è stata lasciata sola.
Tolkien ci ha raccontato questo, con la potenza della sua grande arte. E io
sono eternamente grato a un uomo che con la potenza del suo genio mi ha
aiutato e mi aiuta continuamente a avere presente nella mia vita quello che
veramente preme in fondo a ogni mia azione e a ogni mio pensiero.
Vi ringrazio della vostra attenzione e spero di essere stato utile. Grazie infinite.

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Paolo Desalvo: La prossima volta che chiederai quanti hanno letto il libro di
Tolkien, magari ci saranno più mani alzate, che stasera è venuta voglia di
leggere il libro.
Ma c’è ancora spazio per qualche domanda, se ci fossero.

domanda: Io vorrei sapere se può spiegare la figura di Tom Bombadil.

Edoardo Rialti: dunque, è una domanda non banale e allo stesso tempo
frequente, nel senso che molti, in effetti, se lo chiedono.
Da un certo punto di vista un personaggio non si spiega, no? E’ irriducibile a
una spiegazione: non è che un personaggio significa una certa cosa. Magari ci
fa incontrare certi aspetti della vita o di una persona, no? E Gandalf non è la
saggezza, Gandalf è un uomo saggio, no? Quindi ovviamente chiunque sia
saggio ci ricorda Gandalf, no?
Tom Bombadil è un personaggio che viene incontrato, per chi non lo sapesse e
chi ha visto il film e non ha letto il libro – perché nel film non c’è – all’inizio. E’
un misterioso abitante dei boschi, con una gran barba rossa, un gran cappello
con la piuma, molto gentile, molto cortese; è il signore di un bosco, ha un
rapporto misterioso con le cose, molto facile. E’ il padrone del bosco, per cui gli
alberi gli obbediscono e vive questo idillio con la sua sposa in questa casetta di
campagna. Dico sempre che sembrano Pappagheno e Pappaghena di Mozart,
no? Questi duetti amorosi, ed è l’unico, miracolo dei miracoli, mistero dei
misteri, che, infilandosi l’anello, non scompare, cioè, su cui l’anello non ha
effetto. E lui con l’anello ci gioca, e gli sembra un ninnolo, tanto che Frodo
rimane anche basito di questo.
Tom Bombadil, a mio giudizio, ci fa vedere, nel genio di Tolkien, alcune cose
molto vere. La prima è l’innocenza. Tom Bombadil è innocente, cioè, non
conosce il male, quindi il male su di lui non ha presa, no? Per lui l’anello è
l’anello. Non è l’anello del potere, è un oggettino d’oro con il quale poter
giocare. Quindi, da questo punto di vista, su di lui non ha effetto, come un

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bambino, no? Un bambino, se ha in mano una pistola e preme il grilletto e


magari colpisce qualcuno, certamente non viene mandato in carcere come
viene mandato un adulto, perché? Perché non è consapevole della portata
dell’oggetto che ha davanti, non la conosce, no? Non capisce che cosa ha e
quindi non è in grado di fare attivamente del male.
Quindi, in questo c’è la grandezza ma anche il limite di Tom Bombadil. Infatti,
al consiglio dicono “Ma scusatemi, ma se lui è l’unico che è esente dalla paura
dell’anello, dal potere dell’anello, dalla sua seduzione, diamoglielo a lui!” E
dicono “No, se ne dimenticherebbe, lo perderebbe, lo smarrirebbe”, perché?
Perché Tom Bombadil è l’innocenza che però non diventa santità. Cioè,
Gandalf, invece, sente su di sé il peso dell’anello e, non soccombendo al peso
dell’anello, resiste e fa un cammino. E Gandalf è infinitamente più grande, è
infatti in grado di accompagnare Frodo, di sostenerlo, e così tutti gli altri
personaggi de “Il signore degli anelli”.
Tom Bombadil è la nostalgia dell’Eden, cioè del momento in cui l’uomo ancora,
non avendo conosciuto la ferita del male, aveva un rapporto facile e positivo
con le cose. E Tolkien dice: certo, questo ci manca, ci piacerebbe che fosse così
la vita, ma la verità della nostra vita e la nostra dignità di uomini non passa
più da ritornare a fare quello, perché non è vero che il meglio della vita sta
nell’evitare la fatica o nel pensare di poter essere innocenti, cioè di evitare di
combattere il male, no? Semplicemente ignorandolo. Invece ci è chiesto di
affrontarlo, cioè di attraversarlo resistendogli. Cioè, bisogna vivere
un’esperienza di dolore, di cambiamento, di sacrificio.
Questo allora ci farà ritrovare infinitamente di più quello che avevamo
desiderato anche lì. Non è un caso che Frodo, nella casa di Tom Bombadil fa
un sogno: sogna di essere su una nave e improvvisamente la nebbia si dipana
e davanti c’è una bellissima spiaggia nel silenzio dell’alba. E’ esattamente
quello che gli succederà, è l’ultimo tratto con cui Tolkien lo descrive nel
momento in cui muore, no? Nel momento in cui supera il velo della terra, del
tempo e entra nel Paradiso, nelle tenebre, e vede per un istante questa

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spiaggia, sta arrivando a casa. Per cui, la nostalgia dell’Eden, in Tolkien,


diventa l’attesa verso il Paradiso, che però passa attraverso il dolore, la
contraddizione, il sacrificio di sé.

domanda: Io invece volevo chiederti di spiegarci perché Tolkien ha scelto


proprio di usare, quando decide di scrivere “Il signore degli anelli” e poi, prima
ancora, “Il Siparillion” ha deciso di usare e di riprendere la forma del mito e la
forma del romanzo epico. Perché quello che tu hai detto, io l’ho ritrovato
anche, per esempio, in certi romanzo di Chesterton. Anche Chesterton parla
molto di queste cose, però Chesterton scrive romanzi più realistici, non come
quelli di Tolkien, quindi volevo chiederti che nesso c’è tra la forma con cui
Tolkien scrive e quello che lui vuole dire.

Edoardo Rialti: E’ una buona domanda, una domanda non facile. Dunque,
Tolkien usa il mito perché lo ama. Perché il mito, il grande racconto fantastico
epico è in grado di dire certe cose che nessun altro racconto riesce a
raccontare.
Cioè, Tolkien è convinto che l’uomo, essendo fatto a immagine e somiglianza di
Dio, nel raccontare storie, adempie a una sua funzione fondamentale. Noi
siamo fatti, noi ci conosciamo raccontando. Pensate anche a quanto ci
accorgiamo meglio delle cosse che viviamo quando le raccontiamo a un’altra
persona, no? Noi siamo fatti per comunicare le cose che ci succedono. Per
questo un racconto ci colpisce molto di più di una enunciazione di una verità
astratta. Io vi posso parlare tre ore dell’amore, oppure vi posso raccontare in
due minuti una storia d’amore. Come rimarrete più colpiti? Molto di più da
due minuti di una storia d’amore.
Vi posso fare trenta discorsi sulla barbarie o raccontarvi la storia di un
sopravvissuto di Auschwitz: come rimarrete più colpiti? Da una storia, no?
Perché? Perché voi vivete una storia, ognuno di noi vive una trama unica e
irripetibile: stamattina vi siete alzati, vi siete lavati i denti – probabilmente! -

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siete andati al lavoro, avete fatto le cose, no? Giusto? Quindi la potete
raccontare. Per questo un altro racconto parla con voi.
Il mito che tipo di racconto è? E’ un racconto nel quale sono presenti le uniche
tre cose assolutamente fondamentali: l’io, cioè un uomo, che cammina nella
realtà e nella realtà incontra il mistero del divino. Cioè la grande vastità di quel
che sta oltre quel che semplicemente si vede.
Quindi, un mito è qualcosa che racconta il cammino dell’uomo nella sua piena
dimensione, nella sua dimensione eterna, quindi, nello specifico, non è un
caso che, come vi dicevo prima, ci sono come alcune immagini, alcune trame
che sono come inserite nel nostro patrimonio genetico, perché dicono quello
che niente altro potrebbe dire.
L’Odissea è il racconto di un uomo che vuole tornare a casa sua, da sua moglie
e da suo figlio. Capite che già nel dirvi questo, questo getta luce su tutto un
certo atteggiamento della vita dell’uomo. Forse che la vita di ciascuno di noi in
fondo non è un tentativo per tornare a casa?
L’Iliade racconta una guerra, Forse che la vita di ciascuno di noi non è una
guerra? No?
La cerca di un oggetto? Forse che ciascuno di noi non cerca qualcosa o
qualcuno? Capite? Qualcosa che abbia un valore particolare.
Vedete come queste cose non sono dei messaggi cifrati, non è che queste sono
allegorie: sono come immagini che contengono una vastità di significato che
supera ogni sua riduzione e ogni sua interpretazione.
Per questo Tolkien ha voluto tornare a scrivere un mito. Perché i miti sono i
racconti più veri che ci siano, probabilmente.

domanda: Si può fare un parallelo tra Narnia e “Il signore degli anelli”? Quanto
c’è di Tolkien in Lewis e viceversa?

Edoardo Rialti: E’ una buonissima domanda. Dunque, “Le cronache di Narnia”


di Lewis, a loro volta, è un percorso un po’ diverso. Dunque, innanzitutto, è

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diverso il modo in cui sono scritti: “Il signore degli anelli” è un romanzo epico;
“Le cronache di Narnia” sono delle fiabe. Non è meglio o peggio, io amo tutte e
due tantissimo, assolutamente. E’ come paragonare l’Odissea a Biancaneve, in
un certo senso. Biancaneve è una favola verissima, che dice delle cose
fondamentali, eh? Pensate, Biancaneve che cosa dice: una donna, ma è
immagine di tutta l’umanità, che è amata di un amore infinito da un re, che
pur vedendola stracciona se la porta con sé. E c’è un’antica regina invidiosa di
questo privilegio che si traveste da vecchietta e ti dà una mela da mordere, e
questa mela ti avvalena. Questa storia sembra di averla già sentita, no? Più o
meno. Più o meno gira voce di questa storia…E il principe, però, tu che cedi
alla menzogna della mela avvelenata, la mordi e muori, viene e ti dà un bacio
che ti risveglia dalla morte.
La bella e la bestia: una favola straordinaria, che ci dice una cosa importante,
che un uomo deve essere amato per diventare amabile. La bestia diventa bella
perché è amata come bestia, no?
Quindi le favole, le fiabe nella loro struttura, che è diversa da quella del
romanzo epico, sono di per sé straordinarie, no?
E le fiabe di Lewis raccontano una cosa un po’ diversa da quella di Tolkien.
Tolkien ha voluto ne “Il signore degli anelli” raccontare una fase della storia del
mondo, e nello specifico il cammino di un gruppo di persone coinvolte in una
grande battaglia.
Lewis, con “Le cronache di Narnia”, ha voluto raccontarci attraverso il
coinvolgimento di quattro bambini, quindi anche in questo caso c’è un affinità
assoluta, cioè che protagonisti non sono dei grandi agli occhi del mondo, ma
quattro bambini, quattro bambini, che hanno soltanto, appunto, il cuore di
poter dire di sì al destino di un mondo, dal suo inizio fino alla fine. Quindi è
come un grande affresco della storia dell’umanità, attraverso sette vicende, che
raccontano sette momenti della storia di questo mondo, questo mondo
fantastico nel quale sono coinvolti, volta a volta, alcuni bambini di questo
nostro mondo.

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Per cui, certamente, nella pur diversità narrativa, ci sono tantissime affinità. Il
cuore pulsante di entrambe le storie è lo stesso: il mondo è frutto di un
disegno buono, di un disegno buono e d’amore, e il male sotto il luccicante
sfavillio dei suoi buoni propositi, in realtà vuole solo distruggere, dominare e
rovinare.
Come vince il bene contro il male e la menzogna? Non imponendosi, ma
proponendosi, non dominando, ma sacrificandosi.
Tutto il movimento dell’amore di cui vi parlavo prima, quella mossa d’affetto,
non è forse raccontata in pochissime pagine straordinarie da Lewis con il
grande leone Asland, no? Questo leone che è il creatore del mondo di Narnia,
questo leone saggio, buono, misericordioso e valorosissimo, che si offre al
posto del bambino traditore al coltello della strega bianca. E si offre, sale lui i
gradoni del supplizio, no? Con tutti i mostri che lo guardano, e la strega lo
guarda e gli fa, come potrebbe dire Sauron “Mi hai veramente deluso, ma,
veramente ti fai uccidere per quel bambino, tu che con una zampata potresti
uccidermi? Mi hai veramente deluso! Non capisco” Vedete, come Sauron, non
capisce, perché Asland muore e risorge. E infatti dirà: “C’è una magia molto
più grande di tutte le magie, che è la magia dell’amore e del sacrificio”. Che
non è nemmeno una magia.

domanda: Perché agli elfi e agli hobbit che tornano alla contea la contea basta
nonostante siano stati con Frodo?

Edoardo Rialti: Non basta in fondo a nessuno. Partono tutti. Partono dopo,
perché la loro parte della storia non è ancora finita. Sam, quando vede Frodo
partire, dice Tolkien, “rimase e il mormorio del mare gli entrò nel cuore”.
E infatti, poi, si legge nelle appendici che anche Merry, Sam, Pipino, partono
tutti, partono più avanti, perché Frodo è come il martire, si è come bruciato,
non c’è possibilità di ritorno per Frodo. A Sam è lasciato ancora del tempo,

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perché è il popolo, è il popolo che deve costruire, no? Di fronte alla


testimonianza luminosa del santo, il popolo costruisce.
Infatti non è un caso che Sam e Aragorn sono assolutamente diversi, perché
Aragorn è un uomo sensibile, drammatico, risoluto, profondissimo, no? Il
grande re. E Sam è un ragazzo coraggioso, buono, però anche molto limitato,
va bene? Ma a entrambi è data la responsabilità della terra: Sam diventerà il
responsabile di tutta la contea; Aragorn il re di Gondor.
E non è un caso che la prima cosa che fanno entrambi è piantare gli alberi.
Sono giardinieri, tutti e due. Sam era un giardiniere, prima, no? E lo torna a
fare dopo, risemina. E Aragorn pianta un albero quando arriva, no? In segno di
alleanza e di nuova vita.
Sono proprio il commento – lo raccontavamo prima anche a tavola – a
quell’immagine delle beatitudini: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”.
Sam e Aragorn sono gli unici che non presumono di volere il potere, e per
questo è dato a loro. Proprio perché non lo cercano sono in grado di viverlo con
amore, dedizione e sacrificio per gli altri. Questo li rende autorità, persone
dietro le quali si può veramente andare.

domanda: Rende merito il film alla trasposizione, rispetto al libro? I commenti


che ho sentito erano in genere abbastanza buoni.

Edoardo Rialti I: Lo sono anche i miei. Io ero molto preoccupato, essendo un


libro che amo così tanto, temevo un adattamento hollywoodiano da strapazzo.
Invece, sono rimasto piacevolmente sorpreso, soprattutto del primo e del terzo
film.
Certo, hanno i loro difetti, ma ci sono alcune intuizioni molto profonde, una
bellissima resa narrativa, alcuni personaggi resi veramente bene, anche alcune
cose che non abbiamo avuto modo di toccare stasera, ma i drammi di altri
personaggi veramente straordinari. La regina degli elfi, Galadriel, no? Questa
donna di una bellezza infinita, che dramma che chiede Tolkien, che fa

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raccontare Tolkien, a questo personaggio. Immaginate lei, che ha creato un


paradiso in terra, un luogo dove le ferite rimarginano, dove il passato vede
succedersi il presente senza sovrapposizione, cioè rimane anche il passato:
uno dei problemi del tempo è che, perché ci sia una cosa, non ci deve essere
quella che c’era prima. Invece lì quello che c’era prima rimane e si aggiunge,
quindi una condizione quasi ideale. E’ un luogo di memoria, di bellezza, di
integrazione totale con la natura e la cultura. Lei ha creato questa oasi di pace
e di riposo, ma arriva, è il momento, di fatto, perché tutto questo è fatto col
potere dell’anello che lei ha, che è un anello buono, ma è ultimamente
connesso con un ultimo filo all’anello del signore delle tenebre, quindi,
comunque, campa su un’ultima pretesa di poter fermare il tempo. Lei si è resa
conto che le cose non devono andare avanti, quindi è disposta a sacrificare
tutto, a vedere distruggere questo paradiso, a perderlo. In quel momento arriva
lì Frodo, stanco, con l’anello del potere, vede lei così bella, così nobile, così
saggia, così profonda e misericordiosa e le dice “Ma te sei tanto più grande e
santa di me, ma prendilo te l’anello!”
E viene dato a lei, Frodo stesso la tenta in un momento di stanchezza. E lei
tende la mano, si immagina con l’anello e poi Tolkien usa – questo me lo
ricordo a memoria, perché mi commuove – “rise” – quanto è importante saper
ridere di sé stessi - lei si vede grande e maestosa, poi – “si fermò, rise,
rimpicciolì – un atto di umiltà – e tornò a essere un esile donna elfica vestita di
grigio, dalla voce morbida e triste”, e fa “ho superato la prova; perderò i miei
poteri, me ne andrò all’ovest - cioè morirò – e rimarrò Galadriel”. Vedete,
rimarrò me stessa, che è il commento narrativo a “Cosa giova all’uomo se
guadagna tutto e però perde sé”

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