Sei sulla pagina 1di 5

UN LIBRO CHE RIATTRAVERSA «CON OCCHI

DI BAMBINO» LE TRAGICHE VICENDE DELLA


PERSECUZIONE ANTIEBRAICA.

La storia della persecuzione antiebraica attuata dal fascismo tra il


1938 e il 1945 ci è ormai ben nota, ma raramente ci si è soffermati
a riflettere su cosa abbiano significato quei tragici sette anni per i
bambini italiani. Per i bambini «ariani», cresciuti nell'educazione
al razzismo e alla guerra, e, soprattutto, per i bambini ebrei, allon-
tanati da scuola, testimoni impotenti della progressiva emarginazio-
ne sociale e lavorativa dei genitori, quando non della distruzione e
dell'eliminazione fisica della propria famiglia. Da questa prospettiva
- peculiare, e tuttavia indispensabile per comprendere l'essenza di
una persecuzione razziale, dunque fondata propriamente sulla na-
scita - la storia che abbiamo alle spalle assume nuovi significati e
stratificazioni. Il regime fascista inizio ad attuare la discriminazione
proprio dal mondo della scuola, e i bambini ebrei - prima espulsi,
poi separati, esclusi ed infine internati - furono vittime tra le vitti-
me. Una parte di essi fu poi deportata, gli altri dovettero fuggire e
nascondersi per molti mesi. Bruno Maida ne ripercorre la storia at-
traverso i progressivi stadi della persecuzione, attento a cogliere non
solo lo sguardo che l'infanzia ebbe di fronte al turbinio dei fatti, ma
la portata politica di una ferita impossibile da sanare, se non, forse,
in un profondo tentativo di comprensione. Sapientemente in bilico
tra due registri - narrativo e storiografico - il libro si colloca in un
filone d'indagine che vede crescere a livello internazionale l'interesse
verso la storia dell'infanzia nel Novecento.

BRUNO MAIDA è ricercatore di Storia contemporanea presso il Diparti-


mento di Studi Storici dell'Università di Torino.

ISBN 978-88-06-21385-5

I III Il
O6 2 1 3855
9117888
Con occhi di bambini

li, famigliari, e ritorna alla s~oria come una bussola necessaria piu
al lettore che al narratore. E in qualche modo letteratura sino in
fondo, che ha bisogno solo di se stessa. Per questo Roberto Bassi,
che pure ascoltava tutti i discorsi degli adulti e apprendeva cosa
accadeva in guerra dalla radio e dai giornali, ha segnato nella sua
memoria l'evento principale:
La vita scorre come di consueto, ed è certo per me piu importante il fat-
to che devo mettermi gli occhiali, perché affetto da astigmatismo, che non
quanto avviene sul fronte russo".

Anche le velocità sono diverse, come riflette Renzo Modiano:


una memoria fotografica precedente la fuga, fatta di istantanee di
vita famigliare, scolastica, ma anche di bombe e di rifugi; una me-
moria cinematografica ma rallentata dopo 1'8 settembre, quasi che
il faticare del movimento fosse la rappresentazione di un'esistenza
lenta e complicata; una memoria velocizzata dopo la liberazione
«come se la molla del proiettore si fosse rotta e la pellicola si sro-
tolasse impazzita »83.

Come una dedica.

Una cara amica ha letto queste prime pagine e le sono piaciute.


Mi ha anche detto però che intuisce qualcosa che mi fa da ostacolo
nell' esserci sino in fondo. Gli amici vanno al cuore delle cose e per
questo sono preziosi. Ho capito cos' era rileggendo una pagina in
cui Roberto Bassi racconta un episodio accaduto nella Roma occu-
pata. Era con il padre sul tram, che all'improvviso rallentò perché
c'era un posto di blocco. Scesero rapidamente e si rifugiarono in
un portone, salendo all'ultimo piano dell' edificio e sperando che
nessuno uscisse da qualche appartamento e rivelasse la loro pre-
senza. Questo episodio ha fatto riflettere Roberto perché sapeva
che il padre, come ogni genitore, avrebbe fatto qualsiasi cosa per
proteggerlo, ma in quel momento capi che non sarebbe stato pos-
sibile: «Ed ero, sia pure oscuramente, cosciente che papà era con-
sapevole della sua impotenza. Quanto a me, nulla avrei potuto fa-
re per lui»84. Da adulto, da padre, Roberto ha compreso l'atrocità
di quella condizione e ne ha ricavato il convincimento che quella
sensazione, moltiplicata per milioni di individui in tutta Europa, è
stato il nazismo. Essere partecipi, anche per un attimo, anche solo

" R. BASSI, Scaramucce sul lago Ladoga, Sellerio, Palermo 2004, p. 93.
83 MODIANO, Di razza ebraica cit., p. II).
84 BASSI, Scaramucce sul lago Ladoga cit., p. 166.
32 Capitolo primo

in modo proiettivo, di quell'impotenza, per un genitore è laceran-


te, è 1'avverarsi dell'incubo peggiore: tuo figlio viene allontanato
e non puoi fare niente, assolutamente niente, trattenuto da una
forza invisibile, per impedirlo. Si può scrivere questo? Lo storico
non punta all'immedesimazione, ma è parte del suo processo co-
noscitivo - e della sua restituzione nella scrittura - provare a com-
prendere i processi individuali e psicologici che hanno influito sulle
decisioni e sugli eventi. Se nello stesso tempo la ricerca è sempre
autobiografia, è anche vero che la soggettività si misura a volte con
problemi particolarmente complessi, perché intercettano fili sottili
e resistenti della tua identità. Un passo indietro non è possibile,
un passo avanti si colloca sul confine con la disperazione. C'è un
passaggio ulteriore, tuttavia, del quale è difficile accorgersi. Non
è solo il padre di Roberto che nulla potrebbe fare di fronte all'im-
provvisa incursione di un nemico, è anche il bambino a scoprire
la sua impotenza, a prendere coscienza di una relazione che muta
9i segno, fondata sulla debolezza ma anche sulla cura reciproca.
E una torsione profonda che spesso, in situazioni estreme come il
Lager, portò a un vero e proprio ribaltamento dei ruoli.
Forse per questo, un pomeriggio di qualche anno fa, anziché
preparare la relazione per un convegno, lessi a mio figlio, che aveva
l)nfluenza, C'era due volte il barone Lamberto di Gianni Rodari8;.
E una favola che racconta di un ricchissimo barone ultranovanten-
ne che vive sull'isola di San Giulio, sul lago d'Orta, circondato da
tutto ciò che ha raccolto nella sua lunga vita, insieme a un fedele
maggiordomo, che ha annotato con cura su un taccuino le venti-
quattro malattie da cui il suo padrone è affetto e per le quali deve
curarsi. Dopo un viaggio in Egitto, il barone assume sei persone
affinché ripetano continuamente il suo nome, una pratica che in
brevissimo tempo ha l'effetto straordinario di farlo ringiovanire
e di far sparire tutte le malattie, perché, come gli aveva detto un
santone incontrato nel corso del viaggio, d'uomo il cui nome viene
pronunciato resta in vita». Forse pensavo che in quella relazione
fondata sul racconto e sull' ascolto avrei potuto costruire una «cor-
rispondenza di amorosi sensi» nella quale la memoria potesse esse-
re coltivata come un bene culturale, nella quale nominare le cose
e le persone diventasse responsabilità periI futuro proprio perché
radicata nel passato e alimentata dal presente. Non ricordo se ho
pensato che solo a partire da quella relazione avrei potuto trova-

85 La relazione l'ho poi scritta, ma ho raccontato anche il precedente: B. MAIDA, Uno


sguardo sulla storiografia della deportazione, in A. CHIAPPANO (a cura di), Essere donne nei La-
ger, La Giuntina, Firenze 2009.
Con occhi di bambini . 33

re il coraggio di raccontare storie di bambini perseguitati, con gli


occhi impauriti come spero i miei figli non abbiano mai, abbando-
nati e diventati grandi troppo presto, inseguiti tutta la vita da una
vergogna e da una colpa che non hanno mai avuto. Non ricordo
davvero se l'ho pensato, ma è li che risiede la ragione profonda del
mio scrivere, nella possibilità di sedere accanto e raccontare una
storia, o attendere in silenzio che diventi possibile.
Eppure mi ci sono voluti anni a capirlo, a liberar mi degli eruditi - della
loro tutela, del loro sorriso di superiorità - e a riavvicinarmi ai miei buoni
amici fedeli, che sanno che l'uomo non è altro che una matassa di debolezze
e paure, e che non è il caso di aggiungerne altre. Se hanno una parola giusta
la porgono come un pezzo di pane in tempo di guerra, e se non ce l'hanno ti
siedono accanto, e tacciono".

" APPELFELD, Storia di una vita cir., p. 158.

Potrebbero piacerti anche