Sei sulla pagina 1di 41

Il Fenomeno Urbano Nel Mondo Greco

Il Mondo dell'Archeologia - stampa

di Oscar Belvedere, Luigi Caliò, Manlio Lilli, Luisa Migliorati

Il fenomeno urbano nel mondo greco


IL FENOMENO DELL'URBANIZZAZIONE: LA NASCITA E LO SVILUPPO
DELLA POLIS
di Oscar Belvedere
Il dibattito sulla formazione della città nel mondo greco prosegue da molti decenni e non
sembra destinato a cessare. L'emergere della polis alla fine di quel periodo comunemente
definito "secoli bui" o Dark Age è la conseguenza di un processo culturale, sociale,
istituzionale ed economico, che si conclude con la presa di coscienza da parte degli abitanti
delle località più progredite e dei distretti più avanzati della Grecia di costituire una unica
comunità, la polis appunto, di cui i cittadini sono, come si è detto con felice espressione, gli
"azionisti" (Ampolo 1996). La nuova organizzazione politico-istituzionale si esprime a livello
territoriale con una nuova organizzazione del centro comunitario, che si configura quindi
come centro urbano, forma fisica della nuova polis: la polis come luogo, accanto alla polis
come comunità. Nel seguire tale processo di trasformazione, il crescente interesse che la
ricerca archeologica ha mostrato a partire dagli anni Sessanta e Settanta per questo
problema ha consentito di fare decisivi passi avanti: se prima il fenomeno della formazione
della città era oggetto di studio particolarmente da parte degli storici, negli anni successivi
hanno partecipato al dibattito anche gli archeologi e i dati archeologici sono entrati a pieno
titolo tra gli elementi da valutare. Si è andato delineando, in linea con quanto affermato
dalle fonti antiche, in primo luogo Tucidide e Aristotele, il modello "sinecistico". I risultati
delle indagini di scavo in molte delle principali località della Grecia (Corinto, Argo, Megara
Nisea, Atene, Eretria), sembrano dimostrare che, a partire dalla metà dell'VIII sec. a.C., da
un abitato per nuclei sparsi, collocati nei pressi di emergenze significative del paesaggio e
lungo percorsi viari ‒ un insediamento per villaggi quindi, ciascuno dotato della propria
necropoli ‒ si è progressivamente passati a un abitato addensato, che riserva alle sepolture
della comunità aree esterne all'insediamento. In questa trasformazione si è vista la prova
fisica del sinecismo tra le diverse comunità rurali, sinecismo che permette l'emergere di un
centro civico. Se questo modello si è imposto all'attenzione degli studiosi, anche perché
documentato in alcune delle più importanti località della Grecia, ciò non significa che esso
sia l'unica tipologia di sviluppo documentata. Innanzitutto va rilevato che non tutti i
sinecismi sono uguali, se è vero che si può distinguere tra sinecismi "accentrati" e sinecismi
"diffusi" (Musti 1991), ovvero tra i sinecismi di Corinto e Megara da un lato e di Sparta
dall'altro, anche se non sempre da un punto di vista archeologico le nostre conoscenze ci
permettono di apprezzare sul terreno queste differenze. Inoltre è possibile che in alcune
località cretesi, in primo luogo Cnosso, nel passaggio dalla tarda età del Bronzo all'età del
Ferro l'insediamento abbia mantenuto il carattere di nucleo accentrato, nettamente
separato dalle aree di necropoli, nessuna della quali si trova a meno di 500 m di distanza.
Ciò non toglie che, sempre a Creta, sia documentato dalle fonti il sinecismo di Gortina, che
sembra essere attestato sul terreno, come ad Argo e Megara, dalla costituzione di una
"città bassa". Ma il sinecismo di Gortina va attribuito a una diversa situazione storica
dell'area cretese centro-meridionale, dove i centri dell'età del Bronzo sembrano non avere
avuto la stessa resistenza di quelli della costa settentrionale. Va segnalata, inoltre, un'altra
tipologia di insediamento che, sebbene nota da tempo grazie agli scavi di Zagora di Andros,
si è imposta all'attenzione in seguito a ricerche più recenti eseguite a Paro e nelle Cicladi. Si
tratta di abitati fortificati, in posizione dominante, che ebbero vita non particolarmente
lunga (per ragioni non chiare, forse per un fenomeno di colonizzazione interna, furono
abbandonati già alla fine dell'VIII sec. a.C. o poco dopo); generalmente si ritiene che per
organizzazione e dimensioni non raggiungessero lo status di centro urbano. Quello che ci
preme sottolineare in questa sede è che almeno i principali di essi mostrano con evidenza
di essere stati pianificati, come era stato già notato per Vroulià nell'isola di Rodi. Non è,
quindi, del tutto esatta l'affermazione che spesso si legge a proposito degli insediamenti
coloniali, secondo la quale questi ultimi sono i soli esempi protoarcaici di pianificazione
dell'abitato (pur essendo consapevoli della profonda diversità di motivazioni storiche e
sociali, che stanno dietro la fondazione di una colonia). Senza dubbio i risultati delle ricerche
nelle colonie greche ci permettono di precisare e delineare meglio il quadro che abbiamo
finora esposto. Se vogliamo richiamare per l'ennesima volta i versi di Omero nell'Odissea,
relativi alla città dei Feaci (VI, 7-10), apparirà chiaro che agli occhi di un greco di età
protoarcaica la fondazione ex novo di una polis esigeva la costruzione delle mura, delle
case, dei templi e la distribuzione del territorio agricolo, oltre che la delimitazione di
un'agorà (VIII, 6-8). L'ecista di una colonia non doveva affrontare il problema del
synoikismòs, ma quello della ktisis, cioè della delimitazione, misurazione e assegnazione
dello spazio. Gli scavi condotti a Megara Hyblaea, Naxos e Siracusa, Taso e Gela
dimostrano che venne delimitata fin dall'inizio un'ampia area urbana, i cui limiti non
vennero mai superati, se non nel caso eccezionale della colonia corinzia. Tutta l'area della
città, sebbene abbastanza estesa, venne occupata fin dal primo insediamento,
naturalmente in forma non intensiva. Essa fu interamente pianificata mediante criteri di
suddivisione che non seguivano il principio dell'ortogonalità (fatto che non deve essere
considerato una costante della pianificazione più antica, ma che può dipendere dallo stato
delle ricerche). I santuari, che seguono terzi, dopo le mura e le case, nell'elenco omerico
delle attività dell'ecista, sono distribuiti fin dalle origini in tutta l'area della città, come è
evidente nei siti che conosciamo meglio da questo punto di vista, come Gela o Taso. A
Megara sono nettamente distinti dalla zona dell'agorà, anche se nell'agorà sono presenti dei
luoghi di culto. Le posizioni in cui sono collocati i santuari poliadi sono ben studiate
nell'economia dello spazio urbano: a Naxos l'area sacra più antica occupa l'angolo sud-
occidentale della città e sembra adeguarsi all'orientamento della lottizzazione entro cui
ricade; a Siracusa il santuario di Atena si trova in posizione centrale sulla parte più alta di
Ortigia e un punto chiave (sull'istmo che collegava la penisola alla terraferma) occupa
anche l'Apollonion, quest'ultimo non lontano, ma comunque nettamente distinto dall'area
dell'agorà arcaica, che venne posta in Acradina. Una situazione topograficamente simile è
quella di Taranto, dove, come a Siracusa, due santuari sono collocati sulla punta della
penisola e sull'istmo e l'agorà si trova sulla terraferma. Similmente, a Taso il culto di Eracle
si impiantò nella città bassa, che si incentra sull'agorà e sul porto. A Gela il santuario
poliade si trova su una estremità della collina, ben distinta dal resto dell'abitato. La
collocazione delle aree sacre, quindi, ubbidisce in primo luogo a criteri di uso razionale dello
spazio e di opportunità topografica e non si deve ad altre motivazioni, come la presenza di
culti indigeni. Le mura invece non sembrano essere state una delle preoccupazioni degli
ecisti delle colonie, sebbene non si possa escludere del tutto la presenza di difese realizzate
con materiale deperibile; tuttavia, sembra che esse non contribuiscano alla definizione della
città nel momento in cui si costituì la polis. In ogni caso, l'area urbana era ben definita
morfologicamente e chiaramente percepibile nei suoi confini, anche perché al di là di essa si
collocavano le necropoli. In realtà, a giudicare da quel che sappiamo di Megara in primo
luogo, ma anche dalle altre città, le più antiche colonie greche appaiono frutto di una
pianificazione complessa, sia dal punto di vista tecnico (data la vastità delle aree lottizzate),
sia da quello concettuale. Esse pertanto si configurano fin dalle origini come centri urbani,
nei quali le diverse funzioni non soltanto sono nettamente distinte, ma anche
razionalmente collocate. Diverso è il problema dell'edilizia monumentale nelle aree
pubbliche, che si sviluppò comprensibilmente nel corso del tempo (a Megara, ad es.,
intorno alla metà del VII sec. a.C.). In questa ottica, anche la fisionomia "rurale" che le città
della madrepatria hanno alla fine dell'VIII e agli inizi del VII secolo non significa che queste
ultime siano "in ritardo" nel processo di urbanizzazione rispetto alle città coloniali. Quando
a Megara Nisea, in un periodo compreso tra il 750 e la fine dell'VIII secolo, si colloca
un'agorà in un'area precedentemente destinata a necropoli, o a Dreros intorno al 700 si
attrezza uno spazio politico, ovvero ad Atene si costituisce l'agorà arcaica, si compie
evidentemente un intervento pianificato e un passo decisivo sulla via dell'urbanizzazione.
Senza dubbio la costruzione a Corinto agli inizi del VII sec. a.C. di un edificio templare
monumentale marca decisamente in senso urbano il paesaggio e rappresenta l'espressione
di una volontà comunitaria ben salda, ma non è un caso che l'area sacra in cui è collocato il
tempio si costituisca già alla fine dell'VIII sec. a.C. Se è quindi vero che l'urbanizzazione è
un processo di lunga durata, che non si esaurisce nella pianificazione dello spazio, non ci
sembra tuttavia del tutto corretto affermare che il passaggio tra la fase preurbana e quella
urbana si compia in Grecia solo alla fine del VI sec. a.C., identificando la seconda con la
definizione di compiute strutture monumentali (Morris 1991). Del resto, se il carattere
sacro dell'area destinata all'heroon dell'ecista, riconosciuto dagli scavatori in un angolo della
piazza di Megara Hyblaea, si può fare risalire alla fine dell'VIII o alla prima metà del VII
secolo, il significato comunitario e politico dell'agorà di questa colonia appare evidente e
ancora una volta trova perfetto parallelo nella Grecia propria, e non solo a Megara Nisea,
madrepatria della città siceliota, dove sulla piazza si trovavano le tombe di Orsippo e
Corebo (personaggi storici, si noti) oggetto di culto eroico. Il culto eroico e la presenza di un
heroon, in associazione con l'agorà, è una costante a partire da questo periodo nelle
principali città della Grecia (ad es., a Corinto fin dall'inizio del VII sec. a.C.), anche se non
bisogna dimenticare i differenti contesti in cui questi culti ebbero origine e si svilupparono
(Malkin 1987). Una fine distinzione operata da R. Martin (1983) tra spazio riservato e
spazio costruito ci permette di cogliere bene, ancora una volta, come i caratteri innovativi
delle città coloniali coesistano con caratteri propri delle città della madrepatria. Sebbene i
limiti della piazza di Megara appaiano ben chiari nel progetto di lottizzazione della colonia,
essi furono rispettati con la costruzione di due stoài solamente sui lati nord ed est, mentre
sul lato ovest l'area della strada C1 venne acquisita allo spazio politico. Questo lato e quello
meridionale presentano, quindi, una dispersione degli edifici, che ricorda quella delle
contemporanee agorài della Grecia. Se pertanto è giusto mettere l'accento sulla novità
sostanziale del fenomeno coloniale e delle soluzioni adottate, è anche giusto vedere il
processo di formazione della polis nei termini di una costante dialettica tra comunità
coloniali e comunità della madrepatria. Anche se le poleis coloniali si definirono per
separazione, ciò non vuol dire separatezza o isolamento. Si è spesso portato ad esempio
della diversità sostanziale tra gli insediamenti coloniali e quelli della Grecia il fatto che nei
primi fin dalle origini le necropoli sono poste al di fuori dell'area dell'abitato. È certamente
vero e ha grande importanza, ma così i coloni non facevano che portare a compimento un
processo di distinzione tra abitato e cimiteri che era già in atto al momento della loro
partenza (ad Atene si finisce di seppellire all'interno della città verso il 700 a.C.; a Corinto
all'inizio del VII sec. a.C.) ed aveva avuto inizio ben prima della fine dell'VIII sec. a.C. (a
Corinto già intorno al 770-750). Anche l'assetto territoriale, in seguito al sinecismo, fu uno
dei problemi da risolvere per le comunità della Grecia. Quanto si è detto può dunque
aiutare a comprendere che i problemi erano comuni e che le nuove soluzioni adottate nelle
città coloniali poterono contribuire ad accelerare il processo di formazione della città nella
madrepatria. È solo all'inizio del VI sec. a.C. che compare la pianta urbana ad incroci
ortogonali, quella che gli studiosi con termine latino definiscono usualmente per strigas
(cioè "a strisce", riferendosi alle dimensioni strette e allungate degli isolati) e che viene
comunemente ritenuto il modo usuale dei Greci di pianificare le loro colonie. I casi meglio
conosciuti sono quelli di Metaponto, Locri, Elea in Magna Grecia, Selinunte e Agrigento in
Sicilia. In tutte si può supporre, sulla base dei risultati delle ricerche, una occupazione a
carattere non intensivo, ma diffusa sull'intera area urbana, che appare di notevole
estensione. Alcuni percorsi naturali di attraversamento sembrano avere dettato le linee
principali e l'orientamento della suddivisione, che aderisce alla morfologia dei luoghi. Locri,
Elea ‒ ed anche Caulonia ‒ mostrano un modello di insediamento non dissimile da quello di
Taso: un'ampia città bassa, che occupa le pendici collinari digradanti verso il mare, e un
perimetro urbano che cinge a monte una serie di colline, coronate da numerosi santuari.
Quando, tra gli inizi e la metà del VI secolo, si passò ad un'occupazione del suolo di
maggiore intensità e si cominciarono ad attuare programmi di edilizia monumentale, non ci
si limitò a "materializzare" le linee della suddivisione iniziale, ma vennero attuati veri e
propri piani urbanistici, che dettarono la gerarchia delle strade e l'assetto delle zone
funzionali assegnate al momento della fondazione. Programmi urbanistici particolarmente
innovativi, come ad esempio quello di Selinunte, non possono non presupporre un potere
politico molto forte, probabilmente tirannico, che del resto è attestato in questa colonia
dalle fonti storiche. Contemporaneamente, anche in Grecia si deve attribuire ai tiranni una
serie di interventi, sia funzionali, volti a dotare le città di servizi pubblici adeguati, sia
monumentali. Tra i primi va soprattutto ricordata la costruzione di sistemi di
approvvigionamento idrico (acquedotti e fontane); tra gli interventi monumentali ci
limitiamo a ricordare la costruzione di edifici templari (come il tempio di Atena Poliàs
sull'Acropoli di Atene), talora di impegno così eccezionale che alla caduta dei tiranni
rimasero incompiuti, essendo emblematici del loro potere (II tempio di Hera a Samo;
tempio di Zeus Olympios ad Atene). Naturalmente dall'attività dei tiranni della
madrepatria non ci si possono attendere interventi di piano, volti cioè a regolarizzare
l'impianto urbano, che, come si è detto, si era sviluppato lungo le direttrici di collegamento
delle varie zone della città, ma la loro politica urbanistica appare senza dubbio di ampio
respiro, attenta alla definizione dello spazio privato e pubblico, politico (si pensi all'Agorà di
Atene, che da Pisistrato venne sistemata per la prima volta) e sacrale (altari e recinti che
ricevono in questo periodo un assetto definitivo), evidentemente in virtù del "segno" che
essi imprimevano sul paesaggio urbano. Non va dimenticato, tuttavia, che anche in Grecia
sono presenti in età arcaica esempi di pianificazione ortogonale dell'abitato: il più noto è
quello di Halieis. La prima metà del V secolo vide in Sicilia la pianificazione ex novo di
alcuni centri urbani, diretta conseguenza della politica di sinecismi forzati, espulsione e
massacro di intere cittadinanze, ricolonizzazione con nuovi coloni e mercenari, attuata dai
Dinomenidi di Siracusa e dagli Emmenidi di Agrigento nel periodo 490-470 a.C. A questi
avvenimenti o alla riorganizzazione delle città in seguito alla caduta dei tiranni e al ritorno
degli esuli vanno attribuiti i nuovi piani urbanistici di Naxos e Camarina, mentre
l'estendersi di Siracusa in Acradina e Neapolis potrebbe essere attribuito al sinecismo di
Gelone, che trasferì nella città aretusea gli abitanti di diverse colonie. Caratteri urbanistici
simili presenta Napoli, la cui fondazione è stata messa in rapporto con la politica tirrenica di
Gerone. Tali caratteri possono essere così riassunti: 1) ripartizione modulare dell'area
urbana, con rapporto di 1:4 a Naxos e Camarina e 1:5 a Napoli; 2) rigida articolazione
gerarchica della viabilità, tra stenopoi, plateiai secondarie, plateiai principali, la cui
ampiezza è determinata in preciso rapporto con il lato corto del modulo; 3) inserimento
modulare delle aree pubbliche; 4) occupazione intensiva dello spazio. Si tratta, dunque, di
un piano urbanistico modulare, il quale risponde a ben precise esigenze e a una ben precisa
concezione della polis, che si considera rifondata per la seconda volta (è questo il senso dei
titoli di ecista e di ktistes, assunti in tale occasione dai tiranni), ovvero viene fondata ex
novo, come nei casi di Napoli e di Morgantina. Esso da un lato si differenzia dalle piante per
strigas di età arcaica, anche se potrebbe essere considerato un coerente sviluppo
dell'urbanistica coloniale del VI sec. a.C.; dall'altro va nettamente distinto dalla
contemporanea urbanistica pianificata, che Ippodamo da Mileto andava codificando negli
stessi anni in Grecia e che venne conosciuta in Occidente tramite la fondazione di Thurii.
La nuova Taranto sulla terraferma, programmata e concepita con inusuale ampiezza, sulla
base di uno schema di plateiai che delimitano ampie aree rettangolari suddivise in isolati
proporzionati da una fitta rete di stenopoi, sembrerebbe rifarsi ai principi urbanistici che la
ricerca archeologica ha permesso di rintracciare nella colonia panellenica voluta da Pericle
pochi anni prima. Altre più modeste fondazioni dell'Italia meridionale e della Sicilia, come
Eraclea e Tindari, sembrano invece muoversi nel solco dell'urbanistica modulare coloniale,
anche se filtrata attraverso l'esperienza ippodamea, che detta proporzioni più armoniche
del modulo base (1:3 ad Eraclea; 1:2,5 a Tindari). A Ippodamo da Mileto la tradizione
antica attribuisce i piani urbanistici del Pireo e di Rodi (per la seconda città senza
menzionarne esplicitamente il nome) e i moderni con buone ragioni gli assegnano anche
quello di Thurii, sulla base delle fonti che lo definiscono "turio" e che quindi fanno pensare a
una sua partecipazione (certo con un ruolo preciso) all'impresa panellenica ateniese, in
compagnia di altri qualificati personaggi, come il sofista Protagora e lo storico Erodoto,
anch'egli chiamato in seguito Erodoto di Thurii. Nessuna fonte gli attribuisce un ruolo nella
ricostruzione di Mileto dopo la fine delle guerre persiane, anche se gli studiosi spesso hanno
preferito la cronologia "alta" di Ippodamo, proprio per dargli la possibilità di prendere
parte alla stesura del piano della sua città. In realtà basta notare che, anche se Ippodamo
non lavorò a Mileto, il patrimonio di idee e di esperienze costituitosi in seguito all'attività di
ricostruzione della colonia ionica rimase operante e contribuì certamente a formare il
nostro urbanista. Appare quindi superato il problema della cronologia ippodamea, mentre
sembra interessante la recente proposta di individuare il tramite tra Ippodamo e Rodi in
Dorieo Rodio, esule a Thurii alla fine del V sec. a.C. e turio egli stesso. L'approccio corretto
alla figura di Ippodamo di Mileto ci sembra quello di scindere l'urbanista dal teorico della
polis. Non si vuole negare l'importanza del pensiero ippodameo sull'organizzazione della
città (riferitoci da Aristotele) e ci si rende conto che vi è certamente un nesso tra la
struttura sociale della polis concepita da Ippodamo e le realizzazioni sul terreno, ma non è
possibile vedere nella pratica urbanistica ippodamea la trasposizione materiale della città
ideale. Certamente nell'impresa di Thurii Ippodamo di Mileto appare in qualche modo
legato agli ambienti periclei, come Protagora ed Erodoto, ma non è pensabile che per
questo il modello ippodameo sia il modello della città democratica, anche se
nell'organizzazione delle funzioni, e soprattutto nella gerarchia di esse, l'urbanistica
ippodamea si presta ad assicurare un ruolo centrale all'agorà, fatto che potrebbe essere
indice di una preminenza delle funzioni politiche, che avevano sede nella piazza (Belvedere
1987). Il procedimento tecnico dell'urbanistica ippodamea si può dunque così riassumere:
1) ripartizione primaria di un'area urbana di ampiezza inusitata in grandi figure
geometriche, alla quale è riportata l'ampiezza della rete viaria principale, la cui gerarchia è
messa in preciso rapporto con i volumi di traffico che si prevedeva di smaltire, soprattutto
in relazione alle attività portuali; 2) ripartizione secondaria in lotti modulari, che indicano la
stesura di una rete fitta di strade secondarie al servizio delle aree private e degli isolati
abitativi; a tali isolati si danno forme più proporzionate e volumi più coerenti, secondo i
modelli estetici e architettonici che si andavano consolidando in quel momento; 3) interesse
per i problemi di orientamento e scelta privilegiata per un orientamento a sud; 4)
funzionalismo in senso proprio, cioè programmazione del ruolo che ciascuna funzione deve
avere e sua collocazione razionale sulla base dei ruoli e delle gerarchie assegnate dal
programma, senza dubbio in rapporto con precise esigenze politiche, sociali ed economiche.
Nell'attività di Ippodamo di Mileto si può pertanto vedere un tentativo di codificare e di
razionalizzare l'assetto urbano, in linea con le tendenze culturali della società greca del V
sec. a.C., presenti in primo luogo, ma non solo, nell'architettura. Attraverso Rodi, la
pianificazione ippodamea costituì il modello delle nuove città dell'Asia Minore nel secolo
seguente e, quindi, delle città ellenistiche. Non è un caso, infatti, che l'urbanista di
Alessandria, Dinocrate, fosse egli stesso un rodio. Così i principi dell'urbanistica ippodamea
venivano trasmessi al nuovo mondo ellenistico, nel momento stesso in cui erano piegati a
fini diversi.
Bibliografia
F. Cordano, L'"ideale" città dei Feaci, in DialA, 9-10 (1976-77), pp. 195-200; T.D. Boyd -
M.H. Jameson, Urban and Rural Land Division in Ancient Greece, in Hesperia, 50 (1981),
pp. 327-42; E. Greco - M. Torelli, Storia dell'urbanistica. Il mondo greco, Roma - Bari
1983; R. Hägg (ed.), The Greek Renaissance of the Eighth Century B.C. Tradition and
Innovation, Stockholm 1983; R. Martin, L'espace civique, religieux et profane dans les
cités grecques de l'archaïsme à l'époque hellénistique, in Architecture et société, Paris -
Rome 1983, pp. 9-34; A. Giuliano, Urbanistica delle città greche, in Xenia, 7 (1984), pp. 3-
42; G. Vallet, Le fait urbain en Grèce et en Sicile à l'époque archaïque, in Kokalos, 30-31
(1984-85), pp. 133-55 (anche in Le monde grec colonial d'Italie du Sud et de Sicile, Rome
1996, pp. 497-516); O. Belvedere, Himera, Naxos e Camarina, tre casi di urbanistica
coloniale, in Xenia, 14 (1987), pp. 5-20; I. Malkin, Religion and Colonization in Ancient
Greece, Leiden 1987; H.J. Gehrke, Bemerkungen zu Hippodamos von Milet, in W. Schuller
- W. Hoepfner - E.L. Schwander (edd.), Demokratie und Architektur, München 1989, pp.
58-63; O. Belvedere, L'urbanistica, in Lo stile severo in Sicilia, Palermo 1990, pp. 63-74; D.
Musti - A. Sacconi - L. Rocchetti (edd.), La transizione dal Miceneo all'Altoarcaismo, Roma
1991; D. Musti, Linee di sviluppo istituzionale e territoriale tra Miceneo e Alto Arcaismo,
ibid., pp. 15-33; I. Morris, The Early Polis as City and State, in J. Rich - A. Wallace-Hadrill,
City and Country in the Ancient World, London - New York 1991, pp. 25-57; A.M.
Snodgrass, Archaeology and the Study of the Greek City, ibid., pp. 1-20; K.A. Raaflaub,
Homer to Solon: the Rise of the Polis, in M.H. Hansen (ed.), The Ancient Greek City-State,
Copenhagen 1993, pp. 41-105; A. Snodgrass, The Rise of the Polis. The Archaeological
Evidence, ibid., pp. 30-40; W. Hoepfner - E.L. Schwander, Haus und Stadt im klassischen
Griechenland. Neubearbeitung, München 1994; I. Malkin, Inside and Outside: Colonization
and the Formation of the Mother City, in B. D'Agostino - D. Ridgway (edd.), Apoikia. Scritti
in onore di G. Buchner, Napoli 1994, pp. 1-9; A.M. Snodgrass, The Growth and Standing of
the Early Western Colonies, in G.R. Tsetskhladze - F. De Angelis (edd.), The Archaeology
of Greek Colonisation. Essays Dedicated to Sir J. Boardman, Oxford 1994, pp. 1-10; M.H.
Hansen (ed.), Sources for the Ancient Greek State, Copenhagen 1995; G. Vallet, Quelques
réflexions en guise de conclusion, in Les Grecs et l'Occident. Actes du colloque de la villa
"Korylos", Rome 1995, pp. 151-57; C. Ampolo, Il sistema della "polis". Elementi costitutivi
e origini della città greca, in S. Settis (ed.), I Greci. Storia Cultura Arte Società, II, Una
storia greca, 1, Formazione, Torino 1996, pp. 297-342; M.H. Hansen (ed.), Introduction to
an Inventory of Poleis, Copenhagen 1996; M.H. Hansen - K. Raaflaub (edd.), More Studies
in the Ancient Greek "Polis", Stuttgart 1996; W. Hoepfner - G. Zimmer (edd.), Die
griechische Polis. Architektur und Politik, Tübingen 1996; G. Pugliese Carratelli (ed.), I
Greci in Occidente (Catalogo della mostra), Milano 1996; M.H. Hansen, The Polis as an
Urban Centre. The Literary and Epigraphical Evidence, in M.H. Hansen (ed.), The Polis as
an Urban Centre and as a Political Community, Copenhagen 1997, pp. 9-86; C. Morgan -
J.J. Coulton, The Polis as a Physical Entity, ibid., pp. 87-144.
IL FENOMENO URBANO TRA ETÀ GEOMETRICA E ARCAICA
di Manlio Lilli
Molto sono progredite le nostre conoscenze sugli abitati compresi tra l'XI e il VI sec. a.C.
rispetto agli anni Settanta del Novecento, quando lo studio doveva basarsi in gran parte
sulle fonti scritte. In questo contesto il ruolo dei poemi omerici, seppure ciascuno con le
proprie note caratteristiche, risultava fondamentale per l'età più antica, non limitandosi
alla segnalazione dell'esistenza di cinte fortificate oppure di spazi funzionali posizionati in
determinate aree dell'abitato o ancora, di assi stradali particolarmente larghi, ma fornendo
informazioni ad esempio sul numero degli abitati e sulla loro maggiore o minore importanza
(Il., II, 646 ss.; Od., XIX, 174 a proposito di Creta). Invece per quanto riguarda l'VIII e il
VII sec. a.C. dati utili per comprendere l'importanza di alcune città della Grecia,
nonostante la rilevata genericità, possono essere ricavati interpretando le liste dei vincitori
dei giochi olimpici: se ne deduce, ad esempio, che mentre nella prima olimpiade del 776 a.C.
sono ricordati come vincitori solamente cittadini dell'Elide, della Messenia e dell'Acaia, alla
fine del VII secolo, tutti i Greci ormai partecipavano ai giochi. La realizzazione di scavi
sistematici, di non pochi interventi di urgenza (ad es., ad Atene, Asine, Argo), ma anche il
riesame dei materiali provenienti da indagini precedenti (ad es. ad Asine), hanno senza
dubbio arricchito il quadro conoscitivo sugli abitati di età geometrica ed arcaica,
consentendo di accantonare definitivamente la vecchia tesi secondo la quale la storia
urbana, anteriormente alla guerra persiana, fosse contrassegnata da esempi di città
"caotiche" e "spontanee". Sono stati possibili, da un lato, il riconoscimento di numerosi
nuovi abitati, dall'altro, per quelli già noti, puntualizzazioni sulla topografia, sulla presenza
di aree funzionali, sulle caratteristiche planimetriche e costruttive di alcune tipologie
(abitazioni, santuari), sulla datazione di alcuni edifici ed infine, anche se in maniera più
rara, la riconsiderazione della loro cronologia (è il caso di Latò, ricordato spesso nei manuali
di urbanistica come un esempio di abitato di VIII-VII sec. a.C. ed invece, recentemente
riferito al periodo classico ed ellenistico). La pubblicazione di questi dati, quasi sempre
sollecita, è corredata da un apparato illustrativo nella maggior parte dei casi di buon livello,
soprattutto per quanto riguarda la documentazione grafica: basti pensare, tralasciando le
piante, alle celebri ricostruzioni assonometriche proposte da J.J. Coulton dell'insediamento
e di una abitazione di Zagora oppure a quella di E. Akurgal del megaron di Smirne. Questa
serie di indagini ha anche permesso una migliore definizione di numerosi altri problemi,
alcuni legati ad ambiti regionali, altri alla Grecia nel suo complesso, in una specifica fascia
cronologica. Ad esempio è stato messo a fuoco lo sviluppo del Subprotogeometrico
dell'Eubea, puntualizzandone le connessioni con la Beozia, la Tessaglia e le Cicladi. Le città
dell'Eubea appaiono commercialmente attive nel Vicino Oriente già nella seconda metà del
IX sec. a.C.; al fondaco, già noto, di Al-Mina, alla foce dell'Oronte, altri se ne sono aggiunti
(Tell Sukas e Ras el-Basit); oppure è stato rilevato come l'interruzione nella continuità di
numerosi insediamenti, riscontrata verso la metà dell'XI sec. a.C., in coincidenza con la
transizione dalla cultura micenea a quella protogeometrica, in alcuni casi sia più apparente
che reale, data la natura non omogenea della documentazione archeologica (il Submiceneo
è documentato infatti da corredi funezari, il Tardo Elladico III CI da insediamenti).
L'analisi della distribuzione delle varie città note fornisce dati discordanti, restituendo una
realtà molto più articolata di quella desumibile dai poemi omerici e solo per grandi linee
espressa nella differenziazione tucididea tra "città costruite negli ultimi tempi", poste sul
mare e "vecchie città", invece, poste in zone interne (Thuc., I, 7). Per queste età sembrano
mancare indirizzi unitari sia nelle scelte insediamentali che in quelle progettuali. La scelta
del luogo appare quanto mai differenziata, privilegiando di volta in volta la vicinanza alle
antiche cittadelle micenee, la posizione litoranea, quella paralitoranea, promontori, zone
interne; indicando come in essa abbiano avuto presumibilmente un'importanza preminente
l'osservazione, caso per caso, delle caratteristiche morfologiche, la valutazione delle
possibilità economiche che ogni scelta avrebbe comportato e la considerazione dei rapporti
politici intrattenuti con gli altri centri. Le piante degli insediamenti generalmente si
adeguano alle caratteristiche del sito, sfruttando per quanto possibile la conformazione
naturale e ricorrendo solo in determinate circostanze (abitati su altura) alla realizzazione di
opere artificiali allo scopo di un migliore utilizzo di determinate aree (muri di
terrazzamento). Circa le significative modificazioni che possono apprezzarsi negli impianti
di diverse città tra età geometrica ed età arcaica ("città in formazione"), le più
frequentemente attestate riguardano una razionalizzazione degli spazi, la loro suddivisione
in base alle funzioni e soprattutto la crescente importanza dell'agorà ed il contemporaneo
cambiamento funzionale dell'acropoli da cittadella aristocratica a luogo di culto o di difesa
comune. Giustamente è stato rilevato come queste modificazioni nell'assetto dei centri
urbani debbano essere messe in relazione con gli importanti cambiamenti politici
verificatisi in Grecia tra XI e VI sec. a.C., per cui si passò dalla società omerica a quella
oligarchica e poi da quella tirannica a quella democratica. Paradigmatico sia dell'incidenza
delle strutture politiche nell'organizzazione della città, sia della mancanza di piani organici,
è il caso di Atene: può essere quindi utile osservarne alcune caratteristiche per il periodo in
questione. Le fonti letterarie sono prodighe di informazioni, descrivendoci, ancora nel III
sec. a.C., una città "caotica" con "strade che conducevano alle porte, anguste" (Plut.,
Pyrrus, 32 ss.). La documentazione archeologica relativa all'arco cronologico compreso tra
Protogeometrico e VII sec. a.C., nonostante sia ancora preminente la conoscenza delle
necropoli, in particolare di quelle del Ceramico e di quelle dell'area della futura agorà,
consente di definire meglio il quadro al quale fanno riferimento le fonti letterarie. Ne
emerge una situazione quanto mai articolata, dalla quale tuttavia possono estrapolarsi
alcuni "episodi" significativi come, ad esempio, nel Protogeometrico, la presenza di aree
nelle quali le sepolture sono alternate ad elementi di abitato (Ceramico interno) e di aree
nelle quali sono documentate esclusivamente tombe o necropoli (versante occidentale del
Kolonòs Agoraios e parte inferiore delle pendici meridionali dell'Acropoli); oppure, alla fine
del VII sec. a.C., l'abbandono degli elementi di abitato sparsi nella città ed in particolare
nella zona dell'agorà, ed il contemporaneo sviluppo di nuclei cultuali ai margini di un
primitivo tempio di Atena; o, ancora nel medesimo periodo, lo spostamento dell'attività
politico-amministrativa dalla sommità dell'Acropoli dedicata a funzione cultuale (Zeus
Polieus), alle pendici nord-occidentali (Archaia Agorà o Agorà di Teseo); oppure, attorno al
600 a.C., la monumentalizzazione dell'Acropoli con la costruzione, tra l'altro, di un primo
grande tempio con decorazioni frontonali, e la definizione di un nuovo spazio di attività
politica per la boulè, con l'impianto dell'Edificio C e più tardi dell'Edificio D. Allargando
l'analisi alla regione circostante, il quadro del popolamento risulta certamente più chiaro.
Infatti i numerosi rinvenimenti di insediamenti, tra i quali un numero considerevole di età
geometrica ed arcaica, sembrano confermare l'informazione fornita da Strabone (IX, I, 16)
secondo la quale ai suoi tempi l'Attica contava 174 demi. Resti di abitati geometrici sono
stati rinvenuti, ad esempio, a sud della chiesa di Haghios Panteleimon nel territorio
dell'antico demo di Aigilià, oppure a Plasì nel territorio di Maratona. Un'area di
osservazione privilegiata per comprendere alcune caratteristiche degli abitati di età
geometrica ed arcaica, è costituita dall'isola di Creta. Qui, infatti, in coincidenza con un
generale incremento demografico si registra un moltiplicarsi degli insediamenti, la cui
analisi evidenzia la varietà tipologica che diviene quasi paradigmatica degli abitati del
periodo. Celebre è in questo periodo la città di Karphì, le cui caratteristiche a ragione sono
frequentemente richiamate per comprendere l'evoluzione della città tra XI e VIII sec. a.C.
L'abitato, impiantato in una conca rocciosa, inaccessibile su tre lati, si articola in terrazze,
che, tuttavia, a differenza di quelle più recenti di Latò (realizzate con la costruzione di muri
in opera poligonale lungo il ciglio esterno delle curve di livello), appaiono più rozze nella
costruzione e meno regolari nella forma. Il fulcro è costituito dalla grande abitazione del
personaggio politicamente più importante, posta al centro e raggiungibile dalla via
pavimentata proveniente da sud: invece manca ancora uno spazio pubblico definito
architettonicamente, dal momento che almeno la funzione sembra assicurata dallo slargo
che precede la grande abitazione. Informazioni importanti sono fornite anche dall'abitato di
Priniàs, posto quasi al centro dell'isola di Creta sulle estreme propaggini orientali della
catena dell'Ida. L'insediamento, sorto al centro di un territorio nel quale la frequentazione
appare documentata fin dall'età prepalaziale (abitato in località Flega, resti di insediamento
con materiali del tipo di Haghios Onouphrios, nell'area della necropoli individuata a 500 m
ca. a nord-ovest della Patela), si trova su un ampio pianoro a forma di triangolo (Patela), è
datato nella fase iniziale al Tardo Minoico IIIC e si sviluppa ininterrottamente fino alla
metà del VI sec. a.C. Anche in questo caso l'andamento scosceso del terreno dovette
consigliare almeno lungo il lato nord, dove venne impiantato un complesso di edifici
destinati ad abitazione, e soprattutto lungo il lato sud-est, occupato da un altro tratto
dell'abitato e da un edificio templare (Tempio C), la realizzazione di alcune terrazze. Sono
noti, inoltre, due templi protoarcaici (A e B), all'estremità occidentale dell'abitato. Elementi
differenti presenta Thera, la città fondata dagli spartani nel IX sec. a.C., al centro del Mar
Egeo. Innanzitutto si trova in posizione paralitoranea, mostrando così la propria vocazione
commerciale. Poi, a differenza sia di Karphì che di Latò, si sviluppa su un pianoro di forma
oblunga delimitato naturalmente da fianchi particolarmente scoscesi (largo 200 m ca. e
lungo 800 m ca.). L'impianto, seguendo le indicazioni dell'orografia, è attraversato nel
senso della lunghezza da un asse, il quale, allargandosi al centro della zona abitata, forma
l'agorà. Il dato più significativo sembra comunque proporlo l'osservazione della dislocazione
dei centri religiosi (tempio di Apollo Carneio, santuario di Apollo Pizio): ne risulta infatti,
che essi sono ormai separati dalle abitazioni, indicando così come sia ormai avviato il
processo di diversificazione delle funzioni. Di particolare importanza sono gli insediamenti
sulle isole di Andros (Zagora, Hypsele) e di Paro (Koukounariès, sul promontorio
Kargadoune, sulle colline di Sklevouna e Sarakinika, nella penisola di Oikonomos,
sull'isoletta di Philizi), abbandonati alla fine dell'VIII sec. a.C. e non più rioccupati: in
entrambi i casi è attestata l'esistenza di numerosi altri insediamenti rispetto a quelli già
noti da tempo. A Zagora, la scelta iniziale di impiantare l'abitato su un promontorio
naturalmente fortificato sembra indicare ancora una volta l'attenzione per gli aspetti
difensivi, ribaditi in questo caso dalla costruzione di una cinta muraria lungo la sella che lo
collega con il resto dell'isola. Nel complesso l'abitato, sviluppatosi da vari nuclei
indipendenti, appare regolarmente organizzato con gran parte degli edifici orientati
secondo l'asse nord-ovest/sud-est. Le mura costituiscono un elemento caratteristico della
città geometrica ed uno degli esempi più notevoli di architettura militare di questo periodo
in Grecia. Presentano una struttura in scisto e marmo, di spessore variabile (7,25 m max.)
a causa di successive aggiunte che trovano giustificazione da un lato nei periodici attacchi
nemici e dall'altro nel miglioramento del sistema di fortificazione in relazione alla crescita
della città. All'estremità sud-est si apre una porta, raggiungibile dall'esterno attraverso una
strada rialzata, sostenuta da un muro di contenimento. La porta, che lo scavo ha permesso
di rilevare in una prima fase larga 4,5 m circa ed in una fase più tarda, 3,5 m circa, era
arretrata rispetto alla facciata esterna sul lato nord così da formare un bastione. Accanto
alle fortificazioni, gli scavi hanno rilevato l'esistenza di numerose abitazioni e di un
santuario con il tempio. Per quanto riguarda le abitazioni (in particolare quelle sulla
sommità del promontorio, nelle aree D, H e J), l'utilizzo di materiale lapideo (per lo più lo
scisto, facilmente reperibile sul posto), almeno nelle parti inferiori, ne ha agevolato la
conservazione, fornendo così una serie di importanti informazioni. Sulla base di quanto
hanno rivelato finora gli scavi, inizialmente era costituita da un unico ambiente
polifunzionale; solo in una seconda fase venne articolata in un ambiente di soggiorno verso
est, un cortile con un recinto per gli animali nel centro, dotato di banconi per
l'alloggiamento di pithoi e un magazzino verso ovest. Elementi caratteristici sono il focolare
centrale di forma rettangolare, rinvenuto nel pavimento di alcuni ambienti, i banchi di
pietra lungo le pareti e soprattutto il tetto piatto, comune sia alla prima che alla seconda
fase: la sua costruzione e contemporaneamente il mancato rinvenimento, almeno fino ad
ora, di sistemi di approvvigionamento idrico all'interno dell'abitato, è stata messa in
relazione con la necessità di raccogliere l'acqua piovana. Al centro della città vi è poi un
tempio a megaron nel quale sono riconoscibili due fasi: una prima, di età geometrica,
durante la quale doveva esserci soltanto un recinto a cielo aperto intorno ad un altare (la
cui costruzione potrebbe, tuttavia, risalire ad un'epoca precedente lo sviluppo della città) e
una seconda di età arcaica durante la quale fu costruito il tempio. Questo tempio (costituito
da un vestibolo chiuso e da un ambiente principale a pianta quasi quadrata nel quale era la
statua di culto), che presenta analogie, tra l'altro, con il tempio di Atena a Emporion
nell'isola di Chio, è stato realizzato quasi interamente in scisto e, come nelle case, ha il tetto
sostenuto da colonne di legno poste su basi di pietra. Più di recente un secondo
insediamento geometrico è stato scoperto sulla costa occidentale dell'isola, pochi chilometri
a nord di Zagora, in un sito chiamato Hypsele, vicino al villaggio di Aprovatou. Il
rinvenimento di un circuito murario costruito con grosse lastre di scisto e di un tempio che
richiama quello di Zagora sia nella pianta che nelle dimensioni, ha fatto ipotizzare che si
tratti di un insediamento pressappoco contemporaneo a quello di Zagora. Anche nell'isola
di Paro, caratterizzata dal punto di vista morfologico da un'elevazione montuosa centrale
che digrada con pendii su ogni lato, fino a giungere in prossimità della costa dove sono
pianori ondulati, sono noti insediamenti di età micenea e poi geometrica. Tra quelli meglio
conosciuti è da ricordare l'abitato geometrico di Koukounariès, vicino al porto di Naoussa, il
quale venne rifondato nel X sec. a.C., nell'altipiano di una ripida collina, in parte al di sopra
di un piccolo palazzo di età micenea, distrutto nel XII sec. a.C. ed abbandonato per circa
due secoli. L'impianto di età geometrica presenta una serie di abitazioni divise da stretti
vicoli e nel settore sud un edificio a pianta rettangolare preceduto da una casa absidata la
cui interpretazione oscilla tra quella di una sala ufficiale del signore oppure di un tempio.
Alla fine dell'età geometrica fu abbandonato l'insediamento posto nella parte più alta del
colle e su due terrazze inferiori vennero costruite nuove abitazioni e un tempio dedicato ad
Atena. Nella prima età arcaica anche questo abitato fu abbandonato. L'abitato nella
penisola di Oikonomos aveva un'estensione di circa 100 m di diametro, come indicano i
resti del circuito murario. Al suo interno, i resti delle abitazioni disposte parallelamente tra
loro, rivelano l'esistenza di un assetto urbanistico con assi riconosciuti. Tuttavia la città
principale dell'isola durante l'antichità è Paro, la quale va localizzata sul luogo dell'attuale
Parikia. Il sito, frequentato già in età geometrica, come indica il rinvenimento di ceramica
proveniente dalla zona del Kastro, venne urbanizzato durante il VII sec. a.C. Della città
riferibile a questa età sono noti non pochi elementi, cosicché è ormai possibile conoscerne le
caratteristiche generali oltre ad alcune zone in particolare. Innanzitutto è stato riconosciuto
per intero il circuito murario (circondato da numerosi santuari: tra gli altri, celebre il
santuario di Demetra e Kore, a sud-ovest, sulla sommità di una collina) e
conseguentemente, l'estensione dell'abitato (53 ha) e il numero presumibile degli abitanti
(10.000 ca.). Aree di necropoli sono state individuate all'esterno delle mura. Ugualmente
nota l'acropoli (nella quale nel XIII sec. i Veneziani impiantarono un castello fortificato, il
cosiddetto Kastro), posta in vicinanza della costa e circondata da mura di forma
semicircolare: qui, al più tardi nel VI sec. a.C., venne fondato il santuario principale della
città e dal 530 a.C. circa fu monumentalizzata con la costruzione di templi in marmo
(templi A, B, C, D). All'interno della città sono conosciuti almeno due edifici sacri
tardoarcaici di stile dorico. La posizione della città in prossimità della linea di costa e
soprattutto il rinvenimento di strutture ormai abbondantemente sommerse, forniscono
informazioni sui cambiamenti della linea di costa. In questo contesto di particolare
rilevanza è l'osservazione dei resti riferibili ai due porti, dei quali ricordano l'esistenza
anche le fonti letterarie: uno aperto, localizzato in un'area a nord dell'acropoli, nella quale
sono stati individuati resti di un molo sommerso; l'altro, più riparato, nell'insenatura
orientale, al di fuori del circuito murario (diga di protezione e alcuni magazzini). Numerosi
sono gli insediamenti noti anche nell'isola di Eubea. Ad esempio, nella zona intorno a
Calcide sono stati individuati almeno dieci siti protogeometrici con gruppi di tombe che
corrispondono ad altri insediamenti, nonché numerosi altri siti geometrici. Un importante
insediamento, del quale si ignora il nome antico, è stato identificato a metà strada circa tra
Calcide ed Eubea, presso la moderna Lefkandì, sulla collina di Xeropolis. Dopo lo
straordinario sviluppo insediativo documentato almeno a partire dal Medio Elladico e
protrattosi fino al Bronzo Tardo (di particolare rilevanza l'insediamento sorto nel Tardo
Elladico IIIC nel quale sembrano rilevabili elementi di un piano urbanistico sistematico), è
soltanto con il Tardo Protogeometrico che l'abitato viene nuovamente occupato, come
testimoniano alcune fosse per materiale di scarto; tuttavia gli unici resti di strutture
ritrovati appaiono riferibili al Tardo Geometrico. Comunque, nonostante la probabile
contrazione, l'abitato venne frequentato anche durante l'epoca arcaica (resti di abitazioni e
delle mura al di sotto del tempio di Apollo Daphnephoros), per essere poi distrutto alla fine
dell'VIII sec. a.C., probabilmente nel corso della guerra lelantina, che vide Calcide opposta
ad Eretria. In Eretria, nel sito moderno di Nichoria (il nome antico forse identificato nei
testi in lineare B di Pilo), ad un insediamento miceneo, dopo una breve cesura, ne segue un
altro, forse ancora anteriore all'inizio del Protogeometrico, con una documentazione
ininterrotta sino alla fine del Geometrico. Ad Eretria stessa è stato possibile conoscere in
maniera più puntuale l'abitato di età geometrica, il quale doveva sostanzialmente trovarsi
nel luogo in cui sorse la città classica e quindi occupare, seppur in maniera non intensiva
l'area compresa tra l'acropoli e il mare. Gruppi di abitazioni sono state rinvenute sotto le
fondazioni del tempio di Apollo e a nord di esso, nella zona del porto. Le tipologie
riconosciute, analoghe per molti versi a quelle ad esempio di Lefkandì, sono quelle di forma
ovale o absidale e rettangolare in una fase più recente, generalmente aperte verso sud. Per
quanto riguarda la tecnica costruttiva, venivano impiegate delle pietre poste in opera a
secco, sormontate da corsi di mattoni crudi, mentre per il tetto venivano utilizzate delle
fascine. Elemento caratteristico all'interno di esse, in alcuni casi, era la presenza di
banchine di pietra. Meglio conosciuto l 'impianto di età arcaica, del quale infatti sono stati
riconosciuti un quartiere a sud della porta occidentale, un porticato ad est dell'agorà
arcaica, il tempio di Apollo e soprattutto il muro di cinta. La costruzione di quest'ultimo
assume particolare rilevanza dal momento che in relazione ad esso è la deviazione verso
est di un torrente, i cui straripamenti in età arcaica dovettero costituire seri problemi nei
settori nord ed est dell'abitato. Alla metà del VI sec. a.C. il corso fu nuovamente modificato
in senso nord-sud e il letto abbandonato venne utilizzato per la realizzazione di una strada.
Tra le colonie fondate in Asia Minore, i casi più significativi appaiono quelli di Mileto e
Smirne. A Mileto, certamente la più importante delle città dell'Asia Minore, nonché celebre
esempio di impianto ortogonale nella ricostruzione successiva alla distruzione persiana, è
nota l'esistenza, sulla sommità della bassa platea calcarea che costituisce la sporgenza
occidentale, di un abitato geometrico, il quale si sovrappose a quello miceneo. La città
arcaica aveva la sua acropoli potentemente fortificata, su Kalabaktepe, mentre avanzi di
abitazioni sono stati scoperti nella pianura sottostante verso nord, nella zona dell'Athenaion
e in quella alle spalle del bouleuterion oltre che sulla collina stessa. Una torre isolata di
vedetta sorgeva nei pressi del teatro. Il numero dei santuari di Mileto a noi noti è ancora
ridotto, sebbene se ne possa supporre una notevole quantità dai frammenti di dodici altari
arcaici e dalle fonti letterarie, mentre non si conosce l'ubicazione dei santuari di Atena e di
Dionisio, ricordati da iscrizioni. La necropoli della città arcaica si dovrebbe localizzare sotto
il villaggio di Yeni Balat. Una documentazione più organica è nota per le fasi geometriche di
Smirne, localizzata presso l'odierno sobborgo Bayrakli, non coincidente con quello di età
ellenistica e romana impiantato invece nell'area centrale della città moderna di Izmir. Lo
stanziamento geometrico più antico, recintato da uno spesso muro costruito con blocchi
irregolari e a pianta ovale (simile a quello di Melie), aveva al suo interno abitazioni a pianta
ovale e rettangolare, con fondazioni in materiale lapideo (pietra), mentre l'alzato era in
materiale deperibile (legno e mattoni di argilla). Un secondo stanziamento venne
impiantato tra il 770 e il 670 a.C. e recintato con mura in opera poligonale. Alcune delle
vecchie case furono restaurate, altre abbattute e sull'area così ottenuta vennero costruite
case a pianta ovale, rettangolare e absidata, spesso in relazione con tholoi, interpretabili
come magazzini. Prima che l'abitato venisse nuovamente distrutto, nel 600 a.C., questa
volta ad opera del re dei Lidi, Aliatte, in relazione ad un aumento demografico che portò la
popolazione cittadina a 3000 unità, venne costruito un tempio, del quale rimangono il
podio e resti del muro della cella. Dati significativi offre anche l'Argolide, nella quale come
in tutta la Grecia, il periodo geometrico segna una fase di generale rinascita: molti siti
micenei abbandonati vengono rioccupati. Come in altre regioni della Grecia compaiono in
questo periodo numerosi santuari, anche se spesso attestati soltanto da depositi votivi. Al
Medio Geometrico risalgono fra gli altri l'Heraion di Argo, il santuario di Posidone a Kalaria,
al Tardo Geometrico il santuario di Apollo Maleatas a Epidauro e forse quello di Apollo a
Halieis. Durante il VII sec. a.C. nella pianura di Argo la diminuzione della popolazione e
l'abbandono di almeno otto siti in pianura, e comunque una generale diminuzione di resti
riferibili a questo periodo, sembrano indicare l'esistenza di una crisi. Circa le cause di
questa crisi è stata ipotizzata una probabile origine in problemi economici derivati dal
sovrappopolamento, oppure da una prolungata siccità, oppure in problemi politici legati
all'espansionismo argivo e al conseguente scontro con Sparta. Tuttavia occorre considerare
come nello stesso ambito cronologico vada inserita la fondazione di nuovi centri, ad
esempio Douka al confine con l'Arcadia. Diversa è la situazione riscontrabile nel settore
meridionale della regione, dove solamente tre siti di età geometrica sono abbandonati,
mentre ben 13 sono le fondazioni (tra cui spicca quella di Halieis). Importante è anche il
sito di Asine, dove la realizzazione di nuovi scavi e il riesame dei materiali provenienti da
vecchie indagini consente ormai di conoscere almeno cinque settori appartenenti all'abitato
e alle necropoli di età geometrica. Nella pianura ad est dell'acropoli (podere Karmaiola) a
partire dal Protomiceneo, quando avviene un significativo cambiamento funzionale
dell'area, e certamente fino al passaggio tra il Submiceneo e il Protogeometrico, è
documentata (soprattutto attraverso la presenza di ceramica, dal momento che appaiono
scarsi i resti murari) l'esistenza di un insediamento. Diversi edifici sia absidati sia
rettangolari risalgono al periodo protogeometrico. Il sito venne abbandonato dopo la
distruzione del 700 a.C. Lungo il versante sud-orientale del colle di Barbouna, dove già da
tempo era documentata una necropoli di periodo geometrico, più di recente sono state
rinvenute alcune costruzioni tardogeometriche connesse ai riti funerari della necropoli.
Inoltre, sulla sommità del colle di Barbouna si è rinvenuto un sistema di muri di
fortificazione attorno al tempio di Apollo Pizio, costruito tra la fine del periodo
tardogeometrico e l'inizio di quello protoarcaico. Dati ancora più significativi sono offerti da
Argo. L'abitato di età geometrica, non lontano dal golfo di Argolide, a partire dalla fine
dell'XI sec. a.C. inizia a divenire il centro di riferimento della pianura argiva, ed è in questo
periodo che s'impianta ai piedi della Larissa (l'acropoli maggiore), dove rimarrà sino alla
fine dell'antichità. Nonostante siano molto scarsi i resti di abitato, la fitta distribuzione di
tombe suggerisce che, alla fine del Geometrico, Argo fosse un insediamento di grande
rilievo. Circa le caratteristiche di questo abitato è stato rilevato come non si possa definirlo
un complesso urbano organizzato, ma piuttosto un "insieme di cellule d'abitato sparse
spesso circondate da sepolture". Un significativo cambiamento è testimoniato per l'età
geometrica, che risulta anche nota in maniera migliore grazie ai rinvenimenti avutisi in più
punti dell'abitato moderno tra la sommità della Larissa e le rive dello Xerias. L'abitato,
costituitosi per sinecismo degli abitati precedenti, si estende ma soprattutto si organizza e
diminuiscono gli spazi inedificati. Le costruzioni si moltiplicano nelle zone fino ad allora
libere, come quella che si estende tra l'agorà antica ed il centro della città moderna. Nei
settori nei quali già in precedenza esistevano delle abitazioni, se ne costruiscono delle
nuove, spesso con la caratteristica pianta absidata. Il fulcro dell'abitato sembra potersi
localizzare nel quartiere sud, in base alla relativa densità, alla presenza di ateliers e di
pozzi. Per quanto concerne la città arcaica, senza dubbio l'elemento più significativo è
costituito dall'Aphrodision ricordato anche da Pausania e posto a sud dell'Odeion. In ogni
caso i resti, comunque distribuiti in più punti, restituiscono l'immagine di una città di
dimensioni ridotte. Anche nell'isola di Chio sono noti numerosi siti di età geometrica ed
arcaica, pur rimanendo meglio noto ancora Emporion. Anche a Corinto, nonostante i
radicali cambiamenti dell'ultimo terzo del IV sec. a.C. e soprattutto la pianificazione di età
romana (Colonia Laus Iulia Corinthiensis) ne abbiano in gran parte obliterate le fasi più
antiche, sono state rinosciute testimonianze di una fase datata all'VIII sec. a.C. e
soprattutto di un'altra della fine del primo quarto del VII. Quest'ultima, in particolare,
appare rilevante, dal momento che si riferisce al rinvenimento del tempio di Apollo,
distrutto presumibilmente da un incendio e ricostruito tra il 560 e il 540 a.C. Ad est del
tempio è stato individuato un complesso databile al VI sec. a.C. appartenente ad un
mercante. I numerosissimi insediamenti, documentati con sempre maggior frequenza in
tutta la Grecia, indicano la lenta ma inesorabile crescita del fenomeno urbano tra XI e VI
sec. a.C.: tuttavia non si assiste quasi mai a risistemazioni dell'impianto, nonostante in
molti casi gli eventi (distruzioni parziali o totali; ad es., significativo il racconto di Tucidide
della ricostruzione di Atene dopo la distruzione persiana del 480 a.C.) ne avessero favorito
una riedificazione secondo criteri più razionali. Solamente con il secondo venticinquennio
del V sec. a.C., con la realizzazione degli impianti ortogonali attribuiti ad Ippodamo di
Mileto, questo processo subisce una significativa accelerazione anche in Grecia, dal
momento che negli ambiti coloniali (basti pensare ai celebri casi di Mileto e Smirne), già in
precedenza erano noti elementi di regolarità.
Bibliografia
A. Snodgrass, The Rise of the Polis, in M.H. Hansen (ed.), The Ancient Greek City-State,
Copenhagen 1993, pp. 30-40; F. Canciani, s.v. Geometrica, Arte, in EAA, II Suppl. 1971-
1994, II, 1994, pp. 736-42; F. Polignac, Sanctuaires et société en Attique géométrique et
archaïque. Réflexion sur les critères d'analyse, in A. Verbanck-Piérard - D. Viviers (edd.),
Culture et citè. L'avènement d'Athènes à l'époque archaïque. Actes du colloque
international organisé à l'Université Libre de Bruxelles (Bruxelles, 25-27 avril 1991),
Bruxelles 1995, pp. 75-101; I. Morris, Archaelogy and Archaic Greek History, in N. Fischer
- H. van Wees (edd.), Archaic Greece: New Approaches and New Evidence, London 1998,
pp. 1-91; E. Greco (ed.), La città greca antica, Roma 1999.
IL RAPPORTO TRA CITTÀ E TERRITORIO NELLA GRECIA PROPRIA E
NELLE FONDAZIONI COLONIALI
di Manlio Lilli
Il tentativo di comprensione del processo di formazione della città nel mondo greco
comporta necessariamente anche l'analisi dei rapporti di tensione e antagonismo che si
istituirono nelle varie epoche e in diversi contesti geografici tra centro abitato e territorio.
Nella ricostruzione di questo processo, del quale sono ormai note le linee guida, accanto a
nuovi sistemi di indagine, come ad esempio la rielaborazione delle immagini da satellite,
appaiono ancora strumenti imprescindibili, insieme ai dati desunti dalla ricerca
archeologica attraverso la ricognizione sul terreno e le indagini di scavo, le fonti letterarie
ed epigrafiche: stupisce quindi rilevare come in talune circostanze venga omesso il ricorso
ad esse per quello che riguarda i problemi demografici e più specificatamente, quelli
dell'estensione delle città-stato e dell'ampiezza delle singole città. Le ricerche degli ultimi
anni, consentendo di apprezzare quanto sia forte la relazione esistente in ambito greco tra
città e campagna, spazio urbano e villaggi, borghi e fattorie sparse, hanno permesso anche
di ridurre ulteriormente lo squilibrio esistente tra città e territorio della città. I Greci stessi
hanno spesso affrontato il tema del rapporto cittàterritorio, e con esso il problema della
rappresentazione della città: dalle descrizioni utopiche come la città dei Feaci o quella delle
Leggi, al modello urbanistico ippodameo. In questo contesto la storia mitologica della
fondazione di Atene raccontata da Apollodoro chiarisce ancora meglio il pensiero greco: la
tripolarità specifica dell'Attica, rappresentata dalla chora, dalla polis e dall'acropolis risale
agli dei stessi (Apollod., III, 14,1). Gli uomini, che dopo aver vissuto dispersi o come
nomadi sono assegnati a dodici diverse poleis, ciascuna con la propria chora,
sopraggiungono soltanto in un secondo momento. Anche nel nostro immaginario la
concezione della città greca dipende da due immagini contraddittorie: la prima urbana,
caratterizzata dall'aspetto monumentale; la seconda rurale e paesaggistica, dalle scene di
mietitura dello scudo omerico e dal sentimento della natura espresso nel Fedro di Platone,
per arrivare alle descrizioni di poeti e geografi ellenistici. A questo proposito giustamente è
stato sottolineato come importante sia anche un'esatta comprensione del vocabolario civile
impiegato nella descrizione dello spazio: a parte polis appaiono numerosi i termini privi di
un'accezione precisa, a partire proprio da chora, la quale può essere intesa appunto nel
duplice significato di "territorio circostante la città" e di "zona di dominio che può
estendersi al di là dei limiti giuridici strettamente previsti per il dominio civico". Una prima
considerazione riguarda, preliminarmente, la macroscopica differenza tra l'organizzazione
della chora nella madrepatria e quella in terra coloniale. Al quadro dai profili assai sfumati
del rapporto tra città e territorio, all'idea di territorio come spazio geografico o territorio
come zona d'influenza, le città greche non forniscono una risposta univoca, come dimostra
l'esistenza di vari modelli, tra i quali quelli ateniese e spartano, chiaramente contrapposti,
costituiscono senz'altro quelli meglio noti; tuttavia, almeno generalmente, fino al IV sec.
a.C., la differenza tra città e hinterland non è molto sensibile. Parafrasando l'acuta analisi
tucididea delle diverse caratteristiche delle due città, una loro eventuale distruzione
avrebbe consentito ai posteri, osservando i resti delle costruzioni pubbliche, di valutare a
pieno l'importanza di Atene, ma non quella di Sparta, "non essendo la città raccolta in un
unico insieme, e non possedendo templi ed edifici, ma essendo divisa in villaggi, secondo
l'uso antico dell'Ellade" (Thuc., I, 10). L'Atene dell'età di Clistene, alla ricerca di un
egualitarismo globale, che dunque oltre ad essere sociale sia anche topografico e geografico,
si presenta costituita da tre diverse entità: il centro urbano, la costa e la campagna. Per
quanto concerne la campagna le nostre conoscenze sull'Attica appaiono abbastanza
puntuali. Se infatti l'analisi delle stele attiche posteriori ai processi relativi alla mutilazione
delle erme ci fornisce una serie di termini sulla presenza di campi variamente destinati
(campi utilizzati per l'attività agricola, terreni in cui si coltivano cereali, viti e affini;
appezzamenti di terra, querceti, giardini; pinete; proprietà fondiaria; terreno edificabile) e
di abitazioni tipologicamente differenziate in base alla funzione (residenza privata, casa da
rendita con appartamenti multipli), le indagini di scavo hanno permesso il riconoscimento
di tipologie abitative diverse dal punto di vista planimetrico (basti pensare, ad esempio,
alla fattoria con torre rotonda presso il Sounion oppure alla casa e fattoria a Thorikos). Ben
diversa invece è l'immagine offertaci da Sparta dove agli abitanti della città, i quali sono
cittadini a pieno diritto, si contrappongono gli iloti, contadini assoggettati, e i perieci, gli
abitanti di un territorio sottomesso al dominio della città. Tra due modelli così antitetici
vivono altri esempi di soluzioni diverse: a Milo predomina un'occupazione diffusa del
territorio per villaggi e borghi e, a partire dalla fine del VI sec. a.C., si assiste ad una
progressiva concentrazione della popolazione nel centro abitato più importante. Invece,
nell'isola di Ceo, il popolamento si concentra immediatamente in quattro abitati. Accanto a
queste città ve ne sono altre le quali hanno lasciato che al loro centro si stabilissero delle
vere e proprie parcelle di tipo rurale. Si tratta di edifici con giardini e frutteti rinvenuti ad
esempio a Megara Hyblaea e a Colofone, ma già noti attraverso gli atti di vendita, per Tino.
Pur variando sia l'ambito storico che quello geografico (dalle prime esperienze coloniali a
quelle di età ellenistica nei territori dell'Asia Minore), è unanime la posizione dei vari autori
antichi, da Ippocrate a Platone ed Aristotele, da Senofonte ad Isocrate, nel sottolineare
l'importanza della campagna nella fondazione della città. Secondo Ippocrate, esponente di
quelle speculazioni di ordine igienico alle quali dovette richiamarsi lo stesso Ippodamo di
Mileto, l'osservazione degli elementi naturali (vento, acqua, sole, tipo di terreno, clima)
appare di estrema importanza, non solamente per la migliore disposizione delle abitazioni,
ma soprattutto per la scelta dei siti da abitare. Meglio di altri può chiarire il suo pensiero
un brano dell'opera Sul vento, l'acqua ed i luoghi: "... Anche il suolo deve essere esaminato:
se nudo e arido oppure boscoso e ricco di acque, inoltre se situato in una depressione e
soffocante per il calore, oppure elevato e freddo" (I, 5). La posizione di Platone nei
confronti di quello che, con termine moderno, potremmo definire il paesaggio urbano è
chiaramente espressa nel Crizia e nelle Leggi. La sua descrizione del paesaggio dell'Attica,
con il ricordo del disboscamento delle montagne che circondano Atene e come esso avesse
comportato profonde modificazione alla morfoidrografia del territorio, appare emblematica
del suo pensiero su questo tema. Così per Platone il fondatore della città, ancora prima di
dare inizio alla sua impresa, deve verificare l'ubicazione, il paesaggio, la coltura e la
produzione. Anche per Aristotele la scelta del sito è di estrema importanza dal momento
che essa deve tener conto della facilità di approvvigionamento e delle migliori condizioni
igieniche. La città, per quanto è possibile, deve trarre vantaggio contemporaneamente dal
mare, dalle coste e dalla campagna. Il problema è sotto certi aspetti lo stesso che si pose
Alessandro quando l'architetto Dinocrate gli propose una risistemazione del monte Athos
(Vitr., II, praef. 3): assicurare alla città una gamma di possibilità di sostentamento quanto
più possibile diversificata. Ugualmente Aristotele mette in evidenza l'importanza
dell'organizzazione territoriale nel funzionamento della polis: la città migliore è quella degli
agricoltori, in contrapposizione a quella dei commercianti e degli artigiani. A questo
riguardo l'episodio di Epaminonda, che secondo il racconto di Senofonte (Hell., VII, 5, 14),
prese Mantinea attendendo che la città fosse deserta per i lavori di mietitura, sembra
contraddire quanto detto dal filosofo e allo stesso tempo ribadisce il rapporto di contiguità e
complementarietà fra città e campagna. Temi analoghi saranno sostenuti in età ellenistica
da Isocrate (Sulla pace, 24; Filippo, 120, 122) e Senofonte (Anab., V, 6; V, 15-18; I-VI, 4;
VI, 6; VI, 7), anche se ai loro tempi la colonizzazione, perdute le finalità primitive delle
fondazioni d'Occidente, è intesa piuttosto come rimedio alla crisi sociale ed economica.
Spesso determinante, e comunque generalmente importante, il contributo delle fonti
letterarie antiche sulla chora, anche se si è rilevato come occorra utilizzare un maggior
senso critico nella loro valutazione dal momento che in certi casi potrebbero riferirsi a
quello che si desiderava che si verificasse piuttosto che a quello che realmente avveniva.
Un esempio in proposito è costituito dal passo nel quale Platone afferma di volere che la
distribuzione della terra venga fatta in due kleroi distinti, uno alla periferia, uno presso la
città: è evidente, infatti, come questo normalmente non avvenisse e come anzi questo
potesse creare squilibri nella distribuzione delle terre che portavano alle lotte politiche. A
questo proposito il riesame di certi aspetti dell'organizzazione della chora, in particolare
relativamente all'aspetto giuridico, è una operazione necessaria. Il primo fra questi è il
principio dell'eguaglianza come un'istituzione generalmente accettata (isomoiria). In realtà
le stesse testimonianze che si utilizzano a sostegno di questa tesi mostrano come la norma,
se tale, non sia generale, né sempre fedelmente accettata. Proprio Aristotele (Pol., II,
1266a 40s), ad esempio, riconosce come Falea di Calcedonia non si nascondeva la difficoltà
di attuarla nei riguardi di alcune città. Una disuguaglianza originaria anche dei lotti della
divisione primaria sembra attestata almeno da Fidone di Corinto (Arist., Pol., II, 1265b 12-
16). D'altra parte quanto questa uguaglianza fosse solamente virtuale lo dimostra
l'appropriazione delle terre comuni e soprattutto di quelle marginali e periferiche
(eschatia). La documentazione epigrafica, di cui il cosidetto "bronzo Pappadakis" costituisce
l'esempio più noto, su terre di riserva o pubbliche e sui diritti di pascolo specialmente in
ambito coloniale è sostanzialmente abbastanza ridotta. Il trasferimento del concetto di
chora nelle colonie magnogreche ha seguito vie di sviluppo più organiche e programmabili.
Una colonia tipo possedeva un territorio (chora) nelle immediate vicinanze della cinta delle
mura e un territorio cuscinetto tra i Greci e gli indigeni (eschatia), entrambi protetti da
fortificazioni. Forse l'atto più importante successivo alla fondazione della città anche per
l'età ellenistica, come dimostrano alcuni documenti da Antiochia di Siria, da Dura-Europos,
da Susa e da Arsinoe di Cilicia, era costituito dalla suddivisione in lotti regolari tra i coloni. È
stato sottolineato come il sistema e i mezzi di difesa varino a seconda che si tratti di città
con caratteristiche commerciali oppure di città agricole, che dunque hanno come condizione
indispensabile la salvaguardia e la difesa del territorio. Infatti nel primo caso il sistema di
difesa è concentrato e ravvicinato, mentre nel secondo appare disperso e molto più
largamente trattato. Una linea di difesa è spesso costituita da fortini isolati (phrouria),
posti ai margini del territorio stesso (Metaponto, Gela, Agrigento, Siracusa ad ovest; Teos,
Colofone, Chersoneso ad est). Fortificazioni rurali sono conosciute anche in Attica, a partire
dall'ultimo terzo del IV sec. a.C. (Eleusi, Panakton, Phylè, Ramnunte e Sounion). Più
significativa del nuovo modo di concepire la difesa del territorio è la creazione di linee
fortificate lungo le frontiere: casi importanti sono conosciuti, ad esempio, attraverso il
racconto di Senofonte nelle Elleniche (V, 4, 38-39), nel territorio dei Tebani nel 378 (anche
il Dema attico che gli Ateniesi iniziarono a costruire per impedire il passaggio tra i monti
Parnes e Aigaleos aveva la medesima funzione), oppure nel territorio di Termesso in Asia
Minore. Dal IV sec. a.C. sono poi documentati recinti territoriali, il cui sviluppo è
sproporzionato rispetto alla superficie costruita, come dimostrano, tra gli altri, i casi di
Siracusa (27 km al tempo di Dionisio il Vecchio), di Messene e Megalopoli (9 km verso il
370), di Efeso (11 km), di Mileto (8 km). Nel periodo delle creazioni coloniali coesistono
quindi due tipi di agglomerato urbano, in cui le differenze di strutture corrispondono a due
modi di occupazione e di sfruttamento del territorio. Da un lato le città prive di una chora,
orientate verso gli scambi commerciali, esemplificate da Focea e dalle colonie focee;
dall'altro le città con un vasto territorio, la cui attività è essenzialmente agricola, di cui gli
esempi meglio noti sono quelli di Gela, Metaponto, il Chersoneso nel IV secolo ed Olbia. Al
primo gruppo si riferiscono i centri che prediligono una posizione facilmente difendibile:
isole (Pithecusa, Ampurias, la Siracusa delle origini), oppure un promontorio dominante
una o più baie favorevoli all'istallazione di un porto (Focea, Marsiglia, Velia, Olbia, Taso).
Differente è la situazione del secondo gruppo, di cui Metaponto costituisce uno degli esempi
più caratteristici oltre che meglio conosciuti. Comprende tutte le città della colonizzazione
agraria, legate ad un territorio di sfruttamento dal quale dipendono per la sopravvivenza.
Si tratta in generale di città di pianura, di larga estensione, nelle quali il ruolo dell'acropoli è
ridotto a funzioni religiose. Le piante di queste città, a differenza delle precedenti,
presentano superfici maggiori, spesso tracce di ortogonalità con lotti regolari. Per queste il
legame con la campagna passa anche attraverso il rapporto di continuità tra pianta urbana
ortogonale e divisione del territorio, evidenziata sia dalla ricerca archeologica sul campo
che dalla fotografia aerea a Metaponto, ad Eraclea, ad Agrigento, ma anche nel Chersoneso,
oppure in Africa (Tolemaide) e in Italia centrale (Capua). In tutti questi centri è
documentata l'esistenza di una pianta urbana con caratteristiche di regolarità e una
divisione del territorio in parcelle ugualmente regolari. In particolare l'analisi delle
fotografie aeree ha rivelato, ed in alcuni casi confermato, quello che era noto da documenti
epigrafici (tavole di Eraclea, atti di vendita di Tenos), cioè come il territorio di un certo
numero di città presenti una divisione in lotti uguali, secondo un sistema non dissimile da
quello della centuriazione romana. La chiave del problema, nonostante le ricerche sulle
città coloniali tanto ad ovest che ad est e a nord-est, è costituita da Metaponto. Il vasto
territorio dell'insediamento è stato diviso in lunghe bande regolari, seguendo un asse che è
il medesimo della città. Circa la possibilità che entrambe debbano considerarsi
contemporanee, nonostante esistano autori i quali ritengono che le due operazioni vadano
riferite alla fondazione, si è propensi a preferire una posizione meno estrema e una
datazione posteriore per la sistemazione del territorio. D'altra parte tutte le fattorie sino ad
ora scavate hanno rivelato una fase di IV sec. a.C., preceduta in alcuni casi da una della
seconda metà del VI sec. a.C. Un problema analogo offrono le colonie agrarie del
Chersoneso, in Crimea. Quasi tutta l'isola è stata suddivisa in parcelle regolari e le forme di
sfruttamento sono legate a questo sistema di divisione. Tuttavia anche in questo caso non
sembra possibile istituire un rapporto diretto, tra le operazioni di divisione del territorio e
la pianificazione dei centri urbani. È solamente nelle fondazioni di data recente,
nell'installazione dei satelliti del Chersoneso (Kalòs Limèn), che il parcellario della chora e la
lottizzazione della città appaiono come il risultato di una medesima operazione. Tuttavia,
spesso è nella città stessa la chiave di lettura del suo rapporto con il territorio circostante.
L'osservazione del tessuto urbano, delle soluzioni architettoniche adottate, illumina sulla
loro interrelazione con la natura, il ruolo e i modi di sfruttamento con la chora circostante.
Esplicativa in tal senso è anche l'osservazione dei numerosi centri di culto, noti tanto nelle
colonie quanto in Grecia. A questo proposito, oltre al celebre Heraion di Argo, sembra
opportuno ricordare il grande santuario di Didyma, posto circa 20 km a sud di Mileto.
L'importanza del santuario è chiaramente testimoniata dal fatto che la strada che ne
permetteva il raggiungimento, nel tratto urbano, risultava di larghezza superiore alle altre
(7,5 m contro 4,5 m), proprio per agevolare la processione che vi si svolgeva. Nelle città a
carattere agrario gli edifici pubblici mostrano il segno delle preoccupazioni dei grandi
proprietari terrieri. Emblematica è al proposito la differenza esistente tra l'agorà di Olinto
e quella di Mileto. E in altre città con caratteristiche dichiaratamente agricole, come
Colofone, l'abitato presenta dei tratti originali. La pianta della casa rurale si sostituisce al
tipo urbano. Alla casa del piano arcaico si sostituisce un tipo di dimora la cui origine è da
ricercarsi nelle aziende di sfruttamento agricolo. Infatti accanto alla regolarizzazione e
all'ingrandimento della corte, la parte destinata all'abitazione si concentra su uno o due dei
lati della corte e soprattutto la parte utilitaristica, disposta su uno dei lati, quello fronte
strada, impone degli arrangiamenti. Di grande importanza in questo contesto gli atti di
vendita di Tenos, i quali ricordano l'esistenza accanto alle abitazioni, di giardini, di terreni
nei quali era possibile costruire. Si tratta, come è noto, di un modello di cui gli scavi hanno
rilevato l'applicazione ad esempio nei quartieri primitivi a Megara Hyblaea, dove
l'abitazione si trova in un terreno più vasto, delimitato da muri. Un sistema analogo si
trova nelle grandi città a dominante agricola dell'Acarnania e d'Italia. Dal momento che
l'atto di fondazione ha implicita l'acquisizione del territorio necessario ai bisogni della
comunità e alla sua sopravvivenza, un primo problema è costituito dal tentativo di
definizione dell'ambito territoriale in cui la comunità coloniale si muove da padrona (la
chora politikè) e successivamente dal rapporto con le presenze indigene e quindi dal
riconoscimento delle loro eventuali forme di abitato. Per quanto riguarda i rapporti
instaurati con le popolazioni locali, le fonti letterarie antiche ci informano su come, ad
esempio, gli Ioni abbiano utilizzato modi violenti contro le popolazioni locali (Mimn., fr. 12
Diehl e Phaerec., F. 155 Jacoby, ma anche Strab., XIV, 1, 3; VII, 7, 2), oppure come nella
maggior parte dei casi si siano rese necessarie vere e proprie conquiste militari (Cuma,
Siracusa, Locri, Taranto), talora addirittura con la conseguente espulsione (Thuc., VI, 3, 3
a proposito dei Siculi dall'isoletta di Ortigia) e solo più raramente si siano raggiunti degli
accordi (Leontinoi). Ancora sul problema dei rapporti tra Greci ed indigeni, le
testimonianze letterarie ci forniscono alcuni dati che tuttavia non sempre trovano un
supporto nella documentazione archeologica. Ad esempio per Sibari abbiamo notizie sul
carattere di una organizzazione servile particolare con l'aneddoto del Sibarita che si
meraviglia che a Crotone gli abitanti scavino da sé la sabbia, lavorino da sé la terra e non la
facciano lavorare da altri (Tim., 566 F 48), che non sappiamo se siano proprio schiavi
oppure lavoratori a mercede. Circa il riconoscimento delle eventuali forme di abitato
antecedenti lo stanziamento coloniale, nonostante siano ancora pochi gli insediamenti
indigeni sparsi, fattorie o piccoli agglomerati dei quali siano stati individuati dei resti, deve
ritenersi che i Greci generalmente non trovarono territori vergini. Anzi non di rado le
nuove fondazioni sono state realizzate su siti già occupati da agglomerati, villaggi o città che
si appoggiavano a territori ben coltivati, come dimostrano ad esempio i sistemi di
irrigazione realizzati in epoca precedente alla colonizzazione ellenistica rinvenuti nella piana
di Ai Khanum. Soltanto poche colonie greche si stabilirono su un territorio completamente
deserto anche se si deve supporre che il mondo indigeno in Sicilia come in Italia
generalmente non potette appropriarsi di tutta la terra disponibile. Infatti ad esempio per
la Sicilia siamo informati che, già prima del passaggio dei Siculi nell'isola, le genti enotrie
della penisola erano note alla tradizione greca (Antioch. Syrac., 555 F 13 Jacoby; Arist.,
Pol., VII, 9, 1329b 14-15) come evolutesi dal nomadismo pastorale all'attività agricola. Le
ricerche intraprese negli ultimi anni a Gela, Imera, nei dintorni di Eraclea Minoa, a
Camarina e a Morgantina in Sicilia, andandosi ad aggiungere a quelle avviate ormai da circa
quarant'anni a Metaponto, permettono di conoscere la storia delle loro trasformazioni da
territori indigeni in territori greci. Le ricerche archeologiche hanno evidenziato come
l'appropriazione avvenga nella maggior parte dei casi in maniera graduale, attraverso
l'impianto di santuari o lo sviluppo di abitati stabili. I santuari, situati lungo le strade
principali che collegavano il centro urbano con le colonie vicine o i centri indigeni,
costituiscono i primi segni di vita nelle chorai. Il ruolo funzionale di questi luoghi di culto
appare presto evidente alla luce della considerazione che i più antichi risultano essere
anche i più lontani dal centro urbano, a garantire immediatamente l'estensione massima di
influenza sul territorio. La presenza e il ruolo di questi culti e di questi santuari distanti dal
centro urbano possono spiegare anche i rapporti con le popolazioni indigene (santuari di
frontiera, santuari di penetrazione in un contesto indigeno, santuari a carattere militare in
rapporto ad una posizione di difesa, santuari di incontro). In Magna Grecia è esemplare il
caso di Eraclea, per la quale conosciamo l'articolazione dei terreni di due santuari,
attraverso iscrizioni su lamina di bronzo. Per quanto riguarda i santuari e più in generale i
luoghi di culto, il cui sviluppo sembra determinato dalla dispersione della popolazione nella
chora, è stato osservato come in numerosi casi, si pensi ad esempio a quelli riconosciuti in
più punti del territorio di Metaponto, siano dedicati a divinità legate alla terra. Le accurate
ricognizioni topografiche hanno rivelato come il numero dei santuari aumentò
contemporaneamente all'incremento della popolazione rurale. Tra quelli individuati più di
una dozzina è databile al VI e V sec. a.C. Essi sono distribuiti in media a 3 km l'uno
dall'altro, nelle vallate o lungo le strade più importanti, ad intervalli regolari. Ad esempio lo
scavo del santuario di Pantanello ha evidenziato come, frequentato sin dall'inizio del VI
secolo, la sua importanza aumentò fortemente intorno al 500 a.C., per essere poi
abbandonato tra la seconda metà del V sec. a.C. e la prima metà del IV e nuovamente
frequentato nella seconda metà del IV e nei primi decenni del III, fino a sparire nel corso
del III secolo. L'unità abitativa di base della chora è costituita dalla fattoria. L'esemplare
greco coloniale, da quanto noto dai pochi esemplari scavati, aveva la duplice funzione di
residenza e di unità produttiva: presenta una pianta con cortile e con porticato nella quale
si riconosce l'influenza delle strutture largamente diffuse nella madrepatria. Buoni esempi
di queste particolarità comuni sono offerti dalle due fattorie scavate nella chora di
Camarina ed in particolare dalla Fattoria Capodicasa, immediatamente fuori dalle mura ed
allineate con il reticolato stradale. Poche fattorie dei più antichi abitati delle chorai coloniali
sono conosciute nei particolari: casi eccezionali, come l'edificio scoperto nel retroterra di
Siris e quello di contrada Cugno del Pero di Metaponto, dimostrano che consistevano di
poche stanze con varie funzioni. Le ricognizioni effettuate nei territori di Imera in Sicilia, di
Metaponto e di Crotone in Magna Grecia dimostrano che questi furono densamente
occupati durante il periodo coloniale. L'occupazione sembra documentabile nella seconda
metà del VI secolo o nella prima metà del V. Una riorganizzazione generale della chora
ebbe luogo verso la fine del IV sec. a.C. in coincidenza con un aumento della popolazione ed
una ripresa dell'attività edilizia in città. Indicazioni sul popolamento dei vari territori, ma
anche sul livello sociale ed economico raggiunto dagli abitanti delle campagne, ci sono
fornite dal numero delle sepolture delle necropoli. A questo proposito sembra ormai
superata la tendenza a considerare strumento utilizzabile a tale fine la sola presenza di
materiale greco nelle tombe o nelle case di un abitato, a vantaggio invece della valutazione
della acculturazione delle comunità indigene. Più in particolare, per quanto riguarda l'età
nella quale le chorai iniziano a popolarsi e il tipo di abitazione, analogie sono state
riscontrate tra Metaponto e Crotone, dove è documentata, a partire dal VI sec. a.C. la
presenza di fattorie unifamiliari, che negli esemplari più antichi si trovano a maggiore
distanza dalla città. Per quanto riguarda la loro disposizione, inizialmente erano limitate
alle valli del Basento e del Bradano, poi si dispongono anche nelle valli degli affluenti e solo
successivamente sulle terrazze marine tra i due fiumi. Ad Imera le abitazioni sono poste
secondo un criterio che è analogo a quello utilizzato per i santuari: definiscono cioè i limiti
dell'insediamento coloniale. Connesso al problema dei rapporti tra città e territorio vi è
quello della bonifica delle pianure alluvionali esposte allo straripamento dei fiumi. Le
attività di risanamento note, generalmente attribuite all'intervento di una divinità, sono
non poche, anche se non tutte documentate archeologicamente. Agli interventi conosciuti
per Megara, Agrigento, Selinunte, la cui bonifica dell'Hypsias è celebrata sulle monete, e
Metaponto, recentemente si sono aggiunti quelli di Camarina, dove un contratto di
compravendita di un lotto di terreno, su lamina di bronzo, attesta l'esistenza di piccole
proprietà direttamente confinanti con corsi d'acqua e canali. Qui infatti sono state
individuate opere destinate alla irregimentazione delle acque e al controllo del suolo, in
particolare un sistema di canali lungo la strada extraurbana, che esce dalla porta di Hybla,
attraversa la necropoli arcaica e si dirige nell'entroterra indigeno, un canale da riferirsi
presumibilmente ad una rete sistematica di opere che derivano da un progetto di raccolta e
ridistribuzione delle acque, forse del fiume Ippari, per scopi irrigui. Nella realtà dei fatti,
pur nella molteplicità dei punti di vista scelti per osservare il complesso legame che unisce
nei secoli la città al suo hinterland, emerge ancora, anche se solo occasionalmente, un vizio
della ricerca, che è quello che induce sempre a scrutare il territorio dall'alto delle mura
della città.
Bibliografia
A. Schnapp, Città e campagna. L'immagine della polis da Omero all'età classica, in S. Settis
(ed.), I Greci. Storia Cultura Arte Società, I, Torino 1996, pp. 117-63; M.H. Hansen, The
Polis as Urban Centre. The Literary and Epigraphical Evidence, in M.H. Hansen (ed.), The
Polis as an Urban Centre and as a Political Community, Copenhagen 1997, pp. 9-86; C.
Morgan - J.J. Coulton, The Polis as a Physical Entity, ibid., pp. 87-144; L. Gallo, La polis e
lo sfruttamento della terra, in E. Greco (ed.), La città greca antica. Istituzioni, società e
forma urbana, Roma 1999, pp. 37-54.
LA CITTÀ ELLENISTICA
di Luigi Caliò
Le grandi trasformazioni che accompagnarono l'avvento dell'età ellenistica lasciarono una
netta impronta sulla storia urbana delle città del mondo greco. Con forme, modi e tempi
diversi l'equilibrio della città classica si spezzò, per dare luogo a nuove e più complesse
realtà. Le vecchie poleis conobbero un totale cambiamento nei rapporti con il territorio e
con le altre città-stato, attraverso la formazione di grandi organismi territoriali che
privarono di vitalità e funzioni le tradizionali strutture cittadine. L'urbanistica delle città
risentì fortemente delle mutazioni politiche: nelle nuove fondazioni il palazzo del sovrano, le
tombe o i templi dinastici costituirono il nuovo punto focale dell'assetto urbano. Se i
principali fattori di mutamento sono da ricercare nel nuovo rapporto con un potere politico
regale, altre realtà culturali, pure già esistenti, acquistarono uno spazio e un'importanza
nuova; basta citare, ad esempio, il nuovo ruolo del ginnasio nel mondo ellenistico, che finì
per essere considerato il simbolo stesso della grecità, o lo sviluppo dell'evergetismo regale e
della munificenza dei privati nell'attività edilizia. Un gran numero di nuove città venne
fondato a partire dalla fine del IV sec. a.C. nei territori conquistati da Alessandro Magno. I
motivi di questa colonizzazione furono di varia natura (militare, politica o economica), ma
quasi sempre accompagnati da una politica di celebrazione del dinasta e della sua famiglia.
Questo comportò, soprattutto per le città di maggiore importanza, un forte apparato di
rappresentanza che si esplicava attraverso la presenza di monumenti particolarmente
significativi, come ad esempio la tomba dello stesso Alessandro ad Alessandria d'Egitto,
costruita da Tolemeo, o una generale amplificazione degli spazi cittadini attraverso l'uso di
grandi vie di scorrimento e di aree aperte. Le fondazioni di Alessandro e dei Diadochi erano
state tuttavia precedute da fenomeni di colonizzazione che avevano anticipato, anche se in
scala ridotta, alcune delle caratteristiche proprie delle grandi urbanizzazioni del III sec.
a.C. Le fondazioni di Megalopoli e Messenia e la ricostruzione di Mantinea, promosse da
Tebe dopo la vittoria di Leuttra (371 a.C.), vennero realizzate con una funzione militare e
politica dichiaratamente antispartana e probabilmente proprio per questo si
caratterizzarono per la grandiosità delle opere di fortificazione. I sinecismi di Rodi, Coo e
Alicarnasso furono portati a termine in poco più di un cinquantennio a partire dalla fine del
V secolo, nella regione compresa tra le Sporadi meridionali e la costa turca antistante. I
caratteri delle tre città sono essenzialmente omogenei: la loro fondazione era stata
promossa da gruppi oligarchici o, nel caso di Alicarnasso, da un dinasta con lo scopo di
creare un polo urbano importante. In particolare, l'impianto urbanistico di Rodi,
tradizionalmente attribuito a Ippodamo di Mileto, presenta un tracciato viario regolare con
grandi plateiai di notevoli dimensioni ed occupa la punta settentrionale dell'isola. Recenti
ricerche hanno ricostruito un disegno analogo per la sistemazione urbana di Coo. Diodoro
Siculo (XIX, 45, 3; XX, 82, 3) usa per descrivere la sistemazione urbana della città di Rodi
il termine theatroidès, da intendersi come un riferimento alla situazione orografica del sito,
razionalizzata con una serie di terrazzamenti che ha permesso uno sfruttamento del
terreno tramite assi ortogonali orientati secondo i punti cardinali. Così anche per
Alicarnasso possiamo ipotizzare una situazione analoga: Vitruvio (II, 8) usa infatti
un'espressione simile a quella di Diodoro (theatri curvaturae similis). La forma a cavea di
teatro del bacino in cui venne costruita la città fu regolarizzata da terrazzamenti per poter
ospitare una trama stradale ortogonale. Un altro elemento caratteristico è l'evidenziazione
dei monumenti particolari che qualificano immediatamente il carattere dell'abitato: così ad
Alicarnasso un posto di notevole rilievo aveva il Mausoleo. Le grandi fondazioni di
Alessandro erano state precedute dalla vivace attività di Filippo II: il monarca macedone
aveva infatti colto l'importanza politica e propagandistica di nuove fondazioni e rifondazioni
di cui era spesso eponimo. Tuttavia le nuove fondazioni dovevano essere città macedoni e
lo stesso Isocrate, che nel Filippo esorta il re a fondare nuove città ai confini della Grecia, si
riferisce a uno sfruttamento territoriale delle nuove terre conquistate a favore delle
popolazioni greche. Alessandro, al contrario di Filippo, si interessò particolarmente al
rapporto tra Greci e Asiatici, utilizzando le colonie per popolazioni miste. Secondo Plutarco,
Alessandro fondò all'incirca sessanta città; le fondazioni iniziarono immediatamente dopo la
battaglia di Isso (333 a.C.) e le città furono per la maggior parte eponime, a partire dalla
stessa Alessandria d'Egitto. Questa fondazione è paradigmatica: la città, che doveva
esprimere la grandezza del dinasta, si sviluppò sulla base di un tracciato ortogonale che
tuttavia venne amplificato nelle dimensioni delle strade e degli isolati, in modo da superare
tutte le altre poleis esistenti. Nuove fondazioni furono opera anche dei Diadochi. Il primo fu
Cassandro, che fondò Cassandrea e Salonicco nel 316 a.C.; nel 309 venne fondata
Lisimacheia. Tuttavia rispetto ad Alessandro le nuove città tornarono ad essere di aspetto
assolutamente ellenizzante, con magistrature di tipo greco, ginnasi, teatri, agorài. A partire
da questi primi episodi, sinecismi e simpoliteie diventarono molto frequenti, per diversi
motivi: da un lato le città, come in periodo classico, cercavano indipendenza e autonomia,
assorbendo anche insediamenti vicini con favorevole posizione strategica o economica,
dall'altro gli stessi Diadochi, a partire dal 330, favorirono i sinecismi, per creare
semplificazioni amministrative e fiscali o per una maggiore efficacia difensiva. Non sempre
era facile, tuttavia, progettare un sinecismo e di frequente le integrazioni tra città che
conservavano vive le loro istituzioni e tradizioni creavano, soprattutto all'inizio, una certa
resistenza. Nei territori orientali la fondazione di nuove colonie ellenistiche era per lo più
dovuta alla ricerca di terra coltivabile, che scarseggiava nelle zone già occupate da
popolazioni greche; i dati archeologici e le fonti scritte dimostrano che spesso le nuove
fondazioni furono realizzate su siti già occupati al centro di territori già sfruttati, che con
l'intervento dei Greci vennero coltivati in modo più intensivo. I Seleucidi furono
particolarmente attivi nella fondazione di nuove città. Disponevano di un regno troppo
vasto e multirazziale per poter concepire lo stesso tipo di architettura e di urbanistica in
tutto il territorio, tuttavia le città della zona ad ovest dell'Eufrate presentano caratteri più
unitari, anche se alcune di queste (Alessandria in Troade, Nikasa, Antiochia sull'Oronte)
furono inizialmente fondate da Antigono Monoftalmo e si è generalmente concordi nel
sostenere che molte delle grandi colonie seleucidi furono anticipate dagli Antigonidi. In
realtà diverse fondazioni attribuite, soprattutto da Appiano, a Seleuco, appaiono essere
rifondazioni su siti più antichi; spesso si trattava solamente dell'aggiunta ad un tessuto
urbano già pianificato di un quartiere "macedone", come a Heliopolis (Baalbek), che
tuttavia conferiva all'insediamento lo statuto di polis. Una cura particolare Seleuco
dimostrò per la Siria che, annessa solo dopo la battaglia di Ipso (301 a.C.), rappresentava lo
sbocco sul Mediterraneo dell'impero seleucide. Le quattro grandi città siriane, Antiochia,
Seleucia Pieria, Laodicea sul Mare, Apamea, furono fondate seguendo un piano urbanistico
originale (anche se la prima nacque sul sito di Antigoneia) e delimitavano una sorta di
quadrilatero che segnava il dominio particolare del re, aperto sul mare, attraverso i porti di
Laodicea e di Seleucia. Nonostante le scarse informazioni a disposizione per il periodo
ellenistico, sembra che queste città presentassero un impianto urbano unitario, a "croce di
Lorena", con un asse maggiore e due strade ad esso perpendicolari. All'interno degli spazi
così ricavati, in posizione centrale rispetto alla città, venivano sistemati gli edifici pubblici e
quelli legati al culto. Lo stesso tipo urbanistico si ritrova anche in altre città, come Gerasa,
Dura-Europos, fino ad Ai Khanum, anche se solo per Dura si può pensare ad una nuova
fondazione. Questi centri furono realizzati tutti in un breve arco di tempo, intorno al 300
a.C., e la somiglianza tra le piante delle quattro città maggiori è così stretta che si è pensato
potessero essere state disegnate da un unico architetto. Anche per Antiochia, a proposito
della quale Strabone ci informa come fosse composta da quattro quartieri costruiti
successivamente nel tempo, possiamo ritenere che l'impianto urbano sia stato comunque
progettato in modo unitario. Fondate in relazione e in funzione delle grandi vie
commerciali, le città siriane dovevano essere attrezzate con spazi e strutture adeguate; un
tale impianto urbanistico si adattava soprattutto alle esigenze di una città istituita in
funzione di un'attività gravitante verso l'esterno. Esempio paradigmatico di una fondazione
ellenistica è quello di Dura-Europos, anche se, conquistata nel 133 a.C. dai Parti, ha avuto
una breve vita come città greca; l'impianto originario è tuttavia ancora ben riconoscibile.
L'abitato occupa un rettangolo di 40 ha circa ed è diviso da un tracciato viario ortogonale.
Un'arteria principale, più larga delle altre, attraversa la città da nord a sud e costeggia il
lato sud dell'agorà, fiancheggiata nel lati est e ovest da altre due arterie di dimensioni
minori; tale doppio incrocio richiama la sistemazione delle città della tetrapoli. Questa
griglia di strade determina 68 isolati, di cui 8 formano l'agorà; la città si caratterizzò quindi
fin dalla sua fondazione con una divisione degli spazi tipica di una città ellenica. Dopo la
conquista partica lo spazio dell'agorà sarà occupato da un mercato. Particolare importanza,
per l'influsso sulla cultura romana, rivestì Pergamo in Misia. La città si sviluppò su una
rocca frequentata già in età arcaica a circa 30 km dalla costa, grazie a Filetero (283-263
a.C.), custode del tesoro di Lisimaco e fondatore di una nuova dinastia. Il piccolo regno
seppe imporsi e consolidare il proprio potere, trasformando la capitale, prima una piccola
acropoli fortificata, in una città monumentale degna delle ambizioni di egemonia culturale e
politica sul mondo greco coltivate dalla nuova dinastia degli Attalidi. Data la particolare
situazione orografica, la città si sviluppò su grandi terrazze, con soluzioni architettoniche e
urbanistiche di notevole impatto scenografico e monumentale.
Bibliografia
E. Will, Les villes de la Syrie à l'époque hellénistique et romaine, in J.-M. Dentzer - W.
Orthmann (edd.), Archéologie et histoire de la Syrie, II. La Syrie de l'époque achéménide à
l'avènement de l'Islam, Saarbrücken 1989, pp. 223-50; J.D. Grainger, The Cities of
Seleukid Syria, Oxford 1990; J.Ch. Balty, L'urbanisme de la Tétrapolis syrienne, in Ο
ελληνισμοϚ στην Ανατολη. Πϱαϰτιϰα Α διεθνουϚ Αϱχαιολογιϰου Συνεδϱιου (Δελφοι‚ 6-
9 νοεμβϱιου 1986), Athinai 1991, pp. 203-29; Ph. Gauthier, Les cités hellénistiques, in
M.H. Hansen (ed.), The Ancient Greek City-State, Copenhagen 1993, pp. 211-31; A.
Giovannini, Greek Cities and Greek Commonwealth, in Images and Ideologies. Self-
Definition in Hellenistic World, Berkeley 1993; E.S. Gruen, The Polis in the Hellenistic
World, in Nomodeiktes. Greek Studies in Honor of Martin Ostwald, Ann Arbor 1993, pp.
339-54; M. Cohen, The Hellenistic Settlements in Europe, the Islands and Asia Minor,
Berkeley - Los Angeles - Oxford 1995; S. Settis (ed.), I Greci. Storia Cultura Arte Società,
II. Una storia greca, 3. Trasformazioni, Torino 1998.
LE CITTÀ CAROVANIERE
di Manlio Lilli
Tra le città ellenistiche un gruppo a sé è costituito da una serie di centri del Vicino Oriente,
di prevalente interesse commerciale, che secondo la definizione di M. Rostovzev, non
sempre condivisa da quanti negli ultimi decenni del Novecento si sono interessati
all'argomento, vennero definiti "carovanieri". Secondo Rostovzev (che dedicò al loro studio,
oltre ad alcune pagine di The Social and Economic History of the Roman Empire, Oxford
1926 e di The Social Economic History of the Hellenistic World, Oxford 1941, il noto
Caravan Cities, pubblicato a Londra nel 1932), si trattava di centri con piante e
caratteristiche interne talvolta molto differenti l'una dall'altra, anche perché non sempre
fondati in luoghi privi di abitati precedenti, ma tuttavia accomunati dal posizionamento
lungo strade di grande importanza per il passaggio delle carovane che trasportavano le
merci. Alla serie di percorsi più antichi, aperti originariamente con fini militari (come nel
caso di quelli assiri), se ne aggiunsero progressivamente degli altri, fino a raggiungere
durante il II e III sec. d.C., una rete viaria particolarmente fitta. Celebri in proposito le
grandi strade carovaniere del Tigri e dell'Eufrate con le loro diramazioni orientali,
meridionali (Arabia meridionale), settentrionali (coste del Mar Nero) ed occidentali (coste
della Fenicia e dell'Anatolia). Oppure, ad est delle catene montuose che bordano la costa,
l'asse di comunicazione nordsud, che riprendendo parzialmente l'itinerario naturale della
valle dell'Oronte, metteva in comunicazione Bostra e Damasco, Apamea e Antiochia;
oppure, ancora, la complessa rete stradale esistente tra Antiochia e Palmira, la quale si
articolava attorno alle città di Calcide d'Eubea, Anasartha, Androna, Seriane e Occariba. La
ricostruzione di questa rete stradale non risulta tuttavia uniforme, dal momento che a
regioni, come ad esempio la Siria, per le quali è nota una documentazione archeologica
adeguata, ne corrispondono altre, ad esempio quelle ad ovest della Siria, per le quali si
hanno poche notizie. In questi settori, fatta eccezione per le strade ricordate dalla Tabula
Peutingeriana o dall'Itinerario Antonino, come la via costiera, la strada da Beirut a
Damasco o quella di Baalbek, è meno facile identificare le strade secondarie e le piste
soprattutto nei siti nei quali l'occupazione non ha praticamente conosciuto interruzioni
dall'antichità. Il percorrere queste strade non era operazione semplice e priva di insidie.
Infatti una delle loro caratteristiche, quasi in ogni tempo, è costituita proprio dalla loro
insicurezza cagionata in massima parte da gruppi di predoni, popolazioni spesso divenute
celebri per i loro assalti alle carovane. Ad esempio è noto come la strada dell'Eufrate fosse
divenuta malsicura, specialmente nel tratto settentrionale, e come allo stesso modo lo fosse
divenuta anche quella da Petra a Damasco, soprattutto a causa degli Iturei (anzi a questo
proposito è possibile richiamare un passo con il quale Strabone [XVI, I, 27], raccontando
come, proprio per evitare gli attacchi dei predoni, venne introdotta una deviazione della
strada che andava dai porti della Siria verso Oriente e come lungo questo nuovo percorso ‒
che invece di costeggiare l'Eufrate, passava per il territorio sirio e quindi per quello del
principato di Edessa ‒ venne fondata la città di Skenai, sembra evidenziare, accanto al
ruolo commerciale, quello strategico, di alcune città poste lungo queste vie). Analoghi
problemi di sicurezza esistevano per le strade da Tiro a Damasco e da Arado ad Emesa ed
anche in questo caso l'espediente utilizzato per assicurare maggiore protezione alle
carovane fu la fondazione di nuove città. In particolare la seconda via (via del deserto)
divenne percorribile grazie all'esistenza di una città nell'oasi di Palmira, disposta a
garantire sicurezza e rifornimenti: essa costituiva il reale centro di gravità di tutta la Siria
centrale. È noto il ruolo essenziale giocato nel commercio carovaniero del Vicino Oriente
romano; essa è stata collegata all'Eufrate attraverso delle piste che raggiungono
Barbalissos, Sura, Dura-Europos, Circesium e Hit. D'altra parte per comprendere
l'importanza anche strategica di molti di questi centri basta richiamare il caso di Dura-
Europos, che costituiva senz'altro la chiave strategica della strada dell'Eufrate nella
Mesopotamia centrale: la chiusura delle porte della città poteva interrompere le
comunicazioni tra l'Alta e la Bassa Mesopotamia. In aggiunta a queste difficoltà, spesso le
carovane erano anche costrette a pagare pesanti dazi, imposti dai dinasti della
Mesopotamia superiore e dagli sceicchi arabi dei deserti siriaco e mesopotamico. Le nostre
conoscenze sulle città che costituivano, di volta in volta, ora i punti di arrivo o di partenza e
frequentemente di sosta di queste strade, riguardano nella maggior parte dei casi,
piuttosto la fase romana che quella propriamente di età ellenistica. Tra quelle variamente
note, le più conosciute sono Dura-Europos, Palmira, Gerasa, Philadelpheia, Bostra,
Damasco e Petra. Le informazioni sulla topografia e sui monumenti si sono arricchite nel
corso di questi ultimi anni attraverso scavi e pubblicazioni: ad esempio a Dura-Europos, gli
scavi, interrotti nel 1938, sono stati ripresi da una missione congiunta franco-siriana nel
1985; a Gerasa è stata intensa l'attività di scavo che vede in azione numerose équipes
internazionali; a Palmira, la Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Siria ha
condotto scavi e sondaggi nella zona del Tempio di Nebo, mentre la missione polacca ha
proseguito i propri scavi all'interno del Campo di Diocleziano e una missione tedesco-
siriana ha indagato i cosiddetti "sepolcri-tempio"; a Philadelpheia, dopo gli scavi intrapresi
negli anni Venti del Novecento dalle spedizioni italiane, indagini sistematiche legate a
progetti di restauro hanno interessato l'acropoli e l'area del foro, mentre i non pochi scavi
occasionali, realizzati in zone di espansione dell'abitato moderno perfettamente coincidenti
con l'insediamento antico, hanno permesso la conoscenza di nuovi importanti dati; a Bostra,
dove operano il locale dipartimento, la Direzione Generale delle Antichità e dei Musei della
Repubblica Araba Siriana e le missioni straniere, il tessuto urbanistico della città romana
decisamente modificato dall'insediamento moderno, che ha occupato l'intera area della città
antica, sta gradualmente venendo alla luce; a Petra le indagini archeologiche e le molteplici
discussioni degli ultimi trent'anni del Novecento hanno profondamente mutato il quadro
delle conoscenze sulla città. Oltre ai controversi studi specifici sulle evidenze più note della
città (tombe rupestri), numerose sono le novità sull'area urbana apportate dalla scoperta
di importanti edifici pubblici e religiosi. Alcune di queste città fondate in età molto antica
(ad es., allusioni alla città di Tadmor ricordata anche nella Bibbia, poi Palmira, appaiono per
la prima volta in documenti assiri come le iscrizioni di Tiglatpileser I e di Assurbanipal) si
ridussero a modesti abitati o addirittura scomparvero prima dell'età ellenistica; alcune
altre, spesso, sopravvissero (come nel caso, ad es., di Aleppo, Damasco, Hama e Palmira)
per l'azione combinata di due fattori: per la presenza del grande traffico carovaniero che
collegava la Bassa Mesopotamia da un lato con l'Iran, l'India e l'Arabia, dall'altro con le
regioni pontiche e per l'esistenza di zone fertili. Infatti, nonostante queste città,
generalmente, sorgessero in luoghi desertici, sono noti anche casi nei quali il territorio era
coltivato. Ad esempio questo avveniva a Dura-Europos (ma una analoga situazione è
documentata per Susa e Antiochia in Siria), per la quale, attraverso alcuni documenti su
papiri, siamo informati dell'esistenza (certamente in epoca arcaica) di una suddivisione del
territorio in ekades e poi in kleroi, di kleroi come prospere aziende agricole, con case
coloniche, frutteti e vigne e, anche se in epoca più tarda, di molti vigneti e di campi
seminati ad orzo. D'altra parte sono numerosi i documenti che ci informano sull'attenzione
rivolta durante tutto il periodo alla coltivazione del terreno. Intere regioni desertiche
vengono rese fertili attraverso opere di canalizzazione, spesso di grande impegno: e in
questo contesto vanno inquadrate, ad esempio, la cura da parte di Alessandro Magno, del
canale Pallacopa, alimentato dal fiume Eufrate (Arr., Cyn., VII, 21, 5), oppure la
manutenzione dei canali sotterranei (qanāt) derivati dai torrenti del Tauro per fornire
acqua sorgiva indispensabile a "mettere a frutto la terra" (Pol., X, 28). Tuttavia è possibile
rilevare come queste città presentino alcuni caratteri in comune, a partire dal loro
posizionamento. Infatti l'analisi dei diversi luoghi prescelti evidenzia come nella maggior
parte dei casi fosse costante la ricerca di luoghi strategicamente significativi per
l'attraversamento delle vie di traffico, mentre variabili erano le condizioni
morfoidrografiche. Ad esempio Dura- Europos, fondata sull'Eufrate a difesa dell'alta valle,
dominava il fiume a nord-est ed era accessibile praticamente solo da occidente. A picco sul
fiume era l'acropoli ai piedi della quale era la città vera e propria. Invece, Gerasa occupa,
circa 42 km a nord di Amman, lungo l'antica via carovaniera, un'ampia vallata a 600 m
circa s.l.m., sulle due rive del fiume Chrysorrhoas. Palmira, poi, nel territorio della quale è
nota l'esistenza, attraverso la cosiddetta Tariffa di Palmira, di numerosi villaggi, sorge in
un'oasi a metà strada tra l'Eufrate e il mare, nel punto più adatto per il commercio
carovaniero. A Petra, infine, ed è forse il caso nel quale più evidenti risaltano le
preoccupazioni per la ricerca di luoghi sicuri, si scelse un luogo in pianura, quasi
completamente circondato da alture scoscese. Per quanto riguarda gli impianti urbani in
alcuni casi sono documentati insediamenti precedenti l'impianto di età ellenistica. Ad
esempio a Gerasa, la prima occupazione, determinata dalla presenza della sorgente di Ain
Karawan, nell'area nord-occidentale della successiva città romana, è collocabile agli inizi del
III millennio. Sondaggi eseguiti in più punti sulla collina detta Camp-Hill hanno dimostrato
l'occupazione di questo nuovo settore apparentemente senza interruzioni, dalla metà del II
millennio fino all'VIII-VII sec. a.C. Tuttavia, il periodo di massima estensione di questa
lunga fase di occupazione sembra potersi riferire alla prima età del Ferro, come indicano
alcune tombe rinvenute all'esterno della porta meridionale e la probabile estensione
dell'abitato (del quale al momento risulta impossibile ricostruire la tipologia a causa degli
scarsi resti rinvenuti) sulla collina successivamente occupata dal tempio di Zeus. A
Damasco, centro di un'oasi di fertilità senza pari ai margini del deserto, un primo periodo di
splendore, durante il quale fu capitale di un regno aramaico spesso in conflitto con gli
Israeliti, è documentato dal X all'VIII sec. a.C., quando soccombette sotto i colpi degli
Assiri (732 a.C.). Le origini della città attuale si fanno risalire ad una data imprecisata
dell'epoca ellenistica. A Philadelpheia, oltre a sporadici reperti risalenti al Neolitico, gli scavi
dell'acropoli hanno dimostrato che la collina fu continuamente abitata a partire dall'età del
Bronzo Antico, mentre le prime fortificazioni sono da datare al Bronzo Medio. Scarsi sono i
rinvenimenti della prima età del Ferro (riferibili alla Rabbath Ammon menzionata dalla
Bibbia), mentre l'importanza acquisita dalla città durante il periodo assiro è testimoniata
da significativi ritrovamenti (soprattutto presso l'area del teatro). A Bostra il periodo di
occupazione più antico, risalente al Bronzo Medio II e al Bronzo Recente I, interessa la zona
nord-ovest, servita da sorgenti perenni, mentre le testimonianze nabatee si trovano quasi
esclusivamente nell'ambito dell'area successivamente occupata dalla città romana. A Petra,
oltre al preesistente stanziamento edomita a Umm el-Biyara, l'arrivo dei Nabatei non
sembra aver comportato, per un lungo periodo di tempo, la nascita di una città vera e
propria né tanto meno la realizzazione di strutture monumentali. Tale ipotesi ha trovato
una sostanziale conferma negli scavi condotti nel centro della città, a Ez-Zantur, dove le
prime abitazioni costruite (risalenti non oltre la metà del I sec. a.C.) sono precedute da una
fase di occupazione priva di strutture murarie, ritenuta pertinente ad un insediamento
nomade. A questa fase protourbana risalgono semplici tombe rupestri ubicate sul pendio
occidentale dell'altura di Khubtha e sulla parete rocciosa opposta del Wadi Musa,
successivamente obliterate rispettivamente da alcune case e dal teatro. Infine, la recente
scoperta di ceramica assira nell'area del Palazzo della Ridotta, a Dura-Europos, ha rivelato
l'esistenza, anche in questo centro, di una occupazione anteriore alla fondazione della
colonia macedone. Queste città, che nella maggior parte dei casi conservano solo pochi resti
di età ellenistica (ad es., a Dura-Europos la prima fase, in pietra, delle mura della città),
nell'aspetto attuale appaiono per la maggior parte riferibili alla monumentalizzazione di età
imperiale romana. Tra gli impianti maggiormente noti, oltre a Dura-Europos
frequentemente ricordato a proposito di queste città, un bell'esempio è costituito da
Damasco. La città, cinta dalle mura lungo cui erano sette porte, delle quali resta solo quella
di Oriente (Bab Sharqi), formava un rettangolo di 1330 × 850 m, col lato lungo parallelo al
fiume Barada. Sulla via recta centrale era organizzata una rete di strade ortogonali che
formava degli isolati di 100 × 45 m e suddivideva i quartieri residenziali (alcuni dei quali
dovevano essere riservati a gruppi etnici o religiosi particolari). La città possedeva una
piazza pubblica, la cui posizione è ignota, oltre probabilmente ad un teatro e ad un palazzo o
cittadella. Una seconda strada a colonnati collegava la piazza all'edificio più importante
della città, il tempio di Iuppiter Damascenus, corrispondente all'attuale Grande Moschea
(anticamente la basilica di S. Giovanni Battista). Tra gli altri centri elementi particolari
presenta l'impianto di Philadelpheia ed in particolare l'area dell'acropoli, articolata in tre
terrazze regolarizzate da opere di contenimento e di difesa. Più che la terrazza mediana, la
quale ospitava il temenos del tempio di Eracle, risulta interessante quella superiore. Qui,
nonostante la presenza del palazzo omayyade ne renda problematica la conoscenza, è
chiara la suddivisione in due recinti di ampiezza differente (quello meridionale di 78 × 126
m, quello settentrionale di 48 × 104 m), divisi da un muro decorato da nicchie inquadrate
da piccole colonne su podio, la cui decorazione rinvia al periodo antonino. Un altro aspetto
caratteristico di queste città, non di rado fornite anche di edifici di grande impegno (ad es.,
il teatro a Philadelpheia e soprattutto a Petra), è la presenza di grandi vie, in molti casi di
impianto ellenistico, recuperate (come dimostra la caratteristica linea spezzata osservabile
in alcuni casi lungo le vie principali) e monumentalizzate con colonnati sui due lati in età
imperiale. A Philadelpheia risale infatti con tutta probabilità ad età ellenistica l'impianto dei
due principali assi viari della città: il cosiddetto "decumano" (orientato in gran parte in
senso sud-ovest/nord-est, secondo l'andamento del fiume Sayl Amman) e la via ortogonale
(nota come cardo) che corre a ovest dell'acropoli. Tuttavia, in età imperiale le due arterie
furono trasformate in vie colonnate (larghe 11 m), in ordine corinzio, mentre il fiume fu
arginato da muri continui e, in taluni punti, coperto da volta a botte. Sempre a
Philadelpheia, un propileo monumentale (largo 25 m) a tre ingressi in antis segnava l'inizio
di una strada che conduceva dalla "città bassa" alla sommità della collina. Ugualmente a
Palmira risulta ampiamente accertato che la grande via colonnata e le costruzioni adiacenti
furono iniziate nel I sec. d.C. e trovarono il compimento architettonico in età severiana con
il cosiddetto Arco Monumentale e le costruzioni annesse a est. A Damasco l'arteria
principale, la via Diritta degli Atti degli apostoli (IX, 11), era larga 26 m (di cui 13,7 per il
marciapiede), fiancheggiata da colonnati, ma anche sormontata da due archi i quali ne
nascondevano alcune leggere inflessioni. Anche a Bostra una connotazione di
monumentalità è conferita dalle vie colonnate che in gran parte sono ancora nascoste dalla
sinuosa rete dei vicoli dell'insediamento moderno. Qui, è stata estesamente sbancata solo
l'arteria principale (ovest-est) nel suo tratto maggiore dalla porta ovest (Porta dei Venti)
sino all'altezza del mercato e delle Terme Sud: si è rimessa in luce quasi completamente la
sequenza dei resti architettonici dei porticati che la fiancheggiavano. Il "decumano
massimo" non presenta un asse lineare, ma varie flessioni: un'irregolarità di tracciato che
denuncia la sua esistenza già in epoca preromana come in altre città carovaniere (cfr.
Damasco, Palmira, Apamea, Gerasa): a tale irregolarità si sarebbe ovviato mediante artifici
ottici, come il tetrapylon e anche un ampliamento ellissoidale della strada, poco dopo la
monumentale porta urbica, laddove l'asse è deviato di 7° verso nord. Si potrebbe dunque
ritenere che l'urbanizzazione romana sia stata vincolata da un antico asse viario, proprio
delle città carovaniere. La via nord-sud, in relazione con il tetrapylon e la sorgente, che
doveva verosimilmente collegarsi con le porte nord e sud, avrebbe anch'essa un tracciato
che si adatta a un precedente asse viario. Ritornando al decumano, un altro episodio
monumentale, in riferimento a un'altra deviazione dell'asse stradale, è l'arco trifornice e
quadrifronte d'epoca antonina (Porta della Lanterna) affacciato sul lato sud, che funge da
ingresso alla via colonnata che conduce al teatro. A Petra, poi, la strada principale, a partire
dalla piscina annessa al ninfeo, fino a giungere all'arco trionfale a tre fornici posto all'altezza
dell'edificio generalmente ricordato come Ginnasio Superiore ed invece ormai identificato
come Tempio dei Leoni Alati, era colonnata su entrambi i lati. Da qui aveva inizio una zona
pavimentata, con orientamento differente rispetto al tratto colonnato precedente, alla cui
estremità era il tempio Qasr Bint Firaun. Per quanto riguarda più specificatamente le
dimensioni di queste strade, generalmente la loro lunghezza, fatta eccezione per Antiochia
che risulta di 3 km circa, si avvicina ad 1 km. Le larghezze, invece, devono le oscillazioni a
situazioni locali: a Dura-Europos, ad esempio, la strada principale misura 12,79 m, mentre
quelle ortogonali e quelle ordinarie sono, rispettivamente, di 8,45 e 6,3 m circa. Si tratta di
un processo che giungerà a compimento in età imperiale quando le vie monumentalizzate
raggiungeranno una larghezza che oscilla da un minimo di circa 20 m (22,8 m a Bostra) ad
un massimo di 30 m (37,5 m ad Antiochia), anche se più frequentemente si riscontra la
larghezza di 25 m (ad es., a Damasco e a Palmira). Il problema dell'inserimento di queste
nuove strutture, soprattutto nei casi nei quali il nuovo impianto veniva a posizionarsi
nell'area o addirittura al di sopra di un precedente abitato, spesso è stato risolto dal
verificarsi di alcuni eventi quali incendi e/o terremoti. In relazione diretta con questi assi
urbani si trovano spesso grandi piazze e/o importanti luoghi di culto. Tra le prime possono
ricordarsi ad esempio la grande agorà di Dura-Europos, la quale occupava un'area pari a
quella di ben otto isolati (148 × 160 m ca.), il cosiddetto Foro Ovale di Gerasa, oppure la
vasta piazza porticata a pianta trapezoidale ampia 100 × 50 m (foro) di Philadelpheia.
Invece, per quanto riguarda luoghi di culto, esempi significativi sono costituiti dal tempio di
Zeus a Gerasa e dal grande santuario di Iuppiter Damascenus, a Damasco. In quest'ultimo
caso la pianta che doveva risalire all'antichissimo tempio aramaico aveva ricevuto una
veste greco-romana. Il peribolo esterno, di cui rimane ad ovest il cosiddetto Arco di
Trionfo, presentava esternamente una costruzione enigmatica chiamata Gamma a causa
della sua forma. Il peribolo interno, che costituisce ancora oggi il muro di cinta della
moschea attuale, suddiviso all'esterno da pilastri e fiancheggiato da una torre a ciascun
angolo, possedeva ad est un'entrata monumentale; intorno al cortile girava un grande
portico. Del tempio propriamente detto che sorgeva al centro non resta alcuna traccia. Un
buon esempio è offerto anche da Dura-Europos, dove recenti studi hanno chiarito il quadro
dell'architettura religiosa della città. I due templi risalenti al periodo seleucide fin qui
scoperti, quelli di Artemide e di Zeus Olympios (Megistos), attorno alla metà del I sec. a.C.
sembra siano stati interessati da un importante mutamento nel carattere dell'architettura
religiosa. Un naiskos di Artemide e di Apollo, di tipo verosimilmente greco, fu abbattuto
prima di essere completato, per essere sostituito da un tempio a corte di tipo babilonese,
datato da un'iscrizione agli anni tra il 40 e il 32 a.C. circa. Verso la fine del I sec. a.C., poi,
secondo un modello di derivazione siriaca, caratteristico di templi dedicati a divinità
femminili (Artemide, Atargatis, e Artemide Azzanathkona), il pronao fu trasformato in uno
spazio teatrale. Con poche eccezioni, i templi costruiti in questo periodo, in genere dedicati
a divinità semitiche, appartengono al tipo babilonese a corte, caratterizzato da numerose
cappelle e in genere fornito di torri, reali o simboliche. Circa le fasi successive all'età
romana, ed eventualmente l'abbandono degli abitati (talora causato da eventi naturali di
particolare rilevanza), le indagini di scavo degli ultimi anni hanno senza dubbio permesso,
in molti casi, una loro migliore conoscenza. Ad esempio, a Gerasa sembra ormai possibile
sfumare il contrasto tra la presunta decadenza di III sec. d.C. e la ripresa dei secoli
successivi. Per quanto riguarda la fase relativa all'occupazione omayyade, è possibile
rivalutarne entità e natura, grazie alla scoperta di un ricco quartiere di abitazione a nord
del decumano meridionale, di numerose fornaci per ceramica in più parti della città e,
elementi politicamente più significativi, di una moschea subito a nord dei propilei del
santuario di Artemide e di una zecca. Sembra inoltre confermato che il terremoto
registrato dalle fonti per l'anno 746/7 d.C. sia stato la causa determinante dell'abbandono
della città; materiali successivi risalenti al periodo mamelucco hanno per il momento
carattere estremamente sporadico, difficilmente collegabile a un'occupazione consistente.
Philadelpheia mantenne il suo rango di città anche durante il dominio arabo e sotto i
Crociati, ma pian piano si ridusse ad un paese e da questa condizione si rialzò solo in tempi
moderni. A Petra la progressiva riduzione di importanza, avviata agli inizi del III sec. d.C.,
ebbe come epilogo il terremoto del 363 d.C., i cui effetti disastrosi sono ora documentati,
oltre che dalle fonti scritte, anche dall'evidenza archeologica. Nel periodo bizantino le
testimonianze di vita sembrano suggerire un coagulamento dell'area urbana: Qasr el-Bint
fu tramutato in chiesa, come anche la Tomba dell'Urna; ulteriori terremoti (551 e 747 d.C.)
distrussero definitivamente Petra, occupata in seguito solo da una temporanea presenza di
un fortilizio crociato.
Bibliografia
A. Perkins, s.v. Dura-Europos, in EAA, III, 1960, pp. 188-94; E. Will, Les villes de la Syrie
à l'époque hellénistique et romaine, in J.M. Denzer - W. Orthmann (edd.), Archéologie et
histoire de la Syrie, II. La Syrie de l'époque achéménide à l'avénement de l'Islam,
Saarbrücker 1989, pp. 223-50; J.D. Grainger, The Cities of Seleukid Syria, Oxford 1990;
Ph. Gauthier, Les cités hellénistiques, in M.H. Hansen (ed.), The Ancient Greek City-State,
Copenhagen 1993, pp. 211-31; P. Briant, Colonizzazione ellenistica e popolazioni del Vicino
Oriente: dinamiche sociali e politiche di acculturazione, in S. Settis (ed.), I Greci. Storia
Cultura Arte Società, II, Una storia greca, 3. Trasformazioni, Torino 1998, pp. 309-33; B.
Virgilio, "Basileus". Il re e la legalità ellenistica, ibid., pp. 107-76; La ville en Syrie, Damas
1999.
LA DISTRIBUZIONE DEGLI SPAZI E DELLE FUNZIONI
di Luisa Migliorati
La definizione degli elementi costitutivi della città è direttamente collegata alla questione
ancora dibattuta sul momento in cui la città assume la sua peculiare fisionomia.
L'interrogativo trova i suoi precedenti nell'antichità classica e continua nel tempo, ma vede
generalmente concorde l'esito, che possiamo sintetizzare attraverso i concetti espressi da
Aristotele nel IV sec. a.C. e da Pausania nel II sec. d.C. (X, 4,1). Il primo, legato a un
momento di rinnovamento politico, definisce la funzione urbana attraverso l'autonomia
morale e politica dei suoi membri basata sull'autonomia materiale ed economica, affidando
a sezioni più specialistiche dell'opera (Pol., V, 1327a; VII, 11, 1330a, 1330b, 1331a, 1331b)
l'approfondimento sulle corrispondenti funzioni difensive, economiche e
politicoamministrative; riguardo a queste ultime è suggerita l'associazione ai luoghi
destinati al culto in modo tale che appaia chiara la consacrazione degli spazi pubblici ai
numi tutelari della città. Un secolo prima il legame così stretto tra la sfera del sacro e quella
della politica era presentato da Tucidide (VI, 3,1) come un'indiscussa priorità della prima
sulla seconda, ricordando come preliminare alla costituzione di Naxos in Sicilia fosse stata
la definizione degli spazi sacri, affermazione echeggiata da quanto Platone enuncia nelle
Leggi (V, 738b-c) o nella Repubblica (VIII, 848d-e). Pausania, in un periodo critico per la
polis, ma ormai consuntivo delle esperienze urbane, individua in modo più conciso gli
elementi indispensabili per la definizione di città: agorà, uffici pubblici, ginnasio e strutture
di approvvigionamento idrico; in tal modo affianca alla materializzazione del concetto di
centralità politica elementi rapresentativi di un miglioramento nella qualità della vita. In
termini attuali la questione sulla genesi della consistenza urbana è risolta nella
individuazione del superamento della linea di demarcazione tra una riunione di "anziani" e
la riunione degli stessi in uno spazio codificato che appartiene alla collettività e diventa il
luogo pubblico per eccellenza, l'agorà. Emblematica della città, intesa come sintesi del
pubblico e del privato, l'agorà svolge un ruolo primario nella gerarchia spaziale: ne
consegue per l'area selezionata una persistenza di funzioni pressoché costante nel tempo
rispetto alla restante superficie urbana, che al contrario vede spesso cambiare quadro
edilizio e settori di destinazione funzionale. Ciò riguarda anche l'acropoli, il cui iniziale ruolo
di arroccamento strategico protetto dal santuario vira rapidamente verso un ruolo storico,
poiché si rivela a volte inadeguata alle stesse richieste difensive. Esperienza che in ambito
coloniale sembra aver determinato l'assenza di una vera e propria acropoli. La definizione
degli spazi di larga massima e cioè in particolare la divisione tra area pubblica e privata è
stata sempre presente nella ideologia urbana greca. Se gli horoi, i cippi che alla fine del VI
sec. a.C. sono posizionati ai limiti dell'Agorà di Atene, codificano a posteriori il perimetro
dello spazio civico, i due gruppi di cippi rinvenuti al Pireo riflettono, anche nei termini
utilizzati (nemesis, diairesis), la definizione e la successiva organizzazione interna di uno
spazio voluto e misurato sin dalla fase progettuale. Direttamente dipendenti dalle
esperienze praticate dalla scuola milesia, attraverso gli anelli di raccordo rodio-
alessandrini, le città ellenistiche approfondiscono il tema della ripartizione funzionale e lo
attuano su larga scala: da Alessandria ad Antiochia sull'Oronte, a Seleucia sul Tigri, il
quartiere residenziale dinastico trova una collocazione autonoma differenziata dai quartieri
abitativi, la cui ulteriore distinzione richiama infatti l'esperienza ippodamea di Thurii
descritta da Diodoro Siculo (XII, 10, 7), dalla zona commerciale e dai due poli civico e
religioso. Esigenze dunque indispensabili per la vitalità funzionale del luogo collettivo sono il
permanere dell'immagine e delle relazioni spaziali originali con l'edilizia contermine. Il
cambiamento di uno di questi elementi induce ad una nuova selezione dell'area pubblica:
l'esempio di Atene, che con buona probabilità colloca la sua Agorà più antica tra l'Areopago
e l'Acropoli e definisce la nuova non prima del VI sec. a.C., allontanandola dalla sede del
potere politico dinastico, mostra la ricerca di un punto ideale di mediazione tra i raccordi
urbani e i vettori territoriali e il consapevole raggiungimento dello scopo si manifesta
attraverso la duplicazione di edifici che accoglievano importanti funzioni, quali ad esempio
la tholos e la stoà basileios. Pertanto la tendenza della città greca ad identificare la sua
essenza in un centro di riunione e dunque di deliberazione porta con sé sin dalle prime
esperienze urbane una dislocazione funzionale dell'area pubblica; è pur vero tuttavia che
questa inizialmente non appare definita dal complesso di edifici che ne formeranno il
quadro monumentale e costituiranno l'ossatura della sua egemonia figurativa.
Caratteristico è il caso di Megara Hyblaea, che nella sistemazione monumentale dell'agorà
ne rispetta l'originaria forma trapezoidale, segnata da edifici sacri, ma selezionata sin dalla
prima occupazione dell'area (VIII sec. a.C.), perché strutturata come zona di cerniera tra
settori rispondenti a differenti esigenze di organizzazione territoriale più che riferimento
alla memoria storica del sinecismo dei cinque villaggi che avevano formato Megara di
Grecia. Posta all'incrocio di due degli assi viari pincipali, l'area comunitaria accoglie nel VII
secolo templi, stoài, l'heroon dell'ecista, che coagulano sotto l'aspetto politico-religioso i vari
gruppi protagonisti della colonizzazione, in uno spazio conchiuso che vede nel volgere di un
secolo il superamento del momento agrario dell'abitato. Per Metaponto invece la funzione
urbana dell'insediamento appare già definita dall'inizio (seconda metà del VII sec. a.C.),
mediante un muro tra le anse dei fiumi Basento e Bradano che la distingue dalla chora.
L'ulteriore organizzazione dello spazio è confermata dalla destinazione univoca della zona
ad est del principale asse mare-entroterra per funzioni pubblico-sacrali e dalla mancanza
di sepolture, sia entro la linea delle mura sia in area circostante le prime abitazioni. Non è
che una conferma della legge che regolava i rapporti di netta differenziazione areale tra i
vivi e i morti, riservando a questi ultimi uno spazio esterno, sia topograficamente compatto
sia di contorno delle viabilità in uscita dal centro urbano. Infatti, in caso di nuova
espansione urbana, la sovrapposizione dell'abitato alle primitive aree sepolcrali vede
preliminari opere di bonifica, a volte tradotte anche in operazioni generali di livellamento
(ad Acradina per la Siracusa timoleontea), a volte invece in interventi mirati (come sembra
essere il caso a Taranto, benché non ancora chiarito definitivamente). Riguardo al rapporto
tra sacro e politico nell'area pubblica, la città coloniale di Metaponto offre l'esempio di una
più precisa specializzazione areale, riservando un settore al santuario urbano e uno
all'agorà attraverso una linea di separazione concretizzata da cippi nel IV sec. a.C. Uno
stesso concetto, ma in ambito microasiatico, vede a Priene, nella realizzazione del
programma edilizio datato dal passaggio di Alessandro Magno, la costruzione di un'area
pubblica nettamente separata dal contiguo santuario di ZeusOlympios. Tuttavia già nel VI
secolo a Metaponto nell'area dell'agorà una zona particolare veniva riservata da cippi
epigrafi al principale edificio connotante le funzioni della collettività, l'ekklesiasterion, che
pur con varianti strutturali è sempre stato presente nella vita della città. Agli elementi
tradizionali (prytaneion, bouleuterion, tribunale, zecca, sacello alla divinità o all'ecista)
Aristotele (Pol., VII, 11, 1331a) suggerisce di associare il ginnasio, che in effetti dal IV
secolo raggiunge una posizione intraurbana (Smirne, Nisa, Assos, Colofone) e comunque
pianificata (Mileto, Priene, Megalopoli) all'interno della maglia della città, in virtù della
accresciuta importanza rivolta all'educazione in tutti i suoi aspetti. La crescita edilizia del
ginnasio in età ellenistica è il riflesso di un nuovo modo di considerare la sua funzione: non
solo luogo di formazione della classe dirigente, ma sede di istituzioni civiche, quale anche
quella giudiziaria del tribunale, che in associazione ad una posizione centrale fanno del
ginnasio l'equivalente dell'agorà e quindi del foro (Alessandria in Egitto, Nicea in Bitinia). È
senza dubbio la funzionalità dell'impianto ortogonale programmato a diffondere nelle nuove
città la definizione regolare dello spazio pubblico e ad indurre i vecchi impianti con sistemi
urbani ad impostazione evolutiva come Atene, Corinto, Colofone, Taso, ad un
aggiornamento coinvolgente settori più o meno ampi. Le nuove conquiste, sia politiche sia
economiche, permettono di rifiutare i compromessi funzionali caratteristici delle prime
fondazioni urbane e, ribadendo la specializzazione delle funzioni, introducono la
differenziazione delle attività commerciali e politico-giudiziarie in una duplicazione di aree
possibilmente contigue. Olinto, Morgantina, Napoli attuano nel corso del V sec. a.C. le
soluzioni che saranno tipiche delle città ellenistiche sorte su siti morfologicamente
articolati: la distribuzione delle agorài a destinazione specifica su diversi livelli; Mileto e il
Pireo sono legate all'ovvia diversificazione dei punti ottimali di convergenza dei sistemi di
scambio dei prodotti e delle riunioni dei cittadini in un organismo urbano che si apre
sempre più all'esterno con strutture recettive portuali di immagazzinaggio e vendita,
mentre si isola nell'espletamento delle funzioni civiche attraverso le quinte architettoniche
dei monumenti pubblici. Si tratta dell'agorà definita "ionica" da Pausania (VI, 24, 2),
imbrigliata dalla maglia urbana, geometrizzata secondo multipli del modulo insulare;
all'accostamento parattatico di edifici autonomi si sostituisce la continuità di facciata sino
alla realizzazione dell'agorà di Magnesia al Meandro, ove alla fine del III sec. a.C.
Hermogenes traduce le esperienze costruttive dei peristili dei grandi palazzi, riflesse anche
in centri come Efeso o Messene. In queste città appare superato il rapporto diretto con la
viabilità quale si verificava ad esempio a Priene, in cui l'asse mediano alla città da est ad
ovest definisce il lato settentrionale della piazza e la separa dalla Stoà Sacra. Il legame
spazio pubblico-rete viaria in quei centri è ora denunciato soltanto dall'eventuale
interruzione nelle stoài, enfatizzata poi in età romana dalla monumentalità dei propyla. Ma
la dislocazione dello spazio pubblico è direttamente dipendente dall'obiettivo vocazionale
del centro e dunque nelle città carovaniere generalmente per le aree commerciali verrà
privilegiato il settore paramuraneo per creare un'area di contatto più immediata con il
traffico mercantile (Gerasa, Damasco, Palmira); comunque in seguito l'indispensabile
attraversamento urbano vedrà determinare un progressivo trasferimento delle attività di
scambio lungo le principali sedi stradali. Le vie colonnate, i cui primi esempi sono oggi
datati su base archeologica al II-I sec. a.C., anche se la loro affermazione si nota almeno un
secolo dopo, codificano la loro trasformazione in assi attrezzati che arrivano a sostituire
l'agorà nelle sue funzioni. Diverso è il caso di Dura-Europos, che mostra il profondo
coinvolgimento urbano all'interno dei circuiti commerciali nei dati programmatici
dell'agorà: posizione centrale, superficie corrispondente a otto isolati, principale asse di
attraversamento urbano tangente ad uno dei suoi lati. Il mancato completamento edilizio
dovuto a difficoltà finanziarie dei Seleucidi favorirà la saturazione dell'area con le strutture
del sūq partico, che ne confermeranno in tal modo la valenza topografica in rapporto alla
viabilità intra- ed extramuranea. La progressiva vanificazione delle attività democratiche
conduce l'area civica, particolarmente in età ellenistica, ad assumere una valenza
soprattutto culturale, anche in conseguenza della diffusione degli stimoli evergetici artistici
e letterari; si assiste dunque all'inserimento nel quadro urbano di edifici rappresentativi
delle funzioni intellettuali: biblioteche, accademie, musei si affiancano alle più tradizionali
strutture dei ginnasi e dei teatri. Questi ultimi, presenti sulla scena urbana con strutture
precarie sin dal VI sec. a.C., vengono fissati tipologicamente nel corso del IV.
Confermandosi impositivo il rapporto del teatro con l'edificio sacro, il tentativo di associarlo
all'agorà spesso fallisce a causa della sua dipendenza da un fianco collinare al quale si adatta
la cavea e certamente il binomio risulta più frequente in quei centri che, edificati su
morfologie variamente articolate, attuano soluzioni terrazzate per l'impianto (Kremna,
Sagalasso, Termesso). Inoltre nelle città ellenistiche il teatro trova nella volontà di
composizione architettonica con il terreno l'elemento di valorizzazione che lo rende talvolta
il fulcro urbanistico di un settore areale (Pergamo, Aigai). Risulta tuttavia emergente
anche nel tessuto connettivo omogeneo delle città classiche, pur se inserito nei quadri del
piano urbano (Priene). Più strettamente intrecciata al tessuto abitativo, la rete viaria si
rivela nel corso del tempo ovviamente adeguabile alla fruizione degli spazi privati,
avvertibile talvolta anche solo a livello di ambitus nelle lunghe strigae delle città di
fondazione. Elementi di mediazione dunque tra lo schema progettuale e il piano attuativo,
nella definizione dei moduli insulari gli assi viari si configurano come la variabile che
permette una sempre migliore disposizione delle case all'interno dell'isolato. Riguardo alle
caratteristiche tecniche iniziali delle strade, è bene dire che si limitano alle dimensioni quasi
sempre diversificate in funzione del loro peso nel piano urbano: dalle grandi plateiai dei
centri coloniali d'Occidente che raggiungono anche i 30 m circa, come la principale a Thurii,
agli stenopoi con variabili da 3 a 6 m, con una media che nelle città greche si attesta tra i 4
e 4,5 m in età classica, per spostarsi su ampiezze maggiori nel periodo ellenistico.
Bibliografia
R. Martin, L'espace civique, religieux et profane dans les cités grecques de l'archaïsme à
l'époque hellénistique, Rome 1983, pp. 9-41; W. Höpfner - E.L. Schwandner, Haus und
Stadt im klassischen Griechenland, I, München 1986; W. Höpfner, Bauten und Bedeutung
des Hermogenes, in Hermogenes und die hochellenistische Architektur, Mainz a. Rh. 1990,
pp. 1-34; P. Sommella, Ippodamo di Mileto e l'urbanistica delle città greche in Sicilia, in G.
Rizza (ed.), Sicilia e Anatolia dalla preistoria all'età ellenistica, Catania 1991, pp. 79-88; P.
Pensabene, Il ruolo urbanistico delle vie colonnate nell'impianto delle città egiziane di età
imperiale, in N. Bonacasa (ed.), L'Egitto in Italia. Atti del III Convegno Internazionale
Italo-Egiziano (Roma 1991), Roma 1995, pp. 325-58; A. Di Vita, Urbanistica della Sicilia
greca, in I Greci in Occidente (Catalogo della mostra), Milano 1996, pp. 263-308; D.
Mertens - E. Greco, Urbanistica della Magna Grecia, ibid., pp. 243-62.
I SISTEMI DI DIFESA E DELIMITAZIONE DEI CENTRI URBANI
di Luigi Caliò
Dopo la caduta dei regni micenei la costruzione di fortificazioni urbane diminuisce
sensibilmente; tuttavia per il IX e l'VIII sec. a.C. possiamo trovare siti fortificati sulle coste
dell'Asia Minore e nelle isole dell'Egeo. Queste fortificazioni costruite ex novo non sorgono
su resti dell'età del Bronzo e sono generalmente utilizzate per un periodo relativamente
breve; si tratta con tutta probabilità di sistemi di difesa legati a pericoli contingenti. Le
fortificazioni urbane sono comuni fin dal periodo arcaico nelle colonie occidentali.
Fortificazioni in mattoni rinvenute sulla collina di Policoro (Siris), si datano alla metà del
VII sec. a.C. e la loro tecnica di costruzione si confronta con quella di Smirne. A Lentinoi la
prima fase della cinta in pietra tagliata si data nella prima metà del VII secolo e la seconda
fase è del 600 a.C. circa. In Grecia nel periodo arcaico le nuove fortificazioni sono costruite
a partire dal 700 a.C., ma nella maggior parte dei casi difendevano la sola acropoli. Città
importanti come Atene alla fine del periodo arcaico non possedevano ancora una cinta
muraria. In alcuni casi la linea difensiva dei centri urbani fuori dalle acropoli è ancora
costituita dai muri delle case più esterne secondo una pratica che continua in periodo
classico ed oltre. Nel periodo arcaico le cinte murarie consistono essenzialmente in una
semplice barriera verticale in cui la parte più difesa sono le entrate e il loro scopo è
essenzialmente quello di contrastare un attacco frontale. Il disegno delle mura, per il quale
ha grande importanza l'orografia, deriva ancora in gran parte dalle fortificazioni dell'età del
Bronzo, anche se ci sono alcune innovazioni, come l'uso di costruire in mattoni su uno
zoccolo in pietra, mutuate soprattutto dall'Oriente. Le Cicladi, per la loro maggiore
esposizione ai pericoli, iniziano ad avere città, come Taso, fornite di un circuito completo già
alla fine del periodo arcaico. A partire dall'inizio del V sec. a.C. si trovano diverse
innovazioni importanti, tra le quali, su influsso asiatico, la presenza di torri rettangolari ad
intervalli lungo il circuito murario; le fortificazioni iniziano a comprendere tutto lo spazio
urbano e in alcuni casi anche una porzione di spazio non abitato. La prima metà del secolo
vede anche lo sviluppo di una nuova tipologia difensiva: le Lunghe Mura, che
permettevano di mantenere i collegamenti tra la città e il suo porto, così da rendere la città
stessa indipendente dal suo territorio e permetterle di affrontare anche un lungo assedio.
In questo periodo il complesso di fortificazioni urbane più significativo è quello di Atene. La
cinta muraria di Atene è costruita tra il 479 e il 459 a.C., anno in cui vennero terminate le
Lunghe Mura e le fortificazioni del porto. La porta della Collina delle Muse e la porta del
Dipylon hanno una pianta a tenaglia a bracci paralleli che corrono all'interno della cinta
muraria; questo è un sistema che permette di controllare un passaggio relativamente
ampio, tanto da non impedire il transito in periodo di pace. Lunghe mura sono state
costruite anche a Megara, a Patrasso, ad Argo, a Corinto. Alla fine del V secolo si assiste ad
un rinnovamento della tecnica dell'assedio soprattutto ad opera di Dionisio di Siracusa che
curò in modo particolare le difese della città, fortificando l'altopiano delle Epipole con un
muro, nel quale si apre una porta a tenaglia, e con il castello Eurialo. Si tratta di uno degli
esempi più antichi di introduzione di un circuito murario che ingloba anche una zona non
abitata. Questa nuova tecnica è utilizzata spesso nelle cinte costruite durante il IV sec. a.C.;
le nuove impostazioni sono applicate soprattutto dai Tebani dopo la battaglia di Leuttra
(371 a.C.) nelle fondazioni di Messene e Megalopoli e nella ricostruzione di Mantinea, ma
sono presenti anche in Asia con la costruzione delle mura di Alicarnasso, di Alessandria in
Troade, di Eraclea sul Latmo, Seleucia Pieria ed Efeso. Alla fine del IV secolo le opere di
difesa si adeguano alle innovazioni delle tecniche di assedio, con la costruzione di torri
coperte, ma anche con la creazione di posterule per poter contrattaccare tramite sortite;
tuttavia alla fine del IV secolo la gran parte delle fortificazioni urbane erano generalmente
obsolete e non riuscivano a contrastare le nuove tattiche di assedio. In questo periodo solo
Rodi riesce a difendersi efficacemente da un esercito moderno e organizzato come quello di
Demetrio Poliorcete. La crisi demografica ed economica con cui si apre il III secolo non
rende più disponibili grandi risorse umane e finanziarie per la guerra. La mancanza di forze
militari adeguate rendeva probabilmente inutili i grandi circuiti murari del secolo
precedente, che vengono ridotti per mezzo di diatechismata, come quello di Eraclea sul
Latmo, che riduce il circuito da 6,5 a 4,5 km. La costruzione di questi diatechismata è
attestata archeologicamente, come a Stratos o ad Assos, ma anche epigraficamente, come
ad Atene o a Trezene. Gli stessi assedianti non fanno più uso delle enormi macchine
progettate tra la fine del IV secolo e l'inizio del III. Le nuove tattiche si basano sulla
generale debolezza numerica dei difensori e sulla concentrazione dell'attacco nel punto più
debole della cinta. Le nuove costruzioni murarie si adeguano alla diversa situazione e
cercano tecniche costruttive più economiche. I problemi difensivi riguardavano in
particolare la scarsezza delle guarnigioni, per cui bisognava trovare il sistema di spostare
quanto più rapidamente possibile i soldati da un punto all'altro delle mura. Le mura
vengono quindi costruite con un tracciato il più stretto possibile e, in alcuni casi, lungo linee
rette, come a Side o a Perge. Hanno i camminamenti disposti su più piani, sorretti da archi
(Rodi, Perge) o da mensole (Side), per facilitare lo spostamento di truppe e permettere di
concentrare la difesa in un solo punto. La presenza di più livelli rendeva inoltre più difficile
la scalata delle mura da parte degli assedianti. Spariscono le posterule perché la scarsezza
di uomini non permetteva di azzardare sortite. Nelle torri e a livello del terreno lungo i
tratti murari potevano trovare posto elementi di artiglieria; in particolare le torri
diventano soprattutto poligonali o circolari. La mancanza di difesa attiva da parte degli
assediati favorisce lo sviluppo dei fossati, mentre le porte sviluppano complessi sistemi di
difesa, con corte interna.
Bibliografia
F.E. Winter, Greek Fortifications, Toronto 1971; Y. Garlan, La guerre dans l'antiquité,
Paris 1972; Id., Recherches de poliorchétique grecque, Paris 1974; P. Duney, Warfare in
Ancient Greece, New York 1981; J.-P. Adam, L'architecture militaire grecque, Paris 1982;
P. Leriche - H. Tréziny (edd.), La fortification dans l'histoire du monde grecque, Paris
1986; L. Karlsson, Fortification Towers and Masonry Tecnique in the Hegemony of
Siracuse, 405 - 211 B.C., Stockholm 1992; M.M. Siege, Warfare in Ancient Greece. A
Sourcebook, London - New York 1996.