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Mircea Eliade

Il mito dell'alchimia
seguito da

L'alchimia asiatica
Postfazione di Guido Brivio

Bollati Boringhten
Prima edizione giugno 2oo i

© 2oo ~ Bollati Boringhieri editore s.r.l., Torino, corso Vittorio Emanuele II, 86
I diritti di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento to-
tale o parziale con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie foto-
statiche) sono riservati
Stampato in Italia dalla Stampatre di Torino
ISBN 88-339-1309-O

Traduzione e note integrative di Guido Brivio

Schema grafico della copertina di Pierluigi Cerri

Stampato su carta Palatina delle Cartiere Miliani Fabriano


Il mito dell'alchimia
TheMyth of Alchemy, in «Parabola», 3, 3, r978, PP. 7-23, poi in
Mircea Eliade, «Cahiers de l'Herne», 33, I978, pp. I57-67, nella tra-
duzione francese di Ilena Tacu con il titolo Le mythe de l'alchimie.
Il fatto di aver potuto ristabilire il senso e i fini origi-
nari dell'alchimia è soprattutto un merito della perspica-
cia della storiografia contemporanea. Fino a non molto
tempo fa, l'alchimia veniva ancora considerata come una
protochimica, vale a dire come una disciplina ingenua,
prescientifica o, all'opposto, come una congerie di scioc-
che superstizioni prive del ben che minimo rapporto con
la cultura.
I primi storici delle scienze cercavano nei testi alche-
mici le osservazioni di fenomeni chimici o le scoperte che
avrebbero potuto esservi contenute. Ma un simile atteg-
giamento equivarrebbe a mettersi a giudicare e a classifi-
care le grandi opere poetiche secondo i criteri della loro
verosimiglianza storica« i loro precetti morali o le loro im-
plicazioni filosofiche. E indubbio che gli alchimisti con-
tribuirono di fatto al progresso delle scienze naturali, ma
ciò accadde indirettamente - e solo come una conseguen-
za del loro interesse per le sostanze minerali e la materia
vivente - dal momento che essi erano degli « sperimenta-
tori», e non dei pensatori astratti o dei letterati eruditi.
E tuttavia il loro interesse per la « sperimentazione» non
si limitava all'ambito propriamente naturale. Come ho
IL MITO DELL'ALCHIMIA

già tentato di dimostrare nel mio Forgerons et alchimistes,~


gli esperimenti che gli alchimisti conducevano sulle so-
stanze minerali o vegetali avrebbero avuto un fine ben
più ambizioso: modificare la natura del loro stesso essere.
Il recente mutamento di prospettiva storiografica co-
stituisce di per se stesso un evento culturale ricco di si-
gnificato; tuttavia considerazioni di questo genere ci
condurrebbero troppo lontano. Basti dire che si può
scorgere questo nuovo modello di indagine storiografica
- per citare solo qualche nome - nelle ricerche di Joseph
Needham e di Nathan Sivin sull'alchimia cinese;2 in
quelle di Paul Kraus e di Henry Corbin sull'alchimia isla-
mica,» nelle indagini di H.T. Shepard sull'alchimia elle-
nistica4 e di Walter Pagel e Allen G. Debus sul Rinasci-
mento e le epoche successive.5 Aggiungerei anche qual-

' M. Eliade, Forgerons et alchimistes, Paris 1956, nuova ed. riv. ampi.
1977 [trad. it. Arti delmetallo e alchimia, Torino 198o, 2' ed. I987]. Si ve-
da anche Id., The Forge and the Crucibte: A Postscript, in «History of Reli-
gions», 8, 1968, pp. 74-88.
2 j. Needham, Science and Civilization in China, Cambridge 1954-74,
voll. 2 e 5, t. 2 [trad. it. Scienza e civiltà in Cina, Torino 1983, vol. 2];
N. Sivin, Chinese Alchemy: Preliminary Studies, Cambridge (Mass.) 1968,
cfr. la recensione di M. Eliade in «History of Religions», i o, i 97o, PP.
178-82.
P. Kraus, ]~bir ibn 'Hayydn: Contributions à l'histoire des idée« scienti-
fiquex dans l'Islam, «Mémoires de l'Institut d'Égypte», XLIV-XLV, Le Caire
1942-43; H. Corbin, Le «Lívre du Glorieux» de ]~bir ibn 'Hayy~n: Alchi-
mie etarchétypes, in «Eranos-Jarbuch», 18, I95O, pp. 47-114; Id., En Islam
iranien, Paris 1971-72, vol. 4, cfr. indice s.v. «alchimie», «alchimique».
4 Cfr., tra i numerosi articoli di Shepard, Gnosticism and Alchemy, in
«Ambix», 6, 1957, pp. 86« o i; The Redemption Theme and Hellenixtic Alche-
my, ivi, 7, 1959, PP. 42-76; The Ouroboros and the Unity of Matter in Al-
chemy: A Study in Origins, ivi, io, 1962, pp. 93-96.
» Tra i numerosi testi di Pagel, si vedano in particolare Pamcelsus: An
Introduction to Philo«ophicaI Medicine in the Era of the Renaissance, Basel-
New York 1958 [trad. it. Pamcelso: Un'introduzione alla medicina filosofica
nell'età del Rinascimento, Milano 1989]; Das medizinische Weltbild des
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che altra opera promettente uscita di recente, come quel-


la su John Dee6 ecc.
Per riuscire a situare in modo più corretto l'alchimia
nel suo contesto originario, occorre tener presente que-
sto fatto: in tutte le culture in cui l'alchimia è presente,
essa risulta sempre intimamente legata a una tradizione
esoterica o mistica - in Cina, il taoismo; in India, lo yoga
e il tantrismo; nell'Egitto del periodo eUenistico, Ia gno-
si; nei paesi islamici, le scuole mistiche esoteriche ed er-
metiche; in Occidente, nel corso del Medioevo e del Ri-
nascimento, l'ermetismo, il misticismo cristiano e setta-
rio, la qabbalà. In definitiva, tutti gli alchimisti dichiara-
no che la loro Arte è una pratica esoterica che persegue
scopi analoghi o affini a quelli delle grandi tradizioni eso-
teriche e mistiche.
Prenderemo in esame più avanti alcune pratiche alche-
miche nei loro caratteri specifici. Per il momento, ciò che
ci preme sottolineare è l'importanza del segreto, cioè della
trasmissione esoterica delle dottrine e delle tecniche alche-
miche. Il più antico testo ellenistico, il Physikd kaì mystikd
- risalente probabilmente al n secolo d. C. - narra come
questo libro stesso fu rinvenuto, dopo esser rimasto nasco-
sto all'interno della colonna di un tempio egizio. Nel pro-
logo di un trattato alchemico indiano classico, il Ras~ma-
va,7 la dea domanda a Siva il segreto per divenire un fivan-

ParaceIsus, seine Zusammenhiinge mit Neuplatonismus und Gnosis, Wiesba-


den 1962. Di Debus si vedano The English Paracelsians, London 1965; The
ChemicaI Dream of the Renaissance, Cambridge I968; Alch'emy and the
Historian of Science, in «Hístory of Science», 6, x976, pP. I28-38; The
Chemical Philosophers: ChemicaI Medicine from Paracelsus to van Helmont,
ivi, i2, x974, pp. 235-59.
6 [p. French, John Dee, London 1972].
7 [«L'oceano del rasa». Il termine rasa è usato in sanscrito per designare
qualsiasi liquido; significa in particolare «linfa», «succo», «nettare», ma
IL MITO DELL'ALCHIMIA

mukta, cioè un «liberato in vita». E Siva risponde che


questo segreto è assai poco noto, anche fra gli dèi stessi.
Anche il più celebre alchimista cinese, Ge Hong8 (26o-
34o) insiste sull'importanza del segreto, affermando: « Le
ricette efficaci sono coperte da segreto [...] Le sostanze a
cui si fa riferimento sono comuni, ma non è possibile iden-
tificarle se non si è a conoscenza del codice in cui vengono
espresse ».9 L'intenzionale oscurità dei testi alchemici, che
li rende incomprensibili al non iniziato, diviene pressoché
un luogo comune nella letteratura occidentale postrinasci-
mentale. Un autore citato nel Rosarium philosophorum'o
afferma: « Solo colui che sa come ottenere la Pietra Filoso-
fale comprende le parole che la riguardano>>.11 E il Rosa-
rium premunisce il lettore che simili questioni devono es-
sere tramandate «in forma mistica», cost come la poesia fa

si riferisce anche ai fluidi del corpo, e in particolare allo sperma, tra cui lo
«sperma di Siva» (harabija), cioè il «mercurio». Rasa è termine che appar-
tiene anche alla sfera dell'esperienza estetica e assume in tal caso il signifi-
cato di «sapore», «emozione».]
s [Ge Hong - vissuto probabilmente fra il 28o e il 34o circa d. C. (data-
zione considerata oggi più attendibile di quella accolta da Eliade) - è forse il
più celebre alchimista cinese. Egli tuttavia, più che un alchimista, è da con-
siderarsi un « cercatore di immortalità » nel senso tipico della tradizione taoi-
sta della dinastia Han, per cui l'alchimia non costituisce l'orizzonte supre-
mo né l'unico mezzo - sebbene il più importante - per divenire un «immor-
tale».]
9 Ge Hong, Baopu zi, cap. x6, trad. di Lu-Chiang Wu e T.L. Davis, Ko
Hung Oh the Yellow and the White, in «Proceedings of the American Aca-
demy of Arts and Science», 7o, ~ 935, PP. 221-84, in particolare pp. 26»63.
~o [Nome attribuito a vari testi di alchimia che fa riferimento alla sim-
bologia alchemica della rosa. Il più antico e celebrato di questi testi è quel-
lo attribuito ad Arnaldo da Villanova, medico catalano di grande notorietà
nella seconda metà del xIv secolo, nato tra il x 235 e il 1248 e vissuto in va-
rie corti d'Europa: nel x285 presso Pedro III d'Aragona, nel I3o8 con papa
Clemente V ad Avignone, nel I3o9 alla corte di Roberto a Napoli, dove
scrisse le sue opere alchemiche; peri in un naufragio nel 131 i« 2.]
~~ Cfr. Eliade, Forgerons etalchimistes cit., p. i4o [trad. it., p. I45].
IL MITO DELL~ALCHIMIA 13

uso di racconti e parabole. In sostanza, ci troviamo di fron-


te a un vero e proprio «linguaggio segreto ». Secondo alcu-
ni autori, esisteva addirittura un «giuramento di non di-
vulgare il segreto nei libri», x2
Ora, come è noto, il segreto era la regola generale di
quasi tutte le scienze e le tecniche ai loro primordi: la ce-
ramica, le arti dei minatori e del metallo, la medicina e la
matematica. Disponiamo di una ricca documentazione
sulla trasmissione segreta dei metodi, degli strumenti e
delle ricette in Cina e in India, nell'antico Vicino Orien-
te e in Grecia. E anche in tempi ben più recenti, un auto-
re come Galeno premunisce un suo discepolo che la
scienza medica che egli insegna dev'essere ricevuta come
l'iniziato riceveva la teleté nei misteri eleusini." Di fatto,
nel momento in cui si svelavano a qualcuno i segreti di un
mestiere, di una tecnica o di una scienza, lo si sottopone-
va a un'iniziazione. Tuttavia, per l'alchimia orientale o
per quella occidentale, la rivelazione dei segreti faceva
parte integrante di uno sfondo mitico più vasto, che si
può tentare di descrivere nel modo che segue. All'origine
dei tempi, tali segreti vennero rivelati ad alcuni perso-
naggi leggendari - ma in seguito furono posti sotto sigil-
lo, e dunque gelosamente custoditi. Questo lungo perio-
do di occultamento ha però di recente avuto termine; è
cost di nuovo possibile aver accesso alla rivelazione origi-
naria - ma, ben inteso, tale rivelazione può essere condi-
visa solo da alcuni discepoli eletti, e dopo aver subito una
speciale iniziazione.
Il tema mitologico della rivelazione primigenia, nasco-
sta da tempi immemorabili e da poco svelata o riscoper-
~2 Zadith Senior, cfr. Eliade, Forgerons et alchimistes cit., p. 140 [trad.
it., p. I5~].
~3 Cfr. Galeno, De usu partium, vn, 14.
IL MITO DELL'ALCHIMIA

ta, ebbe un grande sviluppo nel corso degli ultimi quat-


tro secoli della nostra era. E questo un tema che si ritro-
va con facilità in India come nel Vicino Oriente, in Egit-
to e nelle regioni mediterranee. Tutta una «letteratura
deUa rivelazione» comincia a svilupparsi in epoca eUeni-
stica - e già in realtà a partire dal discepolo di Platone,
Eraclide Pontico (390-3 io a. C.) - fino agli innumerevo-
li libri oracolari, alle opere apocalittiche e pseudo-epigra-
fiche ebraiche e al Corpus Hermeticum.~4
I segreti che vengono rivelati in questi scritti possono
trovarsi in relazione con eventi imminenti e decisivi del-
la storia - come nel caso delle opere oracolari o apocalit-
tiche - oppure sostenere di rivelare i mezzi per consegui-
re la perfezione, la saggezza, la salvezza o addirittura
l'immortalità.
La letteratura alchemica appartiene a questa seconda
categoria. Gli scritti degli alchimisti cinesi, indiani, isla-
mici ed europei fanno riferimento a metodi, esperimenti
e ricette che sono capaci di assicurare all'individuo la
guarigione e perciò il prolungamento indefinito della vi-
ta umana - ma anche di rendere perfetti i metalli vili, ov-
vero di trasmutarli in oro alchemico - o addirittura di
concedere all'uomo l'immortalità. È un tratto caratteri-
stico che il compimento dell'opera alchemica non aboli-
sca l'obbligo al segreto e all'occultamento. Secondo Ge
Hong,15 gli adepti che riescono a ottenere l'Elixir e che
divengono immortali (xian) continuano a vagare per il
mondo celando la loro condizione di immortalità e non
possono essere riconosciuti se non da qualche alchimista
14 Cfr. i testi citati e analizzati da M. Hengel, Judaism and Hellenism,
Philadelphia I974, vol. i, pp. 2i 1-43; voi. 2, pp. i39-64.
15 Ge Hong, Baopu zi, cap. 3, trad. di E. Feifel, in «Monumenta seri-
ca», 6, 194i, pp. r I3_:,TI' in particolare pp. I82-83.
IL MITO DELL'ALCHIMIA I5

pari a loro. Allo stesso modo in India esiste un'immensa


letteratura, in sanscrito e nei vari idiomi, a proposito di
alcuni celebri siddba,16 cioè yogin alchimisti in grado di vi-
vere per secoli che raramente si rivelano,x7 Ed è la stessa
credenza che troviamo diffusa nell'Europa centrale e occi-
dentale: si riteneva che alcuni ermetisti e alchimisti potes-
sero vivere per un tempo indefinito senza che i loro con-
temporanei fossero in grado di riconoscerli - come fu il ca-
so di Nicolas Flamel~8 e di sua moglie Pernelle. Nel xva se-
colo si era diffuso lo stesso mito a proposito dei Rosacro-
ce; e nel secolo successivo, a un livello più popolare, nei
confronti del misterioso conte di Saint-Germain.
Questo sfondo mitico - la rivelazione riscoperta dopo
un lungo periodo di oscurità attualmente in possesso di al-
cuni iniziati che si sono impegnati a mantenere il segreto
sul loro operare - si rivela di una straordinaria importanza
per la comprensione dell'alchimia. Le fasi dell'opus alche-
mico costituiscono un'iniziazione - e cioè una serie parti-
colare di esperienze aventi come fine la trasformazione ra-
dicale della condizione umana. L'iniziato che ha consegui-

~6 [«Persona realizzata» o «resa perfetta». Nel sud dell'India i «perfet-


ti» erano i maestri di arti occulte, di yoga e alchimia, noti, in lingua tami!,
come cittar, «maestri dei poteri» - cioè coloro che avevano conseguito le
siddhi, i «poteri», appunto, o «attingimenti».]
~7 Cfr. M. Eliade, Yoga: Immortality and Freedom, New York 1958,
Pp. 296-97 -- Le Yoga: Immortalité et liberté, Paris T954, 2a ed. I975, PP.
299-3oo [trad. it. Lo Yoga: Immortalità e libertà, Milano I973, 2a ed. I995,
pp. 283-84].
~s [Scrivano pubblico e copista (circa ~ 33o«418). Sotto questo nome si è
sviluppata, nel xvI e xvn secolo, una leggenda - originata dalla straordinaria
quanto misteriosa fortuna che il personaggio lasciò alla fine della propria vi-
ta e che fu spiegata con la sua scoperta deUa Pietra Filosofale - che ha fatto
di Flamel forse il più celebre degli alchimisti francesi. A1 suo nome sono
ascritte opere come Le livre desfigures hiéroglypiques (i6i 2) e il poemetto in
versi Le sommaire philosophique (156 i). L'edizione critica moderna delle sue
opere «autentiche» è N. Flamel, Ecrits alchimiques, Paris I993.]
mente il suo nuovo modo di essere in una profana, e
si vede costretto a impiegare un linguaggio segreto. D'al-
tronde, egli rifiuterà una longevità miracolosa, un'irnmor.
talità di tipo «terrestre», e altro ancora per le stesse ragioni
per cui il Buddha proibiva ai bhikkhu~9 di manifestare i loro
«poteri prodigiosi» (siddbi). Tali «poteri» infatti avrebbe-
ro potuto turbare gli ignoranti e sviare gli innocenti.20
Non intendo attardarmi qui a discutere le origini del-
l'alc~,2~ ma è evidente che i fini della ricerca alchemi-
ca- segnatamente la salute e la longevità, la trasmutazio-
ne dei metalli vili in oro, la fabbricazione dell'Elixir del-
l'immortalità - hanno alle proprie spalle una lunga prei-
storia in Oriente - e anche in Occidente. E d'altro canto
questa storia pregressa rivela sullo sfondo, in modo signi-
ficativo, una precisa struttura mitico-religiosa. In effetti,
non è difficile trovare numerosi miti che evochino una
sorgente, un albero, una pianta o una qualsiasi altra so-
stanza in grado dí assicurare longevità, ringiovanimento
o immortalità. Si possono ricordare il soma vedico,22
19 [Termine p~li. In sanscrito bhiksu, «persona che prende cibo come
elemosina», essendo la bhiksa il cibo élemosinato. Reso abitualmente con
«monaco», ovvero «questuante», colui che vive cioè elemosinando il cibo.]
20 Cfr. Eliade, Yoga: Immortality and Freedom cit., p. 179 = Le Yoga:
Immortalité et liberté cit., p. 184 [trad. it., p. 174].
21 Elíade, The Forge and the Crucible cit., pp. 77-78; Sivin, Cbinese Al-
chemy cit., pp. 22_23; R.P. Multhauf, The Origins of Chemistry, New York
I967, pp. 82-83; e soprattutto Needham, Science and CiviIization in China
cit., voi. 5, t. 2, pp. 14 sgg.
22 [«Spremuto», «succo». Pianta dotata di modesti poteri stupefacenti,
è stata, nel corso dei secoli, identificata con svariate specie botaniche. Pro-
babilmente è da annoverarsi tra le asclepiadacee, anche se spesso il termine
soma veniva a indicare, a volta a volta, le varie piante locali. È presentata,
tradizionalmente, come una pianta montana, dai cui gambi cola lattice.
Non sembra invece accettabile 1'"
ipotesi,
ca con il fungo allucinogeno Amanita forrnulata
muscaria, dalnel 1968, che
momento chelanei
identifi-
testi è
IL MITO DELL~ALCHIMIA Iy

l'haoma iranico,23 l'ambrosia greca, e la leggendaria cal-


daia celtica che custodisce il cibo d'immortalità;24 oppure
ancora la Fontana della Giovinezza, le erbe miracolose e i
frutti appesi a un albero difficile da raggiungere che pos-
sono donare l'eterna giovinezza. Ora, in tutte le tradizio-
ni alchemiche - e in special modo nell'alchimia cinese -
piante e frutti particolari svolgono un ruolo determinante
fatto esplicito riferimento a un vegetale dotato di foglie. Nel mondo vedi-
co, il soma è una bevanda sacra - cibo degli dèi - la cui preparazione e liba-
zione sul fuoco costituisce la parte fondamentale della liturgia.]
2» [Pianta di dubbia identificazione. Secondo la tradizione, l'haoma
cresce odoroso in alta montagna; nella preparazione, i suoi steli vengono
seccati e pestati in un mortaio rituale, quindi miscelati con acqua in modo
da produrreun succo verdastro che, filtrato, assume colorito giallastro e
gusto acre. E descritto nelle fonti antiche come un arbusto somigliante al-
l'erica e con foglie simili a quelle del gelsomino; corrisponderebbe all'amo-
muro dei latini e all'am~tuon dei greci. E stato modernamente identificato
con l'Asclepias acida o Cynan¢hum viminale. L'offerta di haoma è il centro
del sacrificio mazdeo come il soma è il centro di quello vedico. Nell'H6m
Ya~t, una sezione dell'Avesta, si parla a più riprese del «santo haoma, che
allontana la morte». Cfr. D. Chioli, Ilsanto «haoma» che allontana la mor-
te, in «Bollettino d'informazione della Società italiana per lo studio degli
stati di coscienza», 2, I998, pp. I2-I6.]
24 [La caldaia d'immortalità è un tipico elemento mitico indoeuropeo.
Nella tradizione irlandese, il dio Dagda - «il Dio Buono» - è il possessore
della caldaia d'immortalità, che costituisce il suo stesso attributo. I defun-
ti, tuffati nella caldaia e cotti, ne resuscitano trasmutati, divenendo im-
mortali. Nel mito greco di Medea, si assiste a una pratica analoga in cui la
maga, dopo aver tagliato a pezzi una pecora, la cuoce in una caldaia magi-
ca, da cui l'animale risorge come agnello; Medea proporrà la stessa pratica
di immortalizzazione al re Pelia, salvo poi non risuscitarlo, permettendo
cos~ a Giasone di diventare re al suo posto. In India è nota la caldaia vedi-
ca, cara - nome che indica anche l'oblazione offerta nel sacrificio, bollita
con burro e latte. In essa la vittima viene bollita nel corso del sacrificio,
passata attraverso il fuoco - dunque modificata organicamente - e perciò
resa immortale. Quando, in epoche più recenti, partito per portare aiuto ai
crociati in terrasanta e colto da congestione nel corso della spedizione do-
po aver fatto il bagno in un fiume gelato, Federico Barbarossa mori, il suo
corpo fu bollito in una caldaia, le carni separate dalle ossa e conservate nel
miele, in un processo che è ancora debitore dell'idea arcaica d'immortaliz-
zazione attraverso il fuoco.]
18 IL MITO DELL'ALCHIMIA

nell'arte di prolungare la vita e riconquistare 1'eterna gio-


vinezza.
La continuità esistente fra uno schema mitico-rituale
arcaico e la ricerca alchemica ci viene illustrata in modo
ancora più evidente nella reinterpretazione e nell'adatta-
mento della ben nota cerimonia del ritorno simbolico al-
le origini. NeU'India antica, l'archetipo del rituale inizia-
tico (diksd)2~ ripete in dettaglio il regressus ad uterum" l'in-
dividuo viene rinchiuso in una capanna che rappresenta
simbolicamente la matrice, mentre egli diviene l'embrio-
ne. Quando esce dalla capanna, l'uomo è simile all'em-
brione che esce dall'utero e viene proclamato «nato nel
mondo degli dèi».26 Ed è significativo il fattoche Ca-
raka27 - il più grande esperto di medicina indiana - rac-
comandi una terapia analoga per guarire le malattie, e in
particolar modo per ridare giovinezza ai vegliardi. In
questa terapia il malato viene racchiuso in una stanza
buia dove subisce un regressus ad uterum. A questo tratta-
mento fu sottoposto, nel gennaio-febbraio del ~ 938, il

25 [«Apparato per cerimonia religiosa», «iniziazione» che conduce l'ini-


ziando dalla sfera profana al mondo del sacro.]
26 Cff. M. Eliade, Initiation, rites, sociétés secrètes, naissances mystiques:
Essai sur quelques types d'initiation, Paris 1976, pp. 118_19, nuova ed. di
Naissances mystiques: Essai sur quelques types d'initiation, Paris 1959. [In In-
dia ii sacrificante vedico, nei tre giorni precedenti il sacrificio, deve dormire
per tre notti con la propria sposa, stretto tra le sue cosce, senza giacere con
lei. Egli è ricoperto di una pelle di antilope nera, simboleggiante la membra-
na fetale, e deve dormire con i pugni chiusi, come i neonati. Si trova, insie-
me alla sua sposa, in una capanna che rappresenta l'utero. Cosi si realizza la
sua rinascita. Ad essa seguirà il sacrificio che lo renderà immortale. ]
27 [Uno dei più celebri autori medici indiani, vissuto probabilmente nel
I-II secolo d. C. La sua opera, intitolata Carakasambitf~, è alla base del ca-
none medico indiano, l'Ayurveda. Il nome Caral~a significa « Wanderer»,
«vagabondo», «asceta errante», poiché, secondo la leggenda, egli vagò per
il mondo intero nell'intento di conoscere tutte le malattie che affliggevano
l'umanità.]
IL MITO DELL'ALCHIMIA 19

pa.n.dit Mandan Mohan Mahaniya. La stampa indiana ri-


ferisce che quando il pan.dit usct dalla stanza aveva l'a-
spetto di un uomo di sessant'anni. Una parte del canone
Ayurveda,28 specificamente dedicata al ringiovanimento,
porta il titolo di Ras~yana - alla lettera «la via della linfa
vitale».29 Ora, il termine ras~yana è giunto in seguito a in-
dicare l'alchimia stessa, e la parola rasa verrà utilizzata
più tardi nel senso di « mercurio». A1 BirfinP° si ingannò
a questo proposito nella sua interpretazione dell'«oro»
alchemico. In tal modo un rito di iniziazione - il compi-
mento di un ritorno simbolico all'interno della matrice,
seguito da una rinascita a un più alto grado di spiritualità -
trova, nell'ambito del sistema medico tradizionale india-
no, un'integrazione come tecnica specifica funzionale al
ringiovanimento. Ed è proprio questa tecnica che assu-
merà, nel suo impiego successivo, il senso di « alchimia ».
Il regressus ad uterum è un fenomeno che risulta implici-
28 [«Scienza della vita», «Scienza della medicina»; il termine dyus si-
gnifica anche «salute» e «longevità». Ayurveda è il nome, in India, della
scienza medica tradizionale, così come è stata codificata ed esposta nei
principali trattati antichi di medicina, databili approssimativamente dal rr
al vn secolo d. C., ma spesso fatti risalire a epoche assai più remote.]
29 Cfr. A. Rosu, Considérations sur une technique du «rasdyana» ayurve-
dique, in «Indo-IranianJournal», r7, I975, pp. 1-29, in particolare pp. 4-5.
[Il termine può significare anche «la via del mercurio» o «il veicolo del mer-
curio». Il rasdyana è un preparato mercuriale - divenuto poi sinonimo del-
l'alchimia stessa - che, a quanto si riferisce, se ingerito provoca il ringiova-
nimento. Rasdyana è anche il nome di varie piante. Per il termine rasa cfr.
sopra, pp. II.2, nota 7.]
»o [Al Birfini (973-I o3o) fu autore di opere di straordinaria importanza
nel campo della matematica, dell'astronomia, della farmacologia, della sto-
ria, della cronologia e delle religioni comparate, note tanto in Oriente
quanto in Occidente. La sua opera sull'India - redatta a partire da fonti di
prima mano - costituisce la base di tutto ciò che verrà scritto in seguito, in
ambito islamico, sulle religioni e le filosofie indiane; particolare rilievo ha
il suo tentativo di coniugare la filosofia platonica alla sapienza indiana e al
sufisrno islamico. ]
IL MITO DELL'ALCHIMIA

to anche nella pratica taoista della «respirazione embrio.


nale». L'adepto cerca di imitare la respirazione a circuito
chiuso propria del feto. Una celebre sentenza taoista illu-
stra il fine da conseguire attraverso questa pratica yogica:
«Volgendosi al fondamento e ritornando all'origine si cac-
cia la vecchiezza e si ritorna allo stato di feto>>.»~ Un altro
testo taoista indica la stessa via nel modo seguente: «Ecco
perché il [Buddha] Ru lai [Tath~gata],»2 nella sua grande
misericordia, ha rivelato il metodo del lavoro [alchemico]
del fuoco e ha insegnato agli uomini a penetrare di nuovo
nella matrice, per ricreare lasua [vera] natura e [la pienezza
del] suo destino di vita»." E questo un tema che ricompa-
re frequentemente nell'alchimia occidentale. Tra i molti
esempi citati nel mio Forgerons et alchimistes, ricorderò
questa frase di Paracelso: «Colui che vuole entrare nel re-
gno di Dio deve anzitutto penetrare col proprio corpo al-
l'interno della propria madre e là morire». In un trattato
del xvm secolo si legge: «Poiché non posso raggiungere il
Regno Celeste se non nasco una seconda volta, desidero ri-
tornare in seno a mia madre, per essere rigenerato>>.»4 Tut-
»1 Taixi koujue («Formule orali per la respirazione embrionale»), citato
in Eliade, Forgerons etalchimistes cit., p. I29 [trad. it., p. Io9]. [Nonostan-
te le cautele necessarie per l'epoca, riferimento obbligato sul tema della re-
spirazione embrionale è Henri Maspero, Les procédés de « nourrir le principe
vital» dans la religion taoiste ancienne, in «Journal asiatique», 228, 1937, i,
pp. I77-252; 2, pp. 353-43o, ora in Id., Le Taoisme et les religions chinoises,
Paris T97I, pp. 497-54I (trad. it., Ilsoffio vivo: I procedimenti del«nutrire
il principio vitale» nella religione taoista antica, Milano 1985).]
»2 [Epiteti del Buddha. Il loro significato letterale è «il cosi venuto» o «il
cosi andato». Si tratta di formule impiegate per esprimere il carattere enig-
matico e assolutamente indicibile dell'uscita del Buddha dal samsdra - il ci-
clo delle rinascite - in quanto oltrepassamento completo dei lirniti dell'espe-
rienza.]
»3 Testo citato in Forgerons et alchimistes cit., p. 124 [trad. it., p. i o6].
~4 [Georg von Welling (alias Gregorius Anglus Sallwigt), Opus mago-
cabbalisticum et theosophicum, I719.] Testo citato in Forgerons et atchimi-
stes cit., p. x59 [trad. it., p. x 38].
IL MITO DELL'ALCHIMIA

ti questi simboli, questi rituali e queste tecniche pongono


l'accento su un'idea fondamentale: per ottenere il ringio-
vanimento o la longevità è necessario ritornare alle origini
e di là ricominciare la propria vita. Ma questa idea implica
la possibilità di abolire il tempo, cioè il passato- presup-
ponendo, per la precisione, un certo controllo sul flusso
temporale. Si può intravedere un'idea pressoché analoga
nelle credenze e nelle pratiche dei minatori e dei metallur-
ghi antichi: « Le sostanze minerali p~trtecipano della sacra-
lità della Madre Terra. Incontriamo prestissimo l'idea che
i minerali "crescono" nel ventre della Terra, esattamente
come gli embrioni. Le arti del metallo assumono cosi un ca-
rattere ostetrico. Il minatore e il metallurgo intervengono
nello sviluppo di questa embriologia sotterranea: precipi-
tano il ritmo di crescita dei minerali, collaborano aU'opera
della Natura, la aiutano a partorite più in fretta».»» In so-
stanza, a poco a poco, attraverso le tecniche di cui dispo-
ne, l'uomo prende il posto del flusso temporale, e la sua
opera si sostituisce all'azione stessa del Tempo.
Avremo occasione di riparlare tra breve delle conse-
guenze di una prospettiva siffatta; in virtù del fuoco, i
metallurghi trasmutano i minerali «fanciulli» in metalli
«adulti», con l'idea implicita che, se si lasciasse loro il
tempo, i minerali si trast~ormerebbero in metalli «puri»
in seno alla loro stessa madre, la Terra. Meglio ancora, i
«veri» metalli non avrebbero esitato a trasformarsi in
oro se li si fosse lasciati «crescere» indisturbati per qual-
che migliaia d'anni. Una simile credenza era largamente
diffusa nell'ambito delle società tradizionali e si è con-
serrata nell'Europa occidentale fino alla rivoluzione in-
dustriale. Già intorno al n secolo a. C., gli alchimisti ci-

»5 Forgerons et alchimistes cit., p. 8 [trad. it., p. 8].


IL MITO DELL~ALCHIMIA

nesi andavano affermando che i metalli «vili» si trasfor.


mano in metalli «nobili» dopo molti anni. Con questa
credenza concordano anche alcune popolazioni del Sud-
Est asiatico. «Nell'Annam si ritiene che l'oro rinvenuto
nelle miniere si sia formato lentamente nel corso dei se-
coli, e che se si fosse scavata la terra in origine, si sarebbe
scoperto bronzo là dove oggi si trova oro ».36
Aggiungere altri esempi sarebbe superfluo. Mi accon-
tenterò di citare un alchimista del xvnI secolo. « Se non
esistesse alcun impedimento esterno che si opponesse alla
realizzazione dei suoi disegni, la Natura compirebbe, sen-
za alcuna eccezione, tutte quelle produzioni che le sono
proprie [...]. Per questo noi dobbiamo considerare la na-
scita dei metalli imperfetti alla stregua della generazione
di aborti e di mostri, la quale si verifica solo per il fatto
che la Natura viene sviata nelle proprie azioni e perché in-
contra delle resistenze che le serrano le mani e degli osta-
coli che le impediscono di agire con quella regolarità che
le è propria [...]. Da ciò deriva anche il fatto che, per
quanto essa non voglia produrre che un solo metallo, sia
costretta a generarne molti». L'oro soltanto tuttavia «è la
creatura dei suoi sogni». L'oro è «il suo figlio legittimo,
perché solo esso è il risultato della vera produzione».37
E dunque la «nobiltà» dell'oro il vero frutto maturo; gli
altri metalli sono «vili» poiché non hanno raggiunto il loro
stadio di maturazione. In altri termini, il fine ultimo della
natura è portare a compimento il regno minerale, farlo
giungere alla sua completa «maturazione». La trasforma-
zione naturale dei metalli in oro è un fatto iscritto nel loro
stesso destino, poiché la natura tende alla perfezione.

»6 Forgerons etatchimistes cit., p. 53 [trad. it., p. 45].


37 Ibid. [trad. it., p. 44].
IL MITO DELL'ALCHIMIA

Questo incredibile stato di esaltazione che l'oro è in


grado di provocare nell'individuo ci invita a soffermarci
un istante sull'argomento. Esiste una straordinaria mito-
logia a proposito dell'bomofaber: tutti i miti, le leggende
e i poemi epici che ne trattano narrano gli inizi decisivi
della conquista del mondo naturale a opera dei primi uo-
mini. Ma l'oro non appartiene alla mitologia dell'bomo
faber; esso è una creazione dell'bomo religiosus; questo
metallo cominciò infatti ad assumere valore per ragioni
di natura essenzialmente simbolica e religiosa. L'oro fu
cost il primo metallo a essere impiegato dall'uomo, ben-
ché non se ne potessero ricavare né utensili né armi. Nel
corso della storia, all'interno delle innovazioni tecnolo-
giche - dall'utilizzo della pietra alla lavorazione del bron-
zo, e poi del ferro, fino all'acciaio - l'oro non ha svolto
alcun ruolo. Come se non bastasse, è il metallo più diffi-
cile da estrarre: per ottenere un quantitativo d'oro che
varia dai sei ai dodici grammi occorre portare alla super-
ficie una tonnellata di minerale.
Lo sfruttamento dei depositi alluvionali è spesso meno
disagevole ma anche molto meno redditizio" solo qualche
centigrammo per metro cubo di sabbia. A paragone, il la-
voro necessario per lo sfruttamento petrolifero è infinita-
mente più semplice e comodo. Ciò nonostante, dal tempo
dei faraoni fino a oggi, gli uomini hanno faticosamente
proseguito la loro ostinata ricerca. Il valore simbolico pri-
mordiale dell'oro non ha mai potuto essere annullato,
nonostante la desacralizzazione progressiva della natura e
dell'esistenza umana.
«L'oro, è l'immortalità» ripetono i Brdbmana, testi di
esegesi rituale successivi ai Veda redatti a partire dall'vlII
secolo a. C. Dunque, una volta che si è riusciti a ottenere
l'Elixir capace di trasformare i metalli in oro alchemico,
IL MITO DELL»ALCHIMIA

si è raggiunta l'immortalità; la trasmutazione dei metalli


equivale a una sorta di crescita miracolosa. Secondo il fa-
moso alchimista Arnaldo da Villanova,38 «esiste in Natu-
ra una certa materia pura che, scoperta e condotta a per-
fezione dall'Arte, trasmuta in se stessa tutti i corpi im-
perfetti con cui entra in contatto». In altri termini, I'E-
lixir - o la Pietra Filosofale - portano a termine e com-
pletano l'opera della natura. Come afferma fra Simone
da Colonia39 nello Speculum minus alkimiae: «Questa Ar-
te ci insegna come preparare un farmaco chiamato Elixir,
il quale, versato sui metalli imperfetti, li conduce alla
perfezione più completa, ed è a questo scopo che fu in-
ventato».4o Ben Jonson ha espresso la stessa idea nel suo
dramma The Alchemist (atto n, sc. 2). Uno dei personag-
gi, Surly, esita a condividere il principio alchernico se-
condo il quale la crescita dei metalli dovrebbe essere pa-
ragonata all'embriologia animale, per cui - proprio come
un pulcino nasce dall'uovo - qualsiasi metallo finirebbe
col diventare oro attraverso una lenta maturazione nelle
viscere della Terra. Perché, sostiene Surly, «l'uovo è pre-
disposto a questo fine dalla natura, ed è un pulcino in po-
tentia». E Subtle a sua volta replica: «Possiamo dire al-
trettanto del piombo e degli altri metalli, che sarebbero
oro se solo avessero avuto il tempo di diventarlo». E un
altro personaggio, Mammone, aggiunge: «Ed è proprio
questo il compimento della nostra Arte».
»8 [Cfr. sopra, p. 12, nota i o.]
»9 [Situo de Colonia è il nome del personaggio cui è attribuito il trat-
tato alchemico Speculum minus alkimiae, contenuto in un manoscritto ri-
salente al xIv-xv secolo conservato nella Biblioteca dell'Università di Bo-
logna. Il testo - che spesso è stato ascritto anche a Ruggero Bacone - trat-
ta, in sette capitoli, della definizione dell'alchimia, dei principi naturali dei
metalli, delle materie prime da cui si può trarre l'Elixir, dei processi alche-
mici e degli strumentidell'Arte. ]
4o Testi citati in Forgerons et aIchimistes cit., pp. i72.73 [trad. it., p. I47].
I L M I TO D E L L ' A L C H I M I A 25

D'altronde, l'idea che l'Elixir sia in grado di precipi-


tare il ritmo temporale di tutti gli organismi, e perciò di
accelerare la loro crescita, si ritrova in Raimondo Lullo:
« In primavera, in virtù del suo grande e meraviglioso ca-
lore, la Pietra [Filosofale] apporta vita alle piante: se tu
ne sciogli l'equivalente di un granello in acqua e se, attin-
gendo da quest 'acqua quanto basta per riempire il guscio
di una nocciola, ne bagni un ceppo di vite, il tuo ceppo
darà a maggio uva matura».«
L'alchimia cinese, come l'alchimia araba e quella occi-
dentale, esalta dunque le virtù terapeutiche universali
dell'Elixir. Ge Hong ripete spesso che l'Elixir era in gra-
do di «guarire» i metalli volgari e di trasformarli in oro.
Ruggero Bacone, pur senza ricorrere ai termini di Pietra
o Elixir, parla, nel suo Opus majus, di una «medicina in
grado di dissolvere le impurità e ogni forma di corruzio-
ne del più vile metallo, di mondare le impurità del corpo
e di inibire cosi efficacemente il decadimento di questo
da prolungare la vita di molti secoli». Secondo Arnaldo
da Villanova «la Pietra Filosofale guarisce tutte le malat-
tie [...] Guarisce anche, in un giorno, una malattia che
durerebbe un mese, in dodici giorni una malattia di un
anno, e una ancora più lunga in un mese. Essa ridà ai vec-
chi la giovinezza».42 Sembra dunque che il segreto prin-
cipale dell'opus alcbymicum sia collegato al potere che
l'adepto possiede di agire sul tempo umano come su quel-
lo cosmico.
%

E possibile distinguere, nell'ambito naturale, tre rit-


mi temporali fondamentali: il tempo geologico, il tempo
vegetale e animale, e il tempo umano. Detto altrimenti,
la natura costituisce un immenso organismo vivente, al-
« Cfr. Forgerons etalcbimistes cit., p. x73 [trad. it., p. I47].
42 Ibìd. [trad. it., pp. I47-48].
26 I L M I TO D E L L ' A L C H I M I A

l'interno del quale tutto ciò che ne fa parte - i minerali,


la pietra, le piante, gli animali e gli esseri umani - è il
frutto di un'inseminazione, di una germinazione e di una
nascita. Eppure, per ogni forma di vita, i ritmi temporali
risultano differenti; il processo di maturazione per i mi-
nerali si compie in alcune migliaia di anni, mentre le
piante germogliano, danno frutto e muoiono nel giro di
pochi mesi. Per riuscire a dominare il tempo, bisogna
dunque imparare a controllare i suoi differenti ritmi, per
poter scambiare, l'uno con l'altro, i suoi cicli temporali.
Come abbiamo già visto, i primi minatori e metallurghi
erano convinti di poter accelerare la crescita dei minerali
per mezzo del fuoco. Gli alchimisti si rivelarono più am-
biziosi: essi pensavano di «guarire» i metalli volgari e di
precipitare il loro processo di maturazione, trasmutando-
li in metalli più nobili via via fino all'oro; ma si spinsero
ancora più in là: il loro Elixir era ritenuto capace di assi-
curare la guarigione e di ringiovanire gli uomini, prolun-
gando indefinitamente la loro vita e rendendoli degli es-
seri immortali. In definitiva, per gli alchimisti la vita era
l'epifania del tempo organico. Ma l'intervento attivo
dell'alchimista nel ciclo naturale introduce un nuovo ele-
mento che si potrebbe definire « escatologico ».
E l'opus alchemico. Il processo di guarigione, matura-
zione e perfezionamento delle creazioni naturali dà luo-
go, per cosi dire, a un'escatologia naturale; l'alchimista
anticipa «il compimento e la realizzazione gloriosa» del-
la natura.
Una simile visione può essere paragonata aU'attesa, in
Teilhard de Chardin, di una redenzione dell'universo a
opera del Cristo - vale a dire la trasmutazione della ma-
teria cosmica attraverso il sacramento della messa.
Come avremo presto modo di constatare, esiste una
I L M I TO D E L L ~ A L C H I M I A

fondamentale simmetria fra la teologia ottimista di


Teilhard de Chardin - e in particolar modo fra la sua spe-
ranza in un'escatologia cosmica realizzata a opera del
Cristo - e l'ideologia religiosa propria della tarda alchi-
mia occidentale.
Ma, prima di affrontare questi problemi, è opportuno
ricapitolare brevemente lo sviluppo dell'alchimia in Eu-
ropa centrale e occidentale. L'entusiasmo suscitato dalla
riscoperta del neoplatonismo e dell'ermetismo ellenisti-
co all'inizio del Rinascimento italiano si prolungò nel-
l'arco di due secoli. E noi sappiamo che impatto profon-
do e creativo ebbero le dottrine neoplatoniche ed erme-
tiche sulla filosofia e suU'arte, e che ruolo fondamentale
giocarono nello sviluppo della chimica alchemica, della
medicina, delle scienze naturali, dell'educazione e della
teoria politica.4~
Quanto all' alchimia, non dobbiamo dimenticare che
alcune delle sue nozioni fondamentali - come la crescita
delle sostanze minerali, la trasmutazione dei metalli,
l'Elixir e il voto di segretezza - furono oggetto di tra-
smissione dal Medioevo sino all'epoca del Rinascimento
e della Riforma. Tanto che gli scienziati del xvn secolo
- ad esempio - invece di mettere in dubbio l'idea di cre-
scita dei metalli, si interrogarono se gli alchimisti potes-
sero davvero giovare alla natura, e se «coloro che pre-
tendevano di averlo già fatto fossero persone degne di
credito, degli ingenui oppure degli impostori».44 Her-

4» Pagel, Pamcelsus cit.; F. Yates, Giordano Bruno and the Hermetic Tra-
dition, London 1964 [trad. it. Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Ro-
ma-Bari I969]; Id., The Rosicrucian Enlightenment, London 1972 [trad. it.
L'illuminismo dei Rosa Croce, Torino 1976].
«4 B.J. Teeter Dobbs, The Foundation ofNewton's Alchemy, Cambridge
1975, P. 44.
IL MITO DELL)ALCHIMIA

man Boerhaave (x664-I739) - che viene considerato il


primo grande alchimista razionalista, noto per i suoi
esperimenti di tipo empirico - credeva ancora alla tra-
smutazione dei metalli; e avremo occasione di constata-
re, fra poco, il ruolo centrale che occuperà l'alchimia al-
l'interno della rivoluzione scientifica newtoníana. Ma fu
sotto l'influsso del neoplatonismo e dell'ermetismo che,
in epoca medievale, l'alchimia araba e quella occidentale
tradizionale cominciarono ad ampliare i loro orizzonti di
riferimento. Il modello aristotelico viene rimpiazzato da
quello neoplatonico - che pone l'accento sulle entità spi-
rituali che svolgono una funzione di intermediazione tra
uomo, cosmo ed essere supremo. Questa antica credenza
universale in una cooperazione dell'alchimista con la na-
tura cominciò ad assumere, sin d'allora, un significato di
tipo cristologico. Gli alchimisti dell'epoca pensavano
che, cosi come Cristo aveva riscattato l'uomo attraverso
la sua morte e risurrezione, l'opus alchymicum avrebbe
assicurato la redenzione della natura. Heinrich Khun-
rath, ermetista del xvI secolo,4» assimilava la Pietra Fi-
losofale a Gesù Cristo - il «Figlio del Macrocosmo» - e
pensava che la scoperta di essa avrebbe rivelato la vera
natura del macrocosmo - cosi come Cristo aveva conces-
so l'integralità del proprio essere a quel microcosmo che
è l'uomo.46 C. G. Jung attribuiva una particolare impor-
tanza a questo aspetto dell'alchimia del Rinascimento e
della Riforma, tanto che condusse uno studio minuzioso

45 [Alchimista tedesco (~ 56o- x 60 ~). Interpretava la trasmutazione al-


chemica come un processo mistico che avveniva all'interno dell'anima del-
l'adepto. Nel suo Amphitheatrum sapientiae aeternae, Hanau i6o2, identi-
ficò la Pietra Fílosofale con Io Spirito di Dio che sovrastava le acque nel pri-
mo periodo della Creazione. ]
4c, Teeter Dobbs, The Foundation ofNewton's Alchemy cit., p. 54.
I L M I TO D E L L ~ A L C H I M I A

sul parallelo fra Cristo e la Pietra Filosofale.47 Nel xvnI


secolo, il benedettino Antoine-Joseph Pernety riassume-
va con queste parole l'interpretazione alchemica del My-
sterium cristiano: «Il loro Elixir è, in origine, una parte
dello spirito universale del mondo che ha preso corpo in
una terra vergine, da dove dev'essere poi estratto per pas-
sare attraverso tutte le operazioni richieste prima di giun-
gere al proprio termine di gloria e di perfezione eterna.
Nella preparazione prima esso è sottoposto a tormenti,
come dice Basilio Valentino,48 sino a versare il proprio
sangue; nella putrefazione incontra la morte; quando il
colore bianco segue al nero, esso sorge dalle tenebre della
tomba, e risuscita glorioso; ascende al cielo, realizzato
nella propria quintessenza; di là, dice Raimondo Lullo,
viene a giudicare i vivi e i morti, e ricompensa ognuno se-
condo le proprie opere».49 I «morti» corrispondono a
quella parte dell'uomo impura e deteriore incapace di re-
sistere al fuoco e che è destinata a essere annientata nella
Gehenna.
A partire dal Rinascimento, l'antica alchimia opera-

47 Cfr. in particolare C. G. Jung, Psychologiy and Alchemy, trad. ingl.,


Princeton I968, pp. 345 sgg. [trad. it. Psicologia e alchimia, Torino 198~,
Pp. 352 sgg.].
48 [Le notizie sulla vita del leggendario alchimista Basilio Valentino si
possono ricavare unicamente dalla sua opera: nato nella zona renana della
Germania, fu monaco benedettino della confraternita di San Pietro a Er-
furt, dove visse tra la fine del xIv e l'inizio del xv secolo. Non esistono del-
la sua opera manoscritti anteriori al xw secolo, mentre i primi accenni alla
sua figura risalgono al 1599. È questa la ragione per cui, per molti studiosi
moderni, egli sarebbe un personaggio mitico inventato non prima del xvI
secolo. Fra le opere a lui ascritte: De Microcosmia, von der Welt im Kleinen,
Eisleben 16o2; Tractat von natiirlichen und iibernatiirlichen Dingen, Eisle-
ben I6o3; Triumph Wagen Antimonii (noto anche come Currus triumphalis
antimonii), Leipzig 16o4.]
4 9 A . M. Pernety, Dictionnaire mytho-hermétique, Paris 1758, nuova ed.
Milano 1969, p. 3 49.
30 IL MITO DELL~ALCHIl~A

tiva - analogamente alle sue reinterpretazioni mistiche e


cristologiche seguenti - svolse un ruolo di primo piano
nell'ambito di quella straordinaria metamorfosi cultura-
le che decretò il trionfo delle scienze naturali e diede il
via alla rivoluzione industriale. La speranza di riscattare
l'uomo e la natura attraverso l'opus alchymicum non era
altro se non il prolungamento di quella nostalgia di una
renovatio radicale che assillava il cristianesimo occiden-
tale a partire da Gioacchino da Fiore. Questa rigenera-
zione - la «rinascita spirituale» - costituiva originaria-
mente il fine supremo del cristianesimo, ma con l'andare
del tempo, per svariati motivi, essa andò perdendo sem-
pre più importanza nell'ambito della vita religiosa istitu-
zionale. Mentre furono proprio la nostalgia di una «rina-
scita spirituale» autentica, l'attesa di una metdnoia col-
lettiva e di una trasfigurazione della fede i motivi ispira-
tori dei movimenti popolari millenaristi medievali e del
Rinascimento, delle teologie profetiche, delle visioni mi-
stiche e della gnosi ermetica; cosi come fu esattamente
questa aspettativa a ispirare quella che può essere defini-
ta la reinterpretazione chimica dell'opus a[chymicum.
John Dee - nato nel r527, celebre alchimista, ma-
tematico ed erudito enciclopedico - assicurava all'impe-
ratore Rodolfo II di possedere il segreto della trasmuta-
zione; egli riteneva che le potenze spirituali liberate dal-
le operazioni occulte - e in particolare da quelle alchemi-
che - potessero rinnovare il mondo.»o L'alchimista ingle-
se Elias Ashmole»~ - come molti suoi contemporanei -

»o Cfr. French, John Dee cit.; R.J.W. Evans, RudoIf II and His World,
Oxford 1975, pp. 2 i8-28. A proposito dell'influenza diJohn Dee su Khun-
rath, cfr. Yates, The Rosicrucian Enlightenment cit., pp. 37-38.
»* [Celebre erudito e antiquario inglese (r617-I69z). Nel suo Qui est
Mercuriophilus Anglicus, London I652, difese l'opinione che la longevità
IL MITO DELL'ALCHIB/IIA

era convinto che sarebbero state l'alchimia, l'astrologia e


la magia a salvare le scienze del suo tempo. In effetti, per
i discepoli di Paracelso e di Van Helmont,52 è soltanto at-
traverso lo studio della «filosofia chimica» - cioè della
nuova alchimia - o della «vera medicina», che si può
comprendere la natura;" ed è la chimica, non l'astro-
nomia, la chiave che permette di decifrare i segreti della
terra e del cielo. L'alchimia si rivestiva di un significato
divino.
Poiché la Creazione veniva interpretata come un pro-
cesso chimico, i fenomeni celesti e terrestri erano spiega-
ti in termini chimici. Fondandosi sulla relazione recipro-
ca fra mlcrocosmo e macrocosmo, il «filosofo chimico»
era dunque in grado di penetrare i segreti dei corpi cele-
sti e di quelli terrestri. Cosi Robert Fludd»4 forni una de-
scrizione chimica della circolazione del sangue in paralle-
lo con il moto circolare del Sole.»»
Come molti loro contemporanei, gli ermetisti e i « filo-

degli antichi patriarchi fosse dovuta al possesso della Pietra Filosofale. È


autore della celebre raccolta alchemica intitolata Theatrum chemicum Bri-
tannicum, London x652. La sua collezione è divenuta l'attuale Ashmolean
Museum dell'Università di Oxford. ]
52 [Johannes Baptista Van Helmont (1577-I644). Naturalista e filosofo
olandese, fu un precursore nel campo della chimica pneumatica oltreché
celebre medico. Come filosofo cercò di conciliare sperimentalismo e misti-
cismo magico, in ossequio allo spirito dei tempi e in sintonia con il pensie-
ro di Paracelso.]
5~ Debus, Alchemy and the Historian of Science cit., p. 134.
54 [Filosofo, ermetista e medico di origine gallese (I574-I637). Autore
di opere astruse, spesso illustrate da meravigliose incisioni geroglifiche,
Fludd appartiene a pieno titolo alla tradizione ermetico-cabbalistica del
Rinascimento. Aderi e difese le idee rosacrociane, pubblicando numerose
opere, tra cui la celebre e monumentale Utriusque cosmi maioris scilicet et
rninoris, metaphysica, physica atque technica historia, Oppenheim-Frankfurt
~6~7-2~ in tre
» Debus, Thetomi, sontuosamente
ChemicalDream illustrata.]
ofthe Renaissance cit., pp. 7, I4-I 5.
32 IL MITO DELL' ALCHIMIA

sofi chimici» attendevano e preparavano una riforma ra-


dicale di tutte le istituzioni religiose, sociali e culturali.
La fase primaria e indispensabile di questa renovatio urti-
versale era costituita dalla riforma dei saperi. Fu un vo-
lumetto anonimo, pubblicato nel I6~4- la Fama fraterni-
tatis - a innescare il movimento di pensiero dei Rosacro-
ce, che rivendicava un rinnovamento del sapere.
Il fondatore leggendario dell'ordine, Christian Rosen-
creutz, aveva fama di possedere «i veti segreti della me-
dicina» e, dunque, di tutte le altre scienze. Fu autore di
molti altri testi, rimasti segreti, a cui soltanto i Rosacroce
potevano avere accesso.»6
E così che fa la sua ricomparsa, agli inizi del xvn seco-
lo, un fenomeno già noto: un personaggio leggendario
che trasmette a una congrega segreta di iniziati la rivela-
zione primordiale, venuta di nuovo alla luce dopo esser
rimasta nell'occulto per secoli. Come in molti testi cine-
si, tantrici ed ellenistici, questa riscoperta è annunciata
al mondo per attirare l'attenzione di tutti gli autentici
cercatori di verità e salvezza, anche se continua a essere
interdetta ai profani.
L'autore della Fama fraternitatis si rivolgeva a tutti i
dotti d'Europa esortandoli a riconsiderare il loro sapere e
a ricongiungersi con i Rosacroce per accelerare questa
riforma. La risposta a questo appello fu cosi calorosa che
in meno di dieci anni furono pubblicate diverse centinaia
di libri e opuscoli che avevano come argomento questa so-
cietà segreta.
Nel 16 ~ 9 Johann Valentin Andreae, ritenuto l'autore

»6 Ibid., pp. I7-I8. La Famafratemitatis è riprodotta in Yates, The Rosi-


crucian Enligbtenment cit., pp. 238-5 i. Una traduzione francese dell'ope-
ra, ohreché della Confessio fraternitatis (I615) e delle Nozze chimiche di
Cbristian Rosencreutz di Johann Valentin Andreae (I586-I654) è stata
compiuta da B. Gorceix, La Bible des Rose-Croix, Paris r 970.
IL MITO DELL'ALCHIMIA
33

della Fama, diede alle stampe Christianopolis, un'opera


che influenzò senza dubbio la New Atlantis di Francesco
Bacone.»7 In Christianopolis Andreae auspicava la costi-
tuzione di un'associazione che avesse come scopo l'ela-
borazione di un nuovo metodo di conoscenza fondato
sulla «filosofia chimica». Il centro di studi di questa città
utopica avrebbe dovuto essere un laboratorio in cui « cie-
lo e terra si congiungeranno» e «i divini misteri impressi
sulla superficie della terra saranno rivelati».Ss
Fra i sostenitori della Famafraternitatis e dei Rosacroce
vi era anche Robert Fludd, membro del Royal College of
Physicians e adepto dell'alchimia mistica. Egli era un so-
stenitore risoluto dell'impossibilità, per chiunque non
avesse ricevuto una seria formazione nelle scienze occul-
te, di accedere alla conoscenza suprema della filosofia na-
turale. Per Fludd la «vera medicina» era il fondamento
stesso di tale filosofia: la nostra conoscenza del microco-
sino - cioè del corpo umano - ci rivela la struttura dell'u-
niverso e ci guida verso il nostro Creatore; cosi, più noi
sappiamo dell'universo, più impariamo su noi stessi.59
Alcuni recenti studi - in particolar modo quelli di De-
bus e di Frances Yates - hanno gettato una luce inedita
sulle conseguenze di questo nuovo tipo di ricerca perse-
guito dalle scienze naturali, fondato sulla « filosofia chi-

»7 j. V. Andreae, Christianopolis, an Ideal State of the Seventeenth Cen-


tury, trad. ingl., London- New York 1916. Cfr. anche Yates, The Rosicru-
clan Enlightenment cit., pp. 145-46; Debus, The Chemical Dream of the Re-
naissance cit., pp. I9-2o;J. W. Montgomery, Cross and Crucib le: Johann Va-
lentin Andreae (~586-i654), Phoenix of the Theologiam, 2 roll., The Hague
1973.
»* Andreae, Christianopolis cit., pp. 196-97.
~9 R. Fludd, Apologia compendiaris fraternitatem de Rosea Cruce suspi-
cionis et infamiae maculis aspersam, veritatis quasi fluctibus abluens et abster-
gens, Leiden 1616, pp. 88-93, 10o-o3, citato in Debus, The Chemical
Dream of the Renaissance cit., pp. 22-u 3.
IL MITO DELL'ALCHIMIA

mica» e le scienze occulte. L'attenzione rivolta all'ap-


profondimento delle ricette alchemiche attraverso esperi-
menti condotti in laboratori debitamente attiezzati apri-
va la via alla chimica razionale, mentre lo scambio conti-
nuo e sistematico fra scienziati ebbe come risultato la
creazione di numerose accadere e società scientifiche.
Nonostante tutto questo, il mitò'~~la «vera alchimia»
non cessava di influenzare i protagonisti aella rivoluzione
scientifica. In un saggio pubblicato nel 1658, Robert Boy-
le preconizzava la libera circolazione dei segreti medici e
alchemici.6o Newton, da parte sua, riteneva che fosse pe-
ricoloso divulgare i segreti dell'alchimia, tanto da scrive-
re al segretario della Royal Society che Boyle era tenuto a
mantenere «il riserbo più assoluto su questo argomento».6~
Newton non diede mai alle stampe i risultati dei suoi stu-
di e dei suoi esperimenti alchemici, nonostante la riuscita
di alcuni di essi; i suoi numerosissimi manoscritti di alchi-
mia, ignorati fino al ~ 940, sono stati recentemente oggetto
di uno studio approfondito da parte da Betty Teeter Dobbs
nel suo The Foundations of Newton's Alchemy.62 Secondo la
6o Il saggio è stato ristampato con uno scritto di M. E. Rowbottom, The
Earliest PubIished Writing of Robert Fludd, in «Annals of Science», 6,
~95o, pp. 376-89. «Se l'Elixir ~ un segreto che dobbiamo interamente alla
rivelazione dei nostri Maestri, e non alla nostra operosità, allora io penso
che non dovremmo essere contrari all'insegnamento di ciò che abbiamo ac-
quisito senza fatica, poiché la regola dei nostri Salvatori in un tal caso era:
"liberamente avete ricevuto, liberamente date"» (Rowbottom, The Ear-
Iiest PubIished Writing ofRobert Fludd cit., p. 384). Il brano citato è ripre-
so da Teeter Dobbs, The Foundation ofNewton's Atchemy cit., pp. 68-69.
61 Alcuni passi di questa lettera a Henry Oldenburg del 26 aprile I676
(in I. Newton, The Correspondance, a cura di H.W. TurnbuU, J. F. Scott,
A.R. Hall e L. TiUing, Cambridge I955-77, vol. 2, pp. I-3) sono citati da
Teeter Dobbs, The Foundation ofNewton's Alchemy cit., p. 195-
62 La storia dei manoscritti alchemici di Newton sino al momento della
loro parziale riscoperta ad opera di John Maynard Keynes nel x936-37 è
narrata da Teeter Dobbs, The Foundation of Newton's Alchemy cit., pp. 6
I L M I TO D E L L ' A L C H I M I A
35

Dobbs, Newton sperimentò «tutte le operazioni dell'anti-


ca alchimia, cosi come non si era mai fatto prima né si farà
dopo di lui» (p. 88). Egli cercava in esse le strutture del mi-
crocosmo, nel tentativo di omologarlo al proprio sistema
cosmologico; la stessa scoperta della forza di gravità non
riusct a soddisfarlo completamente. Anche se, nonostante
la prosecuzione ininterrotta degli esperimenti dal 1668 al
I696, Newton non riusci a identificare la natura della for-
za che presiede al moto dei corpuscoli, tuttavia, quando
iniziò a studiare attentamente la dinamica del moto orbita-
le - verso il I679-8o - egli non fece altro che applicare al
cosmo le sue idee «chimiche» sull'attrazione.6»
Come hanno dimostrato J. E. McGuire e Piyo Rattan-
si, Newton era convinto che, fin dai primordi, «Dio ave-
va rivelato a pochi eletti i segreti della filosofia naturale
e della vera religione. Ma in seguito questa conoscenza
andò perduta; essa però fu in parte recuperata e, nell'in-
tento di sottrarla ai profani, venne nascosta sotto forma
di favole e formulazioni mitiche. Ed è per via sperimen-
tale che è possibile riscoprirla ai nostri giorni>>.64
E questo il motivo per cui Newton rivolgeva la propria
attenzione, in genere, alle parti più esoteriche della let-
teratura alchemica: nella speranza che fosse queUo il luo-
go in cui si trovavano nascosti i veri segreti.

sgg. [La ricostruzione più ampia e documentata deU'aspetto esoterico del-


l'opera di Newton in relazione alla sua teoria scientifica si trova attualmen-
te in L. Verlet, La malle de Newton, Paris ~ 993. ]
6» R. S. Westfall, Newton and the Hermetic Tradition, in A.G. Debus (a
cura di), Sciente, Medicine and Society in the Renaissanc: Essays to Honor
Walter Pagel, New York i972, vol. 2, pp. I83-98, in particolare pp. i93-94;
cfr. Teeter Dobbs, The Foundation ofNewton's Alchemy cit., p. 2i I.
64 Teeter Dobbs, The Foundation ofNewton's Alchemy cit., p. 90, rife-
rendosi a J. E. McGuire e P.M. Rattansi, Newton and the « Pipes of Pan », in
«Notes and Records of the Royal Society of London», 2 i, 1966, pp. 108-43.
96 IL MITO DELL'ALCHIMIA

E un fatto estremamente significativo che il fondato.


re della fisica meccanica moderna non abbia mai rifiutato
la tradizione di una rivelazione primordiale segreta - co-
sì come non rifiutb mai il principio di trasmutazione,
fondamento stesso dell'alchimia. Nel suo trattato Op-
ticks Newton scrive: «La trasformazione dei corpi in lu-
ce - e viceversa - è conforme alle leggi della Natura, che
si mostra ben lieta di una tale trasmutazione».6» Secondo
la Dobbs, «il pensiero alchemico di Newton era cosi ben
radicato che egli non giunse mai a metterne in dubbio il
valore generale, e, in un certo senso, dopo il I675 la sua
carriera fu tutta consacrata a realizzare un'integrazione
fra alchimia e filosofia meccanica»;~ tanto che, quando
egli pubblicò i Principia, i suoi avversari gli rimprovera-
rono con veemenza il fatto che le forze di cui parlava fos-
sero in realtà delle forze occulte. Da un certo punto di vi-
sta, la Dobbs riconosce che le critiche dei suoi avversari
erano fondate: « Le forze di Newton assomigliano molto
alle simpatie e alle antipatie segrete che si trovano nella
letteratura occultista rinascimentale. Ma Newton aveva
saputo dare a quelle forze uno statuto ontologico equiva-
lente a quello della materia e dell'energia. Ed è proprio
in virtù della quantificazione di queste forze che egli ha
permesso ai filosofi meccanicisti di porsi al di sopra del
meccanismo immaginario dell'impatto».
Richard WestfaU, nel suo Force in Newton's Physics,
giunge alla conclusione che sia stata l'unione fra la filoso-
fia meccanicistica e la tradizione ermetica a dare origine
alla scienza moderna, ma che questa, nella sua sfolgoran-

«* I. Newton, Opticks, London z 704, 4' ed., 730; rist. New York i 952,
P. 374, citato in Teeter Dobbs, The Foundation of31ewton's Alche~ cit.,
p. 23x.
Teeter Dobbs, The Foundation o]btewton's Aic~ cit., p. 230.
IL MITO DELL~ALCHI/VIIA

te ascesa, abbia finito per ignorare o respingere il lascito


ermetico.67 Detto altrimenti: il successo della meccanica
newtoniana ha avuto come risultato l'annullamento del
suo stesso ideale scientifico. In effetti, Newton e i suoi
contemporanei si aspettavano un modello di rivoluzione
scientifica completamente diverso.
E attraverso il prolungamento e lo sviluppo delle spe-
ranze dei neoalchimisti rinascimentali - e del loro obiet-
tivo primario: la redenzione della natura - che persona-
lità cost eterogenee come Paracelso, John Dee, Comenio,
Andreae, Ashmole, Fludd e Newton poterono scorgere
nell'alchimia il modello di un'impresa ancor più ambizio-
sa: il perfezionamento dell'uomo attraverso un nuovo
metodo scientifico. Per essi, un simile metodo avrebbe
dovuto integrare un cristianesimo di tipo sovraconfessio-
nale con la tradizione ermetica e le scienze naturali - ov-
vero con la medicina, 1' astronomia e la fisica meccanici-
stica. Questo ambizioso progetto di sintesi costituiva in
realtà una nuova creazione religiosa, paragonabile alla
precedente assimilazione degli esiti metafisici del plato-
nismo, dell'aristotelismo e delle scuole neoplatoniche.
L'elaborazione, nel corso del xvn secolo, di un simile mo-
dello di sapere costituisce l'ultimo tentativo dell'Europa
cristiana di un progetto di conoscenza « globale ». Pitago-
ra e Platone avevano già fornito alla Grecia antica dei si-
stemi analoghi, capaci di coniugare dimensione scientifi-
ca e religiosa; ma è soprattutto della cultura cinese tradi-
zionale che essi sono più peculiari - una cultura in cui ar-
te, scienza e tecnologia risulterebbero inintelligibili se
private delle loro implicazioni cosmologiche, etiche ed
«esistenziali».
67 R. S. Westfall, Force in Newton's Physics: The Science of Dynamics in
the Seventeenth Century, London-New York 1971, pp. 377-91, citato in
Teeter Dobbs, The Foundation ofNewton s Alchemy cit., p. 21 i.
I L M I TO D E L L ' A L C H I I ~ I A

Si può dire, in buona sostanza, che l'alchimia ha por-


tato a compimento la fase terminale di un progetto molto
antico che nacque allorché i primi uomini intrapresero
un processo di trasformazione della natura. Il concetto
di trasmutazione alchemica è dunque l'espressione ulti-
ma di questa credenza immemoriale nell'azione umana
come metodo di trasformazione della natura. Il mito del-
l'alchimia è dunque uno dei rari miti ottimisti: l'opus al-
chymicum non si limita infatti a trasformare, migliorare
o rigenerare la natura; esso conferisce la perfezione all'e-
sistenza umana stessa, concedendole salute, eterna gio-
vinezza e addirittura l'immortalità. Si può dunque affer-
mare, nella prospettiva di una storia delle religioni, che è
attraverso l'alchimia che l'uomo recupera la propria per-
fezione originaria, una perfezione il cui smarrimento ha
ispirato, nel mondo intero, la nascita di tanti miti tragici.
Per l'alchimista, l'uomo è un creatore: egli è capace di
rigenerare la natura ed è signore del tempo; egli è colui
che rende perfetta la Creazione divina. Questa sorta di
«escatologia naturale» può essere paragonata alla teolo-
gia evoluzionista, redentrice e cosmica di Teilhard de
Chardin, riconosciuta in genere come una delle rare teo-
logie cristiane ottimiste. Ed è indubbiamente una simile
concezione dell'uomo come essere creatore dotato di
un'immaginazione inesauribile che può spiegare la so-
pravvivenza degli ideali alchemici all'interno dell'ideolo-
gia del xIx secolo. Dal momento che tali ideali avevano
già subito un radicale processo di secolarizzazione, la lo-
ro sopravvivenza risultava ulteriormente minata dalla
sparizione dell'alchimia. Il trionfo delle scienze speri-
mentali non aveva tuttavia offuscato 1 sogni e gli ideali
alchemici: anzi, l'ideologia trionfante del xIx secolo ave-
va fatto in modo che essi si cristallizzassero attorno al mi-
I L M I TO D E L L ' A L C H I M I A

to di un progresso illimitato. Questa ideologia, rafforza-


ta dalle scienze sperimentali e dai progressi deU'indu-
strializzazione, ha saputo fare propri i sogni millenari de-
gli alchimisti, alimentandoli con rinnovato vigore nono-
stante il radicale processo di secolarizzazione in atto.68 I1
mito del perfezionamento e della redenzione della natu-
ra è sopravvissuto cosi, sotto un'altra forma, nei progetti
prometeici delle società industrializzate, che hanno co-
me loro fine la trasformazione della natura, e in partico-
lare la sua trasformazione in «energia».
E in questo modo che, nel corso del XlX secolo, l'uomo
è riuscito a sostituirsi al tempo. Il suo desiderio di preci-
pitare i ritmi temporali degli esseri organici e inorganici
comincia a realizzarsi, mentre i prodotti di sintesi dell'al-
chimia organica dimostrano la possibilità di accelerare e
addirittura di annullare il tempo, attraverso la prepara-
zione in laboratorio e in fabbrica di sostanze che la natu-
ra avrebbe impiegato migliaia di anni a produrre. E sap-
piamo bene come il sogno supremo della scienza, dalla se-
conda metà del XlX secolo ai giorni nostri, fosse la «pre-
parazione sintetica della vita», anche solo sotto l'umile
forma di qualche cellula di protoplasma.
Conquistando la natura attraverso le scienze fisiochi-
miche, l'uomo comincia a divenirne il rivale senza trovar-
si più in balia del tempo, poiché d'ora innanzi scienza e
mano d'opera svolgeranno il lavoro al posto suo. In virtù
di ciò che riconosce come l'essenziale di se stesso - la pro-
pria intelligenza applicata e la capacità di lavoro - l'uomo
moderno assume su di sé la funzione della durata tempo-
rale - ovvero il ruolo del tempo. Certo, egli è stato con-
dannato al lavoro fin dai primordi; ma nelle società tra-

cg Cfr. Eliade, Forgerons et alchimistes cit., pp. ~ 78-79 [trad. it., p. ~ 59].
I L MITO DELL'ALCHIMIA

dizionali, il lavoro assumeva una dimensione liturgica e


religiosa. Ora, nelle società industriali moderne, lavora-
re diviene un'attività completamente secolarizzata. Per
la prima volta nella storia, l'uomo si è assunto il compito
di « fare meglio e più in fretta della natura», senza pero
poter più disporre dí quella dimensione sacra che rende-
va sopportabile il lavoro in altre società.
E questo radicale processo di secolarízzazione del lavo-
ro umano ha avuto conseguenze paragonabili aU'istituzio-
ne del fuoco domestico e alla scoperta dell'agricoltura.
Ma questa è un'altra storia...69

6~ Cfr. ibid., pp. z82-85 [trad. it., pp. z6o-64].


L'alchimia asiatica
Alchimia asiaticd, Cultura Poporului, Bucuresl; 1935. Alcune parti
del volume erano state già pubblicate in alcuni articoli precedenti:
Note #i extrase despre alchimia asiaticd, in «Cuv~întul», 9, 1933, 2809,
pp. i-2; 2816, pp. »2; 2830, pp. I-2; Alchimia asiaticd, in «Vremea»,
8, I935, 376, P. 4; 379, P. IO; 38I, p. Io. Il volume neUa sua totalità
è stato successivamente pubblicato nella traduzione francese di BAain
Paruit con il titolo L'alchimie asiatique: l'alchimie chinoise et indienne,
L'Herne, Paris ~99o.
Prefazione all'edizione romena

L'opera che presento oggi al pubblico romeno costi-


tuisce soltanto la prima parte di una monografia di più
vaste proporzioni dedicata all'alchimia asiatica. Circo-
stanze indipendenti dalla mia volontà mi hanno costret-
to a pubblicarla in volumi separati - cosi come per le al-
tre opere che seguiranno, dedicate alla fisica e le scienze
naturali in Oriente. La mia intenzione era di presentare
tutti questi studi in un unico volume, per rendere più evi-
dente la struttura peculiare di quelle che vengono chia-
mate le «scienze» orientali. Non è una mancanza dell'au-
tore se questo desiderio non si è potuto realizzare.
Il presente saggio sarà seguito - mi auguro abbastanza
rapidamente - da un'opera dedicata all'alchimia babilo-
nese,1 argomento che, a causa delle controversie che non
cessa di suscitare dal I925, pone tutta una serie di pro-
blemi la cui discussione non può trovar posto in un solo
capitolo. La storia dell'alchimia europea - e al tempo
stesso alessandrina, iranica, araba e medievale - ha ini-
zio probabilmente con gli influssi esercitati dall'alchimia
1 [M. Eliade, Cosmologie si alchimie babiloniana, Bucarest i937, in
parte ripreso - rivisto e accresciuto - in Metallurgy, Magic and Alchemy,
in «Zalmoxis», i, i938, pp. 85-i29.]
44 L'ALCHIMIA ASIATICA

babilonese in Egitto. Le differenze strutturali esistenti


tra prechimica e alchimia sono ormai un dato acquisito.
Seguire la storia del conflitto sotterraneo tra esperienza
«mistica» ed esperimento «scientifico» vuol dire tender
conto di tutte le trasformazioni che hanno portato alla
nascita del mondo moderno. Problema affascinante e ar-
duo, che non può essere affrontato se non attraverso una
miriade di dati e documenti, e con l'ausilio di un senso
critico sempre vigile.
Per il reperimento di questi dati e documenti, desidero
esprimere la mia gratitudine a George Sarton (Harvard
University), Aldo Mieli (Comitato internazionale per la
storia delle scienze), Edmund von Lippmann (Halle), Sir
Praphulla Chandra Ray (Calcutta University) e Nae Ione-
scu (Bucarest), che, per dieci anni, mi hanno offerto sen-
za sosta il loro aiuto, procurandomi libri, riviste e infor-
mazioni. Un simile lavoro non avrebbe potuto essere con-
dotto a termine se non in una biblioteca specializzata. De-
vo per questo la mia gratitudine a Johan van Manen, se-
gretario della Società asiatica del Bengala, che ha messo a
mia disposizione le ricche collezioni della Biblioteca di
Calcutta e ha incoraggiato le mie ricerche.
M.E.
Aprile 1935
L'interesse degli storici delle scienze e degli intellettua-
li in genere per l'alchimia si è rivolta soprattutto alle parti
«scientifiche» della letteratura alchemica. L'alchimia,
dunque, è stata oggetto di studio soltanto nella misura in
cui essa si presentava come una prechimica. Gli unici au-
tori che venivano considerati degni di attenzione erano
quelli che, attraverso i loro testi, rivelavano di possedere
le doti del moderno uomo di scienza: spirito d'osserva-
zione, scetticismo nei confronti del mito e della leggen-
da, una certa capacità induttiva e molta, molta prudenza.
Personalmente, ho cercato di dimostrare a più riprese
che simili criteri di giudizio non si rivelano in ogni caso
adeguati, cosi come ho tentato di provare il fatto che l'al-
chimia non è stata, sempre e in ogni luogo, una prechimi-
ca, e che se una nuova tecnica scientifica - da cui è nata
la moderna chimica - si è a un certo momento separata
dalle tecniche alchemiche, ciò non significa che queste
fossero dotate unicamente di carattere pragmatico.
Nel presente studio limiterò il campo delle mie ricer-
che all'alchimia asiatica propriamente detta, vale a dire
46 L ' A L C H I M I A A S I AT I C A

non prenderò in considerazione la chimica araba- la qua-


le non è altro che una prosecuzione dell'alchimia alessan-
drina. È inutile aggiungere che non è mia intenzione,
nelle pagine che seguiranno, esaurire tutto il materiale di
documentazione che è oggi a nostra disposizione. Ciò
che mi preme fare è soltanto tracciare alcune linee diret-
trici. Mi auguro di non aver trascurato, per giustificarle,
alcun testo né alcun saggio critico importante.

In Cina, il primo testo alchemico propriamente detto


si trova citato nello Hanshu,1 testo che Arthur Waley fa
risalire al I secolo d. C. ma che si trova anche nello Shiji,2
opera di Sima Qian - celebre storico della Cina (circa
~45-86 a. C.) - e dunque di epoca più antica. La tradu-
zione di questo testo - che fornisco a partire da Edouard
Chavannes e Waley - permette di verificare in modo inop-
pugnabile il caratteresacro e rituale dell'alchimia cinese.
Il mago Li Zhaojun raccomanda all'imperatore Wu
[circa I4x-87 a. C.] della dinastia Han: «Reca sacrifici al
forno (zao) e potrai evocare degli esseri [soprannaturali].
Evocati gli esseri [soprannaturali] sarai in grado di tramu-
tare la polvere di cinabro in oro giallo. Prodotto quest'o-
ro giallo, potrai foggiarvi stoviglie per bere e per mangia-
re. Cost potrai prolungare la tua vita. Prolungando la tua
vita, potrai vedere gli immortali (xian) dell'isola Penglai,»

Hanshu, xxv, i2 recto, r. 8. [«Libro degli Han». È la seconda delle


storie dinastiche degli Han. Costituita di cento capitoli - opera perlopiù
dello storico e letterato Ban Gu (32-92 d. C.) - è una delle principali fonti
di informazione sulla storia dei primi Han.]
2 [«Memorie storiche». È la prima storia dinastica, articolata in cento-
trenta capitoli, capolavoro letterario oltreché fonte di straordinaria importan-
za perla conoscenza dell'antichità cinese.]
» [E la più celebre fra le isole o «montagne» meravigliose della leggenda
cinese. Peng significa «indefinito, mutevole» e/ai «terra non coltivata».
L'ALCHIMIA ASIATICA
47

che si trova in mezzo al mare. Una volta che li avrai visti,


potrai compiere i sacrificifeng e shan,« e allora non mori-
rai più ».
Tre sono i punti che occorre sottolineare in questo te-
sto: x. l'operazione alchemica - la trasmutazione del ci-
nabro in oro - implica certi atti religiosi (sacrifici ecc.); 2.
l'oro ottenuto viene assimilato, dal momento che viene
ingerito, e in tal modo prolunga la vita (motivo dell'Elixir
di lunga vita); 3- questa rinnovata esistenza sacra permet-
te di entrare in contatto diretto con gli «immortali».
Avremo occasione in seguito di ritornare a questi immor-
tali dell'isola Penglai, a cui si ricollegano innumerevoli
leggende alchemiche e religiose. Per il momento, limitia-
moci a sottolineare che l'oro alchemico gode della più alta
stima nell'ambito di tutta la letteratura cinese sull'argo-
mento. « Se di quest'oro alchemico farete piatti e vasella-
me, e se mangerete e berrete in essi, vivrete a lungo», scri-
ve il più celebre alchimista cinese, Ge Hong, noto con lo
Viene citata fin dallo Shanhai ring, raccolta anonima di testi di origini ed
epoche diverse - databili dal 111 secolo a.C. fino alla dinastia Han, o anche
posteriori - una delle principali fonti di notizie sull'antica mitologia cine-
se. Gli immortali, unici a poter avvicinare in volo l'isola - che è possibile
scorgere nel mare orientale come una coltre di nubi sull'acqua - avrebbero
in essa un palazzo d'oro e di giada destinato a ospitarli. I volatili e i qua-
drupedi che la abitano sono tutti di colore bianco, a simboleggiare lo stato
di non-dualità che caratterizza l'isola.]
4 [Si tratta di riti sacrificali particolarmente antichi - dedicati rispetti-

vamente al cielo e alla terra - che venivano celebrati insieme dall'imperato-


re, in origine su una delle cinque montagne sacre, il monte Taishan. La pri-
ma notizia a riguardo ci è fornita dallo storico Sima Qian nello Shiji, che de-
dica a questi sacrifici un'intera sezione, intitolata Fengshanshu, cioè «Trat-
tato dei sacrificifeng e shan». Secondo Sima Qian il primo a compierli sa-
rebbe stato Shihuangdi dei Qin, il primo imperatore dei cinesi, nel 259 a.C.
Nel i io a. C. l'imperatore Wu degli Han richiama a nuova vita questi sacri-
fici, celebrandoli a espiazione delle proprie'colpe che avrebbero fatto strari-
pare il Fiume Giallo nel 132, in ossequio all'idea antica secondo cui l'uscita
di un fiume dal letto indicava un messaggio del Cielo al sovrano.]
L'ALCHIMIA ASIATICA

pseudonimo di Baopu zi.» Lo stesso autore insiste sulle


proprietà magiche dell'oro alchemico: «L'uomo autenti.
co fabbrica l'oro perché desidera, utilizzandolo come far-
maco [cioè assimilandolo in quanto alimento], divenire
immortale». L'oro frutto della preparazione alchemica
- l'oro «fabbricato» - era superiore all'oro naturale che,
come vedremo, possedeva nondimeno delle proprietà ma-
giche. I cinesi credevano che le sostanze fossero impure
nel momento in cui venivano estratte dal terreno e che oc-
corresse «cuocerle», come gli alimenti, perché l'organi-
smo umano fosse in grado di assimilarle.
Ecco un altro testo sull'oro alchemico, che enumera le
proprietà straordinarie di questo Elixir. Il testo è tratto
dal Cantongqi - celebre trattato di alchimia di Wei
Boyang,6 il cui titolo potrebbe essere reso approssimati-
vamente con «Unione delle corrispondenze separate»:
Dal momento che anche la pianta jusbeng può
prolungare la vita,
Perché non provi a mettere l'Elixir nella tua bocca?
L'oro, per sua stessa natura, non nuoce;
Ecco perché, fra tutte le cose, è la più preziosa.
Allorché il devoto dell'Arte [l'alc~sta] lo include
nella propria dieta,
La durata della sua vita diviene eterna [...]
Quando la polvere dorata penetra nei cinque visceri,
La nebbia è dissipata come le nuvole di pioggia
dal vento [...]
I capelli bianchi ridiventano neri;
5 [Baopu zi è anche il titolo dell'opera fondamentale che Ge Hong ci ha
lasciato. L'espressione - che significa « Il Maestro che ha abbracciato la
Semplicità» - proviene da Laozi. ]
6 [Uno dei leggendari immortali taoisti, che sarebbe vissuto nel rr seco-
lo d. C., alla fine della dinastia Han.]
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A 49

I denti caduti rispuntano al loro posto.


Il vegliardo rammollito è di nuovo un giovane pieno
di desideri;
La vecchia sfatta è di nuovo una ragazza.
Colui la cui forma ha subito mutamento e che è sfuggito
ai pericoli della vita,
Reca il titolo glorioso di Uomo Reale.

L'intento dell'alchimista cinese è dunque chiaro. Egli


non cerca l'oro per arricchirsi. Non ne cerca nemmeno una
grande quantità; si accontenta di qualche granello, per tra-
sformarlo in Elixir, ovvero in un liquido che berrà e grazie
al quale diverrà immortale. Come ha scritto Berthold Lau-
fer, il meglio documentato e il più lucido fra i sinologi: «I
cinesi credevano che l'oro prodotto tramite i processi di
sublimazione e trasmutazione alchemica fosse dotato di
una vitalità e di un'efficacia superiori nella lotta per il con-
seguimento della redenzione e dell'immortalità; non era
dunque l'oro in quanto metallo ciò di cui erano alla ricer-
ca, ma l'oro di una qualità trascendente, capace di mettere
in atto il processo di spiritualizzazione del corpo».
L'alchimia era soltanto una delle numerose tecniche
per mezzo delle quali i cinesi - i taoisti in particolare -
cercavano di raggiungere l'immortalità. E non si riuscirà
a comprendere nulla dell'alchimia cinese se non la si con-
sidererà un tutt'uno con le concezioni fondamentali del
mondo e dell'anima di quel popolo. Secondo la credenza
cinese, l'uno o l'altro dei due «elementi» essenziali - lo
yin (femminile) e lo yang (maschile) - si trova infuso in
tutte le sostanze esistenti sulla terra e nell'universo. Tut-
to ciò che è partecipa, in maggiore o minor misura, di
questi elementi fondamentali. In alcuni corpi è il princi-
pio maschile a dominare, in altri quello femminile. A po-
L'ALCHIMIA ASIATICA

co a poco - in particolare in certi ambienti taoisti .. lo


yang è stato identificato col dao, parola intraducibile che
riunisce in sé svariate nozioni - via, principio universale,
norma, verità ecc. Più una sostanza contiene yang--e
dunque dao - più è nobile, incorruttibile, «assoluta». La
trasmutazione dei metalli - da inferiori e scuri in nobili e
luminosi - si compie eliminando lo yin e accrescendo lo
yang. L'oro di sintesi, cioè alchemico, si rivela superiore
all'oro naturale proprio perché le operazioni alchemiche
lo hanno purificato da ogni traccia di yin.
Tutte le sostanze che contengono lo yang possiedono,
in maggior o minor misura, le proprietà di questo princi-
pio cosmico. Chiunque partecipi dello yang- cioè chiun-
que assimili, sul piano della vita biologica, delle sostanze
ricche di yang - sarà messo a parte di tutte le proprietà
che hanno a che fare con quel principio: chiarezza, salu-
te, forza, longevità, immortalità ecc. Proprietà che, co-
me si vede, sono di pertinenza di ambiti diversi: biologi-
co, sociale, spirituale.
E questa la ragione per cui, già fin dai tempi più remo-
ti, i cinesi amavano circondarsi di simili sostanze. Indos-
sate a contatto con il corpo, erano in grado di garantire
forza, salute, longevità. La loro presenza permetteva al-
l'uomo di partecipare della gerarchia celeste che esse rap-
presentavano. Infatti, oltre alle virtù magiche che posse-
devano, tali sostanze erano emblemi del principio solare
e celeste. AH'opposto, le sostanze che racchiudevano in
sé lo yin fungevano da emblemi del principio ctonio, del-
la terra ferace, madre dei .metaUi e delle piante. L'oro, la
giada e tutte le sostanze ricche di yang non avevano sol-
tanto il potere di assicurare all'uomo che le indossava - o
le assimilava ingerendole - longevità e perfetta salute; lo
aiutavano anche ad armonizzarsi con il principio stesso
L' ALCHIMIA ASIATICA

di cui erano simbolo, a mettersi in una condizione di pa-


ce a livello organico con il cosmo nella sua totalità; in tal
modo la vita scorreva entro quella perfezione che è pro-
pria di colui che si trova in comunione diretta con le leg-
gi supreme. Ecco perché l'assimilazione delle sostanze
che racchiudevano in sé il dao - da cui lo yang - aveva una
funzione cos~ importante nella vita cinese. Non si tratta-
va soltanto di igiene, di medicina o di alchimia, ma anche
di buona virtù sociale, familiare, religiosa. La modalità
attraverso cui si svolgeva l'assimilazione di queste so-
stanze - per mezzo delle rappresentazioni, dell'alimenta-
zione, dei riti - era assai complessa. L'alchimia non può
essere capita se non si tiene conto di questa funzione - co-
si tipica della mentalità cinese - in virtù della quale l'in-
dividuo si sforza instancabilmente di raggiungere la comu-
nione con i principi e l'armonia con le leggi, di modo che
la vita scorra in lui senza ostacoli.
L'elenco delle sostanze in cui è racchiuso lo yang è abba-
stanza vasto. Se ne trovano in ogni regno naturale. Certi
animali sono ritenuti dotati delle qualità proprie dell'E-
lixir; fra essi, i più noti sono la tartaruga, il gallo e la gru.7
La tartaruga e la gru sono i simboli per eccellenza dell'im-
mortalità. Con il carapace dell'una e le uova dell'altra si di-
stillano delle bevande che permettono di accrescere la vita-
lità.s Per quanto riguarda i vegetali che contengono una

7 In Cina, la gru è ritenuta un uccello in grado di vivere centinaia e ad-


dirittura migliaia di anni. Gli autori antichi la descrivono sempre in com-
pagnia degli «immortali» (xian), che se ne servono come veicolo. Viene di-
pinta sui carri funebri a simboleggiare il passaggio all'immortalità, di cui
essa rappresenta abitualmente il genio tutelare. Nei dipinti raffiguranti i
leggendari «otto immortali» in viaggio verso l'isola dei beati, è la gru a trai-
nare la loro barca per i cieli.
s La grande enciclopedia medica cinese, il Bencao gangmu [letteralmen-
te «Compendio galenico»; è una sorta di farmacopea che tratta dí erbe,
52 L'ALCHIMIA ASIATICA

grande quantità di yang e che vengono utilizzati per assicu-


rare la longevità, si devono ricordare lo zhi9 (la «pianta del-
la felicità» o « dell'immortalità» della letteratura cinese), il
pinolo e il pesco.li Ge Hong scrive: « Il miglior ritrovato de-
gli immortali è il cinabro, poi vengono l'oro, l'argento, le
diverse specie di zbi e i cinque tipi di giada». Tutte queste

pietre e óssa] dà la seguente ricetta: «Fa' uso del sangue della cresta di un
gallo di tre anni e avrai essenza di yang in abbondanza». Un'antica usanza
cinese vuole che nel giorno di capodanno si mangi un uovo di gallina per
ottenere l'energia vitale necessaria per tutto l'anno.
9 Questa pianta è stata identificata da Matsumura con il Sesamum in-
dicum. [E probabilmente uno dei centotrenta « funghi» cinesi dell'immor-
talità.]
lo 11pino e il cipresso sono considerati alberi enormemente ricchi di so-
stanza yang. Ge Hong, il celebre alchimista, afferma che chi si cosparge la
pianta dei piedi con linfa di cipresso « potrà camminare sulle acque». Men-
tre se ci si friziona con la stessa sostanza il corpo intero, si diventerà invi-
sibili. Ridotto in polvere e posto in una torcia, il frutto del cipresso pro-
duce una luce di straordinaria intensità; se nel sottosuolo si trovano del-
l'oro o della giada, la sua fiamma diventa blu e si rivolge a terra. Ingerita,
questa polvere «fa si che l'uomo viva mille anni». Un testo persiano, il
Bundahùhn [testo mediopersiano antecedente all'invasione musulmana di
argomento mitico-religioso, summa del sapere sacro zoroastriano], riferi-
sce di un albero, il i6kard, che ha la proprietà di rendere immortali coloro
che mangiano dei suoi frutti. [G6kard è termine di difficile interpretazio-
ne - che significa forse «giallo», forse «fecondo» ed è stato interpretato
anche come « zolfo» - usato per identificare il vegetale primordiale che
forni i semi di tutte le piante della terra e allontanò dalla vita degli uomini
la vecchiezza, « facendo sorgere la piena perfezione del mondo »; cff. Bun-
dahishn, IX, 6, trad. di E.W. West in Sacred Books of the East, Oxford
I897, voi. 5.]
n «La resina del pesco permette all'uomo di rendere il proprio corpo
luminoso», scrive Ge Hong. Fin da epoche remote sono apparse in Cina
monografie dedicate a singole piante. Lo Zhu pu (« Trattato dei bambù») è
stato redatto nel Iv o v secolo d. C., mentre il Cha ring («II libro del tè»)
è stato scritto da Lu Yu nella seconda metà del vm secolo. Sotto la dinastia
dei Song sono stati composti numerosi testi di questo genere, fra cui lo
Hanyan zhi («Trattato degli aranci») diJu Lu (i i78), tradotto da M.J. Ha-
gerty in «T'oung Pao», uu, i929, pi0.63.96, con una dotta introduzione di
Paul Pelliot.
L'ALCHIMIA ASIATICA 5

sostanze venivano ingerite in forma di decotti o conservate


a contatto con il corpo.
L'oro - metallo incorruttibile e perfetto - e la giada
- «nutrimento degli spiriti» - non cessano di sviluppare
le loro proprietà magiche con la morte del corpo. Queste
sostanze sono chiamate ad attendere alla conservazione
del cadavere, trasmettendogli il potere insito nella loro
natura simbolica e permettendogli di conservarsi immu-
tabile e intatto, conformemente al principio che esse rap-
presentano. « Se si mettono oro e giada nelle nove aper-
ture del cadavere, esso sarà preservato dalla putrefazio-
ne», scrive Ge Hong. Tao Hongjing,12 alchimista del v
secolo, ci fornisce queste indicazioni: « Quando si apre
un'antica tomba e il cadavere che vi si trova sembra vi-
vo, dovete sapere che all'interno e all'esterno del corpo
c'è una grande quantità d'oro e di giada». In ossequio al-
le regole della dinastia Han, i principi e i signori veniva-
no sepolti in abiti ornati di perle e con scatole di giada,
per preservare il corpo dalla decomposizione.
La giada rappresenta l'essenza del principio yang e
ostacola la corruzione - funzione che appartiene al prin-
cipio yin, la cui inappellabile dinamica implica l'eterna
trasformazione e combustione che mira a ridurre in ce-
nere ogni cosa, soggiogandola alla legge della terra. A1
momento della morte, il principio femminile del corpo
umano mette in moto i fluidi dell'organismo e tutto ciò
che può svolgere una funzione disgregatrice. A questa
azione disaggregante e di coîrompimento, la giada oppo-

12 [Figura poliedrica, sapiente erborista e amico dei buddhisti, Tao


Hongjing (456-536 d. C.) fu il grande teorico della scuola dello Shangqing
- ovvero dell'« Assoluta Purezza » - movimento sorto alla fine del Iv secolo
d. C. che raccolse l'essenziale della tradizione di Ge Hong integrandola con
una parte di quella dei Maestri Celesti.]
54 L'ALCHIMIA ASIATICA

ne tutto il potere di coesione che è proprio del principio


maschile. Fin dalla dinastia Zhou si usava assumere la
giada per via orale. E secondo un'idea diffusa nel tardo
taoismo, la giada era il nutrimento degli spiriti ed era in
grado di assicurare l'immortalità.
Tutti questi simboli e queste rappresentazioni non co-
stituiscono una realtà isolata; essi si confondono con la
totalità della vita sociale e spirituale della Cina. La giada
svolge un ruolo fondamentale nella società cinese antica,
fungendo da veicolo per la sua simbologia e alimentan-
done la psicologia. La giada infatti non viene utilizzata
soltanto per assumere lo yang e per conseguire l'immor-
talità. Indossati da alcune persone o in certe circostanze,
braccialetti e altri monili di giada rivelano di per se stes-
si - in virtù del loro colore, della loro forma, del suono
che producono picchiettando tra loro - la condizione so-
ciale dei loro proprietari. I monili di giada sono anche il
simbolo della vocazione spirituale dell'individuo e il se-
gno distintivo del posto che egli occupa nella società o
del ruolo ufficiale che vi svolge. Ban Gu, autore del Bai
hu tong, scrive: «Gli oggetti portati appesi alla cintura in-
dicano ciò che un uomo si propone e rivelano le sue atti-
tudini. Cost colui che coltiva la condotta morale assoluta
- il dao, "la via" nel senso delle scuole corduciane - por-
ta appeso un anello circolare. Chi pone la ragione e la
virtù - il daode nel senso di Laozi - a fondamento della
propria condotta indossa dei gioielli chiamati Kun.~~ Co-
lui che è capace di scegliere (Jue) in questioni imbaraz-
zanti o difficili porta un pendente a mezza luna (Jue). Ciò
significa che il tipo di monile appeso alla cintura per-
mette di indovinare le attitudini del suo possessore». La

*' [Pietra preziosa somigliante alla perla; è anche una varietà di giada. ]
L'ALCHIMIA ASIATICA 55

giada è un elemento che si ritrova in tutte le leggende su-


gli eroi e gli imperatori della Cina antica. Del grande
Shilauangdi dei Qin, il primo imperatore, si racconta che
avesse ingerito della giada liquida.14 Ho insistito nel sot-
tolineare il ruolo universale che ha assunto la giada nel-
l'ambito della vita cinese, collettiva come spirituale - I'« im-
mortalizzazione» dell'individuo - nell'intento di defini-
re la funzione che essa svolge nell'alchimia, e in partico-
lare per mostrare come l'alchimia stessa risulti struttural-
mente connessa alla tradizione cinese nella sua totalità e
come non costituisca una scienza - almeno non dal pun-
to di vista da cui noi la stiamo trattando - e infine, e so-
prattutto, come l'alchimia debba essere studiata attra-
verso documenti che la prendano in considerazione in
questo senso proprio e non sulla scorta di testimonianze
di tipo prechimico.
Tao Hongjing menziona anche le perle come elemento
capace di preservare il corpo dalla decomposizione. Nel-
la storia leggendaria della Cina, re ed eroi apparivano
spesso adorni di giada e di perle. Queste ultime si trova-
no in relazione con il dragone, questo animale fantastico
cosi tipico della Cina. Tutto il simbolismo della perla si
pone sotto il segno del femminile e lascia indovinare la
presenza di una tradizione marina, opposta alla tradizio-
ne continentale della giada. La perla, immagine del prin-
cipio femminile, simboleggia la vita e la fecondità e si tro-
va in rapporto diretto con i molluschi, in particolar mo-
do con la Cypraea (vulva = conchiglia = perla = seconda
nascita = immortalità). Perle e tartarughe, nella credenza
degli antichi cinesi, crescono e diminuiscono in armonia
con il ciclo della luna. Come abbiamo appena ricordato,

14 Era usanza mettere in bocca ai morti della giada e delle conchiglie.


L'ALCHIMIA ASIATICA

è molto probabile che il simbolismo della perla rientri


nell'ambito delle tradizioni marine - condivise d'altron.
de da gruppi etnici assai diversi fra loro, austroasiatici e
micronesiani, con influssi riscontrabili anche in India _
e che esso abbia costituito a lungo un tipo di simbolismo
parallelo a quello della giada. Ad ogni modo, nei testi che
conosciamo, la perla sembra possedere le stesse proprietà
magiche della giada, benché il suo tipo di simbolismo sia
di natura femminile; potrebbe forse trattarsi di una re-
miniscenza ben radicata dei tempi del matriarcato e della
discendenza uterina? Anche se gli alchimisti la impiega-
no meno dell'oro e della giada, la perla si inserisce tutta-
via a pieno diritto all'interno di quel vasto edificio che è
ii «circuito dell'immortalità», di cui l'alchimia fa parte.
I cinesi - che hanno la tendenza a mettere in relazione
fra loro ogni cosa - hanno scoperto delle affinità tra gli
organi del corpo umano e certe sostanze minerali. « Il
fuoco del cuore è rosso come il cinabro e l'acqua dei reni
nera come il piombo», scrive un biografo del celebre al-
chimista Lii Dongbin, vm secolo d. C.1» Il Wu Xing, il
complesso universale costituito dai cinque elementi - ac-
qua, fuoco, legno, metallo, terra - ha finito per trovare
un'applicazione in tutti gli ambiti dell'esistenza. Si parla
delle cinque relazioni sociali, delle cinque virtù, dei cin-
que gusti, dei cinque colori, dei cinque toni ecc.is E lo

1~ [È verosimilmente questo il personaggio a cui si riferisce Eliade, no-


to anche come Lii Zu - «il patriarca LiJ» - personaggio leggendario consi-
derato un maestro da tutte le scuole e annoverato fra gli « otto immortali».
Potrebbe anche trattarsi di Lii Yan, alchimista dell'vm secolo.]
16 Secondo lo studioso cinese Liang, il tentativo più ardito di stabilire
delle corrispondenze all'interno del Wu Xing è stato compiuto dal taoista
Lii Buwei (morto nel 235 a.C.). L'opinione di Chavannes è che la teoria
dei cinque elementi sia stata presa a prestito dai cinesi alle popolazioni tur-
co-mongole.
L'ALCHIMIA ASIATICA ~7

stesso per gli organi del corpo umano: il cuore ha la natu-


ra del fuoco, il legato del legno, i polmoni del metallo, i
reni dell'acqua, lo stomaco della terra.
In virtù del naturale e perfetto funzionamento dei
suoi organi, l'uomo si trova in comunicazione con la to-
talità dell'universo. Il corpo umano racchiude in sé l'in-
tero cosmo, si nutre delle forze stesse che animano que-
sto universo ed è sottoposto agli stessi conflitti struttura-
li - lo yin e lo yang ad esempio - che percorrono quello.
La medicina cinese - proprio come l'alchimia e tutte le
altre tecniche che mirano a raggiungere l'immortalità - è
fondata su simili corrispondenze. Non si potrà compren-
dere nulla dell'alchimia cinese se non si terrà conto della
totalità del sistema di pensiero a cui appartiene, un pen-
siero che conserva la sua natura cosmica e simbolica an-
che nel momento in cui ha a che fare con delle realtà che
cadono sotto il dominio dei sensi.
I testi che abbiamo citato sinora ci permettono di ren-
derci conto di come l'alchimia cinese faccia parte inte-
grante di un sistema di tecniche spirituali e non scientifi-
che. Le osservazioni esatte e le induzioni di tipo scientifi-
co che si incontrano casualmente in opere alchemiche ri-
sultano troppo rare e sporadiche per poter dar vita a una
vera prechimica. I cinesi erano un popolo molto perspica-
ce ed estremamente paziente, che ha saputo scoprire e
raccogliere un'enorme quantità di dati puntuali a propo-
sito di tutti i fenomeni fisici e biologici; tuttavia l'alchi-
mia non fa parte delle scienze che si sono formate a parti-
re da questi dati. L'alchimia è stata, e resta, una tecnica
spirituale attraverso cui l'uomo può assimilare le virtù
che reggono l'esistenza e perseguire l'immortalità. L'E-
lixir di lunga vita non è altro che l'immortahta, " " fine di
tutte le tecniche mistiche di ogni epoca e luogo. L'alchi-
mista alla ricerca dell'Elixir è più simile al mistico che
cerca la propria via all'immortalità che non all'uomo di
scienza. Quanto all'oro - alla Pietra Filosofale - esso ave-
va, come abbiamo visto, una funzione puramente spiri-
L'ALCHIMIA ASIATICA 59

tuale: infondere nell'uomo il principio imperituro dello


yang. La stessa formula che consentiva di ottenere I'E-
lixir di lunga vita serviva anche, talora, a produrre l'oro
alchemico;1 il che dimostra, una volta di più, che l'oro di
cui parlano i testi di cui ci occupiamo aveva un valore mi-
stico, nel senso che la sua assimilazione conferiva l'im-
mortalità. Ed è proprio l'immortalità ciò a cui gli alchimi-
sti cinesi ambivano quando cercavano la Pietra Filosofale
e non all'oro in quanto semplice metallo. L'oro d'altron-
de - che in Cina si trovava in abbondanza - non è sempre
stato considerato un metallo prezioso e un talismano, come
accadeva invece fin dai tempi più antichi per il cinabro.
Pare che le origini storiche dell'alchimia siano da ricer-
care in relazione alla preparazione sintetica del cinabro2
- mentre le sue origini «vitali» affondano, come abbiamo
visto, nella ricerca dell'immortalità. Il cinabro è sempre
stato considerato in Cina una sostanza dotata di un potere
talismanico e particolarmente apprezzato per le sue virtù
rigeneratrici. Il suo colore rosso era ricco di proprietà vita-
li, essendo simbolo del sangue - il principio della vita - e
svolgeva per questo un ruolo fondamentale nell'accesso al-
l'immortalità. Fin da epoche preistoriche, il cinabro veni-
va utilizzato in Cina nelle tombe dei ricchi aristocratici
nell'intento di assicurare loro l'immortalità. Ma non era
soltanto il suo colore a fare del cinabro un veicolo per l'im-

1 È questo il caso di un ritrovato assai diffuso, chiamato ba qiong dan,


«il rimedio delle otto sostanze eccellenti» - tra cui si annoveravano in par-
ticolare il cinabro, il realgàr, l'orpimento e il borace - che fungeva al tem-
po stesso da Ehxir e da Pietra Filosofale.
2 In L'alchimie chez [es chinois, in «Journal asiatique », 2, x 895, pp. 314-40,
Fernand de Mély sostiene che sarebbe l'orpimento a costituire la vera base
dell'alchimia cinese. Riferiamo questa opinione unicamente per il fatto de
Mély viene ancora citato nelle opere di storia della scienza; in realtà il suo
studio risulta oggi completamente superato.
60 L'ALCHIMIA ASIATICA

mortalità; era importante anche il fatto che, messo sul fuo-


co - «il fuoco capace di trasformare gli alberi e le piante in
cenere»3 - producesse mercurio, cioè quel metallo che era
considerato «1'anima di tutti i metalli». Ecco la ragione
per cui il cinabro era considerato dotato di yang- mentre
il mercurio veniva associato allo yin. Ge Hong sostiene che
è sufficiente mescolare tre libbre di cinabro con una libbra
di miele, far seccare il tutto al sole e quindi ricavarne delle
pillole della grandezza di un grano di canapa perché nel gi-
ro di un anno, prendendo dieci di queste pillole, i capelli
bianchi ridiventino neri e i denti caduti rispuntino - men-
tre se si continua a prenderle per più di un anno si ottiene
1 ~mmortalita.
A nostro avviso, tuttavia, non è soltanto la ricerca del
cinabro sintetico che ha contribuito alla nascita dell'al-
chimia. La scoperta della metallurgia ha svolto un ruolo
altrettanto essenziale, in virtù dei miti e dei riti che ha
generato. La metallurgia era considerata come un'atti-
vità di tipo sacro e i forni venivano assimilati ai Principi.
Yu il Grande - eroe leggendario e fondatore della prima
dinastia reale [quella degli Xia] - crea cinque fonderie in
relazione con lo yang e quattro in relazione con lo yin.4
Per gli antichi cinesi, la metallurgia non era un'attività
profana, meramente produttiva, ma un atto carico di sa-
cralità, al quale potevano prendere parte soltanto alcuni

» Ge Hong, Baopu zi.


4 [Come è narrato nello Shiyi ii (cap. rt, p. i a) - silloge in dieci capitoli
composta da Wang Jia dei Jin, ricca di racconti mitologici e di una geogra-
fia meravigliosa delle principali montagne cinesi - Yu fece fondere nove
tripodi - cinque in corrispondenza con lo yang e quattro a immagine dello
yin - chiedendo al fabbro di utilizzare metallo femmina per produrre i tri-
podi yin e metallo maschio per quelli yang. La fusione dei metalli, nella Ci-
na antica, comportava infatti l'unione sessuale di questi due principi. Que-
sti tripodi erano dotati di svariate funzioni divinatorie.]
I , ' A L C H I M I A A S I AT I C A 61

individui a conoscenza dei rituali adeguati. I forni costi-


tuivano una sorta di giudice, per il semplice fatto che in
essi trovava compimento un mistero sacro, un atto di
creazione, cioè di «nascita» dei metalli. I forni avevano il
potere di riconoscere la virtù, tanto che esistevano dei
«giudizi di Dio» che imponevano che il sospetto fosse
gettato in un forno. Creare una fonderia costituiva un at-
to virtuoso che doveva essere compiuto da un uomo pu-
ro, a conoscenza dei riti del mestiere. Perforare la monta-
gna che conteneva il minerale costituiva un altro atto sa-
cro che, allo stesso modo, poteva essere eseguito soltanto
da un uomo puro e che fosse a conoscenza dei rituali.
In questi ambiti metallurgici si sono formati dei miti
che hanno alimentato per secoli il folclore e la vita spiri-
tuale del popolo cinese. I legami sacri che uniscono gli
uomini e i metalli, il mistero della «rinascita» di un me-
tallo a partire dal minerale - fenomeno che, parallela-
mente a quello del cinabro che produce mercurio, ha da-
to vita all'oscura intuizione della trasmutazione, della re-
surrezione e dell'immortalità -, le corrispondenze esi-
stenti tra la flora che cresce in un luogo e i metalli che si
trovano nel sottosuolo, tutto questo ha nutrito fin dall'i-
nizio la vita interiore di un popolo che avrebbe scoperto
in seguito l'alchimia come tecnica mistica e non come
scienza chimica. Il motivo per cui continuo a insistere
sulle origini sacre dell'alchimia cinese è proprio per cer-
care di metterne in evidenza il tratto non razionale, miti-
co e mistico. Venuta alla luce in un ambiente saturo di
elementi fantastici, l'alchimia ha attinto i suoi caratteri
dall'esperienza del meraviglioso di tutto un popolo. In
essa ritroviamo dunque le stesse preoccupazioni di tipo
cosmico, lo stesso motivo dell'armonia con le leggi uni-
versali e la medesima ricerca d'immortalità.
62 L ' A L C H I M I A A S I AT I C A

Il mito delle «isole degli immortali» - che fa spesso la


sua comparsa nei testi alchemici cinesi - impone di esse.
re studiato in relazione con le tecniche d'immortalità,
delle quali, con il passare del tempo, l'alchimia è divenu.
ta la più illustre rappresentante. Lo storico Sima Qian
parla per ben tre volte, e diffusamente, di queste isole.
La prima nel capitolo [dello Sbiji] dedicato a Shihuangdi
dei Qin (249-2 ~ o a. C.) l'imperatore che fece costruire la
Grande Muraglia. Questo imperatore desiderava ar-
dentemente entrare in possesso dell'«erba dell'immorta.
lità» che cresce sulle tre isole meravigliose di Penglai,
Fangzhang e Yingzhou, e inviò per questo Xinshi, insie-
me a svariate migliaia di altri giovani e fanciulle, alla
ricerca degli immortali delle tre isole. La seconda volta
Sima Qian ne parla nel capitolo XXVlI [dello Sbiji] - il
Fengsbansbu [« Trattato dei sacrificifeng e sban»]. In esso
apprendiamo che l'imperatore ha inviato la sua spedizio-
ne, ma che questa è rientrata a mani vuote, dopo aver av-
vistato le isole senza esser riuscita per questo ad avvi-
cinarvisi. Da ultimo, un terzo testo- il capitolo CXVlII
[dello Sbiji] - ci svela il termine di questa avventura alla
ricerca dell'erba dell'immortalità.
Xu Fu, un altro messaggero di Shihuangdi, parte a sua
volta in direzione delle isole meravigliose. Porta con sé
tremila fanciulle e tremila ragazzi, insieme a « chicchi dei
cinque cereali e artigiani appartenenti a tutte le corpora-
zioni». Ma lungo il percorso la spedizione si imbatte in
una terra tranquilla e fertile; Xu Fu vi si stabilisce e si
proclama re. Questa regione e le tre «isole meravigliose
in mezzo all'Oceano» sono state identificate - da Kla-
proth e più tardi da Schlegel - con il Giappone. Chavan-
nes accetta l'ipotesi come non del tutto mprobabile. Essa
i 1 ~ ~

resta, tuttavia, né più né meno che una semplice ipotesi.


L'ALCHIMIA ASIATICA 63

La nostra opinione è che queste leggende di isole me-


ravigliose alla cui volta furono inviati messaggeri già sot-
to i sovrani dello stato di Wei (378-348 a. C),5 siano da
considerarsi più come una tradizione mitica - la tradizio-
ne dei luoghi paradisiaci cui pervengono santi e maghi -
che non come la memoria di remote avventure geografi-
che. Anche nell'ipotesi che siano state delle navigazioni
reali a ispirarle,6 queste leggende conservano, nondime-
no, il loro carattere puramente mitico. Le tre isole - abi-
tate da immortali, con palazzi custoditi da uomini-drago-
ne, e sul cui suolo spuntano erbe in grado di procurare
l'immortalità - ricordano da vicino le mitiche contrade
di g~kadvipa e ~vetadvipa7 della tradizione hindfi (del re-
sto, in sanscrito, dvipa significa «isola») e il lago miraco-
loso di Anavataptas delle leggende buddhistiche. Questi

5 È questo almeno quanto afferma lo storico Sima Qian nella sua opera
Shiji (vol. 3, pt. 2, p. 436). Padre Albert Tscheppe - in accordo d'altronde
con Chavannes - sembra incline ad accettare questa tradizione.
s Recenti studi di etnografia confermano che le navigazioni in Asia, già
in epoche preculturali, avevano raggiunto esiti strabilianti. Avremo occa-
sione in seguito, in un'altra opera, di soffermarci sulle migrazioni nel mon-
do austroasiatico.
7 [Isole meravigliose della tradizione hindfi. La prima è «l'isola dell'al-
bero di teak (s'dka)», la seconda «l'isola bianca (íveta)». A quest'ultima si
fa accenno nel Mahdbhdrata, descrivendola come una zona posta a nord
- in analogia con la tradizione iperborea occidentale - raggiungibile solo
in volo, i cui abitanti sono tutti luminosi e di sesso maschile; è chiamata
con questo nome anche una zona situata nei pressi di Benares.] W.E.
Clark, ~dkadvipa and ~vetadvipa, in «Journal of the American Oriental So-
ciety», 39, 1919, respinge l'ipotesi - avanzata da Max Weber - secondo
cui il mito delle meravigliose contrade del nord sarebbe dovuto a influssi
cristiani in India.
8 [Il significato letterale del nome - an privativo e avatapta «cotto»,
«bruciato» - sta a indicare probabilmente il carattere di ciò «che non è toc-
cato dal fuoco», e che ha dunque superato il limite proprio di ciò che è
«cotto» o «bruciato». Corrisponde all'attuale lago R~vanarhada, da cui
nasce il fiume gatadru, o Sutlej. Questo lago magico poteva essere raggiun-
64 L'ALCHIMIA ASIATICA

luoghi mitici erano popolati da esseri immortali e vi si po-


teva accedere unicamente attraverso sacrifici, ascesi o
devozione - per quanto riguarda ~~kadvipa e ~vetadvipa
- o in virtù di poteri magici - per quanto concerne il lago
di Anavatapta. Il Buddha e i santi del buddhismo veni-
vano trasportati attraverso i cieli, in un batter di ciglia,
sull'Anavatapta. Proprio come, nelle leggende cinesi, gru
dal piumaggio cinerino trasportavano per i cieli, in dire-
zione delle «isole meravigliose in mezzo all'Oceano », la
barca in cui si trovavano gli «otto immortali».9 Ci trovia-
mo dunque di fronte a varianti di una medesima leggen-
da, quella di contrade meravigliose a cui potevano acce-
dere solo santi e maghi, dove la vita non conosceva la
morte e la giovinezza non si accompagnava mai alla vec-
chiezza. Non staremo qui ad analizzarne tutte le varianti
- basti dire che questo tipo di leggenda è diffuso in sva-
riate parti del globo. Sottolineiamo soltanto che esso si
ricollega alla fonte inesauribile delle avventure umane: la
ricerca dell'immortalità e dell'eterna giovinezza. È da
questo punto di vista che la leggenda delle isole abitate
da immortali e beati è stata utilizzata dagli alchimisti e
fatta un mito proprio dall'alchimia.

Anche altri imperatori cinesi sono all'origine di spedi-


zioni e ricerche sulle tracce degli Elixir d'immortalità.
Quelle su cui ci soffermererno d'ora innanzi appartengo-
no a una dimensione perfettamente storica e si situano

to solo da chi possedeva la virtù soprannaturale del volo. Il suo nome è an-
che quello di un mitico re serpente.]
9 Tutto un mito si è andato creando col tempo a proposito di questi «ot-
to immortali» - mito alimentato non soltanto dalla credenza nell'immorta-
lità ma altrest dalle numerose superstizioni del periodo di decadenza del
taoismo.
L'ALCHIMIA ASIATICA 65

nell'ambito di una storia dell'alchimia cinese. Non è più


il caso, ormai, della pianta leggendaria delle «isole degli
immortali» in grado di donare la vita eterna, benst di pre-
parazioni alchemiche ritenute capaci di prolungare la
vita. Cost, ad esempio, l'imperatore Taizong - vn secolo
d. C. - ospitava alla propria corte il brahmano N~~yana-
sv~min, fatto venire dall'India nel 648 da Wang Xuan-
ze. Questo brahmano era un alchimista esperto nell'arte
di prolungare la vita, e a noi è giunto il resoconto delle
sue avventure in Cina. Nel 664-65 Gaozong ordinò al
monaco buddhista Xuanzhao di far venire dal Ka~mir un
mago indiano di nome Lok~ditya,lo di cui si diceva che
possedesse l'Elixir di lunga vita.
Nel 1222, Genghis Khan ordinò di convocare Falchi-
mista taoista Changqun11 a Samarkand. Questo Chang-
qun era un asceta assai eccentrico, che faceva parte della
scuola Quanzhen, fondata da Wang Zhe nella prima
metà del xn secolo,~2 una scuola estremista in cui l'asceti-
smo era spinto ai suoi limiti più avanzati - i discepoli del-
la scuola non mangiavano neppure frutta e non bevevano
tè, e alcuni arrivavano a privarsi anche del sonno. Un di-
scepolo di Changqun, di nome Li Zhichang, ha stilato il

lo [I1 suo nome, probabilmente un epiteto, vuol dire « sole del mondo».]
n [I1 nome significa «lunga primavera» e perciò «colui che vive a lun-
go»; era evidentemente un epiteto attribuito a chi aveva scoperto il segre-
to della longevità. È possibile che ci si riferisca a Qiu Chuji (i i48-I2z7),
uno dei sette principali discepoli di Wang Zhe, che era ritenuto in posse-
sso del segreto della longevità e soggiornò effettivamente presso la corte
di Genghis Khan, ottenendo numerosi favori per la propria scuola e per la
Ch,_a.]
12 [Wang Zhe (i iz3-I I7o) è considerato il fondatore della scuola
Quanzhen - ovvero della «Verità integrale», detta anche del «Fiore d'o-
ro» - un movimento rigorista caratterizzato da una particolare propensio-
ne alla dimensione interiore nell'approccio ai dati tradizionali e che cercò
di coniugare verità confuciane e precetti buddhistici.]
66 L"ALCHIMIA ASIATICA

resoconto del viaggio del suo maestro a Samarkand.


Giunto al cospetto di Genghis Khan, il quale gli chiese
se possedesse l'Elixir di lunga vita, Changqun rispose in
tutta franchezza: «Posseggo dei mezzi per proteggere la
vita - dei talismani contro la cattiva sorte - ma non I'E-
lixir dell'immortalità». E la sincerità dell'alchimista - si
narra - conquistò Genghis Khan...

Nulla più dei preliminari di tipo ascetico e dei rituali a


cui è costretto a sottoporsi ogni alchimista ci induce a in-
cludere, senza ombra di dubbio, l'alchimia cinese tra le
tecniche mistiche. Ogni operazione alchemica doveva es-
sere preceduta da digiuni, sacrifici e purificazioni - pra-
tiche, queste, che riguardano ovviamente assai meno il
laboratorio che non il corpo e l'anima stessa dell' alchimi-
sta. Era dunque indispensabile che l'adepto dell'Arte si
trovasse separato dai profani. Dal momento che era do-
tato di una natura sacra e si configurava come una vera e
propria lotta per l'immortalità, l'atto alchemico doveva
essere compiuto in una condizione di assoluta purità,
lontano da qualsiasi ambito che avesse un' apparenza più
o meno impura. L'alchimista cinese era tenuto altres] a
scandire la propria respirazione secondo un ritmo preci-
so - una pratica caratteristica della tecnica indiana dello
yoga ma altrettanto diffusa negli ambienti taoisti.
Ge Hong scrive: «Nel momento in cui si comincia a
imparare l'autentico controllo della respirazione, si deve
respirare dal naso, quindi turarlo stringendolo fra due di-
ta e contare mentalmente i battiti del cuore. Dopo aver-
ne contati centoventi, si deve espirare attraverso la boc-
ca. Questa tecnica di respirazione serve a evitare di udite
il rumore deU'inalazione e dell'esalazione dell'aria [...]
Una pratica costante permetterà di aumentare la durata
L'ALCHIMIA ASIATICA 67

della sospensione del respiro [...] fino a giungere a mille


battiti del cuore. Nel momento in cui un vecchio giunge
a questo stadio, si trasforma in un giovane».
Laozi, nel capitolo x del Daodejing, e Zhuangzi parla-
no entrambi della respirazione controllata - lianqi, ter-
mine ínterpretabile come « trasmutazione della respira-
zione»." Nel suo Annuario/4 il grande taoista Li] Buwei
afferma che questo tipo di respirazione favorisce una vi-
ta sana e dinamica. Dong Zhongshu/» per parte sua, par-
la della respirazione come di una modalità di manteni-
mento del wuwei - l'«agire senza agire»/6 un'idea cinese
di fondamentale importanza. Lii Buwei specifica inoltre
che occorre scandire ii ritmo della respirazione adottan-
do una certa postura del corpo - zuogong («lavorando a
riposo,,):7 - che ricorda l'dsanaTM degli asceti indiani, po-

~» [Letteralmente «purificare il soffio» o «assorbire energia». Nono-


stame le cautele necessarie per l'epoca, un riferimento obbligato su questo
tema : Henri Maspero, L.es procédés de « nourrir le principe vital» dans la re-
ligiryn taof~te ancienne cit., il quale spiega lianqi come «fondere il soffio»,
a-~,ertendo che in cinese tutte le espressioni in cui ricorre il termine flan,
«fondere», hanno a che fare con la trasformazione attraverso il fuoco e in-
dicano percib un processo di trasmutazione. Si chiama dunque lianqi la
pratica consistente nel lasciare circolare liberamente il soffio vitale attra-
verto il corpo senza cercare di guidarlo, come accade invece nella pratica
oppo, ta, nota come xingqi,]
:' [Li~~hi chunqiu, enciclopedia filosofica compilata intorno al 240 a. C.
dai protetti di Lií Buwei, primo ministro dei Qin, autore di una dottrina fi-
Sica, politica e cosmologica fortemente sincretista.]
~~ [Circa i79-io4 a, C. Studioso attivo sotto l'imperatore Wu degli
FLan, contríbui - avendo appreso dai cosmologi della scuola Yin-Yang l'ar-
te di trarre presagi dai fenomeni naturali - alla diffusione di una visione
dei mondo in«entrata su un accordo scrupoloso dell'azione con le armonie
co, miche, il cui mancato rispetto è passibile di creare squilibri di ordine
naturale e morale.]
:" [Letteralmente il « non-agire ».]
'~ [Letteralmente «stando seduto», assumendo cioè una postura seduta.]
~*- [«Seggio», «trono», da cui «postura», poiché chi la assume fa seggio
del proprio corpo. Questo termine diverrà particolarmente noto nella let-
teratura dello yoga.J
e

68 L ' A L C H I M I A A S I AT I C A

~izioné in cui essi ritmano e .sost?endono la respirazione


(pranayama).19
Marcel Granet sintetizza in modo mirabile la funzio.
'ne altempo stesso organica e spirituale delle tecniche re:
spiratorie cinesi - la respirazione « embrionale», propria,
di una pienezza tantd organica Zluanto spirituale.
«Cl~i vuole evitare emotività e vertigini deve impara-
re a respirare non soltanto con la gola ma attraverso tut-
to il corpo, a cominciare dai talloni. Soltanto questa re-~
spirazione» profonda, e silenziosa, è in grado di affinare e
nutrire la sostanza. E questo d'altronde il tipo di respira.
zione che si impone automaticamente negli stati di iber-
nazione e di estasi. Respirando in questo modo si giunge,
per cosi dire, ad affinare il sóffio e a quintessenziarne il
potere vivificante. Il fine ultimo è di stabilire una sorta
di cimolazione interna dei principi vitali, di modo che l'in-
dividuo risulti sigillato in maniera perfettamente emetica
e possa essere sottoposto, senza pericolo, alla prova del-
l'immersione. Egli diviene allora - a partire dal momen-
to in'cui comincia a impossessarsi dell'arte di nutrirsi e
respirare a dircuito chiuso, come fa l'embrione - imper-
meabile, autonomo, invulnerabile».
Oltre alle tecniche di respirazione, all'ascesi prelimi-

19 [«Controllo del respiro», «imbrigliamento del respiro». Termine de-


rivante dalla radice yam «teneré alla briglia», «tendere la briglia», che in-
dica un processo di arresto ma anche di dilatazione o allungamento. Il
prdndyama è articolato, nella sua forma più s~mplice, in tre fasi: inspira-
zione (p~raka), ritenzione (k,umbhaka), espirazione (recaka). La prima in-
dicazion'e di questo termine in tal senso è negli Yogas~tra di Patafijali (cfr.
oltre, p. 82, nota x 3), ma la pratica era già nota in epoche precedenti, co-
me dimostrano alcuni testi del canone p~di. L'origine arcaica di questa tec-
nica è da ricercarsi probabilmente in ambito vedico, se nel Sdmaveda si ri-
ferisce di come il cantore sacro, per apprendere a mantenere la nota senza
interruzione, dovesse imparare a regolare attentamente e a trattenere il re-
spiro.]
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A 6,~,

nare e alle purificazioni rituali, l'alchimista - come ogni


altro uomo « spirituale» alla ricerca dell'equilibrio perfet-
to e dell'immortalità, o, quanto meno, della, longevità -
adotta una certa dieta, le cui ricette si possono leggere
nel Ben Cao, la voluminòsa matdria medica cinese.2''
D'altronde, le sostanze con cui lavorava l'alchimia ri-
mltavano spesso identiche a quelle impiegate ín medici-
na. 'E questo in particolar modo all'epoca in cui l'alchi-
mia si era aUontanata dal suo fine originario - la purifica-
zione dell'anima attraverso l'assimilazione del dao e il
conseguimefito dell'immortalità - e si accontentava di
procurare semplicemente 1a longevità.

Una storia della letteratura alchemica cinese - per quan-


.
to sommaria - non rientra nell ambito dl questa !~rattazlo
, ~ .

ne. D'altro canto, opere introduttive all'argoment0 e sag-


gi critici risultano quasi del tutto .inesistenti. A1 di fuori
delle opere di Johnson e di Waley, abbiamo a disposizio-
ne soltanto alcune note disseminate qua e là.nelle riviste o
negli archivi di orientalistica. Vogliamo quindi menzio-
nare almeno alcuni grandi alchimisti cinesi.
Il più celebre è, indubbiamente, Ge Hong (249-33o
d. C.),2~ noto anche come Baopu zi. Egli racconta di aver
2o Notizie sommarie sulle diverse opere di medicina e di farmacopea che
formano la raccolta del Ben Cao ci vengono fornite da G. Sarton, An Intro-
duction to tbe History ofScience, Baltimore 1927, vol. i, pp. 436, 498, 539.
È inevitabile che in un'opera vasta come quella di Sarton compaiano alcu-
ni errori. Riguardo la scienza cinese, ad esempio, le sue informazioni non
sono sempre esatte. Così, a p. 355, eg!i scambia Ge Hong - autore di un'o-
pera il cui titolo, Baopu zi, funge anche da pseudonimo dell'autore stesso -
per il titolo di uno dei suoi scritti. Un interessante studio sulla dietetica ci-
nese è stato pubblicato da T.T. Chang, Chia Ming's E[ements of Dietetics,
in «Isis», 2o, x934, pp. 325-34. Jia Ming visse tra il i268 e il 1374, ma la
sua opera si fonda sul Ben Cao tradizionale.
21 [Cfr. sopra, p. i2, nota 8.]
L'ALCHIMIA ASIATICA

appreso l'arte dell'alchimia da ZuoCi (I55-220 d. C.) il


cui insegnamento giunse attraverso la trasmissione di nu-
merosi discepoli. Il Ba6pu ;:i - trattato che ha come tiro.
Io il suo stesso pseudonimo - non riguarda soltanto l'al-
chimia. L'autore mostra altrettanto imeresse per le disci-
pline interiori e le scienze naturali. Cosi, a titolo di cu-
riosità, Ge Hong è il primo autore Cinese ad ammettere
l'origine animale dell'asbesto,22 il che ha contribuito in
modo determinante alla diffusione della leggenda occi-
dentale della salamandra in Cina.
È.interessante notare come nel quarto paragrafo del
capitolo esoterico del Baopu zi, Ge Hong parli dello
huangbai - «giallo e bianco», ovvero l'arte di trasmutare
i metalli in oro e argento - come di una tecnica differen-
te da quella deU'Elixir di lunga vita e della Pietra Filoso-
fale~ II.che vorrebbe dire che esistevano due pratiche
diametralmenfe opposte - una che riguardava l'anima e
l'immortalità, l'altra che cercava la trasmutazione pura e
semplice - che andavano entrambe sotto il nome di «al-
chimia». In effetti pare che in Cina - in seguito a influs-
si provenienti dall'esterno, che cominciarono a farsi sen-
tire a partire dal n secolo a. C. - si assistette alla nascita
di un' alchimia propriamente detta, che si occupava più
della trasmutazione dei metalli che non dell'anima.
Avremo occasione in seguito di ritornare su questo ari
gomento. Per il momento ci basti constatare il fatto che
la Pietra Filosofale, in cinese, rispondeva a svariati no-

2 [In mineralogia, altro nome dell'amianto di serpentino. La leggenda


ha origine probabilmente da un passo del Milione di Marco Polo, in cui si
osserva che la salamandra, gettata nel fuoco, non si brucia; poiché l'asbe-
sto è ignifugo e ha una trama che ricorda quella di un tessuto, è presumibi-
le che lo si credesse un prodotto derivato dalla salamandra. Sull'argotnen
to cfr, B. Laufer, Asbe~tos andSalamander, in «T'oung Pao», i6, 1915.1
L'ALCHIMIA ASIATICA ?l

mi, e che questi nomi potevano essere divisi in due clas-


si. La prima è l'arte della trasmutazione, a cui corrispon-
dono tre termini: liandan2~ (Elixir della trasmutazíone),
waidan (Elixir esteriore,) e jindan (Elixir aureo). La se-
conda classe rappresenta la parte mistica dell'alchimia, a
cui corrispondono i termini xiandan (Elixir degli immor-
tali) e shendan (Elixir degli dèi). Possiamo dunque affer-
mare di trovarci di fronte a due tecniche che hanno una
struttura differente: la prima dotata di un'attitudine di
tipo squisitamente operativo, in analogia con certe fran-
ge dell'alchimia alessandrina, la seconda puramente spi-
rituale, che affonda le sue radici nel cuore della vita spi-
rituale del popolo cinese. Peng Xiao24 - che visse tra la fi-
ne del Ix secolo e l'inizio del x - confermò a sua volta la
distinzione già stabilita da Huisi25 .tra alchimia «esterio-
re » e «interiore ». La prima, chiamata waidan, fa uso di
sostanze materiali - mercurio, piombo, cinabro ecc. -
mentre la seconda, che va sotto il nome di neidan, utiliz-
za soltanto l'«anima» di queste sostanze. Con il passar
del tempo, e cioè a partire dal x secolo, l'alchimia taoista
si fa sempre più spirituale. Questi metalli «trascendenta-
li», che vengono detti «anima dei metalli», cominciano a
essere identificati con certe parti del corpo, mentre gli
esperimenti alchemici, invece di essere condotti tramite
strumenti e sostanze di laboratorio, vengono praticati di-
rettamente sul corpo umano. In altri termini, l'alchimia

23 [Letteralmente dan significa «cinabro», uno degli elementi fonda-


mentali delle preparazioni alchemiche. Per estensione, il termine è divenu-
to sinonimo di «alchimia».]
24 [Attivo attorno al 947"95o d. C., è l'autore dal più celebre e autore-
vole commento al Cantongqi, uno dei testi fondatori dell'alchimia cinese
attribuito a Wei Boyang.]
2~ Autore buddhista (515-77). [Uno dei maestri della scuola sincretista
Tiantai, divenuta celebre in Giappone con il nome di Tendai.]
72 L'ALCHIMIA ASIATICA

viene assimilata alle tecniche di meditazione, di purifica.


zione interiore e di educazione psichica.
Questa idea, tipicamente cinese, ha trovato il proprio
sviluppo negli ambienti taoisti, poiché in essi l'alchimia è
sempre stata considerata come una tecnica spirituale ca-
pace di permettere all'anima di purificarsi e di consegui.
re l'immortalitìi. Invece di dedicarsi alla preparazione
dell'oro alchemico - come accadeva in passato - e poi di
assimilarlo, assumendone con ciò stesso le proprietà mi-
stiche (yang, dao), l'alchimista taoista del x secolo rinun-
cia a fabbricare l'oro per concentrare la sua attenzione
sulle possibilità spirituali insite nelle operazioni alchemi-
che. Considerando il proprio corpo come un metallo im-
puro e inferiore, egli si sforza di «trasmutarlo in oro», e
cioè di conseguire la purezza e l'autonomia della propria
anima, insieme a una vita non soggetta a morte. A1 posto
di effettuare le operazioni alchemiche - purificazione,
calcinazione ecc. - sui metalli inferiori, egli le attua di-
rettamente sul proprio corpo e sulla propria anima. Una
profonda aspirazione alla santità - cioè all'assimilazione
delle virtù del clao, capace di conferire l'immortalità - è
ciò che presiede d'altro canto a queste operazioni spiri-
tuali praticate dagli alchimisti cinesi, operazioni che, a
partire dal x secolo, assumeranno un carattere sempre
più dichiaratamente mistico. Nei fatti, l'alchimia si tra-
sforma, d'ora in poi, in ascesi e in preghiera.
Questa concezione dell'alchimia trova una magistrale
illustrazione nel Trattato del dragone e della tigre - ovvero
del piombo e del mercurio - di Su Dongpo, redatto verso
il x ~ oo. Eccone un frammento: « Il dragone è il mercurio.
Esso ~ lo sperma e il sangue [cioè corrisponde a questi
fluidi nel corpo umano]. Proviene dai reni e si deposita
nel fegato. Il suo segno è il trigramma Kan. La tigre è il
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A 73

piombo. Essa è il soffio vitale e la forza del corpo [cioè


corrisponde ad essi nel corpo umano]. Nasce nel cervello
e si conserva nei polmoni. Il suo segno è il trigramma Li.~~'
Quando i1 cervello entra in movimento, il soffio vitale e
la forza si attivano insieme ad esso. Quando i reni si gon-
fiano, lo sperma e il sangue cominciano a scorrere in sin-
tonia con essi».
La trasformazione dell'alchimia in una pratica asceti-
ca e meditativa è completata nell'ambito del taoismo di
ispirazione buddhistica del xm secolo, quando vengono
in voga le pratiche della scuola zen.27 I1 principale espo-
nente dí questa alchimia taoista-zen è Ge Changgeng, al-
trimenti noto con il nome di Bo Yííchan.2~ Egli descrive
nel modo seguente i tre metodi dell'alchimia interiore. Nel
primo, il corpo prende il posto (o svolge la funzione) del-
l'elemento «piombo», mentre il cuore sostituisce l'ele-
mento «mercurio». La «concentrazione» (dhyJna) si sosti-
tuisce al liquido necessario, e le scintille d'intelligenza al
fuoco.29 Bo Yiichan aggiunge: «Con questo metodo, una
gestazione che richiede d'ordinario dieci mesi può essere

26 [Nel celeberrimo Yi ring («Libro dei mutamenti»), il più noto testo


di divinazione cinese, Kan e Li sono i trigrammí - cioè le combinazioni di sei
linee intere o spezzate - che indicano rispettivamente l'acqua e il fuoco.]
27 La scuola Chan, in giapponese zen - trascrizione fonetica del sanscrito
dhy,~na, «meditazione» - si è sviluppata in Cina attorno al vi secolo d. C., do-
ve è stata introdotta da Bodhidharma, che l'ha importata dall'India nel 5 2 7. Il
Chan ha conosciuto un successo ancora più grande in Giappone, dove si è dif-
fuso a partire dalla fine del x~ secolo con il nome dí zen. Le tecniche meditati-
ve e ascetiche che facevano parte del buddhísmo zen erano di origine tantrica.
2s [Appartenente alla scuola del Sud della tradizione neidan - cioè del-
l'alchimia interiore, di cui fu uno dei più grandi maestri - Bo Yiíchan visse
approssimativamente tra il z z 34 e il i229 e fu attivo tra il I2o9 e il I224,
divenendo celebre come gran maestro del rituale del tuono.]
29 Come si può notare, si tratta dí un'«unione» realizzata per mezzo
della meditazione; l'operazione alchemica si trasforma dunque in esperien-
za mistica.
L' ALCHIMIA ASIATICA

completata in un batter d'occhio».»o Secondo metodo: il


soffio vitale sostituisce l'elemento «piombo» e l'anima l'e-
lemento «mercurio». Il segno del «cavallo» prende il po.
sto del fuoco e il segno del « topo » quello dell'acqua. Terzo
metodo: lo sperma fa le veci dell'elemento «piombo» e il
sangue dell'elemento « mercurio ».»x Le reni prendono LI
posto dell'elemento «acqua» e il cervello dell'elemento
« fuoco ».
Il sincretismo mistico e gli influssi tantrici di queste
pratiche alchemiche risultano evidenti. È d'altronde
l'autore stesso del Trattato a riconoscerlo: «Se ci si rim-
provera che questo è esattamente il metodo del buddl~-
smo zen, noi risponderemo che non esistono due vie sot-
to il cielo e che il cuore dei saggi è uno solo».
Abbiamo fatto riferimento a un'alchimia di tendenza
« naturalistica», esente da preoccupazioni di tipo mistico
- un'alchimia che dai cinesi è detta «esteriore», wafdan.
%

E probabile che questa tecnica sia dovuta a influssi stra-


nieri, provenienti dall'Iran»2 oppure dai rapporti maritti-

»o «I cinesi sostengono che il processo che dà vita a un bambino è in gra-


do, realizzato aU'incontrario, di produrre la Pietra Filosofale» (A. Waley,
Notes Oh Chinese Alchemy, in «Bulletin of the Oriental School of London»,
6, x 930, p. 16). La nascita e «l'embrione» sono simboli dae appaiono di
quente nella letteratura alchemica. Alcuni riti indiani di ma#a nera, ancx~a
troppo poco studiati, fanno ricorso a feti, embrioni e cadaveri di bambini
(particolari nell'ArthMdstra: cfr. Das altindiscbe Buch von Welt und S .taatsle-
ben: das Artbaf.astra des KautiIya, a cura diJ.J. Meyer, Leipzig i926, pp. 379,
649 sgg.). I sacrifici tantrici comportano, in certi casi, lo sventramento di
una donna gravida per impossessarsi del suo feto.
»~ Non sarà difficile ravvisare qui le tracce di un'erotica mistica di ascen-
denza tantrica (su cui si veda il nostro Le Yoga: Immortatité et liberté cat.).
»2 L'astrologia iranica ha influito sull'astrologia e l'-alchimia cinese.
Moltissime piante dell'Asia occidentale sono state introdotte in Cina dal-
l'Iran, a partire dalla seconda metà del IV secolo a. C. An Shigao, ~lebre
traduttore di testi buddhistici, giunto dalla Persia in Cina nel n secolo d. C.
[forse membro della dinastia arsacide, se il nome cinese è la trascrizione di
L'ALCHIMIA ASIATICA 75

mi con gli arabi." Comunque sia, questo genere di alchi-


mia non era tipico del mondo cinese e non trovava posto
nel quadro della sua spiritualità e della sua concezione
del mondo. Si trattava di una tecnica nuova, che la Cina
assimilò d'altronde con indubbio profitto, visto che le
conoscenze alchemiche di questo tipo furono di grande
aiuto per l'industria locale?4 Gli influssi esterni - che si
tratti di quelli provenienti dall'alchimia preislamíca del-
l'Asia centrale»» o di quelli dell'alchimia greca, attraverso
l'intermediazione araba - potrebbero spiegare dunque, a
partire da una certa epoca, la presenza di un'alchimia di
tipo «naturalistico». Ma si potrebbe anche sostenere
un'altra ipotesi per motivare l'esistenza di questi due tipi
di alchimia: può darsi che essi corrispondano a due strut-

Ar~ak, attivo in Cina nel x48 d. C.], era un raffinato conoscitore della ma-
gia e dell'astrologia del suo paese d'origine. In un dizionario di termini aL
chemici, il Shiyao erya, redatto da Mei Biao (vm-Ix secolo), si incontrano
numerosissimi termini stranieri, anche sanscriti. Ci sono giunte d'altronde
indicazioni su un testo di alchimia intitolato Trattato delre Hu (cioè prove-
niente dall'Asia centrale [il termine hu indica nella lingua cinese lo stranie-
ro, letteralmente colui che è non-han, cioè non cinese]) Yakat. Il termine
Yakat è manifestamente di origine iranica. Il ruolo svolto dalla Persia negli
scambi commerciali sino-romani è messo in luce, sulla scorta delle testimo-
nianze degli storici cinesi, da F. Hirth, China and the Roman Orient, Shan-
ghai 1885, opera fondamentale sull'argomento.
"La funzione svolta dagli arabi nella creazione di rapporti commercia-
li tra la Cina e l'Occidente è illustrata da Friedrich Hirth e da WiUiamW.
Rockhill [Hirth, China and the Roman Orient cit.; Hirth e RockhiU, Chau
]u Kua: His Work and the Chinese and Arab Trade ... entitled Chu-fan-chi,
Sankt-Peterburg 19 x i; Rockhill, Notes on the Relatìons and Trade of China
with the Eastern Archipelago and the Coasts of the Indian Ocean, in «T'oung
Pao», i6, I915].
»4 Secondo Berthold Laufer, la pasta chiamata liu li - che serviva per la
realizzazione dell'invetriatura - e il caolino sono stati inizialmente oggetto
di sperimentazione da parte degli alchimisti taoisti. I sali di arsenico, utiliz-
zati inalchimia, hanno trovato impiego in svariate industrie e in agricoltura.
»5 E questa l'ipotesi di Waley, Notes on ChineseAlchemy cit., p. 24.
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A
76

ture mentali differenti: l'una mistica e trascendentale


- che affonda le radici nella preistoria cinese - l'altra lai-
ca e naturalista. In tal caso, gli influssi esterni non avreb-
bero fatto altro che alimentare la tendenza, propria degli
ambienti laici, a una dimensione operativa ed empirica.
I viaggiatori stranieri di passaggio in India - che fosse-
ro europei od orientali - hanno avuto la possibilità di con-
statare come alcuni asceti e yogin fossero a conoscenza e
facessero uso di preparati alchemici destinati a «prolunga-
re la vita». Non si tratta della farmacopea tradizionale de-
gli eremiti indiani, della conoscenza delle piante ricosti-
tuenti o medicinali scoperte e tramandate di generazione
in generazione negli ambienti ascetici. I viaggiatori fanno
preciso riferimento a una pozione alchemica, di origine
vegetale o minerale (cioè a base di mercurio). Teniamo
presente, per cominciare, che la presenza dell'alchimia ne-
gli ambienti ascetici e religiosi indiani costituisce un fatto
di non trascurabile importanza. L'alchimia indiana si ri-
collega dunque - proprio come quella cinese - alla magia e
alla religione; più esattamente, essa fa parte integrante
delle tecniche spirituali e non di quelle empiriche. Pren-
diamo in esame alcuni di questi testi di viaggiatori stranieri.
Parlando di chugchi (yogin) che «vivono centocin-
quanta o duecento anni», Marco Polo riferisce: «Fanno
uso di una strana bevanda: fabbricano infatti una pozio-
78 L' ALCHIMIA ASIATICA

ne di zolfo e mercurio mescolati insieme e la bevono due


volte al mese. Questo, sostengono, assicura loro una vita
lunghissima - ed è una pozione che sono abituati a bere
fin dall'infanzia». Marco Polo è un osservatore piuttosto
puntuale ma, da quello che riferisce in genere degli yo-
gin, non pare essere molto interessato all'argomento.
Non è questo il caso di Fran~:ois Bernier, medico del-
l'Università di Montpellier, che ha dedicato alla vita
ascetica e alle usanze monacali pagine penetranti.~ Ber-
nier sembra aver rilevato la varietà delle scuole ascetiche,
oltre ad aver notato anch'egli le conoscenze alchemiche
di certi yogin. « Ve ne sono altri - tipi assai bizzarri - che
vagano ininterrottamente da una parte all'altra; sono
persone distaccate da tutto e che si prendono gioco del
mondo intero; custodiscono dei segreti e, a quel che si di-
ce fra la gente, sono in grado di fabbricare l'oro e di pre-
parare in modo cosi perfetto il mercurio da far si che uno
o due granelli di esso, presi ogni mattino, siano sufficien-
ti a mantenere il corpo in perfetta salute e irrobustiscano
a tal punto lo stomaco da permettergli di digerire perfet-
tamente qualsiasi cosa».
I testi non lasciano dubbi: una certa classe di asceti er-
ranti era a conoscenza delle ricette alchemiche. È un fat-
to significativo che solo in India e in Cina venisse ingerito
il preparato alchemico - che si trattasse di oro alchemico o
di un derivato del mercurio. Altrettanto significativo è che
l'alchimia fosse nota e praticata solo da certe scuole asce-
tiche, quelle persone «assai bizzarre [...] distaccate da tut-
to e che si prendono gioco del mondo intero». Queste
scuole, come vedremo, sono di matrice tantrica, cioè ap-
partengono a quella corrente che, all'inizio del Medioevo,
F. Bernier, Voyages de Fran;ois Bernier, docteur en médecine de la Faculté
de Montpellier, Amsterdam 1723, vol. 2, pp. x 2 r-3 i.
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A 79

operò una sintesi mistica assimilando tutte le tecniche spi-


rituali indiane, comprese quelle «primitive».2
La tradizione secondo cui gli asceti indiani erano a co-
noscenza dell'Elixir di lunga vita si ritrova anche in altre
fonti: «Ho appreso in un libro che alcuni principi del
Turkestan avevano inviato presso i sovrani indiani degli
ambasciatori le cui lettere riferivano che quei principi
erano venuti a conoscenza del fatto che in India ci si po-
tevano procurare delle droghe capaci di prolungare la vi-
ta umana, droghe con cui i sovrani indiani erano in gra-
do di raggiungere età molto avanzate [...] I principi del
Turkestan pregavano che fosse inviato loro un po' di quel
ritrovato, e domandavano anche informazioni sul meto-
do che permetteva agli rsi3 di conservare cost a lungo una
buona salute».4 La leggenda di una pianta che cresceva in
India e in virtù della quale si poteva ottenere la vita eterna
era già nota in Persia sotto il regno di Cosroe I (531-79),
mentre dei riferimenti a una bevanda capace di conferire
l'immortalità si possono trovare fin dai ]dtaka» - raccolta

2 Esula dalle nostre possibilità tracciare, entro i limiti di questo saggio,


una storia critica o un'esposizione filosofica delle teorie o delle pratiche
tantriche. Si potrà trovare una sommaria informazione su questi argomen-
ti in qualsiasi manuale di buddhismo o hindfiismo. I testi tantrici più im-
portanti sono stati pubblicati da sir John Woodroffe, noto con lo pseudo-
nimo di Arthur Avalon. Per quanto riguarda i rapporti fra tantrismo e yo-
ga propriamente detto, si veda il nostro Le )Toga: Immorta[ité et liberté cit.
» [«Bardo/veggente». E colui che giunge alla conoscenza in modo im-
mediato, non attraverso la mediazione del linguaggio. E detto «veggente»
poiché nella tradizione indiana la vista è il simbolo per eccellenza della co-
noscenza immediata. Individuo di natura semidivina, egli riceve al modo
dell'ispirazione dei poeti - e poeta egli stesso - la rivelazione degli inni sa-
cri. Immerso nella meditazione, ode il suono delle sillabe divine che com-
pongono l'inno e le trascrive.]
4 Citato e tradotto in H.M. Elliot, The History oflndia as Told by Its
Own Historians: The Muhammadan Period, London 1869, voi. 2, p. 174.
» [«Nascimento», derivato di jMi, «nascita». È una delle parti più re-
centi del canone p~li, fissata nella redazione completa dal suo commento
8o L'ALCHIMIA ASIATICA

di narrazioni delle vite anteriori del Buddha - anche se


questi riferimenti sembrano richiamare più il mito del-
l'ambrosia che non l'alchimia.
Secondo Amir-e-Khosraw,6 gli indiani conseguirono la
longevità tramite la lenta scansione ritmica del respiro ..
il prd.ndydma, tecnica tipica dello yoga" «Attraverso le lo-
ro arti, i brahmani riescono ad acquistare la longevità di-
minuendo il numero delle loro respirazioni quotidiane.
Uno yogin che era riuscito a rallentare in questo modo il
ritmo del proprio respiro visse più di trecentocinquan.
t'anni».7
Amir-e-Khosraw riporta anche altri dettagli sui «po-
teri» degli asceti indiani, e tutto ciò che riferisce concor-
da con le leggende e il folclore indiano a proposito degli
yogin. «Sono in grado di predire gli eventi futuri per
mezzo del respiro che esce dalle narici, a seconda che la
narice sinistra o destra rivelino una maggior o minor di-
latazione. Sono inoltre capaci di gonfiare un altro corpo
con il loro stesso respiro. Sulle montagne del Ka~mir, ai
confini, si possono trovare numerosi uomini di tal fatta
[...] Sono in grado di volare per l'aria come uccelli, per
quanto incredibile possa sembrare. Possono addirittura
diventare invisibili a comando, mettendosi dell'antimo-
nio negli occhi. Solo chi li ha visti con i propri occhi può
credere a simili prodigi».
Queste leggende ci introducono nell'alveo naturale in
cui è fiorita l'alchimia indiana. Poteri magici, lunga vita

intorno al 5oo-6oo d. C., benché in essa sopravvivano elementi molto più


antichi. Esistono, in lingua sanscrita, altre narrazioni di epoca precedente
delle vite del Buddha.]
6 [Poeta indopersiano originario di Delhi (i253-i 324), autore anche di
alcune opere in prosa di carattere storico.]
7 Amir-e-Khosraw, Nob Sepebr («I nove cieli» o «Le nove sfere»), cita-
to e tradotto in Elliot, The History of India cit.
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A 81

e immortalità - ecco gli obiettivi perseguiti dagli asceti


alchimisti indiani. Non incontriamo, fino a prova con-
traria, preoccupazioni di carattere «scientifico», né il
ben che minimo desiderio di conoscere la natura e le sue
leggi. Ciò con cui abbiamo a che fare, è invece l'eterno
tema della mistica di ogni luogo: l'immortalità; abbiamo
a che fare dunque con delle pratiche magiche che mirano
a concedere un nuovo vigore alla vita umana. D'altron-
de, è esattamente questo il fine originario del tantrismo.
Asceti «capaci di volare nell'aria» e dotati di poteri ma-
gici si trovano anche nel folclore cinese sviluppatosi at-
torno alle leggende delle «isole meravigliose» e all'alchi-
mia. D'altra parte, la tecnica yogica che permette di vo-
lare nell'aria - nota come dehaveddba* - si trova già cita-
ta nel Ras~m. ava,9 un trattato di alchimia. Il che non fa
che testimoniare una volta di più degli stretti legami esi-
stenti fra pratiche deUo yoga e alchimia.
Il brano più illuminante a proposito della longevità
raggiungibile per mezzo deU'alchimia si trova neUo scrit-
to di al Birfini sull'India. A1 Birfini (973-1o48)lo visitò
l'India a più riprese tra il IoI7 e il io3o, e apprese ii san-
scrito abbastanza bene da poter tradurre svariate opere in
arabo e qualche trattato scientifico europeo - gli Elemen-
ti di Euclide, l'Almagesto di Tolomeo e altri - in sanscri-
to. A1 Birfini aveva un'indole scettica, ma era un uomo
straordinariamente ben informato per la sua epoca. Dopo
averci riferito che gli indiani possiedono un'alchimia pro-
priamente detta - di cui non è riuscito a sapere nulla di
preciso perché su di essa viene mantenuto il segreto, ma
g [Letteralmente «penetrare Il'aria] per mezzo del corpo».]
9 [Cfr. sopra, pp. 11-12, nota 7.]
l0 [Allo stato attuale degli studi sembra che la data più probabile deUa
sua morte sia l'anno 421 deU'Egira ]IO3O dell'era cristiana; cfr. sopra, p. 19,
nota 3o.]
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A

che suppone sia un'alchimia a base minerale - aggiunge:


«Essi possiedono una scienza analoga all'alchimia e che è
tipica di questo popolo. La chiamano rasdyana,~l parola
composta a partire dal sostantivo rasa, "oro".12 Si tratta
di un'arte limitata ad alcune pratiche, a certi tipi di medi-
camenti e di preparati compositi, perlopiù di origine ve-
getale. I loro principi attivi sono in grado di ristabilire la
salute di malati senza speranza di guarigione e di restitui-
re la giovinezza agli anziani, tanto da farli ritornare
com'erano subito dopo la pubertà: i capelli bianchi ridi-
ventano neri, i sensi ritornano acuti, il vigore giovanile si
risveglia, persino nei rapporti sessuali - e la vita su questa
terra si allunga incredibilmente. Perché mai questo non
dovrebbe essere possibile? Non abbiamo forse ricordato,
sulla scorta dell'autorità di Patafijali,~~ che uno dei meto-
di per raggiungere la liberazione è il rasdyana?»
Questo passo del testo di al Birfini attesta in modo
inequivocabile la presenza di un'alchimia «speciale» a
fianco dell'alchimia ordinaria, a base minerale, che con-
sisteva di svariate operazioni: sublimazione, calcinazio-
ne, analisi - fasi di cui al Blrum ha sentito parlare in In-
11 [Cfr. sopra, p. 19, nota 29.]
12 Si tratta certamente, in questo caso, di un errore, poiché in sanscrito
rasa significa «succo» o «mercurio» - e questo è il senso che ha in alchimia;
l'accezione «oro» si trova soltanto in alcuni repertori lessicografici india-
ni. [Per il termine rasa, cfr. sopra, pp. ~ i- ~ 2, nota 7.]
1» [Celebre compilatore dei centonovantaquattro sfetra di cui sono co-
stituiti gli Yogas~tra, testo cardine di tutta la letteratura yoga, fissato nella
sua redazione definitiva dal celebre commento attribuito a Vy~sa, databile
al vI-VlI secolo d. C. L'autore si presenta, secondo una pratica comune, co-
me il celebre saggio Pata~jali - grammatico vissuto nel II secolo a.C. - di
cui assume il nome. Secondo una leggenda, il nome Patafijali è spiegato at-
traverso l'etimologia pat, «cadere» e a~iali, «con le mani giunte», poiché
quando, appena nato, il bimbo fu presentato alla madre la donna, vedendo
che il figlio portava una coda - segno della sua identità con il serpente di-
vino ~esa - lo lasciò cadere, congiungendo le mani in preghiera.]
L~ ALCHI1VIIA ASIATICA

dia e che riferisce. È assai probabile che al Birfini - uo-


mo dotato di cultura enciclopedica - avesse già sentito
parlare dell'alchimia araba, cioè dell'alchimia di origine
alessandrina, nel proprio paese natale, il Khw~izm. La
« scienza speciale» chiamata dagli indiani rasdyana era
dunque completamente differente dall'alchimia ordina-
ria, dal momento che al Birum la descrive dopo aver ri-
ferito dell'esistenza in India di questo tipo «ordinario»
di alchimia. Questa «scienza speciale» non si occupava
dell'universo fisiochimico, bensì di ringiovanimento,
longevità e immortalità. Detto in altri termini, apparte-
nera alle tecniche magico-mistiche.
La testimonianza di al Bir~ni è confermata dal capi-
tolo dedicato all'alchimia da M~dhava nel suo trattato
sui sistemi filosofici indiani (Sarvadaríanasa.mgraba),:4
scritto attorno al 13 5o, in cui la « scienza del mercurio»
- rasesvaradar~ana15 - è posta fra i sistemi filosofici e mi-
stici. La liberazione - secondo questo daríana~« - dipen-
de dalla «stabilità del corpo umano» ed è per questo che
il mercurio, capace di rafforzare e prolungare la vita, ri-
sulta di per se stesso un mezzo di liberazione. Un testo
citato nel Sarvadar~anasamgraha afferma che «la libera-
zione nasce dalla conoscenza, la conoscenza dallo studio, e
lo studio è praticabile solo da colui il cui corpo è sano». L'a-

14 [«Compendio di tutti i sistemi filosofici». Uno dei primi te~xi di sto-


ria della filosofia indiana - opera del brahmano MSdhava, ~~vato nel xa-v
secolo - che codificò anche il metodo di tutte te successive.]
15 [«Il sistema del signore del mercurio».]
16 [«Visione», e perciò «sistema filosofico» in quanto «visione del
mondo». È termine usato per indicare anche la «visione» divina che purifi-
ca. Il saddar~ana, o «sei dars'ana », è l'insieme dei principali -~dstemi filosofi-
ci ind'ia~ « ortodossi» - cioè che accettano l'autorità dei Veda e l'esistenza
dell'anima - composto da Pfirvamimfirg. sa e Utt~s,i (o VedTanta),
Ny~ya e Vai~esika, Yoga e S- .mgkhya.]
84 L'ALCHIMIA ASIATICA

sceta che aspira alla liberazione dell'anima in questa vita


- dice M~dhava - deve innanzitutto foggiarsi un « corpo
di gloria». Ora, dal momento che nell'unione creatrice di
Hara~7 e Gauri~8 il mercurio è il seme di Hara e la mica è
il menstruum19 di Gauri, mercurio e mica vengono identi-
ficati con il dio supremo dell'hindfiismo e con la sua spo-
sa, divenendo cosi i principi cosmici. Il « corpo di gloria»
proprio della natura divina può essere ottenuto dall'uo-
mo stesso per mezzo del mercurio. Tra coloro che hanno
realizzato il «corpo mercuriale» e hanno raggiunto cosi
la liberazione in vita, vengono citati C~rp~ti, Kapila,
Vy~li, K~p~la, Kandal~yana.2o Alcuni di questi personag-
gi leggendari, come Vy~li e K~p~la, appartengono alla
tradizione tantrica e sono annoverati nella lista degli ot-
tantaquattro «maghi», i siddha.
M~dhava tiene a mettere in evidenza la funzione re-
dentrice dell'alchimia. « Il sistema del mercurio non deve
essere interpretato come un mero elogio di questo metal-
lo, perché si tratta invece di una via diretta - attraverso
la preservazione del corpo - verso il raggiungimento del

17 [Epiteto di ~iva. «Colui che porta via» o «rapisce», intendendo l'a-


zione in senso trascendente - ~iva è infatti colui che sottrae le creature al-
la morte.]
18 [Epiteto di P~rvati, paredra di ~iva. Significa «chiara», «aurea»,
«bionda», riferito al fatto che la dea, irrisa dal suo compagno per la carna-
gione scura, riusd ad acquisire, attraverso l'ascesi, un colorito chiaro, ca-
rattere che ancor oggi è particolarmente ambito dalla popolazione indiana,
segno di appartenenza alle caste più elevate.]
19 [Nella medicina indiana antica, il principio generativo femminile non
era considerato l'ovulo benst il mestruo. L'unione dei fluidi della coppia
divina Hara-Gauri - ovvero ~iva-P~vati - produce una sostanza in grado
di rendere l'uomo immortale.]
20 [C~rpati era uno yogin, Kapila un celebre veggente, Vy~i un siddha,
K~,p~la - il cui nome significa «portatore di teschio», un epiteto riservato
agli adepti più estremi del tantrismo - un siddha, Kandal~yana un antico
saggio.]
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A 85

fine supremo, la liberazione». Conseguire la liberazione


è il fine unico della filosofia e della mistica indiana; ed è
esattamente questo ciò che conferma a pieno titolo la
presenza dell'alchimia tra le tecniche spirituali. Il Rasa-
siddhdnta 2~, un trattato di alchimia citato da M~dhava,
recita" « La liberazione del soffio vitale - jiva -~~ si trova
esposta nel sistema del mercurio». Un testo del Rasdma-
va e un altro che M~dhava non cita - anyatrdpi 23 affer-
mano che osservando il mercurio si acquisisce un merito
religioso pari a quello prodotto dalla vista e dall'adora-
zione delle rappresentazioni falliche di Benares o di un
qualsiasi altro luogo sacro.
Tutti questi testi sono abbastanza chiari: le operazio-
ni alchemiche che vanno sotto il nome di msdyana si ri-
feriscono a un principio di tipo spirituale e non a esperi-
menti di laboratorio; esse mirano, da un lato, alla purifi-
cazione deU'a~, dall'altro alla transustanziazione del
corpo. In entrambi i casi si tratta di pratiche di ascen-
denza tantrica, appartenenti dunque a una tecnica spiri-
tuale e non a una scienza di tipo prechimico.
Ancor oggi, in India, si crede che certi yogin siano a
conoscenza del segreto della longevità e della trasmuta-
zione dei metalli. William Crooke, in una delle sue inda-
gini antropologiche, scrive: «Gli yogin sostengono anche
di poter tramutare il rame in oro, potere che gli sarebbe
stato trasmesso, affermano, da uno dei loro ordini asceti-

:: [« Conclusioni definitive relative al rasa».]


[« Vivente». E il principio animatore del corpo, responsabile delle
funzioni fisiologiche e vitali; può essere paragonato, per la sua funzione in-
dM~nte, all'anima.]
~~ [ParticeUa di valore avversativo-temporale: «però altrove», «altrove
poi », corrispondente al latino alibi tandem. M~dhava intende dire, dun-
~ae, che dell'argomento parlerà in seguito.]
L»ALCHIMIA ASIATICA
86

ci dell'epoca del sultano Iltutmish».24 E Oman- buon


conoscitore dell'India d'anteguerra - fa riferimento a un
sddhu25 alchimista.

L'influsso islamico non ha avuto un ruolo particolar-


mente importante nella diffusione dell'alchimia all'in-
terno degli ambienti ascetici indiani. I musulmani hanno
introdotto in India una parte dell' alchimia alessandrina,
che era loro nota attraverso l'intermediazione dei tradut-
tori siriani; tuttavia questa alchimia di origine greco-egi-
zia risulta assai differente dal rasdyana degli asceti in-
diani. La prima infatti era - o tendeva a essere - una pre-
chimica, una scienza; l'altra ha continuato a presentarsi
come una tecnica spirituale, mantenendo un legame di-
retto e strutturale con il tantrismo. L'alchimia - intesa
nel senso di arte magica e come soteriologia - era diffusa
soprattutto negli ambienti tantrici. Numerosi scrittori
tantrici risultano anche - almeno secondo la tradizione -
autori di trattati di alchimia. È possibile reperire, d'al-
tronde, dei testi tantrici di alchimia in zone in cui la
penetrazione dell'islam è stata minima, come il Nepal e il
sud dell'India, presso i cittar tami!. Costoro altri non so-
no che quei maghi appartenenti alla tradizione tantrica,
noti con termine sanscrito come siddba. I cittar solevano
dividere le «sostanze» (caraccu) in maschi (dncaraccu) e
femmine (pencaraccu), il che non può non ricordarci il bi-
nomio yin-yang del pensiero cinese.
Le biografie leggendarie degli ottantaquattro siddha
pervenuteci ci informano che alcuni di essi erano degli al-
24 [Nel periodo dei cosiddetti sultani-schiavi, Iltutmish fu uno dei più
importanti fra quelli sultanato di Delhi; nel 1206 trasformò il sultanato in
impero.]
25 [«Buono». Divenuto sinonimo di «asceta». È infatti questo l'epitet°
con cui vengono abitualmente chiamati gli asceti.]
L'ALCHIMIA ASIATICA 87

chimisti che praticavano l'arte segreta della fabbricazio-


ne dell'oro e conoscevano l'Elixír di lunga vita. Cosi, ad
esempio, un testo del siddba C~rp~ti cita dei processi al-
chemici; Karnari26 è in grado di ottenere l'Elixir di lunga
vita a partire dall'urina e sa trasformare il rame in argento
e l'argento in oro; Capari27 è a conoscenza di una tintura
che permette di fabbricare l'oro; il guru VySli cerca di tra-
smutare l'argento e i preparati in oro, e cosi via. Tutti
questi siddba possedevano dei poteri magici ed erano dei
maestri tantrici, per la precisione maestri tantrici del
buddhísmo Vajraydna.28 In alcuni testi tantrici l'alchimia
veniva considerata come una delle otto siddhi; cost la
Sddhanamdld,29 ad esempio, cita il rasarasdyana»o - l'alchi-
mia mercuriale - come la quinta siddhi.
Fra tutti questi «maghi» tantrici, N~.g~juna»~ è quello

26 [È identificato con uno dei più autorevoli discepoli di N~g~rjuna (cfr.


oltre, nota 3 i). Divenuto un siddha, assunse il nome di Aryadeva. Si dice
che nelle preparazioni alchemiche fosse superiore allo stesso Ní~g~rjuna,
tanto che se quest'ultimo riusciva a far rispun,tare agli alberi le foglie, egli
era in grado di far ricrescere gli alberi stessi. E rappresentato tradizional-
mente in compagnia di una ninfa che gli porge dei frutti.]
27 [Noto anche come Carapa, era uno yogin mendicante. Si narra che,
per proteggere alcune persone, le trasformò in pietre della propria grotta e
che da queste pietre cominciarono a liberarsi delle secrezioni magiche in
grado di conferire le siddhi a chi le assumesse, tanto che su quelle pietre mi-
racolose il sovrano locale fece erigere un tempio.]
28 [« Veicolo di diamante». Indirizzo tantrico del buddhismo Mah~y~-
na tendente a sottolineare i caratteri esoterici e le esperienze mistiche del-
la scuola. La sua fioritura va daU'vm al XlI secolo d. C.]
29 [«La collana [ovvero la raccolta] dei mezzi di realizzazione».]
~o [Letteralmente «l'essenza della via del mercurio».]
»1 [Celebre fondatore della prima scuola del buddhismo Mah~y~.na, lo
~¢~nyavdda («dottrina del vuoto»), vissuto probabilmente nel m secolo d. C.
Il suo nome significa «il bianco dei cobra»; infatti, soprannominato Arjuna
(«bianco») per essere nato sotto un albero di Terminalia arjuna, egli intra-
prese un viaggio nel regno subacqueo dei cobra divini (N~a) per imposses-
sarsi di alcuni testi del Mah~y~na.]
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A

su cui la tradizione alchemica si è soffermata con maggior


insistenza. E molto probabile che l'alchimista e il logico
e metafisico N~garlun
-- " anon siano la stessa persona. Co-

munque sia, non è questo che ci interessa stabilire in que-


ste pagine. Ciò che ci preme è invece semplicemente ri-
ferire delle leggende che riguardano l'alchimia tantrica. I
materiali raccolti e presentati da Max Walleser ci infor-
mano che le siddhi sono state concesse a N~g~juna dalle
divinità e dalle yaksini _»2 demoni della vegetazione - e
che queste gli hanno procurato l'Elixir di lunga vita e un
«corpo adamantino», risultato di un processo di transu-
stanziazione magica compiuto attraverso pratiche tantri-
che. Tra i numerosi «poteri» - siddhi- che egli possiede,
vi è quello di fabbricare l'oro. In un certo periodo, poi-
ché nella sua regione imperversa la carestia, N8g~rjuna
produce dell'oro e scambia i lingotti ottenuti con cereali
importati da paesi lontani. La fama di N8g~rjuna come
mago e alchimista valica i confini della tradizione tantri-
ca. Il Kathdsaritsagara" di Somadeva (xI secolo) sostiene
che N~g~rjuna, il ministro di Cir~yus,»4 fosse riuscito a
preparare l'Elixir d'immortalità, ma che Indra" ne vietò
l'impiego. Mentre il Prabandhacintdmani»6 narra di come
»2 [Cfr. oltre, p. 97, nota 6~.]
" [«L'oceano dei fiumi di storie». È una sorta di Mille e una notte del
mondo indiano, lungo più del doppio rispetto alla celebre raccolta, costi-
tuito di storie che si innestano l'una nell'altra, alcune delle quali confluite
poi nel classico arabo.]
34 [«Colui che ha lunga vita». Epiteto usato per indicare abitualmente
il sovrano.]
»5 [Il «Signore» degli dèi vedici; antico dio della folgore e della tempe-
sta, nemico dei demoni. E il simbolo della classe degli ksatríya, i guerrieri.
Da un punto di vista interiore, è l'immagine del se individuale che, attra-
verso la consapevolezza, è in grado di riconoscere in ogni realtà singola del
mondo il Sé universale.]
»6 [«La gemma che esaudisce i desideri in fatto di racconti». Si potreb-
be rendere con «La cornucopia dei racconti». Cfr. oltre, p. 9o, nota 43.]
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A 89

N~g~juna riuscì a scoprire l'Elixir che permette di vola-


re nei cieli.
Indubbiamente tutte queste leggende non ci sono di al-
cun aiuto nel ricostruire la biografia di N~~juna. Esse si
rivelano tuttavia interessanti e preziose per il fatto che in-
cludono l'al~a tra i poteri magici, le siddbi. D'altra
parte, ciò non esclude che la leggenda deUa fabbricazione
dell'oro abbia avuto come supporto concreto varie osser-
razioni provenienti dalla metallurgia. Secondo la Rasopa-
nis.ad»; N~g~rjuna avrebbe assistito, nel regno del,Mala-
bar, all'estrazione dell'oro da minerale aurifero. E dun-
que possibile che certe pratiche metallurgiche di N~g~ju-
na - o di un altro personaggio con lo stesso nome - abbia-
no subito un'elaborazione di tipo mitico. Ma, d'altro can-
to, non dobbiamo dimenticare che il Nagarjuna tantrico è
più vicino agli ambienti magici e ascetici che non a quelli
laici. A lui vengono attribuiti innumerevoli scritti alche-
mici e tantrici, e in particoLare i più importanti trattati di
alchimia indiana.
Non sono d'altronde soltanto le opere tantriche a par-
larci della capacità degli asceti di fabbricare l'oro. La ~i-
vasamhita3s - un manuale di Hathayoga _»9 afferma che
lo yogin può trasmutare qualsiasi metallo comune in oro
soffregandolo con i propri escrementi e le proprie urine.
La Yogatattvopanis.ad4o cita l'alchimia come uno degli
»; [«L'Upan/sad del mercurio».]
»8 ~¢ivasamhiM [«La raccolta di giva»], m, 54, ed. e trad. a cura di R.B.
G.C. Vidy~,'nava, Lahore 1884, 2~ ed. AUahabad 1923 [trad. it. Lo yoga
rivelato da ~¢iv'a (Siva-SamhitA), Torino 199o].
»9 [«Lo, yoga dell'energia», «dello sforzo», o «che si applica con sforzo
zelante». E una varietà di yoga «violento», che tende a pratiche, posture ed
esercizi estremi nell'intento di accelerare il distacco dell'anima dal corpo.
In una lettura esoterica del termine, le sillabe ha e tha starebbero a rappre-
sentare il maschile e il femminile misticamente congiunti.]
4o [«L'Upanis.ad relativa ai principi dello yoga».]
9o L'ALCHIMIA ASIATICA

ostacoli con cui si deve confrontare il principiante ai suoi


primi passi sul sentiero dello yoga; ma essa concede poi,
tra le sue siddhi, il potere di trasmutare il {erro in oro per
mezzo degli escrementi.
Nelle leggende e nel folclore indiano si trovano nume-
rose allusioni al potere degli asceti di trasmutare il bron-
zo o altri metalli in oro per mezzo di uno speciale decotto
vegetale. Il venerato monaco jaina Hernacandra41 dice a
Devacandra:42 «Quand'ero un ragazzo, cosparsi del suc-
co di un arbusto un {rammento di rame e lo posi sul fuo-
co, secondo le vostre istruzioni, ed esso si trasformò in
oro. Rivelatemi il nome di questo arbusto e le sue carat-
teristiche insieme alle altre informazioni necessarie su di
esso». Questo passo figura nel Prabandhacint~mani, una
raccolta di leggende43 a cui appartiene anche quella di un
altro monaco, il quale estrae dalla montagna di Raiva-

41 [Poligrafo prodigioso, Hemacandra (i o89- I 17 2) godette anche di no-


tevole prestigio nel mondo politico, tanto che il principe Kum~ap~tla, da
lui convertito, creò nel Gujarat uno stato ispirato ai precetti jaina. Le pri-
me figure storiche della religione jaina risalgono al 6oo a.C., ma alcuni
tratti di questo movimento - come la tendenza a un'animazione di ogni ele-
mento naturale - lasciano supporre un'origine ben più remota; è una dot-
trina ancorata a una visione realista e pragmatica della vita, e costituisce
attualmente in India una religione minoritaria.]
42 [Figura del buddhismo tantrico, o Vajraydna, vissuto nel x secolo cir-
ca, autore del Praj~Aj~Anaprak~ga («Luce della Conoscenza-Gnosi»), fon-
dato sul criptico insegnamento della Mah~mudr~, termine che indica la
Realtà stessa ma anche una fondamentale pratica segreta, trasmessa da
maestro a discepolo.]
43 L'autore è il monaco jaina Merutufiga (xr¢ secolo), che ha scritto an-
che un commento al trattato alchemico Ras~dhyaya [«Lettura (o capitolo)
del rasa»]; egli evoca, nel PrabandhacintAmani stesso, l'«uomo d'oro». E
possibile ritrovare, d'altro canto, la leggenda'della Pietra Filosofale in In-
dia nell'A'in-e Akbari [testo sull'amministrazione dello stato] di Abfi'l-
Fazl 'AllUmi [celebre ministro dell'imperatore Akbar, il quale tentò di isti-
tuire un culto sincretistico indo-musulmano] (i 55 i-I6O2), trad. ingl. di II.
Blochmann e H.S. Jarrett, Calcutta I873, vol. 2, p. I97.
L'ALCHIMIA ASIATICA 91

taka44 un Elixir che gli permette di tramutare in oro tut-


to ciò che tocca.

Possiamo renderci conto, a questo punto, dello stretto


legame che esiste fra alchimia e tantrismo. Alcune nozio-
ni di chimica minerale - sia che provengano dall'islam,
sia che siano state scoperte in India - risultano già pre-
senti nella letteratura sanscrita antecedente al tantrismo.
Non erano tuttavia questi rudimenti scientifici a interes-
sare la prospettiva tantrica, quanto piuttosto la mistica
alchemica, il significato cosmico e mitico che assumeva-
no i metalli, la funzione redentrice attribuita alle opera-
zioni alchemiche. Attraverso la ricerca dell'Elixir di lun-
ga vita, l'alchimia si accostava alla mistica e a tutte quel-
le altre tecniche spirituali indiane che miravano a conse-
guire l'immortalità, e in particolar modo al tantrismo e
allo Hat.hayoga che avevano come fine il conseguimento
di un corpo in perfetta salute e immortale.
Come abbiamo già detto, non si deve correre il rischio
di sopravvalutare l'importanza degli influssi dell'alchi-
mia islamica su quella indiana. Alcuni riferimenti all'al-
chimia in alcuni testi buddhistici dimostrano che essa era
nota in India ben prima di qualsiasi influenza islamica.
Gli AvatamsakasF~tra45 - che possono essere datati ap-
prossimativamente tra il ~5o e il 35o d. C. e che sono sta-
ti tradotti in cinese da ~ik.s~nanda46 nel 695-99 - recita-

44 [Montagna situata nel paese di/~narta, vicino alla città di Ku~asthali.]


4» [«Versi della ghirlanda». È una monumentale raccolta formata a par-
tire da antichi testi buddhistici anteriori al Il secolo d.C. Per la scuola
Huayan (« ghirlanda ») del buddhismo cinese - fondata verso la fine del VlI
secolo d. C. - quest'opera raccoglieva il culmine della dottrina nella sua for-
ma più perfetta e completa.]
46 [« Colui la cui beatitudine sta nel desiderio di apprendere». La ver-
92 L' ALCHIMIA ASIATICA

no: «Esiste un liquore vegetale chiamato hathaka. Un


liang47 di questo liquore può trasformare mile liang di
bronzo in oro puro».
La Maha-prajn'dpdmmitopadeg'a,es tradotta in cinese da
Kum~rajiva49 nel 4o2-o5, è ancora più precisa a questo
proposito: «Per mezzo di Elixir e incantamenti, si può
tramutare il bronzo in oro. Attraverso un accorto irnpie.
go di Elixir, l'argento può essere mutato in oro e l'oro in
argento. In virtù del potere spirituale, un uomo può cam-
biare l'argilla o la pietra in oro ». Questi «poteri spiritua-
li» non sono altro che le siddhi degli yogin e del tantri-
smo. I testi del canone buddhistico ci autorizzano a trar-
re due conclusioni: in primo luogo, l'alchimia indiana esi-
steva già prima delle influenze islamiche; in secondo luo-
go, essa si ricollegava alle tecniche mistiche - Elixir, in-
cantamenti, poteri soprannaturali - e non a tecniche
prechimiche di tipo scientifico.

L'ipotesi di un probabile influsso sull'alchimia india-


na da parte dell'alchimia islamica - cioè alessandrina- è
stata sostenuta per il fatto che il mercurio risulta presen-
te in India soltanto in seguito all'invasione musulmana.
Le cose, tuttavia, non sono cosi semplici come si presen-
tano all'apparenza. Anche ipotizzando che l'alchimia in-

sione cinese degli Avatamsakas~tra condotta sotto la sua direzione - e di


cui ci sono pervenute solo alcune parti - occupa ottanta volumi.]
47 [Unità di misura cinese, equivalente a circa 3 7,8 grammi.]
4s [«L'insegnamento relativo alla grande perfezione di saggezza».]
49 [Figura cardine del buddhismo dell'Asia orientale, Kumar~jiva (344
4I 3 d. C.) fu a capo di un colossale progetto di traduzione di testi buddhi-
stici in cinese, che coinvolse centinaia di collaboratori e diede vita a una
nuova tecnica di traduzione che servi da modello per secoli. È anche auto-
re di un vastissimo commentario enciclopedico alla sua versione della
iVlah~praj~~p~ramitopade~a. ]
L'ALCHIMIA ASIATICA

diana sia nata con la scoperta e l'impiego del mercurio,


abbiamo dimostrato come esistesse, fin da tempi remoti,
una «alchimia speciale» (ras~yana) che non può essere il
frutto degli influssi islamici e che ricopre esattamente la
stessa funzione dell'alchimia cinese, ovvero la ricerca
della longevit~ e dell'immortalità. Vediamo ora se il mer-
curio - e dunque anche il suo ruolo all'interno dei pro-
cessi chimici - sia stato davvero introdotto in India dal-
l' alchimia musulmana.
Il mercurio è noto in India fin dal IV secolo, epoca a cui
risale quello che ~ stato battezzato come Bower Manu-
script,'o il più antico trattato di medicina in lingua san-
scrita a noi pervenuto. E interessante notare come un ca-
pitolo di questo trattato contenga delle ricette per vivere
«mi~e anni»~~ e che un altro capitolo si occupi della pro-
prietìt dell'aglio di favorire la longevità. Liiders e R. M~-
ler pensano che nel Bower Manuscript il termine rasa non
si riferisca al mercurio; comunque sia, la questione non è
ancora chiarita. Secondo alcuni, il mercurio era già noto
in India fin dal In secolo a. C., epoca in cui è stato scritto
l'ArthaHstra,52 un trattato di politica; il passaggio inte-
ressato, tuttavia, è probabilmente frutto di un'interpola-
zione. Nonostante tutto ciò, è indubbio come - alla luce
~o [A.F.R. Hoernle, The BowerManuscript, Calcutta i893-i912. Sco-
perto da Sir Hamilton Bower nei pressi di Kug~ - in Asia centrale -, il te-
sto risale al lv.vl secolo d.C. Redatto in un sanscrito piuttosto approssima-
tivo, contiene una monografia sull'aglio, oltre a diverse formule riprese da
varie samhiM mediche.]
sr Questa espressione non dev'essere interpretata in senso letterale; «vi-
vere mille anni» - analogamente alla formula vedica «vivere cent'anni» - in-
dica una perfetta longevit~.
,2 [« Trattato della ricchezza [ del potere». Opera del brahmano Cina-
kya, il «Machiavelli dell'India», detto per la sua abilità nella frode
Kau.tilya - «lo storto» o «il contorto» - il quale fu ministro del re Candra-
gupta aU'epoca di Alessandro Magno.]
94 L'ALCHIMIA ASIATICA

delle indagini più recenti - sia necessario rivedere l'opi.


nione corrente della maggioranza degli orientalisti e degli
storici delle scienze - A.B. Keith, Lfiders, Ruska, Staple.
ton, R. M/~er, von Lippmann - secondo cui il mercurio
e le pratiche alchemiche ad esso connesse sarebbero state
introdotte in India dai musulmani. Il mercurio ha svolto
un ruolo di primaria importanza nel tantrismo, ed è noto
che le zone in cui il tantrismo si è sviluppato sono state le
meno raggiunte dall'islam. In alcuni Tantra, il mercurio
viene considerato come il «principio generatore», e vi sí
trovano addirittura delle indicazioni su come realizzare
un fallo di mercurio in onore di ~iva.» Per di più, è sol-
tanto da qualche anno che si è cominciato a stabilire cor-
rettamente la datazione dei Tantra, e non è escluso che si
scopra che una buona parte di essi risultino anteriori al
periodo musulmano - e che dunque l'impiego « sacro» del

53 I1 RudrayAmalatantra [«I1 Tantra dell'appaiamento di Rudra»] chia-


ma ~iva «il dio del mercurio». Il Rasaratnasamuccaya (vi) [«Cumulo di
gemme del rasa», ascritto al celebre medico V~gbhata, anteriore al vn se-
colo d. C.] afferma che l'alchimista, agli inizi della sua pratica, deve adora-
re ~iva e rispettare il proprio maestro. Egli è tenuto, inoltre, a fabbricare
un fallo di mercurio e a venerarlo, dal momento che l'alchimia gli è stata ri-
velata da ~iva stesso. Il medesimo testo prescrive altresì dei riti osceni, il
che conferma una volta di più i legami esistenti fra tantrismo e alchimia. Il
Rasaratn~k~ra [«L'aspetto della gemma del rasa»], attribuito a N~g~rjuna,
descrive l'adepto con queste parole: «Perspicace, dedito al proprio lavoro,
senza macchia e in grado di esercitare il dominio sulle proprie passioni». Il
Rasaratnasamuccaya (vu, 3o) è ancora più preciso: «Coloro che amano la
verità, che hanno superato le tentazioní, che venerano i Deva [gli dèi] e i
Br~hmana [i brahmani], che sono perfettamente padroni di se stessi e che
hanno imparato a vivere secondo la dieta e il regime di vita che è adatto a
loro, costoro possono intraprendere le operazioni alchemiche». È lo stesso
elenco di virtù che si incontrano nella descrizione di qualsiasi devoto o
asceta. È facile comprendere, a questo punto, come l'alchimia fosse innan-
zitutto un attlvlta di tipo sacro; praucarla ~m»hcava come con&zioni pre-
liminari la purezza, la solitudine e l'ascesi. Il'laboratorio era collocato in
~ na foresta, al riparo da ogni presenza impura. Inoltre, la maggior parte
ci testi alchemici comportano la recitazione di lodi in onore di ~iva.
L' ALCHIMIA ASIATICA

mercurio non sia stato trasmesso agli indiani attraverso


l'alchimia araba Nel . Kubiikd
. t a n t r a ,4 1 ~....
- -1 u ~ : a_n_u.c-n, .l t_a, e,
un dato incontestabile - ~iva parla del pdrada" come del
principio che lo ha generato e fa un elogio della sua effi-
cacia una volta che sia stato «fissato» sei volte.
Questa «fissazione» o «messa a morte» del mercurio
rivela anche un senso strettamente chimico, evidente in
particolar modo nei testi più tardi allorché la funzione
metafisica dell'alchimia comincia a cedere il posto agli
esperimenti di laboratorio; in questo ambito, indica in-
fatti la calcinazione del mercurio, processo noto all'alchi-
mia europe.a anche con il nome di « fissazione» o « coagu-
lazione». E tuttavia possibile, in alcuni testi, giungere a
decifrare il senso mistico della « fissazione» del mercurio.
La riduzione di volatilità di questo metallo sacro è dotata
di un valore spirituale: il principio dinamico, mobile, vie-
ne trasformato in principio immutabile, divino. La mu-
tevolezza costitutiva dell'esperienza psichica, mentale,
viene «ridotta», soppressa; l'anima cosi liberata risulta

»4 [«I1 Tantra della [dea] piegata». Scoperto in Nepal, è il testo fonda-


mentale di una tradizione him~layana, risalente forse aU'xI secolo, di tipo
~,~kta - cioè dedita alla venerazione della «potenza» della dea - tradizione
fatta propria dai kaula, gli adoratori di K~li. Kubjikd - «colei che è piegata
in due» - è l'epiteto che designa K~i chinata in avanti per pudore dinanzi
alle profferte di giva che le chiede di essere iniziato. E in questa forma che
la dea è venerata nella tradizione succitata, che fa anche ampio ricorso al
simbolismo sessuale.]
» [Letteralmente «ciò che conduce all'altra riva»; è sinonimo di «mer-
curio».] Nel lessico di Mahe~ívara, redatto nel i x x x, si trova, per indicare il
mercurio, anche il termine harabija - letteralmente «il seme di giva». La
Brbatsa.mhitd, opera enciclopedica di Var?ahamihira composta nel 587, fa ri-
ferimento al mercurio e al suo impiego come tonico e afrodisiaco. ['Var?ítha-
mihira fu celebre astrologo e astronomo del w secolo d. C. La sua Brbat-
sa.mhit~, «La grande raccolta», è un'opera di astronomia dedicata all'anali-
si del significato dei vari corpi celesti. Var?ahamihira fu anche autore di al-
cune opere di astrologia oroscopica, che rivelano un forte influsso greco.]
96 L'ALCHIMIA ASIATICA

perfettamente stabile, proprio come il mercurio «fissa.


to ». L'operazione alchemica possiede dunque anche una
valenza di redenzione. La determinazione alla santità da
parte dell'adepto, il suo desiderio di estinguere il caratte.
re di instabilità che appartiene alla vita interiore ordina-
ria e di realizzare quell' autonomia perfetta, immutabile,
propria dell'anima liberata, trovano espressione nei sim-
boli e nelle operazioni alchemiche. La ricerca del mercu-
rio «fissato» corrisponde allora alla ricerca di quella libe-
razione dell'anima che conduce all'immortalità. E que-
sto senso di redenzione risulta particolarmente evidente
nei Tantra dedicati all'alchimia.
Tutti i testi tessono l'elogio dell'efficacia mistica del
mercurio «fissato». Il Suvam. atantra»6 sostiene che, inge-
rendo del mercurio «messo a morte» (nas.tapis.ta),57 l'uo-
mo può conseguire 1 lmmortahta, una sola parte di que-
sto mercurio «fissato» può trasmutare in oro centomila
parti di mercurio comune. E per di più, l'urina e gli escre-
menti dell'alchimista che si nutre di questo mercurio so-
no in grado di mutare il rame in oro. Il Rudraydmalatan-
tra sostiene che i procedimenti che permettono di «met-
tere a morte» i metalli sono stati rivelati da $iva e tra-
smessi da una generazione all'altra di adepti. $iva è il dio
tantrico per eccellenza: le tecniche che egli rivela sono in
ogni caso delle tecniche mistiche, salvifiche.»8
Secondo il Rasaratnasamuccaya (I, 26), attraverso l'assi-
milazione del mercurio l'uomo riesce a sottrarsi alle malat-
tie originate dai peccati compiuti nelle esistenze preceden-

56
[«I1 Tantra dell'oro».]
57
[«Distrutto», «perito» (nas..ta) e «pestato» (pis..ta).]
»s Il Rudraydmalatantra (I, 4o) descrive il mercurio «fissato» come pri-
vo di queLla brillantezza metallica e di quella fluidità che gli sono proprie,
meno pesante, colorato ecc.
L ' ~ A S I AT I C A

ti. Il Rasaratn~kdra,»9 attribuito a N~irjtam, cita un Elixir


a base di mercurio in grado di trasmutare il corpo umams in
corpo divino (si tenga presente che le tecniche tantriche e
dello Ha.thayoga mirano allo stesso fine). Sempre in questo
testo, N~~u'juna afferma di essere in grado di fornire dei
medicamenti capaci di far sparire «le rughe, i capelli bian-
che e gli altri segni di vecchiezza». Ecco dunque una prova
ulteriore degli stretti legami che intercorrono fra tantrismo
e alchimia. « I preparati a base minerale agiscono con h
stessa efficacia sui metalli e sul corpo umano», sí legge nel
Rasaratndk~ra. Una simile metafora - a cui gli alchimisti in-
diani6o sono particolarmente affezionati - rivela una pro-
spettiva mistica: i metalli - proprio come il corpo umano -
possono essere «purificati» e «divinizzati» attraverso pre-
parafi a base di mercurio, capaci di trasmettere loro h virtù
sacra di ~iva (si vedano, per questo, le proprietà sacraliz-
zand della giada in Cina).
Secondo il Rasaratndkdra, tali segreti vengono rivelati a
N~g~,'juna dopo dodici anni di ascesi e in virtù della sua de-
vozione alla yak.sini«signora della pianta della Ficus religio-
sa».«1 In questo senso il testo riveste un'importanza del tut-
59 [«L'aspetto della gemma del rasa». Trattato alchemico anteriore al m
secolo d.C. (data in cui viene imitato dal cinese Ge Hong) relativo al noto
preparato mercuriale - il rasa appunto - capace di preservare da ogni male
e di garantire la longevità.]
6o Il Ras~.r¢mva consiglia di applicare il mercamo inizialaz~te sui metalli e
soltanto dopo sui corpo umano; cri-. un testo citato da Madhava tw._l Samada~a-
nasa.mgraha [The Sarvadarfanasa.mgraha: A Review of the Different Systems of
Hindu Philosophy, trad. di E.B. CoweU e A.E. Gough, London- Dethi i882,
4" ed. London i914, p. 8o].
61 [Le yak.sini («le misteriose») sono spiriti generícamente silvestri, pa-
ragonabili alle nostre Driadi. La pianta di Ficus religiosa, nota anche come
pippdla, è celebre nel mondo indiano per essere la pianta sotto cui il
Buddha raggiunse l'illuminazione. È conosciuta anche come Ag'vattha, una
delle «ricchezze» (vibh~ti) in cui si manifesta la presenza del Brahman,
cioè del fondamento ultimo dell'universo.]
98 L'ALCHIMIA ASIATICA

to particolare. Esso ci conferma infatti, ancora una vol-


ta, come le radici autentiche dell'alchimia siano l'ascesi,
la meditazione e le pratiche mistiche. Dall'altro lato, es-
so getta un po' di luce sui nessi ancora poco chiari esi-
stenti fra alchimia e culti della vegetazione (le yaksini so-
no le entità silvestri femminili). Il tantrismo, nella gran-
de opera di sintesi che ha compiuto, ha saputo assimilare
numerosi culti indigeni, rimasti sino ad allora esclusi dai
confini della tradizione hindfi.62 Un buon numero di essi
affondavano le loro radici nei culti della vegetazione, dif-
fusi un po' dappertutto in India e di origine prearia.
Questi elementi di tradizione indigena assorbiti dal tan-
trismo sono stati conservati soprattutto nelle regioni
himTalayane.63 L'alchimia indiana, cosi strettamente con-
nessa al tantrismo - tanto dal punto di vista delle strut-
ture quanto della sua storia - ha fatto propri, da parte
sua, all'interno delle pratiche e dei simboli che la con-
traddistinguono, una moltitudine di elementi culturali
indigeni, perlopiù di provenienza him~layana. In questo
modo si spiega la presenza della dea Yaksini in quel trat-
tato di alchimia che è il Rasaratndkdra. L'alchimia ha
avuto, d'altronde, una penetrazione assai precoce nel Ti-
bet, introdotta dai monaci buddhisti delle scuole tantri-
che, tanto che l'autore di un altro trattato di alchimia, il
Rasasara64 - risalente probabilmente al xm secolo - am-
mette il suo profondo debito nei confronti del buddhi-
smo tibetano.
62 Per tutte le questioni analoghe che, indirettamente, riguardano an-
che l'alchimia, cfr. Eliade, Le Yoga: Immortalité et [iberté cit.
63 Cfr. il Mahacinakramacara [«La condotta graduale della grande Ci-
na»I, in cui viene indicata l'origine cinese di alcuni rituali tantrici. Gli in-
flussi esercitati dalle popolazioni annamite e himalayane risultano evi&n"
ti nei Tantra conservati attualmente in Bengala.
[«L'essenza del rasa».]
L ' A L C H I M I A A S I AT I C A
99

Secondo il Rasahrdaya,6» l'alchimia è in grado di guari-


re la lebbra e di restituire la giovinezza. Ecco dunque
riapparire il solito motivo della «giovinezza che non co-
nosce vecchiezza» e della «vita senza morte». Per il
KAkacan.degvarimah~tatantra,66 il mercurio « fissato» è in
grado di produrre mille volte la stessa quantità d'oro e,
mescolato al rame, tramuta questo in oro. Ma è il Rasen-
dracintAmani67 a fornirci il testo più completo sull'effica-
cia del mercurio «fissato»: «Allorché il mercurio viene
"fissato" con una pari quantità di zolfo purificato, divie-
ne cento volte più efficace; quando viene "fissato" con
una quantità doppia di zolfo, è in grado di guarire dalla
lebbra; quando è "fissato" con una quantità tripla di
zolfo, risana dalla fatica mentale; quando è "fissato" con
una quantità quattro volte maggiore, fa sparire i capelli
bianchi e le rughe; quando viene "fissato" con una quan-
tità cinque volte maggiore, guarisce dalla tisi; e allorché
viene "fissato" con una quantità sei volte maggiore, di-
venta una panacea per tutti i mali dell'uomo».
Il valore di questo testo da un punto di vista chimico-
scientifico è assai modesto, poiché - come è noto - è già
molto se venticinque parti di mercurio riescono a combi-
narsi con quattro di zolfo, dal momento che ogni quan-
tità di zolfo superiore a questa è destinata a sublimarsi
senza entrare in legame. Si tratta tuttavia di un testo
interessante, per il fatto che testimonia degli esordi « spe-
rimentali» dell'alchimia indiana - e dunque del venir me-
no del senso tradizionale, mistico, dell'alchimia e del ten-
6~ [«Il cuore del rasa».]
[«Il grande Tantra di Can.degvari - cioè la signora terribile, ardente
di ira - in forma di corvo».] Tutte le nostre affermazioni, in questo saggio,
fanno riferimento unicamente ai testi sanscriti; abbiamo lasciato voluta-
mente da parte i commenti e le interpretazioni di autori moderni.
67 [«La gemma dei desideri del re dei preparati mercuriali».]
I oo L'ALCHIMIA ASIATICA

tativo di trasformarla in scienza naturale. Che gli indiani


siano stati in grado di compiere alcune scoperte scientili.
che è fuori di dubbio.~ Dal momento in cui si è smarrito
il senso originario delle operazioni alchemiche _ senso
che, come dimostrano tutti i testi ¢itati, nulla aveva a che
fare con il mondo fisico - queste operazioni hanno as-
sunto una logica e una diversa ragion d'essere. Ciò che a
noi preme dimostrare è che il senso autentico deU'alchi.
mia indiana non è quello di essere una prechimi¢a ma una
tecnica mistica.69 Elementi scientifici non ben definiti e

Così, ad esempio, in India è nota l'importanza dei colori della fiam-


ma nell'analisi dei metalli fin dal XlI secolo (cfr. il Ras~.rr.zava). I vari pro-
cessi metallurgici trovano in terra indiana un'esposizione che anticipa di
tre secoli quella di Agrippa di Nettesheim e di Paracelso, e che si dimostra
oltretutto molto più precisa di quella fornita da questi celebri alchimisti
europei. In materia di farmacopea, poi, in India si era giunti a risultati im-
pressionanti; l'uso interno dei metalli calcinati era noto, ad esempio, mol-
to tempo prima che in Europa. Paracelso, il fondatore della iatrochimica,
fu il primo europeo a raccomandare Fuso interno del solfuro di mercurio;
ora, questo ritrovato era noto in India sin dal x secolo (cfr. il Siddhayoga
del medico V.rnda). Incontestabilmente, la scienza in senso stretto era col-
tivata in India con successo. Se è stata superata in modo così evidente dal-
la scienza europea a partire dal xvm secolo, ciò si deve, da un lato all'inva-
sione musulmana, dall'altro allo straordinario sviluppo delle scienze euro-
pee in seguito alla rivoluzione industriale.
69 E soltanto in questo modo che si può spiegare l'enorme quantità di
nomi di alchimisti terminanti in bhairava [«tremendo»; epiteto di gira]-
termine che indica un adepto del tantrismo o, più genericamente, un asce-
ta ~ivaita. La tradizione ci ha consegnato un ManthS.nabhairava, un Svac-
candabhairava, un Gahan~.nandan~tha (ndtha è anche una terminazione
che rivela un'ascendenza tantrica [letteralmente «signore»; è epiteto rivol-
to ai maestri ~íivaiti]). Inoltre, alcuni autori più o meno mitici dei vari trat-
tati di alchimia fanno parte degli ottantaquattro siddha, i maghi tantrici. È
attribuita, per esempio, a C~p~ti un'opera intitolata Cirpf~tasiddhanta; a
Gorak#. an~tha - personaggio oscuro, rivendicato da una setta di epoca me-
dievale come maestro iniziatico e autore di trattati e considerato, soprat-
tutto in Nepal, come una divinità; cfr. Eliade, Le Yoga: Imraorta/ité et/i-
berté cit. - un'altra opera, la Goraksasamhita; mentre K~p~la - un nome
comune: i k~p~lika sono gli adepti p'iù i~orali del tantrismo - passa per
L' ALCHIMIA ASIATICA IoI

abbozzi di una prechimica esistevano in India fin da epo-


che molto remote, ma la loro esistenza si dava parallela-
mente alle tecniche alchemiche propriamente dette. La
chimica non nasce dunque dall' alchimia: fin dall'inizio si
colloca a fianco dell'alchimia, da essa separata. Si tratta
infatti di categorie mentali profondamente diverse. Solo
chi ha smarrito il senso dell'alchimia può ricollegarla alla
chimica. L'alchimia ha in sé una certa funzione spiritua-
le: conseguire l'immortalità - o la liberazione, è lo stesso -
attraverso un determinato mezzo. La chimica è tutt'altra
cosa. E una tecnica che ha come fine la conoscenza e il
dominio del mondo naturale, fisiochimico.
L'oro e le perle - in India come in Cina - sono dotati
di proprietà sacre, come legge nei Veda.7o L'oro viene in-
gerito,7~ e gli alchimisti indiani fanno allusione - anche
se in modo meno esplicito degli alchimisti cinesi - alle
essere l'autore di un trattato di alchimia, il RasarAjamahodadhi [«II grande
oceano del re dei preparati mercuriali»]. Si annoverano, tra gli autori di
opere di alchimia, anche altri nomi noti della letteratura tantrica: Mall~i,
Siddha Bh~skara, Siddha Pr~.nan~.tha, grin~tha ecc. Si trattava, verosimil-
mente, di nomi sacri, iniziatici, cioè destinati a rivelare la tradizione misti-
ca a cui appartenevano gli asceti che li portavano. È interessante notare co-
me, nella Yogatattvopanis.ad, uno degli ostacoli con cui si deve confrontare
1.o yogin è costituito dal «lavoro sui metalli», ovvero la pratica alchemica.
E in effetti noto, a prestare ascoho ai trattati ascetici indiani, che non esi-
ste tentazione più grande e più pericolosa per il neofita di quella di voler
approfittare dei poteri magici (siddhi) acquisiti con la meditazione.
7o L'Atharvaveda conserva ancora la tradizione - verosimilmente di ori-
gine marina - della perla «in grado di prolungare la vita». Essa è «la mate-
ria ossea degli dèi» e «ha sede nelle acque». Un amuleto fatto di perle sal-
vaguarda la vita ed è in grado di prolungarla sino a cento anni. [L'Atharva-
veda è «il Veda dello atharvan», cioè del sacerdote signore della fiamma, cui
spetta l'esecuzione di riti minori. È il più tardo dei quattro Veda, e ospita
soprattutto una serie di formule, benedizioni e maledizioni di uso medico,
apotropaico, amatorio ecc. Da un punto di vista simbolico l'Atharvaveda
rappresenta il fluido igneo del corpo.]
71 Per quanto riguarda l'uso interno dell'oro e di altri metalli, si veda
V~gbhata, citato in P. C. Ray, A History ofHindu Chemistry, 2~ ed. riv.
L'ALCHIMIA ASIATICA

virtù sacre che l'uomo è in grado di acquisire per mezzo


di questo nobile metallo. L'influenza dell'alchimia_ di
un'alchimia laica, empirica, indubbiamente - si può nota-
re anche nella medicina indiana. A partire da V~gbhata,72
il terzo grande autore indiano di trattati di medicina do-
po Caraka" e Su~ruta,TM la medicina comincia a far prefe-
ribilmente uso di preparati a base metallica. E da allora
che ha inizio la cosiddetta epoca di transizione, i cui rap-
presentanti più noti sono V.rnda7» e Cakrap~ni,76 i quali
sanciscono in medicina l'affermarsi della tradizione mi-
nera le, contro la tradizione vegetale in voga sino ad aUo-
ra. E possibile tuttavia individuare tanto in V.rnda quan-
to in Cakrapani - ed è interessante rilevarlo - degli in-
flussi tantrici. Entrambi indicano formule e gesti impie-
gati in culti che appartengono al tantrismo.
Nel periodo immediatamente successivo a quello tantri-
co - chiamato da PraphttUa Chandra Ray «iatrochimico» -
si assiste al manifestarsi di preoccupazioni di tipo più

ampl., 2 voll., Calcutta i9o3-o9. Prima di lui già Sugruta raccomandava


l'uso interno ed esterno del piombo e dello stagno (S~trM~na, xxxvlII).
72 [Vissuto anteriormente al VlI secolo d. C., è autore dell'As..tdngabrda-
yasambítd, «La raccolta del cuore delle otto membra». A lui è ascritto an-
che il trattato alchemico Rasaratnasamuccaya.]
7» [Ct~r. sopra, p. 18, nota 27.]
74 [Figura cardine della medicina indiana, i cui tratti sfumano nella leg-
genda. Si vuole che gli insegnamenti medici gli siano stati comunicati dal
mitico re Divod~ga, a cui si fa riferimento già nel .Rgveda - e in tal caso eg!i
sarebbe vissuto almeno un millennio prima dell'inizio della nostra era. E
ritenuto l'autore della Suirutasa.mbit~, uno dei trattati t~ondatori della me-
dicina indiana, la cui redazione primitiva risulta anteriore o al vi o al x se-
colo d. C.]
7» [Grande compilatore di materia medica, posteriore al vu secolo d. C.
La sua opera più notaè il Siddhayoga, o «Libro dei preparati perfetti».]
76 [Autore di un commento all'opera di Caraka, probabilmente anterio-
re al x secolo. Il suo nome è epiteto di V~.nu e significa «colui che ha il cakra
in mano». Il cakra - attributo di Visnu - è una ruota o anello metallico che
il dio lanciava in battaglia per decapitare i nemici.]

«, '~,~ '~
L' ALCHIMIA ASIATICA

scientifico, o, se si vuole, empirico. La ricerca dell'Elixir


d'immortalità e gli altri interessi di natura mistica comin-
ciano a venir meno, cedendo il posto a ricette empiriche di
laboratorio. Il Rasaratnasamuccaya (xm-xlv secolo) è un ti-
pico prodotto di quest 'epoca. Eppure anche quest 'opera
conserva, per quanto in modo confuso, la tradizione di
un'alchimia intesa come mistica e non come tecnica empi-
rica. Il testo inizia con un omaggio al dio che salva gli uo-
mini dalla vecchiezza, dalla malattia e dalla morte. Segue
un elenco di alchimisti, in cui si ritrovano i soliti nomi di
maestri tantrici. Gli argomenti trattati vanno dalle formu-
le sacre che permettono di «purificare» i metalli,77 al dia-
manteTM («quello che trionfa sulla morte»), all'uso interno
dell'oro - temi diversi che rivelano la funzione originaria-
mente soteriologica dell'alchimia. Non dobbiamo dimen-
ticare, tra l'altro, che incontriamo questi argomenti in
un'opera tarda, scritta in un'epoca positivista, in cui veni-
vano particolarmente apprezzate le osservazioni e gli espe-
rimenti compiuti nell'ambito del mondo naturale. Nel Ra-
saratnasamuccaya trovano posto, d'altronde, numerose os-
servazioni puntuali, che non hanno nulla da invidiare a
quelle reperibili negli alchimisti europei. È il caso, ad
esempio, delle indicazioni a proposito del sale ammoniaco,79
77 Queste formule si riferiscono a un'operazione alchemica particolare,
che compare nell'elenco degli argomenti trattati nel Rasaratnasamuccaya.
7s Il diamante, in virtù delle sue proprietà che lo rendono indistruttibi-
le, svolge un ruolo di primo piano in tutta la mistica indiana. Va~ra signifi-
ca al tempo stesso «diamante» e «folgore», oltre a essere epiteto del
Buddha nelle scuole tantriche. Questo termine è dotato anche di numero-
se altre accezioni segrete - erotiche, magiche, rituali. [Nella mitologia
hindfi, il vajra - foggiato per Indra - è l'arma suprema degli dèi. La sua ra-
dice è connessa con il latino vegeo, «sono sveglio», e dunque - nel senso
simbolico dell'alchimia interiore - corrisponde alla « folgorazione » dell'es-
sere perfettamente «desto» - la suprema « arma» degli dèi.]
79 I1 nome sanscrito del sale ammoniaco [o, più correttamente, secondo
104 L'ALCHIMIA ASIATICA

una sostanza celebre in tutte le alchimie e che ha goduto in


Asia di un particolare prestigio.
Gli indiani hanno inoltre dimostrato di essere degli
straordinari metallurghi. La colonna di ferro di Kutab,
vecchia di almeno miHecinquecento anni, è stata la più
grande di tutti i tempi fino al xvm secolo. Analisi chimiche
hanno rivelato che il ferro era puro, dal momento che non
è stata riscontrata la presenza di altri metalli. Le arti del
metallo erano uno dei vanti dell'India antica. I testi di me-
taUurgia che ci sono pervenuti rivelano una tecnica molto
evoluta, empirica, quasi di tipo industriale. Non dobbia-
mo tuttavia per questo dimenticare che anche in India, co-
me in ogni altra civiltà, le arti del metallo erano inizial-
mente un'attività sacra. E vero che sono pochi i testi a noi
pervenuti; il R. gveda,s° tuttavia, conserva la tradizione di
alcuni preparati vegetali noti ai fabbri, lasciandoci la possi-
bilità di intravedere l'esistenza di oscuri legami tra magia,
mistica e arti del metallo,sx Questi legami si rivelano più

la terminologia chimica corrente, sale di ammonio] è navas~ra [«nove es-


senze» o «nuova essenza»]. H.E. Stapleton, in un erudito saggio sull'argo-
mento, Sal-Ammoniac: A Study in Primitive Chemistry, in «Memoirs of the
Asiatic Society of Bengal», Calcutta I9o5, I, 2, pp. 25-4I, cerca di spie-
garlo, analogamente al persiano n6shAdar, attraverso il cinese naosha.
Berthold Laufer dimostra in Sino-Iranica, Field Museum, Chicago 19 I9,
p. 505, che questi paragoni risultano del tutto ingiustificati. Il sale di am-
monio è stato conosciuto e impiegato dapprima in Persia, da dove è stato
importato in Cina e in India. Julius Ruska ha pubblicato su questo argo-
mento uno studio approfondito, SaIAmmoniacus, Nusddir und Salmiak, in
«Sitzungsberichte der Heidelberg Akademie der Wissenschaften», Hei-
delberg 1925. Oltre a questo saggio monografico, Ruska ha pubblicato al-
cuni articoli in riviste di chimica, difficilmente accessibili a uno storico ma
riassunti da E. von Lippmann, Enstehung und Ausbreitung der Alchemie,
2 voli., Berlin 1919-3 I.
8o [«II Veda degli inni». La più antica raccolta vedica, variamente data-
ta, comprendente i o 17 inni. La sua recitazione è compito dell'oblatore nel
corso del sacrificio vedico.]
81Rgveda, x, 72, 2 (jardtibhi os.adhibhP) [«per mezzo di erbe e meta[-
L'ALCHIMIA ASIATICA

chiaramente nel momento in cui si fa riferimento alla Cina


e - come vedremo in altra sedes2 - a Babilonia.
Proprio come in Cina, l'alchimia ha esercitato in India
un influsso su ambiti operativi assai diversi. Ma questo
tipo di influenze esula dai nostri interessi, dal momento
che si tratta di fenomeni più o meno recenti che si situa-
no più dalla parte della tecnica chimica che non di quella
«scienza speciale» (rasdyana) di cui parla al Birfini.
Non è nostro intento dar vita qui a uno studio esausti-
vo sull'alchimia indiana. Il tema supererebbe di gran lun-
ga i limiti imposti a questa introduzione all'alchimia asia-
tica. D'altra parte, per quanto riguarda l'aspetto scienti-
fico dell'alchimia in India, è possibile trovare un'ampia
documentazione nei due volumi di Praphulla Chandra
Ray. A noi basterà rilevare l'esistenza di due tecniche
paraUele, che vanno entrambe sotto il nome di alchimia:
la prima - rasdyana - è l'«alchimia speciale» di cui parla-
va al Birfini, ovvero una pratica mistica, in stretto rap-
porto con il tantrismo e altre scuole magico-ascetiche; la
seconda - che si trova in relazione con la medicina, la me-
tallurgia e le tecniche empiriche di tipo industriale - si
occupa soprattutto dell'aspetto concreto degli oggetti e
può andare sotto il nome di prechimica. Nessun tipo di
nesso causale può essere stabilito fra due tecniche cost
eterogenee, corrispondenti ad attitudini mentali diverse
e dotate di interessi distinti. Il ra«dyana propriamente
detto è una tecnica che ha come fine la «trasmutazione»
dell'animas3 - ovvero la vita eterna e la liberazione. L'al-

li»]. Si può leggere ii commento a questo verso in M. N. Banerjee, Iron and


Steelin the Rigvedic Age, in «Indian Historical Quarterly», v, 3, 1929.
s2 [,Cfr. sopra, p. 43, nota I.]
s» E ancora possibile trovare, nell'India moderna, chi concepisce l'al-
chimia in questo modo. Si veda ad esempio N. Aiyar, Ancient Indian Che-
106 L' ALCHIMIA ASIATICA

tro tipo di alchimia - i cui primi abbozzi cominciano a


mostrarsi nel Medioevo - si occupa invece della prepara.
zione di ricette mediche o industriali. La prima è una tec-
nica metafisica; la seconda una tecnica empirica. Il loro
significato, il loro oggetto, il loro lessico non hanno nulla
in comune. Questo tipo di prechimica, di cui è possibile
talora trovare tracce in India - dove, per quanto se ne di-
ca, non ha mai conosciuto quel successo che ha incontra-
to invece in Iran, Siria ed Europa - potrebbe aver subito
l'influsso dell'alchimia islamica. Ma avremo modo di di-
scutere questo problema in un'altra occasione.84

mistry and Alchemy of the Chemicophitosophical Siddhdntasystem of the In-


dian Mystics, First National Oriental Congress, Madras I925, e R.K.B.
Mookerji, Rasa-Jala-Nidhi, or the Ocean of Indian Chemistry and Alchemy,
2 voll~, Calcutta ~926-27. Ma il valore di queste opere è assai dubbio.
s4 E disponibile un'ampia bibliografia su questo tema, di cui siamo in-
tenzionati a discutere in un altro studio. Per il momento ci basti sapere che
gli influssi provenienti dall'esterno non si sono esercitati sulla concezione
dell'alchimia in quanto pratica mistica, benst sulle tecniche empiriche. L'i-
dea dell'alchimia come pratica mistica è propria dell'India e costituisce una
creazione dello spirito indiano - cos~ come, allo stesso titolo, è un prodotto
della spiritualità cinese. Del resto, le interpolazioni di carattere «scientifi-
co» che incontriamo nei testi alchemici indiani risultano di scarso interesse;
si ritrovano infatti dichiarazioni di questo tipo" «Offrirò una spiegazione
unicamente di quei processi che ho potuto verificare personalmente attra-
verso i miei esperimenti» (cfr. il Rasendracint~mani, citato da Ray, A Hi-
story ofHindu Chemistry cit.). Interpolazioni di questo genere rivelano uno
spirito critico, pratico, sperimentale - apparso più avanti - che si sforza di
salvare una scienza tradizionale mettendola al passo con i tempi - tempi che
richiedevano 1 esperimento condotto in prima persona e una verifica di tipo
scientifico. Interpolazioni dello stesso genere e riconducibili alla medesima
spiegazione risultano presenti anche nella letteratura alchemica europea
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Postfazione
Guido Brivio
Un ringraziamento particolare a Mario Piantelli, per la consueta di-
sponibilità senza riserve; a Stefania Stafutti per la generosa, indispen-
sabile consulenza; ad Alfredo Cadonna e Dario Chioli per le preziose
indicazioni. G.B.
Divenire oro, ovvero l'alchimia non esiste

I nostri umori ci trasmutano ogni giorno. I tre gu.na


- le qualità della natura secondo il pensiero indiano -
non cessano di alternarsi vorticosamente in noi, spingen-
doci ora aU'ottundimento e alla stasi, ora all'azione e al-
la passione, ora alla contemplazione e alla conoscenza.
Le cellule del nostro corlm muoiono e rinascono a velo-
cità incalcolabile, ins~do in noi il germe della vita e del-
la morte senza soluzione di continuità. I nostri pensieri sor-
gono e si dissolvono in un solo istante, restituiti, forse, alla
grandezza effimera e illusoria di una coscienza universale.
Eppure, noi crediamo fermamente di essere sempre gli
stessi. Il nostro corpo, la nostra mente - ritagli acciden-
tali nel mare della materia e della coscienza - ci accompa-
gnano come i più fedeli guardiani fino alla stanza vuota
della nostra identità, sentinelle ultime di una permanen-
za illusoria quanto indubitata.
L'appello buddhistico all'impermanenza - anitya -
suona vano nell'agonia del cort~ e della mente per la pro-
pria sopravvivenza, saldamente vincolati al gioco inaf-
ferrabile di m~yd che li proietta sul suo impassibile velo
cosmico offrendo loro apparenza di soggetto e di ogget-
to, di io e mondo, di materia e di spirito.
I 18 GUIDO BRIVIO

Se la storia della metafisica occidentale può essere defi-


nita, con Heidegger, la storia del soggetto - e perciò la sto-
ria dell'Essere ridotto a oggetto - questa narrazione non
potrà che situarsi agli antipodi della storia dell'alchimia,
che del ricongiungimento di soggetto e oggetto, uomo e
natura - anzi deU'oltrepassamento della loro dualità - ha
fatto il proprio emblema, indecrittabile e patente.
La tensione all'unità - e potremmo dire alla nondua-
lità - è infatti il brivido, a ben vedere, che percorre tutti
gli aneliti dell'alchimista, l'elemento in cui si incardina
tutta la sua Arte. Egli sente in sé lo spirito dei metalli,
l'unità che anima il tutto nel proprio cuore, e non può
concepire sé e la natura, l'anima e il mondo come forme
separate. Egli percepisce intimamente, senza il velo del
dubbio, la propria vocazione - come recita un detto al-
chemico - a «riunire ciò che è sparso».
Nella sua angoscia di trascendenza, invece, l'uomo oc-
cidentale cresciuto all'ombra di un pensiero dualista cro-
cifigge se stesso al dolore della lontananza dal proprio og-
getto amato.
Quanto più il soggetto si slancia nel desiderio di afferra-
re il principio che gli sfugge, tanto più si spalanca l'abisso
dell'inattingibile alterità che da quel principio lo separa.
Abitato dal fantasma, o dal dèmone, della trascenden-
za, egli tentenna fra paura e desiderio - eternamente so-
speso alla loro volatilità e all'istantanea reversibilità del-
l'uno nell'altra, segno fatale della loro origine.
Ogni oggetto di volizione o di pensiero - Dio, l'amato --
racchiude cost inevitabilmente in sé la propria paura. Pau-
ra del soggetto di perderlo o di trovarlo, desiderio di pos-
sederlo o timore di incontrarlo - tutta l'angoscia del possi-
bile che da quella separazione viscerale, inflitta nel cuore
della realtà, sorge.
POSTFAZIONE I I9

Inarrestabile lacerazione, soggetto e oggetto divengo-


no cosi il volto diviso di una realtà sottratta alla propria
riconciliazione e che non può aspirare ad essa se non nel-
la forma angosciosa del desiderio, eternamente privata di
se stessa nel movimento stesso con cui cerca disperata-
mente di riparare a quella privazione.
Frutto di un' alienazione (in)cosciente, il desiderio di
trascendenza - la proiezione verso l'Altro- sigilla nella
forma del desiderio stesso l'unica speranza di un' unità
possibile.
Il soggetto si mette in cammino, ma l'oggetto gli sfug-
ge; perché è esso stesso la traccia della sua separazione -
la creatura della nostra lontananza.
L'oggetto (amato) diviene il segno della nostra incapa-
cità (di amare). La forma vivente e dolorosa della nostra
assenza - della nostra essenza.
L'amor alchemico - che presiede alla cottura di ogni
elemento - non si nutre di questa lontananza, né cerca di
colmarla confermandone implicitamente i principi. Esso
muove piuttosto, e in questo si riconosce, da una meravi-
glia dell'alchimista nei confronti della natura, da una fa-
scinazione per l'unità misteriosa che la anima; da questa
fascinazione stessa originano le capacità dell'alchimista
di operare meravigliosamente su di essa, intuendone e
accompagnandone i processi più segreti.
Cost - lungi dal pensare che la vera scienza alchemica ab-
bia per oggetto la modificazione, o peggio il dominio, della
natura - Eliade ci persuade una volta per tutte che questo
non ne è che un aspetto superficiale, ovvero deteriore.
L'alchimista è colui che intuisce, innanzitutto, che le
operazioni deU'Arte vanno compiute su se stessi, interior-
mente. E ancora un merito incontestabile di Eliade, a que-
sto proposito, aver sottolineato l'affinità deU'alchimia
12o GUIDO BRIVIO

con lo yoga, e quindi con quella pratica interiore che le


tradizioni spirituali - a cui l'alchimia a pieno titolo appar-
tiene - concepiscono come unica forma di azione reale.
Se scopo dell'alchimia è dunque la conoscenza - se es-
sa si riassume in una forma di gnosi, volta alla rivelazio-
ne della natura ultima dell'uomo e del mondo, alla sco-
perta della natura aurea del vivente: l'identità del suo Sé
con il Sé universale - la prospettiva propria in cui essa
dovrà esercitarsi non potrà certo essere quella della dua-
lità, del regno della separatezza e della differenza, ani-
mato dai conflitti del soggetto e dell'oggettto, dell'io con
il mondo.
Il suo ambito non potrà essere che quello della nondua-
lità in cui gli opposti si stemperano mostrando la loro coes-
senza, queU'inizio - anteriore ad ogni cominciamento - in
cui i compossibili coesistono prima di ogni separatezza.
L'alchimia si rivela allora come quella scienza della na-
tura il cui fine è condurre alla rivelazione dell'inesistenza
della natura stessa, riconducendo questa natura, in ogni
sua forma e immagine, alla pura presenza di quella co-
scienza che li ha generati: il Sé, l'dtman-Brahman che
abita il cuore deU'uomo.
La pratica degli elementi e dei metalli, l'esperimento
incessante sulla materia non hanno altro fine se non rive-
lare, come ha scritto Elémire Zolla, che«x"oggetuvlta" "" del
mondo è la grande illusione da bruciare nel rogo della
contemplazione>>.1 Per l'alchimista, allora, ogni oggetto
sparisce. La Pietra Filosofale che egli ha conseguito tra-
sforma tutto ciò che tocca in oro - cioè restituisce ogni
cosa alla realtà dell'origine a cui appartiene.
Attraverso un processo che i testi definiscono come

1E. Zolla, Le meraviglie della natura, Marsilio, Venezia 19912, p. 54I.


POSTFAZIONE I2r

successione di solve et coagula - di dissoluzione e morte e


di coagulazione e fissazione - sono chiamate a raccolta
nell'individuo, in virtù deUe operazioni alchemiche, tutte
le forze e sostanze che costituiscono il suo organismo per
rifonderlo al di là di se stesso, intraprendendo su di esso
un movimento al tempo stesso mortale e rigeneratore.
Regressus ad uterum da cui si sorge rinati, rasdyana che pri-
ma uccide e poi rigenera, bollitura nella caldaia che dona
l'immortalità/l'alchimia è al tempo stesso una disciplina
di dissoluzione del soggetto e dell'oggetto intesi come
realtà separate e contrapposte e una scienza di reintegra-
zione di queste realtà nella loro origine indivisa che non
ha mai cessato di essere. Il soggetto desiderante, l'alchi-
m/sta, e l'oggetto desiderato, l'oro, cessano di essere due
realtà contrapposte per scoprirsi da sempre la stessa cosa.
L'alchimista, allora, non raggiungeril mai la Pietra Fi-
losofale a cui tanto ambisce; la potrà solo diventare.
Egli stesso diviene oro - il compimento dell'Opera.
Le varie fasi alchemiche assumeranno allora, in questa
prospettiva, un significato nuovo e familiare, intimo. La
fissazione del mercurio sarà la concentrazione ferma, che
immobilizza il fluire indistinto delle cose; la folgorazione
dell'essere desti che attraversa l'aria nebulosa del quoti-
diano snebbiando le congetture che avviluppano la real-
tà.» La Pietra Filosofale l'essenza luminosa che sgorga
dalla mente assoluta, nutrita della consapevolezza della
propria origine, capace di trasmutare in sé ciò che incon-
tra sul suo cammino; la conoscenza (vidyd) che rivela il Sé
di cui ogni cosa ì~ intessuta. L'oro - o, altrove, il mercu-
rio - il Sé stesso, l'dtman che abita il cuore dell'uomo e
2 Cfr. nel testo rispettivamente pp. 18-2 ~, p. ~ 9 nota 29 passim, p. x 7
nota 24.
' Zolla, Le meraviglie della natura cit., p. 5 3 5.
122 GUIDO BRIVIO

che lo rivela identico al Brahman, il principio assoluto a


cui egli anela e che gli sarà vietato fino a quando lo con-
cepirà come un oggetto fuori di sé.4
«Non è possibile fare dell'oro se non si ha già dell'o-
ro» recita una sentenza alchemica. Il segreto dell'alchi-
mia è tutto in questa rivelazione: che l'oro è già in colui
che lo cerca, e anzi, che egli non è altro che oro.
L'alchimia è questo viaggio, all'apparenza di un peri-
plo, che l'adepto intraprende per ritornare a Sé - al pro-
prio oro.

L'unica figura antropomorfa che, curiosamente, è


possibile rinvenire all'interno del rito vedico è una sta-
tuina d'oro, posta nella piattaforma sacrificale. Essa rap-
presenta un omino alto un pollice - l'biranyapurus.a, l'uo-
mo aureo di cui parlano i Veda e le Upanisad più antiche.
Egli ha barba e capelli d'oro e risiede nell'occhio destro
dell'uomo e nell'astro solare. Quando il defunto ascende
al sole, questi lo accoglie facendolo entrare nel mondo di
Brahma. Nel rituale vedico egli rappresenta l'dtman im-
mortale, la totalità della propria persona fisica e spiritua-
le che il sacrificante ha prodotto e ricostruito minuziosa-
mente - alcbemicamente, vorremmo dire - in tutte le sue
parti nel rito, offrendo al fuoco della distruzione e della
rinascita il proprio dtman individuale.
Un'altra figura aurea che si incontra nel mondo vedi-
co dotata di una risonanza latamente alchemica - nel sen-

4 «Il Brahman abbandona colui il quale riconosce il Brahman all'infuo-


ri dell'dtman [...]; i mondi abbandonano colui il quale riconosce i mondi al-
l'infuori dell'~tman; gli dèi abbandonano colui il quale riconosce gli dèi al-
l'infuori dell'Mman; [...] tutti gli oggetti che esistono abbandonano colui il
quale li riconosca all'infuori dell'~tman» (Brbad~ranyakopanisad, II, 4, 6,
in Upanis.ad antiche e medie, a cura di P. Filippani-R'onconi, Bollati Borin-
ghieri, Torino 19952, p. 78).
POSTFAZlONE x23

so che realizza una coincidenza fra dimensione macroco-


smica e microcosmica - è hiranyagarbha, l'embrione d'oro
da cui, secondo il mito, ha origine il sole.
Coincidente, secondo la Ma.nd. ukyopani.sad, con il nxm-
do della manifestazione sottile e della conoscenza inter~
re,~ hiranyagarbha rappresenta quella coscienza collettiva
di tutti gli esseri che corrisponde alla mente stessa di Brah-
man. In epoche più tarde, nei Pura.na e nel Mab~bb~rata,
questa immagine assumerà nuova importanza ricomparen-
do come hiran, y~nda, l'uovo d'oro da cui viene alla luce
Brahm~, speculare dell'uovo d'argento delle cosmogonie
ortiche da cui nasce Eros Protogono o Fanes, colui che, se-
condo il mito greco, ha dato ordine e manifestazione a tut-
te le cose.6
All'uomo d'oro e all'uovo d'oro hindl], l'imm~#nario
alchemico occidentale aggiunge un altro simbolo partico-
larmente ricco di significato, volto a rappresentare l'or-
dine e l'unità del tutto nella sua dimensione prima di
nondualità: l'Ouroboro, il celebre serpente che si morde
la coda facendo del proprio corpo una figura circolare.
Nel manoscritto noto come Marcianus graecus 299 - il
più bello e il più antico dei manoscritti alchemici, appar-
tenuto al cardinale Bessarione e risalente al x-xI secolo -
il foglio ~ 88v, noto come Crisopea di Cleopatra, mostra
l'immagine forse più famosa dell'Ouroboro, quella che
racchiude entro il corpo della serpe il motto alchemico
~Evxò ~~v, Uno il Tutto.

5 Cfr. Man.dukyopanisad, I, 4.
6 Cfr. Orph. fragm. 61 Kern. Per una ricostruzione del pensiero orfico
con particolare riferimento alla figura di Eros Protogono si veda J.
Rudhardt, La figure d'Eros dans le traditions orphiques, in «Uranie: Mythes
et litt6ratures», 8, I998, pp. 81-92 (trad. it. in J. Rudhardt, Eros e Afrodi-
te, Bollati Boringhieri, Torino 1999, PP. 77-94).
GUIDO BRIVIO

Affermazione di uno stato di nondualità originaria ti-


pica della tradizione antica - presocratica, ermetica e
neoplatonica, oltreché alchemica - da cui tutto procede e
a cui tutto ritorna, e in cui tutto, sempre, stabilmente di-
mora, l'Ouroboro assume un ruolo particolarmente si-
gnificativo nel mondo gnostico, in cui - oltre a segnare il
confine tra la terra, il kósmos, e il mondo delle tenebre, il
chdo: - viene a simboleggiare il ciclo dell'eterno diveni-
re nel suo duplice movimento: il dispiegamento dell'Uno
nel Tutto e il ritorno del Tutto all'Uno.
È opportuno precisare come nella tradizione alchemi-
ca questa immagine non alluda ad alcun concetto filoso-
fico; essa diviene piuttosto il simbolo vivente e speri-
mentalmente concreto di un'assunzione della natura sub
specie interioritatis capace di condurre al di là dell'antite-
si fra materiale e spirituale, ovvero fra io e mondo.8
Figura contradittoria, simboleggiante al tempo stesso la
distruzione e la rinascita, immagine della Grande Opera
nella sua compiutezza e insieme della Materia Prima con
cui l'Opera comincia, l'Ouroboro racchiude - nell'enigma-
tica indifferenza con cui sfida da secoli ogni interpretazio-
ne - il mistero stesso dell'esperienza alchemica, il segreto
inviolabile della conoscenza in virtù del quale ogni forma
di dualità - anche quella stessa che oppone conoscente e co-
nosciuto - si stempera nell'assoluta compresenza del Tut-
to, di cui inizio e fine costituiscono solo i nomi approssima-
tivi e vani, le metafore imperfette e necessarie all'approc-
cio, destinate a svanire neU'istante della comprensione.

v Cfr. M. Mertens, Notes complémentaires a Zosime de Panopolis, Mé"


moires authentiques, Les Belles Lettres, Paris x 995, PP. 178-79
s Cfr. J. Evola, La tradizione ermetica, Edizioni Mediterranee, Roma
I97I~, p. 38.
POSTFAZIONE 125

Lo aveva capito bene Borges, rappresentandolo con


insuperabile delicatezza in La rosa di Paracelso.9
Qui il vecchio alchimista, ritratto alla fine della sua vi-
ta, ormai stanco dei suoi alambicchi, prega il Dio Ignoto
di inviargli un allievo. Nella notte, un rumore alla porta
desta il maestro: è un giovane, che dopo tre giorni e tre
notti di cammino, chiede di essere iniziato ai misteri del-
l'Arte. Egli darà al suo maestro tutto ciò che ha - i suoi
beni e la sua vita stessa; prima, però, vorrà avere una pro-
va da colui che dovrà essere la sua guida. Una rosa. Una
rosa rossa che il giovane ha portato con sé e che si dice
Paracelso sia in grado di ardere e poi di far rinascere dal-
le sue stesse ceneri.
Il maestro cerca di dissuadere il giovane allievo dai
suoi avventati propositi. «La via è la Pietra. Il punto di
partenza è la Pietra» gli dice. «Se non comprendi queste
parole, non hai ancora cominciato a comprendere».
Ma il giovane non è smosso dalle parole del vecchio
maestro, e insiste con tutto il suo ardore nel richiedere la
prova che cerca.
«Tu dici che io sono capace di distruggere la rosag»
soggiunge allora Paracelso. «Ti sbagli. Credi forse che
qualcosa possa essere reso al nulla? Credi che il primo
Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fio-
re, un solo filo d'erba? Credi che la divinità possa creare
un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia
altro dall'ignorare che siamo nel Paradiso?.»
« Se tu gettassi questa rosa tra le braci» prosegue Para-
celso «crederesti che le fiamme l'abbiano consumata, e
che sia la cenere a essere reale. Io ti dico che la rosa è eter-
na e che solo la sua apparenza può cambiare».
9 j. L. Borges, La rosa di Paracelso, in Tre racconti, trad. it. in Id., Tutte
le opere, Mondadori, Milano r985, voi. 2, pp. II27-3I.
126 GUIDO BRIVIO

A poco valgono ormai athanor e alambicchi in que-


st'Arte. Ma il giovane allievo non vuole capire. Paracelso
allora getta la rosa nel fuoco.
I petali lentamente si consumano alle fiamme.
Della rosa non resta ormai che cenere.
Il maestro confessa con strana semplicità che quella
cenere ì~ tutto ciò che della rosa resterà, e nulla più.
Il giovane, acceso di vergogna per aver scoperto l'inet-
titudine del maestro tanto venerato, confuso, prega Pa-
racelso di lasciargli tempo per divenire degno di com-
prendere le sue parole.
Maestro e allievo - o ciò che entrambi, l'uno per l'al-
tro, sono stati - si salutano per l'ultima volta.
Ormai solo, prima di spegnere la lanterna, Paracelso
raccoglie nel cavo della mano il piccolo pugno di cenere e
mormora una parola. La rosa risorge.

La disciplina alchemica è chiamata Arte e il suo fine


- se di fine ancora si pub parlare - è l'Opera. La metafora
artistica non si rivela casuale. In seno aUa tradizione filo-
sofica classica, a ciò che il pensiero occidentale ha addita-
to come trascendenza - procurando ogni ricaduta nell'im-
manenza - e a ciò che esso ha elogiato come spirito - pro-
ducendo al tempo stesso ogni disprezzo e attaccamento
per il corpo - il pensiero alchemíco oppone un'intuizione
continua e per cosi dire estetica della realtà, in virtù della
quale le cose appaiono le une connesse alle altre e sottese
a un'unità essenziale, mentre la distinzione fra il soggetto
che indaga e l'oggetto dell'indagine si rivela irreale.
Questa visione del mondo si manifesta con particolare
forza all'interno di una tradizione apparentemente mol-
to lontana da quella occidentale, il pensiero cinese classi-
~AZIONE 12 7

co,~~' e in particolar modo nell'ambito di quella che è for-


se l'unica grande religione e filosofia tipicamente cinese,
il taoísmo. Ed è proprio in ambito taoista, tra l'altro, che
si sviluppa una delle forme più interessanti ed estreme
del pensiero alchemico, il neidan, o alchimia interiore.11
L'alchimia interiore cinese - che si oppone all'alchi-
mia esteriore, o waídan, volta alla fabbricazione materia-
le di sostanze míracolose attraverso operazioni di labora-
torio- non nega la dualità riducendola a unità o affer-
mandorle semplicemente la natura illusoria.
Questa dualità, al contrario - che si tratti di yin e
yang, di acqua e fuoco, dí dragone e tigre, di piombo e
oro - è sviluppata da tale disciplina in un modo sottil-
mente illusionistico, vertiginoso e paradossale, spingen-
do l'adepto a seguírne da presso, con un'identificazione
ogni volta totale, tutti i détours e i capovolgimenti possi-
bili, íncoraggíandolo a percorrere ogni singola ramifica-
zione come se fosse finalmente la pista determinante, fi-
no a fargli comprendere come i due termini opposti del
gioco - identità e mutamento - siano la stessa cosa.
Così, ogni elemento è contenuto nell'altro, ogni pro-
cesso nasce da un altro processo. È l'indecidibilità stessa
che disegna i tratti impossibili del volto del Tutto, e ne
suggerisce il sapore - o l'assenza di sapore.~2
Tutto viene associato e dissociato, accomunato e di-

~o Cfr. P. Fílippaní-Ronconi, Storia del pensiero cinese, Bollati Borin-


ghieri, Torino 19922, pp. 18-19.
1~ Un'eccellente e stimolante trattazione in questo senso dell'alchimia
taoista si trova in I. Robinet, Histoire du tao?sme, Editions du Cerf, Paris
1991, pp. 212-47, a cui saranno ispirate alcune delle riflessioni seguenti.
:2 Sul concetto di insapore come idea chiave attorno a cui è ricostruito
tutto il pensiero cinese - dan, attributo riferito al dao, che indica al tempo
stesso l'assenza di gusto e il distacco - si veda F. JuUien, Eloge de la fadeur,
Picquier, Paris 199 i.
r 28 GUIDO BRIVIO

stinto, in un vertiginoso movimento di dissoluzione e ri-


congiungimento, nell'intento di sviare la mente e il cor-
po dell'iniziato da ogni strada - aprendogli la via del dao.
Duplicare la dualità, amandola, conservandola. Per ol-
trepassarla - senza bisogno di annullarla.
E tutto questo, ancora, non avrà altra funzione, per
l'alchimista interiore, se non stimolare in lui l'esprit defi-
ness, e, l'agilità inafferrabile e ventosa della conoscenza.
E questo moto in sé e per sé allora - la sua vocazione
inesausta a ininterrotte trasformazioni - a costituire il
vero fine dell'alchimia - al di là di ogni apparente fine -
e non gli oggetti o i principi miracolosi che in virtù di
quel moto sembrano poter essere ottenuti.
Analogamente a ciò che diceva Valéry della poesia, la
vera opera d'arte non è mai l'oggetto poetico rinvenuto,
ma l'intensità che in quel processo si viene creando e che
permette al suo creatore di salire un gradino nella scala
dell'essere, e di sporgere lo sguardo al di là, laddove po-
trà trovare l'energia per creare ancora - e ancora spor-
gersi e salire, in un processo virtualmente infinito.
Negli interstizi generati da questo moto, nelle sue pa-
gine bianche, si legge la traccia della vera lezione dell' al-
chimia: la rivelazione dell'inesistenza del soggetto e del-
l'oggetto - l'apprensione impossibile della nondualità.
L'alchimia comincia a far sparire la sua traccia - come
la vita dell'uomo saggio, come raccomanda Zhuangzi.

Cosi, il tempo anteriore in cui si svolge l'alchimia non


può essere il tempo posteriore del mondo. Il suo tempo è
piuttosto quello circolare del mito, concentrico a un unico
principio, di cui esso è infinita, imperfetta ridescrizione.
Tempo d'eternità, sottratto all'idea del perdere e del
trovare, del permanere e del dileguare, immerso nell'ori-
gine acronica del tempo stesso, infisso nel fulcro immo-
bile del proprio moto, tempo in cui ogni cercatore deve
trovarsi - perdendosi e ritrovandosi.
Cancellare le tracce.
Tutta l'incalcolabile congerie di testi alchemici cinesi
- tutto il loro vertiginoso sistema di metafore e di simbo-
li, di esercizi e di processi - non ha altro fine, al pari di
un discorso che cerchi di cancellare indefinitamente se
stesso nel momentostesso in cui venga enunciato, o che
tenti dí ridurre il significato delle proprie parole al puro,
gvanescente rapporto fra di esse, alla loro funzione, allo
spazio bianco su cui si depositano e da cui traspare il pro-
fumo della loro essenza, abbandonato ormai ogni timore
per la loro contradittorietà.
Veicolo necessario di cui occorre sbarazzarsi il prima
possibile, rivelato una volta per sempre nella sua arbitra-
rietà, senza tregua creato e ridistrutto, il linguaggio di-
viene per gli alchimisti una scommessa e un ostacolo.
AU'alchimista, al pari del poeta, spetta dunque il com-
pito di dar voce a quel silenzio che - se rimanesse allo sta-
to bruto - si rivelerebbe semplicemente inerte." Affer-
ma a tal proposito lo Zbongbeji: « Il silenzio è h parola; in
luogo di questa parola stessa, essenz/abnente, sta il silen-
zio. La parola è silenziosa, questa è la formula segreta
deU'alchimia». E una prefazione al Wuzbenpian conti-
nua: «I1 dao non ha nome; il saggio gli ha dato un nome
in virtù di un artificio. I nomi e le parole assomigliano al
silenzio [...] Il dao è reso manifesto dalle parole, e le pa-
role sono rese aU'oblio dal dao ».~'
" Si potrebbe ipotizzare, a tale proposito - come ha fatto Robinet, Hi-
stoire du taoisme cit., p. :, :,6 - che il ne/dan non sia altro che uno s~,ìluppo al-
le estreme conseguenze della poetica Tang, basata sulle risorse dell'ine-
spresso e del suggerito e facente ricorso, per la produzione del senso, alla
funzione e ai rapporti fra parole piuttosto che a un loro significato univ~-o.
14 Cfr. Robinet, Histoire du taoisme cit., p. :,26.
GUIDO BRMO

L'alchimia si rivela allora come un linguaggio, dotato


di parole e di simboli, e insieme come un'operazione sul
linguaggio stesso, una sorta di metalinguaggio che cerchi
di rendere efficace il proprio sistema significante e al
tempo stesso di invalidarlo, canceUandolo e decretando-
ne la morte.~»
La verità dell'alchimia - qualsiasi essa sia - non ripo-
serà dunque mai nella descrizione, né in qualsivoglia for-
ma di coerenza razionale o designativa. Essa consisterà
sempre e soltanto nella sua efficacia.
La scienza alchemica - con tutto il suo ingombrante
armamentario di emblemi e di simboli - non ha altra
aspirazione, nell'intimo, se non di divenire come la bar-
ca di cui parla Zhuangzi, che si lascia sulla riva dopo aver
superato il guado, o come la nassa, che si abbandona do-
po che il pesce è stato catturato.
Analogamente alla scala di cui parla Wittgenstein, che
può essere gettata una volta servita per salire, l'alchimia è
un metali~aggio che, una volta prodotto il suo contrac-
colpo sul soggetto, si annulla dissolvendosi, ridotto in ce-
nere dal fuoco interiore del suo adepto.
Un fuoco che, se costituisce ora la verità ultima in cui
tutte le verità bruciano, ha potuto svilupparsi e crescere
solo in virtù di quelle operazioni che l'alchimia stessa gli
ha pazientemente insegnato.

L'alchimia non costituisce, allora, nemmeno una for-


ma di pensiero dialettico.
Essa è piuttosto l'esecuzione di un paradosso.
Quello che gli opposti possono e devono coincidere.
Che soggetto e oggetto, io e altro, Dio e mondo - pur

*» Cfr. Robinet, Histoire du taoisme cit., p. 227.


P O S T FA Z I O N E , 131

restando radicalmente se stessi - si rivelano intimamen-


te/a stessa cosa.
L'alc~a ci mostra con tutta la sua forza che nell'im-
mediatezza della tesi esiste già la compiutezza della sintesi,
e che passare attraverso il fuoco dell'antitesi è solo un'in-
fausta e necessaria dilazione, un differimento esercitato su
quella presenza prima che non ha mai cessato di essere
compiuta, ben avanti ad ogni processo ed ogni operazione.
Eppure l'alchimia stessa è tutta in quell'infausta díla~-
zione, in quella travagliosa, lambiccante distiUazione fat-
ta di passi progressivi e di illusorie sostanze che devono
condurre alla suprema rivelazione: che tutto è già com-
piuto, che - paradosso di Saturno - la Materia Prima, il
piombo, è già l'oro.
Metafora illusoria - eppure propedeutica e terapeuti-
ca, creata a misura delle capacità limitate dell'uomo di
rappresentarsi il proprio compimento e la propria realiz-
zazione al di là di sé - l'alchimia, come il dao, è il nome di
un processo inesistente.
Un processo che copre con il proprio nome - che pro-
tegge - quella perfezione da sempre compiuta, la quale
non cessa di apparire ai nostri occhi come il risultato del-
lo sforzo di un'intera vita.

Occorre perciò studiare lungamente l'alchimia per


scoprire che l'alchimia non esiste.
Che i suoi maestri più venerabili, nella misura stessa
in cui si sono realizzati, non sono mai esistiti.
Che i loro nomi mitici, al pari delle loro mitiche vite,
età e realizzazioni, come la Pietra Filosofale, l'Elixir
d'immortalità, l'oro, non sono stati altro che un mito, la
metafora splendida e vana, divinamente caduca deUa lo-
ro perfezione.
13 2 GUIDO BRIVIO

L'irrealtà dell'alchimia è il segreto dell'alchimia stessa.


Il suo dono incantato che dissolve, per chi è pronto ad
ascoltarlo, ogni fede illusoria che ci involve nel suo velo.
che il mondo è, e che noi siamo, e che questo non avrà
mai soluzione.
Mito che procura la sua stessa demistificazione - e con
ciò la dissoluzione di ogni altro mito della dualità - l'al-
chimia coincide, oltreché con il suo processo demistifi-
cante, con il movimento creativo di una rimitizzazione
ulteriore, in cui i concetti di realtà e irrealtà, cost come
sono abitualmente concepiti, cessano di apparire esclusi-
vi e contrapposti per convergere nella creazione di una
nuova nozione di realtà stessa.
Mondo immaginale- in cui i corpi si spiritualizzano ri-
velando il loro carattere di irrealtà e lo spirito si corpo-
reizza mostrando tutto il suo potere reale - il pensiero al-
chemico apre uno spazio altro all'interno delle pagine no-
te della descrizione del mondo.
Il suo tempo - il tempo in cui l'alchimia accade - non
potrà essere dunque che l'istante, sottratto al tempo ordi-
nario come allo spazio puramente esteriore.
Apertura scavata nell'unità intangibile dell'istante
- che si staglia all'orizzonte con l'insostenibilità di un
pensiero unico che ha la vastità del mondo e che quel
mondo cancella, dissolvendo la traccia di ogni altro
pensiero fino a sparire esso stesso - l'alchimia vuole
condurre il vivente a questo: risvegliarsi alla verità del-
l'essere, o al « mondo anteriore ».
Di questo mondo anteriore (xiantian) - che è detto
«precedere il cielo stesso» - l'uomo detiene un'inaliena-
bile scintilla che appare in lui nella folgorazione dell'i-
stante, come la luce della luna che improvvisamente si ri-
vela al diradarsi delle nubi.
POSTFAZIONE 13 3

Eppure, questa scintilla, proveniente dello yang origi-


nario, non può manifestarsi nel vivente senza una lunga
e laboriosa via, cos~ come la nonesistenza non può mani-
festarsi senza l'esistenza, benché questa da quella abbia
origine.~6
Inizio e fine di ogni operazione alchemica, è questa
scintilla la natura originaria (xing) che abita nel cuore del-
l'uomo - l'oro dell'alchimista.
Solo il risveglio lo può produrre, ma esso stesso è il ri-
sveglio.

196508

~6 Cfr. Robinet, Histoire du taoisme cit., p. 243.


Indice
Il mito dell'alchimia
L'alchimia asiatica

Divenire oro, ovvero l'alchimia non esiste, di Guido Brivio


Variantine

Marco Aime, Diario dogon


Marc Augé, Disneyland e altri nonluoghi
Ekaterina Bakunína, Il corpo
Giulio Bollati, Giacomo Leopardi e la letteratura italiana
Aldo Bonomi, Il distretto del piacere
Marco V. Borghesi, Doppio Animale
Duccio Canestrini, Trofei di viaggio, per un'antropologia dei
souvenir
Claudia Castellucci, Uovo di bocca
Ermanno Cavazzoní e Edmondo De Amicis, I sette cuori
Giorgio Celli, Dio fa il professore
Andrea Cotti, Tre
Charles Darwin, Castelli in aria: Taccuini M e N.
Profilo di un bambino
William Henry Davies, La piccola Emma
Pablo Echaurren, Compagni
Albert Einstein e Míleva Mari~:, Lettere d'amore
Mircea Elíade, Il mito dell'alchimia seguito da L'alchimia asiatica
Mircea Eliade, Sull'erotica mistica indiana e altri scritti
Henry Ford, Il mio amico Edison
Franco Fortini, Dialoghi col Tasso
Sigmund Freud, Sogni e interpretazioni
Rino Genovese, Cuba, falso diario
Rino Genovese, Tango italiano
Mario Giorgi, Biancaneve
Mario Giorgi, Codice
Vittorio Gregotti, Recinto di fabbrica
Hervé Guibert, Citomegalovirus
Hervé Guibert, Io e il mio valletto
Amadou Hamp~té Bfi, Gesù visto da un musulmano
Anne-Marie Hirsch, Ritorno a Weimar
Jacopo da Varagine, Le leggende dei santi
Pierre Klossowski, L'Adolescente immortale
Gabriele Lolli, La crisalide e la farfalla
Gabriele Lolli, Il riso di Talete
Pier Vincenzo Mengaldo, Profili di critici del Novecento
Antonio Moresco, Il vulcano
Antonio Moresco, La cipolla
Antonio Moresco, La santa
Francesco Orlando, Ricordo di Lampedusa (r 962) seguito da
Da distanze diverse (1996)
Yves Pagès, Piccole nature morte al lavoro
Georges Perec, Cantatrix sopranica L.
Georges Perec, L'infra-ordinario
Georges Perec, Sono nato
Luisa Pérez Pérez, Il generalissimo
Luisa Pérez Pérez, I miei capitani
David H. Pinsent, Vacanze con Wittgenstein
Luigi Pintor, Il nespolo
Luigi Pintor, La signora Kirchgessner
Luigi Pintor, Servabo
Marco Revelli, Fuori luogo. Cronaca da un campo rom
Mercè Rodoreda, Viaggi e fiori
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