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Huntley Fitzpatrick

QUELLO CHE C’È


TRA NOI
Titolo originale: My life next door
Traduzione dall’inglese: Ilaria Katerinov

Coordinamento editoriale: Valentina Deiana


Coordinamento tecnico: Maria Rosa Puca

Testo © 2012 Huntley Fitzpatrick

Per l’edizione italiana © De Agostini Libri S.p.A.


Redazione: corso della Vittoria 91 - 28100 Novara

Prima edizione e-book: giugno 2014


ISBN 978-88-511-2326-0

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Edizione elettronica realizzata da Gag srl


A Colette Corry, naturalmente.
La definizione “migliore amica”
non dirà mai abbastanza.
Capitolo Uno

I Garrett mi erano stati tassativamente vietati fin dall’inizio.


Ma non è questo il motivo che li rende degni di nota.
Ci trovavamo in giardino quel giorno di dieci anni fa, quando una vecchia berlina e un camion dei
traslochi si fermarono proprio di fronte al cottage in legno, che confina con casa nostra.
«Oh, no» sospirò sconsolata la mamma. «Speravo proprio di evitarlo.»
«Evitare… che cosa?» urlò mia sorella maggiore, di otto anni, dal fondo del vialetto. Si era già
stufata del lavoro che mamma ci aveva assegnato: piantare bulbi di giunchiglie nel giardino davanti a
casa. Raggiunse a passo rapido la staccionata che separava le due proprietà e si alzò in punta di
piedi per dare un’occhiata ai nuovi arrivati.
Anch’io scrutai nello spazio tra due assi e, con mia grande sorpresa, vidi che nell’auto erano
stipati due adulti e cinque bambini, come in quel numero che fanno i clown al circo.
«Quella.» La mamma accennò alla macchina con la paletta da giardinaggio, mentre con l’altra
mano si attorcigliava una ciocca di capelli biondo platino. «Ce n’è una in ogni quartiere: la famiglia
che non taglia mai l’erba, che lascia giocattoli sparsi ovunque, che non pianta mai fiori e, se li pianta,
li lascia morire. La famiglia sciatta che fa abbassare drasticamente il valore delle case del
circondario. Eccola qua. Proprio accanto a noi. Hai infilato quel bulbo al rovescio, Samantha.»
Girai il bulbo e strisciai le ginocchia nel terriccio per avvicinarmi di più alla staccionata,
incapace di staccare lo sguardo dal padre, intento a tirare fuori un neonato dal seggiolino dell’auto
mentre un bimbetto riccioluto gli si arrampicava sulla schiena. «Sembrano simpatici» osservai.
Ricordo che a quel punto calò il silenzio. Alzai gli occhi su mia madre.
Mi fissava scuotendo la testa con un’espressione indecifrabile. «La simpatia non c’entra niente,
Samantha. Hai sette anni e ormai dovresti sapere quali sono le cose importanti. Cinque figli, santo
cielo! Proprio come la famiglia di tuo padre. Follia pura.» Scrollò di nuovo il capo, indispettita.
Mi avvicinai a Tracy e scrostai con l’unghia una scaglia di vernice bianca dalla staccionata. Mia
sorella mi scoccò la stessa occhiata intimidatoria di quando la interrompevo con una domanda mentre
guardava la televisione.
«Lui però è carino» osservò, tornando a sbirciare oltre la staccionata.
Mi girai e vidi un ragazzino che scendeva dal sedile posteriore dell’auto, con in mano un guantone
da baseball, e andava a tirar fuori dal portabagagli uno scatolone pieno di attrezzi sportivi.
Già all’epoca Tracy adottava la tattica di sviare il discorso, preferendo non pensare a quanto
nostra madre trovasse faticoso farci da genitore. Papà se n’era andato senza salutare, lasciandola con
una bambina di un anno, un’altra in grembo, un profondo disincanto e, per fortuna, il fondo fiduciario
dei suoi genitori.

Gli anni avevano dato ragione alla mamma sul conto dei nostri nuovi vicini, i Garrett. Il loro prato
veniva rasato sporadicamente. Le lucine di Natale restavano appese fino a Pasqua. Il giardino sul
retro era ingombro di roba: una piscina interrata, un trampolino, un’altalena, un castello per
l’arrampicata. Periodicamente, la signora Garrett s’intestardiva a piantare qualche fiore di stagione –
crisantemi a settembre, balsamine a giugno – e poi li lasciava avvizzire per occuparsi di cose più
urgenti, come i suoi cinque figli… che con il tempo erano diventati otto. Nascendo più o meno a
intervalli di tre anni l’uno dall’altro.
«Il momento critico per me si aggira intorno ai ventidue mesi» la sentii confessare un giorno, al
supermercato, in risposta a un’osservazione della signora Mason a proposito del suo ventre rigonfio.
«Quando smettono di essere bebè. E io adoro i bebè.»
La signora Mason reagì con un sorriso e un’alzata di sopracciglia, e poi si voltò stringendo le
labbra con aria perplessa.
Ma la signora Garrett sembrò non accorgersene, orgogliosa com’era di sé e della propria famiglia
confusionaria. Cinque maschi e tre femmine, all’epoca dei miei diciassette anni.
Joel, Alice, Jase, Andy, Duff, Harry, George e Patsy.

Per dieci anni, da quando i Garrett si erano trasferiti accanto a noi, la mamma non ha fatto che
sbuffare ogni volta che passava davanti alle finestre che si affacciano sulla loro proprietà. Troppi
bambini sul trampolino. Biciclette riverse sul prato. L’ennesimo palloncino rosa o celeste legato alla
cassetta della posta, a sventolare nella brezza. Rumorose partite di basket. Musica a tutto volume
quando Alice e le sue amiche prendevano il sole. I ragazzi più grandi che lavavano le macchine e si
spruzzavano l’acqua addosso. La signora Garrett che allattava l’ultimo nato sui gradini d’ingresso, o
se ne stava seduta senza pudore sulle ginocchia del marito.
«È indecente» borbottava la mamma, continuando però a guardare.
«È legale» ribatteva sempre Tracy, futuro avvocato, sistemandosi una ciocca di capelli biondo
platino. Si metteva accanto alla mamma per osservare i Garrett dalla grande finestra della cucina.
«Varie sentenze hanno confermato che si può allattare al seno in qualsiasi luogo pubblico. A maggior
ragione sulle scale di casa propria.»
«Ma perché? Perché allattare al seno, quando esistono i biberon e il latte in polvere? Ma se
proprio non puoi farne a meno, perché non dentro casa?»
«Sta tenendo d’occhio gli altri figli, mamma. È suo dovere» precisavo, piazzandomi accanto a
Tracy.
La mamma sospirava, scrollava la testa e tirava fuori l’aspirapolvere dallo sgabuzzino come se
fosse un flaconcino di Valium. La colonna sonora della mia infanzia era la mamma che passava
l’aspirapolvere, tracciando linee perfettamente simmetriche sulla moquette beige del salotto. Quelle
righe sembravano importantissime per lei, chissà perché. Accendeva l’aspirapolvere quando io e
Tracy facevamo colazione e ci seguiva lentamente fino alla porta di casa mentre ci infilavamo i
cappotti e gli zaini. Poi dava una seconda passata camminando all’indietro, eliminando le nostre
orme e le sue, finché non eravamo uscite. Alla fine posava con cura l’aspirapolvere dietro una delle
colonne della veranda, per poi riportarlo in casa alla sera, quando tornava dal lavoro.

Fin dal principio ci fu chiaro che non dovevamo giocare con i Garrett. Dopo aver portato loro
l’obbligatoria teglia di lasagne per la serie: “Benvenuti nel quartiere”, mia madre fece del suo
meglio per mostrarsi inospitale. Rispondeva ai saluti sorridenti della signora Garrett con secchi
cenni del capo. Quando il signor Garrett si offriva di falciare il nostro prato, raccogliere le foglie o
spalare la neve, lei ribatteva asciutta: «Se ne occupa una ditta privata, ma grazie lo stesso».
Alla fine i Garrett smisero di provarci.
Benché vivessero accanto a noi, e l’uno o l’altro dei figli mi passasse sempre davanti in bicicletta
mentre annaffiavo i fiori della mamma, era facile non imbattersi in loro, visto che andavano alle
scuole pubbliche, mentre io e Tracy frequentavamo la Hodges, l’unico istituto privato di questo
piccolo centro del Connecticut.

Una cosa che mia madre non ha mai saputo, e che disapproverebbe più di ogni altra, è che osservavo
i Garrett. In continuazione.
Fuori dalla finestra di camera mia c’è una piccola sezione di tetto delimitata da un minuscolo
parapetto. Non è proprio un balcone, è più una specie di largo davanzale incastrato tra due timpani
spioventi, e perciò invisibile sia dal giardino di fronte sia da quello sul retro… e si affaccia sul lato
destro della casa dei Garrett. Ancor prima che venissero ad abitarci, quello era il mio rifugio
preferito, il posto dove andavo per riflettere. Ma da quel giorno divenne il posto dove andavo per
sognare.
Uscivo sul tetto a tarda sera, guardavo le finestre illuminate e vedevo la signora Garrett che lavava
i piatti, con uno dei bambini piccoli seduto sul bancone della cucina. O il signor Garrett che giocava
alla lotta con i ragazzi più grandi, in salotto. O le luci che si accendevano in quella che doveva
essere la stanza dell’ultimo nato, e la sagoma in controluce di uno dei genitori che camminava avanti
e indietro, massaggiando una piccola schiena. Era come un film muto, molto diverso dalla vita che
conducevo io.
Con gli anni diventai più ardita: a volte li spiavo anche di giorno, dopo la scuola. Mi appoggiavo
alle tegole dello spiovente e cercavo di associare ciascuno dei Garrett ai nomi che sentivo gridare da
dentro la casa. Era difficile, perché avevano tutti i capelli castani mossi, la carnagione olivastra e il
corpo muscoloso: sembravano una razza a parte.
Joel era il più facile da identificare: era il primogenito e il più atletico. La sua foto appariva
spesso sui giornali locali in occasione dei successi sportivi: conoscevo il suo viso in bianco e nero.
Alice, la secondogenita, si tingeva i capelli di colori improponibili e i suoi vestiti suscitavano
reazioni accese da parte della madre, quindi riconoscevo anche lei. George e Patsy erano i più
piccoli. I tre maschi di mezzo, Jase, Duff ed Harry… non riuscivo a distinguerli. Ero quasi sicura che
Jase fosse il più grande dei tre, ma voleva dire anche che era quello più alto? Duff doveva essere il
più intelligente, quello che partecipava a gare di scacchi e di ortografia, ma non portava gli occhiali
e non aveva nessun tratto caratteristico del secchione. Harry si cacciava sempre nei guai: «Harry!
Come hai potuto?» era il ritornello. E Andy, la sorella di mezzo, sembrava sempre svanire nel nulla:
il suo nome veniva strillato più spesso degli altri al momento di cenare o di salire in macchina.
«Annnnndddddiiiiii!»
Appollaiata nel mio nascondiglio, scrutavo giù in giardino cercando di individuare Andy, di
scoprire cosa avesse combinato Harry o di vedere quali vestiti scandalosi si fosse messa Alice.
Capitolo Due

È la prima serata afosa di giugno e sono a casa da sola. Cerco di godermi il silenzio, ma mi ritrovo
a vagare senza pace di stanza in stanza.
Tracy è uscita con Flip, l’ennesimo tennista biondo nella sua interminabile sfilza di fidanzati. Non
riesco a contattare la mia migliore amica, Nan, completamente assorbita dal suo ragazzo, Daniel, da
quando è finita la scuola – la scorsa settimana – e lui si è diplomato. In TV non c’è niente, non mi va
di andare da nessuna parte. Ho provato a sedermi in veranda, ma con la bassa marea c’è un’umidità
terribile e la brezza che viene dal fiume odora di fango.
Perciò mi siedo nel salotto dal soffitto a volta, a sgranocchiare il ghiaccio rimasto nel seltzer e a
sfogliare i vecchi numeri di In Touch di Tracy. All’improvviso sento un ronzio insistente, una specie
di sirena. Mi guardo intorno allarmata, cercando di identificarne l’origine. L’asciugatrice? L’allarme
antincendio? Alla fine capisco che è il campanello della porta: suona e risuona, non la smette più.
Corro ad aprire, aspettandomi di vedere – ahimè – uno degli ex di Tracy, venuto per riconquistarla
dopo essersi fatto coraggio con i daiquiri alla fragola del country club.
Invece vedo mia madre, la schiena addossata al campanello, e un uomo che la bacia con trasporto.
Quando spalanco del tutto la porta, loro barcollano per un momento, poi lui si appoggia con una
mano allo stipite e continua a baciarla. E io resto lì come un’idiota, a braccia conserte, la leggera
camicia da notte mossa dalla brezza calda. Tutt’intorno a me sento le voci dell’estate: lo sciabordio
delle onde in lontananza, il rombo di una motocicletta che ha imboccato la nostra strada, il sibilo del
vento tra i rami delle sanguinelle. Nulla di tutto ciò, e certamente non la mia presenza, riesce a
distrarre mia madre e quell’uomo. Neppure quando una moto ha un ritorno di fiamma mentre entra nel
vialetto dei Garrett, cosa che di solito manda in bestia la mamma.
Alla fine si fermano per respirare, e lei si volta verso di me, rivolgendomi un sorrisino
imbarazzato. «Samantha! Mi hai spaventata.»
Ha le guance rosse e parla con una vocetta stridula, da ragazzina. Non è il tono autoritario che usa
di solito in casa, né l’acciaio grondante miele con cui si esprime al lavoro.
Cinque anni fa la mamma si è buttata in politica. All’inizio io e Tracy non abbiamo preso la cosa
sul serio: non sapevamo neppure che andasse a votare! Ma un giorno è tornata a casa da un comizio,
tutta emozionata, e ha deciso che voleva diventare senatrice. Ha fatto la campagna elettorale, ha
vinto, e le nostre vite sono cambiate radicalmente.
Eravamo fiere di lei. Certo che sì. Ma da quel giorno, invece di prepararci la colazione e frugare
nei nostri zaini per accertarsi che abbiamo fatto i compiti, la mamma se ne esce di casa alle cinque
del mattino per raggiungere la capitale dello Stato, Hartford, «prima che inizi il traffico». Ci rimane
fino a tardi, impegnata in riunioni e udienze. Nei fine settimana non ha più tempo per le lezioni di
ginnastica di Tracy o per le mie gare di nuoto: deve prepararsi alle prossime elezioni, restare in aula
per dibattimenti speciali o partecipare a eventi locali. Per attirare la sua attenzione, Tracy ha provato
tutti i trucchi da adolescente ribelle: qualche spinello e alcol, furtarelli nei negozi, sesso con troppi
ragazzi. Io ho letto quintali di libri, mi sono iscritta mentalmente al partito democratico (la mamma è
repubblicana) e passo più tempo del solito a guardare i Garrett.
Perciò stasera resto qui, impietrita di fronte a quelle effusioni inattese e prolungate, finché
finalmente i due si separano. Lui si volta verso di me e io rimango a bocca aperta.
Quando un uomo ti abbandona, incinta e con una bambina piccola, non tieni la sua foto sulla
mensola del caminetto. Conserviamo pochi scatti di nostro padre, e sono tutti in camera di Tracy.
Eppure lo riconosco: la curva del mento, le fossette, i capelli biondi e lucidi, le spalle larghe. È
proprio lui.
«Papà?»
L’espressione della mamma passa dal trasognato allo sbigottito, come se avessi detto una
parolaccia.
L’uomo si scosta dalla mamma e mi porge la mano. Quando avanza sotto la luce del salotto mi
accorgo che è troppo giovane per essere mio padre. «Ciao, tesoro. Sono il nuovo – e il più entusiasta
– sostenitore della campagna per la rielezione di tua madre.»
Entusiasta? Ma dai!
Mi afferra la mano e la stringe, senza la mia collaborazione.
«Ti presento Clay Tucker» dice la mamma, con il tono reverente che si userebbe per Vincent van
Gogh o Abramo Lincoln. Poi mi scocca un’occhiataccia, senza dubbio per la faccenda del “papà”,
ma si ricompone subito. «Clay ha coordinato campagne elettorali a livello nazionale, e gli sono molto
grata per aver accettato di aiutarmi.»
Con quali mansioni?, mi domando mentre lei si scompiglia i capelli con un gesto che non saprei
definire se non “civettuolo”. Mamma?
«Ecco qui, Clay. Te l’avevo detto che Samantha era grandicella.»
Resto interdetta: ma se sono alta un metro e cinquantasette… Poi capisco: intende l’età. Sono
adulta, per essere la figlia di una donna giovane come lei.
«Clay era molto sorpreso quando gli ho detto che avevo una figlia adolescente.» Si sistema dietro
l’orecchio una ciocca di capelli leggermente arruffati. «Dice che sembro adolescente anch’io.»
Mi domando se gli abbia parlato anche di Tracy, o se abbia intenzione di tenerla nascosta per un
po’.
«Sei bella come tua madre, quindi ora ci credo» mi dice lui. Ha quell’accento del Sud che ti fa
pensare a una cascata di burro fuso sopra i biscotti, e ai dondoli sulle verande.
Clay si guarda intorno in salotto. «Che bella stanza. Fa venir voglia di sedersi dopo una lunga
giornata.»
La mamma sfodera un gran sorriso. Va fierissima della nostra casa: non fa che ristrutturare una
stanza dopo l’altra, all’eterno inseguimento della perfezione. Lui si aggira lentamente tra le grandi
nature morte appese alle pareti candide, osserva il divano beige così-ben-imbottito-che-non-ti-ci-
puoi-sedere e le gigantesche poltrone, e alla fine sceglie quella davanti al caminetto. Sono scioccata.
Guardo la mamma. Gli uomini con cui esce si fermano sempre alla porta. E comunque non esce quasi
mai con nessuno.
Ma stavolta non si comporta come al solito: non controlla l’orologio, non esclama: «Oh, santo
cielo, guarda che ora si è fatta», non lo caccia via educatamente. Invece esplode di nuovo in quella
risata da ragazzina, giocherella con un orecchino di perle, e dice: «Metto su il caffè».
Piroetta verso la cucina, ma prima che possa fare un passo Clay Tucker viene verso di me e mi
posa una mano sulla spalla. «Ho l’impressione che tu sia il tipo di ragazza che si fa il caffè da sola e
lascia riposare la mamma.»
Arrossisco e arretro istintivamente. Il punto è che di solito preparo il tè per la mamma quando
torna tardi, è una specie di rituale, ma nessuno mi ha mai chiesto di farlo. Una parte di me si
convince di aver capito male: in fondo, conosco quest’uomo da due secondi netti. L’altra parte di me
cade preda dell’imbarazzo: come quando a scuola dimentico di risolvere l’esercizio di matematica
che dà un punteggio extra, o a casa quando infilo i vestiti puliti nel cassetto alla rinfusa, senza
piegarli. Resto lì a spremermi le meningi, ma non mi viene in mente nessuna obiezione adeguata. Alla
fine annuisco, mi volto e vado in cucina.
Mentre preparo il caffè sento provenire dal salotto mormorii e risate basse. Chi è quell’uomo?
Tracy lo conosce? Suppongo di no, se sono io quella grandicella. E comunque da quando è finita la
scuola Tracy passa tutto il tempo ai tornei di tennis di Flip, o nella sua decappottabile parcheggiata
nel nostro vialetto, con i sedili abbassati, mentre la mamma è ancora al lavoro.
«Il caffè è pronto, tesoro?» mi chiede la mamma. «Clay ha bisogno di tirarsi un po’ su. Lavora
come un disgraziato per aiutarmi.»
Un disgraziato? Verso il caffè bollente nelle tazze, le sistemo su un vassoio, trovo il latte, lo
zucchero e i tovaglioli e torno in salotto.
«Per me va bene così, tesoro, ma Clay lo prende in una tazza di quelle grandi. Giusto, Clay?»
«Giusto» fa lui con un gran sorriso, restituendomi la tazza da tè. «La più grande che hai, Samantha.
La caffeina è il mio carburante. Il mio punto debole.» Mi fa l’occhiolino.
Torno per la seconda volta dalla cucina e poso la tazza davanti a Clay.
«Samantha ti piacerà, Clay: è una ragazza molto intelligente» dice la mamma. «Quest’anno ha
frequentato solo corsi avanzati. E ha preso la lode in tutti quanti. Ha fatto parte della redazione
dell’annuario, scrive per il giornale scolastico, era nella squadra di nuoto… Una vera star, la mia
bambina!» Mi rivolge il suo sorriso vero, quello che arriva fino agli occhi, e io inizio a ricambiarlo.
«Tale madre, tale figlia» dice Clay, e gli occhi di mia madre tornano sul suo viso e ci restano,
come ipnotizzati. I due si scambiano uno sguardo d’intesa e la mamma va a sedersi sul bracciolo
della poltrona di lui. Per un istante mi chiedo se pensino di essere soli. È chiaro che sono stata
congedata. Meglio così: almeno non rischio di perdere il controllo e versare il caffè ancora bollente
in grembo a Clay. O qualcosa di molto freddo addosso alla mamma.

Rispondi, rispondi, scongiuro il telefono. Finalmente sento un clic, ma non è Nan. È Tim. «Casa
Mason» dice. «Se sei Daniel, Nan è fuori con un altro ragazzo. Che ce l’ha più lungo.»
«Non sono Daniel… ma è vero? Che è uscita?» mi affretto a specificare.
«Naaa, figuriamoci. Nan? È già fortunata ad avere Daniel, e solo questo è fottutamente
deprimente.»
«Dov’è?»
«Boh, in giro» si rende utile Tim. «Io sono in camera mia. Ti sei mai chiesta a cosa servono i peli
sugli alluci?»
È strafatto. Come al solito. Chiudo gli occhi. «Me la passeresti?»
Mi dice che va a chiamarla, ma dieci minuti dopo sono ancora in attesa. Probabilmente si è
dimenticato di aver risposto al telefono. Riattacco e mi sdraio sul letto a guardare il ventilatore sul
soffitto. Poi apro la finestra ed esco sul tetto.
Come sempre, a casa dei Garrett sono accese quasi tutte le luci. Comprese quelle del vialetto,
dove Alice, qualche sua amica poco vestita e alcuni dei suoi fratelli stanno giocando a basket. Forse
c’è anche qualche fidanzato. È difficile stabilirlo, perché saltellano tutti qua e là, e dagli altoparlanti
per iPod posati sui gradini d’ingresso esce musica a tutto volume.
Non so giocare a basket, ma sembra divertente. Dalla finestra del salotto vedo i signori Garrett.
Lui è in poltrona, lei è china sullo schienale e guarda qualcosa che le sta indicando su una rivista. È
molto tardi, ma è ancora accesa la luce in camera loro, dove dorme la neonata, Patsy. Chissà se ha
paura del buio.
Poi all’improvviso sento una voce accanto a me. Poco sotto di me.
«Ehi.»
Sobbalzo e rischio di perdere l’equilibrio. Sento una mano che mi afferra la caviglia e poi un
fruscio, come se qualcuno, un ragazzo, si stesse arrampicando sul tetto per entrare nel mio rifugio
segreto.
«Ehi» ripete lui, e mi si siede vicino come se ci conoscessimo da un secolo. «Hai bisogno di
essere salvata?»
Capitolo Tre

Guardo fisso il ragazzo. È un Garrett, senza dubbio, e non è Joel, ma allora qual è? Visto da vicino,
alla luce che proviene dalla mia stanza, è diverso dagli altri Garrett: più magro, più slanciato, i
capelli ondulati ma di un castano più chiaro, con quei riflessi biondicci che vengono a volte d’estate.
«Perché dovrei aver bisogno di essere salvata? Sono sul tetto di casa mia.»
«Non saprei. Ma ti ho vista quassù e mi sembravi Raperonzolo. La principessa prigioniera nella
torre. Con quei capelli biondi e lunghi… be’…»
«E tu saresti…?» So già che riderò, se risponde “il principe”.
Invece dice: «Jase Garrett», e mi porge la mano come se fossimo a un colloquio per l’ammissione
al college, anziché di notte sul mio tetto.
«Samantha Reed.» Gli stringo subito la mano, un gesto automatico di cortesia nonostante la
stranezza della situazione.
«Un nome da principessa, non c’è che dire» fa lui in tono di approvazione, e mi sorride. Ha i denti
bianchissimi.
«Non sono una principessa.»
Mi squadra. «Ci tieni molto a precisarlo, vedo. È una cosa importante che devo sapere di te?»
È una conversazione surreale. Il fatto che Jase Garrett sappia, o debba sapere, informazioni sul
mio conto è di per sé senza senso. Ma invece di dirglielo, mi trovo a confidargli: «Be’, per esempio,
un momento fa volevo prendere a pugni un tizio che avevo appena conosciuto».
Jase impiega molto tempo per rispondere, come se stesse scegliendo con cura le parole. «Be’…»
dice infine. «Immagino che succeda a molte principesse… I matrimoni combinati, per esempio: come
fai a sapere chi ti capita? Ma… questo tipo che vuoi picchiare sono io, per caso? Perché basta che
me lo dici, eh! Non c’è bisogno di fratturarmi le ossa.»
Allunga le gambe, incrocia le braccia dietro la testa e si mette comodo come se fosse a casa sua. E
io, imperterrita, continuo a raccontargli di Clay Tucker, per filo e per segno. Forse è perché Tracy
non è a casa e la mamma si comporta come un’estranea. Forse è perché Tim è inutile e Nan è sparita.
Forse è per il modo calmo con cui Jase se ne sta seduto ad aspettare che gli racconti la storia, come
se i problemi di una ragazza qualunque gli potessero interessare: fatto sta che gli dico tutto.
Quando finisco, restiamo in silenzio.
E poi, nella penombra, il profilo illuminato dalla luce della mia stanza, lui dice: «Be’, Samantha…
ti è stato presentato questo tipo, e da lì in poi è andato tutto a rotoli. Perciò il tuo istinto omicida
potrebbe essere giustificato. A volte mi capita di voler far fuori gente che conosco anche meno di
così… non so, estranei al supermercato».
Me ne sto sul tetto di casa mia con uno psicopatico? Mi scosto un po’ mentre lui continua: «La
gente ci vede tutti insieme, si avvicina a mia madre e dice: “Sa, esistono gli anticoncezionali”. Come
se avere molti figli fosse paragonabile… non lo so, ad appiccare un incendio nel bosco, e loro
fossero il personale del Corpo Forestale addetto alla prevenzione degli incendi. E poi c’è la gente
che parla a mio padre della vasectomia e di quanto costa mandare un figlio al college, come se non lo
sapesse da solo! Più di una volta ho avuto la tentazione di picchiarli».
Wow. Non avevo mai conosciuto, né a scuola né altrove, un ragazzo capace di arrivare al punto
così in fretta.
«Bisogna tenere d’occhio quelli che si credono i depositari della verità» prosegue Jase,
pensieroso. «Se gli sei d’intralcio sono capaci di schiacciarti.»
Mi tornano in mente tutti i commenti di mia madre sulla vasectomia e il college. «Mi dispiace»
mormoro.
Jase sembra sorpreso. «Be’, la mamma sostiene che dobbiamo compatire chi è convinto che le
proprie idee siano una legge universale.»
«E tuo padre cosa ne dice?»
«Io e lui la pensiamo allo stesso modo. E anche il resto della famiglia. La mamma è la pacifista di
casa.» Sorride.
Sentiamo provenire una risata dal campo da basket. Mi giro e vedo un ragazzo che agguanta una
ragazza, la fa piroettare e poi la posa a terra e la stringe a sé.
«Perché non sei laggiù con loro?» gli chiedo.
Mi guarda a lungo, sembra di nuovo che cerchi le parole giuste. «Dimmelo tu, Samantha.» Poi si
alza, si stiracchia, mi dà la buonanotte e si cala dal pergolato.
Capitolo Quattro

Alla luce del mattino, mentre faccio le solite cose – mi lavo i denti, guardo la solita faccia riflessa
nello specchio: capelli biondi, occhi azzurri, lentiggini… niente di speciale – è facile convincermi
che sia stato tutto un sogno. Un sogno in cui me ne stavo seduta al buio in camicia da notte a parlare
di sentimenti con un estraneo: nientemeno che un Garrett!
A colazione chiedo alla mamma dove ha conosciuto Clay Tucker, ma lei, mentre esce di casa
camminando all’indietro e finisce di passare l’aspirapolvere, si limita a risponde: «A una
manifestazione politica».
Dal momento che ormai non va da nessun’altra parte, la risposta non restringe molto il campo.
In cucina, prendo da parte Tracy mentre si sta mettendo il mascara waterproof davanti allo
specchio appeso sopra l’angolo bar, indispensabile per andare in spiaggia con Flip, e le racconto
della sera prima. Tutto tranne la conversazione con Jase sul tetto.
«E che problema c’è?» ribatte lei, avvicinandosi alla specchiera. «Finalmente la mamma ha
trovato qualcuno che le piace. Se può esserle utile per vincere le elezioni, tanto meglio. Lo sai
quant’è agitata per novembre.» Rivolge verso di me gli occhi truccati. «C’entra qualcosa la tua
incapacità di fidarti degli altri?»
Detesto quando Tracy tira fuori quelle fesserie pseudo-freudiane. Da quando la sua ribellione
adolescenziale l’ha fatta finire in terapia per un anno, si sente in diritto di psicanalizzare tutti gli altri.
«No, c’entra la mamma» insisto. «Non era in sé: se tu fossi stata qui te ne saresti accorta.»
Tracy allarga le braccia per mostrarmi la nostra cucina nuova, che si affaccia sull’enorme salotto e
sull’atrio. Troppo grandi per tre persone, troppo imponenti, uno sfoggio di… chissà cosa. La nostra
casa sarà grande il triplo di quella dei Garrett. E loro ci vivono in dieci. «E che ci stavo a fare qui?»
mi chiede. «Cosa c’è da fare qui dentro?»
Vorrei risponderle: “Ci sono io, qui”. Ma capisco cosa intende. La nostra casa contiene solo
arredi pregiati, alta tecnologia e superfici tirate a lucido. E tre persone che preferirebbero essere
altrove.

La mamma è una persona abitudinaria. A cena abbiamo un menù fisso: minestra e insalata il lunedì,
pasta il martedì, bistecca il mercoledì… insomma, avete capito. Tiene appesi al muro i calendari
delle nostre attività scolastiche, anche se non ha mai tempo per venire a vederci, e si assicura che in
estate non oziamo troppo. Alcune delle consuetudini sono cadute in disuso da quando è stata eletta;
altre sono diventate più frequenti. La cena del venerdì al Bath and Tennis Club di Stony Bay resta
sacrosanta.
Il Bath and Tennis Club, o B&T, è il genere di edificio che tutti a Stony Bay definirebbero
pacchiano, se non morissero dalla voglia di esserne soci. È stato costruito quindici anni fa, ma
sembra un castello in stile Tudor. Sorge sulle colline sopra la città: quindi dalle due piscine,
Olimpica e Laguna, si vede un bel panorama del fiume e la baia. La mamma adora il B&T e fa parte
del consiglio di amministrazione: e siccome facevo parte della squadra di nuoto, l’estate scorsa mi
hanno incastrata e costretta a fare la bagnina. E mi tocca anche quest’anno: due volte alla settimana a
iniziare da lunedì prossimo. Due giorni interi al B&T, più la cena del venerdì.
Così, dal momento che è venerdì, eccoci tutti qua: io, Tracy e Flip. Seguiamo la mamma oltre
l’imponente portone di quercia. La mamma adora Flip, benché non faccia che sbaciucchiarsi in
pubblico con Tracy. Forse lo adora perché suo padre è titolare dell’azienda più importante di Stony
Bay. Sarà per questo che, da quando ha iniziato a uscire con Tracy sei mesi fa, non si è perso
nemmeno una cena del venerdì. Che ragazzo fortunato!
Abbiamo prenotato il solito tavolo, sotto un enorme quadro che ritrae una baleniera circondata da
enormi cetacei, trafitti da arpioni ma ancora in grado di divorare qualche sfortunato marinaio.
«Dobbiamo fare i programmi per l’estate» dice la mamma quando arriva il cestino del pane.
«Organizzarci bene.»
«Ma mamma, ne abbiamo già parlato! Io vado a Martha’s Vineyard. Flip ha trovato un bel lavoro,
dà lezioni di tennis a un gruppo di famiglie, e io ho affittato una casa con le mie amiche e farò la
cameriera al Salty Air Smithy. L’affitto parte da questa settimana. È tutto stabilito.»
La mamma prende il tovagliolo di stoffa dal piatto e lo dispiega. «Me l’hai accennato, Tracy. Ma
io non ho mai detto di sì.»
«Quest’estate devo divertirmi, me lo sono meritato» ribatte Tracy, sporgendosi per prendere un
bicchiere d’acqua. «Giusto, Flip?»
Ma Flip si è saggiamente buttato sul cestino del pane, sta mangiando una fetta con sopra due dita di
burro e quindi non può rispondere.
«Non devo più pensare al college, ormai mi hanno presa al Middlebury. Non devo dimostrare
niente a nessuno.»
«Lavorare sodo e ottenere risultati serve solo a dimostrare qualcosa?» la provoca la mamma,
inarcando un sopracciglio.
«Flip?» riprova Tracy, ma lui è concentrato sulla masticazione e sta spalmando altro burro.
La mamma si gira verso di me. «Allora, Samantha. Voglio assicurarmi che tu ti sia organizzata per
l’estate. Quante mattine alla settimana lavori al Breakfast Ahoy?» Rivolge il suo sorriso vinci-
elezioni al cameriere che ci sta versando l’acqua ghiacciata.
«Tre, mamma.»
«Poi ci sono i due giorni di lavoro in piscina.» Le si disegna una rughetta sulla fronte. «Ti restano
tre pomeriggi liberi. Più i week-end. Mmm.» La guardo spezzare un panino e imburrarlo, e so già che
non lo mangerà. È solo un gesto che fa per concentrarsi.
«Mamma! Samantha ha diciassette anni! Lasciale un po’ di tempo libero» esclama Tracy.
In quell’istante un’ombra cade sul tavolo e tutti alziamo lo sguardo. È Clay Tucker.
«Grace…» Le bacia una guancia, poi l’altra, tira fuori la sedia accanto alla mamma, la gira e ci si
siede a cavalcioni. «…e la tua bellissima famiglia. Non avevo capito che avessi anche un figlio
maschio.»
Tracy e la mamma si affrettano a correggere l’equivoco, mentre il cameriere arriva con il menù…
il che non serve a niente, dato che al B&T c’è lo stesso menù a prezzo fisso ogni venerdì sera da
quando sulla spiaggia qui sotto facevano il bagno i dinosauri.
«Stavo dicendo a Tracy che deve trovare qualcosa di più concreto da fare quest’estate» continua
la mamma, porgendo a Clay il panino imburrato. «Qualcosa di più produttivo che divertirsi a
Martha’s Vineyard.»
Lui posa le braccia sullo schienale della sedia e scruta Tracy, inclinando la testa di lato. «Penso
che una bella estate lontano da casa farebbe un gran bene alla tua Tracy, Grace: è un buon
allenamento per quando andrà al college. E ti lascerà più tempo libero per concentrarti sulla
campagna.»
La mamma lo osserva per un momento e sembra scorgergli in viso qualche segnale a me invisibile.
«Be’, in effetti. Forse sono stata troppo frettolosa, Tracy. Ma voglio nomi, numeri e indirizzi di
queste ragazze con cui dividi l’appartamento, e gli orari di lavoro.»
«Gracie.» Clay Tucker sghignazza. «Qui non sei a un comizio, ma tra i tuoi famigliari. Non ci
servono gli indirizzi di casa.»
La mamma gli sorride e arrossisce. «Hai ragione. Mi scaldo per un nonnulla.»
Scaldo? Da quand’è che mia madre parla in questo modo? Per caso vuole conquistare gli elettori
più giovani del Connecticut?
Nascondo il telefono sotto il tavolo e scrivo un sms a Nan.

La mamma è stata rapita dagli alieni. Cosa devo fare?

Ignorando la mia domanda, lei mi risponde:

Indovina? Ho vinto il premio letterario Lazlo! Il mio saggio su Huckleberry Finn e Holden
Caufield sarà pubblicato sulla Rivista di Letteratura dei Licei del Connecticut!!! A
Daniel hanno pubblicato un articolo l’anno scorso, e dice che l’ha aiutato tantissimo a
entrare al MIT!!! Columbia, sto arrivando!

Ricordo quel saggio: Nan ci ha sudato tanto, e l’argomento mi era sembrato strano perché so che odia
Il giovane Holden: «Tutte quelle parolacce. E poi è matto da legare».

Fantastico!

faccio in tempo a rispondere, e un istante dopo la mamma allunga una mano, mi requisisce il telefono
e lo infila in borsa.
«Samantha, Mary Mason mi ha telefonato oggi a proposito di Tim.» Beve un lungo sorso d’acqua,
continuando a guardarmi con aria severa.
Non prevedo niente di buono. Negli ultimi tempi, la frase “a proposito di Tim” è sempre sinonimo
di “catastrofe”.
«Mi ha chiesto di usare gli agganci che ho per trovargli lavoro qui, come bagnino. A quanto pare
ha perso il posto all’Hot Dog Haven.»
Ah, bene! Perché se hai problemi a versare ketchup e senape su un hot dog, mi sembra giusto
mettersi a salvare vite umane.
«Al club cercano un altro bagnino perché stanno per aprire la piscina Laguna. Che ne pensi?»
Ehm, che è l’idea peggiore della storia? Tim che salva la vita a qualcuno… non ce lo vedo
proprio. Sa nuotare bene – faceva parte della squadra di nuoto alla Hodges, prima di venire espulso
– ma non per questo…
«Che c’è?» mi sollecita lei, vedendo che mi mordo il labbro.
Durante il turno di lavoro non stacco gli occhi dalla piscina per un solo istante. Immagino Tim
sulla sedia da bagnino e mi viene un brivido. Ma ormai mento sul suo conto da anni, ai suoi genitori e
a mia madre. «Mamma, ultimamente lo vedo un po’… distratto, non penso che…»
«Lo so» fa lei in tono impaziente. «È questo il punto, Samantha: un lavoro del genere gli farebbe
bene. Lo costringerebbe a concentrarsi, gli permetterebbe di stare all’aria aperta. E soprattutto
farebbe bella figura sulle domande di ammissione al college. Gli scriverò una raccomandazione.»
Tira fuori il cellulare e mi rivolge il cenno del capo che significa “fine della conversazione”.
«Allora, vi scoccia se io e vostra madre parliamo di lavoro?» chiede Clay con un sorriso a me,
Tracy e Flip.
«Fate pure» dice Tracy in tono disinvolto.
Clay passa subito all’attacco: «Ho dato un’occhiata a quel tizio, Grace: quel Ben Christopher che
devi battere stavolta. E ti dico cosa penso: devi essere più immedesimabile».
È una parola che esiste davvero?
La mamma lo guarda a occhi socchiusi, come se lo sentisse parlare in una lingua straniera: quindi
probabilmente no.
«Ben Christopher.» Clay snocciola: «Cresciuto a Bridgeport, famiglia povera, ma ha frequentato
buone scuole grazie a una borsa di studio, poi ha fondato una ditta che produce pannelli solari, e che
quindi gli varrà il voto degli ecologisti». Si interrompe per imburrare l’altra metà del panino della
mamma e ne stacca un grosso morso. «Ha quell’aria da uomo-del-popolo. Tu invece, tesoro, rischi di
sembrare un po’… rigida. Freddina.» Un altro morso, una protratta masticazione. «Io lo so che non è
così, ma…»
Brr. Guardo Tracy, aspettandomi di vederla disgustata quanto me, ma ha occhi solo per Flip. Si
tengono per mano.
«Quindi cosa devo fare?» Tra le sopracciglia della mamma si forma una ruga. Non l’avevo mai
sentita chiedere un consiglio a nessuno. Non le piace neppure chiedere indicazioni stradali quando ci
perdiamo.
«Rilassati.» Clay le stringe un avambraccio. «Facciamo vedere a tutti di che pasta sei fatta.
Mostriamo il lato più morbido di Grace.»
Sembra la pubblicità di un detersivo.
Si infila una mano in tasca, tira fuori qualcosa e ce lo mostra. È il volantino della vecchia
campagna della mamma. «Vedi, ecco di cosa parlo. Il tuo slogan dell’altra volta. Grace Reed. Al
lavoro per il bene comune. È orribile, tesoro.»
La mamma si mette sulla difensiva. «Ho vinto io, quella volta, Clay.» Mi stupisco che sia così
diretta con lui. Io e Tracy siamo state oggetto di crudeli prese in giro, a scuola, per quello slogan.
«Sì, hai vinto…» Le scocca un rapido sorriso. «…grazie al tuo fascino e alle tue capacità. Ma…
“il bene comune”? Ma fammi il piacere. Dico bene, ragazze? Flip?»
Flip grugnisce masticando il terzo panino e guarda con rimpianto la porta d’uscita. Vorrebbe
andarsene, e non lo biasimo.
«L’ultima persona a usare quello slogan in una campagna elettorale è stato Washington in persona,
o al massimo Abramo Lincoln nel 1861. Come dicevo, devi essere più immedesimabile: devi essere
la persona che la gente sta cercando. Nel nostro Stato si trasferiscono sempre più famiglie giovani:
quella gente è il tuo asso nella manica. L’uomo della strada non voterà per te, perché se l’è già
accaparrato Ben Christopher. Quindi ecco la mia idea: Grace Reed lavora per la vostra famiglia,
perché la famiglia è la cosa più importante. Che ne pensi?»
A questo punto arriva il cameriere con gli antipasti: non si stupisce di vedere Clay al nostro
tavolo, dal che deduco che fosse tutto programmato.
«Accidenti, sembra proprio buono» dice Clay quando il cameriere gli posa davanti una grossa
scodella di zuppa di pesce. «Ora, qualcuno direbbe che noi del Sud non sappiamo apprezzare questo
tipo di cucina, ma a me piace fare esperienze nuove. E questa…» indica mia madre con il cucchiaio e
ci sorride «…è deliziosa.»
Ho l’impressione che vedremo spesso Clay Tucker.
Capitolo Cinque

Quando torno dal lavoro il giorno dopo, madida di sudore dopo la lunga camminata, il mio sguardo
si dirige subito verso la casa dei Garrett. Sembra immersa in uno strano silenzio. Resto lì a fissarla
per un po’, finché noto Jase sdraiato sul vialetto, intento a riparare un’enorme motocicletta nera e
argento.
Vorrei dirgli subito che non sono assolutamente il tipo di ragazza che si lascia abbagliare dalle
moto e dai giubbotti di pelle. Michael Kristoff, con i suoi dolcevita neri e le poesie malinconiche, è
quanto di più vicino a un “cattivo ragazzo” mi sia mai piaciuto, ed è bastato a farmi passare la voglia
per il resto della vita. Siamo rimasti insieme per quasi tutta la primavera, finché ho capito che più
che un artista tormentato era un vero e proprio tormento. Eppure, d’istinto, arrivo in fondo al nostro
giardino, giro intorno all’alta “staccionata del buon vicinato” eretta da mia madre – lo steccato di un
metro e ottanta che ha fatto costruire qualche mese dopo l’arrivo dei Garrett – e mi incammino sul
vialetto.
«Ciao» saluto. Gran bell’esordio, Samantha.
Jase si tira su, appoggiandosi al gomito, e resta a guardarmi in silenzio per un momento con
un’espressione indecifrabile.
Sono già pentita di essermi spinta fin lì.
«Suppongo che quella sia una divisa» dice alla fine.
Cacchio, mi ero dimenticata che la indossavo ancora! Abbasso lo sguardo sulla minigonna azzurra,
la vaporosa camicetta bianca in sitle marinaretta e il fazzoletto rosso e sbarazzino che porto al collo.
«Bingo!» Vorrei sotterrarmi.
Lui annuisce e mi sorride. «È solo che non mi sembrava molto in linea con il personaggio di
Samantha Reed. Dove cavolo lavori?» Si schiarisce la gola. «E chi te lo fa fare di lavorarci?»
«Al Breakfast Ahoy. Vicino al molo. Mi piace tenermi occupata.»
«E la divisa?»
«L’ha disegnata il capo.»
Mi squadra in silenzio per un minuto e poi commenta: «Deve avere un’immaginazione molto
fervida».
Non so come ribattere, quindi simulo disinvoltura e mi stringo nelle spalle come farebbe Tracy.
«Ti pagano bene, almeno?» mi chiede Jase, prendendo una chiave inglese.
«Le mance più alte della città.»
«Vorrei ben vedere.»
Non so proprio perché sto facendo questa conversazione. E non ho idea di come proseguirla. Lui
sta svitando qualcosa, o sbullonando, non so come si dice. Perciò gli domando: «È la tua moto?»
«È di mio fratello Joel.» Smette di lavorare e si alza a sedere, come se ritenesse scortese
continuare ora che stiamo chiacchierando. «Gli piace coltivare quest’immagine da “bandito ribelle”.
La preferisce a quella da “atleta tutto muscoli e niente cervello”, che poi è quello che è. Dice che
così attrae ragazze più intelligenti.»
Annuisco, come se ne sapessi qualcosa. «Ed è vero?»
«Non saprei.» Aggrotta la fronte. «Coltivare un’immagine mi è sempre sembrata una cosa subdola
e falsa.»
«Quindi tu non interpreti un ruolo?» Mi siedo sul prato accanto al vialetto.
«No, sono esattamente come mi vedi.» Mi sorride di nuovo.
Quel che vedo, a dirla tutta, lì da vicino e alla luce del sole, è molto carino. Oltre ai capelli mossi,
di un castano schiarito dal sole, e ai denti bianchi e regolari, Jase Garrett ha gli occhi verdi, un paio
di labbra che sembrano sempre sul punto di sorridere, e uno sguardo magnetico, che ti incolla
addosso per non lasciarti più. Oh, cavoli!
Mi guardo intorno, in cerca di qualcosa da dire. «C’è molto silenzio oggi» butto lì.
«Faccio il babysitter.»
Mi guardo di nuovo in giro. «Dov’è il bambino? Nella cassetta degli attrezzi?»
Fa un cenno del capo. «Stanno facendo il sonnellino» spiega. «George e Patsy. La mamma è andata
a fare la spesa. Ci mette delle ore.»
«Immagino.» Mi costringo a distogliere lo sguardo dal suo viso e noto che ha la maglietta bagnata
di sudore sul collo e sotto le braccia. «Hai sete?» gli chiedo.
Mi fa un sorrisone. «Sì, ma non intendo rischiare la vita chiedendoti da bere. So che il nuovo
fidanzato di tua madre è finito sulla tua lista nera solo perché ti ha ordinato di servirgli il caffè.»
«Ho sete anch’io e fa caldo. La limonata di mia madre è buonissima.» Mi alzo e mi incammino.
«Samantha.»
«Sì?»
«Ritorna, okay?»
Lo fisso per un momento e annuisco. Vado a casa, faccio la doccia, scopro che Tracy ha finito di
nuovo il mio balsamo, mi infilo un paio di pantaloncini e una canottiera e torno in giardino con due
enormi bicchieri di plastica pieni di limonata con ghiaccio.
Jase mi dà le spalle, sta lavorando a una delle ruote, ma si volta sentendo le mie infradito di
gomma che sbatacchiano sul vialetto.
Gli porgo la limonata. La guarda come guarda ogni cosa: attentamente, con diligenza. Ho iniziato a
farci caso.
«Wow, nei cubetti di ghiaccio ci sono addirittura dei pezzetti di scorza di limone, e foglioline di
menta. E i cubetti sono fatti di limonata.»
«È una perfezionista, diciamo. Quando la guardi fare la limonata sembra di essere nel laboratorio
di chimica.»
Vuota il bicchiere in un sorso e allunga la mano per prendere l’altro.
«Questo è mio» protesto.
«Oddio, scusa. È che ho proprio sete.»
Gli porgo il bicchiere. «Prendilo pure, ce n’è dell’altra.»
Scuote la testa. «Non ti chiederei mai di privartene.»
Il mio stomaco fa quella strana capriola di cui si legge nei romanzi. Brutto segno. È la nostra
seconda conversazione. Pessimo segno, Samantha.
In quel momento sento entrare una macchina nel nostro vialetto. «Ehi, Samantha!»
È Flip. Spegne il motore, scende e ci raggiunge.
«Ciao, Flip» lo saluta Jase.
«Lo conosci?» gli chiedo.
«L’anno scorso usciva con mia sorella Alice.»
«Non dirlo a Tracy» si affretta a dirmi Flip.
Jase mi guarda chiedendo spiegazioni con gli occhi.
«Mia sorella è molto possessiva» gli spiego.
«Terribilmente» conferma Flip.
«Serba rancore per le ex dei suoi ragazzi» aggiungo.
«Molto rancore» conviene Flip.
«Ah, però» commenta Jase.
Flip si mette sulla difensiva. «Ma è fedele. Non va a letto con il mio compagno di doppio a
tennis.»
Jase fa una smorfia. «Lo sapevi in cosa ti andavi a cacciare, con Alice.»
Faccio rimbalzare lo sguardo dall’uno all’altro.
«Non sapevo che vi conosceste, voi due» dice Flip.
«Non ci conosciamo» rispondo, e nello stesso istante Jace dice: «Sì».
«Vabbè, fate come vi pare» ribatte Flip con un gesto delle mani per liquidare la faccenda. «Allora,
dov’è Trace?»
«Mi ha detto di riferirti che è impegnata per tutto il giorno» gli dico. Mia sorella è una maestra
nell’arte di farsi desiderare… anche da chi la possiede già.
«Ottimo. Quindi in realtà dov’è?»
«In spiaggia, a Stony Bay.»
«Ci vado subito.» Flip si volta per andare.
«Portale una copia di People e un ghiacciolo al cocco» gli grido dietro. «E sarai a cavallo.»
Quando torno a voltarmi verso Jase, vedo che mi sorride di nuovo. «Sei premurosa.» Sembra
piacevolmente sorpreso, come se non si aspettasse quel lato della mia personalità.
«Non proprio, è che mi conviene che mia sorella sia contenta. Così poi mi prende in prestito meno
vestiti. Sai come sono le sorelle.»
«Sì, ma le mie non mi rubano i vestiti.»
D’un tratto sento uno strillo fortissimo, un gemito spettrale. Sussulto e sbarro gli occhi.
Jase indica l’interfono per bambini attaccato alla porta del garage. «George.» Si avvia verso casa
e poi si volta per farmi cenno di seguirlo.
E così, dopo tutti questi anni, entro nella casa dei Garrett.
Grazie a Dio oggi la mamma lavora fino a tardi.
La prima cosa che noto sono i colori. La nostra cucina è tutta nei toni del bianco e del grigio
argento: le pareti, i banconi di granito, il surgelatore, la lavastoviglie Bosch. Quella dei Garrett ha le
pareti dipinte di giallo acceso e tende dello stesso colore, con un motivo di foglie verdi. Ma tutto il
resto è un arcobaleno. Il frigo è tappezzato di disegni, e altri ancora sono appesi alle pareti con il
nastro adesivo. Sui banconi di formica verde ci sono secchielli di plastilina, animali di peluche e
scatole di cereali. Il lavello trabocca di piatti. C’è un tavolo grande abbastanza per ospitare tutti i
Garrett, ma non abbastanza per le pile di riviste e giornali, calzini e incarti di merendine, occhialetti
da nuoto, mele sbocconcellate e bucce di banana.
George ci viene incontro in cucina. Ha in mano un grande triceratopo di plastica e indossa solo una
maglietta con il logo dell’Orto botanico di Brooklyn. E con “solo la maglietta”, voglio dire: niente
pantaloni, niente biancheria intima.
«Ehi, che ti è successo?» Jase si china e punta il dito sulla metà inferiore del corpo del fratello.
George, che ha ancora le guance rigate di lacrime ma non strilla più, fa un respiro profondo. Anche
lui ha i capelli castani e mossi, ma gli occhioni gonfi di lacrime sono azzurri. «Ho sognato i buchi
neri.»
«Ah, ho capito. E il letto è tutto bagnato?» chiede Jase, rialzandosi.
George annuisce con aria colpevole, poi guarda me di sottecchi. «Chi è?»
«La vicina di casa. Si chiama Samantha. Scommetto che sa tutto sui buchi neri.»
George mi guarda sospettoso. «È vero?»
«Be’…» farfuglio «ehm… so che sono stelle che hanno esaurito il carburante e sono collassate
verso l’interno, spinte dalla loro stessa gravità, e… che qualsiasi cosa precipiti al loro interno
svanisce dall’universo visibile.»
George ricomincia a gridare.
Jase lo prende in braccio, incurante della nudità. «Ma sa anche che non ci sono buchi neri nelle
vicinanze del Connecticut. Vero, Samantha?»
Mi sento orribilmente in colpa. «Neppure nella nostra galassia» mi affretto a chiarire, anche se
sono quasi sicura che ce ne sia uno nella Via Lattea.
«Ce n’è uno nella Via Lattea!» piagnucola George.
«Ma è lontanissimo da Stony Bay.» Allungando un braccio per accarezzargli la schiena sfioro per
sbaglio la mano di Jase, che sta facendo lo stesso gesto. Ritraggo subito la mia.
«Quindi sei perfettamente al sicuro, amico» lo rassicura lui.
Gli strilli di George si riducono a singhiozzi sommessi e poi si placano del tutto, con l’aiuto di un
ghiacciolo al lime.
«Mi dispiace tanto» bisbiglio a Jase, rifiutando l’ultimo ghiacciolo della scatola, all’arancia.
Qualcuno mangia mai quelli all’arancia?
«Come facevi a saperlo? E come facevo a immaginare che eri un’astrofisica?»
«C’è stato un periodo in cui osservavo spesso le stelle.» Arrossisco ripensando a tutte le sere che
ho passato sul tetto a guardare le stelle… e i Garrett.
Lui mi guarda perplesso, come se non capisse cosa c’è di imbarazzante. Il problema di noi bionde
è che arrossiamo in tutto il corpo: orecchie, collo, tutto. È una reazione impossibile da nascondere.
Sentiamo un altro grido dal piano di sopra.
«Sarà Patsy.» Jase si avvia verso le scale. «Aspetta qui.»
«Forse è meglio che torni a casa» dico, anche se non ho motivo di farlo.
«No, resta. Ci metto un secondo.»
Rimango sola con George, che succhia il ghiacciolo per qualche minuto con aria assorta e poi se
ne esce con: «Lo sapevi che nello spazio fa freddissimo? E che non c’è ossigeno? E che se un
astronauta cade da uno shuttle senza la tuta muore subito?»
Per fortuna sono una che impara in fretta! «Ma non succederebbe mai, perché gli astronauti ci
stanno molto, molto attenti.»
George mi sorride: è lo stesso sorriso disarmante di suo fratello, benché con i denti verdi per via
del ghiacciolo. «Potrei sposarti» mi confessa. «Vuoi molti figli?»
Mi viene un attacco di tosse. Sento una mano che mi dà dei colpetti sulla schiena.
«George, di solito è meglio affrontare questi argomenti con le mutande addosso.» Jase lascia
cadere ai piedi di George un paio di boxer e posa a terra Patsy accanto a lui.
Patsy indossa una tutina rosa e ha una di quelle piccole code di cavallo che creano una fontanella
di capelli in cima alla testa. È tutta braccia grassocce e gambette traballanti. Quanto avrà, un anno?
«’ella?» pretende di sapere, puntandomi un dito addosso con aria ostile.
«’ella è Samantha» risponde Jase. «Che a quanto pare diventerà presto tua cognata.» Inarca un
sopracciglio. «Tu e George procedete spediti, eh?»
«Abbiamo parlato degli astronauti» gli spiego, proprio mentre si apre la porta ed entra la signora
Garrett, china sotto il peso di svariati sacchetti del supermercato.
«Capito.» Mi fa l’occhiolino, poi si volta verso la madre. «Ciao, mamma.»
«Ciao, tesoro. Come si sono comportati?» Non sembra accorgersi di me.
«Ragionevolmente bene. Dobbiamo cambiare le lenzuola di George, però.» Prende alcuni dei
sacchetti e li posa accanto al frigo.
Lei lo guarda socchiudendo gli occhi, verdi come quelli di Jase. È carina, per essere una madre:
ha un viso aperto e cordiale, con un reticolo di rughette agli angoli degli occhi come se sorridesse
spesso, la carnagione olivastra tipica di famiglia, i capelli castani e ricci. «Quale fiaba della
buonanotte gli hai letto?»
«Mamma, dai. Curioso come George. L’ho anche censurata: c’era un piccolo incidente con una
mongolfiera che mi sembrava rischioso.» Poi si rivolge a me: «Oh, scusa. Samantha, lei è mia madre.
Mamma, Samantha Reed. La vicina di casa».
La donna mi sorride. «Non ti avevo neppure vista. Non so come ho fatto a non notare una ragazza
così carina. Mi piace il tuo gloss.»
«Mamma!» Jase sembra un po’ imbarazzato.
«Questa è solo la prima parte della spesa» gli dice lei. «Puoi prendere gli altri sacchetti?»
Mentre Jase porta in casa una sfilza interminabile di buste, la signora Garrett mi parla del più e del
meno come se ci conoscessimo da sempre. È molto strano essere lì in cucina con una donna che per
dieci anni ho osservato da lontano. È come ritrovarsi in ascensore con una celebrità. Mi trattengo a
stento dal dire: “Sono una sua grande fan”.
Riesce a mettere via la spesa, con il mio aiuto, mentre allatta al seno. A mia madre verrebbe un
colpo. Mi fingo abituata ad assistere a scene del genere.
Sono a casa dei Garrett da un’ora e ho già visto uno di loro mezzo nudo e un seno della signora
Garrett. Ora manca solo che Jase si tolga la maglietta.
Non lo fa, fortunatamente per la mia sanità mentale; ma dopo aver portato in casa gli ultimi
sacchetti annuncia di aver bisogno di una doccia, mi fa cenno di seguirlo e si avvia al piano di sopra.
Lo seguo. Ed è assurdo: non lo conosco neppure, non so che genere di persona sia. Immagino però
che se sua madre (che sembra una donna normale) gli permette di portarsi una ragazza in camera, non
possa essere pericoloso. Ma cosa penserebbe la mamma se mi vedesse ora?
Entrare nella stanza di Jase è come entrare in… be’, non saprei… una foresta? Una riserva
naturale? Uno di quegli habitat tropicali che ci sono allo zoo? È piena di piante: in vaso e rampicanti,
piante grasse e cactus. Ci sono tre pappagallini in una gabbia e un gigantesco cacatua dall’aria ostile
in un’altra. Ovunque mi volto ci sono animali. Una tartaruga in un terrario accanto al comò. Alcuni
gerbilli in un’altra gabbia. Un altro terrario con una specie di lucertola. Un furetto su una piccola
amaca in un’ennesima gabbia. Un roditore non meglio precisato, dal folto pelo grigio e nero. E infine,
sul letto ben rifatto di Jase, un gatto bianco, così grosso e grasso che sembra un palloncino da cui
spuntano quattro zampette pelose.
«Mazda.» Jase mi fa cenno di sedere accanto al letto, su una sedia. Mazda mi salta in grembo,
perde un mucchio di pelo, cerca di mangiarmi i pantaloncini e fa delle fusa roboanti.
«È affettuosa» dico.
«Questo è un eufemismo. È stata svezzata troppo presto» ribatte Jase. «Vado a fare quella doccia.
Fa’ come se fossi a casa tua.»
No problem. In camera sua. Ce la posso fare.
Ogni tanto andavo in camera di Michael, ma di solito al buio, e lui mi recitava deprimenti poesie
che aveva imparato a memoria. E per arrivare fino in camera sua c’erano volute ben più di due
conversazioni. Per un po’ sono uscita anche con Charley Tyler, lo scorso autunno, finché abbiamo
capito che il fatto che a me piacessero le sue fossette, e a lui piacessero i miei capelli biondi (o
meglio, diciamo la verità, le mie tette), non era una base sufficiente per una relazione. Non è mai
riuscito a portarmi nella sua stanza. Forse Jase Garrett è una specie di incantatore di serpenti. Il che
spiegherebbe tutti questi animali. Mi guardo intorno di nuovo. Oddio, c’è davvero un serpente. Bello
grosso, arancione, bianco e nero: so che è innocuo, ma mi fa una paura matta lo stesso.
La porta si apre, ma non è Jase. È George, che ora indossa i boxer ma non la maglietta. Si lascia
cadere sul letto e mi guarda con aria compunta. «Lo sapevi che lo shuttle Challenger è esploso?»
Annuisco. «Molti anni fa. Oggi le astronavi sono molto più sicure.»
«Mi piacerebbe lavorare per il personale di terra della NASA, ma non sullo shuttle. Non voglio
morire mai.»
Ho una gran voglia di abbracciarlo. «Neanch’io, George.»
«Jase vuole già sposarti?»
Ricomincio a tossire. «Ehm, no. No, George, ho solo diciassette anni.» Come se quello fosse
l’unico motivo per cui non siamo fidanzati.
«Io ne ho così» dice George, mostrandomi quattro dita non proprio pulite. «Ma Jase ne ha
diciassette e mezzo. Quindi potresti. E poi potreste vivere qui insieme. E avere tanti figli.»
Jase, ovviamente, rientra nella stanza proprio a metà di quella frase. «Fila via, George. Di là c’è
Discovery Channel.»
George esce dalla stanza camminando all’indietro, ma non prima di aver detto: «Il suo letto è
molto comodo. E non ci fa mai la pipì».
La porta si chiude e noi due scoppiamo a ridere.
«Oh, Gesù.» Jase si siede sul letto: ora indossa un’altra maglietta verde e un paio di pantaloncini
blu scuro. Ha i capelli bagnati, più mossi che da asciutti; goccioline d’acqua gli cadono sulle spalle.
«Non fa niente, gli voglio già bene. Credo che lo sposerò davvero» affermo.
«Pensaci bene. O almeno sta’ molto attenta alle fiabe della buonanotte.» Mi rivolge un sorriso
indolente.
Devo uscire dalla stanza di questo ragazzo. E di corsa, anche. Mi alzo, ma poi noto la foto di una
ragazza attaccata allo specchio sopra il comò. Mi avvicino per guardarla meglio. Ha i capelli ricci e
neri, raccolti in una coda di cavallo, e un’espressione seria. Ed è anche piuttosto carina. «Chi è?»
«La mia ex, Lindy. Si è fatta fare quegli adesivi al centro commerciale. Non riesco più a staccarlo
dallo specchio.»
«Perché ex?» Perché glielo sto chiedendo?
«Era diventata pericolosa. Sai, ora che ci penso, potrei coprirlo con un altro adesivo.»
«Già.» Mi sporgo verso lo specchio ed esamino i lineamenti perfetti della ragazza. «Definisci
pericolosa.»
«Rubava nei negozi. Abitualmente. E quando uscivamo voleva andare sempre e solo al centro
commerciale. Rischiavo di essere scambiato per suo complice. Essere scarcerato dietro cauzione non
è la mia idea di serata romantica.»
«Anche mia sorella rubava nei negozi» dico, come se fosse un simpatico aneddoto che abbiamo in
comune.
«Ti portava dietro?»
«No, grazie a Dio. Sarei morta se mi fossi cacciata nei guai.»
Jase mi guarda intensamente, come se avessi proferito una verità profonda. «No che non lo saresti,
Samantha. Non saresti morta. Saresti solo nei guai, e poi te ne tireresti fuori.»
Adesso è dietro di me, e di nuovo è troppo vicino. Profuma di shampoo alla menta e di pelle
pulitissima. A quanto pare, qualsiasi distanza è “troppo vicino”.
«Sì, be’, comunque adesso devo andare a casa. Ho da fare.»
«Sei sicura?»
Annuisco con decisione. Mentre entriamo in cucina vediamo aprirsi la controporta: entra il signor
Garrett, seguito da un bambino piccolo. Piccolo, ma più grande di George. Duff? Harry?
Finora avevo visto il padre di Jase solo da lontano, come il resto della famiglia. Da vicino sembra
più giovane, più alto, carismatico: una di quelle persone che riempiono una stanza intera con la loro
presenza. I capelli sono dello stesso castano scuro di Jase, ma venati di grigio anziché di biondo.
George corre ad aggrapparsi alla gamba del padre. La signora Garrett fa un passo indietro dal
lavandino e gli sorride: le si illumina il viso come alle mie compagne di scuola quando vedono il
ragazzo per cui hanno una cotta in una stanza affollata.
«Jack! Sei tornato prima!»
«Nel negozio non entrava nessuno da tre ore.» Il signor Garrett le scosta dal viso una ciocca di
capelli e gliela sistema dietro l’orecchio. «Ho deciso che era più utile aiutare Jase con gli
allenamenti, quindi sono andato a prendere Harry a casa del suo amichetto e sono venuto qui.»
«Cronometro io! Cronometro io!» strilla Harry.
«Tocca a me! Papà! Tocca a me!» George si rabbuia.
«Non sai neppure i numeri» lo zittisce Harry. «Se corre veloce o se corre piano, tu dici sempre
undìci minuti. Stavolta tocca a me.»
«Ho portato dal negozio un cronometro in più» dice il signor Garrett. «Hai voglia, Jason?»
«È con Samantha…» inizia la signora Garrett, ma la interrompo.
«Me ne stavo andando.»
Il signor Garrett si volta verso di me. «Be’, ciao, Samantha.» La sua grande mano stringe la mia,
mi guarda fisso e mi sorride. «Quindi tu saresti la misteriosa vicina di casa.»
Scocco un’occhiata a Jase, ma la sua espressione è indecifrabile. «Abito nella casa accanto, ma
non c’è nessun mistero.»
«Be’, mi fa piacere vederti da vicino. Non sapevo che Jase avesse…»
«La accompagno fuori, papà. Poi mi preparo per i pesi… Oggi iniziamo con quelli, giusto?»
Mentre usciamo dalla cucina, la signora Garrett mi invita a tornare quando voglio.
«Sono contento che tu sia venuta» mormora Jase quando arriviamo in fondo al vialetto. «Scusa di
nuovo per George.»
«Mi piace George. Per cosa ti alleni?»
«Ah, ehm… per la stagione di football. Quest’anno faccio il cornerback. Forse cercherò di vincere
una borsa di studio. Devo dire che mi farebbe comodo.»
Resto lì al caldo, strizzando gli occhi contro il sole, a domandarmi cos’altro aggiungere, come
dileguarmi con nonchalance, o come dileguarmi e basta. E poi mi chiedo come mai ci tengo tanto ad
andarmene, visto che la mamma non tornerà a casa prima di qualche ora. Faccio un passo indietro,
poso il piede su una paletta di plastica, inciampo.
Jase allunga un braccio. «Attenta.»
«Ah. Sì. Ops. Be’… ciao.» Lo saluto con un gesto rapido della mano e corro a casa.
Ops?
Santo cielo, Samantha.
Capitolo Sei

Flip e Tracy tornano a casa scottati e spettinati, con vongole fritte, birra e hot dog lunghi mezzo
metro presi al Clam Shack. Posano tutto sull’isola della cucina e poi si agguantano l’un l’altra, si
danno pizzicotti sul sedere, si baciano sulle orecchie.
Avrei dovuto fermarmi più a lungo dai Garrett. Perché non sono rimasta lì?
Tim deve avere ancora il cellulare di Nan, perché quando la chiamo mi risponde una voce che
dice: «Ascolta, Heidi, è meglio se non ci vediamo più».
«Ehi, sono Samantha. Dov’è Nan?»
«Oh, Cristo. Lo sai che non siamo gemelli siamesi, vero? Perché me lo chiedi ogni volta?»
«Oh, non lo so, forse perché quando chiamo lei rispondi tu. È in casa?»
«Penso di sì. Può anche darsi. Oppure no» mi risponde.
Riattacco. Il numero fisso è occupato e i Mason non hanno la funzione “chiamata in attesa” («È
solo una forma moderna di maleducazione» sostiene la signora Mason), quindi decido di prendere la
bicicletta e andare là.
Tracy e Flip si sono spostati sul divano del salotto, da dove sento provenire un mucchio di risolini
e bisbigli. Arrivando nell’ingresso sento Flip sussurrare: «Ah, baby, cosa mi fai».
Adesso vomito. «Mi fai sentire così beeeene» canticchio.
«Fila via!» strepita Tracy.

La marea è alta e fa molto caldo, perciò l’odore salmastro dello stretto è particolarmente intenso e ha
quasi la meglio sugli effluvi che provengono dal fiume. Il mare e il fiume: le due facce della mia
città. Le amo entrambe. L’idea che mi basta chiudere gli occhi e inspirare per capire che ore sono e
che stagione è mi fa impazzire! Inalo l’aria densa e calda, e poi sento un grido strozzato e riapro gli
occhi giusto in tempo per schivare una donna che indossa una visiera rosa e sandali con i calzini.
Stony Bay sorge su una piccola penisola alla foce del fiume Connecticut, in un’ampia baia molto
frequentata dai turisti. D’estate c’è il triplo della gente che d’inverno, quindi forse andare in bici a
occhi chiusi non è stato un colpo di genio.
Nan viene ad aprire la porta con il cordless di casa all’orecchio. Sorride, si porta l’indice alle
labbra e mi fa cenno di andare in salotto, e intanto dice al telefono: «Be’, siete la mia prima scelta,
quindi vorrei portarmi avanti con la domanda d’iscrizione».
Ho sempre la stessa sensazione, quando entro in casa dei Mason. Ci sono angioletti di porcellana
dappertutto, e quadretti con benedizioni irlandesi ricamate a punto croce, centrini sugli schienali
delle poltrone e persino sopra il televisore. Al bagno, la carta igienica è nascosta sotto la larga gonna
rosa all’uncinetto di una bambola dagli occhi vacui.
Niente libri sugli scaffali, solo altre statuette e fotografie di Nan e Tim da piccoli, quando si
vedeva molto di più che sono gemelli. Li osservo per la milionesima volta, mentre Nan fa lo spelling
del suo indirizzo al telefono. I piccoli Nan e Tim vestiti da Babbo e Mamma Natale. Un po’ più
grandicelli, con i capelli gonfi e gli occhioni tondi, travestiti da pulcini per Pasqua. All’asilo,
abbigliati da piccoli tirolesi. Le fotografie si interrompono di colpo verso gli otto anni. Se ben
ricordo, il Quattro Luglio di quell’anno erano vestiti da Zio Sam e Betsy Ross, e Tim aveva morso il
fotografo.
Nelle foto si somigliano molto più che adesso: hanno entrambi i capelli rossi e le lentiggini. Ma
siccome la vita è ingiusta, Nan ha i capelli di un biondo fragola pallido, lentiggini ovunque e le ciglia
bionde, mentre Tim ha solo qualche lentiggine sul naso, le sopracciglia e le ciglia scure e i capelli di
un ruggine intenso. Sarebbe un gran bel ragazzo, se non fosse sempre strafatto.
«Sono al telefono con la Columbia, per la domanda di ammissione. Mi hanno messa in attesa»
sussurra Nan. «Grazie di essere passata, ho avuto un mucchio di roba da fare.»
«Ti ho chiamata, ma mi ha risposto Tim e non voleva venire a cercarti.»
«Ecco dov’è finito il mio cellulare! Tim ha esaurito il credito sul suo, e quindi usa il mio. Adesso
lo ammazzo.»
«Non potresti semplicemente scaricare i moduli dal sito della Columbia?» bisbiglio, ma so già la
risposta. Nan è incapace di usare un computer: tiene troppe finestre aperte e non chiude mai nessun
programma, e ogni tanto si blocca tutto.
«Il mio portatile è di nuovo all’ospedale, da Macho Mitch.» Mitch è il tecnico informatico, un bel
ragazzo ma dall’aria un po’ inquietante, che viene a ripararle il computer a domicilio. Nan sostiene
che Mitch somiglia a Steve McQueen, il suo idolo. Secondo me, quel poveretto è perennemente di
malumore perché deve risolvere sempre gli stessi problemi.
«Grazie… sì, e quando verrà inviato?» dice Nan al telefono mentre Tim entra nella stanza, con i
capelli dritti sulla testa, i pantaloni del pigiama di flanella a fantasia scozzese e una maglia da
lacrosse della Ellery. Non ci degna di uno sguardo, va dritto all’Arca di Noé di porcellana esposta
sul davanzale e cambia la disposizione delle statuette per creare scenette oscene.
Ha appena finito di mettere la signora Noé e un cammello in una posizione compromettente e
contorsionistica quando Nan riattacca il telefono.
«Volevo giusto chiamarti» mi dice Nan. «Quando inizi a lavorare in piscina? Io comincio la
prossima settimana, al negozio di articoli da regalo.»
«Anch’io.»
Tim sbadiglia a voce alta, si gratta il petto e piazza due scimmie e un rinoceronte in un
improbabile rapporto a tre. Anche da lontano si sente la puzza di erba e birra.
«Potresti almeno salutare Samantha, Timmy.»
«Ehiiii, ragazzina. Ho l’impressione di averti sentita poco fa. Ah, già, abbiamo parlato al telefono.
Scusa, non so dove ho lasciato le fottute buone maniere. Mi si sono ristrette in tintoria. Vuoi?» Tira
fuori dalla tasca il collirio e me lo porge.
«No, grazie, sto cercando di smettere.»
Gli occhi grigi di Tim hanno un gran bisogno di collirio. Detesto vedere una persona così
intelligente rovinarsi in questo modo. Si lascia cadere sul divano con un lamento e si copre gli occhi
con una mano. Non ricordo più com’era prima che si trasformasse nel soggetto ideale per una clinica
di riabilitazione.
Quand’eravamo piccoli, le nostre famiglie passavano insieme molti week-end d’estate sulla
spiaggia di Stony Bay. All’epoca ero più amica di Tim che di Nan. Nan e Tracy leggevano e
prendevano il sole, infilavano nell’acqua solo la punta dei piedi; ma Tim non aveva mai paura di
spingersi al largo e portarmi con sé tra le onde più alte. Era stato lui a scoprire la risacca
nell’insenatura, quella che ti trascinava giù e ti portava dritto in mare.
«Allora, ragazzina, ti fai qualcuno, ultimamente?» Mi guarda di sottecchi, ancora sdraiato sul
divano. «Il povero Charley stava andando fuori come un balcone perché non gli permettevi di
avvicinarsi di più al tuo, di balcone… diciamo così.»
«Esilarante, Timmy. Ora puoi tacere» dice Nan.
«No, davvero, è un bene che tu ti sia lasciata con Charley, Samantha. Era un bastardo. Non siamo
più amici, perché stranamente lui pensava che il bastardo fossi io.»
«Chissà come gli sarà venuto in mente» commenta Nan. «Timmy, vattene a letto. La mamma torna
tra poco, e non so fino a quando si berrà la balla che hai preso troppi antistaminici. Lo sa che non
soffri di allergie.»
«Invece sì» strepita Tim con un’indignazione esagerata. Tira fuori uno spinello dal taschino della
camicia e glielo sventola sotto il naso con aria trionfante. «Sono allergico alle erbe.» Poi scoppia a
ridere.
Io e Nan ci scambiamo un’occhiata. Siamo abituate a Tim che beve e fuma, ma quell’energia
nervosa lascia sospettare l’uso di sostanze più forti.
«Usciamo, andiamo in centro a piedi» suggerisco.
Lei annuisce. «Che ne dici di Doane? Ho bisogno di un gelato al malto e cioccolato.» Prende la
borsa posata su una poltrona a fiori e scrolla la spalla di Tim, che sta ancora sghignazzando. «Va’ di
sopra, subito. Prima che ti addormenti.»
«Non mi addormento, sorellina, mi sto solo riposando gli occhi» borbotta lui.
Nan lo scuote di nuovo, poi fa per allontanarsi, ma lui la agguanta per la borsa e la tira indietro.
«Nano. Sorellina. Nan. Ho bisogno di una cosa» dice in tono accorato, la disperazione dipinta in
volto.
Lei lo guarda, inarcando un sopracciglio chiarissimo.
«Una valanga di gelatine di Doane, okay? Ma non quelle verdi. Quelle mi fanno senso.»
Capitolo Sette

Fuori, in veranda, stringo forte la mano di Nan.


«Lo so!» esclama lei. «È peggiorato molto, da quando l’hanno espulso dalla Ellery. Passa tutte le
giornate così, e non voglio sapere come trascorre le notti. I nostri genitori non sospettano niente. La
mamma si beve tutte le sue bugie: “Ah, mamma, è erba gatta quella che hai trovato nella mia borsa.
Ah, quelle pillole? Aspirina. Quella roba bianca? Sale”. Poi però lo rimprovera perché dice le
parolacce… lo obbliga a mettere una moneta nel salvadanaio ogni volta che impreca. E lui che fa? Si
serve dal mio portafoglio! E papà? Be’…» Si stringe nelle spalle.
La signora Mason è la persona più ostinatamente spensierata che io abbia mai conosciuto. Tutte le
sue frasi iniziano con esclamazioni come: Bene! Allora! Perbacco! Invece il signor Mason non apre
quasi mai bocca. Mi ricorda un pulcino a molla che avevo quand’ero piccola: resta praticamente
immobile in una poltrona rivestita di tessuto scozzese dal momento in cui entra in casa fino all’ora di
cena, poi riassume la stessa posizione fino all’ora di andare a letto… resta carico solo il tempo
sufficiente per compiere il tragitto da casa al lavoro, e dalla poltrona al tavolo.
«Ha messo la pianta di Tim in mezzo ai suoi vasi, l’ha concimata e tutto quanto. Com’è possibile
che un uomo che è stato giovane negli anni Ottanta non sappia riconoscere la marijuana?» Ride, ma
con una nota di isteria. «È come se Tim stesse affogando e loro si preoccupassero del colore del suo
costume da bagno.»
«E tu non glielo puoi dire?» le chiedo per l’ennesima volta. D’altronde, neanch’io ho mai detto
niente di Tim a mia madre.
Nan ride di nuovo, ma invece di rispondere, dice: «Stamattina, quando sono scesa a colazione,
papà stava dicendo che forse Tim dovrebbe andare all’accademia militare, per diventare un vero
uomo. O arruolarsi nell’esercito. Te l’immagini? Farebbe arrabbiare così tanto gli ufficiali superiori
che lo chiuderebbero in qualche caverna e si dimenticherebbero di lui. Oppure stuzzicherebbe il
bullo della caserma e si farebbe picchiare a morte. O si metterebbe nei guai con la moglie di un
sergente istruttore, che gli sparerebbe alle spalle».
«Meno male che non hai passato tanto tempo a riflettere sugli scenari ipotetici» commento.
Nan mi posa un braccio sulle spalle. «Mi sei mancata, Samantha. Mi dispiace, ho avuto occhi solo
per Daniel, sono andata a tutte le sue feste di diploma… solo per stare fuori casa il più possibile, a
dire il vero.»
«Che succede con Daniel?» Capisco che non vede l’ora di parlarmene, per sviare il discorso da
suo fratello.
«Daniel…» Sospira. «Forse dovrei accontentarmi delle cotte per Macho Mitch e Steve McQueen.
Non capisco cosa gli passi per la testa! È sempre nervoso all’idea che andrà al MIT, ma lo sai
quant’è bravo, e comunque le lezioni iniziano fra tre mesi. Insomma, siamo solo a giugno. Non può
rilassarsi un attimo?»
«Già.» Le assesto una spallata affettuosa. «Perché tu sì che sai rilassarti, cara la mia ragazza che
ordina le brochure dei college appena finisce il penultimo anno di scuola.»
«Per questo io e lui siamo la coppia perfetta, no?» ribatte, sarcastica.
Quando svoltiamo sulla strada principale si alza una brezza che scuote le foglie degli aceri,
producendo un fruscio che sembra un sospiro. L’aria salmastra della baia profuma di piante, di
verde. Mentre ci avviciniamo al Dark and Stormy, il bar-paninoteca, due sagome escono dalla porta
riparandosi gli occhi dal sole. Sono Clay e una donna bruna molto carina, in un tailleur firmato. Mi
fermo quando vedo che lui le sorride e si sporge a baciarla. Sulle labbra. E le posa una mano sulla
schiena.
Mi aspettavo di vedere più spesso Clay Tucker, ma non in questo modo.
«Che succede, Samantha?» mi domanda Nan, tirandomi per un braccio.
Già, che succede? Non era un bacio con la lingua, ma neanche un bacetto fraterno.
«Quello è il nuovo ragazzo di mia madre.» Ora Clay stringe la spalla della donna e le fa
l’occhiolino, senza smettere di sorridere.
«Tua madre ha un fidanzato? Starai scherzando. Quand’è successo?»
La donna ride e spazzola la manica di Clay.
Nan mi guarda, imbarazzata.
«Non so quando si siano conosciuti. Sembra una cosa abbastanza seria. Insomma, ho avuto
quest’impressione. Da parte di mia madre, voglio dire.»
Ora la brunetta, che avrà almeno dieci anni meno della mamma, apre una ventiquattr’ore e porge a
Clay una cartelletta portadocumenti. Lui inclina la testa di lato e la guarda compiaciuto.
«È sposato, che tu sappia?» chiede Nan a bassa voce.
All’improvviso mi rendo conto che siamo ferme in mezzo al marciapiede a fissare Clay. Proprio in
quel momento lui gira lo sguardo e ci vede. Mi saluta, apparentemente tranquillo. Se tradisci mia
madre… penso, ma non porto a termine la frase, perché, di preciso, cos’è che farei?
«Sarà solo un’amica» dice Nan, poco convinta. «Dai, andiamo a prenderci quel gelato.»
Scocco un’ultima occhiata a Clay, sperando di comunicargli la minaccia di infliggergli danni alle
parti più vulnerabili del corpo, se tradisce mia madre. Poi seguo Nan. Che altro posso fare?

Cerco di togliermi Clay dalla testa, almeno finché non posso andare a casa a riflettere. Nan non ne
parla più, grazie al cielo.
Sono sollevata quando arriviamo da Doane. È una casetta di legno, con due piani davanti e uno
dietro, accanto al molo che divide la foce del fiume dall’oceano. Era il negozio di caramelle da un
penny, ai tempi in cui esistevano le caramelle da un penny. Oggi la principale attrazione è Vargas, la
gallina che mangia il mais caramellato: un pollo impagliato, divorato dalle tarme, che per la modica
cifra di un quarto di dollaro si mette a beccare granturco stantio. Non so perché ai turisti piaccia
tanto, insieme al gelato, alle caramelle mou e al panorama sul faro.
Nan fruga nel portafoglio. «Samantha! Avevo venti dollari e non ci sono più! Lo ammazzo, mio
fratello.»
«Non fa niente» le dico, tirando fuori dalla tasca qualche banconota.
«Te li restituisco» mi assicura lei, prendendo i soldi.
«Non c’è problema, Nanny. Allora, lo vuoi il gelato?»
«Prima le caramelle. Insomma… ieri sera Daniel mi ha portata al cinema a New Haven. Mi
sembrava che ci fossimo divertiti molto, ma oggi mi ha mandato un solo messaggio, e c’era scritto
“TVTB”: non l’ha neppure scritto per esteso! Cosa significa, secondo te?»
Non l’ho mai capito, Daniel. È una di quelle persone così intelligenti che ti fanno sentire stupido.
«Magari andava di fretta?»
«Con me? Se devi dedicare tempo a qualcuno, non dovresti dedicarlo alla tua ragazza?» Sta
riempiendo il sacchetto di carta con orsetti gommosi, liquirizie e palline di malto ricoperte di
cioccolato. Shopping sfrenato da calo di zuccheri.
Non so proprio cosa dire. Alla fine, senza guardarla in faccia, tiro fuori quel che penso da un po’.
«Mi sembra che Daniel ti renda sempre nervosa. Per te va bene così?»
Nan sta contemplando Vargas, che sembra in preda a una crisi epilettica: non becca più il mais, si
limita a dondolarsi avanti e indietro a scatti. «Non saprei» ammette infine. «Daniel è il mio primo
vero ragazzo. Tu hai avuto Charley e Michael. E anche Taylor Oliveira, in terza media.»
«Taylor non conta. Ci siamo baciati una sola volta.»
«E ha detto a tutti che eravate arrivati fino in fondo!» ribatte Nan, come se questo confermasse la
sua teoria.
«Giusto, me n’ero dimenticata. Che gentiluomo. Era l’amore della mia vita, è vero. Com’è stato il
film con Daniel?»
Vargas rallenta progressivamente e poi si ferma. «Il film?» dice Nan in tono vago. «Ah, giusto…
Le chagrin et la pitié. Be’, carino… per essere un documentario di tre ore in bianco e nero che parla
del nazismo. Ma poi siamo andati a prendere un caffè e abbiamo incontrato alcuni dottorandi di Yale.
Daniel si è montato la testa e ha iniziato a usare parole come “tautologico” e “sottinteso”.»
Scoppio a ridere. Nan si è innamorata del cervello di Daniel, ma questo suo lato sbruffone salta
fuori un po’ troppo spesso.
«Alla fine ho dovuto trascinarlo alla macchina e farmi baciare, per farlo star zitto.»
Prima ancora che pronunci la parola “baciare”, sto già immaginando le labbra di Jase Garrett.
Belle labbra. Quello inferiore è carnoso, ma non così tanto da sembrare un broncio. Mi giro a
guardare Nan. È china sulle gelatine, i capelli biondo fragola agganciati dietro l’orecchio, si
rosicchia un’unghia. Si è scottata un po’ il naso, e ora le si sta squamando; e le lentiggini sono più
scure della settimana scorsa. Apro la bocca per dirle che ho conosciuto un ragazzo, ma non mi
escono le parole. Non ho mai detto neppure a lei che spiavo i Garrett. Non è che volessi tenere il
segreto, è solo che non mi è mai capitato di parlargliene. E poi… Ho conosciuto un ragazzo? Una
storia così potrebbe andare a parare da qualsiasi parte. O da nessuna. Torno a guardare le caramelle.
«Che ne pensi?» chiede Nan. «Portiamo a Tim le sue gelatine? Sei tu quella con i soldi.»
«Sì, prendiamole. Ma solo quelle verdi che fanno senso.»
Nan richiude il sacchetto accartocciando l’apertura. «Samantha, cosa dobbiamo fare con lui?»
Verso una cucchiaiata di gelatine verde mela in un sacchetto di carta bianca e ricordo quando
avevamo sette anni ed ero finita fra i tentacoli di una medusa. Tim era scoppiato a piangere perché
sua madre e la mia non gli permettevano di farmi pipì sulla gamba, e lui aveva sentito dire che era un
ottimo rimedio contro il prurito.
«Ma mamma, ho il potere di salvarla!» aveva singhiozzato. Era rimasta una battuta ricorrente per
anni: Non dimenticare che ho il potere di salvarti! Ora non sembra più capace nemmeno di salvare
se stesso.
«A parte sperare che queste gelatine abbiano poteri magici, non ne ho idea» dico.
Capitolo Otto

Il pomeriggio del giorno dopo, mi sto togliendo le scarpe da lavoro in veranda e mi preparo a
entrare in casa per cambiarmi, quando sento la voce della signora Garrett.
«Samantha! Samantha, potresti venire qui un momento?»
È in fondo al nostro vialetto e tiene in braccio Patsy. Accanto a lei, George indossa solo i boxer.
Più in giù sul vialetto Harry si nasconde dietro una carriola, con in mano uno di quegli erogatori a
pistola che si attaccano ai tubi per innaffiare: evidentemente sta giocando al cecchino.
Avvicinandomi vedo che sta di nuovo allattando Patsy al seno. Mi rivolge quel suo sorriso
smagliante e dice: «Oh, Samantha… mi stavo chiedendo… Jase mi ha detto che sei stata bravissima
con George… e mi domandavo se per caso, ogni tanto…» Si interrompe bruscamente, mi guarda
meglio e sbarra gli occhi.
Abbasso lo sguardo. Ah, la divisa. «È l’uniforme da lavoro. L’ha disegnata il mio capo.» Non so
perché lo preciso sempre, forse per dire che altrimenti non mi farei vedere neanche morta in
minigonna azzurra e blusa da marinaretta.
«Il tuo capo è un uomo, immagino» proclama asciutta la signora Garrett.
Annuisco.
«Ci avrei scommesso. Comunque…» Inizia a parlare velocissimo: «Mi domandavo se magari
potesse interessarti fare la babysitter. Jase non voleva che te lo chiedessi, temeva che tu lo accusassi
di attirare con l’inganno a casa nostra ragazze ignare, affinché io possa sfruttarle per i miei loschi
fini. Come una versione materna e disperata dello schiavismo».
Rido. «Non l’ho pensato.»
«Certo che no.» Mi sorride di nuovo. «Tutti pensano che io lo chieda a ogni ragazza che incontro,
ma non è così. Pochissime persone vanno d’accordo con George fin da subito, e Jase ha detto che vi
siete intesi sin dal primo momento. Posso rivolgermi ai ragazzi più grandi, ovviamente, ma detesto
che si sentano costretti. Alice, per esempio, me lo fa sempre pesare moltissimo.» Parla molto in
fretta, sembra nervosa. «A Jase non dà mai fastidio, ma il lavoro al negozio e gli allenamenti gli
portano via quasi tutto il tempo, quindi è sempre fuori, tranne un pomeriggio alla settimana… e
naturalmente una parte del week-end. Comunque, avrei bisogno solo di qualche ora ogni tanto.»
«Mi farebbe piacere» dico. «Non ho molta esperienza, ma imparo in fretta, e sarei felice di fare la
babysitter.» Purché non lo venga a sapere mia madre.
La signora Garrett mi guarda con gratitudine, si stacca Patsy dal seno e, dopo aver slacciato
qualcosa con la mano, la attacca all’altro seno. Patsy protesta singhiozzando. La signora Garrett alza
gli occhi al cielo. «Le piace solo da una parte» mi confida. «È molto scomodo.»
Annuisco di nuovo, anche se non ho idea dei motivi di un simile fenomeno. Grazie
all’approfondito sermone di mia madre sul tema “il tuo corpo sta cambiando”, so tutto sul sesso e la
gravidanza ma ho ancora qualche dubbio sull’allattamento. Grazie a Dio.
Proprio in quel momento interviene George: «Lo sapevi che se lasci cadere una monetina dalla
cima dell’Empire State Building puoi uccidere qualcuno?»
«Sì, lo sapevo, ma non succede mai» mi affretto a rincuorarlo. «Perché i turisti che salgono sulla
terrazza panoramica fanno sempre molta, molta attenzione. E poi c’è una barriera di plastica, molto
alta.»
La signora Garrett scrolla la testa. «Ha ragione Jase: hai un talento naturale.»
Avverto un brivido di piacere al pensiero che Jase abbia parlato bene di me.
«Comunque» continua lei «potresti venire una o magari due volte alla settimana? Di pomeriggio,
se sei libera dal lavoro?»
Le dico di sì, le illustro i miei orari di lavoro prima ancora che lei mi offra una cifra più alta di
quanto guadagno al Breakfast Ahoy. Poi, di nuovo un po’ imbarazzata, mi chiede se posso iniziare
subito.
«Certo, aspetti solo che vada a cambiarmi.»
«Resta così.» George allunga una mano sporca per toccarmi la gonna. «Mi piace. Sembri Sailor
Moon.»
«Al limite Sailor Barbie, temo. Devo cambiarmi, George, perché ho lavorato tutta la mattina con
questi vestiti addosso e puzzano di uova e pancetta.»
«Mi piacciono uova e pancetta» dichiara George. «Però…» aggiunge un po’ triste «lo sai che la
pancetta è…» Gli vengono le lacrime agli occhi. «Wilbur il maialino?»
La signora Garrett si accuccia all’istante accanto a lui. «George, ne abbiamo parlato, ricordi?
Wilbur alla fine non è stato trasformato in pancetta.»
«Giusto.» Mi accovaccio anch’io, mentre dagli occhi di George iniziano a stillare le lacrime.
«L’ha salvato Carlotta, il ragno. È vissuto per sempre felice e contento insieme alle figlie di Carlotta,
che si chiamavano… ehm, Nelly, Urania e…»
«Joy» conclude la signora Garrett. «Tu, Samantha, sei un dono del cielo. Spero solo che non rubi
nei negozi.»
Inizio a tossicchiare. «No. Mai fatto.»
«Allora la pancetta è Babe, mamma? È Babe?»
«No, no! Babe fa ancora il maiale da pastore. La pancetta non è Babe. La pancetta la fanno solo
con i maiali davvero perfidi, George.» La signora Garrett gli accarezza i capelli e gli asciuga le
lacrime.
«Maiali cattivi» chiarisco il concetto.
«Esistono maiali cattiviii?!»
Ops. «Be’, maiali… senz’anima, ecco.» No, non va bene neanche così. Mi spremo le meningi.
«Come gli animali che non parlano a Narnia.» Idiota. George ha quattro anni. Avrà già visto
Narnia? È ancora fermo a Curioso come George. In versione censurata, per di più.
E invece sembra che abbia capito. «Ah. Allora va bene. Perché mi piace un sacco, la pancetta.»

Quando ritorno, George è già entrato nella piscinetta gonfiabile che Harry sta riempiendo d’acqua. La
signora Garrett rimuove con gesti efficienti il pannolino di Patsy, le infila un paio di spesse
mutandine di plastica con un motivo di piccoli soli.
«Non ti ho presentato Harry. Harry, lei è Samantha, un’amica di Jase, che ti terrà d’occhio per un
po’.»
Come ho fatto a diventare “un’amica di Jase”? Gli ho rivolto la parola due volte in tutto. Wow,
la signora Garrett è parecchio diversa da mia madre.
Harry, che ha gli occhi verdi, i capelli castani quasi lisci e un mucchio di lentiggini, mi scruta con
aria di sfida. «Sai tuffarti all’indietro?»
«Be’, sì.»
«Mi insegni? Adesso?»
La signora Garrett lo interrompe. «Harry, ne abbiamo parlato. Samantha non può portarti nella
piscina grande, perché deve tenere d’occhio i tuoi fratelli.»
Harry fa il broncio. «Può mettere Patsy nel marsupio come fai tu ed entrare in acqua con me. Può
tenere George per mano. Sa nuotare bene, con i braccioli.»
La signora Garrett mi guarda con aria contrita. «I miei figli si aspettano il multitasking estremo da
tutti gli adulti. Harry, no. O questa piscina o niente.»
«Ma ora so nuotare. So nuotare benissimo. E lei sa tuffarsi all’indietro. Può insegnarmi i tuffi
all’indietro.» Con la bambina in braccio e George per mano? Neanche fossi davvero Sailor Moon.
«No» ribadisce in tono fermo la signora Garrett. Poi, a me: «Devi mostrarti inflessibile. Continua
a ripetere di no, e prima o poi si arrenderà». Mi riaccompagna in casa, mi mostra dove sono i
pannolini, mi dice che posso prendere quel che voglio dal frigo, mi dà il suo numero di cellulare, mi
indica la lista dei numeri di emergenza, mi avverte di non parlare di trombe d’aria in presenza di
George, sale nella monovolume e se ne va.
Lasciandomi con: Patsy, che sta cercando di alzarmi la maglietta; George, che ci tiene ad
avvertirmi che non bisogna mai toccare un polpo dagli anelli blu, perché sono velenosissimi; e
Harry, che ha tutta l’aria di volermi morta.

A dirla tutta, non va poi così male.


Avevo sempre evitato di fare la babysitter. Non è che non mi piacciano i bambini, ma detesto
l’incertezza sugli orari. Non voglio genitori che tornano in ritardo e si profondono in scuse, o padri
imbarazzati che si sforzano di fare due chiacchiere quando mi riaccompagnano a casa. Ma i figli dei
Garrett sono piuttosto facili da gestire. Li porto a casa nostra per giocare con l’irrigatore da giardino,
un complicato attrezzo rotante in rame. Harry, per fortuna, ci si appassiona subito: lui e George ci
giocano per un’ora e mezza, poi tornano nella piscinetta mentre Patsy mi siede sulle ginocchia, mi
morde il pollice con le gengive sdentate e mi sbava tutta la mano.
Ho finito di dar loro la merenda e li sto riportando in piscina quando vedo la motocicletta che
imbocca il vialetto.
Mi volto con un brivido, ma non è Jase. È Joel: smonta dalla moto, ci si appoggia e mi squadra
dalla testa ai piedi. Cosa che mi capita già abbastanza spesso al Breakfast Ahoy. «George. Harry.
Chi avete portato a casa?» dice. È un bel ragazzo, ma di quelli che ne sono fin troppo consapevoli.
«È Sailor Moon» fa George. «Sa tutto sui buchi neri.»
«E i tuffi all’indietro» aggiunge Harry.
«Ma non puoi averla, perché sposerà Jase» conclude George.
Meraviglioso.
Joel sembra sorpreso, e come dargli torto? «Sei un’amica di Jase?»
«Be’, non proprio. Ci siamo appena conosciuti. Sono qui come babysitter.»
«Ma è stata in camera di Jase» precisa George.
Joel mi scruta perplesso, inarcando un sopracciglio.
E io arrossisco di nuovo, su tutto il corpo. E sono in bikini. «Sono solo la babysitter.»
George mi abbraccia la vita e mi bacia l’ombelico. «No, sei Sailor Moon.»
«Insomma, da dove sei sbucata?» Joel incrocia le braccia e si appoggia alla moto.
George e Harry tornano all’irrigatore. Tengo Patsy appoggiata su un fianco, ma lei cerca
continuamente di tirarmi giù il pezzo sopra del bikini.
«Spostala dall’altra parte» mi suggerisce Joel senza battere ciglio.
«Ah. Giusto.» Patsy, la bambina che preferisce un seno all’altro.
«Stavi dicendo?» Joel se ne sta ancora languidamente appoggiato alla sua moto.
«La vicina. Sono la vostra vicina.»
«Sei la sorella di Tracy Reed?»
Ovvio. Non poteva non notare Tracy. Io sono bionda, ma Tracy è “una Bionda”. Ovvero: io ho i
capelli color paglia e le stesse lentiggini di papà, mentre Tracy è platinata e pallida. È una profonda
ingiustizia: a vederla si direbbe che non abbia mai preso il sole in vita sua, e invece passa tutta
l’estate in spiaggia.
«Già.» Poi, di punto in bianco, mi domando se anche mia sorella abbia avuto interazioni segrete
con i Garrett. Ma Joel non è biondo, ed essere biondi è il requisito principale per fidanzarsi con
Tracy insieme a una buona tecnica nel tiro di rovescio; quindi probabilmente no. Per sicurezza, però,
chiedo conferma: «Giochi a tennis?»
Joel non sembra stupirsi di quel repentino salto logico: evidentemente è abituato alle ragazze che
perdono il lume della ragione quando se lo ritrovano davanti.
«Male.» Allunga le braccia per prendere Patsy, che a quanto pare ha deciso che un seno vale
l’altro: le sue piccole dita continuano a strattonare ostinatamente il mio bikini.
«Sì, probabilmente il giubbotto di pelle ti rallenta la volée.» Gli porgo la bambina.
Mi rivolge un sarcastico saluto militare. «Sailor Moon, e anche saputella. Mica male.»
Proprio in quel momento una jeep imbocca il vialetto a tutta birra. Alice scende sbattendo la
portiera e si sporge a disincagliare la tracolla della borsetta dalla leva del cambio. Al momento ha i
capelli blu elettrico, raccolti in una coda su un lato della testa. Indossa un top nero con scollo
all’americana e pantaloncini molto corti.
«Lo sapevi, Cleve» sbotta rivolta al conducente della macchina. «Sapevi quali erano i patti.»
Raddrizza la schiena, raggiunge a lunghi passi la porta della cucina e se la sbatte alle spalle. A
differenza dei fratelli è minuta, ma non per questo emana un’aria di minore autorità.
Cleve, un ragazzo mansueto in costume da bagno a stampa hawaiiana e maglietta, sembra ignaro di
quali fossero i patti. Si accascia sul sedile.
Joel mi restituisce Patsy e raggiunge la macchina. «Ehi, mi spiace» dice a Cleve, che gli rivolge un
cenno del capo ma non ribatte niente.
Torno all’irrigatore e mi siedo. George si lascia cadere accanto a me. «Lo sapevi che la tarantola
golia è grande come la tua mano?»
«Jase non ne ha una, vero?»
George sfodera un sorriso abbagliante. «No. Ne aveva una normale, di nome Agnes, ma poi…»
Abbassa la voce in segno di lutto. «…è morta.»
«Sono sicura che adesso è nel paradiso delle tarantole» lo rassicuro subito, e tremo al pensiero di
che aspetto abbia quel posto.
La monovolume della signora Garrett accosta dietro la moto. Scendono quelli che suppongo siano
Duff e Andy, entrambi con le guance arrossate dal vento. A giudicare dai giubbotti di salvataggio,
devono venire dritti dal corso di vela.
George e Harry, i miei leali fan, cantano le mie lodi alla madre. Patsy invece scoppia subito a
piangere, punta un dito accusatore sulla madre e strilla: «Tetta».
«È stata la sua prima parola.» La signora Garrett la prende dalle mie braccia senza curarsi del
costume bagnato. «Un evento memorabile.»
Capitolo Nove

Senza la mamma e Tracy, di sera la casa è così silenziosa che riesco a distinguere ogni suono. Il
crrr… tum del ghiaccio che cade nel distributore del frigorifero. Il passaggio dell’aria condizionata
da una velocità all’altra. Poi un rumore che non mi aspetto, dal momento che sono sdraiata sul letto,
alle dieci di sera, a chiedermi se sia il caso di parlare alla mamma della donna che ho visto con
Clay. È un tum, tum, tum ritmato; viene da fuori, da sotto la mia finestra. La apro, mi arrampico fuori,
guardo giù e vedo Jase, con un martello in mano, che inchioda qualcosa al pergolato. Alza lo
sguardo, con un chiodo tra i denti, e mi saluta con la mano.
Sono felice di vederlo, ma la situazione è un po’ insolita.
«Che combini?»
«C’era un’asse allentata.» Si toglie il chiodo di bocca, lo posiziona sul legno e ricomincia a
martellare. «Non mi sembrava sicuro.»
«Per me o per te?»
«Dimmelo tu.» Dà un ultimo colpo al chiodo, posa il martello sull’erba e in pochi secondi si
arrampica sul pergolato e mi si siede accanto. «Ho sentito che la mia famiglia ti ha fagocitato. Mi
spiace.»
«Figurati.» Mi scosto un po’… sono di nuovo in camicia da notte, mi sento in svantaggio.
«Sono la cosa più bella che ho, ma sanno essere un po’…» Fa una pausa, come se cercasse la
parola giusta. «…travolgenti.»
«Non è facile travolgermi.»
Jase mi guarda, scandagliandomi con quegli occhi verdi. «No, vero?»
Mi rendo conto, seduta lì, che con lui posso essere chi voglio. Poi vedo muoversi qualcosa sulla
sua spalla. «Cos’è?»
Gira la testa. «Ah, Herbie?» Si tira giù dalla spalla uno scoiattolo… un coniglio… insomma,
qualcosa di peloso.
«Herbie?»
«Petauro dello zucchero.» Mi porge la mano, che ora contiene una creaturina simile a uno
scoiattolo volante, con una larga striscia nera sul dorso e gli occhi cerchiati di nero.
Lo accarezzo timidamente.
«Gli piace. È molto… tattile.» Lo culla tra le mani, ruvide e capaci. Per tanti aspetti, Jase Garrett
sembra più un uomo che un ragazzo.
«Sei… una specie… di dottor Doolittle?»
«È solo che mi piacciono gli animali. A te no?»
«Be’, sì, ma non ho uno zoo in camera mia.»
Si gira a guardare la mia stanza e annuisce. «No, certo che no. Che stanza pulita! È sempre così in
ordine?»
Mi metto sulla difensiva, e poi mi rimprovero per essermici messa. «Di solito sì. A volte…»
«Impazzisci un po’ e lasci l’accappatoio sul letto?»
«È capitato.» È così vicino che sento il suo fiato sulla guancia. Il mio stomaco fa un’altra capriola.
«Ho sentito che sei una supereroina.»
«Già. Poche ore con la tua famiglia e ho già i superpoteri.»
«E ti serviranno.» Si posa Herbie sullo stomaco e si appoggia all’indietro sui gomiti. «E poi sai
tuffarti all’indietro.»
«Sì. Ero nella squadra di nuoto.»
Annuisce lentamente, senza smettere di guardarmi. Ogni suo gesto sembra così meditato e attento.
Sono abituata ai ragazzi che si gettano a capofitto nella vita, diciamo così. Charley, che in pratica
stava con me solo perché sperava che andassi a letto con lui; e Michael, sempre alla mercé dei suoi
umori, alternativamente al settimo cielo o in preda alla disperazione più nera.
«Ti va una nuotata?» mi chiede dopo un po’.
«Adesso?»
«Adesso. Nella nostra piscina. Fa caldissimo.»
L’aria è afosa, pesante, e sa di terra. Vediamo un po’. Nuotare. Di notte. Con un ragazzo.
Praticamente un estraneo. E un Garrett, per di più. È impressionante, quante delle regole di mia
madre trasgredirei in un colpo solo.
Diciassette anni di prediche, sermoni e ammonimenti: «Pensa all’impressione che dai, Samantha,
non solo a come ti senti tu. Valuta con intelligenza. Pensa sempre alle conseguenze».
Meno di diciassette secondi per dire: «Vado a prendere il costume».
Cinque minuti dopo sono nel nostro giardino, sotto la finestra di camera mia, ad aspettare
nervosamente il ritorno di Jase. Continuo a guardare il nostro vialetto temendo di vedere dei fari,
Clay che riporta a casa mia madre e mi trova lì impalata in costume da bagno, a tarda sera, in
giardino.
Invece sento il sussurro di Jase: «Ehi» dice, percorrendo il mio vialetto al buio.
«Non hai più Herbie, vero?»
«No, non gli piace l’acqua. Vieni.» Mi conduce oltre la barricata di mia madre, nel vialetto dei
Garrett e nel giardino sul retro, fino all’alta rete di fil di ferro verde che circonda la loro piscina.
«Bene. Sai arrampicarti?»
«E perché ci dobbiamo arrampicare? È la tua piscina. Perché non passiamo dal cancello?»
Jase incrocia le braccia, si appoggia alla rete, mi sorride: un lampo candido nel buio. «Perché così
è più divertente. Se trasgredisci le regole, devi avere la sensazione di farlo.»
Lo guardo sospettosa. «Non sarai uno di quelli che mette le ragazze nei guai solo per divertirsi,
vero?»
«Non lo farei mai. Scavalca. Ti serve aiuto?»
Mi servirebbe, ma non lo ammetto. Infilo il piede in un buco della rete, mi arrampico e mi calo
dall’altra parte. Jase mi segue in un istante. È un ottimo scalatore. Lo sapevo già, penso, ricordando
il pergolato.
Accende le luci della piscina, che contiene vari giocattoli gonfiabili, cosa di cui la mamma si
lamenta sempre. «Non sanno che devono metterli via ogni sera, altrimenti il filtro non funziona? Dio
sa quand’è l’ultima volta che hanno disinfettato quella piscina.»
Ma non sembra sporca. È bellissima, riluce di un color zaffiro nella notte. Mi tuffo subito, nuoto
fino all’altro capo, riaffioro per respirare.
«Sei veloce» mi grida Jase dal centro della vasca. «Gara?»
«Non sarai uno di quelli che vogliono battere le ragazze per dimostrarsi macho, vero?»
«A quanto pare conosci un sacco di gente irritante. Sono solo io, Samantha. Gara?»
«Ci sto.»
Non sono più nella squadra di nuoto da un anno. Gli allenamenti iniziavano a sottrarmi troppo
tempo allo studio, e la mamma ha insistito. Però nuoto ancora ogni volta che posso, e sono sempre
veloce. Ma vince lui. Due volte. Poi vinco io, almeno una volta. Poi smettiamo di gareggiare.
Alla fine Jase esce dalla piscina, tira fuori due asciugamani da un grande bidone di legno e li posa
sull’erba. Mi getto sul mio e guardo il cielo stellato. Fa così caldo che sento premere l’umidità sulla
pelle.
Lui mi si sdraia accanto.
A essere sincera, mi aspetto che ci provi. Charley Tyler mi avrebbe agguantato il reggiseno del
bikini più in fretta di Patsy. Ma Jase piega un braccio dietro la testa e ammira il cielo. «Cos’è
quella?» chiede, indicando con il dito.
«Cosa?»
«Hai detto che ti piace guardare le stelle. Quella cos’è?»
Strizzo gli occhi per vedere dove punta il dito. «Il Dragone.»
«E quella?»
«La Corona Boreale.»
«E laggiù?»
«Lo Scorpione.»
«Sei davvero un’astrofisica. E quella laggiù?»
«Norma.»
Scoppia a ridere. «Davvero?»
«Sei tu quello che aveva una tarantola di nome Agnes. Sì, davvero. Norma, o Regolo.»
Si gira sul fianco per guardarmi. «Come hai scoperto di Agnes?»
«George.»
«Ovviamente. George spiattella tutto.»
«Adoro George.»
Okay, ora il suo viso è a un centimetro dal mio. Se adesso alzassi la testa, e mi piegassi un po’
da questa parte… ma non lo farò, perché non voglio essere quella che lo fa. Non lo sono mai stata e
non ho intenzione di cominciare adesso. Guardo Jase e mi domando se si avvicinerà ulteriormente.
Poi vedo i fari che svoltano la curva del nostro vialetto.
Scatto in piedi. «Devo andare a casa. Subito.» Mi assale il panico. La mamma controlla sempre in
camera mia prima di andare a dormire. Corro alla rete, cerco di aprire il cancello, poi sento Jase che
mi agguanta per la vita e mi solleva verso il bordo della palizzata di mia madre, finché riesco a
portare una gamba dall’altra parte.
«Fa’ piano. Ce la fai, non preoccuparti.» Parla in tono suadente: probabilmente quello che usa per
rassicurare gli animali.
Atterro dall’altra parte e mi metto a correre verso il pergolato.
«Samantha!»
Mi volto, ma vedo solo la cima della sua testa oltre la palizzata.
«Attenta al martello. È ancora nell’erba. Grazie della gara.»
Annuisco, saluto con un rapido gesto della mano e continuo a correre.
Capitolo Dieci

«Samantha! Samantha.» Tracy entra di corsa nella mia stanza. «Dov’è il tuo top blu scuro, quello
scollato sulla schiena?»
«Nel cassetto, Trace. Perché me lo chiedi?» rispondo in tono conciliante. Tracy sta facendo i
bagagli per Martha’s Vineyard, mezz’ora prima che Flip venga a prenderla. Tipico. Secondo lei la
primogenitura le dà il diritto di requisire ogni mio capo d’abbigliamento, purché io non lo indossi al
momento.
«Te lo prendo, okay? Solo per quest’estate, te lo ridò in autunno, promesso.» Apre il cassetto del
mio comò, rovista tra i vestiti, tira fuori non solo il top blu ma anche alcuni bianchi.
«Certo, perché in autunno mi servirà moltissimo, un top senza maniche. Rimetti dentro gli altri.»
«Dai! Ho bisogno di altri vestiti bianchi, giocheremo molto a tennis.»
«Ho sentito che ultimamente a Vineyard hanno persino aperto dei negozi.»
Tracy mi guarda male e rimette le magliette nel cassetto, gira sui tacchi e torna nella sua stanza.
L’anno scorso dava lezione di tennis al B&T, e d’un tratto mi rendo conto che sarà strano non vederla
più lì, oltre che a casa. A tutti gli effetti, mia sorella se n’è già andata.
«Mi mancherai» le dico mentre tira via i vestiti dalle grucce e li getta a casaccio in una valigia
della mamma, incurante del monogramma GCR in bella vista.
«Ti manderò una cartolina.» Apre una federa e corre in bagno, ci infila dentro la piastra per
capelli, il ferro caldo per fare i ricci e lo spazzolino elettrico. «Spero che non ti mancherò davvero,
Samantha. È l’estate prima del diploma. Lascia perdere la mamma, scatenati. Goditi la vita.» Mi
punta addosso la scatolina delle pillole anticoncezionali.
Brr. Non ci tengo a ricordare che mia sorella ha una vita sessuale.
Infila la scatolina nella federa e la chiude con un nodo. Poi incurva le spalle e sembra
improvvisamente vulnerabile. «Mi sa che sto facendo troppo sul serio con Flip. Passare tutta l’estate
con lui… forse non è una buona idea.»
«A me sta simpatico Flip» dico.
«Sì, piace anche a me, ma voglio che mi piaccia solo fino alla fine di agosto. Andrà all’università
in Florida, e io nel Vermont.»
«Aerei, treni, macchine…» suggerisco.
«Odio le relazioni a distanza, Samantha, sono sempre un casino. E poi ti metti in testa che ha
conosciuto qualcuna al college e ti comporti da scema.»
«Fidati di lui, Trace. Sembra che ti voglia molto bene.»
Sospira. «Lo so. L’altro giorno in spiaggia mi ha portato una rivista e un ghiacciolo. Che tenero. È
stato allora che ho capito che forse faccio troppo sul serio.»
Ooops.
«Non puoi aspettare di vedere come va?»
Fa un sorriso triste. «Mi sembra di ricordare che quando tu uscivi con Charley avevi una specie di
tabella di marcia per le tappe che intendevi concedergli.»
«Charley ne aveva bisogno, altrimenti avrebbe provato a togliermi la verginità nella Prius di suo
padre nel nostro vialetto prima ancora del primo appuntamento.»
Ridacchia. «Era proprio fissato. Ma aveva delle splendide fossette. Ci sei andata a letto, poi?»
«No, mai.» Come fa a essersene dimenticata? Sono quasi offesa. Io ricordo ogni dettaglio della
vita sentimentale di Tracy, compresa quell’estate traumatica di due anni fa quando è uscita con tre
fratelli: ai primi due ha spezzato il cuore e il terzo l’ha spezzato a lei.
Flip suona il clacson dal vialetto, usanza che in generale la mamma disapprova, ma che tollera da
parte sua.
«Aiuto! Sono in ritardo… Devo andare! Ti voglio bene!» Tracy si fionda giù per le scale facendo
più rumore di un elefante in scarpe da tip tap. Non ho mai capito come faccia mia sorella, magra e
non troppo alta, a fare tutto quel baccano sulle scale. Abbraccia la mamma per un secondo, corre alla
porta e grida: «Arrivo, Flip! Vale la pena di aspettarmi, te lo giuro!»
«Lo so, bellezza!» grida lui di rimando.
Tracy torna da me, mi schiocca un bacio sulla guancia, si tira indietro per guardarmi. «Sei sicura
per le magliette bianche?»
«Sì. Vai!» dico. E con un frusciar di gonna e una porta sbattuta, lei se ne va.

«E insomma, ad agosto al liceo di Stony Bay c’è una simulazione degli esami di ammissione al
college» dice Nan mentre andiamo al B&T. Siamo passate da Doane e lei sta bevendo il suo frappè
al biscotto e panna mentre io sgranocchio il ghiaccio di una granita al lime.
«Mamma mia, che angoscia. È estate, Nan.» Alzo il viso verso il cielo, respiro l’aria tiepida. La
bassa marea. Il profumo del fiume scaldato dal sole.
«Lo so» ribatte «ma è solo una mattina. All’ultima simulazione ero a casa con l’influenza e ho fatto
solo millenovecento punti. Non bastano. Non per la Columbia.»
«Non puoi farla online?» Mi piace la scuola, e voglio bene a Nan, ma preferirei non pensare agli
esami e al college fino a settembre.
«Non è la stessa cosa. Lì c’è un tutor e tutto quanto. Le condizioni sono identiche all’esame vero.
Potremmo farlo insieme. Sarebbe divertente.»
Le sorrido e le rubo il frappè per assaggiarlo. «È questa la tua idea di divertimento? Non
potremmo, che ne so, nuotare in acque infestate dagli squali?»
«Per favore. Lo sai che gli esami mi spaventano da morire. Mi farebbe bene esercitarmi in
circostanze realistiche. E mi sento sempre meglio quando so che ci sei tu con me. Ti pago io
l’iscrizione. Ti preeeego, Samantha?!»
Borbotto che ci penserò. Siamo arrivate al B&T, e prima di iniziare il lavoro dobbiamo compilare
dei moduli. E c’è anche un’altra cosa che voglio fare.
Quando busso alla porta dell’ufficio del signor Lennox sto sudando freddo, e mi guardo intorno
sentendomi in colpa.
«Avanti!» dice il signor Lennox. Sembra sorpreso di vedermi.
«Be’, buon giorno, signorina Reed. Lo sa che il suo primo giorno di lavoro è la prossima
settimana?»
Entro nell’ufficio e mi dico, come sempre, che dovrebbero dare al signor Lennox una scrivania più
piccola. Non è per niente alto, e quell’enorme tavolo di quercia intagliata lo fa sembrare ancora più
minuto.
«Lo so» rispondo, sedendomi. «Sono passata solo per compilare i moduli. E mi chiedevo…
Devo… Speravo di rientrare nella squadra di nuoto, quest’anno. Quindi voglio allenarmi. Mi
domandavo se magari potessi arrivare un’ora in anticipo, prima che apra il club, e nuotare
nell’Olimpica?» Il signor Lennox si appoggia allo schienale, impassibile. «Insomma, posso nuotare
nell’oceano e nel fiume, ma devo tenere il tempo, ed è più facile se conosco la distanza e la
velocità.»
Si appoggia la punta delle dita sotto il naso. «La piscina apre alle dieci del mattino.»
Cerco di non incurvare le spalle. Nuotare con Jase l’altra sera – competere, anche se in maniera
non aggressiva – è stato bellissimo. Mi è dispiaciuto molto rinunciare alla squadra di nuoto. I miei
voti in matematica e scienze erano un po’ calati a metà del primo semestre, e quindi la mamma ha
insistito. Ma forse, se mi impegno molto…
Il signor Lennox continua: «D’altro canto, sua madre è un membro molto stimato del nostro
consiglio di amministrazione…» Allontana le mani dal viso per il tempo sufficiente a mostrarmi un
accenno di sorriso. «E lei è sempre stata un’ottima dipendente. Può usare la piscina, a patto di
attenersi alle altre regole: fare prima una doccia, usare la cuffia e Non Far Sapere ad Anima Viva
del Nostro Accordo.»
Scatto in piedi. «Grazie, signor Lennox. Non lo dirò a nessuno, glielo prometto. Cioè, farò tutto
quel che dice. Grazie.»
Nan mi aspetta fuori. Quando mi vede sorridere esclama: «Ti rendi conto che probabilmente
questa è la prima volta in vita sua che Lennox trasgredisce una regola? Non so se congratularmi con
lui o continuare a compatirlo».
«Ci tenevo davvero» ammetto.
«Sei sempre più radiosa quando nuoti. E sei anche più in forma» aggiunge in tono disinvolto. «Ti
farà bene.»
Mi volto a guardarla, ma mi ha già oltrepassata nel corridoio.

Il giorno dopo al Breakfast Ahoy ho il turno dalle nove all’una anziché quello dalle sei alle undici. In
attesa di uscire, decido di prepararmi un frappè mentre la mamma legge accigliata i messaggi sul suo
telefono. È la prima volta che la vedo da giorni, e mi domando se sia il momento giusto per parlarle
di Clay. Decido di farlo proprio mentre lei chiude il cellulare di scatto e apre la porta del frigo,
tamburellando un sandalo a terra. Fa sempre così davanti al frigo, come se aspettasse che le fragole
gridino: «Mangiaci!», o che il succo d’arancia si versi da solo in un bicchiere.
Tap. Tap. Tap.
Anche quella è una tecnica che usa spesso: un silenzio così rumoroso che qualcuno deve iniziare a
parlare per riempirlo. Apro di nuovo la bocca, ma con mia sorpresa è lei a parlare per prima.
«Tesoro. Stavo pensando a te.»
E dal modo in cui lo dice, non riesco a trattenermi: «Ai miei programmi per l’estate?» chiedo, e
subito mi sento in colpa per il sarcasmo.
La mamma tira fuori un cartone di uova, lo fissa, lo rimette in frigo.
«Anche, certo. Questa tornata elettorale non sarà facile. Non è come la prima volta, quando l’unico
rivale era quel pazzo ultraliberale. Rischio di perdere il seggio, se non mi impegno. Ecco perché
sono così grata di avere Clay. Devo concentrarmi, e devo sapere che voi ragazze siete a posto.
Tracy…» Tamburella di nuovo il piede. «Clay dice che non devo preoccuparmi. Lasciarla andare.
Dopotutto andrà al college in autunno. Ma tu… Come faccio a spiegartelo in modo che tu possa
capire?»
«Ho diciassette anni, capisco tutto.» Rivedo Clay e quella donna. Come faccio a entrare in
argomento? Mi chino davanti a lei a prendere le fragole.
La mamma mi dà un pizzicotto sulla guancia. «È quando dici queste cose che ricordo quanto sei
piccola.» Poi si ammorbidisce. «So che faticherai ad abituarti all’assenza di Tracy. Anch’io. Ci sarà
molto silenzio, qui dentro. Capisci che dovrò lavorare sodo tutta l’estate, vero, tesoro?»
Annuisco. La casa sembra già vuota, senza Tracy che canta stonata nella doccia e i suoi talloni che
martellano sulle scale.
La mamma tira fuori l’acqua filtrata dal frigo e la versa nel bollitore. «Clay dice che posso far
meglio di così. Che potrei fare davvero carriera. Diventare qualcosa di più della ricca signora che si
è comprata un posto al Senato.»
Un mucchio di editoriali sui giornali hanno detto proprio così, dopo la sua prima vittoria. Quando
li ho letti ho provato vergogna, e ho nascosto il giornale sperando che la mamma non lo vedesse. Ma
ovviamente l’ha visto.
«Era tanto tempo che qualcuno non mi capiva davvero» riprende lei all’improvviso, lì in piedi con
la caraffa dell’acqua. «Tuo padre… be’, credevo di sì. Ma poi… dopo di lui… Hai da fare, e
invecchi… e nessuno ti guarda più. Tu e Tracy… lei andrà al college quest’autunno. E tra un anno
toccherà a te. E io mi dico… È il loro turno, adesso? Quand’è stato il mio? Clay ha accettato subito
l’idea che io abbia due figlie adolescenti. Lui vede me, la vera me, Samantha. Non so spiegarti
quant’è bello.» Si volta a guardarmi, e non l’ho mai vista… così radiosa.
Come faccio a dire: “Be’, mamma… credo che Clay veda anche qualcun’altra”? Penso a Jase
Garrett, che sembra capirmi senza bisogno che io apra bocca. La mamma si sente così con Clay? Ti
prego, fa’ che non sia un viscido dongiovanni.
«Sono contenta per te, mamma» dico. Premo il pulsante del frullatore e la cucina si riempie del
rumore di fragole e ghiaccio tritati.
Lei mi scosta i capelli dalla fronte, posa la caraffa filtrante e resta accanto a me finché non spengo
il frullatore. Poi, silenzio.
«Voi due, tu e Tracy» dice infine, da dietro le mie spalle, «siete la cosa migliore che mi sia mai
successa. Dal punto di vista personale. Ma c’è altro, al di là della vita privata. Non voglio che voi
siate le uniche cose che mi succedono. Voglio…»
Lascia la frase in sospeso, e quando mi volto la vedo fissare il vuoto, smarrita nei pensieri.
All’improvviso ho paura per lei. Con quell’espressione trasognata, sembra un’altra: non mia madre,
la regina dell’aspirapolvere che snobba i Garrett e qualsiasi forma di incertezza. In realtà ho visto
Clay solo due volte. Ha un certo fascino, ma a quanto pare lo aveva anche mio padre. La mamma l’ha
sempre detto con rancore – «Vostro padre aveva fascino» – come se il fascino fosse una sostanza
illegale con cui l’aveva abbindolata.
Mi schiarisco la voce. «Allora» dico, in quello che spero sia un’inflessione disinvolta e
spontanea, non il tono di chi cerca informazioni, «quanto sai sul conto di Clay Tucker?»
La mamma gira di scatto gli occhi verso di me. «Perché me lo chiedi, Samantha? Non mi sembra
siano affari tuoi.»
Ecco perché non le domando mai niente. Infilo il cucchiaio nel frappè, schiaccio un pezzetto di
fragola contro il bordo del bicchiere. «Solo una curiosità. Sembra…»
Un potenziale disastro? Più giovane? Probabilmente non è carino dirlo così. Ma esiste un modo
carino per dirlo? Quindi non finisco la frase: di solito è la tecnica con cui la mamma ci costringe a
sputare il rospo. Incredibilmente, funziona anche con lei.
«Be’, una cosa che so è che ha fatto molta strada, per essere così giovane. È stato consigliere del
Congresso nazionale dei repubblicani nell’ultima campagna, ha conosciuto l’ex presidente Bush nel
suo ranch a Crawford…»
Bleah. Tracy prendeva sempre in giro la mamma per il tono reverente con cui parlava dell’ex
presidente: «La mamma ha una cotta per il Comandante in Capo!» Io ero sempre troppo disgustata
per buttarla sul ridere.
«Clay Tucker è un uomo importante. Non riesco a credere che trovi del tempo da dedicare alla mia
piccola campagna.»
Rimetto le fragole in frigo e giro il frappè con il cucchiaio, in cerca di altri pezzi di frutta sfuggiti
al frullatore. «Come c’è finito a Stony Bay?» Si è portato dietro una moglie? Una fidanzata dal
paesello natio?
«Ha comprato ai suoi genitori una casa per le vacanze a Seashell Island.» La mamma apre il frigo
e sposta le fragole dal secondo al terzo ripiano. «Sai, quell’isoletta più a valle? Era stanco, lavorava
troppo, quindi è venuto qui per una vacanza.» Sorride. «Poi ha letto della mia corsa al Senato e non
ha resistito.»
Alla campagna? O alla mamma? Forse è un agente segreto che cerca di screditarla. Ma non
funzionerebbe mai: la mamma non ha scheletri nell’armadio.
«Si può fare?» chiedo, mangiando una fragola rimasta intera. «Che voi… be’, usciate insieme e lui
ti faccia da consulente? Credevo fosse vietato.»
La mamma è sempre stata inflessibile sulla separazione tra vita politica e vita privata. Qualche
anno fa, Tracy si è dimenticata i soldi per pagare il noleggio dei pattini alla pista McKinskey, e il
gestore, un elettore della mamma, le ha detto di non preoccuparsi. Il giorno dopo la mamma è tornata
lì con Tracy e ha pagato il prezzo pieno, anche se Trace aveva pattinato fuori dall’orario di apertura.
Aggrotta le sopracciglia. «Siamo adulti consenzienti, Samantha. Entrambi single. Non
contravveniamo a nessuna regola.» Alza il mento e incrocia le braccia. «Non mi piace il tuo tono.»
«Io…» Ma ha già acceso l’aspirapolvere, che ruggisce come un 747 al decollo.
Mi tengo occupata con il frappè e mi chiedo dove abbia sbagliato. La mamma ha voluto sapere
tutto su Charley e Michael quando stavo con loro, per non parlare di alcuni dei fidanzati meno
raccomandabili di Tracy. Ma quando si tratta di lei…
L’aspirapolvere emette un verso strozzato, gutturale, e si spegne di colpo. La mamma lo scuote, lo
spegne, lo stacca dalla presa, riprova, ma niente.
«Samantha!» grida. «Tu ne sai qualcosa?» Che, lo so per esperienza, significa: «È colpa tua?»
«No, mamma. Sai che non lo tocco mai.»
Lo scuote di nuovo, con fare accusatorio. «Ieri sera funzionava benissimo.»
«Io non l’ho usato, mamma.»
Alza la voce. «E allora cosa gli prende? Di tutti i momenti in cui poteva rompersi! Clay viene a
cena con alcuni potenziali donatori per la campagna, e la stanza è pulita solo a metà.» Sbatte a terra
l’aspirapolvere.
Come al solito, il salotto è immacolato. Non si capisce neanche quale sia la metà appena pulita.
«Non preoccuparti, mamma: non se ne accorgeranno neppure.»
Lei sferra un calcio all’aspirapolvere e mi guarda storto. «Me ne accorgerò io.»
Oookay.
«Mamma.» Sono abituata ai suoi scatti di nervi, ma questo sembra peggio del solito.
Di punto in bianco stacca l’aspirapolvere dalla presa, raccoglie il cavo, attraversa la stanza e lo
getta fuori dalla porta di casa. Lo vedo atterrare con un tonfo sul vialetto. Fisso mia madre.
«Non devi andare al lavoro, Samantha?»
Capitolo Undici

E poi, ovviamente, il lavoro è più irritante del solito perché arrivano Charley Tyler e un mucchio
di ragazzi della scuola. Io e Charley ci siamo lasciati in modo civile, ma questo non basta a evitare
gli sguardi fissi, i “Fermi tutti, ciurma! Cosa vedo dal mio cannocchiale?” e varie altre battutacce
sulla mia divisa piratesca in tema con il locale, tra cui il desiderio che io mi “arrampichi sul suo
albero maestro”. Naturalmente sono seduti a uno dei miei tavoli, il numero otto, e mi costringono a
portar loro in continuazione altra acqua, altro burro e altro ketchup, solo per infastidirmi.
Alla fine se ne vanno, e grazie a Dio lasciano una bella mancia. Charley mi fa l’occhiolino e gli si
formano le fossette. «L’offerta dell’albero maestro è ancora valida, Sammy-Sam.»
«Va’ al diavolo, Charley.»
Sto ripulendo il loro sporchissimo tavolo quando qualcuno mi strattona da dietro per la cintura.
«Ehi, ragazzina.»
Tim non si è rasato, non si è pettinato, ha ancora addosso i vestiti dell’ultima volta che l’ho visto:
pantaloni di flanella del pigiama, inadatti al clima estivo. Ed è chiaro che non sono passati dalla
lavatrice.
«Ehi, riccona, ho bisogno di soldi.»
È un colpo basso. Tim lo sa, o lo sapeva, quanto odio essere chiamata così: mi ci chiamavano i
ragazzi delle squadre di nuoto avversarie. «Non ti do un centesimo, Tim.»
«Perché sennò li spendo per bere, giusto?» chiede lui con una vocetta stridula e sarcastica,
imitando la mamma quando vede i senzatetto a New Haven. «Sai che non è detto. Potrei comprarci
l’erba. E se tu sei generosa e io sono fortunato, forse addirittura la coca. Dai, allungami un
cinquantone.» Si appoggia al bancone, incrocia le braccia e mi guarda con il mento alzato.
Sostengo il suo sguardo. È una gara? Poi all’improvviso lui si tuffa verso la tasca della mia gonna,
dove tengo le mance. «Sono spiccioli, per te. Non so neppure chi te lo fa fare di lavorare, Samantha.
Dammi solo qualche verdone.»
Mi tiro indietro così di scatto che temo di strappare quella stoffa da quattro soldi. «Tim! Smettila,
lo sai che non te li do.»
Scrolla la testa. «Una volta eri simpatica, quand’è che sei diventata così stronza?»
«Quando tu sei diventato un idiota.» Lo oltrepasso reggendo un vassoio pieno di piatti sporchi. Mi
vengono le lacrime agli occhi. Non piangere, mi dico. Ma Tim mi conosceva meglio di chiunque
altro.
«Problemi?» chiede Ernesto il cuoco, alzando gli occhi dalle sei padelle che ha sul fuoco
simultaneamente. Il Breakfast Ahoy non è un ristorante salutista.
«Solo un imbecille.» Lascio cadere rumorosamente il vassoio nel contenitore dei piatti sporchi.
«Sai che novità. Questa città è piena di gentaglia snob che…»
Oops. Ho involontariamente premuto il pulsante “filippica preferita” di Ernesto. Smetto di
ascoltarlo, mi stampo un sorriso in faccia e torno da Tim, ma vedo solo l’orlo sporco dei pantaloni
del pigiama e poi la porta che sbatte. Sul tavolo accanto alla porta c’è un mucchietto di monetine, e
qualcun’altra a terra. Il resto delle mance è andato.
Qualche settimana dopo l’inizio della seconda media, alla Hodges, prima che espellessero Tim, un
giorno avevo dimenticato i soldi per il pranzo e stavo cercando Tracy o Nan. Invece avevo incontrato
Tim, seduto tra i cespugli con la gente meno raccomandabile della scuola; ma a quanto ne sapevo,
all’epoca Tim era pulito quanto me e Nan. Al centro del gruppetto c’era Drake Marcos, un ragazzo
dell’ultimo anno che girava sempre con altri drogati. Ne avrebbe avute di cose da raccontare, nel
tema per l’ammissione al college.
«Ehi, è la sorella di Tracy Reed. Datti una calmata, sorella di Tracy Reed. Sembri tesa. Ti devi
rilassaaare» aveva detto Drake. Gli altri erano scoppiati a ridere, come se fosse una battuta
esilarante. Avevo scoccato un’occhiata a Tim, che si stava fissando i piedi.
«Divertiti un po’, sorella di Tracy Reed.» Drake mi aveva sventolato sotto il naso un sacchetto
di… non so neppure cosa.
Avevo blaterato qualcosa sul fatto di dover andare a lezione e Drake mi aveva presa in giro,
spalleggiato dai suoi leali tirapiedi.
Stavo per andarmene, ma poi mi ero girata verso Tim, che guardava ancora a terra. «Vieni» gli
avevo detto.
Solo allora mi aveva guardata. «Vaffanculo, Samantha.»
Capitolo Dodici

Ci metto un po’ a riprendermi dalla visita di Tim. Ma al Breakfast Ahoy non c’è mai un attimo di
pace, e questo aiuta.
Oggi però succedono solo cose brutte.
La mattinata prevede, tra l’altro, una cliente che si indigna perché non le permettiamo di far sedere
il suo barboncino al tavolo con lei, e un uomo con due bambini piccoli e rumorosissimi che mi tirano
addosso lo zucchero e la marmellata e spruzzano senape e ketchup nel portatovaglioli.
Tornando a casa, controllo i messaggi sul cellulare e ne trovo uno della mamma che sembra ancora
arrabbiata e mi ingiunge di fare le pulizie: «La casa dev’essere immacolata» sottolinea. E poi: «Non
farti trovare, perché Clay viene con i finanziatori».
Mia madre non mi aveva mai chiesto di non farmi trovare in casa. Sarà perché le ho domandato di
Clay? Percorro il vialetto riflettendoci e poi vedo l’aspirapolvere ancora abbandonato, riverso a
terra come un senzatetto.
«Samantha!» mi chiama Jase dall’altra parte della staccionata. «Stai bene? A guardarti, sembra
che tu abbia passato una giornataccia sulla nave dei pirati.»
«Basta con le battute sui pirati, per favore. Credimi, le ho già sentite tutte.»
Si avvicina sorridendo e scrolla la testa. Oggi indossa una maglietta bianca che lo fa sembrare
ancora più abbronzato. «Non ne dubito. Ma sul serio, stai bene? Sei un po’… arruffata, ed è strano
per te.»
Gli spiego che devo pulire la casa e non farmici trovare dentro. «E l’aspirapolvere è rotto»
brontolo, tirando un calcio all’apparecchio.
«Te lo riparo io. Vado a prendere la cassetta degli attrezzi.» Corre via prima che io possa
ribattere. Entro in casa, mi tolgo la divisa da marinaretta e mi metto un prendisole celeste. Sto
versando la limonata quando Jase bussa.
«Sono in cucina!»
Entra portando in braccio l’aspirapolvere come se fosse la vittima di un incidente, la cassetta degli
attrezzi appesa al pollice. «Qual è la parte di casa non pulita?»
«Mia madre è un po’ fissata.»
Annuisce, inarca un sopracciglio ma non dice niente. Posa l’aspirapolvere sulle piastrelle, apre la
cassetta e piega la testa di lato, evidentemente in cerca dell’utensile giusto. Gli fisso i muscoli delle
braccia e, improvvisamente, sento un tale bisogno di accarezzarli che mi faccio paura da sola. Invece
spruzzo il disinfettante sul bancone della cucina e inizio a strofinare. Scompari, macchia maledetta!
Ripara l’aspirapolvere in meno di cinque minuti. A quanto pare la causa del guasto era uno dei
gemelli da polsino di Clay. Cerco di non pensare alla mamma che gli strappa la camicia in una
smania erotica di mezz’età. Poi Jase mi aiuta a ripulire il già pulitissimo piano terra.
«È già tutto così perfetto che non mi sembra di fare progressi» dice, passando l’aspirapolvere
sotto il sedile di una poltrona mentre io sprimaccio i cuscini già perfettamente allineati. «Forse
dovremmo portare qui George e Patsy, a giocare con la plastilina e i pastelli a cera e poi a preparare
i biscotti: così ci sarebbe qualcosa da pulire.»
Quando abbiamo finito mi chiede: «Hai un coprifuoco?»
«Le undici» dico, e non capisco: è il primo pomeriggio.
«Allora prendi una giacca e il costume da bagno.»
«Che facciamo?»
«Non devi farti trovare in casa, giusto? Vieni a smarrirti tra la folla in casa mia, e poi ci
inventeremo qualcos’altro.»

Come sempre, il contrasto tra il nostro giardino e quello dei Garrett è estremo: come Dorothy nel
Mago di Oz, che esce dal bianco e nero e si ritrova in un mondo in Technicolor. Alice sta giocando a
frisbee con un ragazzo. Dalla piscina provengono strilli e urletti. Harry prende a botte un punching
ball di quelli con il treppiede, ma colpendolo con una racchetta da tennis. Alice lancia il frisbee a
Jase, che lo prende al volo e lo getta al ragazzo: che non è Cleve, quello-che-sapeva-quali-erano-i-
patti, ma un mastodontico giocatore di football. Sento la signora Garrett: «George! Cosa abbiamo
detto sulla pipì in piscina?»
Poi la controporta si apre di schianto e Andy esce di corsa, con cinque o sei costumi da bagno tra
le braccia. «Alice! Devi aiutarmi!»
Sua sorella la guarda con sufficienza. «Scegline uno a caso, Andy. Andrà benissimo. È solo un
appuntamento.»
Andy, una graziosa quattordicenne con l’apparecchio, scuote la testa e sembra sul punto di
piangere. «Un appuntamento con Kyle. Kyle, Alice! Nessuno mi aveva mai chiesto di uscire, e
adesso… e tu non vuoi nemmeno aiutarmi.»
«Che succede, Ands?» Jase le si avvicina.
«Kyle Comstock. Hai presente, quello del corso di vela? Ho quasi cappottato la barca per
guardarlo, mi piace da tre anni. Mi ha invitata in spiaggia e poi al Clam Shack. Ma Alice non vuole
aiutarmi, e la mamma dice solo che devo mettermi la crema solare.»
Alice scrolla la testa con impazienza. «Coraggio, Brad, andiamo a fare il bagno.» Lei e il
giocatore di football si avviano verso la piscina.
Jase mi presenta Andy, che punta su di me i suoi occhi nocciola pieni di ansia. «Puoi aiutarmi tu?
Dovrebbero proibire i costumi da bagno al primo appuntamento. È una vera ingiustizia.»
«Hai ragione. Fammi vedere cos’hai» le dico.
Andy posa a terra i costumi. «Tre interi e due bikini. La mamma dice che i bikini non vanno bene.
Tu che ne pensi, Jase?»
«Niente bikini a un primo appuntamento.» Annuisce. «Sono sicuro che è una regola. O dovrebbe
esserlo. Per le mie sorelle, almeno.»
«Lui com’è?» le domando, valutando gli altri costumi.
«Kyle? Oh, be’, sai. Perfetto?» Agita le mani.
«Devi essere più specifica, Ands» dice secco Jase.
«Simpatico. Sportivo. Amico di tutti. Carino, ma non si comporta come se lo sapesse… Uno di
quelli che fanno ridere tutti senza sforzarsi troppo.»
«Quello.» Indico il costume olimpionico rosso.
«Grazie. E dopo la spiaggia? Mi metto un vestito? Mi trucco? Che gli dico? Perché ho accettato?
Odio le vongole!»
«Prendi un hot dog» le consiglia Jase. «Costa di meno. Apprezzerà.»
«Niente trucco. Non ne hai bisogno» aggiungo io. «Soprattutto dopo la spiaggia. Mettiti un po’ di
balsamo sui capelli per lasciare l’effetto bagnato. Un vestito va bene. Fagli molte domande su di lui.»
«Mi hai salvato la vita. Ti sarò debitrice per l’eternità» dice convinta Andy, e corre in casa.
«Sono affascinato. Come hai fatto a scegliere il costume?» mi chiede Jase a voce bassa.
«Ha detto che lui è un tipo sportivo» rispondo. La sua voce così vicina all’orecchio mi fa fremere
la pelle sulla nuca. «E poi il rosso farà risaltare i capelli scuri e l’abbronzatura. Sono quasi
invidiosa: mia madre dice che le bionde non possono vestirsi di rosso.»
«E io che pensavo che Sailor Moon potesse fare qualsiasi cosa.» Jase apre la porta della cucina e
mi fa cenno di entrare.
«Purtroppo, i miei poteri sono limitati.»
«Puoi assicurarti che questo Kyle Comstock sia un bravo ragazzo? Quello sarebbe un potere utile.»
«Eccome, lo userei con il fidanzato di mia madre. Ma no.»
Senza dire altro Jase si dirige verso le scale, e io, ammaliata come da un incantatore di serpenti, lo
seguo di nuovo verso la sua stanza. In corridoio incontriamo Duff, con gli occhi sbarrati. Ha i capelli
castani di famiglia, un po’ lunghi, e occhi verdi e rotondi. È più tarchiato di Jase e molto più basso.
«Voldemort è fuggito» annuncia.
«Porca miseria.» Jase sembra agitato, e non capisco perché, visto che l’ultimo Harry Potter è
uscito da un pezzo. «L’hai tolto dalla gabbia?» Jase raggiunge con due lunghe falcate la porta di
camera sua.
«Solo per un momento. Per vedere se stava per cambiare pelle.»
«Duff, lo sai che non si fa.» Jase è in ginocchio a guardare sotto il letto e il comò.
«Voldemort è…» chiedo a Duff.
«La serpe del grano di Jase. Il nome gliel’ho dato io.»
Devo fare appello a tutto il mio autocontrollo per non saltare sul comò. Jase sta frugando
nell’armadio. «Gli piacciono le scarpe» spiega senza voltarsi.
Voldemort, il serpente feticista. Fantastico.
«Vado a chiamare la mamma?» Duff è già sulla soglia.
«No, l’ho trovato.» Jase emerge dall’armadio con il serpente arancione, bianco e nero avvolto
intorno al braccio. Arretro di vari passi.
«È molto timido, Samantha. Non preoccuparti. Assolutamente innocuo. Vero, Duff?»
«Vero.» Duff mi guarda serio. «Le serpi del grano sono animali da compagnia molto mansueti e
intelligenti. Hanno solo una brutta reputazione. Come i ratti, o i lupi.»
«Mi fido sulla parola» bofonchio, guardando Jase che srotola il serpente e lo infila nella gabbia,
dove si acciambella come un grosso braccialetto dall’aria letale.
«Posso stampare qualcosa da Internet, se vuoi saperne di più» mi assicura Duff. «L’unico difetto
delle serpi del grano è che a volte defecano quando sono stressate.»
«Duff, per favore, va’ via» dice Jase.
Lui se ne va a capo chino. Subito dopo entra Joel: indossa una maglietta nera aderente, jeans neri
ancor più aderenti e un’espressione irritata.
«Pensavo che l’avessi riparata. Devo andare a prendere Giselle tra dieci minuti.»
«Funzionava» dice Jase.
«Adesso no, fratello. Da’ un’occhiata.»
Jase mi guarda con aria di scuse. «La motocicletta. Accompagnami a controllarla.»
Anche stavolta ci mette pochi minuti a svitare e riavvitare e la motocicletta riprende vita. Joel
balza in sella, dice una parola che potrebbe essere “grazie” ma è impossibile sentirla sopra il rombo
del motore, e parte a tutta velocità.
«Come hai fatto a diventare così bravo in tutto?» chiedo a Jase mentre si pulisce le mani su uno
straccio preso dalla cassetta degli attrezzi.
«In tutto» ripete lui pensieroso.
«A riparare le cose…» Indico la moto e poi casa mia, per riferirmi all’aspirapolvere.
«Sai, mio padre ha un negozio di ferramenta. Parto avvantaggiato.»
«È anche il padre di Joel» gli faccio notare. «Ma sei tu quello che ripara la moto. E si prende cura
di tutti quegli animali.»
Gli occhi verdi di Jase incontrano i miei, le sue ciglia si abbassano. «Forse è perché mi piacciono
le cose che richiedono tempo e attenzione. Valgono di più.»
Non so perché, ma qualcosa in quelle parole mi fa arrossire.
Harry corre verso di noi. «Mi insegni a tuffarmi all’indietro, Sailor Moon? Me lo insegni adesso,
vero?»
«Harry, Samantha non…»
«Non importa» dico subito, felice di avere qualcosa da fare a parte sciogliermi in una pozzanghera
sul vialetto. «Vado a prendere il costume.»
Harry è un allievo entusiasta, anche se i suoi tuffi da davanti sono ancora nella fase “mani giunte e
atterra di pancia”. Pretende che gli mostri ripetutamente come si fa il tuffo all’indietro, mentre la
signora Garrett sguazza con George e Patsy nel lato meno profondo. Jase fa qualche vasca e poi resta
a guardarci. Alice e il suo Brad si sono dileguati.
«Lo sapevi che l’orca assassina di solito non uccide gli esseri umani?» grida George dai gradini
della piscina.
«L’ho sentito dire, sì.»
«Non gli piace il nostro sapore. E lo sapevi che gli squali più pericolosi per l’uomo sono il grande
squalo bianco, il tigre, il martello e il leuca?»
«Lo sapevo, George» dico, posando una mano sulla schiena di Harry per farlo piegare nella
posizione giusta.
«Ma non ce n’è nessuno in questa piscina» precisa Jase.
«Jase, pensi che dovremmo andare tutti a cena al Clam Shack, per tener d’occhio Andy?» chiede la
signora Garrett.
«La umilieremmo profondamente, mamma.» Jase si appoggia con i gomiti al bordo della vasca.
«Lo so, ma insomma, ha quattordici anni ed esce con un ragazzo! Persino Alice ne aveva
quindici.»
Jase chiude gli occhi. «Mamma. Hai detto che non dovevo più fare il babysitter, questa settimana.
E anche Samantha è in pausa.»
La signora Garrett aggrotta la fronte. «Lo so. Ma Andy è… molto piccola, per avere quattordici
anni. Non conosco affatto quel ragazzo, Comstock.»
Jase sospira e mi scocca un’occhiata.
«Possiamo passare noi al Clam Shack e controllare» mi offro. «Senza dare nell’occhio. Che ne
dice?»
La signora Garrett mi sorride.
«Un appuntamento mascherato da missione di spionaggio?» chiede Jase, dubbioso. «Penso che
potrebbe funzionare. Hai una divisa anche per questo, Samantha?»
Gli schizzo l’acqua addosso, felice che l’abbia definito un appuntamento. Non sono molto più
scafata di Andy. «Niente look alla Lara Croft, se è questo che intendi.»
«Peccato» dice lui, e ricambia gli spruzzi.
Capitolo Tredici

Il padre di Kyle Comstock, un uomo ben piazzato con un’espressione indulgente dipinta sul volto,
accosta pochi minuti dopo la sua BMW nera. Kyle scende ed entra nel giardino sul retro, in cerca di
Andy. È carino, con riccioli biondo scuro e un sorriso contagioso nonostante l’apparecchio.
Andy, che si è messa il costume rosso e un accappatoio di spugna blu scuro, salta in macchina
dopo aver scoccato un’occhiata a me e a Jase, come a dire: «Non è bellissimo?»
Quando arriviamo al Clam Shack, un’ora dopo, lo troviamo affollato come al solito. È un piccolo
edificio dall’aria trascurata, grande più o meno come la cabina armadio di mia madre, che sorge
sulla spiaggia di Stony Bay… e per tutta l’estate c’è la fila fuori. È l’unico ristorante della spiaggia,
e Stony Bay è la spiaggia libera più grande e più bella, larga e sabbiosa. Quando finalmente
riusciamo a entrare, individuaiamo Andy e Kyle a un tavolo all’angolo. Lui le sta parlando con aria
molto seria, lei giocherella con le patatine fritte ed è rossa come il suo costume da bagno. Jase
chiude gli occhi.
«Fa male stare a guardare, quand’è tua sorella?» lo punzecchio.
«Non mi preoccupo per Alice: è come uno di quei ragni che divorano il maschio dopo
l’accoppiamento. Ma Andy è diversa. Un cuoricino che aspetta solo di spezzarsi.» Si guarda intorno
cercando posto a sedere, poi mi chiede: «Samantha, conosci quel ragazzo?»
Mi giro e vedo Michael, seduto da solo al bancone, che ci fissa malinconico. Entrambi gli ex in
un giorno solo. Sono proprio fortunata. «È… be’, noi… be’, siamo usciti insieme per un po’.»
«Lo immaginavo.» Jase sembra divertito. «Sembra che stia per venire qui a sfidarmi a duello.»
«No, ma sicuramente stasera scriverà una poesia contro di te.»
Non c’è posto per sederci, quindi andiamo fuori, al frangiflutti, con l’hamburger di Jase e la mia
zuppa di pesce. Il sole è ancora alto ma c’è una brezza fresca. Mi infilo la giacca.
«Allora, cos’è successo con il tipo emo? Vi siete lasciati male?»
«In un certo senso. È stato un vero e proprio dramma. Michael è fatto così. Non è che fosse
innamorato perso di me. Tutt’altro. Era quello il problema, con lui.» Mastico un crostino e fisso le
onde scure. «Mi vedeva come la protagonista di un poema, non come me stessa. Prima ero il
traguardo irraggiungibile, e poi una santa che l’avrebbe salvato per sempre dalla sofferenza, o una
sirena che lo adescava e lo seduceva contro la sua stessa volontà…»
Jase si strozza con una patatina. «Ehm… davvero?»
Mi sento arrossire. «Non proprio. Era solo molto cattolico. Quindi ci provava con me e poi si
sentiva in colpa per giorni.»
«Simpatico. Dovremmo fargli conoscere la mia ex, Lindy.»
«Quella che rubava nei negozi?» Gli frego una patatina e lui mi porge tutto il cartoccio.
«Proprio lei. Neanche un briciolo di coscienza. Forse si bilancerebbero a vicenda.»
«Ti hanno arrestato sul serio?»
«Scortato alla centrale in una volante della polizia, e mi è bastato e avanzato. Mi hanno rilasciato
con un richiamo, ma poi si è scoperto che per Lindy non era la prima volta, quindi le hanno fatto una
grossa multa, di cui voleva che io pagassi la metà, e le hanno imposto un po’ di lavori socialmente
utili.»
«Hai pagato metà della multa?» Mangio un’altra patatina. Sto cercando di non guardarlo in faccia.
Nella luce dorata della sera, gli occhi verdi, l’abbronzatura e il sorrisetto divertito sono un po’
troppo per me.
«Stavo per pagarla, perché mi sentivo in colpa. Mio padre mi ha convinto a non farlo, perché non
avevo idea di quello che Lindy stava facendo. Era capace di infilarsi una dozzina di oggetti nella
borsa senza battere ciglio. Quando ci hanno pizzicato, aveva praticamente ripulito il bancone dei
cosmetici.» Scrolla la testa.
«Michael ha scritto ogni sorta di poesia velenosa sulla nostra rottura: ne ha composto un tot al
giorno per tre mesi, poi me le ha spedite con l’affrancatura a mio carico.»
«Sì, dobbiamo proprio farli conoscere. Si meritano l’un l’altra.» Si alza, accartoccia la carta
oleata dell’hamburger e se la infila in tasca. «Ti va una passeggiata al faro?»
Sento un po’ freddo, ma voglio andarci lo stesso. Il frangiflutti che porta al faro è strano: i sassi
sono perfettamente piatti fin verso la metà, poi diventano irregolari e storti, quindi per arrivare in
fondo bisogna reggersi con le mani. Quando giungiamo al faro, il sole sta tramontando e la luce
dorata ha assunto tonalità rosate. Jase incrocia le braccia e si appoggia alla ringhiera di ferro a
guardare l’oceano, ancora punteggiato in lontananza da piccoli triangoli: le vele bianche delle barche
che tornano a riva. È così pittoresco che quasi mi aspetto che un’orchestra inizi a suonare in
sottofondo.
Tracy è una professionista in queste situazioni. Fingerebbe di inciampare per finire addosso al
ragazzo e lo guarderebbe da sotto le ciglia. Oppure si farebbe venire i brividi e gli si avvicinerebbe
per farsi riscaldare, come se niente fosse. Saprebbe esattamente cosa fare per farsi baciare quando (e
come) vuole.
Ma io non sono brava come lei. Quindi resto accanto a Jase, appoggiata alla ringhiera a osservare
le barche, e sento il calore del suo braccio posato accanto al mio.
Dopo qualche minuto lui si volta a guardarmi. Quello sguardo pacato, pensieroso, che mi scruta
lentamente. Mi sta fissando gli occhi, le labbra? Non ne sono sicura. Vorrei che lo facesse.
«Andiamo a casa» dice tutt’a un tratto. «Prendiamo il Maggiolone e andiamo da qualche parte.
Alice mi deve un favore.»
Mentre torniamo indietro sulle rocce sconnesse, non riesco a smettere di domandarmi cosa sia
appena successo. Potrei giurare che mi guardava come se volesse baciarmi. Cosa glielo impedisce?
Forse non gli piaccio per niente. Forse vuole che restiamo amici? Non sono sicura di poter essere
solo amica di una persona a cui voglio strappare i vestiti di dosso.
Oddio. Ho davvero pensato una cosa del genere? Scocco un’altra occhiata a Jase e ai suoi jeans.
Sì, eccome se l’ho pensata.
Torniamo dentro a controllare Andy e Kyle. Ora è lei a parlare, e lui l’ha presa per mano e la
guarda. La situazione promette bene.

Quando arriviamo a casa dei Garrett, la monovolume non c’è più. Entriamo in salotto e troviamo
Alice e il suo Brad spaparanzati sul divano componibile marrone: Brad le sta massaggiando i piedi.
George dorme della grossa, nudo e a faccia in giù sul pavimento. Patsy gironzola in una tutina di
spugna viola, e ripete lagnosa: «Tetta».
«Alice, Patsy dovrebbe essere già a letto.» Jase la prende in braccio: quel sederino viola sembra
minuscolo tra le sue grandi mani.
Alice pare sorpresa di trovare la bambina ancora lì, come se pensasse che Patsy si fosse messa a
letto da sola, ore fa. Jase va in cucina a prendere un biberon e Alice si alza a sedere sul divano e mi
scruta con gli occhi socchiusi, come per ricordarsi chi sono. Adesso ha i capelli rosso scuro, con una
specie di gel lucido che li fa stare dritti come gli aculei di un porcospino.
Dopo avermi guardata a lungo dice: «Tu sei la sorella di Tracy Reed, vero? Conosco Tracy». Il
tono sottintende che, in questo particolare frangente, conoscere Tracy non equivale ad amarla.
«Sì, abito nella casa accanto.»
«Tu e Jase vi frequentate?»
«Siamo amici.»
«Non farlo soffrire, è buono come il pane.»
Jase rientra nella stanza in tempo per sentire quell’ultima frase, e alza gli occhi al cielo in modo
che solo io me ne accorga. Poi prende in braccio George, profondamente addormentato, e si guarda
intorno. «Dov’è Happy?»
Alice, che si è accoccolata di nuovo in grembo a Brad, fa spallucce.
«Alice, se George si sveglia e non trova Happy gli prenderà un colpo.»
«Happy è il dinosauro di plastica?» chiede Brad. «Perché se è quello, è nella vasca da bagno.»
«No, Happy è il cane di peluche.» Jase fruga sotto il divano e tira fuori Happy, che, a giudicare
dal suo aspetto, ha avuto una vita lunga e piena di avventure. «Torno subito.» Mi passa accanto e mi
posa per un attimo una mano sulla schiena.
«Dico sul serio, se lo fai soffrire dovrai vedertela con me» dice Alice in tono inespressivo, dopo
che lui è uscito.
Sembra capacissima di assoldare un sicario, se faccio un passo falso. Aiuto.

Jase apre la portiera della macchina di Alice, un vecchio Maggiolone bianco, tira via una cinquantina
di cd dal sedile del passeggero e cerca di infilarli nel cassetto del cruscotto, da cui cade un reggiseno
di pizzo rosso. «Gesù» borbotta, e lo infila subito nel cassetto coprendolo con i cd.
«Non è tuo, suppongo» lo prendo in giro.
«Devo procurarmi una macchina tutta mia. Ti va di andare al lago?»
Mentre usciamo dal vialetto vediamo tornare il signore e la signora Garrett con l’altra macchina.
Parcheggiano e restano dentro l’abitacolo a baciarsi come due adolescenti: lei gli getta le braccia al
collo e lui le infila le mani tra i capelli. Jase scuote la testa, un po’ in imbarazzo, ma io li fisso.
«Com’è?» gli chiedo.
Lui sta facendo retromarcia con il braccio posato sullo schienale del mio sedile. «Com’è cosa?»
«Avere dei genitori felici. Genitori che stanno insieme. Due genitori.»
«Tu non li hai mai avuti?»
«No. Non ho mai conosciuto mio padre. Non so neppure dove abiti.»
Mi guarda perplesso. «Non vi paga gli alimenti?»
«No. Mia madre ha un fondo fiduciario. Penso che gli alimenti li volesse lui da lei, ma il fatto di
averla mollata mentre era incinta non ha giocato a suo favore.»
«Lo spero vivamente» borbotta Jase. «Mi dispiace, Samantha. Due genitori che stanno insieme è
l’unica situazione che conosco… e non riesco a immaginare come dev’essere il contrario.»
Faccio spallucce e mi chiedo perché con Jase parlo così tanto. Non ho mai avuto problemi a tenere
le cose per me. Ma qualcosa, forse la silenziosa premura con cui lui mi ascolta, mi mette in vena di
confidenze.
Ci mettiamo un quarto d’ora a raggiungere il lago, dall’altra parte della città. Non ci vengo spesso.
So che è un ritrovo per i ragazzi delle scuole pubbliche: l’ultimo giorno di scuola i diplomandi ci si
tuffano vestiti, in una sorta di rito di passaggio. Mi aspetto di trovare un mucchio di macchine
parcheggiate con i finestrini appannati, invece nel parcheggio ci siamo solo noi. Jase tira fuori un telo
da mare dal bagagliaio, mi prende per mano e camminiamo tra gli alberi verso la riva. Fa molto più
caldo che in spiaggia: non c’è la brezza dell’oceano.
«Vediamo chi arriva prima alla piattaforma galleggiante?» mi sfida, indicando una sagoma appena
visibile nel buio sempre più fitto.
Mi scrollo di dosso la giacca e il prendisole, restando in costume da bagno, e inizio a correre
verso l’acqua.
L’acqua del lago è più fresca e più dolce di quella dell’oceano. Sento le alghe sotto i piedi e cerco
di non pensare alle trote e alle tartarughe appostate in agguato lì sotto. Jase sta già nuotando veloce e
devo sforzarmi per raggiungerlo.
Mi batte lo stesso, e mi aiuta a salire sulla piattaforma.
Mi guardo intorno – l’acqua placida, la riva lontana – e rabbrividisco quando le nostre mani si
toccano.
«Che ci faccio qui con te?» chiedo.
«Eh?»
«Ci siamo appena conosciuti. Potresti essere un serial killer che mi ha attirata in mezzo a un lago
deserto.»
Jase ride e si sdraia, incrociando le braccia dietro la testa. «No, non sono un serial killer. E si
capisce.»
«Da cosa si capisce?» Gli sorrido, mi sdraio accanto a lui, i nostri fianchi quasi si sfiorano. «Tutta
la sceneggiata della famiglia felice potrebbe essere una copertura.»
«No, è una questione d’istinto. Lo capisci subito di chi ti puoi fidare. Come lo capiscono gli
animali. Non ascoltiamo sempre con la loro stessa attenzione, ma l’istinto c’è. Quel formicolio che ti
dice che c’è qualcosa di strano. Quel senso di calma quando va tutto bene.» Parla a voce bassa nel
buio.
«Jase?»
«Mm-mm?» Si puntella su un gomito, lo vedo a malapena nella luce del crepuscolo.
«Devi baciarmi» mi sorprendo a dire.
«Già», e si avvicina.
Le sue labbra, calde e morbide, mi sfiorano la fronte e poi scendono lungo la guancia, fino
all’angolo della bocca. Mi infila le dita sotto i capelli bagnati e mi circonda la nuca, nello stesso
istante in cui io gli appoggio la mano sulla schiena. La sua pelle è calda sotto la patina fresca
dell’acqua, i muscoli sodi, tesi per tenersi in equilibrio su un gomito. Mi avvicino per accoccolarmi
a lui.
In fatto di baci non sono una novellina. O meglio, pensavo di non esserlo… ma un bacio così non
mi era mai capitato prima. Non riesco ad avvicinarmi a Jase quanto vorrei. E quando la dolce
pressione delle sue labbra si fa più insistente, mi sembra giusto, e non provo quel momento di
esitazione che ho provato con gli altri.
Molto tempo dopo, torniamo a riva a nuoto e ci sdraiamo per un po’ sul telo, e ci baciamo ancora.
Le labbra di Jase sorridono sotto le mie, e io gli traccio una scia di mille piccoli baci su tutto il viso.
Gli stringo le spalle, lui mi stuzzica il collo con il naso e mi mordicchia piano la clavicola. È come
se il mondo si fosse fermato per lasciarci lì, sdraiati, in una notte d’estate.
«Dovremmo tornare a casa» sussurra, accarezzandomi i fianchi.
«No. Non ancora. Non ancora» rispondo, e le mie labbra ritrovano le sue.
Capitolo Quattordici

Essendo una persona puntualissima, non ho mai capito la gente che dice “ho perso la cognizione del
tempo”. Io non ho mai perso la cognizione di niente: il cellulare, i compiti, l’orario di lavoro, e
certamente non il tempo. Ma stasera l’ho persa eccome.
Quando risaliamo in macchina sono le undici meno cinque. Cerco di placare il panico nella voce
mentre rammento a Jase l’ora del mio coprifuoco. Lui accelera un po’, ma senza superare il limite, e
mi posa una mano sul ginocchio per calmarmi.
«Entro in casa con te, spiego che è stata colpa mia» si offre.
«No.» I fari del Maggiolone illuminano una Lexus parcheggiata nel nostro vialetto. Clay? Uno di
quei finanziatori? Cerco la maniglia della portiera con le mani sudate, mentre tento di pensare a una
scusa che la mamma possa trovare accettabile. Stamattina non era di buonumore, e a meno che i
finanziatori non l’abbiano ricoperta di soldi, e probabilmente anche in quel caso, sono nei guai fino
al collo. Devo entrare dalla porta principale, perché probabilmente la mamma ha già controllato in
camera mia.
«Buona notte, Jase» dico in fretta e corro senza guardarmi alle spalle. Faccio per aprire, ma la
porta si spalanca di scatto dall’interno e quasi cado. La mamma è davanti a me, i lineamenti tesi.
«Samantha Christina Reed!» inizia. «Sai che ore sono?»
«Il coprifuoco. Lo so…»
Agita il bicchiere di vino che ha in mano come fosse una bacchetta magica capace di zittirmi. «Non
voglio passarci di nuovo anche con te, chiaro? Ho già fatto la madre dell’adolescente tormentata una
volta, con tua sorella. Adesso è l’ultima cosa di cui ho bisogno, capito?»
«Mamma, ho sforato solo di dieci minuti.»
«Non è questo il punto.» Alza la voce. «Il punto è che non puoi! Mi aspetto di meglio da te.
Soprattutto quest’estate. Lo sai che sono sotto pressione. Non è il momento per i tuoi melodrammi
adolescenziali.»
Non riesco a non domandarmi se esista un momento giusto per i melodrammi adolescenziali.
Questa settimana ho un po’ di tempo libero, Sarah. Puoi farti venire l’anoressia.
«Non faccio nessun melodramma» le dico, e alle mie orecchie suona come la pura verità. La
mamma è melodrammatica. Tim è melodrammatico. A volte persino Nan. Jase e i Garrett… sono
l’opposto di un melodramma, qualsiasi cosa sia. La polla d’acqua in un’insenatura, tiepida al sole
d’estate, che trabocca di forme di vita esotiche ma innocue.
«Non contraddirmi, Samantha» sbotta la mamma. «Sei in punizione.»
«Mamma!»
«Che succede, Grace?» chiede una voce con un leggero accento del Sud, e Clay ci viene incontro
dal salotto, le maniche rimboccate, la cravatta allentata.
«Me ne occupo io» gli dice secca la mamma.
Quasi mi aspetto di vederlo arretrare come se avesse preso uno schiaffo, cosa che vorrei
appioppare io a lei quando mi parla con quel tono… invece si rilassa ancora di più. Si appoggia allo
stipite, si spazzola via un bruscolino dalla spalla e risponde, in tono pacato: «Si direbbe che tu abbia
bisogno del mio aiuto».
La mamma è così nervosa che praticamente vibra. È sempre stata una persona riservata, non
rimproverava mai me e Tracy in pubblico, si limitava a sussurrare: «Ne parliamo dopo». Ma Clay è
Clay, è mia madre si sistema i capelli con quel gesto da ragazzina timida che l’ho vista fare solo
davanti a lui.
«Samantha ha sforato il coprifuoco. Non mi ha dato una giustificazione.»
Be’, non mi ha lasciato il tempo di dargliela, ma è vero: non saprei cosa dire a mia discolpa.
Clay guarda il suo Rolex. «A che ora era il coprifuoco, Gracie?»
«Alle undici» dice la mamma, già in tono più incerto.
Clay scoppia a ridere. «Le undici, in una sera d’estate? E ha diciassette anni? Tesoro, a quell’età
tutti sforiamo il coprifuoco.» Si avvicina e le stringe delicatamente la nuca. «Io di sicuro, almeno. E
scommetto anche tu.» Sposta la mano sotto il mento della mamma e lo solleva per farsi guardare in
faccia. «Sii un po’ elastica, cara.»
La mamma lo fissa. Io trattengo il fiato e scocco un’occhiata al mio improbabile salvatore. Lui mi
fa l’occhiolino e dà un colpetto con le nocche sul mento della mamma. Nei suoi occhi non c’è traccia
di senso di colpa né – e mi stupisco di quanto sollievo provo – di complicità con me riguardo alla
scena cui ho assistito.
«Forse ho esagerato» ammette infine la mamma, rivolta a lui e non a me.
Ma inizio a chiedermi se non abbia esagerato anch’io. Forse c’è una spiegazione legittima per la
brunetta che ho visto…
«Capita anche ai migliori, Gracie. Che ne dici se ti verso un altro po’ di vino?» Le sfila il
bicchiere dalle dita e si avvia in cucina come se fosse a casa propria.
Io e la mamma restiamo lì impalate.
«Hai i capelli bagnati» osserva lei, dopo un po’. «Farai meglio a rilavarli e a metterci il balsamo,
altrimenti ti si formeranno i nodi.»
Annuisco e mi dirigo su per le scale. Dopo pochi gradini sento i suoi passi dietro di me, ma fingo
di non accorgermene: proseguo fino alla mia stanza e mi butto sul letto a faccia in giù, ancora con il
costume e il prendisole bagnati addosso. Avverto il materasso abbassarsi quando la mamma ci si
siede sopra.
«Samantha… perché mi provochi così?»
«Non… non ho…»
Mi accarezza la schiena come quand’ero bambina e mi svegliavo da un incubo. «Tesoro, non puoi
immaginare quanto sia difficile essere un genitore, tanto più un genitore solo. Devo tirare a
indovinare, senza mai sapere se sbaglio o no. Guarda Tracy, con quella storia del furto nei negozi! E
tu e quel Michael, che per quel che ne so poteva anche drogarsi.»
«Mamma. Non si drogava. Te l’ho già detto. Era solo strambo.»
«Fa lo stesso. Sono cose che non possono succedere in campagna elettorale. Devo concentrarmi.
Non puoi distrarmi con tutte queste bravate.»
Bravate? Come se fossi tornata all’alba, nuda e puzzando di alcol ed erba.
Mi accarezza la schiena ancora per un po’, poi aggrotta la fronte. «Perché hai i capelli bagnati?»
La bugia mi sale alle labbra spontanea, anche se è la prima che dico a mia madre. «Ho fatto la
doccia da Nan. Ci siamo truccate e abbiamo provato una maschera per capelli.»
«Ah.» Poi, a voce bassa: «Ti tengo d’occhio, Samantha. Sei sempre stata la mia brava ragazza.
Ma… comportati come tale, okay?»
L’ho sempre fatto, ed ecco il bel risultato! «Okay» bisbiglio, restando immobile sotto le sue dita.
Alla fine si alza, mi dà la buona notte e se ne va.
Dopo una decina di minuti sento bussare alla finestra. Mi raggelo e aspetto di capire se l’ha sentito
anche la mamma. Ma da sotto non proviene alcun rumore. Apro la finestra e trovo Jase accovacciato
sul balconcino.
«Volevo controllare che stessi bene.» Poi mi scruta da vicino il viso. «Stai bene?»
«Aspetta un minuto» gli dico, quasi chiudendogli la finestra sulle dita. Corro alla porta, arrivo in
cima alle scale e grido: «Faccio la doccia adesso, mamma».
«Usa il balsamo!» urla lei, in tono molto più rilassato di prima.
Mi infilo in bagno, faccio scorrere l’acqua al massimo e torno ad aprire la finestra.
Jase sembra perplesso. «Tutto a posto?»
«Mia madre è un po’ protettiva.» Scavalco la finestra e mi siedo accanto a lui, che si è messo
comodo con la schiena appoggiata allo spiovente. C’è la brezza e brillano le stelle.
«È stata colpa mia. Guidavo io. Lasciami parlare con lei. Le spiego…»
Mi immagino il confronto tra loro. Aver sforato il coprifuoco per la prima volta in compagnia di
“uno di quei Garrett” le confermerebbe tutto ciò che ha sempre pensato sul loro conto. Lo so per
certo.
«Non mi sarebbe di aiuto.»
Stringe la mia mano fredda nel tepore della sua. E poi ci appoggia sopra anche l’altra. «Sicura di
star bene?»
Starei bene se non continuassi a immaginare la mamma che sale a controllare che io stia usando
abbastanza balsamo e mi trova qui fuori. Deglutisco. «Sto bene. Ci vediamo domani?»
Si china in avanti, stringendo ancora la mia mano nella sua, e fa scorrere le labbra dalla radice del
mio naso giù verso la bocca, inducendomi a schiudere le labbra. Inizio a rilassarmi nel suo
abbraccio, ma poi mi sembra di sentir bussare.
«Devo andare… io… Buona notte?»
Mi stringe forte la mano e poi mi rivolge un sorriso così abbagliante che mi si stringe il cuore. «Sì.
A domani.»
Nonostante i baci, non riesco a calmarmi. Dieci minuti di ritardo in una vita intera e divento un
problema per la campagna elettorale? Forse la mamma e i Mason possono ottenere uno sconto
all’accademia militare, se ci mandano me e Tim insieme.
Chiudo l’acqua della doccia e sbatto forte la porta di vetro satinato. Torno nella mia stanza,
prendo il cuscino e lo sprimaccio. Non so proprio come farò a dormire: sono tesa come una corda di
violino. Se in questo momento Charley Tyler ci provasse con me, lo lascerei arrivare fino in fondo,
anche sapendo che per lui non significherebbe niente. Se Michael si drogasse davvero e mi offrisse
una polverina capace di farmi dimenticare tutto, la prenderei: io che non prendo mai neanche
un’aspirina. Se Jase bussasse di nuovo alla finestra e mi invitasse a partire per la California in
motocicletta, ci andrei.
A che serve essere la stessa di sempre, se non riconosco più mia madre?
Capitolo Quindici

La volta successiva che vado a fare la babysitter la signora Garrett mi porta con lei a fare la spesa,
chiedendomi di tenere occupati i bambini e togliere loro le caramelle di mano mentre lei esamina il
mucchietto di buoni sconto e si destreggia abilmente tra i commenti della gente.
«Lei sì che sa come tenersi occupata!» si sente dire spesso.
«Solo con cose buone» risponde in tono calmo, togliendo di mano a George una scatola di cereali
ricoperti di cioccolato.
«Lei dev’essere cattolica» è un’altra frase che le rivolgono in continuazione.
«No, solo prolifica.» Strappa di mano a Harry un’action figure dei Transformers.
«Quella bambina ha bisogno di un berretto di lana» sentenzia una vecchietta dall’aria severa nel
reparto surgelati.
«Grazie ma no, ne ha già un sacco a casa.» La signora Garrett mette nel carrello una scatola di
frittelle surgelate formato famiglia.
Porgo a Patsy un biberon pieno di succo di frutta e una donna in sandali, con l’aria della
vegetariana ambientalista, commenta: «Quella bambina è troppo grande per il biberon. Dovrebbe
essere già svezzata».
Ma chi diavolo sono tutte queste persone, e perché sono convinte che le loro opinioni siano oro
colato?
«Non le viene mai voglia di ammazzarli, o almeno di insultarli?» chiedo sottovoce, allontanando il
carrello da quell’ultima impicciona, con Harry e George che si aggrappano ai due lati come
scimmiette.
«Certo, ma che esempio darei?»

Ho perso il conto delle vasche che ho fatto, ma so che sono meno di quante riuscivo a farne in
passato, e quando esco dalla piscina strizzando via l’acqua dai capelli mi sento stanca ma
rinvigorita. Adoro nuotare da sempre: da quando ho trovato il coraggio di seguire Tim al largo, dove
non si toccava. Rientrerò in quella squadra. Mi asciugo la faccia, controllo l’orologio: tra un quarto
d’ora apre la piscina e arriverà un mucchio di gente. Il cellulare trilla sulla sdraio. È un messaggio di
Nan, dal negozio di articoli da regalo del B&T.

Prenditi una pausa, sirenetta! Passa a trovarmi.

Stony Bay va molto fiera di se stessa: il negozio di articoli da regalo del B&T trabocca di souvenir
che ritraggono i vari monumenti della città. Quando entro, Nan è già al lavoro; sta dicendo in tono
cordiale a un signore con dei calzoncini a quadretti rosa: «Come vede, abbiamo questo tappetino per
mouse con una foto della strada principale, e poi queste tovagliette con una veduta aerea della foce
del fiume, questa lampada che riproduce il nostro faro, e anche questi sottobicchieri con il panorama
del molo. Non avrà neanche bisogno di uscire: potrà vedere tutta la città dalla sala da pranzo!»
L’uomo sembra sconcertato, forse dal pacato sarcasmo di Nan o forse all’idea di spendere tutti
quei soldi. «A dire il vero volevo solo questi» borbotta, mostrandole dei tovaglioli di carta colorata.
«Può metterli sul mio conto al club?»
Quando l’uomo se ne va, Nan mi guarda storto. «È il mio primo giorno di lavoro e sono già pentita
di averlo accettato. Se tutta questa santificazione di Stony Bay mi fa il lavaggio del cervello, e ti dico
che devo assolutamente iscrivermi al Garden Club, ci pensi tu a disintossicarmi, vero?»
«Sarò al tuo fianco, sorella. Hai visto Tim? Doveva arrivare dieci minuti in anticipo perché così
potevo fargli vedere dove teniamo le uniformi e tutto il resto.»
Nan controlla l’orologio. «Non è ancora ufficialmente in ritardo. Altri due minuti. Come ho fatto a
trovarmi il lavoro più noioso e con l’orario più lungo della città? L’ho accettato solo perché la
signora Gritzmocker, che si occupa degli acquisti, è sposata con il signor Gritzmocker, il professore
di biologia da cui voglio farmi scrivere una raccomandazione.»
«Questo è il prezzo della tua sconfinata ambizione» la prendo in giro. «Non è troppo tardi per
pentirti e metterti al lavoro per il bene comune… per esempio al Breakfast Ahoy.»
Nan mi sorride. Le sue innumerevoli lentiggini si stanno già scurendo per il sole estivo. «No,
preferisco conservare per Halloween il costume da Marinaretta Sexy.» Guarda fuori dalla vetrina
alle mie spalle. «E poi, serviremo entrambe per fare da babysitter a mio fratello, visto che riesce a
farsi licenziare da un chiosco degli hot dog.»
«Come c’è riuscito, esattamente?» chiedo, mentre apro un tester di gloss per le labbra esposto sul
bancone, me lo strofino sul dito e lo annuso. Bleah. Piña colada. Detesto il cocco.
«Importunava le clienti con doppi sensi sui würstel» risponde Nan distratta. «Eccolo lì, è qua fuori
davanti al chiosco. Va’ ad accertarti che non combini disastri.»
Ricordando il nostro ultimo incontro, mi avvicino con cautela. Tim è appoggiato alla mia sedia da
bagnino e indossa degli occhiali scuri anche se il cielo è nuvoloso. Non è un buon segno. Mi
avvicino. Un tempo era così pacifico e rilassato: l’opposto di Nan. Ora è una bomba che potrebbe
esploderti in mano da un momento all’altro.
«Allora» esordisco esitante. «Come stai?»
«Bene.» Parla in tono secco. O non mi ha perdonata di non essere il suo bancomat personale,
oppure ha mal di testa. Probabilmente entrambe le cose.
«Davvero? Perché questo lavoro è… una cosa seria.»
«Sì, il destino del mondo intero dipende da ciò che succede alla piscina Laguna del B&T. Ho
afferrato. Sono l’uomo giusto.» Fa un saluto militare, senza guardarmi, poi si spruzza della crema
solare in mano e se la strofina sul petto pallido.
«Dico sul serio, Tim, qui non puoi fare errori. Ci sono bambini piccoli, e…»
Mi zittisce posandomi una mano sul braccio. «Sì, sì. Risparmiati la predica, principessa
Bottondoro. Lo so.» Si toglie gli occhiali da sole e se li batte sul cuore con un sorriso falso. «Ho il
doposbronza, ma sono pulito. Mi divertirò solo dopo l’orario di lavoro. Ora togliti dalle scatole e
va’ a fare il tuo, di lavoro.»
«Tu fai parte del mio lavoro. Devo farti vedere dove sono le divise. Aspetta.» Espongo bene in
vista sulla sedia il cartello BAGNINO IN PAUSA, passo tra i cespugli per raggiungere la piscina
Laguna, metto il cartello anche lì. Un gruppetto di madri che aspetta fuori dal cancello con i bambini
e le braccia piene di giochi gonfiabili mi guarda storto. «Solo cinque minuti» dico loro, e aggiungo in
tono autorevole: «Abbiamo un problema di sicurezza da risolvere».
Tim, sudato e nervoso, mi segue nel dedalo di sentierini fin dove teniamo le uniformi. Passiamo
davanti ai bagni, con le pesanti porte di quercia, i grossi chiavistelli in ferro e i cartelli con scritto
MARINAI e SIRENETTE, anche in codice nautico.
«Adesso vomito» dice lui.
«Sì, è ridicolo, ma…»
Mi prende per la manica. «Parlo sul serio. Aspetta.» Scompare nel bagno degli uomini.
Così non va. Mi allontano dalla porta per non dover sentire. Dopo circa cinque minuti, lo vedo
uscire.
«Che c’è?» chiede in tono bellicoso.
«Niente.»
«Ottimo» mugugna. Andiamo nel deposito delle uniformi.
«Ecco il tuo costume… e il resto della roba.» Gli lancio il telo di spugna, il berretto, il giubbotto e
il fischietto da bagnino, insieme al costume, i boxer lunghi d’ordinanza, blu scuro con uno stemma
ricamato in oro.
«Vorrai scherzare! Non posso mettermi il costume che mi pare?»
«No, devi avere il logo del B&T» dico, cercando di restare seria.
«Fottiti, Samantha. Non posso mettermi questa roba. Poi come faccio a rimorchiare?»
«Sei qui per salvare vite, non per circuire le ragazze.»
«Ma sta’ zitta, Samantha.»
A quanto pare tutte le nostre conversazioni finiscono in un vicolo cieco.
Gli poso in testa il berretto con il vistoso stemma.
Se lo toglie dicendo: «Neanche morto. Tu vai in giro con uno di questi?»
«No. Non so perché, ma sono appannaggio dei bagnini maschi. In compenso ho il giubbotto
ufficiale.»
«Piuttosto mi vesto da donna, guarda.»

Sarebbe inutile preoccuparmi per Tim, e comunque nel nostro lavoro non ci si può mai distrarre. Sul
lato opposto della piscina Olimpica, un gruppo di donne anziane sta seguendo un corso di acquagym.
Benché quella parte della piscina sia delimitata da una fune, i bambini continuano a invaderla
spruzzando d’acqua le signore e mettendo a rischio il loro equilibrio già precario. C’è sempre un
bambino senza pannolino impermeabile, nonostante i numerosi cartelli che ne impongono l’uso, e
ogni volta mi tocca andare a parlare con la madre, che di solito diventa aggressiva: «Peyton ha
imparato a usare il vasino a undici mesi! Non ha bisogno del pannolino!»
Alle due la piscina è semivuota e posso rilassarmi un attimo. Le madri hanno portato a casa i
bambini piccoli per il riposino, e resta solo qualcuno che prende il sole. Sono accaldata e sudata,
dopo ore su quella sedia di plastica. Scendo, soffio nel fischietto e appendo il cartello BAGNINO IN
PAUSA, progettando di prendere una bibita allo snack bar per rinfrescarmi.
«Vado in pausa, ti prendo qualcosa da bere?» chiedo a Tim.
«Solo se ha almeno venti gradi alcolici» risponde lui da dietro i cespugli e le pietre di granito che
separano la piscina Olimpica da quella Laguna.
Sento suonare dietro di me il citofono della porta sul retro. Strano. Tutti i clienti del B&T devono
registrarsi all’ingresso; la porta sul retro è riservata ai fattorini, e Nan non mi ha parlato di un carico
di souvenir di Stony Bay in arrivo.
Apro la porta e vedo il signor Garrett, con una pila di assi di legno sulla spalla: è un’immagine
così fuori luogo che reagisco a scoppio ritardato. Sembra uscito dal film sbagliato: tutto abbronzato
ed energico, sullo sfondo del cancello bianco.
Quando mi vede fa un gran sorriso. «Samantha! Jase mi aveva detto che lavoravi qui, ma non era
sicuro di che turno facessi. Sarà contento di vederti.»
Provo imbarazzo per la mia graziosa giacchetta con lo stemma e il costume ricamato in filo d’oro,
ma il signor Garrett non sembra farci caso e continua: «Questa è solo la prima parte del carico. Ti
hanno detto dove devo metterli?»
Legname? No, non ne ho idea, e mi si legge in faccia.
«Non preoccuparti, faccio uno squillo all’amministratore prima di scaricare il resto della roba.»
Non sapevo che la ferramenta Garrett si occupasse anche di legname. Non sapevo niente del
negozio dei Garrett, e d’un tratto me ne vergogno, come se fossi tenuta a saperlo.
Mentre lui telefona, individuo sul marciapiede dietro le sue spalle la sagoma inconfondibile di
Jase, chino sul retro di un pickup verde sbiadito. Il mio cuore accelera. Com’è possibile che il mio
mondo e quello dei Garrett fossero separati da un confine così netto fino a quest’estate, e ora invece
continuino a intrecciarsi?
«Sì!» Il signor Garrett chiude il telefono. «Li vogliono qui, tra le due piscine. A quanto ho capito
stanno costruendo un bar polinesiano.»
Ah, certo. Starà benissimo con lo stile Tudor del B&T. Portami del rum, ragazzina. Cerco Tim
guardando tra i cespugli, ma vedo solo del fumo di sigaretta.
«Sam!» Jase porta in spalla altre assi di legno, è sudato. Indossa un paio di jeans e spessi guanti da
lavoro. Il legno atterra rumorosamente a bordo piscina e Jase si avvicina per darmi un bacio caldo e
salato. I guanti sono ruvidi sulle mie braccia e l’alito gli odora di gomma alla cannella. Mi tiro
indietro, improvvisamente consapevole della finestra del signor Lennox, che si affaccia sulla piscina,
e di Tim a dieci metri da me. E di Nan. Per non parlare della signora Henderson, che prende il sole lì
vicino. Lei e la mamma sono socie del Garden Club.
Jase arretra di un passo per guardarmi bene e inarca leggermente le sopracciglia. «Adesso sei un
ammiraglio?» Non era quel che mi aspettavo di sentirgli dire. Tocca le mostrine dorate sulle spalline
della mia giacca. «Una bella promozione, da sguattera di cambusa del Breakfast Ahoy.» Sorride.
«Devo farti il saluto militare?»
«No, ti prego, non farlo.»
Si china a darmi un altro bacio. Mi irrigidisco. Con la coda dell’occhio vedo la signora Henderson
che si alza a sedere, cellulare all’orecchio. Non starà chiamando mia madre?
L’espressione negli occhi di Jase è sorpresa e un po’ ferita. Mi guarda.
«Scusa!» gli dico. «Quando sono in divisa devo mantenere le apparenze.» Faccio un gesto
sbrigativo con la mano. Mantenere le apparenze? «Insomma, devo tener d’occhio la piscina. Non
posso distrarmi. La direzione non vuole che “fraternizziamo sul lavoro”» butto lì, indicando la
finestra del signor Lennox.
Lui scocca un’occhiata perplessa al cartello BAGNINO IN PAUSA e indietreggia annuendo
Dentro di me rabbrividisco. «Va bene» mormora lentamente. «Questo è permesso?» Mi posa un
bacio casto sulla fronte.
Il signor Garrett lo chiama: «Ehi, J, servono quattro mani per questo lavoro, e io ne ho solo due».
Arrossisco, ma Jase mi sorride e va ad aiutare suo padre. Forse il signor Garrett è abituato a
vedere Jase che bacia ragazze davanti a lui? Forse per loro non è un problema. Allora perché è
così strano e difficile per me?
Il signor Lennox ci viene incontro tutto agitato. Mi preparo spiritualmente. «Non ci hanno detto
quando sareste venuti» esclama. «Ci hanno detto solo “tra mezzogiorno e le cinque”!» Espiro, mi
sento stupida.
«È un brutto momento?» chiede il signor Garrett, posando altre assi sulle precedenti.
«È solo che avrei preferito un preavviso» protesta il signor Lennox. «Avete firmato all’ingresso?
Tutti i fornitori devono firmare e segnare l’ora esatta di consegna e partenza.»
«Abbiamo appena parcheggiato qui fuori. Ho fatto altre consegne qui in passato, non pensavo che
fosse un problema.»
«È il protocollo del Club» prosegue il signor Lennox in tono pressante.
«Firmerò prima di andar via» ribatte il signor Garrett. «Vuole che lasciamo il legname qui?
Quando iniziano i lavori?»
A quanto pare è un altro argomento delicato, per il nervoso signor Lennox. «Non mi hanno detto
neanche questo.»
«Non si preoccupi, abbiamo un telo impermeabile per coprire il legname in caso di pioggia.»
Lui e Jase fanno altri viaggi dal pickup, portando le assi in spalla o trasportandole a quattro
braccia. Il signor Lennox si aggira nei paraggi, con l’aria di uno che da un momento all’altro
potrebbe aver bisogno di un massaggio cardiaco.
«Ecco fatto» esclama alla fine il signor Garrett. «Ho bisogno solo di una firma qui.» Porge una
cartelletta al signor Lennox e poi stringe e rilassa la mano sinistra, con una smorfia di dolore.
Guardo Jase. Si è tolto i guanti e si sta asciugando la fronte. È una giornata nuvolosa, ma ci sono
almeno ventisette gradi e l’aria è carica di umidità come al solito.
«Posso portarvi qualcosa da bere?» chiedo.
«Non ce n’è bisogno, abbiamo un thermos in macchina. Il bagno, però?» Jase mi guarda con la
testa piegata di lato. «Oppure devo firmare all’ingresso?»
Non rispondo, gli indico il bagno e resto lì impalata. Il signor Garrett si china a bordo piscina, si
bagna le mani e il viso, e i capelli castani ondulati così simili a quelli del figlio. Il signor Lennox si è
allontanato mugugnando, e io mi sento in colpa. «Mi dispiace per…» indico il club.
Il signor Garrett ride. «Di sicuro non è colpa tua se sono fissati con le regole, Samantha. Ho già
avuto a che fare con questa gente. Ormai li conosco.»
Jase torna dal bagno sorridendo. «Ci sono dei… cadetti a presidiare i cubicoli, là dentro.» Indica
con il pollice dietro di sé.
«Aspetta qui un momento, devo compilare qualche altro modulo in macchina» gli dice il padre,
dandogli una pacca sulla spalla.
«Grazie, papà» mormora Jase, poi si volta verso di me.
«Allora… ci vediamo stasera?» gli chiedo.
«Certo. Quando stacchi dal lavoro? Ah… me n’ero dimenticato. Oggi è giovedì, quindi papà mi fa
allenare di nuovo. In spiaggia.»
«In spiaggia, per il football? Come funziona?»
«Mi fa seguire il suo vecchio regime di allenamento. Stava per entrare in seconda divisione, al
college, prima di fratturarsi il ginocchio. Devo mettere su muscoli. Corro con l’acqua fino alle
ginocchia, è faticosissimo.»
«Jason, hai finito?» chiama il signor Garrett.
«Arrivo.» Getta i guanti a terra, mi passa le mani sulle braccia e poi mi spinge verso l’ombra dei
cespugli. Vorrei appoggiarmi a lui, ma sono ancora tesa. Alle sue spalle vedo Tim con delle
monetine in mano, diretto allo snack bar. Ci guarda, osserva la scena, fa un ghigno, ci fa segno di no
con l’indice. Tsk-tsk.
«Rispetterò l’uniforme e mi tratterrò dal fraternizzare» mormora Jase baciandomi sulla guancia.
«Ma ci vediamo stasera.»
«Senza uniforme» soggiungo, poi realizzo cos’ho detto e mi copro la bocca con una mano.
Lui sorride, ma sussurra solo: «Per me va bene».
Capitolo Sedici

Jase posa la mano sul vetro della finestra e dà colpetti leggeri, ma io ho l’orecchio così teso che lo
sento, spalanco la finestra ed esco sul tetto in meno di venti secondi.
Mi indica la coperta distesa sulle tegole.
«Hai pensato a tutto!» esclamo, scivolandogli accanto.
Mi cinge il collo con un braccio. «Mi piace essere preparato. E poi mi serviva un incentivo per
finire l’allenamento, quindi ho pensato a quando ti avrei incontrata quassù.»
«Ero il tuo incentivo?»
«Sì.» Il suo braccio è caldo dietro di me. Arriccio le dita dei piedi sul fondo della coperta,
sfiorando le tegole ancora tiepide. Sono quasi le nove, e gli ultimi raggi di sole stanno perdendo la
battaglia contro il buio. Un’altra notte stellata.
«Le stelle sono differenti nelle varie parti del mondo, lo sapevi? Se fossimo in Australia
vedremmo un cielo molto diverso.»
«Non solo ribaltato?» Jase mi stringe a sé e mi fa posare la testa sul suo petto. Inspiro a fondo,
pelle calda e camicia pulita. «O sottosopra? Completamente diverso?»
«Quasi completamente» gli dico. «Adesso in Australia è inverno, quindi vedono il Cigno… e la
Cintura di Orione. E quella stella arancione, Aldebaran, che fa parte dell’occhio del Toro. Sai, la
costellazione.»
«Come hai fatto, di preciso, a diventare un’astrofisica?» chiede, facendo scorrere lentamente un
dito lungo il colletto della mia maglietta con un movimento ipnotico.
«Un po’ per caso.» Chiudo gli occhi, inspiro l’odore di erba tagliata, le rose di mia madre, la
pelle pulita di Jase.
«Continua…» mi sprona lui, muovendo il dito su per la mia gola, lungo la mandibola e di nuovo
giù verso il colletto.
Quel semplice movimento mi induce una specie di ipnosi, e mi ritrovo a raccontare una storia che
non avevo mai raccontato a nessuno. «Ti ho detto che mio padre ha lasciato mia madre prima che io
nascessi, no?»
Annuisce e aggrotta le sopracciglia, senza dire nulla.
«Be’, non so bene come sia andata, perché lei non ne parla. Se l’ha cacciato lei, o se lui se n’è
andato, o se hanno litigato… non lo so. Ma ha lasciato un po’ di roba, in uno scatolone che mia
madre avrebbe dovuto spedirgli, credo. Ma stava per partorirmi, e Trace era piccola, aveva poco più
di un anno. Quindi non l’ha spedito, l’ha nascosto in fondo al ripostiglio dell’ingresso.»
L’ho sempre trovata una cosa molto strana per lei, così fissata con le pulizie.
«Io e Tracy l’abbiamo trovato quando avevamo cinque e sei anni, più o meno. Pensavamo che
fosse un regalo di Natale o qualcosa del genere. Perciò l’abbiamo aperto, tutte emozionate. Invece
era pieno di cose a caso: vecchie magliette con nomi di band, musicassette, foto di gruppo con
persone che non conoscevamo, attrezzi sportivi. Una scarpa da ginnastica, una sola. Roba, insomma.
Non quello che speravamo di trovare.»
«E cosa speravate di trovare?» chiede Jase a voce bassa.
«Un tesoro. Vecchi diari o qualcosa del genere. La sua collezione di Barbie.»
«Ehm… tuo padre collezionava Barbie?»
Rido. «Non che io sappia. Ma eravamo bambine: avremmo preferito le Barbie a quelle scarpe
puzzolenti e alle vecchie t-shirt dei R.E.M. e dei Blind Melon.»
«Sì, immagino di sì.» Nel frattempo il dito di Jase si è spostato sul mio stomaco e percorre
lentamente l’elastico dei pantaloncini. Cerco di riprendere fiato.
«Comunque, in fondo allo scatolone c’era un telescopio. Costoso, ma ancora imballato, come se
l’avesse comprato e non l’avesse mai aperto. O un regalo non gradito. Quindi l’ho preso e l’ho
nascosto nel mio armadio.»
«E poi l’hai usato? Sul tetto?» Jase si appoggia su un gomito e mi guarda in faccia.
«Non sul tetto, solo dalla mia finestra. Per qualche anno non ho capito le istruzioni, ma poi sì, e
l’ho usato. Cercavo gli alieni, l’Orsa maggiore, quel genere di cose.» Faccio spallucce.
«Ti sei mai chiesta dove fosse tuo padre?»
«Oh, forse. Probabile. All’inizio. Dopo però mi sono appassionata all’idea di tutti quei pianeti
lontani, a tutte quelle altre storie.»
Jase annuisce, come se gli sembrasse sensato.
Mi sorprendo a tremare leggermente. «Adesso tocca a te.»
«Mmm?» Mi passa quel dito leggero tutt’intorno all’ombelico. Oddio.
«Raccontami una storia.» Giro la testa e affondo le labbra nel cotone liso della sua maglietta.
«Dimmi qualcosa che non so.»
Senza distrazioni, senza fratelli e sorelle che entrano all’improvviso, senza amici, senza divise di
lavoro, ora che ci siamo solo io e Jase, scopro cose sul conto dei Garrett che non avrei potuto
scoprire semplicemente spiandoli. Per esempio, vengo a sapere che Alice studia per diventare
infermiera.
Jase inarca le sopracciglia quando rido. «Che c’è, non riesci a figurarti mia sorella nei panni della
crocerossina? Non vedo perché.»
Duff è allergico alle fragole. Andy è nata prematura di due mesi. E tutti i Garrett sono portati per la
musica: Jase suona la chitarra, Alice l’ottavino, Duff la tuba, Andy il violino.
«E Joel?» chiedo.
«Oh, la batteria, ovviamente. Suonava il clarinetto, ma poi ha scoperto che non faceva lo stesso
effetto sulle ragazze.»
L’aria ha un profumo dolce, di foglie. Sento il cuore di Jase battere lento sotto la mia guancia,
chiudo gli occhi e mi rilasso. «Com’è andato l’allenamento?»
«Mi fanno un po’ male i muscoli» ammette. «Ma papà sa il fatto suo. Con Joel ha funzionato,
quantomeno. Ha ottenuto una borsa di studio totale all’Università statale, per meriti sportivi. Per
merito del football, insomma.»
«E tu dove farai domanda per il college? Lo sai già?»
Si massaggia il naso con il pollice. Il suo viso, di solito così aperto ed espressivo, si rannuvola.
«Non lo so. Non sono sicuro di poterci andare.»
«Cosa?»
Si passa le dita tra i capelli. «I miei genitori – mio padre – sono sempre stati attenti a non
contrarre debiti. Ma poi, l’anno scorso, stava per aprire quel nuovo negozio Lowe… sai, la grande
catena di fai da te. Papà ha pensato che fosse un buon momento per chiedere un prestito e comprare
un po’ di roba da tenere in magazzino. Articoli specializzati, che Lowe non tratta. Ma… be’, la gente
si è stufata del fai da te: riusciamo a malapena a far quadrare i conti. I soldi scarseggiano. Alice ha
una borsa di studio parziale e un po’ di soldi dalla nostra prozia Alice. Quest’estate ha trovato
lavoro come assistente di un’infermiera privata. Ma io… be’… con il football potrei cavarmela, ma
non sono mio fratello.»
Mi giro a guardarlo. «Dev’esserci qualcosa, Jase. Qualche altro tipo di borsa di studio… i prestiti
per studenti. Sono sicura che qualcosa c’è.»
Penso alla signora Garrett che cerca di non sprecare il succo di frutta. «Duff, non berrai mai tutto
quel bicchiere. Versane un po’, poi ne prenderai ancora se hai molta sete.» Poi penso alla mamma,
che prepara piatti da gourmet per passare il tempo dopo aver visto un programma di cucina in
televisione: cibo che non farà in tempo a mangiare perché non è mai in casa, e che io, senza più
Tracy, non riesco a finire.
«Un modo c’è, Jase. Lo troveremo.»
Fa spallucce, mi guarda e sembra risollevarsi un po’. «Sailor Moon è venuta a salvarmi, adesso?»
Gli faccio un saluto militare. «Al tuo servizio.»
«Ah, sì?» Si china finché i nostri nasi si toccano. «Potrei avere un elenco di questi servizi?»
«Solo se in cambio tu…» bisbiglio.
«Affare fatto» mormora, e la sua bocca copre la mia, calda e sicura, mentre le sue mani mi tirano a
sé.
Più tardi, si sporge un’ultima volta a baciarmi mentre si cala dal pergolato e poi aspetta che io
ripieghi la coperta e gliela lanci giù. «Buona notte!»
«Buona notte!» sussurro, poi sento la voce della mamma dietro di me.
«Tesoro?»
Oddio. Salto dentro la finestra, così in fretta che batto la fronte sullo stipite. «Ahia!»
«Parlavi con qualcuno, là fuori?» È vestita elegante, con una camicia nera senza maniche e
pantaloni bianchi attillati, e incrocia le braccia sul petto con aria sospettosa. «Mi è sembrato di
sentire delle voci.»
Cerco di non arrossire, ma fallisco miseramente. Sono paonazza e ho le labbra gonfie. Non potrei
sembrare più colpevole di così. «Stavo solo salutando la signora Schmidt dall’altra parte della
strada» dico. «Stava ritirando la posta.»
Incredibile: la mamma se la beve. È già distratta.
«Ti ho detto cento volte di non lasciare aperta quella finestra. Fa uscire l’aria condizionata e fa
entrare gli insetti!» Sbatte la finestra e gira la maniglia, poi guarda fuori. Prego che non veda la
sagoma di Jase che si dirige verso casa sua, portando sottobraccio (santo cielo!) una coperta. Non è
detto che farebbe due più due, ma c’è mancato davvero poco, e lei non è stupida, e…
Il cuore mi batte così forte che temo di sentirlo schizzar fuori dal petto.
«Perché quella gente non mette mai ordine in giardino?» borbotta tra sé, abbassando la veneziana.
«Volevi qualcosa, mammina?» chiedo, e rabbrividisco: saranno almeno sei anni che non la
chiamavo mammina.
Ma quella parola sembra metterla di buonumore: si avvicina, mi scosta i capelli dal viso, quasi
come fa Jase, ma poi li tira sulla nuca, fa una coda di cavallo, si tira indietro per osservare l’effetto,
mi rivolge quel sorriso che arriva fino agli occhi. «Sì, Samantha: ho bisogno del tuo aiuto. Domani
devo partecipare ad alcuni eventi e non so cosa mettermi. Mi dai una mano? Possiamo berci un tè.»
Qualche minuto dopo, mentre l’adrenalina nel mio corpo torna lentamente ai livelli normali,
sorseggio camomilla e guardo la mamma che posa sul letto pantaloni di lino e maglioncini di cotone.
Dovrebbe occuparsene Tracy, è lei quella che ragiona in termini di “outfit” e prepara i vestiti la sera
prima. Ma è sempre toccato a me, e non so perché.
«Allora: ho un pranzo al Garden Club, poi un centounesimo compleanno e da lì vado dritta a un
giro in barca nella baia.»
Mi appoggio al cuscino di raso e riduco le opzioni a tre: abito nero semplice, tailleur sportivo di
lino bianco, gonna blu a fiori con camicetta color fiordaliso incrociata sul davanti. «Il nero» le dico.
«È adatto a tutto.»
«Mmm.» Aggrotta la fronte e si guarda allo specchio tenendo il vestito davanti a sé. «Mia madre
mi diceva sempre di non vestirmi tutta di nero. Troppo deciso, troppo scontato.» Prima che possa
chiederle perché ha comprato quel vestito, si illumina in volto. «Ma ne ho uno uguale blu scuro.»
Sentenzio che il vestito blu è perfetto, e lo è davvero. La mamma svanisce nella cabina armadio e
torna con una selezione di scarpe. Mi metto più comoda tra i cuscini. Io e mia madre abbiamo più o
meno la stessa statura, ma il suo letto è uno di quelli enormi fatti per i giocatori di basket. Quando mi
ci sdraio mi sento sempre una bambina.
Dopo aver scelto le scarpe, scartando le altissime e dolorosissime Manolo e le “pratiche ma
brutte” Naturalizer, la mamma si siede sul letto per bere il tè e inspira a fondo, sollevando le spalle.
«È rilassante.» Mi sorride. «Mi sembra passato un secolo dall’ultima volta che l’abbiamo fatto.»
Le sembra perché è vero. Il nostro rituale del tè, la scelta dei vestiti, la mamma in casa di sera…
non ricordo nemmeno io l’ultima volta che è successo.
«Tracy mi ha mandato per e-mail una foto carinissima di lei e Flip al faro di East Chop.»
«L’ho ricevuta anch’io» dico.
«Sono una coppia molto dolce.» La mamma sorseggia il tè.
“Dolce” non è la prima parola che userei per descrivere Tracy e Flip, ma li ho sorpresi in
momenti intimi cui fortunatamente la mamma non ha mai assistito. Se fosse entrata in camera mia
cinque minuti prima, o anche solo due? Dalla finestra aperta avrebbe capito dov’ero. Cosa le
avrei detto? Cosa avrebbe fatto Jase?
«Senti la mancanza di un fidanzato, tesoro?» Mi ha colta totalmente alla sprovvista. Si alza, va a
riappendere nell’armadio i vestiti scartati. Non rispondo. «So che è importante alla tua età.» Fa una
risata amara. «Forse anche alla mia. Me n’ero dimenticata…» Resta smarrita nei pensieri per un
momento, poi sembra riprendersi. «Che ne dici di Thorpe, Samantha? Il fratello minore di Flip? È un
ragazzo così simpatico.»
Adesso mi suggerisce i ragazzi con cui uscire? Questa è proprio nuova. «Ehm, Thorpe gioca
nell’altra squadra» le faccio notare.
«Be’, non penso che le sue affiliazioni sportive siano importanti» dice lei. «È sempre stato molto
beneducato.»
«È gay, mamma, ha fatto coming out.»
Batte le palpebre, incassa la notizia. «Oh. Oh. Be’, allora.»
Il suo cellulare squilla, rompendo il silenzio. «Ciao, tesoro.» Si incastra il telefono tra l’orecchio
e la spalla, si sistema i capelli anche se Clay non può vederla. «Quando? Okay, accendo subito. Ti
richiamo dopo!»
Prende il telecomando ordinatamente riposto in un cestino di vimini sul comodino. «Sul canale
Sette hanno trasmesso il mio comizio alla Tapping Reeve House. Dimmi cosa ne pensi, Samantha.»
Mi chiedo se i figli delle star del cinema provino questo stesso strano senso di estraneità. La
persona che vedo sullo schermo somiglia alla donna che prepara la limonata nella nostra cucina, ma
le parole che le escono di bocca non c’entrano niente. Non sapevo che avesse problemi con gli
immigrati, o con il matrimonio gay. È sempre stata una conservatrice moderata. La ascolto, guardo il
suo viso emozionato accanto a me, e non so cosa dire. È colpa di Clay? Fatto sta che ho i brividi.
Capitolo Diciassette

Quando non è in giro con la mamma a fare campagna elettorale, Clay è una presenza fissa a casa
nostra. Mi ci vuole un po’ per abituarmi. Come avevo intuito fin dall’inizio, Clay è diverso. Si
stravacca, si toglie la cravatta e lancia la giacca sul divano, butta le scarpe dove capita, non ci pensa
due volte prima di aprire il frigo, tirar fuori gli avanzi e mangiarli direttamente dal contenitore
ermetico. Cose che la mamma non permetterebbe mai a me o a Tracy, ma Clay è libero di farle. Certe
mattine entro in cucina e lo trovo intento a preparare la colazione alla mamma: misteriose colazioni
piene di roba che prima lei non mangiava mai, come porridge e patatine fritte. Mentre la mamma
esamina l’agenda del giorno, Clay le riempie il piatto e la tazza di caffè e la bacia sulla testa.
La mattina dopo la nostra seduta di selezione dei vestiti, trovo Clay in cucina con un grembiule
addosso. Un grembiule! «Tua madre è uscita a comprare i giornali, Samantha. Ti vanno le focaccine
con la salsa alle salsicce?»
Bleah, no.
Brandisce la padella con la stessa sicurezza con cui fa ogni altra cosa. È strano vedere un uomo
che si sente a suo agio in casa nostra. Poi mi rendo conto che è la prima volta che lo vedo da solo,
dopo quel giorno in cui l’ho incontrato per strada. È l’occasione giusta per chiedergli chi è quella
donna, ma non ho idea di come iniziare.
«Ecco, prova questo» dice, posandomi un piatto davanti. Sembra vomito, però profuma di buono.
«Coraggio» mi sprona. «Non fare come quelle che hanno paura di ingrassare.»
Ha i capelli spettinati sulla fronte, come un ragazzino, e gli occhi sorridenti. Voglio farmelo
piacere. Rende la mamma molto felice… e ha preso le mie parti sulla questione del coprifuoco. Mi
agito sulla sedia.
«A proposito… grazie per avermi aiutata l’altra sera» dico infine, punzecchiando i grumi di salsa
con la forchetta.
Clay ridacchia. «Anch’io sono stato giovane, tesoro.»
Lo sei ancora, penso, e improvvisamente mi chiedo se non sia più vicino alla mia età che a quella
della mamma.
«Coraggio, Samantha. Non sei una codarda. Mangia un boccone.»
E va bene, penso, non sarò codarda. Lo guardo negli occhi. «Allora, chi era quella donna con cui ti
ho visto?»
Mi aspetto che mi dica che non sono affari miei, o che non sa di cosa parlo. Ma risponde a tono e
senza esitare: «Giù in città? Ti preoccupi per questo?»
Faccio spallucce. «Mi chiedevo se fosse il caso di accennare qualcosa a mia madre.»
Posa le mani sul bancone e mi guarda dritto negli occhi. «Perché mi hai visto pranzare con una
vecchia amica?»
L’atmosfera è leggermente cambiata. Sorride, ma non sono più sicura che sia sincero. «Sembravate
molto amici» osservo.
Clay mi fissa, ancora appoggiato al bancone. Incontro il suo sguardo. Dopo un momento lo vedo
rilassarsi tutto un colpo. «È solo un’amica, Samantha. Siamo stati fidanzati, un po’ di tempo fa, ma è
acqua passata. Ora sto con la tua mamma.»
Scavo cunicoli nella salsa con la forchetta. «Quindi la mamma sa di lei?»
«Non ci siamo seduti a discutere del nostro passato. Il presente è già troppo complicato. Ma tua
madre non ha motivo di preoccuparsi per Marcie, non più di quanto io debba preoccuparmi di tuo
padre. Vuoi del succo d’arancia?» Mi riempie un bicchiere prima che possa rispondergli. «Siamo
adulti, tesoro. Tutti abbiamo un passato: scommetto che ne hai uno anche tu. Ma non è importante,
conta solo il presente. No?»
Be’… forse non ha tutti i torti. Insomma, non mi ricordo più cosa trovassi di tanto affascinante in
Michael o in Charley.
«E tutti abbiamo un presente» continua lui. «Piccole cose, di cui non parliamo neppure alle
persone che amiamo.»
Lo guardo fisso. Ma no, è assurdo! Sta qui a casa ancor meno della mamma, non può sapere di
Jase. Ma aspetta, allora significa che…
«Come ti ho detto, Marcie appartiene al passato. Non è il mio presente, Samantha. E ormai mi
conosci abbastanza per sapere che guardo soprattutto al futuro.»

Sto mangiando la focaccina, che è inaspettatamente squisita, quando entra la mamma, accaldata, con
una pila di giornali. Clay glieli toglie di mano, le schiocca un gran bacio e scosta uno sgabello dal
bancone per farla sedere.
«Sto cercando di trasformare tua figlia in una vera donna del Sud, Gracie. Spero tu non abbia
obiezioni.»
«Certo che no, tesoro.» Si accomoda sullo sgabello accanto a me. «Sembra delizioso. Sto morendo
di fame!»
Clay le dà due focaccine e le ricopre di salsa, e la mamma ci si avventa sopra. Lei, che di solito fa
colazione con una fetta di melone e una di pane tostato alla segale.
E così è deciso. Ormai Clay è entrato nella nostra vita, nella nostra casa… ovunque.

Nei giorni successivi ho l’impressione di non vedere mai la mamma. Esce di corsa ogni mattina
portandosi dietro il cambio d’abito per la sera appeso al gancio sopra il finestrino posteriore della
macchina. Le conversazioni più lunghe che abbiamo sono via sms, quando mi racconta di essere a un
barbecue, a una grigliata di vongole, all’inaugurazione di qualcosa, in barca per una raccolta fondi, a
un incontro con i sindacati… di tutto e di più. Resta indietro persino con l’aspirapolvere, e mi lascia
post-it intimandomi di passarlo al posto suo. Le rare volte che è a casa per cena, c’è anche Clay; e a
metà cena lui spinge via il piatto, tira fuori un bloc notes e comincia a prendere appunti, continuando
a sbocconcellare pezzi di carne o di pomodoro dal primo piatto che trova a portata di mano: il mio, il
suo, quello della mamma.
Per descrivere l’entusiasmo di una persona, a volte si dice che “vive e respira” ciò che fa, ma non
l’avevo mai visto succedere davvero: Clay Tucker vive e respira la politica. In confronto a lui la
mamma sembra una dilettante. La sta trasformando in una persona nuova, una persona simile a lui.
Forse è un bene… ma il problema è che mi manca la mamma che avevo prima.
Capitolo Diciotto

«Signorina Reed! Signorina Reed? Potrebbe venire qui un attimo?» La voce del signor Lennox
fende l’aria, fremente di rabbia. «Immediatamente!»
Soffio nel fischietto, metto sulla sedia il cartello BAGNINO IN PAUSA, dopo essermi accertata
che non ci siano bambini soli in acqua, e mi dirigo verso la piscina Laguna. Il signor Lennox è lì con
Tim, e anche stavolta sembra sull’orlo di un colpo apoplettico. Tim, divertito e un po’ sballato,
strizza gli occhi nel sole di mezzogiorno.
«Questa è una bagnina» dice il signor Lennox, indicandomi.
«Aaaah. Adesso ho capito» fa Tim.
«No, giovanotto, lei non capisce affatto. Lei crede di essere un bagnino? È così che si fa
chiamare?»
L’espressione di Tim mi è familiare: sta cercando di decidere se fare lo strafottente. Alla fine
risponde: «Dai miei amici mi faccio chiamare Tim».
«Non è questo che intendo!» Il signor Lennox si gira verso di me. «Lo sa quanti demeriti ha
accumulato questo giovanotto?»
Lavora al B&T da una settimana, quindi azzardo una stima prudente: «Non so… cinque?»
«Otto! Otto!» Mi aspetto quasi che il signor Lennox esploda in una palla di fuoco. «Otto demeriti.
Lei lavora qui da due estati. Quanti demeriti ha?»
Tim incrocia le braccia e mi guarda. “Fraternizzare” sul lavoro vale quattro demeriti, ma lui non
ha mai detto – né a me né a Nan, a quanto ne so – di avermi vista con Jase.
«Non saprei» dico. Nessuno.
«Nessuno!» esclama il signor Lennox. «Nella sua breve permanenza qui, questo giovanotto ha…»
Alza una mano e conta sulla punta delle dita. «…preso del cibo dallo snack bar – due volte – senza
pagare. Non si è messo il cappello: tre volte. Ha fatto sedere qualcun altro sulla sedia del
bagnino…»
«Era un bambino piccolo» interviene Tim. «Voleva vedere il panorama da lassù. Aveva tipo
quattro anni!»
«Quella sedia non è un giocattolo. Inoltre lei si è allontanato dalla postazione senza esporre
l’apposito cartello… due volte.»
«Ero lì accanto alla piscina» obietta Tim. «Stavo parlando con delle ragazze. Se qualcuno
affogava lo salvavo. Non erano poi così carine» rivolge quell’ultima frase a me, come se mi dovesse
una spiegazione per quell’insolito senso di responsabilità.
«Non si è accorto neppure di me, che mi schiarivo la voce alle sue spalle! Tre volte, ho tossito!»
«Non aver sentito la tosse è un’infrazione separata dalla mancata esposizione del cartello? Oppure
sono tre demeriti diversi perché l’ho fatto tre volte? Perché in questo caso…»
Il volto del signor Lennox si contrae in una smorfia. Drizza le spalle, raggiungendo la massima
altezza consentita a un uomo della sua statura. «Lei» – dito puntato sul petto di Tim – «non ha lo
spirito del Bath and Tennis». Sottolinea ogni parola con una pressione del dito.
A Tim freme il labbro: altra mossa sbagliata.
«E ora lei non ha più un lavoro» tuona il signor Lennox.
Sento un sospiro dietro di me, mi volto e vedo Nan. «Una settimana» sussurra. «È un nuovo record,
Timmy.»
Il signor Lennox gira sui tacchi e se ne va dicendo: «La prego di consegnare in ufficio tutti i capi
d’abbigliamento che sono di proprietà del club».
«Ah, merda» sbotta Tim, infilando una mano nella tasca della felpa posata sulla sedia da bagnino e
tirando fuori un pacchetto di Marlboro. «Speravo di tenermi questo bel cappellino.»
«Tutto qui?» La voce di Nan si alza inaspettatamente di tono e di volume. «È tutto quel che hai da
dire? È la quarta volta che ti fai licenziare, da quando ti hanno cacciato da scuola! La terza scuola in
tre anni! Il quarto lavoro in tre mesi! Com’è fisicamente possibile farsi licenziare così spesso?»
«Be’, quel lavoro al cinema era una noia mortale, tanto per cominciare» commenta Tim,
accendendo una sigaretta.
«Chi se ne frega! Dovevi solo strappare i biglietti!» strilla Nan. Tim ha parlato a voce bassa per
tutto il tempo, ma il signor Lennox gridava; e Nan, che odia le scenate, non sembra preoccuparsi di
farne un’altra. Un gruppo di bambini ci fissa con gli occhi sbarrati, la signora Henderson ha di nuovo
tirato fuori il cellulare. «E hai rovinato tutto lasciando entrare gratis i tuoi amici!»
«Popcorn e caramelle costano uno sproposito: la dirigenza non ci rimetteva di sicuro.»
Nan si mette le mani nei capelli, madidi di sudore per l’afa o per la frustrazione. «E poi il centro
anziani: vai in giro a distribuire canne ai vecchietti, Timmy? Ma come ti viene in mente?» La signora
Henderson si è avvicinata, con il pretesto di andare allo snack bar.
«Senti, Nano, se fossi costretto a stare in un posto come quello con il culo attaccato a una
carrozzella, non vorrei altro che un po’ d’erba buona. Quei poveretti avevano un gran bisogno di
distrarsi dalla realtà. Offrivo un servizio pubblico, in pratica. Li facevano ballare il liscio,
organizzavano delle fottutissime gare di canto. Porco diavolo, una volta hanno fatto un concorso per
il cappello più buffo! Era la sagra del “tortura il vecchietto”. E poi…»
«Sei un dannato sfigato» esclama Nan, che non insulta mai nessuno. «Non è possibile che io e te
siamo parenti.»
A quel punto accade una cosa che non mi aspettavo: sul viso di Tim si disegna il dolore. Chiude
gli occhi e li riapre per guardarla malissimo. «Scusa, sorellina. Dobbiamo spartirci il patrimonio
genetico. Potrei avercela con te perché ti sei presa i geni migliori… ma visto che ti fanno
fottutamente soffrire, tieniteli pure.»
«Okay, smettetela, voi due» intervengo, come facevo quando litigavano da bambini: si rotolavano
sull’erba prendendosi a graffi, a pizzicotti, a pugni, senza quartiere. Mi spaventavo sempre, avevo
paura che si facessero male davvero. Ora che lottano solo a parole, ho quasi più paura.
«Samantha, torniamo al lavoro» dice Nan. «Noi che ne abbiamo ancora uno dobbiamo tenercelo.»
«Andate, andate» grida Tim quando si è già voltata. «Così potete tenervi quelle bellissime divise!
Le priorità, eh, Nano?» Prende il berretto, lo posa sulla sedia e ci spegne dentro la sigaretta.
Capitolo Diciannove

«Ho una sorpresa.» Jase mi apre la portiera della monovolume, qualche giorno più tardi. Dopo la
scenata al B&T non ho più rivisto né Tim né Nan, e a dire il vero sono contenta di stare un po’ in
pace.
Salgo in macchina e poso i piedi su una pila di vecchie riviste, un bicchiere di carta da caffè
vuoto, varie bottiglie di succhi di frutta e Gatorade e un mucchio di incarti di snack non meglio
identificabili. Alice e il suo Maggiolone, evidentemente, sono ancora al lavoro.
«Una sorpresa per me?» chiedo, incuriosita.
«Be’, è per me, ma un po’ anche per te. Insomma, è una cosa che voglio farti vedere.»
Non so se preoccuparmi. «È una parte del corpo?» indago.
Jase alza gli occhi al cielo. «No. Gesù. E io che credevo di essere un tipo affascinante.»
Rido. «Okay, era solo per controllare. Fammi vedere.»
Arriviamo a Maplewood, che sorge due cittadine dopo Stony Bay ma ha un’aria più sciatta. Jase
entra in un parcheggio con un’insegna enorme, rossa, bianca e blu, che dice: AUTO USATE DA
FRENCH BOB.
«French Bob?»
«Purtroppo Bob è convinto che spacciarsi per francese lo faccia sembrare un uomo di classe.»
«Capisco. Quindi tu saresti French Jase?»
«Oui, oui. Vieni, voglio sapere che ne pensi di lei.»
Lei?
Mi prende per mano e mi porta nel parcheggio sul retro. C’è un mucchio di vecchie macchine, in
vario stato di deterioramento, con grandi lettere dipinte sul parabrezza in vernice bianca. Dicono tutte
cose del tipo: GRANDE AFFARE, 3999 DOLLARI!, o NON COSTRUISCONO PIÙ MACCH
COSÌ!, o FA LE FUSA COME UN CUCCIOLO DI TIGRE.
Ci fermiamo davanti a un’auto bianca ma ingrigita, con un cofano enorme e un abitacolo
minuscolo. Sul parabrezza c’è scritto: QUESTA BAMBOLINA PUÒ ESSERE VOSTRA PE
POCHI SPICCIOLI.
«Pochi spiccioli, ovviamente, vuol dire millecinquecento bigliettoni» chiarisce Jase. «Ma non è
bellissima?»
Non me ne intendo di macchine, ma gli brillano gli occhi, perciò dico con entusiasmo:
«Fantastica!»
Ride di me. «Lo so, vista così non sembra. Ma è una Mustang del ’73. Immaginala con la
carrozzeria verniciata, adesso ha solo uno strato di antiruggine. Immaginala con i coprisedili nuovi,
volante in pelle e…»
«Dadi di peluche appesi al retrovisore?» chiedo, dubbiosa. «Vernice rosso mela? Coprisedili
leopardati?»
Jase scrolla la testa. «Per chi mi hai preso, Samantha? Certo che no. Verde scuro come le
macchine da corsa inglesi, che discorsi. E niente dadi. E, prima che tu me lo chieda, niente pupazzetti
di ballerine hawaiiane.»
«In tal caso, la adoro.»
Sorride. «Bene. Perché so che potrei rimetterla in sesto, ed è cabrio, e volevo essere sicuro che…
piacesse anche a te, perché… be’, ci tenevo a saperlo.» Accarezza il cofano inclinando la testa di
lato. «Risparmio da quattro anni. Lo so, sono soldi che dovrei usare per il college» mormora, come
se si aspettasse una predica da me. «Ma il Maggiolone lo prende sempre Alice: a quanto pare Brad
guida male. E io e te non possiamo vederci sempre sul tetto di casa tua. E poi è un affarone.»
La mia attenzione è concentrata su un dettaglio. «Risparmi per una macchina da quando avevi
tredici anni?»
«Che c’è, ti sembra strano?»
Il suo sorriso è così contagioso che lo ricambio prima ancora di iniziare a rispondere. «Non lo so.
È solo che pensavo che i tredicenni volessero prima la Xbox.»
«Joel mi ha insegnato a guidare quando avevo tredici anni, nel parcheggio della spiaggia, in
autunno. Mi sono appassionato. È così che ho iniziato a imparare come si riparano le macchine…
perché legalmente non potevo ancora guidarle. Mi credi ancora pazzo, eh? Ti si legge in faccia.»
«Pazzo in senso buono» lo rassicuro.
«Me ne farò una ragione. Ora vieni, ma chérie, andiamo a pagare French Bob.»
Bob accetta di trasportare la Mustang con il carro attrezzi fino a casa dei Garrett entro venerdì.
Mentre risaliamo nella monovolume chiedo: «Dove la sistemi, mentre la metti a posto?»
«Nel vialetto. Joel va al lavoro in moto, quindi resta spazio. In garage non c’è un buco libero,
finché mia madre non vende tutta quella roba che dice di voler vendere da anni.»
Vedo già mia madre, con le mani sui fianchi, che guarda dalla finestra il vecchio macinino e
sbuffa. «Un rottame arrugginito, adesso! E poi cosa, nani da giardino?» Stringo il ginocchio di Jase, e
lui posa subito le dita sulle mie e mi rivolge quel sorriso indolente, inebriante. Sento una fitta di
dolore, come se dessi via una parte di me che non avevo mai offerto a nessuno. E all’improvviso
ricordo quando Tracy mi ha detto di temere che lei e Flip facessero troppo sul serio. Sono passate
poche settimane, e a quanto pare anch’io mi sono spinta al largo, fin dove non si tocca.

Le giornate di Jase sono fitte di impegni come quelle della mamma. Il negozio di ferramenta, gli
allenamenti, qualche lavoretto di riparazioni al negozio di biciclette, le consegne di legname… Un
pomeriggio, al ritorno dalla piscina, indugio in veranda cercando di decidere se chiamarlo, quando
sento un fischio e lo vedo che mi viene incontro sul nostro vialetto.
Squadra la mia giacca, con le mostrine sulle spalle, e lo stupido costume da bagno con lo stemma.
Avevo tanta fretta di uscire dal B&T che non mi sono neppure cambiata. «Ammiraglio Samantha,
finalmente ci rivediamo.»
«Lo so» dico. «Beato te che puoi vestirti come vuoi.» Indico i suoi pantaloncini sbiaditi e la
camicia verde scuro.
«Ma sei lo stesso più bella di me. A che ora torna tua madre, oggi?»
«Tardi. È a una raccolta fondi al Bay Harbor Grille» rispondo, esasperata.
«Ti va di venire a casa mia? Hai il permesso di “fraternizzare” fuori dal luogo di lavoro?»
Gli dico di aspettare due minuti e vado a cambiarmi.
A casa dei Garrett troviamo, come al solito, il caos. La signora Garrett sta allattando al seno Patsy
al tavolo della cucina, e intanto interroga Harry sui nomi dei nodi da marinaio, per il corso di vela.
Duff è al computer. George, a torso nudo, mangia biscotti al cioccolato inzuppandoli distrattamente
nel miele e sfoglia l’edizione per ragazzi del National Geographic. Alice e Andy sono immerse in
una discussione accesa davanti al lavandino.
«Come faccio a convincerlo? Mi sta uccidendo. Adesso muoio.» Andy strizza gli occhi.
«Di cosa stai morendo, cara?» chiede la signora Garrett. «Non ho capito.»
«Kyle Comstock non mi ha ancora baciata. Non ce la faccio più.»
«Non dovrebbe volerci così tanto… forse è gay» ipotizza Alice.
«Alice! Ha quattordici anni. Gesù» protesta Jase.
«Che vuol dire gay?» chiede George con la bocca piena di biscotti.
«Come quei pinguini dello zoo del Central Park di cui abbiamo letto» spiega Duff, senza smettere
di scrivere al computer. «Ti ricordi che a volte i maschi si accoppiano con altri maschi?»
«Ah, sì, mi ricordo. Che vuol dire accoppiarsi? Quella parte non me la ricordo» risponde George,
ancora masticando.
«Prova così» suggerisce Alice. Si avvicina a Jase, scuote i capelli, socchiude gli occhi, gli
accarezza il petto e giocherella con i bottoni della camicia, piegandosi leggermente verso di lui.
«Questo metodo funziona sempre.»
«Non con tuo fratello.» Jase indietreggia, riabbottonandosi la camicia.
«Potrei provare.» Andy sembra dubbiosa. «Ma se mi infila subito la lingua in bocca? Non sono
sicura di essere pronta.»
«Bleah!» strepita Harry. «Che schifo.»
Mi sento arrossire e guardo Jase: è rosso anche lui. Ma mi fa un sorrisetto.
La signora Garrett sospira. «Secondo me non devi avere fretta, Andy.»
«Ma fa senso, o è bello?» Andy si volta verso di me. «È difficile da immaginare, anche se ci
provo. In continuazione.»
«Io e Samantha andiamo di sopra a… ehm… a dare da mangiare agli animali.» Jase mi prende per
mano.
«Ah, adesso si dice così?» chiede languida Alice.
«Alice!» sbotta la signora Garrett mentre ci rifugiamo nella relativa calma della stanza di Jase.
«Scusa» mi dice lui, la punta delle orecchie ancora rossa.
«Figurati.» Mi sfilo l’elastico dai capelli, li scrollo all’indietro, batto le ciglia e con gesti plateali
inizio a sbottonargli la camicia.
«Oh, mio Dio» sussurra Jase. «È come se non… non riesco a non… io…» Infila l’indice
nell’elastico dei miei pantaloncini e mi tira a sé. Le sue labbra, ormai familiari, si posano sulle mie
provocandomi sempre di più. Nelle ultime settimane abbiamo passato ore a baciarci… ma solo a
baciarci, e a toccarci soltanto sul viso, sulla schiena e sullo stomaco. Jase non ha fretta.
Non come Charley, che non riusciva a baciarmi senza cercare di andare oltre; o Michael, la cui
mossa tipica consisteva nell’infilarmi le mani sotto la maglietta, slacciarmi il reggiseno e chiedermi
in tono lamentoso: «Perché mi fai questo?»
Ora sono le mie dita a scivolare sotto la camicia di Jase, a scorrergli sul petto, mentre gli poso la
testa sulla spalla e inspiro a fondo. Finora, i nostri baci sono sempre stati lenti e controllati, sia al
lago, sia sul tetto, quando potevamo essere scoperti da chiunque. Ora siamo in camera sua, e mi sento
al contempo provocante e audace. Sposto le mani sull’orlo della camicia e tiro verso l’alto, mentre
una parte di me non si capacita di ciò che sto facendo.
Jase indietreggia e mi guarda fisso con quei suoi occhi verdi. Poi alza le braccia per lasciarsi
spogliare.
E io non mi tiro indietro.
L’ho già visto senza camicia. L’ho visto in costume da bagno. Ma tutte le volte che gli ho toccato il
petto eravamo al buio. Adesso, invece, il sole del pomeriggio entra di sbieco nella stanza, che odora
di terra e di piante, e l’unico rumore è il nostro respiro.
«Samantha.»
«Mmmmm» mormoro, passandogli le dita sullo stomaco e sentendo tendersi i muscoli sodi.
Allunga una mano. Chiudo gli occhi e penso a quanto sarò in imbarazzo se lui mi ferma. Invece le
sue dita si chiudono leggere sull’orlo della mia maglietta e la tirano verso l’alto, mentre l’altra mano
mi cinge la vita. Poi mi accarezza la guancia, formulando una domanda silenziosa. Annuisco, e lui mi
sfila la maglietta.
Poi mi tira a sé e ci baciamo di nuovo, ma il contatto della pelle nuda è molto più intimo. Sento
battergli il cuore, lo sento respirare. Gli affondo le dita nei riccioli per farlo avvicinare di più.
La porta si apre all’improvviso ed entra George. «La mamma ha detto di portarvi questi.»
Ci separiamo di scatto e ci troviamo davanti un piatto di biscotti con scaglie di cioccolato, da
diversi dei quali è stato staccato un morso.
George ci porge il piatto con aria colpevole. «Dovevo controllare che non fossero andati a male».
E poi: «Ehi, ma non avete i vestiti!»
«Ehm, George…» Jase si passa le mani tra i capelli.
«Neanch’io.» George si punta un dito sul petto nudo. «Siamo uguali.»
«Va bene, adesso però torna di sotto.» Jase lo accompagna alla porta e gli dà tre biscotti. Gli
assesta una spintarella tra le scapole magre e richiude la porta alle sue spalle.
«Quante probabilità ci sono che non riferisca a tua madre che eravamo senza maglietta?» chiedo.
«Poche.» Jase si addossa alla porta e chiude gli occhi.
«George spiattella tutto.» Mi rimetto la maglietta.
«Possiamo… ehm…» Jase, che trova sempre le parole giuste, stavolta è ammutolito.
«Dar da mangiare agli animali?» suggerisco.
«Sì. Giusto. Ehm, ecco.» Apre alcuni cassetti sotto il letto. «È tutto suddiviso per…»
Prepariamo il mangime, riempiamo le bottiglie d’acqua, sistemiamo la paglia nelle gabbie. Dopo
circa cinque minuti esplodo: «Rimettiti questa», e gli lancio la maglietta.
«Okay. Perché?»
«Vestiti e basta.»
«Il mio corpo ti distrae, Samantha?»
«Sì.»
Scoppia a ridere. «Bene. Siamo pari, allora.» Tace per un momento, poi continua: «Mi è uscito
male. Detta così sembra che mi interessi solo per il tuo aspetto fisico, e invece non è così. È solo che
sei molto diversa da quello che mi aspettavo».
«Che ti aspettavi… quando?»
«Quando ti osservavo seduta sul tetto. Per anni.»
«Mi hai osservato per anni?» Mi sento arrossire di nuovo. «Non me l’hai detto.»
«Anni e anni. Certo che non te l’ho detto. Sapevo che ci spiavi. Non capivo perché non venivi
direttamente da noi. Pensavo… che magari fossi timida… o snob… non lo sapevo. Non ti conoscevo,
Sam. Però non riuscivo a non guardarti anch’io.»
«Perché sono irresistibile e affascinante?» Alzo gli occhi al cielo.
«Ti vedevo dalla finestra della cucina, a cena o quando nuotavo in piscina di notte, e mi chiedevo
cosa ti passasse per la testa. Sembravi sempre calma, tranquilla, perfetta. Ma…» Non finisce la
frase, si scompiglia di nuovo i capelli. «Sei meno… più… ti preferisco adesso.»
«In che senso?»
«Mi piace averti qui, in carne e ossa, a sopportare tutto questo delirio… George, Andy, Harry, e
anch’io, temo… con la calma che hai. Mi piace la persona che sei davvero.» Mi contempla per un
lungo momento e poi si gira per riempire la bottiglia d’acqua nella gabbia del furetto.
Le sue parole mi fanno piacere, ma mi mettono anche a disagio. Sono davvero una persona calma?
Una persona che non si lascia turbare dalle cose? Jase è così sicuro di avermi capita.
Bussano alla porta. Stavolta è Duff che vuole aiuto con i nodi da marinaio. Poi Alice, che domani
ha un esame di massaggio cardiaco e vuole un volontario su cui esercitarsi.
«Neanche morto, chiedi a Brad» dice Jase.
È un bene che veniamo interrotti così spesso, perché al momento non mi sento affatto calma. Anzi,
sono completamente spiazzata da quanto è accaduto tra di noi, pelle nuda contro pelle nuda, con la
sensazione sempre più forte di non esercitare più alcun controllo su me stessa. Non sono io a
scegliere, ma un desiderio per niente facile da tenere a freno.
Prima d’ora sono sempre stata curiosa, ma non mi sono mai sentita… costretta. Quanta esperienza
avrà Jase? È bravissimo a baciare, ma d’altronde è bravo in ogni cosa che fa, quindi non vuol dire
niente. L’unica ex ragazza di cui io sappia qualcosa è Lindy, quella che rubava nei negozi, e
certamente non sembra il tipo che esita a prendere ciò che vuole dalla vita.
Quando la signora Garrett sale a chiedermi se voglio restare per cena le dico di no: la mia casa
quieta e vuota, con gli avanzi nei contenitori ermetici, mi appare per la prima volta, non so perché,
come un rifugio dal caldo silenzio della stanza di Jase.
Capitolo Venti

«Ecco qui, Grace. Barbecue con porchetta al centro anziani. Festa delle aringhe con le Figlie di
San Damiano. Ricorrenza dell’Aringa Benedetta con la congregazione di San Michele. Devi andare a
tutti quanti.»
Clay ha in mano un evidenziatore e il quotidiano locale. La mamma è alla sua terza tazza di caffè
mattutino.
«Festa delle aringhe?» dice in tono fiacco. «Mai fatto niente del genere.»
«Non avevi mai avuto un avversario temibile, Grace. Sì, devi farle tutte quante. Guarda qui,
inaugurano una tavola calda a Bay Crest, in un vecchio vagone merci. Devi esserci.»
La mamma sorseggia lentamente il caffè. Ha i capelli più spettinati del solito, una matassa color
platino che dovrebbe somigliare a uno chignon.
Clay evidenzia altri trafiletti e poi guarda la mamma. «So che sei stanchissima, Gracie, ma hai la
possibilità di vincere e non devi sprecarla.»
La mamma drizza la schiena come se Clay le avesse tirato i fili. Va a sedersi accanto a lui e guarda
il giornale, sistemandosi i capelli dietro le orecchie.
Il modo in cui si comporta quand’è con lui mi mette a disagio. Faceva così anche con papà? Fra
Tracy e Flip c’è un rapporto equilibrato, ora lo vedo, mentre la mamma a volte sembra vittima di un
incantesimo. Ripenso a quei momenti in camera di Jase: se la mamma prova le stesse cose con Clay,
non è che io non la capisca. Ma… ma i brividi che provo con Jase non sono il formicolio ansioso che
sento adesso, guardando quelle due teste bionde chine sopra il giornale.
«Avevi bisogno di qualcosa, tesoro?» mi chiede Clay notando che li osservo.
Apro la bocca e la richiudo. Forse ha ragione Tracy, ed è solo che non sono abituata al fatto che la
mamma “abbia un uomo”. Forse, nonostante tutto, mi sento protettiva nei confronti del mio padre
assente. O forse sono solo gli ormoni. Guardo l’orologio: tra un’ora e mezzo dovrò andare al B&T.
Immagino l’acqua fresca, baciata dal sole, quel silenzioso mondo subacqueo disturbato solo dal
movimento del mio corpo. Prendo la roba ed esco.

«Sailor Moon! Sei in televisione!» Harry mi si getta addosso quando entro in cucina. «Sei tu! Proprio
in mezzo al Magico mondo dei mammiferi. Vieni a vedere!»
Nel salotto dei Garrett, George, Duff e Andy siedono ipnotizzati davanti a uno spot elettorale di
mia madre. È inquadrata in primo piano sullo sfondo del Campidoglio. Come donne, come genitori,
sappiamo che la famiglia è la cosa più importante, dice, mentre sullo schermo appaiono foto di me
e Tracy vestite uguali con i cestini delle uova di Pasqua, in spiaggia, sedute sulle ginocchia del
Babbo Natale del B&T, sempre con la mamma sullo sfondo. Non pensavo che fossero mai riusciti a
fotografarmi con Babbo Natale senza che piangessi, ma in quella foto sembro relativamente calma. Il
Babbo Natale del B&T puzzava sempre di birra e aveva una barba palesemente finta. La famiglia è
sempre stata la mia priorità.
«La tua mamma è bella, ma non sembra una mamma» commenta George.
«Non essere maleducato» lo riprende Andy mentre sullo schermo appare un’altra serie di foto:
Tracy che vince un trofeo di ginnastica artistica, io che vinco un premio alla fiera della scienza per il
plastico di una cellula. «Oh, guarda, portavi anche tu l’apparecchio, Samantha. Non pensavo che ne
avessi avuto bisogno.»
«Dicevo solo che è una bella signora» precisa George, mentre la mamma sorride e dice: Quando
mi avete eletta senatrice del vostro Stato, quella priorità è rimasta. Solo che la mia famiglia è
diventata molto più grande.
Poi vediamo varie foto della mamma: con un gruppo di diplomati in toga e tocco, china su una
vecchietta in carrozzina che sventola una bandiera, intenta a ricevere un mazzo di fiori da un
bambino.
«Quelle persone sono davvero la tua famiglia?» chiede Harry in tono sospettoso. «Non li ho mai
visti nella casa qui accanto.»
Ora la telecamera inquadra la mamma a una cena con un mucchio di gente di etnie diverse, tutti che
sorridono e annuiscono: è chiaro che stanno parlando dei loro valori e della multiculturalità,
durante… un banchetto a base di piatti tipici del Connecticut. Vedo uno sformato alle vongole,
ingredienti per il bollito del New England, pizza di New Haven: cose che mai si sono viste in tavola
a casa nostra.
Gli elettori sono la mia famiglia. Sarò onorata di sedermi alla vostra tavola. Questo novembre,
per voi, lotterò più di prima. Mi chiamo Grace Reed, e ho approvato questo messaggio, conclude
in tono deciso.
«Tutto a posto, Sailor Moon?» George mi tira un braccio. «Mi sembri triste. Non volevo offendere
la tua mamma.»
Mi riscuoto dalle immagini sullo schermo e trovo George accanto a me, che respira
rumorosamente in quel modo tipico dei bambini e mi porge il vecchio cane di peluche, Happy.
«Se sei triste, Happy è magico e ti aiuta.»
Prendo il cane e abbraccio George. Altri respiri pesanti. Happy è schiacciato tra noi due, odora di
burro di noccioline, plastilina e terra.
«Forza, ragazzi, è una bella giornata e voi state chiusi in casa a guardare Il magico mondo dei
mammiferi. Quello è per i giorni di pioggia.» Li accompagno fuori, ma prima lancio un’ultima
occhiata al televisore. Nonostante tutti i manifesti, i volantini, le foto sui giornali, è ancora surreale
vedere la mamma in televisione. Ed è ancor più strano vedere me stessa e scoprire quanto le
somiglio.
Capitolo Ventuno

Da quando Tim è stato licenziato dal B&T, i Mason tentano di tenerlo occupato mentre cercano
un’accademia militare abbastanza severa da riuscire a instillargli una sana disciplina. Stasera gli
hanno dato dei soldi per portare al cinema me e Nan.
«Per favore» esclama Nan al telefono. «È un film. Quanto brutto potrà mai essere? Se scegliamo
un film da femmine non gliene importerà niente… anzi, non se ne accorgerà neppure.»
Ma appena salgo sul sedile posteriore della Jetta di Tim capisco che il piano è destinato a fallire.
Farei meglio a scendere dalla macchina, e invece resto lì. Non posso lasciare Nan nei guai.
«Tim! Il cinema non è da questa parte!» Nan si sporge dal sedile del passeggero.
«Lo so, sorella. Al diavolo il multisala: ce ne andiamo nel New Hampshire, dove il Bacardi costa
meno.»
Il tachimetro supera i centoventi chilometri all’ora. Tim distoglie lo sguardo dalla strada per
cercare canzoni sull’iPod, premere l’accendisigari o estrarre una Marlboro dal taschino. La
macchina sbanda e lui rientra in corsia dando uno strattone al volante. Guardo il profilo di Nan che,
senza voltarsi, allunga una mano all’indietro per stringere la mia.
Dopo una ventina di minuti, con varie altre sbandate e sempre sopra il limite di velocità, Tim
accosta davanti a un McDonald’s, frenando così forte che io e Nan veniamo sbalzate in avanti e poi
all’indietro. Però sono sollevata: mi si sono addormentate le dita a forza di stringere la maniglia
della portiera. Tim torna alla macchina con una faccia ancor meno raccomandabile di prima: le
pupille coprono quasi interamente le iridi grigie, i capelli rosso scuro sono dritti sulla testa.
«Dobbiamo tirarci fuori da questo casino» sussurro a Nan. «È meglio se guidi tu.»
«Ho solo il foglio rosa, potrei cacciarmi nei guai.»
Difficile immaginare guai più grossi di quelli in cui siamo già. Io ovviamente non so guidare,
perché la mamma continua a rimandare la mia iscrizione alla scuola guida dicendo che sono troppo
giovane e che le strade sono piene di pazzi. Non mi è sembrato il caso di insistere, visto che potevo
farmi scarrozzare da Tracy. Ora sono pentita di non aver falsificato la firma della mamma sui moduli
del consenso. Mi chiedo se, provandoci, riuscirei a guidare. Penso a quelle storie che si sentono ogni
tanto al telegiornale, di bambini di sei anni che guidano per portare all’ospedale il padre colpito da
un ictus. Controllo il posto di guida della Jetta: niente da fare, ha il cambio manuale.
«Dobbiamo farci venire un’idea in fretta, Nanny.»
«Lo so» bisbiglia lei. Posa la mano sulla spalla di Tim, che sta cercando invano di girare la chiave
nel quadro. «Timmy. Non ha senso. Per la benzina da qui al New Hampshire bruceremo tutti i soldi
che risparmiamo.»
«È una fottuta avventura, sorellina.» Finalmente riesce a girare la chiave, preme l’acceleratore a
tavoletta e sgomma via dal parcheggio. «Non ti viene mai voglia di avventure?»
La macchina accelera inesorabile, la vibrazione del motore riverbera sotto i sedili. Tim sta
sorpassando a destra altre macchine. Abbiamo superato Middletown e ci stiamo avvicinando a
Hartford. Guardo l’orologio: le nove meno dieci… e il mio coprifuoco è alle undici. Non saremo
neanche nei pressi del New Hampshire per quell’ora. Sempre che non ci sfracelliamo contro un
albero. Mi fa male la mano perché stringo troppo forte la maniglia. Sento colare il sudore sulla
fronte.
«Tim, devi fermarti. Devi fermarti e farci scendere» dico a voce alta. «Non vogliamo fare questo
viaggio con te.»
«Rilassati, Samantha.»
«Ci ammazzeremo tutti!» esclama Nan.
«Scommetto che morirete vergini, tutte e due. C’è da chiedersi cosa cazzo l’abbiate conservata a
fare, eh?»
«Timmy. La smetti di dire quella parola?»
Ovviamente è un invito a nozze. «Quale parola? Ah, quella parola!» Ne fa una canzoncina, la
ripete a oltranza per qualche minuto. Poi la arrangia sulle note della marcia militare dal Ponte sul
fiume Kwai. Scoppio in una risata isterica. Poi vedo che abbiamo superato i centosessanta all’ora. E
non ho mai avuto così paura in vita mia.
«Merda, la polizia.» Tim svolta di colpo in una piazzola di sosta. Prego Dio che la volante ci
segua, invece prosegue diritta con le sirene accese. Nan è sbiancata. La Jetta inchioda con uno
stridore di gomme e Tim barcolla fuori dicendo: «Cacchio, devo pisciare», e si allontana nella
direzione di un enorme cassonetto azzurro.
Tiro via le chiavi dal quadro, scendo e le butto nei cespugli accanto al parcheggio.
«Che stai facendo?» grida Nan, seguendomi a braccia aperte.
«Mi assicuro che ne usciamo vive.»
Scrolla la testa. «Samantha, che ti è venuto in mente? Su quel portachiavi Tim ci tiene le… chiavi
del bloccasterzo della bici.»
Mi piego in avanti, poso le mani sulle ginocchia e faccio lunghi respiri. Mi volto a guardare Nan.
Lei vede la mia espressione e scoppia a ridere.
«Okay, è assurdo» ammette. «Ma come ci tiriamo fuori da questa storia?»
In quel momento Tim torna barcollando verso di noi, sale al posto di guida e appoggia la fronte al
volante. «Non mi sento bene.» Inspira a fondo, si posa le braccia intorno alla testa facendo suonare il
clacson. «Siete due brave ragazze. Davvero. Non so che diavolo mi è preso.»
Ovviamente né io né Nan abbiamo una risposta. Chiudiamo la portiera della macchina e ci
appoggiamo. Il traffico sfreccia alla nostra sinistra. Così tante persone, tutte ignare del nostro
dramma. È come se fossimo sperduti nel deserto.
«E adesso?» chiede Nan.
La mamma mi ha detto mille volte cosa devo fare quando sono in macchina con un conducente di
cui non posso fidarmi. Perciò le telefono. Chiamo a casa, chiamo al cellulare. Brr, chiamo anche al
cellulare di Clay. E quello di Tracy… non che possa aiutarmi, dall’isola di Martha’s Vineyard, ma…
Nessuno risponde. Cerco di ricordare dove andava la mamma stasera, ma l’ho dimenticato.
Ultimamente è tutto un turbinio di “tavole rotonde sull’economia” e “riunioni al municipio” ed
“eventi informativi sulla selezione del personale”.
Quindi chiamo Jase. Risponde al terzo squillo. «Samantha! Ehi, ero…»
Lo interrompo per spiegargli cosa succede.
Nan, che sta controllando Tim, dice: «È svenuto! Almeno credo. È tutto sudato. Oddio, Samantha!»
«Dove siete esattamente?» chiede Jase. «Alice, ho bisogno di aiuto» grida. «Ci sono cartelli
stradali? Qual è l’uscita più vicina?»
Mi guardo intorno ma non vedo niente. Domando a Nan qual è l’ultima città che abbiamo superato,
ma lei scuote la testa: «Avevo gli occhi chiusi».
«Resta in linea» mi dice Jase. «Entrate in macchina, chiudetevi dentro e accendete le quattro
frecce. Vi troveremo.»
Ci trovano. Tre quarti d’ora dopo sentiamo bussare al finestrino e alzando gli occhi vedo Jase, e
dietro di lui Alice. Apro la portiera. Ho i crampi ai muscoli e non mi reggo sulle gambe. Jase mi
abbraccia, caldo, solido e tranquillo. Mi abbandono tra le sue braccia. Nan scende dietro di me, alza
la testa, ci vede, resta a bocca aperta.
Dopo un minuto Jase mi lascia andare e aiuta Alice, stranamente silenziosa e paziente, a caricare
un esanime Tim sul sedile posteriore del Maggiolone. Russa come un treno a vapore, è chiaro che
non si sveglierà tanto presto.
«Cos’ha preso?» domanda Alice.
«Non… non lo so» balbetta Nan.
Alice gli tasta il polso, gli annusa l’alito, scuote la testa. «Credo che stia bene. È solo
addormentato. Li riporto a casa, se lei» indica Nan «mi dice dove andare. Tu mi vieni dietro e poi
torniamo a casa assieme, J, va bene?» Si mette al posto di guida e avvicina il sedile al volante, per
adattarlo alla sua statura minuta.
Nan sale sul Maggiolone accanto ad Alice, mi guarda storto e mima con le labbra: «Che
succede?», e fa il gesto del telefono all’orecchio.
Annuisco, traggo un lungo respiro incerto. Aspetto che Jase mi chieda come mi sia venuto in mente
di salire in macchina con una persona in quelle condizioni, invece dice: «Hai fatto proprio la cosa
giusta».
Cerco dentro di me la ragazza che Jase crede io sia. Quella ragazza calma e serena che non si
lascia turbare dalle cose. Non la trovo. Invece scoppio in lacrime, quel pianto imbarazzante e
rumoroso in cui non riesci a riprendere fiato.
Ovviamente per lui non è un problema: aspetta che io mi riprenda, poi si infila una mano in tasca e
mi porge una barretta di cioccolato. «Alice mi ha spiegato che fa bene in caso di shock. Dopotutto
studia da infermiera.»
«Ho buttato nei cespugli le chiavi della macchina.»
«Bella mossa.» Si avvia verso il boschetto e si china a tastare per terra. Lo seguo, imitandolo.
«Devi avere molta forza nelle braccia» dice infine, dopo dieci minuti di ricerche infruttuose.
«Ho giocato a softball, nelle Hodges Heroines, fino alla terza media» rispondo. «Ora che
facciamo?»
Invece di rispondere, Jase torna alla Jetta e apre la portiera del passeggero facendomi cenno di
salire. Salgo, e lo guardo affascinata mentre strappa via un pezzo di plastica dalla colonna dello
sterzo, poi tira via il rivestimento di due cavi elettrici rossi e li annoda. Quindi tira fuori un altro filo,
stavolta marrone, e lo posa su quelli rossi, facendo sprigionare delle scintille.
«Stai facendo partire la macchina con i fili?» L’ho visto fare solo nei film.
«Solo per riportarla a casa.»
«Dove l’hai imparato?»
Jase mi guarda e dice, sopra il rombo del motore: «Mi piacciono le macchine. Ho imparato tutto
quel che c’era da sapere».
Partiamo, e dopo dieci minuti di silenzio Jase dice, pensieroso: «Timothy Mason. Avrei dovuto
saperlo».
«Lo conosci?» Mi stupisco. Prima Flip, ora Tim. Chissà perché, forse perché non conoscevo i
Garrett, ma li immaginavo in un mondo del tutto separato dal mio.
«Dai tempi degli scout, da piccoli.» Fa il saluto scout.
Ridacchio. “Boy scout” non è la prima cosa che mi viene in mente quando penso a Tim.
«Già allora prometteva casini. O ne combinava già.» Jase si mordicchia il labbro.
«Cocaina ai campi scout?» chiedo.
«No, perlopiù provava ad accendere fuochi con una lente d’ingrandimento e rubava i distintivi agli
altri bambini… era un bravo ragazzo, in realtà, ma sembrava che dovesse mettersi nei guai per forza.
Ma quindi sua sorella è la tua migliore amica? Che tipo è?»
«L’esatto contrario. Costretta a essere perfetta.» Penso a Nan e guardo per la prima volta
l’orologio sul cruscotto. Le 22:46. La mia mente razionale – che poco fa mi ha abbandonato – mi dice
che non c’è la minima possibilità che mia madre si arrabbi per la violazione del coprifuoco, date le
circostanze. Ma sono tesa lo stesso. La mamma trova sempre un modo per scaricare tutta la colpa su
di me. E peggio ancora, su Jase. «Mi dispiace di averti coinvolto.»
«Non fa niente, Samantha. Sono contento che stiate tutti bene. Nient’altro importa.» Mi guarda per
un momento. «Neppure il coprifuoco.» Parla a voce bassa, in tono delicato, e io mi sento di nuovo le
lacrime agli occhi. Ma che mi prende?
Per il resto del viaggio Jase continua a distrarmi. Mi snocciola una lunga e incomprensibile lista
delle cose che deve fare per rimettere in sesto la Mustang – «Quindi ho circa trecento cavalli con le
testine e il tubo di scarico in alluminio, e la frizione slitta a circa duecentosessanta cavalli in terza, e
vorrei il kit frizione CenterForce, ma costa cinquecento dollari, ma il modo in cui slitta ogni volta
che accelero in terza mi fa uscire di testa» – e darle l’aspetto «che deve avere». Poi mi dice che ci
stava lavorando poche ore prima, nel vialetto, mentre Kyle Comstock e Andy sedevano insieme sui
gradini d’ingresso.
«Cercavo di non ascoltare e di non guardare, ma cavolo, soffrivo per loro. Lui cercava in ogni
modo di toccarla – muoveva un ginocchio, allargava le braccia fingendo di sbadigliare – e poi
perdeva coraggio all’ultimo momento. Oppure allungava una mano e la ritraeva subito. Andy si
leccava le labbra e scuoteva i capelli, temevo le si staccasse la testa dal collo. E intanto parlavano di
quella volta che hanno dissezionato un feto di maiale nel laboratorio di biologia, l’anno scorso.»
«Non proprio un argomento afrodisiaco.»
«No. La biologia in genere sì, ma la dissezione e i suini morti… non ci siamo proprio.»
«È difficile, a quattordici anni.» Scrollo la testa.
«Ma anche a diciassette.» Jase mette la freccia ed esce dall’interstatale.
«Anche a diciassette» concordo. E per l’ennesima volta, mi chiedo quanta esperienza abbia.

Quando arriviamo a casa dei Mason, Alice e Nan sono arrivate da poco: sono ancora accanto al
Maggiolone e stanno discutendo. Le luci in casa sono quasi tutte spente, a parte un chiarore arancione
proveniente dai bovindi del salotto e due lampadine tremolanti in veranda.
«Non possiamo portarlo dentro senza farci vedere?» scongiura Nan, stringendo il braccio di Alice
con le dita magre.
«La vera domanda è se dobbiamo portarlo dentro senza farci vedere. I vostri genitori dovrebbero
venirlo a sapere.» Alice parla in tono paziente, come se ci fosse già passata più di una volta.
«Alice ha ragione» interviene Jase. «Se non lo scoprono, be’… forse se non mi fosse successa
quella cosa con Lindy avrei iniziato anch’io a rubare nei negozi. Ma è più di questo… se nessuno
scopre quanto è ridotto male, Tim potrebbe ritrovarsi di nuovo in questa situazione e stavolta
potrebbe finire diversamente. E lo stesso vale per te, e per Samantha.»
Alice annuisce, guardando Nan ma parlando a suo fratello. «Te lo ricordi River Fillipi, Jase? I
suoi genitori gli permettevano tutto, gli perdonavano tutto. È finito addosso a tre macchine, e poi al
guardrail, sull’interstatale 95.»
«Ma tu non capisci» ribatte Nan. «Tim è già nei guai fino al collo. I miei genitori lo vogliono
mandare all’accademia militare. È l’ultima cosa che potrebbe fargli bene, l’ultimissima. Lo so che è
un idiota e uno sfigato, però è mio fratello…»
Si interrompe bruscamente. Le trema la voce, le trema tutto il corpo. Mi avvicino e la prendo per
mano. Ripenso a quelle cene imbarazzanti a casa loro, lo sguardo vacuo del signor Mason a tavola, la
signora Mason che spiegava il modo per farcire i carciofi. Mi sembra di essere su un’altalena che
oscilla avanti e indietro tra ciò che so essere giusto e vero, e ogni momento del passato che ha
condotto a questa situazione. Jase e Alice hanno ragione, ma Tim è ridotto proprio male, e non riesco
a togliermi dalla testa le parole che ci ha detto in quel tono avvilito: Non so che diavolo mi è preso.
«Riesci ad aprire la porta di servizio?» chiedo a Nan. «Forse possiamo portare Tim nel
seminterrato e metterlo a dormire nella tavernetta. Domattina starà meglio.»
Nan tira un lungo respiro. «Si può fare.» Guardiamo Alice e Jase.
Lei fa spallucce e aggrotta la fronte. «Se proprio ci tenete… ma non mi sembra giusto.»
«Loro conoscono la situazione meglio di noi» osserva Jase. «Okay, Nan. Va’ ad aprire la porta
dello scantinato. Noi portiamo dentro il ragazzo.»
Naturalmente Tim si sveglia, disorientato, mentre lo stiamo trasportando e vomita addosso ad
Alice. Mi tappo il naso, il puzzo è terribile. Ma stranamente Alice non si arrabbia: alza gli occhi al
cielo e, senza il minimo imbarazzo, si toglie la maglietta.
Riusciamo a far stendere Tim sul divano: pur essendo magro è alto e non facile da manovrare. Jase
prende un secchio accanto alla lavatrice e glielo posa vicino. Nan prepara un bicchiere d’acqua e
dell’aspirina. Tim è sdraiato sulla schiena, pallidissimo. Apre gli occhi iniettati di sangue, cerca di
mettere a fuoco Alice e il suo reggiseno di pizzo nero, ed esclama: «Wow». Poi si addormenta di
nuovo.

La volta scorsa ne ho passate delle belle, per dieci minuti di ritardo sul coprifuoco. Ma stasera che
ho avuto davvero un incidente potenzialmente mortale, e di sicuro avrei potuto comportarmi meglio
(perché cavolo non ho chiamato la polizia dal mio cellulare per segnalare un conducente
ubriaco?), proprio stasera, quando il Maggiolone entra nel nostro vialetto, la casa è buia. La mamma
non è ancora tornata.
«Hai schivato più di un proiettile stasera, Samantha» commenta Jase aprendomi la portiera.
Giro intorno alla macchina verso il finestrino del guidatore. «Grazie» dico ad Alice. «Sei stata
gentilissima. Mi dispiace per la tua maglietta.»
Lei mi fissa. «Non preoccuparti. Se l’unica conseguenza per quell’idiota è un gran doposbronza e
un conto da pagare in tintoria, è più fortunato di quanto abbia diritto di essere. Jase non merita di
restare traumatizzato per colpa di una ragazza che ha fatto uno sbaglio stupido e ci è rimasta secca.»
«Sì, questo lo so» mormoro, guardandola negli occhi.
Si gira verso suo fratello. «Adesso vado a casa, J. Tu da’ la buona notte alla tua principessa in
pericolo.»
Questo sì che è un colpo basso. Divento paonazza. Arriviamo alla porta d’ingresso e mi ci
appoggio. «Grazie» ripeto.
«Avresti fatto lo stesso per me.» Jase mi solleva il mento con un pollice. «Non è niente.»
«Be’, a parte che non so guidare, e tu non ti saresti mai cacciato in una situazione del genere, e…»
«Ssshh.» Mi mordicchia dolcemente il labbro inferiore e poi posa le labbra sulle mie. All’inizio
mi sfiora appena, e poi mi bacia con tanta passione che non riesco a pensare ad altro che alla sua
schiena liscia sotto le mani. Gli affondo le dita tra i capelli morbidissimi e mi smarrisco nel
movimento delle labbra e della lingua. Sono molto felice di essere ancora viva per provare queste
emozioni.
Capitolo Ventidue

Il giorno dopo arrivo al B&T un’ora prima dell’apertura e vado dritta in piscina. Inspiro l’odore di
cloro e mi concentro sui movimenti regolari dello stile libero. Mi sta tornando la coordinazione.
Braccio, piedi, braccio, piedi, riposo, respira a destra, respira a sinistra, respira ogni tre
bracciate. E anche i tempi migliorano. Tutto il resto non conta più. Tre quarti d’ora dopo mi scrollo
l’acqua dai capelli e dalle orecchie e vado al negozio di articoli da regalo in cerca di Nan.
Che non ha risposto a nessuno dei miei messaggi. Immagino già il peggio. I suoi genitori ci hanno
sentiti, sono scesi nel seminterrato e Tim è già in qualche accademia militare del Midwest dove gli
faranno spaccare pietre e uno psicologo infuriato gli sparerà.
Ma in tal caso Nan non starebbe mettendo in ordine i grembiuli da cucina in un angolo del negozio,
vero? Forse sì: come mia madre, a volte anche la mia migliore amica dà la priorità all’ordine.
«Come sta Tim?»
Si volta, posa i gomiti sul bancone e mi guarda. «Sta bene. Ma parliamo della questione davvero
importante. Che a quanto pare non era abbastanza importante per dirmela. Perché?»
«Cos’è che non era importante…»
Nan sbianca sotto le lentiggini. È arrabbiata con me? Perché? E poi capisco. Chino la testa e mi
sento arrossire.
«Non ti è sembrato il caso di dirmi che avevi un ragazzo? E che è bellissimo? Samantha, sono la
tua migliore amica. Tu sai tutto di me e Daniel. Tutto.»
Mi si torce lo stomaco. Non ho detto niente a Nan di Jase. Niente. Perché no? Chiudo gli occhi e
per un istante sento le braccia di lui intorno a me. Una cosa così bella. Perché non l’ho detta a Nan?
Lei appallottola un grembiule con su scritto LA VITA È MERAVIGLIOSA, SOPRATTUTTO A
MARE e lo appoggia distrattamente sopra gli altri. «Sei la mia migliore amica. È chiaro che tu e quel
ragazzo non vi siete conosciuti ieri. Che succede?»
«Non è tanto, un mese, forse anche meno.» Sento le guance in fiamme. «È solo che… mi
sembrava… non volevo… La mamma detesta i Garrett… così non l’ho detto ad anima viva.»
«Tua mamma detesta tutti, ma questo non ti ha mai impedito di parlarmi di Charley e Michael.
Cosa c’è di diverso stavolta? Aspetta… i Garrett? Quelli che vivono accanto a voi, e che si
moltiplicano come conigli?» Annuisco, e lei prosegue: «Wow, come hai fatto a conoscerne uno,
finalmente?»
E così le racconto la storia. Jase, l’estate, io che rischio di essere messa in punizione e lui che si
arrampica in camera mia. E tutte le stelle.
«Si arrampica alla tua finestra?» Nan si copre la bocca con la mano. «A tua madre verrebbe un
infarto! Lo sai, vero? Se lo viene a sapere le prende un coccolone!» Ora sembra meno arrabbiata e
più ammirata.
«Sì» mormoro, mentre la campanella sopra la porta suona annunciando l’ingresso di un cliente:
una donna in copricostume fucsia con un enorme cappello di paglia e un’espressione determinata.
«Quand’ero qui l’altro giorno c’erano delle magliette molto carine» esordisce, in quel tono
leggermente troppo alto che alcune persone usano per rivolgersi ai commessi dei negozi. «Sono
tornata a prenderle.»
Nan drizza la schiena e assume un’espressione impassibile. «Abbiamo molte magliette carine.»
«Quelle avevano delle scritte» ribatte la donna, con aria di sfida.
«Ne abbiamo diverse» replica Nan, tirando indietro le spalle.
«Stony Bay… ti rapisce il cuore» cita la donna. «Ma al posto della parola “cuore” c’era un…»
«Cuore disegnato» la interrompe Nan. «Le trova nell’angolo accanto alla vetrina.» Indica con il
pollice in quella direzione e si gira verso di me. La donna resta interdetta per un istante e poi si avvia
verso le magliette.
«Quant’è seria questa relazione di cui non sapevo niente, Samantha? Lui mi sembra… non so…
più grande di noi. Uno che sa il fatto suo. Avete…»
«No! No, quello te l’avrei detto!» Gliel’avrei detto?
«C’è lo sconto se ne compro per tutto l’equipaggio della nostra barca?» chiede la donna.
«No» risponde secca Nan. Si sporge verso di me. «Io e Daniel ne stiamo parlando parecchio,
ultimamente.»
Devo ammettere che la cosa mi stupisce. Daniel è una persona così controllata che tendo a
dimenticarmi che è anche un ragazzo di diciott’anni. È naturale che lui e Nan pensino di fare sesso,
dopo tutto questo tempo. Ricordo Daniel con la divisa scolastica, capitano della squadra di dibattito
retorico della Hodges, che spiegava le regole con la sua voce misurata: «I contrari parlano per primi,
poi i favorevoli avranno lo stesso tempo a disposizione».
«Tim dice che sono un’idiota.» Nan preme l’indice sulla cera di una candela a forma del faro di
Stony Bay. «E che Daniel è un imbecille e comunque a letto farà schifo.»
Tim! «Che gli è preso? I tuoi genitori sospettano qualcosa?»
Nan scuote la testa. «No. Gli è andata bene. O meglio, è sopravvissuto e potrà combinare altri
casini, grazie al tuo fidanzato a sorpresa e alla sua spaventosa sorella. Mamma e papà non hanno
sentito niente. Prima di uscire, stamattina, sono scesa nel seminterrato e ho svuotato il secchio pieno
di vomito. Ho detto alla mamma che Tim era rimasto alzato fino a tardi ed era stanco.»
«Nans, forse Alice ha ragione sui vostri genitori. Ieri sera è stata…»
Lei annuisce, inspira di scatto, si mordicchia l’unghia del pollice. «Lo so, lo so. Un disastro. Ma
mandarlo in un campo d’addestramento? Non vedo come potrebbe aiutarlo.»
La donna è tornata alla cassa con le braccia piene di magliette, tutte rosa.
Nan le rivolge un sorriso professionale. «Preferisce metterle sul conto del club o pagarle
separatamente?»
Resto a ciondolare nei paraggi finché arriva l’ora di andare al lavoro. Nan non mi dice altro finché
non mi preparo a uscire. Smette di infilare il rotolo di carta da scontrini nella cassa e mi dice:
«Samantha, tu hai quello che vogliono tutte le ragazze».
«E tu hai Daniel» ribatto.
«Sì, ma tu hai tutto. Come fa a riuscirti tutto così bene?» C’è una nota di amarezza nella sua voce.
Penso alla Nan che deve svolgere l’esercizio facoltativo in ogni compito in classe. Che non riesce a
non farmi pesare il “meno” accanto a un mio voto quando lei ha un “più”. Che non si trattiene dal dire
che i pantaloni della mia taglia le starebbero “grandissimi”. Non ho mai voluto mettermi in
competizione con lei, ma solo esserle amica, essere l’unica persona che lei non dovesse battere. Ma
a volte, per esempio adesso, mi chiedo se una persona del genere possa esistere per Nan.
«Non faccio niente di speciale, Nanny.» Entra un altro cliente.
«Forse no» dice in tono stanco. «Forse non ti devi neanche sforzare. Ma ti va sempre tutto liscio,
no?» Si gira senza lasciarmi il tempo di rispondere. Quand’anche sapessi cosa rispondere.
Capitolo Ventitré

Dopo il lavoro mi verso una limonata, e mi sto togliendo lo stupido costume con lo stemma, lì in
cucina, quando suona il campanello. Da quando è iniziata l’estate, è cambiato anche il nostro
campanello: ora ne abbiamo uno che suona le prime note di una ventina di melodie, dall’inno
ufficiale del baseball a Yankee Doodle. Da due settimane a questa parte la mamma l’ha programmato
sulle note di apertura di You’re a Grand Old Flag, l’inno patriottico. Giuro che non scherzo.
Corro nella lavanderia a infilarmi una canottiera e un paio di pantaloncini e guardo dal vetro
istoriato della porta di casa. Sono Nan e Tim. Che strano: il giovedì e il venerdì sera, di solito, Nan
esce con Daniel. E casa mia non è proprio il posto preferito di Tim. Nemmeno il mio, a dire il vero.
«Ti piacerebbe conoscere meglio le opere di Nostro Signore?» chiede Tim quando apro la porta.
«Perché io sono stato salvato, e voglio comunicare anche a te la Buona Novella: per soli mille
dollari e tre ore del tuo tempo. Scherzo. Possiamo entrare, Samantha?»
Appena mettono piede in cucina, Nan va dritta al frigo e si versa la limonata di mia madre. Dopo
tutti questi anni sa esattamente dove trovare gli speciali cubetti di ghiaccio con dentro la menta e la
scorza di limone. Versa un bicchiere a Tim, che guarda perplesso i cubetti gialli e verdi.
«Avresti della tequila? Scherzavo di nuovo. Ah, ah.»
È a disagio. Era molto tempo che non percepivo altre emozioni in Tim a parte la noia e
l’indifferenza, l’apatia o il disprezzo indotti dalla droga.
«Tim voleva dirti che gli dispiace per ieri sera» interviene Nan, sgranocchiando un cubetto di
ghiaccio.
«Be’, veramente era Nan a volere che ti chiedessi scusa» precisa Tim, ma guardando me. «Io
volevo dirti che sono fottutamente dispiaciuto. Che sono stato un imbecille, e che se chiunque altro
avesse fatto la stessa cosa a mia sorella – o a te – gli avrei detto che è un bastardo irrecuperabile,
definizione che in effetti mi calza a pennello.» Scuote la testa, beve un sorso di limonata. «Ti prego
però di notare il mio uso impeccabile dei congiuntivi. Peccato essermi fatto espellere dal collegio,
eh?»
Da quanto tempo non sentivo Tim chiedere scusa? Se ne sta seduto con la testa china tra le braccia
e fa lunghi respiri come se avesse corso, o forse ha bisogno di ancor più ossigeno per fare quello che
sta facendo che non per correre. Ha anche i capelli umidi, come se sudasse. Sembra completamente
alla deriva: fa male guardarlo. Scocco un’occhiata a Nan, che però beve la sua limonata con aria
impassibile.
«Grazie, Tim. Siamo sopravvissuti tutti. Però mi hai messo una paura del diavolo. Come stai?»
«Be’, a parte il fatto che sono lo stesso idiota di ieri – ma più sobrio – sto bene. E tu? Che combini
con il vecchio Jase Garrett? Gli sta andando meglio che al mio amico Charley? Perché Charley era
parecchio frustrato. E soprattutto, che mi dici della focosa sorella di Jase?»
«La sua focosa sorella sta con un giocatore di football che pesa centoventi chili» rispondo,
aggirando la domanda a proposito di Jase.
«Certo, e scommetto che insegna anche il catechismo» ribatte Tim con un sorrisetto.
«No, ma penso sia mormone.» Ricambio il sorriso. «Su con la vita, però: stanno insieme da circa
un mese, e a quanto mi dice Jase un mese è più o meno il limite massimo di Alice.»
«Continuerò a sperare, allora.» Tim svuota il bicchiere e lo posa. «Hai qualcosa tipo carote, o
lattuga, o mele? Tutto quello che c’è nel nostro frigo è farcito con qualche schifezza.»
«È vero» conferma Nan. «Oggi pomeriggio ho dato un morso a una susina e ci ho trovato dentro un
ripieno di formaggio blu. È quell’attrezzo che la mamma ha comprato su QVC.»
«Il Farcitore. Inietta un gustoso ripieno nel cuore dei vostri piatti preferiti» cita Tim con la voce
impostata.
Suona di nuovo il campanello. Stavolta è Jase. Indossa una maglietta grigia sbiadita e un paio di
jeans: dev’essere venuto direttamente dal lavoro.
«Ciao!» lo saluta allegra Nan. «Nel caso non l’avessi capito ieri sera, io sono Nan, la migliore
amica di Samantha. Mi piacerebbe poter dire che ho sentito molto parlare di te, ma a dire il vero
Samantha non mi ha detto una parola. Mio fratello però afferma di conoscerti.» Porge la mano a Jase.
Dopo un istante lui la prende, la stringe e guarda me con aria un po’ perplessa. «Ciao, Nan.
Mason.» La voce gli si fa più ruvida quando si rivolge a Tim, e vedo la mascella di Tim serrarsi. Poi
Jase viene da me e mi cinge la vita.
Usciamo nel giardino sul retro, perché dentro casa non c’è un posto comodo per sedersi e
rilassarsi: è tutto pulitissimo e spigoloso. Jase si stende sull’erba del prato in pendenza e io mi
sdraio di traverso e gli poso la testa sullo stomaco, ignorando le occhiatacce di Nan.
Per un po’ non ci diciamo quasi niente. Jase e Tim parlano distrattamente degli ex compagni della
squadra di calcio alle medie. Osservo i due ragazzi e mi chiedo cosa vedrebbe mia madre. C’è Jase
con la pelle olivastra e le spalle larghe, che dimostra più di diciassette anni: è quasi un uomo. E poi
c’è Tim, pallidissimo, con le occhiaie e le lentiggini, le gambe lunghe e magre, il viso bello ma
livido e spigoloso. I jeans di Jase sono sporchi di olio per motori e la maglietta è sformata e scucita
sul collo. Tim indossa pantaloni cachi puliti e stirati e una camicia a righine azzurre dalle maniche
rimboccate. Se chiedessi alla mamma chi dei due reputa “pericoloso”, punterebbe subito il dito su
Jase: che ripara cose, salva animali, salva me. Non su Tim, che in questo momento sta schiacciando
inavvertitamente un ragno.
Si pulisce la mano sull’erba e dice: «Devo prendere il diploma di istruzione generale, altrimenti i
miei mi faranno arruolare a forza nella legione straniera, o passerò il resto della vita – che sarebbe
molto breve, a quel punto – nel loro seminterrato».
«Mio padre ha fatto così, ha preso quel diploma» dice Jase, giocherellando con i miei capelli.
«Potresti parlare con lui.»
«Non l’ha preso anche tua sorella Alice, per caso?»
Jase piega le labbra in una smorfia di disappunto. «No.»
«Peccato. Mi serve anche un lavoro, non voglio stare tutto il giorno a casa con la mamma che
cerca nuovi spunti per utilizzare il Farcitore.»
«Cercano gente per la campagna elettorale di mia madre» m’intrometto. «Ha bisogno di molto
aiuto, ora che è distratta da Clay Tucker.»
«E chi diavolo è Clay Tucker?»
«È…» Nan abbassa la voce, ma dice solo: «l’uomo più giovane con cui esce la madre di
Samantha».
«Tua madre esce con un uomo?» Tim sembra scioccato. «Pensavo che si limitasse a un vibratore e
al soffione della doccia, da quando tuo padre l’ha mollata.»
«Timmy!» Nan è paonazza.
«Mio padre ha sempre bisogno di aiuto in negozio.» Jase si stiracchia e sbadiglia, imperturbabile.
«Riempire gli scaffali, inoltrare gli ordini. Niente di entusiasmante, ma…»
«Okay.» Tim tiene gli occhi bassi e si stuzzica una pellicina sul pollice. «Scommetto che tuo padre
ha proprio bisogno di un magazziniere drogato e alcolista che si è fatto espellere da scuola.»
Jase si appoggia su un gomito e lo guarda dritto in faccia. «Be’, sì, se quel magazziniere ha smesso
di bere eccetera, e di portare in macchina la mia fidanzata quand’è ubriaco. Una volta stabilito che
non accadrà mai più, sarebbe okay» dice in tono monocorde. Guarda Tim per un altro momento e poi
torna a sdraiarsi.
Tim sbianca ancor di più, se possibile, e poi arrossisce. «Uh… be’… io… ehm…» Guarda me,
poi Nan, poi di nuovo la pellicina sul pollice. Silenzio.
«Be’, riempire scaffali non sarà entusiasmante, ma questo è un bene, probabilmente» osserva Nan
dopo qualche momento. «Che ne pensi, Timmy?»
Lui è ancora concentrato sul pollice. Alla fine alza lo sguardo. «A meno che non riempia scaffali
anche Alice, preferibilmente su una scala a pioli e in pantaloncini cortissimi, penso che parlerò di
politica con la graziosa Grace. Mi piace, la politica. Puoi manipolare le persone, mentire, barare, e
nessuno ti dice niente.»
«A quanto leggo, la mamma di Samantha preferisce pensare in termini di “bene comune”.» Jase
sbadiglia e si stiracchia con le braccia sopra la testa. Mi alzo a sedere, sorpresa che Jase conosca lo
slogan dell’ultima campagna elettorale, quello che Clay Tucker ha bocciato senza pietà. Io e Jase non
parliamo mai di politica, ma evidentemente lui la segue.
«Bene, affare fatto. Mi spenderò per questo bene comune. Visti i miei trascorsi, probabilmente in
una decina di giorni riuscirò a sabotare tutti e tre i poteri dello Stato» dice Tim. «Per caso la sexy
Alice si interessa di politica?»

La mamma rientra presto, ma per fortuna dopo che Nan e Tim sono tornati a casa e Jase è andato
all’allenamento. Stasera ha un incontro con gli elettori a East Stonehill e vuole che ci vada anch’io.
«Clay dice che, siccome punto tutto sul tema della famiglia, la gente deve vedere più spesso la mia.»
Resto accanto a lei al Moose Hall per circa ottomila anni, ripetendo: «Sì, sono molto orgogliosa di
mia madre, la prego di votare per lei», mentre lei stringe mani a ripetizione.
Quando è stata eletta la prima volta, era quasi divertente: tutte quelle persone mai viste che
sembravano conoscermi ed erano felici di incontrarci. Ora mi sembra solo surreale. Ascolto con
attenzione il comizio della mamma, cercando di capire cos’è cambiato. È molto più sicura di sé, fa
nuovi gesti: fende l’aria, allarga le braccia, si posa le mani sul cuore… Ma è più di questo. L’altra
volta parlava soprattutto di problemi locali, e con toni pacati. Ma ora parla della spesa federale e
delle dimensioni del governo, e dell’ingiusta tassazione dei ricchi, che creano posti di lavoro…
«Non sorridi» mi dice Clay Tucker avvicinandosi «quindi ho pensato che avessi fame. Questi
antipasti sono fantastici. Sto qui io, tu va’ a mangiare.» Mi porge un piatto di cocktail di gamberetti e
vongole ripiene.
«Quanto andrà avanti?» gli chiedo, infilandomi in bocca un gamberetto.
«Fino all’ultima stretta di mano, Samantha. Tutto il tempo che ci vuole.» Indica mia madre con uno
stuzzicadenti. «Guardala. Non diresti mai che è lì da due ore, e che probabilmente le fanno male i
piedi, e magari deve andare in bagno. È una vera professionista, tua madre.»
In effetti la mamma ha un’aria fresca, calma e rilassata. China la testa per ascoltare un vecchietto
come se fosse la cosa più importante del mondo. Non avevo mai pensato che la sua bravura a fingere
fosse un punto di forza, ma probabilmente lo è.
«La mangi, quella?» chiede Clay, e infilza una capasanta prima che io possa rispondere.
Capitolo Ventiquattro

Quella sera tardi sono sdraiata a letto a fissare il soffitto, appena uscita dalla doccia, con indosso
una camicia da notte bianca che possiedo da quando avevo otto anni. Era lunga e romantica, ora mi
arriva a metà coscia.
La mamma ha finalmente ceduto alla stanchezza ed è andata a dormire. Per la prima volta mi
domando se Clay abbia mai passato la notte lì. Potrei non essermene accorta: la camera della mamma
è sull’altro lato della casa ed è collegata al giardino da una scala. Brr, non ci pensare.
Bussano alla mia finestra, e quando mi giro vedo una mano posata sul vetro. Jase. Vederlo è come
quando ricominci a respirare dopo aver incassato un pugno. Vado alla finestra, poso la mano contro
la sua attraverso il vetro e poi apro.
«Ciao. Posso entrare?»
Entra con un movimento fluido, chinandosi sotto la traversa come se l’avesse già fatto mille volte.
Poi si guarda intorno e mi sorride. «C’è troppo ordine qui dentro, Sam. Scusa, ma non resisto.» Si
toglie una scarpa e la getta verso la mia scrivania, poi l’altra, stando attento a non fare rumore, verso
la porta. Poi un calzino, che atterra sulla scrivania, e l’altro, sullo scaffale.
«Non trattenerti, eh.» Gli agguanto la maglietta, gliela sfilo e la lancio all’altro capo della stanza:
atterra sulla sedia.
Sto per saltargli addosso, ma lui mi posa una mano sul braccio. «Sam.»
«Mmm» mormoro, distratta dalla sottile linea di peluria che gli circonda l’ombelico e scende giù.
«Devo preoccuparmi?»
Incrocio il suo sguardo, completamente smarrita. «Di cosa?»
«Del fatto che, a quanto pare, sei l’unica ragazza al mondo che non racconta tutto alla sua migliore
amica. Ho delle sorelle, Sam. Pensavo fosse una regola: la migliore amica sa tutto. La tua non sapeva
neppure che esistevo.»
«Nan?» chiedo subito, e poi mi accorgo che non so cos’altro aggiungere. «È un po’ complicato,
con lei. Ha un sacco di problemi, pensavo che…» Faccio spallucce.
«L’hai fatto per lei? Non perché ti vergognavi?» mi domanda, mentre si allontana e va a sedersi
sul letto.
Mi sento risucchiare l’aria dai polmoni e fatico a inspirare di nuovo. «Vergognarmi di te? No. No.
Mai. Solo che…» Mi mordo il labbro.
Mi scruta. «Non sto cercando di metterti in difficoltà, voglio solo capire come stanno le cose. Tu
sei… non lo so, “la figlia della senatrice”. E io sono… be’… “uno di quei Garrett”, come diceva il
padre di Lindy.»
Pronuncia quell’espressione come se fosse tra virgolette, e la cosa mi irrita. Mi siedo sul letto
accanto a lui, gli poso una mano sulla guancia. «Io sono io, e basta. E sono contenta che tu sia qui.»
Resta a guardarmi, poi mi prende la mano e mi fa sdraiare, si accoccola vicino a me facendomi
posare la testa sul suo braccio e appoggiando la testa sulla mia spalla. Mi passa lentamente le dita tra
i capelli. Il paradosso, con Jase, è che sono fin troppo consapevole del calore del suo petto contro la
mia schiena e delle sulle gambe muscolose intrecciate alle mie, ma allo stesso tempo mi sento così al
sicuro e sto così comoda che mi addormento quasi all’istante.

Mi sveglio sentendo Jase che mi scuote per la spalla. «Devo andare, è mattina» bisbiglia.
«Non può essere.» Lo tiro a me. «Non è durato abbastanza.»
«Vero.» Mi bacia sulla guancia. «Devo andare. Sono le cinque e ventisette.»
Gli agguanto il polso e guardo l’orologio digitale. «Non è possibile.»
«Sì, invece. Ascolta, le tortore.»
Tendo l’orecchio e sento cantare gli uccelli: ma sembrano più gufi che tortore. Jase scende dal
letto, si infila la maglietta, i calzini e le scarpe, si china a baciarmi la fronte e poi l’angolo della
bocca.
«Devi proprio andare?»
«Sì. Samantha, io…» Si interrompe. Gli getto le braccia al collo e lo tiro verso di me. Oppone
resistenza per un attimo, poi mi si sdraia accanto. Mi affonda le mani tra i capelli, che durante la
notte si sono sciolti dalla treccia, e ci baciamo con più trasporto. Lo faccio salire sopra di me,
guardo quegli occhi verdi che si dilatano leggermente. Poi lui si appoggia sui gomiti e con mani
delicate ed esperte mi slaccia i bottoni della camicia da notte.
Stranamente, non sono affatto imbarazzata. Anzi, sono impaziente. Quando le sue labbra scendono,
il mio sospiro di piacere sembra propagarsi in ogni centimetro del corpo. «Jase…»
«Mmm.» Posa le labbra su un seno e lentamente accarezza l’altro, sfiorandolo appena, ma mi viene
la pelle d’oca lo stesso.
«Jase, voglio… voglio… per favore.»
Mi guarda in viso con gli occhi ancora assonnati e stupiti. «Lo so. Lo so. Lo voglio anch’io. Ma
non così. Non adesso che non abbiamo tempo. Non senza…» Deglutisce. «Non così. Ma Gesù,
Samantha. Guardati.»
E il modo in cui mi guarda mi fa sentire bellissima.
«Non riesco a staccare gli occhi da te» dice, in un sussurro rauco. «Ma devo andare.» Inspira a
fondo, mi abbottona la camicia e mi bacia sul collo.
«Jase, sei… hai mai…?»
Sento che scuote la testa, e poi mi guarda in faccia. «No, mai. Quasi, con Lindy. Ma poi no. Non…
Con lei non mi sentivo mai come mi sento con te, anche solo quando ti guardo. Quindi no… non
ho…»
Gli sfioro una guancia ruvida. «Neanch’io.»
Sorride e gira la testa per baciarmi il palmo della mano. «Allora a maggior ragione ci serve
tempo. Per poter…» Deglutisce di nuovo e chiude gli occhi. «Certe volte quando ti guardo non riesco
più a pensare. Ci serve tempo per capire insieme come si fa.»
«Okay» sussurro, e improvvisamente mi sento timida, non so perché. «Ehm…»
«Mi piace come diventi rossa quando sei imbarazzata» bisbiglia. «Dovunque. Sulle orecchie, sulle
ginocchia. Scommetto che ti diventano rosse anche le dita dei piedi.»
«Non è questo il modo per farle smettere.» Avvampo ancor di più.
«Lo so.» Scende lentamente da sopra di me e si rimette in piedi. «Ma non voglio che smettano. Mi
piace. Adesso però devo proprio andare. A che ora stacchi dal lavoro?»
Devo sforzarmi per pensare a qualcosa che non sia il corpo di Jase sopra il mio. «Ehm… ho un
turno doppio al Breakfast Ahoy. Non prima delle tre.»
«Okay. Peccato che stasera il negozio rimanga aperto fino a tardi. Torno verso le sette. Mi
mancherai per tutto il giorno.»
Apre la finestra e la scavalca. Chiudo gli occhi e mi tocco il collo dove mi ha baciata.
Sono vergine, e a quanto pare lo è anche Jase. Ho studiato educazione sessuale a scuola, ho visto
film vietati ai minori, ho sentito Tracy vantarsi di quante volte al giorno riescono a farlo lei e Flip.
Ho letto libri con scene erotiche. Ma ci sono tante cose che non so ancora.
In quei momenti, l’istinto prende il sopravvento? È bello da subito o bisogna “farci il palato”,
come dicono che succeda con il vino e le sigarette? Fa male la prima volta? Molto o poco? Devo
comprare dei preservativi? O li compra lui? Con la pillola ci vuole un sacco di tempo per stare al
sicuro, vero? Insomma, devi prenderla da almeno un mese, no? E dovrei farmela prescrivere dal
dottore: il mio dottore, che ha ottant’anni e i baffi a manubrio e i peli nel naso ed è stato il pediatra di
mia madre.
Vorrei poter fare queste domande a mia madre, ma immaginare la sua faccia se ci provassi è più
spaventoso che ignorare le risposte. Vorrei poter chiedere alla signora Garrett. Ma… dopotutto è suo
figlio, e lei è umana. Sarebbe imbarazzante. Anche se so di volerlo davvero, mi prende un po’ il
panico; finché ricordo che Jase è la persona di cui mi fido di più al mondo. E decido che ha ragione
lui.
Lo capiremo insieme.
Capitolo Venticinque

Quando torno a casa dal Breakfast Ahoy, con i piedi doloranti e i vestiti che puzzano di pancetta e
sciroppo d’acero, l’unica traccia della mamma è un post-it: Passa l’aspirapolvere in salotto. Lo
ignoro, visto che sulla moquette si vedono ancora le strisce dell’ultimo passaggio. Squilla il telefono,
ma non è la mamma. È Andy.
«Samantha? Puoi venire da noi? La mamma sta male e papà non è ancora tornato e io devo… be’,
esco con Kyle e… potresti fare la babysitter finché non torna Jase? Duff non è bravo con i pannolini
e Patsy è tutta irritata… sai quella malattia della pelle per cui devi spalmare una pomata? Ce l’ha su
tutto il sedere e sulle gambe.»
Io ovviamente non so nulla degli eritemi da pannolino, ma le dico che arrivo subito.
In casa Garrett c’è più tensione del solito. «La mamma è di sopra, dorme, non si sente bene» mi
spiega Andy mentre cerca di truccarsi gli occhi e infilarsi le scarpe allo stesso tempo.
Le ritocco l’eyeliner e le faccio le trecce. «Hanno mangiato tutti?»
«Patsy sì. Ma gli altri hanno molta fame, anche se gli ho dato latte e cereali. Alice è fuori con
Brad, o un nome del genere. Vabbè…» Guarda fuori dalla porta. «…è arrivato il signor Comstock.
Ciao.» Fugge lasciandomi con Harry, Duff e George, affamati, e Patsy, che mi sorride fiduciosa e
dice: «Caccaaaa».
Scoppio a ridere. «È la parola che viene dopo “tetta”?»
Duff apre il frigorifero e sospira sconfortato. «Credo di sì. La mamma dovrà mentire ai parenti,
quando le chiederanno quali sono state le prime parole di Patsy. Qui dentro non c’è niente, Samantha.
Cosa ci prepari?»
Alla fine, la cena dei Garrett per quella sera è composta da pizzette scaldate nel tostapane, pasta
precotta al formaggio e l’insalata di mia madre con broccoli, pomodori essiccati al sole e noci (che
riscuote meno successo del resto): mando Duff a prenderla a casa mia, insieme alla limonata,
spiegandogli la faccenda dei cubetti di ghiaccio speciali.
Mentre faccio il bagno a Patsy e George, sento dei rumori dal piano di sotto. Voldemort la serpe
del grano è fuggito di nuovo. Sento i passi concitati di Duff e le grida eccitate di Harry, e poi vedo
una sagoma snella che sguscia nella stanza e cerca rifugio nella scarpa da ginnastica sporca di
George con i disegni dei Transformers. Sono molto fiera di me stessa: allungo un braccio, agguanto
Voldemort e con tutta calma lo porgo a Duff. Senza neppure gridare quando Voldemort fa sulla mia
mano quello che sono solite fare le serpi sotto stress.
«Caccaaaa!» grida felice Patsy mentre mi lavo le mani.
Mezz’ora dopo Patsy dorme nella sua culla con i cinque ciucci che insiste per stringere in mano
(non li mette mai in bocca). George è stravaccato sul divano, mezzo addormentato davanti a
Straordinarie metamorfosi degli animali sul canale Animal Planet. Duff è al computer e Harry sta
costruendo una specie di Pentagono col Lego, quando sento sbattere la porta. Entrano Alice, che ora
ha i capelli di un castano scuro con un’inspiegabile ciocca bionda sul davanti, e Jase, che
evidentemente ha appena finito di consegnare legname: è sudato e scarmigliato. Quando mi vede alza
la testa e sfodera un gran sorriso. Viene verso di me ma Alice lo ferma.
«Fatti la doccia prima di baciarla, J. Sono stata in macchina con te e fai ufficialmente schifo.»
Mentre lui è di sopra, aggiorno Alice.
«La mamma dorme?» È incredula. «E perché?»
Faccio spallucce. «Andy mi ha detto che non si sentiva bene.»
«Merda, speriamo che non sia l’influenza. Ho tre esami da dare e non ho tempo di fare la madre
surrogata.» Inizia a sparecchiare e a gettare gli avanzi nel sacco dell’umido.
«Samantha ha finito di lavorare.» Jase rientra in cucina, toglie dal bancone un grattaschiena di
plastica gialla e un paio di calzini sporchi, un sacchetto vuoto di patatine, cinque macchinine,
l’eyeliner di Andy e una banana mangiata a metà. Posa la punta del grattaschiena su una spalla di
Alice e poi sull’altra: «Sei ufficialmente investita della carica di mamma finché non torna a casa
papà. Io e Samantha ce ne andiamo di sopra». Mi prende per mano e mi porta via.
Ma tutta quell’urgenza, a quanto pare, è più premura di allontanarsi dal caos del piano di sotto che
non fretta di trascinarmi nel suo letto: perché quando arriviamo nella sua stanza si limita a posarmi un
bacio leggero sulle labbra. Poi si tira indietro e mi guarda.
«Che c’è?» dico, cercando di abbracciarlo.
«Mi chiedevo una cosa, Samantha. Vuoi…»
«Sì» rispondo immediatamente.
Ride. «Aspetta di sentire la domanda vera. Stavo pensando, molto, alla cosa di cui parlavamo
stamattina. Come vuoi che… preferisci… pianificare tutto, oppure…?»
«Dici il giorno, l’ora e il posto? Penso che sarei troppo tesa. Farei il conto alla rovescia. Non
voglio pianificarlo. Non in questo modo.»
Sembra sollevato. «Bene, è lo stesso per me. Quindi pensavo che dovremmo solo accertarci di
essere… be’, preparati. Sempre. E poi stiamo a vedere come si mettono le cose, in modo da essere
entrambi…»
«Pronti?»
«A nostro agio. Preparati.»
Gli do uno spintone affettuoso sulla spalla. «Boy scout.»
«Be’, negli scout non c’era un distintivo per questo.» Ride. «Ma sarebbe piaciuto a tutti. E sarebbe
stato utile: oggi sono stato in farmacia e c’è moltissima scelta per i… ehm, preservativi.»
«Lo so, ci sono stata anch’io.» Gli sorrido.
«Forse dovremmo andarci insieme» mi propone, prendendomi per mano e baciandomi l’interno
del polso.
Mi viene il batticuore già solo quando le sue labbra mi sfiorano. Wow.

Alla fine ci andiamo già quella sera, perché la signora Garrett si sveglia ed esce dalla sua stanza,
avvolta in un accappatoio color zaffiro, e chiede a Jase di comprarle del Gatorade. Perciò ci
ritroviamo nel reparto anticoncezionali con un carrello pieno di bibite energetiche e le mani piene
di…
«Trojan, Ramses, Magnum… Accidenti, sono peggio dei nomi delle macchine sportive» osserva
Jase, passando un dito sull’espositore.
«Sono tutti nomi che suonano… be’, potenti.» Giro la scatola che ho in mano e leggo le istruzioni.
Jase mi sorride. «Non preoccuparti, Sam, ci siamo solo noi.»
«Non capisco la metà di queste descrizioni… cos’è un anello vibrante?»
«Dal nome sembra la parte che si rompe nella lavatrice. Che vuol dire ultra-sensibile? Sembra una
definizione adatta per George.»
Ridacchio. «Okay, sarà meglio o peggio di “stimolanti”? E guarda: ci sono quelli “per il piacere
di entrambi” e il piacere di lei, ma non quelli per lui.»
«Credo che quello lo diano per scontato» dice secco Jase. «Metti giù quelli colorati, neanche
morto.»
«Ma il blu è il mio colore preferito» dico, battendo le ciglia.
«Mettili giù. E anche quelli fosforescenti. Dio, ma perché li fanno?»
«Per chi ha problemi di vista?» ipotizzo, rimettendo le scatole sullo scaffale.
Ci mettiamo in fila alla cassa. «Buona serata» ci dice il cassiere quando ce ne andiamo.
«Credi che sapesse?» chiedo.
«Sei arrossita di nuovo» mormora distrattamente Jase. «Chi sapeva cosa?»
«Il cassiere. Sapeva perché abbiamo comprato questi?»
Sorride. «Certo che no. Non gli sarà mai venuto in mente che comprassimo anticoncezionali per
noi. Avrà pensato a… non so… un regalo per amici che hanno appena cambiato casa.»
Okay, sono ridicola.
«O bomboniere alternative» rido.
«Oppure…» controlla lo scontrino «gavettoni molto costosi.»
«Materiale per una lezione di educazione sessuale?» Gli infilo la mano nella tasca posteriore dei
jeans.
«O piccoli impermeabili per…» Si interrompe, senza più idee.
«Barbie» suggerisco.
«Ken» mi corregge lui, e infila la mano libera nella tasca posteriore dei miei jeans, mentre
torniamo alla macchina.

Quella sera, mentre mi lavo i denti e ascolto la pioggia estiva che sferza le finestre, mi meraviglio di
come la vita possa cambiare da un giorno all’altro. Un mese fa ero una persona che doveva comprare
venticinque prodotti inutili – bastoncini d’ovatta, acetone per unghie, riviste, mascara, crema per le
mani – per distrarre il cassiere dalla confezione degli assorbenti, l’unica e imbarazzante cosa di cui
avessi bisogno. Stasera ho comprato dei profilattici e quasi nient’altro, in compagnia del ragazzo con
cui prevedo di usarli.
Jase li ha portati a casa sua, perché mia madre apre ancora periodicamente i cassetti del mio comò
per riordinare i vestiti in base al colore. Sono sicura che non crederebbe alla scusa dei gavettoni.
Quando ho chiesto se non rischiavamo che la signora Garrett li trovasse, Jase mi ha guardato
interdetto.
«Mi faccio il bucato da solo, Sam.»
Non avevo mai avuto un soprannome. Mia madre ha sempre usato il mio nome completo,
Samantha. Charley ogni tanto mi chiamava “Sammy-Sam”, ma solo perché sapeva che mi dava
fastidio. Però mi piace essere Sam. Mi piace essere la Sam di Jase. È il nome di una persona
disinvolta, calma, competente. Voglio essere quella persona.
Sputo il dentifricio e mi guardo allo specchio. Un giorno, non troppo in là nel tempo, io e Jase
useremo quei preservativi. La mia faccia sarà diversa, dopo quel giorno? Quanto mi sentirò diversa?
Come sapremo quando sarà il momento giusto?
Capitolo Ventisei

Due giorni dopo, sono in macchina con Tim e gli indico la strada per l’ufficio della campagna
elettorale di mia madre, dove si terrà il colloquio di assunzione. È una persona completamente
diversa da quella che voleva andare a comprare il Bacardi nel New Hampshire: indossa un completo
color cachi con una cravatta a righe rosse e gialle. Tamburella le dita sul volante, accende una
sigaretta, la fuma, la spegne e ne accende subito un’altra.
«Ti senti bene?» gli chiedo, facendo cenno di girare a sinistra all’incrocio.
«Una merda.» Getta dal finestrino il mozzicone e preme di nuovo l’accendisigari della macchina.
«Non bevo e non mi drogo da giorni. Non mi succedeva da quando avevo undici anni. Sto da schifo.»
«Sei sicuro di volere questo lavoro? Le campagne elettorali sono tutta una finzione: le trovo
insopportabili anch’io, e non soffro di sindrome di astinenza.»
Tim sbuffa in una risata. «Sindrome di astinenza? Parli come mio nonno.»
«Scusa se non conosco lo slang dei giovani d’oggi» ribatto piccata. «Ma hai capito cosa voglio
dire.»
«Non posso stare a casa tutto il giorno con la mamma. Mi fa uscire di testa. E se non dimostro che
sto “usando saggiamente il mio tempo” mi mandano al Campo Rambo.»
«Scherzi? Si chiama davvero così?»
«Qualcosa del genere. Campo Ghigliottina? Campo Castrazione? In ogni caso non sembra un posto
in cui sopravviverei. Non credo che cibandomi di bacche e radici o costruendo una bussola con delle
ragnatele mi renderò conto all’improvviso che devo darmi da fare nella vita. Non fa per me.»
«Penso che dovresti accettare la proposta di Jase.» Gli indico di svoltare a destra a un altro
incrocio. «Suo padre è molto meno nervoso di mia mamma. E poi avresti le serate libere.»
«Il padre di Jase ha un dannato negozio di ferramenta, Samantha. Non so distinguere un cacciavite
da una chiave inglese. Non sono un genio tuttofare come il tuo piccioncino.»
«Non dovresti riparare niente, penso, solo vendere gli attrezzi. Ecco, siamo arrivati.»
Tim sgomma nel vialetto del quartier generale della campagna elettorale, il cui prato è coperto da
striscioni nei colori della bandiera americana con scritto GRACE REED: LE NOSTRE CITTÀ, L
NOSTRE FAMIGLIE, IL NOSTRO FUTURO. Su alcune locandine la mamma indossa una giacca
vento gialla e stringe la mano a un pescatore o ad altri eroici membri della classe operaia. Su altre è
la madre che conosco, i capelli raccolti in uno chignon, in tailleur, in compagnia di altra “gente che fa
la differenza”.
Tim salta giù dalla macchina e si incammina sul marciapiede, sistemandosi la cravatta. Gli
tremano le mani.
«Ti senti bene?»
«La smetti di chiedermelo? La risposta è sempre la stessa: mi sento sul nono grado della scala
Richter.»
«Allora non farlo.»
«Devo pur fare qualcosa, o perderò quel poco cervello che mi resta» sbotta. Poi mi guarda e si
raddolcisce. «Rilassati, ragazzina. So fingere benissimo, quando sono sobrio.»
Mi siedo nell’atrio a sfogliare riviste e mi chiedo quanto durerà il colloquio. A un certo punto Jase
mi chiama al cellulare.
«Ehi, piccola.»
«Ciao. Sono ancora al colloquio di Tim.»
«Papà ha detto che quando ha finito puoi portarlo qui, se vuole il posto. Il vantaggio è che l’altro
commesso ha una cotta per te.»
«Ah, sì? E com’è questo commesso? Corre un miglio in quattro minuti sulla battigia con gli anfibi
da soldato?»
«A dire il vero no, non ci riesce ancora. Credo che le ultime volte che ci ha provato la ragazza che
lo cronometrava lo abbia leggermente distratto.»
«Tu dici? Allora dovrà lavorare sulla concentrazione, non credi?»
«No, gli piace quello su cui è concentrato, grazie mille. Ci vediamo quando vieni qui.»
Sorrido ancora quando Tim esce scuotendo la testa. «Voi due fate fottutamente schifo.»
«Come facevi a sapere che era Jase?»
«Ma per favore, Samantha. Ti sentivo starnazzare fin dall’altra stanza.»
Cambio argomento. «Com’è andata con il direttore della campagna?»
«Ma chi è quell’ometto ficcanaso? Grazie a lui ho capito veramente cosa s’intende con
l’espressione “presuntuoso di merda”. Comunque… mi hanno assunto.»
La mamma esce dall’ufficio e posa la mano sulla spalla di Tim, stringendo forte. «Il nostro
Timothy ha un grande futuro, Samantha. Sono così fiera di lui! Dovreste passare più tempo assieme.
Sa il fatto suo.»
Annuisco gelida mentre Tim fa un sorrisetto.
Quando usciamo gli chiedo: «Cos’hai fatto, di preciso, per meritare tutti questi complimenti?»
Sbuffa. «Samantha, mi avrebbero espulso dalla Ellery anni fa se non avessi imparato a ingraziarmi
le persone che contano. Lo scorso inverno ho scritto un tema sulla presidenza Reagan. Lì dentro»
indica l’edificio alle nostre spalle «ho solo citato a memoria un mucchio di frasi del vecchio Ronald.
L’ometto e tua madre hanno praticamente avuto un orgasmo…»
Alzo la mano. «Ho capito, ho capito.»
«Che vi prende, a te e a Nan? Siete due bigotte.» Guida – troppo veloce – per qualche minuto e
poi dice: «Scusa! Sono un fascio di nervi. Voglio solo sbronzarmi».
Sperando, stupidamente, di distrarlo, gli parlo dell’offerta del signor Garrett.
«Ho talmente bisogno di qualcosa da fare che posso anche fare un tentativo. Ma se mi fanno
mettere uno stramaledetto grembiule, non lo voglio quel lavoro.»
«Niente grembiule. E Alice passa spesso in negozio.»
«Affare fatto.» Gli torna il buonumore.

Troviamo il signor Garrett e Jase dietro il bancone. Jase ci dà le spalle, il signor Garrett è chino con
i gomiti sul bancone, la stessa posa di Jase quando si appoggia al tavolo della cucina di casa sua. È
più tarchiato di Jase, somiglia più a Joel. Jase sarà così a quarant’anni? Lo frequenterò ancora, a
quell’età?
Il signor Garrett alza lo sguardo, ci vede e sorride. «Tim Mason. Ero il tuo capo scout, ricordi?»
Tim sembra allarmato. «Come ca… ehm… voglio dire, lei si ricorda di me ed è disposto a farmi
lo stesso un colloquio?»
«Certo. Andiamo in ufficio. Puoi toglierti la cravatta, mettiti pure comodo.»
Tim lo segue in corridoio, palesemente nervoso perché sa che stavolta citare Ronald Reagan non
gli sarà di nessun aiuto.

«Tuo padre è sempre stato un dittatore?» chiede Tim un’ora dopo, mentre ci riaccompagna a casa.
Mi metto subito sulla difensiva, ma Jase sembra imperturbabile. «Sapevo che l’avresti pensata
così.»
Guardo il profilo di Jase sul sedile del passeggero, i capelli scompigliati dal vento. Sono seduta
dietro. Tim ha ricominciato a fumare una sigaretta dietro l’altra. Mi sventolo una mano davanti alla
faccia e tiro più giù il finestrino.
«È una richiesta grossa, in cambio di un posto di lavoro.» Tim abbassa l’aletta parasole e il
pacchetto di Marlboro gli cade in grembo. «Non so mica se ne vale la pena.»
«Non che siano affari miei, ma sarebbe peggio di adesso? Non vedo come, sinceramente» osserva
Jase.
«Non è che sia peggio, cretino. È che non ho scelta.»
«Invece sennò ne avresti molte. Secondo me ti conviene provarci.»
Mi sembra che parlino in codice. Non ho idea di quale sia il problema. Quando mi sporgo a
guardarlo sembra evasivo, non lo stesso ragazzo che mi dà il bacio della buona notte.
«Eccovi a casa» esclama Tim, imboccando il vialetto dei Garrett. «Casa dolce casa. Buona notte,
piccioncini.»
Dopo averlo salutato, io e Jase restiamo sul prato dei Garrett. Guardo la mia casa e, come mi
aspettavo, trovo le luci spente: la mamma non è ancora tornata. Afferro il polso di Jase e guardo
l’orologio. Le sette e dieci. Dev’esserci un altro comizio/inaugurazione/dibattito/roba del genere.
«Che succede con Tim?» gli chiedo, girandogli il polso per tracciare con il polpastrello le linee
azzurre delle vene.
«Papà ha stabilito come condizione novanta incontri in novanta giorni» spiega Jase. «Dice che è
necessario per non ricominciare a bere. Me l’aspettavo.» Le sue labbra mi sfiorano la spalla.
«Novanta incontri con lui?»
«Novanta incontri con gli AA. Alcolisti anonimi. Tim Mason non è il primo a cacciarsi nei guai.
Mio padre beveva molto da ragazzo. Non l’ho mai visto toccare alcol, ma mi ha raccontato delle
storie. Immaginavo che avesse intuito la verità su Tim.»
Gli poso le dita sulle labbra, traccio il contorno di quello inferiore, carnoso. «E se Tim non ce la
fa? Se ha una ricaduta?»
«Abbiamo tutti diritto a una possibilità, no?» mormora Jase, e mi infila una mano sotto la
maglietta, sfiorandomi la schiena. Chiude gli occhi.
«Jase…» sussurro. O sospiro.
«Prendetevi una stanza, voi due» suggerisce una voce.
Alziamo gli occhi e vediamo Alice venire a lunghi passi verso di noi, seguita da Brad.
Jase indietreggia di un passo da me, si passa le mani tra i capelli lasciandoli spettinati e ancora
più belli.
Alice scrolla la testa e ci oltrepassa.
Capitolo Ventisette

È la festa del Quattro Luglio e in casa nostra vibra una strana energia.
Dovete sapere che a Stony Bay il Quattro Luglio è la festa cittadina per eccellenza. All’inizio della
rivoluzione, gli inglesi diedero fuoco ad alcune navi nella nostra baia, di passaggio verso qualche
altra battaglia più importante; perciò Stony Bay si è sempre sentita personalmente coinvolta nella
festa dell’Indipendenza. La parata inizia dal cimitero dietro il municipio, sale in cima al colle alla
vecchia chiesa battista, dove i veterani lasciano una corona di fiori sulla tomba del milite ignoto, e
poi discende lungo il viale alberato, Main Street (passando davanti alle case dipinte del classico
bianco e giallo e del rosso tipico dei granai americani, ordinate e pulite come le pastiglie in una
tavolozza di acquerelli) e arriva fino alla baia. Le bande musicali delle varie scuole intonano canti
patriottici. E da quando è senatrice, la mamma tiene sempre il discorso di apertura e di chiusura.
L’allievo con i voti più alti della scuola media locale recita il preambolo della Costituzione, e un
altro studente modello legge un tema sulla vita, la libertà e la giustizia.
Quest’anno, la studentessa in questione è Nan.
«Non ci posso credere» ripete. «Tu ci credi? L’anno scorso Daniel, e ora io. Non mi sembrava
neppure il mio tema migliore! Mi pareva molto meglio quello sulla ribellione contro la vita in
Huckleberry Finn e Holden Caufield che ho scritto per l’esame di inglese.»
«Ma non è molto adatto al Quattro Luglio» osservo. Sinceramente sono sorpresa anch’io: Nan
detesta la scrittura creativa. Ha sempre preferito imparare a memoria che elaborare teorie. E non è
l’unica cosa strana che è successa oggi.
Io, la mamma, Clay e Nan siamo in salotto. La mamma ascolta Nan che prova il suo discorso
mentre Clay svolge le consuete attività del Quattro Luglio: cerca di capire come la mamma possa
«innestare una marcia in più quest’anno» (parole sue).
È sdraiato a pancia in giù davanti al caminetto, circondato da ritagli di giornale e fogli di carta a
righe, un evidenziatore in mano. «Gracie, mi sembra uno dei tuoi soliti discorsi. La maledizione del
“bene comune”.» Le fa l’occhiolino, e poi strizza l’occhio anche a me e a Nan. «Quest’anno ci
vogliono i fuochi d’artificio.»
«Li abbiamo» dice la mamma. «Ogni anno la merceria Donati ce ne dona un po’, e chiediamo
l’autorizzazione con mesi di anticipo.»
Clay piega la testa di lato. «Grace. Amore. Parlavo di fuochi d’artificio metaforici.» Batte le
nocche sui ritagli di giornale. «Questo va bene se vuoi finire sulla stampa locale, ma puoi fare di
meglio. E dovrai fare di meglio, se vuoi vincere anche quest’anno.»
Le guance della mamma si colorano di rosa: un chiaro segnale di disagio in una bionda. Si
avvicina a Clay, gli posa una mano sulla spalla, si china a vedere cosa evidenzia. «Spiegami come»
gli dice, stappando la penna e girando pagina sul taccuino. Ha dimenticato che io e Nan siamo nella
stanza.
«Wow» dice Nan quando prendiamo le biciclette per andare a casa sua. «Che impressione. Quel
Clay la comanda a bacchetta, eh?»
«Ho paura di sì. È sempre così, ultimamente. Non capisco… insomma, è chiaro che lui le piace
molto, ma…»
«Pensi che sia…» Nan abbassa la voce «per il sesso?»
«Bleah, Nan. Non ne ho idea. Non voglio pensare a quella roba.»
«Be’, dev’essere quello, perché sennò vuol dire che le hanno fatto la lobotomia» mormora Nan.
«Allora, come mi devo vestire? Con i colori della bandiera?» Scende dal marciapiede sulla strada
per pedalare al mio fianco. «Ti prego, di’ di no. Magari solo blu. O tutto bianco? È troppo casto e
puro? Non che non sia appropriato» aggiunge, rassegnata. «Mi faccio filmare da Daniel mentre leggo
il tema e allego il filmato alla domanda di ammissione al college? Sarebbe molto da sfigati?»
Continua a farmi domande a cui non so rispondere, perché sono completamente distratta. Cosa sta
succedendo a mia madre? Quando mai ha prestato ascolto ad altri che a se stessa?

Tracy torna a casa per la festa del Quattro Luglio. Non si lamenta, perché «la Vineyard è strapiena
di turisti, questo week-end». Non mi pare il caso di chiederle in che modo un mese come cameriera
in un ristorante a Martha’s Vineyard l’abbia distinta dai turisti. Tracy è Tracy.
Anche Flip è a casa. Ha regalato a Trace un braccialetto di brillanti con un ciondolo d’oro a forma
di racchetta da tennis, che Trace non perde occasione di mostrare con strani movimenti del polso.
«Sul biglietto ha scritto Vivo per servirti» mi sussurra la sera del suo ritorno a casa. «Ti sembra
possibile?»
Mi sembra lo slogan di una delle magliette che Nan vende al B&T, ma a mia sorella brillano gli
occhi. «Che ne è stato dei timori sulle relazioni a distanza?» la stuzzico. Sì, sono una guastafeste.
«Quello è a settembre!» ride Tracy. «Dio, Samantha. Mancano mesi interi.» Mi dà una pacca sulla
spalla. «Non puoi capire, visto che non sei mai stata innamorata.»
Una parte di me vorrebbe tanto dire: «Be’, Tracy, a dire il vero…»
Ma sono così abituata a non parlarne, così abituata a essere il pubblico delle storie di Tracy e
della mamma. La ascolto raccontare di Martha’s Vineyard e della fiera al porto e della festa del
solstizio d’estate. Cos’ha detto Flip, cos’ha fatto Flip e cosa gli ha risposto Tracy.

Alle otto di mattina del quattro, quando si riuniscono le bande musicali, ci sono già ventinove gradi e
il cielo è di quell’abbagliante grigio-azzurro che promette ancora più afa. Ciò nonostante la mamma
ha un’aria fresca e ordinata, nel suo tailleur di lino bianco e il grande cappello di paglia azzurro con
un nastro rosso. Tracy indossa un abito sbracciato blu scuro decorato con una fascia bianca, ma solo
perché è stata costretta. Io ho un abito di seta bianca che sembra un grembiule delle elementari, ma
che la mamma adora.
Resto accanto a Tracy e alla mamma mentre la parata si prepara a partire: vedo Duff con la tuba in
mano, già paonazzo prima ancora di iniziare a marciare, e Andy che strizza gli occhi e accorda il
violino. Se lo posa in spalla, alza lo sguardo, mi vede e mi sorride mostrando l’apparecchio.
La ferramenta dei Garrett resta chiusa oggi, ma Jase e suo padre vendono bandierine, striscioni e
stelle filanti per le ruote delle bici da una bancarella davanti al negozio, mentre accanto a loro Harry
smercia limonata con metodi aggressivi: «Ehi, lei! Signore! Si direbbe che abbia sete. Venticinque
centesimi! Ehi, mi scusi, signora!» La signora Garrett è da qualche parte tra la folla con George e
Patsy. Non mi ero mai resa conto che alla parata partecipa proprio tutta la città.
La prima canzone della banda è America the Beautiful. O almeno credo: nessuno di loro suona
molto bene. Poi il signor McAuliffe, direttore della banda della scuola media, inizia a marciare
seguito lentamente dal resto della parata.
Con un rullo di tamburi, la mamma sale sul podio. Io e Tracy ci sediamo sugli spalti dietro di lei
con Nan e Marissa Levy, la ragazza delle medie che deve pronunciare il discorso, ai posti loro
assegnati. Dalla nostra posizione riesco finalmente a vedere la signora Garrett, in disparte con
un’enorme nuvola di zucchero filato che distribuisce un pezzetto per volta a George, mentre Patsy
cerca di agguantarlo tutto. I Mason sono al centro della prima fila: il signor Mason posa un braccio
sulle spalle della moglie e Tim siede accanto a loro in… smoking?! Ho capito: la madre gli avrà
detto di vestirsi bene, e lui, come al solito, ha estremizzato. Scommetto che muore di caldo.
La mamma pronuncia il suo discorso: duecentotrenta anni di orgoglio per Stony Bay,
duecentotrenta anni di eccellenza eccetera. Non so bene cosa ci sia di diverso rispetto ai suoi soliti
discorsi, ma vedo Clay accanto al cameraman di NewsCenter9: sorride e annuisce, si sporge verso il
fotografo per assicurarsi che scatti.
Al termine del discorso cala il silenzio e Nan raggiunge il podio a passo veloce. Come tante altre
cose nel loro scambio di DNA tra gemelli, i geni dell’altezza sono stati distribuiti in modo poco
equo. Nanny è più alta di me di cinque centimetri appena, quindi non supera il metro e sessantadue,
mentre Tim ha sforato l’uno e ottanta anni fa. Nan deve salire qualche gradino per spuntare da sopra
il leggio. Posa i fogli, li liscia con la mano e deglutisce visibilmente, le lentiggini le risaltano sul
pallore mortale.
Un lungo silenzio; inizio a preoccuparmi. Poi lei mi guarda, batte le palpebre e inizia: «Oggi, in
questo Paese, in quest’epoca, siamo abituati a celebrare ciò che abbiamo, o ciò che vogliamo avere:
non quello che ci manca. In questo giorno, nel quale commemoriamo ciò che i nostri antenati
sognavano e speravano per noi, vorrei celebrare le quattro libertà di cui parlava Roosevelt… e
osservare che… mentre due di esse, la libertà di parola e di culto, sono già patrimonio della nostra
società, le altre due sono ancora un obiettivo da raggiungere: la libertà dal bisogno e… la libertà
dalla paura».
Il microfono riverbera un po’ e ogni tanto produce un fischio acuto. La mamma piega la testa di
lato e ascolta attentamente il discorso, come se non l’avesse già sentito varie volte mentre Nan si
allenava. Tracy e Flip si tirano calci affettuosi e si tengono per mano, ma hanno un’espressione seria.
Guardo tra la folla e vedo la signora Mason, le mani intrecciate sotto il mento, e il signor Mason, gli
occhi fissi su Nan, la spalla inclinata verso la moglie. Cerco con gli occhi Tim e lo trovo a testa
china con i pugni sugli occhi.
Un applauso assordante accompagna la conclusione del discorso di Nan, la cui faccia diventa
rossa come i capelli: accenna un rapido inchino e torna a sedersi sugli spalti accanto alla mamma.
«Lo si poteva dire meglio di così?» declama mia madre. «Il Quattro Luglio è una ricorrenza in cui
commemoriamo le scelte compiute dai nostri antenati, ma anche ciò che hanno rifiutato; ciò che
sognavano per noi e ciò che abbiamo trasformato in realtà grazie al potere dei loro sogni.»
Va avanti per un bel pezzo, ma io vedo solo Nan abbracciata dai suoi genitori, che finalmente si
concentrano sui suoi successi e non sui disastri di Tim, e la vedo felice tra le loro braccia. Mi guardo
intorno aspettandomi di vedere anche Tim, ma non c’è più.
La mamma prosegue il discorso: la libertà, la scelta, la nostra forza. Clay le sorride da una delle
ultime file e le mostra il pollice alzato.
Dopo la lenta marcia in discesa fino alla baia viene posata la corona per il milite ignoto e Winnie
Teixeira della scuola elementare suona il silenzio con la tromba. Poi tutti recitiamo il giuramento di
fedeltà alla bandiera, e così termina la parte istituzionale del Quattro Luglio e si passa allo zucchero
filato, alla limonata e ai carretti dei gelati offerti da Doane.
Cerco Nan, ma la vedo con i genitori. Tracy e Flip si stanno allontanando rapidamente dalla
mamma, Tracy saluta con la mano e dice qualcosa. La mamma è circondata di gente, stringe mani e
firma autografi e… brr… bacia bambini. Non le piacciono neppure, i bambini, ma non lo
indovinereste mai vedendola profondersi in strilletti di fronte a una sfilza di futuri elettori calvi e
sbavanti. Resto lì senza sapere che fare, mi chiedo se devo restare appresso alla mamma per tutto il
giorno o se invece posso andarmi a togliere questo ruvido vestitino da bambina e cercare un po’ di
fresco.
Mi sento cingere la vita da dietro, e le labbra di Jase mi si posano sul collo. «Niente uniforme,
Sam? Mi chiedevo se ti saresti vestita da Statua della Libertà o da moglie di Washington.»
Mi giro tra le sue braccia. «Mi spiace deluderti.»
Altri baci. Sono diventata una che bacia i ragazzi in pubblico. Apro gli occhi, mi tiro indietro,
cerco con gli occhi mia madre.
«Anche tu cerchi Tim?»
«Tim? No…»
«L’ho visto passare davanti alla nostra bancarella, aveva proprio il muso lungo. Dobbiamo
trovarlo.»
Restiamo per un po’ al tornello in fondo alla strada principale, io seduta sul muretto di mattoni
bianchi, Jase in punta di piedi a guardarsi intorno; ma di Tim non c’è traccia. Poi lo vedo, nel suo
smoking nero tra tutti quei colori estivi: sta parlando con Troy Rhodes, il nostro fedele spacciatore di
quartiere.
«È laggiù» dico, dando di gomito a Jase.
«Fantastico, è in buona compagnia.» Jase si morde il labbro. Scommetto che Troy ha il suo giro di
clienti anche alle scuole pubbliche.
Io e Jase ci facciamo strada tra la folla, ma quando raggiungiamo Troy, Tim è sparito di nuovo.
Jase mi stringe forte la mano. «Lo troveremo.»
È tornato dai genitori. Raggiungiamo i Mason appena in tempo per sentire il vecchio signor
Erlicher, presidente del comitato dei volontari alla biblioteca di Stony Bay, che dice: «Ed ecco il
nostro astro più brillante», e bacia Nan. Poi si volta verso Tim, che incurva le spalle seduto accanto
alla sorella. «Tua madre mi dice che tu invece, giovanotto, hai qualche problema a trovare la tua
strada.»
«Già, eccomi qui, il ragazzo senza strada» ribatte Tim, sempre a capo chino.
Il signor Erlicher gli assesta un colpetto sulla spalla. «Anch’io ci ho messo del tempo a trovare la
mia, sai. Ah, ah, ah. Be’, guardami adesso.»
Ha buone intenzioni ma, dato che a quanto ne sappiamo la cosa che gli riesce meglio è parlare
senza lasciarsi interrompere, Tim non sembra per niente incoraggiato. Guarda la folla, individua me e
Jase e distoglie subito lo sguardo, come se vederci non l’avesse rincuorato minimamente.
«Ciao, Tim» lo saluta Jase in tono neutro. «Fa caldo, andiamocene da qui.»
Daniel ha ritrovato Nan, e resta alle sue spalle mentre lei riceve altre congratulazioni. Il sole
impallidisce in confronto al sorriso di Nan.
«Dai, Tim, ho parcheggiato il Maggiolone davanti al negozio. Andiamo in spiaggia» insiste Jase.
Tim saetta lo sguardo tra lui e me, e poi torna a guardare la gente. Alla fine scrolla le spalle e si
incammina svogliatamente dietro di noi, le mani nelle tasche dello smoking. Quando arriviamo alla
macchina insiste per salire dietro, benché con le sue gambe lunghe sia un’idea ridicola.
«Va bene così» risponde secco alle mie ripetute offerte di farlo sedere davanti. «Siediti vicino al
tuo piccioncino, è un crimine tenervi lontani e ho già abbastanza crimini sulla coscienza. Me ne sto
seduto qui a provare qualche posizione acrobatica del Kamasutra. Da solo. Purtroppo.»

Fa così caldo, e il sole è così alto, che tutta la città dovrebbe essere in spiaggia… e invece la
troviamo deserta.
«Meno male» commenta Jase. «Dovrò nuotare in boxer.» Si toglie la camicia, la getta nel
finestrino del Maggiolone e si china a sfilarsi le scarpe.
Sto per dire che vado a casa a prendere il costume quando vedo Tim gettarsi a sedere sulla sabbia,
con lo smoking e tutto quanto, e capisco che non andrò da nessuna parte. Ha comprato qualcosa da
Troy? E se sì, quando ha avuto il tempo di fumarlo o sniffarlo o quel che è?
Jase si raddrizza. «Vuoi fare a gara?» chiede a Tim.
Lui scosta l’avambraccio da sopra gli occhi. «Sì, certo, a gara: perché tu sei un atleta fresco di
allenamento e io sono uno stronzo fuori forma. Certo, facciamo a gara. In spiaggia. Con me in
smoking.» Alza il dito. «No. Ripensandoci, no. Ho troppo vantaggio, non vorrei metterti in imbarazzo
davanti a Samantha.»
Jase scalcia la sabbia. «Non fare lo stupido. Pensavo che ti avrebbe aiutato a liberarti dai
pensieri. Io corro quando voglio smettere di pensare a qualcosa.»
«Ah, sul serio?» fa Tim, in tono sarcastico. «E funziona? Riesci a non pensare a Samantha nuda
o…»
«Se ti va di essere preso a pugni, non devi sforzarti di essere più stronzo del solito» lo interrompe
Jase. «Non c’è bisogno di tirare in mezzo Samantha.»
Tim si copre di nuovo gli occhi con l’avambraccio. Scruto le onde del mare… vorrei tanto andare
a prendere il costume, ma se la mamma è già a casa e vengo risucchiata in qualche comizio?
«Alice tiene sempre qualche costume nel bagagliaio» mi dice Jase, proprio mentre sento squillare
il mio telefono.
«Samantha Reed! Dove sei?»
«Ehm, ciao mamma, io…»
Per fortuna la domanda è retorica, e la mamma prosegue come un treno: «Ti ho cercata alla fine
della parata ed eri sparita. Sparita. Mi aspetto una cosa del genere da Tracy, non da te…»
«Io…»
«Io e Clay prendiamo il treno a vapore per Riverhampton, perché devo tenere un discorso lì, poi
torniamo giù alla baia per vedere i fuochi d’artificio. Volevo che venissi anche tu. Dove sei?»
Tim si sta metodicamente sfilando la fusciacca dello smoking e il papillon. Jase fa stretching
appoggiandosi al Maggiolone. Chiudo gli occhi. «Sono con Nan» mento, buttandomi da un precipizio
nella speranza che Nan non sia lì accanto alla mamma.
Grazie a Dio sembra rabbonita. «Nan è stata fantastica oggi, vero? Un’introduzione perfetta al mio
discorso. Cosa?» dice, rivolta a qualcuno che parla in sottofondo. «Il treno sta partendo, tesoro. Sarò
a casa verso le dieci. Sentitevi con Tracy. Arrivo, Clay! Fa’ la brava. Ci vediamo dopo.»
«Tutto a posto?» chiede Jase.
«Solo la mamma» taglio corto, stizzita. «Dov’è che trovo i costumi da bagno?»
Apre il portabagagli del Maggiolone. «Non so se sono… be’, Alice è un po’…» È in profondo
imbarazzo e non capisco perché, ma poi mi suona di nuovo il cellulare.
«Samantha! Samantha!» grida Nan. «Mi senti?»
«Sì.»
Continua a gridare, come se servisse a qualcosa. «Ti chiamo dal mio cellulare, ma devo parlare in
fretta perché Tim mi ha consumato tutto il credito, di nuovo! Daniel mi porta sulla barca dei suoi
genitori. Mi senti? Non prende!»
Grido che la sento, sperando che mi senta lei.
«DÌ AI MIEI CHE SONO CON TE» strilla. «OKAY?»
«TU PERÒ DI’ A MIA MADRE CHE SONO CON TE! OKAY?»
«EH?»
«EH?»
«POTREMMO RESTARE SULLA BARCA STANOTTE. DÌ CHE C’È UN PIGIAMA PART
CASA TUA!» Grida così forte che la sento anche se stacco il telefono dall’orecchio.
Tim si alza a sedere, improvvisamente all’erta. «Passamela» mi dice in tono concitato.
«TIM VUOLE PARLARTI.»
Lui mi strappa il telefono di mano.
«TI RACCONTERÒ TUTTO» ruggisce Nan. «FAMMI SOLO QUESTO FAVORE.»
«MA CERTO!» sbraita lui nel telefono. «QUESTO E ALTRO PER TE, PRESTIGIOS
SORELLA!»
Mi restituisce il telefono.
«Tim sta bene?» chiede Nan, a voce più bassa.
«Non…» inizio, poi il telefono emette quel dlin dlon che segnala l’esaurimento della batteria e si
spegne di colpo.
«Non sei nei guai, vero, Sam?» mi chiede Jase.
«Noto che a me non lo chiedi» interviene Tim, togliendosi i pantaloni e rivelando boxer decorati
con piccoli stemmi. Vede che lo guardo.
«Il collegio Ellery vende boxer. Questi li ho ricevuti a Natale dalla mamma. Non te li confiscano
quando ti espellono.»
Jase mi guarda ancora con aria interrogativa, mentre rovisto nel bagagliaio.
«Ci vediamo a riva quando ti sei cambiata» mi dice. «Vieni, Tim.»
Frugando tra i costumi sepolti sotto mazze da lacrosse e palloni da calcio, bottiglie di Gatorade e
incarti di barrette energetiche, capisco cosa intendeva Jase. L’unico bikini di cui ci siano entrambi i
pezzi è minuscolo e in similpelle nera. A parte quello ci sono solo alcune paia di pantaloncini da
calcio della squadra di Jase e quello che sembra un costume intero della taglia di Patsy.
Probabilmente è di Alice anche quello.
Quindi mi infilo quello in similpelle, prendo un telo di spugna e cerco di raggiungere la spiaggia
con nonchalance.
Impossibile.
Jase mi guarda, arrossisce, mi guarda di nuovo e decide di rifugiarsi al largo.
Tim mi fissa ed esclama: «Porco diavolo, Catwoman!»
«È di Alice» preciso. «Nuotiamo.»

Il resto della giornata è all’insegna della pigrizia. Io, Jase e Tim restiamo sdraiati sulla spiaggia,
mangiamo hot dog al Clam Shack e torniamo a sdraiarci. Alla fine andiamo a casa dei Garrett e ci
stravacchiamo in piscina.
George mi si struscia contro. «Mi piace il tuo costume, Samantha. Però sembri un po’ un vampiro.
Hai mai visto un pipistrello vampiro? Lo sapevi che non è vero che ti restano impigliati nei capelli?
È solo una leggenda. In realtà sono molto simpatici. Bevono solo dalle mucche e cose così. Ma il
sangue, non il latte.»
«No, non ne ho mai visto uno» rispondo. «E preferirei non vederlo, simpatico o no.»
Sentiamo sbattere la porta sul retro. Andy arriva in piscina con un gran sorriso e si aggrappa alla
recinzione chiudendo gli occhi e gettando la testa all’indietro come un’eroina dei film muti. «È
successo, finalmente.»
«Kyle Comstock?» le chiedo.
«Sì! Finalmente mi ha baciata. Ed è stato…» Fa una pausa. «…non so, quasi doloroso. Ha
l’apparecchio anche lui. Ma è stato meraviglioso lo stesso. E l’ha fatto davanti a tutti. Dopo la
parata. Me lo ricorderò finché campo. Sarà il mio ultimo pensiero quando chiuderò gli occhi per
sempre. Poi mi ha baciata di nuovo quando abbiamo mangiato il gelato, e poi quando…»
«Abbiamo capito» la interrompe Jase. «Sono contento per te, Andy.»
«Adesso però che succede?» domanda lei, ansiosa. «Pensate che la prossima volta userà la
lingua?»
«Perché, stavolta non l’ha usata?» Tim è incredulo. «Cristo.»
«Be’, no. Doveva? Abbiamo sbagliato qualcosa?»
«Ands, non ci sono molte regole in questo tipo di cosa.» Jase si sdraia sul telo accanto a me e
George.
«Dovrebbero esserci» ribatte lei. «Perché come si fa a capire tutto da soli? È molto diverso da
quando baciavo la testiera del letto, o lo specchio del bagno.»
Jase e Tim scoppiano a ridere.
«Niente lingua, lì» borbotta Jase.
«O solo la tua. E da soli non è mai bello uguale» ride Tim.
«Ma perché baci la testiera del letto, Andy? Fa un po’ senso.» George arriccia il naso.
Andy scocca un’occhiatacia ai tre maschi e se ne torna in casa. Tim tira fuori le sigarette dal
taschino interno della giacca e ne estrae una dal pacchetto.
George sgrana gli occhi. «È una sigaretta? Sono sigarette, quelle?»
Tim sembra perplesso. «Certo. Ti scoccia?»
«Se le fumi muori. I polmoni ti diventano neri e si rinsecchiscono. Poi muori.» George è sull’orlo
delle lacrime. «Non morire. Non voglio vederti morire. Ho visto morire il criceto di Jase, è
diventato tutto rigido e aveva gli occhi aperti ma non erano più lucidi.»
Tim resta interdetto. Guarda Jase come per chiedergli che fare. Lui si limita a ricambiare lo
sguardo.
«Oh, al diavolo» dice Tim, e rimette la sigaretta nel pacchetto. Si alza, raggiunge la piscina e si
tuffa.
George mi chiede: «Che voleva dire? Era un sì o un no?»
La signora Garrett si affaccia alla porta sul retro. «Jase, il tritarifiuti si è rotto di nuovo. Puoi
aiutarmi?»

I Garrett hanno i fuochi d’artificio, grazie – come mi spiega il signor Garrett – al fratello della
moglie, Hank, che vive a Sud e glieli spedisce illegalmente ogni anno. Quindi appena fa buio ci
raduniamo tutti sul loro prato.
«Jack!» strilla la signora Garrett. «Per favore, non ustionarti la mano! Perché me lo fai ripetere?
Te lo dico tutti gli anni.»
«Se mi ustiono faccio causa a tuo fratello» replica il signor Garrett, posizionando i fuochi dentro
un circolo di sassi. «Non mi spedisce mai le istruzioni. Accendi, Jase!»
Jase accende un lungo fiammifero e lo porge al padre.
La signora Garrett stringe tra le braccia George e Patsy. «Tanto non le leggeresti!» grida al marito
mentre si sprigiona una fiamma azzurra e i primi fuochi schizzano nel cielo buio.
Quando si esaurisce l’ultimo fuoco mi rotolo sul fianco e seguo con il dito i contorni del viso di
Jase. «Non hai mai suonato per me» gli dico.
«Mmm?» Sembra assonnato.
«Ho visto Andy e Duff suonare i loro strumenti. Tu affermi di saper suonare la chitarra, ma non me
ne hai mai dato la prova. Quando mi dedichi una canzone d’amore?»
«Ehm… mai?»
«Perché no?» gli chiedo, tracciando l’arco del suo sopracciglio scuro.
«Perché sarebbe una cosa da sfigati, oltre che imbarazzante. E cerco di non fare cose da sfigati. Né
cose imbarazzanti.» Si sdraia sulla schiena e indica il cielo. «Okay, che stella è quella? E quella?»
«Il triangolo estivo: Vega, Deneb e Altair. Quelli laggiù sono… la Lira, il Sagittario…» Seguo con
il dito le sagome composte dalle stelle tremolanti.
«Mi piace che tu lo sappia» sussurra Jase. «Ehi, è una stella cadente, quella? Posso esprimere un
desiderio, giusto?»
«È un aereo, Jase. Vedi la luce rossa dietro?»
«Ah, okay. Meno male che non volevo essere sfigato e imbarazzante.»
Rido e mi sporgo a baciargli il collo. «Puoi esprimere un desiderio lo stesso, se vuoi.»
«Con un aereo non dà lo stesso brivido» sussurra, tirandomi a sé. «E poi, cos’altro potrei
desiderare?»
Capitolo Ventotto

«Ciao, tesoro.» La voce è fredda come ghiaccio. «Hai qualcosa da dirmi?»


Impietrita, chiudo silenziosamente la porta di casa. Oddio. Oddio. Come ho fatto a non vedere la
macchina della mamma? Pensavo che i fuochi d’artificio e il treno a vapore l’avrebbero tenuta
impegnata più a lungo. Come ho fatto a fare così tardi?
«Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto coprirti.» La voce è divertita, ora. Alzo gli
occhi e vedo Tracy che scrolla la testa, seduta sul divano.
Avevo dimenticato quanto fosse brava a imitare la mamma: un talento che, unito alle sue spiccate
doti di falsaria, le ha permesso di sottrarsi a gite scolastiche sgradite, compiti in classe per i quali
non aveva studiato e lezioni di igiene che la annoiavano.
Scoppio a ridere e riprendo fiato. «Accidenti, Trace, mi hai fatto prendere un colpo!»
Ridacchia. «La mamma ha chiamato all’ora del coprifuoco per accertarsi che tu fossi sana e salva.
Le ho detto che eri nel tuo lettino da ore, a fare dolci sogni innocenti. Meno male che non può vederti
adesso.» Si alza, mi raggiunge e mi fa girare verso lo specchio dell’ingresso. «Allora, chi è il
ragazzo?»
«Non c’è nessun…» inizio.
«Samantha, per favore. Sei spettinata, hai le labbra gonfie e ti servirà quello stupido foulard del
Breakfast Ahoy per coprire questo succhiotto. Ripeto: chi è il ragazzo?»
Effettivamente ho le guance rosse e sono scarmigliata, un look che ho visto sfoggiare molte volte
da Tracy ma al quale devo ancora abituarmi su di me. «Non lo conosci» dico, cercando di lisciarmi i
capelli. «Per favore, non dire niente alla mamma.»
«Miss Perfettina ha un amante segreto!» Tracy sghignazza.
«Non siamo… non abbiamo…»
«Fa niente. A giudicare dalla tua espressione, succederà a breve. Ti ho coperto, ma adesso sputa il
rospo. Se non lo conosco ci sarà un perché. Ti prego, dimmi che alla mamma non verrà un infarto.»
«Non sarebbe contenta» ammetto.
«Perché? È un drogato? Un alcolizzato?»
«È un Garrett. I nostri vicini.»
«Porca miseria, Samantha. Stai proprio tirando la corda, eh? Chi se l’immaginava che saresti stata
tu la figlia ribelle? È quello con la moto e il giubbotto di pelle? Se è così, sei spacciata. La mamma
ti metterà in punizione fino a trentacinque anni.»
Sbuffo impaziente. «Non è lui, è suo fratello minore, Jase. Che probabilmente è la persona
migliore che abbia mai conosciuto… gentile, intelligente… buono. E…» Non so più cosa aggiungere,
mi strofino le labbra con le dita.
«Sei bella che andata» sospira Tracy. «Da come ne parli, è chiaro che ti tiene in pugno. Non puoi
permetterglielo, per quanto ti piaccia. Se finite a letto, devi dargli l’impressione che gli stai facendo
un favore… altrimenti sta’ sicura che ti molla subito.»
Mia sorella, l’inguaribile romantica.
La mattina dopo scrivo a Nan un sms.

Allora?

Risponde:
????

Sei ancora in barca? Che è successo?

No. Daniel ha dovuto riportarla indietro prima che i genitori venissero a saperlo. Sono a
casa.

E… ???

Tu dove sei?

Sono in spiaggia prima di andare al lavoro al B&T, e guardo il signor Garrett che allena Jase. Al
momento Jase sta camminando nell’acqua che gli arriva alle ginocchia, esce per fare alcune flessioni
e poi torna dentro. Se qualche settimana fa qualcuno mi avesse detto che l’avrei trovata una scena
interessante da guardare, gli avrei riso in faccia. Indugio con le dita sul telefono, esito ancora a
rivelare troppo a Nan, ma alla fine scrivo:

In spiaggia a SB.

Dammi 10 minuti.

Si presenta un quarto d’ora dopo, proprio mentre Jase si getta sulla sabbia per fare un’altra serie di
flessioni.
«Ah, adesso ho capito» dice Nan con un sorriso d’intesa. «Pensavo che fossi qui per nuotare o per
prendere il sole, ma invece sei qui per il fidanzato, eh, Samantha?»
La ignoro. «Cos’è successo con Daniel?»
Si sdraia posandosi un braccio sugli occhi, la stessa posizione di Tim il giorno prima. Dopo tutti
questi anni sono ancora affascinata dalle somiglianze tra loro due. Nan strizza gli occhi contro il sole
e poi si gira a pancia in sotto e mi guarda con un’espressione seria negli occhi grigi.
«Sulla barca? Be’, abbiamo risalito il fiume fino a Rocky Park, abbiamo attraccato e fatto un
picnic. Poi siamo andati alla baia. Daniel ha nuotato, ma io avevo il terrore degli squali bianchi. Lui
diceva che l’acqua era troppo fredda per gli squali, ma…»
«Nan! Lo sai cosa voglio sapere.»
«Ah, sì?» fa lei, innocente, poi si arrende. «Vuoi sapere se io e Daniel “abbiamo portato la nostra
relazione al livello successivo”?»
«Be’, no, perché chi è che parla così?» Le lancio una conchiglia.
«Daniel parla così.» Si tira su a sedere, guarda l’acqua riparandosi gli occhi dal sole. «No, non
l’abbiamo fatto.»
«Perché… hai deciso che non ti sentivi pronta? Oppure Daniel non voleva?»
Jase rientra in acqua, massaggiandosi una coscia come se avesse un crampo.
«Perché lo sta facendo?» chiede Nan. «Sembra faticosissimo. Ci manca solo che suo padre gli
punti addosso un getto d’acqua fredda, o gli faccia intonare uno di quei canti dei Marine.»
«Si allena per la stagione di football» rispondo, lanciandole un’altra conchiglia. «Non hai risposto
alla mia domanda.»
«Daniel voleva eccome. E anch’io. Ma all’ultimo momento… non me la sono sentita.» Si tira le
ginocchia al petto e ci appoggia il mento. «Ne abbiamo parlato troppo. Mi ha fatto bere del vino, e
fin lì niente di male, ma ha precisato che era per “sciogliere le mie inibizioni”. Poi mi ha ripetuto che
era un grande passo, e che non si poteva tornare indietro, e avrebbe Cambiato Per Sempre La Nostra
Relazione. Mancava solo che mi facesse firmare una liberatoria.»
«Molto sexy» commento.
«Già! Insomma… so che la vita vera non è come in Strano incontro.» È il film preferito di Nan,
con il suo adorato Steve McQueen e Natalie Wood. «Non mi aspetto… di sentir cinguettare i
pettirossi. Be’… non con Daniel.» China il capo. «Forse mai.»
Guardo Jase e lui sembra accorgersene: si volta, mi rivolge il suo sorriso incandescente.
«Perché no, Nanny?» chiedo con delicatezza.
«Ci rifletto a fondo, su queste cose.» Si rosicchia l’unghia del pollice, un vizio che ha fin
dall’asilo. Le tiro via la mano dalla bocca, un vizio che ho fin dall’asilo. «Non ci sarà mai una
passione sfrenata tra noi. Usciamo insieme da due anni… Siamo compatibili. Non sarebbe
imbarazzante.»
Il signor Garrett mostra a Jase i pollici alzati. «Stai andando bene, figliolo.»
«Joel andrebbe più veloce, credo» risponde Jase col fiatone.
«Io non andavo più veloce di così» dice il signor Garrett. «E i college mi volevano lo stesso. Vai
benissimo.» Gli dà una pacca sulla spalla.
«Non dovrebbe essere qualcosa di meglio che “non imbarazzante”, Nanny?»
Nan tira via la mano dalla mia e inizia a rosicchiarsi l’unghia del mignolo. «Nel mondo reale?
L’unico consiglio che la mamma mi ha mai dato sul sesso è: “Non sposarti vergine come ho fatto
io”.»
Le tiro via di nuovo la mano dalla bocca e lei mi schiaffeggia le nocche. Jase sta di nuovo facendo
le flessioni. Gli tremano le braccia.
«La mamma mi ha spiegato come funziona quando mi sono venute le mestruazioni, e poi mi ha
detto di non fare mai sesso.»
«Un approccio che ha funzionato benissimo, con Tracy.» Nan ridacchia, poi aggrotta la fronte e
segue il mio sguardo.
«Daniel farà strada.» Tira una riga nella sabbia con il dito. «È chiaro. È il primo della classe, è
entrato al MIT appena ha fatto domanda. Siamo simili, in questo… Voglio solo andarmene da qui.»
Fende l’aria con la mano rivolta all’orizzonte, come se con quel gesto potesse cancellarlo. «In
autunno farò domanda alla Columbia, lascerò Tim e mamma e papà e… tutto quanto.»
«Nan…» dico, ma non so come continuare.
«Chi diventerà questo Garrett?» chiede Nan. «Insomma, adesso è bellissimo, niente da dire. Ma tra
cinque anni, dieci… Sarà uguale a suo padre. Con un negozio di ferramenta in questo buco del
Connecticut. Con troppi figli… Io e Daniel forse non resteremo insieme, ma… almeno… lui non mi
trascinerà giù.»
Sento un formicolio sulle guance. «Nan, non lo conosci neppure, Jase» inizio, ma poi lui ci viene
incontro a passo di corsa, si piega in due e posa le mani sulle cosce, ansimando.
«Ciao, Sam. Nan. Scusate, devo riprendere fiato. Non ce la faccio più, papà.»
«Un altro giro» lo sprona il signor Garrett. «Un ultimo sforzo. Ce la puoi fare.»
Jase scuote la testa, ci guarda sconsolato, ma rientra in acqua lo stesso.
Capitolo Ventinove

Con grande sorpresa di tutti, e probabilmente anche sua, Tim si trova benissimo nello staff della
campagna elettorale di mia madre. Fa telefonate per chiedere alla gente di registrarsi al voto, e le fa
parlando con venti accenti diversi. Convince gli elettori a scrivere ai giornali locali che la loro vita è
cambiata perché alla senatrice Grace Reed importa davvero del loro futuro. Nel giro di due settimane
inizia persino a scrivere brevi discorsi per la mamma. Lei e Clay non riescono a smettere di parlare
di lui.
«È davvero un ragazzo in gamba» commenta ammirato Clay mentre andiamo in macchina
all’ennesimo incontro con gli elettori, dove mi piazzo accanto alla mamma cercando di apparire una
brava ragazza. «È intelligente e scaltro, pensa in fretta.»
«Sì, be’. È tutta questione di saper manipolare le cose… e le persone» ammette Tim quando glielo
riferisco. Siamo nel vialetto dei Garrett a guardare Jase che lavora sulla Mustang. Sono seduta sul
cofano, sopra una coperta che Jase, in tono imbarazzato, mi ha chiesto di stendere per non graffiare la
vernice nuova. Sta cercando di risolvere un problema elettrico, a quanto ho capito. «Chi l’avrebbe
detto che gli anni passati a mentire mi sarebbero tornati così utili?»
«A te sta bene?» chiede Jase. «Ehi, Sam, mi passi la chiave inglese? Chissà cos’ha combinato il
proprietario precedente. Ci faceva le gare di rally? La frizione è bruciata… e la trasmissione fischia,
però funziona ancora. E tutti i giunti sono allentati.»
«Puoi ripeterlo con parole più semplici?» chiede Tim mentre porgo la chiave a Jase.
Vedendolo lì a faticare sotto la macchina sento il bisogno di baciargli la gola sudata. Sono fuori
controllo.
«Qualcuno non si è preso cura di questa macchina» risponde lui. «Ma tu – scusa, Sam – tu, Tim,
non credi nei valori che Grace Reed promuove. Non sei neppure repubblicano. Non ti sembra
sbagliato aiutarla?»
«Certo» risponde subito Tim. «Ma quand’è che non mi sembra di sbagliare? Sai che novità.»
Jase striscia fuori da sotto la Mustang, si tira lentamente in piedi. «Ti sembra giusto? Perché non
vedo come.»
Tim fa spallucce.
Jase si scompiglia i capelli, come fa sempre quand’è confuso o incerto.
«Per esempio, questo week-end Nan è andata a New York insieme al suo ragazzo.»
Sussulto. Non ne sapevo niente.
«A quel che ne so, è uno stronzo che la farà solo soffrire. Ma l’ho fermata? No. Ho fatto un milione
di sbagli, è ora che ne faccia qualcuno anche Nan.»
Jase prende un altro utensile dalla cassetta degli attrezzi e si infila di nuovo sotto la macchina. «Ti
sentirai meglio quando saprai che lei soffre?»
«Forse.» Tim beve un sorso del succo di frutta che ha in mano da mezz’ora. «Almeno non sarò più
solo.»
«Samantha, sta’ dritta con la schiena. E sorridi» mi sussurra la mamma. Sono accanto a lei a una
riunione delle Figlie della Rivoluzione americana, a stringere mani. Siamo qui da un’ora e mezza e
ho ripetuto: «La prego, sostenga mia madre. Ci tiene davvero allo Stato del Connecticut» circa
quindici milioni di volte. Ed è vero che ci tiene. Solo che ogni giorno mi sento più in colpa per le
cose a cui tiene.
Non me ne intendo di politica: mi tengo informata leggendo il giornale e parlando con gli altri a
scuola, ma non vado ai cortei o ai picchetti. Ma la differenza tra le mie idee e quelle della mamma
sembra approfondirsi ogni giorno di più. Ho sentito Clay dirle che è un’ottima strategia, che il punto
debole di Ben Christopher è che è troppo di sinistra, e che quindi più la mamma si sposta dall’altra
parte e meglio è. Ma… l’ultima volta che è stata eletta avevo undici anni. E il suo avversario era un
pazzo che non credeva all’istruzione pubblica.
Ma stavolta… mi domando quanti figli di politici la pensino come me, stringano mani dicendo:
«Sostenga mia madre» e intanto pensino: Ma non le sue idee. Perché io non le condivido.
«Sorridi» sibila tra i denti la mamma, chinandosi ad ascoltare una vecchietta dai capelli bianchi
che è infuriata per qualche nuova costruzione sulla strada principale del paese.
«Le cose vanno fatte in un certo modo, e questa non va! Ho un diavolo per capello, senatrice Reed,
un diavolo per capello!»
La mamma mormora qualche parola conciliatoria, dice che si accerterà che sia tutto in regola con
la legge, che chiederà ai suoi collaboratori di indagare.
«Quanto manca?» bisbiglio.
«Il tempo necessario, signorina. Quando lavori per il bene del popolo non hai orari fissi.»
Guardo uno dei manifesti esposti sui treppiedi – GRACE REED LOTTA PER I NOSTR
ANTENATI, LE NOSTRE FAMIGLIE, IL NOSTRO FUTURO – e cerco di non notare il rifle
turchese di una piscina appena fuori dalle portefinestre. Vorrei potermici tuffare. Mi sento soffocare
nell’abito blu scuro in stile impero che la mamma ha insistito per farmi indossare. Sono donne molto
conservatrici, Samantha. Devi mostrare meno pelle possibile.
Ho una voglia matta di strapparmi di dosso il vestito. Se tutte queste signore svenissero per lo
shock, potremmo andarcene tutti a casa. Perché non ho semplicemente detto di no alla mamma? Cosa
sono, un topo? Un burattino? Clay comanda la mamma a bacchetta, e la mamma comanda me.

«Non dovevi per forza essere così sgarbata» sibila irritata mentre torniamo a casa. «Altre figlie al
posto tuo sarebbero felici di essere coinvolte. Le gemelle Bush andavano ovunque, quando il padre
era in campagna elettorale.»
Non so cosa rispondere. Giocherello con un filo tirato sull’orlo del vestito. La mamma posa una
mano sulla mia per fermarmi. Poi me la stringe. «Tutti quei sospiri, quel passo strascicato. Era
imbarazzante.»
Mi giro a guardarla. «Forse la prossima volta non dovresti portarmi con te, mamma.»
Mi scocca un’occhiataccia, il suo sguardo è tornato gelido. Scrolla la testa. «Non so proprio cosa
ne dirà Clay.»
Clay se n’è andato un po’ prima, per tornare in ufficio a preparare il prossimo evento: una grigliata
di vongole a Linden Park, dove fortunatamente la mia presenza non è richiesta.
«Non penso che Clay mi prestasse attenzione, ha occhi solo per te.»
La vedo arrossire. «Forse hai ragione. È molto… premuroso» dice piano.
Parla per vari minuti delle premure e delle competenze di Clay, minuti che io trascorro a sperare
che stia parlando solo dal punto di vista professionale. Ma non è così. Clay lascia in casa nostra
vestiti, chiavi e altri effetti personali, ha una poltrona preferita in salotto, ha sintonizzato la radio
della cucina sulla stazione che ascolta ogni giorno. La mamma gli compra la sua bibita preferita, un
intruglio alla ciliegia che viene dal Sud e si chiama Cheerwine. Penso che se lo faccia spedire da
laggiù.
Quando finalmente arriviamo a casa e scendiamo in silenzio dalla macchina, sento un rombo e
vedo arrivare la moto di Joel. Ma in sella non c’è Joel. C’è Jase.
Prego in silenzio che entri nel suo vialetto, invece ci vede, svolta nel nostro, si ferma. Si toglie il
casco, si asciuga la fronte con il dorso della mano, sfodera un sorrisone dei suoi. «Ciao, Samantha.»
La mamma mi fissa. «Conosci questo ragazzo?» mi chiede sottovoce.
«Sì» rispondo in tono deciso. «Si chiama Jase.»
Lui, educato come sempre, le sta già porgendo la mano. Prego e spero che non dica il suo
cognome.
«Jase Garrett, abito qui accanto. Buona sera.»
La mamma gli dà una sbrigativa stretta di mano e mi scocca un’occhiata indecifrabile.
Jase sposta lo sguardo da lei a me, aspetta un momento e poi si rimette il casco. «Vado a fare un
giro. Vieni, Sam?»
Mi chiedo in quali guai mi caccerò, esattamente, se gli dico di sì. In castigo fino a trent’anni? Chi
lo sa? Chi se ne frega. All’improvviso scopro che non me ne importa proprio niente. Sono stata
chiusa per ore in una stanza affollata, fingendo invano di essere la figlia che mia madre desidera. Ora
il cielo è azzurro, l’orizzonte è sterminato. Sento un tuffo al cuore: sembra il vento, invece è il sangue
che mi fischia nelle orecchie, come quando io e Tim eravamo piccoli e ci gettavamo a capofitto tra le
onde più alte. Salgo sulla moto e prendo il secondo casco.
Sgommiamo via. Affondo la testa nella spalla di Jase, senza voltarmi a guardare mia madre, ma mi
aspetto che da un momento all’altro arrivino gli elicotteri o l’FBI a fermarci. Ma ben presto le
sensazioni scacciano i pensieri. Il vento mi scompiglia i capelli, stringo la vita di Jase. Percorriamo
per un po’ la strada che costeggia la spiaggia e poi attraversiamo il centro città, molto diverso dalla
riva con le sue casette rosse e bianche e gli aceri piantati a intervalli regolari. Poi torniamo sulla
litoranea. Jase spegne il motore al McGuire Park, vicino a un parco giochi in cui non tornavo da anni.
Ci fermavamo lì prima di tornare a casa dall’asilo nido.
«Allora, Samantha.» Si toglie il casco, lo appende al manubrio e mi porge una mano per aiutarmi a
smontare dal sellino. «A quanto pare vengo dai quartieri poveri.» Si volta per abbassare il cavalletto
della moto.
«Mi dispiace» dico di riflesso.
Non mi guarda ancora, scalcia la ghiaia. «È la prima volta che incontro tua madre. Pensavo che
fosse solo severa, con te. Non avevo capito di essere io il problema. O la mia famiglia.»
«Non lo sei. Non proprio.» Formulo frasi brevi e spezzate, non trovo il fiato. «È lei. È… Mi
dispiace… Lei è… una di quelle persone che fanno commenti al supermercato. Ma io no.»
Jase alza la testa, mi guarda per un lungo momento. Ricambio lo sguardo, supplicandolo di
credermi.
Il suo viso è una maschera bella e indecifrabile che non avevo mai visto. All’improvviso mi
arrabbio. «Smettila. Piantala di giudicarmi sulla base di mia madre. Quella non sono io. Se pretendi
di stabilire come sono fatta in base a come si comporta lei, allora non sei meglio di lei.»
Jase non dice niente, continua a smuovere la ghiaia con la punta della scarpa. «Non lo so» dice
infine. «Non riesco a non notare che… be’, tu sei nella mia vita… a casa nostra, con la mia famiglia,
nel mio mondo. Ma io sono davvero nel tuo? Quando ti ho vista al tuo club è stato molto
imbarazzante. Non avevi neanche parlato di me alla tua migliore amica. Non ho mai…» Si passa le
mani tra i capelli, scuote la testa. «Cenato a casa tua. Oppure… che ne so, non conosco tua sorella.»
«È via per l’estate» dico a bassa voce.
«Lo sai cosa voglio dire. Insomma… io ti porto dappertutto con me. In camera mia, nel negozio,
agli allenamenti… ci sei sempre. E tu dove mi porti? Non sono sicuro di saperlo.»
Sento la gola serrata. «Anch’io ti porto dovunque con me.»
«Davvero?» Smette di scalciare la ghiaia. Il suo corpo sprigiona calore, gli occhi irradiano
dolore. «Ne sei sicura? Ho l’impressione di non riuscire ad avvicinarmi più del tuo tetto, o della tua
stanza. Sei sicura che non vuoi solo… divertirti a scoprire come vivono i poveri?»
«I poveri? Uscendo con il mio vicino di casa?»
Mi guarda come se volesse sorridere ma non ci riuscisse. «Devi ammettere, Sam, che tua madre
non mi guardava proprio con un’aria da buon vicinato. Non sembrava sul punto di portarci una teglia
di lasagne. Sembrava sul punto di chiamare la polizia, semmai.»
Mi tolgo il casco, sollevata di sentire che la sta buttando sull’ironia. «È mia madre, Jase. Nessun
uomo sarà mai abbastanza per me. Secondo lei, il mio primo ragazzo, Charley, era un maniaco
sessuale che voleva sedurmi e abbandonarmi. E Michael, quel tipo emo che hai visto, era un
tossicomane asociale che probabilmente mi avrebbe spinta a drogarmi e ad assassinare il
presidente.»
«E credevi che con me sarebbe andata meglio. Mi sa di no.» Fa una smorfia di disappunto.
«È stata la motocicletta.»
«Ah, sì?» Mi prende per mano. «Ricordami di indossare la giacca di pelle di Joel, la prossima
volta.»
Indica i cespugli in fondo alla strada senza uscita, lontano dall’altalena e dagli scivoli arugginiti.
McGuire è una cittadina ordinata, dove niente è lasciato al caso, ma oltre il parco giochi il pendio
erboso scende tra i rovi bassi di lamponi in un lungo labirinto di pietre che portano al fiume. Puoi
saltare da una pietra all’altra e ritrovarti in mezzo al fiume seduto su una grossa pietra piatta di
granito.
«Conosci il Nascondiglio Segreto?» gli chiedo.
«Pensavo fosse solo mio.» Mi rivolge un sorriso a denti stretti, ma è pur sempre un sorriso.
Lo ricambio, pensando alla mamma. Sorridi, Samantha. Ora mi viene spontaneo. Passiamo tra i
cespugli facendoci largo tra i rovi, e poi saltiamo, pietra dopo pietra, fino alla zattera di granito in
mezzo al fiume. Jase si siede, abbracciandosi le ginocchia, e io mi siedo accanto a lui.
Rabbrividisco, fa sempre più freddo quando la brezza soffia contro la direzione dell’acqua. Senza
dire niente lui si toglie la felpa col cappuccio e me la porge. La luce del pomeriggio ci inonda,
l’odore del fiume è tutto intorno a noi, caldo e salmastro. Familiare e sicuro.
«Jase?»
«Mmm?» Raccoglie un legnetto e lo getta in acqua.
«Avrei dovuto dirglielo prima. Mi dispiace. Ce l’hai con me?»
Per un momento non dice niente, guarda allargarsi le increspature sull’acqua. Ma poi: «Non ce
l’ho con te, Sam».
Mi sdraio sulla roccia, guardo l’azzurro profondo del cielo. Jase si allunga al mio fianco e punta il
dito. «Falco codarossa.»
Guardiamo il falco volare in circolo per qualche minuto, poi Jase mi prende la mano, la stringe
forte e continua a tenerla. Il fiume sospira intorno a noi, e i piccoli ingranaggi nel mio corpo che per
tutto il giorno hanno girato a mille all’ora rallentano fino alla velocità del falco e del battito lento del
mio cuore.
Capitolo Trenta

È bello che passiamo momenti così, perché appena entro in casa sento la rabbia esalare dalla
mamma come la nebbia dalla baia. Ho sentito ruggire l’aspirapolvere prima ancora di aprire la porta,
e quando la apro vedo la mamma che insegue l’elettrodomestico con un’espressione agguerrita.
La porta si richiude e lei stacca la spina dal muro e si volta verso di me, in attesa.
Non le chiederò scusa, come se avesse ragione lei e mi fossi macchiata di una colpa
imperdonabile. Vorrebbe dire che ho mentito a Jase. Non voglio mentirgli più, neanche per
omissione. Invece tiro fuori la limonata dal frigo.
«Tutto qui?» dice la mamma.
«Ne vuoi un po’?» le chiedo.
«Fai finta che non sia successo niente? Come se io non avessi visto mia figlia, minorenne, salire su
una motocicletta con un estraneo?»
«Non è un estraneo, è Jase, il nostro vicino di casa.»
«So benissimo chi è, Samantha. Da dieci anni sopporto quel giardino incolto e quell’orda di
barbari. Da quanto conosci quel ragazzo? Sali spesso sulla sua moto per andare Dio solo sa dove?»
Bevo un sorso di limonata, temporeggio schiarendomi la voce. «No, era la prima volta. Non è la
sua moto, è di suo fratello. Jase è quello che ha riparato il tuo aspirapolvere quando l’hai buttato…
quando si è rotto.»
«Mi arriverà il conto da pagare?»
Resto a bocca aperta. «Stai scherzando? L’ha fatto per gentilezza. Perché è una brava persona e gli
ho chiesto io di farlo. Non vuole i tuoi soldi.»
La mamma mi fissa piegando la testa di lato. «Ti vedi con questo ragazzo?»
Le parole che mi escono di bocca sono più coraggiose di me, ma non abbastanza. «Siamo amici,
mamma. Ho diciassette anni, potrò scegliermi gli amici da sola.» È il genere di litigio che la mamma
ha con Tracy, non con me. Quando le ascoltavo litigare volevo solo che mia sorella stesse zitta… ora
capisco perché non ci riusciva.
«Non ci posso credere.» La mamma tira fuori la bottiglia di Ajax da sotto il lavandino e lo spruzza
sul bancone già pulito. «Siete amici? Cosa significa esattamente?»
Be’, mamma, abbiamo comprato dei profilattici, e uno di questi giorni… Per un momento ho così
tanta voglia di dirlo a voce alta che ho paura di lasciarmelo sfuggire davvero.
«Significa che mi sta simpatico, e io a lui. Ci piace passare del tempo insieme.»
«A fare cosa?» La mamma solleva la caraffa della limonata e asciuga il cerchio di condensa al di
sotto.
«Non fai mai questa domanda a Tracy, a proposito di Flip.»
Avevo sempre pensato che non lo chiedesse perché non voleva sapere la risposta, ma ora dice,
nello stesso tono con cui uno reciterebbe la Costituzione americana: «Flip viene da una buona
famiglia, gente seria».
«Anche Jase.»
La mamma sospira e si avvicina alla finestra che dà sul giardino dei Garrett. «Guarda.»
Duff e Harry stanno litigando. Duff agita minaccioso una spada laser in direzione del fratello
minore, che, sotto i nostri occhi, raccoglie un secchio di plastica e glielo scaglia contro. George è
seduto sulle scale a mangiare un ghiacciolo, senza pantaloni. La signora Garrett allatta Patsy e legge
un libro a voce alta.
Jase è chino sul cofano aperto della Mustang, al lavoro sul motore.
«E allora?» scatto. «Ha una famiglia numerosa. Che problema c’è? Che differenza fa?»
La mamma scuote lentamente la testa, osservandoli come fa sempre. «Tuo padre veniva da una
famiglia come quella. Lo sapevi?»
È vero. Ripenso alle foto gremite di gente in quello scatolone che io e Tracy abbiamo aperto tanti
anni fa. Erano i suoi parenti? Sono combattuta tra il desiderio di aggrapparmi a quello scampolo di
informazione e l’urgenza di concentrarmi sul momento presente.
«Proprio uguale» ripete la mamma. «Grande, confusionaria e completamente irresponsabile. E
guarda com’è venuto fuori tuo padre.»
Vorrei farle notare che non so com’è venuto fuori mio padre. Però… ci ha abbandonate. Quindi
forse lo so. «Quella è la famiglia di papà, non la famiglia di Jase.»
«Non cambia. Stiamo parlando del senso di responsabilità.»
Ah, sì? Non mi sembra che stiamo parlando di quello. «Dove vuoi arrivare, mamma?»
Si raggela, muove solo le palpebre, come l’ho vista fare durante i dibattiti più impegnativi. Sento
che si sforza di restare calma, di cercare parole piene di tatto. «Samantha. Una cosa che ti è sempre
riuscita bene è prendere decisioni. Tua sorella si tuffa a capofitto, ma tu rifletti prima di agire. Anche
quand’eri molto piccola. Facevi scelte intelligenti. Avevi amici intelligenti. Avevi Nan. Tracy aveva
quell’orribile Emma con l’anello al naso, e Darby. Te la ricordi, Darby? Con quel fidanzato e quei
capelli? Io lo so che è colpa sua se Tracy si è cacciata nei guai alle medie. Le persone sbagliate
possono indurti a prendere le decisioni sbagliate.»
«Papà…?» inizio, ma lei mi interrompe.
«Non voglio che tu veda questo Garrett.»
Non le permetterò di portarmi via Jase come se fosse un ostacolo sulla sua strada, o sulla mia,
come mi butta via i vestiti che ho comprato se non le piacciono, come mi ha costretta a rinunciare al
nuoto. «Mamma. Non puoi dire così. Non abbiamo fatto niente di male. Sono andata in moto con lui.
Siamo amici. Ho diciassette anni.»
Si stringe la radice del naso. «Non mi piace questa situazione, Samantha.»
«E se a me non piace Clay Tucker? Perché non mi piace, sai. Hai intenzione di non vederlo più, di
non farti piu…» Disegno virgolette in aria, anche se è un gesto che detesto. «…“consigliare” sulla
campagna elettorale?»
«È una situazione completamente diversa» ribatte la mamma in tono asciutto. «Siamo adulti che
sanno affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Tu sei una bambina. Che frequenta una persona
che non conosco e della quale non ho motivo di fidarmi.»
«Io mi fido di lui.» Sto alzando la voce. «Non dovrebbe bastare? Essendo io la figlia responsabile
che fa le scelte giuste eccetera?»
La mamma versa del sapone nel frullatore che ho lasciato nel lavandino, lo riempie d’acqua e si
mette a strofinare furiosamente. «Non mi piace questo tono, Samantha. Quando parli così non so più
chi sei.»
Quell’ultima frase mi fa infuriare. E nel giro di un secondo mi fa sentire esausta. Chiunque io sia,
mi faccio un po’ paura. Non avevo mai parlato così a mia madre, e non è l’aria condizionata a farmi
venire la pelle d’oca sulle braccia. Ma quando vedo la mamma lanciare l’ennesimo sguardo
sprezzante verso il giardino dei Garrett, so con certezza cosa voglio.
Raggiungo la porta e mi chino a infilare le infradito.
La mamma è dietro di me. «Te ne vai? Non abbiamo finito di parlare! Non puoi uscire.»
«Torno subito» dico senza voltarmi. Poi attraverso la veranda, giro intorno alla recinzione e
imbocco il vialetto per posare le mani sulla pelle tiepida della schiena di Jase, chino sul motore
della Mustang.
Lui gira la testa e mi sorride, si asciuga il sudore dalla fronte. «Sam!»
«Sei davvero… dotato» mormoro.
Lui lancia un’occhiata a sua madre, che sta ancora leggendo a George e allattando Patsy. Duff e
Harry sono andati a litigare altrove.
«Ehm, grazie.» Sembra perplesso.
«Vieni con me. A casa mia.»
«Sono un po’… dovrei fare una doccia. O mettermi una camicia.»
Lo strattono per la mano, sudata e sporca di olio per motori. «Vai benissimo così. Vieni.»
Mi guarda per un momento e poi mi segue. «Dovevo prendere la cassetta degli attrezzi?» chiede in
tono pacato mentre lo trascino su per le scale.
«Non c’è niente da riparare. Non in quel senso.»
Già da fuori sento che la mamma ha riacceso l’aspirapolvere. Apro la porta e faccio cenno a Jase
di entrare. Lui varca la soglia con aria incerta.
«Mamma!» la chiamo.
Lei drizza la schiena dai cuscini del divano e resta lì a guardare me, poi lui, poi me.
Mi avvicino e spengo l’aspirapolvere. «Questo è Jase Garrett, mamma. Uno dei tuoi elettori. Ha
sete e vorrebbe un po’ della tua limonata.»
Capitolo Trentuno

«Quindi hai finalmente conosciuto mia madre» dico a Jase quella sera, sdraiata sul tetto.
«Come no. È stato meraviglioso. E molto imbarazzante.»
«La limonata valeva la pena, però, eh?»
«La limonata era buona. Ma è stata la ragazza che l’ha fatta a renderla fantastica.»
Mi alzo a sedere, mi avvicino alla finestra di camera mia e la apro; infilo dentro una gamba, poi
l’altra, e mi volto di nuovo verso Jase. «Vieni.»
Lui sorride nella penombra del tramonto, inarca le sopracciglia, ma poi entra mentre io chiudo a
chiave la porta della stanza.

«Sta’ fermo» gli dico. «Ora scoprirò tutto su di te.»


Un po’ di tempo dopo, Jase è sdraiato sul mio letto, con indosso solo un paio di pantaloncini, e io
sono in ginocchio accanto a lui.
«Penso che tu mi conosca già piuttosto bene.» Mi tira via l’elastico dai capelli, che gli ricadono
sul petto.
«No, ho ancora molto da imparare. Hai lentiggini? Voglie? Cicatrici? Le troverò tutte.» Mi chino a
sfiorargli l’ombelico con le labbra. «Ecco, hai l’ombelico concavo. Archivierò questa
informazione.»
Trattiene di scatto il respiro. «Non sono sicuro di riuscire a rimanere fermo. Gesù, Samantha.»
«Ecco, e guarda qui…» Passo la lingua sotto l’ombelico. «Ce l’hai, una cicatrice. Ti ricordi come
te la sei fatta?»
«Samantha. Non mi ricordo neppure come mi chiamo, quando fai così. Ma non fermarti. Mi piace
sentire addosso i tuoi capelli.»
Scrollo la testa per muoverli. Mi chiedo da dove provenga questa improvvisa sicurezza di me, ma
al momento chi se ne importa? Vedere l’effetto che ha su di lui spazza via ogni esitazione, ogni
imbarazzo.
«Non penso che avrò il quadro completo finché questi ti restano addosso.» Afferro l’elastico dei
pantaloncini.
Lui chiude gli occhi e fa un altro respiro affannoso. Tiro giù lentamente i pantaloncini sui suoi
fianchi stretti.
«Boxer. Tinta unita. Niente personaggi dei cartoni animati. Come immaginavo.»
«Samantha, lasciati guardare anche tu. Ti prego.»
«Cos’è che vuoi vedere?» Sono indaffarata a sfilargli i pantaloncini… e uso la mia concentrazione
un po’ come scusa, perché ho perso il coraggio appena i miei occhi si sono posati sui boxer di Jase.
E sull’evidente prova fisica con cui capisco che non è affatto immune al mio fascino.
Okay, so tutto sull’eccitazione sessuale: Charley viveva perennemente in quello stato, e l’angoscia
esistenziale di Michael non gli impediva di prendermi la mano e posarsela sull’inguine. Ma questo è
Jase, e sapermi capace di ridurlo in questo stato mi fa seccare la bocca, e altre parti di me fanno
male in un modo al quale non sono affatto abituata.
Lui mi scosta i capelli dalla cerniera lampo sul retro del vestito. Ha ancora gli occhi chiusi ma li
apre quando la zip scende, e sono di un verde brillante come le prime foglie di primavera. Mi sfiora
le spalle con la punta delle dita e poi fa scivolare giù il vestito, prendendomi le mani per sfilarmelo
dalle braccia. Rabbrividisco. Ma non sento freddo.
Vorrei indossare biancheria intima speciale, invece ho un normale reggiseno beige, di quelli con
l’inutile fiocchetto al centro. Ma come io trovo perfetti i semplici boxer di Jase, così lui sembra
ipnotizzato dal mio comodo reggiseno. Lo sfiora con i pollici, descrivendo piccoli cerchi. Adesso è
il mio turno di inspirare a fondo. Ma non ci riesco, perché le sue mani mi tornano sulla schiena in
cerca dei gancetti.
Abbasso lo sguardo. «Ah. Ce l’hai, una voglia.» Gli tocco la coscia. «Proprio qui. Sembra quasi
l’impronta di un dito.» Ci poso sopra il polpastrello dell’indice, coprendola completamente.
Jase mi sfila il reggiseno mormorando: «Hai la pelle liscissima. Vieni qui».
Mi sdraio sopra di lui, pelle contro pelle. Lui è alto e io no, ma quando stiamo sdraiati così ci
incastriamo alla perfezione. Tutte le curve del mio corpo si rilassano sui contorni sodi del suo.
Quando la gente parla di sesso sembra una faccenda così meccanica… o spaventosamente
incontrollabile. Non pensavo che potesse essere un incastro così perfetto.
Ma non facciamo nient’altro che restare sdraiati insieme. Sento il cuore di Jase battere sotto di me,
e lo sento ritrarsi, forse imbarazzato perché il desiderio che prova per me è più evidente di quello
che provo per lui. Quindi gli accarezzo la guancia e dico – sì, proprio io, la ragazza che non ha mai
aperto il suo cuore a nessuno – dico, per la prima volta: «Ti amo. È giusto che sia così».
Jase mi guarda negli occhi. «Sì» bisbiglia «è giusto, vero? Ti amo anch’io, mia Sam.»

Nei giorni successivi al nostro litigio su Jase, la mamma adotta una vera e propria strategia. A) La
tattica del silenzio, accompagnato da sospiri, sguardi gelidi e borbottii ostili; B) la tattica del terzo
grado, interrogandomi maniacalmente sui miei impegni e spostamenti a intervalli di un’ora; e C) la
tattica del genitore autoritario che fissa le regole: «Quel ragazzo non può venire qui mentre io sono al
lavoro, signorina. Lo so cosa succede quando due adolescenti restano da soli, e non accadrà in casa
mia».
Riesco a non ribattere che, in tal caso, troveremo un sedile posteriore o un motel economico. Io e
Jase ci stiamo avvicinando sempre di più. Ho sviluppato una dipendenza dall’odore della sua pelle.
Sono interessata a ogni dettaglio della sua giornata, il modo in cui analizza i clienti e i fornitori,
riassumendoli così concisamente ma con empatia. Sono affascinata dal modo in cui mi guarda con un
sorriso incerto mentre parlo, come se stesse ascoltando la mia voce e al contempo assorbendo il
resto di me. Sono soddisfatta dei lati di lui che conosco, e ogni nuova parte che scopro mi sembra un
dono.
È così che si sente la mamma? Ogni pezzo di Clay le sembra disegnato apposta per renderla
felice? È un pensiero che mi fa un po’ senso, ma se lui la fa sentire così, che razza di persona sono se
non sopporto di averlo tra i piedi?

«Dovrai risolvermi tu questo problema, ragazzina» dice Tim, entrando in cucina mentre sforno le
focacce e le spolvero di parmigiano grattugiato. «Hanno bisogno di altro vino, e non è un’ottima idea
chiedermi di fare il sommelier. Gracie ha detto due bottiglie di pinot grigio.» C’è una nota di ironia
nella sua voce, ma è un po’ sudato e probabilmente non per colpa del caldo.
«Perché l’hanno chiesto a te? Pensavo fossi qui come assistente, non come cameriere.» La mamma
ha invitato a cena dodici finanziatori della campagna. Ha prenotato un servizio di catering ma non
vuole che gli ospiti lo sappiano, quindi devo portare io in tavola il cibo precotto e riscaldato.
«A volte i confini si fanno sfumati. Non hai idea di quanti caffè e ciambelle ho portato da quando
lavoro per tua madre. Sai come si aprono quelle?» Accenna con il capo alle due bottiglie che ho
tirato fuori dal frigo.
«Credo di poterci arrivare.»
«Odio il vino» dice Tim meditabondo. «Non ci crederai, ma non mi è mai piaciuto l’odore. Ora
però mi scolerei queste bottiglie in due secondi netti.» Chiude gli occhi.
Ho rimosso la stagnola dal tappo e sto inserendo il cavatappi, uno nuovo e costoso che sembra più
un macinapepe. «Scusa, Tim. Se vuoi tornare di là, queste le porto io.»
«Nah. Se la tirano troppo, per non parlare di quanto sono bigotti. Quel tizio, Lamont, è uno stronzo
col botto.»
Sono d’accordo. Steve Lamont è un tributarista che vive in città ed è un maestro di scorrettezza
politica. Alla mamma non è mai stato simpatico, dal momento che è anche sessista e gli piace
ripetere che ogni anno si veste di nero per l’anniversario del giorno in cui le donne hanno ottenuto il
diritto al voto.
«Non capisco cosa ci faccia qui» dico. «Clay viene dal Sud, ma non è un bigotto, o almeno non
credo. Ma il signor Lamont…»
«È fottutamente ricco, tutto qui. O come direbbe Clay: “Ha tanti di quei soldi che compra una
barca nuova ogni volta che quella vecchia si bagna”. È l’unica cosa che conta. Pur di averlo dalla
loro parte sopporterebbero ben di peggio.»
Rabbrividisco e il tappo di sughero si rompe nel collo della bottiglia. «Oh, accidenti.»
Tim allunga una mano verso la bottiglia, ma io la tiro via. «Non fa niente, cerco di recuperare il
pezzo rotto.»
«Timothy? Perché ci stai mettendo tanto?» La mamma entra a passo di marcia dalla porta della
cucina e ci guarda.
Le mostro la bottiglia. «Oh, ma insomma!» sbotta lei. «Se il sughero cade dentro, si rovina il
vino.» Me la strappa di mano, la guarda con aria indecisa, poi la getta nel cestino e apre il frigo per
prenderne un’altra. Faccio per prendergliela dalle mani, ma lei afferra il cavatappi e la stappa da
sola, con facilità. Poi fa lo stesso con la seconda bottiglia.
Ne porge una a Tim. «Fa’ il giro del tavolo e riempi i bicchieri.»
Lui sospira. «Va bene, Gracie.»
La mamma prende un bicchiere e lo riempie, beve un lungo sorso. «Ricorda che non devi
chiamarmi così in pubblico, Tim.»
«Sì, senatrice.» Tim tiene la bottiglia con il braccio teso come se potesse esplodere da un
momento all’altro.
La mamma beve un altro sorso. «È molto buono» ci dice in tono distratto. «Penso che stia andando
davvero bene, là dentro, no?» Rivolge la domanda a Tim, che annuisce.
«Si sentono quasi allentare i cordoni delle borse» commenta lui, in tono leggermente sarcastico,
ma la mamma non se ne accorge.
«Be’, non lo sapremo finché non arrivano gli assegni.» Finisce il vino con un ultimo lungo sorso e
poi mi guarda. «Mi è rimasto un po’ di rossetto?»
«Solo il contorno» le dico. Quasi tutto il resto è sul bicchiere.
Sbuffa. «Vado di sopra a rimetterlo. Tim, riempi i bicchieri. Samantha, la focaccia si sta
raffreddando. Portala fuori insieme ad altro olio d’oliva.»
Gira sui tacchi e sale le scale. Prendo il vino dalla mano di Tim e lo sostituisco con la bottiglia
dell’olio.
«Grazie, ragazzina. Questo offre molte meno tentazioni.»
Guardo il bicchiere sporco di rossetto rosa. «Se l’è scolato.»
Tim fa spallucce. «A tua madre non piace chiedere favori alla gente. Non è nel suo stile. Beve per
farsi coraggio, immagino.»
Capitolo Trentadue

«Non crederai mai a quel che mi è successo» esordisce Jase appena rispondo al cellulare, durante
una pausa dal lavoro al B&T.
Volto le spalle alla finestra nel caso che il signor Lennox, ignorando il cartello di BAGNINO IN
PAUSA, esca ad assegnarmi il mio primo demerito. «Vediamo, racconta.»
Abbassa la voce. «Ti ricordi il lucchetto che ho messo sulla porta di camera mia? Be’, papà se n’è
accorto. Oggi stavo riempiendo gli scaffali del reparto giardinaggio, e lui è venuto e mi ha chiesto
che ci faceva lì quel lucchetto.»
«Oh-oh.» Richiamo l’attenzione di un bambino che si sta infilando di soppiatto nella vasca
idromassaggio (vietata ai minori di sedici anni) e scuoto la testa con severità. Il bambino si dilegua.
Sarà la mia uniforme a ispirare tanta soggezione.
«Insomma, gli dico che ogni tanto ho bisogno di privacy, e che a volte io e te stiamo insieme e non
vogliamo essere interrotti mille volte.»
«Bella risposta.»
«Già, e mi illudo che finisca qui. Invece mi chiede di andare a “parlare”con lui nel retrobottega.»
«Doppio oh-oh.»
Jase scoppia a ridere. «Lo seguo nel retrobottega, mi fa sedere e mi chiede se mi comporto in
modo responsabile. Ehm. Con te.»
Torno all’ombra dei cespugli, allontanandomi più possibile dallo sguardo del signor Lennox. «Oh,
Dio.»
«Dico di sì, che ci abbiamo pensato, che va tutto bene. Ma sul serio? Non ci credo che mi abbia
chiesto una cosa del genere. Insomma, Samantha, porca miseria. I miei genitori? In questa casa è
difficile non scoprire come nascono i bambini. Quindi gli dico che ci stiamo andando piano, e…»
«Gli hai detto così?!» Dio, Jase! Come farò a guardare negli occhi il signor Garrett, d’ora in
poi? Aiuto.
«È mio padre, Samantha. Sì. Certo che volevo chiudere la conversazione al più presto, ma
d’altronde…»
«E poi cos’è successo?»
«Be’, gli ho ricordato che avevamo studiato tutto per filo e per segno a scuola e anche a casa, e
che abbiamo la testa sulle spalle.»
Chiudo gli occhi e cerco di immaginare la stessa conversazione tra me e mia madre.
Inconcepibile. Scusate il doppio senso.
«E poi… ha continuato a dire che…» Abbassa ancor più la voce. «…che dovevo essere gentile
con te e… ehm… e che dobbiamo darci piacere a vicenda.»
«Oddio! Sarei morta. E tu che gli hai detto?» chiedo, benché completamente distratta da quel
pensiero. Darci piacere a vicenda, eh? E che ne so, io? E se Lindy la Ladra conosceva trucchi che
io non so? Non posso certo chiedere consiglio alla mamma. “Senatrice muore d’infarto durante
una conversazione con la figlia”.
«Ho detto: “Sissignore”, ripetutamente. E lui non la finiva più, e io riuscivo a pensare soltanto che
da un momento all’altro sarebbe arrivato Tim e avrebbe sentito mio padre dire cose del tipo: “Io e
tua madre pensiamo che… bla bla bla”.»
Non riesco a smettere di ridere. «Non l’ha fatto. Non ha davvero messo in mezzo tua madre.»
«E invece sì!» Ride anche Jase. «Insomma… sai quanto sono legato ai miei genitori, ma… Gesù.»

«Allora, che ne pensi?» chiede Jase, raccogliendo da terra due barattoli di vernice e posandoli sul
bancone. Li apre, infila la paletta di legno, rigira la vernice. «Per la Mustang. Qui c’è il classico
verde da macchina sportiva inglese.» Passa la paletta su un foglio di giornale. «E questa è
leggermente metallizzata.» Un’altra passata sul foglio. «Tu quale sceglieresti?»
Non c’è quasi differenza, ma le esamino attentamente. «Di che colore era in origine la Mustang?»
chiedo.
«Il verde non metallizzato. Che mi sembra vada bene. Però…»
Mi squilla il cellulare.
«Ehi, ragazzina, mi serve aiuto.» È Tim. «Sono al quartier generale e ho lasciato il computer in
negozio. Ho scritto un discorso per tua madre, per stasera. Devi inoltrarlo alla sua e-mail. È nel
magazzino, sulla scrivania del signor Garrett.»
Trovo facilmente il computer. «Okay, e adesso?»
«Cerca… non ricordo come si chiama… non ci sono molti documenti. “Lavoro” o qualcosa del
genere.»
«Qual è la password?» Tengo le dita sospese sulla tastiera.
«Alice. Ma negherò, se lo dici a qualcuno.»
«Nel Paese delle Meraviglie, giusto?»
«Certamente. Devo andare, quella lagna di Malcolm sta dando in escandescenze. Richiamami se
non lo trovi.»
Inserisco la password e cerco i documenti di testo. Non c’è nessuna cartella LAVORO. Continuo a
spulciare e alla fine mi imbatto in una cartella intitolata STRONZATE. Conoscendo Tim, può essere
quello che cerco. Ci clicco sopra e si apre una lista di documenti. Analisi del personaggio di Hester
Prynne nella Lettera scarlatta. Confronto tra Huckleberry Finn e Holden Caulfield. Il tema del
pericolo in Dickens. Le quattro libertà.
Clicco sulle Quattro libertà… ed eccolo lì! Il famoso discorso di Nan per il Quattro Luglio.
Datato lo scorso autunno.
Ma lei l’ha scritto per l’esame di politica americana, questa primavera.
Daniel ha dato l’esame di politica l’anno scorso. Ricordo che parlava un sacco di John Adams al
nostro tavolo, a pranzo. Quindi Nan deve aver preso il programma del corso da lui. Si prepara
sempre in anticipo. Ma scrivere la tesina finale prima ancora che iniziasse il corso? Questo è
eccessivo anche per lei.
E che ci fa sul computer di Tim? Okay, Nan prendeva spesso in prestito il computer di Tim quando
il suo si impallava.
Sposto il puntatore verso Holden Caulfield e Huckleberry Finn, la tesina di Nan che sarà
pubblicata sulla rivista letteraria. Eccolo qui, il saggio che ha vinto il premio Lazlo, parola per
parola.
So che Nan gli copriva le spalle, e diciamocelo, gliele ho sempre coperte anch’io. Ma non
pensavo che si fosse spinta fino a questo punto.
Non ci posso credere. Tim spaccia per sue le tesine di Nan.
Continuo a fissare lo schermo e mi sembra che mi abbiano risucchiato via il sangue dalla testa.

«Samantha, mi servi! Riesci a staccarti dal Fidanzato per un po’?» La voce di Nan crepita nel mio
cellulare, stridula e disturbata.
«Certo. Dove sei?»
«Vediamoci da Doane. Ho bisogno di gelato.»
Nan ha ricominciato a drogarsi di zuccheri. Brutto segno. È andata a New York con Daniel? È
solo sabato. Mi pareva che Tim avesse detto che Nan aveva fatto credere ai genitori che Daniel la
portava a una simulazione dell’Onu per studenti, e che dormivano a casa di uno zio molto
rigoroso.
Non so neppure se Daniel abbia uno zio a New York, ma se ce l’avesse sarebbe sicuramente
rigoroso.
La casa dei Mason è molto più vicina alla città della mia, quindi non mi stupisco di trovarla già
seduta al bancone di Doane quando arrivo. Mi stupisco però di vedere che sta già mangiando una
banana split.
«Scusa» dice con la bocca piena di panna montata. «Non riuscivo ad aspettare. Stavo per
sporgermi dal bancone e affondare le dita nel gelato. Ho bisogno di farmi salvare dal cioccolato.
Proprio come Tim. Da quando ha smesso di bere mangia un mucchio di dolci.»
«Ma tu non ti stai disintossicando da qualcosa» le dico. «O sì? Che succede con Daniel?»
Diventa rossa e le scendono le prime lacrime sulle guance coperte di lentiggini.
«Oh, Nan.» Faccio per abbracciarla ma lei scuote la testa.
«Ordina anche tu e sediamoci al tavolo fuori. Non voglio che mi senta tutto il locale.»
Al momento da Doane, oltre noi, c’è solo un bambino piccolo che strilla perché la madre non
vuole comprargli un serpente gommoso lungo trenta centimetri. «CATTIVA MAMMA. TI UCCIDO
CON UNA SPADA!»
«Sì, sarà meglio uscire, prima di essere testimoni oculari di un omicidio» dico. «Il gelato lo
prendo dopo. Fa’ strada.»
Posa la scodella sul tavolo davanti a sé, prende la ciliegina e la immerge nella crema al
cioccolato. «Quanti milioni di calorie saranno?»
«Nan, parlami. Cos’è successo? Tim ha detto che saresti stata via tutto il fine settimana.»
«Mi dispiace se non te l’ho detto. Daniel non voleva farlo sapere a nessuno. L’ho detto a Tim solo
perché pensavo che potesse aiutarmi a trovare una copertura migliore, ma ha detto che l’Onu e lo zio
bacchettone andavano benissimo. Ma che era ancor meglio se dicevo che stavamo da sua zia in
convento.»
«Potevi dirmelo, non avrei mai fatto la spia.» Sa che Tim le ruba le tesine? Devo parlargliene?
Si asciuga gli occhi con un gesto impaziente e mangia un’altra enorme cucchiaiata di gelato. «Lo
so. Mi dispiace. Ero… Mi sembravi troppo impegnata con il ragazzo più bello della città. Pensavo
che sarei partita e al ritorno sarei stata una Donna Sofisticata che ha Portato la sua Relazione al
Livello Successivo nella Grande Mela.»
Rabbrividisco. Non è proprio il momento di parlare di Tim. «Daniel ha usato di nuovo
quell’espressione? Che ne dici, gli regaliamo un dizionarietto? Potremmo tradurre le sue parole in
qualcosa di vagamente sexy. Per esempio, il “livello successivo” potrebbe diventare “accendi il mio
fuoco, baby”.»
Lei deglutisce altro gelato e dice: «E come tradurresti: “È il momento di mettere alla prova le
nostre inibizioni”?»
«Oh, Nan. Sul serio?»
Annuisce. «Non può avere la nostra età. Forse ha usato la macchina del tempo, o forse il suo corpo
è posseduto da un assicuratore di mezz’età.» Mangia un’altra cucchiaiata.
«Che succede dopo aver messo alla prova le proprie inibizioni, Nan?» la pungolo.
«Be’, eravamo a casa di suo zio, quella parte era vera. Ma lo zio era a Pound Ridge per il week-
end, perciò… abbiamo cenato e siamo andati a passeggiare al parco: ma non per molto, perché
Daniel aveva paura che ci rapinassero. Poi siamo tornati e lui ha messo su un po’ di musica.»
«Ti prego, dimmi che non era il Bolero di Ravel.»
«A dire il vero non ha trovato la stazione radio che cercava, quindi siamo finiti ad ascoltare rap.
Ma l’ha trovato divertente. Ho notato che era meno ingessato quando, quando noi… quando io ero
più… ehm…»
«Sfacciata?»
«Esatto. Sapevo che era il suo tallone d’Achille. Quindi mi ero messa il vestito verde con i bottoni
sul davanti, e l’ho aperto di scatto. I bottoni sono volati ovunque. Dovevi vedere la sua faccia!»
«Wow.» Non riesco a immaginare Nan che fa una cosa del genere. Quando dormo da lei si cambia
nella cabina armadio.
«Poi ho detto: “Chiudi la bocca, professore”. E gli ho strappato la camicia.» Ora sorride un po’.
«Nan, sei una svergognata.» Il sorriso svanisce e lei china la testa sul tavolo accanto al sundae che
si sta sciogliendo e singhiozza. «Scusa, stavo scherzando. Che è successo, allora? Non ti ha spedita
dritta a Madison Avenue a comprargli una camicia nuova, vero?»
«No, era molto contento. Mi ha detto che era un nuovo lato di me, e che le donne sicure di sé non
lo facevano sentire minacciato.» Tira fuori un pezzo di banana imbevuto di sciroppo ma poi posa il
cucchiaio e si pulisce il naso sull’orlo della maglietta. «Che ero bellissima e che non c’è niente di
meglio di bellezza e cervello insieme, e poi ha smesso di parlare e ha iniziato a baciarmi con
passione. Eravamo sdraiati a terra davanti al camino e…» Un altro singhiozzo.
Le sto accarezzando la nuca, e intanto immagino tutti gli scenari possibili. Daniel ha rivelato di
essere gay. Daniel ha una disfunzione erettile. Daniel ha confessato che è un vampiro e non può
fare sesso con lei perché rischia di ucciderla.
«È arrivato suo zio. Lì nella biblioteca. Non era neppure partito. Partiva il week-end successivo.
Era al lavoro quando abbiamo posato i bagagli, e poi era andato di sopra a farsi un bagno, ha sentito
dei rumori ed è arrivato con un bastone, pronto a ucciderci.»
Oh, povera Nanny.
«Si è messo a gridare, mi ha dato della sgualdrina, e Daniel non trovava i pantaloni ed è rimasto lì
nudo come un verme e poi mi ha tirata davanti a sé.»
Maledetto, Daniel. Non poteva fare il cavaliere e farle da scudo? Aveva ragione Tim, è uno
stronzo.
«Che codardo.» Ops. Nan si ar-rabbierà? Mi preparo alla sua reazione. Ma lei annuisce e dice:
«Lo so, Steve McQueen non l’avrebbe mai fatto. L’avrebbe preso a pugni come fa con il dottore
cattivo in Strano incontro».
«E poi cos’è successo?»
«Lo zio e Daniel hanno iniziato a litigare. Daniel l’ha scongiurato di non dire niente ai suoi
genitori, e lo zio continuava a strillare. Alla fine ha detto che avrebbe taciuto la cosa, a patto che noi
“lasciassimo immediatamente l’edificio”.»
Ora capisco da dove Daniel ha preso quel modo di parlare. «Quindi sei tornata a casa?»
«No, era molto tardi. Abbiamo usato la mia carta di credito, quella per le emergenze, e abbiamo
preso una stanza al Doubletree Midtown. Daniel ha cercato di ricominciare da dove eravamo stati
interrotti, ma non mi andava più. Abbiamo visto qualche puntata di Star Trek e ci siamo
addormentati.»
Allargo di nuovo le braccia e stavolta lei ci si tuffa, mi posa la testa sulla spalla. Le tremano le
spalle.
«Perché non me ne va mai una giusta? Volevo essere irresistibile e avventurosa. Ora sono una
Donna Perduta e non ho neppure fatto sesso. Sono una Finta Donna Perduta.» Le sue lacrime calde mi
bagnano il colletto.
«Secondo me sei stata fantastica. Strappargli la camicia, assumere il comando. Sei una Donna
Perduta nel senso migliore del termine, Nan Mason.»
«È difficilissimo strappare una camicia.» Si asciuga le lacrime con il dorso della mano. «I bottoni
della sua sembravano cuciti col fil di ferro.»
«Ti ha detto che sei bella e coraggiosa. E lo sei.»
«Non dire niente a nessuno, non l’ho detto neppure a Tim. Gli ho fatto credere che Daniel è stato
fantastico. Uh.»
Penso che Tim capirebbe se gli dicessi che le cose non sono andate secondo i piani.
Le accarezzo la schiena e mormoro: «Giurin giurella».
Lei si alza a sedere di scatto. «E non dirlo assolutamente a quel Garrett. Non sopporto l’idea che
voi due ridiate di me.»
Rabbrividisco. Sapendo quanto Jase è protettivo verso le sue sorelle, e come ha cercato di indurre
Tim a essere più comprensivo con Nan, so che non riderebbe mai. Il fatto che Nan lo pensi mi fa
quasi male, quasi quanto il sospetto che lo vada a ridire io. Ma rispondo solo: «Non lo dirò ad anima
viva».
«Ho bisogno di altro gelato.» È così rossa e gonfia che ha gli occhi ridotti a due fessure. «Vuoi
spartire con me quella maxi porzione con dieci palline di gelato servite in un frisbee?»
Capitolo Trentatré

«Fatemi un in bocca al lupo per la festa al Chuck E. Cheese» sospira la signora Garrett lasciando
me e Jase al negozio di ferramenta. «L’inferno in Terra, tra la pizza e quella gigantesca mascotte di
un topo parlante.»
Oggi Jase e Tim lavorano, ma Tim non è venuto a prenderci come avrebbe dovuto. La signora
Garrett ha detto che non aveva bisogno di me come babysitter, perché George è invitato a una festa di
compleanno in pizzeria, e ci ha dato un passaggio. Ho il pomeriggio libero dal Breakfast Ahoy, e sto
sfogliando distrattamente il manuale per la preparazione agli esami di ammissione al college che mi
ha dato Nan.
Jase inizia ad aprire uno scatolone pieno di chiodi. Non commentiamo l’assenza di Tim, ma noto
che gli occhi di Jase, sotto le folte ciglia scure, corrono all’orologio appeso sopra la porta, proprio
come i miei. Non voglio che Tim si cacci nei guai; ma passano dieci minuti, poi venti, poi mezz’ora.
Il signor Garrett esce dal retrobottega per salutarci. Dà a Jase una pacca sulla schiena e mi bacia
sulla guancia, e ci dice che nel suo ufficio c’è del caffè. Lui è rintanato lì, dice, a chiudere la
contabilità trimestrale. Jase fischietta sottovoce, separa i chiodi per tipo, segna le quantità su un
taccuino. Sento un rumore flebile e ritmico provenire dall’ufficio del signor Garrett. Sfoglio la guida
agli esami, ma intanto cerco di identificare quel suono.
Clic-clic-clic-clic-clic-clic.
Guardo Jase con aria interrogativa.
«Penna a scatto. Mio padre dice che quel gesto lo aiuta sempre a fare le addizioni… o le
sottrazioni, nel nostro caso.» Apre una busta di chiodi a testa piatta, li lascia cadere in un cassetto di
plastica trasparente.
«La situazione economica non migliora?» Lo abbraccio da dietro e gli poso la guancia sulla spalla.
Oggi indossa una felpa grigia: inspiro il suo profumo.
«Ma non peggiora neanche» risponde lui con un sorriso, voltandosi verso di me. Mi posa la mano
sulla nuca e mi tira a sé sorridendo.
«Sembri stanchissimo.» Gli passo un dito sulle occhiaie.
«Sì. È bello quando fai così, Sam.»
«Resti sveglio fino a tardi? A fare cosa?»
«No, mi stanco di giorno, ma il giorno inizia alle quattro del mattino.»
Ha ancora gli occhi chiusi. Gli passo il polpastrello sulla guancia, poi torno su verso l’altro
occhio. «Come mai ti alzi alle quattro?»
«Non ridere.»
Perché quella frase mi fa sempre venire da ridere? Riapre gli occhi e mi sorride.
Cerco di assumere un’espressione seria. «Non riderò.»
«Consegno giornali.»
«Eh?»
«Distribuisco nelle case lo Stony Bay Sentinel, a partire dalle quattro di mattina, sei giorni alla
settimana.»
«E da quando?»
«Due settimane. Non pensavo fosse così faticoso: nei film i ragazzi che consegnano i giornali non
sono mai costretti a drogarsi di caffè e Red Bull.»
«Probabilmente perché di solito hanno dieci anni. Non poteva farlo Duff?» La sua mano mi affonda
tra i capelli e tira via l’elastico, un gesto ormai abituale.
«Non è Duff quello che vuole andare al college l’anno prossimo, sono io. Anche se è molto
improbabile, per come si stanno mettendo le cose. Cavolo, non dovevo comprare quella macchina.
Ma la volevo così tanto. E ora funziona quasi. A patto di spenderci altri soldi, cioè.» Mi mordo il
labbro. Io non devo mai preoccuparmi per i soldi. «Non essere così triste, Sam. Andrà tutto bene.
Non avrei dovuto parlartene.»
«Ho cominciato io» gli ricordo. «Sono la tua ragazza, devi poter parlare di queste cose con me.
Non stiamo insieme solo perché io possa allungare le mani sul tuo bel corpo, sai.»
«Anche se per me andrebbe benissimo lo stesso» mormora lui, facendomi avvicinare.
«Maledizione. Volete piantarla di sbaciucchiarvi in pubblico?» Ci giriamo verso la porta e
vediamo entrare Tim: sembra su tutte le furie, e il suo completo grigio “per fare buona impressione
su Grace Reed” è completamente stropicciato.
«Mason…» lo saluta Jase, senza lasciarmi andare. «Tutto a posto?» Indica l’orologio con un
movimento della spalla.
«Dipende da cosa intendi per “a posto”.» Tim si strappa di dosso la giacca e la appende senza
cura su un attaccapanni. Si slaccia la cravatta come fosse un boa constrictor che lo sta soffocando. «E
io non lo so mica come ci si sente a essere a posto, no?» Si piazza accanto a Jase, che senza farsi
notare gli annusa l’alito e gli guarda le pupille. Io non sento odori strani, e spero che non li senta
neanche Jase. Tim non sembra sotto l’effetto di qualche sostanza, ma solo incavolato nero.
«Che succede?» Jase gli porge il registro delle presenze dei dipendenti.
Tim si china a scrivere l’ora con un pennarello nero. «Samantha? Di preciso, cosa cazzo sai su
Clay Tucker?»
«Tim, dài, smettila di dire parolacce.» Gli poso una mano sul braccio. Ultimamente ne dice meno,
a volte riesce a non usarne nemmeno una in un’intera conversazione.
«Per quale fottuto motivo dovrei, Samantha?» Mi rivolge il suo sorriso sornione. «Io dico le
parolacce, voi fate le cosacce. Mi sa che vincete voi.»
«Piantala, Tim. Non è colpa di Samantha. Che succede con Clay Tucker?» Jase si appoggia al
bancone e incrocia le braccia.
«Non lo so. Insomma, non posso certo criticare i bastardi manipolatori, visto che faccio parte
della categoria. Ma quello lì… mi batte. E tua madre, Samantha… è al suo livello.» Si massaggia la
fronte.
«Che vuoi dire?» chiedo, e nello stesso istante il signor Garrett domanda: «Torni a lavorare lì,
stasera?» Dev’essere entrato nella stanza senza che ce ne accorgessimo.
Tim scuote la testa ma arrossisce. Non era mai arrivato in ritardo al lavoro, almeno non lì alla
ferramenta.
«Bene. Allora ti fermi fin dopo la chiusura e finisci l’inventario che hai iniziato l’altro giorno.»
Lui annuisce, deglutendo. Il signor Garrett gli posa una mano sulla spalla. «Che non succeda più,
Timothy. Capito?» Si incammina in corridoio diretto al suo ufficio, le spalle larghe sembrano un po’
curve.
Jase tira fuori dalla tasca dei jeans un pacchetto di gomme da masticare e lo offre a Tim.
«Continua.»
«Insomma, il vecchio Clay…» Tim prende sei barrette di gomma, mezzo pacchetto. Jase inarca le
sopracciglia ma non dice niente. «È ovunque, cacchio. In questa campagna elettorale, come alzi un
sasso lo vedi strisciare fuori. Grace ha tutto uno staff e Clay li comanda dal primo all’ultimo. Apre
bocca e tutti scattano in piedi. Me compreso. Non dorme mai. Anche quell’omino, il direttore della
campagna, Malcolm, è stanco morto; ma Clay va avanti come se avesse le pile ricaricabili. Si è
trovato anche una spia, una bella bruna che lavora per Ben Christopher. Viene ogni mattina a
raccontargli cosa combina il suo capo. Così Grace può prenderlo in contropiede, fare bella figura.»
All’improvviso capisco come stanno davvero le cose, ma non ho tempo di rifletterci perché Tim
continua a parlare.
«Ed è fissato con le fotografie. Ieri è toccato a un poveretto che ha perso le gambe in Afghanistan.
Clay era pronto a fotografare Gracie che lo baciava e si è assicurato mezza pagina dello Stony Bay
Bugle.» Tim infila le mani in tasca e si mette a camminare avanti e indietro. «Poi siamo andati in una
specie di asilo e Grace si è fatta fotografare con sei bambini tutti biondi. Clay ha praticamente spinto
via dall’inquadratura una bambina con una grossa voglia rossa in faccia. Insomma, sa fare bene il suo
lavoro. È fantastico starlo a guardare. Ma in un certo senso fa anche paura. E tua madre… non dice
niente, Samantha. Scatta sull’attenti come se fosse lei a lavorare per lui. Ma che succede?»
Non è che non abbia pensato anch’io tutte quelle cose. Ma quando le dice Tim mi sento in dovere
di difendere mia madre. E poi, senti chi parla! «Ascolta» gli dico. «Può sembrare che comandi lui,
ma la mamma non sarebbe mai così passiva. Ama questo lavoro, ci tiene davvero a vincere ed è una
tornata elettorale difficile…» Lascio la frase a metà. Parlo come lei.
«Sì, e lei è davanti in tutti i sondaggi. Anche considerando il margine d’errore. Di poco, ma è in
vantaggio. Ma naturalmente questo a Clay non basta. Clay vuole andare sul sicuro. Clay deve
preparare la sua sorpresina di novembre, perché non solo tua madre deve vincere, ma deve smerdare
il suo avversario. Non solo alle elezioni, ma su tutti i fronti.»
Jase mi sta accarezzando il fianco sovrappensiero, e intanto continua a estrarre pacchi di chiodi
dallo scatolone. «E come pensa di riuscirci?»
«Tirando fuori vecchi scheletri dall’armadio. E assicurandosi che nessuno se li dimentichi.»
Entrambi fissiamo Tim.
«Ben Christopher, l’avversario di Grace, no? Be’, ha due arresti per guida in stato di ebrezza. Il
primo è di trent’anni fa, al liceo. Il secondo è di ventisei anni fa. Ha svolto il lavoro socialmente
utile, ha pagato le multe. Lo vedo alle riunioni degli AA. È un brav’uomo, davvero. Sta facendo tutto
il possibile. Ma il vecchio Clay è bravo a rivangare il passato altrui. Ha saputo dalla sua spia che i
collaboratori di Christopher hanno una paura matta che salti fuori quella storia. E ha organizzato un
comizio con Grace e un idiota che si lascerà sfuggire tutto quanto. Tre giorni prima delle elezioni.»
«E tu che ruolo hai in tutto questo?» chiede Jase.
Tim ci guarda con aria supplichevole. «Non lo so. Clay Tucker mi crede un santo. Non so perché,
ma ogni cosa che faccio lo soddisfa. Oggi mi ha fatto i complimenti per come ritaglio i giornali, santo
cielo! Nessuno era mai stato così contento di me. Neanche quando fingevo. E ora non sto fingendo,
questa roba mi riesce bene davvero. E poi ho bisogno della raccomandazione.» La sua voce sale di
varie ottave. «“Il negozio di ferramenta va benissimo, Timothy, ma l’esperienza che stai accumulando
nella campagna elettorale è importante, e le cose che la senatrice dice di te rimedieranno ai danni che
hai provocato”.»
«Tua madre?» chiedo.
«Certo. Non c’è una persona a questo mondo disposta a elogiarmi più di Clay Tucker. E
ovviamente, per la mia solita fortuna, mentre lo fa deve rovinare la vita a un povero cristo.»
A questo punto entra nel negozio un numero insolito di clienti. Una donna dall’aria irritata e la
figlia adolescente scelgono campioni di intonaco. Una signora anziana vuole un soffiafoglie, ma
leggero, perché vuole usarlo da sola. Un tizio con la barba dall’aria sperduta dice a Tim che vuole:
«Una di quelle cose con cui si ripara la roba, di quelle che vendono in televisione». Dopo cinque
minuti in cui Tim gli ha proposto di tutto, dallo stucco agli aspiratori a un coltello Ginzu, finalmente
Jase capisce che è una cassetta degli attrezzi. Il tizio se ne va con aria soddisfatta.
«Allora, cosa pensi di fare?» chiedo.
«Ma che ne so?» fa Tim, portandosi una mano al taschino dove tiene ancora le sigarette, e poi
lasciandola ricadere senza prendere niente. Non si può fumare lì dentro. Chiude gli occhi, assume
l’espressione di uno a cui stanno conficcando un chiodo nella tempia, poi li riapre e non sembra stare
meglio. Sferra un pugno al bancone facendo sobbalzare un portapenne. «Non riesco a smettere. Ho
combinato già tanti di quei guai. Questo sembrerà l’ennesimo… anche se non lo è.» Si china sul
registratore di cassa, si copre gli occhi con le mani. Non starà mica piangendo?
«Potresti dirgli cosa pensi delle sue tattiche» osserva Jase. «Digli che sono sbagliate.»
«Capirai che gliene importa. Odio questa storia. Odio sapere qual è la cosa giusta da fare e non
avere le palle per farla. È uno schifo. Ma me lo merito, no? Non credereste alle cose che ho fatto,
agli esami in cui ho copiato, alle regole che ho trasgredito, ai casini che ho combinato, alle persone
che ho fatto soffrire.»
«Oh, piantala di commiserarti. È storia vecchia, amico!» sbotta Jase.
Traggo un respiro profondo, come per dire qualcosa – non so davvero cosa – ma lui continua senza
darmi il tempo.
«Non è che hai ammazzato neonati e hai bevuto il loro sangue. Ti sei fatto espellere da scuola. Non
vantarti troppo.»
Le sopracciglia di Tim sono arrivate quasi all’attaccatura dei capelli. Né io né lui abbiamo mai
visto Jase perdere la pazienza.
«Non è il dilemma morale del secolo.» Jase si passa le dita tra i capelli. «Non si tratta di costruire
la bomba atomica, ma solo di fare la cosa giusta o continuare a farne di pessime. Perciò scegli. Basta
che la smetti di frignare.»
Tim annuisce secco, con un rapido cenno del mento, e poi rivolge l’attenzione al registratore di
cassa, come se i numeri e i simboli che ci sono sopra fossero la cosa più affascinante che abbia mai
visto. Ultimamente il suo volto è molto più espressivo del solito, ma ora ha assunto di nuovo quella
maschera scialba che pensavo fosse la sua vera faccia. «Sarà meglio che vada in magazzino»
borbotta, e si incammina nel corridoio.
Jase versa l’ultimo sacchetto di chiodi nel contenitore di plastica. Il tintinnio metallico infrange il
silenzio.
«Non sembravi tu» gli dico a bassa voce, ancora in piedi al suo fianco.
Sembra imbarazzato. «Mi è uscita così. È… mi fa sentire… mi sono stufato di…» Si massaggia la
nuca e poi si copre gli occhi con la mano. «Mi piace Tim, è un bravo ragazzo…» Tira giù la mano
per sorridermi. «Ma non posso dire che non apprezzerei le stesse possibilità di scelta – le stesse
opportunità – che ha avuto lui. E quando si comporta come se fosse vittima di una maledizione o non
so cosa…» Scrolla la testa come per scacciare il pensiero, si gira e mi guarda, poi accenna
all’orologio. «Ho detto a papà che stasera mi fermavo fino a tardi a compilare gli ordini.» Si arrotola
intorno al dito una ciocca dei miei capelli. «Hai da fare più tardi?»
«Dovevo andare con la mamma a un comizio a Fairport, ma le ho detto che devo studiare per gli
esami di ammissione.»
«E ci ha creduto? È estate, Sam.»
«Nan mi ha iscritta a un’assurda simulazione della prova d’ingresso. E io… potrei averlo detto
alla mamma quand’era un po’ distratta.»
«Ma non l’hai fatto apposta, ovviamente.»
«Certo che no.»
«Quindi se passassi da te dopo le otto ti troverei a studiare.»
«Certamente. Ma potrei volere un… compagno di studi. Perché potrei ingaggiare un corpo a corpo
con dei problemi molto difficili da risolvere.»
«Corpo a corpo, eh?»
«Azzuffarmi. Fare a pugni. Combattere.»
«Ho capito. Per studiare con te dovrò portarmi un casco protettivo.» Mi sorride.
«Sei un duro. Te la caverai.»
Capitolo Trentaquattro

Sono appena entrata in casa quando sento squillare il cellulare.


«Insomma, dato che domattina dobbiamo alzarci così presto… La fabbrica apre alle cinque, ti
rendi conto… in realtà è più logico… che ci vediamo quando torni da scuola.» Il mio telefono prende
perfettamente, ma la voce metallica che ne esce va e viene, come da una stazione radio disturbata.
Perché questa voce, che dice che starà via tutta la notte dato che ha un incontro di mattina presto in
una fabbrica in un angolo sperduto dello Stato… non può appartenere a Grace Reed. Devo essermi
sintonizzata su un’altra stazione. O un altro universo. E invece la voce conclude: «Siamo già a metà
strada e non ha senso tornare a casa. Clay ha trovato una stanza d’albergo bellissima. Te la cavi da
sola, vero?»
Sono così incredula che annuisco prima di ricordare che lei non può vedermi. «Non c’è problema,
mamma. Andrà tutto bene. Divertiti, in albergo.» Sto quasi per aggiungere che può fermarsi un’altra
notte se vuole, ma poi penso che desterei sospetti.
Starà via tutta la notte. Con Clay – e le sue misteriose intenzioni – in una bellissima camera
d’albergo. Ma io non penserò a questo. Ciò a cui penso, ciò che mi viene subito in mente, sono le
parole “tutta la notte”. Motivo per cui, un istante dopo, digito il numero di Jase.
«Sam.» Gli sento il sorriso nella voce. Sono uscita dal negozio dieci minuti fa. «Hai già una crisi
di studio?»
«Mia madre non torna a casa, stanotte. Per niente.»
C’è una pausa, durante la quale mi sento arrossire. Devo spiegarglielo più chiaramente di così? E
come faccio? “Vuoi restare a dormire da me?” Non abbiamo sei anni.
«Tua madre non torna proprio?» ripete.
«Esatto.»
«Quindi forse avrai bisogno di compagnia, dato che - quando studi - tendi a ingaggiare dei corpo
a corpo con i problemi.»
«Mi piacerebbe.»
«Porta o finestra?»
«Sto aprendo la finestra.»

Sciolgo la treccia, spazzolo i capelli. Devo proprio tagliarli, uno di questi giorni: mi arrivano al
fondoschiena, ci mettono una vita ad asciugarsi. Ma perché ci sto pensando? Evidentemente sono un
po’ nervosa. Non volevo rimuginare troppo su quell’altra faccenda, ma a meno che Jase e io non ci
saltiamo addosso nella foga del momento – e logisticamente è un po’ difficile – dobbiamo
pianificare. Pensarci un po’ su. Sento bussare e vado alla finestra a posare la mano sul vetro, in
corrispondenza di quella di Jase, prima di aprirlo.
Si è portato un sacco a pelo, uno di quelli enormi e caldissimi. Lo guardo con aria interrogativa.
Lui segue il mio sguardo e arrossisce. «Ho detto ai miei che ti aiutavo a studiare, poi forse
guardavamo un film, e se si faceva tardi dormivo per terra in salotto.»
«E loro?»
«La mamma ha detto: “Divertiti, caro”. Papà mi ha guardato e basta.»
«Imbarazzante, eh?»
«Ne valeva la pena.»
Si avvicina lentamente, guardandomi negli occhi, e poi mi cinge in vita.
«Be’… allora, studiamo?» chiedo, in tono forzatamente disinvolto.
Jase mi passa i pollici dietro le orecchie e massaggia l’incavo che c’è sotto. È a pochi centimetri
da me e non smette di guardarmi. «Ci puoi scommettere. Sto studiando te.» Mi squadra lentamente e
poi torna a fissarmi negli occhi. «Hai delle pagliuzze dorate in mezzo a tutto quel blu.» Si china e mi
sfiora con le labbra una palpebra e poi l’altra, poi indietreggia. «E le ciglia non sono bionde, ma
castane. E…» Fa un passo indietro e sfodera un sorriso lento. «Stai già arrossendo… qui.» Le sue
labbra premono sulla base della gola. «E probabilmente qui…» Il pollice che mi sfiora il seno è
caldo anche attraverso la maglietta.
Nei film, quando una coppia è pronta per fare l’amore, i vestiti spariscono da soli. Si diffonde una
luce dorata e i protagonisti sono inquadrati in controluce con un sottofondo musicale. Nella vita reale
non funziona così. Jase deve togliersi la maglietta e trafficare con la fibbia della cintura, e io saltello
per la stanza sfilandomi i calzini e rammaricandomi che sia poco sexy. La gente nei film non li porta
neppure, i calzini. Quando Jase si sfila i jeans, le monetine che ha in tasca rotolano sul pavimento.
«Scusa!» dice, e ci fermiamo entrambi, anche se non c’è nessuno in casa.
Nei film, a questo punto nessuno si sente in imbarazzo perché non si è lavato i denti. Nei film, è
tutto coreografato alla perfezione e la colonna sonora si alza di volume.
Nei film, quando il ragazzo stringe a sé la ragazza, finalmente nudi, non battono mai i denti uno
contro l’altra, non si vergognano e non scoppiano a ridere e non devono ricominciare da capo.
Ma ecco la verità: nei film non è mai bello quanto qui e ora con Jase.
Faccio un respiro profondo mentre la sua mano scende giù, sempre più giù, fino al retro della mia
coscia. La sensazione della sua pelle, tutta la sua pelle, contro la mia mi fa venire i brividi. Poi lui
mi stringe a sé e ci abbandoniamo a un bacio profondo, che mi fa pensare agli abissi marini. Quando
ci fermiamo per respirare gli sto stringendo le gambe intorno ai fianchi. Gli si piegano gli angoli
degli occhi. Mi prende in braccio tenendomi per le natiche e mi porta sul letto. Scivolo giù e mi
sdraio sul fianco, a guardarlo. Jase si accovaccia accanto al letto e allunga la mano per posarmela sul
cuore. Faccio lo stesso e sento che il suo batte velocissimo.
«Sei nervoso?» sussurro. «Non lo sembri.»
«Ho paura di farti male, all’inizio. Ed è così ingiusto.»
«Non fa niente. Non ho paura di quello. Vieni più vicino.»
Si alza lentamente in piedi e va a prendere nella tasca dei jeans uno dei preservativi che abbiamo
comprato insieme. Lo tiene nel palmo della mano. «Per niente nervoso, eh?» Piega la testa di lato per
indicare le dita, che tremano leggermente.
«Come si chiama?» chiedo.
«Non lo so, ne ho presi alcuni a caso prima di uscire.» Ci chiniamo sul quadratino di stagnola.
«Ramses.»
«Ma perché questi nomi?» domando, mentre Jase inizia ad aprire delicatamente la confezione.
«Insomma, gli egizi erano famosi per l’efficacia dei loro metodi contraccettivi? E perché i Trojan? I
troiani non sono ricordati soprattutto per aver perso una guerra? Avrebbero fatto meglio a scegliere i
macedoni, non hanno vinto loro? Insomma, non è un nome che suona molto virile, ma…»
Jase mi posa due dita sulle labbra. «Samantha? Sta’ tranquilla. Ssshh. Non dobbiamo per forza…
possiamo solo…»
«Ma io lo voglio» sussurro. «Lo voglio.» Inspiro a fondo e allungo una mano verso il
preservativo. «Vuoi che ti aiuti a… ehm, metterlo?»
Arrossisce. «Sì, va bene.»
Quando siamo entrambi sdraiati sul letto, completamente nudi per la prima volta, lo guardo al
chiaro di luna e mi si serra la gola. «Wow» sospiro.
«Credo che dovrei dirlo io» bisbiglia Jase. Mi posa una mano sulla guancia e mi guarda
intensamente. La mia mano circonda la sua e annuisco. Poi il suo corpo scivola sul mio e il mio si
apre per accoglierlo.
Okay. Effettivamente fa un po’ male. Pensavo di no, solo perché è Jase. C’è dolore, ma non è un
crampo o una fitta, è più un bruciore, la sensazione di qualcosa che cede, e poi mi fa un po’ male
quando lui mi riempie.
Mi mordo il labbro, apro gli occhi e vedo che Jase si morde il suo, e mi guarda con un’espressione
così ansiosa che qualcosa nel mio cuore capitola definitivamente.
«Stai bene? Va bene?» mi chiede.
Annuisco e attiro i suoi fianchi verso di me.
«Ora andrà meglio» mi promette, ricominciando a baciarmi e iniziando a muoversi ritmicamente.
Il mio corpo segue il suo, riluttante a lasciarlo andare quando si allontana, e felice appena lo sente
tornare indietro.
Capitolo Trentacinque

Come potete immaginare, il giorno dopo al Breakfast Ahoy non ne faccio una giusta. Per fortuna
non ho il turno in piscina: se anche non ricordo come prendono le uova i clienti regolari, fisso la
macchina del caffè con lo sguardo vacuo e non riesco a smettere di sorridere, almeno nessuno rischia
la vita.
Quando Jase è uscito dalla mia finestra, alle quattro del mattino, è arrivato a metà del pergolato e
poi è risalito. «Passa al negozio, dopo il lavoro» mi ha sussurrato dopo un ultimo bacio.
Ed è lì che vado, quasi correndo, appena stacco dal lavoro. Cerco di rallentare sulla strada
principale, ma non ci riesco. Spingo forte la porta del negozio, dimenticando che i cardini sono rotti,
e la mando a sbattere contro il muro.
Il signor Garrett alza lo sguardo dal suo posto dietro il registratore di cassa, gli occhiali da lettura
sulla punta del naso e una pila di fogli sulle ginocchia. «Be’, ciao, Samantha.»
Non mi sono neanche tolta la divisa, che nessuno potrebbe definire autorevole o professionale.
Vorrei sotterrarmi. Ricordo la storia del lucchetto sulla porta e penso: Lui lo sa, lui sa tutto. Si vede,
è chiaro come il sole.
«Lui è nel retro» mi dice placido il signor Garrett «a spacchettare la merce.» Poi torna a
concentrarsi sui suoi fogli.
Mi sento tenuta a giustificarmi. «Ho pensato di fare un salto qui, prima di andare a fare la
babysitter. Sa, a casa vostra. Solo per salutare. Quindi… ora vado a salutare. Jase è nel retro,
quindi? Ecco, allora lo saluto.»
Ho proprio la parlantina sciolta.
Sento il rumore del taglierino sul cartone prima ancora di aprire la porta e vedere Jase circondato
da scatoloni. Mi volta le spalle, e all’improvviso mi sento in imbarazzo con lui come lo ero con suo
padre.
Che stupida.
Mi faccio forza, entro nella stanza e gli poso una mano sulla spalla.
Lui drizza la schiena e mi sorride. «Che bello vederti!»
«Ah, sì?»
«Sì. Pensavo fosse papà venuto a dirmi che ho combinato un altro guaio. Oggi non faccio altro.
Rovescio tutto quello che tocco. Barattoli di vernice, la roba da giardinaggio in vetrina. Alla fine ho
fatto cadere una scala e lui mi ha spedito qui. Credo di avere la testa altrove.»
«Forse dovevi dormire di più» ipotizzo.
«Neanche morto» mormora. Poi ci guardiamo in silenzio per un lungo momento.
Non so perché ma mi aspettavo di trovarlo cambiato, così come mi aspettavo di vedermi diversa
stamattina allo specchio… pensavo che sarei sembrata più ricca, più piena, felice fuori come lo sono
dentro; e invece ho visto solo le labbra gonfie per i troppi baci. Anche Jase è lo stesso di sempre.
«È stata la serata di studio migliore della mia vita» sussurro.
«Anch’io non me la scorderò facilmente» ribatte lui, poi distoglie lo sguardo con aria impacciata e
si china ad aprire un altro scatolone. «Anche se mi sono dato una martellata sul pollice, mentre ci
ripensavo.»
«Questo pollice?» Prendo una delle sue mani callose e la bacio.
«No, il sinistro.» Sorride quando gli prendo l’altra mano.
«Una volta mi sono rotto la clavicola» continua, indicando da quale lato. Bacio anche quella. «E
qualche costola, in una mischia a football, al primo anno delle superiori.»
Non tiro su la maglietta sul punto che sta indicando con il dito. Non sono così audace. Ma mi chino
a baciarlo attraverso la stoffa morbida. «Va meglio?»
Gli brillano gli occhi. «In terza media ho fatto a pugni con un ragazzino che prendeva in giro Duff e
mi ha fatto un occhio nero.»
Le mie labbra si spostano sul suo occhio destro e poi sul sinistro. Lui mi stringe la nuca tra le mani
calde, mi tira a sé tra le gambe divaricate, mi sussurra all’orecchio: «Se non ricordo male, mi ero
spaccato anche il labbro».
E poi ci baciamo e non pensiamo più a nient’altro. Il signor Garrett potrebbe entrare in qualsiasi
momento, potrebbe arrivare un camion pieno di scatoloni, una flotta di astronavi aliene potrebbe
scurire il cielo. Non so se me ne accorgerei.
Restiamo lì appoggiati alla porta finché arriva davvero un camion e Jase deve scaricare altra roba.
Sono solo le undici e mezza e non devo presentarmi dai Garrett fino alle tre, quindi non voglio andar
via, perciò mi tengo occupata facendo cose inutili come riordinare i campioni di vernice, e intanto
ascolto il clic-clic-clic della penna del signor Garrett e rivivo tutto quanto nel mio cuore che
trabocca di gioia.

Più tardi, fatico a concentrarmi mentre aiuto Duff a costruire un “habitat per le specie artiche, con
materiali riciclabili e rispettoso del benessere degli animali” per il concorso di scienze al campo
estivo. L’operazione è complicata dal fatto che George e Harry continuano a mangiare le zollette di
zucchero con cui stiamo tentando di costruire il modello. E dal fatto che Duff è estremamente
puntiglioso sul concetto di “riciclabile”.
«Non sono sicuro che lo zucchero sia riciclabile. E sicuramente non gli scovolini!» dice,
guardandomi storto mentre dipingo di bianco dei cartoni da uova, trasformandoli negli iceberg che
galleggeranno nelle nostre acque artiche fatte di carta stagnola.
La porta della cucina si apre di scatto ed entra Andy: è in lacrime, i suoi singhiozzi riecheggiano
giù per le scale, ma non ci offre spiegazioni.
«Non riesco a far stare insieme questi cubetti: quando ci spalmo la colla si sciolgono» sbotta Duff
irritato, rigirando il pennello in una miscela di colla e zucchero fuso.
«Se ci spalmassimo dello smalto per unghie trasparente?» suggerisco.
«Lo farebbe sciogliere anche quello» fa lui, avvilito.
«Possiamo almeno provarci.»
George, che sta ancora sgranocchiando lo zucchero, ci consiglia di costruire le pareti con dei
marshmallow. «Mi sono rotto dei cubetti di zucchero.»
Duff reagisce con uno scatto d’ira del tutto sproporzionato. «George! Non sto costruendo la tua
merenda. I marshmallow non somigliano per niente a mattoni di vetro. Devo fare un bel lavoro, così
vinco il primo premio e il prossimo mese di campo estivo costa la metà.»
«Chiediamo a papà» suggerisce Harry. «Magari gommalacca, quella per le barche? O roba del
genere?»
«Voglio morire!» singhiozza Andy dal piano di sopra.
«Credo che dovrò andare a parlarle» dico ai bambini. «Voi chiamate vostro padre… o Jase.»
Salgo le scale seguendo la direzione degli strepiti e passo in bagno a prendere dei fazzoletti prima
di andare nella stanza di Andy e Alice.
Andy è sdraiata a pancia in giù sul suo letto, in un costume da bagno fradicio, e ha lasciato sul
cuscino un largo cerchio bagnato di lacrime. Mi siedo accanto a lei e le porgo tre o quattro Kleenex.
«È finita. È tutto finito.»
«Kyle?» chiedo, con una smorfia perché so già che la risposta è sì.
«Mi… mi ha lasciata!» Andy alza la testa, gli occhi nocciola gonfi di lacrime. «Con un… post-it!
Me l’ha attaccato sul giubbotto di salvataggio mentre mi esercitavo ad armare la vela di fiocco.»
«Stai scherzando» esclamo. So che è la cosa sbagliata da dire, ma santo cielo!
Andy tira fuori da sotto il cuscino un quadrato di carta arancione con su scritto:

ANDREA, È STATO BELLO MA ORA VOGLIO USCIRE CON JADE WHELAN. CI SI VEDE!
KYLE

«Che gentiluomo.»
«Esatto!» Andy scoppia a piangere di nuovo. «Lo amavo da tre anni, da quando mi ha insegnato a
fare il nodo a cappio il primo giorno di campo vela… E non ha neppure il coraggio di dirmelo in
faccia! “Ci si vede”?! Jade Whelan?! Quella che in quarta elementare portava i ragazzi dietro il
pianoforte alle assemblee d’istituto e gli faceva vedere il reggiseno! E non aveva neanche bisogno di
un reggiseno! La odio. E odio lui.»
«Fai bene» concordo. «Mi dispiace.» Le accarezzo la schiena come ho fatto con Nan. «Il primo
ragazzo che ho baciato si chiamava Taylor Oliveira. Ha detto a tutta la scuola che non sapevo usare
la lingua.»
Andy ridacchia tra le lacrime. «Ed era vero?»
«Sì, ma era lo stesso per Taylor. La usava come uno spazzolino da denti. Bleah. Forse perché suo
padre era un dentista.»
Ride di nuovo, poi abbassa lo sguardo, vede il post-it e si rimette a piangere. «È stato il primo
ragazzo che ho baciato. Ho aspettato di incontrare qualcuno che mi piacesse davvero… e ora scopro
che era un idiota. Non posso disfare quel che ho fatto: ho sprecato il mio primo bacio con un idiota!»
Si raggomitola sul letto e singhiozza ancor più forte.
«Sta’ zitta, Andy, non riesco a concentrarmi sul progetto!» grida Duff dal piano di sotto.
«La mia vita e finita, quindi sai che me ne frega!» ribatte lei a voce alta.
A questo punto entra Patsy, che di recente ha imparato a scendere dalla sua culla e a togliersi il
pannolino, in qualsiasi stato si trovi. In questo caso, pieno zeppo. Me lo sventola davanti con aria di
trionfo. «Caccaaaa!»
«Oddio, vomito» guaisce Andy.
«Ci penso io.» Due mesi fa non avevo mai toccato un pannolino, e ora potrei tenere un corso.
Patsy mi guarda con distaccata curiosità mentre ripulisco la parete (bleah), cambio le lenzuola
(ri-bleah), le faccio un rapido bagnetto, le metto un pannolino nuovo e qualche vestito pulito. «Dove
cacca?» chiede lei, sconfortata, allungando il collo per esaminarsi il didietro.
«Geee-oooorge!» sbraita una voce furiosa dalla cucina.
Scendo e scopro che George ha schiacciato le zollette di zucchero con il martello giocattolo
mentre Duff era al telefono con il padre. Ora George sta correndo fuori di casa con indosso solo le
mutande di Superman, inseguito da Duff, che brandisce inferocito il telefono come fosse un’arma.
Li rincorro nel vialetto proprio mentre arriva il Maggiolone, da cui scende Jase con un movimento
fluido delle lunghe gambe.
«Ehi, ciao!» Restiamo nel vialetto a baciarci, incuranti del fatto che Harry sta mimando conati di
vomito e Duff sta per uccidere George. Poi Jase mi posa un braccio sulle spalle, si volta verso i
fratelli e dice: «Okay, che succede?»
Tempo pochi minuti e ha già risolto tutti i problemi. Duff si mette a dipingere di bianco i
bastoncini dei ghiaccioli per rimpiazzare le mura di zucchero crollate. Andy mangia una barretta di
cioccolato e guarda Il magico mondo di Ella sul lettone dei genitori. Il fattorino sta per portarci le
pizze. Harry sta costruendo un’enorme casa fatta di cuscini per Patsy e George, che giocano alle tigri.
«Ora» dice Jase «prima che sorgano altri problemi, vieni qui.» Si appoggia al bancone della
cucina, mi tira a sé e mi accarezza la schiena.

È tutto perfetto. Il mio corpo è così felice che vorrebbe cantare, le mie giornate sono piene di bei
momenti, la vita fila meglio che mai. E a volte funziona proprio così: vai avanti per la tua strada, ti
dici che va tutto a meraviglia, che ti senti benissimo, e poi incontri un bivio sul sentiero e ti ritrovi
smarrita in un posto così orribile che non avresti mai potuto immaginarlo.
Capitolo Trentasei

Quando stacco dal lavoro al B&T, il giorno dopo, mi stupisco di vedere la Jetta che entra nel
parcheggio e Tim che mi fa cenno di avvicinarmi.
«Ho bisogno di te» esordisce, posteggiando illegalmente davanti all’uscita antincendio.
«Per cosa?» chiedo, ma salgo in macchina, attenta a tirar giù la gonna troppo corta.
«Ho tirato un pacco a tua madre. Be’, soprattutto a Clay. Ho chiamato per licenziarmi. Ora devo
riprendere la mia roba dall’ufficio e mi serve uno scudo umano. Uno scudo da… quanto pesi?
Cinquanta chili.»
«Cinquantuno» lo correggo. «Non penso che Clay sia in ufficio, lui e mia madre dovevano visitare
una fabbrica.»
Tim tira fuori una Marlboro dal pacchetto incastrato nell’aletta parasole e se la infila all’angolo
della bocca. «Lo so. Ho visto la sua agenda.» Si picchietta una tempia con il dito. «Forse mi servi
solo perché con te lì dovrò farlo davvero e non me la farò sotto all’ultimo momento. Forse ho
bisogno di una spinta morale per entrare… e una per uscire. Mi aiuti?»
Annuisco. «Certo. Ma se cerchi uno scudo, Jase è molto più grosso di me.»
«Sì, sì, ma il piccioncino oggi ha da fare, come saprai di sicuro.»
Non intendo ammettere che lo so. Sciolgo la treccia.
«Caspita, che schianto!» Tim scuote la testa. «Perché tutte quelle belle si mettono con i campioni
di football e i bravi ragazzi? Siamo noi sfigati ad avere bisogno di voi.»
Lo scruto dubbiosa. Non mi era mai passato per la testa di poter piacere a Tim. Forse si vede che
non sono più vergine. Forse irradio ormoni sessuali. Ne dubito, soprattutto con il giubbotto da
bagnina e la gonna blu elasticizzata.
«Non ti agitare.» Tim accende la sigaretta. «Non voglio essere una di quelle piattole che ci
provano pur sapendo che non hanno speranze. Dico solo per dire.» Fa un’inversione a U (illegale)
per dirigersi verso l’ufficio della mamma. «Vuoi fumare?» Mi getta il pacchetto in grembo.
«Non fumo, lo sai, Tim.»
«Non ho mai capito come fai a tenere occupate le mani, se non fumi.» Toglie una mano dal volante
e me la sventola con forza sotto il naso, come se avesse un tic incontrollabile. «A cosa ti aggrappi?»
Mi sento arrossire.
Lui sogghigna. «Ah, giààà, che scemo. A parte il piccioncino e il suo…»
Alzo una mano per dirgli di piantarla e cambio argomento prima ancora che finisca la frase. «È
ancora difficile, Tim, non bere e non prendere altra… roba? Quant’è passato, un mese?»
«Trentatré giorni. Non che stia tenendo il conto, eh. Altroché se è fottutamente difficile. Le cose
vengono facili solo a gente come te e Mister Perfezione. Per me è come se ogni giorno – un milione
di volte al giorno – volessi tornare insieme con quella tipa focosa, ovvero la bottiglia di Bacardi o la
bustina di coca, anche se so benissimo che mi farà solo soffrire di nuovo.»
«Tim, devi smetterla con questa storia che “per gli altri è tutto più facile”. Non è vero, e ti rende
noioso.»
Fischietta. «Hai cominciato a parlare come Jase, eh?»
Scrollo la testa. «No, è solo che… vedere te e Nan…» Lascio la frase in sospeso. Che senso
avrebbe dirgli che so che ha rubato le tesine di Nan? Cosa importa, ormai? L’hanno già espulso. E
Nan ha vinto i premi.
«Vedere Nan che fa cosa?» chiede lui. Si è accorto che mi trema la voce quando pronuncio il nome
di sua sorella. Butta dal finestrino il mozzicone e tira fuori un’altra sigaretta.
La prendo larga. «È così stressata quest’estate, si preoccupa già per il college…»
«Sì, be’, noi Mason siamo esperti di ossessioni e compulsioni.» Tim sbuffa. «Io di solito mi limito
alle compulsioni e lascio le ossessioni a Nano, ma a volte facciamo a cambio. Voglio bene a mia
sorella, ma non c’è un attimo di riposo né per lei né per me. Io sono sempre lì a darle una
dimostrazione pratica di quanto poco conviene fare cavolate, e lei è sempre lì a ricordarmi quant’è
deprimente sforzarsi di essere sempre perfetti. E a proposito di depressione, eccoci arrivati.»
Entra nel parcheggio davanti all’ufficio della mamma.
Benché l’agenda della mamma sia fitta di impegni, mi stupisco lo stesso di vedere che l’ufficio è
pieno di persone, allineate come operai alla catena di montaggio: c’è chi piega i dépliant, chi li infila
nelle buste e chi li affranca. La gente crede davvero in lei, abbastanza da starsene in uffici soffocanti
a fare cose noiose nei giorni più belli della breve estate del Connecticut.
Mentre entriamo, due signore di mezz’età sedute al grande tavolo al centro della stanza alzano gli
occhi e rivolgono a Tim larghi sorrisi materni.
«Girava voce che volevi andartene, ma sapevamo che non poteva essere vero» dice quella più alta
e magra. «Vieni a sederti, Timothy caro.»
Lui le posa un braccio sulla spalla ossuta. «Spiacente, Dottie, le voci sono vere. Me ne vado per
passare più tempo con la mia famiglia.» Dice quest’ultima frase con la sua voce impostata da
doppiatore di spot pubblicitari.
«E questa è…?» L’altra donna mi fissa a occhi socchiusi. «Ah! La figlia della senatrice.» Sposta
lo sguardo su Tim. «Ed è la tua… fidanzata? È molto carina.»
«No, ahimè, appartiene già a un altro. Mi struggo invano per lei.»
Inizia a infilare le sue carte nello zaino, e noto che requisisce anche un po’ di cancelleria. Mi
aggiro per l’ufficio a guardare volantini e spillette e poi li rimetto dov’erano. Alla fine entro
nell’ufficio della mamma, che è vuoto.
A quanto pare, le piace stare comoda. La sedia è ergonomica e costosa, in cuoio finissimo. La
scrivania non è di metallo grigio ma di quercia, antica e intagliata. C’è un vaso di rose rosse e una
foto della mamma con me e Tracy in abitini natalizi uguali, in raso e velluto.
E c’è anche un grosso cesto di attrezzi da giardinaggio, avvolti in lucido cellophane verde con un
fiocco da regalo e un biglietto: Riggio Giardini e Vivai la ringrazia per il suo sostegno.
Un paio di biglietti per uno spettacolo di Broadway attaccati alla lavagna di sughero: La
preghiamo di accettare un po’ di intrattenimento di qualità in cambio di tutto ciò che fa per noi ,
da parte di Bob e Marge Considine, chiunque siano.
Un biglietto da visita con scritto: Grazie di aver preso in seria considerazione la nostra offerta,
dalla ditta Carlyle Contracting.
Non ho ben presenti le normative che regolano le campagne elettorali, ma quella roba mi puzza
parecchio. Me ne sto lì con lo stomaco annodato, quando Tim entra con lo zaino in spalla e una
scatola di cartone in mano. «Vieni, ragazzina. Leviamoci dai piedi prima che arrivino tua madre o
Clay. Pare che stiano per tornare. La superiorità morale è un’esperienza nuova per me, e non vorrei
mandare tutto a farsi fottere.»
Lancia la scatola e lo zaino sul sedile posteriore della Jetta e ripiega indietro il sedile del
passeggero per farmi salire.
«Quant’è grave la situazione con Clay?» chiedo a voce bassa. «Insomma, è squallido davvero?»
«L’ho cercato su Google» ammette Tim. «Un curriculum di tutto rispetto, per avere solo trentasei
anni.»
Trentasei? La mamma ne ha quarantasei. Quindi è giovane. Il che non lo rende necessariamente
cattivo. La mamma pende dalle sue labbra come fosse Cristo in Terra, ma neanche questo implica
che sia cattivo. Ma… ma quella storia della spia? È una piccola campagna elettorale in Connecticut,
non è mica la Guerra Fredda.
«Come pensi che abbia fatto carriera così in fretta?» chiedo a Tim. «Insomma, trentasei anni! E se
è un astro così brillante nel firmamento repubblicano, perché perde tempo ad aiutare la senatrice di
un piccolo Stato? Dovrebbe occuparsi di faccende di rilevanza nazionale.»
«Non lo so, ragazzina. Di sicuro questa roba gli piace molto, però. L’altro giorno è passato in
televisione lo spot di una campagna elettorale nel Rhode Island, e Clay si è fissato, ha chiamato il
loro ufficio per spiegare cosa c’è che non va nel loro messaggio. Forse aiutare tua madre è la sua
idea di vacanza.» Mi scocca un’occhiata e sogghigna. «Una vacanza con qualche vantaggio extra.»
«Da mia madre, intendi? O da quella bruna di cui parlavi?»
Si mette alla guida, accende il motore e preme l’accendisigari. «Non lo so, fa un po’ il cascamorto
con lei ma gli uomini del Sud sono così. Di sicuro fa il cascamorto con tua madre.»
Bleah. Questo lo so già, ma non voglio pensarci.
«Ma per fortuna non è più un mio problema.»
«Non è che sparisce, solo perché non è un tuo problema.»
«Sì, Madre. Stammi a sentire: Clay prende scorciatoie e non pensa ad altro che alla politica. Per
lui va benissimo così, Samantha. Perché dovrebbe cambiare? Non ha niente da guadagnare. Chi
glielo fa fare? Nella mia breve carriera di animale politico, ho imparato almeno questa cosa:
l’importante sono gli incentivi, le apparenze e il recupero degli investimenti. Essere un politico
somiglia molto a essere un ubriacone che non ammette di avere un problema con l’alcol.»
Capitolo Trentasette

Il giorno della simulazione d’esame, io e Nan andiamo in bici al liceo di Stony Bay. È agosto, l’afa
risale dai marciapiedi e le cicale friniscono, ma quando entriamo a scuola sembra che sia scattato un
interruttore. La stanza è soffocante e odora di legno di matita e disinfettante per ospedali, il tutto
sovrastato da un profumo troppo fruttato e un deodorante antitraspirante, e troppi corpi umani.
Il liceo di Stony Bay è una di quelle strutture basse, lunghe, di mattoni tutti uguali, con orrende
finestre tinte di verde, vernice grigia scrostata sulle porte e logoro linoleum rosso sui pavimenti. È
molto diversa dalla Hodges, che è costruita come una fortezza, con parapetti, vetrate colorate e
cancelli in ferro battuto. Ha persino un ponte levatoio, perché non puoi mai sapere quando
arriveranno i Sassoni ad assaltare il tuo collegio.
Ma nelle scuole pubbliche e in quelle private c’è lo stesso odore, che sembra inappropriato mentre
mi agito sulla sedia resa appiccicosa dal sudore e ascolto il rombo pigro di un tosaerba da fuori.
«Ricordami perché lo sto facendo» chiedo a Nan, che si siede davanti a me e posa a terra lo zaino.
«Perché le cose si imparano facendo pratica. O almeno si riesce a entrare nei primi duemila, con
la possibilità di andare al college dei nostri sogni. E perché sei la mia migliore amica.» Infila una
mano nella tasca dello zaino, tira fuori un burrocacao e se lo passa sulle labbra riarse dal sole. Non
riesco a non notare che indossa non solo la sua preziosa maglietta azzurra e bianca della Columbia,
ma anche la croce che ha ricevuto per la prima comunione e un braccialetto donatole dalla nonna
irlandese da cui penzolano quadrifogli di smalto verde e bianco.
«Dove hai messo Buddha?» le chiedo. «Non si sentirà escluso? E Zeus? Una zampa di coniglio?»
Finge di guardarmi storto e dispone le sette matite numero 2 perfettamente in fila lungo il bordo del
banco. «È importante. Dicono che gli esami di ammissione sono meno severi di un tempo, ma lo sai
benissimo che non è vero. Non si può mai fare troppa attenzione. Se credessi che serve a qualcosa,
mi procurerei un cornetto portafortuna, mi convertirei a Scientology e mi metterei un braccialetto
della Kabbalah. Devo andarmene da questa città.»
Per quanto spesso lo ripeta, mi ferisce sempre. Ma è ridicolo: non è da me che vuole allontanarsi.
Abitare a casa Mason non piacerebbe a nessuno.
Me lo conferma lei stessa: «È ancora peggio, ora che Tim lavora solo nel negozio dei Garrett. La
mamma inizia tutte le conversazioni con lui dicendo: “Be’, dal momento che hai deciso di restare un
buono a nulla per tutta la vita…” e poi scrolla la testa ed esce dalla stanza».
Sospiro. «Come se la passa Tim?»
«Penso che sia a tre pacchetti al giorno. Sigarette e bastoncini di liquirizia. Ma non c’è traccia di
altra roba… almeno finora.» Parla in tono rassegnato, perché si aspetta di essere smentita da un
momento all’altro. «Lui…» inizia, e poi tace perché si apre la porta dell’aula e vediamo entrare una
donnetta vestita di beige e un uomo alto e biondo, che si presentano come i nostri tutor per questa
esercitazione. La donna ci spiega la procedura in tono monocorde, mentre l’uomo gira per la classe
controllando i nostri documenti e distribuendo quaderni blu.
L’aria condizionata si alza e inizia a fare più rumore, quasi coprendo la voce monotona della
donna in beige. Nan tira fuori dallo zaino un cardigan e ci posa sopra una felpa col cappuccio, perché
non si sa mai. Si rialza a sedere diritta, posa i gomiti sul banco, appoggia il mento sulle mani e
sospira. «Odio scrivere» dice. «Odio ogni cosa dello scrivere. Grammatica, sintassi… bleah.»
Nonostante la leggera abbronzatura che acquista sempre a fine estate è pallida sotto le lentiggini, e
solo il naso scottato lascia indovinare in che stagione siamo.
«Sei tu la grande star della scrittura» le ricordo. «Te la caverai benissimo. Premio letterario
Lazlo, ricordi? Quest’esame è una passeggiata per te.»
L’uomo alto e biondo indica l’orologio con un gesto plateale, la donna in beige dice: «Ssshh» e
inizia il conto alla rovescia, con tanta solennità che sembra di essere a Cape Canaveral, e non a una
simulazione d’esame. «Meno dieci, nove, otto…»
Mi guardo intorno. Tutti sembrano tenerci quanto Nan: hanno disposto in perfetta simmetria i
quaderni blu e le matite. Torno a guardare Nan, e la vedo risistemare la manica della felpa posata
sullo zaino, sotto cui vedo spuntare il dizionario elettronico.
Nan sta guardando l’orologio, le labbra serrate e la penna così stretta tra le dita che mi meraviglio
che non si spacchi in due. Nan è mancina; la mano destra è posata sulla coscia, pronta ad agguantare
lo zaino.
All’improvviso mi torna in mente Nan a tutti gli esami che abbiamo dato insieme, sempre con lo
zaino appoggiato sul lato del banco, sempre con una felpa o un maglione che spunta dall’apertura.
Ricostruisco i ricordi come fotogrammi di un film che si susseguono lentamente, e capisco che non è
un evento isolato: Nanny, la mia migliore amica sempre prima della classe, Nan il genio, da anni usa
il dizionario di nascosto.
Meno male che è una simulazione, perché non riesco a concentrarmi. Penso solo a quel che ho
visto, a quel che adesso so per certo. Nan non ha bisogno di copiare. Insomma, nessuno dovrebbe
farlo, ma Nan non rischia certo una bocciatura. Voglio dire, basta leggere le sue tesine.
Le sue tesine.
Quei file sul computer di Tim, quelli che…
…penso che Tim abbia rubato. La verità mi raggela. Passano minuti interi prima che ritrovi la
lucidità necessaria per prendere la matita e concentrarmi sull’esame.
Durante la pausa mi lavo il viso nel brutto bagno dalle piastrelle turchesi e cerco di decidere il da
farsi. Lo dico ai tutor? È fuori questione. È la mia migliore amica. Però…
Mentre sto lì a guardarmi negli occhi, Nan mi si avvicina spruzzandosi un gel antibatterico sulle
mani e spalmandolo sulle braccia come un chirurgo prima di entrare in sala operatoria.
«Non penso che venga via con l’acqua» dico, prima di riflettere.
«Eh?»
«Il senso di colpa. Non ha funzionato per Lady Macbeth, giusto?»
Sbianca, poi arrossisce: la pelle tempestata di lentiggini è così sottile che cambia sfumatura
all’istante. Si guarda intorno nel bagno, si assicura che siamo sole. «Sto pensando al futuro» sibila.
«Al mio futuro. Tu forse sei contenta di startene in garage con il tuo tuttofare, a mangiare pasta in
scatola, ma io andrò alla Columbia, Samantha. Andrò via da…» Fa una smorfia di dolore. «Da tutto
questo.» Agita la mano in aria. «Da tutto quanto.»
«Nan.» Mi avvicino a braccia aperte.
«Anche tu. Tu fai parte del tutto.» Si volta ed esce dal bagno, fermandosi solo per raccogliere lo
zaino da cui penzola inerte la manica della felpa.
È successo davvero? Ho la nausea. Cos’è andato storto? Quando sono diventata un’altra delle
cose da cui Nan vuole scappare?
Capitolo Trentotto

La sala da ballo dell’albergo è surriscaldata e soffocante, come se si fossero dimenticati di


accendere l’aria condizionata. Mi verrebbe sonno anche se non mi fossi svegliata alle cinque di
mattina, agitata, pensando a Nan, e non fossi andata a nuotare nell’oceano. E perdipiù siamo a
Westfield, all’altro capo dello Stato, a molte ore di macchina da casa, e sono stretta nel mio abito
elegante di lino blu. C’è una grande fontana al centro del salone, e tutt’intorno tavoli pieni di mini-
sandwich e tartine. Incongrue lucine natalizie lampeggiano intorno a statue di Venere, che sorge dalla
spuma del mare, e riproduzioni del David di Michelangelo, dall’aria avvilita e fuori posto quanto mi
sento io a questo comizio-raccolta fondi. La mamma tiene il suo discorso sul podio affiancata da
Clay, e io fatico a restare sveglia.
«Devi essere molto orgogliosa di tua madre» mi dicono tutti, agitando i cocktail allo champagne e
frutta nei bicchierini di plastica, e io ripeto a tutti: «Ah, sì, sì, sono orgogliosa, sì». Me ne sto seduta
accanto al podio, e mentre presentano la mamma non riesco a non appoggiarci contro la testa, finché
lei mi dà una pedata e io mi drizzo di scatto, costringendomi a riaprire gli occhi.
Finalmente la mamma termina il discorso riassumendo i punti principali e c’è un mucchio di
applausi e “Forza Reed!”
Clay le posa una mano sulla schiena per condurla fuori; la notte non è neppure buia: ha più o meno
il colore del tè, dato che siamo in città. «Sei fantastica, Gracie. Sei fresca come una rosa dopo una
giornata di dodici ore.»
La mamma ride compiaciuta e giocherella con un orecchino. «Tesoro?» Esita, poi: «Non capisco
perché quella Marcie debba venire a tutti i miei comizi».
«C’era anche stasera?» chiede Clay. «Non l’ho notata. E te l’ho detto: la mandano loro, come noi
mandavamo Tim a contare le macchine ai comizi di Christopher, o Dorothy ad ascoltare le sue
conferenze stampa.»
Capisco che stanno parlando della bruna. Ma Clay non sembra intenzionato a ingannare la mamma:
a quanto pare non sapeva davvero che “Marcie” fosse lì.
«Devi valuare» si ferma, ride e ripete scandendo meglio, «valutare i punti di forza e le debolezze
dell’avversario.»
Inciampa sull’asfalto e la mamma ridacchia. «Sta’ attento, caro.»
«Scusa, quei sassi mi sono sfuggiti da sotto i piedi.» Si fermano, appoggiati uno all’altra
nell’oscurità, dondolandosi lentamente. «Sarà meglio che guidi tu.»
«Certo, dammi le chiavi» dice la mamma.
Altri risolini mentre lei gli cerca le chiavi nelle tasche della giacca – Dio, sono disgustosi – e io
voglio solo andare a casa. La mamma accende il motore, dà una sgassata – VROOOM – e poi
sghignazza per la sorpresa, come se le macchine non facessero mai quel rumore.
«A dirla tutta, amore, è meglio se dai le chiavi a me» le dice.
«Ce la faccio» dice la mamma. «Tu hai bevuto quattro bicchieri, io tre.»
«Può ben darsi!»
«Adoro questo tuo accento del Sud.»
Il tempo si dilata. Scivolo giù sul sedile e allungo le gambe su una scomoda pila di cartelloni
elettorali e scatole di volantini, e mi metto a guardare fuori dal finestrino appoggiandomi
all’imbottitura della portiera. Guardo le luci dell’autostrada, sento calare le palpebre, poi i lampioni
si fanno più fiochi sulle strade sempre più strette, verso casa.
«Prendi la litoranea» dice piano Clay. «C’è meno traffico. Siamo quasi arrivati, Gracie.»
Il finestrino è freddo contro la mia guancia, l’unica cosa fresca in quella macchina. I fari di altre
macchine ci vengono incontro, poi più nulla. Alla fine vedo al chiaro di luna, riflesso sull’acqua, che
stiamo passando davanti al parco McGuire. Ricordo di esserci stata con Jase, quando ci siamo
sdraiati sulla pietra calda in mezzo al fiume, e poi mi si chiudono lentamente le palpebre; il rombo
del motore è una ninnananna familiare come l’aspirapolvere della mamma.
BUM.
Batto il naso contro il sedile davanti, così forte che vedo le stelle e mi fischiano le orecchie.
«Oddio!» strilla la mamma, in una vocetta resa stridula dal panico e più spaventosa di quel
sobbalzo improvviso. Affonda il piede sul freno.
«Fa’ retromarcia, Grace.» La voce di Clay è ferma e calma.
«Mamma? Mamma! Cos’è successo?»
«Oh, mio Dio» ripete la mamma. Ha sempre paura di rigare la carrozzeria. Una ventata fresca
entra nell’abitacolo quando Clay apre la portiera del passeggero e scende. Un attimo dopo è di
ritorno. «Grace. Fa’ retromarcia. Subito. Non è successo niente, Samantha. Dormi.»
Lo vedo di profilo per un istante, un braccio sulle spalle della mamma, le dita tra i capelli di lei,
per spronarla. «Metti la retromarcia e da’ gas, subito» ripete.
La macchina sobbalza all’indietro e si ferma di colpo.
«Grace. Calmati.» La macchina sgomma in avanti e sbanda a sinistra. «Riportaci a casa.»
«Mamma?»
«Non è niente, tesoro. Dormi. Abbiamo preso una buca. Rimettiti a dormire» dice la mamma in
tono fermo.
E le do retta. Sta ancora parlando, ma sono così stanca. Quando io e Tracy eravamo piccole, a
volte la mamma ci portava in Florida per le vacanze estive, in macchina anziché in aereo. Le piaceva
fermarsi a Manhattan, a Washington, ad Atlanta, dormire nei bed and breakfast, visitare negozi di
antiquariato lungo la strada. Io non vedevo l’ora di arrivare in spiaggia e vedere i delfini, e cercavo
di dormire per tutto il tempo che eravamo in macchina. Adesso mi sento allo stesso modo. Scivolo in
un buio così pesto che mi riscuoto con difficoltà quando la mamma dice: «Samantha. Siamo a casa.
Va’ a letto». Mi scuote un braccio, così forte da farmi male, e io mi trascino al piano di sopra e
crollo sul materasso, troppo stanca per spogliarmi e infilarmi sotto le coperte. Mi arrendo al nulla.

Il cellulare squilla con insistenza. L’ho infilato sotto il cuscino come al solito. Lo cerco a tentoni tra
lenzuola e coperte, ancora mezza addormentata, mentre il ronzio continua incessante. Finalmente lo
trovo.
«Sam?» È la voce di Jase, quasi irriconoscibile. «Sam!»
«Mmm?»
«Samantha!»
La sua voce è troppo alta, mi dà fastidio. Allontano il telefono dall’orecchio.
«Che c’è? Jase?»
«Sam. Abbiamo… ehm… bisogno di te. Puoi venire?»
Mi sporgo a guardare la radiosveglia. Le 1:16 del mattino.
Cosa?
«Ora?»
«Ora, per favore. Puoi venire subito?»
Mi tiro giù dal letto, mi strappo il vestito di dosso, infilo i pantaloncini, la maglietta e le infradito,
esco dalla finestra, mi calo dal pergolato. Mi volto a guardare la casa, ma in camera di mamma le
luci sono spente, quindi corro sotto la pioggia leggera sull’erba fino a casa dei Garrett. Dove tutte le
luci sono accese: vialetto, veranda, cucina. È così strano, a quest’ora di notte, che mi fermo di colpo
nel vialetto.
«Samantha!» La voce di Andy dalla porta della cucina. «Sei tu? Jase ha detto che stavi arrivando.»
È in controluce sulla soglia, circondata da ombre più basse. Duff, Harry, George, Patsy tra le
braccia di Andy? A quest’ora? Che succede?
«Papà.» Andy trattiene le lacrime. «È successo qualcosa a papà. La mamma ha ricevuto una
telefonata.» Contrae il viso in una smorfia. «È andata all’ospedale con Alice» Si getta tra le mie
braccia. «È andato anche Jase. Ha detto che tu saresti venuta a prenderti cura di noi.»
«Okay. Okay, andiamo dentro» dico.
Andy si è staccata da me, fa lunghi e profondi respiri, cercando di calmarsi. I piccoli mi guardano
con gli occhioni sgranati. L’espressione raggelata sul volto di George è una delle cose più difficili
che io abbia mai dovuto guardare. Tutti i suoi scenari apocalittici immaginari, e non aveva mai
immaginato questo.
Capitolo Trentanove

Alla luce della cucina tutti i bambini battono veloci le palpebre, assonnati e disorientati. Cerco di
pensare a cosa farebbe la signora Garrett per radunare le truppe, e mi viene in mente solo di
preparare i popcorn. Quindi li preparo. E faccio la cioccolata calda, anche se l’aria è soffocante
come una coperta termica, nonostante la pioggia.
George si arrampica sul bancone accanto a me mentre mescolo la polvere di cacao nel latte. «La
mamma mette prima la cioccolata» mi rimprovera, scrutandomi di sottecchi sotto le luci intense
accese sul soffitto.
Non ho dubbi che sia una buona idea, perché vedo formarsi grumi di cacao e devo tentare di
schiacciarli contro il fianco della scodella. La mamma fa la cioccolata calda con scaglie di
cioccolato pregiato, della Ghirardelli di San Francisco. Si sciolgono più facilmente.
«Non abbiamo la panna montata» fa Harry, avvilito. «Non serve a niente la cioccolata senza
panna.»
«Serve sì, se ci sono i marshmallow» insiste George.
«Tetta?» piange sconsolata Patsy tra le braccia di Andy. «Dove tetta?»
«E se papà è morto e non ce lo dicono?» interviene Andy.
George inizia a piangere. Quando lo prendo in braccio mi posa la testa sulla spalla, lacrime calde
mi gocciolano sulla pelle nuda. Per un attimo ricordo Nan che mi piange tra le braccia, tutte le difese
abbassate. E ora ha eretto di nuovo un muro tra di noi. Cosa sarà successo al signor Garrett? Un
uomo così forte e sano… un infarto, un ictus, un aneurisma al cervello…?
«Non è morto» dice risolutamente Duff. «Quando uno muore, viene la polizia a bussare alla porta.
L’ho visto alla tivù.»
Harry corre ad aprire la porta. «Niente polizia. Ma… ehi, ciao Tim.»
«Ciao, piccoletto.» Tim si fa strada nella stanza, i capelli zuppi, la giacca a vento bagnata. «Mi ha
chiamato Jase, Samantha. Tu va’ all’ospedale, io resto qui.» Mi dà le chiavi della Jetta. «Vai» ripete.
«Non so guidare.»
«Oh, merda. Va bene.» Si rivolge a Andy. «L’accompagno all’ospedale e poi torno ad aiutarvi… a
fare, ehm… tutto tranne cambiare pannolini.» Punta un dito accusatore su Patsy. «Non osare fare la
cacca.»
«Caccaaaa» mugola lei.

A metà strada Tim frena di scatto davanti a un distributore per comprare le sigarette, cercandosi le
monetine in tasca.
«Non abbiamo tempo. E poi fa male ai polmoni» sibilo.
«Hai una banconota da dieci? I miei polmoni al momento sono l’ultimo dei nostri problemi.»
Gli lancio una manciata di banconote. Quando ha comprato la sua dose, ripartiamo verso
l’ospedale.
Non c’è traccia della signora Garrett. Né di Alice. Ma Jase è seduto in sala d’aspetto, su una delle
brutte sedie ergonomiche di plastica arancione, piegato in due con la fronte sulle mani. Tim mi dà uno
spintone superfluo e se ne va.
Mi siedo accanto a Jase. Non si muove: non si è accorto o non gli importa di avere qualcuno
accanto.
Gli poso una mano sulla schiena.
Abbassa le braccia e si gira a guardarmi. Ha gli occhi pieni di lacrime. Poi mi stringe forte e io
stringo lui. Restiamo in quella posizione a lungo, in silenzio.
Dopo un po’ si alza, va alla fontanella dell’acqua, si bagna il viso, torna e mi posa le mani fredde
e bagnate sulle guance. Non abbiamo ancora detto una parola.
Una porta si apre di scatto. Alice.
«Trauma cranico» dice a Jase, in tono cupo. «È ancora incosciente. Forse è un ematoma subdurale.
Non sanno dirci quant’è grave, stanno cercando di limitare i danni. C’è un edema serio. Sicuramente
una frattura della pelvi, e brutta, anche. E alcune costole… quelle non sono un grosso problema. È
del cervello che non sapremo niente per un po’.»
«Porco diavolo» esclama Jase. «Alice…»
«Lo so» dice lei. «Non capisco. Perché camminava sulla litoranea a quell’ora? Non ci sono
riunioni degli AA, laggiù. Non di solito.»
La litoranea.
La litoranea.
È come se si sollevasse una nebbia, e vedo la mamma che guida verso casa da Westfield,
prendendo la strada meno trafficata che costeggia il fiume. Il parco McGuire. Lungo il fiume. La
litoranea.
«Devo rientrare» ci informa Alice. «Torno qui appena ne so di più.»
Non avevo mai passato del tempo in ospedale. La sala d’aspetto si riempie di persone che
sembrano disperatamente ammalate, e di persone che appaiono calme come se aspettassero l’autobus
verso una destinazione che li lascia indifferenti. La lancetta più piccola dell’orologio si sposta dalle
due alle tre alle quattro. Alcuni passeggeri dell’autobus vengono convocati prima di quelli che
sembrano a pochi millisecondi dalla morte. Io e Jase sediamo lì mentre gli altoparlanti borbottano.
Dottor Rodriques. Il dottor Rodriques all’accettazione. Dottor Wilcox. Dottor Wilcox, codice blu.
All’inizio mi appoggio alla spalla di Jase, poi lui china il capo e la spalla scende sempre di più.
Quando torna Alice, la testa di Jase è sulle mie ginocchia e io mi sto appisolando sopra i suoi
riccioli.
Alice mi scrolla con forza, riscuotendomi da un sogno confuso ambientato sulla litoranea e
riportandomi in quella stanza con le luci al neon e il peso di Jase in grembo e la catastrofe.
«La mamma dice che voi due dovete andare a casa.» Alice si interrompe per bere un sorso dalla
lattina di Coca che ha in mano, poi se la posa sulla tempia. «Jase deve aprire il negozio. Non
possiamo restare chiusi per un giorno. Quindi prima deve dormire qualche ora.»
«Cosa?» Jase si sveglia di soprassalto. «Eh?» Di solito dimostra più anni di me, ma ora sembra un
bambino, spettinato e con gli occhi verdi pieni di sonno.
Alice incontra il mio sguardo e lo ricambia con un’occhiata imperativa, che dice prenditi cura di
lui senza dire una parola. «Andate a casa. Ancora non si sa niente.» Finisce la Coca in poche lunghe
sorsate e la lancia nel secchio blu dei rifiuti. Canestro perfetto.
Pioviggina ancora, goccioline di foschia, quando io e Jase usciamo diretti alla monovolume. Lui
alza il viso verso il cielo: è nuvoloso, non si vedono le stelle.
In macchina restiamo in silenzio, ma lui mi prende una mano e la stringe così forte da farmi quasi
male.
Quando arriviamo, la casa dei Garrett è ancora illuminata a giorno.
«Non possono essere ancora tutti svegli» mormora Jase.
«Erano molto spaventati» dico, e mi chiedo quanto caos troveremo dentro. Lasciare la gestione a
Tim? Forse non è stata l’idea migliore.
Ma la casa è immersa nel silenzio. La cucina sembra reduce dall’invasione di un esercito di
mercenari: barattoli di gelato, sacchetti di patatine, scatole di cereali, scodelle e piatti ovunque, ma
non si sente muovere anima viva.
«Potevi dirmelo che questa bambina non dorme mai» grida Tim dal salotto. Lo troviamo affondato
nella poltrona accanto al divano letto aperto. Andy è stravaccata con le lunghe gambe abbronzate e
divaricate, e stringe George tra le braccia. Duff, ancora vestito, è sdraiato ai piedi del letto; Harry è
raggomitolato sul cuscino sotto una gamba di Andy.
Patsy stuzzica il naso di Tim e gli tira il labbro inferiore, gli occhioni azzurri ben aperti.
«Scusa, di solito le viene sonno all’ora giusta» dice Jase.
«Hai idea di quante volte ho letto Se dai un biscotto a un topo a questa bambina? È una storia
terribile, come fa a essere per bambini?»
Jase ride. «Pensavo parlasse di una babysitter.»
«No, accidenti, parla di droga. Quel topo non è mai soddisfatto, accidenti a lui. Gli dai una cosa e
ne vuole un’altra, e poi un’altra e un’altra ancora. Roba da deviati. A Patsy è piaciuta, però.
Cinquantamila volte.» Sbadiglia, e Patsy gli si aggrappa alla maglietta. «Allora, che succede?»
Gli diciamo quel che sappiamo – cioè niente – e mettiamo a letto la bambina. Lei ci guarda storto,
arrabbiata e sconcertata per un momento, poi agguanta i suoi cinque ciucci, chiude gli occhi con
feroce concentrazione e piomba in un sonno profondo.
«Ci vediamo al negozio, vado ad aprire. ’notte, Samantha.» Tim esce nell’oscurità.
Io e Jase restiamo per qualche minuto sulla soglia a guardare Tim che accende i fari della Jetta e fa
retromarcia nel vialetto.
Poi il silenzio cade tra di noi.
«Che succede se papà ha danni cerebrali, Sam? Un trauma cranico? E se è in coma? Se non si
risveglia più?»
«Non sappiamo ancora quant’è grave» dico. Non può essere grave. Ti prego, fa’ che non sia
grave.
Jase si china a sfilarsi un calzino. «La testa, Sam? Impossibile che non sia grave. I miei non hanno
l’assicurazione sanitaria per sé, solo per noi figli.»
Chiudo gli occhi e mi massaggio la fronte come per cancellare quelle parole.
«Hanno interrotto i pagamenti la scorsa primavera» mi dice piano Jase. «Li ho sentiti parlare…
hanno detto che era solo per qualche mese: erano entrambi sani, relativamente giovani, nessun
disturbo preesistente… non era poi così grave.» Lascia cadere la seconda scarpa con un tonfo e
aggiunge sottovoce: «Adesso lo è».
Deglutisco e scuoto la testa. Non so come consolarlo, non so proprio che fare.
Lui drizza la schiena e allunga la mano per condurmi verso le scale.
La sua stanza è in penombra, c’è solo la lampada termica nella gabbia di Voldemort, un bagliore
tenue e rossastro che illumina appena le altre gabbie, un odore di terra e di piante e di segatura
pulita, il ronzio flebile della ruota del criceto.
Jase accende l’abat-jour sul comodino, tira fuori il cellulare dalla tasca posteriore dei pantaloni,
alza il volume della suoneria, lo appoggia sul comodino. Sposta Mazda la gatta, stravaccata in mezzo
al letto con le zampe in aria, verso il fondo. Va al comò, tira fuori una maglietta bianca e me la porge.
«Sam» sussurra girandosi verso di me: un bellissimo ragazzo, confuso.
Sospiro sul suo collo, lascio cadere la maglietta mentre le mani di Jase mi cingono la vita e mi
tirano a sé finché il suo cuore rimbomba contro il mio.
Quello che sto immaginando non può, non può assolutamente, essere la verità; quindi mi aggrappo
a Jase e cerco di riversare in lui tutto il mio amore e tutta la forza che ho, attraverso le labbra e le
braccia e tutto il corpo. Scaccio quel sussurro che dice “litoranea” e la mamma che grida: «Oddio»,
e la voce ferma di Clay e quel tonfo orribile. Li ripiego, li metto via, li avvolgo nel pluriball e nel
nastro adesivo.
Non è la prima volta che facciamo l’amore con quest’urgenza, guidati dalla fretta di provare tutte
le emozioni possibili, ma mai così, mai con tanta smania. Lui mi strappa la maglietta di dosso e io gli
passo le mani sui fianchi lisci, sento guizzare i muscoli, le sue labbra calde sulla gola, le mie dita tra
i suoi capelli, un po’ per disperazione e un po’ per dare sollievo, un assaggio della forza della vita in
quella notte silenziosa.
Dopo, Jase china il capo sulla mia spalla ed emette lunghi respiri. Per un po’ restiamo zitti.
«Devo chiederti scusa?» mi chiede. «Non so cosa… non so perché… mi ha aiutato, ma…»
Gli poso le dita sulle labbra. «No, non chiedere scusa. Ha aiutato anche me.»
Restiamo fermi a lungo, mentre il cuore torna gradualmente al ritmo normale, il sudore ci evapora
dalla pelle, i nostri respiri si mescolano. Alla fine, senza parole, ci mettiamo a letto. Lui mi fa posare
la testa sul suo petto, mi posa una mano calda sul collo. Poco dopo il suo respiro rallenta, ma io resto
sveglia a fissare il soffitto.
Mamma, cos’hai fatto?
Capitolo Quaranta

«Jase. Tesoro? Jase.» La voce della signora Garrett rimbomba nella stanza silenziosa. Scuote
leggermente la maniglia, ma Jase ha chiuso a chiave e la porta non si apre. Lui scatta su dal letto,
raggiunge la porta in un lampo, la sua sagoma alta si staglia in controluce mentre gira la chiave, ma
poi apre il meno possibile.
«Papà… Che succede?» Gli si spezza la voce.
«È stabile. Ha subito un intervento d’emergenza, gli hanno trapanato la testa per alleviare la
pressione intracranica. Alice mi ha detto che è una procedura standard. Sono tornata a casa solo per
cambiarmi e pompare il latte per Patsy. Joel è rimasto lì. Non sapremo niente di certo finché papà
non si sveglia.» La voce è squillante ma incrinata dalle lacrime. «Sei sicuro che puoi occuparti tu del
negozio, oggi?»
«Ci penso io, mamma.»
«Alice resta con me per tradurre il gergo medico. Joel deve andare al lavoro, ma torna stasera.
Puoi farti aiutare da Tim? So che oggi ha il giorno libero, ma…» Jase esce in corridoio e la
abbraccia. Penso sempre alla signora Garrett come a una donna alta, ma ora mi accorgo che è minuta
quanto me tra le braccia di suo figlio.
«Andrà tutto bene. Ce la caveremo. Tim ha già detto che andava ad aprire il negozio. Di’ a papà…
di’ a papà che gli voglio bene. Porta qualcosa da leggergli. Quel libro sulla tempesta perfetta? È una
vita che vuole leggerlo. È nel suo furgone.»
«Samantha? Puoi restare con i bambini?» mi chiede la signora Garrett.
Anche nella penombra vedo Jase arrossire. «Sam stava solo…» Lascia la frase in sospeso. Povero
Jase. Cosa può dire? È passata a salutarmi? Mi aiutava a dar da mangiare agli animali?
«Va bene» dice subito lei. «Puoi fermarti qui, Sam?»
«Certo» rispondo.
La giornata passa in un soffio. Faccio le cose che faccio di solito da babysitter, ma non funzionano
come al solito. Non avevo mai tenuto Patsy per più di qualche ora, e non so se odia più il biberon o
me. La signora Garrett telefona alle dieci, scusandosi: non può tornare a casa per allattarla ma c’è
del latte materno nel freezer. Patsy non vuole saperne. Spinge via il biberon, piange. Alle due del
pomeriggio è paonazza, sudata e continua a strillare. Dalla nota di isteria nel suo pianto capisco che è
stanchissima, ma non si addormenta. Quando la metto nella culla lancia fuori tutti i peluche in un
chiaro gesto di protesta. George non si stacca da me: mi snocciola fatti in un tono basso e teso, mi
stringe il braccio per accertarsi che lo ascolti, piange spesso. Harry fa tutto quel che non deve:
picchia George e Duff, butta nel water un rotolo intero di carta igienica «per vedere che succede»,
tira fuori dal frigo un tubetto di pastafrolla e la mangia con le dita.
Quando arriva Jase, alle cinque, sto per sdraiarmi sul tappeto e fare i capricci come Patsy. Ma
sono contenta di essere indaffarata, perché quasi… non del tutto, ma quasi… mi impedisce di pensare
alle cose che mi frullano in testa come i sottotitoli con le notizie al telegiornale. Non può essere
colpa della mamma. Non può. È impossibile.
Jase è esausto, e io mi faccio forza e gli chiedo come sono andate le vendite, se ha saputo altro
dall’ospedale.
«Niente di niente» dice, slacciandosi una scarpa e lanciandola nell’ingresso. «È stabile. Non è
cambiato niente. Non so neppure cosa significa, stabile. È stato investito da una macchina e gli hanno
trapanato il cranio. “Stabile” vuol dire che è tutto come prima, ma qui niente è come prima.» Lancia
con forza la seconda scarpa, lasciando uno sbaffo sulla parete. Il rumore sveglia Patsy, che
ricomincia a piangere tra le mie braccia.
Jase la guarda, poi allunga le mani e me la prende, le piccole braccia pallide tra le sue abbronzate.
«Deduco che anche tu abbia passato una pessima giornata, Sam.»
«Non quanto la tua.» Patsy gli agguanta la maglietta e cerca di infilarsela in bocca.
«Povera piccola» mormora Jase sul collo della sorellina.
Alice rientra in casa poco dopo, portando pizza e zero notizie avvolte in gergo medico. «Hanno
dovuto trapanare per alleviare la pressione intracranica, Jase. L’edema cerebrale è sempre un rischio
in caso di trauma cranico, e sembra che sia caduto battendo la testa. Ma di solito i pazienti si
riprendono da questa procedura senza esiti nefasti… insomma, senza conseguenze a lungo termine…
a meno che non ci sia un altro trauma di cui non sappiamo ancora.»
Jase scrolla la testa, si morde il labbro e si gira dall’altra parte, mentre i fratellini corrono in
cucina attirati dal profumo di pizza e dalle voci di adulti che capiscono tutto.
«Oggi pomeriggio sono andato in bici sulla litoranea» spiega Duff «in cerca di indizi. Niente.»
«Non siamo su CSI, Duff.» La voce di Alice è più affilata del coltello con cui taglia la pizza.
«Però è un mistero. Qualcuno ha investito papà ed è scappato. Pensavo di trovare strisciate di
gomma sull’asfalto, da cui risalire alla marca degli pneumatici. O pezzi di un faro, o un parafango, da
cui dedurre marca e modello della macchina e…»
«E non arrivare da nessuna parte» lo interrompe Alice. «Chiunque abbia investito papà, è sparito
da un pezzo.»
«La maggior parte dei pirati della strada non viene mai identificata» ammette Duff. «Ho letto anche
questo online.»
Chiudo gli occhi e mi vergogno del sollievo che sto provando.
Jase cammina verso la porta di casa stringendo e allentando i pugni. «Gesù. Come si fa a fare una
cosa del genere? Che razza di persona devi essere, per investire un altro essere umano e andartene?»
Mi sento male. «Forse non si è accorto di aver investito qualcuno?»
«Impossibile.» Non l’avevo mai sentito parlare con tanta durezza. «Quando guidi ti accorgi se
calpesti la ghiaia, un vecchio copertone, una scatola da fast food, uno scoiattolo morto. Non puoi
passar sopra a un uomo di ottanta chili e non accorgertene.»
«Forse la persona che l’ha investito era la persona che doveva incontrare» ipotizza Duff. «Forse
papà è coinvolto in una faccenda top secret e…»
«Duff, non siamo in un film di spionaggio, questa è la vita reale. La nostra vita.» Alice gli lancia
contro un piatto di plastica, con violenza.
Duff arrossisce e gli vengono le lacrime agli occhi. Guarda la sua fetta di pizza con la gola serrata.
«Sto solo cercando di aiutare.»
Jase si piazza dietro di lui e gli stringe una spalla. «Lo sappiamo. Grazie, Duffy. Lo sappiamo.»
I bambini si mettono a mangiare, con l’appetito intatto nonostante tutto.
«Forse papà è nella mafia» riflette Duff un po’ di tempo dopo, con gli occhi di nuovo asciutti e la
bocca piena. «E stava per diventare un pentito, e allora…»
«Chiudi il becco, Duff! Papà non è un mafioso! Non è neppure italiano!» grida Andy.
«C’è anche la mafia cinese, e…»
«Piantala! Stai facendo lo stupido apposta.» Ora è Andy a scoppiare in lacrime.
«Ragazzi» interviene Jase.
«Silenzio. Subito» intima Alice in tono così gelido che tutti tacciono di colpo.
George posa la testa sul tavolo e si copre le orecchie. Patsy punta un dito accusatore su Alice e
strilla: «Culo!» Duff fa la linguaccia a Andy, che lo fulmina con lo sguardo. I miei Garrett sono nel
caos.
C’è un lungo silenzio, rotto solo dai singhiozzi di George. «Voglio papà» ulula. «Non mi piaci,
Alice. Sei cattiva. Voglio mamma e papà. Dobbiamo portare via papà dall’ospedale, lì non è al
sicuro. Potrebbe venirgli una bolla d’aria nella flebo, potrebbero dargli le medicine scadute.
Potrebbe esserci un’infermiera assassina.»
«Non succederà, fratellino» dice Jase, e lo prende in braccio.
«E tu come lo sai?» chiede George in tono feroce, facendo penzolare le gambe. «Me lo prometti?»
Jase chiude gli occhi e gli accarezza una scapola aguzza. «Te lo prometto.»
Ma dalla fasccia che fa, capisco che non gli crede.

Finalmente esausta, Patsy si addormenta sul seggiolone, la guancia rosea posata su una macchia di
sugo al pomodoro. George e Harry guardano un film su una banda di cuccioli di dinosauro che vive
varie avventure nei Tropici. Alice torna al reparto di terapia intensiva. Io chiamo la mamma per dirle
che non torno a casa per cena.
Risponde da un posto molto rumoroso con grasse risate in sottofondo. «Va bene, tesoro; sono a un
incontro, comunque. Sono venute molte più persone del previsto. Un grande successo!»
La voce è calma e allegra, senza la minima tensione. Dev’essere una coincidenza, quella buca
nella notte e il signor Garrett. Non può esserci un legame. Se ne parlassi sembrerei pazza.
Ci ha tirate su come due ragazze coscienziose. La cosa peggiore che potessimo fare io e Tracy era
mentire: «Hai fatto uno sbaglio, ma mentire l’ha reso cento volte peggio» era una predica che
sapevamo a memoria.
Capitolo Quarantuno

Il giorno dopo, quando arrivo al Breakfast Ahoy per licenziarmi, c’è un gran rumore di piatti. Sento
Ernesto imprecare contro l’insolito affollamento mattutino mentre dico a Felipe che me ne vado. È
incredulo. Sì, lo so, non è da me mollare tutto senza preavviso. Tanto più al culmine dell’estate. Ma i
Garrett hanno bisogno di me.
«No creo che se pueda volver y recuperar su trabajo» sbotta Felipe, passando alla lingua madre
per l’agitazione. Poi traduce: «Non pensare di poter tornare qui e riavere indietro il lavoro,
signorina. Se esci da quella porta, non rientri più».
Sopprimo una fitta di dolore. Il ritmo e l’energia sfrenata del Breakfast Ahoy sono un antidoto alle
lunghe ore di silenzio e tedio al B&T. Ma non posso andarmene dal B&T, la mamma lo verrebbe a
sapere subito.
Jase protesta, ma lo ignoro.
«Sbarazzarmi di quell’uniforme? Era ora» gli dico. E soprattutto, così ho tre mattine libere alla
settimana.
«Odio l’idea che questa faccenda abbia cambiato anche la tua vita.»
Ma neanche lontanamente quanto l’ha cambiata ai Garrett. La signora Garrett si è praticamente
trasferita all’ospedale. Torna a casa per dare da mangiare a Patsy, dormire qualche ora e fare lunghe
e inquietanti conversazioni telefoniche con il reparto amministrativo dell’ospedale. Alice, Joel e Jase
passano a turno la notte con il padre. George bagna il letto di continuo e Patsy odia il biberon. Harry
inizia a dire più parolacce di Tim, e Andy passa tutto il tempo su Facebook e a leggere e rileggere
Twilight.

L’aria della notte nella mia stanza è afosa e soffocante, e mi sveglio col fiato mozzo e una sete
terribile. Scendo al piano di sotto e vado verso la cucina, ma mi fermo quando sento la mamma.
«Non mi sembra giusto, Clay.»
«Ne abbiamo già parlato. Quanti bicchieri di vino avevi bevuto?»
Le trema la voce. «Tre… forse quattro? Non lo so. Non erano bicchieri interi, erano sorsi qua e
là.»
«Sopra il limite legale, Grace. Sarebbe la fine della tua carriera. Lo capisci? Nessuno lo sa, ormai
è fatta. Non pensarci più.»
«Clay, io…»
«Pensa a cosa c’è in ballo. Se ti rieleggono puoi fare del bene a più persone. È stato un piccolo
errore, un contrattempo. Succede a tutte le persone in vista. Tu sei stata più fortunata di altri, perché
nel tuo caso non è successo in pubblico.»
Squilla il telefono della mamma. «È Malcolm dall’ufficio, devo rispondere.»
«Aspetta» la ferma Clay. «Lo senti come parli, tesoro? Il tuo primo pensiero è per il dovere.
Anche nel mezzo di una crisi personale. Davvero vuoi privare la gente di questa dedizione? Pensaci.
È la cosa giusta da fare?»
Sento i tacchi della mamma che va verso il suo studio e inizio a salire le scale.
«Samantha, lo so che sei lì» dice piano Clay.
Mi blocco sul posto. Non può saperlo. C’è la moquette sulle scale, sono a piedi nudi.
«Vedo il tuo riflesso nello specchio dell’ingresso.»
«Avevo… sete, e…»
«E hai sentito tutto» conclude lui.
«Non ho…» Lascio la frase in sospeso.
Lui gira l’angolo della scala e si appoggia alla parete a braccia conserte: una posa disinvolta, ma
un’immobilità innaturale. «Non sono venuto qui per caso» mi dice. È illuminato in controluce dalla
cucina e non gli vedo bene la faccia. «Avevo sentito parlare di tua madre. Lei è… brava, Samantha.
Il partito è interessato. Ha tutto quel che serve: è bella, ha stile, ha sostanza… Potrebbe diventare
grande. A livello nazionale. Facilmente.»
«Ma…» lo interrompo. «L’ha investito, vero?» È la prima volta che lo dico a voce alta.
Lui si volta leggermente e ora lo vedo meglio. Vorrei tanto che fosse sorpreso o confuso, ma
invece vedo solo quello sguardo intento e concentrato, ora un po’ più cupo. «È stato un incidente.»
«Fa differenza? Il signor Garrett è comunque ferito. Gravemente. E non hanno l’assicurazione
medica e sono già in bolletta e…»
«È triste» mi interrompe Clay. «Davvero. Le brave persone faticano a sopravvivere. La vita è
ingiusta. Ma ci sono persone che possono cambiare le cose, che sono importanti. Tua madre è una di
loro. So che vuoi bene a quei Garrett, Samantha, ma guarda il quadro generale.»
Con gli occhi della mente vedo il signor Garrett che allena pazientemente Jase, che posa un bacio
sulle spalle della signora Garrett in cucina, che mi fa sentire la benvenuta, che sceglie di aiutare Tim,
che prende in braccio George addormentato, il suo viso nella luce crepitante dei fuochi d’artificio.
Un uomo solido e capace, la sua penna che fa clic-clic-clic e lui che si stropiccia gli occhi al
bancone mentre fa i conti. «Sono loro il quadro generale.»
«Quando hai diciassette anni e gli ormoni impazziti, forse.» Ride sottovoce. «Lo so che ti sembra
che loro siano il mondo intero, in questo momento.»
«Non è per questo» ribatto. «La mamma ha fatto una cosa sbagliata. Io lo so, tu lo sai. Ha fatto
molto male a una persona. E…»
Clay si siede sui gradini, appoggia la testa al muro, mi guarda comprensivo, quasi divertito. «La
tua prima preoccupazione non dovrebbe essere tua madre? Sai quanto si impegna in questo lavoro.
Quanto significa per lei. Davvero riusciresti a vivere con te stessa se glielo portassi via?» La sua
voce si addolcisce. «Io, te e tua madre siamo le uniche tre persone al mondo che lo sanno. Se
cominci a parlare, se lo dici a quella famiglia, lo sapranno tutti. Finirà sui giornali, al telegiornale,
forse anche sulle testate nazionali. Non saresti più la principessa privilegiata nel suo mondo perfetto:
saresti la figlia di una criminale. Come ti sentiresti?»
La bile mi brucia in gola. «Non sono una principessa» dico.
«Ma certo che lo sei» ribatte pacato Clay. Indica con un gesto della mano lo spazioso salotto, gli
arredi eleganti, le costose opere d’arte. «Lo sei sempre stata, quindi ti sembra normale. Ma tutto ciò
che hai – tutto ciò che sei – proviene da tua madre. Dai soldi della sua famiglia e dal suo duro
lavoro. Bel modo di ripagarla.»
«Non potrebbe semplicemente… spiegare… insomma… confessare e…»
«L’omissione di soccorso non si risolve a parole, Samantha. Soprattutto se sei in politica. Neppure
Teddy Kennedy c’è riuscito, nel caso non lo sapessi. Rovinerebbe la vita di tua madre. E la tua. E, a
dirtela tutta, non penso che farebbe bene neppure alla tua relazione. Non credo proprio che il tuo
amichetto vorrebbe uscire con la figlia della donna che ha ridotto suo padre a un vegetale.»
Le parole gli escono di bocca con tanta facilità, e mi immagino mentre cerco di raccontare a Jase
cos’è successo, il modo in cui mi guarderebbe. Ricordo la sua faccia nella sala d’aspetto
all’ospedale, l’espressione smarrita nei suoi occhi. Mi odierebbe. Che razza di persona fa una cosa
del genere?, chiederebbe. E io come farei a rispondere “mia madre”?
Il volto calmo di Clay ondeggia tra le lacrime che mi hanno riempito gli occhi. Si infila una mano
in tasca, tira fuori un fazzoletto di stoffa e me lo porge. «Non è la fine del mondo» mi dice in tono
gentile. «Un ragazzo, un’estate. Ma ti dico una cosa che ho imparato negli anni, Samantha. La famiglia
è tutto.»

Omissione di soccorso dopo aver provocato un incidente stradale: uno dei reati più gravi previsti
nell’ordinamento dello Stato del Connecticut. Fino a dieci anni di reclusione e diecimila dollari
di multa. Fisso le informazioni che ho trovato online finché quelle parole scritte nero su bianco mi si
imprimono nelle pupille.
Cosa succederebbe se la mamma andasse in prigione per dieci anni? Tracy farebbe l’università,
poi se ne andrebbe da qualche parte… ma io dove andrei? Non posso far conto sulla misericordia di
mio padre. Dal momento che se n’è andato senza aspettare neppure che nascessi, immagino che non
sarebbe felicissimo di vedermi riapparire adolescente sulla porta di casa sua.
Ma il signor Garrett… Stasera c’era Jase con lui all’ospedale. Mi ha chiamato per dire: «Papà si è
svegliato, per fortuna, e ci ha riconosciuti. Ma ora ha una cosa che si chiama trombosi venosa
profonda e non gli possono dare medicine per via della testa: non vogliono che gli sanguini il
cervello. Tutto quel gergo medico… non capisco perché non parlano più semplice. Forse perché
farebbe ancor più paura».
Non glielo posso dire. Non posso. Cosa posso fare? Restare al loro fianco è vago e non significa
niente. Come uno slogan su una maglietta o un adesivo da parafango, una promessa che nessuno ti
chiederà mai di mantenere con i fatti.
Posso fare la babysitter. Tutti i giorni. Gratis. Posso…
Cosa? Pagare i conti dell’ospedale? Tiro fuori il mio libretto di risparmio dal cassetto della
scrivania, controllo quanto ho messo via lavorando nelle ultime tre estati, senza spendere quasi
niente: 4532,27 dollari. Appena sufficienti a coprire bende e aspirine. Se anche trovassi un modo per
farglieli avere senza che sappiano da dove vengono.
Passo le ore successive a escogitare piani. Una busta nella cassetta delle lettere “da un amico”.
Soldi infilati nella cassa del negozio. Un biglietto della lotteria falsificato; documenti falsi su un
lontano parente defunto…
Arriva l’alba e io non ho avuto idee brillanti. Quindi faccio il minimo che possa fare, l’unica cosa
che mi viene in mente… corro in giardino, giro intorno alla staccionata, le infradito che sbattono sul
vialetto, entro in casa con la chiave che i Garrett tengono sotto la piscina gonfiabile dei bambini,
quasi invisibile tra l’erba alta.
Preparo il caffè. Tiro fuori le scatole dei cereali. Cerco di fare ordine sul tavolo della cucina. Mi
chiedo chi ci sia in casa e se sia il caso di salire in camera di Jase, quando la porta sul retro sbatte e
lui entra, stropicciandosi gli occhi, e resta di stucco vedendomi.
«Allenamento?» gli chiedo, ma a un secondo sguardo vedo che è troppo in ordine.
«Consegna dei giornali. Lo sapevi che su Mack Lane abita un tizio che ogni mattina aspetta che gli
lanci il giornale e lo prende al volo? Si mette a strillare se arrivo con cinque minuti di ritardo. Che ci
fai qui, Sam? Non…» Si avvicina e mi posa la mano sulla spalla. «Non che mi dispiaccia vederti.»
Indico il tavolo. «Pensavo di portarmi avanti. Non sapevo se tua madre fosse a casa o…»
Sbadiglia. «No, sono passato prima di tornare, oggi resta tutto il giorno all’ospedale. Alice ha
noleggiato il tiralatte.» Arrossisce. «Per Patsy. Insomma, la faccenda del latte è risolta. La mamma
non voleva allontanarsi da papà, dato che finalmente ha ricominciato a parlare.»
«Ricorda… qualcosa?» Se sì, evidentemente non l’ha detto a Jase, il cui viso aperto ed espressivo
non riesce mai a nascondere un pensiero.
«Niente.» Apre il frigo, tira fuori il latte, beve direttamente dalla tanica di plastica. «Solo che era
laggiù, dopo una riunione, ha deciso di tornare a casa a piedi per prendere una boccata d’aria, ha
pensato che stesse per piovere, poi si è risvegliato pieno di tubi.»
La parte di me che si sente sollevata è quella leale o quella sleale?
Jase alza le mani sopra la testa, si stiracchia da un lato e dall’altro, chiude gli occhi. Quasi
sottovoce, dice: «La mamma è incinta».
«Cosa?»
«Non lo so con certezza. Insomma, non è proprio il momento adatto per un annuncio, eh? Ma sono
quasi sicuro. Ha le nausee mattutine, beve sempre il Gatorade… diciamo che ormai riconosco i
segni.»
«Wow» esclamo, e mi lascio cadere su una sedia.
«È una bella cosa, no? Dovrei essere contento. Le altre volte ero sempre contento, ma…»
«Non è proprio il momento giusto» concludo.
«Mi sento così in colpa certe volte, Sam, per le cose che mi ritrovo a pensare.»
Non so perché, ma per quanto ci conosciamo bene non ho mai pensato che Jase potesse provare
emozioni come il senso di colpa. È che sembra troppo sano, troppo equilibrato per cose del genere.
«Sai quanto mi irrita quella gente» continua, a voce bassissima come se non volesse ascoltarsi.
«Quelli che al supermercato ci ricordano che esistono gli anticoncezionali. O quell’idiota che ha
riparato il generatore al negozio il mese scorso. Quando papà gli ha chiesto se poteva pagare a rate,
ha detto: “Non lo sapeva che con tutti questi figli non avrebbe più avuto un soldo?” Volevo prenderlo
a pugni. Ma… a volte lo penso anch’io. Mi chiedo come mai i miei non abbiano mai… immaginato…
cosa poteva significare un figlio in più. Le rinunce che devono sopportare tutti gli altri. Mi odio
perché lo penso, ma lo penso.»
Gli prendo il viso tra le mani e stringo forte. «Non puoi odiarti.»
«E invece mi odio. Perché è sbagliato. A chi sarei disposto a rinunciare? A Harry? A Patsy? A
Andy? A nessuno… ma… Samantha, sono solo il terzo figlio e già non ho soldi per andare
all’università. Cosa succederà quando arriviamo a George?»
Penso alla faccia seria di George chino sui libri con gli animali, a tutti i fatti che conosce. «George
ha il college dentro la testa. La Garrett University» dico.
Jase ride. «Sì, hai ragione. Ma… io non sono così. Io ci voglio andare, al college. Voglio essere…
all’altezza.» Fa una pausa. «Alla tua altezza. Non voglio essere il “povero disgraziato” con cui esci.»
«Quelle sono parole di mia madre, non mie.»
«Allora le faccio anche mie» dice lui in tono affranto «perché, Samantha… guardati.»
«Sono solo una ragazza con la vita facile e un fondo fiduciario. Senza problemi. Guarda te,
piuttosto.» Poi mi viene un pensiero orribile. «Ma… tu… ce l’hai con me per questo?»
Sbuffa. «Non essere ridicola. Perché dovrei? Non lo dai per scontato, lavori sodo e ti dai da fare.»
Fa una pausa. «Non ce l’ho più neanche con Tim. Per un po’ sì, perché sembrava che non sapesse
neppure quant’è fortunato. Ma non è così. E i suoi genitori sono terribili.»
«Sì, vero?» C’è il signor Mason, che passa la vita a dormire in poltrona, incurante di tutto; e la
signora Mason con la sua vocetta allegra e le statuette di porcellana e i figli depressi. Penso a Nan.
Diventerà come sua madre?
«Jase» mormoro. «Ho… un po’ di soldi. Messi da parte. Servono più a te che a me. Potrei…»
«No» mi zittisce subito lui, in tono deciso. «Smettila. No.»
Il silenzio tra noi è pesante, soffocante. Diverso. Insopportabile. Mi tengo occupata prendendo
scodelle dai pensili, trovando cucchiai.
Jase si stiracchia, intreccia le dita dietro la testa. «Devo ricordare quanto sono fortunato. I miei
genitori non avranno un soldo, e le cose adesso vanno male, ma sono genitori fantastici.
Quand’eravamo piccoli, Alice chiedeva sempre alla mamma se eravamo ricchi: lei rispondeva che
eravamo ricchi nelle cose che contano. Devo ricordare che ha ragione.»
È così tipico di Jase, reagire allo sconforto enumerando le sue fortune.
Mi si avvicina, mi posa sul mento un dito ruvido. «Baciami, Sam, così posso perdonare e
dimenticare me stesso.»
«Sei perdonato, Jase Garrett, per la tua umanità» gli dico.
È così facile perdonarlo. Nessun peccato. Altro che mia madre. Altro che me. Quando le nostre
labbra si toccano, non sento il calore e la spontaneità di sempre. Mi sento Giuda.
Capitolo Quarantadue

C’è un grande buco nero nel punto in cui dovrebbe esserci Nan. Potrei andare a raccontarle tutto, e
di sicuro mi ascolterebbe e forse mi aiuterebbe anche a capire cosa fare. Se c’è una persona al
mondo che mi capirebbe, quella è Nan. Era al mio fianco il giorno in cui mi sono venute le prime
mestruazioni, sul campo da tennis durante l’ora di ginnastica, in pantaloncini bianchi. Se n’è accorta
per prima, mi ha preso da parte, si è tolta i pantaloncini – la timida Nan – ed è andata in mutande
negli spogliatoi a prenderne un altro paio, e un assorbente. Ero lì la prima volta che abbiamo visto
Tim ubriaco – aveva dodici anni – e l’abbiamo infilato nella doccia sotto l’acqua fredda (non è
servito) e gli abbiamo fatto il caffè (niente da fare neanche così) e poi l’abbiamo messo a letto a
smaltire la sbornia. Lei era lì quando Tracy ha organizzato una festa a casa nostra mentre la mamma
era al lavoro, poi se n’è andata con il suo ragazzo lasciando noi – a quattordici anni – a cacciare
quaranta ragazzi più grandi e a pulire la casa prima che tornasse la mamma.
Ma ora non risponde ai messaggi, non risponde alle chiamate. Quando passo davanti al negozio di
articoli da regalo, si finge impegnata con i clienti o dice: «Devo andare a pranzo/a fare l’inventario
in magazzino/a parlare con il mio supervisore».
Com’è possibile che la nostra intera amicizia, i dodici anni da che ci conosciamo, sia stata
cancellata di colpo dalla cosa che ho visto? O dalla cosa che ha fatto lei. O da ciò che ho detto su ciò
che ha fatto. Non posso lasciarla andar via così, mi dico, ma lei sembra intenzionata a fare
esattamente questo. Perciò, alle cinque, al termine del turno al B&T, la interrompo mentre sta
compilando un ordine.
Quando le poso la mano sulla spalla, lei se la scrolla di dosso con un gesto riflesso, come un
cavallo che scaccia un tafano.
«Nan. Nanny. Vuoi fingere di non conoscermi? Per il resto della vita?»
«Non ho niente da dirti.»
«Be’, io ho qualcosa da dire a te. Siamo amiche da quando avevamo cinque anni. Non conta
niente? Adesso mi odi?»
«Non ti odio.» Per un istante le vedo negli occhi un’emozione che non riesco a identificare, poi
abbassa lo sguardo e chiude a chiave il cassetto della cassa. «Non ti odio, ma siamo troppo diverse.
È troppo faticoso esserti amica.»
Questo non me l’aspettavo proprio. «Faticoso? In che senso?» Sono una persona difficile e non
me n’ero mai accorta? Ripercorro i ricordi. Ho parlato troppo di mia madre? Di Jase? Ma sono
sicura che eravamo pari, perché l’ho ascoltata per ore lamentarsi di Tim. Ho sentito ogni dettaglio e
colpo di scena nella sua relazione con Daniel. L’ho consolata per i genitori. Ho visto con lei i film
del suo amato Steve McQueen anche se non ne ho mai capito il fascino. Tutto questo non conta
niente?
Lei drizza la schiena e mi guarda negli occhi. Noto che le tremano le mani.
«Sei ricca e bella. Hai una vita perfetta, un corpo perfetto, una media dei voti perfetta, e non devi
mai faticare per ottenere niente» sibila. «Niente ti riesce difficile, Samantha. Ti piove tutto nelle
mani. Michael Kristoff scrive ancora poesie su di te: lo so perché questa primavera era in classe con
me in scrittura creativa. Charley Tyler dice a tutti che sei la ragazza più bella della scuola. E va in
giro a dire che ha fatto sesso con te. Lo so perché qualcuno l’ha detto a Tim e Tim l’ha riferito a me.
E ora questo Jase Garrett, che è troppo bello per essere vero e ti muore dietro. Mi viene da vomitare.
Tu mi fai vomitare. Andare in giro con te e farti da spalla è troppo faticoso.» Abbassa ancor più la
voce. «Per non parlare del fatto che ora sai una cosa di me che potresti usare per rovinarmi la vita.»
«Non lo dirò a nessuno» mormoro, cercando di ingoiare il dolore. Mi si stringe così tanto il petto
che non riesco più a respirare. Troppo faticoso perché, Nan? Perché nell’amicizia non puoi usare
dizionari nascosti? «Non mi conosci per niente? Non farei mai una cosa del genere. Solo che… non
hai bisogno di barare… sei troppo intelligente, in tutti i sensi, e io voglio esserti amica e… e ho
bisogno di te. È successo qualcosa al padre di Jase e…»
«Ho sentito» ribatte secca. «Me l’ha detto Tim. E il tuo ragazzo è passato da noi l’altro giorno per
farmi sapere quanto ti sei resa utile e che ti mancavo. Non lo dirai a nessuno, eh? Il bellimbusto lo
sapeva che c’era sotto qualcosa, me ne sono accorta.»
«Non gli ho detto tutto. Quasi niente, anzi.» Sembra che mi stia giustificando, e lo detesto. «Solo
che avevamo litigato.» Le guardo le mani e le vedo sanguinanti: ha ricominciato a mangiarsi le unghie
sul serio. «Non mi aspettavo che venisse a casa tua.»
«Be’, è venuto. L’eroe alla riscossa, di nuovo. A te va sempre così. Io invece devo accontentarmi
di Daniel.»
Vorrei dirle: “L’hai scelto tu, Daniel”, ma non migliorerei le cose. È arrossita, ha quello sguardo
che le viene subito prima di piangere. «Nan…» inizio, ma lei mi interrompe.
«Non ho bisogno della tua pietà. E non voglio la tua amicizia.» Si posa la borsa sulla spalla magra
e dice: «Sbrigati, devo chiudere». La seguo all’ingresso. Lei chiude il chiavistello, si volta e se ne
va. All’ultimo momento si gira, e sembra più magra e più rigida del solito. «Come ci si sente a non
ottenere quel che vuoi, Samantha?»

Non mi ero mai sentita così.


L’ho pensato tante volte da quando ho conosciuto Jase. Ma sempre in senso buono, non questa
voragine nella pancia che ora mi accompagna ovunque.
Jase viene a prendermi al B&T e mi chiede se possiamo passare all’ospedale.
Sento una stretta allo stomaco. Non ho più rivisto il signor Garrett da quando la mamma ha fatto
quel che ha fatto. «Certo» esclamo, il genere di bugia bianca che non gli avevo mai detto.
Il reparto di terapia intensiva è al quarto piano, e serve un pass per entrare. Quando lo otteniamo,
vedo che Jase si prepara spiritualmente a entrare nella stanza. Faccio lo stesso, senza darlo a vedere.
Il signor Garrett sembra così piccolo nel suo camice d’ospedale, tubi ovunque, pallido sotto
l’abbronzatura nelle luci blu. Non è l’uomo che porta in spalla assi di legno, tiene in braccio Harry e
George e li solleva sopra la testa, lancia un pallone da football senza sforzo. Jase avvicina la sedia e
ci si lascia cadere, e posa la mano su quella del padre, dove gli aghi della flebo sono fissati con il
nastro adesivo. Si china a dirgli qualcosa all’orecchio, e io fisso lo schermo del monitor cardiaco,
dove una linea va su e giù, su e giù.

Mentre torniamo a casa, Jase fissa la strada. Non posa la mano sulla mia come al solito, le tiene
entrambe sul volante e lo stringe così forte che gli si sbiancano le nocche. Scivolo giù sul sedile e
poso i talloni sul cruscotto. Oltrepassiamo l’uscita per il centro città.
«Non andiamo a casa?» chiedo.
Jase sospira. «Pensavo di andare da French Bob. Sentire cosa può darmi per la Mustang se gliela
rivendo. Le ho dedicato molto tempo, e molti soldi.»
Lo prendo per un braccio. «No. Non puoi. Non puoi vendere la Mustang.»
«È solo una macchina, Sam.»
Non lo sopporto. Tutte le ore che Jase ha passato su quell’auto, a fischiettare lavorando. La
passione con cui legge le riviste di settore e ripiega gli angoli delle pagine. Non è solo una macchina:
è la sua unica distrazione, l’unica cosa che gli permette di rilassarsi e ritrovare se stesso. Come
facevo io quando cercavo le stelle con il cannocchiale. O quando guardavo i Garrett. Come quando
nuoto.
«Non è solo quello» affermo.
Invece di proseguire verso French Bob, accosta e torna indietro sulla lunga strada che costeggia il
fiume e si ferma al parco McGuire.
Il Maggiolone è vecchio e rumoroso, ma probabilmente non è per questo che cala un silenzio
improvviso quando lui spegne il motore. È la prima volta che torno lì dopo quella notte. Ci sono
rumori… lo sciabordio lento delle onde sugli scogli, perché è appena passato un motoscafo; i
gabbiani che gridano e si tuffano, lasciando cadere vongole sugli scogli.
Jase scende dalla macchina, scalcia un sasso sul sentiero sterrato con la punta della scarpa da
ginnastica, ma invece di dirigersi verso il Nascondiglio Segreto va verso la curva della strada
accanto al parco giochi. «Continuo a chiamare la polizia» mi dice. «Dicono sempre che non possono
fare niente, senza testimoni.» Un calcio ben assestato fa decollare il sasso dalla strada cosparsa di
sabbia e lo manda ad atterrare sull’erba. «Perché doveva piovere quella sera? Non è mai piovuto in
tutta l’estate.»
«Fa differenza se pioveva?» chiedo.
Si accovaccia e smuove la terra con le dita. «Se il terreno fosse stato asciutto, avremmo trovato
qualcosa. Tracce di pneumatici. E invece… chiunque sia stato, la passerà liscia: e non saprà mai il
dolore che ha provocato.»
Oppure lo saprà e non gliene importerà niente.
La vergogna mi brucia in petto, rimpiazzando la rabbia verso Nan. Più di ogni altra cosa al mondo
voglio dirgli la verità. Fin dall’inizio è stato facile dirgliela, gli ho detto verità che non avevo mai
rivelato a nessuno. Mi ha sempre ascoltata e capita.
Ma non c’è modo di capire questo.
Come potrebbe, se non lo capisco neanch’io?
Capitolo Quarantatré

«Ciao, tesoro! Ti sto preparando alcuni pasti pronti. Ultimamente sono sempre via e non
riusciamo mai a cenare insieme. Non voglio che tu ti nutra con quella robaccia del Breakfast Ahoy o
con le merendine al club. Quindi ho preparato alcune cene: il pollo arrosto con i funghi, quello che ti
piace tanto, e un po’ di pasta al ragù.» La mamma dice tutto ciò in tono allegro mentre mi trascino in
cucina al ritorno dalla piscina del club. «Le ho etichettate e ne surgelo alcune.» E continua.
Parla con voce ferma e calma, è in vena di chiacchiere. Indossa un abito a portafoglio color
anguria e ha i capelli sciolti: sembra mia sorella maggiore. La signora Garrett ha le occhiaie, è
smagrita e sempre inquieta. Ho provato a tener pulita la casa dei Garrett, ma peggiora ogni giorno di
più. Patsy fa i capricci, George è appiccicoso, Harry ne combina di tutti i colori, Andy e Duff si
azzuffano come due orsi. Jase è teso e preoccupato, Alice è ancor più acida del solito. Tutto è
cambiato, nella casa accanto. Nella nostra, invece, è tutto come prima.
«Ti va un po’ di limonata?» chiede la mamma. «L’altro giorno dal fruttivendolo avevano i limoni
Meyer, quindi ho usato quelli, per cambiare un po’. Non ne avevo mai assaggiati di così buoni.» Mi
versa un bicchiere, il ritratto della grazia, dell’efficienza, della sollecitudine materna.
«Smettila, mamma» le dico, sedendomi su uno sgabello.
«Non vuoi una madre chioccia, lo so. Ma tutte le altre estati, quando dovevo lavorare, avevi Tracy
a tenerti compagnia. Vuoi che ti faccia una tabella di cosa è surgelato e cosa è fresco? Non ce n’è
bisogno, te ne ricorderai, vero? Mi sono appena resa conto di quanto sei sola.»
«Non ne hai idea.»
Qualcosa nel mio tono deve averla colpita, perché si ferma, mi guarda nervosa, prosegue rapida:
«Dopo le elezioni ci prendiamo una bella vacanza. Magari da qualche parte nei Caraibi. Ho sentito
grandi cose su Virgin Gorda».
«Non ci posso credere. Cosa sei diventata, un robot? Come fai a comportarti come se fosse tutto
normale?»
Resta impietrita nell’atto di infilare un contenitore ermetico nel congelatore. «Non so di cosa
parli» dice.
«Devi dire la verità su quel che è successo» sibilo.
Si drizza lentamente, mi guarda negli occhi per la prima volta da giorni, si morde il labbro. «Se la
caverà.» Chiude con forza il coperchio di un contenitore. «Ho seguito i telegiornali. Jack Garrett è un
uomo relativamente giovane, in buona forma. Ci metterà un po’, ma si rimetterà. Nessun danno
permanente.»
Mi sporgo in avanti, poso le mani sul bancone, le sento scivolare sulla superficie liscia. «Come fai
a dire una cosa del genere? Ma ti ascolti quando parli? Questa non è una… sciocchezza…» Faccio un
gesto brusco con la mano e colpisco per errore la scodella di cristallo Waterford piena di limoni, che
vola verso la parete e va in mille pezzi, mentre i limoni rimbalzano ovunque.
«Quella apparteneva ai miei nonni» dice la mamma in tono seccato. «Non muoverti, vado a
prendere l’aspirapolvere.»
Qualcosa, in quell’immagine familiare di lei china sull’aspirapolvere a tracciare linee simmetriche
in abito e tacchi alti, mi fa sentire sul punto di esplodere. Salto giù dallo sgabello e spengo
l’aspirapolvere. «Non puoi ripulire e dimenticarti che è successo, mamma. I Garrett non hanno
l’assicurazione sanitaria, lo sapevi questo?»
Lei tira fuori il cestino dei rifiuti da sotto il lavello, si mette i guanti di gomma facendoli
schioccare e inizia metodicamente a infilare nel sacco i pezzi di vetro più grossi. «Non è colpa mia.»
«È colpa tua se è importante che non ce l’hanno. Resterà in ospedale per mesi! E poi forse dovrà
fare riabilitazione, chissà per quanto tempo. Il negozio era già in difficoltà.»
«Anche questo non mi riguarda. Molte piccole imprese sono in difficoltà, Samantha. È spiacevole,
e sai che ho tenuto comizi proprio su questo argomento…»
«Comizi? Ma dici sul serio?»
Sussulta per il volume della mia voce, poi si gira per riaccendere l’aspirapolvere.
Stacco la spina dal muro. «E tutto quello che mi hai sempre detto sulle responsabilità da
accollarsi? Lo pensavi davvero?»
«Non parlarmi con quel tono, Samantha. Sono io il genitore, qui. Sono io quella responsabile, che
rimane dove può far del bene a più persone. Come aiuterei i Garrett se perdessi il lavoro, se perdessi
la faccia? Non risolverebbe niente. Quel che è fatto è fatto.»
«Poteva morire. E se fosse morto, mamma? Il padre di otto figli. Cosa avresti fatto allora?»
«Non è morto. Clay ha chiamato la polizia dal telefono pubblico della stazione di servizio. Non
abbiamo ignorato la cosa.»
«Ma la stai ignorando adesso. È esattamente quello che stai facendo. La signora Garrett è incinta.
Ora avranno un altro figlio e il signor Garrett non potrà lavorare! Ma come fai a comportarti così?»
Mi strappa di mano il cavo dell’aspirapolvere, l’arrotola in una spirale stretta. «Be’, ecco,
appunto. Chi è che fa tutti quei figli, di questi tempi? Non dovevano farne tanti se non se li potevano
permettere.»
«Come farà Jase a tornare a scuola quest’autunno se deve lavorare al negozio?»
«Ecco, vedi! È come mi ha detto Clay. Gira tutto intorno ai tuoi sentimenti per quel ragazzo. Ti
preoccupi solo per te, Samantha.»
Resto a bocca aperta. «Non ha niente a che fare con me!»
Incrocia le braccia e mi guarda impietosita. «Se io avessi investito per sbaglio una persona che
non conoscevi, un estraneo, ti comporteresti così? Mi chiederesti di rinunciare alla carreira per aver
creato qualche problema temporaneo a qualcuno?»
La fisso. «Spero di sì. Penso di sì. Perché è la cosa giusta da fare.»
Il suo sbuffo disgustato le scompiglia qualche ciocca dei capelli ben pettinati. «Oh, piantala,
Samantha. È facile credere di sapere cos’è la cosa giusta da fare, quando hai diciassette anni e non
devi prendere decisioni importanti. Quando sai che, qualsiasi cosa tu faccia, qualcuno si prenderà
cura di te e risolverà tutto. Ma quando cresci, scopri che il mondo non è in bianco e nero, e la cosa
giusta non è indicata da una freccia lampeggiante. Le cose succedono, gli adulti prendono decisioni e
questo è il punto.»
«Il punto è che hai investito un uomo e te ne sei andata…» inizio a dire, ma vengo interrotta dalla
suoneria del suo cellulare.
Lo controlla e dice: «Ecco Clay. La conversazione è finita. Quel che è fatto è fatto e tutti ce lo
lasceremo alle spalle». Apre il telefono. «Ciao, tesoro! No, non ho da fare. Certo, aspetta, vado a
prenderlo nello studio.»
I suoi tacchi ticchettano sulle piastrelle del corridoio.
L’angolo della cucina è ancora pieno di limoni e schegge di cristallo. Torno a sedermi sullo
sgabello, posando la guancia sul granito freddo del bancone. Mi preparavo da giorni per parlare a
mia madre, mi ripetevo il discorso in testa, le argomentazioni più chiare possibili. Ora le ho
presentate tutte, ma è come se la conversazione non si fosse mai svolta, come se fosse stata spazzata
via e messa da parte.
Quella sera esco dalla finestra e mi accoccolo nel mio posticino. Dopo tutti quegli anni seduta lì
da sola, ora sembra strano e sbagliato starmene lì senza Jase. Ma lui è di nuovo all’ospedale. Dalla
finestra della cucina dei Garrett vedo Alice che lava i piatti. Il resto della casa è buio. Vedo la
monovolume che imbocca il vialetto. Aspetto di vederne uscire la signora Garrett, ma invece resta
seduta dentro a fissare davanti a sé finché non riesco più a guardarla e me ne torno in camera.

Nan ha detto che mi va sempre tutto bene senza che io debba alzare un dito.
A me non è mai sembrato che fosse così, ma è vero che impegnandomi a sufficienza sono sempre
riuscita ad avere ciò che volevo.
Non stavolta.
Per quanto mi sforzi, e non mi ero mai sforzata così tanto in vita mia, non riesco a migliorare la
situazione dei Garrett. Peggio ancora, tra me e Jase c’è tensione. Mi offro di aiutarlo ad allenarsi.
«Se tuo padre aveva scritto un programma degli allenamenti, posso leggertelo e seguirti mentre fai gli
esercizi.»
«Si teneva tutto in testa. Quindi grazie, ma me la cavo da solo.» Coperto di polvere dopo una
consegna di legname, apre il rubinetto del lavandino pieno di piatti e si bagna il viso, poi china la
testa per bere e rovescia per sbaglio un bicchiere mezzo pieno di latte sul bancone. Il bicchiere si
sfracella a terra, ma lui non lo raccoglie: gli sferra un calcio e lo scaraventa dalla parte opposta della
stanza, tra schizzi di latte.
Un sapore metallico mi stringe la gola, un campanello d’allarme. Mi avvicino e gli poso una mano
sulla spalla. È a testa china e gli vedo fremere un muscolo sulla mandibola. Il suo braccio resta
rigido sotto le mie dita. Non mi guarda. Il pugno di ferro che mi serra la gola si stringe ancor di più.
«Ehi, amico!» strilla Tim dal giardino sul retro, dove sta pulendo l’acqua della piscina. «Questo
marchingegno spruzza lo sporco invece di risucchiarlo. Lo sai riparare?»
«Sì, sì, ci penso io» risponde Jase senza muoversi.
«Cosa farebbero qui dentro senza di te?» dico, cercando di rallegrarlo. «Si romperebbe tutto.»
Sbuffa, per nulla divertito. «È già tutto rotto, no?»
Mi avvicino, gli poso la guancia sulla spalla, gli accarezzo la schiena. «Cosa posso fare per te?
Chiedimi qualunque cosa» sussurro.
«Non puoi fare niente, Sam. Solo…» Mi volta le spalle, si infila le mani in tasca. «Magari…
soltanto… lasciarmi un po’ di spazio.»
Arretro verso la porta della cucina. «Ah. Sì, certo. Torno un po’ a casa.»
Non sembriamo più noi. Resto sulla soglia, in attesa di… non so bene cosa.
Lui annuisce senza guardarmi e si china ad asciugare il latte versato.
Quando torno a casa, dove tutto è immobile, pulito e silenzioso, e i rumori esterni sono smorzati
dal ronzio dell’aria condizionata, salgo al piano di sopra, con la sensazione di camminare nell’acqua
o con delle scarpe di piombo. A metà delle scale mi fermo di scatto, mi siedo, appoggio la testa sul
gradino, chiudo gli occhi.
Mille volte, da quando è successo, sono stata sul punto di confessare tutto. Non riuscivo a
fermarmi, non riuscivo a nascondere a Jase una cosa così importante. Ogni volta mi sono morsa la
lingua, sono rimasta in silenzio, col pensiero: Se glielo dico, lo perderò.
Stasera ho capito.
L’ho già perso.

Più tardi, in salotto resta solo una luce fioca. Alla mamma piacciono i lampadari sul soffitto, quindi
capisco subito che non è lei. E ho ragione. Clay siede sulla grande poltrona davanti al camino, senza
scarpe, un grosso golden retriever ai suoi piedi. La mamma è raggomitolata sul divano, dorme della
grossa, i capelli sfuggiti allo chignon ordinato le ricadono sulle spalle.
Clay indica il cane con il mento. «Courvoisier. Lo chiamo Cory. Razza pura, figlio di campioni.
Ma ora è vecchio.»
In effetti, il muso che posa sui piedi nudi di Clay è incanutito. Ma Cory alza la testa vedendomi
entrare e scodinzola in segno di saluto.
«Non sapevo che avessi un cane. La mamma dorme?» chiedo, enunciando l’ovvio.
«Giornata lunga. Incontro con gli elettori alle cinque del mattino in General Dynamics. Poi un
discorso alla sede del comitato repubblicano e cena alla White Horse Tavern. Tua madre è una
professionista, non si ferma mai. Merita un po’ di riposo.» Si alza e va a coprirla con il plaid beige
che è sullo schienale del divano.
Faccio per voltarmi, ma lui mi ferma posandomi una mano sul braccio. «Siediti, Samantha. Anche
tu non fai altro che lavorare. Come se la passano quei Garrett?»
Come fa a chiedermelo, e in quel tono calmo, poi? «Non bene» rispondo.
«Già. Una bella sfortuna.» Prende il bicchiere di vino e sorseggia lentamente. «È questo il
problema, con le imprese individuali… devi fare affidamento sulla buona sorte.»
«Perché fingi che ti dispiaccia per loro?» chiedo, e la mia voce è più squillante di quanto mi
aspettassi nella stanza silenziosa. La mamma si muove nel sonno e affonda la testa sul cuscino.
«Come se quel che è successo fosse la volontà di Dio, e non un evento in cui sei stato coinvolto
anche tu? Come se sapessi cosa stanno passando?»
«Non ne sai molto, di me, vero?» Beve un altro sorso di vino e si china ad accarezzare la testa di
Cory. «So meglio di te cosa vuol dire essere poveri. Mio padre aveva una stazione di servizio. Io
tenevo la contabilità. Vivevamo in una città così piccola che quasi non serviva la macchina per
andare da un capo all’altro. E giù nel West Virginia la gente è parsimoniosa di natura. Molti mesi non
guadagnavamo abbastanza per pagare i dipendenti, non restava uno stipendio per mio padre. So
benissimo cosa vuol dire non avere un soldo ed essere con le spalle al muro.» Mi fissa intensamente.
«E me lo sono lasciato alle spalle. Tua madre è brava, ha un grande futuro davanti. Non permetterò a
una ragazzina rancorosa di portarglielo via. O di portarlo via a me.»
La mamma si muove ancora e poi si raggomitola quasi in posizione fetale.
«Devi prendere le distanze da quella famiglia» dice Clay, in tono quasi gentile. «E devi farlo
subito. Altrimenti usciranno fuori cose che non devono uscire, dal momento che i teenager sono in
balìa degli ormoni e non sono noti per la loro discrezione.»
«Io non sono mia madre, non sono tenuta a obbedirti» gli dico.
Si appoggia allo schienale, i capelli biondi gli spiovono sulla fronte. «Non sei tua madre, ma non
sei neppure stupida. Hai guardato bene la contabilità dei Garrett?»
Sì, l’abbiamo vista tutti, io Tim e Jase, ci abbiamo lavorato. Non capisco niente di matematica, ma
la situazione non sembra rosea. Il signor Garrett cliccava furiosamente il tappino di quella penna.
«Hai notato, per caso, il contratto di fornitura con la Campagna Reed? Tua madre si rivolge ai
Garrett per tutta la cartellonistica, i manifesti, le bandierine. È un mucchio di roba. Voleva rifornirsi
da Lowe, ma le ho detto che era meglio scegliere una ditta della zona. È una fonte di reddito
importante per il negozio, da qui a novembre. Non solo, ma anche il Bath and Tennis Club è cliente
dei Garrett, su suggerimento di tua madre. Stanno costruendo una nuova ala per la piscina coperta.
Soldi che finiscono dritti al negozio. Soldi che con altrettanta facilità potrebbero sparire. Legno
marcio, lavorazione non eseguita a regola d’arte…»
«Cosa stai dicendo? Che se non lascio Jase rescinderai i contratti di fornitura?»
Alla luce fioca i capelli biondi di Clay splendono come quelli di un angelo, quasi lo stesso colore
del pelo di Cory. Sembra così innocente nella sua camicia bianca ben stirata, con le maniche
rimboccate, gli occhi grandi, azzurri e sinceri.
Mi sorride. «Non sto dicendo nulla, Samantha. Ti enuncio i fatti così come stanno. Puoi trarne per
conto tuo le dovute conclusioni.» Fa una pausa. «Tua madre non fa che ripetermi quanto sei
intelligente.»
Capitolo Quarantaquattro

La mattina dopo, molto presto, percorro il breve tragitto dal mio giardino a quello dei Garrett, per
cercare Jase. Dal vialetto lo sento fischiettare. Mi viene quasi da sorridere.
Le gambe abbronzate e le vecchie Converse sono la prima cosa che vedo, perché spuntano da sotto
la Mustang. È sdraiato di schiena sullo skateboard di Duff e lavora alla sottoscocca. Non gli vedo la
faccia, e ne sono felice. Non sono sicura di poter fare quel che devo fare guardandolo negli occhi.
Ma lui riconosce i miei passi. O le scarpe.
«Ehi, Sam. Ciao, piccola.» Dalla voce sembra allegro, più rilassato che nei giorni scorsi. È in
pace con se stesso, impegnato in un lavoro che gli riesce bene, e per un po’ non deve pensare a
nient’altro.
Deglutisco. Sento la gola serrata, come se le parole che ho da dire volessero soffocarmi.
«Jase.» Non sembra nemmeno la mia voce. Mi pare giusto, dato che preferirei non essere lì. Mi
schiarisco la gola. «Non posso vederti.»
«Esco tra un momento, devo solo stringere questa vite altrimenti cola l’olio.»
«No, sto dicendo che non possiamo più vederci.»
«Cosa?» Sento il rumore dell’osso contro il metallo: è saltato a sedere, dimenticandosi dov’è. Poi
scivola fuori da sotto la macchina. Ha una macchia di olio scuro e una chiazza rossa sulla fronte. Gli
verrà un livido.
«Non posso più vederti. Non… non ce la faccio. Non posso più fare la babysitter per George e
Patsy e non posso vedere te. Mi dispiace.»
«Sam, cos’è successo?»
«Niente. È solo che non ce la faccio. Tu. Noi. Non ci riesco.» Si è avvicinato a me, così alto, così
vicino che sento il suo odore, gomma da masticare, grasso per motori, detersivo sui vestiti.
Indietreggio di un passo. Devo farlo. È già tutto rovinato. Non ho dubbi che Clay intenda dar corso
alle sue minacce. Mi basta ricordare la sua faccia mentre diceva di essersi lasciato il passato alle
spalle, il tono implacabile con cui ha ordinato alla mamma di fare retromarcia e andarcene. Se non
faccio quel che devo, Clay farà tutto il necessario per rovinare i Garrett. Non ci vorrà molta fatica.
«Non posso» ripeto.
Jase scuote la testa. «Non puoi neanche fare così. Devi darmi una possibilità di rimediare al male
che ho fatto, qualsiasi sia. Cos’ho fatto?»
«Tu non hai fatto niente.» La scusa più vecchia e debole del mondo per mollare qualcuno. E in
questo caso, anche la più vera.
«Questa non sei tu! Tu non ti comporti così. Che ti prende?» Fa un passo verso di me, mi guarda
preoccupato. «Dimmelo, così posso rimediare.»
Incrocio le braccia e mi allontano. «Non puoi riparare tutto, Jase.»
«Sì, be’, non sapevo neppure che ci fosse qualcosa di rotto. Non capisco. Parlami.» Abbassa la
voce. «È per il sesso… È successo troppo in fretta? Possiamo rallentare. Possiamo… fare qualsiasi
cosa, Sam. È per via di tua madre? Dimmi di cosa hai bisogno.»
Gli volto le spalle. «Ho bisogno di andarmene.»
Mi stringe forte il braccio per fermarmi. Tutto il mio corpo sembra contrarsi, come se mi stessi
rimpicciolendo, ripiegando su me stessa.
Mi fissa incredulo e lascia ricadere la mano. «Non… non vuoi che ti tocchi? Ma perché?»
«Non posso più parlare. Devo andarmene.» Devo allontanarmi prima di non farcela più, prima che
mi esca fuori tutto quanto, e chi se ne frega della mamma e di Clay e del negozio. Devo.
«Te ne vai così? Mi lasci così? Proprio adesso? Io ti amo. Non puoi…»
«Devo.» Ogni parola sembra volermi strangolare. Mi incammino sul vialetto, cerco di camminare
piano, di non correre, di non piangere, di non provare alcuna emozione.
Sento passi rapidi, Jase che mi segue.
«Lasciami stare» grido senza voltarmi, e accelero il passo, mi dirigo verso casa come se fosse un
rifugio.
Jase, che potrebbe facilmente raggiungermi e superarmi, resta indietro, lasciandomi ad aprire la
porta pesante e a barcollare nell’atrio, e poi a raggomitolarmi a terra con le mani premute sugli
occhi.
Mi aspetto che mi chiedano conto di quel che ho fatto. Che Alice venga a citofonare per
cantarmene quattro. Che arrivi la signora Garrett con Patsy in braccio, arrabbiata con me per la prima
volta. O George, con gli occhioni, a chiedere cos’è successo a Sailor Moon. Ma non accade niente di
tutto ciò. È come se fossi scomparsa dal pianeta Terra senza lasciare traccia.
Capitolo Quarantacinque

Non sono io quella che è stata investita da una macchina. Non sono io ad avere otto figli e un
altro nella pancia. Non sono Jase, che cerca di mandare avanti la baracca e medita di vendere
l’unica cosa bella che gli resta.
Mi sveglio ogni mattina e vorrei tirarmi le coperte sulla testa, e perciò mi detesto. Non è a me che
è successo tutto quanto. Io sono solo una ragazza con la vita facile e un fondo fiduciario a cui poter
attingere. Proprio come ho detto a Jase. Eppure non riesco a tirarmi giù dal letto.
Ultimamente la mamma è ancor più allegra e premurosa del solito, mi prepara il frullato prima che
possa chiederglielo, mi lascia sul letto pacchetti con sdolcinati post-it:
Ho visto questa camicetta così carina, e ho capito che era perfetta per te!
Ho comprato un paio di sandali per me e pensavo che sarebbero piaciuti anche a te!
Mi lascia dormire fino a mezzogiorno senza fare commenti. Ignora il fatto che rispondo a
monosillabi, e parla di più per riempire i silenzi. A cena, lei e Clay parlano di trovarmi uno stage a
Washington la prossima estate, o magari a New York, e mi presentano le possibilità aprendole a
ventaglio come un campionario di vernici – «Come starebbe bene questo colore nel tuo futuro!» –
mentre io sbocconcello frutti di mare.
Dato che non me ne importa più di cosa dirà la mamma, mi licenzio dal B&T. Nan è a pochi metri
da me, irradia rabbia e risentimento attraverso le pareti del negozio di articoli da regalo, mi dà la
nausea. Inoltre non riesco a concentrarmi sui clienti che nuotano nella piscina Olimpica, perché mi
ritrovo a fissare il vuoto.
A differenza di Felipe del Breakfast Ahoy, il signor Lennox non assume un atteggiamento
bellicoso; quando gli do i quindici giorni di preavviso e cerco di restituirgli la mia divisa, ben pulita
e stirata, prova a farmi cambiare idea. «Oh, signorina Reed! Ma insomma…» Guarda fuori dalla
finestra, inspira a fondo, va a chiudere la porta del suo ufficio. «Di sicuro non vorrà prendere una
Decisione Così Avventata.»
Gli dico che devo, e inaspettatamente mi sento toccata da quanto c’è rimasto male. Lui tira fuori di
tasca un fazzoletto di seta con decori cachemire e me lo porge. «È sempre stata un’ottima dipendente.
La sua etica del lavoro è impareggiabile. Non vorrei proprio vederla Dimettersi Impulsivamente. C’è
per caso… una Situazione Delicata che la mette a disagio, qui al lavoro? Il nuovo bagnino? Sta forse
facendo Approcci Indesiderati nei riguardi della sua Persona?»
Una parte di me vorrebbe abbandonarsi a sghignazzi isterici. Ma i grandi occhi castani del signor
Lennox, che sembrano ancor più grandi dietro gli occhiali, trasmettono una preoccupazione sincera.
«Devo Dirne Quattro a qualcuno?» prosegue. «Vuole Confidarsi con me?»
Ah, se lei sapesse.
Per un momento le parole mi risalgono in bocca. “Mia madre ha quasi ucciso il padre del ragazzo
che amo, e ora io gli ho spezzato il cuore e non posso dirlo a nessuno. La mia migliore amica mi odia
per qualcosa che ha fatto lei, e io non so come rimediare. Non so più chi è mia madre e non mi
riconosco più neppure io, ed è tutto orribile.”
Immagino di riversare fuori tutte quelle parole addosso al signor Lennox, l’uomo che si agita se
non sa l’ora esatta di una consegna di legname. Non c’è proprio verso.
«Non c’entra il lavoro. È solo che non posso restare qui.»
Annuisce. «Accetto le sue dimissioni con Profondo Rammarico.»
Lo ringrazio. Mentre mi volto per andar via, mi richiama: «Signorina Reed!»
«Mmm?»
«Spero che continuerà a nuotare. Può tenere la chiave. Il Nostro Accordo per i suoi allenamenti è
ancora valido.»
Riconoscendolo per il dono che è, dico: «Grazie». E me ne vado prima di poter aggiungere altro.

Senza più orari, senza turni da babysitter e turni per la colazione e turni da bagnina, giorni e notti si
susseguono senza soluzione di continuità. Passo notti irrequiete a girare per casa o a guardare film
per la TV in cui stanno messi tutti peggio di me.
Perché non chiamo mia sorella?
La risposta, ovviamente, è che la chiamo. Certo che la chiamo. Lei conosce benissimo la
situazione, conosce la mamma, conosce me. Sa tutto. Ma ecco cosa succede quando la chiamo:
Risponde la segreteria telefonica. La voce rauca di mia sorella, la sua risata di pancia così
familiare e così lontana. «Mi avete trovata. O per meglio dire, non mi avete trovata. Sapete cosa
fare. Sputate il rospo! Può anche darsi che vi richiami.» Me la immagino: Tracy in spiaggia, occhi
azzurri socchiusi contro il sole, a godersi quell’estate spensierata che ha detto alla mamma di essersi
guadagnata, il telefono nella tasca di Flip o spento, perché che problema c’è? La loro estate perfetta.
Apro la bocca per dire qualcosa, ma poi richiudo di scatto il telefono.

Sapete qual è la cosa più strana? Un tempo la mamma si accorgeva della più minuscola macchiolina
sulla mia camicia, o se non mi ero messa abbastanza balsamo sui capelli, o se cambiavo
minimamente le mie abitudini mattutine: «Bevi sempre un frullato prima di andare al lavoro,
Samantha. Perché oggi mangi pane tostato? Ho letto che un cambiamento nella routine di un
adolescente può essere un campanello d’allarme per la droga». E adesso? Da sotto la mia porta
potrebbero uscire volute di fumo di marijuana, e non basterebbe a fermare la tempesta di post-it che
ormai sono la sua modalità primaria di comunicazione.
Per favore, passa in tintoria a ritirare il mio tailleur di seta. C’è una macchia sul rivestimento
della sedia nello studio, mettici lo smacchiatore. Stasera torno molto tardi, attiva l’allarme prima
di andare a letto.
Mi sono licenziata da tutti i lavori e sono diventata una reclusa. E mia madre, a quanto pare, non se
n’è accorta.

«Tesoro! Tempismo perfetto!» dice pimpante la mamma quando mi trascino in cucina in risposta al
suo “Yu-huuu, Samantha, mi servi!”. «Stavo facendo vedere a questo signore come preparo la
limonata. Kurt, ha detto che si chiama?» chiede all’uomo seduto al bancone della nostra cucina, dopo
avermi salutato sventolando lo sbuccialimoni.
«Carl» risponde lui. Lo conosco: è il signor Agnoli, il fotografo dello Stony Bay Bugle.
Fotografava sempre la squadra vincitrice di nuoto. Adesso è nella nostra cucina e guarda la mamma
come se fosse una star del cinema.
«Abbiamo pensato di accompagnare un breve articolo sulla vita domestica della senatrice con
qualche foto di lei che prepara la limonata. Una metafora di ciò che è in grado di fare per lo Stato»
mi dice il signor Agnoli.
La mamma si gira a controllare la miscela di acqua e zucchero sul fornello, e spiega al signor
Agnoli che il segreto della ricetta è la scorza di limone.
«Torno di sopra» dico, e lo faccio. Forse, se riesco a dormire per cent’anni, mi sveglierò in una
storia più allegra.

Mi sveglio di soprassalto con la mamma che mi scuote per un braccio. «Non puoi dormire tutto il
giorno, tesoro. Ho dei progetti.»
È la stessa di sempre, fisicamente: chignon ordinato, trucco impeccabile, calmi occhi azzurri. Mi
sento in una versione alla rovescia di come mi sentivo dopo che Jase aveva passato la notte da me.
Quando ti capitano cose importanti, non ti si dovrebbero leggere in faccia? Ma sul viso della mamma
non c’è niente da leggere.
«Ho preso una giornata libera.» Mi accarezza la schiena. «Lavoro troppo, ti ho trascurata, lo so.
Ho pensato che potremmo andare dall’estetista, o magari…»
«Estetista?»
Al suono della mia voce si tira un po’ indietro, poi prosegue nello stesso tono suadente: «Ti
ricordi che lo facevamo sempre, il primo giorno delle vacanze estive? Era una tradizione, e
quest’anno l’abbiamo saltata. Ho pensato che fosse ora di sdebitarmi, possiamo andare a pranzo fuori
e…»
Mi alzo a sedere sul letto. «Pensi davvero che funzioni così? Non è da me che devi farti
perdonare.»
Si alza e va alla finestra che dà sul giardino dei Garrett. «Smettila. Non otterrai niente.»
«Forse, mamma, se potessi capire perché no…» Mi tiro giù dal letto e mi metto accanto a lei alla
finestra, a guardare la casa dei Garrett, i giocattoli in giardino, i gonfiabili che galleggiano in piscina,
la Mustang.
Serra la mandibola. «Vuoi la verità? E va bene. Non mi piaceva quando tu e Tracy eravate
piccole. Non sono come quella donna laggiù.» Indica la casa dei Garrett. «Non sono una cavalla da
riproduzione. Sì, volevo dei figli, sono figlia unica, mi sentivo sempre sola. Quand’ho conosciuto tuo
padre, con la sua famiglia numerosa, ho pensato… Ma detestavo il disordine, e gli odori, e le
distrazioni continue. E poi ho scoperto che anche lui ne aveva abbastanza. Quindi se n’è andato per
tornare a fare il ragazzino e mi ha lasciato con due bambine piccole. Potevo permettermi dieci tate, e
invece ne hai avuta una sola e solo dal lunedì al venerdì. Sono uscita viva da quel periodo. Ora
finalmente ho trovato un posto per me.» Mi prende di nuovo per un braccio e mi scuote, come se
volesse svegliarmi di nuovo. «Vuoi farmici rinunciare?»
«Ma…»
«Lavoro così tanto, da prima ancora che tu nascessi. Devo scontare una pena per il resto della vita,
per l’unica sera in cui sono riuscita a rilassarmi e divertirmi un po’?»
Un altro scuotimento. Il suo viso è molto vicino al mio.
«Ti sembra giusto, Samantha?»
Non so più cos’è giusto. Mi fa male la testa e nel cuore ho solo il vuoto. Vorrei poter smontare il
suo ragionamento, come si distrugge un lavoro a maglia tirandolo per un capo, ma la trama è così
intricata che non ci capisco niente.

Continuo a guardare i Garrett, e sono sollevata quando vedo segnali di normalità: Alice che prende il
sole in giardino, Duff e Harry che giocano con le pistole ad acqua. Ma guardarli non fa più lo stesso
effetto: al contempo speranza e calma, l’idea che ci fossero altri mondi al di là del mio, dove
potevano accadere cose straordinarie. Ora mi sento in esilio, di ritorno nel Kansas e di nuovo in
bianco e nero, come all’inizio del Mago di Oz.
Cerco di schivare i ricordi di Jase, ma sono ovunque. Ieri ho trovato una sua camicia sotto il letto
e sono rimasta lì impalata tenendola in mano, in uno stupore atterrito perché non l’avevo notata… e
neanche la mamma. L’ho infilata in fondo al cassetto delle mie magliette. Poi l’ho tirata fuori e l’ho
indossata per dormire.
Capitolo Quarantasei

Sto percorrendo il vialetto, una delle poche volte che metto il naso fuori di casa, quando mi sento
toccare su una spalla, mi volto e vedo Tim.
«Si può sapere cosa cazzo stai combinando?» vuol sapere, e mi agguanta la mano.
«Lasciami in pace.» Me lo scrollo di dosso.
«Scordatelo. Non fare la regina dei ghiacci con me, Samantha. Hai mollato Jase senza dargli
spiegazioni. Nan non parla di te se non per dire che non siete più amiche. Guardati: sei uno straccio.
Secca come un chiodo, e pallida. Non sembri più quella di prima. Che diavolo ti prende?»
Tiro fuori la chiave per aprire la porta. Nonostante la giornata afosa, sembra fatta di pietra:
pesante e fredda nella mano. «Non voglio parlare con te, Tim. Non sono affari tuoi.»
«Col cavolo. Lui è amico mio. Sei stata tu a farlo entrare nella mia vita. Ha migliorato le cose.
Non ho nessuna intenzione di starti a guardare mentre lo fai soffrire, quando ha già tanti problemi.»
Apro la porta e lascio cadere la borsa, che mi sembra fatta di piombo. Mi fa male la testa. Tim,
ovviamente, spietato com’è, mi segue dentro e lascia che la porta si richiuda alle nostre spalle.
«Non posso parlare con te.»
«Va bene, allora parla con Jase.»
Mi giro a guardarlo. Anche quel movimento è doloroso. Forse io stessa mi sto lentamente
trasformando in pietra. Ma se fossi di pietra non soffrirei così tanto, no?
Tim mi guarda in faccia e dalla sua vedo svanire la rabbia, rimpiazzata dalla preoccupazione. «Ti
prego, Samantha. Io ti conosco, tu non ti comporti così. Così è come si comportano le ragazze sceme
e incasinate. I farabutti come me. Ti conosco da quand’eri piccola, e già allora avevi la testa sulle
spalle. Non capisco proprio. Tu e Jase… stavate benissimo insieme. Non saresti mai scappata in
questo modo. Che diavolo ti prende, me lo dici?»
«Non posso parlare con te» ripeto.
I suoi freddi occhi grigi mi scrutano, mi trafiggono. «Devi parlare con qualcuno. Se non Jase, se
non Nan… sicuramente non tua madre… con chi puoi parlare?»
Di punto in bianco scoppio a piangere. Non avevo mai pianto e ora non riesco a fermarmi. Tim,
palesemente inorridito, si guarda intorno come sperando che qualcuno, chiunque, entri a salvarlo da
questa ragazza singhiozzante. Mi lascio scivolare lungo la parete e continuo a piangere seduta per
terra.
«Merda. Piantala, non può essere così brutto. Qualsiasi cosa sia… si può risolvere.» Va in cucina,
strappa un po’ di carta assorbente dal rotolo, me la lancia. «Ecco, asciugati le lacrime. A tutto c’è
rimedio. Persino a me. Ascolta, mi sono iscritto al corso per il diploma di istruzione generale. Me ne
vado di qui. Il mio amico Connor, che ho conosciuto agli alcolisti anonimi, ha un appartamento sopra
il garage: vado a vivere lì, così non devo più avere a che fare con i miei, e posso… ecco, soffiati il
naso.»
Prendo la carta ruvida e soffio. So di essere paonazza e gonfia e ora che ho iniziato a piangere mi
sembra plausibile che non smetterò mai più.
«Ecco fatto.» Mi dà dei colpetti imbarazzati sulla schiena, più come se cercasse di farmi sputare
qualcosa incastrato in gola che non per consolarmi. «Qualsiasi cosa stia succedendo, andrà tutto a
posto… ma non penso che lasciare Jase possa aiutarti.»
Piango più forte.
Con un’espressione rassegnata, Tim strappa altra carta dal rotolo.
«Posso…?» A forza di piangere mi è venuto il singhiozzo e non respiro quasi più.
«Puoi… cosa? Sputa il rospo.»
«Posso venire a vivere con te? Sopra il garage?»
Tim si raggela con la mano a mezz’aria all’altezza dei miei occhi, che si accingeva a tamponare
con il tovagliolino. «C-c-cosa?»
Non ho fiato abbastanza – o forse mi manca il coraggio – per ripetere la domanda.
«Samantha, non puoi… Sono lusingato, ma… perché diavolo vorresti fare una cosa del genere?»
«Non posso restare qui. Con loro nella casa accanto e con la mamma. Non posso guardare in
faccia Jase e non sopporto di guardare in faccia lei.»
«È Grace, il problema? Che ha fatto? Ti ha detto che ti diseredava dal fondo fiduciario se non
mollavi Jase?»
Scuoto la testa senza guardarlo.
Tim si siede accanto a me per terra, distende le lunghe gambe. Io invece resto raggomitolata con le
ginocchia al petto.
«Parla, ragazzina.» Mi guarda dritto in faccia, senza battere le palpebre. «Dimmi tutto. Vado alle
riunioni, e non crederesti alla roba che mi tocca sentire.»
«So chi ha investito il signor Garrett» riesco a dire.
Tim sembra incredulo. «Porca miseria. Davvero? E chi?»
«Non te lo posso dire.»
«Ma ti sei fottuta il cervello? Non puoi tenere il segreto. Dillo ai Garrett. Dillo a Jase. Forse
possono trascinare quel bastardo in tribunale e farsi dare un bel risarcimento. Come l’hai scoperto,
comunque?»
«Ero lì. Quella notte. In macchina. Con mia madre.»
Sbianca sotto le lentiggini; i capelli sembrano ancor più rossi, come fiamme.
Il silenzio cala tra noi come un sipario.
Alla fine Tim esclama: «Ho scelto il giorno sbagliato per dire basta alle anfetamine».
Lo fisso.
«Scusa. Pessima battuta. Sono un immaturo. Lo so cosa stai dicendo. È solo che non lovoglio
sapere.»
«Allora vattene.»
«Samantha.» Mi prende per la manica. «Non puoi restare in silenzio. Gracie ha commesso un
reato, porco diavolo.»
«Le rovinerei la vita.»
«E quindi le permetti di rovinarla a loro?»
«È mia madre, Tim.»
«Sì, e tua madre ha combinato un disastro. E per questo tu rovini la vita a Jase e alla signora G. e a
tutti quei bambini? E la tua, anche? È una stronzata.»
«E allora cosa dovrei fare? Andare lì, guardare Jase negli occhi e dirgli: “Scusa, ma hai presente
quella persona che secondo te non poteva esistere, il pirata della strada? È la tua vicina di casa. È
mia madre”?»
«Ha il diritto di saperlo.»
«Tu non capisci.»
«No, certo che non capisco, non mi era mai capitata una cosa del genere. Dio, ho bisogno di
fumare.» Si tasta il taschino della camicia ma lo trova vuoto.
«La distruggerei.»
«Avrei anche un gran bisogno di bere qualcosa di forte.»
«Sì, sarebbe utile» dico. «Ecco com’è andata. La mamma ha bevuto troppo, e guidava lei, e…»
Affondo il viso tra le mani. «Io dormivo, e c’è stato un botto orribile.» Lo scruto tra le dita. «Non
riesco a togliermi quel rumore dalla testa.»
«Ah, ragazzina. Aaah, merda.» Mi posa delicatamente una mano sulle spalle tremanti.
«Clay le ha detto di proseguire, di fare retromarcia e di ripartire, e lei… l’ha fatto.» Sento che mi
si spezza la voce, sono ancora incredula. «L’ha fatto e basta.»
«Lo sapevo io, che quel tizio era la feccia dell’umanità» sbotta Tim. «Lo sapevo. E di quelli
peggiori: di quelli furbi.»
Restiamo in silenzio per qualche minuto, appoggiati alla parete. Poi Tim ripete: «Devi dirlo a
Jase, dirgli tutto quanto».
Mi premo i pugni contro le guance. «Dovrebbe dimettersi, e potrebbe andare in prigione, e sarebbe
tutta colpa mia.» Ora che ho iniziato finalmente a parlare, le parole mi si riversano dalla bocca in un
torrente inarrestabile.
«No. No, ragazzina. La colpa è sua. È stata lei a sbagliare. Tu faresti la cosa giusta.»
«Come hai fatto tu con Nan?» dico a voce bassa.
Sbarra gli occhi e li posa su di me. Piega la testa di lato, mi fissa, e lentamente gli si disegna in
volto la comprensione, e allora arrossisce e si guarda le mani. «Oh, be’, ecco… Nan è una rottura di
scatole, e mi piace farla soffrire… però è mia sorella.»
«E lei è mia madre.»
«È diverso. Vedi, io ero già fottuto. Non baravo nelle tesine, ma facevo qualsiasi altra stronzata mi
saltasse in mente. Mi sembrava giusto che qualcun altro mi ripagasse con la stessa moneta: la vita ti
punisce, è il karma. Ma tu non sei così. Tu lo sai chi sei.»
«Uno schifo, ecco cosa sono.»
Mi guarda. «Be’… un po’. Ma se ti soffi il naso di nuovo, e magari ti pettini un po’…»
Non riesco a non ridere, e mi cola ancor di più il naso, il che immagino mi renda ancora più
attraente.
Tim alza gli occhi al cielo, si rimette in piedi e mi porge tutto il rotolo della carta da cucina. «Hai
parlato con tua madre? Il signor Garrett ha un’infezione, adesso: ha la febbre alta, è un gran casino.
Forse, se lei sapesse quant’è grave la situazione…»
«Ci ho provato. Certo che ci ho provato. Ma è come parlare ai muri. È successo, ormai è andata,
se si dimette i Garrett non ci guadagnano niente, bla bla bla.»
«Se la portassero davanti a un giudice ci guadagnerebbero eccome» borbotta Tim. «E la polizia?
Una soffiata anonima? No, avrebbero bisogno di prove. E se vai a parlare con la signora Garrett? Lei
è una a posto.»
«Non riesco neppure a guardare la loro casa, Tim. Figurati se riesco a parlare con la signora
Garrett.»
«Allora inizia da Jase. Quel ragazzo è distrutto, Sam. Lavora da mattina a sera al negozio e poi va
all’ospedale, e continua quegli allenamenti assurdi e cerca di mandare avanti la baracca… e intanto
si fa mille domande su che cosa le è preso alla sua ragazza… se la situazione era troppo per te, o se
ha fatto qualcosa di male lui, o se pensi che la sua famiglia sia solo fonte di guai e non vuoi più
averci a che fare.»
«Quella è la mamma» ribatto istintivamente. «Non sono io.» Il mio ritornello preferito.
E invece… sono proprio io. Che resto zitta, che fingo. Sto facendo esattamente quel che ha fatto
la mamma. Dopotutto, sono proprio uguale a lei.
Mi alzo in piedi. «Sai dov’è Jase? In negozio?»
«Il negozio è chiuso, Samantha, sono le cinque passate. Non so dov’è. Ho chiuso io. Ma ho la mia
macchina e il suo numero di cellulare. Ti porto da lui. Poi me ne vado, eh? Dovete parlarne a tu per
tu. Però ti ci accompagno.» Mi porge il gomito come un gentiluomo ottocentesco. Mister Darcy. In
circostanze un po’ insolite.
Faccio un respiro profondo e prendo Tim a braccetto.
«E per la cronaca» dice lui «mi dispiace un casino, Samantha. Mi dispiace un fottuto casino per
questa storiaccia.»
Capitolo Quarantasette

Da quel primo giorno ero sempre entrata in casa dei Garrett senza bussare. Ma ora, quando Tim
posa la mano sulla maniglia della controporta, scrollo la testa. Non c’è il campanello, quindi busso
forte sul telaio di metallo della porta, facendola tremare. Sento la voce rauca di George in un’altra
stanza, quindi so che qualcuno in casa c’è.
Alice viene alla porta. Il sorriso le muore in volto. «E tu cosa vuoi?» dice attraverso la rete della
controporta.
«Dov’è Jase?»
Si guarda alle spalle e poi esce sui gradini, lasciando sbattere la controporta alle sue spalle.
Indossa il pezzo sopra di un bikini bianco e un paio di jeans tagliati corti, slavati. Accanto a me sento
la concentrazione di Tim dissolversi come l’elio da un palloncino scoppiato.
«Perché?» Alice incrocia le braccia e si appoggia alla porta.
«Ho qualcosa da… dirgli.» Ho la voce roca. Mi schiarisco la gola. Tim mi si avvicina, o per
sostenermi o per guardare nella scollatura di Alice.
«Avevo l’impressione che vi foste già detti tutto» ribatte in tono inespressivo. «Perché non torni
da dove sei venuta?»
La parte di me che è abituata a obbedire, a rispettare le regole, ovvero la figlia di mia madre,
corre giù per il vialetto in lacrime. Ma il resto di me, la vera me, non si muove di lì. Non posso
tornare da dove sono venuta. Quella Samantha non esiste più. «Devo vederlo, Alice. È in casa?»
Lei scuote la testa. Dopo l’incidente del signor Garrett ha smesso di tingersi i capelli, che ora sono
castani e ondulati con vecchie mèches bionde in ricrescita selvaggia. «Non vedo alcun motivo per
farti sapere dov’è. Lascialo in pace.»
«È importante, Alice» interviene Tim, che evidentemente sta ritrovando la lucidità.
Lei lo fulmina con lo sguardo e torna a osservare me. «Senti, Samantha, non abbiamo né il tempo
né lo spazio per star dietro alle tue scenate. Avevo iniziato a pensare che tu fossi diversa, che non
fossi l’ennesima principessa delle scuole private, e invece sembra proprio di sì. Mio fratello non ne
ha proprio bisogno.»
«Quello di cui tuo fratello non ha bisogno è che tu combatta le battaglie al posto suo.» Vorrei
essere più alta e intimidirla incombendo su di lei, ma io e Alice siamo alte uguali. E questo le facilita
il compito di scoccarmi un’occhiata assassina dritta negli occhi.
«Be’, è mio fratello: le sue battaglie sono le mie battaglie.»
«Calmatevi, voi due.» Tim si interpone tra noi, molto più alto di entrambe. «Non ci posso credere,
sto interrompendo una lotta nel fango tra due belle ragazze. Però dovete piantarla. Jase deve sentire
quel che Samantha ha da dirgli, Alice. Metti via la frusta.»
Lei lo ignora. «Senti, lo so che vuoi farlo per sentirti meglio eccetera, dirgli che non volevi farlo
soffrire e vorresti che restaste amici e compagnia bella. Ma lascia perdere. Vattene. Qui hai chiuso.»
«Sailor Moon!» esclama una vocetta allegra, ed ecco George, con il naso premuto sulla zanzariera
della controporta. «Ho fatto colazione con un gelato ricoperto di cioccolato. Si chiama Eskimo, ma lo
sai che non lo fanno davvero gli eschimesi? E non è neppure…» Abbassa la voce. «…fatto con gli
eschimesi. Lo sapevi che gli eschimesi fanno il gelato con il grasso di foca? Che schifo.»
Mi chino, allontanandomi da Alice. «George, Jase è in casa?»
«È in camera sua. Vuoi che ti accompagno? O che lo vado a prendere?» È così felice di vedermi,
non ce l’ha con me perché sono sparita. George, dal cuore d’oro. Mi chiedo cosa i Garrett – Jase –
gli abbiano detto – abbiano detto a tutti – sul mio conto. Ma poi George si rabbuia. «Non faranno il
gelato con i cuccioli di foca, vero? Quelli tutti bianchi e morbidi?»
Alice si appoggia alla porta chiudendola con il suo peso. «George, Samantha stava andando via.
Non disturbare Jase.»
«Non farebbero mai il gelato con i cuccioli di foca» dico a George. «Lo fanno solo con…» Non ho
idea di come finire la frase.
«Foche con malattie terminali» interviene Tim. «Foche con istinti suicidi.»
George è comprensibilmente confuso.
«Foche che vogliono diventare gelati» gli spiega Alice in tono brusco. «Si offrono volontarie. C’è
una lotteria. È un onore.»
Lui annuisce, riflettendoci su. Lo guardiamo tutti per capire se si è bevuto la spiegazione. Poi sento
una voce dietro di lui: «Sam?»
Jase ha i capelli dritti e spettinati, ancora bagnati dalla doccia. Le occhiaie sono più scure e la
linea del mento più marcata.
«Ehi, amico» gli dice Tim. «Ho accompagnato qui la tua ragazza, e stavo ammirando la tua guardia
del corpo. Però…» aggiunge, scendendo i gradini all’indietro, «adesso devo andare. Ci si vede.
Chiamami quando vuoi per fissare quell’incontro di lotta nel fango, Alice.»
Lei si fa da parte controvoglia mentre Jase apre la controporta, e poi fa spallucce e rientra in casa.
Jase esce, inespressivo. «Allora, che ci fai qui?»
George torna alla porta. «Secondo voi c’è in diversi gusti? Il gelato, dico. Tipo foca al cioccolato
o foca alla fragola?»
«Controlliamo dopo, va bene?» gli dice Jase.
George batte in ritirata.
«Hai il Maggiolone? O la moto?» gli chiedo.
«Posso prendere il Maggiolone. Joel è andato al lavoro con la moto.» Si volta verso la porta e
grida: «Al, prendo la macchina».
Non distinguo la risposta di Alice, ma scommetto che è piena di parolacce.
«Allora, dove andiamo?» chiede Jase quando saliamo in macchina.
Vorrei tanto saperlo.
«Al parco McGuire» suggerisco.
Rabbrividisce. «Non è un posto pieno di bei ricordi, Sam.»
«Lo so» dico, posandogli una mano sul ginocchio. «Ma voglio che siamo soli. Possiamo
camminare verso il faro, se preferisci. Ma dobbiamo essere soli.» Mi guarda la mano. La tolgo.
«E McGuire sia, allora. Il Nascondiglio Segreto andrà bene.» La sua voce è priva di emozioni.
Innesta la retromarcia, dà più gas del solito, svolta sulla strada principale.
C’è quel genere di silenzio imbarazzato che una volta non c’era mai. La parte di me ben addestrata
(la figlia di mia madre) vuole riempirlo di chiacchiere: Bel tempo in questi giorni, sì, io sto bene,
grazie, e tu? Fantastico! Hai visto la partita dei Red Sox?
Ma non dico niente. Mi fisso le mani in grembo e scocco occhiate furtive al suo profilo
impassibile.

Mi aiuta istintivamente a saltare di pietra in pietra fino alla roccia liscia in mezzo al fiume. La stretta
di quella mano calda e forte è così familiare, mi fa sentire così al sicuro, che quando mi lascia
andare mi sento incompleta.
«Allora…» esordisce, sedendosi con le braccia intorno alle ginocchia e guardando non me ma
l’acqua.
Forse esistono le parole giuste. Un modo per entrare in argomento con tatto. Una spiegazione
convincente. Ma io non la conosco. Mi viene fuori solo la terribile, nuda verità.
«È stata mia madre a investire tuo padre. Guidava lei.»
Jase volta la testa di scatto, gli occhi sbarrati. Lo guardo impallidire sotto l’abbronzatura. Apre la
bocca ma non dice niente.
«C’ero anch’io. Dormivo sul sedile dietro. Non ho visto niente. Non ero sicura di cosa fosse
successo. Per giorni e giorni. Non me ne sono resa conto.» Incontro il suo sguardo, aspettandomi di
vedere lo sconcerto che si trasforma in sdegno, lo sdegno in disprezzo, e mi dico che sopravviverò.
Ma lui continua a fissarmi e basta. Mi chiedo se sia sotto shock, magari devo ripetere. Ricordo che
mi aveva dato una barretta di cioccolato dopo quel viaggio in macchina con Tim, perché Alice
sostiene che la cioccolata fa bene per gli shock. Vorrei averne un po’. Aspetto che lui dica qualcosa,
qualsiasi cosa, invece mi guarda come se gli avessi sferrato un pugno allo stomaco, mozzandogli il
fiato.
«C’era anche Clay» aggiungo inutilmente. «È stato lui a dirle di andarcene, non che cambi
qualcosa perché è stata lei a investirlo, ma…»
«Si sono fermati, almeno?» Jase alza la voce. «E hanno controllato che respirasse? Gli hanno detto
che stava arrivando l’ambulanza? Qualcosa?»
Cerco di riempire i polmoni d’aria ma non ci riesco. «No. La mamma ha fatto retromarcia e ce ne
siamo andati. Clay ha chiamato l’ambulanza da un telefono a gettoni lì vicino.»
«È rimasto lì da solo nella pioggia, Samantha.»
Annuisco, cercando di deglutire il filo spinato che ho in gola. «Se l’avessi saputo, se mi fossi resa
conto» mormoro «sarei scesa dalla macchina. L’avrei fatto. Ma dormivo quand’è successo, abbiamo
fatto retromarcia… è successo tutto in un secondo.»
Si alza in piedi e guarda l’acqua. Poi dice qualcosa a voce così bassa che la brezza del fiume
porta via le parole. Mi avvicino. Voglio toccarlo, colmare il distacco, ma lui è rigido e immobile, ha
intorno a sé un campo di forza che mi impedisce di accostarmi.
«Quando l’hai capito?» chiede, sempre a voce bassa.
«Ho iniziato a sospettare quando hai parlato della litoranea, ma…»
«È successo il giorno dopo!» mi interrompe, a voce più alta. «Il giorno dopo, mentre i chirurghi
trapanavano il cranio di papà e la polizia diceva ancora che avrebbe arrestato il colpevole.» Si infila
le mani in tasca e si allontana da me, dalla parte piatta della roccia e va verso il lato dai bordi
frastagliati che scende verso l’acqua.
Lo seguo, gli tocco la spalla. «Ma non lo sapevo davvero. Non l’ho ammesso con me stessa. Solo
quando ho sentito la mamma e Clay che ne parlavano, una settimana dopo, ho capito.»
Jase non si volta verso di me, continua a guardare il fiume. Ma non si scrolla neppure la mia mano
di dosso. «È stato allora che hai deciso che era un buon momento per lasciarmi?» Nessuna emozione
nella sua voce, di solito così espressiva.
«Ho capito che non potevo guardarti in faccia. E Clay aveva minacciato di rescindere i contratti di
fornitura che la campagna di mia madre ha con il negozio di tuo padre, perciò…»
Deglutisce, ci pensa su. Poi i suoi occhi incontrano i miei. «È difficile. Da accettare.»
Annuisco.
«Non riesco a togliermi quell’immagine dalla testa. Papà sdraiato lì, sotto la pioggia. È caduto a
faccia in giù, lo sapevi? La macchina l’ha sbalzato in aria. Tre metri, probabilmente. Era in una
pozzanghera quand’è arrivata l’ambulanza. Qualche altro minuto e sarebbe morto annegato.»
Di nuovo vorrei scappare. Non c’è niente da dire e niente da risolvere.
«Non ricorda niente. Ha solo notato che stava iniziando a piovere e poi non ha visto e sentito più
niente fino all’ospedale. Ma continuo a pensare che dev’essersene reso conto. Che era solo, e ferito,
e non c’era nessuno lì ad aiutarlo.» Si gira verso di me. «Tu saresti rimasta con lui?»
Si dice che non sai mai cosa faresti in una situazione ipotetica. A ognuno di noi piace pensare che
saremmo una delle persone che rinunciarono al giubbotto di salvataggio e salutarono stoicamente con
la mano dal ponte inclinato del Titanic, che salteremmo davanti a un proiettile per salvare un
estraneo, che torneremmo su per le scale di una delle Torri Gemelle in cerca di qualcuno che ha
bisogno di aiuto, invece di metterci in salvo. Ma non puoi sapere con certezza se, in una di quelle
situazioni, diresti la sicurezza innanzitutto o se la sicurezza sarebbe l’ultimo dei tuoi pensieri.
Guardo Jase negli occhi e dico l’unica verità che ho: «Non lo so. Non ho avuto questa scelta. Ma
so cosa sta succedendo adesso. E scelgo di restare con te».
Non è chiaro chi abbraccia chi. Ma non importa. Jase è tra le mie braccia e lo stringo forte. Ho
pianto così tanto che ho esaurito le lacrime. Sento tremare le spalle di Jase e poi lentamente le sento
fermarsi. Restiamo in silenzio, molto a lungo.
E va bene così, perché anche le parole più importanti – Ti amo. Scusa. Mi perdoni? Sono qui. –
non sono che sostituti di quello che si può dire senza aprire bocca.
Capitolo Quarantotto

Il viaggio di ritorno a casa dei Garrett è silenzioso come quello di andata, ma è un silenzio molto
diverso. La mano libera di Jase stringe la mia quando non deve cambiare marcia, e io scivolo verso
lo spazio tra i sedili e gli poso la testa sulla spalla.
Stiamo parcheggiando nel vialetto accanto alla monovolume quando lui mi chiede: «E adesso,
Sam?»
Dirglielo era la parte più difficile, ma non l’ultima delle parti difficili. Ora c’è da affrontare
Alice. La signora Garrett. Mia madre.
«L’ho detto solo a te.»
Annuisce, si morde il labbro, tira il freno a mano. Serra la mandibola e si guarda le mani. «Come
vuoi fare? Vuoi entrare in casa con me?»
«Penso di doverlo dire alla mamma. Dirle che tu sai. Sarà…» Mi stropiccio il viso. «Be’, non so
proprio come sarà. O cosa farà. E lo stesso per Clay. Ma devo dirglielo.»
«Senti, io mi prendo un po’ di tempo per pensare. Per capire come fare. Se iniziare dalla mamma
o… non lo so. Tengo il cellulare acceso. Se succede qualcosa, se hai bisogno di me, chiamami, va
bene?»
«Va bene.» Inizio a scendere dalla macchina, ma Jase mi afferra la mano per fermarmi.
«Non so bene cosa pensare» mormora. «Tu lo sapevi. Fin dall’inizio. Insomma, come facevi a non
saperlo?»
Ottima domanda.
«Come hai fatto a non capire che era successa una cosa terribile?»
«Dormivo» rispondo. «Ho dormito più a lungo del dovuto.»

So che la mamma è a casa, perché i suoi sandali blu scuro sono fuori dalla porta e la borsa di Prada è
posata sul tavolino dell’ingresso, ma non la trovo in cucina né in salotto. Quindi vado di sopra, in
camera sua, e mi sembra di intrufolarmi in una proprietà privata, anche se sono in casa mia.
Suppongo stia decidendo cosa mettersi per andare all’ennesimo evento, e dev’essere indecisa,
perché ci sono mucchi di vestiti sul letto: un arcobaleno di motivi floreali, colori pastello e tinte
forti, in netto contrasto con i tailleur bianchi e blu da donna d’affari.
Sento lo scroscio della doccia.
Il bagno della mamma è enorme. L’ha ristrutturato varie volte, negli anni, e ogni volta diventa più
grande e più lussuoso. C’è la moquette, un divano e una vasca incassata nel pavimento, uno
scaldasalviette e una doccia dalle pareti di vetro con sette soffioni che ti spruzzano a trecentosessanta
gradi. Tutto in un colore che mia madre chiama “ostrica” e che a me sembra semplicemente grigio.
Nell’angolo c’è una toeletta con lo specchio e una piccola panca imbottita, con una collezione di
profumi e creme, boccette di vetro, barattoli e quintali di cosmetici. Quando apro leggermente la
porta mi ritrovo avvolta in una nube di vapore così densa che non vedo quasi niente. «Mamma?»
chiamo.
Lei fa uno strilletto. «Non fare così, Samantha! Non entrare mentre qualcuno è sotto la doccia. Non
hai mai visto Psycho?»
«Devo parlarti.»
«Mi sto esfoliando.»
«Quando hai finito. Ma presto.»
La doccia si spegne di colpo. «Mi passi un telo? E la vestaglia?»
Stacco la sua vestaglia di seta color albicocca dal gancio sulla porta, dove – noto – è appesa
anche una vestaglia da uomo, blu scuro. Lei tira fuori un braccio dalla doccia e agguanta la seta.
Quando si è annodata la cintura e il morbido asciugamano color ostrica le avvolge i capelli come
un turbante, si siede alla toeletta e prende la crema idratante.
«Stavo pensando a una punturina tra le sopracciglia» dice. «Niente di visibile, solo per togliere
questa rughetta.» Indica una ruga inesistente e poi si tende la pelle della fronte con entrambe le mani.
«Penso che sarebbe utile per la carriera, perché le rughe sulla fronte ti fanno sembrare nervosa. Gli
elettori non devono pensare che io sia preoccupata, perché minerebbe la loro fiducia, non ti pare?»
Mi sorride: mia madre, con la sua logica contorta e la sua corona di spugna.
Ho scelto la strategia del “bando alle ciance”. «Jase lo sa.»
La vedo sbiancare sotto lo strato di crema, poi aggrotta le sopracciglia. «Non puoi averglielo
detto.»
«E invece sì.»
La mamma scatta su dalla panca così in fretta che quasi la rovescia. «Samantha… perché?»
«Dovevo, mamma.»
Si mette a camminare avanti e indietro per la stanza. E per la prima volta noto davvero le rughe
che ha sulla fronte, le lunghe parentesi intorno alla bocca. «Abbiamo già fatto questa conversazione,
abbiamo deciso che per il bene di tutti ce lo saremmo lasciati alle spalle.»
«Questa è la conversazione che hai avuto con Clay, mamma. Non con me.»
Si ferma, saetta scintille dagli occhi. «Mi hai dato la tua parola.»
«Non l’ho mai fatto. È solo che non hai ascoltato quello che ti ho detto.»
Si lascia cadere sulla panca, a spalle ricurve, poi mi guarda con gli occhi sgranati e supplicanti.
«Perderò anche Clay. Se c’è uno scandalo, quando scoppia lo scandalo, e devo dimettermi… lui non
resterà. Clay Tucker gioca per la squadra vincente. È fatto così.»
Come fa a voler stare con un uomo di cui sa questo? Se il gioco si fa duro, bellezza, io me la
squaglio. Sono contenta di non aver mai conosciuto mio padre. È la triste verità. Se lui e Clay sono
l’uomo ideale di mia madre, posso solo compatirla.
Ha le lacrime agli occhi. Mi sento in colpa a scoppio ritardato, ma non mi rode lo stomaco come
me lo rodeva dover tacere.
La mamma si volta verso lo specchio, posa i gomiti sulla toeletta e fissa il suo riflesso. «Ho
bisogno di stare un po’ da sola, Samantha.»
Poso la mano sulla maniglia. «Mamma?»
«Che c’è, ora?»
«Puoi guardarmi?»
Incrocia il mio sguardo nello specchio. «Perché?»
«In faccia.»
Con un gran sospiro si gira sulla panca. «Sì?»
«Dimmi in faccia che ho fatto la cosa sbagliata. Guardami negli occhi e dimmi che ho sbagliato. Se
davvero lo pensi.»
A differenza dei miei occhi, con pagliuzze dorate e forse anche verdi, quelli della mamma sono di
un azzurro purissimo. Incrocia il mio sguardo per un secondo, poi distoglie il suo.

«Non l’ho ancora detto a nessuno» mi dice Jase quando apro la finestra di camera mia quella sera sul
presto, il sole basso all’orizzonte.
Parlare con la mamma mi ha tolto le ultime energie; sono contenta di non dover più confessare
niente a nessuno e affrontare i relativi strascichi.
Ma quel pensiero egoista dura solo un momento. «Perché no?»
«La mamma è tornata a casa ed è andata di sopra a riposare un po’. È rimasta all’ospedale tutta la
notte perché hanno dovuto intubare papà, per via di quell’infezione. Ho pensato che fosse meglio
lasciarla dormire. Ma ho riflettuto su cosa fare, e mi sembra che ci voglia il bastone della parola.»
«Il cosa?»
«Il bastone della parola. È un pezzo di legno che Joel ha trovato in spiaggia e Alice ha dipinto
quand’eravamo molto piccoli. La mamma aveva un’amica con dei figli matti da legare, che si
arrampicavano sulle tende e si dondolavano dalle travi del soffitto. Quest’amica, Laurie, non sapeva
più come tenerli buoni, e quindi li inseguiva urlando: “Parleremo anche di questo, la prossima volta
che usiamo il bastone della parola”. Immagino che durante le riunioni di famiglia chi teneva in mano
il bastone avesse diritto di parola su un tema che “riguardava la famiglia intera”. Mamma e papà ne
ridevano, ma poi hanno notato che quando cercavamo di discutere di qualcosa tutti insieme ci
parlavamo addosso e nessuno ascoltava gli altri. Quindi abbiamo costruito anche noi un bastone della
parola. Lo tiriamo ancora fuori quando c’è una decisione importante da prendere o una notizia da
dare.» Ride, si guarda i piedi. «Una volta Duff ha detto a scuola che “ogni volta che papà tira fuori il
bastone grosso la mamma si mette paura”. Hanno indetto un consiglio di classe straordinario.»
È una bella sensazione, ridere. «Accidenti.» Mi siedo sul letto e gli faccio cenno di venire accanto
a me.
Non si siede. Si infila le mani in tasca e poggia la testa alla parete. «Mi chiedevo una cosa.»
Sento un brivido di apprensione. Nella sua voce c’è qualcosa che non riconosco, qualcosa che
macchia il piacere di riaverlo così vicino. «Cosa?»
Solleva un angolo del tappeto con la punta della Converse, lo lascia ricadere. «Probabilmente non
è nulla. Ma mi è venuto in mente ripensando a quando sei venuta da me, prima. Tim sapeva cosa
avevi da dire. L’hai detto a lui. Prima. Prima di dirlo a me.»
Quella nota inconsueta è gelosia? O dubbio? Non so decidere.
«Me l’ha strappato di bocca, non si è arreso finché non gliel’ho detto. È mio amico.» Guardo la
testa china di Jase e aggiungo: «Non sono innamorata di lui, se è questo che pensi».
Mi guarda. «Questo credo di saperlo. Anzi, lo so. Ma non dovresti essere sincera soprattutto con
le persone che ami? Non è questo il punto?»
Mi avvicino e getto la testa all’indietro per scrutare nei suoi occhi di un verde luminoso. «Tim è
abituato ai casini» dico infine.
«Sì, be’, mi ci sto abituando anch’io. Perché non me l’hai detto subito, Sam?»
«Pensavo che mi avresti odiata. E Clay avrebbe mandato in rovina il negozio. Avevo già rovinato
io tutto il resto. Mi sembrava meglio andarmene che farmi odiare da te.»
Aggrotta la fronte. «Ti avrei odiato per qualcosa che ha fatto tua madre? O per le minacce di quel
bastardo? Perché? Che senso avrebbe?»
«Niente aveva senso. Ero stupida e… sperduta, ecco. Era tutto bellissimo, e poi è diventato tutto
orribile. Tu hai una famiglia felice e va tutto liscio, arrivo io e qualcosa del mio mondo rovina tutto.»
Si gira a guardare dalla finestra, oltre il nostro tetto, verso casa sua. «È sempre lo stesso mondo,
Sam.»
«Non del tutto, Jase. Io ho… i comizi e i cadetti al B&T e fingo che vada tutto bene anche se non è
così, e insomma… un mucchio di spazzatura. E tu invece hai…»
«Debiti, pannolini, disordine e altra spazzatura» ammette. «Perché non hai pensato che se era il tuo
mondo, se dovevi viverci, forse avrei voluto che fosse anche il mio?»
Chiudo gli occhi, traggo un lungo respiro, li riapro e vedo il suo sguardo pieno di amore e fiducia.
«Ho smesso di crederci» sussurro.
«E adesso?» mi chiede piano.
Allungo la mano, con il palmo verso l’alto, e Jase la stringe con la sua. Dà uno strattone e mi
ritrovo tra le sue braccia, stretta. Non c’è colonna sonora, ma c’è il battito del suo cuore, e del mio.
Poi la porta di camera mia si apre di schianto e mia madre ci fissa.
Capitolo Quarantanove

«Siete entrambi qui, perfetto» esclama.


Non è quello che pensavo avrebbe detto se ci avesse sorpresi insieme in camera mia. Lo stupore
sul volto di Jase dev’essere pari al mio.
«Clay sta arrivando. Sarà qui tra pochi minuti. Scendete in cucina.»
Jase mi scocca un’occhiata. La mamma ci precede verso le scale.
Quando arriviamo in cucina si volta e sorride, il suo sorriso professionale da “siamo tutti buoni
amici, qui dentro”. «Perché non beviamo qualcosa, nell’attesa? Hai fame, Jase?» Nella sua voce c’è
un lievissimo accento del Sud, Clay deve averla contagiata.
«Be’, non proprio…» Lui la guarda dubbioso, come se fosse uno di quegli animali che attaccano
senza preavviso. La mamma indossa un abito color limone, trucco e capelli sono in ordine. È molto
diversa dalla donna sbigottita, in vestaglia e maschera di bellezza, che ho visto poco fa.
«Be’, quando arriva Clay andiamo nello studio. Forse dovrei mettere su l’acqua per il tè.»
Squadra Jase. «Non sembri uno che beve tè. Una birra?»
«Sono minorenne, quindi no, grazie, senatrice Reed» risponde Jase in tono monocorde.
«Puoi chiamarmi Grace» dice la mamma, senza cogliere il sarcasmo. Ma tu pensa. Neppure Nan e
Tim, che la conoscono da una vita, chiamano la mamma per nome. Non in pubblico, almeno.
Si avvicina a Jase, che resta in piedi e immobile come se si preparasse a un’aggressione.
«Accidenti, che spalle larghe che hai.»
Cavoli, mamma, sembra che tu lo voglia sedurre.
«Che succede qui…?» inizio a dire, ma lei mi interrompe.
«Oggi fa caldissimo, che ne dite se vi preparo una limonata? Penso di avere anche i biscotti!»
È impazzita? Cosa si aspetta che dica Jase: che chieda se i biscotti sono al cioccolato o alle
nocciole? Perché se ci sono le nocciole, tutto è perdonato! Cos’è un po’ di pirateria della strada,
in cambio di un bel biscotto?
Lo prendo per mano e mi avvicino. Sentiamo aprirsi la porta d’ingresso.
«Gracie?»
«Sono in cucina, tesoro» cinguetta la mamma.
Clay entra a lunghi passi, le mani in tasca, le maniche rimboccate fino al gomito. «Ciao Jason.
Jason, vero?»
«Mi chiamano tutti Jase.» Ora Jase deve fronteggiare due potenziali aggressori. Mi avvicino e lui
si fa avanti per farmi da scudo. Gli giro intorno e mi piazzo accanto a lui.
«Jase, allora» continua Clay, disinvolto. «Quanto sei alto, figliolo?»
Cos’è quest’ossessione improvvisa per il fisico di Jase? Lui mi scocca uno sguardo che dice: “Mi
sta prendendo le misure per la bara?” Ma risponde educatamente: «Uno e ottantacinque… signore».
«Giochi a basket?»
«A football. Sono cornerback.»
«Ah, un pilastro della squadra. Io ero quarterback, invece. Ricordo che una volta…»
«Fantastico» lo interrompe Jase. «Potete dirci, per favore, che ci facciamo qui? So cos’è successo
a mio padre. Me l’ha detto Sam.»
Clay non perde l’espressione calma e cordiale. «Sì, ho saputo. Perché non andiamo tutti nello
studio di Grace. Gracie, cara, facci strada.»
Lo studio della mamma è più femminile del suo ufficio al lavoro: pareti celesti, divano e sedie
bianche. Al posto della sedia da ufficio ha una poltroncina di broccato rivestita in seta color avorio.
Ci si siede, dietro la scrivania, mentre Clay affonda in una delle sedie, facendola dondolare sulle
gambe posteriori come fa sempre.
Io e Jase ci accomodiamo vicini sul lungo divano.
«Allora, Jase, speri di continuare a giocare a football al college?»
«Non capisco bene perché ne stiamo parlando» ribatte lui. «La mia carriera universitaria non ha
molto a che fare con la senatrice e con ciò che ha fatto a mio padre. Signore.»
L’espressione di Clay è ancora blandamente cordiale. «Ammiro le persone schiette, Jase.»
Ridacchia. «Quando lavori in politica ne incontri poche.» Sorride a Jase, che lo guarda con occhi di
ghiaccio.
«E va bene» riprende Clay. «Diciamo le cose come stanno. Jase, Samantha, Grace… abbiamo un
problema. È successo qualcosa e dobbiamo trovare una soluzione. Dico bene?»
Dal momento che quel riassunto sommario potrebbe riferirsi a qualsiasi cosa – il cane che ha fatto
pipì sul tappeto nuovo, una testata nucleare lanciata per sbaglio – io e Jase annuiamo.
«È stato commesso un torto, dico bene anche in questo?»
Guardo la mamma, che si lecca nervosamente il labbro superiore.
«Sì» rispondo, dato che Jase ha ripreso a fissare Clay come se temesse un assalto improvviso.
«Ora, quante persone lo sanno? Quattro, giusto? O l’hai detto a qualcun altro, Jase?»
«Non ancora» risponde glaciale lui.
«Ma conti di farlo, perché sarebbe la cosa giusta da fare, dico bene, figliolo?»
«Non sono suo figlio. Sì.»
Clay riporta la sedia in posizione eretta, si sporge in avanti con i gomiti sulle ginocchia e le mani
aperte come in un gesto di supplica. «Ed è qui che, con tutto il rispetto, secondo me non hai le idee
chiare.»
«Ah, davvero? Dov’è che sarei confuso?» chiede Jase, acido.
«Perché pensi che due torti facciano una ragione. Se lo racconti ad altre persone, la senatrice Reed
ne sarà sicuramente danneggiata. Perderà la carriera a cui ha dedicato la vita, quella in cui è al
servizio del popolo del Connecticut. Non sono sicuro, però, che tu abbia riflettuto a fondo su quanto
soffrirà la tua ragazza. Se questa storia esce allo scoperto, lei verrà considerata alla stessa stregua di
sua madre, come si suol dire. È un peccato, ma è quello che accade ai figli dei criminali.»
La mamma rabbrividisce alla parola “criminali”, ma Clay continua imperterrito: «Sei pronto a
farci i conti? Ovunque Samantha andrà, la gente si farà domande sul suo senso morale. Penserà che
non ne abbia molto. È pericoloso, per una giovane donna. Ci sono uomini che non esitano ad
approfittarsene».
Jase si guarda le mani, strette a pugno. Ma sul suo viso c’è dolore, e peggio… confusione.
«Di questo non mi importa» intervengo. «Sei ridicolo. Cosa stai dicendo: che tutto il mondo
penserà che sono una poco di buono perché la mamma ha messo sotto un uomo con la macchina? Ma
fammi il piacere! Scommetto che alla Scuola per Farabutti della Peggior Specie ti avranno insegnato
di meglio.»
Jase ride e mi posa un braccio sulle spalle.
Inaspettatamente, ride anche Clay. La mamma, invece, rimane impassibile.
«In tal caso, immagino che non riuscirei a comprare il vostro silenzio con banconote non
contrassegnate, eh?» Clay si alza, va dietro la mamma e inizia a massaggiarle le spalle. «Bene,
allora, come rimaniamo? Qual è la tua prossima mossa, Jase?»
«Lo dirò alla mia famiglia. Lascerò che decidano i miei genitori, una volta che disporranno di tutte
le informazioni.»
«Non devi metterti così sulla difensiva. Ehi, io vengo dal Sud. Ammiro chi difende la sua famiglia.
È onorevole, davvero. Quindi lo dici ai tuoi, e se i tuoi vogliono indire una conferenza stampa e
annunciare quel che sanno, a te sta bene.»
«Esatto.» Jase mi stringe più forte le spalle.
«E se le loro accuse non hanno peso perché non ci sono testimoni, e la gente pensa che i tuoi siano
due matti che cercano solo soldi facili, ti sta bene anche questo?»
L’incertezza ritorna sul viso di Jase. «Ma…?»
«Un testimone c’è, e sono io» dico.
Clay piega la testa di lato, mi guarda, annuisce secco. «Giusto. Dimenticavo che non ti fai scrupoli
a tradire tua madre.»
«Anche questa l’hai imparata alla Scuola per Farabutti.»
La mamma affonda la testa tra le mani, le tremano le spalle. «Non c’è verso» dice. «I Garrett lo
verranno a sapere, faranno quel che faranno e noi non possiamo farci niente.» Alza su Clay il viso
rigato di lacrime. «Ma grazie di averci provato, tesoro.»
Lui tira fuori un fazzoletto e le asciuga delicatamente le ciglia. «Grace, amore, c’è sempre una via
d’uscita. Abbi un po’ di fede. Faccio questo gioco da un po’.»
La mamma tira su con il naso, gli occhi bassi. Io e Jase ci scambiamo sguardi increduli. Gioco?
Clay infila i pollici nelle tasche, gira intorno alla scrivania, si mette a camminare avanti e indietro.
«Va bene, Grace. E se fossi tu a indire la conferenza stampa… con i Garrett? Parli tu per prima.
Confessi tutto. È successa questa cosa terribile. Eri distrutta dal senso di colpa, ma poiché tua figlia e
il figlio dei Garrett erano coinvolti personalmente…» Qui si interrompe per sorriderci, come per
darci la sua benedizione. «…sei rimasta in silenzio. Non volevi rovinare il primo vero amore di tua
figlia. Tutti si immedesimeranno: ci siamo passati tutti, o se no vorremmo esserci passati. Quindi sei
rimasta zitta per il bene di tua figlia, ma…» Cammina un altro po’, la fronte aggrottata. «…non potevi
rappresentare il popolo finché avevi sulla coscienza una colpa così grave. In questo modo è più
rischioso, ma l’ho visto funzionare. Tutti amano il peccatore redento. Avresti lì la tua famiglia, le
figlie che restano al fianco della madre. I Garrett, brava gente, onesti lavoratori. I due giovani
innamorati…»
«Aspetti un momento» lo interrompe Jase. «Quello che c’è tra me e Sam non è un…» Cerca la
parola giusta. «…uno strumento di marketing.»
Clay gli rivolge un sorrisetto divertito. «Con tutto il rispetto, figliolo, i sentimenti di tutti sono uno
strumento di marketing. Il marketing è proprio questo: colpire la gente dove fa più male. Qui abbiamo
i giovani innamorati, la famiglia lavoratrice colpita da una crisi imprevista…» Si ferma, fa un gran
sorriso. «Gracie, ci sono! Potresti anche approfittarne per presentare una nuova legge che aiuti le
famiglie della classe lavoratrice. Niente di troppo radicale, solo per dire che Grace Reed è uscita da
quest’esperienza con una rinnovata comprensione per il suo elettorato. Adesso è tutto sensatissimo.
Possiamo far dire al signor Garrett – l’uomo ferito della classe operaia – che non vuole che tutto il
lavoro della senatrice Reed sia distrutto per colpa di quest’incidente.»
Guardo Jase. Ha la bocca socchiusa e fissa Clay affascinato. Come fisseresti un cobra in procinto
di attaccare.
«Poi potresti fare un appello alla popolazione, chiedere di telefonare o scrivere o mandare e-mail
direttamente al tuo ufficio se ti vogliono ancora come loro senatrice. Noi del mestiere lo chiamiamo
“discorso della colletta”. La gente si entusiasma perché si sente parte del processo. Il tuo ufficio
viene assediato: tu tieni un basso profilo per qualche giorno, poi fai un’altra conferenza stampa in cui
ringrazi umilmente i cittadini del Connecticut per aver creduto in te, e prometti di meritare la loro
fiducia. È un momento fantastico, e almeno una volta su due ti fa vincere le elezioni» conclude, con
un sorriso trionfale rivolto alla mamma.
Anche lei lo fissa a bocca aperta. «Ma…» dice.
Io e Jase restiamo zitti.
«Coraggio» insiste Clay. «È perfetto. È la soluzione più logica.»
Jase si alza in piedi. Noto con piacere che è più alto di Clay. «Tutto ciò che dice è logico, signore.
O almeno, immagino che lo sia. Ma con tutto il rispetto, lei si è fottuto il cervello. Vieni, Sam,
andiamo a casa.»
Capitolo Cinquanta

Il sole sta tramontando quando usciamo. Le lunghe gambe di Jase divorano il vialetto e devo quasi
correre per stargli appresso. Siamo quasi arrivati alla porta sul retro di casa Garrett quando mi
fermo. «Aspetta.»
«Scusa. Ti ho praticamente trascinata via. Ho bisogno di una doccia. Porca miseria, Sam. Cos’è
successo?»
«Lo so» dico. «Mi dispiace.» Come ha potuto Clay dire tutte quelle cose, scorrevoli e fluide come
il bourbon del Kentucky, e la mamma starsene seduta lì come se si fosse già scolata tutta la bottiglia?
Mi massaggio la fronte. «Scusa» ripeto.
«Al momento sarebbe bello se la smettessi di chiedere scusa» mi dice lui.
Prendo fiato, gli guardo le scarpe. «È tutto ciò che ho. Per risolvere problemi.»
Jase ha dei piedi enormi. Il doppio dei miei. Porta le solite scarpe da ginnastica, e io sono in
infradito di gomma. Restiamo piedi contro piedi per un momento e poi lui infila uno dei suoi tra i
miei.
«Sei stato fantastico, lì dentro» mormoro, aggrappandomi alla verità.
Si mette le mani in tasca. «Scherzi? Sei tu quella che ha ricacciato indietro le sue stronzate ogni
volta che io mi lasciavo ipnotizzare dalla sua parlantina.»
«Solo perché lo conosco bene. Ci ho messo settimane a scrollarmi di dosso l’ipnosi.»
Scuote la testa. «All’improvviso è diventata una campagna di pubbliche relazioni. Come c’è
riuscito? Adesso capisco perché Tim aveva tanta paura di quello lì.»
Restiamo in silenzio a guardare casa mia.
«Mia madre…» inizio, ma poi mi fermo. Nonostante quel che dice Clay, che sono disposta a
tradire mia madre senza pensarci due volte, non è stato facile. Come faccio a spiegare a Jase che per
tanti anni la mamma ci ha insegnato il giusto? O quantomeno il meglio di cui fosse capace.
Ma lui aspetta, paziente e premuroso, finché riesco di nuovo a parlare.
«Non è un mostro. Voglio che tu lo sappia. Non fa differenza, perché la cosa che ha fatto è
sbagliatissima. Ma non è una persona cattiva. Solo…» Mi trema la voce. «Non è così forte.»
Jase mi tira via l’elastico dai capelli e li lascia ricadere sulle spalle. Mi mancava tanto quel gesto.
Quando siamo usciti non mi sono girata a guardare la mamma. Non ce n’era motivo. Anche prima,
quando la guardavo in faccia, non sapevo leggerci niente. «Immagino che la mamma non mi vorrà a
cena al B&T stasera. E non so quando potrò tornare a casa.»
«Be’, sei la benvenuta a casa mia.» Mi tira a sé, fianchi contro fianchi. «Possiamo dar retta al
consiglio di George: ti puoi trasferire nella mia stanza, dormire nel mio letto. Mi era sembrata subito
un’ottima idea, quando ce l’ha proposta.»
«George ha parlato solo della stanza, non del letto» osservo.
«Ma ti ha detto che io non ho mai fatto la pipì a letto. Ecco un incentivo.»
«Alcuni di noi danno per scontate le lenzuola pulite. E hanno bisogno di altri incentivi.»
«Vedrò cosa posso fare.»
«Sailor Moon!» strilla George da dietro la controporta. «Avrò un fratellino! O una sorella, ma io
voglio un fratello. Abbiamo una foto. Vieni a vedere, vieni a vedere!»
Mi giro verso Jase. «Quindi è ufficiale?»
«Alice l’ha strappato di bocca alla mamma con le sue tattiche da infermiera ninja. Un po’ come
Tim ha fatto con te.»
George torna alla controporta e ci preme contro un foglio stampato. «Vedi? Questo è il mio
fratellino. Sembra un po’ una nuvola, adesso, ma poi cambia un sacco perché la mamma dice che i
bambini sono bravissimi a cambiare.»
«Sta’ indietro» gli dice Jase, e apre la porta per passare e far entrare me.
Non vedevo Joel da un po’. Se prima aveva un’aria rilassata ora è nervoso, cammina su e giù per
la cucina. Alice cuoce frittelle e i bambini piccoli sono a tavola a guardare i fratelli maggiori come
se fossero i cartoni animati.
Entriamo proprio mentre Joel sta chiedendo: «Perché papà ha quella roba nella trachea? Respirava
bene. È peggiorato di nuovo?»
Alice versa dalla padella sul piatto una frittella piccola, sottile e molto scura. «Le infermiere
hanno spiegato tutto.»
«Non nella mia lingua. Me lo puoi tradurre, Alice?»
«È per via della trombosi venosa profonda: gli si è occlusa una vena, in pratica. Gli hanno messo
quella specie di stivali di plastica gonfiabili, perché non volevano dargli gli anticoagulanti…»
«Traduci» ripete Joel.
«Medicine per diluire il sangue. Per via del trauma cranico. Gli hanno messo gli stivali gonfiabili,
ma qualcuno non sapeva o si è dimenticato che andavano tolti e rimessi ogni due ore.»
«Possiamo fargli causa, a questo qualcuno?» chiede Joel in tono rabbioso. «Parlava, stava
migliorando, e ora sta peggio di prima.»
Alice versa sul piatto altre quattro frittelline abbrustolite e aggiunge un po’ di burro nella padella.
«È un bene che se ne siano accorti, Joey.» Alza gli occhi e solo allora sembra notare che ci siamo
anche io e Jase. «E tu che ci fai qui?»
«È dove dev’essere. Piantala, Alice» la rimbrotta Jase.
Andy inizia a piangere. «Non sembra più papà.»
«Sì, invece… che sembra papà» insiste George. Mi mostra la stampata del computer. «Questo è il
nostro bambino.»
«È molto carino» gli dico, osservando quello che in effetti sembra un uragano al largo delle
Bahamas.
«Papà è magrissimo» continua Andy. «Odora di ospedale. Fa paura. Sembra un vecchio. Non lo
voglio, un vecchio. Voglio papà.»
Jase le fa l’occhiolino. «Gli servono solo le frittelle di Alice, Ands. Poi starà meglio.»
«Le frittelle di Alice sono le peggiori dell’universo» osserva Joel. «Queste assomigliano a un
ottovolante!»
«Almeno io sto cucinando!» ribatte piccata lei. «Tu invece che fai? Critichi? Recensisci il
ristorante? Va’ a prendere la pizza, se vuoi renderti utile. Idiota.»
Jase guarda i fratelli e poi di nuovo me. Capisco la sua esitazione. Dai Garrett c’è il caos – niente
più orari fissi per i pasti, tutti più nervosi – ma è comunque tutto nella norma. Non sembra giusto far
scoppiare una bomba con un annuncio in pompa magna. Sarebbe come andare dal signore e la signora
Capuleti che discutono dello stipendio della balia ed esclamare: Interrompiamo ora questa vita
normale con una tragedia epica.
«Ehi.» Si apre la porta sul retro ed entra Tim, con quattro pizze, due barattoli di gelato e la sacca
con la cerniera lampo azzurra in cui i Garrett tengono l’incasso della ferramenta.
«Ciao, sexy Alice. Vuoi metterti l’uniforme e controllarmi il polso?»
«Non gioco mai con i bambini piccoli» ribatte lei senza girarsi dai fornelli, dove sta ancora
ostinatamente rivoltando frittelle.
«Dovresti. Siamo pieni di energie. E birichini.»
Alice non si scomoda a rispondere.
Jase prende le scatole e le impila sul tavolo, scacciando le mani dei fratellini. «Aspettate, prendo i
piatti! Cribbio! Com’è andata la giornata, alla fine?»
«Meglio del previsto, a dire il vero.» Tim estrae di tasca un mazzo di tovaglioli di carta e li posa
sul tavolo. «Abbiamo venduto il trituratore per legno, quello enorme che occupava mezzo
retrobottega.»
«Non ci credo.» Jase tira fuori dal frigo una tanica di latte e lo versa attentamente nei bicchieri di
carta.
«Credici, duemila dollari.» Tim trasferisce le fette di pizza sui piatti e li posa davanti a Duff,
Harry, Andy, George e Joel, quest’ultimo ancora accigliato. «Ehi, ragazzina. È bello vederti qui.» Mi
sorride. «Nella tua vera casa, e fottuta compagnia bella.»
«Mio!» grida Patsy, indicando Tim.
Lui le arruffa i radi capelli. «Vedi, sexy Alice? Neanche le più giovani sanno resistere al mio
magnetismo. È come un bisogno irrefrenabile, una forza irresistibile come la gravità, o…»
«Cacca!»
«O quella.» Tim rimuove la mano di Patsy dalla propria maglietta. Poverina, odia davvero bere
dal biberon.
Tim sorride ad Alice. «Allora, sexy Alice. Che ne pensi? Perché non ti metti il camice e non mi
controlli i riflessi?»
«Smettila di provarci con mia sorella nella cucina di casa nostra, Tim. Per tua informazione,
l’uniforme da infermiera di Alice è composta da casacca e pantaloni verdi. Sembra un cetriolo» lo
riprende Jase, rimettendo il latte in frigo.
«Muoio di fame, ma non voglio la pizza» dice Duff in tono svogliato. «Non mangiamo altro,
ultimamente. Non ne posso più della pizza e dei Cheerios, ed erano le mie due cose preferite al
mondo.»
«Pensavo che fosse bello guardare la tivù tutto il giorno» commenta Harry. «E invece no, è
noioso.»
«Stanotte sono rimasta sveglia fino alle tre a guardare film con Jake Gyllenhaal, anche quelli
vietati ai minori» interviene Andy. «Nessuno se n’è accorto e nessuno mi ha spedita a letto.»
«È l’angolo delle lamentele?» dice Joel. «Che faccio, tiro fuori il bastone della parola?»
«Be’, a dire il vero…» inizia Jase, e poi bussano alla porta.
«Joel, hai ordinato da mangiare pur sapendo che facevo le frittelle?» chiede Alice, arrabbiata.
Lui alza le mani per autodifesa. «Avrei tanto voluto, ma no. Giuro.»
Bussano di nuovo, e Duff apre la controporta per far entrare… mia madre.
«Mi chiedevo se mia figlia fosse qui.» Il suo sguardo si posa su tutti i commensali a tavola: Patsy
con i capelli imbrattati di burro, sciroppo e salsa di pomodoro; George a torso nudo e con rivoli di
sciroppo che gli colano sul petto; Harry che allunga la mano verso la pizza; Duff, ancor più bellicoso
del solito; Andy in lacrime. Jase, che si blocca.
«Ciao, mamma.»
Mi guarda. «Immaginavo di trovarti qui. Ciao, tesoro.»
«Ehi, Gracie.» Tim sta trascinando una poltrona dal salotto alla cucina. «Rilassati, prenditi una
pausa, mangiati una pizza.» Guarda me e poi Jase, inarcando le sopracciglia.
Jase sta ancora fissando la mamma con quell’espressione confusa che aveva nel suo studio. Mia
madre guarda i cartoni della pizza come fossero manufatti alieni provenienti da Roswell, in New
Mexico. Lei mangia solo la pizza con pesto, cuori di carciofo e gamberetti. Ciò nonostante si siede.
«Grazie.»
La guardo. Non è più la donna distrutta in vestaglia di seta, ma neanche la fredda padrona di casa
che offriva una birra a Jase. Sul suo viso c’è qualcosa che non avevo mai visto. Anche Jase la sta
ancora osservando, di nuovo impassibile.
«Quindi sei la mamma di Sailor Moon.» George parla con la bocca piena. «Non ti avevamo mai
vista da vicino, solo in tivù.»
Mia madre gli rivolge un sorriso tirato. «Come ti chiami?»
Faccio rapidamente le presentazioni. La mamma è così rigida e a disagio, così impeccabile e fuori
posto in quel piacevole caos. «Andiamo a casa, mamma?»
Scuote la testa. «No, vorrei conoscere la famiglia di Jase. Santo cielo, ci siete tutti?»
«Eccetto papà, perché è all’ospitale» dice George, ciarliero, alzandosi da tavola e raggiungendo
mia madre. «E mamma, che sta dormendo. E il nostro nuovo bambino, perché è nella pancia della
mamma a bere il suo sangue.»
Mia madre sbianca.
Alice lo rimbrotta, esasperata: «George, non funziona così. Te l’ho spiegato quando hai chiesto
come fa il bambino a mangiare. Le sostanze nutritive passano nel cordone ombelicale, insieme al
sangue della mamma, quindi…»
«Io lo so come c’è finito il bambino lì dentro» annuncia Harry. «Me l’ha detto qualcuno al campo
vela. Funziona che il papà infila…»
«Va bene, va bene, basta così» li interrompe Jase. «Datevi una calmata.» Torna a guardare la
mamma e tamburella l’indice sul bancone.
Silenzio.
Alquanto imbarazzante. E soprattutto insolito. George, Harry, Duff e Andy sono indaffarati a
mangiare. Joel ha tirato fuori l’incasso e sta suddividendo le banconote per taglio. Tim ha aperto uno
dei barattoli di gelato e lo sta mangiando direttamente da lì.
Attirando in questo modo l’attenzione di Alice. «Hai la minima idea di quanto poco igienico sia?»
Lui posa il cucchiaio con aria colpevole. «Scusa, non ci ho pensato. Avevo bisogno di zuccheri.
Ormai mangio solo dolci. Avrò anche smesso di bere, e quasi di fumare, ma nel mio futuro c’è
l’obesità patologica.»
Alice, incredibile a dirsi, gli sorride. «È una parte del processo di disintossicazione, Tim. È
normalissimo. Però… prendi una ciotola, va bene?»
Lui ricambia il sorriso e c’è un buffo momento di immobilità prima che lei gli volti le spalle per
aprire un cassetto. «Ecco.»
«Voglio il gelato. Voglio il gelato.» George batte il cucchiaio sul tavolo.
Patsy si lascia contagiare e batte le manine sul seggiolone. «Tetta» grida. «Cacca.»
La mamma sembra perplessa.
«Sono state le sue prime parole» mi affretto a spiegare. Poi arrossisco. Perché sento la necessità
di giustificare Patsy?
«Ah.»
Jase incontra il mio sguardo. Il suo è velato di sconcerto, e di un dolore così grande che mi sferza
come uno schiaffo.
Cosa ci fa lì la mamma? Io e Jase stavamo bene, eravamo di nuovo in sintonia, e adesso arriva lei.
Perché?
Jase accenna alla porta. «Sarà meglio prendere altro gelato dal congelatore in garage. Vieni,
Sam.»
Ci sono due cartoni pieni sul tavolo. Alice li guarda, poi guarda Jase. «Ma…» inizia.
Lui la fissa, scrollando la testa. «Sam?»
Lo seguo fuori. Vedo fremergli un muscolo sul mento, percepisco la tensione nelle sue spalle come
se facessero parte del mio corpo.
Appena siamo in fondo ai gradini, lui si gira verso di me. «Che succede? Che ci fa qui?»
Arretro barcollando. «Non lo so.» Mia madre si comporta in modo così normale, così calmo: la
vicina di casa che passa per un saluto. Ma non c’è niente di normale. Come fa a essere così
tranquilla?
«È un’altra stronzata di Clay?» vuol sapere Jase. «La fa venire qui a fare la carina, prima che lo
scopra qualcun altro?»
Sento le lacrime agli occhi. «Non lo so» ripeto.
«Così magari la mia famiglia penserà che questa cara signora non potrebbe mai fare una cosa così
brutta, e che sono pazzo io, e…»
Lo prendo per mano. «Non lo so» sussurro. Può essere un’altra fase del gioco di Clay? Certo che
sì. Per un attimo, lì in cucina, ho pensato che la mamma volesse fare un gesto… un’offerta di pace.
Ma forse è davvero un’altra tattica politica. Mi si annoda lo stomaco. Non so più cosa pensare, cosa
provare. Le lacrime che ho cercato di trattenere si riversano fuori. Mi stropiccio le guance con un
gesto rabbioso.
«Mi dispiace» sussurra Jase, abbracciandomi e posandosi la mia testa sul petto. «Certo che non lo
sai. È solo che… vederla lì seduta in cucina, a mangiare la pizza come se filasse tutto a meraviglia…
mi fa…»
«Vomitare» concludo al posto suo, chiudendo gli occhi.
«Anche per te. Non solo per papà, anche per te, Sam.»
Vorrei ribattere, ripetere che la mamma non è una brutta persona. Ma se davvero è venuta su
ordine di Clay per mostrare il “lato morbido di Grace”, allora…
«L’avete preso, il gelato?» chiede Alice dalla porta di casa. «Non credevo fosse possibile, ma ne
avremo davvero bisogno.»
«Ehm… un attimo» risponde Jase, e apre rapidamente la porta del garage. Va al congelatore,
sempre riempito con roba del discount, e tira fuori il gelato. «Torniamo dentro, prima che si mangino
anche le scodella.» Prova a fare il suo vecchio sorriso disinvolto, ma non gli riesce.
Quando rientriamo in cucina, George sta dicendo a mia madre: «Mi piacciono i cereali Gorilla
Munch sopra il gelato. E non li fanno con i gorilla».
«Ah, ecco. Bene.»
«È solo burro di noccioline e roba sana.» George rovescia la scatola per svuotarla e riempie la
scodella di cereali. «Però se compri le scatole di cereali puoi salvare i gorilla. Ed è importante,
perché sennò si stingono.»
Mia madre mi guarda chiedendo una traduzione. O forse chiedendo di essere salvata.
«Si estinguono» spiego.
«Quello, dicevo.» George versa il latte sopra i cereali e il gelato, mescola vigorosamente. «Vuol
dire che non si accoppiano abbastanza e poi muoiono per sempre.»
Cala di nuovo il silenzio. Un silenzio pesante. Morti per sempre. Quella frase sembra riverberare
nell’aria, almeno per me. Il signor Garrett a faccia in giù nella pioggia, l’immagine che Jase ha
aggiunto all’eco di quel tonfo disgustoso. La vede anche la mamma? Posa la fetta di pizza, prende un
tovagliolo di carta e si pulisce la bocca. Jase guarda a terra.
Mia madre si alza così di scatto che quasi rovescia la sedia. «Samantha, possiamo uscire per un
momento?»
Il terrore si impadronisce di me. Non mi porterà a casa a subire altre pressioni da Clay. Ti
prego, no. Guardo Jase.
La mamma si china sul tavolo per guardare in faccia George. «Mi dispiace per tuo padre» gli dice.
«Spero che guarisca presto.» Poi esce rapida dalla porta, sicura che io la seguirò, nonostante tutto.
Vai, mi dice Jase mimando la parola con le labbra e indicando la porta con un cenno del mento. Mi
basta guardare i suoi occhi per capire: ha bisogno di sapere tutto. Corro dietro mia madre mentre i
suoi sandali ticchettano sul vialetto. Si ferma e si volta lentamente. È quasi buio, i lampioni gettano
una luce fioca sul selciato.
«Mamma?» La guardo in faccia.
«Quei bambini.»
«Cosa?»
«Non ce la facevo più a restare lì.» Le parole escono lente, e poi tutte insieme: «Sai in che stanza
è il signor Garrett? È al Maplewood Memorial, vero?»
Scenari melodrammatici mi si dipanano nella mente. Clay andrà lì e premerà un cuscino sulla
faccia del signor Garrett, o gli inietterà una bolla d’aria nella flebo. La mamma… non so più
immaginare di cosa sia capace. Davvero è capace di mangiare la pizza con loro e poi fare una cosa
tanto orribile?
Ma ha già fatto una cosa orribile, e poi si è presentata con una metaforica lasagna. Eccomi, la
vostra brava vicina di casa. «Perché?» chiedo.
«Devo dirgli cos’è successo. Cos’ho fatto.» Stringe le labbra, guarda la casa dei Garrett, la luce
che esce dalla controporta in un quadrato perfetto.
Oh, grazie a Dio.
«Adesso? Vuoi dire la verità?»
«Tutto quanto» bisbiglia lei. Infila una mano in borsa, tira fuori una penna e il taccuino. «Qual è il
numero di stanza?»
«È in terapia intensiva, mamma.» Lo dico in tono irritato: come fa a non ricordarsi? «Non puoi
parlare con lui. Non ti faranno entrare. Non sei della famiglia.»
Mi guarda, batte le palpebre. «Sono tua madre.»
La fisso confusa, ma poi capisco. Pensa che intendessi che lei non fa parte della mia famiglia. In
quel momento mi sembra vero. E d’un tratto sento di essere molto distante da lei. Tutta la mia forza,
tutta la mia volontà, è impegnata a difendere quella famiglia. Mia madre… ciò che ha fatto… non
riesco a prendere le sue parti.
«Non ti faranno entrare. Solo i parenti stretti.»
Fa una smorfia, che interpreto con una stretta al cuore. È un po’ di vergogna. Ma soprattutto
sollievo. Non dovrà guardare quell’uomo in faccia.
Lo sguardo mi cade sulla monovolume, il lato del conducente. So chi merita la verità, tanto quanto
il signor Garrett.
La mano della mamma liscia nervosamente la gonna.
«Devi parlare con la signora Garrett» le dico. «È a casa. Puoi farlo adesso.»
Lei scocca un’altra occhiata alla porta, poi gira la testa di scatto come se l’intera casa fosse la
scena dell’incidente. «Non posso rientrare.» La sua mano è rigida nella mia quando la strattono,
cercando di riportarla verso la casa. Il palmo è sudato. «Non con tutti quei bambini.»
«Devi.»
«Non ce la faccio.»
Anch’io guardo la porta, come se la soluzione mi aspettasse lì.
E mi aspetta lì. Jase, le spalle tese, un braccio stretto intorno alla signora Garrett.
La controporta si apre e loro escono.
«Senatrice Reed, ho detto a mia madre che lei ha qualcosa da dirle.»
La mamma annuisce, la gola serrata. La signora Garrett è a piedi nudi, i capelli scompigliati dal
sonno, il volto tirato ma composto. Jase non può averglielo detto.
«Sì, io… devo parlarle» mormora la mamma. «In privato. Vuole… le andrebbe una limonata a
casa mia?» Si passa una nocca sul labbro superiore e aggiunge: «C’è molta umidità, stasera».
«Potete parlare qui.» È chiaro che Jase non vuole sua madre entro il raggio del potere ipnotico di
Clay. La mamma inarca le sopracciglia sentendo il suo tono di voce.
«È la benvenuta nella nostra casa, senatrice.» La voce della signora Garrett è cordiale e pacata.
«Saremo solo noi due» assicura mia madre a Jase. «Sono certa che l’altra persona se ne sia
andata.»
«Qui andrà benissimo» insiste lui. «Io e Sam teniamo d’occhio i bambini.»
«Jase…» inizia la signora Garrett, arrossendo per la maleducazione del figlio.
«Va bene.» Mia madre inspira a fondo.
Jase apre la controporta e mi fa cenno di entrare. Resto per un momento a guardare mia madre e la
signora Garrett. Due donne completamente diverse. L’abito giallo e diritto della mamma, i piedi
curati; il vestito stazzonato e le unghie senza smalto della signora Garrett. La mamma è più alta, la
signora Garrett è più giovane. Ma la ruga che ciascuna delle due ha tra le sopracciglia è quasi
identica. Sui due volti è dipinta la stessa apprensione.
Capitolo Cinquantuno

Non so in che modo l’abbia detto, se la verità le è uscita di bocca in un rivolo o in una cascata. Né
io né Jase siamo riusciti a sentire niente sopra il chiacchiericcio della cucina, abbiamo visto solo le
loro sagome in controluce nel crepuscolo mentre rassettavamo, mettevamo i bambini a letto o nel
bagnetto o davanti al borbottio ipnotico del televisore. Quel che so è che, dopo circa venti minuti, la
signora Garrett ha aperto la controporta della cucina con un’espressione indecifrabile. Ha chiesto ad
Alice e Joel di accompagnarla all’ospedale, e poi si è rivolta a Jase: «Vieni anche tu?»
Quando se ne sono andati, e Andy, che ovviamente patisce ancora i postumi della maratona di Jake
Gyllenhall, si addormenta sul divano, sento una voce che mi chiama dalla veranda sul retro.
«Ragazzina?»
Guardo fuori e vedo le braci ambrate della sigaretta di Tim.
«Vieni fuori. Non voglio fumare dentro, nel caso George si svegliasse, ma non posso farne a
meno.»
Esco, mi stupisco dell’odore di fresco dell’aria, le foglie che ondeggiano sui rami nel cielo scuro.
Mi sembra di essere rimasta chiusa per ore, giorni, ere geologiche, in stanze dall’aria viziata, di non
aver potuto respirare. Anche al parco McGuire non ero riuscita a riempire i polmoni d’aria, sapendo
cosa stavo per confessare a Jase.
«Hai l’aria di una che sta per vomitare. Vuoi?» mi chiede Tim, offrendomi il pacchetto spiegazzato
di Marlboro.
Non trattengo una risata. «Ne vorrei sicuramente una, se fumassi. Ma è troppo tardi per
corrompermi, Tim.»
L’idea di “corruzione” mi riaffiora alla mente: ora i Garrett sanno tutto. Hanno chiamato la
polizia? I giornali? Dov’è la mamma?
«Allora.» Tim fa scattare l’accendino e schiaccia il mozzicone precedente sotto l’infradito di
gomma. «La verità è venuta a galla, eh?»
«Pensavo che te ne fossi andato a casa.»
«Sono rimasto qui fuori quando tu e Grace siete uscite. Ho pensato che Jase stesse per raccontare
tutto, ed era una questione privata, tra di loro e fottuta compagnia bella.»
Sì, una bella riunione di famiglia.
«Ma non volevo andare a casa perché magari qualcuno aveva bisogno di me per qualcosa: un
passaggio, qualcuno da picchiare, favori sessuali.» Devo aver fatto una smorfia, perché lui scoppia a
ridere. «Non tu, Alice. Magari servivo come babysitter, non so. Uno qualsiasi dei miei numerosi
talenti.»
Sono toccata. Non ho più Nan, ma ho di nuovo Tim. E dopo tanto tempo.
Lui sembra capire i miei sentimenti, perché si affretta a continuare: «La parte dei favori sessuali è
puramente egoistica. Inoltre odio stare a casa mia, quindi… Dov’è Gracie?»
Alla centrale di polizia?
Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Che nervi!
«Oh, accidenti, non ricominciare. Smettila.» Mi agita le mani davanti alla faccia per scacciare le
emozioni come mosche. «È andata all’ospedale a confessare?»
Gli spiego della terapia intensiva. Lui fa un fischio. «Me n’ero dimenticato. Be’, è tornata a casa?»
Gli dico che non ne ho idea; lui spegne la sigaretta, mi posa le mani sulle spalle e mi fa voltare
verso il mio giardino. «Vai a scoprirlo. Io resto qui a presidiare il fortino.»

Percorro il vialetto dei Garrett. La mamma non risponde al cellulare. Forse le è stato confiscato dalla
polizia che l’ha già perquisita e le ha preso le impronte digitali. Sono le dieci di sera. I Garrett sono
partiti più di un’ora fa.
Non ci sono luci accese in casa nostra. Non c’è traccia della macchina della mamma, ma potrebbe
essere in garage. Salgo i gradini della veranda, pensando di uscire dalla porta laterale e controllare
in garage, ma poi la trovo.
È seduta sulla panca di ferro battuto accanto alla porta d’ingresso, quella che ha comprato per
indurci a toglierci le scarpe prima di entrare in casa. Si abbraccia le ginocchia.
«Ciao» dice, in tono inespressivo. Raccoglie un oggetto posato accanto a sé.
Un bicchiere di vino bianco.
Lo guardo e mi torna la nausea. Siede sui gradini di casa con un bicchiere di chardonnay? Dov’è
Clay? Sta riscaldando una focaccia?
Quando glielo chiedo fa spallucce. «Oh, immagino che ormai sia quasi arrivato alla sua casa delle
vacanze.» Mi aveva detto che avrebbe perso anche lui, se io avessi parlato. Clay gioca per la
squadra che vince. Beve un altro sorso, fa roteare il bicchiere, ci guarda dentro.
«Allora… voi due… vi siete lasciati?»
Sospira. «Non esplicitamente.»
«Che vuol dire?»
«Non è molto felice con me. Ma probabilmente sta già scrivendo un discorso per “la rinuncia alla
campagna elettorale”. Clay ama le sfide.»
«Quindi… l’hai cacciato? O se n’è andato lui? O cosa?» Vorrei strapparle il bicchiere di mano e
lanciarlo giù dalla veranda.
«Gli ho detto che i Garrett meritavano la verità. Ha ribattuto che la verità è un concetto adattabile.
Ce ne siamo dette quattro. Io ho detto che venivo a parlare con te. E con i Garrett. Lui mi ha dato un
ultimatum. Io me ne sono andata lo stesso. Quando sono tornata, lui non c’era più. Mi ha scritto un
sms, però.» Tira fuori il telefono dalla tasca del vestito, come fosse una prova.
Non riesco a leggere da quella distanza, ma lei continua a parlare.
«Ha detto che è rimasto amico con tutte le sue vecchie fidanzate.» Fa una smorfia. «Credo
intendesse “ex” fidanzate, dato che io sono probabilmente la più vecchia. Ha detto che non gli piace
tagliare tutti i ponti. Ma forse è bene “prenderci un po’ di tempo per riflettere”.»
Maledetto. «Quindi non lavora più con te?»
«Ha un’amica che lavora per Christopher, Marcie, e le sue capacità potrebbero tornare utili anche
lì.»
Ci scommetto. «Ma… Ben Christopher è democratico!»
«Be’, sì. Gli ho fatto notare la stessa cosa nel mio sms di risposta. E Clay ha scritto: “È la politica,
tesoro. Niente di personale”.» Parla in tono rassegnato.
«Cos’è cambiato?» Indico le finestre del suo studio, i bovindi che si curvano aggraziati sul fianco
della casa. «Lì dentro… tu e Clay la pensavate allo stesso modo.»
La mamma si lecca le labbra. «Non lo so, Samantha. Continuo a pensare al suo discorso, che
secondo lui l’avevo fatto per il tuo bene. Per proteggere te e quel ragazzo dei Garrett.» Mi posa le
mani sulle guance, e finalmente mi guarda negli occhi. «Il punto è che… tu eri l’ultima cosa a cui
pensavo. Quando pensavo a te…» Si strofina la radice del naso. «Pensavo solo che se tu non fossi
stata in quella macchina, nessuno lo avrebbe saputo.» Prima che io possa rispondere, o anche solo
capire, alza una mano. «Lo so. Non c’è bisogno che tu dica niente. Che razza di madre pensa una cosa
del genere? Non sono una buona madre. È questo che ho capito. E non sono una donna forte.»
Mi fa male la pancia. L’ho pensato, di recente l’ho detto a Jase, ma mi sento lo stesso in colpa, e
triste. «Ora l’hai detto, mamma. Sei stata forte. Hai fatto la cosa giusta.»
Lei liquida la mia compassione con un’alzata di spalle. «Quando ho conosciuto Clay, questa
primavera, ho aspettato a dirgli che avevo due figlie adolescenti. La verità era… scomoda. Che
avevo quarant’anni suonati e due figlie quasi adulte.» Fa una risata amara. «All’epoca sembrava un
problema grave.»
«Tracy lo sa?»
«Torna domattina. L’ho chiamata appena sono rientrata a casa.»
Cerco di immaginare la reazione di Tracy. Mia sorella, il futuro avvocato. Inorridita dalla
mamma? Devastata per l’estate interrotta? O qualcosa di completamente diverso, qualcosa che non so
neanche immaginare? Oh, Trace. Mi è mancata tanto.
«Cos’ha detto la signora Garrett? Cosa succede, adesso?»
La mamma beve un altro lungo sorso di vino. Non è un indizio rassicurante. «Non ci voglio
pensare» dice. «Lo scopriremo presto.» Distende le gambe e si alza in piedi. «È tardi. Dovresti
essere a letto.»
Il suo tono materno e ammonitore. Dopo tutto quel che è successo sembra ridicolo. Ma quando la
vedo aprire la porta con le spalle ricurve, riesco solo a dirle un’altra verità, per quanto scomoda.
«Ti voglio bene, mamma.»
Lei piega la testa di lato, per farmi capire che ha sentito, poi mi fa strada al fresco dell’aria
condizionata. Girandosi per chiudere la porta a chiave, sospira: «Lo sapevo».
«Cosa?»
«Sapevo che non sarebbe venuto niente di buono da quella gente nella casa accanto.»
Capitolo Cinquantadue

Contrariamente alle previsioni di Clay, i Garrett non indicono una conferenza stampa. E non vanno
dritti dalla polizia. Però tirano fuori il bastone della parola.
C’è una riunione di famiglia in ospedale, con tutti i figli fino a Duff. Alice e Joel vogliono
denunciare immediatamente la mamma. Andy e Jase sono contrari. Alla fine i signori Garrett
decidono di non rendere pubblica la cosa.
La mamma si è offerta di coprire interamente le spese mediche e lo stipendio di un nuovo
dipendente del negozio, mi dice Jase, e i suoi non sanno se accettare. Il signor Garrett non vuole
elemosine, né soldi per comprare il suo silenzio.
Per una settimana ne discutono tutti insieme. Il signor Garrett esce dalla terapia intensiva e mia
madre va a trovarlo.
Neanche Jase sa cosa si dicono, ma il giorno dopo la mamma si ritira dalla campagna elettorale.
Come aveva previsto, Clay le scrive il discorso. «Alcuni eventi che si sono verificati nella mia
famiglia mi hanno persuasa a declinare l’onore di ripresentarmi alle elezioni nella speranza di essere
confermata come vostra senatrice. I servitori del popolo sono anche individui con una vita privata, e
nel mio caso devo fare la cosa giusta per le persone a me più vicine, prima di dedicarmi al servizio
del mondo intero.»
I giornali ci vanno a nozze, si scatena una ridda di ipotesi – suppongo che vada sempre così,
quando un candidato si ritira inaspettatamente – ma nel giro di qualche settimana il clamore si placa.
Mi aspetto che la mamma parta per una crociera, quella vacanza a Virgin Gorda, che fugga: e
invece passa molto tempo in casa e si dedica al giardinaggio, un hobby che aveva tralasciato dopo
essersi buttata in politica. Prepara la cena ai Garrett e me la fa portare a casa loro, finché Duff non ne
può più di pomodori essiccati al sole, caprino e pasta sfoglia, come non ne poteva più della pizza.
Mi chiede come sta il signor Garrett, senza guardarmi negli occhi. Quando Jase si offre di tagliare il
prato del nostro giardino, mi dice di ringraziarlo ma: «Se ne occupa una ditta privata».

Dopo tutti gli anni trascorsi al B&T, dopo tutte le cene del venerdì sera, le feste, le ore passate in
piscina e a bordo piscina, penserete che mi manchi quel posto, da quando ho restituito l’uniforme e
ho detto addio al signor Lennox. Ma quando la mamma decide che non possiamo andare altrove per
un’ultima cena di famiglia prima che Tracy parta per il college, non avverto un’ondata di nostalgia
mentre apriamo le pesanti porte di quercia della sala da pranzo: sono solo sorpresa, perché non è
cambiato niente. La musica classica a volume così basso da avere effetti subliminali, le risate
sguaiate dal bancone del bar, il tintinnio delle posate. L’odore di olio al limone, tovaglie troppo
inamidate e costolette d’agnello.
Tracy fa strada, e questo sì che è diverso da prima. La mamma la segue. C’è il solito maître, ma
non ci conduce al solito tavolo, sotto le balene arpionate e i pescatori sfortunati. Ci porta a un
piccolo tavolo d’angolo.
«Mi dispiace molto» dice alla mamma. «Non venivate da un po’, e abbiamo preso l’abitudine di
assegnare quel tavolo al signor Lamont, che viene tutti i venerdì.»
La mamma si guarda le mani, poi alza gli occhi di scatto sul maître. «Certo. Naturale. Va
benissimo. Meglio così, anzi. Nell’angolo staremo più tranquille.»
Si siede dando le spalle alla sala e dispiega il tovagliolo.
«Ci è dispiaciuto molto apprendere che lei non continuerà a rappresentarci, senatrice Reed»
aggiunge l’uomo in tono cordiale.
«Ah, be’. È tempo di cambiare.» La mamma prende il cestino del pane e si mette a imburrare una
fetta con grandissima concentrazione. Poi la mangia come se fosse il suo ultimo pasto.
Tracy mi guarda perplessa. Ci scambiamo spesso questo sguardo, ultimamente. Casa nostra è un
silenzioso campo minato. Trace non vede l’ora di fuggire a Middlebury, e non le do torto.
«A proposito» dice Tracy «ho cambiato un po’ i progetti per il college.»
La mamma posa l’ultimo boccone di pane. «No» protesta in un fil di voce.
Tracy la guarda in silenzio. È come se la mamma avesse perso il diritto di dire no o sì a qualsiasi
cosa: e più o meno è questa la sua posizione, da quando è tornata da Martha’s Vineyard. E la mamma
distoglie lo sguardo.
«Flip si trasferisce in Vermont. Per stare con me. Ha trovato un ottimo lavoro, fa il tato per due
professori del dipartimento di letteratura inglese. Prenderemo casa insieme.»
La mamma sembra non sapere da dove cominciare. Alla fine dice: «Fa il tato…?»
«Sì, esatto, una tata maschio.» Tracy richiude il menù. «E andiamo a vivere insieme.»
Di primo acchito potrebbe sembrare la loro vecchia battaglia: Tracy che rivendica il diritto di
ribellarsi, la mamma che non glielo concede. Ma ultimamente è sempre la mamma a distogliere lo
sguardo per prima. Ora si guarda il tovagliolo in grembo, beve lentamente un sorso d’acqua e poi
dice: «Oh be’. Questa sì che è una notizia».
C’è una pausa mentre il cameriere prende i nostri ordini. Siamo ancora troppo beneducate, o ben
allenate, per mostrare emozioni di fronte alla servitù. Quando il cameriere se ne va, però, la mamma
prende il cardigan di seta che ha posato sullo schienale della sedia e fruga in tasca.
«Immagino quindi che sia un buon momento per mostrarvi questo.» Dispiega con cura un foglio di
carta, lo liscia con la mano e lo posa tra me e Tracy.
«Vendesi: la casa dei vostri sogni. In una tranquilla zona residenziale, in una delle cittadine più
esclusive del Connecticut, proponiamo una residenza dotata di tutti i comfort: finiture di pregio,
parquet, vicina al molo e alla spiaggia, tutto della migliore qualità. Per informazioni sul prezzo si
prega di contattare l’agenzia Postscript.»
Fisso il foglio e non capisco, ma Tracy afferra al volo la situazione.
«Vuoi vendere casa nostra? Ci trasferiamo?»
«Io e Samantha ci trasferiamo. Tu te ne sarai già andata» osserva la mamma con un’ombra del suo
tono acido di un tempo.
Solo allora riconosco casa nostra nella foto, ritratta di sbieco, dal lato che ormai non vedo quasi
più: quello opposto rispetto alla casa dei Garrett.
«È la cosa migliore da fare» dice asciutta la mamma mentre il cameriere le posa davanti un piatto
di insalata. «È troppo grande per due persone. È troppo…» Non finisce la frase e infilza un mirtillo
secco con la forchetta. «Dicono che la venderemo in un mese al massimo.»
«Un mese!» prorompe Tracy. «L’ultimo anno di scuola di Samantha? Dove pensi di andare?»
La mamma finisce di masticare e si pulisce la bocca. «Oh, forse in quei nuovi condomini giù alla
baia. Solo finché non troviamo qualcosa di meglio. Per Samantha non cambierà niente. Andrà
comunque alla Hodges.»
«Ah, ecco» borbotta Tracy. «Dio, mamma. Non è cambiato abbastanza per Samantha?»
Non intervengo, ma in un certo senso Tracy ha ragione. Chi era quella ragazza che all’inizio
dell’estate è entrata in questo ristorante con Nan, la sua migliore amica, preoccupata per Tim,
perplessa da Clay, e con una cotta segreta?
Ma d’altronde è proprio questo il punto, no? Tutte le cose importanti sono già cambiate.
La nostra casa era il capolavoro della mamma, simboleggiava la sua convinzione di meritare il
meglio in ogni cosa. Ma quello che piaceva a me era il panorama. E per tanto tempo sono rimasta la
ragazza che spiava i Garrett. La mia vita era nella casa accanto.
Ma non sono più una semplice spettatrice. Quello che c’è tra me e Jase è vero e vivo. E non ha
niente a che fare con le cose come appaiono da lontano: riguarda come sono da vicino. E questo non
cambierà.
Capitolo Cinquantatré

È l’aurora, ed è il week-end prima del Labor Day, il primo lunedì di settembre. Domani ricomincia
la scuola, con la sua valanga di compiti, corsi avanzati e aspettative. Quando apro gli occhi sento già
il cambiamento nell’aria, l’estate del New England che si piega all’avvento del fresco d’autunno.
Prendo la bici e vado in riva all’oceano per una nuotata prima dell’alba, mi concentro sulle bracciate
e poi galleggio tra le onde e guardo le stelle che sbiadiscono in cielo. Quest’autunno riuscirò a
rientrare nella squadra di nuoto.
Torno a casa prima che il sole abbia finito di sorgere, e sono appena uscita dalla doccia quando lo
sento.
«Samantha! Sam!» Strofino i capelli con l’asciugamano e vado alla finestra. Non è ancora giorno
pieno, ma al chiarore dell’alba vedo Jase sotto il pergolato con qualcosa in mano.
«Fatti da parte un attimo» mi dice.
Eseguo, e un giornale vola dentro la finestra descrivendo un arco perfetto in aria.
Tiro fuori la testa. «Che mira! Ma non sono abbonata allo Stony Bay Bugle.»
«Guarda dentro.»
Tiro via l’elastico e srotolo il giornale. Dentro trovo una nuvoletta di fragili fiori bianchi, avvolti
intorno a un mazzetto centrale che è verde come la primavera, e c’è un biglietto legato agli steli.
Vieni nella casa accanto. La tua carrozza ti aspetta.
Mi calo dal pergolato. Lì, nel vialetto dei Garrett, c’è la Mustang con i nuovi sedili di morbida
pelle marrone e il cofano verniciato di verde scuro.
«È bellissima» esclamo.
«Volevo aspettare che fosse perfetta, di averla verniciata tutta. Poi ho pensato che ci voleva
troppo tempo.»
«Non vedo ancora ragazze hawaiiane che ballano» osservo.
«Se ti va di ballare – o di fare la hula – accomodati. Ma il sedile davanti è pieno di roba, potresti
dover ballare sul cofano.»
Rido. «E rigarti la vernice nuova? No.»
«Vieni.» Apre la portiera con un gesto plateale, mi fa salire e poi sale anche lui, saltando sopra la
portiera del conducente.
«Che stile» dico, e scoppio a ridere.
«Vero? Mi sono esercitato. Il segreto è evitare di atterrare sul cambio.»
Sto ancora ridendo quando lui fa partire il motore.
«Ehi, si accende!»
«Ma certo» esclama lui, orgoglioso. «Mettiti la cintura, ho qualcos’altro da farti vedere.»
La città è deserta e silenziosa, i negozi non sono ancora aperti, neanche il Breakfast Ahoy. Ma i
giornali sono già stati distribuiti.
Prendiamo la litoranea e ci ritroviamo nel parcheggio della spiaggia, vicino al Clam Shack, dove
siamo andati per il nostro primo appuntamento.
«Vieni, Sam.»
Lo prendo per mano e andiamo sulla spiaggia. La sabbia è fresca, compatta e ancora umida dopo
l’alta marea, ma c’è nell’aria quella luminescenza che preannuncia una giornata afosa.
Imbocchiamo il sentiero sassoso che conduce al faro. Non si è ancora fatto giorno, e Jase mi
sorregge per la vita mentre avanziamo sulle grandi pietre irregolari. Arrivati al faro, mi tira verso la
scala di ferro che porta al tetto.
«Va’ prima tu, ti seguo a ruota» mi sprona.
In cima, ci infiliamo nella stanza da cui l’enorme lampada guarda sull’oceano, poi usciamo sul
tetto leggermente spiovente. Jase guarda l’orologio. «Meno dieci, nove, otto…»
«Sta per esplodere qualcosa?» domando.
«Ssshh. I vantaggi di lavorare nella distribuzione di giornali: so esattamente a che ora succede.
Zitta, Samantha. Sta’ a guardare.»
Ci sdraiamo, mano nella mano, a guardare l’oceano, e vediamo sorgere il sole sopra il tetto del
mondo.
Ringraziamenti

Ho sempre saputo che la scrittura non è un lavoro in solitaria, da svolgere in una vecchia soffitta
piena di spifferi, ma prima di questo libro non avevo idea di quante persone ci vogliano per
trasformare le mie parole nel libro che tenete in mano. Sono stata fortunatissima.
Inizierò dalla mia straordinaria agente, Christina Hogrebe della Jane Rotrosen Agency, che mi ha
sostenuta in ogni cosa. Sa trovare un equilibrio perfetto tra la conoscenza del mercato, l’analisi
attenta della trama e il conforto alle autrici nervose. È una vera maga.
Meg Ruley e Annelise Robey, anche loro della Jane Rotrosen, che hanno pronunciato quelle parole
magiche per spingermi a continuare: «Hai il tocco giusto». Carlie Webber ha attinto alla sua
competenza sul mercato dei libri per ragazzi e le sue domande intelligenti mi hanno aiutata più di
quanto sappia spiegare.
E poi c’è Jessica Garrison, la mia editor. È stata una fortuna per me che Jessica abbia letto il mio
libro e abbia deciso di migliorarlo con il suo talento e le sue capacità. Non c’è una pagina che non
sia stata resa più bella dall’occhio di falco di Jess, dalla sua attenzione ai dettagli, dal suo estro
creativo.
Un grazie non basta a esprimere la mia riconoscenza per il team di Dial/Penguin Books for Young
Readers. La straordinaria memoria di Regina Castillo in fatto di grammatica e di trama mi ha salvata
da molte figuracce. Kathy Dawson e Jackie Engel hanno creduto in questo libro anche durante la sua
adolescenza difficile. Theresa Evangelista ha realizzato per me una copertina ancor più bella di
quanto potessi immaginare, e Jasmin Rubero ha fatto sembrare più eleganti le mie parole.
Questa storia non sarebbe mai arrivata all’ultimo capitolo senza la sincerità e la pazienza del mio
adorato gruppo di recensori, il FTHRWA. Mi hanno aiutata con lo slang giovanile e mi hanno tenuta
per mano lungo la strada. Grazie a Ginny Lester, Ana Morgan, Morgan (Carole) Wyatt, Amy Villalba,
Jaclyn Di Bona e Ushma Kothari. E poi gli amici della mia città d’origine, che mi hanno spiegato di
tutto e di più sui motori delle macchine, il funzionamento della mente di un teenager e le conseguenze
degli errori medici.
E poi c’è il CTRWA. Dopo il primo incontro ho chiamato mio marito e gli ho detto: «Ho trovato la
mia gente»… e voi siete stati questo e altro per me. Un ringraziamento particolare a Jessica
Anderson, che ha affinato la mia voce, e a Toni Andrews, che ha risposto con pazienza a un’infinità
di domande ingenue.
Come le sue scarpe, la generosità di Kristan Higgins verso gli scrittori esordienti è leggenda.
Kristan ha sempre fatto molto più del suo dovere. Ringrazio lei e i talentuosi cloni che non può non
avere. Dico bene?
Infine, Gay Thomas e Rhonda Pollero mi hanno accompagnata con un affetto incrollabile nella
trasformazione da loro fortunata editor a collega e scrittrice. Come Carlotta il ragno, sono amici su
cui contare e ottimi scrittori. Sono onorata di conoscerli.
Quanto ai miei figli: mi fate ridere ogni giorno, mi donate i momenti più preziosi e non mi fate mai
dimenticare le cose che contano davvero. Vi amo più di ogni cosa al mondo.
Mia sorella, deLancey, è rimasta al mio fianco in tutto il corso del lavoro. Come sono fortunata ad
avere una sorella così protettiva, sincera e divertente. Che non è mai uscita con tennisti biondi. Certo
che no.
Mio padre, che è sempre stato il mio eroe. E Georgia, la mia adorata matrigna.
E mio marito John, che mi ha presa in parola al nostro primo appuntamento quando gli ho detto che
ero una scrittrice, e non ha mai smesso di spronarmi a diventarlo davvero. Sei il mio fan più fedele,
il mio agente migliore e il mio recensore più indulgente.
Indice

Capitolo Uno
Capitolo Due
Capitolo Tre
Capitolo Quattro
Capitolo Cinque
Capitolo Sei
Capitolo Sette
Capitolo Otto
Capitolo Nove
Capitolo Dieci
Capitolo Undici
Capitolo Dodici
Capitolo Tredici
Capitolo Quattordici
Capitolo Quindici
Capitolo Sedici
Capitolo Diciassette
Capitolo Diciotto
Capitolo Diciannove
Capitolo Venti
Capitolo Ventuno
Capitolo Ventidue
Capitolo Ventitré
Capitolo Ventiquattro
Capitolo Venticinque
Capitolo Ventisei
Capitolo Ventisette
Capitolo Ventotto
Capitolo Ventinove
Capitolo Trenta
Capitolo Trentuno
Capitolo Trentadue
Capitolo Trentatré
Capitolo Trentaquattro
Capitolo Trentacinque
Capitolo Trentasei
Capitolo Trentasette
Capitolo Trentotto
Capitolo Trentanove
Capitolo Quaranta
Capitolo Quarantuno
Capitolo Quarantadue
Capitolo Quarantatré
Capitolo Quarantaquattro
Capitolo Quarantacinque
Capitolo Quarantasei
Capitolo Quarantasette
Capitolo Quarantotto
Capitolo Quarantanove
Capitolo Cinquanta
Capitolo Cinquantuno
Capitolo Cinquantadue
Capitolo Cinquantatré

Ringraziamenti