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Il libro

Esiste un mondo in cui si vive in eterno. A Gamma nessuno nasce e nessuno muore: da
milioni di anni tutti si reincarnano in corpi diversi, ma sempre abitati dalla stessa anima. Ciascuno
conserva il ricordo delle proprie vite passate, e attende di viverne di nuove. Finché un giorno il ciclo
si spezza: una ragazza muore per sempre. Al suo posto nasce Ana, una vita nuova. La prima mai
comparsa su Gamma. Ana fa paura, tanto che sua madre la costringe a vivere come una reclusa, un
errore da nascondere al mondo. Ma al compimento del suo diciottesimo anno Ana decide di partire
per la città di Cardio in cerca di risposte: perché nessuno è come lei? E quando morirà, sarà per
sempre? Sam, un musicista che le fa battere il cuore, è l’unico a credere che la sua vita abbia un
valore. Una vita mortale, in un mondo di vite eterne, racchiude un grande potere: quello del
cambiamento. Ana riuscirà a spiccare il volo dalla sua crisalide?

L’autore

Jodi Meadows vive e lavora in Virginia, con il marito, il gatto Kippy e una quantità
preoccupante di furetti.

Ha deciso di fare la scrittrice quando ha abbandonato il sogno di diventare astronauta.


JODI MEADOWS

traduzione di Carla Gaiba

A mia madre, che mi ha incoraggiata a seguire i miei sogni, e non si è mai fatta
prendere dal panico quando la chiamavo per chiederle come si curano fratture, commozioni
cerebrali o ustioni di secondo grado.
TRECENTOTRENTATREESIMO
ANNO DEI CANTI,
TERZA SETTIMANA

Che cos’è un’anima, se non l’eterno rinascere di una coscienza?

Con l’avvento della nuova tecnologia, sappiamo che le anime possono essere misurate
come una serie di vibrazioni che gli Indovini dell’Anima sono in grado di tracciare con i loro
strumenti. Ogni sequenza è unica. Ogni sequenza è identica alla sua precedente incarnazione, non
importa quanto sia diverso il corpo che l’accoglie. Io stesso sono rinato centinaia di volte e ricordo
ogni singola generazione.

Le anime sono la capacità sensitiva, un’essenza nata all’interno di un corpo nuovo


quando il vecchio muore.

Le anime sono sempre state un milione, ma ora siamo un milione meno una. Cinque
anni fa, la notte in cui Ciana morì, il tempio fu avvolto dall’oscurità. Quando Li stasera ha dato
alla luce nostra figlia, ci aspettavamo che fosse la reincarnazione di Ciana. Invece, le certezze sulle
quali avevamo costruito il nostro mondo hanno rivelato la loro irrimediabile fragilità.

Gli Indovini dell’Anima hanno preso la mano della neonata, l’hanno appoggiata sullo
scanner e la sequenza di vibrazioni ha cercato una corrispondenza nel database.

Non ne ha trovata nessuna, il che significa che quest’anima non era mai nata prima
d’ora. E dunque da dove è venuta? Che cos’è accaduto all’anima di Ciana? È stata sostituita?
Potrebbe succedere anche ad altre anime?

Ed esiste poi davvero, quest’anima nuova?

Dal diario privato di Menehem


CAPITOLO UNO

NEVE

Io non sono rinata.

Avevo cinque anni quando capii per la prima volta quanto questo mi rendesse diversa.
Era l’equinozio di primavera dell’Anno delle Anime: la Notte delle Anime, quando ci si scambiano
storie su esperienze di tre vite fa. O dieci vite fa. O magari venti. Battaglie contro i draghi,
l’invenzione della prima pistola laser e l’impresa di Cris, durata quattro vite, di coltivare una
perfetta rosa blu. Solo per poi sentirsi dire da tutti che in realtà era viola.

Nessuno parlava con me, perciò non dicevo una parola – proprio mai – però ero
bravissima ad ascoltare. Tutte quelle persone avevano già vissuto, avevano ricordi da condividere e
altre vite che le aspettavano. Danzavano tra gli alberi e attorno al falò, bevevano fino a crollare
gambe all’aria dal gran ridere, e quando arrivò il momento di levare il canto di ringraziamento per
l’immortalità, alcuni mi lanciarono un’occhiata e sulla radura calò un silenzio così innaturale che si
sentiva la cascata scrosciare sulle rocce, cinque chilometri più a sud.

Quella volta Li mi riportò a casa e il giorno dopo misi insieme tutte le parole che
conoscevo e le feci una domanda. Gli altri ricordavano un centinaio di vite prima di questa. Dovevo
sapere perché io non potevo.

— Chi sono io? — furono le mie prime parole.

— Nessuno — rispose Li. — Una senzanima.

Stavo partendo.

Era il mio diciottesimo compleanno, solo poche settimane dopo la fine dell’anno.

Li disse: — Buon viaggio, Ana — ma l’espressione sul suo viso era gelida, e dubito che
stesse parlando sinceramente.

L’Anno della Siccità era stato il peggiore della mia vita, saturo di rabbia accumulata e di
risentimento. L’Anno della Fame non era cominciato molto meglio, ma adesso era il mio
compleanno e avevo uno zaino pieno di provviste e una missione da compiere: scoprire chi ero,
qual era il motivo della mia esistenza. E potermi sottrarre agli sguardi ostili di mia madre era un bel
valore aggiunto.

Mi lanciai un’occhiata alle spalle, verso la Casa delle Rose Purpuree; Li, alta e sottile
sulla porta, e la neve che turbinava tra noi.

— Arrivederci, Li.

Il mio addio si condensò a mezz’aria, rimanendo sospeso mentre raddrizzavo le spalle e


raccoglievo il mio zaino. Era giunto il momento di lasciare quel cottage isolato per andare a
incontrare… tutti gli altri. Fatta eccezione per qualche raro visitatore, non conoscevo nessuno oltre
a quel cuore di serpente di mia madre. Il resto della popolazione viveva nella città di Cardio.
Il vialetto scendeva tortuoso lungo la collina, fra le zucche e le piante di pomodoro
rampicanti, ricoperte di brina. Stretta nel giaccone di lana, sentivo i brividi penetrare sempre più a
fondo mentre mi allontanavo dalla donna che aveva l’abitudine di affamarmi per giorni come
punizione per non aver sbrigato le faccende domestiche in modo soddisfacente. Se quella era
davvero l’ultima volta che l’avrei vista, non avevo certo molti motivi per lamentarmene.

I miei stivali scricchiolavano sulla ghiaia e sulle schegge di ghiaccio cadute dagli alberi
mentre dalle montagne faceva capolino l’alba. Tenevo i pugni stretti in tasca, ben protetti nelle
muffole sbrindellate, le mandibole strette contro il gelo. Lo sguardo di Li, carico d’odio, continuò a
seguirmi per tutta la discesa, tagliente quanto i ghiaccioli che penzolavano dal tetto. Ma non
importava più, ormai. Adesso ero libera.

Ai piedi della collina, mi voltai verso Cardio. In città avrei trovato le mie risposte.

— Ana! — Dal gradino della veranda, Li stava agitando un piccolo oggetto metallico.
— Hai dimenticato di portare con te una bussola.

Feci un sospiro profondo e arrancai di nuovo su per la collina. Lei non me l’avrebbe
portata, e non mi meravigliava che avesse aspettato di vedermi arrivare fino in fondo prima di
avvisarmi. Il giorno in cui ebbi le mie prime mestruazioni, ero corsa fuori dal bagno gridando che
mi stavano uscendo le budella. Lei aveva riso e riso finché non aveva capito che davvero ero
convinta di essere sul punto di morire. E questo l’aveva fatta sghignazzare ancora di più.

— Grazie. — La bussola mi riempì il palmo della mano, prima di finire nella tasca della
giacca.

— Cardio è a quattro giorni da qui, in direzione nord. Sei giorni, se c’è brutto tempo.
Cerca di non perderti, perché io non ti verrò a cercare. — E mi sbatté la porta in faccia, troncando il
soffio d’aria calda che proveniva dalla stufa.

Siccome non poteva vedermi, le feci la linguaccia, poi sfiorai con le dita la rosa
intagliata nella porta di quercia. Quella era la sola casa che avessi mai conosciuto. Dopo la mia
nascita, Menehem, l’amante di Li, se n’era andato oltre i confini di Gamma.

Non poteva restare: troppo grande era stata l’umiliazione per quella figlia senzanima, e
Li mi incolpava per… per tutto. La sola ragione per cui si era presa cura di me – si fa per dire – era
perché il Consiglio l’aveva obbligata.

Qualche tempo dopo, ancora ferita per la partenza di Menehem, aveva deciso di
trasferirsi nella Casa delle Rose Purpuree, anch’essa abbandonata e sbeffeggiata con nomignoli
quando tutti si erano trovati d’accordo nel dire che le rose di Cris non erano affatto blu. Non appena
fui abbastanza cresciuta, cominciai a dedicare ore e ore alla cura di quelle rose, per riportarle in vita,
in modo che fiorissero per tutta l’estate. Portavo ancora sulle mani le cicatrici delle loro spine, ma
sapevo bene per quale motivo si difendessero con tanta ferocia.

Girate di nuovo le spalle, scesi la collina con passo pesante. Una volta arrivata a Cardio
avrei chiesto al Consiglio il permesso di poter trascorrere del tempo nella grande biblioteca. Doveva
pur esserci una ragione se dopo cinquemila anni di ininterrotte reincarnazioni delle stesse anime,
ero nata io.
Il mattino avanzava lentamente, ma il freddo non alleggeriva la sua morsa. I cumuli di
neve si allineavano lungo la strada lastricata di sassi e i miei stivali schiacciavano la sottile coltre
bianca che si era andata formando durante la giornata. Ogni tanto qualche tamia o uno scoiattolo
faceva frusciare i rametti ghiacciati, o sfrecciava tra gli abeti, ma per lo più regnava il silenzio.
Perfino l’alce che si aggirava lento per i campi innevati non faceva alcun rumore. Poteva sembrare
che io fossi la sola persona in tutta Gamma.

Sarei dovuta partire prima del quindec, il mio quindicesimo compleanno e – per la gente
normale – il giorno dell’ingresso nell’età adulta. I ragazzi normali lasciavano i genitori per
festeggiare quel compleanno insieme agli amici, ma io non ne avevo, e poi avevo pensato di
prendermi più tempo per apprendere le cose che tutti gli altri avevano assorbito in migliaia di anni.
Il pegno da pagare per aver creduto a Li, ogni volta che mi ripeteva quanto fossi stupida.

Non avrebbe più avuto la possibilità di farlo, adesso. Arrivata in fondo alla strada che
conduceva alla casa, controllai la bussola e presi il bivio che portava a nord.

I boschi montani della regione meridionale di Gamma mi erano familiari e lì mi sentivo


al sicuro; gli orsi e gli altri grandi mammiferi non venivano a infastidirmi, né del resto io infastidivo
loro. Avevo trascorso tutta l’adolescenza raccogliendo fossili cristallini e conchiglie riaffiorate in
superficie dopo secoli. Stando a quanto era scritto nei libri, mille anni fa, quando straripavano
durante la stagione delle piogge, le acque del Lago del Confine di Gamma arrivavano fin quassù,
perciò c’era sempre la possibilità di imbattersi in qualche tesoro.

Non mi fermai per mangiare, limitandomi a sbocconcellare alcune mele raggrinzite che
avevo preso dalla scorta in cantina, lasciando dietro di me una scia di torsoli a beneficio di qualche
fortunata creaturina del bosco. Una volta saziato lo stomaco, mi tirai il colletto della camicia sul
naso, in modo che l’alito arrivasse a lambire labbra e guance. I miei passi tenevano il ritmo, mentre
il grido di un falco scandiva l’armonia.

Non avevo ricevuto una regolare educazione in campo musicale, ma avevo rubato dei
libri di teoria dalla biblioteca di casa e, qualche volta, anche delle registrazioni del più celebre
musicista di Gamma: Dossam. Avevo imparato a memoria le canzoni di quell’uomo – o donna, in
alcune delle sue vite – perché volevo che continuassero a essere mie anche dopo che Li si fosse
accorta del furto. E ne era valsa la pena, nonostante le botte.

La luce del sole che filtrava attraverso la coltre di nubi calava lentamente sulla mia
destra verso la linea dell’orizzonte, facendo risaltare i picchi innevati contro il cielo. Strano. Dal
momento che stavo viaggiando verso nord, il sole avrebbe dovuto trovarsi alla mia sinistra.

Forse, senza che me ne accorgessi, la strada si era avvolta in un tornante attorno a una
collina. Le montagne pullulavano di sentieri ingannevoli, che sembravano promettenti finché non si
interrompevano sulla sponda di un laghetto o davanti a un crepaccio. Quando avevano progettato le
strade attraverso la natura selvaggia, gli ingegneri erano stati ben attenti a evitare certe insidie, ma
avrebbero dovuto comunque considerare meglio anche le ripide pendici di monti e colline.

Bisognava aspettarsi molte curve, tanto brusche quanto dolci.

Ma quando, posato lo zaino sull’acciottolato del sentiero, mi arrampicai su un pioppo


per avere una visuale migliore, non fui in grado di distinguere un punto in cui la strada tornasse
indietro. A quanto riuscivo a vedere nella luce velata del crepuscolo, essa avanzava tagliando la
distesa di pini e abeti, sempre dritta fin oltre il Lago del Confine che segnava il limite meridionale
di Gamma.

Li mi aveva imbrogliato.

— Ti odio!

Scagliai la bussola a terra, chiudendo gli occhi con forza, senza nemmeno sapere con
chi avrei dovuto prendermela. Se con Li, che mi aveva rifilato una bussola difettosa, o con me
stessa, così ingenua da credere che lei potesse compiere anche solo quella piccola gentilezza nei
miei confronti.

Avevo buttato via un intero giorno di marcia, ma almeno me n’ero accorta prima di
sconfinare oltre il territorio di Gamma. L’ultima cosa che volevo era imbattermi in un centauro,
cosa alquanto probabile spingendosi così a sud, oppure in una silfide, creature che infestavano i
confini di Gamma. Di solito non riuscivano a entrare, grazie alle trappole termosensibili piazzate in
giro per il bosco, ma spesso da bambina mi era capitato di sognarle, e non ero del tutto convinta che
quelle ombre, quegli aloni di calore, fossero sempre stati solo degli incubi.

In ogni caso, se non gliel’avessi raccontato io, Li non sarebbe mai venuta a sapere della
sua vittoria.

Il tempo di scendere dal pioppo e il buio si era fatto totale; soltanto un filo di luce lunare
riusciva a filtrare attraverso le nubi. Rovistai nello zaino finché la mia mano non si chiuse attorno
alla torcia. La accesi ruotandola con decisione un paio di volte e preparai il campo in quel candido
chiarore. C’era un ruscello che scorreva impetuoso proprio sul ciglio della strada, e folte conifere
proteggevano uno spiazzo ampio quel tanto che bastava per il mio sacco a pelo.

Spazzai via la neve e stesi il sacco a terra. Era abbastanza grande da potermelo chiudere
fin sopra la testa, e mi rimaneva anche lo spazio per stiracchiarmi liberamente. Non avevo una
tenda, né ne avevo bisogno; ci sarebbe voluto troppo tempo per riscaldarla, visto che Li non mi
aveva dato uno scaldino. Non che mi aspettassi un simile riguardo nei miei confronti. Comunque,
mi bastò infilarmi nel sacco per sentirmi subito comoda e al calduccio, come se fossi stata a casa.

Magari un giorno, una volta scoperto da dove venivo e se mai sarei rinata, avrei potuto
vivere per sempre nei selvaggi boschi di Gamma. Non avevo bisogno di nessuno, io.

Mentre la luce della torcia si affievoliva lentamente, canticchiavo tra me e me la mia


sonata preferita, che mi arrivava alle orecchie in una melodia ovattata. Dentro il sacco a pelo si
soffocava, ma era sempre meglio che svegliarsi con la bocca piena di neve. Le palpebre mi stavano
diventando sempre più pesanti.

— Shhh…

Mi risvegliai di colpo, subito all’erta, e afferrai la torcia, indecisa se accenderla o


scartare l’idea.

— Ssshhh…
Dall’altra sponda del ruscello giunse un lamento sommesso. Nessun rumore di passi
sulla sterpaglia, però, nessun frusciare di rami. Dappertutto silenzio, tranne che per l’acqua che
gorgogliava tra le rocce. E quel sussurro.

I mormorii continuarono; qualcun altro aveva deciso di accamparsi lì e, per quanto


strano, non si era accorto del mio sacco a pelo.

Benissimo. Me ne sarei andata. Non ero pronta ad affrontare nessuno dopo così poco
tempo dall’aver lasciato Li. Lei mi aveva sempre ribadito che tutti mi avrebbero odiato a causa di
ciò che ero, e poi non volevo dover spiegare per quale motivo mi trovassi al confine estremo di
Gamma. Chilometri e chilometri di territorio abitato, la maggior parte della gente rintanata a Cardio
e qualcuno si era fermato proprio lì.

Il tono di voce degli intrusi non mutò mai mentre facevo scivolare le braccia nelle
maniche del giaccone e infilavo le mie cose nello zaino. Alla fine tornavano utili tutti quegli anni di
pratica nel cercare di non farmi notare da Li. Non appena aprii la zip del sacco a pelo per sgusciare
fuori, fui colpita da un refolo di aria gelida.

Si sentì un lamento. Ora sì che volevo proprio andarmene.

Arrotolai il sacco a pelo, lo misi nello zaino e mi avviai con circospezione verso la
strada, alla luce della luna che si rifletteva sulla distesa nevosa, abbastanza vivida da permettermi di
distinguere gli alberi e il sottobosco. Degli intrusi nessuna traccia, però. Dovevo aver dormito per
un po’, perché il cielo era limpido e scuro, con una spolverata di stelle simile a neve. Il vento
scuoteva i rami degli alberi.

— Shhh…

I sussurri seguivano la mia ritirata.

Col cuore a mille, accesi la torcia e diressi il fascio di luce verso il gorgoglio dell’acqua
sulle rocce. Neve, terra e ombre. Niente di strano, eccetto quelle voci senza corpo.

Per quanto ne sapevo, c’era soltanto una creatura che si muoveva senza toccare terra. La
silfide.

Fuggii di corsa lungo la strada, con la neve che scricchiolava sotto gli stivali e l’aria
gelida che mi riempiva i polmoni, facendomi rabbrividire. I lamenti divennero strida, e poi risate.
Anche se il calore che sentivo dietro il collo poteva essere un effetto della mia immaginazione in
preda al terrore, sapevo che la silfide mi stava raggiungendo. Avrei potuto sopravvivere al loro
tocco ustionante se mi avessero toccato di striscio; ma se si fosssero soffermate soltanto un istante
di più, sapevo che mi avrebbero ucciso.

Esistevano dei metodi per imprigionarle il tempo sufficiente a rispedirle nel cuore del
bosco, ma mi mancava l’attrezzatura necessaria. Non c’era modo di uccidere un’ombra.

Mi lanciai tra gli alberi. I rami mi schiaffeggiavano il viso, mi afferravano per il


giaccone. Per liberarmi, ogni volta lo strappavo un po’ di più e intanto continuavo ad addentrarmi
nel bosco. Quel sibilo era l’unico indizio di quanto le silfidi fossero vicine.
L’aria gelata mi pungeva gli occhi e la luce della torcia si stava ormai esaurendo: Li mi
aveva dato quella di riserva, ormai vecchia. Avevo il petto in fiamme per il freddo e la paura, e un
crampo mi attanagliava il fianco. Le silfidi gemevano, simili al fischio del vento nella bufera.
Un’invisibile lingua di fuoco mi lambì la guancia priva di protezione. Lanciai uno strillo e ripresi a
correre ancora più veloce, ma lo zaino mi si impigliò in un groviglio di rami d’abete e non ci fu
strattone in grado di liberarlo.

Le silfidi scioglievano la neve mentre formavano un cupo circolo di vento stridente.


Lunghe dita nere si allungarono sinuose verso di me, e sentii il bruciore dell’ustione sulla faccia.

Sfilai le braccia dallo zaino e mi lanciai in mezzo alle creature d’ombra; una vampata di
calore mi avvolse il viso, come se mi fossi affacciata allo sportello di un forno. Loro mi
inseguirono, lanciando grida stridule, ma io riuscivo a muovermi molto più rapidamente ora che non
avevo più nulla a impacciarmi. Alberi, cespugli, tronchi caduti. Correvo, scartando e saltando,
sforzandomi di tenere insieme i pensieri, concentrata più sul prossimo ostacolo che sulla neve e il
freddo, o sulla morte crudele che mi dava la caccia.

Forse potevo attirarle verso una delle trappole piazzate appositamente per loro. Ma non
sapevo dove si trovassero. Non sapevo dove mi trovassi io.

La torcia si spense. La colpii sul fondo, ruotando il tubo finché un flebile fascio di luce
non illuminò di nuovo gli alberi, che spiccavano sulla distesa di neve scintillante.

Le silfidi si lamentavano e piangevano, avvicinandosi, mentre io schivavo un abete


innevato. Spire di calore mi lambirono il collo. Superai un ceppo con un balzo e arrivai in scivolata
fin sull’orlo di un promontorio che si protendeva sul lago. La neve slittò sotto i miei stivali quando
mi gettai in ginocchio per fermarmi prima di precipitare. La mia torcia non fu altrettanto fortunata.
Mi sgusciò via dalle mani guantate, rimbalzando rumorosamente, per poi piombare nel lago con un
tonfo. Tre secondi. Una lunga caduta.

Il vento soffiò su dall’acqua, mentre mi rimettevo in piedi.

Le silfidi fluttuavano sul bosco, saranno state sette o otto, creature due volte la mia
altezza, fatte di ombra e fumo. Strisciarono verso di me, sciogliendo la neve e intrappolandomi tra
loro e il precipizio sul lago.

Le grida che lanciavano erano di rabbia e disperazione, un fuoco inesauribile.

Mi diedi un’occhiata alle spalle: il lago era una distesa di tenebre e non c’era nient’altro
dietro di me. Se c’erano delle rocce o dei pezzi di ghiaccio, non riuscivo a vederli. Annegare
sarebbe stata una morte migliore che bruciare nel fuoco delle silfidi per settimane o mesi.

— Non mi avrete. — Mi girai e saltai oltre l’orlo del precipizio.

La morte sarebbe giunta gelida e veloce; non avrei sentito nulla.

CAPITOLO DUE
ACQUA

Si udì riecheggiare un grido. Il mio.

Inspirai e schiacciai le mani contro la bocca e il naso. L’acqua mi colpì gli stivali come
uno schiaffo, risalendomi lungo i fianchi fino a coprirmi la faccia. La pressione spazzò via l’aria dal
petto e dalla gola in un turbinio di bolle. Impregnato di gelo, il giaccone mi trascinò verso il fondo.

I guanti non erano molto efficaci come pinne e gli stivali erano troppo pesanti perché
riuscissi a battere i piedi. In quel freddo che stordiva, a malapena mi accorgevo dei pezzi di
ghiaccio che mi urtavano mentre mi dimenavo affannosamente nel tentativo di risalire in superficie.
Sott’acqua, la forza di gravità sembrava agire allo stesso modo in tutte le direzioni, ma proprio
quando credevo di essermi girata sottosopra, una sferzata di aria gelata mi colpì in viso.

Sputai l’acqua e annaspai. Avrei voluto spingermi verso la riva più vicina, ma le braccia
erano troppo pesanti, e con gli abiti zuppi non riuscivo a sollevarle. Il peso mi tirò di nuovo giù,
lasciandomi soltanto pochi secondi per riempirmi i polmoni.

Non c’era niente da fare: per quanto lottassi, non riuscivo a riemergere dall’acqua. Mi
aggrappai a un blocco di ghiaccio e cercai di far leva con le braccia, invece mi ribaltai. La mia
attenzione venne allora attirata da un bagliore: la torcia che fluttuava verso un fondo che non
riuscivo a vedere.

Tenevo la bocca serrata, ma il petto era scosso da spasmi dolorosi a causa dei polmoni
assetati d’aria. Se non mi avesse ucciso prima la temperatura polare, lo avrebbe fatto l’acqua. Ormai
non riuscivo più a muovermi.

Era come se i miei pensieri si stessero frantumando in tante schegge di ghiaccio. Il


battito del cuore mi rimbombava nelle orecchie, sempre più lento per l’effetto del freddo, della
profondità e della mancanza di ossigeno. Per quanto mi sforzassi, non mi riusciva di trovare il modo
di spingermi verso l’alto, le braccia proprio non volevano saperne di muoversi. L’acqua diventava
man mano più scura mentre seguivo la torcia verso il fondo del Lago del Confine di Gamma. Tutta
l’aria che avevo trattenuto nei polmoni stava uscendo, una bolla dopo l’altra.

E fu in quel momento che l’acqua accanto a me si mosse in un mulinello là dove


avrebbe dovuto essere immobile. Non appena toccai il fondo con la punta dei piedi, la luce scivolò
dietro le mie palpebre, qualcosa mi avvolse intorno alla vita e mi sentii trascinare rapidamente verso
l’alto. Quella morsa, che continuava a stringermi con maggior vigore, mi trascinò attraverso il muro
d’acqua scura.

Il battere lento e sordo del mio cuore mi sembrava ancora più distante. Il petto ebbe un
sussulto, come se volesse indurmi a inspirare con l’inganno. Non ce la facevo a trattenere il respiro.
Se non avessi lasciato entrare qualcosa ad alleggerire la pressione, i miei polmoni sarebbero esplosi.

Non riuscii a impedirmelo. Inalai l’acqua e cedetti alla morsa del gelo. Il tempo scivolò
via in un alone di ghiaccio. L’acqua mi scorreva intorno, dentro, e tutto era diventato liscio e scuro,
come di ossidiana.

Ero sdraiata sulla schiena.


Qualcosa mi stava battendo sul petto. Un sasso. Un pugno. Rabbia. Qualcosa di freddo e
bagnato mi premeva sulla bocca e sentii un soffio di calore nella gola. Il battito si riattivò nel mio
torace e dentro di me si formò una bolla che divenne sempre più grande, fino a trovare a fatica la
via per uscire.

Una faccia scura e gocciolante oscillò nel mio campo visivo un istante prima che
sputassi fuori l’acqua del lago. Mi mandò la gola in fiamme, ma continuai a sputare e tossire finché
la bocca rimase a secco. Ricaddi sulla schiena mentre i brividi mi assalivano, scuotendomi come gli
infissi del nostro cottage durante una tempesta.

Ero viva. Il vento gelido era più freddo dell’acqua del lago, ma riuscivo a respirare.
L’aria di qualcun altro era entrata in me. Mi costrinsi ad aprire gli occhi, stentando a credere che
qualcuno si fosse preso il disturbo di salvarmi la vita.

Il gelo e il buio sconfinato dovevano avermi danneggiato la vista, perché vidi


l’espressione preoccupata di un ragazzo mutare in sollievo. Forse era la mia mente intorpidita a
farmi credere che stesse sorridendo. A me.

Poi persi i sensi, e sprofondai nel mondo dei sogni.

La lana delle coperte mi solleticava il viso. Il mio ingombrante giaccone era sparito,
insieme agli stivali; ero asciutta, e mi trovavo sdraiata su un fianco. Mi sentivo tutta dolorante per
l’impatto con l’acqua, ma quello che mi dava il tormento era l’abrasione sulla guancia. Le coperte
mi intrappolavano in un bozzolo di aria calda. I pensieri annebbiati mi intrappolavano in quel sogno
di salvezza.

C’era qualcosa di solido che mi premeva sulla schiena. Un altro corpo stava respirando
all’unisono con il mio, a un ritmo costante, dentro e fuori, dentro e fuori… finché, non appena ne
presi consapevolezza, quell’armonia si ruppe. Allungato in modo scomposto sulle mie costole c’era
un braccio, e una mano era posata all’altezza del cuore, quasi a volersi accertare che continuasse a
battere o che non mi scappasse fuori dal petto. Un alito tiepido mi riscaldava dietro il collo,
accarezzandomi la peluria della nuca.

Proprio quando stavo per ripiombare nei sogni, una voce profonda alle mie spalle disse:
— Ciao.

Trattenni il respiro, aspettando che lo scenario del sogno mutasse.

— Erano almeno… che so… quattromila anni che a qualcuno non veniva la brillante
idea di farsi una nuotata nel bel mezzo dell’inverno. Un modo orribile per andarsene. Cos’è, volevi
verificarlo di persona?

Di colpo la mia situazione si fece chiara e spalancai gli occhi all’istante. Schizzai su a
sedere, le gambe impacciate nella coperta, e urtai il gomito contro una stufetta. La tenda sembrò
restringersi intorno a me. Lo spazio era illuminato soltanto da una piccola lanterna, ma fu
sufficiente per permettermi di adocchiare l’uscita, chiusa da una zip. Cercai di raggiungerla con un
balzo.

Il ragazzo mi afferrò per la vita e mi trattenne. Caddi a sedere, tirandomi dietro la zip.
La gelida aria invernale si riversò dentro la tenda mentre sfuggivo alla sua presa e mi lanciavo fuori,
nella notte immobile. La neve scintillava alla luce della luna, ingannevolmente serena con il suo
silenzio opprimente.

Le calze di lana riuscirono a proteggermi i piedi finché non raggiunsi un filare di alberi
dall’altra parte di una radura, dove sentivo gli aghi d’abete e i sassi aguzzi attraverso la neve. Ma
non m’importava. Non mi fermai. Correvo senza badare alla direzione, pur di sfuggire alle silfidi e
a quello strano ragazzo. Non avevo modo di sapere quali fossero le sue intenzioni, ma se
assomigliava anche minimamente a Li, non potevo aspettarmi niente di buono.

L’inverno mi assalì non appena aggirai un gruppo di massi e cespugli. La pelle d’oca mi
risalì rapida lungo le braccia nude. Avevo indosso soltanto una camicia sottile e dei pantaloni
troppo grandi, e né l’una né gli altri mi appartenevano.

L’aria gelida mi feriva in fondo alla gola a ogni respiro affannato. Scesi a tentoni lungo
una scaletta di roccia e terra compressa, con l’intenzione di rimettermi a correre, ma il lago mi
apparve sotto la luce della luna, ampio davanti a me. Lievi increspature scintillavano mentre
lambivano la riva e i miei piedi.

Indietreggiai, barcollando, le immagini di ghiaccio e di una torcia che affondavano


vivide dietro le mie palpebre a ogni battito di ciglia. Il promontorio dal quale ero caduta… no, dal
quale mi ero buttata, era alla mia destra, lontano, una sagoma scura contro il chiarore delle stelle e
le montagne innevate. Avrei dovuto essere morta.

Forse Li aveva pagato quel ragazzo per salvarmi. Non sarebbe stata la prima volta che si
comportava con me come il gatto che gioca con il topo fino a farlo morire di paura.

Aghi di pino e neve mi frusciavano sotto i piedi. Le onde davanti a me sanguinavano


luce. Mi voltai. Il ragazzo era lì, una lanterna all’altezza della spalla e lo sguardo oltre il punto in
cui mi trovavo io.

— Dopo tutta la fatica che ho fatto per salvarti, apprezzerei se non cercassi di nuovo di
ucciderti.

Serrai le mascelle per impedire ai denti di battere. I brividi mi scuotevano a ondate


mentre cercavo una via di scampo, ma lui bloccava l’unico passaggio possibile. Avrei potuto
picchiarlo, oppure lanciarmi a nuoto verso l’altra sponda, dove non avrebbe potuto raggiungermi.
Soluzioni dal successo improbabile, soprattutto perché l’ultima cosa che desideravo era rituffarmi in
quel lago ghiacciato. Probabilmente mi aveva appena salvato ancora una volta la vita.

Doveva essere forte per riuscire a tirarmi su così dal fondo del fiume. Un velo di barba
gli scuriva il mento e torreggiava su di me, ma sembrava avere la mia stessa età. Pelle abbronzata,
occhi grandi e un’incolta capigliatura sfumata. E dovevano essere state le sue braccia a cingermi
sott’acqua, così com’era stato il suo respiro a entrare nel mio corpo quando a me non ne rimaneva
nessuno.

— Puoi anche tornare indietro. — Mi offrì la mano libera, le lunghe dita leggermente
ricurve in un gesto di benvenuto. — Non ti farò alcun male, e stai tremando. Ti preparo del tè.

Nemmeno lui provava a nascondere i brividi che lo scuotevano; l’assenza di guanti e


cappotto significava che non aveva voluto perdere tempo a proteggersi dal freddo prima di lanciarsi
al mio inseguimento. Forse la sua preoccupazione era sincera; d’altra parte, però, pensavo che
anche Li fosse sincera, quando mi aveva richiamata per ricordarmi della bussola.

— Per favore — insistette.

L’unica alternativa che avevo era restarmene lì a morire di freddo, il che sembrava una
prospettiva poco allettante adesso che ero sicuramente viva. L’avrei tenuto d’occhio, però, e se
avesse fatto qualcosa che mi avesse ricordato anche solo lontanamente Li, sarei fuggita. Non poteva
costringermi a restare.

Lo seguii nel bosco. Non gli presi la mano, limitandomi a stringermi nelle braccia, ma
ero contenta che avesse portato con sé quella lanterna, e che avesse prestato attenzione alla
direzione in cui ero scappata.

Nel bosco il nero delle ombre si alternava al bianco dei cumuli di neve. Pini e abeti
fremevano sotto il peso di milioni di fiocchi. Io sobbalzavo a ogni minimo rumore, le orecchie
pronte a cogliere i sussurri e i gemiti che mi avevano spinta nel lago.

La guancia mi pulsava ancora dove la silfide mi aveva toccata, ed era bollente sotto le
dita. Non mi sembrava che si stesse gonfiando, però; difficilmente sarei morta per quella ferita. Ero
stata fortunata a cavarmela con così poco. Si diceva che quando le scottature di silfide erano più
profonde, si espandevano nel tempo, fino a consumare un corpo intero. Li mi aveva avvertito che
era una morte dolorosa.

Arrivammo alla tenda. Fuori c’era un cavallino che ci accolse con uno sbuffo,
lanciandoci un’occhiata da sotto una mezza dozzina di coperte. Quando vide che non facevamo
niente per cui valesse la pena allarmarsi, abbassò la testa e si rimise a dormire.

Il mio salvatore mi tenne aperta la tenda per farmi entrare. I nostri stivali erano stati
lasciati all’ingresso, insieme ai giacconi ancora umidi. Dentro, c’erano delle coperte sulla sinistra,
una piccola stufetta a batteria solare al centro e le sue borse sull’altro lato. C’era appena lo spazio
sufficiente per una persona sdraiata; per due, se si trattava di persone molto amiche… o impegnate a
combattere l’ipotermia. Quel ragazzo aveva saputo esattamente che cosa fare per salvarmi la vita;
nella sua situazione, io mi sarei lasciata prendere dal panico. Ero già abbastanza nel panico nella
mia situazione.

Con un cenno del capo mi indicò le coperte e la stufetta. — Siediti.

Non si può certo dire che mi accomodai con grazia; piuttosto mi lasciai cadere come un
sacco tremante. Sentivo male dappertutto. Male per il freddo, male per l’impatto con l’acqua. Male
per le ombre feroci che mi avevano inseguita nel bosco.

Se avesse saputo che ero la senzanima, sicuramente quel ragazzo non si sarebbe chinato
per aiutarmi a mettermi seduta. Né mi avrebbe sistemato una coperta intorno alle spalle, guardando
con aria preoccupata l’ustione sulla mia guancia. Ma non lo sapeva, e quindi furono proprio quelle
le cose che fece. Il che forse voleva dire che non era uno degli amici di Li, dopo tutto.

— Silfidi?

Mi coprii l’ustione con la mano. Perché farmi quella domanda se era così evidente?
Andò al suo bagaglio, riempì un bollitore portatile con dell’acqua e lo accese. Quando le
bolle cominciarono a sollevarsi dal fondo, tirò fuori una scatoletta.

— Ti piace il tè?

Annuii controvoglia e, mentre lui non guardava, allungai le mani verso la stufetta.
Piccole onde di calore mi solleticarono la pelle, ma il gelo si era insinuato ben più a fondo.
Specialmente nei piedi, dopo la mia corsa nel bosco. I calzettoni di lana, che dovevano essere suoi,
visto che avrei potuto infilarci comodamente anche le mani, erano umidi di neve.

Versò due tazze d’acqua bollente e aggiunse le foglie di tè. — Ecco — mi disse,
porgendomene una. — Lascialo in infusione per un minuto.

Niente di quello che faceva era minaccioso. Forse mi aveva davvero salvata soltanto per
buon cuore, anche se probabilmente se ne sarebbe pentito se mai fosse venuto a scoprire quello che
ero. E adesso mi sentivo una stupida, perché avevo trascinato di nuovo tutti e due fuori, nel gelo
della notte.

Presi il tè che mi offriva. La tazza di porcellana era un reticolo di crepe, forse per
l’usura, forse per la fattura scadente, e su un lato era dipinto uno stormo di uccelli canterini. Niente
a che vedere con gli oggetti pratici ed essenziali di Li. Avvolsi le mani intorno alla tazza per
assorbirne il calore, respirando il vapore profumato di erbe. Mi ustionò la lingua, ma chiusi gli
occhi aspettando che i miei organi interni smettessero di tremare.

— A proposito, io sono Sam.

— Ciao. — Se non fosse stato per il rischio di ritrovarmi le budella sciolte in


pozzanghere, avrei ingollato il tè in un sorso.

Lui mi guardò di sbieco, come se stesse cercando… qualcosa. — Non hai intenzione di
dirmi chi sei?

Mi accigliai. Se ammettevo di essere la senzanima, la cosa nata al posto di qualcuno che


si chiamava Ciana, mi avrebbe strappato il tè di mano e mi avrebbe buttata fuori dalla tenda a calci.
Quella non era la mia vita, Li ogni tanto me lo diceva. In tali occasioni non pronunciava il nome di
Ciana, ma io sapevo di aver preso il posto di un’altra persona. Una volta l’avevo sentita mentre ne
parlava. Ogni mio singolo respiro avrebbe dovuto appartenere a una persona che tutti conoscevano
da cinquemila anni. Il senso di colpa era devastante.

Non potevo dire a quel ragazzo chi ero.

— Non c’era bisogno che mi corressi dietro, là fuori. Me la sarei cavata benissimo.

Lui si accigliò e gli comparvero delle rughe scure in mezzo agli occhi. — Benissimo
come laggiù al lago?

— Là era diverso. Magari volevo starci, là fuori.

Stupida boccaccia. Avrebbe scoperto tutto se non fossi riuscita a tenere a freno la
lingua.
— Se lo dici tu. — Asciugò l’interno del bollitore e lo ripose nella borsa. — Dubito che
tu volessi morire. Stavo riempiendo le borracce, quando ti ho vista fare il salto. Hai urlato e ho visto
che ti dibattevi come se stessi cercando di nuotare. E quando poco fa sei arrivata al lago, hai
sobbalzato come un topo che si accorge che c’è un gatto nella stessa stanza. Che cosa stavi facendo
nel bosco? Come sei incappata nelle silfidi?

— Non ha importanza. — Mi avvicinai alla stufetta strisciando da seduta.

— Quindi non intendi rivelarmi il tuo nome. — Un’affermazione, non una domanda.
Non ci sarebbe voluto molto perché cominciasse a fare delle ipotesi. Avrebbe potuto escludere tutte
le persone il cui modo di fare non assomigliava al mio, quelle che non erano nate nel momento
giusto per avere diciott’anni adesso, e quelle della mia età che aveva incontrato nel corso degli
ultimi anni. — Non ricordo di aver mai offeso qualcuno al punto da rifiutarsi di dirmi il suo nome.
Non di recente, almeno.

— Tu non mi conosci.

— È quello che ho detto. Ti è forse entrata l’acqua nel cervello? — Suonò come una
battuta solo in parte.

Non avevo mai sentito parlare di nessun Sam ma, considerata la misera collezione di
libri che avevamo a casa, non c’era da meravigliarsene. Non avevo mai sentito parlare di un sacco
di gente.

Finii quello che restava del mio tè, quindi abbassai la tazza vuota e mormorai: — Io
sono Ana.

Mi ero riscaldata fin dentro il corpo e non stavo più affogando. Quando mi avrebbe
cacciata via a calci, non mi sarei ritrovata in una condizione peggiore di prima, purché riuscissi a
recuperare il mio zaino.

— Ana.

Sentii un brivido corrermi lungo la schiena appena pronunciò il mio nome. E che nome.
La volta che avevo trovato il coraggio di chiedere a Li come mai lo avessero scelto, lei mi aveva
risposto che faceva parte di un’antica parola il cui significato era “vuoto”, oppure “solitudine”. Ed
era anche una parte del nome di Ciana, a simboleggiare ciò che le avevo tolto. Significava che ero
una senzanima. Una tizia che se ne andava in giro a cascare nei laghi e che veniva salvata da Sam.

A testa bassa, lo osservai attraverso le ciglia. La pelle del ragazzo era arrossata per via
del calore della tenda e per il vapore del tè. Aveva ancora le guance piene della sua età apparente –
vicina alla mia – ma il modo di parlare comunicava autorevolezza, saggezza. Era un tale inganno, il
fatto che sembrasse qualcuno con cui avrei potuto essere cresciuta insieme, quando in realtà lui era
in vita da migliaia di anni. I capelli gli ricadevano sugli occhi come ombre, nascondendo ciò che
pensava mentre mi scrutava a sua volta.

— Tu non sei… — Piegò la testa di lato, aggrottando le sopracciglia. Leggermi dentro


doveva esser stato semplice come interpretare un cielo pieno di nubi gonfie di pioggia. — Oh… tu
sei quella Ana.
Mi sentivo lo stomaco stretto in una morsa mentre tiravo via la coperta, dilaniata tra
rabbia e umiliazione. Quella Ana. Come una malattia.

— Tolgo subito il disturbo. Grazie per il tè. E per avermi salvata.

Mi mossi verso l’ingresso della tenda, ma lui stese il braccio a bloccare la cintura
lampo.

— Non è necessario. — Di nuovo, indicò la coperta con uno scatto della testa, in un
atteggiamento che non ammetteva repliche. — Riposa.

Mi mordicchiai il labbro, cercando di decidere se, non appena mi fossi addormentata, lui
si sarebbe messo in contatto con Li per dirle che mi aveva trovata dentro un lago e che non ero
ancora in grado di badare a me stessa.

Non potevo tornare da lei. Non potevo.

Il suo tono di voce si addolcì, come se stesse parlando a un cavallo impaurito. — Va


tutto bene, Ana. Ti prego, rimani.

— D’accordo. — Senza mai distogliere lo sguardo dal suo, mi abbassai e scivolai di


nuovo sotto la coperta. Quella Ana. La senzanima. L’Ana che non avrebbe mai dovuto nascere. —
Grazie. Ti ripagherò per la tua generosità.

— Come? — Se ne stava lì immobile, le mani in grembo e gli occhi inchiodati nei miei.
— Hai qualche particolare capacità?

Sentii un morso di tensione alla gola. Questa era una delle poche cose che Li mi aveva
spiegato, e molte volte. In tutta Gamma vivevano un milione di anime. Erano sempre state un
milione e ciascuna dava il proprio contributo per assicurare il continuo progresso della società.
Tutte avevano un talento o un’abilità particolare: poteva essere l’inclinazione per i numeri o per le
parole, la capacità di progettare nuove invenzioni, l’attitudine al comando o semplicemente la
disposizione ad allevare e coltivare, in modo che nessuno dovesse mai morire di fame. Per migliaia
di anni, quelle anime si erano guadagnate il diritto a una buona vita.

Io non mi ero guadagnata niente. Io ero la senzanima che si era presa diciotto anni della
vita di Li, che le aveva spremuto nutrimento ed energie, tormentandola in continuazione con tutte le
sue domande e i suoi bisogni. La maggior parte dei ragazzi lasciava i genitori della propria vita
corrente a tredici anni. Quattordici al massimo. A quell’età, solitamente erano già abbastanza grandi
e forti per farcela ovunque decidessero di andare. Io, invece, ero rimasta a casa cinque anni in più.

Non avevo proprio nulla di speciale da offrire a Sam. Abbassai gli occhi. — So soltanto
quello che mi ha insegnato Li.

— E cosa sarebbe? — Quando io non risposi, proseguì: — Non il nuoto, evidentemente.

Che voleva dire? Da piccola avevo imparato a tenermi più o meno a galla, ma d’inverno
era tutto diverso. E al buio. Aggrottai la fronte, forse era stata soltanto una battuta. Decisi di
ignorarla. — Pulire la casa, un po’ di giardinaggio, far da mangiare… quella roba lì.

Lui annuì, come se volesse incoraggiarmi a continuare.


Mi strinsi nelle spalle.

— Deve anche averti insegnato a parlare. — Mi strinsi di nuovo nelle spalle e lui
ridacchiò. — Oppure no.

Stava ridendo di me. Esattamente come Li.

Incrociai il suo sguardo e la mia voce si fece gelida. — Magari mi ha insegnato quando
è meglio tacere.

Sam si raddrizzò di scatto. — E a metterti sulla difensiva quando non c’è nessuna
offesa. — Mi interruppe prima che riuscissi a scusarmi, sebbene avessi già la bocca aperta per farlo.
In effetti, non avevo nessuna voglia di andarmene da quella tenda calda, specialmente adesso che la
tisana e la stanchezza generale stavano iniziando a fare effetto. Cominciavo a sentire una certa
sonnolenza. — Sai qualcosa del mondo? Qual è il tuo posto?

— So di essere diversa. — Mi era venuto un groppo in gola e la voce mi era uscita come
uno squittio. — Quanto al mio posto, era proprio quello che speravo di scoprire.

— Scorrazzando in giro per Gamma in calzettoni? — Un angolo della sua bocca guizzò
verso l’alto, ma io lo fulminai con un’occhiataccia. — Sto scherzando.

— Sono stata inseguita dalle silfidi e ho perso lo zaino. Il mio piano era camminare fino
a Cardio e cercare in biblioteca qualche indizio sul perché della mia nascita. — Ci doveva pur
essere una ragione se avevo preso il posto di Ciana. Di certo non potevo essere solo uno sbaglio,
una gigantesca svista che era costata l’immortalità a un’altra persona, seppellendo tutti sotto il
dolore per la sua scomparsa. Sapere la verità non avrebbe alleviato il senso di colpa, ma forse mi
poteva rivelare che cosa dovevo fare della mia vita rubata.

— Da quello che mi hai raccontato, mi meraviglia che Li si sia presa il disturbo di


insegnarti a leggere.

— Mi sono arrangiata.

Lui inarcò le sopracciglia. — Hai imparato a leggere da sola?

Faceva troppo caldo nella tenda e il suo sguardo sorpreso era troppo indagatore. Mi
inumidii le labbra e lanciai un’occhiata all’ingresso, soltanto per ricordare a me stessa che era
ancora là. E anche il mio giaccone. Potevo sempre scappare, se ce ne fosse stato bisogno.

— Non ho certo inventato la scrittura o composto la prima sonata della storia. Ho


solamente capito qualcosa che qualcun altro ha fatto.

— Considerato quanto sia raro che la logica e le decisioni altrui vengano comprese dalla
gente, direi che è un risultato notevole.

— Oppure una prova della loro abilità, se perfino io sono in grado di capire come si fa a
leggere.

Lui raccolse le tazze vuote e le ripose. — E la sonata? Hai capito anche quella?
— Soprattutto quella. — Mi portai una mano alla bocca per coprire uno sbadiglio. —
Volevo trovare qualcosa che mi aiutasse ad addormentarmi, anche se era soltanto dentro la mia
testa.

— Mmm. — Abbassò la luce della lanterna e spostò le borse dall’altra parte della tenda.
— Per la questione della ricompensa, ci penserò su, Ana. Per adesso riposati un po’. Avrai bisogno
di tutte le energie se vuoi ritrovare il tuo bagaglio e arrivare fino a Cardio.

Lanciai un’occhiata alle coperte e al sacco a pelo, sempre sul chi vive, nonostante la
stanchezza. — Come prima?

— Per Janan, no! Mi dispiace. Pensavo che noi due ci conoscessimo. Non era mia
intenzione metterti a disagio.

— Non importa. — Probabilmente si stava chiedendo come avesse fatto a imbattersi


nell’unica senzanima al mondo, quando le probabilità di salvare qualcuno che aveva già conosciuto
erano infinitamente più alte. Comunque, con me si stava dimostrando più gentile di chiunque altro;
avrei dovuto cercare di contraccambiare. — Lo spazio non è molto. Io guarderò verso la parete, se
tu ti volti dall’altra parte. Così nessuno dei due avrà freddo.

— Non essere sciocca. Mi volto io verso la parete. — Mi fece cenno di avvicinarmi alla
stufetta. — Parleremo del resto domani mattina, il che significa… — e controllò un minuscolo
apparecchio — … fra tre ore. Riposati un po’. Pare che tu abbia avuto una giornata difficile.

Non immaginava quanto.

CAPITOLO TRE

SILFIDI

Fu il trambusto nella tenda a strapparmi dallo stato di dormiveglia.

L’acqua che gorgogliava, lo scatto di un interruttore e un inconsueto fruscio, come di


polvere lasciata cadere in un contenitore di ceramica. Nella tenda si diffuse un aroma denso e
amarognolo quando Sam versò l’acqua in una tazza.

— Svegliati. È ora di andare — mi disse, toccandomi una spalla.

Con un sussulto, cercai di allontanare dalla mente un’immagine simile di lui che,
soltanto poche ore prima, si chinava su di me. I capelli scuri grondanti acqua, e le grandi mani che
mi premevano sul cuore, lottando perché ricominciasse a battere.

Rimasi lì a fissarlo con gli occhi sbarrati come un’idiota, finché il presente non riprese il
sopravvento e la notte precedente tornò a essere un ricordo.

— Oh… — Ero rimasta lì a fissarlo troppo a lungo. — Sei solo tu.

— Sì. — La sua voce era asciutta come sabbia. — Solo io. — Prima che potessi
scusarmi per averlo offeso in qualche modo, lui era tornato al suo posto. — Bevi il tuo caffè. Ce ne
andiamo tra una ventina di minuti. Giusto il tempo di raccogliere la nostra roba e caricare
Straccione. Faremo colazione mentre camminiamo.

— Straccione? — Mi sedetti, le coperte attorcigliate intorno alle gambe, e allungai la


mano verso la tazza di liquido scuro che si trovava più vicino a me. Poi, con un mezzo sorrisetto,
risposi da sola alla mia stessa domanda. — Il cavallo? Nome originale.

— Veramente il nome intero sarebbe Non Così Straccione Come Suo Padre, ma era
impronunciabile. — Il sorriso di Sam si trasformò in una smorfia quando assaggiò il caffè. —
Buttalo giù d’un fiato. Non è il caso di perderci troppo tempo, credimi.

Inalai il vapore mentre ne provavo un sorsetto con circospezione, per saggiare la


temperatura. Amaro e bollente, con uno strano retrogusto dolce, come di miele. Mi scolai tutta la
tazza. — Mi piace. — La mia pelle era così calda da sembrare incandescente. — Li non mi lasciava
mai bere caffè. Diceva che mi avrebbe fatto restare bassa. — Mi diceva anche che costava troppo
per sprecarlo con una senzanima. Ma non volevo fargli più pena di quanta non gliene facessi già.

— Be’, Li era alta, l’ultima volta che l’ho vista. A te cos’è successo? — Fece un altro
sorso controvoglia, poi mi allungò la tazza.

— Evidentemente Menehem era basso e io non sono fortunata. — Lanciai un’occhiata


al caffè, domandandomi se l’avrebbe tirato indietro all’ultimo secondo. In quel caso me lo avrebbe
versato addosso. Meglio chiedere. — Non ne vuoi più?

— Un compagno di viaggio carico di caffeina mi terrà ugualmente sveglio, ma senza il


retrogusto amaro. — Mise la tazza tra noi. Prima che potesse cambiare idea, la afferrai e bevvi in un
sorso.

— Aspetta di assaggiare il caffè vero, quello che coltivano dentro serre speciali, giù a
Cardio. Non ne vorrai più sapere di questo surrogato chimico.

Ero davvero curiosa. Una bevanda migliore di quella? Non vedevo l’ora di visitare le
serre di cui parlava.

— Ora presta attenzione al posto di ogni cosa. Questa mattina penso io ai bagagli, ma se
vuoi che ti aiuti ad arrivare a Cardio, dovrai fare la tua parte.

Lo fissai. Perché avrebbe dovuto aiutarmi? Non dovevamo discutere di come ripagarlo
per avermi salvata, la notte scorsa? Adesso che mi aveva fatto quell’offerta, però, se si fosse tirato
indietro non sarei riuscita a sopportarlo. Sembrava… sì, sembrava proprio che lui non mi odiasse. E
poi mi aveva salvata. Non che significasse granché, dal momento che era convinto fossi qualcun
altro, qualcuno che lui già conosceva. Di certo non Ana, la senzanima.

— È giusto. — Lavai le tazze e il bollitore. Ogni cosa andò a finire nelle sacche dove gli
avevo visto infilare la roba la sera prima. — Che altro?

Uscì a dare da mangiare a Straccione, lasciando a me il compito di arrotolare le coperte


e controllare il fondo della tenda, nel caso qualcosa gli fosse cascato dalla borsa.
Trovai solo un piccolo oggetto. Un uovo di ottone, grande quanto i miei due pugni
messi insieme. Al centro, la circonferenza era segnata da una sottile banda d’argento dove l’uovo
poteva essere ruotato. E per una presa migliore sulla liscia superficie di metallo, la metà superiore
presentava delle lievi scanalature.

Era grazioso. Se non sapevi che serviva a catturare le silfidi.

Sam rientrò nella tenda proprio nel momento in cui mi stavo rigirando l’uovo tra le
mani, scrutando la sottile cerniera che assicurava la calotta a una delle due estremità.

— Ne hai soltanto uno?

— Non ho intenzione di uscire da Gamma. — Si accucciò davanti a me e strinse le dita


intorno all’oggetto. — Puoi tenerlo tu.

Il mio primo impulso fu di rifiutare. Pensava forse che avessi paura? Non avevo alcun
bisogno di essere coccolata, né di ricevere trattamenti speciali. Me l’ero cavata piuttosto bene, la
notte precedente.

No… ero finita nel lago.

Cercai almeno di non lasciar trapelare il mio sollievo. — Grazie.

— Prendi la giacca e gli stivali. Smonteremo la tenda mentre Straccione mangia, poi
lasceremo le nostre cose giù al mio capanno. È soltanto a poche ore da qui, verso sud, quindi
stanotte potremo dormire là. Il tuo zaino non dovrebbe essere troppo difficile da ritrovare.

Anche considerando che non avevo la minima idea di dove fosse? Forse non sarebbe
stato troppo difficile per qualcuno che conosceva ogni centimetro di mondo.

Lo seguii fuori. Il mattino baluginava sull’altro versante dei monti, spandendo una luce
color indaco sulla radura. Falchi pescatori e uccelli più piccoli si levarono in volo, sagome nere
contro il cielo limpido.

Il mio primo, intero giorno di libertà da Li.

Aiutai Sam a ripiegare la tenda e a caricare Straccione, cercando di memorizzare dove


andasse ogni cosa, in modo da fargli capire che volevo guadagnarmi il suo aiuto. Mi infastidiva che
lui avesse appena dato per scontato che ne avessi bisogno, come se una povera, piccola senzanima
come me non fosse nemmeno in grado di raggiungere la città con le proprie gambe. Ma a
preoccuparmi di più era il fatto che avesse ragione.

— È per il capanno che ti trovi qua fuori?

Non riuscivo a immaginare perché qualcuno volesse andarsene in giro per il bosco nel
bel mezzo dell’inverno. Magari si era reincarnato nel corpo di un pazzo. Stando ai libri di Cris, la
follia non passava da un corpo all’altro. Era infatti una componente puramente fisica che i genetisti
e il Consiglio erano riusciti a debellare quasi del tutto, concedendo soltanto ad alcuni di avere figli;
di tanto in tanto, però, si avevano delle sorprese.

Sam prese Straccione per la cavezza e lo tirò verso ovest.


— Sì, è proprio per quello.

Continuammo a camminare, e lui non rispose al mio “perché?” inespresso. Non che me
lo aspettassi.

— Tu e Li vivevate alla Casa delle Rose Purpuree, vero?

Gli risposi con un mugugno.

— E da quanto tempo? Diciamo da… undici anni?

Forse non era pazzo. Forse era soltanto stupido. — Diciotto. Li decise di trasferirsi
quando ero ancora in fasce. Pensavo che tutti conoscessero la storia della senzanima.

Sussultò. — Non dovresti parlare di te stessa come di una senzanima. Il fatto che la tua
anima sia nuova non significa che tu non ce l’abbia.

Come se lui ne sapesse qualcosa.

— Perché hai deciso di partire proprio ieri?

Be’, ficcanaso lo era di sicuro. Invece di rispondere, guardai una famigliola di donnole
che si nascondeva nei cespugli al nostro passaggio. Continuarono il loro gioco nascoste in un
groviglio di rami innevati.

Sam stava ancora aspettando una risposta.

Benissimo. Meglio che sapesse con esattezza che genere di creatura si era offerto di
aiutare. — Era il mio compleanno. Ho deciso che era arrivato il momento di scoprire cosa è andato
storto.

— Andato storto? — Sembrava inorridito.

Sprofondata dentro il giaccone, gli occhi a terra, lottavo per mantenermi calma. —
Quand’ero piccola, ho sentito il Consigliere Frase dire a Li che era un’anima di nome Ciana quella
che avrebbe dovuto rinascere. Erano trascorsi dieci anni da quando era morta – adesso sono ventitré
– ed era il periodo più lungo che ci fosse mai voluto perché un’anima ritornasse. E lei non lo aveva
ancora fatto. — Riuscivo a malapena ad articolare le parole, ma lui me l’aveva chiesto. — È
scomparsa a causa mia.

Non mi contraddisse e il suo sguardo vagò lontano, come se vedesse mondi che io non
vedevo. Che non potevo vedere. Vite intere, comunque. E se lui e Ciana erano stati amici, un
tempo? — Me la ricordo, la notte in cui morì. Il tempio si oscurò come se fosse in lutto.

Dissi la prima cosa che mi venne in mente che non avesse a che fare con Ciana. —
Quand’è il tuo compleanno?

— Io non… — Mi sorrise, mentre dalla sua voce svaniva l’incertezza. — Era ieri.
Immagino che questo ci renda coetanei.

Certo, fisicamente sì. Se si cominciava a contare dall’Anno 330 dei Canti. Ma la sua
anima era esistita anche nei 329 precedenti, e in quelli prima ancora.
— Temo che il tuo calcolo sia sbagliato di circa cinquemila anni.

A quanto pareva, il silenzio era la sua risposta preferita. Per colazione mi diede una
barretta di avena e frutta secca e continuò a guidare Straccione lungo la strada. Il sole riverberava
sulla neve, facendomi lacrimare gli occhi. Mi infilai muffole e berretto.

Mi portai avanti a passo deciso, anche se lui, con le sue gambe lunghe, avrebbe potuto
raggiungermi senza difficoltà. Era gentile da parte sua non cercare di superarmi come invece
avrebbe fatto Li, anche se forse lo faceva per il pony, per evitare che scivolasse con gli zoccoli sul
sentiero melmoso.

Dei pini si protendevano sulla strada, appesantiti dalla neve scintillante. Cercai di
aggirarli, poi mi chinai per passarci sotto, ma il giaccone mi si riempì comunque di un pulviscolo
candido. Lo spazzai via con una manata.

— È il giaccone di Li, quello? — Lui era riuscito a superare il gruppo di alberi senza
alcuna difficoltà.

— Non gliel’ho rubato.

— Non è ciò che ti ho chiesto.

Mi strinsi nelle spalle.

— E gli stivali? Una sua eredità anche quelli?

Qual era il suo problema? Mi fermai di scatto e mi girai verso di lui, ma non c’erano
parole abbastanza taglienti per quello che volevo dire, per cui mi limitai a borbottare. — Una
senzanima non ha bisogno di possedere niente. — Poi abbassai il viso.

— Cosa?

— Ho detto — e alzai gli occhi, furiosa — una senzanima non ha bisogno di possedere
niente, visto che vivrà una vita soltanto.

— Un’anima nuova. — La sua espressione era un mistero. Li di solito oscillava tra la


rabbia e il disgusto, ma anche se lui adesso mostrava una ruga tra le sopracciglia perché
chiaramente le aveva aggrottate, non aveva l’aria di volermi rinchiudere nella mia stanza per una
settimana. — E poi non essere ridicola. Certo che devi avere delle cose tue. Il tuo corpo è
comunque qualcosa di unico, non fa solo cose ripetitive che non senti più, cose… vecchie. Che
cadono a pezzi.

Cose vecchie. Lui doveva saperne qualcosa.

— Non ha importanza. Lei non fa più parte della mia vita. Non ne farà parte mai più. —
Mi rimisi a camminare nella direzione che avevamo preso. — Non ho intenzione di perdere tempo
arrabbiandomi per cose che non sono in grado di controllare. Se è vero che ho soltanto una vita,
allora mi conviene cercare di trarne il massimo.

Sam e Straccione mi avevano raggiunta. — Saggia decisione.


— Sono le stesse parole che mi diceva anche Li tutte le volte che dichiaravo di odiarla.
— Forse lui non assomigliava a Li, ma era certo che non assomigliava nemmeno a me. Nessuno era
simile a me, del resto. Ero un esemplare unico. — Diceva che non avrei dovuto sprecare il tempo a
odiare lei, Menehem o chiunque altro. Era la sua saggezza. Io mi trovavo d’accordo.

Lui ebbe un attimo d’esitazione e la sua voce si fece più bassa, come se non volesse
farsi sentire dal vento. — L’ultima volta che mi sono sentito tanto idiota è stato quando ho detto a
Moriah che la sua idea di misurare il tempo usando degli ingranaggi, invece dei raggi solari
proiettati su una lastra di pietra, era una stupidaggine. E poi ho scoperto che aveva costruito un
enorme orologio nella Casa del Consiglio, che sarebbe stato inaugurato di lì a poco.

E va bene. Potevo perdonarlo. Un pochino. — È tutto a posto, non preoccuparti.

Quando riprese a parlare, sembrava più guardingo. — Ti spaventa sapere che forse
potresti non tornare?

— Non più di tanto. La morte sembra talmente lontana… — Nonostante la notte


precedente.

Mi inerpicai su un ceppo coperto di neve, facendo attenzione al fondo scivoloso sotto


gli stivali. E lì individuai il mio zaino, un affare marrone e grigio intrappolato in un intrico di rami
di pino. Saltai giù dal ceppo, mi avviai di buon passo nella boscaglia e recuperai il mio bagaglio.
Ma prima che potessi rimettermelo in spalla, Sam lo caricò su Straccione, quasi pensasse che non
fossi abbastanza forte per portare le mie cose.

O forse stava soltanto cercando di essere gentile, visto che dopo il salto nel lago ero
effettivamente un po’ dolorante. — Grazie — borbottai. — Be’, a te spaventerebbe sapere che
questa è la tua ultima volta?

Continuammo a camminare in silenzio, mentre lui meditava e il sole raggiungeva lo


zenit. Io canticchiavo sottovoce, riecheggiando melodie di scriccioli e averle. Il cielo era una distesa
perfetta di limpido azzurro sopra le montagne, senza quasi una nuvola. La notte precedente avrebbe
potuto essere soltanto un brutto sogno, non fosse stato per la presenza di Sam, che continuava a
tenermi d’occhio come se potessi fare qualcosa di folle.

Dopo aver attraversato un ponte su un fiume, le ombre ormai più lunghe nel sole
calante, Sam disse: — Immagino che vivrei in modo diverso.

Mi ci volle qualche istante per capire che stava rispondendo alla mia domanda. —
Come? — Preferivo quando ero io a mettere lui a disagio, piuttosto che il contrario.

— Se sapessi di non avere più molto tempo, cercherei di darmi da fare. Visiterei un
sacco di posti, porterei a termine tutti i progetti in sospeso. Non perderei tempo a sognare a occhi
aperti o a cominciare cose nuove. Settant’anni non sono poi così tanti.

A me settant’anni sembravano un’eternità. Non riuscivo a immaginare di avere


settant’anni. — Ma questo non vuol dire essere spaventati.

— È per il dopo che sarei spaventato. Dove andrei a finire? Che cosa farei? Non voglio
smettere di esistere. — Non si mosse, si bloccò lì in mezzo al sentiero, la schiena rivolta verso un
piccolo spiazzo sgombro dagli alberi e disseminato di lapidi, racchiuso in un recinto di ferro battuto.
Il suo sguardo rimase fisso sul mio, come se ci fosse qualcosa che io avrei dovuto essere in grado di
leggere nella sua espressione, ma a me sembrava solo stanco. — Probabilmente è questa la cosa più
spaventosa che riesco a immaginare.

Il berretto mi scivolò all’indietro mentre spostavo il peso da una gamba all’altra, col
viso ancora rivolto verso il suo. — Tu, almeno, di quello non dovrai mai preoccuparti. — Il gelo mi
fece rabbrividire. Insieme alla consapevolezza di avere soltanto una vita a disposizione. La
scottatura della silfide mi bruciava ancora sulla guancia.

I pensieri gli si addensarono in una ruga tra gli occhi. Sembrava sul punto di dire
qualcosa, quando la mia attenzione fu attirata da un’ombra vagante nella radura. Feci un passo
indietro, e la parola mi uscì di getto come una valanga. — Silfide.

Mi aveva forse portato fin lì per darmi in pasto a quel mostro?

— Che cosa? — La sua voce grondava smarrimento.

Anche lui era stato colto alla sprovvista. Bene.

Sfilate le muffole, tirai fuori l’uovo antisilfidi dalla tasca del giaccone. Mi sentivo di
ghiaccio mentre spingevo Sam da parte, avanzando verso la radura. — Spostati. — Potevo
prendermi la mia vendetta per il marchio sulla guancia, lasciato la notte prima.

Simile a un’ombra due volte la mia altezza, resa ancora più nera dal candore che la
circondava, la silfide gemeva. Sotto di lei, là dove le sue fiamme avevano sciolto la neve, sbuffi di
vapore sfrigolavano verso l’alto. Ruotando l’uovo antisilfidi, lo diressi verso l’ombra.

— Fermati! — urlò Sam, nello stesso momento in cui udii un rumore di zoccoli sul
terreno e una spira d’ombra sprizzò fuori dalla silfide. L’uovo mi volò via dalle mani e io gridai per
il bruciore alle dita. Indietreggiai barcollando, mentre la silfide incombeva su di me come una notte
fiammeggiante.

Prima che potessi accorgermene, stavo rotolando via dal mostro insieme a Sam, per
terra. Gomiti e ginocchia si urtavano, i colpi attutiti solo in parte dai vestiti. Mi tirai su a sedere e
sollevai le mani, rosse e spellate.

Presto sarei morta.

— Attenta! — Sam mi strattonò via nel momento stesso in cui la silfide sferrava un
altro attacco, stridendo.

Cercai di mantenere il controllo ma il dolore mi fece vacillare, troppo intenso per


riuscire a dominarlo. Poi Sam urlò e io venni riportata alla realtà.

— Dietro il recinto! — Annaspando a quattro zampe, anche lui si affannava per uscire
dalla mira della silfide.

Ferro. Giusto! Scattai di corsa verso il cimitero, ma Sam era rimasto vicino al boschetto
di alberi innevati. Lui mi aveva salvato e non potevo abbandonarlo così…
L’ombra della silfide si fece più densa, più scura della mezzanotte, e da un lato le
spuntò una gigantesca testa di drago che sembrava stesse cercando di uscire da una bolla. Attaccò di
scatto e dal volto di Sam si prosciugò ogni espressione. Come se si trovasse in un altro luogo. O in
un altro tempo. La stessa sensazione che avevo provato io davanti al lago, la notte prima.

No, dovevo aiutarlo. La nuova bruciatura della silfide mi avrebbe comunque uccisa.

Cercai a tentoni nella neve fumante e trovai l’uovo. Con la coda dell’occhio, vidi che
Sam aveva ripreso coscienza e, ritornato al presente, stava tempestando la silfide di palle di neve.
La testa di drago era scomparsa, ma le palle di neve si scioglievano all’istante, non appena
toccavano l’ombra.

— Ana!

Spire d’ombra costringevano Sam a muoversi e a chinarsi. La radura era satura del tanfo
di cenere. La silfide lo attaccò di nuovo, intrappolandolo contro un albero.

Le mie mani si strinsero intorno all’uovo; riuscivo a malapena a sentirlo, intirizzita


com’ero. Era liscio, quasi troppo scivoloso per tenerlo, eppure riuscii a dargli la girata decisiva,
facendo scattare la calotta verso l’alto proprio nel momento in cui la silfide, lanciando uno stridio
stonato, si scagliava su Sam.

Infilai l’uovo nel cuore di quel falò d’ombra e, non appena lo lasciai cadere, le lunghe
spire di fumo vennero risucchiate nell’ottone. Fui attraversata da un’ondata di calore e
all’improvviso il mondo diventò troppo rovente per poterci vivere. Mi sentivo come deve sentirsi la
fenice della leggenda, che si consuma nel suo stesso fuoco per poi rinascere.

Ma io non ero una fenice.

Ero soltanto una senzanima con le mani annerite.

Al di là dell’uovo antisilfidi c’era un ragazzo che sembrava avere la mia età, anche se
non era così. Forse ripeté di nuovo il mio nome. Non riuscii a sentirlo con il fragore che mi
riempiva le orecchie mentre correvo verso il cumulo di neve più vicino e ci tuffavo le mani.

Non avrei pianto. No.

Un attimo dopo, Sam era in ginocchio davanti a me. — Ehi…

— Va’ via. — Stringevo le mascelle, cercando di non guardare l’espressione di pietà


sulla sua faccia. Di certo sapeva delle bruciature di silfide. Sapeva di come si sarebbero diffuse per
tutto il mio corpo, consumandomi, e che sarei morta entro breve. Probabilmente per sempre.
Almeno ero vicino a un cimitero.

— Fammi vedere le mani. — Parlava con dolcezza, come se questo potesse farmi
cambiare idea. — Ti prego.

— No. — Mi allontanai da lui per infilare le mani in un altro mucchietto di neve. Non
importava in quanta neve le infilassi, continuavano a bruciare. Se le avessi tirate fuori, sarebbero
state nere e spellate, simili a carboni. L’ustione sulla guancia rimandava la stessa sensazione. —
Lasciami in pace.
— Permettimi di aiutarti.

Non voleva darmi ascolto. Non gli interessava quello che volevo io. — No! Devi solo
andartene. Non ho bisogno di te. Vorrei che non mi avessi mai trovata!

Avevo freddo e caldo allo stesso tempo ed ero stanca di provare dolore dappertutto. Per
uno che era morto almeno un centinaio di volte, Sam mostrava una scarsa capacità di comprendere
la situazione.

— Negli ultimi due giorni mi è stata rifilata una bussola rotta, e dalla mia stessa
madre… ho sbagliato strada, sono stata attaccata dalle silfidi due volte, mi sono ustionata e sono
quasi affogata in un lago ghiacciato. Avresti dovuto lasciarmi là. Sarebbero stati tutti felici di
potersi dimenticare di me. — Mi lasciai cadere a terra, scossa dai singhiozzi. — Ti odio! Odio tutti!

Alla fine, lui se ne andò.

CAPITOLO QUATTRO

FUOCO

Dopo aver pianto tutte le mie lacrime, sentii alle spalle un rumore di zoccoli, che poi si
interruppe. Sam mi sollevò tra le braccia. La neve mi cadde di dosso a blocchi. Cercai di opporre
resistenza, ma respingerlo mi provocava dolore. Quando gli piantai il gomito nel petto, lui si limitò
a girarmi sull’altro lato e mi portò fuori dal cancello del cimitero.

— Vattene. — Avevo la gola dolorante per il freddo e il gran piangere.

— No. — Spazzò via la neve da una panchina di pietra e mi mise a sedere, poi si sedette
accanto a me. — Avresti dovuto correre qui quando te l’ho detto.

Con le ginocchia strette al petto, chiusi forte gli occhi e affondai la faccia nelle maniche.
La sensazione alle mani, un bruciore lancinante alternato al gelo, faceva quasi sembrare il mio
affogamento nel lago una piacevole nuotatina estiva. — Tu non mi stai neanche ascoltando, vero?
Va’ via!

— Sciocchezze. — Due mani gelate mi si chiusero attorno alle guance e Sam girò il mio
viso verso il suo. Non poteva costringermi a guardarlo negli occhi, però; quelli continuai a tenerli
bassi. — Sei tu che non mi stai ascoltando — disse.

Ma perché non se ne andava e basta? Io sarei comunque morta bruciata, le fiamme mi


sarebbero risalite lungo le braccia fino a consumarmi completamente. Sentii un dolore agli occhi
per via delle nuove lacrime che cominciavano a sgorgare. Detestavo piangere.

— Ma se mi avessi ascoltato — mormorò lui — adesso sarei morto.

Alzai lo sguardo: sembrava serio. I suoi tratti gentili assunsero un’aria preoccupata
mentre io me ne stavo lì seduta, con le mani scosse da un fremito. Forse si sarebbero staccate dalle
braccia, a forza di tremare.
— Grazie per avermi salvato. — Lo disse come se ci credesse veramente, come se
davvero io avessi fatto qualcosa di buono, qualcosa che valeva. In ogni caso ero destinata a morire,
e di una morte lenta e orribile. La cosa non sembrava turbarlo.

— Tanto saresti rinato. — Evidentemente la mia bocca non era collegata al cervello.
Non era il momento di essere meschini. Avrei dovuto chiedergli scusa per avergli urlato contro. —
Voglio dire… mi fa piacere che tu stia bene.

Un angolo della bocca gli guizzò all’insù, e mi asciugò coi pollici sotto gli occhi,
facendo attenzione a evitare l’ustione sulla guancia.

— Le mani devono farti davvero male. Mi permetti di aiutarti?

— Non è per questo che sto piangendo. — Accidenti. Volevo dirgli che era solo neve.
— È che tutto questo mi fa andare fuori di testa. Le silfidi. Li. Tu.

— Perché io? — Mi lasciò andare il viso e si mise a frugare in una borsa che aveva in
grembo. Bende, pomate, farmaci contro il dolore: sarebbe stato bello averla vista prima. — A
quanto ne so, ho soltanto cercato di tenerti lontana dai guai.

— Infatti. — Lasciai scivolare i talloni giù dalla panchina, in modo da potermi sedere
normalmente; Sam mi tenne per la spalla, in caso perdessi l’equilibrio, ma questo non accadde e
così lo fulminai con un’occhiataccia.

Avevo le mani rosse e ricoperte di bolle, come se le avessi infilate nel fuoco. Forse
avevo evitato un danno muscolare permanente, visto che tutte le terminazioni nervose stavano
diligentemente inviando messaggi di dolore e allarme, ma ormai non importava più. Alla fine non ci
sarebbe stato che un mucchietto di carne carbonizzata e di ossa in polvere: l’ineluttabile
conseguenza di una grave ustione da silfide.

— È colpa tua se morirò. — Immaginai le bruciature che strisciavano dal polso lungo
tutto il braccio, fino a consumarmi completamente.

— Morirai sì, alla fine, ma passerà molto tempo. Purché tu la smetta di ficcarti ogni
giorno in situazioni pericolose.

Io ero sul punto di morire e lui aveva il coraggio di prendersi gioco di me? Mi sforzai di
scegliere una rispostaccia efficace, ma tutto quello che venne fuori fu: — Li diceva che le scottature
delle silfidi non guariscono. Peggiorano.

Si formarono delle rughe intorno all’espressione corrucciata di Sam, mentre estraeva un


pacchetto dalla borsa e l’apriva con uno strappo. — Ti ha mentito.

— Oh… — Ma certo che mi aveva mentito. Lei mentiva sempre. Tutte le fosche visioni
del mio decesso svanirono dalla mente. — Quindi le mani…?

— Torneranno perfette, pronte per fare altri danni. E ora fammici dare un’occhiata. —
Girò i palmi all’insù come per sostenere la mia carne bruciata, ma senza toccarmi. Le mani avevano
un aspetto disgustoso, ricoperte di vesciche. — Infilarle nella neve probabilmente non è stata l’idea
migliore.
Il dolore che si propagava mi impedì di prendermela troppo per il rimprovero. Strinsi i
denti per non lasciarmi sfuggire nemmeno un lamento quando lui posò un pezzo di garza su ciò che
rimaneva della mia pelle. Un gesto tanto delicato non avrebbe dovuto farmi così male, e tutto quello
che volevo era smettere di soffrire. Mi sentii stordita, mentre un alone nero mi calava sugli occhi e
mi avvolgeva le orecchie.

Dopo quella che mi sembrò un’eternità, la voce profonda di Sam mi richiamò alla
realtà. — Abbiamo finito.

Tornai in me, il viso bagnato da un velo di lacrime ghiacciate e le mani avvolte in


svariati strati di garza. Il dolore stava risalendo lungo gli avambracci. Perfino la lieve pressione
esercitata dalle bende era eccessiva.

— Sei stata coraggiosa. — Mi tirò il cappuccio fin sulle orecchie e mi accarezzò i


capelli sotto la stoffa. Il freddo gli tingeva di rosso naso e guance, mentre tirava fuori una manciata
di pillole dalla valigetta dei medicinali. — Queste sono per il dolore. Non ho niente di abbastanza
forte, perciò posso solo attutirlo, ma sarà sempre meglio di niente.

Sul palmo della sua mano c’erano cinque pillole bianche, che mi finirono in bocca una
alla volta. Lui mi avvicinò una borraccia alle labbra e bevvi.

— Il mio capanno si trova dall’altra parte del cimitero. Riesci a camminare? — Sam
rimise tutto dentro la borsa e si mise la tracolla in spalla. — I muri contengono del ferro e quindi
nessuna silfide sarà in grado di entrare. — Parlava con dolcezza. — Gamma è una regione
dinamica. La sua grandezza varia e i confini possono cambiare da stagione a stagione. Questa zona
non è sempre stata libera dalle silfidi, ma pensavo che… — Due profondi occhi castani
incrociarono i miei. — … Pensavo che adesso fosse tutto a posto. Mi dispiace.

Non aveva molto senso chiedere scusa per qualcosa che lui non avrebbe potuto evitare
in alcun modo. Mi alzai traballando e persi l’equilibrio. Sam mi prese per il gomito.

Il cimitero era percorso da una decina di tortuosi vialetti lastricati di ciottoli, che
conducevano a un mausoleo dai cancelli di ferro scorrevoli, con statue di pietra calcarea che
fissavano a occhi sgranati le lapidi sparpagliate e le panchine di pietra dalle finiture in metallo. Man
mano che il giorno andava facendosi più caldo, la neve si scioglieva sui volti solenni delle statue
come una pioggia di lacrime.

Riuscivo a immaginare quel posto in primavera o in estate, con gli enormi calici di
pietra straripanti di fiori dai colori vivaci e di rampicanti, e l’edera abbarbicata ai muri e alle pietre
tombali; oppure quando i vialetti erano ricoperti da un tappeto di foglie autunnali. C’era una
bellezza malinconica, un silenzio antico che sembrava il frutto di una stanchezza infinita. Alcune
statue erano intente a suonare uno strumento – una donna con un flauto, un uomo con un’arpa –
come se lo scultore le avesse sorprese tra le note. Proprio in fondo al cimitero pascolava un alce di
pietra, mentre una coppia di scoiattoli tamia rotolavano insieme, imprigionati in una capriola eterna.
Il silenzio era innaturale.

— Che cos’è questo posto? — chiesi mentre passavamo accanto a un pergolato di ferro
con viticci di metallo modellati in fiori e foglie, scintillanti di ghiaccio. — Chi è sepolto qui?
Sam chinò il capo. — Io.

Non riuscii a interpretare il suo tono di voce, ma io mi sarei sentita triste se quelle
tombe fossero state le mie.

Degli obelischi sormontati da corvi sorvegliavano il cuore del cimitero: una lastra di
pietra ricoperta di neve, percorsa da venature dorate. Sul calcare era stato inciso qualcosa, però
ghiaccio e neve nascondevano le parole. Sam mi fece fare il giro del monumento.

— Che cos’è?

— La mia prima tomba. I materiali originali stavano andando in pezzi, cosa che capita
dopo qualche migliaio di anni. Non volevo essere costretto a riesumare il mio corpo, ma non volevo
neanche che scomparisse.

Quindi ognuno era responsabile del proprio cimitero.

— Ma perché rendere onore a della carne vecchia se tanto siete destinati a ritornare in
vita?

Mi era d’aiuto concentrarmi su qualsiasi cosa che non fosse il dolore, anche se, dopo un
certo numero di passi, una specie di sortilegio mi costrinse a fermarmi per un capogiro.

— Non si tratta tanto di rendere onore a della carne vecchia, quanto piuttosto di dare un
riconoscimento a delle vite passate, a quanto sono riuscite a realizzare. È una forma di ricordo.
Quando si vive tanto a lungo, è facile dimenticare cos’è successo e quando. Non tutti si danno tanta
pena per la propria sepoltura, mentre altri fanno ancora di più. Non so quale sia la motivazione della
loro scelta, io conosco solo la mia.

Per un momento mi chiesi che cos’avesse fatto Li dei suoi corpi precedenti.
Probabilmente li aveva lasciati dov’erano caduti. Ma non ero più costretta a pensare a lei, ormai.

— Hai paura di dimenticare le tue imprese? — Cercai nel cimitero congelato un segno
di quali potessero essere, ma non vedevo che morte. — Puoi raccontarmele?

— Tengo dei diari. La maggior parte della gente lo fa, e poi li consegna alla Biblioteca
del Consiglio, dove degli archivisti li ricopiano e li catalogano. Puoi leggerli, se vuoi.

Mi guidò verso un sentiero che portava al cancello sul retro del cimitero, una sagoma di
metallo nero che si stagliava contro la distesa bianca, verde e marrone.

L’annunciato capanno si trovava al riparo di un boschetto di abeti. Era più piccolo della
Casa delle Rose Purpuree, ma c’erano finestre ornate di tende e un comignolo. Aveva un’aria
accogliente.

— Ti piace dormire vicino ai tuoi cadaveri?

La sua risatina si condensò in una nuvola di vapore nell’aria. — È un lungo viaggio, da


Cardio fin qui tutte le mattine, solo per lavorare su una statua.

— Perciò quelle le hai fatte tu?


— La maggior parte. — Spinse il cancello e mi fece entrare. — Ieri doveva essere
l’ultima notte qui, da Cardio. Mi piace portare a termine il lavoro durante l’inverno. È tranquillo.
C’è molta pace.

— Mi dispiace aver sconvolto i tuoi piani.

Mi sembrava che le bende attorno alle mani pesassero una tonnellata.

Lui si limitò a fare spallucce. — Ci sarà tempo più tardi. Non succede tutti giorni di
conoscere qualcuno di nuovo. — Si voltò, ma non prima che io riuscissi a cogliere la sua smorfia.
Almeno lo capiva, quando diceva qualcosa di stupido. — Andiamo dentro.

— E Straccione?

— Lui aspetterà nella stalla sul retro. Vado a dargli una sistemata.

Sam infilò una chiave nella serratura e aprì la porta.

Mentre lui si occupava di Straccione, io perlustrai il capanno. Come mi aspettavo, era


piccolo e polveroso, anche se quelle che in un primo momento avevo scambiato per crepe nella
pannellatura di legno si rivelarono in realtà schizzi di animali di Gamma: il falco pescatore, il cervo,
l’aquila, il bisonte, la volpe, l’antilocapra e moltissimi altri.

Era una stanza unica, con un angolo cucina da una parte e uno spazio per dormire
dall’altra, riscaldata presumibilmente da una stufa a legna che si trovava più o meno al centro. Solo
un piccolo bagno era stato ricavato a parte. A dispetto dell’apparenza rustica, la cucina era
attrezzata con comfort moderni, come una caffettiera e il lavello, mobiletti pensili e una dispensa
che non ero in grado di aprire senza aiuto.

Prima di avere la possibilità di autocommiserarmi, mi voltai verso l’ingresso del


capanno e notai le librerie ricavate direttamente nella parete. Centinaia di volumi rilegati in pelle
riposavano nelle nicchie in penombra. Non avevo idea di quali storie e informazioni contenessero.
Ma non importava. Volevo assorbire qualsiasi cosa avessero da dire.

No… le mie mani. Non potevo nemmeno pensare di reggere un libro senza che il dolore
mi risalisse come una vampa lungo l’avambraccio.

CAPITOLO CINQUE

MIELE

Non so dire per quanto tempo rimasi lì, in mezzo al capanno, a fissare i libri che non
potevo toccare, circondata dal freddo e dalla polvere della vita di qualcun altro. E dalla sua morte,
appena fuori dalla porta. Purché non mi muovessi, purché non pensassi a nient’altro che a ciò che si
trovava esattamente davanti ai miei occhi – il dorso di un libro dalla rilegatura rossa – non provavo
dolore.

— Ana.
Il mio campo visivo si aprì di colpo e la stanza tornò a fuoco in un attimo. E così anche
il dolore bruciante alle mani e ai polsi. Un lamento mi tuonò nel petto.

Sam era in piedi davanti a me, una maschera di cupa apprensione sul viso. — Vieni. Sei
ancora sotto shock.

Mi guidò verso una sedia accanto alla stufa, adesso accesa, e mi tolse stivali e giaccone,
facendo particolare attenzione a dove le maniche mi sfioravano le mani.

— Che cosa posso fare per te?

Tutto quello che volevo era che il dolore cessasse. Fissare i libri mi aveva fatto stare
meglio. Tornai a guardarli, desiderosa di ripiombare in quella sorta di torpore. Il dolore era troppo
intenso, più di quanto potessi sopportare.

Lui invase il mio campo visivo, fermandosi davanti alla libreria. — Ti piace leggere.

Gliel’avevo detto io? Aveva tirato a indovinare? Non mi mossi dalla sedia, comunque.
Alla fine, sarei riuscita a tornare a quello stato di vuoto senza dolore.

Sam scelse un libro e me lo portò, come se fossi nelle condizioni di poterci fare
qualcosa. Ma poi si sedette sul bracciolo della sedia, accanto a me, e lo aprì alla prima pagina.

— Immagino tu sappia che i periodi di quindici anni prendono tutti il nome da eventi o
traguardi raggiunti dalle generazioni delle origini, prima che venisse creato un calendario formale.

Non mi mossi.

— Nell’Anno della Siccità, ovviamente ci fu una terribile siccità. A questo seguì l’Anno
della Fame, nel quale tutti morirono di fame fino all’anno successivo. — Sollevò un sopracciglio.
— Sì? Sai già tutte queste cose?

Continuai a rimanere immobile. Adesso ci trovavamo nel trecentotrentunesimo Anno


della Fame. Forse lo avrebbero rinominato Anno del Gelo. E poi delle Ustioni. E del Quasi Sempre
di Corsa per Salvare la Pelle. Ispirandosi a me, naturalmente.

— Un’altra mia storia preferita è l’Anno dei Sogni, quando iniziarono i nostri tentativi
di capire i pozzi di fango bollente, e nelle loro vicinanze tutti cominciarono ad avere delle
allucinazioni per le inalazioni di fumo. — Sfogliò velocemente le pagine del libro, la mano ferma e
sicura. Cercai di non provare invidia per la sua pelle priva di ustioni. — Vediamo… Anno della
Danza… — Voltò qualche altra pagina. — Anno dei Sogni. — La sua voce assunse una tonalità più
grave quando cominciò a leggere ad alta voce. — Partimmo in spedizione per accertarci che la
conformazione geotermica della zona intorno a Cardio non comportasse pericoli immediati.
Naturalmente, rimanemmo alquanto sorpresi da quanto scoprimmo…

Continuò a leggere per un’altra ora, cambiando il tono di voce per adattarsi
all’atmosfera della pagina. Era bravo, e nessuno prima di allora aveva mai letto per me. Ero
ammaliata dal suo modo di parlare, finché finalmente riuscii a rilassarmi.

E il dolore si attenuò.
Vagavo nella brumosa regione tra sonno e veglia, quasi sognando un mormorio di
sottofondo. Poi il fuoco che avevo alle mani si riattizzò e quando riaprii gli occhi gemendo, il solo
rumore che sentii fu il raschiare della penna sulla carta.

— Ti ho svegliato? — Sam, che stava scribacchiando su un quaderno, alzò lo sguardo.

Sì, mi aveva svegliato. Ma non aveva importanza. Le mani non avrebbero cessato di
dolermi abbastanza a lungo perché potessi riposare a dovere.

— No.

Ero sdraiata sul letto, anche se non ricordavo di essermi mossa. Era stato lui a portarmi
fin lì? Di certo era stato lui a coprirmi. Le ustioni mi facevano troppo male per permettermi di
afferrare la spessa lana della coperta.

E fu in quel momento che venni colta da un pensiero terrificante. Che cosa sarebbe
successo quando avrei avuto bisogno di usare il bagno? Mi feci forza e mi costrinsi a osservare con
attenzione le mie mani: la sinistra non era messa poi tanto male. Potevo sopportare del dolore per
salvare quel po’ di dignità che ancora mi rimaneva.

Rinfrancata, lanciai un’altra occhiata a Sam, che si era rimesso a scrivere sul suo
quaderno.

— Che cosa stai facendo?

La sua penna ebbe un attimo di esitazione sul foglio, come se le mie parole gli avessero
fatto perdere il filo.

Non avrei dovuto chiedergli niente, lo sapevo, però le mie mani…

— Butto giù qualche appunto. — Soffiò sull’inchiostro, chiuse il quaderno e mise tutto
da parte. — Ti va di leggere qualcos’altro?

— Soltanto se ne hai voglia.

Quando lui distolse lo sguardo, cercai di mettermi a sedere. Ma ogni volta che mi
puntellavo con i gomiti per tirarmi su, quelli affondavano nella coperta. Non facevo che
inchiodarmi ancora di più al letto. Rifiutandomi di darla vinta a una stupida coperta, cominciai a
scalciare per buttarla giù. Una volta tolta di mezzo, mi spinsi di nuovo sui gomiti. Ma avevo fatto
male i miei calcoli e lo stesso problema di prima – la coperta – mi tirò giù.

Per tenermi in equilibrio, sbattei i palmi aperti sul letto e…

Un inferno di fuoco mi risalì lungo il braccio. Lanciai un urlo, stringendomi la mano al


petto.

In un attimo Sam fu accanto a me e mi circondò con le braccia.

Ero in trappola. Strillai, lottando per scappare, ma lui non mi lasciava andare. Non
potendo usare le mani per spingerlo via, cercai di morderlo. Mi ritrovai con la bocca piena di lana.
Ne uscì un penoso singhiozzo.
— Mi dispiace così tanto — mormorò lui, tremando come se la situazione potesse
addolorarlo quasi quanto me. — Mi dispiace.

Quello non era tenermi in trappola. Era piuttosto… un abbraccio? Avevo visto Li
abbracciare i suoi amici, le rare volte che la venivano a trovare. Nessuno abbracciava me,
naturalmente. A quanto pareva, Sam non ne era stato informato.

Quando finì di stringermi, Sam mi controllò il palmo della mano per vedere se c’erano
altri danni. Ero stata fortunata.

— Prendi queste. — Afferrò una manciata di pillole da un tavolino e mi porse l’acqua


per mandarle giù. — Se hai bisogno di qualcos’altro, dimmelo.

Inghiottii le pillole. — Va bene.

Incrociò il mio sguardo, come se volesse studiarmi. — Devi essere tu a parlarmene. Non
posso indovinare.

Abbassai gli occhi, imbarazzata per prima. — Va bene.

Non mi credeva. Aveva la stessa espressione di Li quando pensava che non avessi
davvero pulito le gabbie delle cavie, o rivoltato la compostiera.

D’accordo. Se avessi avuto bisogno di qualcosa, gliel’avrei detto.

— Vuoi che ti legga ancora? — mi chiese dopo essere rimasto per qualche istante
seduto vicino a me in modo allarmante.

Annuii.

Con un sospiro, mi liberò dalle coperte. — Sarà pure una convalescenza difficile per te,
ma non dev’essere terribile. Chiedimi quello di cui hai bisogno.

Come se potesse accontentarmi davvero.

Nei giorni successivi, Sam mi raccontò delle storie finché la voce non gli diventava
roca. Si perse nei ricordi passati, di quando aveva imparato a scolpire la pietra, a tessere, a soffiare
il vetro e a lavorare legno e metallo. Aveva trascorso intere vite a fare l’agricoltore e l’allevatore,
imparando quanto più poteva.

Mi raccontò ogni cosa sui geyser e sulle sorgenti d’acqua calda che si trovavano intorno
a Cardio, e delle lande deserte che si estendevano nella regione sudoccidentale di Gamma, e degli
oceani al di là di esse. Io non riuscivo nemmeno a immaginarlo, l’oceano.

Mi piaceva ascoltarlo e lui aveva smesso di chiedermi se avevo bisogno di qualcosa. Mi


ero convinta di essere al sicuro finché lui non avesse chiuso il libro che mi stava leggendo e non
avesse detto: «Non ce la faccio più a parlare.»

In effetti la sua voce si era arrochita, ma io cercavo di non sentirmi in colpa, visto che
non ero stata io a domandargli di parlare. Finché non perse del tutto la voce.

— Potresti… — Deglutii e provai di nuovo. — Potresti girarmi le pagine, in modo che


possa leggere per conto mio? — Il peso del suo sguardo si posò su di me come una coltre di nebbia.
— Per favore…

— No.

Sentii il cuore che si fermava. Non avrei dovuto chiederglielo.

— Non finché non mi avrai detto qualcosa di te.

Nessuno era interessato ad ascoltare quello che la senzanima aveva da dire. Tutte le
storie che mi aveva raccontato Sam erano così interessanti, ricche di persone ed eventi che io non
avrei mai potuto nemmeno sognare. Io non avevo nulla che reggesse il confronto.

— Non posso…

— Sì, invece. — Mi studiò con attenzione, come se bastasse a scoprire tutte le cose che
non gli stavo dicendo se mi avesse fissata abbastanza intensamente. Ma io non avevo niente da dire.
— Cosa ti rende felice? Cosa ti piace?

Perché gli importava? Almeno non si aspettava che gli raccontassi chissà quali
avventure. E se gli avessi detto qualcosa che mi piaceva, lui avrebbe girato le pagine per me, così
avrei potuto continuare a leggere. Uno scambio equo.

— La musica mi rende felice. — Più che felice. Più di quanto potessi riuscire a
spiegargli. — Avevo trovato un registratore, nella libreria di casa nostra, e avevo capito come si
accendeva. Ed ecco la “Sinfonia della Fenice” di Dossam. — Senza difficoltà, richiamai alla mente
la stretta allo stomaco che avevo sentito al diffondersi delle prime note, e come mi ero sentita…
piena. Appagata. Come se qualcosa dentro di me si fosse finalmente risvegliato. — Io lo adoro.
Amo la sua musica.

No, non mi ero espressa bene. Una senzanima non poteva amare.

Balzai in piedi e attraversai la stanza barcollando, ma non c’era nessun posto dove
andare, dove scappare. Li mi avrebbe trovata. Lei avrebbe saputo quello che avevo detto. Mi
avrebbe picchiata, urlando che una senzanima non può amare. Ero stata una stupida, avevo usato le
parole con leggerezza perché pensare alla musica mi aveva fatto rilassare. Dovevo stare più attenta.
Basta errori.

— Mi dispiace — mormorai. — Non intendevo parlare d’amore.

Sentii un rumore di passi che si avvicinavano; il cuore mi martellava contro le costole,


mentre mi preparavo allo schiaffo che non arrivò mai.

— Ana. — Sam era in piedi davanti a me, a non più di un metro di distanza, ma non mi
toccò. Probabilmente temeva che, se l’avesse fatto, sarei andata in mille pezzi. — Lo pensi
veramente? Che non ti siano permesse certe emozioni?

Non riuscivo a guardarlo.

— Tu non sei una senzanima. Sei libera di provare qualsiasi sentimento.


Continuava a ripeterlo e io avrei voluto credergli, ma…

— Penso che ne dovremmo parlare.

La gola mi faceva male per lo sforzo di ricacciare indietro le lacrime. — Non voglio. —
Le sue buone intenzioni non facevano che confondermi di più.

Mi sfiorò la schiena, in basso. Sobbalzai, ma il suo tocco era gentile.

— Una persona priva di anima non avrebbe rischiato la propria vita per salvare la mia,
soprattutto se, come tu stessa hai detto, sarei comunque rinato.

Mi allontanai da lui. — Non voglio parlarne.

— Va bene. — Azzardò un sorriso. — Almeno ho scoperto qualcosa di te.

Trasalendo, cercai di non contare le cose che aveva appena scoperto: che, come avevo
ammesso, provavo sensazioni che non avrei dovuto provare. Che trasalivo e scappavo anche se non
c’era nessuno che mi inseguiva…

— Ami la musica. — Sorrise con calore. — Ho qui il mio SED. Ci si può anche
ascoltare la musica. Sarei felice di prestartelo, se tu me lo chiedessi.

Se glielo avessi chiesto?

La mia confusione doveva essere evidente, perché lui mi scostò una ciocca di capelli
dagli occhi e continuò: — Chiedimelo.

Mi facevano male le mani e il cuore. Avrei voluto correre fuori e nascondermi, non
dovermi mai più preoccupare di tutto questo. Quando chiedere. Quando non chiedere. Se sarebbe
saltata fuori Li a punirmi per aver pensato che mi fosse concessa una qualche forma di felicità. Era
troppo, e mi sentivo come se stessi affogando, come se le fiamme mi stessero consumando. Ma
scappare non sarebbe servito a niente.

Sam si era offerto di accompagnarmi a Cardio, aveva trascorso gli ultimi giorni a
parlarmi con quella sua voce roca, e mi avrebbe fatto ascoltare della musica… bastava che glielo
chiedessi. Non era molto quello che dovevo dargli, solo poche parole.

Inghiottii il groppo che avevo in gola. — Potrei ascoltare un po’ di musica, Sam?

— Certo. Adesso te la cerco.

La tensione sulle sue spalle si sciolse, come se avesse davvero temuto che non
gliel’avrei domandato. Come se gli importasse davvero.

E forse era proprio così.

La musica mi scivolò nelle orecchie, riempiendomi completamente. Un piano, un flauto


e un sottofondo di strumenti a corda che non riuscii a identificare.

Non avevo mai sentito quel motivo e avrei voluto spiegare a Sam quanto lo apprezzassi,
quale regalo fosse per me, ma non riuscivo a trovare le parole. Così, quando si sedette in poltrona,
mi limitai ad accomodarmi sul bracciolo come aveva fatto lui il giorno in cui aveva cominciato a
leggere per me.

Con un sorriso enigmatico, prese il SED dal laccio che lo teneva legato alla mia cintura
e accese lo schermo. C’erano una dozzina di musicisti seduti in semicerchio, intenti a suonare degli
strumenti che avevo visto in qualche disegno, ma mai dal vero. Dal palco, la loro musica era
indirizzata a un pubblico immerso nel buio, e nelle mie cuffiette.

La “Sinfonia della Fenice”, la mia preferita. Doveva essere Dossam a dirigere, dal
pianoforte. In nessuno dei libri che avevamo a casa c’era una sua fotografia, che fosse in versione
maschile o femminile. E anche qui non si vedeva molto bene. Lo schermo era piccolo e l’immagine
confusa. Ma mi piaceva il modo in cui sfiorava i tasti del piano, dirigendo gli altri venti membri
dell’orchestra come se stesse materialmente spremendo fuori la musica dai loro corpi. Senza di lui,
ci sarebbe stato soltanto silenzio.

Ipnotizzante.

— In quello di Li non c’era il video. Penso che gliel’avesse lasciato Cris. Era un
modello vecchio?

Sam annuì. — Probabilmente Li ne aveva uno più nuovo che non ti permetteva di
vedere. Adesso tutti usano il nuovo modello di Stef.

Guardai accigliata il congegno che si adattava perfettamente al palmo di Sam, mentre


per il mio sembrava troppo grande. Non che in quel momento fossi in grado di prenderlo in mano.
— Lo Stef di cui mi hai parlato?

— Proprio lui. Ama questi aggeggi, ma per molto tempo nessuno ha mai usato la
tecnologia progettata da lui. Troppo ingombrante da portare in giro. Allora alla fine ha deciso di
unire tutto in un unico dispositivo – ripresa di immagini, riproduzione di video, comunicazione
vocale e un milione di altre cose.

— Intelligente.

— Digli che la pensi così e ti sarai fatta un amico per l’eternità. — Sam sorrise. —
Meglio ancora, digli che ti piace il nome.

— SED? E perché?

— Sta per “Stef’s Everything Device”, Aggeggio Tuttofare di Stef. — Tacque, mentre
la musica si dilatava dentro le mie orecchie, accompagnata dal mio sorriso. — Ora il Consiglio si
assicura che tutti possiedano un SED, in modo da poter essere raggiunti in caso di emergenza. Stef
può anche concedersi di essere un po’ orgoglioso.

— Se lo merita, visto che adesso ho la possibilità di ascoltare la musica.

Il brano era arrivato a un assolo di flauto e io chiusi gli occhi, desiderando che quel
suono argenteo mi avvolgesse come un’armatura. Quando gli altri musicisti ripresero a suonare, mi
voltai a guardare Sam, così forse avrebbe letto nei miei occhi quanto significasse per me quello che
aveva fatto. — Grazie.
— Voglio sapere qualcosa di più su di te.

Di nuovo quella storia. Mentre guardavo i musicisti sullo schermo, ponderavo in


silenzio se ci fosse qualche particolare degno di essere raccontato. Ma forse a lui non interessavano
le cose degne. Forse, per qualche imperscrutabile motivo, voleva soltanto conoscere delle cose
qualsiasi.

— Una volta ho trovato un vaso di miele nella dispensa. Ho preso un cucchiaio e ne ho


mangiato metà. Li non me l’aveva mai fatto assaggiare. — Quando lo scoprì, mi tenne a digiuno per
due giorni.

— Così ti piacciono le cose dolci. E ne hai più mangiato, dopo quella volta?

— No. Lei l’ha nascosto meglio. Bene in alto. — Mi bloccai, rendendomi conto che
avevo appena ammesso di aver derubato Li. — Ma non ti devi preoccupare. Allora ero più piccola e
non pensavo a ciò che facevo. A te non ruberei mai niente.

Quello che volevo veramente dire, era: “Ti prego, non mandarmi via.”

— E comunque — aggiunsi, sollevando le mani bendate — non sono in grado di


prendere niente senza chiederlo.

— Le tue mani si rimetteranno presto. — Poi, con un sorrisetto furbo, proseguì: — E a


casa mia puoi avere tutto il miele che desideri. Sono amico dell’apicoltore.

— Vado alla Casa delle Rose Purpuree — disse Sam quando eravamo al capanno da
due settimane. — Siamo a corto di garze e antidolorifici.

— No! — Mi alzai così di scatto che il SED cadde a terra, interrompendo bruscamente
la musica. — Non andarci.

Sam si inginocchiò davanti a me, raccogliendo l’apparecchio. — Se non mi procuro


quella roba, le mani torneranno a farti male continuamente, come prima.

— Non andare. Lei scoprirà che sono qui e farà qualcosa di orribile. Non saremo più al
sicuro, né tu né io. — L’adrenalina mi faceva tremare. — Sono pronta a sopportarlo, il dolore. Ma
tu non andare.

— Non ho intenzione di permettere che tu soffra. — Connesse nuovamente il SED alle


cuffiette e nelle mie orecchie riprese a suonare una sinfonia a dodici strumenti. — Sarò di ritorno
prima di notte.

E così fu. Non mi era chiaro quanto distasse la casa di Li dal suo capanno – non mi ci
ero mai imbattuta, durante le mie esplorazioni – ma Sam tornò molto prima che facesse buio. Forse
aveva corso. Io ero semplicemente felice di rivederlo.

— È stata orribile? — gli domandai dal mio posto sulla poltrona, dove ascoltavo il SED.
In quel momento stava suonando un motivo al pianoforte, con uno strano ritmo rimbalzante.

Sam posò sul bancone la borsa piena di provviste, con un tintinnio di pillole e vasetti di
vetro. — Lei non c’era. Però la porta non era chiusa a chiave.
— E quindi hai preso la roba e basta? — L’idea mi fece sorridere.

— Tu ne avevi bisogno. — Guardava la stufa con aria accigliata, nonostante quel colpo
di fortuna. Li non era in casa. Non mi avrebbe seguita. Per lui avrebbe dovuto essere un sollievo e
invece la sua espressione era profondamente pensierosa. — Mi domando dove sia andata.

— Magari è andata a combattere i draghi e se la sono mangiata.

Sam si limitò a scuotere la testa. — Ho anche una buona notizia.

Già l’assenza di Li era una notizia fantastica. Se a lui non sembrava buona, ero curiosa
di sapere che cosa invece lo fosse.

Estrasse dalla borsa un vaso di vetro colmo di un liquido del colore dorato dell’ambra.

— Ho scoperto dove Li tiene nascosto il miele.

Le emozioni si aggrovigliavano come piante rampicanti dentro di me. Con cautela,


spostai il SED dal grembo, facendolo scivolare delicatamente sulla poltrona. E le cuffiette lo
seguirono.

Sam seguì con lo sguardo i miei movimenti mentre mi avvicinavo a lui. — Ana?

Dal modo in cui pronunciò il mio nome, sembrava fossi una creatura misteriosa; lui
credeva di conoscere le mie abitudini, e invece in quel momento gli buttai le braccia al collo e lo
strinsi più forte che potevo. Tremavo per la tensione – nel toccare qualcuno di proposito, nel
permettergli di intrappolarmi nel suo abbraccio – e tremavo per il conflitto tra confusione e
gratitudine.

Perché mai aveva fatto una simile gentilezza?

Non capivo. Se fosse stato come Li, avrebbe trovato il modo di usare i miei desideri
come un’arma contro di me. Invece, ogni volta che gli svelavo qualcosa di me, lui mi dava dell’altro
in cambio. La musica. Abbracciarlo era una bella sensazione; mi faceva sentire quasi al sicuro, ma
stava durando troppo. O non abbastanza.

Si staccò per primo e cominciò a controllarmi le mani. — Vanno molto meglio, mi


sembra. — Gli si sollevò un angolo della bocca. — Credi di riuscire a reggere un cucchiaio?

— Forse. Perché?

Un sopracciglio sollevato, lanciò un’occhiata al vaso di miele appoggiato sul bancone.

— Non dici sul serio.

— Solo se riesci a reggere un cucchiaio. — Mi guardò in un modo che non seppi


decifrare. Divertimento? Sfida? Ma non era come lo sguardo che mi lanciava Li quando voleva
sfidarmi. — Però se non ce la fai…

— Oh, sì che posso. È solo che non sono sicura che tu saprai starmi dietro e mangiare la
tua parte.
Sorrise e cominciò a rovistare nei cassetti in cerca di due cucchiai. — Finiremo per stare
male.

— Ci divertiremo un sacco. — Mi tastai la mano destra. Anche se non era certo al


massimo della forma, quando Sam mi tese un cucchiaio fui in grado di reggerlo.

Dopo poco, eravamo seduti entrambi sul bancone, col barattolo in mezzo, impegnati nel
disperato tentativo di non imbrattarci i vestiti di miele. Lui mi raccontava le sue storie e mi faceva
l’elenco di tutto ciò che pensava avremmo dovuto assolutamente fare una volta arrivati a Cardio… e
io non ricordavo di aver mai sorriso così tanto.

CAPITOLO SEI

FARFALLA

All’inizio della terza settimana, partimmo dal capanno prima dell’alba. La temperatura
si era alzata e il cielo era di un blu zaffiro intenso mentre attraversavamo il cimitero, immerso in un
silenzio sottile come brina. L’aria era frizzante ma piacevole. Gli alci avanzavano lentamente nel
bosco, mentre aquile e falchi si lanciavano i loro richiami, segnalandosi i confini dei rispettivi
territori. Mentre superavamo il ponte sul fiume, non potei trattenermi dal fischiettare.

— Sei allegra. — Sam stava tirando Straccione giù per una scala intagliata nel sentiero.
Il cavallo sbuffava e faceva dondolare la testa in direzione del capanno, dove c’era la sua stalla
calda e un’inesauribile provvista di cibo.

— Già. — Finalmente stavamo andando a Cardio, la grandiosa città bianca della quale
avevo sentito parlare fin da quando ero bambina. — L’idea di scoprire cosa sono è… — feci
un’alzata di spalle per impedire alle cinghie dello zaino di scivolare giù — … è terrificante, perché
quello che scoprirò potrebbe non piacermi. Ma è anche eccitante.

— Ti rimane sempre l’opzione di scegliere da sola chi sei e che cosa diventerai.

Mentre camminavamo, il cielo aveva preso delle sfumature più chiare, tendenti
all’indaco. Non potevo chiedergli di comprendere il mio bisogno di sapere cosa fosse successo, il
motivo per cui Ciana era scomparsa per sempre. Non poteva capire il senso di colpa che provavo,
sapendo che tutti avrebbero preferito che io fossi lei.

Diedi uno strattone alla garza. — Per un anno, dopo la visita del Consigliere Frase, mi
ero convinta di essere Ciana. Nella mia testa mi chiamavo Ciana, dicendomi che da una vita all’altra
dovevo aver perso in qualche modo la memoria. Lessi tutto quello che mi riuscì di trovare in casa su
di lei, cercando di figurarmi nella mente una me stessa nell’atto di tessere o di inventare nuovi
metodi per la produzione industriale di tessuti. Ma a quanto pare sono a malapena in grado di
immaginare come funzioni tutta quella roba… per non parlare della scoperta della seta sintetica, che
consente di non dover più ricorrere a bachi e gelsi. E questo è quanto. E comunque, gli Indovini
dell’Anima non sbagliano mai.

— Non di questi tempi, almeno.


— In che senso?

Sam ridacchiò. — Le verifiche non sono sempre state così precise, ma lo abbiamo
capito solo quando i lattanti hanno cominciato a insultare gli Indovini dell’Anima. E ce n’è voluto
per capire che Whit era in effetti Tera, e che avremmo dovuto chiamarlo in quel modo. Alcuni di
noi potrebbero aver conservato dei ricordi sbagliati per qualche anno, giusto per farlo arrabbiare.

Il mio sorriso si allargò spontaneamente. — Sei fortunato se ti resta qualche amico,


visto che tratti tutti così male.

— Ecco perché avevo bisogno di trovarne uno nuovo. Gli altri mi hanno abbandonato.
— Mi strizzò l’occhio ancora prima che potessi chiedermi se parlava sul serio. — Quando
arriveremo a Cardio, ti presenterò a chiunque tu voglia conoscere. Anche agli amici che non merito.

— Mi vengono in mente un paio di persone.

Arrossii, ricordando ciò che avevo confessato riguardo a Dossam, ma Sam fu così
gentile da non commentare. Quella cosa faceva parte di una conversazione per la quale non mi
sentivo ancora pronta.

Seguivamo il sentiero costeggiando abeti rossi e ceppi putrescenti, verso la strada che ci
avrebbe condotti a Cardio.

Quando mancava poco a mezzogiorno, Sam riprese la nostra conversazione iniziale


come se non l’avessimo mai interrotta. — Mi sembra che tu sia in una posizione unica per essere
chiunque tu voglia.

— Ne dubito.

— Hai il vantaggio di poter imparare dalle esperienze altrui. Non sei costretta a fare gli
stessi sbagli che abbiamo fatto noi all’inizio, o che stiamo facendo ancora. — Guidò Straccione
verso il ciglio della strada e legò la corda a un basso ramo di pioppo, lasciandola abbastanza lunga
per permettere al cavallo di curiosare tra le foglie. — E chi sei tu non è già sotto gli occhi di tutti.
Nessuno sa che cosa aspettarsi da te. C’è chi direbbe che la nostra società si trova a un punto morto.
È stagnante. Proprio grazie al fatto di essere completamente nuova, tu hai il potere di scuoterci da
questa situazione.

Era pazzo se in me riusciva a vedere tutto questo. Una senzanima non avrebbe mai
potuto fare una cosa del genere.

— E se io non volessi? Scuotervi, voglio dire.

— Non sei costretta a fare niente che tu non voglia. — Aveva steso una coperta sulla
strada e mi fece segno di sedermi. — Ma non credo che tu desideri essere soltanto un’altra persona
che a ogni nuova generazione ripete sempre la stessa cosa. Tu hai più potenziale di chiunque altro,
Ana. Se usarlo oppure no, dipende soltanto da te.

— Io non mi sento tanto potente. — Mi dolevano le mani, riuscivo a malapena a


mangiare da sola e continuavo a essere soccorsa da Sam. — Mi sento come la più piccola e
insignificante delle persone.
— Piccola, forse sì. Ma di certo non insignificante. — Si sedette accanto a me e
rimanemmo lì a osservare la strada deserta. — Tutti sanno chi sei.

Non sembrava una cosa positiva, questa. Io ero quella Ana.

— A parte te, nessuno si è mai degnato di rivolgermi la parola. Nemmeno Li.

— Nessuno riusciva a farlo stare zitto, nella sua vita precedente.

Stavo quasi per correggergli l’uso del maschile, ma mi morsi il labbro. Era difficile
tenere a mente che mia madre, innegabilmente una donna, in precedenza era stata un maschio. Un
corpo diverso. Una vita diversa. Quello che invece dissi fu: — E tutti gli altri? Era forse Li che
gliel’aveva proibito? Oppure, semplicemente, non si sono posti il problema?

Sam prese un coltello e un grosso pezzo di formaggio dalla borsa, e cominciò a tagliare.
— Vuoi che te lo dica onestamente? Credo che la gente pensi che non valga la pena darsi da fare
per conoscerti. Sarebbe come cercare di farsi amica una farfalla, pur sapendo che il mattino dopo
non ci sarà più.

Sospirai, e mi fece male. — E tu?

— Sono sicuro che lo sai già, ormai.

Non lo sapevo, ma non volevo ammetterlo. — Non c’era niente che ti impedisse di
venire a cercarmi prima. Avrei potuto avere… — no, non un amico, suonava troppo familiare — …
qualcuno con cui parlare.

Lui mi fece uno dei suoi mezzi sorrisi. — Li me l’ha impedito. Per svariate vite non
siamo mai riusciti a trovare il modo di andare d’accordo. E poi non sapevo come ti stava trattando.
Se l’avessi saputo, non sono certo che sarei riuscito a fare qualcosa, ma forse ci avrei provato.

Forse. Non importava quello che aveva detto sul mio potenziale. Per tutti io non ero
altro che una farfalla. E perché mai una persona sana di mente salverebbe una farfalla minacciata da
un gatto?

Mi offrì una fetta di formaggio, ma non avevo più fame. — Devi mangiare.

— Lo dice l’uomo che mi ha appena assicurato di essere libera di fare ciò voglio. —
Distolsi lo sguardo di scatto. Per una rispostaccia del genere, Li mi avrebbe mollato uno schiaffo;
lui invece si limitò a tornare al suo pranzo.

— Va bene. — Si mangiò tutto da solo, senza offrirmi più niente. Quando ebbe finito,
ripiegò la coperta e si buttò lo zaino in spalla. — È ora di andare.

Una parte di me sentiva di dovergli chiedere scusa, soprattutto perché non volevo che
lui mi ignorasse. In effetti, però, nessuno dei due aveva fatto o detto nulla di sbagliato. Era solo che
ci eravamo un po’… arrabbiati. Sospirai e continuai ad armeggiare con le mie bende per il
chilometro successivo, prima di trovare il coraggio di posargli una mano sulla spalla, con un gesto
abbastanza delicato da non irritare la mia pelle ancora sensibile.

— Sam?
Lui smise di camminare. — Hai fame, adesso?

Scossi la testa. — Sono felice che tu parli con me. — Nel capanno, soprattutto. Forse
aveva blaterato per ore soltanto perché la smettessi di piagnucolare per il dolore – forse aveva solo
voluto salvarsi le orecchie – ma mi aveva parlato, ed era stato premuroso e gentile. Questo voleva
dire tutto. Se soltanto dirglielo non avesse significato… dirglielo. — Non mi aspetto che qualcun
altro si comporti come te.

— Nessuno sa se resterai qui ancora per molto. Se le persone non sono state esattamente
cordiali nei tuoi confronti, è questo il motivo.

— Resterò qui per tutta la mia esistenza — mormorai, ma non più piano della brezza del
bosco, del battito del cuore o del frullo delle mie ali invisibili e incorporee. — Per me è molto.

Lui mi scostò una ciocca di capelli dal viso e annuì.

CAPITOLO SETTE

MURA

Non appena superato il bosco, ci ritrovammo davanti a una muraglia bianca che
s’innalzava come una bassa coltre di nubi sotto il cielo blu cobalto. Si estendeva a perdita d’occhio
in entrambe le direzioni, scivolando come un corso d’acqua sulle creste e i declivi dell’altopiano su
cui sorgeva la città di Cardio.

Cancellate di ferro e ottone sorvegliavano l’Arco Meridionale che dava accesso alla
città, ma per quanto il passaggio fosse ampio, non riuscivo a distinguere niente al di là. Soltanto
buio.

— Guarda. — Sam era accanto a me, una mano infilata nella cavezza di Straccione e
l’altra in tasca. Le sue guance erano accese dal freddo, ma il suo sorriso era ampio e rilassato. Una
barbetta ispida gli ombreggiava il mento e le labbra erano screpolate dal vento. Avevamo
camminato a lungo e lui non aveva smesso un solo istante di chiacchierare. Mi aveva indicato resti
di edifici in rovina, per lo più capanni abbandonati, ma c’erano stati anche certi misteriosi cumuli di
pietre. Eravamo passati accanto a cinque enormi cimiteri, soffermandoci a guardarli mentre lui mi
raccontava storie su coloro che vi erano sepolti.

Evidentemente non reagii abbastanza in fretta. Mi lanciò un’occhiata, con


un’espressione a metà tra la burla e la curiosità. — Non intendevo me. — Mi diede un colpetto col
gomito. — Guarda Cardio. Alza gli occhi.

Sulla sommità del muro, una torre gigantesca si protendeva verso il cielo, più alta di una
decina di sequoie messe l’una sull’altra. Svaniva inghiottita da una nube, le pareti così candide che
al confronto quel vapore acqueo sembrava sudicio.

— Che cos’è? — Sentivo una pressione quasi insopportabile al petto, come se qualcosa
me lo stesse spremendo per ricordarmi che ero una senzanima. Resistetti all’impulso di
indietreggiare davanti a quella cosa, nel timore che potesse scorgermi.

— Il tempio. — Sam mi stava scrutando con apprensione, cosa che faceva troppo
spesso. — Tutto bene?

Era chiaro che lui non vedesse nulla di strano nella torre, che non percepisse niente di
sbagliato. Quindi quel mio malessere doveva essere un effetto collaterale dovuto all’inesperienza.
— Sì, certo.

Incrociai le braccia, facendo attenzione alle bende. Quel giorno erano meno spesse, le
ustioni non mi facevano quasi più male. Un’abbondante applicazione di unguento aiutava. —
Quindi, questo è un tempio? Dedicato a cosa?

Lui riprese a camminare, lo sguardo puntato sulla città. O sul tempio. — È una vecchia
leggenda. Molti hanno smesso di crederci migliaia di anni fa.

La frase mi colpì come uno schiaffo. Mi aveva ricordato di colpo che Sam era vecchio.
Anche se sembrava un mio coetaneo. — Perché?

— Perché non è successo niente, nemmeno una volta, da quando abbiamo scoperto
Cardio e ne abbiamo fatto la nostra casa.

Frugai nella memoria in cerca di qualche indizio su quella storia, ma la biblioteca di Li


era limitata. E se Sam mi aveva letto qualcosa al riguardo mentre eravamo ancora al capanno,
doveva essere stato in uno dei miei momenti di dormiveglia.

— Forse… e se cominciassimo dal principio? Qual è il tuo primissimo ricordo?

— Il… — Sorrise e mi scostò una ciocca di capelli dal viso. — Magari dopo. A essere
sincero, alcuni dei primi ricordi sono andati perduti. Che è una delle ragioni per cui abbiamo
cominciato a tenere dei diari. La mente può contenere molte informazioni, ma dopo un po’ le cose
meno importanti si dissolvono per fare spazio ad altro. Nemmeno tu avrai conservato un ricordo
chiaro di tutto quello che ti è accaduto da quando sei nata. O mi sbaglio?

Scossi la testa. C’erano anche delle cose che preferivo non ricordare. E Sam? Quanti
ricordi aveva cancellato deliberatamente?

— Ciò su cui tutti si trovano d’accordo è che all’inizio eravamo tante piccole tribù che
vivevano sparpagliate per Gamma. Alcuni sostengono che già all’epoca esistevamo tutti e che
eravamo adulti. Altri invece sono convinti che altri siano nati in seguito. — Mi lanciò un’occhiata.
— Io non ricordo nulla. La verità su quella storia è sparita per sempre.

— Nessuno ha lasciato qualcosa di scritto?

— Non avevamo ancora la scrittura, all’epoca. Avevamo una lingua, ma immagino che
non ne parlassimo, perché c’eravamo tutti. Gran parte della nostra vita primitiva era concentrata su
problemi di pura sopravvivenza. C’è voluto del tempo per imparare cosa si potesse mangiare senza
pericolo e cosa no, che non tutte le sorgenti d’acqua calda erano sicure per bere o per farci il bagno,
e che i geyser… ah! Devo raccontarti di quella volta che uno eruttò proprio mentre Sine ci si
trovava sopra. — Aveva cominciato a ridere, ma altri ricordi vennero subito a offuscare ciò che
aveva trovato così divertente nella disavventura di Sine. — Bisognava anche stare molto attenti ai
draghi, ai centauri e… altre cose.

— Silfidi.

Annuì. — Tracciavamo dei disegni per terra o sulle pareti, ma non erano permanenti e
non sempre riuscivamo a tramandare queste opere, se così le si può chiamare. Le informazioni si
perdevano o venivano male interpretate. Suppongo che alla fine ci abbiamo rinunciato.

— Okay. — Man mano che ci avvicinavamo alla città, cominciai a distinguere dei
piccoli tubi metallici che spuntavano dal quartiere sudorientale. Antenne, forse, o pannelli solari.
Magari entrambe le cose. — E quindi, un bel giorno, facevate una passeggiata insieme e vi siete
imbattuti in Cardio?

— Più o meno. Per un po’ abbiamo combattuto fra noi per il controllo, prima di renderci
conto di quanto fosse grande. C’era spazio in abbondanza per tutti.

— E non vi è mai sembrata una cosa strana? Che una città se ne stesse lì ad aspettare
voi, con tanto di tempio nel mezzo? — Sulla faccia avevo già una smorfia di difesa, ma non c’era Li
pronta a darmi uno schiaffo per punire la mia curiosità. Sam non si accorse di nulla, oppure fu
molto bravo a nasconderlo.

— Avrebbe dovuto sembrarci strano, in effetti. Ma eravamo talmente grati per aver
trovato un rifugio che non ci abbiamo pensato. E quando l’abbiamo fatto, se anche ci fosse stata
qualche traccia di una civiltà precedente, noi ormai l’avevamo cancellata semplicemente vivendo lì.
C’è chi sta ancora cercando delle prove, ma a Cardio non si trova quasi niente.

— Quasi?

— Be’, c’è il tempio, dove abbiamo davvero scoperto la scrittura.

— Ma nei libri c’è scritto che…

— Che fu Deborl a inventarla? Non è del tutto falso, però non è neanche l’esatta verità.
Lui l’ha decifrata. È sempre stato bravo con gli schemi. Ci sono delle parole scolpite intorno al
tempio che parlano di Janan, un grande essere che ci ha creati, dandoci l’anima e la vita eterna. E
Cardio. Lui avrebbe dovuto proteggerci.

Fissai il tempio che si ergeva nel centro della città. — Nei libri di Li non c’era niente di
tutto questo.

— Deborl si è preso la libertà di revisionare alcuni dettagli. — Alzò la testa, seguendo il


mio sguardo. Man mano che ci avvicinavamo alla città, la muraglia nascondeva una porzione di
orizzonte sempre più ampia. — A ogni modo, Janan non si è mai rivelato, né è venuto in nostro
soccorso nei momenti di difficoltà.

— Come la siccità e la fame, o qualche altro tra i nomi che avete dato agli anni?

Sam annuì. — Proprio così. L’Anno dell’Oscurità venne chiamato così per via di
un’eclissi solare che cominciò nelle prime settimane. Sembrava che il sole si fosse spento
completamente. E Janan non era lì ad aiutarci quando avevamo paura.
Fino a poco tempo prima, non avevo avuto nessuno che mi aiutasse quando avevo
paura, perciò quel tradimento non mi sembrava così tragico. Ma forse era diverso quando si
mancava una promessa.

— Il tempio non ha nemmeno una porta. Alcune persone credono fermamente


nell’esistenza di Janan e nel fatto che tornerà, un giorno, per salvarci dagli orrori di questo mondo.
Ma la maggioranza di noi ha deciso molto tempo fa che in realtà non esiste.

— Ma se quello che è scritto sul tempio è vero… il fatto delle anime e di rinascere…
questo non significa che è vero anche lui?

— Forse lo è stato, tanto tempo fa. Alcune storie raccontano che lui sacrificò la propria
esistenza per crearci ed è questo il motivo per cui il tempio non ha una porta.

Il cielo scomparve e in quel momento raggiungemmo un tratto di terra incolta che si


estendeva fino alle mura della città. Poco distante, da un foro nel terreno uscì uno sbuffo di vapore.
Un geyser?

— Quando giunse il momento di scrivere nuove versioni delle storie, fu deciso di


tralasciare alcune cose perché non le si ritenne vere o importanti. Ed è questa la ragione per cui non
hai mai sentito parlare di Janan.

— Tu hai pronunciato il suo nome, però. Lo usate come imprecazione?

Sam storse la bocca. — Alcuni si sono sentiti traditi perché Janan non è mai venuto in
nostro soccorso contro i grifoni, o contro gli attacchi dei centauri. Sono passati cinquemila anni,
dopo tutto.

Probabilmente anch’io mi sarei stancata di aspettare qualcuno così a lungo.

— Prima cominciammo a usarlo come una semplice esclamazione, non per imprecare,
ma poi l’espressione si diffuse ed è diventata un’abitudine che alcuni di noi non riescono a scrollarsi
di dosso.

— Quelli che ancora credono in lui probabilmente non ne sono contenti.

Sam ridacchiò. — No, infatti. Cerca di non farti contagiare dalla mia brutta abitudine, se
vuoi entrare nelle grazie del Consiglio. Meuric, il capo, ci crede sul serio.

Avevamo lasciato la strada e i miei stivali cricchiavano sul terreno, composto da uno
strano miscuglio di ciottoli e cenere. Un vapore sulfureo mi pizzicava il naso, ma soffiava in
direzione del bosco, lasciando bianchi depositi di brina sui rami. Andai verso il geyser; volevo dare
un’occhiata all’interno, però Sam mi toccò la spalla, ricordandomi in silenzio gli avvertimenti che
mi aveva dato su quell’immensa caldera. In alcuni punti la terra era più sottile e poteva frantumarsi,
facendoti precipitare in una melma incandescente prima che tu riuscissi a saltar via.

Dal momento che Sam aveva la tendenza a non intervenire quando facevo cose
potenzialmente stupide, come arrampicarmi su un muro di sassi decrepiti per vedere meglio il
panorama, decisi di prendere sul serio il suo avvertimento.

— E così ti sei sentito tradito. Da Janan, voglio dire.


Avevo deviato verso le mura, come se fin dall’inizio la mia intenzione fosse stata
andare in quella direzione.

— Un po’. Volevo credere che fossimo qui per uno scopo.

— Conosco quella sensazione.

Sulle mura non c’era traccia di crepe o chiazze di colore, ed era dura come marmo
quando mi tolsi una benda per sentire se era liscia quanto sembrava. La pietra scaldata dal sole non
oppose alcuna frizione sul palmo morbido della mia mano.

— Aspetta — mi disse Sam quando ormai stavo per tirarmi indietro. La sua vicinanza
mi rendeva nervosa. — Solo un momento. — Poi la sua mano si posò sul dorso della mia, le dita
intrecciate alle mie, con circospezione. — Lo senti? — Quasi un sospiro, più che un mormorio.

Sentire cosa? Il suo tocco? Il calore che emanava dal suo corpo? Lo sentivo, sì… lo
sentivo dappertutto.

La pietra bianca pulsava come il sangue che scorre in un’arteria.

Mi staccai di scatto, lontano da Sam, lontano dal muro. Non era il sole a scaldare la
pietra. Il suo calore veniva dall’interno.

— Come ci riesce?

Avrei voluto strofinarmi la mano contro i pantaloni ma la pelle nuova era troppo
delicata per rischiare tanto. Invece mi rimisi la benda, girandola maldestramente attorno alla mano
in un modo che probabilmente mi avrebbe bloccato la circolazione alle dita.

Lo sguardo di Sam seguì le mie mani. — L’ha sempre fatto. Perché?

— Non mi piace. — Mi allontanai. Non che sapessi dove andare, volevo solo
allontanarmi.

Lui seguì la mia ritirata non proprio discreta, facendo scorrere lo sguardo tra me e il
geyser alle mie spalle. — Perché?

Mi bloccai e mi obbligai a respirare quando il terreno suonò vuoto sotto i miei piedi: era
troppo sottile per poterci stare sopra senza pericolo. Dopo settimane ero finalmente arrivata a
Cardio e adesso volevo scappare? No. Ero venuta fin qui per scoprire il motivo della mia nascita e
non mi sarei lasciata spaventare da uno stupido muro.

Sam mi tese le mani, sempre lanciando occhiate inquiete verso il terreno.

— Andiamo. Siamo quasi a casa.

Casa sua. Già. Dove sarei rimasta finché il Consiglio non avesse deciso cosa fare di me.
— Va bene. — Non presi le mani che mi stava tendendo.

Sam si soffermò a studiarmi per un altro momento, ma poi annuì.

— Non ci vorrà molto. Potrei aprire i cancelli, però ho il sospetto che vogliano
registrare il tuo ingresso. — Me lo disse con un sorriso dispiaciuto e così decisi di non lamentarmi
per l’ingiustizia. Per quella volta.

— Perché li tenete chiusi?

Camminava tra me e la parete mentre tornavamo da Straccione, che dimenava la coda


guardando l’arco con occhi carichi di desiderio. — Tradizione, più che altro. È ormai qualche
secolo che non abbiamo più avuto problemi con troll o giganti, ma ci sono stati anni in cui siamo
stati costretti a barricarci dentro le mura. Centauri, draghi… ci attaccavano esseri di ogni sorta, per
non parlare delle silfidi. Adesso i confini di Gamma sono protetti meglio, ma il fatto che non
provino ad attaccarci non significa che non ci riproveranno mai più. Non vogliamo farci cogliere
impreparati.

In alcuni libri che avevamo a casa c’erano dei disegni di battaglie che nella maggior
parte dei casi avevano richiesto un generoso utilizzo di inchiostro rosso. Se fossi morta
innumerevoli volte in guerre contro gli altri abitanti del pianeta, anch’io avrei tenuto la porta ben
chiusa.

L’arco era alto e ampio, abbastanza profondo da poter contenere dieci persone l’una
accanto all’altra. Ancora sotto l’influenza della pulsazione che avevo sentito nel muro, mi tenni al
centro, stringendomi nelle spalle.

Al di là delle sbarre di ferro, l’arco si apriva su una vasta stanza.

— La stazione di guardia — mi spiegò Sam. — E questo è un lettore di anime, in modo


che il Consiglio sia sempre informato su chi va e chi viene. Ce ne sono alcuni anche vicino alle
armerie o in altri posti ai quali il Consiglio ritiene che non tutti debbano avere accesso. Stando alla
procedura basterebbe che tu lo toccassi, ma immagino tu non sia nel database, perciò non
funzionerebbe. — Premette il palmo su un piccolo schermo accanto alle sbarre. Si sentì un bip, una
parte del cancello si aprì e nello stesso momento una luce gialla filtrò sul pavimento, accompagnata
da un riecheggiare di passi.

Apparve un uomo di corporatura snella, che poteva essere sulla trentina. — Ehi, Sam!
Sarei arrivato prima, ma Darce ha appena dato alla luce Minn – a proposito, questa volta è una
femmina – e siamo andati a impedire a Merton di vendicarsi di lui finché è ancora così piccolo.
Cioè, vendicarsi di lei. Credo che ci vorrà un po’ di tempo per abituarsi all’idea. Minn non era
femmina da dieci generazioni.

Sam passò per primo, insieme a Straccione. Io li seguii non appena gli zoccoli ebbero
sgombrato il passaggio, ma non ebbi neppure il tempo di cogliere l’immagine di una stanza spoglia
che il tizio mi stava già fissando.

— A proposito di abituarsi all’idea… — Lo sconosciuto lanciò un’occhiata a Sam, e poi


di nuovo a me. Indossava un paio di ampi pantaloni e una pesante camicia marrone di taglio
sportivo. Il pomeriggio era abbastanza caldo da rendere inutile il cappotto. — Ana, giusto?

Come se ci fosse bisogno di chiederlo. Sicuramente sapeva perché non avessi toccato il
lettore di anime. Adesso avrebbe cominciato a spettegolare in giro e io avrei finito per sentirmi
esclusa. Sollevai il mento, come se stessi per rispondergli a tono o Sam stesse per intervenire, ma
non accadde nulla, così io e lo sconosciuto rimanemmo a fissarci, gli sguardi sempre più truci.

Straccione ruppe il silenzio con un lungo sospiro. La guardia si rivolse di nuovo a Sam.

— Ancora non parla, eh? Che cosa triste.

Si avvicinò a un tavolo di legno accostato alla muraglia della città. Appoggiato al centro
c’era uno schermo sottile e vuoto, a parte uno sfarfallio; disposte tutt’intorno, c’erano alcune
ordinate pile di fogli. Accese la lampada e si appoggiò al tavolo, proiettandovi sopra la propria
ombra.

Sam scaricò il bagaglio dal basto di Straccione, borbottando tra una parola e l’altra; a
parte questo, il suo tono era affabile. — A dire il vero — disse — penso stia aspettando che ti
presenti.

— A dire il vero — intervenni io — non m’importa. — Presi una borsa dalle mani di
Sam e me la caricai in spalla, cercando di utilizzare il meno possibile le mani. L’unica fasciatura si
stava sciogliendo nel punto in cui l’avevo maldestramente rifatta. — Ma sono capace di parlare, e
da un bel po’ di tempo, per giunta.

Sam si voltò per nascondere il suo sorriso.

— Be’, felice di sentirlo. Io sono Corin. — La guardia mi porse una mano che io non
accettai, limitandomi invece a rifare la fasciatura. — Cosa ti è successo alle mani?

— Mi sono bruciata.

— Mi ha salvato da una silfide. — Sam non raccontò come anche lui mi avesse salvato
dalle silfidi, e prima ancora dal lago, né di come si fosse preso cura di me per quasi tre settimane.
Era gentile a spacciarmi per quella coraggiosa.

Corin fece un fischio. — Notevole… ma sapevi che sarebbe comunque rinato, giusto?

Sì, certo, alla fine sarebbe rinato, ma non in tempo per proteggermi da tutti quelli che mi
avrebbero trattato come mi stava trattando Corin in quel momento. Mi caricai un’altra borsa in
spalla e mi rivolsi a Sam: — Sarà ora di cena, ormai.

Aveva ben poche ragioni per schierarsi dalla mia parte, considerato il fatto che
conosceva Corin da cinquemila anni e che il mio “salvataggio” era stato in realtà ben poca cosa; ma
per qualche ragione lo fece, e io avrei voluto abbracciarlo per questo. — Hai ragione. È stata una
lunga camminata dal confine. Ci vediamo nei prossimi giorni, Corin? Io e Ana dobbiamo ancora
disfare i bagagli.

La guardia scosse la testa. — Temo di no. Cioè, tu puoi andare, Sam — e col mento
accennò alla porta aperta in fondo alla lunga stanza — ma Ana non è stata ancora autorizzata.

— Cosa? — Di colpo il tono di voce di Sam fu meno gentile.

La borsa in più mi premeva dolorosamente sulla spalla. — Pensavo che dovessi soltanto
scrivere il mio nome su un registro, o roba del genere. A cosa dovete autorizzarmi?
— A entrare in città. Tu non sei una cittadina.

— Sono nata qui. — Di certo lo sapevano. Li mi aveva raccontato delle occhiate


indagatrici della gente, uno dei motivi per cui mi aveva portata via. Non soltanto per nascondere la
propria vergogna ma anche, così sosteneva lei, per proteggermi.

— Non hai documenti che attestino la tua residenza legale a Cardio.

— Ma io sono nata qui!

— Sarà mia ospite. — Sam mi era venuto accanto, come se la sua vicinanza potesse
servire a convincere qualcuno. — Risolveremo la questione della cittadinanza in mattinata.

— Temo di non poter fare nulla. — Corin incrociò le braccia. — Sai che lo farei se
potessi, ma è contro le regole.

— Quali regole? Non ci sono regole che stabiliscono chi deve entrare a Cardio.

Corin afferrò le carte sul suo tavolo e le sventolò sotto il naso di Sam.

— Il Consiglio l’ha approvata qualche anno fa. Eri distratto, forse? Per poter entrare a
Cardio occorre essere cittadini, e per essere cittadini occorre essere proprietari di una casa in città
da almeno cento anni.

Sam lasciò cadere le borse a terra – io le mie le posai con un po’ più di cautela – e
agguantò i fogli, scorrendoli velocemente con lo sguardo.

— È una cosa ridicola. — Lanciò le carte in mezzo alla stanza, e quelle svolazzarono,
frusciando l’una contro l’altra, prima di posarsi sul pavimento levigato. — Chiama Meuric. Chiama
l’intero Consiglio. Di’ loro di venire qui subito.

— Sono in seduta. Ana è libera di rimanere alla stazione di guardia per tutta la notte.
C’è una branda più che adeguata, là in fondo. — Indicò un punto alle mie spalle. — Penso che
nessuno ci troverà niente da ridire.

L’ultima cosa che volevo era rimanere nella stazione di guardia per tutta la notte. Mi
sarei sentita più al sicuro sull’orlo di un geyser. O sul fondo del Lago del Confine di Gamma. —
Sam…

Lui scosse la testa. — Tu vieni a casa con me, non importa quello che dicono.

Avrei potuto correre alla porta e cercare di perdermi nell’intrico di strade, il che
probabilmente non sarebbe stato troppo difficile, ma avevo una probabilità su un milione di farcela.
Io e Sam saremmo stati arrestati e messi in prigione, quindi la mia unica possibilità era lasciare che
fosse lui a gestire la situazione. Ed era una possibilità che detestavo.

— Adesso calmati, Sam — disse Corin. — Non è poi questa gran tragedia.

— Invece sì! — Sam afferrò Corin per una manica e lo tirò in mezzo alla stanza. Se
avessero parlato sottovoce, sarebbero stati fuori dalla mia portata d’orecchio, e fu proprio quello che
fecero. Non mi piaceva, ma non volevo mettere Sam in cattiva luce pretendendo di essere inclusa
nella conversazione.

Mentre Sam stava senz’altro riferendo a Corin di quanto mi servisse aiuto e di come non
mi fidassi di nessuno, io mi misi a sedere al tavolo e cominciai a disfarmi le bende. Le mani
sembravano migliorare. Erano rosa acceso e la pelle pareva molto sensibile, ma durante il viaggio
eravamo stati attenti a tenerle sempre pulite, soprattutto dopo che si erano rotte le vesciche. Mi
sentivo una stupida per essermi bevuta la bugia di Li sulle bruciature delle silfidi che non potevano
guarire. Entro breve mi sarei rimessa in sesto, tanto da poterla prendere a sassate, se mai l’avessi
incontrata di nuovo.

Mormorii rabbiosi saettavano per la stanza, troppo confusi perché li potessi capire.
Osservai le carte sul tavolo di Corin, trovando schemi, orari di turni e altre amenità del genere. A
quanto pareva, chiunque vivesse nei paraggi di una delle stazioni di guardia aveva la responsabilità
di darci un’occhiata quando si trovava in casa. Si davano il cambio in pochi ma tutto sommato non
sembrava un incarico difficile, purché ci si ricordasse l’unica regola: tutti erano autorizzati a entrare
in città, a parte Ana.

— Sola in mezzo al bosco? Ma siamo in pieno inverno!

Mi irrigidii al bisbiglio sorpreso di Corin, però non mi voltai. Non era il caso che Sam
sapesse che avevo carpito qualcosa del suo colloquio segreto.

Il mucchio di carte in fondo al tavolo conteneva la lista delle armerie presenti su tutto il
territorio di Cardio, e il loro contenuto. Quello sì che era interessante. Vecchie catapulte e cannoni,
carri armati più moderni e aerei teleguidati. Pistole laser. Metà di quella roba non avevo idea di cosa
fosse, ma diedi una scorsa alle pagine. Magari avrebbe potuto spiegarmelo Sam, oppure avrei
potuto trovare qualcosa in biblioteca, se solo mi fosse stato concesso di mettere piede oltre la
stazione di guardia.

— Molto bene. — Corin mi si era avvicinato di soppiatto e mi strappò le carte di mano.


— Questa non è roba per te.

— Non preoccuparti. — Mi alzai e lanciai un’occhiata a Sam, che stava tirando fuori il
SED dal suo zaino. — Li non mi ha mai insegnato a leggere.

Sam sbuffò e andò a grandi passi dalla parte opposta della stanza, per chiamare il
Consiglio.

Ci volle mezz’ora perché cominciassero ad arrivare. Corin aveva portato Straccione


nella stalla lì accanto, insieme alle provviste per il viaggio, dopo averci fatto promettere che non
saremmo fuggiti. E non fuggimmo, infatti, perché sapevo che Sam non sarebbe andato da nessuna
parte e io non me la sentivo di girovagare per la città senza di lui.

La prima persona ad arrivare fu una donna forse ultraottantenne. Visto che Li mi aveva
sempre tenuta isolata, potevo solo basarmi sulle fotografie di persone di età diverse che avevo visto;
indovinare non era facile. Quella donna aveva i capelli grigi raccolti in una crocchia ordinata. Sul
suo viso si allargava un reticolo di rughe profonde che però, più che farla sembrare vecchia, le
conferiva un aspetto nobile. Si presentò come Sine e prese posto su una delle sedie disposte lungo
un lato della stazione di guardia.
La Sine dell’incidente del geyser… oh!

Seguì Meuric. Sembrava non avere nemmeno quindici anni ma, salvo casi eccezionali,
per avere un lavoro bastava aver superato proprio la quindicina; era una questione di statura fisica e
di ormoni. Almeno, questo era quanto avevo sentito.

Anche se Meuric non era più alto di me ed era piuttosto ossuto, con il mento aguzzo e i
gomiti appuntiti, gli occhi infossati tradivano la sua vera età. Il modo in cui mi guardava mi fece
sentire più insignificante che mai. Sam aveva detto che Meuric era il Portavoce del Consiglio,
quindi era su di lui che dovevo fare buona impressione.

Presto si unirono al gruppetto anche Antha e Frase, la persona che aveva parlato di
Ciana con Li.

— È evidente che questa regola è stata fatta per tenere Ana lontana da Cardio. È
ingiusto e crudele escluderla semplicemente perché non è in vita da cinquemila anni.

Meuric si grattò il mento, l’aria pensierosa.

— Se non ricordo male, è stato perché nessuno sapeva per certo se sarebbero nate altre
anime nuove. Cosa succederà se Ana non è l’unica? Troveremo un alloggio per tutti? La nostra
comunità è in grado di accogliere queste persone?

Prima che potessi aprire bocca, Sam mi lanciò un’occhiata di avvertimento.

“Queste persone”. Incrociai le braccia e mi misi accanto al mio bagaglio. Non


esistevano “queste persone”. C’ero soltanto io.

— Non era per discriminare Ana, ma per proteggere la nostra città. — Antha si fece
scorrere le dita fra i capelli. — Ricordate quanto eravamo maldestri, i primi tempi qui a Cardio?
Eravamo talmente giovani… giovani quanto lo è Ana adesso.

— Non ho intenzione di rompervela, la vostra città. — Mi ero rabbuiata, ignorando lo


sguardo implorante di Sam. — Non ho intenzione di cambiare niente, né di sconvolgere le vostre
abitudini.

— Lo hai già fatto — osservò Frase. — Con la tua esistenza.

— Prendetevela con Li e con Menehem. Io non c’entro niente. — Cercavo di sembrare


più alta ma, in piedi accanto a Sam, ogni sforzo era inutile. — Mi sembra che siate voi stessi a
sconvolgere le vostre vite a causa della mia esistenza, più di quanto abbia mai fatto io. Sono stata
lontana per diciotto anni e avete approvato leggi in mia assenza…

— Quello che Ana sta cercando di dire — m’interruppe Sam — è che a parte nascere –
cosa che non poteva impedire – lei non ha mai disturbato nessuno.

— Nessuno, eccetto Li — replicò Antha.

Sine annuì. — Li ha scelto di assumersi le sue responsabilità, a differenza di Menehem.


È stato un nobile gesto, da parte sua.
Non era la storia che avevo sentito.

— Se non l’avesse fatto Li, ci avrebbe pensato qualcun altro — disse Sam. —
Qualcuno, magari, in grado di comprendere che nel giro di pochi anni Ana sarebbe cresciuta e
diventata un membro della nostra comunità. Anche lei possiede delle capacità utili, ma non può
metterle a disposizione degli altri se nessuno glielo permette.

— Te ne saresti occupato tu? — chiese Meuric. — No, eri un neonato come lei, allora.
Quello fu davvero un anno notevole, se ricordo bene. Tu il primo giorno e Ana a distanza di poche
settimane. Due nascite, quell’anno. Me lo ricordo perché morii tre giorni dopo l’arrivo di Ana. Le
emozioni forti sono dannose per il cuore degli anziani.

Lanciai un’occhiata a Sam; non aveva forse detto che condividevamo lo stesso
compleanno? E perché adesso Meuric diceva una cosa diversa?

Sam non parve notarlo. — Se avessi potuto, l’avrei fatto. Ma come tu stesso hai detto,
non ero nella condizione di occuparmi di nessuno. Mi sto offrendo adesso.

— E quanto al fatto che la legge le vieta di vivere in città? — chiese Meuric.

— Quante altre anime nuove sono nate, nel corso degli ultimi diciotto anni? — La voce
di Sam era dura come il ghiaccio. — Lei è l’unica. La legge è stata fatta contro di lei. Nel migliore
dei casi è un atto d’inospitalità; nel peggiore, una sentenza di morte, soprattutto perché non
sappiamo se potrà mai reincarnarsi. E immagino ci sia un’altra legge al riguardo.

Fissavo Sam, sperando di trovare la risposta a un milione di domande – esisteva forse


una legge contro la mia morte? – ma lui non intercettò il mio sguardo.

I Consiglieri si scambiarono un’occhiata. Sine fu la prima a stringersi nelle spalle.

— Io non ero d’accordo con la legge fin dall’inizio. Se Sam vuole prendersi cura di
Ana, bisognerebbe consentirglielo. Non fa del male a nessuno.

Si voltò verso di me con un sorriso incoraggiante, ma io non riuscii a restituirglielo.

Meuric fece un cenno d’assenso.

— Immagino che sarebbe un’opportunità per la piccola Ana poter contare su una guida.
Senza dubbio Li è stata un’insegnante di valore, ma forse Sam riuscirà ad aiutare Ana a scoprire chi
è, così da riuscire, come ha detto lui stesso, a diventare un membro attivo della comunità.

— Non ho bisogno di un altro genitore… — esordii io, ma Sam mi interruppe di nuovo.

— Allora abrogherete la legge? — Se non fosse che stava dalla mia parte, gli avrei dato
un pugno per quel suo continuo parlarmi sopra. Come potevo essere me stessa se non avevo alcuna
voce in capitolo sulla mia stessa vita?

— Frase? Antha? — Meuric lanciò un’occhiata agli altri due Consiglieri. — Abbiamo
bisogno di un voto unanime, visto che gli altri non sono qui.

— A condizione che rispetti un coprifuoco e che frequenti delle lezioni, superando gli
esami. — Frase puntò lo sguardo su Sam. — Per accertarci che Ana riceva un’educazione di
qualità, naturalmente. Se dopo la morte si reincarnerà, allora avremo guadagnato una nuova voce
preziosa. Se invece non succederà… be’, tutti sappiamo quanto Sam ami lanciarsi in nuovi progetti.
Questo dovrebbe tenerlo impegnato per una vita intera, e se dovessero nascere altre anime nuove, si
sarà fatto l’esperienza necessaria per aiutare anche loro.

Avevo le mani strette dietro la schiena. L’acuto dolore alla carne viva era l’unica cosa
che mi teneva in piedi. Io non ero un progetto. Io non ero un esperimento. Io non ero una
maledettissima farfalla.

— Mi sembra ragionevole. — Antha sollevò il mento e mi guardò. — Rispetterai queste


condizioni?

La mascella mi doleva per quanto la stringevo, ma evitai di guardare Sam per capire che
cosa ne pensava, non avevo bisogno del suo consiglio.

— Certo.

— Allora siamo d’accordo. — Meuric si appoggiò ai braccioli della sua sedia per alzarsi
in piedi. — Ana rimarrà con Sam come sua allieva. Verranno stilati dei rapporti regolari sui suoi
progressi, che ogni mese il Consiglio sottoporrà a revisione. Venite tutti e due alla Casa del
Consiglio, domani mattina. Alla decima ora. Vi presenteremo gli altri e metteremo a punto i
dettagli.

Non era una richiesta né un invito.

Dopo un giro di saluti eccessivamente cortesi – bentornata a casa e benvenuta a Cardio


– Corin e i Consiglieri se ne andarono, e io e Sam raccogliemmo i nostri bagagli.

Lui incrociò brevemente il mio sguardo prima di fare un cenno verso la porta, e io non
fui in grado di capire se fosse soddisfatto del verdetto finché non disse: — Avevano pianificato
tutto.

CAPITOLO OTTO

CANZONE

— Cosa vuoi dire?

Uscii dalla porta, facendo il mio ingresso nella città di Cardio, e mi ritrovai in un ampio
viale. Il lato sinistro della strada era occupato da conifere, con brevi scorci di case in pietra bianca.
Vialetti più stretti correvano sinuosi tra gli alberi, il che dava un’illusione di riservatezza, anche se
ebbi l’impressione che gli appezzamenti di terra su cui sorgeva ciascuna casa fossero ampi.

Sam si diresse verso un bizzarro gruppo di edifici sulla destra, che si estendeva fino al
limite estremo della città, visibile soltanto per l’altezza considerevole della cinta muraria.

— Questo è il quartiere industriale. Manifatture, mulini, fattorie.


— E chi fa questi mestieri?

— Chiunque abbia bisogno di qualcosa. Oppure, se per esempio volessi dei rotoli di
stoffa, potresti comprarli nel giorno di mercato, dal momento che ci sono persone alle quali piace
occuparsi di questo genere di cose e ne producono più di quante ne usino. È il loro lavoro e il mezzo
con cui possono guadagnare i crediti per comprare il cibo.

— E quelli? — Indicai un dedalo di tubi enormi che correvano tra un edificio e l’altro.
— Ci si potrebbe infilare una persona.

— Servono per incanalare l’energia geotermica. Questa parte di Gamma sorge sulla
cima di un enorme vulcano; c’è una grande quantità di energia ad appena pochi metri sottoterra.
Siamo passati all’energia solare ormai da più di un secolo, perché è potenzialmente meno
distruttiva, ma i tubi li abbiamo lasciati per le emergenze.

— Capisco.

Alzai lo sguardo sui mulini, che superavano in altezza la cinta muraria. Al di sopra di
tutto, il tempio puntava verso il cielo. Non riuscivo a piegare la testa all’indietro abbastanza da
vederne la cima. Rabbrividendo, tornai a rivolgermi a Sam. — Ma perché avete bisogno di così
tanta energia? Sembra che ne produciate più di quanta possa usarne un milione di persone.

— Gran parte viene utilizzata per la manutenzione dei sistemi automatizzati della città e
per i droni, dei velivoli che non necessitano di nessuno che li guidi. Gli spazzaneve e le fognature,
per esempio. — Mi sorrise. — E quando qualcuno si mette davvero nei guai, com’è capitato a Stef,
allora acquista una notevole dimestichezza con le procedure di controllo e di pulizia di quei sistemi.
È una forma di punizione.

— E se non c’è nessuno da punire?

Lui rispose con uno sbuffo. — Oh, qualcuno c’è sempre. Ma in quelle rare occasioni,
dobbiamo fare a turno.

— Puah!

Decisi che avrei fatto la brava. Non volevo trascorrere la mia prima e forse unica
esistenza scrostando roba disgustosa dalle tubature.

— Mi sorprende che nessuno sia venuto a darti il benvenuto — mormorò Sam.

— A fissarmi a bocca aperta, piuttosto.

Lo seguivo lungo il viale acciottolato, facendo del mio meglio per non far cadere le
borse mentre assorbivo quello che vedevo. La mia prima volta a Cardio, e il posto era un mortorio.

— Che cosa intendevi prima, quando hai detto che avevano pianificato tutto? — Non
poteva continuare a eludere la mia domanda per sempre.

— Esattamente quello che ho detto. Nel tempo che si sono presi per arrivare alla
stazione di guardia, hanno deciso quello che avrebbero offerto. E poi si sono comportate come se ti
stessero facendo un favore.
Non avevo colto quella sfumatura, ma quando rianalizzai la conversazione mi trovai
d’accordo con lui.

— Non sembra che ti rispettino granché. A parte insultare me, che cosa intendevano
quando parlavano di “progetti”?

Lui sorrise con amarezza. — Soltanto che ho la tendenza a provare qualcosa di nuovo a
ogni vita. Ma c’è un sacco di gente che impara cose nuove, per il semplice fatto che è più facile
sapersela cavare da soli piuttosto che scoprire che hai lo scarico rotto e che le due sole persone di
Cardio in grado di ripararlo sono fuori città, o sospese tra una vita e l’altra.

— E così tu sai riparare uno scarico. Non mi sembra un crimine.

— Ma se mi pongo come obiettivo di imparare qualcosa di nuovo in ogni vita e cerco,


talvolta non riuscendoci, di tenere in piedi anche i vecchi progetti delle mie vite precedenti, questo
mi fa apparire come un inconcludente. Pensano che abbia messo mano a troppe cose, senza portarne
abbastanza a compimento.

— È contraddittorio.

Faticavo a tenere il suo passo, soprattutto con un bagaglio doppio da portare. Non ce
l’avevo con lui perché camminava in fretta adesso che eravamo così vicini alla meta, ma faceva
considerevolmente più caldo che nelle ultime settimane. La testa mi ronzava per lo sforzo.

— È la vita.

A quanto pareva. — Che cos’hai detto a Corin per convincerlo a convocare Meuric?

Sam non riuscì ad alzare le spalle per via delle borse di cui era carico.

— Che sono un essere assolutamente inutile? Che ho bisogno di aiuto e che, lasciata
sola, rischierei di morire? — Probabilmente era vero. Non sarei sopravvissuta un solo giorno dopo
aver lasciato la casa di Li.

— No, niente del genere. — Aveva lo sguardo fisso davanti a sé.

Dopo avergli trotterellato dietro in silenzio per un quarto d’ora, dissi: — Corin non mi
piace.

— Non è una cattiva persona. È soltanto molto rigido e segue troppe regole. Non devi
dare la colpa a lui per quello che è successo oggi.

Svoltammo in una strada abbastanza ampia da consentire a cinque persone di


camminare fianco a fianco. Lungo il ciglio correvano file di cespugli e alti sempreverdi. Da qui si
dipartivano altre strade e vialetti, ma tutto sembrava ancora molto distante. In quel quartiere viveva
metà della popolazione cittadina, ma dubito che urlando dalla finestra avrebbero potuto sentirsi gli
uni con gli altri.

Riuscii a cogliere solo l’immagine fugace di qualche casa, dal momento che spesso
erano protette dagli alberi e dalla distanza. Tutte erano costruite con la stessa pietra bianca usata per
le mura e per il tempio, ma ciascuna aveva un aspetto diverso. Alcune erano sobrie, con semplici
aperture nella pietra dotate degli infissi e dei vetri strettamente indispensabili. Altre invece erano
più sfarzose.

— Le finestre e le porte sono disposte allo stesso modo in tutte le case?

Sbuffavo, cercando di star dietro a Sam mentre lui aumentava sempre più il passo.
Forse, se lo avessi fatto parlare, avrebbe rallentato.

— Sì, proprio così. Come ti ho detto, la città era qui quando siamo arrivati. Le case
erano già state costruite, ma erano soltanto dei gusci con dei fori per porte e finestre. Dentro erano
vuote. Abbiamo dovuto innalzare i muri interni, le scale, i vari piani… tutto. Vedrai.

Smisi di camminare. O piuttosto, di correre. Cercando di tenere sotto controllo il


respiro, caddi in ginocchio, mollando la borsa più grossa in mezzo alla strada. Doveva pesare
almeno la metà di me. Il cuore mi batteva velocissimo e avevo dei crampi che mi mordevano il
fianco.

— Ana? — Sam si voltò e finalmente si accorse che non ero più alle sue spalle. Tornò
indietro e si accucciò accanto a me. — Tutto bene?

— No. — Con sguardo truce, mi premetti la mano sul viso, madido di sudore freddo. —
No, non va tutto bene. Mi hanno inseguita fin dentro un lago, sono stata accudita come una
poppante per settimane, poi ho attraversato mezza Gamma soltanto per arrivare fin qui, in modo che
un manipolo di gente che non conosco potesse decidere della mia esistenza, e adesso tu stai
praticamente scappando via di corsa. — Sbattei le mani sulla borsa, storcendo la bocca al dolore
acuto che dai polsi mi risalì lungo gli avambracci. Ai bordi del mio campo visivo si allargò
un’ombra scura, che andò pian piano ritraendosi a ogni mio respiro. — Hai un sacco di tempo. Non
puoi camminare più piano?

Fu come se gli fosse caduta una maschera dal viso, mentre si frugava in tasca in cerca
del fazzoletto. Poi mi tamponò la fronte e le guance. — Mi dispiace. Non me n’ero accorto.

— Sei preoccupato. — L’avevo già notato in precedenza, qualche volta al capanno,


quando parlavamo delle silfidi o di Li. Anche se lui non l’aveva mai ammesso.

— È l’emozione di essere a casa. — Mise via il fazzoletto.

Bugiardo. Be’, forse non bugiardo del tutto, ma non ero una stupida. Quella maschera
era stata lì fin da quando eravamo usciti dalla stazione di guardia. Anzi, no, da prima. Da un
momento intermedio tra quando aveva preso le mie parti, interrompendomi in continuazione, e la
decisione finale del Consiglio. Forse non voleva una bambina tra i piedi tanto quanto io non volevo
un nuovo genitore. Anche se aveva detto che si sarebbe preso la responsabilità…

Ma io non ero una bambina.

Mi alzai barcollando, la borsa che mi segava la spalla, e gli feci segno di continuare. Sul
suo viso era calata nuovamente la maschera, ma almeno adesso camminava più lentamente.
Procedevamo in silenzio, percorrendo diverse strade fino a un lungo vialetto pedonale, dove per la
prima volta mi apparve la casa di Sam.
Come tutte le altre, era alta e ampia, con l’esterno bianco e la medesima disposizione di
porte e finestre. Niente a che vedere con la Casa delle Rose Purpuree, che era minuscola, di legno,
costantemente ricoperta di polvere.

Le imposte erano dipinte di verde scuro e sotto ciascuna c’era un fitto cespuglio. Di
rose, forse. Mi diedi un’occhiata alle mani, pensando alle cicatrici che le rose purpuree vi avevano
lasciato. Adesso erano sparite, cancellate dall’ustione delle silfidi.

Fuori c’era un giardino rigoglioso, qualche albero da frutto spoglio, e piccoli edifici
secondari erano sparsi lungo i lati della casa e sul retro. Tutt’intorno chiocciavano delle galline e da
un’altra costruzione provenivano i bassi mugolii e i gorgoglii delle cavie.

Sam camminava al mio fianco mentre ci avvicinavamo alla porta, verde come gli infissi.
— Che ne pensi?

— Carina.

Ma le pareti di pietra e il tetto, e quel prato perfettamente curato… Tutto comunicava un


senso di freddezza. Come qualcosa di arcano e vigile. Quando mi lanciai un’occhiata alle spalle, il
tempio si ergeva alto fino al cielo, ancora più sinistro di prima.

Senza accorgersi del mio scarso entusiasmo, Sam scovò la chiave – chissà che fine
faceva tra una vita e l’altra – e aprì la porta, lasciandomi entrare per prima.

L’interno era fresco e immerso nella penombra, rischiarato soltanto da qualche lama di
luce che filtrava dalle fessure nelle persiane. A parte la scala e una seconda stanza sul retro – una
cucina? – il pianterreno era occupato dal salone. Grandi teli bianchi parevano fluttuare su mobili
enormi, molti più di quanti un solo salone avrebbe dovuto contenerne.

Stavo per chiedere ragguagli, quando Sam fece scattare un interruttore e la luce dilagò
sul pavimento di legno, costringendomi a sbattere le palpebre e a stringere gli occhi per adattarmi.

— Tira via le lenzuola e ammucchiale in un angolo, per adesso — disse. — Vado a


controllare che ci sia una stanza in ordine per te, al piano di sopra.

Lasciò i bagagli più voluminosi accanto alla porta e salì la scala a chiocciola con il mio
zaino in spalla. Una balconata a forma di elle sovrastava quella sezione del salone, protetta da
un’esile ringhiera di legno intarsiato. Prima di sparire dietro l’angolo, Sam si voltò a controllarmi.

Con cautela, nel caso sotto le lenzuola ci fosse stato qualcosa di fragile, tirai via i teli di
seta sintetica, scoprendo scaffalature e librerie, sedie e una specie di piedistallo. Il mobilio era di
legno lucido e scuro, con decorazioni intagliate e completate da pezzi di ossidiana, marmo e quarzo.
Sam mi aveva detto di aver imparato quest’arte e io mi ero chiesta cosa l’avesse spinto a farlo.
Sembrava un lavoro complicato. Ma adesso che vedevo le curve scintillanti di un’averla di pietra, le
piume scolpite delicatamente, capivo.

Era bellissima e anch’io, se avessi dovuto vivere in un posto per cinquemila anni, avrei
voluto circondarmi di cose belle.

Ma d’altra parte, Sam mi aveva anche detto che certe persone questi manufatti li
facevano per mestiere. Li avrebbe potuti comprare, se avesse voluto. E allora, che lavoro faceva?
Quando sarebbe tornato, gliel’avrei chiesto di certo.

Una volta finito di scoprire gli oggetti disposti lungo i lati della stanza, passai a quelli
che si trovavano al centro, cominciando da uno che aveva una forma particolarmente strana.

Con un movimento fluido, il lenzuolo scivolò via, scoprendo un grande piano di legno
d’acero, scorrendo poi su una distesa di tasti, per cadere infine giù da una panchetta.

Un pianoforte. Un pianoforte vero.

Sentii una stretta al petto. Avrei voluto chiamare Sam e chiedergli per quale motivo non
me l’avesse detto, ma non avevo ancora terminato il mio compito. Potevano esserci altri tesori da
svelare.

In preda a una sorta di vertigine, mi muovevo per il salone scoprendo oggetti che avevo
visto soltanto nei disegni dei miei libri preferiti. Una grande arpa. Un organo. Un clavicembalo.
Una pila di scatole con vari strumenti incisi sul legno levigato. La maggior parte non li avevo mai
visti, ma riuscii a identificare il violino, un altro strumento a corde, più grande, e un altro ancora,
lungo, con un’ancia e una complicata serie di tasti metallici. Un clarinetto?

Era tutto troppo meraviglioso. Forse Sam aveva avvisato un amico perché portasse lì
quelle cose, solo perché sapeva che mi sarebbero piaciute?

Non riuscivo a immaginare il motivo, però in qualche modo sembrava un gesto da Sam.
Era sempre gentile con me, sempre a far cose con il solo scopo di rendermi felice.

Ritornai al pianoforte, che si trovava al centro della stanza. Strumento e panchetta erano
rivestiti di legno intagliato, e le file di tasti d’ebano e avorio ingiallito scintillavano alla luce.
Allungai le dita per sfiorarli, ma quella non era roba mia. All’ultimo momento, ritrassi la mano di
scatto, premendomi il palmo contro il cuore impazzito.

Un vero pianoforte. Era la cosa più bella che avessi mai visto.

— Non ti piace?

La voce di Sam mi raggiunse dalla balconata, venata d’irritazione. Alzai gli occhi su di
lui con un sussulto, sforzandomi di arginare la valanga di domande che avrebbero voluto uscirmi
dalla bocca.

— Neanche quello ti va bene?

— Le impronte. — Era la prima cosa che mi era venuta in mente. — Non volevo
sporcarlo.

Il suo tono si ammorbidì mentre scendeva, facendo scorrere le dita lungo la ringhiera.

— Suona qualcosa.

Si era lavato la faccia e aveva cambiato la camicia, ma era ancora accaldato per la
camminata. O forse il motivo era un altro, dal momento che non era lui quello che aveva avuto il
fiatone, là fuori.

— Non gli farai alcun male.

Forse, dopotutto, non era irritazione quella che mi era sembrato di percepire, ma ancora
non abbassavo la guardia.

Scelsi un tasto al centro del pianoforte. Una nota cristallina risuonò per la stanza
spaziosa. Una scarica di scintille mi si propagò lungo la schiena e pigiai un altro tasto, e poi un
altro, e un altro ancora. Ogni nota era più bassa della precedente, man mano che le mie dita
scivolavano verso l’estremità sinistra del piano. Ne provai uno a destra, e la nota era più alta. Certo,
non era una vera canzone, però a sentire quel suono che riecheggiava per la stanza, sulla pietra
lucida e i mobili… il sorriso mi si allargò tanto che cominciarono a farmi male le guance.

Sam si sedette sulla panchetta, fece scivolare le dita sui tasti senza pigiarne nessuno, poi
estrasse le mie quattro note. Risuonarono in uno staccato. Senza armonia.

Ma c’era qualcosa nel modo in cui se ne stava seduto, qualcosa di familiare. Quel piano
non era stato preso in prestito.

Probabilmente un sacco di persone possedevano un pianoforte.

Le quattro note risuonarono ancora, questa volta allacciate in un ritmo lento, e quando
lui mi guardò, il suo viso fu attraversato da un’espressione indecifrabile.

Non riuscivo a staccare gli occhi dalle sue mani posate sulla tastiera, stregata dal modo
in cui parevano perfettamente a proprio agio in quella posizione.

Ripeté le mie note ma poi, invece di fermarsi, suonò la cosa più strabiliante che le mie
orecchie avessero mai sentito. Come lo sciabordio delle onde sulle rive di un lago, o come il soffio
del vento fra gli alberi. C’erano tuoni, fulmini, pioggia battente. Rabbia e calore, insieme alla stessa
dolcezza del miele.

Non avevo mai udito quella musica. Man mano che aumentava d’intensità, mi sembrava
che nel mio cuore gonfio non ci fosse più spazio per respirare, mi faceva male dentro.

Continuò all’infinito, eppure non abbastanza. Poi, ecco tornare di nuovo le mie quattro
note, lente come prima. Ansimavo a fatica mentre il suono riecheggiava tra i miei pensieri. Poi il
salone venne avvolto dal silenzio.

Non ricordavo di essermi seduta. Meglio così. Non mi sembrava di avere forza
sufficiente nelle gambe per reggermi in piedi.

— Sam, tu sei…

Inghiottii il nome che stavo per pronunciare. Se mi fossi sbagliata, mi sarei trovata in
enorme imbarazzo. Ma ormai ero già per terra, la musica ancora intensa dentro di me, come la
prima volta che avevo rubato il registratore dalla libreria di casa. Solo cento volte più forte.

Ed era qui. Vera. Adesso.


— Sei Dossam?

Le sue mani erano appoggiate sui tasti, come a casa propria. Desideravo che riprendesse
a suonare. — Ana… — disse, incrociando il mio sguardo — avrei voluto dirtelo.

— Perché non l’hai fatto?

Se solo avessi potuto dimenticare il momento in cui, sotto l’effetto dei farmaci, gli
avevo confessato la mia infatuazione. Se avessi avuto un buco per nascondermici dentro, l’avrei
fatto.

Accarezzò nuovamente i tasti, con la stessa strana espressione che gli attraversava il
viso.

— All’inizio pensavo che non fosse importante. E dopo… — scosse la testa — … sai
com’è. Non volevo che mi guardassi con occhi diversi.

Era davvero gentile, o forse solo molto stupido.

— Ma tu mi hai detto di chiamarti Sam. E anche per tutti gli altri sei Sam. — Se
qualcuno l’avesse chiamato Dossam, ero assolutamente certa che me ne sarei accorta.

Sul suo volto si diffuse un leggero rossore. — Sam è più corto e ormai tutti mi
chiamano così. Laggiù al lago, quando ti ho detto il mio nome, sapevo che tu non potevi esserne al
corrente. Avrei dovuto chiarire la cosa, ma…

— Va tutto bene, non importa.

Mi alzai in piedi, cercando di ricompormi, ma… lì davanti a me c’era Dossam, e come


avrei fatto a guardarlo di nuovo negli occhi, sapendo che lui mi aveva visto nelle mie condizioni
peggiori? Come avrebbe mai potuto tornare a essere Sam, adesso che era Dossam?

Questo era proprio ciò che lui aveva cercato di evitare, nascondendomi la sua vera
identità. Se non avessi riacquistato il controllo, avrebbe pensato di me delle cose orribili.

Mi costrinsi a guardarlo, ancora lì seduto al pianoforte, le mani sulle ginocchia.


Sembrava lo stesso Sam che mi aveva tirato fuori dal lago, lo stesso che mi aveva fasciato le mani
dopo che erano rimaste ustionate.

— Cos’hai suonato, prima? — Lentamente, mi avvicinai. Al pianoforte. A lui.

Gli stessi occhi grandi, gli stessi capelli neri e arruffati. Lo stesso sorriso titubante.

— È tua — mi rispose. — La puoi chiamare come vuoi.

Indietreggiai, barcollando. Altro che riacquistare il controllo. — Mia?

Mi prese per la spalla, evitandomi di andare a sbattere.

— Non hai sentito? — mi chiese, scrutandomi con intensità. — Ho usato le note che hai
scelto tu, cose che mi facevano pensare a te.

Le mie note. Cose che lo facevano pensare a me. Dossam pensava a me. A me, la
senzanima.

Lui non mi considerava una senzanima. Ignaro delle mie elucubrazioni, continuò a
parlare.

— Non ho spesso il piacere di esibirmi per qualcuno che non mi abbia già sentito
suonare migliaia di volte. Temo che ormai Armande e Stef ne abbiano avuto abbastanza.

— Non riesco a immaginare di poterne avere abbastanza di questa musica. Potrei


ascoltarla per sempre.

Mi morsi il labbro. Perché non riuscivo mai a dire qualcosa di vagamente intelligente?
Ma lui mi sorrise.

— E l’hai composta tu? Così, sul momento?

— In parte. Ci stavo pensando già da un po’. Dovrò decidermi a trascriverla prima di


dimenticarla.

Mi tese una mano, che io mi limitai a fissare con gli occhi sbarrati, perché quella stessa
mano un minuto prima stava suonando al piano una melodia composta per me, e di colpo non ero
più una nullità. Ero Ana Che Aveva Una Musica.

Avevo la musica più bella del mondo.

— Ti senti bene? — Mi teneva per il gomito, come se fossi sul punto di ruzzolare giù
dalla montagna dei miei pensieri.

— Benissimo.

Ero sopraffatta. Stordita. Ma non volevo capisse che il suo regalo per me valeva molto
più di quanto non fosse nelle sue intenzioni. Non sapevo nemmeno come ringraziarlo.

— È tardi. Diamoci una ripulita e andiamo a riposare. Ti sembra un buon programma?

Senza dire una parola, annuii e mi lasciai condurre su per le scale, e poi lungo un
corridoio, fino a una camera da letto dipinta nei toni del blu.

Un velo di pizzo pendeva davanti alle finestre chiuse dalle persiane, ricopriva il letto,
nascondeva un armadio a muro dov’erano appesi dei vestiti. Le pareti erano poco più che lamine
sottili, con degli scaffali tagliati a mano. Alcune nicchie contenevano coperte ripiegate e altre cose,
mentre in altre c’erano libri o piccoli strumenti intagliati in corna di antilope. Una parete era stata
destinata a un tavolo da lavoro. Soltanto la parete esterna era di pietra, ma Sam l’aveva ricoperta
con immagini di geyser in eruzione, boschi innevati e antiche rovine.

— Prendi pure quello che vuoi, se trovi qualche abito che ti va bene. Sono sicuro che
qualcosa ci sarà, anche se fuori moda. — Si spostò verso un’altra porta, fatta anch’essa alla stessa
maniera dei muri. — Qui c’è un bagno. Dovrebbe esserci tutto quello di cui hai bisogno.

— Tieni tutta questa roba nel caso capiti qui una ragazza?

Sam spostò il peso sull’altra gamba, come ad allontanarsi da me. — Veramente, è tutta
roba mia.

Già lo immaginavo con un vestito da donna, prima di ricordarmi che in altre vite era
stato una ragazza. Non era lui quello strano, lì.

— Giusto. Scusami.

Non erano certo granché come scuse, ma non riuscii a farmi venire in mente niente di
meglio. Ero stanca e dolorante, e nella mia testa persisteva l’eco della sua canzone… la mia
canzone! Sentii il petto stringersi in una morsa di desiderio.

— Sam, suoneresti ancora il piano?

La sua espressione si addolcì. — E qualsiasi altro strumento tu abbia voglia di ascoltare.

Le sensazioni che avevo provato, le mie stupide fantasie da bambina, mi investirono con
una violenza inaspettata.

Com’era possibile che mi sentissi tanto tesa e al tempo stesso tanto rilassata? Dopo una
vita trascorsa a sperare di incontrarlo, cercando di immaginare come sarebbe stato, lui non era
affatto come me l’ero aspettato. Soprattutto perché riusciva a sopportarmi.

CAPITOLO NOVE

RITORNELLO

Aveva avuto ragione sul fatto che avrei trovato quello di cui avevo bisogno.

In una delle nicchie scovai delle comode camicie e dei pantaloni di lana e seta sintetica.
Li tirai fuori per indossarli dopo essermi lavata. Aveva anche della biancheria femminile, ma mi
sembrava troppo imbarazzante e lasciai perdere.

Dopo una rapida doccia per lavare via il grosso del sudiciume raccolto per strada,
riempii la vasca d’acqua bollente per dare un po’ di sollievo ai miei poveri muscoli. Quando chiusi
il rubinetto, sentii aleggiare nell’aria una melodia che proveniva dal piano di sotto. Sam stava
suonando di nuovo la mia canzone. Ma nel momento stesso in cui mi rilassai nella vasca, la musica
si fermò di colpo nel mezzo di una frase, per poi ricominciare subito dopo. Continuò ancora in quel
modo, talvolta suonando solo poche note. Forse la stava trascrivendo, come mi aveva detto.

Chiusi gli occhi e rimasi ad ascoltare finché l’acqua non divenne fredda; poi mi
asciugai, mi vestii e mi intrecciai i capelli.

Quando sbirciai giù dalla balconata, lui non era ancora andato a lavarsi, ma stava seduto
al pianoforte con una pila di fogli rigati e una matita. Fischiettava tra sé e sé mentre tracciava punti
e circoletti tra le righe, per poi provare nuovamente le note sui tasti.

Cercai di scendere le scale il più silenziosamente possibile e raggiunsi una poltrona


piena di soffici cuscini, rivestita di pizzo.
Non si accorse di me, tanto era immerso nel suo lavoro. Lasciai scorrere lo sguardo per
il salone riecheggiante di musica, con tutti i suoi strumenti. Niente tappezzeria di seta, qui. Il tessuto
assorbe il suono. L’avevo letto in uno dei suoi libri.

Lo spazio per la cucina era ricavato con delle librerie divisorie, anche se soltanto alcune
contenevano effettivamente libri. Sugli scaffali si potevano vedere flauti di osso, strani oggetti fatti
di piume di falco, corni d’antilocapra e custodie di legno dalle forme più svariate. Era difficile
indovinarlo in quella luce soffusa, ma mi sembrò di riconoscere delle sagome di animali intagliate
nel legno, come al capanno.

In casa c’erano poche porte – nessuna tra il salone e la cucina – il che probabilmente
voleva dire che solo le stanze da letto e i bagni erano privati. Probabilmente Sam non aveva bisogno
di preoccuparsi che un estraneo gli girasse per casa.

La luce si era spenta. Mi ero addormentata e avevo addosso una spessa coperta, infilata
fin sotto il mento.

Sam non era più al pianoforte; doveva essere stato il silenzio a svegliarmi. Sentii un
gorgoglio d’acqua nelle tubature, che si fermò. Di nuovo silenzio, profondo quanto quello di una
landa innevata. Nella penombra del salone, tesi l’orecchio per cogliere il suono dei suoi passi o
qualche scricchiolio del pavimento, ma o questa casa era molto più solida della Casa delle Rose
Purpuree, il che era assai probabile, oppure al piano di sopra Sam non si stava muovendo affatto.
Forse aveva deciso di concedersi un bagno, come me.

Sbattei le palpebre per allontanare l’immagine di lui sdraiato nella vasca, le lunghe
membra distese e l’acqua nei capelli.

No, no, no. Con i muscoli doloranti, mi tirai su dalla poltrona e accesi una lampada
accanto al pianoforte. Una luce perlacea si diffuse sull’avorio e sull’ebano, e sulla spessa carta con
la musica scritta in forma di aste, punti e altri segni indecifrabili. Stringendomi la coperta attorno
alle spalle, mi sedetti sulla panchetta e cominciai a studiare le pagine.

— Ci capisci qualcosa?

Evidentemente Sam non era contento se non mi si avvicinava di soppiatto. Le sue cento
vite precedenti dovevano essere state ben prive di soddisfazioni.

— Forse. — Mi scansai per fargli posto, poi col dito indicai il primo foglio. — Finora
mi sono concentrata su questi puntini.

Lui annuì. — È un buon inizio.

— Sono l’elemento che si ripete per tutta la pagina, come fanno le note in un brano
musicale. E vanno in alto e in basso, come la musica, così ho pensato che magari erano loro a dirti
quale tasto schiacciare.

— E per quanto tempo tenerlo schiacciato. — Scoppiò a ridere e scosse la testa, come se
non riuscisse a credere che potessi essere più intelligente di uno scoiattolo che ha scoperto come
rubare l’esca senza far scattare la trappola. — Se ti avessi lasciata giù da sola per un’altra ora, ti
avrei trovato a suonare questo pezzo per conto tuo.
Schizzai via dalla panchetta, la mascella stretta. Proprio quando mi sembrava che
stessimo cominciando ad andare d’accordo.

— Che ti prende?

Aveva anche il coraggio di apparire confuso.

— Continui a trattarmi con sufficienza. — Distolsi lo sguardo da lui, incrociando le


braccia. — Continui a dire cose come questa, ti comporti come se io dovessi fare i salti di gioia per
ogni tua lode soltanto perché sei più bravo di me. Dopo tutto, tu non sei nuovo, a te non tocca darti
da fare per metterti al passo con gli altri, e…

— Ana. — Parlò a voce tanto bassa che quasi non lo sentii. — Non è così. Non è così
per niente.

— E allora com’è? — Mi faceva male la mascella, e anche il petto e la testa. Ero stanca
per la lunga camminata, e stanca di dover essere continuamente sulla difensiva.

— Non ti stavo trattando con sufficienza. Stavo parlando sul serio. Ogni singola parola.

— Hai riso di me.

— Ridevo di me stesso, perché non avevo capito quanto fossi seria quando mi hai detto
di aver imparato a leggere da sola. Perché un attimo fa eri sul punto di metterti a leggere la musica,
e l’avevi avuta sott’occhio… quanto?… cinque minuti?

Le parole erano bloccate dal nodo che avevo in gola.

— Ana — mormorò lui — io non ti mentirei mai.

E come facevo a sapere che non mi stava mentendo adesso? E su cosa, poi? Magari sul
fatto che mi guardava come se fossi un gattino appena nato, cieco e miagolante, bisognoso di aiuto,
di cibo, di amore. Grazioso, ma indifeso. Piccole vittorie, come riuscire a trovare il latte della
mamma, meritavano una lode. Piccole vittorie, come capire quali segni corrispondevano a note
musicali, meritavano una lode.

— Tanto tempo fa, prima del Consiglio, prima che capissimo che avremmo continuato a
rinascere qualunque cosa accadesse, ci fu una guerra. Combattemmo a migliaia, gli uni contro gli
altri. — Di colpo mi sembrò vecchio, come se sulle sue parole gravasse il peso di millenni. —
Quella guerra non mi interessava e non volevo combattere. Rimasi lontano per la maggior parte del
tempo, ma avevo degli amici sul campo di battaglia. Un giorno, mentre stavo sperimentando diversi
tipi di suono, mi resi conto che un laccio teso su un bastoncino ricurvo produceva una vibrazione
metallica, gradevole all’orecchio, e che variando la lunghezza del laccio si potevano ottenere note
differenti. Usandone diverse riunite insieme, ecco, quella era la musica. Corsi a mostrare ai miei
amici ciò che avevo scoperto, pensando che potessero prendersi un attimo di tregua dalla guerra.

In silenzio, tornai a sedermi sul bordo della panchetta, ma ancora non riuscivo a
guardarlo negli occhi.

— Si mostrarono entusiasti, tanto più che era stato appena inventato il tiro con l’arco e
c’era una grande abbondanza di lacci e bastoncini ricurvi. Ma quando credettero che non potessi
sentirli, scoppiarono a ridere mentre pizzicavano una melodia sulle corde dei loro archi. Erano
settimane che si stavano esercitando.

Mi lasciai cadere le mani in grembo. — Non è la stessa cosa. — Ma le parole non mi


uscirono con la cattiveria che avrei voluto.

— In effetti, no. Perché io sono rimasto sinceramente colpito. Però immagino che per te
crescere sia una cosa simile a quella. Scoprire la magia della lettura soltanto per farsi ridere in
faccia da qualcuno che la conosce da migliaia di anni. Escogitare un metodo più efficiente per
svolgere le faccende domestiche e scoprire che qualcun altro lo ha sempre utilizzato e ha deciso di
non dirtelo.

— Credere di aver combinato un totale disastro, anche quando in realtà era tutto a posto
ma nessuno me l’aveva detto. E… — Scossi la testa. Vite passate o no, non volevo parlare proprio a
lui della mia prima mestruazione, né dei foruncoli, o di qualsiasi altro argomento del genere.

— … sentirti derisa. — Suonò qualche nota al pianoforte, canticchiando a mezza voce.


— Non avevi amici?

— Ho letto qualcosa al riguardo, ma non credo esistano.

— Sei di un cinismo strabiliante.

— Anche se alla Casa delle Rose Purpuree fossero arrivati altri bambini, non erano
come me. Non avrebbero mai voluto fare quello che facevo io. Loro aspettavano di crescere fino a
diventare abbastanza grandi per cavarsela da soli e ritornare alle loro vite. Non interessava andare in
giro a esplorare boschi e raccogliere pietre luccicanti, né leggere libri che narravano di grandi
scoperte e imprese. Loro le avevano vissute davvero. Non avevamo niente in comune.

— Io credo che noi due siamo amici.

— I senzanima non hanno amici. E nemmeno le farfalle. Non lo sapevi?

— Quindi il tempo che abbiamo trascorso insieme al capanno per te non è stato niente?

Ripensai a quando leggeva ad alta voce per me, o a quando io gli raccontavo delle rose
che avevo riportato in vita, o ancora a tutte le volte che mi ero addormentata con la testa appoggiata
sulla sua spalla. — È stato tutto — mormorai, con la mezza speranza che non mi sentisse.

Quattro note risuonarono al pianoforte. — Ho visto come lo guardavi, prima. E soltanto


pochi attimi fa ti sei alzata per studiare le pagine. Da sola. Perché ti piace.

Mi strinsi nelle spalle. — Questo non significa che siamo amici.

— Ci dà uno spunto da cui cominciare. — Ancora una volta, quattro note uscirono a
riempire il silenzio. — Nella mia esperienza, l’amicizia è un sentimento che nasce naturalmente.
Parlando, condividendo esperienze, imparando. — Non mi lasciò il tempo di domandargli che cosa
lui potesse mai imparare da me. — A me piace la tua compagnia, il che è una gran fortuna, dal
momento che adesso vivi qui. L’amicizia non è riservata soltanto a coloro che si reincarnano nei
secoli dei secoli. Anche un’anima nuova ha diritto alla felicità.
Avrei avuto ancora tante domande da fargli, per esempio perché mai gli stesse tanto a
cuore una senzanima, e perché fosse così importante per lui, ma mi limitai ad annuire.

— Se pensi che ne valga la pena, possiamo tentare.

Sam mi toccò la spalla, facendo scorrere la mano fino al gomito. — Andiamo a letto.
Domani sarà una giornata impegnativa.

Al ricordo del risveglio dopo il mio quasi annegamento, del suo corpo dietro il mio, la
mano posata sul mio cuore, mi sentii percorrere da un brivido. Probabilmente non era quello che lui
intendeva con “andiamo a letto”. Ed era un bene. Sì, un bene.

— Suona ancora per me, prima. — C’era qualcosa che non andava in me, nel modo in
cui mi sentivo strizzare dentro quando lui mi era vicino. Mi girai di traverso sulla panchetta, accanto
a lui, e appoggiai una mano sulla tastiera. — Te ne prego.

— Ma certo. — Dispose i fogli sul leggio sopra la tastiera; ce n’erano diversi ancora
vuoti. — Tu seguimi con attenzione però. Imparerai a leggere la musica. Se sei d’accordo.

Probabilmente era un effetto della luce, oppure della stanchezza, ma anche se la sua
voce era pacata, con la coda dell’occhio mi parve nervoso. La protesta mi morì sulla lingua.

— Te ne prego — ripetei e, prima che lui distogliesse lo sguardo, percepii il suo


sollievo.

Quando la musica cominciò, mi sforzai di collegare i suoni alle lineette e ai puntini sulla
pagina, ma andava troppo veloce perché riuscissi a tenere il passo. A un certo punto, sempre
suonando, Sam disse: — Seconda pagina — e dopo un po’: — Terza pagina — e sentii che per un
istante la musica coincideva con quello che avevo sotto gli occhi, prima che tutto tornasse a essere
di nuovo null’altro che una successione di lineette e puntini.

Ero sopraffatta dalla musica, me ne imbevevo attraverso la pelle come se fosse acqua.
Non avevo parole per definire i segni che si susseguivano sulle pagine, né il modo in cui le sue dita
si allungavano sui tasti facendomi battere fortissimo il cuore. Se per il resto della vita mi fosse stato
concesso di ascoltare una cosa soltanto, avrei voluto che fosse quella musica.

Quando si dissolse tra le pareti della stanza, Sam rimase con le mani appoggiate sulla
tastiera.

— L’hai cambiata. Non è la stessa di prima. — Colsi l’inarcarsi del suo sopracciglio,
mentre lottavo per trovare le parole giuste. Avevo davvero bisogno di lezioni se volevo riuscire a
essere anche soltanto vagamente comprensibile. O, quanto meno, per riuscire a descrivere quello
che avevo fatto a quel brano. — È più dolce. Nel finale non è più rabbiosa.

— E ti va bene, così?

Posai la mano sulla sua.


CAPITOLO DIECI

SLANCIO

Sam mi guidò di nuovo su per le scale non appena si accorse che stavo per cedere al
sonno.

Il muro esterno mi metteva a disagio, così trascinò il letto per tutta la stanza,
sistemandolo nell’angolo tra due pareti interne. Mi sdraiai mentre lui tentava – senza grande
successo – di nascondere la polvere sulla zona di pavimento in cui prima c’era il letto.

— La prima cosa che devi imparare sulla musica è che bisogna ascoltare tutto. — Si
mise seduto al tavolo, mentre io mi accoccolavo in un angolo del letto. — Ho sempre ricominciato a
farlo a ogni nuova vita, per rinnovare il mio lavoro. Chiudi gli occhi e ascolta i suoni intorno a te,
nell’insieme, specialmente quelli che sono difficili da distinguere.

Figuriamoci se avrei mai fatto una cosa del genere davanti a lui. Mi limitai ad annuire.

— Puoi sentire i versi delle cavie e delle galline. Puoi sentire il vento tra gli alberi, o
quello che c’è in casa. Presta attenzione a ogni suono, prima nel complesso, e poi isolandone uno
alla volta.

— Sembra impegnativo.

Lui sorrise. — Lo è. Ma avere un buon orecchio è una parte importante della musica ed
è più facile allenarti finché sei giovane. — Attraversò la stanza, avvicinandosi a me. — Mi è sempre
piaciuto vedere come i suoni cambino leggermente da una vita all’altra. Più gravi o più acuti, più
caldi o più dolci. Alcuni corpi sono stati difficili da allenare. Altri invece avevano un udito
migliore.

Speravo che anch’io avrei avuto la possibilità di sperimentarlo.

— C’è stata una volta in cui non riuscivo a sentire proprio niente.

Non volevo che mi succedesse una cosa del genere. Stavo quasi per chiedergli come
avesse fatto a superare una vita senza musica, ma Sam sbadigliò, così compresi che probabilmente
anche lui era stanco. Scivolai sotto le coperte.

— Buonanotte — mormorò, mentre i miei occhi si stavano già chiudendo. Si chinò su di


me, tanto vicino che riuscivo a sentire il calore del suo respiro sulla pelle, e attesi quello che sarebbe
accaduto, qualunque cosa fosse.

Ma non accadde niente.

Con un sospiro, lui uscì dalla stanza e io rimasi lì, di colpo troppo sveglia per riuscire a
dormire. Non c’era alcuna ragione perché dovessi immaginare che mi avrebbe dato un bacio sulla
fronte, o per ricordare il modo in cui mi aveva toccato il braccio quando eravamo seduti al
pianoforte. Lui era Sam.

Ecco tutto. Lui era Dossam. Ovvio che adesso cominciassi a mettermi in testa delle
sciocchezze.
Rimasi sdraiata a letto ad ascoltarlo mentre si muoveva per casa e dopo un po’ si fermò
fuori dalla mia camera. Per un attimo la sua sagoma scura si stagliò contro il muro di seta, prima di
avviarsi con passo felpato giù per la scala, senza fare quasi nessun rumore. Poi sentii la porta
d’ingresso che si richiudeva. E la chiave che girava nella toppa.

Mi tirai su a sedere e lanciai un’occhiata alla finestra, ma dava nella direzione sbagliata.
Avevamo camminato tutto il giorno. Di certo non avevo nessuna voglia di andarmene in giro, anche
se ero molto tentata di seguirlo di nascosto. Ma avrei avuto bisogno di una torcia, lui mi avrebbe
visto e si sarebbe arrabbiato.

Era mezzanotte passata quando rientrò, borbottando tra sé e sé – tesi le orecchie –


qualcosa riguardo al perdere tempo con le genealogie. Io non ne sapevo granché, perché i libri
antichi di Cris non ne parlavano in modo esplicito e Li non si era presa il disturbo di rispondere alle
mie domande. Sapevo che i volumi di genealogie erano quelli tenuti meglio nella biblioteca perché
venivano consultati molto spesso. Il Consiglio ci andava con i piedi di piombo prima di concedere
di avere figli – aveva a che fare con i difetti genetici e il rischio costante di endogamia. Bleah.
Niente che risvegliasse la mia curiosità.

Nulla di tutto ciò spiegava perché Sam fosse andato in biblioteca nel bel mezzo della
notte. Sempre ammesso che fosse quello il motivo per cui era sparito. Magari si era dimenticato chi
fossero i suoi genitori in questa vita e aveva soltanto bisogno di dare una controllata. Non doveva
essere facile tenerne traccia.

Vagando di pensiero in pensiero, scivolai in un sonno agitato, nonostante fosse la prima


volta da una settimana che dormivo in un letto vero e la prima in assoluto che dormivo in un letto
che avesse ricevuto una qualche forma di manutenzione nel corso degli ultimi cent’anni. Avrei
dovuto cercare di godermi il momento, ma non riuscivo a smettere di pensare a tutte le cose bizzarre
che erano successe dal nostro arrivo a Cardio… e a Sam.

Il mattino seguente, vestirsi non fu una faccenda da poco. Come donna, Sam doveva
essere stata ben più alta di me e anche più robusta. Un vestito che a lui doveva arrivare al ginocchio,
a me scendeva fino a metà polpaccio. Usando un piccolo kit da cucito trovato nella scrivania,
aggiustai le spalle e feci qualche ripresa per adattare l’abito alla mia taglia più piccola.

Vestiti puliti e un bagno avevano fatto miracoli. Eppure, mentre scendevo le scale in
punta di piedi per mettere su una caffettiera, mi sembrava che tutte le mie ossa scricchiolassero.

La cucina di Sam era grande – be’, piccola se paragonata al salone – con ampi banconi
in pietra da un lato e un tavolo in legno di rosa dall’altro. Anche se ogni oggetto aveva un aspetto
estremamente delicato, probabilmente era vecchio di centinaia di anni e doveva essere invece assai
solido. Dalla porta sul retro si intravedevano diverse costruzioni per le cavie e per i polli, una
piccola serra e capanni per gli attrezzi.

Il sorgere del sole qui era… diverso. Inizialmente s’illuminò il cielo, insieme alla cima
degli alberi, e sembrò passare un’eternità prima che i raggi risplendessero obliqui sulla parete. Un
riflesso che, più che al miele dorato, tendeva all’acquoso. Un’altra cosa di Cardio che mi lasciava
perplessa.

Non fosse stato per il suo respiro, non mi sarei accorta di Sam fermo sulla porta della
cucina, alle mie spalle. Mi voltai e lo vidi lì, con gli occhi sgranati, come se non si aspettasse di
trovarmi ancora qui. Oppure… difficile a dirsi. Non riuscivo ancora a interpretare molto bene le sue
espressioni.

— Che c’è? Sorpreso di vedere che so fare il caffè? Ti ho osservato parecchie volte,
mentre lo preparavi — dissi, fingendo di aver capito qualcosa di completamente diverso.

Le mie parole parvero risvegliarlo di colpo. — No, per niente. — Andò verso la
caffettiera strascicando i piedi, mentre si strofinava una guancia con la mano. La sua pelle era liscia,
adesso, sbarbata di fresco, il che lo faceva apparire più giovane. — C’era la luce che si rifletteva sui
tuoi capelli. Sembravano rossi, come di fuoco.

Strana frase, non facilmente classificabile come buona o cattiva. Perché non parlava mai
in modo che io riuscissi a capirlo?

Chiusi la porta e mi ci appoggiai contro, mentre lui versava il caffè per tutti e due,
aggiungendovi generose cucchiaiate di miele. Poi me ne porse una tazza, come se fosse per noi un
gesto quotidiano.

Nella realtà – prima che ci mettessimo in viaggio verso Cardio – tutte le mattine era
stato lui a nutrirmi e ad aiutarmi a lavarmi.

E io gli avevo raccontato della mia infatuazione per Dossam. Per lui.

Bevvi il caffè d’un fiato, nella speranza che se lui si fosse accorto del rossore sulle mie
guance, l’avrebbe attribuito alla bevanda troppo calda. Se solo pensavo a tutte le volte che mi aveva
dato una mano a pulirmi, facendosi carico delle cose più imbarazzanti – fino alla sera prima, quando
avevo sperato che mi avrebbe baciato sulla fronte.

Mi lasciai cadere sulla sedia più vicina. Sam mi imitò, mettendo tra noi soltanto la
larghezza del tavolo. Teneva il viso chinato verso il basso, ma in qualche modo riuscii a vedere che,
tra una ciocca e l’altra dei suoi capelli scuri, mi stava guardando. Quando si accorse che non mi ero
lasciata ingannare, volse lo sguardo fuori dalla finestra, in modo che la luce gli si diffondesse sulla
pelle. Avrei voluto chiedergli dov’era andato la notte prima. Invece, quelle che mi uscirono furono
parole diverse. — Hai l’aria pensierosa. — Come se la bocca avesse voluto salvarmi all’ultimo
secondo. Se lui era uscito di nascosto, io non avrei dovuto saperlo.

La sua espressione si incupì di più. — Come fai a dirlo?

— Ti viene una ruga. Proprio qui — e mi portai l’indice tra gli occhi. — Bada che se
continui in questo modo, la faccia ti rimarrà così. — Mi misi la mano sulla bocca, tradendomi. —
Immagino che le rughe per te non abbiano alcuna importanza.

Lui sorseggiò il suo caffè.

— E adesso stai pensando troppo intensamente a come rispondere alla mia


stupidaggine. Devi essere gentile, vero?

— Sei davvero aggressiva, oggi. Il caffè ti rovina il carattere. — Si appoggiò


all’indietro sulla sedia, facendo scricchiolare il legno. — Oppure sono io che ho fatto qualcosa che
ti ha offeso?

— No. Sono soltanto un po’ seccata. — Mi alzai in piedi e incrociai le braccia. — Ho


detto una cosa stupida e tu non hai neanche reagito. Non ti interessa. Sei sempre troppo calmo,
anche quando dovresti infuriarti o scoppiare di felicità.

Sam sollevò un sopracciglio. — Troppo calmo?

— Sì! — Camminavo qua e là per la cucina, guardando ovunque tranne che nella sua
direzione; Sam non faceva che peggiorare le cose. — Quando succede qualcosa, te ne stai lì seduto
a meditarci su. Non agisci.

— Lo faccio, alla fine. — Il suo tono cambiò, diventando più leggero, come se per lui
tormentarmi fosse un divertimento. — Non pensi di essere semplicemente un po’ troppo impulsiva?

Mi fermai di colpo, fulminandolo con lo sguardo. — Impulsiva?

— Conosci questa parola, vero?

— Sì. — Pensava sul serio che fossi una stupida?

— È solo che sei talmente giovane — continuò, come se io non avessi detto nulla — e a
volte dimentico quello che sai e quello che non sai.

Sentii un dolore al petto, come se mi avesse colpito dritto al cuore.

Mi voltai e andai verso la porta. Sam balzò in piedi, mi afferrò il polso e mi tenne per la
vita. Anche se la sua stretta era delicata, io non avevo l’energia per divincolarmi e liberarmene.

— Vedi? Impulsiva. — Sorrise, senza mollare la presa. — Ma io non avevo intenzione


di provocarti.

Mi morsi il labbro, cercando di capire. Come sempre. — Quindi non parlavi sul serio?

— Oh, sì, eccome. Ma — aggiunse subito, quando io mi tirai indietro — non la parte sul
conoscere le parole. Solo quello che ho detto sul fatto che sei impulsiva.

— Sono una persona che si fa guidare dalle passioni, ecco tutto.

La bocca gli si distese in un sorrisetto furbo.

— Se mi toccherà una vita soltanto, non voglio perdere tempo in tentennamenti. — Mi


allontanai da lui e le sue mani mi scivolarono via dai fianchi. — E dopo tutto, Sam, quand’è stata
l’ultima volta che hai dato libero sfogo alle passioni?

— Ogni volta che suono o compongo una nuova melodia.

— E se ti chiedessi quand’è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa che ti faceva
paura? — Scossi la testa. — E non mi riferisco al soccorrere ragazze in procinto di annegare, né al
salvarle dalle silfidi. Sto parlando di qualcosa che fosse davvero spaventoso.

Gli tornò ancora quella ruga meditabonda, così lunga da costringermi a chiedermi
quanti fossero i segreti che non mi avrebbe mai svelato. I segreti erano la sua vera paura, e
qualunque cosa stesse per dirmi, era soltanto per assecondarmi.

— La notte scorsa — mormorò. — Quando tu hai visto tutto nel salone e io ho suonato
per te.

Figuriamoci se uno come lui si agitava nel suonare davanti a una senzanima.

— Tu sapevi già quello che provo per la musica. Sto parlando di qualcosa che non eri
sicuro di saper fare alla perfezione, né di come sarebbe stato accolto. — Gli andai vicino, tanto
vicino che per guardarlo negli occhi mi faceva male il collo, e tanto vicino da riuscire a sentire il
calore del suo corpo. — Quand’è stata l’ultima volta che sei stato impulsivo, Sam?

Volevo con tutta me stessa che sapesse cosa desideravo. Ero talmente concentrata su
quello, che per un istante credetti che mi stesse già baciando. Non mi importava dov’era stato la
notte prima, né che si fosse tirato indietro quando stava per baciarmi sulla fronte. Se mi avesse
baciato ora… Non mi aveva detto di essere Dossam finché non aveva avuto l’opportunità di
mostrarmelo nel modo dovuto. E questo poteva essere il momento, se provava qualcosa per me.
Aveva un’espressione che in qualche modo immaginavo rispecchiasse la mia.

In quel momento, mentre stavamo lì, così vicini che praticamente potevo sentire il
battito del suo cuore, non avevo mai desiderato nulla quanto desideravo che lui mi baciasse.

La luce mutò, e così fece anche qualcosa nei suoi occhi. Una scelta. Una scelta che lo
portò ad allontanarsi da me, abbassando lo sguardo.

— Sam? — Mi voltai, gli occhi appannati. — Tu pensi troppo.

— Lo so.

CAPITOLO UNDICI

DANZA

Rimanemmo in piedi in mezzo alla cucina, senza parlare, per quella che mi sembrò
un’eternità. Il bruciore agli occhi mi costringeva a tenerli fissi sulla caffettiera ancora fumante, e
probabilmente lui ne era consapevole. Se avesse avuto un minimo di pudore, si sarebbe scusato
dicendo che doveva andare in bagno o roba del genere, permettendomi di contenere l’imbarazzo.

Avevo creduto… be’, visto il modo in cui mi aveva toccato il braccio la notte prima,
avevo creduto che quella fosse l’occasione giusta per scoprire se mi vedeva come qualcosa di più di
una farfalla.

Forse l’avevo già scoperto.

La porta d’ingresso si aprì e si richiuse e un rumore di passi risuonò nel salone. Con un
gesto rapido, mi strofinai le dita sotto gli occhi. Stupide lacrime. Stupido Sam. Riuscivo ancora a
sentire il tocco delle sue mani sui fianchi.
— Dossam? — Dal salone giunse il suono melodioso di una voce di donna, che si fermò
sulla soglia. Alta, snella, con una perfetta capigliatura bionda a incorniciarle il viso abbronzato. Un
lungo abito le scendeva fino alle caviglie aderendo alle sue curve, il che mi rese ancora più
consapevole di quanto male mi stesse il mio, specie sul seno e sul punto vita.

— Avevo sentito che eri tornato prima, e con un’amica. — Il suo sguardo allegro si
spostò da me a Sam mentre entrava in cucina, facendo frusciare la seta sintetica attorno alle gambe.

Sam l’abbracciò e la baciò sulla guancia, come se un istante prima lì non fosse successo,
o quasi successo, assolutamente niente. No, in effetti non era successo niente.

— Stef, questa è Ana.

Più anziana di noi, la donna aveva un delicato reticolo di rughe intorno agli occhi e alla
bocca, frutto di anni di sorrisi. Mi si infiammarono le guance pensando a come avessi immaginato
di baciare Sam, poco prima, e a come sembrasse a suo agio accanto a lei, adesso. Formavano una
coppia favolosa.

— Ciao — riuscii a dire. — Ho sentito molto parlare di te. — Il migliore amico di Sam,
inventore del SED e di altri congegni elettronici, nonché amatissimo combinaguai che aveva
imparato a scassinare le serrature della prigione dopo che gli ultimi festini erano finiti male. Magari
era sbagliato odiare Stef perché in questa vita era una donna, ma vedere Sam che l’abbracciava in
quel modo, come mai avrebbe abbracciato me…

Non mi importava.

Prima che potessi fermarla, mi gettò le braccia al collo e baciò anche me sulla guancia.
— C’è qualcosa che non va, mia cara? Hai gli occhi un po’ rossi.

— No, niente. È stata una lunga notte. — Ritornai al mio caffè. Tutt’a un tratto la
cucina si era come ristretta. La presenza di Stef riempiva la stanza e non lasciava spazio per nessun
altro.

— Scommetto che so cosa c’è. — Stef scivolò verso la credenza e si servì alla
caffettiera. — Sam ti ha pestato i piedi?

— Cosa?

Mi strizzò l’occhio. — Ho delle storie da raccontarti, Ana. Sapessi tutte le volte che li
ha pestati a me, i piedi. O ti abitui alla goffaggine di Sam, oppure è meglio che abbandoni del tutto
l’idea di ballare.

Sam fece eco alla mia domanda. — Di che cosa stai parlando?

— Tu le stavi insegnando a ballare, non è forse così? Non era questo il motivo per cui
ve ne stavate tutti e due in piedi al centro della stanza, mentre il vostro caffè diventava freddo? —
Prese un sorso dalla sua tazza, le sopracciglia sollevate. — Immagino che questo abbia qualcosa a
che fare con l’imminente ridedicazione di Tera e Ash.

— Ah, quello. Già… — Sam si lasciò scivolare di nuovo sulla sedia col suo caffè.
Aveva i capelli scuri davanti agli occhi e dovette scuotere la testa per liberare la visuale. — Manca
solo qualche settimana.

Stef alzò gli occhi al cielo con aria teatrale. — Infatti. Ed ecco il motivo per cui stavi
insegnando ad Ana a ballare. Ma evidentemente stavi facendo un pessimo lavoro. Guardala!

Si voltarono verso di me.

Io cercai di evitare lo sguardo di Sam. — Non è colpa sua. — Era assolutamente colpa
sua ma dovevo mentire, perché di fatto non sapevo che razza di ballerino fosse. — Non mi riesce
proprio. I miei piedi non sono collegati alla testa.

Stef scoppiò a ridere e riappoggiò la tazza sul bancone. — Sì, invece. Hai soltanto
bisogno dell’insegnante giusto. Vediamo un po’, cosa stava cercando di insegnarti?

Non ne avevo la più pallida idea.

— Ah, bene. Vedo che Sam non si è nemmeno preso il disturbo di dirtelo. — Mi strizzò
l’occhio di nuovo, poi si voltò verso di lui. — Tu vai a suonare un po’ di musica, tesoro. Noi ci
arrangeremo.

Sam fece un ultimo sorso dalla tazza prima di lasciarla. — Fai attenzione alle mani. Non
sono ancora guarite.

Stef mi prese il polso con una mossa così rapida che non ebbi il tempo di sottrarmi; le
mani erano lisce e fresche, a differenza delle mie, che sentivo sudaticce. — Infatti, lo vedo. Non
preoccuparti, Dossam, starò molto attenta con lei. — E poi, quando Sam fu uscito dalla stanza, si
chinò verso di me e mormorò: — Non permettergli di spezzarti il cuore, dolcezza. Lui non si ferma
mai.

Prima che riuscissi a pronunciare una sola parola – Cosa? – Sam iniziò a suonare e Stef
mi fece volteggiare attraverso la cucina. Per essere così snella, di forza ne aveva parecchia.

— Per prima cosa — mi disse, gridando al di sopra del suono del pianoforte — devi
rilassarti. Lo stai facendo per divertirti, non per farti male.

Il brano era uno di quelli che avevo ascoltato al capanno di Sam, così, quando Stef mi
disse di fare un passo sulla battuta, sapevo quale intendeva. Quando mi ordinò: — Qui gira — e me
lo fece vedere, riuscii a imitare anche quello. La musica riempiva la stanza e se sbagliavo, lei mi
prendeva le braccia e me le metteva nella giusta posizione, oppure mi dava un colpetto al piede con
la punta del suo.

Finito il primo pezzo, Sam passò subito al secondo. Era troppo veloce e le battute
avevano un ritmo diverso rispetto al brano precedente.

— Conta — disse Stef. — Un, due, tre. Niente quattro. Non in questo pezzo.

Tutt’a un tratto sentii i fili collegarsi nella mia testa, e quando cercai di imitare i suoi
movimenti, il mio corpo obbedì. Fianchi, braccia, gambe. Un passo qui, e qui, e qui. Quando la
musica finì e Stef urlò a Sam di ripeterla, fui presa dalle vertigini.

— Te la ricordi? — mi chiese con un sorriso, non appena la musica ricominciò. — La


puoi fare con qualsiasi musica che abbia lo stesso ritmo. Devi solo adattarti al tempo. Pronta? —
Non aspettò la mia risposta, cominciò semplicemente a ballare con movimenti fluidi ma precisi. Io
la seguivo, ed era tutto un volteggiare di capelli, lampi di biondo e di rosso ai margini del mio
campo visivo. Il mio corpo ricordava cosa fare, come muoversi al ritmo di quel brano. I nostri
vestiti si gonfiavano mentre ruotavamo in cerchio l’una intorno all’altra. Difficile provare rabbia o
gelosia. Forse Stef non era tanto male, dopotutto.

Quando la musica terminò, ero sudata e ansimante ma felice. Stef sembrava alquanto
compiaciuta.

— E adesso? — Sam si affacciò dalla stanza attigua, guardandoci con aria volutamente
neutra. — Ne volete un’altra?

Stef mi guardò, lisciandosi indietro i capelli. Non era nemmeno sudata. — Penso che
per oggi possa bastare. Torno domani, perciò dovrai sgombrare un po’ il salone, perché la cucina
non è il posto più adatto per il ballo. Ne proveremo uno diverso. Magari più lento. È una
dedicazione di anime, in fondo. Non ci lanceremo certo in balli sfrenati. E poi Ana potrebbe trovare
un bel ragazzo che le faccia da cavaliere.

— Mmm. — Sam rientrò in cucina, evitando ancora di guardarmi.

Feci ancora qualche respiro profondo prima di rimettermi a sedere, per quietare
l’euforia della danza. — Che cos’è una dedicazione di anime?

— Ah, lasciamo che sia Sam a dimenticare di spiegartelo. — Non aggiunse altro, anche
se ero certa che si stava vendicando di qualcosa. Per quale motivo ci aveva interrotti, prima? —
Alcune persone sono convinte che in origine le anime siano state create a coppie. Ci vuole tempo
perché imparino a riconoscersi come amanti, ma le due metà si ritrovano. Si dedicano l’un l’altra a
ogni vita. E dal momento che le feste piacciono a tutti, celebrano una nuova dedicazione ogni volta
che rinascono.

— È una cosa veramente dolce. — Bevvi un altro sorso del mio caffè ormai freddo,
cercando di immaginare come dovesse essere amare così tanto una persona da voler trascorrere con
lei migliaia di anni.

— Sì, alcuni la pensano così. — Stef si sedette sulla sedia tra me e Sam. — Ma la cosa
davvero divertente delle feste di ridedicazione è il ballo in maschera. Vedi, l’idea è che se ami
appassionatamente qualcuno e sei convinto che le vostre anime siano predestinate, allora dovresti
essere in grado di riconoscere quell’anima e di amarla, non importa in quale corpo si sia reincarnata.
Ma, naturalmente, a ciascuno di noi viene data un’identità al momento della nascita, così, quando
c’è una ridedicazione, ci mascheriamo.

Annuii piano. — Perché bisogna saper trovare la propria anima gemella senza sapere
chi si sta guardando.

— Proprio così.

— Non si deve dire a nessuno come si andrà al ballo — aggiunse Sam — soprattutto se
è la tua anima a essere ridedicata. Ma di solito la gente lo fa. È imbarazzante scoprire di aver ballato
con la persona sbagliata per tutto il tempo.
— Ci credo.

— Almeno non devi sorbirti i discorsi in caso di errore. — Stef sorrise.

— Indovina qual è la parte preferita di Stef — borbottò Sam. — Ma c’è di più del ballo
e dei due che corrono in giro in cerca della propria metà. C’è…

— Non sciuparle la sorpresa, Dossam. — Stef lo zittì con un gesto della mano. — Tutti
sono invitati. Lascia che lo veda con i suoi occhi quando sarà là.

Veramente io non ero stata invitata nemmeno a entrare in città. Il Consiglio poteva
decidere che mi erano vietati i balli in maschera e io avrei dovuto restare chiusa in casa mentre gli
altri si divertivano. Mi morsi il labbro. — Voi l’avete mai avuta una cerimonia di ridedicazione?

La risposta mi arrivò in coro: — No — e poi Stef continuò da sola: — È un evento


molto raro, e la maggior parte delle persone non sono nemmeno sicure che le anime gemelle
esistano davvero. Ma la festa piace a tutti. C’è sempre un sacco da mangiare e da bere, ed è un
pretesto meraviglioso per mettersi un po’ in ghingheri.

— Voi due ci andate, di solito?

— Stef balla, io suono.

Cercai di non sorridere al pensiero di Sam che suonava. Come la notte prima. — Era per
suonare che stavi ritornando dal capanno?

— Dipendeva da quanto sarei riuscito a finire. — Si strinse nelle spalle. Mentre parlava,
sembrava rivolgersi per lo più alla finestra. — Ci sono un mucchio di registrazioni che avrebbero
potuto usare. Ma visto che sono qui, magari porterò il pianoforte grande dal magazzino, o vedrò se
riesco a convincere Sarit, Whit e qualcuno degli altri a suonare con me. So che tu non lo farai. — E
indicò Stef con un cenno del capo.

— Lascia che usino le registrazioni. — Stef finì l’ultimo goccio di caffè nella sua tazza.
— Mascherati e vieni a ballare. Potresti divertirti.

— Non lo so. Forse. Non mi piace l’idea che si chieda alla gente di dimostrare il proprio
amore eterno davanti agli altri.

— Fallo per Ana. Non vuoi che lei si diverta un po’?

C’era una sfumatura nella sua voce, non lo stesso tono di burla vezzosa di prima,
qualcosa che mi fece pensare che Stef non lo stesse domandando veramente per me.

Se Sam se ne accorse, non reagì. Mi fissò pensieroso e io fissai pensierosa la mia tazza
di caffè, e un minuto dopo lui disse: — Forse.

— Be’, Ana andrà a ballare. — Stef mi guardò con un sorriso raggiante. — La leggenda
vuole che quando s’incontra la propria metà, di solito accada a una festa di dedicazione, perché là
non si distinguono i corpi. Si viene attratti dallo spirito. Magari c’è qualcuno che la sta aspettando.

— Poco probabile. — Mi sforzai di sorridere e di mantenere un tono allegro. — Sembra


divertente, ma… soltanto questo, divertente.

Stef mise il broncio e Sam, ridacchiando, disse: — Ana è la persona più cinica che abbia
mai incontrato. — E in quel momento, per un istante, le cose tra noi tornarono a posto.

— Ma ci andrai? — mi chiese Stef, e io annuii. — Sei capace di cucire? Ognuno deve


pensare al proprio costume, e non dovresti dire a nessuno qual è, ma fammi sapere se hai bisogno di
aiuto.

— Sono capace di cucire. — Avevo trascorso molto tempo a modificare i vestiti vecchi
di Li per adattarli a me.

— Magnifico. Allora, sarà meglio che vada. Sono certa che avrai un sacco di cose da
fare, oggi. Ho sentito della faccenda alla stazione di guardia, ieri.

— Già — disse Sam, controllando l’ora. — Dobbiamo occuparci di alcune questioni


alla Casa del Consiglio.

Mi alzai, felice di avere una scusa per allontanarmi. — Meglio che vada a mettermi
qualcosa di meno sudato. — Dopo che ci fummo salutate e Stef mi ebbe promesso – o minacciato –
di tornare il giorno dopo per un’altra lezione di danza, mi avviai su per la scala e mi fermai sulla
balconata. Fu allora che sentii Sam che parlava a bassa voce.

— Non sai nemmeno quello che è succ…

— Non ho bisogno di sapere i dettagli quando riconosco quello sguardo. L’ho visto
anche troppe volte.

— Sei ingiusto. — Quando mi allungai a sbirciare oltre la ringhiera, lui era là, con le
spalle basse e quasi mi fece pena. Stef doveva essere la persona più difficile che avessi mai
incontrato, a parte Li. — Mi hanno incaricato di farle da guardiano. Nessuno dei due lo voleva, ma
stanno succedendo così tante cose…

— Cerca di risolverla, Dossam. Non la voglio più vedere in quelle condizioni. — E


dopo avergli stretto il braccio, se ne andò.

CAPITOLO DODICI

AMICI

Sam era silenzioso quando uscimmo di casa, probabilmente le frecciate di Stef gli
bruciavano ancora. Doveva pur esserci qualcosa che potevo dire per farlo sorridere di nuovo. Non
che volessi fingere che prima in cucina non fosse successo nulla, ma a parte il tentativo di alleanza
con Stef, lui era il solo amico che avessi. Avevo bisogno di lui.

Il giorno cominciava a scaldarsi, ma ero contenta del maglione che avevo trovato nella
mia stanza; mi tirai le maniche fin sopra le dita, per impedire che congelassero.
— Freddo? — Almeno questa volta non correva.

— Non più. — Lasciammo il viottolo e svoltammo sulla via principale.

La città era un labirinto di incroci e strade, tutte ampie e accoglienti, tranne per il fatto
che non c’era alcun cartello segnaletico, nulla che indicasse a una ragazza straniera dove si trovasse.

— Ci dev’essere un modo più rapido per muoversi — borbottai. — So che esistono dei
veicoli, da qualche parte. Li ho visti su una delle liste di Corin, alla stazione di guardia.

— Una volta guidavamo, ma il tanfo degli scarichi era incredibile, e poi consumavano il
fondo stradale. La manutenzione era troppo costosa, e alcuni di noi — diede un piccolo colpo di
tosse — aumentarono orrendamente di peso.

Non riuscivo a immaginare Sam in nessun’altra forma che quella: alto, snello e giovane.
— I veicoli non saranno stati l’unica ragione.

— No, ma non aiutavano. Alla fine il Consiglio decise di custodirli in un magazzino.


Possono usarli le persone troppo anziane per camminare, o i malati. Viene concesso il permesso
anche a chi ha bambini piccoli per i lunghi tragitti a piedi.

Il che voleva dire che Li ne aveva preso uno quando aveva lasciato la città per la
vergogna. — E dire che pensavo di non esserci mai salita…

— Ti auguro di non doverci salire mai più. Ti auguro di essere sempre forte e in salute.

Mi guidò per altre strade, fermandosi a spiegare chi viveva qui e là, e quanto distavamo
dalla Casa del Consiglio.

— Naturalmente — disse, indicando verso l’alto — se ti dovessi perdere, puoi sempre


cercare di raggiungere il tempio tagliando per i cortili. Te lo sconsiglio, se non ci sei proprio
costretta. I recinti sono pochi, ma la gente qui apprezza molto la privacy.

Mi fermai in mezzo alla strada, la testa all’indietro e le mani ancora avvolte nelle
maniche del maglione. Il tempio scompariva tra le soffici nubi di mezza mattina.

— Che cosa può esserci là dentro, che occupi tanto spazio?

— Niente. È vuoto.

Abbassai la testa di scatto, scrutandolo negli occhi. — Tu ci sei stato? Credevo che non
ci fossero porte.

— Non ce ne sono. — Gli si era formata di nuovo la ruga in mezzo agli occhi, e altre
due ai lati della bocca. — So soltanto che è vuoto. Nessuno ci è mai entrato, però.

— Che cosa assurda. — Proprio come il battito che si percepiva attraverso le pareti
bianche, e il fatto che mi bastasse guardare il tempio per sentire una stretta allo stomaco. — Non ti
sembra che ci sia qualcosa che non va, in tutta questa storia?

— Non ci avevo mai pensato, prima d’ora. — Guardò in su, l’aria accigliata. — Mai,
neanche una volta in cinquemila anni.
Odiavo quando lo faceva, quando mi ricordava quanto fosse vecchio.

Svoltammo sullo stesso viale del giorno prima e Sam cominciò a indicarmi i vari opifici
e le fabbriche del quartiere industriale.

— La città è un cerchio, col tempio e la Casa del Consiglio al centro. Quattro viali si
sviluppano nelle direzioni cardinali e la dividono in quartieri. Quelli di sudovest e di nordest sono
residenziali, quello di sudest è industriale, mentre quello a nordovest è dedicato all’agricoltura. Dal
mercato puoi vedere i laghetti dei pesci, e più in là i frutteti, ma dubito che ti divertiresti a visitare i
campi di grano.

— Magari lo farò. — Non l’avrei fatto sicuramente, ma volevo tenerlo un po’ sulla
corda. — Se stessi cercando indizi su chi ha creato Cardio, è da là che comincerei.

— E infatti gli storici hanno iniziato proprio da là, e hanno rinvenuto degli scheletri e
qualche manufatto. Ma nessuno è stato in grado di accertarne la provenienza. — Aveva di nuovo
quel buffo mezzo sorrisetto che faceva sempre quando dicevo qualcosa di inaspettato. — Perché
pensi così tanto al passato?

Mi strinsi nelle spalle. — Perché non c’ero.

Scosse la testa, ridendo tra sé, ma poi si affrettò subito a spiegare. — Non sto ridendo di
te. È solo che… penso che tu sia stupefacente.

Il sarcasmo mi sfuggì prima che potessi contenerlo. — Poco fa pensavi che fossi
impulsiva. — Non era stata una mossa saggia. Sam avrebbe potuto aggiungere “stupida” e
“avventata” alla lista.

Si fermò. — Ana.

Avrei voluto ignorarlo, ma il suo tono teso non faceva ben sperare per la nostra futura
amicizia. — Sam. — Tenni la voce bassa, in modo che non mi sentissero; c’erano delle persone che
ci stavano guardando. — Non avrei dovuto dirlo.

Stava pensando troppo, di nuovo. Il suo sguardo era distante mentre io me ne stavo lì,
col fiato sospeso; poi lui tornò da me. — Hai tutti i diritti di essere sconvolta. Quello che è successo
prima…

— Non è successo niente — replicai in fretta. Prima che la cosa si facesse imbarazzante.
Prima che lui si scusasse per non provare quello che io pensavo provasse, qualunque cosa fosse.

Non c’era alcun bisogno di scusarsi per l’assenza di quei sentimenti, e poi sapevo di
piacergli abbastanza. Si era preso cura di me quando io non ero in grado di farlo; mi aveva portato a
casa sua quando io non ne avevo una. Aveva scritto una canzone per me. Dossam, la sola persona al
mondo che avessi mai desiderato incontrare. Era ovvio che provassi… be’, sì, era ovvio che
pensassi di provare qualcosa per il mio eroe, che si era rivelato anche una persona di buon cuore.
Non avrei dovuto aspettarmi niente di diverso.

— Non è successo niente — sussurrai di nuovo. Dirlo, decidere che fosse veramente
così, rendeva il mio dolore meno acuto.
Le sue labbra si aprirono e per un attimo parve incerto. Sembrava sul punto di ribattere
qualcosa, ma invece si limitò a fare un piccolo cenno di assenso col capo. — Va bene.
Probabilmente è la cosa migliore.

Espirai e mi sistemai le mani dentro le maniche. — Quindi pensi che mi permetteranno


di accedere alla biblioteca? — Avevamo ricominciato a camminare. La tensione tra noi non era
ancora sparita, ma adesso era più lieve.

— Per loro stesso ordine, devono permettertelo. In quale altro modo potresti imparare
quello che ti hanno chiesto?

— E che mi dici di tutte le cose che voglio scoprire e che non incontreranno la loro
approvazione? — Come, per esempio, che cos’era successo a Ciana, da dove venivo e, se era vero
che là fuori esistevano altre anime non nate, perché proprio io? Com’ero venuta al mondo? Fortuna?
O forse esistevo anch’io cinquemila anni prima, come gli altri, ma ero rimasta bloccata da qualche
parte fino a quel momento? Sembrava proprio da me. — Per scoprire quello che è successo, dovrò
capire perché vi reincarnate. E dubito che saranno contenti che io ficchi il naso in questo faccenda.

— Fidati. Avrai accesso alle informazioni di cui hai bisogno. E anche se dovessero
togliere delle cose dalla biblioteca, io le troverò per te. In un modo o nell’altro. Tutto venne
archiviato in forma digitale due o tre generazioni fa. Per comodità, dissero. — Alzò gli occhi al
cielo. — È possibile che io ricordi come scaricare le informazioni, ma Whit e Orin ne sono
sicuramente in grado. Sono gli archivisti della biblioteca.

La mia mano sfiorò la sua per un istante, mentre camminavamo, ma la ritrassi prima che
lui o qualcun altro se ne accorgesse. — Sono felice che sia stato tu a trovarmi, Sam — dissi invece.
— Avrebbe potuto andarmi molto peggio.

— Sono felice anch’io. — Lo sguardo che mi lanciò era di… affetto?

Era troppo complicato cercare di capire ciò che realmente pensava di me. Magari, una
volta finito qui, avrebbe suonato ancora per me. Almeno quella era una cosa che riuscivo a gestire.

— Che succede, laggiù? — Mi diressi verso la folla radunata attorno al tempio e a un


altro grande edificio che gli sorgeva accanto. C’era un gran viavai di persone, gente che
chiacchierava, che beveva da tazze di cartone, anche se non capivo dove le avessero prese. Ci
arrivava il profumo di pane fresco e di caffè.

— Questa è la piazza del mercato — spiegò Sam mentre ci avvicinavamo a uno spiazzo
lastricato di ciottoli che circondava il tempio. — Una volta al mese vi si tiene un mercato, dove si
può comprare più o meno quello che serve.

In vita mia non avevo mai visto così tanta gente tutta insieme; facevano un baccano
tremendo, tra urla e risate. — E il mercato è adesso?

Sam mi venne più vicino, come se avessi bisogno della sua protezione. — No, questa è
soltanto la normale ressa mattutina. È il punto di ritrovo migliore e se uno è troppo pigro per
prepararsi la colazione, Armande ha quasi sempre il banchetto aperto.

Mi fermai un istante, mentre due bambini mi sfrecciavano accanto, incuranti di chi


potevano travolgere nella loro corsa. — Sei proprio sicuro che questo non sia il mercato?

Mi guidò verso un gruppo di tavoli con delle panche, lontano da un gruppo di persone
che mi fissavano come se avessi quattro teste. — Questa è soltanto una piccola parte della
popolazione. Il giorno del mercato, qui sarà gremito.

— Per tutta la vita, siamo sempre state soltanto Li e io. — E qualche ospite occasionale,
che però veniva a trovare mia madre. — Non mi ero resa conto, credo… esistono così tante persone.
— Ed erano così rumorose. Tutto quel ridere, e cantare, e spettegolare…

Sam mi posò la mano in fondo alla schiena, spingendomi verso un banchetto pieghevole
sul quale, protetti da un vetro, si trovavano dei vassoi colmi di cibo.

— Avvisami se per te è troppo da sopportare.

— Sto bene. — Le mie parole suonarono nervose, però. Ogni volta che passavamo
accanto a un capannello di persone, quelle mi guardavano. La notizia dell’arrivo della senzanima si
era diffusa rapidamente.

— Chi pensi che sarà il prossimo? — borbottò una donna, non proprio a bassa voce,
all’uomo seduto accanto a lei. — Prima è toccato a Ciana. Chiunque potrebbe essere rimpiazzato,
adesso.

Ricordai a me stessa che non avevo nulla a che fare con la mia nascita. Non avevo nulla
a che fare con la scomparsa di Ciana. Ma questo non smorzava il senso di colpa.

— Alcuni raccontano che il tempio si oscurò al momento della morte di Ciana —


continuò l’uomo. — Meuric e Deborl raccontarono a tutti che era Janan che stava punendo noi, o
magari Ciana…

Quando alzai gli occhi per vedere se Sam avesse sentito la conversazione, sul suo viso
c’era uno sguardo di fuoco rivolto in direzione della coppia. — Ignorali, Ana — disse.

Di quel passo, avrei dovuto ignorare ogni persona. Il milione di anime che abitavano
Cardio. — Mi odiano tutti.

— Non ti odieranno. — Mi sorrise con lo stesso calore di prima. Con lo stesso affetto.
Lui non mi odiava, anche se non avevo idea del perché. — Cerca soltanto di sorridere molto. Di
sembrare affabile.

— Mmmpf…

— Ecco, ho qui qualcosa che sono sicuro ti aiuterà. — Diede un’occhiata al suo SED.
— Abbiamo ancora un po’ di tempo, prima che ci ricevano.

Ci avvicinammo al banchetto del fornaio e Sam comprò due tazze di sidro di mele per
scaldarci le mani intirizzite, e un dolce da condividere. Finalmente sorrisi.

— Lui è Armande — mi disse, presentandomi il fornaio. — È mio padre in questa vita.


Ed è anche il miglior fornaio di tutta Cardio.
Mentre Armande mi raccontava della sua cucina, e di quanto si svegliasse presto per
preparare i muffin e le torte per la giornata, io studiavo i suoi lineamenti. Aveva gli stessi occhi
grandi e i capelli neri di Sam. La stessa costituzione. Interessante. Io non assomigliavo granché a Li.
Forse avevo preso da Menehem.

Seduta su una panca accanto al banchetto del fornaio, staccai un pezzetto di focaccia
con delle gocce di miele spruzzate sopra. Mi si sciolse sulla lingua e sentii un brivido di piacere.

— Non ho mai mangiato una cosa tanto buona in tutta la mia vita.

Armande sorrise contento e mi abbracciò; sembrò non accorgersi che io mi irrigidivo e


per poco non versavo il sidro. Sam allungò la mano come per mettere in salvo la tazza, mentre
Armande mi liberò dalla stretta. — Non intendevo spaventarti — mi disse.

— È solo che stiamo facendo molta attenzione alle sue mani. — Sam indietreggiò,
incrociando brevemente il mio sguardo. — Se le è ustionate quando ha intrappolato una silfide che
mi aveva messo con le spalle al muro. Avrà bisogno delle dita se voglio iniziarla al pianoforte.

Armande sollevò un sopracciglio e ci porse un muffin. — Allora ti devo un favore.


Avevo una mezza idea di prendere lezioni di canto e Sam non avrebbe certo potuto darmele da
morto. Tu sai fare i dolci, Ana?

— Forse?

Mi riempì di nuovo la tazza di sidro. — Vieni a trovarmi e ti mostrerò un paio di cose.


Ho cercato di insegnare anche a Sam, ma non faceva altro che mangiarsi la pastella.

Sam si abbandonò a un sospiro esagerato. — Avevo cinque anni e avevo bisogno di


energia per crescere in fretta. Tu mi facevi praticamente morire di fame, costringendomi ad
aspettare che i tuoi dolci fossero ben cotti.

Armande fece un gran sorriso.

Terminata la colazione, e dopo aver buttato le nostre tazze nel bidone per il riciclaggio,
Sam e io girammo intorno al tempio, diretti verso un gigantesco edificio bianco che si trovava più in
basso. Una scalinata semicircolare conduceva a un’ampia terrazza, dove si aprivano una serie di
porte a due battenti sorvegliate da colonne, con statue diroccate e grate di ferro ricoperte di
rampicanti spinosi. Rose, forse.

— È quella la Casa del Consiglio?

Sam annuì. — Esternamente sembra simile alle altre case o alle mura della città. Era già
qui quando siamo arrivati. Ma i dettagli, come le colonne e il bassorilievo lungo la sommità —
indicò in alto — le abbiamo aggiunte noi.

Quando avevo toccato il muro, il giorno prima, la pietra non aveva opposto alcun attrito.
Dubitavo che qualcuno potesse conficcarvi un chiodo con un martello.

— Come vi siete procurati la pietra di cui avevate bisogno per rimanere quassù?

Nella luce del mattino, si riusciva a distinguere alla perfezione il punto di giunzione
dove il guscio esterno della Casa del Consiglio veniva a incontrare il marmo.

— Quando ho detto “noi“, mi riferivo a persone con competenze tecniche migliori delle
mie. Ma possiamo scoprirlo, se davvero ti interessa.

— Sì, ti prego.

Volevo sapere come si faceva tutto. Mentre passavamo accanto a un gruppetto radunato
intorno a due persone impegnate in una sorta di gioco, mi avvicinai a Sam. Non avevo modo di
sapere se anche quella gente mi odiava. Armande era stato gentile, però. — A proposito, hai
intenzione di propinare a tutti quella storia terribilmente inesatta sulla silfide?

— Non è affatto inesatta, e bisogna che la gente sappia qualcosa di te. Finora avranno
sentito soltanto la versione di Li e quello che avranno riportato Corin e i Consiglieri che hai
incontrato ieri.

— Niente di buono, ne sono sicura. — Sospirai.

— Forse, ed è proprio questo il motivo per cui devono ascoltare questa storia, che a mio
avviso è quanto mai esatta. Ed è anche il motivo per cui devi riprendere a sorridere. Non posso
immaginare quello che stai provando, costretta a incontrare gente che sa già tutto di te, ma devi fare
una buona impressione.

Sopraffatta: sarebbe stato un buon modo per descrivere come mi sentivo. — Capisco.

— E una volta finito qui, ce ne torneremo a casa, disferemo i bagagli e ci rilasseremo.

— Non avevo mai avuto una casa, prima d’ora. — Probabilmente gli zuccheri stavano
parlando al posto mio, altrimenti non gli avrei mai detto una cosa del genere. — Quando abitavo
con Li non mi sono mai sentita veramente a casa. Ecco tutto.

Sam mi sfiorò il polso, facendomi rabbrividire. — Tu avrai sempre una casa, con me.

Prima che potessi rispondergli, fummo fermati sulle scale da un gruppetto di persone e
Sam mi presentò.

Ci furono scambi di frasi del tipo: — Ana è una mia allieva — oppure: — Ci piacerebbe
visitare i campi di riso, quando sarà la stagione della semina. — Fissammo anche degli
appuntamenti per vedere le arnie, i laboratori di ceramica ed ebanisteria e gli opifici di tessitura.

Una ragazza dai capelli neri, che poteva avere un paio d’anni più di me, mi avvolse le
braccia intorno alle spalle e mi strinse a sé. — Sono così felice che tu abbia finalmente deciso di
venire a Cardio — mi disse. — Fammi sapere se hai bisogno di qualcosa. Vivo solo a dieci minuti
da casa di Sam e ti prometto che le api non ti daranno alcun fastidio.

Riuscii a malapena a ringraziarla, prima che Sam cominciasse a dire che stavamo
facendo tardi.

— Quella che mi ha abbracciato era Sarit, giusto? La ragazza delle api — gli chiesi, una
volta fuori dalla loro portata d’orecchio.
— Già. Ogni volta che metti un cucchiaio di miele nel tuo caffè, è Sarit che devi
ringraziare.

— La trovo molto più simpatica di tutte le persone che abbiamo incontrato.

Sam mi sorrise. — Sapevo che l’avresti pensata così.

— Se devo essere sincera, però, sono un po’ nervosa all’idea di incontrare altra gente.
— Lo seguii attorno a una delle immense colonne che facevano la guardia alla terrazza in fondo alle
scale. — Potremmo finire a raccogliere letame nelle scuderie.

— Ed escrementi di maiale.

— Almeno ci sarai tu a soffrire con me.

— In realtà soffrirai da sola. Visto che ho già pagato il mio debito, farò da supervisore.
Da lontano. E dopo mi doterò di speciali protezioni per il naso e per la bocca in modo da poter
sopportare la tua presenza. Ma per tutto il resto… certo, lo faremo insieme. Potresti perfino trovare
qualcosa che ti piace. — Aveva un’aria… nostalgica.

— Dossam! — Una ragazza che sembrava avere a stento superato i quindici anni si
gettò addosso a Sam e i due si abbracciarono. — Sei tornato, giusto in tempo per la ridedicazione.
Quindi suonerai, alla fine?

Sam mi lanciò un’occhiata. — Non ho ancora deciso. Stef vuole convincermi a


partecipare al ballo. Adesso io e Ana prendiamo lezioni da lei ogni mattina.

Finalmente la ragazza notò la mia presenza. — Tu sei Ana? — Non mi lasciò nemmeno
il tempo di annuire. — Spero proprio che tu intenda ballare alla mia festa di ridedicazione. E magari
potrai anche convincere Sam a non starsene tutto il tempo nascosto dietro il pianoforte. Possiamo
benissimo usare delle registrazioni.

Seguendo il consiglio di Sam, le risposi con un sorriso e lei sembrò soddisfatta.

— Bene, devo scappare. Volevo solo confermare i dettagli della cerimonia, ma adesso
devo tornare di corsa da Tera. Non si sente tanto bene.

— Spero che si rimetta — le urlai, ma la ragazza – doveva trattarsi di Ash – era già
arrivata a metà della scalinata. Ci salutò agitando la mano e sparì inghiottita dalla folla.

Finalmente Sam arrivò a una porta, la tirò verso di sé tenendomela aperta e io mi chinai
per passare sotto il suo braccio. La sala d’ingresso era fresca e silenziosa, tranne che per l’eco dei
passi e delle voci che proveniva da dietro una serie di porte massicce. Cercai di non cedere alla
tensione stramazzando al suolo proprio lì, su due piedi. Tutta quella gente… forse ci avrei fatto
l’abitudine.

— Sei stata fantastica. — Sam mi guidava verso il fondo della sala. — Adesso si
ricorderanno di te come di una persona gradevole…

— Oppure sei tu quello gradevole e non dai l’impressione di odiarmi.


— … e andranno in giro a cantare le tue lodi. Soprattutto Armande. Penso che farebbe
qualsiasi cosa per te.

— Mi hai appena presentato a delle persone che sapevi avrebbero reagito così. Hai
preso lezione da tutti loro? — Magari avrei potuto scoprire qualche storiella imbarazzante sul suo
conto; così, giusto per ristabilire l’equilibrio e riacquistare un po’ di dignità. Armande doveva
conoscerne sicuramente qualcuna.

Sam sollevò un angolo della bocca, sempre lo stesso. Non ci sarebbe voluto molto
perché in quel punto gli si formasse una ruga, a fare il paio con quella che già aveva in mezzo agli
occhi. — Non riesco proprio a nasconderti nulla.

Non certo perché non ci avesse provato.

Non riuscivo a dimenticare come fosse sgusciato di nascosto fuori di casa, la notte
prima.

CAPITOLO TREDICI

VISI

— Tutto questo spazio solo per il Consiglio? — gli domandai, mentre cercavo di star
dietro alle sue lunghe falcate.

Lui rallentò il passo. — Oh, no. Qui c’è anche la biblioteca, insieme alla prigione e
all’ospedale. E dei magnifici saloni per ricevimenti, una sala da concerti – che dopo visiteremo – e
numerosi locali destinati a conservare oggetti d’arte che il Consiglio e gli archivisti reputano degni
di essere tenuti in mostra.

— Vorrei poter vedere tutto in questo stesso istante.

Lungo le pareti si susseguivano quadri a olio raffiguranti luoghi lontani. Giungle


lussureggianti con fiori di ogni colore, fiumi pieni di lontre che giocavano e deserti con cactus
monumentali e sterminate distese di sabbia. — E vorrei poter vedere queste cose dal vero.

— Non c’è ragione per cui tu non possa farlo. — Svoltammo dietro un angolo
sorvegliato da una statua. — Una volta completato il tuo addestramento, potremo andare dove
vorrai.

Mi piaceva che avesse detto “potremo”. Non riuscivo a immaginare di potermi


avventurare per il mondo da sola. È vero che avevo visto qualche mappa di Gamma, ma non sapevo
neppure dove si trovassero gli oceani. E non sapevo assolutamente nulla dei territori sull’altra
sponda, a parte il fatto che fossero pericolosi. Le persone andavano in esplorazione da migliaia di
anni; qualche volta morivano, ma tanto avrebbero potuto raccontare ogni cosa dopo essere rinati.

— Tu sei stato dappertutto?

Sam scosse la testa e si fermò davanti a un’ampia porta a due battenti ricoperta di
intricate incisioni: la mappa di Cardio, a quanto pareva.

— Il Consiglio è qui dentro — disse, parlando a bassa voce. Allungò la mano, come per
toccarmi il viso, ma poi si fermò, incerto. — Hai una ciocca fuori posto. — La mano gli era ricaduta
lungo il fianco, inerte.

Le guance in fiamme, mi raccolsi i capelli in una coda, liberandomi il viso, e mi pettinai


con le dita per sciogliere i nodi. — Così come va? — chiesi, lisciandomi il vestito.

— Bellissima.

Non disse “meglio“ o “c’è ancora parecchio da fare”, come mi sarei aspettata.

Sam spalancò uno dei battenti e mi fece entrare in una sala grande quanto il primo piano
di casa sua. Lungo le pareti si allineavano delle statue, simili a soldati – alcune sembravano dei
guardiani – mentre alle loro spalle pendevano degli arazzi consunti. Eravamo circondati da
raffigurazioni sbiadite di animali e fenomeni geotermici.

Erano presenti tutti e dieci i Consiglieri. Sedevano su un lato di un lungo tavolo lavorato
in una decina di legni diversi, con preziosi intarsi metallici che raffiguravano complicati motivi
floreali. Oltre ai Consiglieri, a un tavolo in un angolo della stanza, c’era un uomo intento a digitare
su qualcosa che avrebbe potuto essere la versione più grande di un SED.

Meuric si alzò dal centro della fila dei Consiglieri e disse: — Dossam. Ana. Benvenuti.

Gli altri ci salutarono con un cenno del capo e Sine mi rivolse un caloroso sorriso. — Vi
prego, sedetevi.

Sam tirò a sé una sedia e mi fece cenno di accomodarmi per prima. Io tenevo le mani in
grembo, dove i Consiglieri non avrebbero potuto vedere come me le tormentavo per l’agitazione.
Sembravano avere età diverse, ma tutti condividevano la stessa profondità di sguardo che aveva
Sam, malgrado il suo aspetto da diciottenne.

— Siamo qui per decidere i termini del soggiorno di Ana a Cardio e i requisiti che dovrà
soddisfare per continuare a essere allieva e ospite di Dossam. Nel caso in cui né Dossam né Ana
intendano attenersi alle richieste del Consiglio, verranno stabiliti altri opportuni provvedimenti. —
Qualcosa nel modo in cui Meuric pronunciò quest’ultima frase mi fece sospettare che tali
provvedimenti non sarebbero stati particolarmente opportuni per me. — Questa è una seduta
temporaneamente riservata, ma i verbali verranno resi pubblici tra un mese.

L’annuncio aleggiò nell’aria come un avvertimento. I termini del mio soggiorno. Altri
provvedimenti. Di tutti i Consiglieri, Meuric era quello che mi piaceva meno, ma era lui il
Presidente. Il capo. Se non andavo a genio a lui, forse non lo sarei andata nemmeno agli altri.

Stando a quanto mi aveva spiegato Sam, si diventava Consiglieri mettendosi in lista


d’attesa ed entrando in carica quando si liberava un posto – cioè solo quando moriva qualcuno –
restandoci per il resto di quella vita. Meuric si candidava sempre, a ogni vita. Il suo legame
ininterrotto con il Consiglio probabilmente faceva di lui la persona più potente di tutta Cardio.

Sam aveva anche detto che Meuric credeva a Janan. Ma perché qualcuno avrebbe
creduto così fermamente in qualcosa, senza averne alcuna prova?

— Dunque, Ana. — Il tono di voce di Meuric era cambiato. Più gentile, forse, ma
ancora non mi fidavo di lui né di nessun altro all’interno del Consiglio. Quelle persone avevano
votato per tenermi fuori da Cardio. — Che idea ti sei fatta di Cardio, finora?

— È incantevole. — Mi prudeva la gola per l’agitazione. Perché non c’eravamo portati


dell’acqua? Ma se l’avessimo fatto, probabilmente me la sarei bevuta tutta e per il resto dell’udienza
sarei stata tormentata dal bisogno di andare in bagno. — Molto grande.

Sam prese la sedia accanto alla mia e mi diede un colpetto alla gamba. Non riuscii a
interpretare il suo gesto, quindi decisi di ignorarlo. Probabilmente voleva dirmi di non parlare delle
mura e del tempio. Non che avessi intenzione di farlo.

— Non abbiamo ancora avuto il tempo di visitare molto — intervenne, sporgendosi


verso il tavolo — ma abbiamo già in programma delle lezioni di pianoforte, e anche Stef si è offerta
di collaborare.

Ah, giusto! Dovevo cercare di sembrare affabile, come mi aveva suggerito. — Questa
mattina abbiamo fissato degli appuntamenti. La prossima settimana Armande mi insegnerà a fare i
dolci.

— È magnifico. Dovresti venire a trovare anche me. Se stai studiando musica con Sam,
forse apprezzerai anche la poesia. — Sine allungò le mani sul tavolo. La carne e le vene erano
attraversate da un reticolo di rughe. Sembrava talmente vecchia, e fragile.

Ma i miei occhi si ingannavano. In realtà, Sine e Sam avevano la stessa età.

Il pensiero mi diede una stretta dolorosa al cuore, ma riuscii ad annuire quando Sam mi
pestò leggermente il piede. — Sarebbe grandioso — risposi, con un filo di voce. — Ti ringrazio.

Per quanto mi sforzassi, non ce la facevo a immaginare Sam diverso da come lo vedevo
adesso. Nessuno dei libri che avevo sfogliato conteneva suoi ritratti, in disegno o in fotografia, e nel
video che avevo visto appariva per lo più di schiena. E sfocato, oltretutto. L’avrei riconosciuto, se
l’avessi visto in una foto nitida?

Ancora una volta, rabbrividii al pensiero della descrizione che Stef aveva fatto della
cerimonia di dedicazione. Come riuscivano a sopportarlo, sempre col rischio di non riconoscere la
persona amata? Come riuscivano a guardarsi allo specchio e a riconoscersi? Io ero io. Sam era Sam.

In quel momento portavo un vestito che Sam aveva indossato in un’altra vita. E il suo
maglione.

Qualcuno dall’altra parte del tavolo si sporse a bisbigliare nell’orecchio del vicino.
Entrambi mi lanciarono un’occhiata, come se pensassero che fossi sul punto di vomitare.

— Ana, ti senti bene? — Sam mi toccò la spalla.

Sbattei le palpebre. Annuii. Lui contava su di me. — Scusate.

— Questo è stato un grande cambiamento per Ana — spiegò Sam, rivolto al Consiglio.
— Siamo qui da meno di un giorno e già la gente sta chiacchierando di lei. Sì, è stato un
cambiamento davvero enorme.

— È naturale. — Sine sorrise, come a dirmi che aveva una vaga idea di quello che stavo
passando, ma gli altri Consiglieri mi guardavano in modo strano.

Uno alla volta, si presentarono. La maggior parte li avevo già sentiti nominare, e Antha
e Frase li ricordavo dal giorno prima. Il nome di Deborl mi era familiare, ma di lui non sapevo
molto. Come Meuric, sembrava più giovane di me.

Cercavo di mantenere la concentrazione mentre Sam organizzava il piano di lavoro con


gli insegnanti, ma era come se dentro di me stessero crollando dei muri. Finché ero stata costretta a
vivere entro i confini della Casa delle Rose Purpuree e del bosco circostante, era stato facile sapere
che Cardio era affollata di persone tanto vecchie da sfuggire alla mia comprensione. Ma fino a quel
momento non avevo mai dovuto affrontare la realtà in modo diretto. Tutte le loro vite, le loro storie,
erano talmente più grandi di me…

Prima di incontrare Sam, quando lui era ancora un nome in un libro, pensavo che non
mi sarebbe importato del suo aspetto, se fosse stato un uomo o una donna; pensavo che i miei
sentimenti sarebbero stati gli stessi in ogni caso. E forse era vero. Eppure c’era così tanto di fisico in
lui – le mani, i capelli, lo sguardo, la voce, l’odore – che lo rendevano attraente ai miei occhi.
Qualcosa l’avevo già provato anche prima: forse semplicemente una reazione alla sua musica, al
modo in cui ne scriveva, e quel qualcosa era ancora dentro di me. Ma avevo un disperato bisogno
della sua presenza fisica. Di questo Sam. Di queste mani, di questi capelli, di questi occhi, di questa
voce e di quest’odore. Un’altra incarnazione di Sam non sarebbe stata la stessa cosa.

Ecco, forse era il senso della cerimonia delle anime. Forse l’aspetto fisico non avrebbe
dovuto contare.

Avrei tanto voluto riuscire a cancellare dalla memoria l’immagine della tomba del
primo corpo di Sam. Là dentro, probabilmente, non c’era ormai più nulla. Probabilmente era
soltanto un mucchietto di polvere.

Mi riscossi con un brivido quando mi accorsi che si era passati a un altro argomento.

— Vorrei discutere delle autorizzazioni d’accesso alla biblioteca per Ana. — Sam
appoggiò le mani sul tavolo. Non aveva l’aria vetusta o cadente. Quando la sua scarpa urtò contro la
mia, mi sembrò un contatto vivo e vero. — Se deve ricevere un’educazione completa, deve poter
accedere alla biblioteca senza alcuna restrizione.

— Ci sono libri ai quali una persona così giovane non dovrebbe avvicinarsi — replicò
Meuric. — Sono certo che Ana sia molto responsabile, ma sapere come si costruisce una catapulta
non è un’abilità necessaria per lei.

— Imparare a costruire armi non rientra nei miei obiettivi.

— E quale sarebbe il tuo obiettivo, allora? — chiese Deborl, rivolgendosi a me.

Lanciai un’occhiata a Sam, che scrollò leggermente le spalle.


— La mia speranza è scoprire da dove vengo. — E se mai tornerò a nascere… Ma non
volevo rendere partecipi questi sconosciuti dei miei timori segreti. — Mi sembra di capire che menti
ben più brillanti della mia hanno già consultato tutto e dubito che io riuscirò a trovare qualcosa di
nuovo. Ma lavorare in modo attivo per cercare una risposta mi sarebbe di grande conforto.

Sine fece un cenno d’assenso. — Ci si deve sentire molto soli a essere l’unica anima
nuova in tutto il mondo.

Sì. Specialmente se la si metteva in quel modo. — Infatti. — Finsi di non accorgermi


del piede di Sam contro il mio. — Mi piacerebbe sapere cos’è accaduto e se c’è qualche possibilità
che accada di nuovo. — Forse l’esistenza di un’altra anima nuova mi avrebbe fatto sentire meno
come un errore, meno sola.

Antha incrociò le braccia e si appoggiò allo schienale. — L’ultima volta abbiamo perso
Ciana. Non posso dire di essere ansiosa che succeda di nuovo.

Deglutii con forza. — Nemmeno io voglio che qualcuno venga perduto.

— Posto che non la distragga dagli studi — intervenne Frase — non vedo come
investigare sulle sue origini possa nuocerci. Però credo che dovrebbe esserci qualcuno che
supervisioni le sue sedute in biblioteca. Dossam, o un altro che potremo concordare. Come ha detto
Meuric, in biblioteca sono conservate davvero troppe cose che potrebbero essere pericolose, non
soltanto per Ana, ma per chiunque non agisca con cautela.

— Io agirò con cautela.

— L’accompagnerò il più spesso possibile — assicurò Sam. — È la mia allieva.

— Orrin e Whit trascorrono metà della loro vita in biblioteca — disse un altro
Consigliere, di cui avevo dimenticato il nome. — Credo di poter affermare con sicurezza che ci sarà
sempre qualcuno a supervisionare gli studi di Ana.

— Sembra ragionevole a tutti? — Meuric passò in rassegna uno per uno i volti
dell’assemblea, quindi annuì brevemente. — Molto bene. Ad Ana verrà fornito anche un SED, in
modo che possa chiamare qualcuno in caso di assenza dei suoi accompagnatori preposti. Ana,
confido che lo farai.

— Senz’altro. — L’avrei fatto… forse. Esisteva una sola persona di cui potevo fidarmi
che non avrebbe riferito se avessi compiuto un atto non esattamente gradito al Consiglio: me stessa.
Per quanto meraviglioso fosse stato Sam, nonostante tutti i suoi sforzi per aiutarmi, rimaneva
comunque uno di loro. Li conosceva da quasi un centinaio di vite, mentre io ero insieme a lui da
meno di un mese. Non potevo fare troppo affidamento sulla sua lealtà in così poco tempo.

— Molto bene. — Meuric diede una scorsa a una pila di fogli. — Il prossimo punto
riguarda il coprifuoco.

Inarcai le sopracciglia.

— Alle ventuno esatte, tutte le sere, devi essere a casa di Sam. Verrai sottoposta a
controlli senza preavviso. Se non ci sei, o se ti presenti in ritardo, dovrai affrontarne le conseguenze.
— Quali saranno? — Adesso si preoccupavano di accertarsi che la notte fossi al sicuro
in casa? Adesso, dopo che avevo trascorso diciotto anni con Li, alla quale non importava se
dormivo nel bosco e venivo sbranata dai lupi?

— La severità della punizione che ti verrà inflitta sarà commisurata alla gravità del tuo
crimine.

Rientrare tardi la sera era un crimine? Stavo per aprire la bocca per chiederlo, quando
Sam mi interruppe.

— Ovviamente verranno fatte delle eccezioni per le lezioni che richiedono la presenza
di Ana di notte. — E guardò Meuric dritto negli occhi. — Astronomia, per esempio, o lo studio
degli animali notturni.

— Nessuna di queste era sulla tua lista. — Meuric guardò di nuovo i suoi fogli con aria
accigliata. — Ma sì, nel caso se ne presentasse la necessità, si possono prevedere delle eccezioni.
Ricordati di produrre sempre una richiesta scritta, prima. Non vorrei che Ana andasse incontro a
seccature inutili.

— Rapporti a scadenza mensile sui suoi progressi. — Frase allungò un foglio a Sam,
facendolo scivolare attraverso il tavolo. — Abbiamo stilato una lista di abilità che Ana deve
acquisire, in aggiunta a quelle che avevi già elencato tu. Non è necessario che tu la sottoponga
adesso a un esame completo, ma tieni presente che l’anno prossimo, in questo stesso periodo, dovrà
affrontare un test sui progressi fatti. Abbiamo incluso anche una lista di potenziali tutori per queste
materie.

Sam diede un’occhiata alla lista, il suo braccio mi impediva la visuale. — Lei sa già
leggere.

— L’ho imparato da sola diversi anni fa — aggiunsi io.

Frase fece una smorfia che avrebbe dovuto essere un sorriso, ma tutto quello che vidi fu
una fila di denti. — Allora in questo campo non avrà problemi. Il Consiglio però richiede uno
studio approfondito, che verrà sottoposto a esame.

— Metà delle persone su questa lista non ha fatto mistero della propria — Sam mi
guardò con la coda dell’occhio — antipatia verso le anime nuove. È ingiusto far studiare Ana sotto
la loro supervisione.

— Non sempre abbiamo la possibilità di lavorare con persone amiche — disse Antha.
— Forse, conoscendo Ana, la gente cambierà idea sulle anime nuove.

Mi sembrava alquanto inverosimile.

— Va tutto bene, Sam. — Mi sforzavo di mantenere la voce ferma. — Farò in modo


che funzioni.

Il muscolo della sua mascella ebbe un guizzo, ma alla fine lui annuì. — Molto bene.

— Credo che abbiamo finito, per ora. — Meuric si voltò verso di me. — Sei disposta ad
accettare queste condizioni?
La sola idea di chiedere che cosa sarebbe successo nel caso non avessi accettato, mi
riempiva di terrore. Annuii.

— Allora abbiamo finito. — Si alzò in piedi e mi porse la mano perché la stringessi.


Quando anche tutti gli altri, a turno, ebbero fatto lo stesso, alcuni con più dolcezza di altri nei
riguardi della mia pelle ancora convalescente, Sam e io ci apprestammo a uscire dalla Sala del
Consiglio.

— Una parola, Sam — lo chiamò Meuric.

Sam mi fece cenno di aspettarlo fuori. Non appena la porta si fu richiusa alle mie spalle,
tutti là dentro presero a parlare in tono basso e furente. Il legno massiccio attutiva le loro parole, ma
di tanto in tanto riuscivo a cogliere la voce profonda di Sam, e non era una voce contenta.

Mi appoggiai al muro. L’idea di scoprire di cosa stessero discutendo mi terrorizzava.

Dopo una quindicina di minuti, non riuscii più a sopportare di sentirli. Mi staccai dal
muro e mi avviai lungo il corridoio da cui eravamo venuti. Stavo quasi per svoltare l’angolo,
quando la porta si aprì con uno scatto.

Sam scrutò il corridoio e il suo sguardo torvo si fermò su di me. Aveva la mascella
serrata e le spalle in tensione. La ruga tra i suoi occhi adesso era più simile a un solco mentre
avanzava verso di me e mi affrontava.

— Potresti evitare di andartene in giro!

Resistetti all’impulso di ritrarmi. — Volevo cercare la biblioteca.

— Avresti potuto aspettare cinque minuti.

— Quindici, vorrai dire, e poi tu lo sapevi dove sarei andata.

— Non è questo il punto. — Mi passò accanto e continuò a camminare, ma io non mi


mossi. — Sbrigati.

— Perché sei arrabbiato?

Lui si fermò, guardandomi come se fossi la persona più stupida sulla faccia della terra.
— Eri presente alla stessa riunione a cui ho partecipato anch’io?

Incrociai le braccia. — Sì.

— No — ruggì lui — non c’eri affatto. Per un po’ è stato come se te ne fossi andata.
Hanno dovuto ripetere il tuo nome cinque volte prima che tornassi tra noi, e anche allora c’eri
soltanto a metà. A che cosa stavi pensando? Sapevi quanto fosse importante fare una buona
impressione. La prossima volta che intendi schiacciare un pisolino, vedi di non farlo in presenza del
Consiglio che sta decidendo se puoi restare a Cardio!

Indietreggiai e quando la mia schiena andò a sbattere contro il muro, lo guardai


sgranando gli occhi. Il suo viso ardeva di rabbia e delusione e io non riuscivo a pensare a nessuna
giustificazione che non fosse la verità.
— Tu non sai cosa si prova. — Se solo avessi tentato di pronunciare qualcosa di più
forte di un sussurro, avrebbe cominciato a tremarmi la voce. — Non hai idea di che significhi essere
circondata da gente che ha più di duecento volte la tua età, tutti lì a giudicarti e a decidere se sei
degna di vivere nella città che un giorno hanno trovato ad aspettarli. Nessuno di voi può capire. Io
sono sola, Sam.

La sua rabbia si placò; s’intravide un’ombra di compassione. Ero quasi sul punto di
mollarlo lì su due piedi, quando rispose: — Rimarrai da sola sul serio, se non stai attenta, Ana.

A dispetto della durezza delle parole, il tono di voce era dolce. Chissà quale delle sue
due facce era quella autentica.

— Già minacci di piantarmi in asso? Non te l’ho chiesto io di prendermi con te. —
Sentivo gli occhi bruciare, gonfi del ricordo di quella mattina e della rabbia e del tradimento di
adesso. — Non ti ho mai domandato niente!

La sua gola si mosse quando lui deglutì. — Hanno minacciato di portarti via. Da me.

Mi sembrò di affondare nel muro alle mie spalle. — Non possono.

— Li è tornata a Cardio.

Non riuscivo a respirare.

— È noto a tutti che lei non ne vuole sapere di te, quindi per ora il Consiglio non farà
nulla. Ma se non riesco a tenerti sotto controllo – sono le parole di Meuric – ti porteranno via da me.
Se sei fortunata, tornerai insieme a Li e continuerai l’addestramento che avevamo pianificato. Ma
non ci sarà più permesso vederci.

Mi sentivo mancare. — E se non sono fortunata?

— Verrai mandata in esilio, e non soltanto da Cardio, ma da Gamma. — Trasse un


lungo respiro tremante. — Non sarà facile. Non ho mai detto che lo sarebbe stato. Ma tu devi
provarci con tutta te stessa. Io non voglio perderti.

Se non mi avesse sostenuta il muro, a quel punto avrei potuto cadere. — Non voglio
restare da sola.

— Nessuno lo vuole. — Chiuse gli occhi, e la ruga si approfondì. — Nemmeno io


voglio rimanere da solo. So che non c’è molto che io possa fare. So che sono solo uno fra i tanti…

— Va tutto bene. — Avrei voluto abbracciarlo, o chiedergli scusa per avergli urlato
contro. Fare qualcosa. Non sarebbe servito a nulla, comunque, e dopo aver capito che aveva molto
più in comune con Sine che con me, io… in quel momento proprio non ce la facevo. Mi strinsi nelle
braccia.

— Io non voglio perderti — sussurrò ancora lui.

E io non volevo essere perduta, né venire rimandata da Li, o in esilio, tra silfidi e altre
creature orrende.
— Ci proverò con tutta me stessa.

CAPITOLO QUATTORDICI

ACCETTAZIONE

La biblioteca occupava un’intera ala della Casa del Consiglio. Non fosse stato per la
conversazione con Sam, mi sarebbero venute le vertigini quando lui aprì le porte di mogano ed
entrammo nell’enorme sala.

Le pareti erano librerie e ogni singolo scaffale era pieno.

Non c’erano stanze separate per le varie sezioni, come avevo immaginato, ma le alte
scaffalature offrivano un’illusione di riservatezza negli angoli o sulle balconate che si levavano
sopra il piano principale. Gli spazi liberi erano disseminati di robusti tavoli in mogano, ciascuno
dotato di raffinate lampade dal paralume in vetro colorato. Era tutto un brillio di minuscoli
passerotti e scoiattoli.

Le corsie erano ricoperte da soffici tappeti; ai bordi, si vedeva spuntare il pavimento di


legno massiccio. Stavo camminando su un arabesco di diamanti e cristalli di neve, riempiendomi i
polmoni dell’aroma della pelle, dell’inchiostro e della polvere.

Mi voltai e vidi che Sam stava contemplando la mia esplorazione. — Magari potremmo
trasferirci qui! — L’aria densa attutì le mie parole, anche se la sala era alta quanto un palazzo di
dieci piani. — Potremmo spostare le librerie in mezzo per fare spazio al pianoforte.

Lui fece un verso che non sembrava esattamente una risata e lasciò che la porta si
richiudesse alle sue spalle. — L’acustica è tremenda, però. E poi, dove dormiremmo?

Feci un vago gesto con le mani intorno a me, verso le enormi poltrone e i sofà dai
cuscini rigonfi, verso le coperte drappeggiate sui braccioli e sugli schienali. Con i loro toni
smorzati, quei colori vellutati si intonavano con il legno che imperava ovunque. Tutto era così
accogliente, e invitava al riposo; non riuscivo a immaginare perché le persone non facessero a botte
per poter restare lì per sempre.

— Ma l’acustica… — protestò ancora Sam.

— Potremmo risistemare tutto in modo da risolvere la cosa. — Lasciai cadere a terra la


borsa e mi rilassai. — Dov’è la sezione di storia della musica? Io dormirò là.

Mi lanciò un’occhiata che non riuscii a decifrare.

Fui colta da un’ondata di imbarazzo e mi girai per nascondere il rossore del viso. —
Immagino che ce l’hai anche a casa, vero?

— Facciamo un giro. Ti mostro dove si trovano le cose, così non ti perderai. — Mi offrì
un braccio, ma non l’accettai e lui lasciò ricadere la mano come se non ci avesse mai neanche
provato.
— Potrei aver bisogno di una cartina e di una luce di emergenza. — Strisciai i palmi
sulla liscia superficie di pelle di una poltrona, che stridette al contatto. Il legno lucido scricchiolò
quando toccai il tavolo che Sam stava aprendo.

Tirò fuori un blocchetto e una penna e me li porse. — Puoi farne un aeroplanino di


carta. Non so se qualcuno lo vedrà e verrà in tuo soccorso, comunque. Ti conviene disegnarti una
tua mappa.

Ovvio.

Con orgoglio esagerato, si portò verso il fondo della biblioteca. — Tutto quello che si
trova sulla parete nord e nelle librerie vicine, sono diari personali. Su ogni piano. I diari
professionali invece vengono custoditi in sezioni collegate alla loro area di interesse.

Alzai nuovamente lo sguardo. Dodici piani pieni zeppi di quasi cinquemila anni di diari
scritti da un milione di persone. Mi veniva male alla testa soltanto a pensarci.

— Guarda pure tutti quelli che vuoi. È per questo che la gente li porta qui: perché,
leggendoli, gli altri possano imparare qualcosa. — Allungò la mano verso la libreria più vicina e
infilò il dito in cima al dorso di un libro, estraendolo dal suo posto. — All’inizio di ciascuna nuova
vita, di solito le persone tornano a scrivere un finale per la loro vita precedente. Solitamente
spiegano come sono morte, in modo da evitare ad altri lo stesso destino. — Sorrise, strizzandomi
l’occhio, ma io non lo trovai divertente. — Le genealogie sono su questo piano…

— Prima possiamo vedere una cosa? — Avrei preferito provarci da sola, ma avevo
bisogno di aiuto. E se era proprio necessario che qualcuno mi vedesse fare la figura dell’idiota,
tanto valeva che fosse Sam.

Lui rimase in attesa, ovviamente senza protestare per il modo villano in cui lo avevo
interrotto. Per un comportamento del genere, Li mi avrebbe mollato un ceffone.

Lasciai che il silenzio polveroso della biblioteca mi calmasse, prima di tirare fuori le
parole. — Ci sono delle foto o dei video tuoi? Di prima, voglio dire?

Un attimo di silenzio esitante, poi Sam annuì. — Qualcuno, sì.

Sentivo la testa che mi girava. — Devo vederli.

Lui si morse il labbro – era la prima volta che glielo vedevo fare e mi domandai se
l’avesse imparato da me – e alzò lo sguardo, gli occhi allarmati. — Cambierà qualcosa? Tra noi
due?

Avrei voluto ricordargli che non c’era proprio niente da cambiare. Quella mattina non
era successo niente. E invece non era proprio vero, e dopo tutto il mio rimuginare nella Sala del
Consiglio, le cose erano già cambiate. Bisognava soltanto capire come. — Non lo so.

Sam abbassò la testa, quindi mi guidò attraverso un labirinto di librerie stipate di album
fotografici e video di epoche tecnologiche diverse.

Entrammo in un’area separata, dove il suono veniva attutito dalle scaffalature a


tutt’altezza. Indicò una delle grandi poltrone, facendomi segno di sedermi, mentre lui cercava foto e
microchip tra gli scaffali. Premuto un bottone, un pannello scivolò di lato, rivelando un grande
schermo vuoto. Infilò i chip nelle apposite fessure e, mentre si caricavano, posò un album
fotografico sul tavolo tra le nostre due poltrone. Una lampada a stelo ornata con un’egretta gettava
una luce innaturale sulla superficie lucida della copertina.

Dopo aver dato una scorsa veloce alle pagine dell’album, si fermò a indicare una foto a
colori che mostrava due uomini sulla quarantina, col braccio l’uno sulle spalle dell’altro.
Sorridevano felici all’obiettivo, uno più radiosamente, la mano appoggiata sulla tesa del cappello.
L’altro aveva un sorriso più astuto, con un angolo della bocca sollevato. Non era attraente; aveva la
pelle rovinata e i capelli flosci, ma quel sorriso e l’energia che comunicava… — Questo sei tu —
dissi, indicandolo col dito.

Sam – la versione giovane e bella – mi lanciò un’occhiata. — Sicura?

— Assolutamente.

Fece soltanto un piccolo cenno d’assenso. — L’altro è Stef. Morì in un incidente d’auto
una settimana dopo che questa foto fu scattata.

Se era difficile credere che il Sam nella fotografia fosse lo stesso ragazzo seduto accanto
a me, ancora di più lo era credere che la donna incontrata quella mattina fosse il tizio in
quell’immagine.

Sam passò a una foto che mostrava due uomini e una donna intenti a suonare. C’era un
uomo seduto al pianoforte, e il mio primo istinto sarebbe stato di dire che si trattava di lui, ma mi
sembrava che ci fosse qualcosa di strano. Osservai più attentamente, cercando qualcosa di familiare.

Lanciai un’occhiata a Sam in cerca di qualche indizio, ma lui se ne stava semplicemente


lì, con il gomito appoggiato al tavolo, fissando la fotografia. Quanto avrei voluto sapere a cosa stava
pensando.

Di sicuro non era l’uomo al pianoforte. C’era qualcosa nel modo in cui si appoggiava
allo strumento. Avevo visto Sam suonare soltanto qualche volta, ma lui non dominava il piano. Lo
accarezzava. L’altro uomo aveva un flauto; non lo stava suonando, per cui era facile distinguere la
sua espressione. Non era un’espressione da Sam-che-conoscevo-io. Troppo… da qualcun altro.
Passai alla donna col violino.

Era alta, morbida, tutta curve, con un’aria nostalgica sul viso mentre cullava il suo
strumento. Fu qualcosa nella sua postura rilassata, il modo in cui guardava il pianoforte, o la
persona che lo stava suonando. Non so dire quale delle due. Sfiorai il suo viso. — Trovato.

— Hai riconosciuto il vestito?

Guardai di nuovo. Ma certo, indossava il vestito che avevo messo quella mattina. E
lei… o lui… lo riempiva molto meglio di me, e mi sforzai di non essere invidiosa. — No, non
l’avevo notato.

I video erano già stati caricati da un po’ e lo schermo splendeva luminoso, in attesa di
istruzioni. Sam lo mise in funzione e ci trovammo davanti un gruppo di persone al mercato che
stavano chiacchierando. Le immagini erano di bassa qualità, ma i volti erano abbastanza nitidi.
— Questo è stato girato poco dopo che avevamo imparato a registrare i video. C’era
qualcuno, non faccio nomi, che andava in giro a registrare tutto il registrabile. Abbiamo intere
annate di filmati come questo. Non li guarda nessuno, ma nessuno si occupa nemmeno di riciclarli.

A me sarebbe piaciuto vederli. Ma non lo dissi ad alta voce.

Mi parve di rimanere seduta lì per ore, a guardare vecchi video e a sfogliare album di
foto. Trovai Sam tra la gente che affollava un mercato – Cardio non era cambiata affatto nel corso
degli ultimi trecento anni – o in mezzo a gruppi di musicisti; lo riconobbi che scacciava con un
gesto stizzito chi lo stava fotografando mentre ramazzava via il letame dalle scuderie. Lo vidi
offrire sostegno a qualcuno in mezzo a un temporale, oppure riceverlo, e mentre si protendeva
sorridendo verso uno sconosciuto. Due volte lo scorsi baciare un uomo o una donna, e la gola mi si
strinse al punto che riuscii a indicare soltanto con un cenno del capo che l’avevo riconosciuto, e lui
mi credette.

Lo schermo si oscurò e il paralume di vetro colorato rimase la sola luce nella nicchia
dove ci trovavamo. Lo avevo visto cantare, lo avevo visto dileguarsi quando si avvicinava qualcuno
con una videocamera – di solito gli amici lo afferravano per un braccio, costringendolo a restare – e
lo avevo visto ridere finché la faccia non gli diventava paonazza. Lo avevo visto vecchio e giovane,
scheletrico e grasso, maschio e femmina, brutto e bello. Nessuno di quei Sam assomigliava al mio
Sam. Sapevo che erano lui e basta.

— Ti senti bene? — mormorò. Fatta eccezione per il martellare del mio cuore, il
silenzio era assoluto.

Non riuscivo a capire come avrei dovuto sentirmi. Era come se stessi affogando: il
freddo e i polmoni doloranti e le membra pesanti, gli oggetti che ti urtano senza che tu sia in grado
di dire dov’è l’alto e dove il basso. Infilai le mani dentro le maniche. Le sue maniche.

— No — risposi. — Ma non ha importanza. Abbiamo del lavoro da fare.

Mi alzai e finsi di essere coraggiosa.

CAPITOLO QUINDICI

MERCATO

Riuscimmo a terminare il giro della biblioteca e Sam mi mostrò come uscire dall’ala
senza ripercorrere l’infinita sequela di sale della Casa del Consiglio. Poi, nell’imbarazzo, ci
avviammo verso casa facendoci strada in mezzo alla folla della piazza del mercato. Mentre
camminavamo, mi tenevo stretta al petto la rozza mappa della biblioteca che avevo disegnato,
insieme all’altrettanto rozza cartina stradale. Arrivati a casa, salii subito di sopra.

Dentro di me c’era soltanto dolore. Per più di un’ora non uscii dalla mia stanza,
rimanendo semplicemente là, seduta sul soffice letto a cercare di capire cosa stessi provando.

Di massima, era stato vedere Sam in una decina di versioni diverse che mi aveva
confusa. — È sempre Sam — ripetevo a me stessa, alle coperte, ai merletti, alle pareti. A qualsiasi
cosa che potesse ascoltarmi senza darmi una risposta. — È la persona che è sempre stata. — Lo
avevo sempre saputo che era vecchio, che aveva avuto delle vite precedenti e probabilmente un
migliaio di amanti diversi.

Ma non aveva importanza. Non poteva averne.

Dovevo assolutamente concentrarmi sulla minaccia del Consiglio di portarmi via da lui.
Non potevo permettere che mi rispedissero da Li. Né potevo rischiare di essere mandata in esilio.

Questo voleva dire che dovevo prendere ogni cosa sul serio e fare meglio di quanto si
aspettassero. Nonostante mi sentissi a disagio con lui, avevo bisogno di Sam. Tutto il resto l’avrei
potuto capire con calma, in un secondo momento.

Mi sciacquai il viso e scesi di sotto. Lui era sul divano e stava scrivendo qualcosa su un
taccuino. Non parole. Musica? Mi infilai un paio di guanti senza dita e mi misi al pianoforte. Lui
alzò gli occhi.

I tasti erano lisci e freschi e quando ne schiacciai uno, una nota cristallina risuonò per
tutta la casa. Chiusi gli occhi, sorridendo. Non c’era da stupirsi se Sam lo amava tanto. Forse questo
era qualcosa che potevamo condividere al di là di qualsiasi imbarazzo.

Suonai qualche altra nota, andando in cerca di schemi e caratteri familiari. Sotto le mie
dita, si riprodusse una serie di note simili a quelle eseguite da Sam quella mattina, ma stavo facendo
qualcosa di sbagliato. Riprovai altre due volte, scoprendo il ritmo giusto mentre procedevo, ma non
la giusta nota. Cercai tra i tasti vicini a quello che sapevo sbagliato. Niente da fare.

— I tasti neri. — Gli occhi di Sam erano fissi sul libro, ma riuscivo lo stesso a percepire
la sua attenzione. — Vedrai che lo trovi.

Non mi sorpresi che funzionasse, quanto che fossero state le mie mani a riuscirci. Le
mie mani martoriate dalle spine di rosa, congelate, ustionate… eppure ancora in grado di produrre
della musica. — Mi mostri anche il resto?

Fece così in fretta a mettere da parte taccuino e matita, che mi domandai se ci stesse
lavorando sul serio. — Niente mi renderebbe più felice.

Il giorno di mercato portò con sé un tempo polare, ma io mi ero avvolta in uno dei
vecchi giacconi di Sam e avevo anche scovato un cappello, una sciarpa e delle muffole abbinate, e
lo stavo aspettando accanto alla porta, impaziente.

— Fa’ presto!

Finalmente scese, anche lui vestito pesante, ma senza tanti strati.

— Sembri pronta per affrontare una tormenta. — Mi porse una borsa di tela, che io mi
appesi al braccio. — Ci sarà una marea di gente. Potresti avere caldo.

— Mi toglierò qualcosa, se necessario. E poi, in questo modo, se qualcuno mi stenderà


con un pugno, avrò una bella imbottitura a proteggermi.
— È questo che hai in mente? — Un refolo di aria gelida si insinuò in casa non appena
Sam aprì la porta. Oltre la sagoma scheletrica degli alberi il cielo era limpido e azzurro e, se non si
faceva caso al freddo, era una giornata davvero perfetta per il mio primo mercato.

— L’ho deciso ora. — Non mi ero dimenticata delle occhiatacce che mi avevano
lanciato il primo giorno che ero arrivata in città, né dei commenti a mezza voce che avrebbero
potuto impedirmi di rimanere a Cardio. Non potevo dimenticarmene, perché succedeva tutte le volte
che uscivamo di casa.

Ci avviammo per il viottolo che portava sulla strada principale, chiacchierando della
canzone su cui stavamo lavorando quella settimana. Anzi, dell’étude. Dovevo ricordare che
esistevano forme di musica diverse. Sam mi correggeva quando utilizzavo la parola “canzone” per
descrivere qualsiasi cosa. — Le canzoni hanno le parole — insisteva.

Quando arrivammo nei pressi del Viale Meridionale, sentimmo levarsi una brezza fatta
di voci, fischi e schiocchi di zoccoli. Io sobbalzai, tenendo fermo il cappello con la mano.

— Lo sento!

Sam scoppiò a ridere e aspettò che avessi finito di saltare per la gioia. — Credo di non
averti mai vista così eccitata, prima d’ora.

— Per tutta la vita non ho fatto che indossare i vestiti di qualcun altro. Quelli di Li o la
roba che Cris lasciava da noi, e adesso i tuoi. Avere qualcosa di mio mi farà sentire come…

Come una persona vera e non semplicemente la senzanima. Ma non volevo che
provasse disagio perché non era stato in grado di far comparire magicamente dei vestiti nuovi
apposta per me.

— A chi arriva primo al viale?

Saranno stati trecento metri e per me non c’era gara se Sam faceva sul serio, ma stava
cercando di tenere l’atmosfera leggera, quindi non persi tempo a protestare. Mi lanciai di corsa, con
impeto. Lui mi raggiunse senza difficoltà, però mi lasciò vincere.

Ormai riuscivamo a vedere il mercato, all’ombra del tempio e della Casa del Consiglio.
La piazza era gremita di centinaia di tendoni colorati, allegri come i fiori di un giardino. Le voci di
migliaia di persone cominciavano ad assomigliare a un ruggito cupo che aumentava di intensità man
mano che ci avvicinavamo. Era un brulichio infinito, animato di mille colori sgargianti: si vedevano
sporte della spesa, braccia cariche di terraglie, cianfrusaglie di legno e tessuti. Il mio naso venne
aggredito da odori diversi: pollo arrosto, pane fresco e altre vivande più speziate che non ero in
grado di riconoscere.

Sam tirò fuori il suo SED. Ci fu un lampo di luce improvvisa e io strizzai gli occhi. —
Così posso ricordarti per sempre come sei ora. — Mi mostrò lo schermo, dove campeggiava
un’immagine di me che ridevo come un’idiota.

— Sembro una scema.

— Sei adorabile.
Alzai gli occhi al cielo, mentre lui si rinfilava il SED in tasca.

— Dopo te ne faccio una anch’io, quando non te l’aspetti.

— Sei cattiva. Detesto farmi fotografare.

Gli risposi con una vocetta di scherno. — Sono sicura che sarai adorabile.

Brani musicali si intrecciavano alla brezza. Feci un giro su me stessa, sfoggiando uno
dei passi che Stef ci aveva insegnato quella mattina, e Sam batté le mani.

— Bello!

— Mi piacciono le lezioni di danza.

— Si sopportano. — Mi fece un sorriso e intuii che apprezzava la nostra routine


mattutina almeno quanto me. Danza, canto e musica. Musica, sempre.

— Le tue lezioni rimangono le mie preferite — dissi, guadagnandomi uno dei suoi rari
sorrisi davvero sinceri. Dopo il mio turno al pianoforte, però, quando era lui a fare i suoi esercizi e
io avrei dovuto studiare, diventava veramente difficile concentrarmi sulla matematica.

Durante le due settimane trascorse da quando avevamo affrontato il Consiglio – e ci


eravamo poi affrontati nell’atrio – eravamo riusciti a trovare una modalità in cui il nostro rapporto
potesse essere amichevole e disteso. Non come prima del nostro arrivo a Cardio, ma non saremmo
mai più stati così. Le regole del Consiglio non lasciavano dubbi al riguardo.

Eppure, fino a quel momento, la felicità era stata una cosa assolutamente estranea per
me. Non volevo che finisse.

— Sam! — Eravamo ormai nelle immediate vicinanze del mercato, quando Stef ci
chiamò, facendoci segno di raggiungerla.

— Quei vestiti camminano, quindi immagino che da qualche parte là dentro ci sia Ana
— disse, squadrandomi da capo a piedi.

Le feci una linguaccia mentre ci buttavamo nella mischia. C’era gente con gioielli e
vestiti, vasi di conserve di frutta e cesti. Ci fermavamo a guardare tutto; per Sam e Stef doveva
essere una noia mortale, anche quando al nostro gruppetto si unirono Sarit e Whit, ma per ben due
ore sopportarono i miei occhioni sgranati. Oltre a comodi pantaloni e ad alcune magliette, alla fine
scelsi un morbido maglione di lana color crema e una gonna blu scuro che mi arrivava alle caviglie.
Finii per prendere anche un paio di scarpe e degli stivali, visto che quelli smessi di Li erano troppo
grandi. Quelli di Sam – un avanzo di una sua vita di femmina adolescente – andavano meglio, ma
erano vecchi.

Con così tanta roba, unita a un mucchietto di biancheria, mi sentivo… vera. Speciale.
Come quando Sam aveva suonato per la prima volta la mia canzone. Anzi, il mio valzer, mi avrebbe
corretto lui.

— E adesso dove si va? — Whit bevve un sorso dalla sua bottiglia d’acqua mentre,
fermi sul lato nord del mercato, ci prendevamo una sosta dalla confusione. Il tempio si ergeva alto
nel cielo, bianco e abbagliante contro una distesa di zaffiro. Mi scostai nel tentativo di scorgere i
frutteti del quartiere agricolo di Cardio.

— Formaggio. Ah… e conserva di frutta. L’ho vista nella sezione meridionale. Sam non
ne compra mai. Vuole che ci venga lo scorbuto. — Gli strizzai l’occhio mentre cominciavo a
svolgere la sciarpa; proprio come aveva detto lui, così tante persone tutte insieme, giovani, vecchie
e di mezza età, avevano riscaldato il mercato. Non avevo mai visto una folla simile, ma con Sam e i
suoi amici lì con me, faceva meno paura.

— Abbiamo avuto una lezione con Armande, la scorsa settimana. Ana adesso è
convinta di poter preparare qualunque dolce.

— Sì che posso. Farò delle crostate e vedrai che ti piaceranno.

Stef sorrise. — Se hai bisogno di aiuto per spegnere l’incendio, mi trovi alla porta
accanto.

Mentre cercavo di incenerire Stef con una raffica di occhiatacce, Sam tirò fuori il suo
SED e si divertì a mettermi in imbarazzo scattandomi altre foto. Dopo avermi fatto mettere in posa
accanto a ognuno dei suoi amici, fermò un passante e gli chiese di farci una foto tutti insieme.

— Non ti avevo mai visto scattare foto, prima d’ora. — Dopo una breve lotta, Sarit gli
rubò di mano il SED e cominciò a far scorrere le immagini. Una le strappò una risatina. — Hai
finalmente capito che è una cosa importante, dopotutto?

Tutt’a un tratto il mio cappello si trasformò ai miei occhi in un oggetto di estremo


interesse, mentre fingevo di non accorgermi di come Sam mi stava guardando. — Per ora —
rispose.

— Non ne hai nemmeno una con te e Ana da soli. — Con un sorrisetto compiaciuto,
Sarit fece segno agli altri di allontanarsi. — Rimanete fermi, voi due. Ana, che stai combinando con
quel cappello?

Me lo tenevo stretto al petto con una mano, mentre con l’altra cercavo di ravviarmi i
capelli. — Pensavo che avessimo finito.

— Aspetta, lascia fare a me. — Sam usò le dita come un pettine, ma prima che avesse
finito, il flash scattò più volte, abbagliandomi. — Forse è stato uno sbaglio. — Distolse lo sguardo
da Sarit, mentre mi risistemava il cappello sulle orecchie. — Meglio?

— Oh, sì. — Il calore e le sue premure probabilmente mi avevano acceso le guance di


un bel rosso vivo. Magari c’era un modo per disfarsi di quelle foto prima che le vedesse qualcuno. E
nel momento stesso in cui stavo formulando questo pensiero, Sarit ne scattò un’altra mezza dozzina.

Un’ora più tardi avevamo comprato del caffè in grani, formaggio e tutto il necessario
per preparare i pasticcini. Folla e baccano stavano diventando davvero insopportabili, ma c’erano
altre cose di cui avevo bisogno. E adesso che avevamo girato tutto il mercato, sapevo dove trovarle.

— Possiamo darci appuntamento da qualche parte tra mezz’ora? — Non mi sembrava


possibile aver bisogno di più tempo. — Voglio cercare delle cose per il mio costume.
— Certo. Chiedi che ti scrivano il conto e ci occuperemo del pagamento dopo. — Sam
mi fece un sorriso timido. — Anch’io devo prendere delle cose.

— Ti metterai in ghingheri? — Odiavo sentire l’eccitazione trapelare dalla mia voce,


ma lui non parve accorgersene.

— Non lo so. Ma è comunque meglio che mi procuri il necessario, per ogni evenienza.
— Sembrò di nuovo colto da un attacco di timidezza, però io feci finta di niente e stabilimmo un
punto d’incontro con gli altri. — Chiamami se hai bisogno di qualcosa.

Mi diedi un colpetto con la mano sulla tasca del giaccone, dov’era custodito il SED
fornitomi dal Consiglio.

— Vuoi compagnia? — chiese Stef, mentre stavamo per incamminarci su vie separate.

— No. Non mi fido di te. Andresti a spifferare a Sam che cosa indosserò. Dovrà
aspettare di scoprirlo quando la gente comincerà a pretendere il pagamento.

Lei mi salutò con un gran sorriso, agitando la mano. — Ci vediamo dopo, allora.

Mi feci strada tra la folla, con l’unico impiccio delle scarpe e dei vestiti nuovi a
rallentarmi il passo; il resto dei nostri acquisti l’aveva preso Sam.

Adesso, mentre camminavo da sola attraverso il mercato pieno di gente, mi mancava la


sua presenza. Non che trascorressimo insieme ogni singolo istante: spesso ci trovavamo ai due lati
opposti della biblioteca, lui preso a studiare qualunque cosa avesse bisogno di studiare un
adolescente di cinquemila anni, e io concentrata nello sforzo di soddisfare le richieste del Consiglio.
Il fatto è che mi ero abituata ad averlo vicino, ecco.

Non mi piaceva dipendere così tanto da lui. Avrei dovuto fare più cose da sola, adesso
che stavo cominciando a muovermi un po’ meglio in città. Be’, per lo meno sapevo come arrivare
fino alla Casa del Consiglio e come tornare.

La prima tappa fu al banco della bigiotteria, dove rovistai tra le spolette di fil di ferro,
sopraffatta dalla vastità della scelta.

— Che cosa stai cercando? — mi chiese il venditore.

— Ho bisogno di qualcosa di robusto, ma abbastanza duttile da poterlo piegare a mani


nude. — Dopo aver soppesato mentalmente il progetto, stesi le braccia. — Circa tre volte questa
lunghezza.

Frugò in giro, tirando fuori diverse alternative. — Io ti consiglio questo — e me ne mise


uno sotto il naso — perché non costa tanto e a te ne serve un bel po’.

— Mi sembra perfetto. — Fortunatamente, mi aveva facilitato la scelta. Con sguardo


imbambolato, fissai le altre possibili opzioni. Argento, oro, materiali che non ero in grado di
identificare. — Dove prendete tutto questo metallo?

Il venditore stava cominciando a scrivermi il conto. — La maggior parte viene giù dai
monti con i corsi d’acqua, ma anche qui nei dintorni ci sono un paio di miniere a cui attingiamo con
mezzi radiocomandati. — La sua matita si bloccò sulla pagina, e l’uomo mi lanciò una sbirciata di
traverso. — Come hai detto di chiamarti?

Cercai di apparire più alta. — Ana. Ma il conto fallo a nome di Dossam, per favore.

I suoi occhi divennero fessure e io resistetti all’impulso di scappare mentre lui finiva di
scrivere. — Non tornare più, senzanima. — E mi tirò foglio e spoletta di filo. — Buon Janan,
perché dobbiamo essere messi alla prova in questo modo?

Da dietro le mie spalle si levò una vocetta acuta. — Sarebbe davvero un bel guaio se si
sapesse in giro quanto sei scortese con i clienti, Marika. — Una bimbetta di circa nove anni mi
sorrise. — Ti auguro un buon pomeriggio, Ana.

Afferrai la mia roba e corsi via. Mi conoscevano tutti. Quelli che mi odiavano, quelli ai
quali non sembrava importare nulla di me, e perfino quelli che, per ragioni insondabili, provavano
simpatia nei miei confronti. Come Sarit, o la bimba al banco della bigiotteria.

Il ballo in maschera si stava avvicinando. Nessuno mi avrebbe più riconosciuta, allora.

Non mi ci volle molto a trovare Larkin, che vendeva tessuti tinti. Gli feci vedere con le
mani di quanta seta sintetica avevo bisogno e discutemmo di tinta e prezzo. Soltanto allora mi
chiese il nome, ma evidentemente lui rientrava nella categoria degli indifferenti. Il che fu un
sollievo.

Mentre piegava i miei acquisti e scriveva il conto per Sam, perlustravo il mercato con lo
sguardo. La folla non era affatto diminuita. C’era ancora chi, condividendo un boccone, si
affannava a mercanteggiare su qualche ninnolo. Dei bambini avanzavano sicuri tra i banchi, così
simili agli adulti. Vidi perfino un neonato comportarsi in quel modo, maturo e posato mentre
guidava i suoi attuali genitori verso ciò che desiderava. Io dovevo essere stata un tale colpo per il
mondo intero, incapace di comunicare se non con urla insensate.

Armande mi vide e mi salutò con la mano, così come fecero anche altri dai quali ero
andata a lezione. Risposi al saluto, domandandomi se fosse stato Sam a mandarli, per tenermi sotto
controllo.

Accanto a me, con la coda dell’occhio vidi apparire una figura alta. Una donna, che mi
mise una mano sulla spalla.

— Stef, avevo detto che… — Mi girai e feci un passo indietro, barcollando. La voce mi
uscì in un tremito. — Li.

Aveva esattamente lo stesso aspetto del giorno del mio compleanno: furiosa e
mortalmente infastidita dalla mia esistenza. Il mio corpo diventò un pezzo di legno.

Larkin aveva finito di impacchettare i miei articoli. — Ecco qua, Ana. — Poi anche lui
rimase in silenzio.

— E così — Li strappò il foglietto con il conto dalla mano di Larkin — hai trovato
qualcun altro che si occupi di te, adesso. Dossam è sempre stato uno sciocco.

Mi sentivo la gola bloccata. E anche la lingua. Avrei voluto fulminarla con una
rispostaccia, dirle che prima di lui nessuno si era mai preso cura di me.

— Non hai niente da dire? — Con un ghigno sprezzante, Li restituì il conto a Larkin in
malo modo. — Immagino che dovrei essere colpita: sei riuscita ad arrivare fin qui, e con il tuo
senso dell’orientamento, poi.

— La tua bussola era rotta. — Una parte di me desiderava che arrivasse qualcuno a
darmi manforte. Ma quello che desideravo sopra ogni altra cosa era riuscire ad avere il sopravvento
su di lei da sola. — Mi hai fatto quasi ammazzare.

— Sai che devi controllare il tuo equipaggiamento.

— Vattene. — Di certo la mia voce doveva esser stata soffocata dal baccano della folla
e dal martellare del mio cuore. — Non fai più parte della mia vita. Lasciami in pace.

Mi prese il mento fra due dita, sollevandomi il viso. — Al contrario. Ho fatto richiesta
al Consiglio di restituirti alle mie cure. Sei mia figlia, e ci sono così tante cose che devo insegnarti.

Scossi la testa. — Non puoi.

Detestavo sentirmi così patetica, assolutamente incapace di rispondere a un attacco


diretto. Dopo tutto ciò di cui avevamo parlato Sam e io, e tutte le volte in cui lo avevo trattato male
quando in realtà mi piaceva, perché non riuscivo ad affrontare Li? — Lui non te lo permetterà.

— Lui non avrà scelta.

— Il Consiglio non te lo permetterà.

— Credi forse che la gente ti tollererebbe se capisse chi sei realmente? La prima di altri
senzanima. La fine di tutti noi. Dubito che Sam sarebbe così carino con te se tu avessi preso il posto
di Stef. Hai già rimpiazzato Ciana… anche se forse lei è stata solo un’avventura, per lui. Come te.
— Mi sorrise e se ne andò via.

Non so dire quanto tempo rimasi a fissare il punto in cui era sparita, come paralizzata,
finché Larkin non mi disse: — Ana, le tue cose — e io cercai di ringraziarlo, prima di correre al
punto d’incontro con i miei amici.

Amici? Prima mi erano sembrati amici, sì; ma se Li aveva ragione, e se il Consiglio


aveva ragione, Sam era il mio guardiano e gli altri gli stavano facendo un favore. Io lo sapevo che a
lui importava di me, ma tant’era.

Mi premetti la base dei palmi sulle tempie, sforzandomi di ricompormi prima che mi
vedesse qualcuno.

— Ana? — Un paio di mani mi si strinsero attorno alle spalle e io sobbalzai. Sine mi


lasciò andare, l’apprensione in viso. — Qualcosa non va?

— Niente. — Tenendo le borse strette al petto, mi avviai verso sud, verso casa di Sam.
Avrebbe potuto trovarmi là. Non volevo vedere nessun altro.

Sine mi tenne dietro senza difficoltà. — Sembri spaventata a morte. Cos’è successo? —
Lei faceva parte del Consiglio. Forse avrebbe potuto aiutarmi.

— Si tratta di Li. — La presi da parte, allontanandola dalla folla, e mi guardai attorno in


cerca di di Sam o degli altri. Nessuno. — Ti prego, non farmi tornare con lei. Non posso riviverlo di
nuovo. — La gola mi faceva male per lo sforzo di trattenere i singhiozzi. — Ti prego.

— Perché mai dovrei farti tornare con lei? — Sine scosse la testa. — Raccontami cosa è
successo. Credimi, non abbiamo assolutamente intenzione di sottrarti alla tutela di Sam. Tutti
dicono che stai andando benissimo.

Ancora tremando, le raccontai quello che era accaduto al banchetto di Larkin, ma nel
momento stesso in cui lo facevo, mi sentii una perfetta stupida. Li non mi aveva quasi toccata. Non
aveva fatto altro che essere se stessa.

— Mi dispiace. — La testa mi pulsava. — Non dovrei neanche raccontartelo. È solo che


lei mi rende nervosa. — Avrei dovuto starmene zitta.

Sine ignorò i miei tentativi di chiudere l’argomento. — Li può davvero intimidire.

Alle sue spalle, Sam e Whit stavano arrivando al punto d’incontro. Sam si guardò
intorno. Nell’istante in cui, dopo avermi avvistata, sollevò una mano e si accorse del mio stato
penoso, il cielo venne scosso da un tuono.

Sul mercato calò il silenzio e tutti alzarono lo sguardo. All’unisono. Sembrava che
stessero trattenendo il respiro.

Era una cosa strana. Il cielo era limpido esattamente come lo era stato quella mattina,
offuscato soltanto dalla caligine dei geyser e dal vapore delle sorgenti calde al di là delle mura. Si
sentì di nuovo il tuono.

— Va’ dentro. — Sine mi spinse verso il quartiere residenziale sudoccidentale. — La


casa di Meuric è la prima, quella ad angolo. Nasconditi là. Sarai al sicuro.

— Che cosa?… — Prima ancora che me ne accorgessi, tutti si erano messi in


movimento, urlando. La maggior parte sembrava che stesse gridando degli ordini, ma gli strepiti e il
panico aumentavano a ogni secondo. La gente si spostava in massa verso la Casa del Consiglio,
verso i quartieri residenziali. Lanciai un’occhiata là dove prima avevo visto Sam, ma ormai era stato
inghiottito dal caos.

— Cosa sta succedendo?

— Va’ a casa di Meuric. — Sine mi spinse di nuovo. — Non sappiamo che cosa
accadrà se tu muori. Va’, subito!

Alzai di nuovo lo sguardo, ma in cielo non c’era niente. Tutti sembravano terrorizzati
dal tuono, però…

— I draghi — sussurrò Sine, e anche lei pareva in preda al terrore. — I draghi stanno
per attaccare Cardio.
CAPITOLO SEDICI

ACIDO

Il tuono fasullo sottolineava il baccano della gente in fuga, in preda al panico. Mi infilai
nel giaccone le borse con gli acquisti e feci per andare verso la casa di Meuric. Ma non appena Sine
non fu più in vista, cambiai direzione e mi tuffai nella folla. Visto quanto dovevo sgomitare per
avanzare, non mi sarei sorpresa di scoprire che il milione di cittadini di Cardio si fosse radunato lì.

— Sam! — Perlustravo la folla con lo sguardo, in cerca del suo viso, sforzandomi di
ricordare che cosa indossava. Ma avevo la mente completamente vuota, così continuavo a urlare il
suo nome.

Il tuono si fece più forte, più distinto. Adesso però assomigliava a un ruggito e a uno
sbattere di ali coriacee.

A nord, proprio sopra le mura, scorsi una forma nera e minacciosa; si scompose
avvicinandosi, rivelando tre sagome. Avevano corpi lunghi e sinuosi, dotati di ampie ali. Il sole
scintillava sulle squame. Erano agili ed eleganti, più letali delle silfidi. Li fissavo con gli occhi
sgranati, quasi ipnotizzata.

La gente mi spintonava – Muoviti, ragazza! – e mi riportò di colpo alla realtà. Quando


cercai di affrontare a testa bassa il flusso di folla per dirigermi verso l’area residenziale, sentii un
trillo provenire dal taschino e armeggiai per prendere il mio SED.

— Ana! — Riuscivo a malapena a distinguere la voce di Sam, sopra il baccano


raddoppiato. — Va’ a casa.

— Dove sei? — Ero costretta a urlare e avevo già la gola arrochita per il freddo. — Non
riesco a trovarti.

— Va’ a casa. — Il collegamento s’interruppe. Era ovvio che non mi avrebbe detto
dove si trovava, sapeva che avrei cercato di raggiungerlo.

Misi via l’apparecchio e continuai a camminare. Di certo si rendeva conto che non
l’avrei mai abbandonato in quel caos, a dispetto dei suoi ordini.

I tendoni del mercato erano chiazze di colore che si stagliavano contro il tempio e la
Casa del Consiglio, un labirinto di tessuto che a ogni incrocio rischiava di farti sbagliare strada. La
gente correva affannata, alcuni con una meta, altri semplicemente spinti dal terrore. Ancora nessuna
traccia di Sam.

Un suono acuto si diffuse per la città, dapprima proveniente dalla Casa del Consiglio,
poi rimbalzando da altri edifici fino a zittirsi. L’allarme serviva soltanto a catturare l’attenzione
generale, ma ormai tutti erano consapevoli dell’attacco. Di sicuro anche i sordi avevano sentito il
tuono dei draghi.

Dalla parte settentrionale della cinta muraria giunsero tre schianti assordanti. Allungai il
collo nel tentativo di vedere qualcosa, ma la Casa del Consiglio mi bloccava la visuale. Mi premetti
le mani contro le orecchie, però non servì ad attutire il frastuono. — Sam! — La mia voce si
perdeva tra quelle degli altri e non riuscivo a scorgere niente al di là del muro di centinaia di
individui più alti di me.

Conficcai il gomito nelle costole di qualcuno, che sembrò non accorgersene, e sgusciai
via intrufolandomi tra altre due persone. Lassù, sulla scalinata della Casa del Consiglio. Una testa di
capelli neri che avrebbe avuto bisogno di un buon taglio. Sam? Mi feci strada a spintoni e arrivai
sulle scale, ma era già sparito.

La folla si era finalmente diradata: tutti avevano raggiunto un posto sicuro oppure –
dalla scalinata riuscivo più o meno a vederlo – erano corsi ad armarsi. In cima alla stazione di
guardia settentrionale, che era alta quanto le mura stesse, era stata allestita una fila di cannoni,
puntati contro i draghi che ormai erano arrivati a poche decine di metri da Cardio.

Proprio dai cannoni partì una serie di colpi tonanti, accompagnati da raffiche di fuoco e
metallo. Una centrò il drago alla guida del gruppo, che ripiegò su se stesso e precipitò a capofitto
nel cielo. Gli altri due, però, si scansarono senza difficoltà, planando di lato, nonostante l’ampiezza
delle ali.

I cannoni ruotarono sui piedistalli seguendo il volo dei mostri oltre le mura, ma non
spararono, non verso la città. Da terra si levarono delle luci segnaletiche blu, seguite da invisibili
scoppi laser, ma il danno fu minimo. La pelle dei draghi era più robusta del ferro.

Mentre uno dei draghi puntava dritto verso il centro di Cardio, l’altro sputava bolle di
una sostanza verdastra: non muco, ma qualcosa che cadeva sfrigolando tra i ciottoli del Viale
Settentrionale. Acido. Che si allargava in enormi pozzanghere limacciose, minacciando case e
tenute.

Finalmente, uno dei laser riuscì a fare qualcosa di più che colpire di striscio, trapassando
da parte a parte un’ala gigantesca col suo raggio ustionante. Il tanfo di carne bruciata si diffuse sulla
città e il drago ferito precipitò a spirale verso il Viale Settentrionale, spruzzando acido durante la
caduta. Evviva! Ma poi il drago che era stato abbattuto dal cannone si riprese abbastanza da seguire
i compagni in città.

— Ana! Per l’amor di Janan, che cosa ci fai qua fuori? — Dalla Casa del Consiglio
sbucò Stef, una pistola laser stretta in pugno. — Va’ dentro. Subito. — Senza aspettare di vedere se
le obbedivo, si slanciò giù per la scalinata, sparando un raggio di luce blu in direzione del drago più
vicino, che era ormai arrivato al tempio.

Io non riuscivo a muovermi. Il drago ancora incolume era sopra la Casa del Consiglio e
l’altro gli si teneva vicino, esponendosi ai colpi delle pistole laser come se volesse proteggerlo.
Sulla piazza del mercato piovevano bolle di acido che bruciavano tavoli e tendoni, forandoli da
parte a parte. La gente era accorsa attorno al drago caduto, che si contorceva, sputacchiando, mentre
gli sparavano contro. Draghi ed esseri umani, gridavano tutti.

Il drago che volava più alto cominciò ad avvolgersi su se stesso e intorno al tempio,
lanciando strilli selvaggi quando andava a sbattere contro l’edificio. Lasciava colare una bava acida,
ma né quella né i denti affilati come coltelli erano in grado di danneggiare la pietra. Mi tappai le
orecchie per non sentire i gemiti e le strida. Tutta quella gente armata, e quel mostro continuava ad
attaccare il tempio? Un’ostinazione inutile? Anche con la pioggia di acido, non avrebbe resistito a
lungo.

Si videro delle luci saettare verso l’alto, fulminee e accecanti. Dalla Casa del Consiglio
sbucarono altre persone, che soltanto pochi minuti prima erano intente a vendere pasticcini e adesso
correvano con le armi in pugno. Scesero a grandi balzi lungo la scalinata, facendo attenzione alle
pozze stillanti acido che emanavano un bagliore verdastro.

Mi sentii afferrare per una spalla: era Sam, appena uscito, armato anche lui. — Va’
dentro. — Aveva il viso stravolto dalla paura e dall’apprensione, e nei suoi occhi c’era un’ombra
cupa che non avevo mai visto prima. — Ti prego — mormorò con voce roca. — Mettiti al sicuro.

Senza dire una parola, scossi la testa e indicai il drago che stava di guardia a quello
sull’altro lato del tempio. Finalmente i raggi laser riuscirono a perforare le larghe ali e la pelle
corazzata, e la bestia precipitò a terra, scagliando acido verso la scalinata della Casa del
Consiglio… verso di noi.

Trascinai Sam dietro una colonna proprio nel momento in cui l’acido schizzava sulla
pietra cominciando a corroderla. Sentivo gli spruzzi sibilare sulla schiena del giaccone.

Urlai a Sam di fare come me. Aprii la zip e sfilai le braccia. La borsa con i vestiti e il
materiale per il costume cadde ai miei piedi, intatta. Sui nostri giacconi comparvero decine di buchi.
Il puzzo acre della lana bruciata mi strappò una smorfia.

Trattenendo il respiro, feci scorrere le mani lungo la schiena di Sam, ma era pulito. Lui
fece lo stesso con me e poi mi attirò a sé e mi strinse in un abbraccio fortissimo, proprio nel
momento in cui il terzo drago piombava al suolo facendo tremare tutto. Tremavo anch’io,
terrorizzata da ciò che era quasi accaduto.

L’acido corrodeva rapidamente i gradini di pietra fino a smorzarsi. Sam lo fissava,


muto, vittima dello stesso shock che aveva colto me davanti ai draghi, sempre con quell’ombra cupa
negli occhi. Così dovevo essergli apparsa io, la notte in cui mi aveva salvato dall’annegamento,
quando ero scappata dalla sua tenda e mi ero ritrovata a fissare il lago, senza sapere dove andare.

Quell’ombra veniva dal ricordo. Probabilmente era già stato ucciso dall’acido di drago,
magari in una delle sue ultime vite. Non avevo bisogno di chiederglielo per saperlo, quindi non
l’avrei fatto. Invece, lo presi per il mento e gli feci distogliere lo sguardo dai buchi sulle scale. — È
finita. — Non avevano neppure avuto il tempo di lanciare i droni, congegni aerei appositamente
concepiti per difendersi dai draghi.

Io non avevo alcuna esperienza con i draghi, tranne quella appena vissuta. Ne avevo
soltanto letto qualcosa sui libri: i tentativi falliti di ridurli all’estinzione, i virus e i veleni introdotti
nelle loro riserve di cibo, e gli esperimenti fatti su alcuni esemplari che erano stati catturati. Ma
quelli continuavano a sferrare i loro attacchi, furiosi come cinquemila anni prima, quando gli esseri
umani arrivarono a Gamma.

Il popolo di Cardio aveva sopportato queste incursioni per millenni; non potevo neppure
immaginare di dover affrontare un terrore simile ogni volta.

Altre persone sciamarono fuori dalla Casa del Consiglio e si sparpagliarono in giro con
delle piccole maniche che nebulizzavano un vapore chimico su tutto quello che era stato toccato
dall’acido. Aveva un odore dolciastro, come di erba schiacciata. Erano già cominciate le operazioni
di pulizia e anche noi avremmo dovuto dare una mano; prima, però, volevo essere sicura che Sam
stesse bene.

Tenendo gli occhi bassi, con un filo di voce disse: — Avrei voluto essere coraggioso.

Posai la mano sulla sua, ancora stretta intorno all’impugnatura della pistola. Le nocche
erano pallide e le vene si stagliavano nette, azzurre. — Perché non sei rimasto nella Casa del
Consiglio?

— Sapevo che non saresti tornata a casa. Dovevo trovarti.

Sentii una stretta al petto.

— Tu sei coraggioso, Sam. Tu sei l’uomo più coraggioso che io conosca.

Dopo aver contribuito alle pulizie, raccogliemmo le nostre cose e ce ne tornammo a


casa. Lessi per lui un’ora, prima che si addormentasse con la testa appoggiata alla mia spalla. Messo
da parte il libro, mi sistemai sul divano.

Lo sentivo tremare vicino a me, una mano serrata attorno alla mia. Era strano dover
confortare qualcuno quando io stessa avevo imparato solo di recente a lasciarmi confortare. Ma
ripensai a come Sam mi aveva tenuta stretta, là al capanno, dopo l’attacco delle silfidi, e a quanto la
sua presenza mi avesse aiutata. Adesso io potevo fare lo stesso per lui.

Mentre respiravo il profumo dei suoi capelli, mi accorsi che avevo avuto bisogno di lui
da sempre, fin da prima che ci incontrassimo. Innanzitutto, la sua musica e il modo in cui me la
insegnava con i libri e le registrazioni. Poi mi aveva salvato la vita e si era rifiutato di
abbandonarmi, senza considerare se lo meritassi o meno.

Ma quando tirai a me una coperta per scaldarci e gli passai le dita tra i capelli,
improvvisamente la mia prospettiva cambiò.

Non c’era musica in quel silenzio, nessuna traccia della tensione di due settimane prima,
in cucina. Anche lì, col suo corpo contro il mio, non percepivo il minimo indizio di desiderio, se
non quello che lui tornasse a essere di nuovo se stesso, libero dai fantasmi delle vite e delle morti
passate.

Si aggrappava a me come a una roccia, la sola cosa che potesse impedirgli di essere
trascinato via dalla marea di ricordi cupi.

Fu la prima volta che realizzai che anche lui aveva bisogno di me.

CAPITOLO DICIASSETTE

PASSI
— Niente Sam, stasera? — chiese Sine, seduta sull’altro lato del tavolo della biblioteca.
C’era voluta solo un’ora per tirar fuori quella domanda. Sembrava casuale, ma non avevo bisogno
di avere cinquemila anni per capire che stava aspettando un pretesto per chiedermelo.
Evidentemente, il silenzio le era sembrato un pretesto come un altro.

Feci una scrollata di spalle e voltai la pagina del mio libro. Filosofia. Una marea di
ipotesi sul perché la gente rinascesse. Come mai ad alcuni occorreva un anno per tornare, mentre
per altri ce ne volevano anche dieci. Nessuno era d’accordo con nessun altro praticamente su nulla,
ma dal momento che era da qui che partivano le mie domande, mi toccava leggere quella roba. —
Non è che facciamo insieme proprio tutto.

— Davvero? Non mi pare di averti mai visto da sola, dal giorno del mercato.

Per un po’ avevo avuto l’impressione che gli abitanti di Cardio amassero la privacy. La
mia teoria alternativa – che tutti sapessero già ogni cosa degli altri e che quindi non si prendessero
la briga di curiosare – adesso sembrava più plausibile. Ovviamente, io ero l’eccezione. Se c’entravo
io, anche solo lontanamente, la gente cominciava a fare domande. Il pomeriggio che avevo
trascinato Sam fuori città perché mi mostrasse i geyser e le sorgenti d’acqua calda, i pettegolezzi si
erano diffusi come fuoco sulla paglia. Non riuscivo ancora a capire cosa rendesse i soffioni
boraciferi tanto scandalosi, ma forse quella gente era solo disperata.

— Mi meraviglio soltanto che non sia con te, ecco tutto. Voi due avete trascorso qui
tanto tempo quanto Whit, sempre a studiare nel vostro angolino.

Abbozzai un sorriso. — Ha detto che in questo periodo non dorme bene e che oggi
pomeriggio voleva riposare. Presto ogni cosa dovrebbe tornare alla normalità.

Forse. In effetti, lui non mi aveva detto niente. Ero io che avevo insistito perché restasse
a casa.

— Oh, bene. Spero che si rimetta presto in forze. — Tornò con la testa sul libro, e la sua
penna riprese a scricchiolare sulla grana della carta.

— Lo spero anch’io.

Lavorammo in silenzio ancora per qualche minuto; il tempo sgocciolava via come
l’acqua da un rubinetto che perde. Ma io non riuscivo a concentrarmi sul testo di filosofia che avevo
sotto gli occhi. L’autore sembrava in contraddizione nelle sue opinioni rispetto a Janan: se era reale
e responsabile della reincarnazione, oppure se erano gli umani a fare tutto da soli, in virtù del
semplice fatto di essere umani.

— Sine?

Lei alzò gli occhi, un sopracciglio sollevato.

— Tu credi a Janan? Credi che ci abbia creati e che sia lui a far tornare in vita le
persone?

Lei posò la penna e si appoggiò allo schienale. — Talvolta penso di non crederci,
soprattutto perché la cosa dà fastidio a Meuric e Deborl. Ma se devo essere onesta, voglio pensare
che non siamo soli ad affrontare tutto questo, costretti a reincarnarci all’infinito in un mondo dove
draghi, centauri, grifoni e roc cercano sempre di ucciderci. — Si strinse nelle spalle e incrociò il
mio sguardo. — Come te, anch’io voglio credere che ci sia un inizio per tutto questo. Per la vita.

Il mio inizio era molto, molto più recente, eppure nessuno era in grado di dirmi che cosa
fosse successo. Nemmeno quelli che c’erano.

— E delle mura che cosa pensi? Non ti sembrano strane?

— Il battito, vuoi dire? — Scosse la testa. — Tutti lo sentono, certo, ma è una cosa che
dà conforto ed è parte di ciò che mi fa credere in Janan e nella sua promessa di ritornare, un giorno.

O magari non se n’era mai andato.

Di sicuro quel battito a me non dava alcun conforto. Sam sembrava trovare buffo il
modo in cui cercavo di evitare di toccare la pietra bianca, ma a me dava la sensazione di vermi che
mi stessero strisciando sotto la pelle.

— Grazie — dissi, tornando al mio libro con un sospiro. Avrei tanto voluto trovare altre
persone a cui non piacesse quella cosa delle mura, e vedere se si erano fatte qualche idea, ma a
quanto pareva doveva esserci un legame preciso tra essere nuova e quella sensazione
raccapricciante.

Sine lanciò un’occhiata al mio libro. — Forse non è tra la filosofia e le congetture che
dovresti cercare. Comunque, io non ho mai pensato che le opinioni di Deborl fossero
particolarmente acute.

Controllai la copertina del libro. Senza dubbio Deborl, un Consigliere che sembrava più
giovane di me, l’aveva scritto oltre sessanta quindec prima. Astute o no, quelle opinioni avevano
quasi un migliaio di anni. Chiusi il libro e lo feci scivolare verso il centro del tavolo.

— Forse hai ragione. Pensavo che le risposte che cerco si trovassero nel lontano
passato, ma forse mi sbaglio.

Sine infilò un segno nel suo libro e mi fece cenno di continuare.

I pensieri si addensavano mentre vagavo con lo sguardo per la biblioteca immersa nella
penombra. — Conosco Li piuttosto bene. — Molto più di quanto non avrei voluto. — È una
guerriera. Ogni volta che da piccola mi comportavo male, lei mi raccontava di quando aveva ucciso
i draghi. Prima che venissero inventati le pistole laser e i droni. — Avendo visto da poco dei draghi
in azione, adesso ero finalmente in grado di apprezzare quella prodezza.

— Li è sempre stata un tipo che incute timore.

Non c’era dubbio. — E Menehem?

— Be’, lui non molto. — Si alzò in piedi, usando il tavolo per sostenersi. — Un chimico
di valore. Non lo conoscevo bene, in parte perché nessuno di noi due capiva una parola di ciò che
l’altro diceva. — Ridacchiò fra sé. Non mi era chiaro se stesse parlando sul serio.

La seguii lungo un labirinto di scaffali, al piano principale. Mogano e vetro


scintillavano alla luce delle lampade, la stanza profumava di cera da legno e pelle di antilocapra. —
Una guerriera e uno scienziato. Non capisco come possa esserne venuta fuori io.

— Per il fatto che ami la musica?

Decisi di non contestare le capacità di amare che poteva avere una senzanima. Per
questa volta.

— Alcune cose le hai ereditate, questo è certo. I tratti fisici. Assomigli parecchio a
Menehem com’era l’ultima volta che l’ho visto, con i capelli ramati e le lentiggini. In te si riconosce
la fierezza di tua madre e l’intelligenza di tuo padre, ma cose come la musica e la poesia sono
passioni dello spirito.

Questo mi piaceva. Sam era nato da agricoltori, ebanisti e artigiani del vetro. Armande,
il suo padre attuale, era un fornaio. E se pure Sam aveva imparato centinaia di cose spinto dalla
curiosità e dal desiderio di aiutare la comunità, ogni volta faceva sempre ritorno alla musica.

Forse, se alla fine di questa vita ero destinata a reincarnarmi, avrei provato anch’io lo
stesso genere di attrazione, perché c’era della musica nella mia testa, che suonava ogni sera per
addormentarmi. Non era la musica di Sam, né di nessun altro. Era questo, probabilmente, che la
rendeva mia. E il pensiero mi terrorizzava.

— Stiamo cercando i diari di Menehem? — chiesi non appena arrivammo in quella zona
della biblioteca.

Sine fece scivolare la mano lungo l’angolo creato dalle librerie. — Visto che io non
posso dirti niente di lui, tanto vale che leggiamo direttamente le parole di Menehem. È una sfortuna
che se ne sia andato da Gamma subito dopo la tua nascita.

Già, davvero una sfortuna che si vergognasse così tanto da non riuscire nemmeno a
fermarsi per dare una mano a Li, la quale non teneva affatto a prendersi cura di me.

Sfiorai una lampada e la nicchia s’illuminò. Duemila libri aspettavano sui rispettivi
scaffali, mentre perlustravo i dorsi alla ricerca del padre che mi aveva abbandonato.

Molti volumi antichi erano al loro posto; altri invece, i più recenti, quelli di cui avrei
avuto bisogno, erano spariti. Anche i suoi diari mi avevano abbandonato.

Mi lasciai sfuggire un’imprecazione, attirando un’occhiata di Sine. — Scusa — dissi. —


È possibile che abbia portato i libri con sé, quando è partito?

Lei fissò gli scaffali vuoti con aria accigliata. — È piuttosto improbabile. I libri sono
pesanti e lui ne aveva molti.

— E comunque ne esistono altre copie. — Sam mi aveva mostrato come reperire le


versioni digitali. Be’, aveva chiesto a Whit di mostrarmelo. — Mi faresti un favore, mentre io
controllo gli archivi digitali?

Sine annuì.

— Cercami i diari di Li. Non intendo leggerli, non subito, ma vorrei sapere se sono
ancora al loro posto.

Lei mi guardò in modo strano, ma annuì di nuovo e si addentrò ulteriormente nella


sezione della biblioteca destinata ai diari, mentre io mi avviavo verso l’uscita. Se non aveva ancora
indovinato quali fossero i miei sospetti, non le ci sarebbe voluto molto.

Non avevo nulla in contrario che lei lo sapesse, però mi imbarazzava confidare a un
Consigliere che pensavo che qualcuno – magari addirittura un suo amico – stesse cercando di
intralciarmi nelle ricerche sulle mie origini, sottraendo dalla biblioteca i libri di cui avevo bisogno.
A parte Sam, le sole persone informate della mia indagine erano i membri del Consiglio.

Gli archivi digitali potevano essere consultati da alcune postazioni al piano di sopra,
vicino alla nicchia dove Sam e io avevamo visto i video. Salendo, sfioravo le lampade e facevo una
lista mentale di chi potesse aver preso i diari di Menehem.

Poteva essere stato chiunque, ma era del Consiglio che non mi fidavo. La maggior parte
di quelle persone mi erano ostili. Antha, Frase e Deborl non sembravano disprezzarmi, ma a loro
non importava nemmeno granché se fossi viva o morta.

Sine era dalla mia parte. Mi era stata simpatica da subito, ancora prima di sapere che
nella vita precedente era stata la madre di Sam. Era morta durante il parto e si era reincarnata
quando lui aveva tre anni. Come risultato, Sam aveva trascorso l’adolescenza accudito da una
ragazza più giovane di lui. Poi lei gli era sopravvissuta e quando lui era rinato con il corpo attuale,
era ormai abbastanza anziana per essere sua nonna. Trovavo tutta quella storia molto divertente e
spiazzante.

Quanto a Meuric, non mi ero fatta un’opinione precisa. Era sempre gentile, ma mi
metteva a disagio. Mi fissava in continuazione e aspettava sempre di sentire che cosa pensavano o
volevano gli altri prima di decidere che cosa fare con me; come se sapesse che le sue idee non
avrebbero incontrato approvazione.

Rimaneva metà Consiglio, di cui non sapevo abbastanza, e del quale pertanto non mi
potevo fidare. Chiunque fra loro poteva aver sabotato i miei sforzi… se mai un sabotaggio c’era
stato.

Mi sedetti alla prima postazione e premetti il tasto d’avvio. Quando si sentì un leggero
fruscio e si accese un cursore lampeggiante, digitai “Menehem”.

Comparvero centinaia di file, segnati per lo più come appunti di laboratorio e altro
materiale scientifico. Forse, durante parte del tempo libero che Sam aveva previsto per me, avrei
dovuto dare un’occhiata anche a quelli. Per il momento decisi di restringere la ricerca alle cose più
personali.

Temevo che la postazione mi rifiutasse l’accesso e invece mi presentò una serie di diari
che risalivano a qualche anno prima della mia nascita, avvenuta nel trecentotrentatreesimo Anno dei
Canti. Questo voleva dire che l’ultimo era del trecentoventinovesimo Anno delle Stelle.
Probabilmente l’aveva terminato e l’aveva consegnato perché venisse archiviato, mentre quello che
stava ancora scrivendo l’aveva portato con sé.

In ogni caso, poteva essere utile.


Continuai a leggere finché non sentii lo scricchiolio dei gradini e Sine venne a sedersi
accanto a me. — Trovato nulla?

— Non c’è niente come leggere che i tuoi genitori si accorgevano a malapena
dell’esistenza l’uno dell’altra. — Abbozzai un sorriso. — Il Consiglio aveva dato loro il permesso
di avere un bambino, quindi cominciarono a pianificarlo. A quanto pare Menehem aveva calcolato
ogni cosa, perché questo risale a un anno prima della mia nascita.

Sine sospirò. — Già, sembra proprio tipico di lui.

— Comunque, pareva molto più interessato a un certo suo progetto di lavoro, ma i


dettagli non vengono descritti. Forse dovrei studiarmi i suoi taccuini di appunti scientifici. —
Scrollai le spalle, cercando di fingere che non mi fossi aspettata niente di più. — E tu, che mi dici?

— Molti dei diari personali di Li sono spariti, ma se sei riuscita a trovare quelli di
Menehem qui, probabilmente troverai anche i suoi.

Mi appoggiai indietro sulla sedia, le braccia incrociate. Se c’era qualcuno che stava
cercando di impedirmi di approfondire le mie origini, avrebbe dovuto agire in modo più scrupoloso.
Ma se invece questo qualcuno non esisteva, allora voleva dire che era su di me che stavano facendo
delle indagini.

E questo era un pensiero inquietante. Tutti ormai sapevano più cose di me di quante non
ne sapessi io stessa.

— Oh, cielo, è tardi. — Con aria casuale, Sine controllò l’ora. — Sarà meglio che vada.

Io riuscii a fare un verso che ricordava vagamente una risata. — Sam dovrebbe prendere
lezioni di diplomazia da te.

— Oh, lo so. Credi forse che non ci abbia provato? Sfortunatamente, temo di essere un
po’ troppo diplomatica per lui. — E mi sorrise, strizzandomi l’occhio. — Possiamo riprendere le
ricerche domani mattina, se vuoi. È una direzione nuova, un’alternativa a tutti quei trattati filosofici.

— Sono d’accordo. Grazie. — Spensi le apparecchiature elettroniche, visto che stavamo


per scendere di sotto. Poi, prima che mi passasse il coraggio, le dissi: — Ecco… diciamo che negli
ultimi tempi un mio amico non ha dormito molto bene.

Sine mi fissò, pensierosa. — Farò finta di non sapere che stai parlando di Sam. Va’
avanti.

— Sono preoccupata per lui. Sembra ancora se stesso solo durante le lezioni di musica o
quando si esercita. Per metà della notte si lamenta nel sonno.

Una volta mi ero perfino alzata per andare a controllare, ma non appena mi ero fermata
alla sua porta, la luce nella stanza si era accesa e lui era andato in bagno. Lo avevo aspettato, però
non era più uscito.

Almeno aveva smesso di svignarsela di nascosto tutte le notti, ma avevo il sospetto che
questo dipendesse più dal suo stato che non… dai motivi che lo avevano spinto a quei viaggi
notturni.
Stavamo uscendo dalla biblioteca, quando Sine drizzò la testa. — E tu vuoi sapere come
rimettere le cose a posto?

— Io voglio… — Mi avvolsi la sciarpa attorno al collo, fissando il buio con sguardo


accigliato. — … Io voglio fare qualcosa. Aiutarlo. Lui mi ha aiutata.

Sul suo sorriso calò un velo di malinconia. — Ne verrà fuori, alla fine. Concentrati sui
tuoi studi. Lui non vorrebbe che ti distraessi, soprattutto con il primo rapporto sui tuoi progressi da
consegnare la prossima settimana.

I rapporti sui miei progressi erano l’ultima cosa di cui volevo preoccuparmi, in quel
momento.

— Che cosa gli è successo? Ha a che fare con i draghi?

— Ana, se non vuoi domandarlo a lui, leggi i suoi diari. Guarda come finiscono. — Mi
parlò in tono secco, quasi mi stesse mettendo in guardia. Era sempre gentile con me, ma questa
volta l’avevo irritata.

Ruotai la torcia finché non ne uscì un fascio di luce che illuminò l’acciottolato non
appena la porta della biblioteca si fu richiusa.

— Lo aiuterò. In un modo o nell’altro. Chiunque pensi che uno stupido rapporto sia più
importante, può anche venire a leccarmi le suole. Dopo che avrò fatto il mio turno di pulizia nei
porcili.

Sine fece una smorfia. — Questo linguaggio lo impari da Stef, vero?

— Ho rispettato le richieste del Consiglio. — Mentre parlavo, il mio fiato si condensava


nell’aria gelida. — Mi piace imparare cose nuove. Probabilmente avrei studiato lo stesso, anche
senza l’ordine del Consiglio. Ma sono soltanto una senzanima. L’unica. Cosa vi importa se conosco
la stagione migliore per coltivare il riso? Cos’è che il Consiglio teme tanto che io faccia, da volermi
tenere continuamente impegnata in qualcosa?

Sine si limitò a fissarmi, protetta dal cappotto e dal cappuccio che la racchiudevano
come una corazza. — Coprifuoco. Meglio sbrigarsi.

Sbattei le palpebre per reprimere le lacrime che rischiavano di congelarsi sulle ciglia e
imboccai il Viale Meridionale, camminando il più velocemente possibile. C’era anche un altro
percorso che avevo preso con Sam qualche volta, ma bisognava svoltare in diverse strade che non
conoscevo bene, passando accanto a case estranee.

Forse non avrei dovuto essere così dura con Sine, ma ora che ripensavo alle mie parole,
in effetti la mia era una buona domanda. C’era qualche motivo per cui avevano paura di me?

Cercai di immaginare che cosa avrebbe detto Sam se fosse stato dell’umore giusto per
parlare. Il popolo di Cardio era così com’era adesso da cinquemila anni. Si conoscevano tutti, e tutti
potevano più o meno prevedere che cosa avrebbero fatto gli altri in una data situazione. Io invece
ero una cosa nuova. Sconosciuta. Ero rimasta rintanata nel mio buco per diciotto anni e loro non si
erano dovuti preoccupare di me. Ma adesso ero tornata, con il mio bel bagaglio di pensieri e di
opinioni.

Che cosa volevo fare?

In quel preciso momento mi importava soltanto di aiutare Sam. E per quanto riguardava
il ballo in maschera, volevo essere invisibile. Soltanto qualche ora in cui nessuno avrebbe saputo
chi ero, né mi avrebbe giudicata, aspettando di vedere se avrei rovinato tutto.

Contai le strade fino ad arrivare a quella che portava a casa di Sam. La torcia non
mostrava nulla di anomalo, soltanto il mio fiato e qualche fiocco di neve che volteggiava nell’aria
leggera. Rabbrividii nel sentire il fruscio degli alberi, come se anche loro si stessero preparando a
infilarsi sotto le coperte.

Le mie scarpe nuove ticchettavano sui ciottoli in una cadenza costante di un-due. Alle
mie spalle giunse un tre-quattro, attutito dal tentativo di passare inosservato; ma con la città
immersa nel silenzio che preannunciava l’arrivo della neve, ogni minimo suono risaltava all’istante.

Forse non era niente, solo qualcun altro che stava tornando a casa tardi, ma quando mi
lanciai un’occhiata alle spalle non riuscii a vedere nulla, nemmeno un’ombra. L’oscurità s’infittì e
divenne totale, come avrebbe dovuto essere anche il silenzio. Se mi fossi girata, puntando la torcia
verso la strada dietro di me, avrebbero saputo che mi ero accorta di non essere sola.

Ci mancò poco che non lo facessi, pronta a strillare se qualcuno fosse sbucato
all’improvviso dall’oscurità, ma poi mi tornò in mente Li al mercato e la paura si insinuò dentro di
me insieme al gelo. Scegliendo la soluzione più codarda, affrettai il passo, la sciarpa tirata fin sulla
bocca perché non mi si gelasse la gola.

Il rumore di passi continuò a seguirmi fino alla strada di Sam e a quel punto il mio
cuore era corso avanti, portandosi via la debolezza. Mi girai e feci scorrere il fascio della torcia
sulla strada, ma il tenue bagliore incontrò soltanto un velo caliginoso di fiocchi di neve, e il buio.
Sentii qualcosa frusciare via sul ciglio della strada, ma non fui abbastanza rapida da capire se fosse
qualcosa di più di un semplice cervo.

No, ero sicura di aver sentito dei passi. Fissai con gli occhi bene aperti il punto in cui gli
aghi di pino stavano ancora sussurrando sulla scia di qualcuno, ma non successe nulla. Per qualche
minuto rimasi ferma in mezzo alla strada, cercando di decidere se valesse la pena dare la caccia al
mio pedinatore.

La visione di uno sconosciuto che mi aggrediva, balzando fuori dal nulla, mi convinse a
non muovermi. Lanciarsi all’inseguimento di uno sconosciuto al buio e al freddo, quando stava per
mettersi a nevicare… non era un gesto coraggioso. Era incredibilmente stupido.

Dopo essere rimasta là con le orecchie tese per un altro minuto, nello sforzo di cogliere
qualcos’altro a parte il mio respiro e il battito del mio cuore, feci di corsa il resto della strada,
continuando a ripetermi che affrontare uno sconosciuto sarebbe stato stupido. Scappare, invece, era
una mossa intelligente.

Fuggire come un topo con un gatto alle calcagna era intelligente ma di sicuro non
coraggioso. Detestavo che qualcuno mi vedesse comportarmi in quel modo.
Quando finalmente arrivai al viottolo che portava a casa di Sam, rallentai per prendere
fiato. L’ultima cosa di cui Sam aveva bisogno era sentirmi entrare in fretta, terrorizzata da un
rumore di passi nel buio. Passi che non avevano fatto assolutamente nulla.

Concentrando i miei sensi su qualsiasi nota inconsueta, scivolai silenziosamente lungo il


viottolo spolverato di neve e poi in casa. Il salone era immerso nell’oscurità quando mi richiusi la
porta alle spalle senza sbatterla. Spensi la torcia, la posai sul tavolo e chiusi gli occhi per farli
abituare all’oscurità.

Se qualcuno mi aveva seguito, adesso non più. E io ero al sicuro con Sam… anche se
forse non in quel momento.

Era steso sul divano in modo scomposto; da una mano gli era scivolato un libro, mentre
l’altra era posata sul petto, che si sollevava e si abbassava in lunghi respiri regolari. Non cercai di
nascondere il sollievo mentre attraversavo la stanza per andare a inginocchiarmi accanto a lui.

Quando voltò il viso verso di me, mi sorrise e poi mormorò: — Sono rimasto sveglio ad
aspettarti — osai addirittura pensare che stesse di nuovo bene.

— Andiamo — sussurrai, posando il suo libro sul tavolo perché non c’inciampasse. —
Ti porto a letto.

Lui mi rispose con un mugolio e si lasciò rimettere in piedi. Salimmo fino alla sua
stanza, piena di sagome scure. Il guardaroba, gli scaffali, l’arpa e il letto. C’erano dei libri
sparpagliati sul pavimento come trappole: una cosa strana, visto com’era ordinato di solito. Doveva
essere più a terra di quanto immaginassi. Scansandoli con la punta del piede, guidai Sam verso la
sponda del letto più vicina.

Lui si sedette con un grugnito assonnato e ciondolò in avanti, e io dovetti sostenerlo per
le spalle. — Sei sicuro di voler dormire vestito? — Non sapevo neanche dove tenesse il pigiama.

— Sì. — Crollò su un fianco e si tirò le coperte fin sopra la vita. — Grazie, Ana. È bello
che tu sia a casa. — Mi diede una stretta al polso e, senza aspettare la mia riposta, stava già
dormendo di nuovo.

— Buonanotte. — Prima di perdere il coraggio, mi chinai, gli diedi un bacio sulla


guancia e respirai il suo profumo. Erbe, come quelle che mi aveva offerto la notte che mi aveva
salvato dal Lago del Confine di Gamma. — Domani andrà meglio. Vedrai. — Attraversai in punta
di piedi il labirinto di libri sul pavimento, lanciai un’ultima occhiata alla sua figura immersa nel
sonno e feci un sospiro.

Mentre mi dirigevo verso la mia stanza, mi fermai vicino alle scale, sulla balconata che
dava sul salone, e scesi fino alla porta d’ingresso. Sam di solito non lo faceva, perché tutti si
conoscevano e si fidavano gli uni degli altri – più o meno – ma quella sera, ripensando a qualcuno
che mi seguiva per le strade di Cardio, chiusi la porta a chiave.

CAPITOLO DICIOTTO
PASSATO

La lezione di danza con Stef. Le faccende domestiche. Anche se i miei sogni erano stati
infestati dai passi della sera prima, la nostra mattinata procedeva come sempre.

Dopo una doccia veloce, scesi di sotto, al pianoforte. Sam mi lasciava sempre qualche
minuto per esercitarmi da sola, prima di raggiungermi; facevo ancora moltissimi errori, ma a meno
che non li ripetessi anche durante la lezione vera e propria, non mi riprendeva.

Mi aveva spiegato il ritmo e la dinamica, mostrandomi i segni sullo spartito, e mi aveva


aiutato a trovare il modo migliore per raggiungere i tasti con le mie mani, più piccole della media.
Quando sbagliavo, mi esercitavo su quella particolare sezione finché non ero in grado di suonarla
correttamente dieci volte di fila; chissà perché, questo lo riempiva di orgoglio. Io volevo soltanto
essere brava.

Suonai un breve étude, cercando di concentrarmi sulle note e non su come Sam e io
avessimo ballato quella mattina. Ma era difficile.

Di solito era Stef a insegnarmi, ma qualche volta si metteva al piano e faceva alzare
Sam perché ballasse con me. Lui obbediva sempre, ma la postura lasciava perfettamente intuire
tutta la sua riluttanza. Le spalle si curvavano in avanti, non incrociava il mio sguardo e si muoveva
in modo rigido. E questo almeno fino a metà del pezzo sui cui Stef ci stava facendo allenare. E poi,
ecco che di colpo entrava nei passi con la sicurezza di chi li conosce da un migliaio di anni. Durante
i lenti, come quello che avevamo ballato quella mattina, mi teneva come se fossi la cosa più
preziosa al mondo. Come se fossi qualcun altro.

Sbattei le palpebre, cercando di trovare a che punto della musica ero arrivata. Le mani
erano andate avanti senza di me e adesso che avevo recuperato l’attenzione, non ricordavo a che
punto fossi. Lanciai un’occhiata al finale – la coda – proprio mentre stavo suonando l’ultimo
accordo. Speravo di non averla massacrata troppo. Solo perché non interveniva, questo non
significava che Sam non stesse ascoltando ogni singola nota.

Il pezzo successivo nella pila di fogli di musica era un preludio. Una delle sue
composizioni più recenti, un centinaio di anni soltanto. Finora era anche la mia preferita, perché
aveva una melodia particolare che si ripeteva per tutto il brano, anche nelle parti serie. Come uno
scherzo privato.

Mentre arrivavo alla fine del preludio – riuscii anche a indovinare una nota che
sbagliavo sempre – Sam avrebbe già dovuto raggiungermi, ma quando lasciai ricadere le mani sulle
ginocchia, lui non c’era. Era un preludio impegnativo; sentirmi eseguirlo con successo avrebbe
dovuto attirarlo nel salone. Avrei provato a suonare un’altra cosa e poi sarei andata su a trascinarlo
fino alla panchetta del pianoforte.

Quando suonavamo, erano le uniche volte in cui sembrava tornare normale. Al diavolo
quello che aveva detto Sine, che ne sarebbe venuto fuori da solo. Io volevo aiutarlo, quindi se la
musica era la sola cosa che lo rendesse felice, avrei provato qualcosa di nuovo.

C’era della musica nella mia testa, melodie che mi facevano scivolare nel sonno tra i
brividi. Non erano di Sam, né di nessun altro. Erano mie. Non avevo detto a nessuno della musica
che si agitava dentro di me, ma mi sembrava giusto che Sam fosse il primo a sapere.

Fino a quel momento avevo canticchiato il motivo tra me e me, e unicamente quando
ero da sola. E nei momenti in cui non mi vedeva nessuno, avevo suonato un pianoforte muto e
invisibile sul mio grembo, o su un tavolo, o sulla scrivania della mia stanza.

Qui, seduta a un pianoforte vero, con i tasti d’avorio ingialliti ben saldi sotto le dita,
l’urgenza di rendere quella musica così perfetta come la sentivo dentro la testa, era molto più
intensa.

Le note basse uscivano lunghe e rotonde, profonde e misteriose. Le note alte suonavano
come silfidi. Se dovevo essere onesta, era la musica delle mie paure. Ombre fatte di fuoco, la
sensazione di sprofondare in un lago, la morte senza reincarnazione… Consegnare quelle paure alla
musica… ecco che cosa mi aiutava.

— Ti prego, fa’ che possa aiutare anche Sam — mormorai soffocando la voce in un
arpeggio. — Ti prego, fa’ che gli piaccia.

Suonai con la maggior cura possibile, concentrandomi su ciascuna nota e sul modo in
cui risuonava attraverso il salone. Udirla fuori dalla mia testa la rendeva reale. Solida. Era così che
si sentiva Sam ogni volta che scriveva un pezzo nuovo?

Si spense anche l’ultima nota. E ancora nessun segno di Sam.

Magari l’aveva trovata orrenda.

Mi sfilai le muffole senza dita e le lasciai sulla panchetta. Al piano di sopra, la casa era
ancora immersa nel silenzio. Nessuno scorrere d’acqua nelle tubature, nessun frusciare di abiti
mentre cercava di trovare qualcosa da indossare. E quando bussai alla sua porta, non ci fu risposta.
Neppure al secondo tentativo, né al terzo. Soltanto allora mi azzardai a entrare.

Sam era seduto sul pavimento e fissava la parete con occhi privi di espressione, senza
muoversi, quasi senza respirare. Il sudore gli rigava il viso; doveva prudergli, eppure non lo
asciugava.

Entrai di corsa nella stanza, sbattendo il ginocchio per terra quando mi chinai accanto a
lui. — Sam!

Niente.

— Sam! — Lo scossi per le spalle, continuando a ripetere il suo nome ancora e ancora,
ma lui sembrava prigioniero in qualche altro luogo. O in qualche altro tempo, come davanti alla sua
tomba, quando dalla silfide era spuntata una testa di drago.

I draghi. Ecco qual era la sua paura.

— Sam, va tutto bene. — Gli posai le mani sulle guance e mi avvicinai fino a inebriarmi
del suo odore. — Ti prego. Sei al sicuro.

Lui sbatté le palpebre e i suoi occhi si concentrarono si di me. Un attimo di


smarrimento, poi mi riconobbe. — Ana — disse con voce roca. — Che cos’è successo?

Come se ne avessi la minima idea. — Quando sono entrata, te ne stavi lì con lo sguardo
perso nel vuoto. — E scostandogli i capelli dal viso, sussurrai: — Pensavo che te ne fossi andato.

Lui chiuse gli occhi e si abbandonò al mio tocco; la sua espressione tradiva emozioni
per le quali non avevo parole.

— Ana. — Il mio nome gli era scivolato fuori dalle labbra, come se non avesse avuto
davvero intenzione di pronunciarlo.

— Sei al sicuro. — Non sapevo cosa fare. Avrei voluto prendere le sue paure e
nasconderle in qualche posto lontano, ma mi sembrava impossibile. — Ti prego, non andartene più
via.

Sam mi abbracciò, troppo forte, tremando come se avesse corso per mille chilometri.
Quando mollò la presa quel tanto che bastava a permettermi di respirare, mi sistemai di traverso
sulle sue gambe. Sentivo i tonfi del suo cuore contro il mio orecchio, mentre facevo scorrere la
mano lungo i muscoli del suo braccio. Tesi, rilassati, tesi, rilassati.

Rimanemmo seduti così per un po’, il suo viso sepolto nei miei capelli. Non sapevo che
altro fare per rassicurarlo, così continuavo ad accarezzargli il braccio, il silenzio sempre sospeso tra
noi, mentre lui sembrava assorto nei suoi pensieri.

Il suo battito si stabilizzò. — Stavo ripensando ai draghi e a tutte le volte che… — La


voce sembrava quella di uno che ha inghiottito del vetro. — Non riuscivo a fermare quei ricordi.

Parlai a bassa voce, non volevo spezzare quel momento di confidenza. — A tutte le
volte che…?

— Che i draghi mi hanno ucciso. — Le parole gli uscirono gravide di paura e dolore.

— Quante volte? — Avevo dato per scontato che fosse accaduto una volta sola, il che
era una supposizione assai stupida; e, comunque, una volta soltanto sarebbe stata sufficiente a farmi
avere incubi per tutta la vita.

— Trenta. — Lanciò un’occhiata verso la finestra, anche se io non riuscivo a


distinguere nient’altro che alberi e la cima delle mura. — Se tu non mi avessi salvato, la settimana
scorsa, sarebbe stata la trentunesima.

Trentuno morti per mano dei draghi. Io gli credevo, ma a sentirlo sembrava
assolutamente impossibile. Non riuscivo proprio a capirlo.

— Vorrei sapere che cos’è successo prima, ma non voglio chiedertelo. — Non potevo
sopportare di vederlo ancora così.

Lui mi strinse. — La maggior parte delle persone ha come degli interruttori, cose che li
costringono a precipitare in un pozzo di ricordi orribili. Nessuno attraversa il tempo di una vita
completamente indenne. Gli odori sono gli stimoli più acuti, ma con me hanno sempre funzionato
meglio i suoni. Mai come adesso, però. A volte penso che sia tu a…
A fare cosa? Se i suoni erano il suo interruttore e io avevo suonato il pianoforte, questa
era stata la mia colpa. Volevo aiutarlo e invece avevo ottenuto l’effetto contrario. — Mi dispiace
così tanto. — Adesso mi sembrava di essere io ad avere inghiottito del vetro. Mi scostai da lui,
cercando di rimettermi in piedi, ma le sue dita mi si impigliarono nei capelli. Aveva l’aria davvero
infelice.

— Non te ne andare. — La sua mascella si contrasse. — Non sei stata tu.

Non successe proprio per caso. Ma quando lui mi circondò con le braccia, come se lo
aiutasse, io glielo lasciai fare. Era una bella sensazione, starsene lì accoccolati insieme. Ma era
anche strano, perché avevo desiderato tanto essere così vicina a lui, ma non in quel modo. Non
soltanto perché lui aveva bisogno di qualcuno e io ero a portata di mano.

Poi mi baciò sulla testa – e ancora una volta mi sentii prendere dalla morsa della
tensione – e lo fece come se non ci fosse niente di strano. Era troppo. Avrei voluto che parlasse con
me e basta. Non riuscivo più a sopportare il silenzio.

— Sam. — La sua pelle era calda a contatto con la mia. — Io posso ascoltarti. Voglio
ascoltarti.

Mi afferrò la mano, in un gesto di silenzioso riconoscimento.

— Ti prego. Fallo per noi due.

— È stata la tua musica — disse alla fine, e le sue parole diventarono un fiume in piena.
— Ma non soltanto quella. L’attacco al mercato, il modo in cui la gente reagiva, o non reagiva
affatto. È passato così tanto tempo. È tutto successo talmente in fretta, e poi la tua musica mi ha
fatto sentire come se stessi rivivendo quelle morti in una volta sola.

«Il mio primo ricordo di canto. Eravamo arrivati a quella che poi sarebbe stata chiamata
Gamma e ogni cosa era perfetta. Incontaminata. Sorgenti d’acqua calda, geyser, fossi di fango di
ogni colore. C’erano degli uccelli, qualsiasi specie di uccelli che si possano immaginare, e ricordo
che stavo camminando dietro un gruppo di persone. Cercavo di imitare i fischiettii degli uccelli.

«I draghi arrivarono da nord. Sembravano colossali serpenti volanti con delle corte
zampette e artigli da falco. Il corpo era lungo quanto le ali. Erano belli, ma nel tragitto ci eravamo
già scontrati con creature che sembravano ombre di fuoco, uomini-cavallo ricoperti di pelle umana
e giganteschi umanoidi che distruggevano tutto quello che incontravano. Per cui ci andavamo
cauti.»

Silfidi. Centauri. Troll. Ci sarei andata cauta anch’io, dopo simili incontri.

— Stef e io li vedemmo arrivare. Era ipnotico il modo in cui fluttuavano nell’aria; non
avevamo mai visto niente di così grosso che fosse in grado di volare. Ma poi uno di loro ci si
scagliò addosso e io fui il più lento a scappare. — Al ricordo, la voce gli si incrinò. — C’era bava
verde dappertutto, intorno a me, sopra di me. Acido. Bruciava… e poi ho visto l’osso.

Rabbrividii. Quella era stata la prima volta che un drago l’aveva ucciso.

— Quando rinacqui, successe a Cardio. Sembrava che i draghi si fossero messi a difesa
della città contro di noi o che volessero distruggerla. — Aveva ancora quell’espressione lontana,
come se si stesse spingendo con lo sguardo fino a cinquemila anni addietro. — Ci attaccavano
sempre nello stesso modo, tutte le volte: uno di loro puntava dritto al tempio, come se volesse
sradicarlo dalle fondamenta. Non l’hanno mai avuta vinta, ma questo non li ha fermati. Altre
quindici volte, nelle mie prime vite. Per l’acido, per un morso o semplicemente per un volo giù da
un muro. — Sospirò. — Nessun altro è mai stato così terribilmente sfortunato. Cominciai a pensare
che ce l’avessero con me in particolare.

Mi voltai ad accarezzargli una guancia, tracciandogli dei ghirigori sulla pelle. Era
asciutta, adesso, tutto il sudore si era asciugato.

— Io sono vecchio, Ana. — Lo disse come se questo avesse potuto cambiare qualcosa.
Lo sapevo bene che quella davanti ai miei occhi era soltanto una delle incarnazioni del musicista
che avevo sempre ammirato. Mi strinse le dita intorno al polso, con dolcezza. — Sono morto
talmente tante volte. E ogni volta fa male.

Rimasi in silenzio, le dita sulla punta del suo mento. — Ogni volta?

— Alcune più di altre. Le più facili sono quando si muore avvelenati o di malattia.
Qualche volta si riesce a morire di vecchiaia.

Nella stanza era calato il gelo dell’inverno. — Che cosa si prova?

— Buon Janan, Ana… non me lo chiedere. — Scosse la testa. — Preferirei non dirtelo.

Un giorno o l’altro sarei morta anch’io. Tanto valeva arrivarci preparata.

— È come essere strappato fuori da te stesso. Come degli artigli giganteschi che ti
afferrano, o delle fauci infuocate. Ti sembra di soffocare. E poi non c’è più nulla, per un tempo che
ti sembra durare un’eternità, ma quando alla fine torni indietro, e in un modo altrettanto doloroso, ti
accorgi che è passato soltanto qualche anno. Ogni volta che si viene uccisi – da una silfide, da un
drago, da un gigante o in qualsiasi altro modo violento – il dolore perdura anche quando l’anima è
uscita dal corpo. Un essere incorporeo non dovrebbe poter soffrire così tanto. — Ebbe un attimo di
esitazione e la sua voce si addolcì. — Sono stato anche bruciato da una silfide. Non mi sono
rimesso proprio del tutto. Qualche volta, anche se sono passate generazioni, mi sembra di sentire
ancora il fuoco.

Mi portai i pugni al petto.

— Ecco perché tutti si concentrano sul presente e sul futuro. Il passato fa troppo male,
quando si ripensa a come finisce la vita. Spesso in modo inaspettato. — Scosse la testa. — In un
attacco di draghi di quattro generazioni fa, Stef ha dovuto conservare il mio cappello perché lo
seppellissero al mio posto. Era rotolato via ed era l’unica cosa che fosse rimasta di me.

Non riuscivo a immaginare come si potesse vivere in quel modo. O morire. Per
millenni. E poi ero arrivata io, che continuavo a fare domande su cose accadute prima di me. Non
avrei mai voluto causare tanto dolore con la mia curiosità.

Prima che riuscissi a trovare un modo decente per scusarmi, Sam disse: — Credo che la
scorsa settimana non l’avrei presa così male se non fossi stato ucciso dai draghi nemmeno vent’anni
fa.

Era prima che nascessi io, ma probabilmente a lui sembrava l’altro ieri.

— Come andò?

Lui si zittì e la stretta delle sue braccia attorno a me si allentò.

— Stavo andando a nord perché ero da solo. Mi sentivo vuoto e avevo bisogno di
ispirazione. Stef, che aveva appena raggiunto la sua prima quindec, mi aveva detto di non farlo
perché ero troppo vecchio, ma io non avevo motivo di aspettare. Ciana era morta qualche anno
prima.

Annuii: Li me l’aveva detto che Sam e Ciana erano stati legati.

— Dopo aver camminato per settimane — mormorò, e di nuovo la sua voce sembrava
venire da lontano — arrivai ai piedi di un alto muro che sembrava innalzarsi per un chilometro… —
S’interruppe.

— Era come quello di Cardio?

Lui sbatté le palpebre. — Che cosa?

— Il muro. Si sentiva una pulsazione, come quella che si sente dappertutto a Cardio?

— Io… — Sembrava smarrito, esattamente come il giorno che gli avevo chiesto come
facesse a sapere che il tempio senza porte era vuoto. — I draghi arrivarono da tutte le direzioni.
Prima che potessi fare qualcosa, mi avevano già ucciso.

— E il muro?

— Quale muro? — Con un respiro profondo, scosse la testa come per riacquistare il
controllo di sé e mi diede un bacio sulla tempia. — Stai cercando di distrarmi. Ottimo lavoro.

Sentivo un formicolio alla pelle nel punto in cui le sue labbra mi avevano sfiorato. —
Ma… non ha importanza. — Forse la questione del muro potevamo affrontarla in un altro
momento. Magari avrei potuto guardare in biblioteca.

— Credo che dovremmo vedere quanto tempo ci rimane per le tue lezioni.

— Sei sicuro di farcela? — Aiutandomi con le mani, mi tirai su dal suo grembo e mi
alzai in piedi. Per quanto mi piacesse stargli così vicino, non era giusto che continuasse a baciarmi
la testa, quando non ero nemmeno sicura che fosse davvero quello che stavamo facendo in quel
momento. Programma della giornata: biblioteca, pranzo, baci sulla testa. Per via dello shock, ma
tant’è.

Mi prese la mano quando gliela offrii per aiutarlo ad alzarsi ma non permise che lo
sorreggessi. — Le lezioni di musica riporteranno un po’ di normalità, e ne abbiamo un gran
bisogno. E poi mi piacerebbe risentire quello che stavi suonando.

Mi spostai da un piede all’altro, facendo spallucce. — Non voglio che tu… lo sai. —
Sentivo uno strano rimescolio nella pancia. Era più facile suonare quando lui non c’era.
— Starò benissimo. — E mi fece una carezza sulla guancia con le nocche delle dita.

Andai alla porta, cercando di non fare caso al contatto con la sua mano. Mi sforzavo di
mantenere un tono spensierato. — Va bene, allora. Ma non devi ridere. Non ho mica un milione di
anni di composizioni archiviate nella testa, io.

— Non sono così vecchio — rispose lui in tono scherzoso.

— E il pianoforte non era ancora stato inventato. Sì, sì, lo so. Cambia musica, Sam! —
Gli feci un sorriso forzato. Voleva la normalità? Bene.

Mi seguì nel salone fingendosi indignato. Una volta là, volle prendermi di nuovo per
mano e si fermò, facendomi volteggiare verso di lui come se stessimo ballando. — Ho appena
pensato a un nome per il valzer che ti ho dedicato.

Mi fermai, in attesa di sentirlo.

— Se ti piace, sarà quello. C’è sempre tempo per cambiarlo. — Gli tremava la voce,
forse per via della mattinata tremenda che aveva avuto, ma io ebbi l’impressione che ci tenesse alla
mia approvazione. — “Ana Chrysalis”.

Mi sembrò che il cuore mi fosse diventato troppo grande per stare dentro le costole.

Nonostante gli sleali baci sulla testa, e il non avermi baciata in cucina, e la riluttanza
con cui ballava con me ogni mattina… tutt’a un tratto mi sembrava che mi conoscesse meglio di
chiunque altro al mondo. Meglio di quanto non mi avrebbe mai conosciuto nessuno.

Aveva saputo indovinare i miei bisogni più nascosti, sepolti così in profondità che
perfino io ne ero a malapena consapevole.

Non c’era modo di predire se sarei rinata dopo la mia morte, ma il valzer cominciava e
finiva con le mie quattro note. Sam aveva creato la musica attorno a qualcosa che era collegato a
me. E ora quel titolo. Con il mio nome.

Cento, o anche mille anni dopo la mia morte, qualcuno avrebbe potuto suonare il mio
valzer – perfino Li, che non aveva mai sopportato la mia esistenza – e si sarebbe ricordato di me.

Grazie a Sam, ero diventata immortale.

CAPITOLO DICIANNOVE

COLTELLO

Fedeli al desiderio di Sam di trascorrere il resto della giornata nella normalità,


scendemmo al piano di sotto. Non era il momento di crogiolarmi nell’idea della mia immortalità
eppure, mentre mi avvicinavo al pianoforte, mi sembrava quasi di risplendere un po’.

Forse il peggio era passato. Forse potevamo davvero tornare alla normalità, il che
voleva dire che avrei dovuto raccontargli dei passi sentiti quella notte, ma repressi quell’impulso.
Sam doveva sapere che qualcuno mi aveva seguita, ma avrei potuto dirglielo più tardi, magari in un
momento in cui non avevamo appena finito di passare in rassegna le sue svariate morti e lui non mi
aveva appena reso immortale con la sua musica.

Presi posto al pianoforte, non del tutto a mio agio, con lui che mi osservava da dietro le
spalle.

— Un po’ di riscaldamento.

Non era il caso di discutere, perciò mi limitai a indossare le mie muffole. Scale e
arpeggi volavano fuori dalle mie dita mentre Sam, appollaiato su uno sgabello vicino, mi osservava
con aria pensierosa. — Che c’è? — gli chiesi.

Lui scosse la testa, come se si fosse ripreso da uno stato di trance, e prese taccuino e
matita. — Suona quello che hai scritto.

— Sicuro?

— Se succede qualcosa, ci sarai tu a soccorrermi — rispose con un sorriso fugace. E per


le successive due ore suonai e mi diedi da fare per trasferire su carta quello che suonavo, mentre lui
prendeva appunti, canticchiando a bassa voce.

— È molto più difficile di quanto pensassi — gli dissi quando ci prendemmo una pausa
per il pranzo. — E non è nemmeno un pezzo complicato.

— Credo che scoprirai che proprio le cose più semplici spesso sono le più impegnative.
Tutto in loro è visibile. Ogni dettaglio conta. — Fece scivolare il taccuino sul tavolo e sollevò le
sopracciglia. — Un’altra ora di esercizio prima di andare in biblioteca?

Quello era un buon segno. La settimana precedente, praticamente mi aveva strappata via
dal pianoforte per poter tornare alle sue ricerche, anche se non mi aveva mai detto cosa volesse
sapere così disperatamente. Per quanta impaziente di scoprire che altro avesse scritto Menehem nei
suoi diari, ero più contenta se Sam fosse tornato a essere se stesso. La verità su mio padre aveva
aspettato diciott’anni. Avrebbe potuto aspettare un’altra ora.

— Va bene. — Mi sporsi a vedere cosa c’era scritto sul suo taccuino. Scarabocchi e
note musicali mi fissavano dalla pagina. — Che roba è?

— Delle cose sulla tua musica di cui dobbiamo discutere.

Mi accasciai. — Era orrenda, vero? — E lui aveva lasciato che continuassi a lavorarci
per ore prima di dirmelo? Non sapevo se sentirmi arrabbiata o depressa.

Avrei voluto correre di sopra e nascondere la mia vergogna, ma questo non mi avrebbe
aiutato a migliorare. Invece, afferrai il taccuino e feci per andare verso il salone. Tanto valeva farla
finita subito.

— A dire il vero, mi è sembrata carina. — Mi toccò il gomito. — Almeno hai letto


quello che ho scritto? O hai soltanto tratto le tue conclusioni?

— Tu che ne dici? — Gli premetti il taccuino sul petto. — Non hai detto una parola e io
sono soltanto agli inizi. Lo sapevo che non sarebbe stato perfetto, ma questa pagina è piena zeppa. E
anche quella dopo, credo.

Lui mi guardò con infinita stanchezza, stringendo le mani attorno al taccuino. — Niente
è perfetto, nemmeno quando lo si è suonato per svariate esistenze. — Senza aspettarmi, tornò nel
salone e posò il taccuino sul suo sgabello. — So quello che pensi, che se non stupisci tutti al primo
colpo sei un fallimento. Ma non funziona così. Niente funziona in questo modo. È vero, ci sono
margini di miglioramento per questo pezzo, ma ciò non significa che sia brutto. Ti ricordi? Sei
soltanto agli inizi. E non ti sei nemmeno accorta che ho scritto anche cose come “bel passaggio”.

Stavo cercando un insulto abbastanza incisivo da ferirlo, ma non così tanto da fargli
decidere che non voleva più saperne di me. Non mi veniva niente. Odiavo non essere abbastanza
brava, essere vite intere indietro rispetto agli altri. La mascella mi faceva male da tanto la stavo
stringendo.

— Benissimo. — Tornai a sedermi sulla panchetta del pianoforte, determinata a fare


meglio. Perfino dalle mie scale si percepiva la rabbia.

Sam mi si accomodò accanto, interrompendo una scala maggiore. Le sue mani


coprirono le mie.

— La musica è la sola cosa che abbia mai contato qualcosa per me — mormorai nel
silenzio teso. — Ogni volta che stavo male, quello era l’unico posto in cui potevo rifugiarmi. Ho
bisogno di essere una brava musicista.

— E lo sei. Non te lo dico abbastanza, e probabilmente non te lo dirò mai. Non voglio
che i miei allievi si montino la testa. — Mi fece un sorriso, al quale io non risposi. — Ma sei brava,
molto brava. Non mi è mai piaciuto così tanto insegnare a qualcuno. — Allacciò le dita alle mie e si
chinò verso di me. Le nostre gambe erano vicine e la sua voce si fece più profonda. — Voglio dirti
una cosa.

— Va bene… — Tutto quel toccarsi, quel giorno. Mi turbava e mi distraeva, perché lui
era sempre stato attento a mantenere le distanze. E se adesso si fosse comportato come in cucina, il
giorno del nostro arrivo?

Non potevo permettergli di ferirmi, neanche involontariamente, con la scusa che aveva
avuto una brutta mattinata. L’avevo avuta anch’io.

— Aspetta — dissi, quando stava per parlare. — Non adesso. È troppo. Mi dispiace.

Lui indietreggiò impercettibilmente, lasciandomi andare le mani. — Probabilmente hai


ragione. Abbiamo ancora molto lavoro da fare, oggi.

Mi lasciai sfuggire un sospiro di sollievo. — Okay, questa musica, dunque. Per prima
cosa, dimmi tutto quello che ti piace, così rimettiamo in sesto il mio ego. E poi ti potrai divertire a
farla a pezzi di nuovo.

Non arrivammo in biblioteca che dopo cena e fu principalmente per colpa mia. Non la
finivo più di fare domande, cercando di capire le cose che avevo fatto bene d’istinto e quelle che
invece non funzionavano. I miei accordi, diceva Sam, non si coordinavano con la melodia come
avrebbero dovuto, così cercammo dei modi per risolvere il problema senza snaturare l’anima del
pezzo.

Lui continuava a ripetermi che ci voleva molto esercizio per trovare l’equilibrio giusto,
ma io ero più che decisa a far sì che la mia prima composizione fosse un capolavoro.

Alla fine della giornata eravamo stremati, ma io ero felicissima. Sbrigate le solite
faccende, consumammo una cena leggera prima di andare in biblioteca; io continuai a tormentarlo
con altre domande lungo tutta la strada, la torcia stretta nelle mani guantate.

Anche se la neve non era durata, il freddo era stabile. Con un po’ di fortuna, la
temperatura si sarebbe alzata in un paio di giorni; il ballo in maschera si stava avvicinando e io non
ero stata così sveglia da organizzarmi per un clima polare.

Sam aprì la porta della biblioteca e lasciò che fossi io la prima a infilarmi dentro. Non
appena sfuggita al bagliore del tempio, sentii il calore solleticarmi la pelle.

— Eccovi! — Whit si tirò su dal tavolo sul quale era chino. — Pensavamo che ci aveste
abbandonato!

— A differenza di certa gente di mia conoscenza — dissi, togliendomi guanti e sciarpa


— noi non ci viviamo, qui.

— Adesso parla così. — Sam mi seguì verso i tavoli di Whit e Orrin, dove i due stavano
lavorando su dei computer. — Ma la prima cosa che ha detto quando le ho mostrato la biblioteca è
stata che avremmo dovuto trasferirci.

Orrin sollevò un sopracciglio, gesto stranamente elegante per uno così grosso. —
L’acustica sarebbe stata tremenda.

— Proprio quello che le ho fatto presente anch’io. — Sam scoppiò a ridere – era proprio
bello sentirlo ridere di nuovo – e mi prese il giaccone e gli accessori antifreddo, come faceva di
solito. Be’, come aveva sempre fatto fino al giorno dell’attacco al mercato. Anche questo mi
rincuorò; non si era rituffato subito nelle sue misteriose ricerche e si era ricordato della mia
esistenza per più di due minuti.

— Be’, ci si potrebbe ancora pensare. — E tirai su col naso, fingendomi offesa. Quando
incrociai il suo sguardo, Sam mi sorrise e c’era qualcosa nel suo sorriso che mi fece arrossire,
qualcosa che non sapevo descrivere ma che mi sarebbe piaciuto… in privato. Col viso ancora in
fiamme, sbirciai oltre la spalla di Whit. — Allora, che state facendo?

— Be’ — rispose lui, spostandosi per farmi vedere meglio — abbiamo trascorso
un’eccitante mattinata scansionando intere genealogie per inserirle negli archivi digitali. Adesso
stiamo scorrendo tutti i registri per vedere dove sono andati a finire i libri. Un gran numero di diari
è… — Si mosse, coprendo di nuovo lo schermo. — Oh…

Pessimo segno. — In effetti stavo proprio cercando dei diari, ieri sera. Ero con Sine e lei
ha pensato che avrei potuto avere più fortuna con delle ricerche su Menehem e Li, ma i loro diari
non c’erano. Negli archivi digitali ci sono ancora, però.
— Non esistono regole che impediscano di prendere libri dalla biblioteca, purché
vengano restituiti. — Orrin sorrise da dietro il suo tavolo. — Hai avuto qualche problema con la
postazione?

— No, funzionava tutto benissimo. — Lanciai un’occhiata a Sam, che non stava più
sorridendo. La sera prima, sul pavimento della sua stanza c’era un tappeto di libri. Preoccupata per
le sue condizioni, non mi ero quasi accorta che quella mattina erano spariti. — Quindi avete
scoperto chi li ha presi?

— Mi dispiace — disse Whit. — Sapere chi prende cosa è un’informazione alla quale
hanno accesso soltanto archivisti e Consiglieri. Ma sei la benvenuta se vuoi continuare a usufruire
delle postazioni.

— Ah, va bene. — Combattuta tra l’irritazione e il sospetto, andai al piano superiore. Di


certo Sam me l’avrebbe detto se fosse stato lui a prendere i diari. E poi, che bisogno aveva di
indagare sui miei genitori? Quei libri sul pavimento della sua stanza potevano essere benissimo testi
di musica.

— La ragione per cui siamo arrivati tardi — disse Sam — è che Ana ha cominciato a
comporre un minuetto.

— E tu l’hai fatta lavorare su quel pezzo finché le mani non le sono diventate blu? —
chiese Orrin, ridacchiando.

— Dovreste domandarle di suonarvelo, appena avete finito qui. È molto bello.

In estasi per la lode appena ricevuta, trovai la postazione che volevo e lanciai la ricerca
dei diari di Menehem. Leggere su uno schermo mi dava fastidio agli occhi, ma passai in rassegna
ogni singola pagina in cerca di qualche indizio su quello che era il fine delle ricerche di Menehem e
su dove potesse essere andato dopo aver abbandonato Li e me.

Sembrava il prototipo del curioso, il che si accordava benissimo al fatto che fosse uno
scienziato. C’erano interi diari dedicati ai fenomeni geotermici della caldera e soprattutto ai gas
emanati da alcuni geyser. Menehem metteva in discussione le decisioni del Consiglio, Cardio e il
suo tempio scintillante, e perfino il primato dell’uomo, quando al mondo esistevano almeno un’altra
dozzina di specie dominanti: draghi, centauri, fenici, unicorni e giganti. Per non parlare della
nemesi assoluta, la silfide. Detestava la cocciutaggine con cui Meuric continuava a sostenere che
fosse Janan l’artefice dell’esistenza umana, forse ancora più di quanto non detestasse la convinzione
di Deborl che noi siamo qui perché superiori alle altre creature e che alla fine rivendicheremo il
controllo del mondo intero.

Entrambe le teorie mi sembravano delle sciocchezze. Non mi ero ancora fatta


un’opinione su Janan – forse esisteva davvero, anche se dubitavo che fosse un essere amorevole –
ma di certo non condividevo l’opinione di Deborl. Per quanto ne sapevo io, nessuno aveva mai
cercato di rivendicare il controllo del mondo e, se questo era il suo fine, avrebbe dovuto cominciare
un po’ prima che “alla fine”. E comunque, non si potevano uccidere le silfidi.

Una volta terminata la lettura dell’ultimo dei suoi diari, l’impressione che mi rimase era
che Menehem non fosse molto amato a Cardio. Era cinico e diffidente, spesso accusava la società di
essere diventata stagnante, soddisfatta del mondo così com’era. Io non ero d’accordo che fosse
stagnante – c’erano ancora tanti aspetti interessanti da scoprire nelle persone – ma apprezzavo il
fatto che non accettasse risposte semplici a domande complesse, e che pensasse che l’uomo dovesse
sempre affrontare nuove sfide.

Lo avevo sempre odiato perché mi aveva abbandonato nelle grinfie di Li, ma dopo
averlo conosciuto meglio attraverso i suoi diari, scoprii che in lui c’erano degli aspetti degni di
ammirazione.

Prima che il mio tempo scadesse, diedi una sbirciata anche ai diari di lavoro. Stava
studiando le silfidi, prima di sparire: voleva usare delle sostanze chimiche per influenzare la loro
azione o addirittura per neutralizzarle. Nulla indicava che ci fosse riuscito, però.

Se solo qualcuno avesse potuto controllare le silfidi…

Mi fissai le mani, ripensando al sarcastico «Buon viaggio» che Li mi aveva detto il


giorno che avevo lasciato la Casa delle Rose Purpuree, quando apparve Sam all’imbocco delle
scale. — È ora di andare a casa.

Disattivata la postazione, lo seguii giù, spegnendo le lampade con un tocco di dita. Whit
e Orrin se n’erano già andati.

— Tutto a posto? — mi chiese Sam, porgendomi il giaccone.

Lanciai un’occhiata ai tavoli dove fino a poco prima lavoravano i due archivisti, le
persone che sapevano chi aveva i diari e che non avevano voluto dirmelo. Magari era Sam ad aver
preso quei libri. O magari no. In ogni caso, ero certa che lui non avrebbe mai fatto nulla che potesse
nuocermi.

— C’erano dei libri, ieri notte, sparsi sul pavimento della tua stanza. Che libri erano?

Un’ombra gli calò sul viso. — Non sono sicuro che sia un buon momento per questa
conversazione.

Gli strappai il giaccone di mano, me lo infilai e mi tirai su il cappuccio. — Benissimo.


— Mi avvolsi nella sciarpa, aprii la porta con uno strattone e uscii a grandi passi.

— Ana! — Sam era accanto a me, ma non mi toccava. Soltanto la luce del tempio gli
illuminava il viso; io stavo ancora litigando con la mia torcia. — Facevo delle ricerche sui draghi.

Mi girai verso di lui: finalmente la mia luce si era decisa a funzionare e per poco non lo
accecai.

Lui sbatté gli occhi, distogliendo il viso. — Volevo vedere se riuscivo a scoprire
qualcosa. — Il suo pallore risplendeva nell’alone luminoso della torcia. — È successo talmente
tante volte e continuo a pensare che stiano inseguendo me, che non sia solo sfortuna. Per cui, sì,
avevo quei libri nella mia stanza. E avevo anche dei libri sulle silfidi, perché ero ugualmente
preoccupato per te. Due attacchi in due giorni.

Avevo la gola stretta in un groppo. Lo strinsi forte a me. — Oh, Sam. — Affondai il
viso nella morbida lana del suo giaccone, inspirando il suo aroma caldo. — Mi dispiace. Non
preoccuparti per me. Se vuoi fare delle ricerche sui draghi, lascia che ti aiuti.

— Non voglio sovraccaricarti. Tutti hanno le proprie angosce, le paure che si sono
portati dietro quando sono rinati. Alla fine… alla fine si risolve tutto e stiamo di nuovo bene.

Assomigliava a quello che mi aveva detto Sine. Forse non aveva voluto essere tanto
insensibile. Forse, semplicemente, era tutto quello che Sam sapeva.

Allungai una mano e gli accarezzai il viso. La barba ispida s’impigliò nella lana dei miei
guanti. — Tu non vuoi sovraccaricarmi…

— Hai cose più importanti di cui preoccuparti. Il primo rapporto sui tuoi progressi…

— È la prossima settimana. Lo so. — Con un sospiro, mi staccai da lui e diedi qualche


altra girata alla mia torcia. Era bello vedere come tutti si preoccupassero che andassi bene, ma il
mio incentivo più potente era che non mi esiliassero da Gamma o, cosa ancora peggiore, che non mi
rispedissero da Li. — È difficile concentrarsi sullo studio quando il mio migliore amico fatica a
tirare avanti.

Ebbe un attimo di esitazione. — Quindi adesso sono il tuo migliore amico?

Avevo le guance in fiamme e mi strinsi nelle spalle. — Dovevo scegliere tra te e Sarit, e
tu hai il pianoforte. Lei ha soltanto il miele.

Sam scoppiò a ridere e mi strusciò con le nocche sul dorso dei guanti, come se fosse
stato sul punto di prendermi per mano, ma poi avesse cambiato idea. — Anche se sono abbastanza
sicuro che non hai scelto me, ma il pianoforte…

Gli mollai una spallata al braccio, facendolo ridere di nuovo. Adesso che mi stavo
abituando all’idea che non stava ridendo di me, il suono della sua risata mi piaceva sempre di più.

Continuammo lungo il Viale Meridionale, ma il nostro silenzio rilassato si faceva


sempre più denso mentre ripensavo alla notte precedente. A quei passi.

Aria gelida mi soffiava intorno al cappuccio, arruffandomi i capelli. Mi sentivo


rabbrividire per il freddo e per il ricordo, mentre lanciavo occhiate alle case che superavamo. Come
potevo scoprire chi era che mi stava seguendo? Il pensiero continuava a tornare a Li, alle sue
minacce del giorno del mercato; mi chiedevo se era possibile che avesse imparato a controllare le
silfidi.

Sam mi toccò un braccio.

Sobbalzai e per poco non feci cadere la torcia. La lana scivolava sul metallo, ma io tenni
il tubo stretto al petto, come se fosse inchiodato.

— Sembri a disagio. — Al buio era impossibile interpretare la sua espressione. La città


era illuminata soltanto dalla luce delle stelle e dal bagliore misterioso del tempio. Non era ancora
sorta la luna; c’erano delle notti in cui la sua luce si rifletteva sui muri, donando a Cardio una
luminescenza sovrannaturale. Ma non quella notte. Adesso c’era solo buio. — Ana?

Mi spostai verso di lui e ripresi a camminare, affrettando il passo. — Sto bene. — Era
vero, volevo solo entrare in casa.

Lui mi tenne dietro senza difficoltà. — Esiterei a darti della bugiarda, ma sono in grado
di capire quando non sei sincera. È successo qualcosa?

— Ieri sera. — Parlavo a bassa voce, smorzandola ancora di più con la sciarpa. —
Mentre rientravo a casa, ho sentito qualcuno che mi seguiva. C’erano dei passi. Quando mi sono
voltata, non c’era nessuno.

Non mi chiese se ne ero sicura, come pensavo avrebbe fatto; si limitò a mettermi un
braccio intorno alle spalle, stringendomi con delicatezza. — A casa ho qualcosa per te.

Una volta entrati nel salone in penombra, Sam mi fece segno di sedermi e andò a una
delle librerie. Si sentì un cigolio di vecchi cardini quando aprì una cassetta.

Si accoccolò davanti a me e mi posò sulle ginocchia un piccolo coltellino in un fodero.

Cercai di sottrarmi, ma quell’oggetto era già lì, a contatto col mio corpo.

— Che cos’è? — Muovendomi con cautela, lo spinsi verso di lui, facendolo cadere
dalle mie ginocchia nelle sue mani in attesa.

— Un coltello. — Sfilata la custodia di pelle, mi mostrò una piccola lama, sottile e


lunga quanto il mio dito indice. — Mi devi promettere una cosa.

Non riuscivo a distogliere gli occhi dall’acciaio. — Io non lo voglio.

— Ti prego, Ana. Non te lo chiederei se non pensassi che è necessario. Credo che
qualcuno ti abbia seguita, ieri sera. E se le sue motivazioni erano benevole, perché non uscire allo
scoperto?

— Credi che qualcuno potrebbe cercare di farmi del male?

Nei suoi occhi lampeggiò qualcosa, ma fui troppo lenta per riuscire a decifrarlo. Ero già
impegnata a cercare di distogliere lo sguardo dal coltello. Era un oggetto talmente minuscolo che
quasi si faceva fatica ad afferrarlo. Forse, se mi fossi sforzata di pensarlo come un enorme ago, non
mi sarebbe sembrato tanto terribile.

— Quando nascesti, il Consiglio emanò una legge che proibiva a chiunque di farti del
male. Perché avresti potuto morire.

Tutt’a un tratto mi tornò in mente il mio primo incontro con il Consiglio, alla stazione di
guardia, e Sam che aveva parlato di una legge sulla mia morte. Mi sentii percorrere da un brivido
mentre cercavo di non pensare a quante altre leggi su di me dovevano esser state varate dal
Consiglio.

— Non c’era modo di essere sicuri che saresti tornata. Il Consiglio non permetterebbe a
nessuno di rubarti la vita.

Per un momento mi sentii in colpa per quello che avevo pensato dei Consiglieri, ma
Sam mi premeva il manico del coltello contro il palmo e lo tenne così finché non sentì che cedevo.
Sembrava fatto su misura per la mia mano.

— Soltanto perché esiste una legge, ciò non significa che tutti la rispetteranno. È
improbabile che accada qualcosa, ma non c’è niente di male se porti con te un coltello. Se non altro
per farti sentire più tranquilla quando cammini da sola. — Azzardò un sorriso. — Non permetterei
mai che ti facciano del male, se posso impedirlo, ma non vorrai mica che ti segua sempre e ovunque
tu vada, giusto?

Forse. Sì. — No, certo. Il ballo in maschera si avvicina e non mi interessa se gli altri
imbrogliano. Nessuno dovrebbe riconoscerti, giusto? Non voglio rivelarti come mi vestirò, e
nemmeno desidero sapere cosa indosserai tu.

— Lo so. Ma porterai quello con te. — Fece un cenno verso il coltello, ancora nella mia
mano.

Non era pesante. Il manico in legno di rosa era liscio ma non scivoloso, e aveva un
profumo dolce, mentre la lama sottilissima era stata lucidata di recente. Senza dubbio era affilata,
però non la toccai per accertarmene. A parte l’aspetto elegante e l’essere in grado di maneggiarla,
non avevo idea di cosa cercare in un’arma, ma immaginavo che quella fosse di buon livello. Sam
non conservava oggetti dei quali non riconoscesse il valore.

— Prometti di portare il coltello sempre con te? — Sembrava tenerci molto e in effetti
nemmeno io volevo dipendere da lui.

Un’arma mi sembrava una misura estrema, in fondo qualcuno aveva solo cercato di
seguirmi ed esisteva una legge per proteggermi. Ma come mi aveva fatto notare Sam, non tutti
rispettavano le leggi. Io stessa non avrei tenuto in gran conto il coprifuoco se la condanna non fosse
stata Li o l’esilio. Qual era la condanna per chi avesse tentato di uccidermi?

Ripensai di nuovo a quello su cui stava lavorando Menehem prima di partire da Cardio.

Feci scivolare il fodero sulla lama e posai il coltello su un tavolo vicino. — Soltanto
perché me lo chiedi in modo così gentile.

— Magnifico. — Mi sorrise, ma c’era un’ombra che gli aleggiava negli occhi. C’era
qualcosa che non mi stava dicendo; ma nemmeno io gli avevo detto tutto, del resto. Non gli avevo
parlato dell’incontro con Li al mercato.

Decisi di lasciar stare; il mio cuore non poteva sopportare niente di più, per quella
giornata.

— Che ne dici di un po’ di musica prima di andare a letto? — mi chiese.

— Ormai ho le dita consumate…

— Sono io che voglio suonare per te. Cioè, se ne hai voglia. — Quando gli risposi con
un cenno d’assenso, il suo sorriso era genuino. — Stavo pensando alla possibilità di iniziarti a un
altro strumento, uno di questi giorni. C’è qualcosa che ti interessa in particolare?

— Tutto. — Per il momento, non mi interessava che si vedesse quanto fossi impaziente.
Sam capiva cosa significava la musica per me.
Scoppiando a ridere, si avvicinò con tre lunghi passi al mucchio di custodie di strumenti
musicali. Posata in cima ce n’era una lunga, e lui scelse proprio quella. — A volte penso che tu
sembri quello che dovrei essere io. Formiamo proprio una gran bella coppia, noi due, Ana. E adesso
— si voltò, tenendo tra le mani un sottile strumento argentato — che te ne pare del flauto?

Quando lui suonava, io mi scioglievo.

CAPITOLO VENTI

SETA

La mattina della festa in maschera, Stef cancellò la lezione di ballo perché l’avevo
avvisata che avrei fatto molto tardi per finire il mio costume. Era assolutamente euforica e disse a
Sam che avrebbe dovuto fare a pugni per potersi conquistare un giro di danze con me.

Non dormii così a lungo come mi aspettavo, ecco perché sentii Sam che parlava al suo
SED. Sottovoce, come se avesse paura di svegliarmi. O che lo sentissi.

— Allora ci vediamo al gazebo sul Viale Settentrionale?

Avevo come la sabbia negli occhi mentre mi mettevo a sedere sul letto e guardavo fuori
dalla finestra. L’alba fasulla della città circondata da mura inondava il cortile di una caligine blu
cobalto; anche se eravamo ormai ben oltre la metà dell’inverno, la cerchia delle mura faceva sorgere
il sole ancora più tardi del normale.

— Penso che lei sia in pericolo e questa notte è proprio il momento migliore perché
qualcosa vada storto.

Che cosa? Scrutai le mura di seta, anche se naturalmente non potevo vedere Sam
attraverso gli scaffali e i libri e gli strumenti che custodiva nelle stanze che ci separavano.

— Lei è la prima della lista. Non riesco a pensare a nessun altro con delle ragioni
migliori per fare del male a… — Si fermò. — Nemmeno io penso che lavori da sola. Non sono
riuscito a trovare niente di utile.

Troppi pronomi femminili. Era di me che stava parlando?

— Grazie, Stef. Puoi chiamare anche Whit, Sarit e Orrin? — Ridacchiò tra sé ma il fatto
che ci fosse qualcuno evidentemente nei guai – forse io – non lo faceva sembrare sincero. — Già, ci
sono voluti soltanto cinquemila anni per capire a cosa sono utili.

Anche se stava scherzando sui suoi amici, mi sentii rabbrividire: ero contenta che non
avesse fatto quel commento su di me.

— Certo che ho ancora bisogno del tuo aiuto. Non essere ridicola. Nessuno potrebbe
mai prendere il tuo posto. — Sembrava… irritato? Offeso? Difficile dirlo. — Va bene. Ci vediamo
tra un’ora.
Mentre lui si muoveva per casa, scendendo la scala a passi felpati, io mi sciacquai il
viso e mi vestii. Solo un paio di pantaloni e un maglione. Faceva molto freddo; speravo che prima
di sera la temperatura si sarebbe alzata.

L’aroma di caffè mi attirò al piano di sotto, insieme allo sfrigolio di qualcosa che
friggeva in una padella. C’era una tazza che mi stava aspettando sul tavolo, probabilmente perché
Sam mi aveva sentita alzarmi dal letto. Lui era in piedi davanti ai fornelli a guardare le uova con
aria accigliata.

Bevvi un sorso di caffè per farmi coraggio e andai ad appoggiarmi al bancone, vicino a
lui. Mi concesse un mezzo sorriso.

— Dormito bene? — Aveva la voce arrochita come se lui, invece, non avesse dormito
bene per niente.

Un’altra lunga sorsata di caffè. Non volevo che si infuriasse con me, soprattutto oggi.
— Ho sentito parte della tua conversazione con Stef. Che cosa sta succedendo?

Lui mi fulminò con lo sguardo. — Era una conversazione privata.

— Le pareti sono di seta. La prossima volta che parli con lei, farò finta di essere sorda,
va bene? — Portai la mia tazza al tavolo. — E guarda che stai bruciando le uova.

Imprecando, cominciò a raschiare la padella con una spatola: qualche minuto dopo
avevamo nel piatto uova fritte, crude al centro e bruciacchiate sui bordi. Di solito era un cuoco
migliore, e anche se stavo valutando la possibilità di saltare quella che lui chiamava “colazione” e
che io consideravo invece una porcheria, non volevo rischiare di offenderlo ancora di più.
Trangugiai la parte che assomigliava di più alle uova e spezzettai il resto. Con un po’ di fortuna
Sam non sarebbe stato in grado di dire quanto avessi mangiato.

— Devo uscire per qualche ora. — Si appoggiò all’indietro sulla sedia. Il suo piatto
aveva esattamente lo stesso aspetto del mio.

— Va bene. — Buttai le uova nel bidone del compost organico. — Non c’è bisogno che
mi dici tutto. Ci sono anche delle cose riservate.

Con un sospiro, allontanò la sedia dal tavolo. — Ana…

Misi il piatto nel lavello e lo guardai. — Senti, mi hai chiesto di vivere qui. Le tue pareti
non sono esattamente insonorizzate. Si sente tutto. Io non vado a ficcare il naso in giro né frugo tra
le tue cose, ma se parli in casa, c’è un’alta probabilità che io ti senta. — Trassi un respiro profondo.
— Io non voglio andarmene, ma se tu non desideri più che viva qui, basta dirmelo.

Sam attraversò la cucina e si fermò davanti a me, vicino come il giorno che non mi
aveva baciata. La sua bocca si aprì e si richiuse; qualunque cosa stesse per dire, rimase intrappolata
dentro di lui. — Non te ne andare.

C’erano un milione di risposte che avrei potuto dargli, per la maggior parte villane, ma
lui sembrava davvero preoccupato e sul suo viso passarono un’infinità di altre emozioni, come
lampi, troppo rapide per riuscire a decifrarle. Troppo complesse. — Allora non me ne andrò. —
Sostenni il suo sguardo. — Vorrei che mi dicessi cosa sta succedendo.

Lui chiuse gli occhi e di nuovo non fui abbastanza veloce da comprendere la sua
espressione. — Ti prometto che te lo dirò, solo non adesso. Devo veramente andare.

— Se non me lo dici per non rovinarmi la festa, sei stupido. Adesso non farò che
preoccuparmi per tutto. — M’infilai i pugni nelle maniche. — Insomma, mi hai dato un coltello.
Come mi dovrei sentire?

— Mi dispiace, Ana. È solo che adesso è troppo lunga da spiegare.

— Quando torni, allora. — Non abbassai lo sguardo, anche se lui mi sovrastava in


altezza e il collo mi faceva male. — Se la cosa mi riguarda, ho il diritto di sapere.

— Va bene. Quando torno. — Il suo sorriso era forzato. — Non andartene, ti prego.

— Dovrai farmi dei dispetti ben più gravi di una colazione bruciata per convincermi ad
andarmene. Dopo tutto, mi ci sono voluti diciotto anni per lasciare Li, e tu sai bene quanto fosse
tremenda. — Il mio sorriso ugualmente forzato si spense quando entrambi capimmo come
sarebbero potute suonare le mie ultime parole: come se davvero fosse possibile paragonare Sam a
Li. Mi sentii mancare la voce. — Mi troverai qui.

Lui annuì, mi scostò i capelli dal viso con una carezza e fece per uscire dalla cucina. —
Detesto essere un adolescente.

— Perché?

— Per gli ormoni. — E con un mezzo sorriso velato di tristezza, se ne andò.

Visto che Sam era fuori per la mattinata e io non avevo altri impegni – la biblioteca era
stata chiusa per i preparativi del ballo in maschera e non avevo lezioni – colsi l’occasione per
provare il mio costume e accertarmi che ogni cosa mi stesse nel modo giusto. Mi faceva sembrare
un’altra persona e mi ci volle un’eternità per indossarlo, ma alla fine il risultato mi sembrò
soddisfacente.

Facendo molta attenzione, me lo tolsi e lo riposi nel suo nascondiglio.

Poi uscii per occuparmi delle solite faccende domestiche. Gli animali non mangiavano
da soli. Avevo appena finito, quando sentii le voci di Sam e Stef sopra lo squittio delle cavie e il
chiocciare dei polli. Lasciai i guanti da lavoro su un ripiano e feci per girare intorno alla casa per
avvisarli che ero fuori e che quindi avrei potuto sentire le loro conversazioni private.

— La dice lunga su Ana, vero? — disse Stef.

Mi fermai accanto al viottolo. Si trovavano appena oltre gli alberi che costeggiavano la
strada, abbastanza vicini perché le loro voci mi arrivassero distintamente. Col fruscio dei rami di
pino, avrebbero dovuto accorgersi che ero lì. Non che volessi origliare, visto che avevo appena
assicurato a Sam che non ero una ficcanaso, ma la loro conversazione privata riguardava me, quindi
non mi sembrava giusto che io ne fossi esclusa.

Adesso era Sam che stava parlando.


— Quando ci stavamo riscaldando, vicino al lago, lei sembrava aspettarsi che la
abbandonassi al gelo da un momento all’altro. Penso temesse anche che le avrei tolto il cibo. —
Aveva un tono di voce incredulo. Quanto dovevo essergli sembrata ridicola! — Era convinta che
ogni mia azione non fosse altro che un tentativo di farle un brutto scherzo.

— Adesso non si comporta più così. — La voce di Stef mi arrivò dallo stesso punto di
prima. Non si stavano spostando. Probabilmente non volevano continuare quella conversazione
dentro casa, dove io avrei potuto sentirli.

— No, è vero, ma ce n’è voluto per convincerla. Ancora adesso non sono certo che le
sue prime reazioni non siano sempre di difesa. Diciott’anni con Li a noi possono non sembrare
granché, ma per lei sono stati una vita intera.

Stef annuì, pensierosa. — È un vero peccato che la nostra prima anima nuova sia
cresciuta in quel modo. — Nella pausa di silenzio che seguì, l’immaginai mentre si tirava indietro i
lunghi capelli o compiva qualche altro gesto con la sua grazia innata. — Pensi che quello che Li ha
detto di Ciana possa essere vero? Sono passati… quanti anni?… almeno ventitré, da quando è
morta. E ancora non è tornata.

Non volevo sentirlo. Non volevo sentire di Ciana. Ma avevo i piedi troppo pesanti e non
riuscivo a sollevarli, come se il sole cocente li avesse sciolti, facendoli aderire all’erba.

— Non lo so — disse Sam, e io rimasi col fiato sospeso. — Ana non c’entra nulla con
quella storia, esattamente come noi non controlliamo la reincarnazione. — Sentendo quelle parole,
ripresi a respirare. — Per un po’ ho pensato che il numero di rinascite potesse essere limitato. Ma tu
sei morta molte più volte di Ciana.

— La tessitura non prevede esplosioni.

Sam ignorò il suo sarcasmo. — Ciana e io ci avvicinammo dopo che tu fosti così furba
da farti stritolare dal compattatore…

Questa volta fu il mio cuore che sembrò fermarsi. Lo aveva già detto prima, ma ora
cominciai a pormi delle domande. Quanto si erano “avvicinati”? Erano diventati amanti? E io
gliel’avevo portata via per sempre. Come faceva a sopportare la mia presenza?

— Esplose un laser e io precipitai — insistette Stef. — E fu alquanto doloroso, tanto


perché tu lo sappia.

— Tu non hai dovuto trascorrere le tre settimane seguenti a ripulire tutto dai tuoi resti.
Ho diritto di lamentarmi quanto te. — Sam rise stancamente. — In ogni caso, dopo che tu moristi,
Ciana e io ci avvicinammo. Immagino che mi sentissi come se non ci fossimo frequentati per lungo
tempo e che quindi fosse arrivato il momento di recuperare. Sono felice che l’abbiamo fatto.

Serrai gli occhi e mi abbracciai finché non mi fecero male le costole. A parte qualche
riferimento sporadico, Sam non mi aveva mai parlato di Ciana. E adesso capivo perché.

— Tutti ci aspettavamo che sarebbe tornata — disse dolcemente Stef. — È bello


pensare che non era da sola, alla fine.
— Li avrebbe partorito lei e Ana non esisterebbe. — Il tono di voce di Sam era
impossibile da decifrare. Tristezza, malinconia. Niente che mi dicesse se lui desiderava che io fossi
Ciana.

Io avrei voluto essere Ciana.

— Questo se Li ha ragione… — e qui la voce di Stef si incrinò — … a proposito dei


rimpiazzi.

Sam sospirò profondamente. — Anche se avessimo voce in capitolo, come potremmo


scegliere tra le due? Ciana ha avuto un centinaio di vite e Ana potrebbe averne solo una. E se ci
fossero altri come Ana che ancora devono nascere? Potrebbero essere là ad aspettare che qualcuno
non ritorni. E come si fa a scegliere tra qualcuno che si conosce da cinquemila anni e qualcuno…
qualcuno come Ana?

Dovevo farli smettere. Un piede davanti all’altro. Mi costrinsi a imboccare il viottolo.

Nella voce di Stef si percepiva la stessa sfumatura di malinconia. — Vorrei essere in


grado di rispondere. Penso che tu abbia ragione, però, quando dici che noi non abbiamo il controllo
di questa storia. Forse è opera di Janan. O forse è qualcos’altro.

— Janan non esiste.

— Non dirlo quando c’è Meuric in giro. Da quando è arrivata Ana, è più agguerrito che
mai sull’argomento. E sta convincendo anche altri. Loro sono sicuri che ci stia punendo.

— E per cosa?

— Perché non crediamo in Janan? O perché non lo adoriamo abbastanza? Non lo so, ma
chiedi a chiunque. Pensano tutti che Ana non sia che l’inizio. — Mentre camminavo, tra i rami di
pino apparve uno scorcio blu. Il vestito di Stef. — Tutto quello che ho capito è che non spetta a noi
decidere. Ed è un bene, perché non sarei mai in grado di scegliere.

— Nemmeno io — mormorò Sam.

Uscii sulla strada e li vidi, l’uno di fronte all’altra, l’espressione tesa sul viso e le spalle
curve. Quando entrambi si voltarono verso di me, dissi: — Ero venuta a dirvi che ero qua fuori e
potevo sentirvi.

— Ana… — Sam fece per avvicinarsi ma io mi tirai indietro e, voltate le spalle, corsi
verso casa.

Le gambe mi condussero fino alla porta, però non riuscivo a convincere le mani a far
girare il pomello. Le dita erano troppo rigide e mi tremava il braccio, così quando Sam comparve
accanto a me, io ero ancora lì che fissavo la porta, mordendomi il labbro. Mi concentrai sul legno,
sulla vernice verde e sul modo in cui imbeveva le venature. Tutto, pur di non guardare lui.

— Ana. — Allungò la mano verso la mia, ma io mi scostai.

— Apriresti la porta, per favore?


Lo fece come se fosse l’impresa più ardua del mondo. E dire che Sam non aveva appena
sentito per caso due suoi amici discutere del fatto che lui avesse preso o meno il posto di qualcuno
che amavano, o parlare di lui come di un cucciolo selvatico che esitava davanti agli avanzi.

Ero davvero una farfalla.

Il pavimento risuonò vuoto sotto i miei piedi quando attraversai di corsa il salone con
tutti i suoi strumenti, il pianoforte al centro. Chissà se Sam aveva scritto una canzone anche per
Ciana.

Su per le scale, più veloce che potevo. Arrivata alla balconata che dava sul salone, mi
voltai verso di lui, le mani appoggiate alla ringhiera.

Lui si fermò a metà della scala, l’aria disfatta, dilaniato, tutti i suoi secoli ben visibili.
Immaginai di poter vedere la sua prima vita, che l’acido di drago aveva interrotto di colpo. La vita
precedente a quella che stava vivendo era finita quando Ciana era morta e lui si era spostato al nord;
non c’era più nulla a trattenerlo a Cardio e quindi si era consegnato ai draghi.

Sentivo ancora il formicolio alle mani al ricordo delle spine di rosa e delle ustioni delle
silfidi. Io non ero mai morta ma certo non perché il mondo non avesse provato a eliminarmi.

Ci fissammo finché lui non pronunciò il mio nome e io dissi: — Non sapevo che fossi
innamorato di lei.

Rimasi nella mia stanza per il resto del pomeriggio, la testa sotto il cuscino per non
sentire l’eco dei suoi esercizi al pianoforte. Tutte vecchie sonate e melodie che non conoscevo.
Forse sperava che sentire della musica nuova mi avrebbe attirata di sotto. Fui felice che non
suonasse “Ana Chrysalis”.

Mi avrebbe mandata fuori di testa.

I raggi del sole andavano allungandosi sempre più dietro le tende di pizzo e Sam venne
a bussare alla mia porta. — Manca soltanto un’ora al crepuscolo. Quando comincerà il ballo in
maschera. Se vuoi prepararti…

Quando parlai, mi sentii grattare in gola. — Va’ pure avanti senza di me.

Ci fu un lungo momento di silenzio e al di là della parete di seta la sua sagoma si mosse.


— Non vuoi andarci?

— Le identità devono rimanere segrete. — Volevo con tutta me stessa essere qualcun
altro per un po’ e che nessuno sapesse chi fossi. Che cosa fossi. Una senzanima.

— Ah. Va bene. — Il rumore dei suoi passi si allontanò, e quando sentii dei rumori
provenire dalla sua stanza, andai nel mio bagno e cominciai a vestirmi.

Indossai le ali, un drappo di seta su una struttura di fil di ferro. Erano fissate a un abito
in seta sintetica: tante balze color verde mare e blu scuro che dalle spalle si drappeggiavano fino
alle ginocchia.

Raccolti in una corona di fiori e nastri, i capelli mi scendevano sulla schiena tra le due
ali, liberi in tutta la loro lunghezza. Applicai uno strato di kohl sulle palpebre, in modo tale che il
nero andasse a combinarsi con le spire decorative della maschera.

Da un lato all’altro del mio viso si allungavano volute di seta viola, blu e verde. Ali di
farfalla.

Recuperai il coltellino che mi aveva dato Sam e me lo intrecciai fra i capelli, in mezzo
alla corona di fiori e nastri. Anche quel leggero peso poteva essermi d’impiccio, ma non avevo
dimenticato i passi dell’altra sera.

— Io vado — disse Sam dalla sala d’ingresso.

Con le luci abbassate in modo che lui non potesse vedere la mia ombra – le ali mi
avrebbero tradita – gli risposi: — Ci vediamo là.

— Come farai a sapere chi sono?

Qualche volta avrei voluto picchiarlo. — Non ho sbirciato il tuo costume. Avevo
davvero intenzione di dirvi che potevo sentirvi, là fuori. Non è colpa mia se voi due parlate così
forte. — O se parlate di me in mia assenza.

— Non era questa la mia domanda. — C’era un’incrinatura nella sua voce. — Non ti ho
mai chiesto nessuna delle due cose. Buon Janan, sei la persona più diffidente che io abbia mai
incontrato.

Mi sarei ritrovata con una cicatrice permanente al labbro, là nel punto dove me lo
mordicchiavo così tanto. Questa volta mi mordicchiai quello superiore.

— Sta’ attenta, sulla strada per il mercato. — Il rumore di passi si spostò verso le scale.

— Sam. — Mi sentivo come se stessi soffocando. O affogando. O magari entrambe le


cose. A ogni modo, lui si fermò. — Mi hai chiesto come farò a sapere chi sei.

Silenzio.

— Io lo saprò sempre.

Un attimo dopo, la porta d’ingresso si richiuse e io mi ritrovai da sola nel mio bagno,
con l’immagine di una sconosciuta che mi guardava dallo specchio. Quando ritenni che Sam avesse
avuto il tempo sufficiente per raggiungere il Viale Meridionale, controllai che la maschera e il
coltello fossero fissati saldamente e quindi uscii anch’io, sgusciando di sbieco attraverso porte; le
ali non mi avrebbero consentito di passare frontalmente.

Fuori di casa e con l’oscurità che calava, cercai di visualizzare me stessa quella sera,
occupata a divertirmi. Cercai di vedermi tutta sorrisi e risate, magari stretta tra le braccia di
qualcuno per l’ultimo giro di danze, come se la magia del ballo in maschera fosse vera, come se
realmente potesse aiutarti a trovare l’anima gemella.

No. Non riuscivo a immaginarmi in nessuna di quelle situazioni, ma andava bene


comunque.
Per quella sera, io non ero Ana.

CAPITOLO VENTUNO

BALLO IN MASCHERA

L’aria fresca scivolava sul mio vestito, scompigliando l’orlo intorno ai polpacci. La
brezza premeva sulle ali, così che ogni passo mi richiedeva uno sforzo superiore al normale. Era
piuttosto scomodo, ma il tempo di arrivare alla piazza del mercato ed ero riuscita a trovare un
equilibrio. Se soltanto avessi avuto la lungimiranza di considerare il problema durante le lezioni di
danza…

La piazza del mercato era magnificamente illuminata dalle luci argentee della Casa del
Consiglio e dai lampioni. Il tempio emanava il solito bagliore, che ignorai con attenzione, insieme
alla sensazione di nausea.

Con il calare della sera, arrivarono gli invitati in costume. Falchi, orsi, antilocapre.
Qualcuno si era travestito da troll – che cattivo gusto – e c’era anche un falco pescatore che andava
in giro a flirtare con tutti.

La piazza del mercato era gremita di pesci dai colori sgargianti e di furetti. C’era un
passero che inseguiva una lucertola, finché i due non si abbracciarono. Centinaia di persone
vagavano come mandrie di cavalli selvaggi.

Lanciai un’occhiata allo spiazzo in cima alla scalinata della Casa del Consiglio, dove
più tardi Tera e Ash avrebbero celebrato la loro ridedicazione. Adesso vi si aggiravano soltanto un
pettirosso e un gatto domestico, intenti ad armeggiare con i comandi di qualcosa.

Il pettirosso si avvicinò a un microfono e si schiarì la gola. Dagli altoparlanti fissati ai


lampioni si diffuse la voce di Meuric.

— Questa sera siamo qui per festeggiare la ridedicazione di due anime.

Gli ospiti mascherati si voltarono all’unisono verso di lui. Io ero rimasta intrappolata in
fondo e non riuscivo a vedere la maggior parte della folla; mi domandai cosa facessero quelli
sull’altro lato del tempio, che cosa guardassero. La festa si estendeva sull’intera piazza del mercato.

— A ogni generazione, le nostre anime rinascono in corpi nuovi e sconosciuti, e così


fanno le anime di coloro che amiamo. Solo in rari casi l’amore romantico trascende la
reincarnazione. Casi rarissimi. Vi sono tuttavia delle anime che sono state create come coppie
inseparabili. Queste unioni benedette da Janan sono sopravvissute per secoli. Per millenni. A ogni
generazione, tali anime vengono attirate l’una verso l’altra, a dispetto della loro forma esteriore.
L’amore che le unisce è puro e autentico. I festeggiamenti di questa sera celebrano il legame tra
Tera e Ash. E mentre loro si cercano in questo mare di volti sconosciuti, ricordiamo insieme che
Janan ci ha creati con uno scopo: rispettarci a vicenda, e amarci.

Si allontanò mentre dagli altoparlanti giunsero gli accordi iniziali di una pavaniglia e le
luci inondarono il mercato di un bagliore da sogno. Interessante che Meuric non avesse fatto il suo
annuncio prima di essersi cambiato. Dava credito alla mia teoria, che quella sera io ero l’unica alla
quale importasse davvero rimanere anonima.

Almeno sapevo com’era vestito Meuric, così avrei potuto evitarlo.

Quando iniziò la musica, tutti si scelsero un compagno per la danza. La pavaniglia non
era una delle composizioni di Sam ma era graziosa, diversa da quello che ascoltavo di solito. L’aria
della sera venne attraversata da un coro di archi e fiati.

Mi tenevo ai margini della folla danzante, anche se i corpi continuavano a urtare le mie
ali. Alcuni borbottavano una mezza scusa, ma la maggioranza mi lanciava un’occhiata infastidita da
sotto la maschera, o non se ne accorgeva neppure, e io mi sentivo una perfetta idiota per aver scelto
un costume tanto ingombrante.

Camminando impacciata, feci un giro completo tutt’intorno alla piazza del mercato,
sempre accompagnata dalla sensazione di essere osservata.

Alla faccia dell’anonimato.

Forse era come per la mia nascita. Tutti sapevano già chi erano gli altri. Avevano
imbrogliato, rivelandosi l’un l’altro le identità nascoste dietro i travestimenti, e io ero rimasta
l’unica all’oscuro. L’unica persona nuova.

Da un lampione, un pavone seguì la mia avanzata, ma non si avvicinò. Un’aura


familiare aleggiava attorno a una civetta e a una mantide religiosa che stavano camminando al passo
con me, ma non riuscivo a capire chi fossero.

Probabilmente Sam aveva chiesto ai suoi amici di tenermi d’occhio. Al mercato quel
pensiero mi aveva irritata ma adesso, dopo che avevo rivisto Li, ne ero quasi contenta. Forse avrei
dovuto venire insieme a lui. Non avrei dovuto essere tanto suscettibile. In fondo non mi aspettavo
certo che dicesse che avrebbe preferito me a Ciana, anche prima di sapere che erano stati amanti.

Un’averla bianca e grigia si voltò, dandomi le spalle, e in quello stesso istante percepii
uno sguardo provenire da quella direzione, dalla Casa del Consiglio. Là davanti, c’era un cane da
caccia che mi stava fissando.

Tagliai verso il lato sudovest della piazza. Era tutto bellissimo e quelle migliaia di
persone che ballavano… era meraviglioso. Io ero da sola, però, a parte qualche amico di Sam che
mi guardava da lontano.

O forse Li. Non avevo idea se fosse presente, né cosa potesse indossare. Di colpo, ogni
figura alta e snella mi parve sospetta.

Un furetto mi toccò il braccio. — Balli?

Sobbalzai, ma quella voce la conoscevo. Armande.

Mi fece un gran sorriso da sotto i baffi e la maschera, poi mi tirò nella danza,
permettendomi così di mettere in pratica i passi che Stef mi aveva insegnato. Ballammo un’intera
gagliarda, prima che lui mi accompagnasse a un buffet che prima non avevo visto, riccamente
imbandito con minuscoli sandwich e pasticcini, e pile di bicchieri di carta accanto ai bollitori colmi
di caffè e sidro. I tavoli erano ricoperti di pizzi e di decine di ritratti di una coppia che immaginai
essere Tera e Ash, anche se in ogni foto i volti erano diversi.

— Devono amarsi davvero tanto — mormorai, prima di ricordarmi che ero in costume.
Lanciai un’occhiata ad Armande per vedere se si fosse accorto di nulla, ma lui si limitò a sorridere.

— Il tuo segreto è al sicuro con me. Ma sei alquanto riconoscibile, anche travestita —
aggiunse con una mezza scrollata di spalle.

— Oh. — Arrossii da sotto la maschera e accettai il caffè che mi stava offrendo. — Da


quante vite stanno insieme?

— Cinquanta — rispose lui, e fece un sorso dal bicchiere. — Quasi fin dall’inizio. Non
facciamo molte feste come questa, ma quella di Tera e Ash non manca mai. A ogni generazione.

Se ogni vita durava circa settantacinque anni, stavamo parlando di 3750 anni insieme.
Non riuscivo a immaginare un amore del genere.

— Per le prime generazioni non sopportavano di avere età troppo diverse o di


appartenere allo stesso sesso. Allora si uccidevano, in modo da rinascere poi nello stesso periodo. E
nessuno è mai riuscito a convincerli a non farlo.

Io pensai che amare qualcuno non avrebbe dovuto implicare tanta morte. Non che avessi
grande esperienza in materia. — Adesso sono due donne.

Armande annuì. — Sono giunti alla conclusione che morire tutte le volte era troppo
doloroso e che se si amavano davvero, nient’altro contava. Però — e mi venne più vicino — quando
uno dei due muore, poco dopo se ne va anche l’altro. Immagino che sia dura essere decrepiti nel
corpo, quando il tuo più grande amore sta appena rimparando a camminare.

— Direi di sì. — Finito il caffè, buttai il bicchiere in un bidone per la raccolta


differenziata. Armande e io facemmo qualche altro giro di danze prima che lui mi lasciasse tra le
braccia di un corvo dalla maschera e gli abiti rivestiti di penne luccicanti. Non lo riconobbi, ma lui
fece un complimento carino al mio costume prima di passarmi a una donna vestita da alce.

Alcuni dei miei cavalieri li riconobbi – Whit e Stef si presentarono nelle vesti di un
leone e di una libellula dalle ali che sembravano di gemme – ma moltissimi, per quello che potevo
dire, erano perfetti estranei. Fu divertente. Invece di stare lì ad aspettare che qualcuno mi
riconoscesse, mi ritrovai a ridere e a invitare altra gente a ballare con me.

Forse l’anonimato non era poi così importante come avevo creduto.

Trovai Sarit, con una cresta di piume grigie che le spuntava dai capelli neri e una
maschera scintillante a ricoprirle la metà superiore del viso. Le guance dipinte di un arancione
intenso facevano contrasto con la seta gialla. Attorno alle braccia erano drappeggiate lunghe pieghe
di tessuto grigio, a formare delle ali molto più belle delle mie.

— Che cosa sei? — Non avevo mai visto uccelli di quel genere, a Gamma.

— Una calopsitta. — Mi sorrise felice da sotto il grosso becco a uncino. — Vengono


dall’altra parte del pianeta.

Anche soltanto la regione meridionale di Gamma per me era un posto remoto. Avrei
dovuto ricordarmi di chiederle di quegli uccelli, ma per il momento lei non fece che prendermi per
mano e trascinarmi verso la scalinata della Casa del Consiglio, dov’erano stati allestiti degli archi,
disposti non in fila ma a caso.

— Che cos’è?

— Il varco nell’arco! — Sarit fece una risatina. — No, non chiamarla mai così davanti a
qualcuno che celebra una ridedicazione. Si arrabbiano moltissimo, perché la fa sembrare una
stupidaggine.

— Scommetto che hai cominciato tu a chiamarla così.

— Foooorse sì. — Allungò la parola di svariate sillabe. — L’idea è davvero dolce, però.
I due cominciano dal primo arco in fondo alla scalinata e poi devono passarli tutti fino in cima.
Bendati.

— Bendati? Ma gli archi sono sparpagliati dappertutto! — La fissai, allibita. — Mi stai


prendendo in giro.

— Affatto. Vuole simboleggiare l’incertezza del futuro. I due devono tenersi per mano e
consigliarsi l’un l’altro sulla direzione da prendere. Avranno visto la disposizione degli archi mentre
ballavano, comunque.

A me continuava a sembrare una follia.

— Ciascun arco simboleggia qualcosa di importante. Quello di ossidiana è per la notte, i


fiori – dato che adesso è inverno, sono di seta – sono la felicità, il pino è la salute. Facile, no?

— Che succede se non riescono a passare attraverso tutti gli archi? — le chiesi mentre
ci spostavamo in direzione del buffet.

— Ci riescono sempre. — Si chinò verso di me. — A parte quella volta in cui saltarono
l’arco di pino. Probabilmente sarà una coincidenza, ma un sacco di gente si ammalò, quell’anno…

Rabbrividii, indovinando dal suo tono di voce che Ash e Tera non vissero a lungo, in
quell’occasione. Eppure, era così romantico il modo in cui ritornavano sempre l’uno dall’altra.

Ballerini festanti volteggiavano in giro. Sarit mi tirò nel cerchio più vicino, dove si
stavano lanciando in un veloce ballo a otto in cui bisognava battere così tanto le mani che alla fine
mi bruciavano i palmi. Dopo ci spostammo in un altro gruppo, e poi in un altro ancora, qualche
volta trovando nuovi cavalieri, ma senza mai perderci di vista, in modo da avere sempre qualcuno
con cui ballare.

Per due ore fui una farfalla che passava di fiore in fiore, che attraversava turbinando il
ballo in maschera in un frullo di ali di seta. Non avevo mai pensato di essere carina, ma così tante
persone mi fecero dei complimenti che quasi cominciai a crederci.

La sensazione di essere osservata non si attenuò mai. Invece si intensificò con


l’avanzare della serata. Non avevo ancora trovato Sam, ma probabilmente si era stancato ed era
tornato a casa. Fin dall’inizio non avrebbe voluto venire.

Maledicendomi per aver bevuto tanto caffè, mi scusai con Sarit e scivolai nella Casa del
Consiglio per usare il bagno. In ogni caso, avevo bisogno di una pausa. Avevo le gambe stanche e
le guance indolenzite a forza di sorridere.

Prima non sapevo esattamente cosa aspettarmi da questa cerimonia, ma era davvero
divertente come mi aveva promesso Stef. E poi, mi piaceva vedere come tutto questo fosse
importante per la gente. Magari non si preoccupavano di tenere nascosta l’identità, ma darsi così
tanto da fare per organizzare una serata speciale per Tera e Ash…

Era qualcosa di cui capivo il valore.

Quando uscii, mi sentivo meglio e rimasi a osservare la folla da sopra la scalinata. Era
tutto uno scintillare di maschere, ma la notte manteneva alcune zone oscure. Vidi di nuovo l’averla,
così come il pavone, ed entrambi finsero di non guardare mentre scendevo le scale.

Stava suonando una canzone veloce che spingeva la gente a muoversi a balzi e saltelli
vivaci. Qualcuno mi afferrò, facendomi girare su me stessa, per poi agguantarmi ancora. Due mani
brusche strinsero le mie, trascinandomi in mezzo alla calca. Delle dita mi si conficcarono nei
fianchi, strappandomi via, verso un altro ballerino.

Un lupo. Un falco. Una lucertola. Presto fui circondata. La musica divenne un frastuono
frenetico che mi riempiva le orecchie e il mondo una macchia indistinta, scura e scintillante, davanti
agli occhi.

Mi strattonarono come fossi una farfalla in una tempesta. Giravo di mano in mano, coi
capelli che mi svolazzavano negli occhi. Nastri e fiori fluttuavano a ogni mio movimento, e la
maschera sembrava sul punto di staccarsi. Me la strinsi alle guance, ubriaca di paura e adrenalina.

C’erano così tanti sconosciuti. Così tanto rumore.

Sentivo altri piedi pestare i miei e le braccia mi facevano male, afferrate da troppe mani.
Ogni singola molecola del mio corpo era indolenzita e tremante. Quando cercai di svicolare, il lupo
mi afferrò ancora, ignorando le mie urla. La musica era fortissima e tutti gli altri saltavano,
esultanti. La mia voce era completamente inghiottita dal frastuono.

Allora conficcai un gomito nel petto del lupo, mollai un calcio nello stinco della
lucertola e provai di nuovo a scappare. Venni afferrata da un cigno, ma prima che mi
rintrappolassero nel loro cerchio, un nuovo ballerino s’infilò nel gruppo, mettendosi tra me e tutti
gli altri.

Avevo il cuore a mille, però lui mi accarezzò una guancia, scoccando un’occhiata di
fuoco agli altri mentre mi portava in salvo. Le ali si tesero quando mi allontanò con una piroetta,
prima che potessi dare un’occhiata alla sua maschera. Colsi soltanto una visione fugace di grigio e
nero striato di bianco, poi mi ritrovai con la schiena contro il suo petto. Il braccio con cui mi
cingeva la vita mi impediva di guardarlo in faccia, ma c’era dolcezza nel modo in cui mi stringeva a
sé.
Le sue dita mi sfiorarono la guancia, scendendo lungo il collo. Davanti a me c’era
l’intero ballo in maschera, ma la mia concentrazione era tutta sull’uomo alle mie spalle. Le mani si
abbassarono con delicatezza verso le mie anche, tenendomi saldamente mentre giravamo; i piedi mi
si sollevarono da terra ma anche quando ebbi l’impressione che le ali avrebbero potuto portarmi via
nel vento leggero, lui continuò a tenermi stretta a sé.

E così il mio nuovo rapitore, o salvatore, fece strada verso il margine della calca. Mi
teneva così vicino a sé che nessuno avrebbe potuto insinuarsi tra noi. Le sue mani erano sui miei
fianchi e sullo stomaco. La musica si fece più lenta, profonda, e le sue dita scivolarono sulla mia
pelle ricoperta di seta. Non riuscivo a respirare.

La danza cambiò. Una sensualità densa e potente aveva sostituito la paura, e l’allegria
che avevo provato ancora prima. Il mio nuovo cavaliere mi accarezzò il vestito, lisciandomelo sullo
stomaco, e poi giù fino alla coscia. Quando inclinai il capo all’indietro, verso la sua spalla, un soffio
tiepido mi sfiorò leggero il collo, là dove lui posò un bacio.

Mi sentii irrigidire, senza fiato, e per poco non fuggii. Ma la stretta delle sue braccia si
fece più forte e in qualche modo riuscì a comunicarmi le sue scuse e io realizzai che non mi aveva
fatto niente di male, che anzi mi aveva salvato. Mi rilassai di nuovo e chiusi gli occhi. Ci eravamo
lasciati alle spalle il peggio della ressa e confidavo che avrebbe fatto in modo che non
incontrassimo nessuno.

La musica riempì lo spazio intorno, e i sottili strati d’aria ancora liberi fra noi.
Suonavano gli archi, lunghi e caldi come colate d’oro. I flauti sembravano d’argento, mentre i
clarinetti richiamavano il mormorio del bosco.

Quasi non pareva reale. Era come un sogno, quando inclinai ancora la testa all’indietro;
la sua bocca era sospesa a un soffio dalla mia pelle, e io riuscii a fare un leggero segno d’assenso.
Dopo un attimo di esitazione, che durò un’eternità, finalmente le sue labbra mi sfiorarono la punta
dell’orecchio.

Mi sentii percorrere dai brividi mentre mi abbandonavo sempre più al suo abbraccio.
Tenevo le mani premute sulle sue, perché non mi lasciasse andare. Era tutta la vita che lo aspettavo.

Tra un bacio e l’altro che mi dava, scendendo lungo il collo, sembrava trascorrere un
tempo infinito. Con la mano libera mi tracciava dei disegni sul fianco e la gamba e poi di nuovo su,
attorno all’ala. Mi sfiorava il viso e i capelli, lo sforzo di controllarsi evidente nel modo in cui
tremava e riprovava di nuovo.

Cominciò un valzer. Trattenendo il respiro, mi prese la mano e mi allontanò facendomi


volteggiare, per poi tirarmi ancora a sé così che fossimo l’uno di fronte all’altra.

La maschera gli copriva la metà superiore del viso. Non era né un falco né uno
sparviero, a dispetto del becco a uncino; i segni non erano quelli giusti. Aveva degli spruzzi di nero
sotto gli occhi, cappuccio e penne grigie, con un collare bianco intorno alla gola. L’averla.

Non mi lasciò la possibilità di studiarlo più a lungo, perché mi attirò a sé e io mi ritrovai


contro il suo corpo. Le sue braccia mi cingevano la vita, passandomi con circospezione sotto le ali.
Mentre ballavamo, il battito del suo cuore sovrastava la musica. Riuscivo a percepire la tensione
nelle braccia e sul petto mentre cercava di tenermi stretta, quasi avesse timore di rompermi. Avrei
voluto dirgli qualcosa, rassicurarlo, ripetergli che mi fidavo di lui, ma se avessi parlato, quel
momento avrebbe potuto infrangersi.

Era piacevole. Familiare. Ancora prima che lui si muovesse, il mio corpo già sapeva
dove sarebbero scivolate le sue mani, e come si sarebbero accordati i nostri respiri. Conosceva la
musica bene quanto me e ne anticipava i battiti più marcati, lasciando gli altri in sospeso.

Le averle sono uccelli canori; lui doveva saperlo.

Danzammo per un tempo infinito, eppure non abbastanza. Adesso che mi trovavo di
fronte a lui potevo anche toccarlo, invece di limitarmi a sciogliermi goccia a goccia tra le sue mani,
timida sotto il suo sguardo. Esplorai la sua schiena, scoprendo con la punta delle dita le creste della
spina dorsale, i muscoli, un punto sotto la scapola sinistra che per un attimo lo fece contorcere come
se stesse lottando per non scoppiare a ridere. Lo solleticai di nuovo, divorando con avidità la
sensazione del suo petto contro il mio.

Quando il pezzo terminò, si mise dietro di me e alzammo gli occhi verso la scalinata.
Lassù, un passero e una lucertola – non la stessa che mi aveva preso in trappola prima – stavano
attraversando gli archi l’uno dopo l’altro, mano nella mano. Uno tirava, l’altro seguiva. Prima l’arco
di pino, poi quello di fiori, di ossidiana, d’argento e di pietra. La coppia riusciva ad azzeccarli tutti,
anche con la benda di seta che era stata legata sulle loro maschere. Dietro di loro fluttuava un lungo
drappo dorato, simile a una bandiera.

Ce l’avevano fatta davvero. E forse non importava se fosse perché uno dei due
conosceva il percorso o perché era l’amore autentico che li univa a guidarli nella giusta direzione.
Quei due si amavano sul serio.

Incorniciati dalle colonne della facciata della Casa del Consiglio, il passero e la
lucertola si abbracciarono, si diedero un bacio e strapparono via maschere e bende. Tutti lanciarono
urla di giubilo quando le maschere volarono in mezzo alla folla; Sarit avrebbe potuto spiegarmi il
significato di quella parte di cerimonia, ma lei non era lì.

Meuric si avvicinò di nuovo al microfono e cominciò un altro discorso. Oh, Meuric. No,
grazie.

Tornai a girarmi verso l’averla, ma in quel momento il becco della sua maschera mi
toccò appena il collo e un paio di calde labbra mi sfiorarono l’orecchio. Mi sentii attraversare dai
brividi, però non mi mossi finché non sentii che lui si stava allontanando. Allora lo afferrai per la
mano.

— Aspetta!

Era quello giusto. Sapevo chi volevo che fosse, con tutta me stessa, anche se il modo in
cui avevamo ballato non era come… quel genere di passione lui la riservava soltanto alla musica.
Non a me.

Una brezza gelida mi fece rabbrividire mentre mi stringevo ancora più forte a lui.
Ancora un passo più vicino. Cercando i suoi occhi.
Da un lato, le sue labbra ebbero un fremito verso l’alto, come in una smorfia divertita.
L’avevo già riconosciuto, eppure l’espressione familiare mi colpì con una tale violenza che quasi
non reagii.

Lo baciai.

O meglio, premetti la bocca contro la sua sperando che lui non scappasse.
Probabilmente la cosa mi avrebbe uccisa.

Per tre lunghi secondi, lui se ne rimase semplicemente lì, col fiato sospeso, serrando la
presa delle mani sulla mia schiena. Poi, con un flebile gemito, aprì la bocca e mi baciò. Non fu
semplice e dolce come immaginavo sarebbe stato il mio primo bacio, ma piuttosto affamato e
dolente. Il che andava bene, meglio di un bacio semplice e dolce, perché dopo tutto quello che
avevamo passato, anch’io mi sentivo affamata e dolente.

Il suo becco mi sfregava contro la guancia, ma finché la punta della sua lingua continuò
a danzare tra le mie labbra, lo ignorai. Tutto quello che faceva era come una magia, ma quando il
suo bacio divenne più profondo e mi strappò un gemito, gli posai i palmi sulla maschera e la spinsi
dolcemente verso l’alto finché non scivolò via, rimanendo appesa al mio polso. Era di Sam che
avevo bisogno, non dell’averla.

Lui arretrò, mentre sul suo viso si susseguivano la sorpresa e l’imbarazzo, rapidi. Mi
passai la lingua sulle labbra e finsi che le mie guance non fossero bollenti, che non mi sentissi
sciogliere e che in realtà non desiderassi tutto quello che il suo bacio aveva promesso.

— Ciao. — Con mano tremante, gli porsi la maschera.

Lui non la prese. — Lo sapevi.

— Io lo saprò sempre. — Il mio corpo era in fiamme per il contatto con il suo, per le
sue gambe che strisciavano contro le mie, per la sua bocca. Volevo che mi baciasse ancora.

Il discorso di Meuric doveva essere terminato. Altri si stavano togliendo la maschera,


salutandosi. Non facevano caso a noi.

— L’hai sempre saputo, per tutto il tempo… — disse Sam. — Anche mentre
ballavamo?

— Sì. — L’avevo capito non appena mi aveva toccata. Dal modo in cui il suo corpo
aderiva al mio e da come la sua bocca aveva esitato sul mio collo. Era proprio tipico di Sam: esitare.
— Non mi avevi riconosciuta anche tu? — C’era un pensiero che mi tormentava. E se aveva sperato
che io fossi qualcun altro?

Lui mi prese la mano, come se temesse che potessi volare via. — Certo che ti avevo
riconosciuta.

— Oh, bene. — Risposta patetica. — Cioè… voglio dire… non avrei ballato con te in
quel modo, se non avessi saputo chi eri.

— Hai ballato con un sacco di persone.


— Non in quel modo. — Mi costrinsi a sostenere il suo sguardo. Ovunque mi avesse
toccata, riuscivo ancora a sentirlo. Forse per lui non aveva significato molto, ma per me era stato
importante. Lui doveva saperlo. — Perché hai cercato di scappare?

— Volevo… — Le sue guance presero colore mentre scuoteva la testa. — Mi dispiace


per oggi. Io voglio dirti tutto, ma più di ogni altra cosa — mi infilò una ciocca ribelle dietro
l’orecchio — più di ogni altra cosa voglio dirti che ho mentito a Stef.

E io avrei voluto che mi baciasse ancora. Meno parole. Più baci.

— Lei lo ha capito, credo. Non siamo molto bravi a mentire fra noi, dopo tutto questo
tempo. — Fece un brusco respiro. — Ana… voglio che tu sappia che avrei scelto te. Se si potesse
decidere, se ciò che voglio io contasse qualcosa, io avrei scelto te.

Mi sentivo come la sera che aveva suonato per me la prima volta, come se fossi sul
punto di crollare a terra perché le gambe non erano abbastanza forti da sostenermi. Invece, usando
le sue spalle per tenermi in equilibrio, mi alzai sulla punta dei piedi e gli sussurrai all’orecchio: —
Andiamo a casa, Sam. Basta pensare. Queste ali pesano.

Lui mi diede un bacio sul collo e mormorò qualcosa che sembrava un assenso.

CAPITOLO VENTIDUE

ALI

Per quanto desiderassi tornare subito a casa di Sam, la cerimonia non era ancora finita.
Svariati amici di Tera e Ash tennero dei discorsi, ripetendo quanto fossero contenti di poter assistere
a un’altra ridedicazione ben riuscita. In molti avevano portato regali, con il seguito di esclamazioni
sorprese, fotografie e ringraziamenti.

La gente si accalcò per vedere ed era evidente dall’esultanza generale che la cerimonia
era importante per loro. Anche se in pochi credevano effettivamente alla teoria delle anime gemelle,
era difficile negare che Ash e Tera fossero fatti l’uno per l’altra. Quando quei due si guardavano,
poco ci mancava che risplendessero di luce propria. Ed erano passati più di tremila anni…
Incredibile.

Rimanemmo fermi lì per un’altra ora e poi l’intera popolazione di Cardio doveva
mettersi in coda per congratularsi con Tera e Ash per la loro ridedicazione. Mi accorsi di qualcuno
che se la svignava, suscitando il seccato rimprovero dei presenti.

Sam mi stringeva la mano come se potessi volar via da un momento all’altro e alla fine
arrivò anche il nostro turno di abbracciare Tera e Ash e di congratularci con loro.

Compiuta con successo la nostra missione, ci facemmo strada in mezzo alla gente
festante che ancora bighellonava nella piazza del mercato, intenta a ridere e a chiacchierare,
confrontando i costumi. Con mio grande sollievo, non ci fermammo a parlare con nessuno. A
malapena parlavamo tra noi. Non riuscivo a immaginare perché lui non avesse nulla da dire, ma io
avevo appena dato il mio primo bacio, per non parlare del miliardo di altre cose che già stavo
sognando sulla notte a venire. Ero frastornata, con un incendio nel cuore, nello stomaco e più in
basso.

Non prendemmo la strada più lunga, quella che conoscevo io, ma la scorciatoia che si
snodava per almeno una decina di stradine secondarie. Avrei voluto poterci tornare volando, a casa.

— Ana — disse lui, una volta che ci trovammo soli sulla strada illuminata dalla luna.

Il buio della notte nascondeva ogni cosa oltre un metro di distanza. Per quel che
vedevamo, avremmo potuto essere gli unici due esseri viventi in città. Soltanto noi, il buio e il
freddo. L’aria mi solleticava le braccia e il viso, facendomi rabbrividire.

— Sam… — Il suo nome divenne nebbia.

Le nostre maschere gli penzolavano dalle dita, dondolando a ogni suo passo. L’oscurità
inghiottiva i colori sgargianti della mia farfalla, che avevo impiegato così tanto tempo a ritagliare e
dipingere. — Non avrei dovuto ballare con te in quel modo. E neanche baciarti.

Il mio cuore perse un colpo. — Sì, avresti dovuto.

— Non davanti a tutti. — La sua voce aveva lo stesso suono dei ghiaccioli quando si
frantumano sotto i piedi. — Ho perso il controllo.

A me sembrava che ne avesse avuto anche troppo, di controllo. — Hai agito sull’onda
della passione. — Così avevo pensato. Adesso non ne ero più tanto sicura, con tutto quell’insistere
che non sarebbe dovuto accadere. — Non c’è niente di male.

— Che cosa credi che penseranno, gli altri?

— Non mi importa. — Mordendomi un labbro, lo seguii dietro un angolo. Adesso il


gelo mordeva più forte. Perché non poteva aver bisogno di me quanto io ne avevo di lui? — E va
bene, un po’ mi importa di quello che penseranno, ma più di ogni altra cosa mi importa che tu
facessi sul serio.

— Sul serio?

— Quando ballavamo. Il modo in cui mi hai baciata. — Non volevo dover chiedere,
esigere delle spiegazioni. Volevo soltanto che lui mi prendesse ancora tra le braccia e mi baciasse di
nuovo, fino a togliermi il respiro. In quel momento non riuscivo a respirare per altre ragioni, di gran
lunga meno piacevoli. — Facevi sul serio?

Lui smise di camminare e si voltò verso di me. — Certo! Perché dovresti pensare il
contrario?

Se non ricordava quello che non era successo in cucina, e ciò che invece era successo
poco prima, allora voleva dire che era stupido. — Hai cercato di scappare e adesso mi stai dicendo
che non avresti dovuto baciarmi. Che cosa ti aspetti che provi? — La voce mi stava tradendo; era
incerta e tremolante. — Non ci riesco a stare nel mezzo. Baciarsi, non baciarsi. Se ci baciamo,
allora basta scappare o dire che non avremmo dovuto farlo. Perché io non posso… — Deglutii con
forza, e feci un altro tentativo. — Mi devasta troppo, quando tu cambi idea.
Le maschere frusciarono quando caddero sull’acciottolato. Sam emise un suono che
poteva assomigliare al mio nome, poi mi prese per le spalle e mi baciò. Non con la stessa passione
di prima, ma dentro di me mi sentii stringere esattamente nello stesso modo. Avrei voluto
assecondarlo, ma il sollievo e la rabbia furono più forti. Mi sottrassi con uno strattone, urtando col
tallone le due maschere a terra.

— Questa non è una risposta. — Forse lo era, però io avevo bisogno di sentire le parole.

Inspirò bruscamente, mentre si chinava a raccogliere le maschere. — Ho desiderato


baciarti fin dalla prima volta che ci siamo visti. E non perché mi facevi pena. Soltanto perché penso
che sei una persona meravigliosa, e che sei bellissima. Tu mi rendi felice.

Mi strinsi nelle braccia, sbattendo le palpebre per scacciare le lacrime e l’amarezza. —


È difficile crederlo.

— Non dubitarne mai. — Mi prese il viso tra le mani, passandomi il lieve tepore. —
Spero che potrai perdonarmi.

— Ti farai perdonare. — Avrei voluto toccarlo, ma anche se eravamo ancora sotto


l’effetto del ballo, anche se lui era così vicino, mi sembrava una cosa proibita. Adesso non avevamo
più le maschere. — E non ti devi preoccupare di quello che pensano gli altri. Non molto, almeno.

— Devo preoccuparmi di quello che pensa il Consiglio. Tecnicamente, tu sei ancora…


— Lanciò un’occhiata verso il centro di Cardio, con la luce del tempio che gli si rifletteva sul volto.
— Non capiranno.

Un adolescente di cinquemila anni e una senzanima? Non lo capivo nemmeno io, ma


questo non cambiava quello che volevo. — Sto facendo tutto ciò che mi hanno ordinato. Se
troveranno da ridire, allora ce ne preoccuperemo.

Era di nuovo di fronte a me, ma era troppo buio per riuscire a distinguere le minime
sfumature della sua espressione.

— Prima hai detto: «Andiamo a casa.» Non l’avevi mai chiamata “casa”…

Seguì un momento di silenzio, durante il quale avrei potuto rispondergli; invece, lasciai
che a riempirlo fossero soltanto la luce delle stelle e il vapore dei nostri respiri. — Tu… — Spostò
il peso da una gamba all’altra. — Tu la vuoi davvero, questa relazione? Tu e io?

— Te lo ricordi quello che ti dissi, là al capanno? Prima di scoprire chi fossi veramente?
Quello che avevo sempre provato per Dossam? — Avevo le vertigini per la speranza, e il freddo, e
il desiderio.

— Non è una cosa che si dimentica tanto facilmente. — Mi venne più vicino,
riparandomi dal vento. — Diventai così nervoso, dopo. Avevo paura che saresti rimasta delusa,
quando avessi scoperto che ero soltanto io.

— Tu mi piacevi già da prima. Il pianoforte è stato un extra. — Rimasi in attesa, il


respiro greve nel petto, finché finalmente mormorai: — Non mi hai detto se lo volevi, tutto questo.

Lui mi fece scivolare le dita tra i capelli, sistemandomeli sulle spalle. — Ricordi quando
ti ho baciata? Mi sentivo come uno che sta morendo di fame a un banchetto.

Se non fossimo stati nel bel mezzo di una strada buia, gli avrei chiesto di rinfrescarmi la
memoria, ma non mi sentivo più né il naso né la punta delle dita e così, facendogli eco, dissi: —
Non è una cosa che si dimentica tanto facilmente.

Le sue mani mi scivolarono lungo le braccia. — Bene, allora. È un sollievo saperlo.

— Come se avessi potuto darti un’altra risposta. — Sollevai il viso e rimasi di nuovo
senza fiato quando le sue labbra sfiorarono le mie con un bacio. Come se niente fosse, come se da
quel momento in poi la vita per noi sarebbe stata così. Sam avrebbe baciato me, io avrei baciato lui.
— Andiamo, prima che mi congeli del tutto. Non avevo previsto di stare in giro così tanto prima di
rientrare a casa.

— A casa, allora. — Sam intrecciò le dita alle mie. Anche lui aveva le mani gelate. —
Mi dispiace di non aver portato una giacca.

— Non mi starebbe. Ho ancora le ali.

— Te le porterei io.

— Sono fissate al vestito. È l’unico modo in cui sono riuscita a farle stare su.

Lui mi strizzò la mano e disse in tono malizioso: — In tal caso, sarei stato
particolarmente felice di portartele io.

— Sam!

— Non sarebbe la prima volta che ti vedo senza niente addosso.

— Sam! — Mi sentii avvampare mentre cercavo una battuta per prenderlo in giro, ma
proprio nel momento in cui mi venivano in mente alcuni passi che continuava a sbagliare in modo
vergognoso durante le lezioni di danza, la strada fu attraversata da una luce blu simile a un lampo.
Sbattei le palpebre, abbagliata.

Sam crollò a terra e dalla gola gli uscì un suono strozzato. — Ana! — Mi afferrò il
braccio sinistro, il viso stravolto dal dolore. — Corri, Ana!

Un’altra stilettata di luce squarciò la notte, facendo sfrigolare i ciottoli a pochi


millimetri dai miei piedi.

Qualcuno stava cercando di ucciderci.

CAPITOLO VENTITRÉ

TEMPORALE

Mi precipitai da Sam. O il nostro aggressore aveva una mira pessima, oppure non
stavano davvero cercando di ucciderci, ma volevano solo farcelo credere.
— Dobbiamo correre. — Tiravo Sam per il braccio destro. Lui continuava a tenersi
stretto il sinistro con la mano, il che senza dubbio non doveva significare niente di buono, ma in
quel momento un’altra staffilata di luce mi trafisse l’ala e non c’era tempo di preoccuparsi. La seta
bruciata emanava odore di cenere. — Non vado da nessuna parte senza di te.

Aveva il viso completamente stravolto da una smorfia, ma si tirò su con un lamento. —


Va tutto bene — disse. — Non sanguina nemmeno.

Il nostro aggressore era nascosto dalle tenebre, eppure avevo l’impressione che i colpi
fossero arrivati dallo spazio tra due pini che si trovavano vicino all’incrocio. Un punto alle nostre
spalle, perciò dovevano averci seguiti fin dal ballo. La stessa persona che mi aveva pedinato
qualche notte prima?

Slegai il coltello che avevo sistemato tra i capelli. Prima ero riluttante all’idea di usarlo,
ma adesso qualcuno aveva colpito Sam. Gli avrei fatto un buco in pancia, se solo mi si fosse
presentata l’occasione.

I nostri passi rimbombavano sull’acciottolato mentre scappavamo. Le mie stupide ali


catturavano l’aria e rallentavano la corsa così, non appena ebbi entrambe le mani libere, afferrai la
struttura di metallo e trapassai la seta con il coltello, aprendovi degli squarci. Feci lo stesso anche
all’altra ala.

Guidavo Sam lungo il ciglio sinistro della strada, al riparo dalla luna e dove neanche la
luce delle stelle avrebbe fatto risaltare le nostre sagome. Avessi saputo meglio come muovermi,
avrei tagliato per i cortili, ma al buio il mio senso dell’orientamento era peggio del solito. In
qualunque strada fossimo sbucati, non sarei riuscita a riconoscerla.

L’aggressore continuava a sparare colpi, che esplodevano in un gran bagliore alla nostra
destra. Mi lanciai un’occhiata alle spalle ma l’inseguitore era sempre nascosto nell’ombra, da
qualche parte sull’altro lato della strada.

— Per di qua! — urlò Sam. Svoltammo a sinistra, in un’altra strada fiancheggiata da


alberi. Lo afferrai per un lembo della camicia e, non appena svoltato l’angolo, lo tirai nella
boscaglia. Gli aghi di pino frusciavano sotto i nostri piedi e la brusca deviazione doveva avergli
causato un dolore acuto al braccio, perché lo sentii imprecare. Trovammo rifugio dietro un
cespuglio, cercando di stare il più in silenzio possibile.

Consapevole del mio coltello e della sua ferita, gli misi un braccio intorno e lo tenni
vicino. Sentivo il suo cuore battere velocissimo sotto la mia mano e il respiro che ansimava in brevi
rantoli soffocati. Continuai ad accarezzargli la guancia, mentre aspettavamo che il nostro aggressore
ci superasse di corsa, ma la strada rimase deserta.

Le dita mi si erano contratte attorno al manico del coltello mentre ricominciavo a


tremare, per effetto della paura e dell’adrenalina. Avvicinandomi all’orecchio di Sam, sussurrai: —
Vado a dare un’occhiata.

— No! — Lui mi afferrò per la vita. — Ti farai male.

— Tu sei ferito. Dobbiamo metterci in salvo. — E sgusciai via dalla sua presa, cosa
piuttosto semplice, inguainata com’ero in un vestito di seta. — Controllo soltanto se sono andati
via.

Lui scosse la testa, ma non cercò più di fermarmi.

Prima di andarmene, ripiegai i fili di ferro che reggevano le ali, in modo da farli aderire
di più al corpo così che non mi intralciassero. Dalle ali distrutte penzolava la seta a brandelli.

Uscii sulla strada in punta di piedi, tendendo l’orecchio per cogliere qualsiasi rumore
strano, ma ero distratta dai tonfi del mio cuore. E non potevo ignorarli, così come non potevo
ignorare il fruscio dei rami di sempreverde.

Uno schiocco di legno. Cercai di capire quale fosse l’origine, ma le tenebre oscuravano
la strada come una coltre di carbone. Un’ombra si mosse, più buia del buio intorno.

Mi bloccai, immobile, stupidamente distinguibile con quel mio insulso costume e le ali
sbrindellate. La luce della luna colava lungo la strada; mi sembrava quasi di sentirla sulla pelle
come un alito non più caldo dell’aria della notte. — Chi è là?

Dietro di me, Sam imprecò.

— Che male c’è a chiedere? — borbottai. — Ormai ci hanno già aggrediti.

Non avrei dovuto parlare. Dall’ombra che si era mossa si sprigionò una luce che andò a
colpire l’ala sinistra. Il fil di ferro si fuse. Gridai e cominciai a correre, i passi che risuonavano
sull’acciottolato. Rumori di rami spezzati tra i cespugli mi fecero pensare che Sam fosse dietro di
me, ma quando mi voltai, vidi un’altra persona.

Una grossa sagoma correva sulla strada e mi stava raggiungendo senza difficoltà. Cercai
di aumentare l’andatura, però avevo freddo ed ero stanca. Mi agguantò per un’ala, facendomi
voltare con uno strattone. Mi ritrovai a fissare una maschera bianca.

Cercai disperatamente di divincolarmi nella direzione in cui avevo lasciato Sam, ma


l’aggressore mi afferrò il braccio e mi spinse a terra. Sentii un dolore acuto al gomito e alla gamba;
il coltello, del quale ovviamente mi ero dimenticata, schizzò via. Mentre mi rimettevo
affannosamente in piedi, avvertii una sensazione di calore.

Lui mi spinse di nuovo giù.

Cercai di strisciare verso il coltello, soltanto a due passi di distanza da me. Ma prima
che riuscissi a raggiungerlo, l’aggressore mi sollevò di forza da terra e mi scagliò dalla parte
opposta. Gridai quando il mio corpo andò a sbattere contro la pietra. Poi fui inghiottita dal buio e
rotolai sulla schiena gemendo, mentre un fuoco feroce mi divorava ovunque.

Qualcosa di duro mi colpì alle costole. La sua scarpa. Emisi un paio di flebili lamenti e
il rumore di passi si allontanò. Passi di due paia di piedi, forse, ma non ebbi la possibilità di
verificare. Ogni mio singolo muscolo urlava per il dolore, il freddo e il bruciore dei lividi che
andavano formandosi.

Dovevo trovare Sam. Mi sollevai sui gomiti, le braccia scosse da un tremito. Il dolore
divampava dai punti in cui la pelle era escoriata, perciò mi tirai su a sedere, per evitare altre
abrasioni.
— Sam?… — Mi alzai barcollando, la voce gracidante come quella di una rana.

Il coltello era rimasto dove l’avevo fatto cadere. Lo recuperai incespicando, nel caso il
nostro aggressore tornasse, e mi trascinai verso il sottobosco. Mi sembrava di non avere un solo
lembo di pelle integro.

Sam era disteso sull’erba secca. Mi lasciai cadere sulle ginocchia, rinfilai il coltello nel
fodero e gli toccai la gola. Il battito pulsava con ritmo costante sotto le mie dita ansiose. — Alzati.
— Gli presi il viso tra le mani: la pelle era gelata.

Aprì gli occhi con un gemito, ma non sembrava in grado di mettere a fuoco. —
Qualcuno mi ha colpito.

— Andiamo. Potrebbero tornare.

— Tu stai bene? — Si tirò su a sedere ed ebbe un attimo di sbandamento. — Io penso di


non stare bene…

— Sopravvivrai. — Zoppicando, ci aiutammo a metterci in salvo. Se i nostri aggressori


fossero tornati, avrebbero potuto ucciderci su due piedi e noi non avremmo avuto modo di
impedirlo.

Ci sembrò di impiegare ore per arrivare a casa, e per le strade di Cardio si sarebbe
potuto vagare senza incontrare anima viva fino alla piazza del mercato, il che voleva dire che non
c’era nessuno in grado di aiutarci. Nemmeno Stef, che viveva alla porta accanto. Anche se
probabilmente non incontrare nessuno era la cosa migliore, dal momento che non avevamo idea di
chi ci avesse aggrediti.

Entrammo in casa barcollando e Sam accese le luci. Storcemmo il viso a quel bagliore
improvviso, ma il fastidio era nulla se paragonato al resto.

— Hai un aspetto orribile. — Mi appoggiai al muro per tenermi in equilibrio mentre mi


sfilavo le scarpe. La pietra bianca, la stessa che correva intorno alla città, la stessa del tempio senza
porta, scelse proprio quel momento per pulsare come un battito cardiaco. Mi allontanai di scatto,
inciampando nella scarpa ancora mezzo infilata nel piede, e finii a terra di sedere, vicino a una
gamba del pianoforte. Sentii un dolore al coccige.

— Ahi.

— Anche tu. — Sangue e polvere striavano il viso di Sam, e la sua manica lacerata
lasciava scoperta una brutta scottatura al braccio, rossa e rigonfia al centro, con i bordi anneriti.
Quando vide dov’era andato a posarsi il mio sguardo, fece una smorfia. — Guarirà.

— Dovremmo chiamare qualcuno. Un medico. Il Consiglio. — Mi tirai su in piedi a


fatica. — Dovrebbero saperlo, no?

Lui annuì. — Chiamo Sine e intanto controllo che in casa non ci sia nessuno. Tu rimani
qui.

— No. Vengo con te. — L’unico vantaggio della nostra presente situazione: lui non era
in grado di fare niente per fermarmi. — Perché Sine e non Meuric?
— Di Sine mi fido. — Trasse un respiro incerto e andò verso le scale, appoggiandosi al
muro. Dagli scaffali si levarono cigolii di protesta, ma tennero finché Sam non fu arrivato alla
ringhiera. Saliva con grande lentezza – il colpo alla testa doveva averlo frastornato più di quanto
non desse a vedere – per cui gli rimasi dietro, pronta a prenderlo nel caso perdesse l’equilibrio. O
almeno avrei potuto attutire l’impatto se fosse caduto a terra. Forse.

Dopo una rapida chiamata a Sine, e una volta controllate tutte le stanze, lo seguii nel suo
bagno.

— Ha detto che cercherà un medico da mandarci — disse — ma è tardi, ed è ancora


difficile contattare le persone, dopo la ridedicazione.

— A questo punto, la cosa migliore è prendere qualunque antidolorifico tu abbia in casa


e andare a letto.

Lui fece un debole sorriso. — Già…

Mentre allungava una mano dietro la tenda della doccia e azionava il getto, io scovai
una manciata di pillole e gli riempii un bicchiere d’acqua. Le prese senza protestare; poi io ne
ingoiai altrettante.

— Hai intenzione di rimanere qui mentre faccio la doccia?

— Oh, no! — Lanciai un’occhiata al suo braccio. — Meglio metterci sopra qualcosa.
L’acqua ti farà male.

— Giusto. — Si era lasciato cadere sul bordo della vasca e non disse nulla quando lo
aiutai a togliersi la camicia, facendo attenzione alle bruciature. Gli misi una garza sulla ferita, poi
l’avvolsi in una benda impermeabile e feci per andarmene.

— Ehi.

Mi fermai sulla porta, in mezzo al vapore che usciva dalla doccia.

Lui incrociò i miei occhi, lo sguardo di nuovo a fuoco. — Non ti allontanare. — Annuii,
e lui chiuse la porta solo a metà, non abbastanza perché non potessi distinguere la sua sagoma nello
specchio appannato, mentre si svestiva e poi spariva dietro la tenda della doccia.

Una volta finito, mi aiutò a ripulire e bendare le scorticature prima che anch’io andassi a
farmi la doccia. L’acqua bollente mi scioglieva i muscoli, alleviando parte della tensione delle ore
trascorse danzando e delle botte prese per strada. Quel po’ di sollievo non era però sufficiente,
neanche lontanamente.

Quando, infilata la camicia da notte, uscii dalla stanza da bagno, trovai Sam
addormentato nel mio letto. Gli antidolorifici avevano cominciato a farmi effetto mentre mi
strizzavo l’acqua dai capelli, e speravo che fosse stato lo stesso per lui. Mi sedetti lì accanto. —
Svegliati, dormiglione.

— Sono sveglio.

— Provamelo.
Aprì gli occhi e riuscì a mettere insieme un mezzo sorrisetto. — Visto?

Gli toccai il mento. — Nessuno aveva parlato di un pestaggio dopo il ballo in maschera.
Una roba del genere distrugge ogni romanticismo.

Sam si mise a sedere accanto a me. I nostri piedi coperti dalle calze penzolavano fuori
dal letto. — Non faceva parte del piano.

— Tu avevi un piano? — Da dove eravamo seduti, si poteva vedere benissimo il mio


costume da farfalla sul pavimento del bagno, tutto spiegazzato e lacero. Le guance in fiamme,
ripensai all’allusione che Sam aveva fatto poco prima che qualcuno gli sparasse.

I suoi occhi si posarono sul costume. — Stavo solo scherzando, prima. A meno che non
lo volessi anche tu. In tal caso parlavo terribilmente sul serio.

— Chiedimelo domani. — Gli antidolorifici avevano smorzato i dolori al corpo ma la


mente, con tutto quello che era accaduto quel giorno, sembrava pronta a esplodere da un momento
all’altro. — Sai chi è stato ad aggredirci?

Sam scosse la testa, poi si prese il volto tra le mani, con un gemito. — Ho paura che il
dolore continuerà per giorni. No, non lo so. Ho dei sospetti, ma non ho visto nessuno. E tu?

— Penso che fossero in due. Uno che sparava, e quello non l’ho visto, e poi un grosso
tizio con una maschera che gli copriva tutta la faccia.

— Un sacco di gente corrisponde a questa descrizione.

— Probabilmente ti ha stordito in modo che non fossi in grado di riconoscerlo. — Sam


avrebbe potuto arrivarci attraverso altri dettagli fisici, sapendo chi in quel momento aveva quale età,
e a quale genere apparteneva. Io ero l’unica persona al mondo che non avrebbe potuto avanzare la
benché minima ipotesi. Mi si riversarono addosso un miliardo di emozioni che pensavo di avere
ormai superato.

— Lividi e graffi a parte, stai bene?

— Certo. — In realtà, quella situazione mi mandava in bestia. C’era Sam, con tutta la
sua esperienza e quel suo continuo altalenare tra l’amicizia e qualcosa di più; ero stata aggredita in
un luogo dove avrei dovuto sentirmi al sicuro – a dispetto di quei raccapriccianti muri di pietra
bianca – e come se non bastasse, ogni cosa non faceva che ricordarmi la mia condizione di unica
senzanima al mondo. La sola persona che non avesse assistito agli albori di Cardio, la sola che non
conoscesse tutti, la sola che non avesse niente da offrire.

Il costume da farfalla rappresentava al meglio la vera me stessa. Come me, non era
durato a lungo. E la mattina seguente sarebbe sparito.

Andai dritta in bagno e raccolsi i brandelli di seta e fil di ferro. Con uno sforzo inutile, li
strattonai come a volerli strappare in due, ma il costume era troppo resistente anche così, ridotto in
pezzi.

Lanciando un urlo inarticolato, lo scagliai dall’altra parte del bagno, poi lo raccolsi e lo
lanciai di nuovo. Il fil di ferro rimbalzava tintinnando sulla pietra e sul legno, ma per quante volte
scaraventassi in giro quel che restava del mio costume, la cosa non contribuiva a farmi sentire
meglio. Era troppo leggero, era troppo poco lo sforzo, ma in giro non c’era niente di più pesante che
potessi scagliare, niente di mio, per lo meno.

Tutto lì apparteneva a Sam.

Costume compreso.

— Ana?

— Che c’è? — gridai, voltandomi verso di lui.

Era in piedi sulla soglia del bagno, con un’espressione a metà tra l’attonito e qualcosa
che non riuscii a identificare. Dolore? Gli faceva male la testa. E il mio tono aggressivo con ogni
probabilità non migliorava le cose.

Ricacciai le lacrime in gola. — Mi dispiace. Be’, forse dovremmo andarcene a letto e


basta, visto che non sappiamo chi abbia tentato così maldestramente di ucciderci.

Meglio che sottoporci tutti e due a questo supplizio, e se per caso mi fosse venuto da
piangere, il mio cuscino sarebbe stato l’unico testimone.

Il suo sguardo passò da me al costume, e la ruga tra gli occhi mi disse che aveva capito
per quale motivo fossi così furiosa. — Voglio dirti una cosa.

— Non voglio sentirla. — Quello che invece volevo era urlare e prendere tutto a calci,
ma non potevo più farlo se lui si faceva in quattro per farmi sentire meglio.

Anzi, quello che volevo davvero era essere ancora al ballo in maschera, con lui tanto
vicino da sentire il battito del suo cuore sopra la musica. Volevo di nuovo quel momento in cui non
c’erano dubbi su chi lui fosse e io avevo avuto un moto di coraggio… e l’avevo baciato. Volevo che
lui mi desiderasse ancora in quel modo.

— Voglio sentirmi vera. — Le parole mi uscirono d’istinto e se non ci fosse stato lui lì
fermo sulla soglia, sarei fuggita via dal bagno. Invece mi voltai, mi appoggiai al bancone e chiusi
gli occhi. Sentii uscire un rivoletto caldo.

Mi cinse la vita con il braccio sano. — A me tu sembri vera. — Quando mi attirò a sé,
mi lasciai andare. Non sapevo che altro fare. — Non riesco a immaginare cosa stia succedendo
dentro di te in questo momento.

— Tutto — borbottai contro la sua maglia del pigiama. — Dentro di me c’è un


temporale che sta devastando ogni cosa.

Lui mi diede un bacio sulla testa e io non mi sottrassi.

— Non puoi fermarlo? — La gola mi faceva male per lo sforzo di non piangere ancora.
Odiavo sentirmi così, e odiavo un po’ anche lui, non fosse stato che lo desideravo tanto quanto la
musica.

— Farei qualunque cosa per farti stare bene. — Mi accarezzava le guance, i capelli, la
schiena. Ovunque mi toccasse, quel fuoco furibondo si acquietava. Avrei voluto che mi
accarezzasse anche il cuore. — Ma non ne ho la possibilità. Posso aiutarti, ma la parte difficile
spetta a te. Se tu non ti senti vera, nessun altro può farlo al posto tuo. Ti giuro, però, che tu sei
sempre stata vera per me. Dal primo momento in cui ti vidi saltare da quella rupe.

— A volte mi sento come se stessi ancora saltando da quella rupe.

Annuì, e mi baciò di nuovo sulla testa. — Posso dirti una cosa?

Se davvero desiderava dirmela, a me rimaneva ben poca scelta. — Va bene.

— Esci dal bagno. — Mi sospinse con delicatezza verso la porta. — Non farà cessare il
tuo temporale, ma forse ti sarà d’aiuto. La prova che per me tu sei vera. E importante.

Alzai lo sguardo, interrogando i suoi occhi, il suo volto disfatto: come potevo essere
importante, io? Non ero che un ripensamento arrivato con cinquemila anni di ritardo. Un errore,
visto che Ciana era sparita. Ero la nota stonata alla fine di una sinfonia perfetta. Ero il colpo di
pennello che rovina il quadro.

— Dai — m’incitò lui, e io mi lasciai guidare di nuovo nella stanza, dove Sam mi
sistemò una spessa coperta bianca sulle spalle. Ci accoccolammo in cima al letto, vicino alla testiera
e al muro. — Stai comoda? — mi chiese, quando io mi fui appoggiata a lui.

— E tu? — Se ruotavo un po’ su me stessa, con la coda dell’occhio riuscivo a scorgere


il suo viso.

Posò la guancia sulla mia testa. — Quando partii verso nord, durante la mia ultima vita,
ero in cerca di ispirazione. Era un’intera generazione che non scrivevo nulla di nuovo. Mi sentivo
vuoto. E per quanto lontano arrivai, non riuscii a trovare nulla. Così morii. Era l’autunno del
trecentoventinovesimo Anno delle Tenebre.

Io lo ascoltavo in silenzio.

— Di solito occorre che passi qualche anno prima di potersi reincarnare, ma a me ce ne


volle solo poco più di uno. — Dal modo in cui lo disse, sembrava che avrei dovuto capire cosa
significasse.

— E allora?

Sam fece un sospiro, ma il suo tono di voce esprimeva una pazienza infinita. — Quello
era il trecentotrentatreesimo Anno dei Canti. L’anno della tua nascita. Quando ci siamo incontrati,
diciott’anni più tardi, era la prima volta che mi sentivo ispirato nello spazio di una generazione, la
prima volta che percepivo di nuovo la musica dentro di me.

Non riuscivo a muovermi. Ero sommersa da un milione di emozioni diverse:


soggezione, gioia, paura. E adesso che cosa si aspettava da me? Dentro ero carne viva, troppi alti e
bassi di emozioni per un solo giorno, la felicità pura e semplice non bastava più, così come avrebbe
dovuto essere. Pertanto me ne restai lì senza muovermi né dire nulla, perché non ci riuscivo.

La voce di Sam si fece più bassa, quasi a voler nascondere ogni traccia di esitazione. —
Io credo che se sono morto è stato per rinascere insieme a te. Perché ti trovassi nel lago. Così ho
ritrovato la mia ispirazione.

— Ma ti è toccato morire per ritrovarla. — Che cosa stupida da dire. La mia bocca
doveva proprio detestarmi.

Lui girò leggermente la testa, così che il suo mormorio mi arrivò proprio all’orecchio.
— Se quando ci siamo incontrati io avessi avuto l’aspetto di un novantenne, avresti voluto stare
comunque con me?

Avrei voluto dirgli di sì, perché l’avevo riconosciuto al ballo in maschera e in tutte le
fotografie e i video provenienti da altre vite, ma era questo il Sam che volevo baciare. Per quanto
forti fossero i sentimenti che provavo per lui, non potevo immaginare di sentirmi attratta da un
vecchio di novant’anni, almeno non finché io ne avevo diciotto. Forse, quando ne avessi avuti
novanta anch’io…

Lui fece una risatina sommessa. — Come pensavo. Mi sarei preoccupato se avessi detto
di sì. Perfino le persone che si sono amate per vite intere non sempre sentono attrazione l’una per
l’altra quando le loro età sono così lontane. È una cosa che ha importanza, almeno un po’.

Come quello che mi aveva raccontato Armande su Tera e Ash, che avevano fatto in
modo di rinascere alla più breve distanza possibile. — In un certo senso è un sollievo. — Avrei
voluto che non avesse importanza. Non cambiava il fatto che lui avesse cinquemila anni più di me.
Soltanto, qualche volta era più facile dimenticarsene. — Quindi non ti disturba che io non abbia
un’età a quattro cifre?

— Se ti dicessi che non ci ho mai pensato ti mentirei, ma non cambia quello che sento.
Ana, tu mi fai provare dolore in punti che non sono nemmeno fisici. — Mi strinse più forte a sé e
per un attimo non capii cosa volesse dire. Poi mi tornò in mente come mi ero sentita mentre
ballavamo. Quel desiderio divorante. — E a te dà fastidio che la mia età sia a quattro cifre?

— Be’, non è che tu abbia proprio l’aspetto di un fossile. E il fatto che ti piacciano le
ragazze che hanno la tua stessa età fisica… be’, aiuta. — Mi morsi il labbro. — Ma è triste che tu
sia dovuto morire per tornare qui.

— Be’, io ne sono contento. Almeno in questo modo ho l’età dalla mia. Non so come
avrei fatto a convincerti a stare con me, altrimenti.

— Sam? — Mi girai, liberandomi dalla stretta delle sue braccia.

Lui inclinò la testa. — Mmm?

— Tu pensi troppo. — E afferratolo per la maglia lo baciai, appena più sicura di me


adesso che avevamo fatto un po’ di pratica, ma ancora nervosa perché mi sentivo come se mi stessi
tenendo in equilibrio su una lama di rasoio. Un solo passo falso e ci saremmo ritrovati tagliati in
due.

Faccia a faccia con lui, avvertivo le sue dita chiudersi sulla mia schiena, attenti entrambi
a non toccare le parti graffiate e tumefatte, o a non urtarci con i gomiti o le ginocchia.

— Eri fantastica, stasera. Il modo in cui ballavi… bellissima. — Con la punta delle dita
mi sfiorò le guance, il mento, le labbra. E poi giù, la gola, e giù ancora, fino alla clavicola.

Gli appoggiai le mani aperte sul torace, incapace di muovermi finché lui mi toccava,
riecheggiando le sensazioni della danza. Più dolce, più delicato di prima, ma greve di tensione e –
quasi non ci credevo, tanto mi sembrava assurdo – di desiderio. Com’era possibile che lui
desiderasse me?

Sam continuava nella perlustrazione del mio volto e delle braccia, completamente
assorbito dal suo studio. Io mi bevevo il suo sguardo rapito, finché non ce la feci più e chiusi gli
occhi, sperando con tutta me stessa che lui mi toccasse dappertutto.

Non avevo bisogno di capire perché si sentisse in quel modo. Per ora potevo
accontentarmi di esserne grata, e godermi il momento.

Le sue mani si fermarono sui miei seni. Esitò un attimo e poi scelse di proseguire lungo
i fianchi. Mi faceva tremare, mi faceva provare dolore dentro. Il mio cuore non era abbastanza
grande per contenere tutto quello che stavo provando, ma non potevo sopportare nemmeno il
pensiero di chiedergli di aspettare che riprendessi fiato.

Stava tracciando dei disegni sul mio stomaco. Io trattenevo il respiro, in attesa.

— Ana? — Appena un sussurro.

— Mi sento nervosa. — Rimasi con gli occhi chiusi, sperando che lui capisse quello che
non riuscivo a dire. — Non so che cosa succede, adesso.

— Soltanto quello che vuoi tu. — Mi appoggiò l’indice sul mento, finché non incrociai
il suo sguardo. Anche lui aveva l’aria di uno che si stava tenendo in equilibrio su una lama di
rasoio, da una parte tutta la pazienza del mondo e dall’altra… pareva provare le mie stesse
sensazioni, a un soffio dall’esplodere per la tensione.

— Quello che voglio io. — Feci scivolare le mani su di lui fino ad avere tra le dita le
pieghe del tessuto della sua maglia. — Io non so nemmeno che cosa sia. Mi sembra una cosa
troppo, troppo grande, ma al tempo stesso ho la sensazione che andrò in mille pezzi se non riesco ad
afferrarla.

— Non andrai in mille pezzi. — Abbassò gli occhi, sorridendo. — Io non te lo


permetterò.

— Sei davvero gentile. — Adesso che non mi stava più accarezzando, riuscivo a
respirare. Riuscivo a pensare in modo lucido. — Ci sono tante cose che non so. — Cose come
quella che si trovava dopo quanto era appena successo. No, in realtà non sapevo neanche cos’era
quello che era appena successo, a parte che era bellissimo. — Me le insegnerai?

— Te ne insegnerò un milione, non appena sarai pronta.

Per una frazione di secondo provai una punta di risentimento per tutta l’esperienza che
aveva, ma un attimo dopo decisi che invece era molto meglio così. Almeno uno di noi avrebbe
sempre saputo che cosa stavamo facendo, invece di ritrovarci entrambi ad annaspare in un mare
sconosciuto, combinando pasticci.
— Non tutte in una volta. Non voglio andare troppo in fretta.

— Sono sicuro che riusciremo a trovare il nostro ritmo. — La sua bocca si curvò
all’insù. — Che ne dici? Una cosa al giorno?

Ci pensai su un istante, poi scossi la testa. — Magari due. Un milione di giorni è un


tempo molto lungo.

Scoppiò a ridere. — Se lo dici tu.

Mi allontanai da lui sollevando un sopracciglio.

Sam era rimasto per un attimo col fiato sospeso. — Va bene. Tutt’a un tratto sembra
un’eternità. Vada per due. — E mentre io mi sforzavo di capire che cosa potessi aver fatto per farlo
reagire in quel modo, lui continuò: — Sfortunatamente, temo che abbiamo già consumato la nostra
razione, per oggi… anzi forse siamo già arrivati a quota dieci.

— Credi? Be’, ma è già passata la mezzanotte. — Appoggiandomi alla parete per


tenermi in equilibrio, mi alzai in piedi sul letto e mi risistemai la coperta sulle spalle. Il tessuto
bianco ondeggiò come un battito d’ala. — Io penso che ci rimanga abbastanza tempo perché tu ti
inginocchi in adorazione davanti a me.

— Che è il numero due sulla lista. — Si tirò su in ginocchio e alzò lo sguardo. — Il


numero uno era convincerti a guardarmi di buon occhio.

Quando faceva così era impossibile non sorridere. — Baciami le mani e i piedi, e allora
sarai degno della mia benevolenza.

— Ma quelli erano il numero novantasei e novantasette.

Gli porsi la mano che non era appoggiata alla parete. — Avevi intenzione di aspettare
così tanto?

— Sei tu quella che non voleva andare troppo in fretta. — Mi prese una mano e mi
premette le labbra contro il dorso. — Oh. — Sentivo il calore del suo respiro sulla pelle. — Da
parte mia, avevo in mente un altro centinaio di cosette.

— Magari potremmo fare tre al giorno. — Mi misi a sedere e lui mi afferrò ai fianchi
per sostenermi. — O magari una decina — sussurrai, inginocchiandomi accanto a lui. Lui mi teneva
così vicino; gli posai la mano proprio sotto la fasciatura al braccio. — Come te la senti?

— Come una bruciatura. È tutto a posto. — Mi baciò, non intensamente come prima ma
con la stessa dolcezza. Un bacio assonnato, dato mentre lottava per rimanere sveglio. Era sempre
così controllato che era stranissimo vederlo in quello stato. — Come sta andando il tuo temporale?

— Me ne sono già dimenticata. — Non volevo che quel momento finisse. Il Sam che
avevo sempre immaginato era lì con me, che mi stava tenendo stretta. E io gli piacevo. Non mi sarei
dimenticata del Sam depresso dei giorni successivi all’attacco dei draghi, né del Sam che ogni notte
sgattaiolava fuori di nascosto, o del Sam che pensava non avremmo dovuto ballare e baciarci; ma
per adesso, qui con questo Sam, volevo soltanto assaporare fino in fondo la sensazione di felicità.
— Lo vuoi sapere un segreto?

— Sì. — Si mise a sedere e io lo imitai. Magari, se avessi tirato indietro le coperte, lui
non se ne sarebbe andato. Dopo quel giorno, non potevo sopportare il pensiero di stare lontana da
lui. Dovevo fare in modo che rimanesse sempre così, il Sam dolce. Il Sam che mi baciava.

— A parte quando abbiamo litigato, e quando ci hanno quasi ucciso, e quando mi sono
messa a lanciare roba in giro — mormorai — oggi è stato il giorno più bello della mia vita.

I suoi occhi castani mi catturarono, mentre mi giungeva la sua risposta. — Anche per
me.

Stavo per cominciare a punzecchiarlo, facendogli notare quanto corta fosse ancora
questa sua vita, quando dal piano di sotto risuonò un colpo. Tendemmo l’orecchio, pronti entrambi
a coglierlo quando risuonò un’altra volta. — C’è qualcuno alla porta. — Era così tardi! — Che sia
un medico? Oppure… quelli che ci hanno aggredito?

Sam si lasciò scivolare giù dal letto e annuì. — Tu tieni sempre il coltello a portata di
mano, per ogni evenienza. — E senza neanche lanciarmi un’ultima occhiata, uscì dalla stanza.

Mi rivestii in quattro e quattr’otto e mi infilai il coltello in vita, prima di sgusciare


furtivamente dietro Sam. Dalla balconata che dava sul salone riuscivo a vederlo: era in piedi davanti
alla porta e mi bloccava la visuale della persona che aveva bussato.

— Io non capisco — stava dicendo.

— Sei in arresto. — Quella voce giovanile, dall’accento acuto, mi era familiare.


Meuric? Il piano di sotto era avvolto nella penombra, ma riuscivo a distinguere un’altra sagoma
ferma sulla soglia; o forse due, non avrei saputo dire. — Non c’è niente di tanto difficile da capire.
Spero solo che tu non crei problemi.

— Ma perché?

— Per avere tramato di uccidere Ana, l’anima nuova.

CAPITOLO VENTIQUATTRO

OSSESSIONE

— No! — Mi lanciai verso le scale, attirando l’attenzione di tutti. — No, lui non ha
fatto niente di simile. Non lo farebbe mai!

Non ero neanche arrivata a metà delle scale che altre tre persone fecero irruzione in
casa. Una era Li, furiosa e orribile esattamente come quel giorno al mercato, e come il giorno in cui
ero partita dalla Casa delle Rose Purpuree.

Sbalordita, feci un salto all’indietro, afferrando la ringhiera con tale forza da non sentire
più le mani. — Che cosa ci fa lei, qui?
— È venuta per portarti a casa — rispose Meuric. Le altre due persone, Corin e una
donna che non conoscevo, avanzarono verso Sam. — La tua tutela è stata trasferita.

— No! — Staccai la mano dalla ringhiera e feci il resto delle scale a precipizio. Non
potevo andare con Li. Non di nuovo. Ero o non ero libera? — Non glielo permettere, Sam!

Li imprecò. — Ti ha imbrogliato, Ana. Non ti sei accorta che ogni notte andava in
biblioteca di nascosto?

— Bugiarda! — Non riuscivo neanche a respirare per la rabbia e la paura che mi


divoravano dentro. Li non stava mentendo… non completamente.

Sam stese il braccio ferito verso di me, ma Corin lo tirò indietro in malo modo,
incurante della fasciatura. — Non la toccare — gli gridò. — Non dopo quello che hai fatto.

— E cosa le avrei fatto? — Sam si era allontanato da Corin, ma non cercò più di
raggiungermi. E io mi ero fermata perché c’era Li a sbarrarmi la strada. — Non farei mai del male
ad Ana. Questa notte siamo stati aggrediti. È stata Li.

— È vero! — Il mio intervento passò del tutto inosservato.

— Portatelo fuori! — ruggì Li, puntando il dito verso le guardie. — Corin, Aleta,
allontanatelo da mia figlia!

Avrei voluto disperatamente scappare, ma non potevo abbandonare Sam.

— Fate quello che dice. — Meuric spalancò la porta, mentre Corin e Aleta
spintonavano Sam.

— No! — Scuotendomi dal mio stato di paralisi, oltrepassai di corsa Li e mi lanciai


verso Sam. Sentii delle mani che mi serravano i fianchi e Li mi trattenne con un grugnito,
intromettendosi ancora una volta tra noi. — Sam! — urlavo io, divincolandomi, mentre lui lottava
contro le guardie. Ma loro erano più forti e un attimo dopo l’avevano già trascinato fuori.

— È per il tuo bene. — Meuric chiuse la porta. Anche se smorzato, si sentì il rombo di
un motore che si avviava e che si spense non appena entrarono in funzione le batterie. Lo avevano
portato via.

Io rimasi lì al centro del salone, con Meuric in piedi tra me e la porta e Li a bloccare le
scale. Ero in trappola, una farfalla sotto vetro. Avevo le ossa e i muscoli doloranti e mi sentivo la
testa pesante per lo shock, per la paura e l’enorme stanchezza che mi stava piombando addosso. Se
non parlavo adesso, nessuno mi avrebbe mai più ascoltata. — Non voglio andare con Li.

— Hai il diritto di rifiutarti. Ma ricorda, ti è consentito rimanere a Cardio soltanto se


qualcuno accetta di occuparsi di te.

— Li è stata una tutrice tremenda. Non ha mai fatto niente di buono. Chiamate Stef. O
Sarit, oppure Orrin, o Whit. — Mentre parlavo, andavo spostandomi lentamente verso il pianoforte,
dalla parte opposta rispetto a dove si trovava Li. — Chiunque, purché non lei.

— Abbiamo prove che dimostrano che erano tutti in combutta. Stef e Orrin sono già
stati arrestati per l’aggressione di questa notte.

— Loro non avrebbero…

— Stef e Sam si sono presentati a casa mia, oggi — mi interruppe Li. — Sam mi ha
accusata di aver cercato di ucciderti e poi, quando io ho insinuato che le sue intenzioni nei tuoi
confronti non fossero oneste, mi ha colpita. — A comprovare le sue parole c’era un livido scuro
sulla sua guancia.

— Sam non l’avrebbe mai fatto. Stef e Orrin non ci avrebbero mai aggrediti. — Andai a
sbattere con le gambe contro la panchetta del pianoforte. E lì mi sedetti, lasciandomi cadere
pesantemente. — Non ci credo, non credo a nessuno di voi.

— Sam e Stef sono rimasti con me mentre i loro amici frugavano di nascosto in casa
mia, alla stazione di guardia. — Fece una smorfia sprezzante. — Non so cosa stessero cercando.

— Dobbiamo perquisire di sopra — disse Meuric. — Sono spariti dalla biblioteca tutti i
diari più recenti di Li e di Menehem. Gli indizi – indizi che Whit e Orrin hanno cercato di
nascondere – fanno supporre che a prendere i volumi sia stato Sam. I diari personali, quelli
professionali… tutto.

In quel momento sarei crollata a sedere se già non lo fossi stata.

— Sono lì a disposizione di chiunque voglia leggerli. — Non era forse quella, la


versione che mi avevano dato? — Se non ci sono, non significa nulla. — E invece significava
qualcosa. Avevo chiesto a Sam dei libri in camera sua, e lui mi aveva detto che si trattava di libri sui
draghi.

— Qualcuno che abbia sviluppato un’ossessione per te potrebbe andare in cerca di tutto
quello che ti riguarda, compresi i diari dei tuoi genitori. — Meuric si diresse verso le scale. —
Vorrai vedere anche tu, immagino.

Non voleva lasciarmi da sola: sapevamo entrambi che sarei scappata. Ma se mi fossi
rifiutata di salire con lui, avrebbe detto a Li di tenermi d’occhio. Non volevo rimanere con lei.
Lanciai un’occhiata alla porta d’ingresso e poi mi avviai un’altra volta su per le scale, squassata da
un nuovo temporale interiore. — Sam non mi farebbe mai del male.

Le parole mi uscirono decise, ma in effetti lui era uscito quella mattina, e poi aveva
parlato con Stef di qualcosa che aveva detto Li. Non avevo notato segni sulla sua mano, a riprova
che avesse effettivamente picchiato Li, e anche se l’aveva fatto, non ci vedevo proprio niente di
male. Io stessa avrei sempre voluto picchiarla, senza aver mai trovato il coraggio.

A ogni nuovo gradino, sentivo salire il livello di terrore. Non potevo vivere con Li. Non
potevo. I suoi passi risuonavano decisi alle mie spalle. Avrebbe potuto fare qualcosa di orribile da
un momento all’altro.

E se mi fossi rifiutata di andare con lei, sarei stata esiliata da Cardio. Da tutta Gamma.
Anche ammesso che non fossi morta entro la prima settimana – che era l’ipotesi più probabile – non
avrei mai più rivisto Sam, né i miei amici. Non avrei mai più avuto la musica e neanche la
possibilità di scoprire la verità sulla mia esistenza.
Il che non mi lasciava scelta: dovevo obbedire agli ordini di Meuric. Lo odiavo.

— Ho visto come ballavate insieme. — La voce di Li era cupa come una notte senza
luna. — Si è talmente infuriato quando ho insinuato che avrebbe potuto approfittarsi della tua
ingenuità. Ma se in pubblico si comporta con te in quel modo, cosa dobbiamo credere che succeda
quando siete da soli?

Proprio quello che temeva Sam: che la gente avrebbe pensato una cosa del genere.
Tenevo gli occhi bassi, come se questo potesse nascondere i miei desideri più segreti. — Lui non mi
farebbe mai del male. — Non mi avrebbe mai creduto, per quante volte lo ripetessi; ma se smettevo
di dirlo, avrebbe pensato di averla avuta vinta.

Li sbottò in una risata sguaiata. — Oh, farebbe qualsiasi cosa pur di conquistarsi la tua
fiducia, ne sono convinta. Tu non lo conosci. Non nel modo in cui lo conoscono tutti gli altri. Lui si
concentra su quello che vuole – in questo caso, una persona che praticamente lo adora come un dio
– e non permette a nessuno di mettergli i bastoni tra le ruote.

La casa era fredda quando arrivammo in cima alle scale e Meuric si avviò verso la
stanza di Sam. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a togliermi dalla mente l’altra notte, quando
avevo aiutato Sam a salire in camera sua e avevo dovuto scansare i libri per non inciamparci. Libri
che la mattina dopo erano spariti. Ce n’erano così tanti… E parlavano tutti di draghi e silfidi?

— Tienila d’occhio — disse Meuric, e cominciò a far scattare gli interruttori finché il
primo piano non fu illuminato da una luce accecante. Rovistava tra le cose di Sam e intanto io
aspettavo con la schiena appoggiata alla ringhiera della balconata. Li mi sorvegliava.

— Perché lo stai facendo? — Mi allontanai di scatto, ma lei non mi schiaffeggiò. Non


l’avrebbe fatto con Meuric nella stanza accanto. — Tu non mi volevi. Perché hai cambiato idea?

— Sei mia figlia. — Mentre lo diceva, mi rivolse un sorriso benevolo. — E tu stavi


convivendo con un uomo del quale non sai praticamente nulla. Io credevo che avresti vissuto da
sola; pensavo che saresti stata in grado di cavartela. Ma con Dossam non sei al sicuro.

— Tu mi hai dato una bussola rotta. Sam invece mi ha tirato fuori dal Lago del Confine
di Gamma.

— La bussola funzionava, quando l’ho provata io. Non posso farci niente se tu l’hai
rotta. — Si strinse nelle spalle. — In ogni caso, mi sono accorta che la tua educazione è stata
trascurata e mi è stato offerto un buon incentivo per porvi rimedio.

Che cosa voleva dire con questo? Qualcuno l’aveva forse pagata? Doveva valerne
davvero la pena, se aveva accettato di sopportare ancora la mia presenza.

Continuò a parlare. — Il lavoro che ho svolto con te come insegnante non è stato
soddisfacente, finora. D’altra parte, l’idea che Sam ha dell’istruzione lascia il tempo che trova. Devi
imparare qualcosa di più che suonare, ballare e… qualunque altra cosa stesse facendo.

— Noi non abbiamo fatto niente.

— Dopo quello che ho visto poco fa? Ne dubito.


Ero pronta ad aggrapparmi a tutto, a qualsiasi accusa possibile. — Eri tu che mi hai
seguito, l’altra notte.

Fece un verso sdegnoso. — Ho di meglio da fare. Che cosa ti fa credere che non si
trattasse di uno dei trucchetti di Sam? Poteva essere uno dei suoi amici che cercava di spaventarti in
modo che tu ti fidassi ancora più di lui. Quella Stef. Sono sempre d’accordo, quei due. — Abbassò
la voce. — Sapessi le cose che hanno combinato insieme…

— Eri tu. Lo sapevo.

In quel momento Meuric uscì dalla stanza, tenendo tra le braccia un mucchio di libri.

— Ho trovato i diari che erano spariti. A quanto pare, avevi ragione su Sam. Stava
studiando tutto quello che si poteva trovare sulla nostra piccola Ana.

Serrai la mascella. Lui era piccolo almeno quanto me.

— E allora? Questo non prova niente.

Tranne che mi aveva mentito. Forse. Aveva evitato di dirmi la verità. E aveva tenuto
nascoste delle informazioni importanti. Non era una colpa altrettanto grave?

Meuric fece un lungo sospiro. — Ricordami il motivo di tutti quei graffi.

— Li ci ha aggrediti mentre stavamo rientrando a casa.

Stavo tremando. Sentivo il bisogno di correre, di liberarmi. Dovevo trovare Sam e


chiedergli perché stesse investigando su Li e Menehem, e perché me l’avesse tenuto nascosto.

— Qualcuno vi ha aggrediti, questo è evidente, ma non sono stata io. — Li scosse la


testa, come a dire che avrei dovuto vergognarmi per aver pensato male di lei. — Che cos’è, Meuric?
Questo non è un diario. — Tirò via un libro che si trovava al centro della pila ma non fu abbastanza
svelta da evitare che quelli in cima crollassero. Una decina di libri caddero fragorosamente sul
pavimento.

— Oh, questa è una faccenda seria. — Meuric socchiuse gli occhi mentre Li sfogliava le
pagine. — Aspettate. C’erano altri libri, là dentro. — E rientrò nella stanza di Sam, mentre Li
continuava a scorrere velocemente il volume che aveva attirato la sua attenzione.

Mi accucciai accanto alla pila di volumi, col coltello che mi scavava un solco nello
stomaco a ogni movimento che facevo. Ma sopportai il dolore; se avessi attirato la loro attenzione
sull’arma, Li me l’avrebbe portata via.

Per lo più, i libri sparsi a terra erano diari. Ce n’erano diversi contrassegnati con il nome
di Li, ma la maggioranza apparteneva a Menehem. I suoi erano spessi, con dei foglietti di carta che
spuntavano fuori, come se avesse cercato di infilarci dentro altre informazioni all’ultimo momento.
Dal punto in cui mi trovavo non riuscivo a vedere che cosa Li tenesse in mano, ma il suo viso era
freddo e teso.

Non c’erano molte cose in grado di spaventarla, almeno a quanto avevo potuto vedere
io, ma se c’era il rischio di venire umiliata, non reagiva bene; me lo ricordavo fin dalla Notte delle
Anime, tredici anni prima. Io ero troppo piccola per essere lasciata da sola e Li voleva andare alla
festa che si teneva vicino alla Casa delle Rose Purpuree, in contemporanea con le celebrazioni più
importanti che avevano luogo a Cardio. Io le trotterellavo dietro mentre lei mi spiegava di come
alcuni suoi amici fossero venuti fin lì perché sapevano che lei non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare
a Cardio, non con una zavorra come me al seguito. E quando alcuni di loro avevano cominciato a
prenderla in giro per la senzanima, il suo viso era diventato proprio così: freddo e teso.

Questa non era la stessa situazione, non esattamente, ma qualunque cosa stesse
provando, si sforzava di nasconderlo. Immaginai che fosse paura.

Poi si accorse del mio sguardo fisso su di lei e assunse la sua solita espressione
sprezzante. — Tirati su. Niente di quella roba ti riguarda.

— Il Consiglio ha stabilito che posso consultare quello che voglio.

— Il Consiglio ha stabilito un sacco di cose perché Sam ha convinto qualche persona


particolarmente influente a lasciarti scorrazzare liberamente per la biblioteca. Sam non è più qui,
adesso, e io ho intenzione di essere più severa riguardo alla tua istruzione. Tirati su.

Feci come mi aveva ordinato. Una volta usciti, sarei scappata. Sarei andata da Sarit. Lei
mi avrebbe nascosto. Ma era anche la prima persona di cui Li avrebbe sospettato. Forse avrebbe
potuto aiutarmi Armande.

Meuric uscì dalla stanza con un’altra pila di libri, che appoggiò a terra.

— Ho trovato anche questi. È davvero inquietante.

L’espressione sul viso di Li mutò ancora mentre incrociava le braccia, infilandosi un


libro contro il fianco.

— Non riesco a immaginare che cosa volesse ottenere. Tutto questo materiale sulle
silfidi…

Mi sentii scuotere da un brivido. Per lo meno nessuno dei due mi stava guardando.

— Non solo sulle silfidi. — Meuric prese a scartabellare tra i libri. — Questo qui è sui
draghi. Sam li detesta.

Qualunque fosse il vero motivo per cui Sam avesse preso quei libri, il Consiglio avrebbe
fatto in modo di metterlo in cattiva luce.

— Mi domando da quanto tempo andasse avanti — fece Li, pensierosa. — Qui c’è
anche un sacco di materiale su Menehem, e tu ricordi cosa stava studiando Menehem, no?

— Le silfidi — borbottò Meuric. — Ana, non sei stata aggredita dalle silfidi, là sul
confine di Gamma? E per ben due volte?

Non aspettarono neanche che annuissi.

— Menehem stava facendo degli esperimenti sulle silfidi. Voleva trovare un modo per
controllarle usando un composto chimico. — Li lanciò un’occhiata a Meuric. — Era sul punto di
scoprire la giusta mistura, se non ricordo male. Tu credi che Sam…

— Sam non lo farebbe mai. — Non riuscivo a fermare il tremore che sentivo dentro, il
modo in cui il cuore mi batteva all’impazzata, fino a farmi male. Doveva essere stata Li. Sam non
avrebbe potuto sapere degli esperimenti se non dopo il nostro incontro: lui infatti non aveva mai
avuto alcun rapporto né con Li, né con Menehem. Giusto? — Li era al corrente delle ricerche di
Menehem. Scommetto che è riuscita a capire come si possono controllare le silfidi e poi me le ha
mandate contro.

Li mi guardava come se fossi la persona più stupida che avesse mai incontrato.

— E sarebbe soltanto un caso se entrambe le volte che sei stata aggredita, Sam si
trovava nei paraggi? — Meuric scosse la testa. — Mi dispiace, Ana, so che volevi fidarti di lui, ma
queste sono prove a suo sfavore. Faresti meglio a renderti conto che, per quanto possano essere
autentici, i suoi sentimenti verso di te non sono salutari, né sicuri.

— Non si tratta di sentimenti — intervenne Li. — Questa è ossessione. Quello che ha


fatto è inaccettabile, va oltre ciò che qualcuno farebbe a una persona per la quale dichiara di provare
dei sentimenti. Lui l’ha seguita nel bosco, ha costretto le silfidi a correrle dietro e poi l’ha salvata, in
modo da indurla a fidarsi di lui. E da allora non ha fatto che mettere in atto altre variazioni di questo
schema.

— No, lui non…

— Ascolta, Li, questa è un’accusa grave. Stai avanzando parecchie congetture su quello
che Sam è effettivamente in grado di fare e alcune cose potrebbero davvero essere delle
coincidenze. — Meuric poteva quasi sembrare ragionevole, ma le sue parole erano state pronunciate
in modo incerto. Credeva già a Li, sempre ammesso che non avessero architettato tutto in
precedenza. — La concordanza di tempi mi sembra un po’ strana, però, se si considerano l’attacco
dei draghi al mercato e… — mi lanciò un’occhiata — altre cose.

— Quali altre cose? — domandai. — Ti riferisci a me?

Per un attimo sembrò veramente preoccupato. — Se hai studiato la storia quanto


affermi, dovresti sapere cosa succede dopo questi piccoli attacchi.

Degli attacchi più violenti. Era passato molto tempo dall’ultima volta, ma i draghi
tornavano sempre. Odiavano Cardio. Odiavano gli umani.

Meuric non mi lasciò la possibilità di rispondere. Scattò delle foto a tutto quello che si
trovava sul pavimento, ai graffi e ai lividi che avevo sul viso e sulle braccia, quindi annunciò che
avevamo finito. Non gli importava di quanto lo implorassi.

Scendemmo di sotto e uscimmo, con Li che mi teneva stretta per il polso. Mi lasciarono
appena il tempo di infilarmi le scarpe, figuriamoci prendere le mie cose.

La luna ormai era calata dietro le mura, lasciando solo la fioca luce delle stelle a
illuminare il giardino. Mi guardai intorno in cerca di un posto dove nascondermi, ma non appena Li
si accorse del mio stato di allerta, la sua stretta si fece ancora più decisa.
— Non ci pensare neanche. — Socchiuse gli occhi alle luci che illuminarono la distesa
erbosa, riflettendosi sulla fredda pietra della casa. Delle ruote si fermarono stridendo
sull’acciottolato.

Corin smontò dalla vettura e ci fece segno di salire.

— Sam è dentro con gli altri. E nessuno di loro è particolarmente felice di quello che sta
succedendo.

— No, posso immaginarlo — disse Meuric.

— Non voglio andare con Li.

Era del tutto inutile continuare a protestare, ma l’istante in cui avessi smesso di farlo,
sarebbe stato lo stesso in cui avrei cominciato a pensare a tutte le cose che Sam mi aveva tenuto
nascoste. Era successo così spesso che uscisse di casa dopo che io ero andata a letto, ed era sempre
così evasivo riguardo a quello su cui stava lavorando…

— Ti prego, Corin. Sam ha detto che tu non sei una cattiva persona.

Mi fece sistemare sui sedili posteriori, in modo che gli altri mi bloccassero il passaggio
e non avessi così alcuna possibilità di scappare. Da una parte si sedette Li, dall’altra Meuric. Ero in
trappola.

Partimmo lungo il viottolo, per poi proseguire attraverso le tortuose stradine di Cardio,
sempre più lontano dalla casa di Sam. A parte da neonata, questa era la prima volta che viaggiavo
su un automezzo e non potevo nemmeno godermi la novità. Ero una prigioniera, così come
senz’altro lo era stato anche Sam. Sapevamo tutti che sarei scappata, se avessero cercato di farmi
raggiungere a piedi la casa di Li.

— So che sei angosciata, Ana. — La voce di Li risuonava ancora più fastidiosa in


quello spazio ristretto. — Mi rendo conto di aver trascurato la tua istruzione, fino a questo
momento. Questa volta farò un lavoro migliore.

Qualunque ricompensa Meuric le avesse offerto – ero certa che fosse lui il responsabile
di tutto questo – doveva trattarsi di qualcosa che lei desiderava con tutta se stessa.

— Sam e io abbiamo recuperato a sufficienza.

Lei continuò come se io non avessi nemmeno parlato, elencando i progetti che aveva
per la mia vita. Quando la nostra vettura arrivò alla Casa del Consiglio, che era avvolta nella
luminosità innaturale degli ultimi baluginii del ballo misti al bagliore del tempio, scorsi una luce
che filtrava da un punto vicino alle fondamenta dell’edificio, in un angolo di solito sempre buio,
dove non ero mai stata. La prigione?

Li non mi avrebbe persa d’occhio un solo istante, adesso, ma ero sicura che era là che
avevano rinchiuso Sam.
CAPITOLO VENTICINQUE

IN TRAPPOLA

La mia vita si ridusse a un unico obiettivo: difendermi da Li.

Non c’era musica in casa sua; aveva eliminato ogni registrazione prima del mio arrivo,
sostenendo che simili stupidaggini non avrebbero fatto che distrarmi.

Ogni mattina mi svegliava prima dell’alba. Colazione in fretta, e poi mi faceva correre
intorno alla casa finché la luce del sole non arrivava a lambire la cima delle mura. Quindici giri il
primo giorno e venti quando riuscii a completarne quindici senza problemi. Qualche giro in più mi
sfiniva quel tanto che bastava a lasciarla soddisfatta, ma dopo una settimana decise che avrei dovuto
correrne trenta. Quando ero talmente esausta da vederci doppio, soltanto l’odio mi dava la forza di
continuare a mettere un piede davanti all’altro. E il tanfo di zolfo che veniva da una fumarola dalla
parte opposta del muro non era certo d’aiuto.

Dopo aver ripreso fiato, fino all’ora di pranzo facevo degli esercizi per rafforzare i
muscoli. A quanto capivo, per l’unico motivo che a lei piaceva vedermi sudare. Non mi ero mai
considerata debole o fuori forma, ma dopo aver conosciuto Sam e i suoi amici, era evidente che
fossi più piccola della media. Non sarei mai diventata alta come Li, né muscolosa come Orrin – non
in questa vita, almeno – quindi non aveva senso sottopormi a quella faticaccia.

Li mi spiegò il lavoro alle stazioni di guardia e mi mostrò l’equipaggiamento, ma non


mi era permesso toccare nulla. Non mi insegnò niente sulle armi, né su come difendermi.

Forse temeva che potessi usare un simile addestramento contro di lei, ma io ero più
preoccupata delle aggressioni a cui aveva fatto riferimento Meuric. Se un centinaio di draghi
fossero piombati su Cardio, non volevo essere l’unica senza una pistola laser.

Il coltello di Sam era sempre sotto il mio cuscino, dove Li non avrebbe potuto trovarlo.

Dopo pranzo mi era richiesto di studiare materie appassionanti quali i sistemi di aratura
e di irrigazione e i primi tentativi di installare una rete fognaria sotto Cardio, resi più difficoltosi
dalla caldera e dai fenomeni geotermici. La maggior parte dei giorni finivo per addormentarmi sui
libri e venivo svegliata dal ghigno beffardo con cui Li accompagnava la dichiarazione che non sarei
mai riuscita a diventare un membro attivo della società.

Non avevo il permesso di proseguire l’addestramento che Sam aveva programmato per
me, per non parlare poi di andare a trovare Sarit o Whit. Non osavo neppure chiedere di Orrin e
Stef, e il menzionare il nome di Sam mi costava uno schiaffo sul polso. Evidentemente un gesto del
genere non era considerato una forma di aggressione, perché anche quando avveniva in presenza di
Meuric, lui non se ne dava alcuna pena.

— Potrei vedere Sine? — buttai lì un pomeriggio. — È un membro del Consiglio. Mi


sembra difficile che possa esercitare una cattiva influenza su di me.

— Tieni a bada il sarcasmo. — Li finì la minestra e mise da parte la ciotola. — Non


sarai pronta per stare con gli altri finché non riuscirai a sostenere una conversazione che non verta
esclusivamente su quello che vuoi tu.
Quello che volevo? A parte Sam e i suoi amici, io volevo la musica e la danza, volevo
trasformare minuscoli puntini e lineette in qualcosa di incredibilmente magnifico e concreto.
Volevo sapere perché ero nata, capire l’errore che aveva dato a me la vita di qualcun altro. Volevo
sapere se dopo questa vita me ne sarebbe stata data una seconda, se mi sarebbe stato consentito di
proseguire quello che avrei cominciato qui.

— Io ti odio — mormorai.

Li sbatté le mani aperte sul tavolo, facendo tintinnare cucchiai e tazze mentre si alzava
in piedi. Il suo sguardo era diventato ancora più truce.

— Qualunque cosa tu creda di provare non è reale. Tu sei una senzanima. Tu non provi
sentimenti. Esisti e basta. Tra cento anni nessuno ricorderà che tu sia mai vissuta.

— Ti sbagli. — Sapevo che non avrei dovuto parlare, ma avevo i muscoli che
tremavano per la fatica di due settimane di sforzo fisico e tortura emotiva. — Mi ricorderanno.
Grazie a Sam.

Nei suoi occhi vidi stemperarsi il fuoco della rabbia.

— Ah, è così? — Mi sentii gelare dal terrore quando, attraversata la cucina, infilò la
mano in un cassetto. — La carta è talmente effimera, non trovi? Molte delle nostre più antiche
testimonianze sono state copiate e ricopiate decine di volte, semplicemente perché le pagine non
durano. Come qualcun altro di mia conoscenza.

I miei occhi erano fissi sul plico di fogli che aveva in mano. — Che cosa sono?

— L’altro problema con la carta è che se ci versi sopra qualcosa, o se la bruci, tutto
quello che avevi scritto è perso per sempre.

Lasciò cadere i fogli sul tavolo; si sparpagliarono, posandosi qua e là senza alcun
ordine. Ma anche così, sapevo benissimo di cosa si trattava. Musica. Linee e note e minuscoli
scarabocchi lungo i margini. AI-4, AI-10: erano delle pagine tolte da un pezzo più lungo.

La mia mano era pesante come un mattone quando l’allungai per prendere la pagina del
titolo e la voltai verso di me. C’era scritto “Ana Chrysalis”, senza fronzoli né sottolineature,
soltanto una piccola farfalla in un angolo.

Era il valzer che Sam aveva scritto per me. La mia canzone.

— Non le fare del male… — mormorai.

— La carta è talmente effimera — ripeté lei con un’occhiata allusiva al camino.

— No! — Mi lanciai sul tavolo e cominciai a raccogliere i fogli sparsi, ma Li fu più


rapida.

Mi strappò i fogli di mano e li lanciò nel fuoco. La carta fluttuò, in parte risucchiata
dalle fiamme, in parte adagiandosi nel focolare pieno di cenere.

Attraversai d’un balzo la stanza e cercai di salvare più fogli che potevo, nonostante il
fuoco mi scottasse le mani. E per quante pagine riuscissi a tirare via, Li ne appallottolava altrettante
e le gettava tra le fiamme, ridendo.

Quando si fu stancata di quel gioco, si pulì le mani sui pantaloni e si diresse verso la
porta. — Va’ a letto. Domani ti aspetta una lunga giornata.

Tamponai le pagine con uno strofinaccio, soffocando gli ultimi rimasugli di brace, e
cercai disperatamente di rimetterle in ordine. Le mani mi bruciavano mentre maneggiavo quei fogli
fragili. Certi erano ancora recuperabili, ma altri erano talmente rovinati che non era nemmeno valsa
la pena salvarli, perché il nero aveva cancellato le linee di musica.

Rimisi nel mucchio anche quelle pagine. Magari Sam avrebbe saputo come recuperarle.
Determinata a vederglielo fare, infilai delicatamente i fogli della mia canzone in un blocco rigido,
per custodirli.

Al diavolo Li. Al diavolo il Consiglio. Se questa era la vita a Cardio, avrei lasciato
perdere le mie ricerche. Preferivo non sapere da dove venivo piuttosto che permettere a Li di
distruggere tutto quello che per me era importante.

Andai di sopra a prendere il coltello.

Non avevo un gran bagaglio da preparare. La mia canzone finì nello zaino insieme a
qualche oggetto di prima necessità. Nel corso delle ultime due settimane ero troppo spaventata per
tentare di scappare. C’erano delle persone di guardia – Li faceva in modo che le vedessi tutte le
mattine – e avevo paura di quello che sarebbe potuto accadere se mi avessero presa. Ma adesso
temevo di più quello che sarebbe potuto accadere se non ci avessi provato.

Aspettai che il sole fosse calato dietro le mura, avvolgendo la città in un alone violetto.
Ancora pochi minuti e sarebbe stata notte fonda.

Indossati gli abiti più scuri che riuscii a trovare, mi legai i capelli, infilai un berretto,
quindi scassinai il chiavistello che chiudeva la finestra. Me l’aveva insegnato Stef, sostenendo che
non dovessi essere l’unica in tutta Gamma a non saperlo fare. Sam le aveva dato della teppista.

Una coltre di nubi copriva il cielo, minacciando brutto tempo. Nel cortile nero come
l’inchiostro trovai solo pini e cespugli, un piccolo giardino. Cose normali. La maggior parte delle
persone teneva il necessario per essere autosufficiente tra un giorno di mercato e l’altro. Perfino Li.

Dal lato settentrionale della casa proveniva un suono di voci dal tono annoiato. Non si
sentivano passi né rumore di scope, quindi dovevano essere fermi. C’era la possibilità che si
trovassero di fronte alla mia finestra, in una posizione che non mi avrebbe consentito di vederli, a
meno che non mi sporgessi. E in quel caso, loro avrebbero visto me.

Scagliai fuori una vecchia scarpa, che finì in mezzo a un boschetto. Seguirono due serie
di passi e solo allora uscii dalla finestra, appoggiando i piedi a una sporgenza, e mi allungai verso il
ramo di un pioppo. Mi trovavo sospesa a un’altezza pari a due piani, mentre sentivo il suono dei
passi che ritornavano verso la casa.

Muovendomi il più in fretta possibile, mi dondolai fino a raggiungere l’albero, che per
fortuna mi accolse senza rumore. Rimasi accoccolata sul grosso ramo finché gli uomini di guardia
non si furono fermati. Quando ebbero fatto il giro della casa – discutendo tra loro se avessi cercato
di scappare o se invece stessi soltanto cercando di prenderli in giro – sgattaiolai giù dall’albero e mi
andai a infilare nel sottobosco dalla parte opposta del cortile.

Quando tutto fu di nuovo silenzioso, e solo la brezza e gli uccelli notturni intonavano le
loro ninne-nanne, mi avvicinai furtivamente al sentiero. Avrei voluto correre via, ma ogni tre o
quattro passi mi costringevo a fermarmi ad ascoltare.

Oltrepassato il sentiero e imboccato il Viale Settentrionale, mi addentrai di soppiatto


nella città, cercando di mantenermi sempre nell’ombra. Quando dovevo attraversare un incrocio, lo
facevo d’un balzo, col fiato sospeso e tutti i sensi allertati al massimo per cogliere qualsiasi rumore
che non fosse quello delle mie scarpe sull’acciottolato. Si sentiva il cic-ciac del nevischio sulla
strada. Ero quasi contenta di quel suono che in qualche modo camuffava i miei rumori; avrebbe
camuffato anche quelli di un’eventuale altra persona, però.

A ogni mio passo, la città sembrava diventare sempre più grande e il tempio sempre più
lontano. Attraversai di corsa tutto il Viale Settentrionale, fermandomi bruscamente prima della
piazza del mercato. Tutto quello spazio aperto. Immaginai me stessa sfrecciare nella piazza, i miei
stupidi vestiti neri che si stagliavano netti contro il candore dei palazzi.

Fantastico.

Il nevischio cadeva sempre più fitto, scintillando alla luce iridescente. Se non mi fossi
mossa, mi sarei presto trasformata in una statua di ghiaccio.

Rimasi a scrutare lo spiazzo immerso in una luce grigiastra, le orecchie tese in ascolto,
più a lungo che potei. Mi rimaneva ancora da fare il giro della Casa del Consiglio, poi avrei dovuto
trovare una via d’accesso… per non parlare del modo di far uscire Sam da lì. Soltanto perché ero in
grado di scassinare il chiavistello della mia finestra, non voleva dire che avrei saputo cavarmela
anche con i lettori di anime installati nei punti più protetti della città.

— Bando agli indugi — mormorai tra me e me, e affrontai la piazza. Ma facevo troppo
rumore. Le scarpe risuonavano sui ciottoli del selciato. Sentivo il soffio del mio respiro che
imbiancava l’aria gelida. Tenevo stretti gli spallacci perché lo zaino non sbattesse, ma questo non
impediva che gli oggetti all’interno urtassero l’uno contro l’altro. Ormai non mi preoccupavo più
che qualcuno potesse notare i miei stupidi vestiti neri contro i muri bianchi: prima di vedermi, mi
avrebbero comunque sentita.

Dopo un tempo che mi parve eterno, scivolai sulla pietra bagnata e finii addosso al muro
della Casa del Consiglio, ci rimbalzai contro e crollai in mezzo alla strada, svuotando
rumorosamente il petto di tutta l’aria che conteneva. Soffocando nelle maniche i rantoli e i colpi di
tosse, aspettai che la visuale tornasse nitida prima di provare di nuovo a girare intorno all’edificio.

Vestiti neri. Palazzo bianco. Sam ci avrebbe pensato. Chiunque ci avrebbe pensato.
Tranne me. Quanto detestavo dover sempre fare la figura dell’inesperta!

Una volta recuperato il respiro, cominciai a perlustrare la piazza. Il nevischio luccicava,


rendendo la strada scivolosa. Ma la neve arrivava da nord, quindi, una volta raggiunto il lato
meridionale della Casa del Consiglio, mi sarei lasciata il peggio alle spalle. O almeno così speravo.
Cominciai il giro, tenendomi bassa, ma il palazzo era due volte la lunghezza della
piazza del mercato. Se avessi continuato ad avanzare con quell’andatura circospetta, ci avrei messo
un’eternità. Decisi allora di fare una corsa. I ciottoli erano scivolosi sotto gli stivali, ma non mi
fermai: su per un lato della scalinata semicircolare, dietro le colonne di guardia alle porte, e poi giù
dall’altra parte. La piazza del mercato continuava a essere deserta.

A un angolo del quartiere sudoccidentale si vedeva torreggiare la casa di Meuric.


C’erano delle luci accese, al piano di sopra, ma alle finestre non si vedeva nessuna sagoma pronta a
cogliermi sul fatto. Li e le guardie non si sarebbero accorte di niente fino all’indomani mattina. E a
quel punto, io sarei già stata fuori città.

Si sentì il rombo di un tuono provenire da nord. Si avvicinavano tempeste peggiori.

Sgusciai attorno al lato meridionale del palazzo e mi spazzai via il ghiaccio dagli abiti e
dallo zaino. Rabbrividendo, lanciai ancora un’occhiata alla casa di Meuric: nulla. Allora continuai a
strisciare con circospezione intorno all’edificio, in cerca della finestra che avevo visto in
precedenza.

Il tempio illuminava appena i dintorni. Detestavo quelle strane figure luminescenti, in


fila sulla sua superficie bianca, però mentre cercavo un modo per entrare nella Casa del Consiglio,
come delle porte secondarie della biblioteca, fui grata per quella luce.

Da una finestra ad altezza d’anca proveniva un bagliore giallognolo tagliato in fasci


dalle sbarre. Mi inginocchiai a sbirciare al di là del vetro, mentre in lontananza si sentivano
brontolare altri tuoni.

La stanza si trovava quasi tutta sotto il livello del suolo, illuminata da lampadine simili a
quelle che usavamo alla Casa delle Rose Purpuree. Dal punto in cui mi trovavo non riuscivo a
vedere granché, ma c’erano delle inferriate a suddividere il locale in diverse sezioni dotate di branda
e gabinetto. Celle. Una si trovava proprio sotto la mia finestra, ma non riuscivo a vedere nessuno.
Nella cella immediatamente accanto, c’era Sam stravaccato su una branda, la faccia rivolta altrove,
che stava parlando con qualcuno fuori dalla mia visuale. Il vetro attutiva le loro voci basse.

Picchiettai sulla finestra. La schiena di Sam si drizzò e nel vetro, proprio davanti a me,
comparve un volto. Colta così alla sprovvista, caddi di sedere, soffocando uno strillo nelle muffole.
Stef mi stava sorridendo raggiante, mentre armeggiava con i chiavistelli. La finestra scivolò verso
l’alto e uno sbuffo di aria calda mi accarezzò il viso.

— Brrr… freddo, là fuori — disse, rabbrividendo.

— C’è nevischio. — Tenevo le muffole strette intorno alle sbarre.

— Ana! — Sam si era alzato in piedi ed era alle sbarre che separavano la sua cella da
quella di Stef, con un braccio proteso verso di me. — Che cosa fai qui? Stai bene?

Quando Stef si spostò dalla cornice della finestra, mi sfilai una muffola e infilai dentro
una mano: le nostre dita si sfiorarono appena e per un attimo riuscirono quasi ad afferrarsi. Ma
avevo già la spalla schiacciata contro le sbarre, non potevo allungarmi più di così. Rassegnata, tirai
indietro il braccio e mi appoggiai le dita sul petto. — Me ne vado.
Lui lasciò ricadere il braccio. — Te ne vai?

Annuii. — Lascio Cardio. E anche Gamma, se sarò costretta.

Stef spostava lo sguardo tra noi due. — È successo qualcosa?

Il contrasto tra caldo e freddo mi faceva lacrimare gli occhi. — Non posso vivere con
Li. Non per qualche anno e neanche per qualche giorno. Devo andarmene, anche se questo significa
rinunciare a quello che stavo cercando di scoprire.

Sam si mordicchiò il labbro. Il suo viso era cupo e seminascosto nella luce incerta,
come la prima volta che l’avevo visto al Lago del Confine di Gamma. — Ti ha fatto del male?

— No. Solo che… — Scossi la testa. — Ha cercato di bruciare la tua canzone. Penso
che voglia continuare così finché… non lo so… finché non ce la farò più. Non mi permetteranno
mai più di vedere nessuno di voi.

— Difficile che tu riesca a rivedere qualcuno, se te ne vai — osservò Stef, con una
mezza alzata di spalle.

— È per questo che sono qui. Sono venuta a liberarvi, tutti e due. — Incrociai lo
sguardo di Sam e sperai con tutta me stessa che fosse d’accordo. — Ho pensato che sareste venuti
con me. — Prima non mi era neanche venuto in mente che Sam potesse rifiutare, ma adesso mi
sembrava probabile che volesse rimanere con i suoi amici.

— Va bene. — Sam appoggiò la fronte alle sbarre. I suoi occhi rimasero fissi nei miei.

Stef inarcò le sopracciglia. — Sai che quando nascerai di nuovo, verrai consegnato al
Consiglio. Trascorrerai la tua prossima vita qua dentro. E anche tu, Ana, se ti reincarnerai.

Inspirai stizzita. Settant’anni, forse più, chiusa in quella stanza con un’inferriata a
separarmi dal resto del mondo? Forse non sarebbe stato il mio destino se dopo la morte fossi
semplicemente sparita; ma di sicuro sarebbe stato il destino di Sam, se adesso veniva con me.

— Non mi interessa. — Sam allungò di nuovo la mano e io lo imitai, e quando le nostre


dita si sfiorarono, disse: — Ne sarà valsa la pena.

La spalla mi doleva per la pressione contro le sbarre. — Non so come tirarti fuori. —
Forse avrei dovuto cambiare idea, adesso che conoscevo il prezzo da pagare, ma non potevo
rimanere lì e non potevo sopravvivere fuori da Gamma da sola.

Non era solo quello. Il ricordo di come mi aveva baciata mi infiammava ancora dentro.
Avevo sempre avuto bisogno di lui, per la musica e perché mi offriva un rifugio e una ragione per
non detestare la mia vita per intero, e adesso perché mi faceva sentire quella stretta al petto e perché
mi aveva promesso un migliaio di cose. Perché era Sam.

— No. — Stef scosse la testa. — Non lo permetterò. Sam, tu sei più sveglio di così. E
tu, Ana, se tenessi davvero a lui, non gli infliggeresti un’esistenza da recluso, condannato a curare la
manutenzione delle fogne.

— Ha cinquemila anni, Stef. — Avevo ritratto le mani dalle sbarre, nel caso lei
intendesse mollarmi una sberla sulle nocche come avrebbe fatto Li. — Lasciamo che sia lui a
decidere per sé.

Sam fece un ghigno compiaciuto, ma quel breve accenno di sorriso svanì all’istante dal
suo volto non appena Stef si voltò verso di lui. La sua voce allora si fece più profonda. — Io sono
d’accordo con Ana.

— Imbecille. — Stef si allontanò dalla finestra con passo deciso.

Serio in volto, Sam tornò a guardare verso di me. — Mi dispiace di non averti detto dei
diari. Stavo cercando di tenerteli nascosti soltanto perché non volevo che ti preoccupassi.

— Non mi interessa più. Credo di capire.

Con una rapida occhiata alle spalle, mi accertai che nessuno mi avesse ancora trovata,
ma era solo questione di tempo. Mi facevano male le ginocchia e il petto era indolenzito a forza di
stare così schiacciato contro il muro di pietra bianca.

— Come faccio a entrare nella prigione della Casa del Consiglio? Esiste un’altra porta?

— Li stava tentando di ucciderti. — Sembrava serio. — Ero in cerca delle prove che
voleva assassinarti usando le silfidi. Menehem stava lavorando a qualcosa che potrebbe influenzare
le silfidi, ma non sono riuscito a trovare nient’altro. Il giorno del ballo in maschera sono andato a
casa di Li, ma lei aveva nascosto tutte le informazioni in suo possesso. Lei, e chiunque stia
lavorando in combutta con lei.

Per tutto il tempo io e Sam non avevamo fatto che cercare le stesse cose. Lui voleva
provare che Li aveva cercato di uccidermi, servendosi delle silfidi in modo da non essere accusata
della mia morte. E io… io mi ci ero imbattuta per caso, senza però riconoscere davvero la minaccia
come invece aveva fatto lui.

— So tutto. — Mi tirai di nuovo su in ginocchio, tenendomi alle sbarre. — Va tutto


bene. Dimmi soltanto come farti uscire.

Lui mi rivolse un sorriso carico di speranza. — Gira intorno al…

Un rumore di passi. Doveva averli sentiti anche lui, appena un po’ più forti del vento. E
prima che potessi nascondermi, ci fu un altro rombo di tuono e i suoi occhi si spalancarono. Stef e
Orrin – che finora era rimasto fuori dal mio campo visivo – urlarono un’imprecazione.

— Va’, Ana. Nasconditi da qualche parte e non tornare finché il tuono non si sarà
spento.

Quando vide che non reagivo, cercando freneticamente di raccapezzarmi nel


guazzabuglio di pensieri ed emozioni, gridò: — Scappa, Ana. Sono i draghi.

Balzai in piedi e mi lanciai di corsa in una direzione qualsiasi. Meuric l’aveva detto che
sarebbero venuti. Sui libri di storia era scritta la stessa cosa: perfino centinaia di draghi, a volte.
Così continuai a correre, e correre, e correre, finché non andai a sbattere contro una parete bianca
con una porta. Tremando, ruotai la maniglia, mi lanciai un’occhiata alle spalle – ancora nessuno – e
mi infilai in un posto immerso nell’oscurità, dove l’aria era immobile e pesante.
E pulsava.

Feci un giro su me stessa, col cuore che mi martellava nelle orecchie. No, non era il mio
cuore. Era l’aria. Le pareti. Una luce bianca risplendeva diffusa in una vasta stanza. Quella non era
la Casa del Consiglio. Era il Tempio.

Sentii montare dentro il panico e mi lanciai verso la porta per cercare di fuggire.
Preferivo affrontare i draghi.

Ma la porta era sparita.

CAPITOLO VENTISEI

IMPOSSIBILE

Continuai a picchiare contro il muro finché il dolore non mi trapassò le mani come un
coltello. Strillai finché la voce non divenne una pioggia di schegge di vetro che mi zampillava in
gola. Presi a calci le pareti finché il torpore non mi risalì dalle dita fino al piede intero.

La porta era sparita. Come sarei fuggita se la porta era sparita?

Mi tremavano le gambe mentre lottavo con tutte le mie forze per non svenire. Non c’era
mai stata una porta per entrare nel tempio, non fino a dieci minuti prima, e non era nemmeno durata
tanto. Non era possibile. Non solo la porta, ma che fossi stata proprio io a trovarla. Io, che non avrei
dovuto nemmeno essere nata. Io, che avrei dovuto essere Ciana.

C’erano troppe cose impossibili.

— Calmati — mormorai più volte, sperando che funzionasse. — Respira. — L’aria era
pesante, come se stessi inalando vapore acqueo. Sentivo la testa pulsare per il peso e la pressione. I
pensieri si accavallavano: come andare via, come liberarmi.

Mi allontanai dalla parete, ma le pulsazioni non allentarono la presa sulla mia testa. Era
come se qualcuno mi stesse schiacciando contro le mura della città. Non come quando ero
all’interno dei confini di Cardio, o in una delle sue case dai muri bianchi, o nella Casa del
Consiglio.

Ma questo era il tempio senza porte, il vero cuore di Cardio. Nei giorni di bel tempo, la
sua ombra ruotava sulla città come una meridiana. Migliaia di anni prima era proprio il tempio a
essere usato per misurare il tempo.

Io lo odiavo. Lo avevo odiato d’istinto fin dalla prima volta che l’avevo visto e avevo
avuto l’impressione che mi stesse guardando; e anche dopo, quando avevo sentito il suo battito
attraverso le mura. La roccia non avrebbe dovuto avere un cuore che batte.

Non c’era alcun rumore, nemmeno nelle mie orecchie, come spesso invece accadeva
quando mi trovavo immersa nel silenzio. Detestavo quel silenzio pulsante e il senso di oppressione,
così come l’assenza di temperatura. Non faceva né freddo né caldo, ma neanche una giusta via di
mezzo. Semplicemente… non si sentiva niente.

Mi accucciai di fronte al muro e serrai gli occhi, aspettando che succedesse qualcosa.
Che la porta riapparisse magicamente. Non volevo chiamare aiuto – poco importava che l’avessi già
fatto – col rischio che arrivasse qualcosa a divorarmi. O peggio, che quell’aria pesante come il
marmo mi stritolasse la voce prima che uscisse.

I candidi muri della stanza in cui mi trovavo risplendevano dello stesso bagliore
innaturale che si vedeva anche fuori, ed erano privi di qualsiasi ornamento. Non c’erano quadri, né
statue o vasellame, né si vedevano ombre, e la profondità era quasi nulla, grazie alla luce diffusa
ovunque in maniera uniforme.

C’ero soltanto io.

Sam non mi aveva detto granché sul tempio. Che era vuoto, sì, e che c’erano delle
parole scritte sui muri esterni che erano state decifrate da Deborl. Esse parlavano di un’entità
chiamata Janan, che aveva dato a ciascuno un’anima e una serie infinita di vite, e che forse aveva
anche costruito Cardio per proteggere gli umani dai draghi, dalle silfidi e da altre creature. Gli
uomini avrebbero dovuto adorare Janan, anche se non sapevano come, e lui non sarebbe mai venuto
a reclamare quanto gli dovevano.

— Janan? — Lasciai un guanto nel punto in cui prima c’era la porta, quindi appoggiai la
mano sul coltello di Sam e cominciai ad avanzare lungo la parete, attenta a non toccare la pietra più
del necessario.

Fatti una decina di passi, controllai il guanto per rassicurarmi – non che avesse grande
importanza, se non ricompariva la porta – ma era svanito anche lui.

Accidenti. Nell’improbabile eventualità di una fuga, mi sarei ritrovata con una mano
congelata.

Mi concentrai su quello e non su dove potesse essere finito il guanto. Che cosa potesse
averlo preso. Né volevo pensare a Sam, o ai draghi, o a cosa sarebbe successo se lui fosse stato
ucciso.

Fu allora che di fronte a me comparve un arco, quasi invisibile contro le pareti bianche
nella luce piatta.

Se avessi creduto che poteva funzionare, avrei cercato di lasciare una traccia per poter
tornare indietro seguendo lo stesso percorso; ma quando ricontrollai, il mio guanto era sempre
scomparso. In ogni caso, visto il modo in cui la porta si era dissolta nel nulla, non ero certa che
l’arco sarebbe rimasto là ancora per molto.

Il rombo dei draghi, che fuori era andato crescendo, qui dentro non arrivava. Le pareti
isolavano completamente da tutti i suoni, ma io avrei voluto poter sentire quello che stava
succedendo. Continuavo a immaginare Sam intrappolato in quella prigione, mentre i draghi
imperversavano per Cardio.

L’ultima volta che erano venuti, avevano puntato dritti al tempio, proprio dove mi
trovavo adesso. Se non fossi riuscita a uscire e i draghi si fossero aperti una breccia nella parete…
Rinunciai alla prudenza e mi lanciai attraverso l’arco, inciampai, atterrai sulle mani e le
ginocchia, il busto più in alto del sedere.

Scale.

A causa dell’assenza di ombre, non avevo visto le scale. Quel biancore infinito mi feriva
gli occhi per lo sforzo di distinguere delle linee di contorno dove tutto sembrava alla stessa distanza.

Muovendomi con più circospezione, cercai a tentoni con le mani finché non riuscii a
stabilire altezza e profondità dei gradini che scendevano davanti a me.

Strano. Ero inciampata come se le scale salissero. Se fossero state in discesa, sarei
ruzzolata fino in fondo, rompendomi l’osso del collo. Eppure sembravano proprio scendere. Feci
scivolare la mano sulla pietra, cercando disperatamente di ignorare il battito del tempio.

Mi rialzai, ma quando cercai di muovere il piede verso il basso, le dita urtarono la


pietra. L’adrenalina mi faceva ancora girare la testa ma mi costrinsi ad accucciarmi e a tastare di
nuovo con le mani. Non c’era dubbio, le scale scendevano, ma non appena riprovai a scendere, di
nuovo sbattei contro i gradini come se invece salissero.

Scale ingannevoli.

Benissimo. Salii e i miei occhi rinunciarono a cercare di adattarsi alla luce invadente e
all’assenza di ombre.

Le scale sembravano non finire mai e l’effetto inverso continuava a disorientarmi. Mi


sembrava di salire, ma ogni volta che lo sguardo mi cadeva sui piedi, l’impressione era che stessero
scendendo. I muscoli delle gambe mi bruciavano per lo sforzo. Stavo indubbiamente salendo.

Per due volte mi fermai a riposare e a riprendere fiato, cercando di ignorare la


sensazione che le pareti fossero vicine e lontane nello stesso tempo. Quando allungavo la mano,
accanto a me non c’era nulla, né da una parte né dall’altra. Era difficile stabilire quanto fosse larga
la scala. Potevo chinarmi e stendere una gamba senza che mi mancasse il suolo sotto i piedi, e
dall’altra parte lo stesso, ma ero anche stata in grado di sentire le scale che scendevano, quindi non
mi fidavo più delle mie percezioni.

Avrei dovuto rimanere nella grande sala in fondo – o in cima – alle scale. Là non avrei
saputo che fare, ma almeno non mi sarei ritrovata così cieca e confusa, con tutti i sensi tesi al
massimo nel tentativo di percepire qualcosa in quel tempio deserto. E se fossi rimasta intrappolata
per sempre? Da sola?

Ma doveva pur esserci una via d’uscita.

Finalmente arrivai… da qualche parte. Il pavimento tornò in piano e su un lato di una


lunga stanza la luce si fece più soffusa, il che mi facilitava la visione, ma non lenì affatto il mio mal
di testa. E anche se avrei già dovuto sapere cosa aspettarmi, cercai le scale con lo sguardo. Erano
sparite. Evidentemente niente restava dove lo si era lasciato.

Quindici archi bui conducevano fuori dalla nuova stanza, che aveva all’incirca le stesse
dimensioni del salone di Sam. Sul lato opposto, appoggiati a terra, c’erano dei libri. Le copertine di
pelle scura, lucida come se fossero stati rilegati da poco. Per poco non mi lanciai di corsa verso di
loro: finalmente un segno di qualcos’altro a parte me stessa e il vuoto – ma l’ultima cosa che volevo
era andare incontro a una morte orrenda solo per non aver usato la giusta cautela.

— C’è qualcuno?

L’aria e le pareti soffocarono il mio sussurro. E se ci fosse stato qualcun altro,


intrappolato in quel nulla candido?

Rimasi in ascolto, ma non sentii niente a parte l’assenza di suono.

Mordendomi il labbro, avanzai lentamente, saggiando bene il pavimento a ogni passo


prima di fidarmi a spostare tutto il peso. O a rimanere ferma dov’ero. Le scale non mi avevano fatto
precipitare, ma probabilmente avevano valutato la possibilità.

Il battito del tempio continuava. Costante. Martellante. Io tenevo il coltello stretto in


pugno. Un gesto del tutto inutile, ma il manico liscio in legno di rosa mi dava sicurezza.

In fondo alla sala c’era soltanto una decina di libri, o poco più, ma l’ombra che
gettavano era un sollievo per la vista. Il mal di testa cessò non appena la mia mano si soffermò su
un volume con la copertina rosso sangue. Nessun titolo. Nessuna indicazione del contenuto.

E niente polvere.

Trattenendo il respiro, appoggiai il palmo sulla copertina e aspettai.

— Janan? Ci sei? — mormorai.

Nessuna risposta, se non il ritmico vibrare dell’aria.

Estrassi il libro dal mucchio con le mani che mi tremavano. Era sottile, ma di un peso
alquanto considerevole. Carta tessuto, copertina di pelle. Quando lo aprii, la rilegatura scricchiolò,
però i punti tennero. Il tenue sentore dell’inchiostro mi solleticò il naso.

Ecco un’altra cosa che mancava nel tempio. Gli odori.

Mi premetti il foglio sul viso e inalai, stupidamente contenta per qualcosa di così
semplice, della cui scomparsa non mi ero nemmeno accorta. Poi, in imbarazzo anche se non c’era
nessuno, presi il libro in una mano e ne scorsi le pagine in cerca di qualcosa di scritto. Risposte.

Trattini neri imbrattavano la pagina, come se lo scrittore avesse intinto la penna solo per
spruzzare l’inchiostro dappertutto, o uno scoiattolo si fosse imbrattato le zampette e avesse usato la
carta per pulirsele. I segni non andavano da sinistra verso destra come le parole o la musica.

Provai un altro libro. Gli stessi scarabocchi senza senso. Per quante pagine sfogliassi,
quei segni non mi dicevano proprio nulla.

Avevo già provato quella sensazione: intuire che qualcosa dovrebbe funzionare, ma non
sapere assolutamente come. Avrò avuto dieci anni. Li aveva preso uno dei libri di Cris e lo stava
scorrendo, facendo brevi cenni d’assenso, come se per lei quei segnetti neri volessero dire qualcosa;
poi, letto come fare, aveva riparato l’impianto di depurazione senza difficoltà.
Dopo che lei era andata a dormire, io mi ero intrufolata di nascosto nella biblioteca e
avevo aperto il libro che lei aveva letto, ma non ci avevo capito nulla. Per me era soltanto
dell’inchiostro versato sulla carta.

Ma poi avevo posato il volume sul tavolo e lo avevo fissato stringendo gli occhi, e di
colpo avevo visto il sistema secondo cui tutto si disponeva in base a delle righe e degli spazi.

Mi ci era voluto un altro anno per riuscire a decifrare tutte le lettere e le parole, ma
sapevo che in qualche modo dovevano funzionare. Ci credevo sul serio.

Avrei avuto bisogno dello stesso tipo di fiducia anche con quei segni. Rimanere un anno
chiusa là dentro a decifrarli era fuori questione, ma forse sarebbe stato saggio cercare qualche
strumento utile – una mappa, per esempio – e soltanto dopo infilarmi in uno di quegli archi che
portavano fuori dalla stanza.

Prima che riuscissi a sedermi sul pavimento per scartabellare in mezzo ai libri, il battito
si fermò. Il tempio stava ansimando.

Dei bisbigli serpeggiarono attraverso il tempio. Ciò non alleggeriva la pressione


dell’aria, né il senso di disagio generale, visto che il battito era tornato, ma quello era il primo suono
che sentivo a parte i miei, e mi fece venire i brividi lungo la schiena.

Quando il mormorio aumentò, mi tolsi lo zaino e infilai qualche libro in mezzo ai


vestiti; era difficile prevedere se sarei stata in grado di ritrovare quella stanza. Quindi sgattaiolai
via, la testa inclinata da un lato, come se potesse aiutarmi a capire da dove venissero quei rumori.
Ma esattamente come accadeva per la luce, i mormorii erano ovunque.

Avrei voluto urlare, scoprire chi c’era lì con me. Le parole mi uscirono dalla gola senza
che me ne rendessi conto, ma io le trattenni tra le labbra prima che potessero uscire. Se quel
qualcuno era Janan, se lui esisteva davvero, volevo almeno un secondo per prepararmi. Osservarlo
prima che lui vedesse me probabilmente era impossibile, ma quello era il luogo delle cose
impossibili.

Solo che questo Janan aveva preteso di essere adorato e poi era sparito. Anche ammesso
che avesse dato agli uomini delle anime e un’infinità di vite, poi li aveva lasciati a sbrigarsela da
soli, a difendersi dai draghi e dalle silfidi e da un centinaio di altre creature che cercavano
regolarmente di distruggere Cardio. Se Janan esisteva davvero, tutto quello che faceva era
proteggere il tempio quando i draghi lo attaccavano.

E i draghi dovevano proprio odiare Janan se puntavano sempre dritti al tempio.

I mormorii si attenuarono. Alcuni assomigliavano a dei gemiti.

Pur sapendo che poteva essere una mossa stupida, che rischiavo di non tornare più nella
stanza con i libri, imboccai l’arco più vicino. Ma se fosse successo qualcosa, forse avrei potuto
trovare una via d’uscita.

Prima gli archi erano al buio, quasi che la luce non li volesse toccare, ma poi quella si
spostò non appena li attraversai ed entrai in una sala. Il buio era un’illusione. Le pareti erano nere e
scivolose come olio, però brillavano di un bagliore innaturale che pulsava a tempo con il battito.
La sala pareva incredibilmente lunga; la luce sul lato opposto sembrava così flebile. Ma
mi ritrovai subito a oltrepassare un altro arco e con la mano dovetti ripararmi gli occhi dal bianco
accecante.

Il nuovo ambiente era grande come la prima sala e altrettanto luminoso, ma era diverso.
Al centro si apriva minaccioso un pozzo lucente, le cui pareti sembravano candide. Decisi di non
avvicinarmi troppo all’orlo; qualcuno – Janan – avrebbe potuto arrivarmi all’improvviso alle spalle
e spingermi giù. E poi dovevo anche abituarmi al peso che avevo aggiunto allo zaino.

I mormorii ripresero come un lenzuolo svolazzante che si distendeva su un letto. E,


ancora una volta, il suono proveniva da tutti i punti nello stesso tempo, così come il battito e la
pressione atmosferica.

Mi allontanai dal pozzo barcollando e proprio in quel momento la stanza cominciò a


ruotare. Chiazze indistinte invasero un lato del mio campo visivo, per poi scorrere giù dall’altro, un
colossale cerchio d’ombra là dove il soffitto aveva preso il posto del pavimento e il pavimento si era
innalzato fino al soffitto. Il pozzo risalì lungo la parete come un enorme ragno. La stanza fece un
giro completo su se stessa, con i muri che gemevano come se stessero soffrendo.

La pietra sotto di me rimase ferma. Forse… Era difficile dirlo con certezza. Quando
intorno a me l’ambiente smise di stridere e cigolare, mi ritrovai in ginocchio, i palmi delle mani
schiacciati contro gli occhi con tanta forza che mi facevano male gli zigomi.

Il battito del tempio si era placato. Dietro le mie dita la luce si era attenuata; sbirciai e
vidi che la stanza si era completamente capovolta. Mi tirai su titubante, incerta tra l’alzare lo
sguardo verso il buco o scappare da quella stanza. L’arco era ancora là, sul pavimento. Per il
momento.

— Ma guarda — mormorò il tempio. — Un’anima nuova.

Non mi mossi.

Stava parlando con me? Era Janan? Riuscivo a malapena a respirare, tante erano le
domande che mi si affollavano in gola.

— Tu sai chi sono?

Mi morsi la lingua non appena le parole furono uscite. Non potevo essere sicura che il
tempio mi dicesse la verità. Era un luogo che mi inquietava, dove tutto era strano e confuso, la
realtà ribaltata. C’era quel vuoto, e quei libri che non volevano dire niente. Ma io dovevo sapere. Se
questo era Janan, forse finalmente avrebbe potuto rivelarmi cosa ne era stato di Ciana.

— Perché sono nata?

— Per errore. — Le parole gocciolarono sulle pietre come sudore. — Tu sei un errore
senza conseguenze.

La temperatura era stabile, ma io mi sentii rabbrividire e mi strinsi nelle braccia. Avevo


sempre saputo di essere un errore. Me l’avevano sempre detto che non contavo…

— Ana?
Non era Janan. Quella seconda voce, dall’intonazione più acuta, apparteneva a un essere
umano.

Mi girai e, in piedi sull’apertura nera dell’arco, vidi un ragazzo. Capelli castani corti,
gote scarne, occhi carichi di millenni di esperienza. Sembrava non avere nemmeno quindici anni.

— Meuric.

CAPITOLO VENTISETTE

IL PORTAVOCE

Il Portavoce del Consiglio era in piedi sulla soglia, scuro in volto. — Che ci fai qui? —
Si avvicinò con foga.

Io indietreggiai.

— Non ti avvicinare troppo. — Il suo sguardo guizzò verso l’alto, verso il pozzo
capovolto. — Non vorrai finirci dentro.

Giusto. Se le scale che scendevano invece salivano, poteva essere benissimo che il buco
in alto si trovasse in realtà in basso. I piedi piantati saldamente a terra, lo fulminai con lo sguardo.
— Che cosa ci fai tu, qui? — Il cuore mi batteva talmente forte contro le costole che mi aspettavo si
spezzassero da un momento all’altro. — Che succede là fuori?

— Ti ho vista correre dentro. Sono venuto ad aiutarti.

Una versione poco credibile. Mi trovavo lì da almeno un’ora. A meno che lo scorrere
del tempo non seguisse ritmi diversi all’interno del tempio.

Meuric continuava ad avvicinarsi lentamente, guardingo come se fossi una bestia


selvatica. E mi sentivo proprio così; le gambe fremevano per il desiderio di portarmi via, e invece
rimanevo lì, a lottare contro l’adrenalina che mi scorreva in corpo. Lui scosse la testa, mantenendo
un tono di voce neutro e pacato.

— Là fuori è il caos. Draghi e silfidi. Sono arrivati poco dopo che tu sei scomparsa.

Draghi e silfidi? Il solo ricordo bastò a risvegliarmi un prurito bruciante alle mani.

— Non era mai successo… tutti e due insieme. — Si fermò proprio di fronte a me, lo
sguardo inchiodato al mio. — Tu ne sai qualcosa?

Quanto ancora potevo indietreggiare, prima di precipitare? Non ero in grado di dirlo.

— Ana.

Mi parlò con dolcezza, come se questo potesse cambiare qualcosa. Il tempio pulsava
ancora. L’aria continuava a smorzare ogni rumore. Tutto quello che dicevamo suonava piatto, a
malapena udibile. Il solo a riecheggiare era Janan… o chi per lui.
— Dovresti essere a casa con Li. Là saresti al sicuro. L’acido di drago non ha alcun
potere sulle pareti.

Lo avevo visto con i miei occhi, durante l’attacco al mercato. Opera di Janan?

— E le silfidi?

Mi grattai il dorso delle mani. Quando le ustioni si stavano rimarginando, mi prudevano


così tanto che Sam mi minacciava sempre di legarmele se non la smettevo di grattarmi per cercare
di alleviare la sensazione di qualcosa che mi strisciava sottopelle.

— Le silfidi… — Gli occhi di Meuric si sollevarono ancora verso il pozzo. — Non


possono attraversare la pietra.

Questo non voleva dire che non potessero servirsi delle porte, o delle finestre. Quando si
trattava delle silfidi, la casa di Li non era più sicura della piazza del mercato.

— Perché non sei a casa? — mi chiese di nuovo.

Mi spostai lentamente verso la parete per evitare di trovarmi intrappolata tra lui e il
buco. La voce mi tremava.

— Ho sentito il rombo dei draghi e ho cominciato a correre. — Era più o meno la verità.
— Ma ho perso la direzione. Ero così spaventata… Poi è apparsa una porta e io mi ci sono infilata
dentro, ma non conoscevo questa parte della Casa del Consiglio.

Ci fu un lampo nell’espressione del suo viso, come se mi stesse riconsiderando sotto un


altro punto di vista. Con un po’ di fortuna, aveva appena deciso che dovevo proprio essere
un’idiota.

Quando ebbi una visuale chiara sia del Portavoce sia del pozzo, smisi di spostarmi e
abbassai la voce. — Ci troviamo nel tempio?

Lui strinse gli occhi – probabilmente avevo usato un tono troppo drammatico – ma fece
un breve cenno d’assenso. — Sì, è lì che conduceva la tua porta.

— Pensavo che non esistessero ingressi. — Lanciai un’occhiata al pozzo. Se intuiva


quanta paura avevo, non doveva avere una grande opinione di me. Però era umiliante venire
sorpresa così, in preda al panico. — Perché è tutto ribaltato?

— Non lo so.

Quella stanza mi faceva accapponare la pelle, ma non riuscivo a capire come uscirne. Ai
margini del mio campo visivo c’erano altri archi che apparivano e scomparivano. Era possibile che
alcuni di loro portassero alla libertà, ma era più che probabile che invece mi avrebbero condotto in
un posto anche peggiore.

— Ho sentito una voce, prima che arrivassi tu. — Mi appoggiai la mano sul cuore. —
Era la voce di Janan?

Meuric strinse le labbra. — Sì.


Tenevo lo sguardo fisso su di lui, cercando di perlustrare il resto della stanza con la
coda dell’occhio. Non c’era niente, a parte il pozzo e, di tanto in tanto, qualche arco che si apriva
sul buio. — Ha detto che sono un errore. Pensi intendesse che non avrei dovuto nascere?

Il Portavoce non rispose.

— So tutto di Ciana. Ho sentito Frase quando ha detto a Li che non è mai ritornata.
Mezza Cardio è convinta che io abbia preso il suo posto. È per questo che mi odiano.

Meuric fece una smorfia. — Mi dispiace, Ana. Vorrei poter rispondere alle tue
domande. È solo che non lo so. Rimasi sconcertato quanto gli altri, quando tu nascesti. Quello che
posso dirti è che le parole scritte fuori dal tempio sono vere: Janan ci ha dato la vita. Ci ha dato tutte
le nostre vite. Forse qualcosa andò storto, quando Ciana non fece ritorno… ma Dossam crede che tu
sia un dono. Questo dovrebbe rincuorarti.

Sam. Cercavo di non pensare a Sam, là fuori con i draghi e le silfidi. Meglio continuare
a fare domande, non importava quanto volessi ricordare a Meuric che lui era quello che mi aveva
portato via da Sam. Rincuorante davvero.

— Janan ha dato la vita a tutti, eppure ha detto che io sono un errore. Com’è possibile
che lui commetta errori?

L’espressione di Meuric era cupa come le nubi che annunciano il temporale. Non avevo
idea di come avrebbe reagito se avessi continuato a incalzarlo in quel modo, ma ero pronta a
scommettere il pianoforte di Sam che lui sapeva sul tempio molto più di quanto volesse ammettere.
Dovevo soltanto trovare la domanda giusta.

— Cosa stai cercando? — mi chiese. — Vuoi che ti dica che sei un errore?
Cambierebbe qualcosa, se ti dicessi che non lo sei? Tu sai già che io credo in Janan, e questo è il
suo tempio. Lui è il tempio. Janan non parla molto, ma quando lo fa non mente mai. Se lui ha detto
che sei un errore, allora vuol dire che lo sei. Io non so da dove tu venga, ma so per certo che Janan
non ha nulla a che fare con questa storia. Le tue risposte non si trovano qui.

Le sue parole calavano su di me come pugni. Potevo soltanto annuire. Di certo non era
la risposta che avrei voluto sentire, ma avevo imparato molto tempo prima che non dovevo
aspettarmi che la gente mentisse soltanto per evitare di ferirmi.

In realtà, io volevo solo sapere cos’era successo. Ciò che ero o non ero, non lo potevo
cambiare.

Abbassai gli occhi. — Sai come si esce da qui? Voglio trovare Sam.

— Sì, questo possiamo farlo. — Si sfiorò con la mano la tasca della giacca, un gesto
tanto fulmineo che non avrei dovuto neanche accorgermene. Finsi di essere completamente
assorbita nella contemplazione delle mie maniche, stoffa scura sulla pelle bianca. — Vieni con me.

Troppo facile. Prima o poi avrebbe smesso di fingere di non sapere nulla del tempio.
Questo poteva voler dire soltanto che intendeva portarmi in un posto dove io non volevo andare.

— Okay. — Mi diedi una sistemata agli abiti e sollevai lo zaino, pieno dei libri che
avevo rubato. — Meglio andarsene da questo posto. Non si vede un tubo e niente è quello che
sembra. — Mi incamminai davanti a lui con passo deciso, fermandomi solo una volta uscita dalla
sua portata di braccio. Cercavo di fare in modo che lui si trovasse sempre tra me e il pozzo
capovolto.

— Inquietante, vero?

Ebbi un attimo di esitazione, desiderando con tutta me stessa di essere coraggiosa come
sosteneva Sam.

Prima che potessi agire, Meuric notò qualcosa in me – forse la postura o la respirazione
accelerata – e disse: — Sarà più facile, se ti comporterai bene.

— Cosa sarà più facile?

— Perdersi in questo posto. Non avrai più fame né sete. Non sentirai mai la stanchezza.
Janan non ti vuole e io non ti ucciderò, ma tu sei fonte di troppi problemi, a Cardio. Fai troppo
domande. Speravo che avresti smesso se ti avessi riconsegnato a Li. Non era questo che volevo per
te.

— Sam non permetterà che tu…

— Sam penserà che sei morta. Un sacco di corpi non vengono più ritrovati dopo un
attacco dei draghi o delle silfidi. Sarà addolorato, ma lo supererà. A meno che non muoia anche lui.
E anche in quel caso, è improbabile che rinasca prima della Notte delle Anime.

— Che cosa succede nella Notte delle Anime?

La Notte delle Anime non sarebbe arrivata prima dell’equinozio di primavera dell’Anno
delle Anime. Mancava più di un anno.

Meuric sorrise, scoprendo i denti. — Nulla di cui tu debba preoccuparti.

Io non mi mossi.

— Nascere non è mai una cosa piacevole, Ana. È doloroso. Credimi, qui sarai più felice.
— Con un gesto della mano indicò lo spazio intorno a noi come se fosse la sala dei concerti nella
Casa del Consiglio; io non vedevo che una distesa di freddo, di inesorabile bianco. — E vivrai per
sempre. Non è questo che vuoi?

— Ciò che voglio è tornare a casa. Voglio che la gente la smetta di dirmi quello che
devo fare, di sostenere che i rapporti sui miei progressi siano la cosa più importante della mia vita, e
di presumere che io stia architettando qualche piano diabolico perché tutti vengano rimpiazzati dalle
anime nuove. Non è così! Per qualche ragione, mi è stata data un’occasione nella vita, e voglio
sfruttarla al massimo.

Meuric si limitò a scuotere la testa. — Tu davvero non ti rendi conto dei problemi che
hai causato. — Si avvicinò, gli occhi puntati nei miei. Eravamo esattamente della stessa altezza,
quindi nessuno dei due era costretto ad alzare o abbassare lo sguardo. Eppure, lui continuava a
sembrare molto più alto di me.
— Ti capisco — disse. — Sei giovane. Il tuo mondo ruota intorno a te. Oppure, come
tuo padre, sei semplicemente incapace di considerare gli altri. Anche lui era sempre lì a fare
domande, sempre a cercare di capire perché le persone si reincarnano.

— La curiosità non è un delitto.

— Le tue domande mi rendono la vita difficile.

— Per mia fortuna, come tu stesso hai detto, sono così egocentrica che la cosa non mi
interessa affatto. — Lanciai un’occhiata al pozzo, ma non ero in grado di valutare la distanza; la
luce uniforme impediva di percepire la profondità. — Ho deciso che non verrò con te. Troverò da
sola un modo per uscire.

— Allora non te ne andrai mai.

No. Sapevo piuttosto bene di cosa avevo bisogno. O almeno, di dove trovarlo. Mi
lanciai contro Meuric, anche se il peso dello zaino rese la mia mossa assai più goffa.

Lui era abbastanza giovane e scattante da scansarsi con rapidità, ma forse l’aveva
dimenticato. Può essere disorientante cambiare corpo così spesso. Invece di spostarsi, cadde a terra
e si trascinò dietro anche me, affondandomi le unghie nel braccio attraverso la manica. — Cosa stai
facendo? — Si alzò e mi tirò su; era forte, per la sua taglia.

Puntai alla sua tasca, decisa a impossessarmi di quello che c’era dentro.

Con un grugnito, mi afferrò per le spalle e mi scagliò dall’altra parte della stanza, ma io
avevo già afferrato la fodera della tasca – non il suo contenuto – e così anche lui cadde insieme a
me. Lo colpivo a suon di gomitate cercando in qualche modo di prendere il sopravvento, ma lui era
più forte e aveva gomiti più appuntiti dei miei.

Continuammo a lottare, cercando entrambi di raggiungere la sua tasca e tenendoci


lontani dal pozzo capovolto. Quando gli arrivammo vicino, mi diede una spinta ma io mi buttai di
lato proprio un attimo prima di inciampare sull’orlo.

Andai a sbattere con la spalla per terra e una scarica di dolore mi risalì lungo tutto il
braccio. Il piede, che era rimasto incagliato sotto il bordo del pozzo, pendeva all’insù come se la
forza di gravità si fosse rovesciata. Lo tirai verso il basso – era pesante come se lo stessi sollevando
fuori dal pozzo – cercando di sgattaiolare via mentre Meuric mi si scagliava addosso.

Mi colpì alla spalla indolenzita, scatenando un’ondata di dolore che mi arrivò fino alle
dita. Con la mano libera, tirai fuori il coltello di Sam e affondai, senza preoccuparmi della mira,
purché colpisse qualcosa.

Si sentì rumore di carne tagliata.

Dal suo occhio sgorgò sangue, prima uno schizzo e poi a rivoli.

Sul suo viso l’espressione virò dallo shock iniziale a un nulla sordo e cieco. Estrassi il
coltello e l’odore metallico di sangue e sale mi procurò i conati di vomito. Cercai di non guardare
quel suo viso da ragazzino mentre gli infilavo la mano nella tasca, dove trovai uno aggeggio piatto,
una scatoletta delle stesse dimensioni di un SED. Era d’argento. L’altra tasca era vuota, quindi
doveva essere quello ciò che mi avrebbe fatto uscire di lì.

Meuric gemeva, le mani strette intorno all’occhio devastato. Non capivo come facesse a
essere ancora vivo, ma il coltello non era lungo; forse non ero andata tanto a fondo da trafiggere il
cervello. Lo stomaco mi ribolliva di succhi gastrici. Ripulii la lama passandola sul suo giaccone, poi
con un calcio lo spinsi verso il pozzo. Venne risucchiato in alto all’istante, come se ci fosse
precipitato.

Mi girava la testa. Avevo bisogno di andarmene da quel posto.

Lo avevo ucciso.

Una volta rinato, l’unico scopo della sua vita sarebbe stato quello di uccidere me. E
avrebbe anche potuto riferire al Consiglio cos’avessi fatto. Certo, io avrei potuto mostrare loro cosa
gli avevo trovato in tasca, raccontare cos’era successo prima del suo ritorno, ma era improbabile
che mi avrebbero creduto. Ero la senzanima, io.

Con la spalla contusa ancora dolorante, mi tirai su a sedere e mi misi a studiare


quell’affare. Scintillava nella luce diffusa, mandando bagliori argentati, e sul metallo erano incise
cinque figure: una linea orizzontale, una linea verticale, un quadrato, un cerchio e un diamante.
Nessuna ricordava minimamente una porta, né ero in grado di dire se toccandola avrei azionato
qualcosa. Non erano pulsanti.

Per un istante temetti di aver commesso uno sbaglio – e non era forse così? Lo avevo
ucciso! – ma era di Meuric che si stava parlando. Lui non sarebbe mai venuto qui impreparato.
Probabilmente all’inizio era stato proprio lui a creare quella porta, per farmi sparire dalla
circolazione. E nelle tasche non aveva nient’altro, quindi qualunque cosa ci volesse per attivare
quella scatoletta, doveva trovarsi già lì.

Oppure no. E se quell’affare era collegato soltanto all’anima di Meuric, con un


meccanismo simile a quello dei lettori giù in città, che riuscivano a distinguere un’anima dall’altra?

— Janan? — mormorai, nel caso si trovasse ancora lì e fosse disposto a darmi una
mano. Ma la sola risposta fu il battito del tempio.

L’ultima cosa che volevo era rinchiudermi là dentro, ma, d’altro canto, non ero già in
trappola? La mia unica possibilità era tentare la sorte e sperare di riuscire a fuggire. Poi avrei potuto
ispezionare la casa di Meuric da cima a fondo in cerca di istruzioni.

La linea orizzontale era la prima; toccai quella.

Non successe niente.

Stessa cosa con la linea verticale e con il quadrato, quindi forse dovevo fare qualcosa di
diverso. Ma cosa?

In preda all’esasperazione, strinsi l’aggeggio tra le mani, prendendo in considerazione la


possibilità di scagliarlo nel pozzo.

Dentro la scatoletta si mosse qualcosa. Con un leggero scatto, tutte le figure ruotarono
su se stesse e la lastra metallica scivolò scomparendo di lato, come se metà del marchingegno fosse
vuota.

Non avevo idea di cos’avessi fatto, ma quando alzai gli occhi, vidi che la parete era
diventata splendente ed emetteva un gemito. Con lo stesso movimento vertiginoso di prima, la
stanza si capovolse, sulla pietra bianca apparve un’indistinta chiazza grigia, che si allargò fino a
diventare un foro a forma di porta. Dall’altra parte non riuscivo a vedere niente.

Dovevo rimanere lì o attraversare quella porta misteriosa? Trassi un respiro tremante,


cercando di adattarmi alla nuova situazione. Non avevo ancora coperto metà del percorso, quando il
perimetro della porta brillò e divenne di un bianco smagliante.

Avevo dolori dappertutto e ogni volta che muovevo il braccio sentivo delle staffilate di
fuoco che mi trafiggevano la spalla, ma ugualmente mi lanciai di scatto verso l’apertura, prima che
si richiudesse e fossi costretta a ripetere dall’inizio tutta la procedura con quella scatoletta.

Varcai la soglia. Un vento gelido mi sferzò il viso e il nevischio mi oscurò la visuale. Il


mio primo impulso fu quello di correre il più lontano possibile dal tempio, ma – barcollai per un
attimo e mi appoggiai con lo zaino contro la parete adesso liscia, nel punto in cui poco prima si
apriva la porta – ero sbucata su un pianerottolo che sporgeva alto sul livello del suolo. Non fosse
stato per le condizioni atmosferiche, sarei stata in grado di vedere tutto. Non ero mai stata tanto
contenta che nevicasse.

Muovendomi con cautela, mi tolsi lo zaino di spalla. Considerai l’ipotesi di lasciarlo lì –


l’aggeggio della porta e il coltello li avevo nella tasca del giaccone – ma c’erano i libri che avevo
preso nel tempio e i resti bruciacchiati della canzone di Sam. Se proprio fossi stata costretta, avrei
potuto lasciarlo, ma per il momento me lo caricai sul davanti. Mi dovevo muovere in modo
piuttosto goffo per mantenere l’equilibrio, ma avrei controbilanciato.

Stavo appena cominciando a orientarmi, quando nel grigiore circostante vidi formarsi
una sagoma scura, lunga e snella, con gigantesche ali nere.

Un drago.

CAPITOLO VENTOTTO

RABBIA

Il tempio pulsava sulla mia schiena mentre mi appiattivo contro la parete, sforzandomi
di diventare invisibile. La mia porta era sparita e il pensiero riandò con fin troppa facilità alle
descrizioni che Sam mi aveva fatto dell’acido di drago. Mi vedevo ardere e smaniare dal bruciore,
con la pelle che si staccava e si gonfiava in bolle fino a mostrare l’osso. Non volevo morire. Non
volevo morire nel tempio, né precipitando né per opera di un drago.

Per un istante pensai alla possibilità di aprire un’altra porta, ma non c’era modo di
prevedere cos’avrei trovato al di là, né se sarei potuta tornare al pianterreno per creare una nuova
apertura da lì. Non potevo rischiare.
Col vuoto nella testa, premetti entrambe le mani sulla pietra calda, cercando di placare il
senso di vertigine e il terrore. Le ali del drago si spalancarono in tutta la loro ampiezza, scintillanti
nella luce irreale del tempio.

Giusto. La pietra era calda. Almeno così non sarei scivolata sul ghiaccio, ma c’era
sempre l’acqua. Il pianerottolo era largo una trentina di centimetri, il che non mi lasciava molto
spazio per tenermi in equilibrio.

Il drago spalancò le fauci mentre si avvicinava in volo, ma prima che mi trapassasse con
i suoi denti lunghi quanto il mio avambraccio, un raggio di luce blu saettò da terra e lo colpì al
palato. Lanciando un ruggito, il mostro cambiò direzione e si scagliò contro il suo aggressore. Per
poco lo spostamento d’aria provocato dalle sue ali non mi fece cadere, ma mi puntellai con i gomiti,
stringendo le mascelle come se questo potesse impedirmi di precipitare sulla piazza del mercato.

Alla mia sinistra, la Casa del Consiglio non era lontana – il che voleva dire che ero
rivolta verso nord, la direzione da cui sarebbero arrivati gli altri draghi – e quello sembrava un posto
più sicuro. Però era un volo di almeno un piano e non ero in grado di dire se il pianerottolo si
allungasse tanto… ma era sempre meglio che restare bloccata là sopra.

Avanzai con cautela verso il tetto. Il bagliore del tempio mi era d’aiuto nello spazio
ristretto che si trovava sotto i miei piedi, ma oltre la distanza di un braccio ogni cosa era avvolta in
una bruma indistinta di nevischio e luminosità innaturale. A dispetto del tepore emanato dal tempio,
avevo la faccia e le dita ormai insensibili per via del freddo. Lo zaino mi pesava sulla spalla,
provocandomi vampate di dolore. Dovevo essermi slogata qualcosa, o forse avevo addirittura
qualche osso rotto.

I draghi volavano serpeggiando nel cielo, per poi tuffarsi in picchiata sulle strade della
città. Erano a centinaia a lanciare strida e boati da far tremare il mondo intero. Un frastuono
terrificante, tale da sovrastare qualsiasi urlo umano. Compreso il mio.

Mi tenni aggrappata al tempio con maggiore decisione, cercando di avanzare più


rapidamente.

Errore. Il tallone mi scivolò sulla superficie bagnata, l’altro piede lo seguì e per una
frazione di secondo rimasi priva di appoggio. Mi buttai all’indietro con tutto il peso, sperando di
non controbilanciare troppo fino a spingermi giù. Il coccige urtò contro la pietra e sentii il dolore
risalire lungo la spina dorsale.

Adesso ero con le gambe penzoloni nel vuoto. Sentivo la pietra che mi segava
all’altezza delle cosce, il che mi fece capire che non avevo neanche un millimetro per muovermi. Se
avessi cercato di tirarmi in piedi, sarei morta, così feci pressione sulle mani e mi spostai così,
rimanendo seduta. Il fondo dei pantaloni era completamente zuppo d’acqua. I brividi mi risalivano
lungo le gambe e fino allo stomaco.

Il tempio venne scosso da un tremore quando, molto più in alto rispetto a dove mi
trovavo io, un drago si abbrancò con gli unghioni alle pareti. Io non guardai. Se dovevo basarmi su
quanto avevo visto durante l’attacco al mercato, quegli artigli non sarebbero riusciti nemmeno a
scalfire la pietra.
Meuric aveva detto che c’erano delle silfidi. Tra la luce accecante e il nevischio, io non
riuscivo a vederne nemmeno una, ma dovevano essercene. Erano creature dell’ombra e dell’aria:
significava che potevano volare?

Cercai di rimanere concentrata sul muovermi da seduta senza cadere, reprimendo


l’impulso di guardare giù. Avrei visto la Casa del Consiglio una volta che ci fossi arrivata sopra.
Prima il tetto. Il pianterreno, dopo.

La vista della sezione settentrionale della città era già abbastanza terrorizzante senza
aggiungerci anche le vertigini.

Così distante, e in quella luce soffusa, non mi era possibile distinguere le palle di
cannone, ma le esplosioni facevano tremare l’aria, sollevando le strida dei draghi. Sagome nere si
intrecciavano nel cielo, inseguite dal fuoco dei raggi laser. Lungo le mura, sulle pareti della Casa
del Consiglio e per i principali viali della città, era tutto un guizzare di luci. Non fosse stato per la
tempesta di neve, le nuvole e l’oscurità che incalzava, Cardio sarebbe stata letteralmente illuminata
a giorno.

Finalmente, sotto di me apparve uno slargo bianco. Difficile stabilire l’altezza di quel
salto. Era comunque troppa. Mi sarei frantumata tutte le ossa delle braccia e delle gambe. Le pareti
del tempio sotto di me sembravano scendere a strapiombo, il che escludeva l’ipotesi di lasciarmi
cadere sul pianerottolo più in basso.

Sentii stridere degli artigli contro la pietra. Alzai lo sguardo appena in tempo per evitare
una coda penzolante. Un drago si stava dibattendo nel tentativo disperato di mantenere la presa sul
tempio. Scivolava e cercava di arrampicarsi di nuovo, menando frustate con la coda per tenersi in
equilibrio. E l’estremità di quella coda era molto vicina.

L’afferrai e spiccai un balzo.

Con un urlo, mi avvolsi con le gambe intorno alla coda e strinsi più forte che potevo. Lo
zaino contro lo stomaco rendeva difficile mantenere la presa, ma io rimasi con la testa bassa, senza
lasciar andare la coda, che sferzava l’aria sbatacchiandomi qua e là, fermandosi giusto un soffio
prima di sfracellarmi contro il muro.

Pessima idea. Davvero una pessima idea.

Non appena la coda arrivò vicino al tetto della Casa del Consiglio, mi lasciai andare.

La prima a sbattere fu la schiena. L’aria mi uscì dai polmoni di colpo. Senza fiato, mi
tirai su tossendo, appena in tempo per non vomitarmi addosso. Continuai a sputare finché quel
saporaccio acido non fu sparito.

Lassù in alto, il mio drago stava spandendo scie di sangue sulla parete del tempio,
continuando a divincolarsi mentre i raggi laser gli trafiggevano le ali spiegate. Cadendo, lanciò un
ultimo ruggito assordante e fece tremare la Casa del Consiglio quando piombò a terra, rimanendo
appeso sul tetto.

Mi aveva appena fornito un altro modo per arrivare a terra.


Spostai di nuovo lo zaino. Sentii una fitta alla spalla, ma il dolore lancinante di poco
prima era sparito. Qualunque cosa fosse uscita di posto, doveva essersi riassestata con l’ultima botta
che avevo preso contro il tetto della Casa del Consiglio.

Con ben tre motivi, adesso, per essere grata al drago moribondo, cominciai a camminare
a piccoli passi verso il lato meridionale, dove la coda e le zampe posteriori erano rimaste penzoloni.
Non riuscivo a vedere se arrivavano fino a terra. In ogni caso, dovevo sbrigarmi prima che la bestia
scivolasse del tutto; col ghiaccio che rendeva viscida ogni superficie, non sarebbe rimasta ferma là
ancora a lungo.

Per due volte slittai sul tetto e riuscii a reggermi con le unghie, ma raggiunsi le zampe
posteriori del drago proprio quando il suo corpo stava cominciando a vacillare. Sperando che fosse
morto, mi arrampicai sugli artigli, lungo le zampe, e poi ancora lungo il fianco, fino ad arrivare alla
schiena. Le squame erano fredde e affilate, umide di nevischio. Ma in fin dei conti si trattava di una
lucertola – per quanto enorme e con un fisico adattato alla vita nella tundra – un animale a sangue
freddo, quindi le squame fredde dovevano essere una cosa normale. Forse.

A quattro zampe, mi inerpicai su per la schiena, usando le squame come una scala per
superare il bordo dell’edificio. Le mani erano intirizzite e mi facevano male, ma continuavo a
procedere.

Arrivata a metà strada, vicino al punto in cui le ali si allargavano, il cadavere ebbe una
convulsione. Era tutto scivoloso. Io cercai di tenermi ancora più stretta, ma quando vidi che la
bestia non si fermava, con un balzo raggiunsi l’ala e mi lasciai scivolare per lo spazio che ancora mi
separava da terra, ballonzolando sulle ossa che trasparivano sotto lo strato liscio e sottile di squame.

Il vento mi tagliava la faccia, risalendo lungo le maniche nella mia discesa vertiginosa.
Finalmente, nella parte finale dell’ala che andava ad appoggiarsi sull’acciottolato, la pendenza si
fece più dolce. La spinta mi gettò a terra proprio nel momento in cui, alle mie spalle, il drago
precipitava al suolo.

Qualcuno che stava passando di corsa mi fissò con gli occhi sgranati e mi lanciò una
pistola laser, imprecando, prima di proseguire in direzione nord. Io avevo le mani troppo fredde e
rigide per riuscire ad afferrare l’arma al volo, ma la raccolsi da terra e poi cercai di stabilire dove mi
trovassi rispetto alla casa di Sam. Non ero lontana. Salii carponi sul cadavere del drago. Il palazzo e
la bestia formavano come una stretta gola, al riparo dal vento e dal rumore.

Trovai la finestra della prigione abbastanza facilmente; il vetro non era stato richiuso.
Mi inginocchiai, sbirciando dentro la stanza immersa nella semioscurità.

— Sam?

Vuota.

Mi lasciai cadere sui talloni e rimasi lì, con la fronte appoggiata contro le sbarre di ferro,
cercando di immaginare cosa potesse essere accaduto. Era possibile che fosse riuscito a scappare,
ma Sam sapeva a malapena usare un computer. Disattivare i lettori di anime andava decisamente
oltre le sue capacità. Rinchiuso là dentro c’era anche Orrin, ma la sua inettitudine era pari a quella
di Sam. Stef sarebbe stata in grado di farlo, ma probabilmente occorrevano degli attrezzi dei quali
non disponeva.

L’altra possibilità era che Li avesse scoperto la mia assenza e sapesse dove cercarmi.
Lei non avrebbe certo esitato a uccidere Sam.

In quel caso l’avrei vendicato. Li poi sarebbe ritornata e, come Meuric, mi avrebbe dato
la caccia nel corso di tutte le sue vite, ma almeno avrebbe patito lo stesso dolore di Sam, la stessa
sensazione dell’anima che ti viene strappata via.

Sentii una stretta allo stomaco. Da quando ero diventata così indifferente riguardo
all’idea di ammazzare? Il mio coltello grondava ancora del sangue di Meuric e io stavo già
pensando a come far fuori mia madre. Mi venne di nuovo voglia di vomitare, ma non avevo dentro
più niente.

A strapparmi ai miei pensieri fu un rumore di gemiti e lamenti.

Lunghe ombre aleggiavano intorno ai resti del drago, bruciacchiando le squame. Storsi
il naso per il fetore di cenere e scappai via dalle silfidi, veloce come un fulmine. Non si erano
ancora accorte di me e io non avevo uova antisilfidi.

Mi lanciai di corsa nel cuore più nero della notte; allontanandomi dalla Casa del
Consiglio, il frastuono della battaglia aumentava. I droni volavano rombando attorno ai draghi,
bombardandoli coi loro raggi laser a ogni occasione. I draghi sputavano bolle gonfie di acido. Mi
tirai su il cappuccio, tenendolo ben chiuso. Se mi fosse caduto addosso qualcosa, avrei sentito lo
sfrigolio e in quel caso avrei potuto buttare via il giaccone. Avrebbe funzionato soltanto una volta,
però.

Avevo i muscoli doloranti, ma continuavo a correre più veloce che potevo, evitando
qualunque cosa avesse l’aspetto di un’ombra o emanasse un bagliore verdastro. Avrei tanto voluto
avere una torcia o un SED – il mio mi era stato confiscato – ma il coltello e la pistola laser erano
meglio di niente.

Scrutavo con attenzione i visi delle persone a cui passavo accanto. La maggior parte
stava correndo e aveva l’aria di sapere cosa fare. Più di quanto non lo sapessi io. Nessuno di loro
era Sam o uno dei miei amici. Continuai a correre, i pugni ficcati dentro le maniche per cercare un
po’ di calore.

Il Viale Settentrionale era nel caos, tra gente, luci e cumuli di acido. Avrei voluto
infilarmi nel quartiere residenziale, ma quel reticolo di strade non lo conoscevo abbastanza bene da
riuscire a orientarmi. La casa di Li era proprio accanto alla stazione di guardia, però.

Avrei voluto essere abbastanza vigliacca da nascondermi in casa di qualcuno finché non
fosse tutto finito.

Il muro settentrionale di Cardio si ergeva alto in lontananza, sfolgorante della luce che
rifletteva attraverso la stazione di guardia. Spinsi ancora più forte sulle mie povere gambe esauste.
E se Li non fosse stata a casa? Era una guerriera. Senza dubbio era impegnata ad ammazzare metà
dei draghi con una mano sola, mica se ne stava lì ad aspettare di affrontare me.

Mi concentrai sulla rabbia. Li colpiva sempre quello che più contava per me. Le cose
che raccoglievo in giro per il bosco, le rose, la canzone di Sam. Se ripensavo alla mia vita, non
trovavo niente che potesse indurmi a credere che non avrebbe ucciso Sam soltanto per farmi un
dispetto.

Con le gambe e i polmoni in fiamme, passai di corsa accanto a un terzetto di bambini


che sparavano in cielo con i loro laser, per poi fermarmi con una sbandata vicino alla stazione di
guardia. Tutto era talmente luminoso che mi lacrimarono gli occhi. Il freddo mi faceva colare il
naso.

Se stavo per affrontare mia madre, almeno doveva sembrare che fossi in grado di badare
a me stessa.

Mi pulii il naso sulla manica e afferrai la pistola laser. La strada ormai mi era familiare,
anche se i draghi morti e i segni di acido sul selciato erano nuovi. Ovunque si vedevano aleggiare
delle ombre, ma da nessuna provenivano canzoni di silfidi.

Scossa da un brivido, mi fermai in fondo al vialetto, gli occhi fissi sulla porta.

Che si aprì, incorniciando la sagoma di Li.

Sembrava più grande. E più arrabbiata.

— Dove sei stata?

Non si mosse. Li aspettava sempre che fossi io ad andare da lei.

Strinsi le dita attorno all’impugnatura della pistola laser. — Che cos’hai fatto a Sam?

Lei inclinò la testa di lato. — Sam?

— Mi hai sentito. — Avanzai di un passo. Li non aveva niente in mano, a parte il


pomello della porta. Avrei potuto sparare prima di lei. Forse. Non avevo mai usato una pistola laser;
probabilmente la mia mira era tremenda. — Che ne hai fatto di Sam? Là non c’è più.

— Non so cosa gli sia successo. — Si lanciò un’occhiata alle spalle. Sembrava distratta.
Nervosa. Una cosa che poteva sembrare normale, vista la situazione, ma non per lei. Li amava il
conflitto. Ogni occasione in cui poteva vedermi ferita per lei era fonte di piacere: in quel momento
io mi trovavo privata dell’unica persona che avesse mai contato qualcosa per me, tormentandomi al
pensiero che potesse essere morta… e lei era distratta?

— Sei andata là?

— Sam era in prigione. E adesso non c’è più. — Mi fermai a metà del vialetto e
raddrizzai la schiena. Sentii una fitta alla spalla contusa, ma cercai ugualmente di indurire
l’espressione del viso fino a trasformarla in una maschera di rabbia, come la sua. Non volevo farle
capire quanto stessi soffrendo.

— Perché pensi che gli abbia fatto qualcosa? — Le era tornato quel suo solito tono
sprezzante.

— Tu sei così. È la tua natura. — Alzai la pistola e portai la mano libera


sull’impugnatura in legno di rosa del pugnale di Sam. — Hai sempre cercato di rendermi infelice, di
convincermi che a nessuno sarebbe mai potuto importare di me. Ma ti sbagliavi. A Sam importa. E
a Sarit, e a Stef, e ad altri ancora. Io non sono una senzanima. — La mano mi tremava mentre
prendevo la mira. — Adesso dimmi cosa gli hai fatto.

Li spalancò la bocca.

Dapprima pensai che fosse lo stupore nel vedere che finalmente riuscivo a tenerle testa,
ma poi l’espressione del suo viso si spense e lo sguardo si fissò sul nulla. Un ultimo guizzo di
rabbia, poi si accasciò al suolo.

Morta.

Indietreggiai, barcollando. Un drago non ci sarebbe stato, dentro casa, e una silfide
l’avrei vista sicuramente. Io non ero stata…

Dall’ombra al di là del cadavere di mia madre, sbucò un uomo che stava abbassando
una pistola laser come la mia.

— Tu devi essere Ana.

Strano che fosse bastato un ometto armato di laser per ucciderla. A vederlo, non
sembrava valere granché. Basso. Capelli color rame dal taglio ben curato. Pallido.

Oh. Li conoscevo, quei lineamenti, anche se non l’avevo mai visto prima.

— Sono Menehem — disse. — E noi dobbiamo parlare.

CAPITOLO VENTINOVE

TENEBRE

Continuavo a tenergli la pistola laser puntata contro il petto.

— L’hai uccisa.

— Sì. — Sollevò le sopracciglia. — Non è per questo che eri venuta qui? Ho pensato di
farla finita una volta per tutte. Tu non avresti smesso di accusarla di aver ucciso Dossam e lei non
l’avrebbe mai ammesso. A proposito, non l’ha fatto. Era qui insieme a me.

Mi faceva male la mascella per quanto forte la stringevo mentre lui mi si avvicinava con
passo deciso. Continuai, imperterrita. — Ma la battaglia…

— Sì, stava andando proprio là. E avrebbe potuto essere d’aiuto a molti ma, a essere
sinceri, io non volevo.

Anche questo era come affogare. Le mie domande erano gocce d’acqua, abbastanza da
riempire un oceano.

— Io non capisco…
Detestavo sentirmi stupida. Detestavo essere costretta a chiedere. E detestavo che mi
trattenessero, che mi impedissero di cercare Sam. Se Li non l’aveva ucciso, doveva essere da
qualche parte in città. Con i draghi.

Cercai di farmi coraggio. — Dimmi tutto o ti apro qualche buco nelle braccia e nelle
gambe. — Come se ne fossi stata capace. Ma lui questo non lo sapeva.

— Va bene. — Fece per rientrare in casa, fermandosi un attimo prima di rituffarsi


nell’ombra. — Tu non vieni?

Indicai la sua mano con un cenno. — La tua arma.

Alzò gli occhi al cielo e la buttò sul vialetto. — Non ho intenzione di farti del male.

— Non mi hai dato nessuna ragione per crederti.

Non abbassai la pistola laser mentre lo seguivo fino alla porta. Li giaceva immobile
sulla soglia; sul viso le si stava già formando uno strato di ghiaccio. Se l’avessi toccata, avrei sentito
che era fredda.

— Lavori con Meuric? Sei stato tu ad aggredire me e Sam, dopo il ballo in maschera?

Era più piccolo dell’uomo che mi aveva picchiata per strada, però allora ero terrorizzata.
Anche adesso lo ero, ma almeno avevo un’arma.

Menehem agguantò la mia pistola laser e la lanciò fuori dalla porta, insieme alla sua.

— No. Non lavoro né con Meuric né con nessun altro. Non vi ho aggrediti, né ho
ordinato alle silfidi di inseguirti. Se avessi voluto farti del male, tu adesso saresti già morta. Mai
perdere d’occhio la persona che stai minacciando.

Il mio cuore perse un battuto, ma annuii, sorreggendomi allo stipite della porta. La
pietra fredda mi diede un brivido alla mano e la tirai indietro di scatto.

— E va bene. Sei stato chiarissimo, non valgo un fico secco a condurre un


interrogatorio. E adesso mi dirai perché mi hai abbandonato, e per quale motivo hai ucciso Li, e
perché vuoi che le persone muoiano?

Mi fece segno di sedermi. Il salone di Li era scarsamente arredato, solo qualche sedia e
dei tavoli. Prima sulle pareti c’erano state delle spade e delle asce in bella mostra – le sue erano
pareti vere, non come quelle di Sam – ma da quando mi ero trasferita lì, le aveva rimosse.

Lasciammo la porta aperta, entrambi girati in quella direzione. Dove si trovava Li, stesa
a terra, con un bel foro nitido dietro la testa.

— Quando tornerà — dissi — vorrà ucciderti. E più di una volta, probabilmente.

— Lei non tornerà.

Mi voltai di scatto.

— Sicuro che tornerà. Tutti tornano.


Tutti tranne Ciana. E, forse, tranne me. Non lo si poteva dire per certo a meno che non
morissi, e al momento la cosa non mi sembrava probabile.

E c’era quella cosa di cui aveva parlato Meuric, qualcosa che sarebbe dovuto accadere
durante la prossima Notte delle Anime.

Menehem scosse la testa.

— Da quando sei nata non ho fatto che lavorare per ripetere una cosa che mi era riuscita
solo una volta. Ho bloccato una reincarnazione.

— Che cosa?

— Diversi anni fa, stavo conducendo degli esperimenti sulla piazza del mercato. Era il
solo spazio aperto che ritenevo abbastanza sicuro nel caso qualcosa fosse andato storto. E non
potevo nemmeno uscire da Cardio. Non volevo che i gas interferissero. Saprai di certo quali fetori
tremendi ci possano essere là fuori. Prova a immaginare che mentre stai cercando di concentrarti su
altri elementi chimici…

— Menehem! — Proprio come nei diari, adorava dilungarsi in spiegazioni. — Vediamo


di arrivare al punto.

Alzò gli occhi al cielo. — In ogni caso, come spesso succede con gli esperimenti,
qualcosa andò storto. Del resto, nessuno si sarebbe aspettato che filasse tutto liscio, visto che fin dal
principio io avevo previsto il contrario. Quella fu la notte che Ciana morì.

— Non ha senso. — E se nemmeno Li sarebbe tornata, così com’era successo a Ciana,


che fine avrebbero fatto tutte le altre persone morte quella notte?

Menehem sorrise: non il sorriso crudele e scaltro di Li, ma nemmeno quello che amavo
vedere rivolto a me.

— So che per te è difficile capire. Eccola, la verità. Chiunque muoia stanotte, è morto.
Sparito per sempre. Così come tu hai preso il posto di Ciana, ho il sospetto che altre anime nuove
rimpiazzeranno i caduti di questa notte. Io ho avvelenato Janan, Ana. È lui il responsabile delle
reincarnazioni. Questa notte non è in condizione di assolvere al suo compito.

Non riuscivo a dare forma a quel pensiero. Janan esisteva davvero, di questo ero certa,
ma… avvelenarlo? A quanto pareva, Janan viveva all’interno delle pareti del tempio. Non riuscivo a
immaginare come si potesse avvelenare la pietra. Non fosse stato per il fatto che io ero davvero nata
– prova che l’esperimento di Menehem aveva funzionato – gli avrei dato del pazzo.

— Gli effetti non dureranno che qualche ora, ma sarà sufficiente per far venire al mondo
altre anime nuove.

— Perché? Perché mai dovresti volere che i tuoi amici muoiano? E Li? E anche tu,
forse?

Abbassò la voce, con un tono che sembrava quasi ferito. — Pensavo ti avrebbe fatto
piacere che Li non tornasse più. È sempre stata orribile con te. O almeno così sembrava.
— Non è questo il punto. Lei non tornerà mai più. Tu l’hai distrutta completamente.

— Così come tutti quelli che moriranno nel corso di questa notte. Li l’ho scelta io,
soltanto per amor tuo. La natura sceglierà gli altri. I forti sopravvivranno. Gli altri verranno
sostituiti da anime nuove.

Mi precipitai verso la porta. — Sam è là fuori. E i draghi lo uccidono sempre. —


Scavalcai il cadavere di mia madre e raccolsi da terra le pistole laser. — Se stanotte lui muore,
morirai anche tu.

Menehem mi veniva dietro senza sforzo; non sembrava che il fatto di non avere un’arma
lo preoccupasse particolarmente. — Se saranno i draghi o le silfidi a uccidermi, allora sì. Ma tu no,
non mi ucciderai. Nemmeno se Dossam è morto.

— Non parleresti così se mi conoscessi.

Gli feci segno di andare avanti per primo. Se qualcosa ci avesse attaccato, preferivo che
divorasse prima lui, riservandomi ancora una possibilità di fuga. E poi non avevo digerito il modo
in cui mi aveva disarmato poco prima.

— Penso di conoscerti abbastanza bene. La tua fame di conoscenza è insaziabile. Io ho


le risposte che stai cercando. Non è questo che facevi, quando ti fermavi fino a tardi in biblioteca,
nel periodo in cui vivevi con Sam? — Si lanciò un’occhiata alle spalle. — Ho seguito i tuoi
progressi dal momento in cui sei arrivata a Cardio e sono riuscito a mantenere segreto il mio ritorno.

Così era lui che mi aveva seguita, quella notte? Scossi la testa, continuando a
muovermi. Non aveva più alcuna importanza. — È questo il motivo per cui sei venuto qui, questa
notte? Per cercarmi?

— Esattamente. — Mi sorrise. — Tu sei l’unica persona che volessi salvare. Non hai
ancora avuto una vita completa. Né te ne sono state concesse intere dozzine. Non sarebbe giusto se
morissi così presto.

— Rinascerò, un giorno?

Svoltammo sulla strada, ancora avvolta dalle luci e dal nevischio. Il cielo brulicava di
draghi e droni e riuscivamo a vedere il Viale Settentrionale, dove le silfidi braccavano le persone
bruciando i cadaveri sul loro percorso. Provai un malsano piacere al pensiero di non avere uova
antisilfidi; sarei stata costretta a fermarmi per dare il mio contributo. Ma dato che non ne avevo,
potevo concentrarmi sulla ricerca di Sam.

Ma c’era qualcosa di diverso. Il mio sguardo venne attirato da un’insolita zona d’ombra.

Al centro di Cardio, il tempio era spento. L’edificio era illuminato dalle luci esterne, ma
la sua luminescenza perlacea era sparita. La pietra strideva quando i draghi l’abbrancavano nel
tentativo di frantumarla o di…

Sul tempio erano comparse delle linee irregolari e nere.

Avevo smesso di camminare. Menehem si fermò accanto a me, osservando il tempio


che si innalzava sulle cime degli alberi e su tutti gli altri palazzi. — Mmm… — fece. — Mi
domando cosa accadrà se lo abbattono. — Dopo qualche attimo di contemplazione, si strinse nelle
spalle. — Oh, be’… magari non rinascerà più nessuno.

— Non mi hai detto se io rinascerò.

— Non posso. Mi dispiace. Voglio saperlo, ora sei qui, quindi forse succederà. È
impossibile dirlo con certezza finché non morirai. È lo stesso anche per le altre anime nuove che
nasceranno in seguito.

La cosa non mi era di conforto. Se avessimo preso il posto di persone che Janan aveva
fatto reincarnare per millenni, perché mai lui avrebbe dovuto prendersi il disturbo di far reincarnare
noi? E poi… avrebbe saputo la differenza?

— Non essere arrabbiata — disse Menehem. — Non sei felice di aver avuto la
possibilità di esistere? Non vuoi che anche altri abbiano questa possibilità? Potrebbero essercene
miliardi come te, che aspettano di poter nascere.

Forse aveva ragione. Io dovevo provenire per forza da qualche luogo, quindi poteva
essere che altre anime fossero in attesa del loro turno per vivere. Ma questo non rendeva il suo
operato moralmente più accettabile.

— Quindi, se stai uccidendo i tuoi amici, è per un atto di magnanimità?

— No. Be’, non credo. In effetti, è per la scienza. Avevo delle domande. Volevo sapere
se le mie teorie erano esatte.

— E lo erano?

— Più o meno. Ho provato che Janan non è onnipotente e degno di essere adorato come
sostengono Meuric e i suoi seguaci. — Mi lanciò un’occhiata. — Tu non li detesti? Io non li posso
sentire quando iniziano con la loro solfa su come noi siamo qui per questo o quell’altro scopo.
Ebbene, anche se penso di aver provato che Janan esiste davvero, adesso ho anche provato che
qualunque cosa egli sia, può essere fermato.

Non volevo pensare a Meuric. Sentii un rimescolio allo stomaco al ricordo di come gli
avessi conficcato il coltello nell’occhio. — Quindi è su questo che hai lavorato in questi ultimi
diciotto anni? Su come bloccare la reincarnazione?

Menehem annuì.

— Pensavo che le tue ricerche fossero sulle silfidi. Su come controllarle.

— No. Be’, sì, è cominciata così. Ma non sono mai riuscito a trovare un modo per
controllare le silfidi.

Il che significava che Li non aveva potuto rubargli le informazioni e usarle per scatenare
le silfidi contro di me. Menehem non avrebbe saputo dirmi per quale motivo le silfidi mi avevano
aggredita per due volte in due giorni, dopo che avevo lasciato la Casa delle Rose Purpuree.

— Pensavo che ti interessasse trovare Sam. — Con la mano indicò il viale. — Prima
l’ho visto che si dirigeva verso le mura settentrionali.
Ovviamente sapeva quale aspetto avesse Sam, dal momento che mi aveva seguita.
Rabbrividii.

Le scie delle luci segnaletiche si intrecciavano nell’aria, mentre i raggi delle pistole
laser trapassavano la carne dei draghi. Avanzavamo guazzando in una palude di sostanze chimiche
– probabilmente un intruglio creato da Menehem – che avevano lo scopo di neutralizzare l’acido dei
draghi; muovendoci rapidi, ci facevamo strada nell’intrico di bestie morte che ingombrava la strada.
Quelle creature offrivano un riparo indifferentemente agli umani e alle silfidi, anche se queste
ultime sembravano più intenzionate a trovare un modo per uscire dalla città. Fluttuavano verso le
mura, ma quando scorgevano Menehem, sussultavano e fuggivano.

Afferrai il primo sconosciuto che mi capitò a tiro. — Hai visto Sam? — Quello scosse
la testa e fece per liberarsi, ma io non gli mollai la giacca. — Non morire, questa notte. Non
rinasceresti. Dillo a tutti.

Lo sconosciuto strinse gli occhi, però annuì. — Buona fortuna, con Sam.

Urlavo il nome di Sam più forte che potevo, ma la mia voce non sortiva alcun effetto in
mezzo a quel putiferio. Quando chiedevo di lui, alcuni mi indicavano dei posti dove credevano di
averlo visto; per lo più in direzioni opposte. Però io raccontavo a tutti del piano di Menehem,
indicando come prova il tempio oscurato, e seguivo le loro indicazioni facendomi strada nella calca.
Cinque persone mi avevano detto di averlo visto nel quartiere nordoccidentale.

Le mie scarpe schioccavano mentre avanzavo nel fango. Tutti i raccolti erano andati
distrutti a causa dell’acido e degli antidoti chimici, ma almeno si poteva camminare senza rischio.

— Sam! — Avevo la gola dolorante per il freddo e per il gran urlare. Mi accovacciai
dietro la carcassa di un drago e sparai contro un altro che stava scendendo in picchiata, puntando
verso un tratto di mura lì vicino. Sparai di nuovo e la bestia lanciò un alto stridio. Corsi verso una
scala. Forse dalla cima delle mura qualcuno aveva visto Sam.

Avevo perso Menehem. Non importava. Lo avrei trovato dopo, se fosse sopravvissuto.
Altrimenti…

Non era un mio problema. Mi issai sulla scala, col dolore che ormai aveva raggiunto le
ossa; mi fermai soltanto per sparare all’enorme ala del drago, che cercò di atterrare in cima al muro.
L’intera struttura fu scossa, facendo tremare anche la scala su cui mi trovavo, ma mi appoggiai in
avanti con tutto il mio peso e quella tenne per il resto dell’ascesa.

Il muro era abbastanza largo per dieci persone disposte spalla contro spalla. Era però
troppo piccolo perché ci si potesse appollaiare un drago, ma il mostro volle provarci ugualmente. Si
agganciò al muro con gli artigli anteriori, librandosi su una figura stesa a terra, inerte. La luce era
sfolgorante e fui costretta a socchiudere gli occhi mentre prendevo la mira.

Un colpo fortunato: lo presi all’occhio. Con un ruggito assordante, il drago sputò acido
verso di me, ma la sua percezione dello spazio se n’era andata insieme all’occhio. La scala su cui mi
trovavo sfrigolò mentre il mostro precipitava all’indietro, portandosi gli artigli al muso. Si dimenò,
sferzando l’aria con la coda con una tale energia che riuscivo a malapena a respirare. Però non
credevo che sarebbe tornato ad aggredirmi, per lo meno non nei prossimi minuti.
Mi precipitai verso la persona che il drago era stato lì lì per ridurre in poltiglia. Non si
muoveva.

— Ana?

Stef era a un passo dall’uomo accanto al quale mi ero accovacciata. Il sangue le striava
il viso e le impiastricciava i capelli. Si alzò faticosamente in piedi.

— Che cosa fai qui? Lui sta bene? — Barcollò e cadde sulle ginocchia accanto a…

A Sam. Era sdraiato sulla pancia e indossava un giaccone che non conoscevo, ma le luci
gli illuminavano il profilo. Gli toccai la gola, cercando di sentire il battito. La pelle era fredda e per
un istante pensai che fosse morto, ma poi trovai il battito leggero del sangue che scorreva nelle
arterie. Sam tossì, cercando di puntellarsi sui gomiti per tirarsi su.

— Non sono ancora morto?

Soffocai un singhiozzo.

— Non ancora, no.

Con un movimento rapido, si mise in ginocchio e mi guardò, incredulo.

— Ana!

Avrei voluto abbracciarlo più di ogni altra cosa al mondo. Non lo feci.

— Non c’è tempo per le smancerie. — Afferrai le mie armi; stavo cominciando a
sentirmi più sicura di me in quella situazione. — Menehem ha fatto qualcosa a Janan. Chi morirà
stanotte, non rinascerà mai più. Dobbiamo rifugiarci da qualche parte finché non si potrà di nuovo
morire senza rischi.

Stef aveva un’espressione sbalordita. — Che cosa?

— Non c’è battito nel muro. — Sam si accigliò. — Aspetta… hai detto… Menehem?

Avevano preso tutti e due una botta in testa, non c’era dubbio. Puntai un dito in
direzione del tempio, illuminato dai riflettori. C’erano tre draghi abbarbicati alle sue pareti e altri
stavano volando intorno in ampi cerchi, sputando sulla gente che si trovava nella piazza del
mercato.

— E la luce si è spenta. Andiamo, voi due! C’è anche Orrin qui in giro? O Whit, o
Sarit?

Sam scosse la testa.

— Erano da un’altra parte.

Non sapevo se sentirmi sollevata o aver paura mentre aiutavo Sam e Stef a tirarsi su.
Erano entrambi più alti di me, per cui non potevo esser loro di grande aiuto nel sorreggerli mentre
avanzavamo inciampando sui detriti, ma ci provai ugualmente.

Ci dirigemmo verso la stazione di guardia settentrionale, dov’era possibile ricevere


assistenza medica, avvisando chiunque ci potesse sentire che, se fossero morti nel corso di quella
notte, sarebbero spariti per sempre. Diversi si unirono a noi, ma più numerosi furono quelli che non
ci credettero e continuarono a combattere. Alcuni che ancora non erano stati feriti andarono in giro
a diffondere la notizia.

Sam aveva delle uova antisilfidi nella tasca della giacca. Quando una silfide si
avvicinava troppo, io la intrappolavo, ma per lo più le ombre sembravano cercare una via di fuga.

Finalmente arrivammo alla stazione di guardia, dove c’era gente che urlava ordini e
altra che correva a eseguirli. Accompagnai Sam e gli altri alla postazione medica che si trovava sul
lato sinistro; una luce intensa avvolgeva le barelle, circondate da macchinari. Aiutai i feriti a
sdraiarsi, mentre i medici accorrevano in nostro soccorso, insieme ai pazienti che ancora si
reggevano in piedi.

— Cos’è successo a questa gente? — chiese una ragazzina. Non aveva più di nove anni
e in altre circostanze il suo sforzo di sembrare autorevole nonostante quella sua voce sottile avrebbe
potuto anche suonare buffo. Si arrampicò su uno sgabello e mi lanciò un’occhiata disgustata. — E a
te cos’è successo?

— Non lo so. Sam e Stef si trovavano in cima alle mura. Penso che abbiano perso i
sensi. — Non riuscivo a stare lì a guardare mentre la ragazzina e il suo assistente si occupavano dei
miei amici, quindi corsi alla finestra e mi misi a fissare il tempio, desiderando con tutta me stessa
che si riaccendesse la luce.

Fu allora che vidi Menehem, che attraversava barcollando il mio campo visivo. Urlai il
suo nome, ma quando guardò dalla mia parte, vidi che metà faccia era nera e ricoperta di vesciche.

— Che cos’è successo?

Era la domanda della notte.

— Le silfidi — rispose lui. — Furiose con me per averle portate qui. Dentro delle uova,
se sei curiosa di saperlo.

Ero troppo esausta per stupirmi.

— Hai portato tu anche i draghi?

Avevo letto parecchie cose sulle guerre antiche, ma mai le silfidi e i draghi avevano
combattuto insieme. Nessuno amava le silfidi, tanto a Gamma quanto fuori dai suoi confini, e poco
importava che potenti alleate potessero diventare.

— No. — Tossì e lanciò un’occhiata alle mie spalle, socchiudendo gli occhi. — È stato
solo quello che si chiama tempismo. Vedo che hai trovato Sam.

Avrei voluto lasciare Menehem a soffrire da solo. Ma non potevo.

— Vieni dentro. Chiamiamo un medico che ti dia un’occhiata alla faccia.

Corsi alla porta, mentre la battaglia fuori andava scemando. Il ronzio dei mezzi e i colpi
di cannoni si stavano smorzando. Le strida dei draghi riecheggiavano mentre i mostri passavano in
volo sulla stazione di guardia per puntare verso nord, scacciati da Cardio e da Gamma da una flotta
di droni.

Quando Menehem fu al sicuro su una barella, i medici mi allontanarono in modo da


poter fare il loro lavoro. Rimasi a gironzolare lì intorno, le orecchie tese a cogliere lamenti e
imprecazioni, intravedendo solo qualche fugace immagine di lui tra le sagome dei medici, mentre
confessava i propri peccati. Alla fine si tirarono indietro, i camici bianchi intrisi di sangue, dicendo
che non c’era più niente che potessero fare.

Gli avevano tagliato via la camicia e la maggior parte della pelle esposta era coperta
dalla garza. Tutto il resto era di un rosso acceso. Menehem aveva il viso contratto in una smorfia,
ma gli antidolorifici gli stavano scorrendo in corpo attraverso un tubicino infilato nel braccio.

— Mi dispiace, Ana — sussurrò con voce roca.

— Raccontami quello che sai.

Non era quello che avrei voluto dire, ma sembrava sul punto di morire e non potevo
chiedergli se gli fosse mai importato di avere una figlia. Non ero sicura di voler conoscere la
risposta.

— È troppo tardi. — Sorrise debolmente, e in quello stesso istante le pareti della


stazione di guardia vennero scosse da un crepitio, e un battito riempì la stanza, per poi attenuarsi
fino a ridursi a un rumore di sottofondo. — Ci vediamo in un’altra vita, farfallina.

Rabbrividii. Come faceva a saperlo?

Morì prima che avessi la possibilità di chiederglielo.

Rimasi lì un altro minuto, mentre dentro di me si scatenava una tempesta di emozioni.


Poi voltai le spalle e mi infilai nella calca di pazienti, in cerca di Sam.

Aveva gli occhi chiusi, ma i macchinari emettevano un bip molto rassicurante.

— Ciao, Ana. Cos’era quel rumore? — mormorò.

— Janan è tornato.

Da uno spiraglio della finestra si vedeva il cielo rischiarato dalla luce familiare. Giusto
per sicurezza, toccai il polso di Sam in cerca del battito. Gli avevano ripulito viso e braccia dal
sangue, rivelando così i lividi e la scottatura da laser di un paio di settimane prima. Quest’ultima era
ancora bendata e un liquido gli stava colando goccia a goccia nel braccio, attraverso un tubo. Non
riuscii a trovare nessuna ustione da acido, ma se chiudevo gli occhi vedevo ancora l’enorme testa
del drago china su di lui. Se avessi tardato anche solo un attimo…

— Ma adesso non morire soltanto perché è di nuovo sicuro.

— E lasciarti da sola con il mio pianoforte? Non se ne parla.

Facendo attenzione ai tagli sul viso, mi chinai a sfiorargli le labbra con un bacio. Lui
fece un sorriso stanco.
— Ehi, e io? — brontolò Stef. — Niente baci per me?

— Mi dispiace, Stef. Però se vuoi posso tenerti la mano.

Le strette corsie tra i lettini lasciavano lo spazio per una piccola sedia e nient’altro. Feci
scivolare una mano in quella di Stef e lei si riaddormentò subito, mentre io posavo la testa sul
cuscino di Sam, accanto alla sua.

Quando mi svegliai, i muscoli intorpiditi, la luce del giorno risplendeva sulla città
devastata. Squadre di soccorso stavano uscendo in cerca dei dispersi, ma non avrebbero mai
ritrovato Meuric. Mi aspettavo ancora che arrivasse qualcuno a incolparmi della sua morte, ma
quando passò Sine, mi disse soltanto che Sam e i suoi amici erano stati scagionati e che potevo
tornare a vivere con lui.

Mentre la nostra vettura attraversava la piazza del mercato avanzando sui detriti, lanciai
una sbirciata al tempio. E lì, sotto i miei occhi, lo squarcio provocato dai draghi si richiuse con un
rombo, nel quale riuscii quasi a sentire l’eco delle parole di Janan: «Per errore. Tu sei un errore
senza conseguenze.»

Abbracciai il mio zaino, cercando di non ascoltare mentre il conducente ci raccontava


delle settantadue persone che erano morte mentre il tempio era al buio.

Settantadue persone che non sarebbero mai più ritornate.

CAPITOLO TRENTA

DOPO

Avrei voluto avere Sam tutto per me qualche giorno, lo avrei voluto più di ogni altra
cosa, ma Stef si autoinvitò a casa sua. Non voleva rimanere da sola.

La capivo e non protestai. Era sempre stata la sua migliore amica, fin dall’inizio. Non
riuscivo a stabilire quanto fosse profondo il sentimento che li univa, ma sapevo cosa significasse.
Quando il conducente si fermò davanti a casa di Sam, aiutai anche Stef a scendere. Lei occupò la
mia stanza e io mi sistemai nel salone.

Mentre loro si rimettevano in forze, io facevo quello che potevo per riportare un po’ di
ordine nelle loro case. Quella di Sam era stata perquisita da Li e dal Consiglio e i draghi avevano
messo a ferro e fuoco il quartiere, sputando acido. Anche se le mura esterne degli edifici si erano
sanate da sole non appena il tempio aveva ricominciato a brillare, gli interni e le costruzioni
separate erano distrutti.

Mi occupai di quanto potevo fare da sola, a cominciare dai giardini e dalle stie dei polli
e delle cavie, cose che ci avrebbero fornito cibo durante l’ultimo mese d’inverno. Spazzai via i vetri
rotti e rimossi le assi danneggiate perché fossero riciclate. Mi occupavo di cucinare e pulire,
facendo tutto quello che potevo per tenermi impegnata mentre le squadre di soccorso trovavano altri
sopravvissuti e l’ospedale della Casa del Consiglio inviava in giro dei medici per visitare la gente.
Facevo insomma tutto quello che era in mio potere per evitare di pensare al Buio del
Tempio, il nome che avevano dato a quella notte, e a tutte le persone che non ero riuscita a salvare.

Cercavo anche di non pensare a Menehem. Il fuoco delle silfidi lo aveva ucciso – i
medici avevano detto che era stata una morte molto dolorosa – ma si sarebbe reincarnato, dal
momento che per morire aveva aspettato che si fosse riacceso il tempio. C’erano anche un altro
centinaio di persone che erano riuscite a tenere in sospeso la morte per il tempo sufficiente.

Ma settantadue erano scomparse per sempre. Forse anche di più. C’erano molte persone
del cui destino non si sapeva ancora nulla.

Sam e Stef si riposavano e mangiavano come veniva loro ordinato, e facevano degli
esercizi per rimettersi in forze. Passata una settimana, Stef mi ringraziò e disse che se ne tornava a
casa sua. Mi promise che avrebbe continuato a vegliare su di noi; la sua espressione, dietro la
maschera delle cicatrici che andavano rimarginandosi, era colma di preoccupazione. Io mi limitai ad
annuire.

Dopo che se ne fu andata, mi misi a sedere sulle scale stringendomi le ginocchia.


C’erano delle parti, dentro di me, che mi sembravano vuote. E non c’era lavoro domestico, nessuno
sforzo per rimettere in ordine la casa di Sam, che fosse in grado di riempirle.

Avevo ucciso Meuric. Era verosimile che tornasse. C’erano buone possibilità che fosse
morto prima dell’oscuramento del tempio. E se invece, prima di morire, fosse rimasto per ore a
contorcersi in preda agli spasmi? E se l’avevo cancellato, come Menehem aveva cancellato Li?

Sam venne a sedersi accanto a me.

— So che devi vivere qui. Le cose vanno avanti, anche quando non sto guardando.

— E questa sarebbe vita?

Vivevo in uno stato di torpore, come se fossi saltata giù dalla cima del tempio e stessi
ancora precipitando. Come se mai più, dentro di me, avrebbe potuto scatenarsi un temporale. I
temporali, quanto meno, ti fanno sentire qualcosa.

— Hai detto ai dottori che non eri ferita. Si sono forse lasciati sfuggire qualcosa?

— Vorrei esserlo, ferita.

Facendo scivolare una mano fino alla spalla, mi massaggiai i muscoli. Erano ancora
indolenziti. La cosa più saggia sarebbe stata farmi dare un’occhiata da qualcuno, ma mi avrebbero
portata via da Sam. Anche se non avevo potuto stargli molto vicina, da quando eravamo tornati a
casa.

Continuavo a tenere lo sguardo fisso sui calzini.

— Puoi dirmi cos’è successo dopo che ti sei allontanata dalla finestra della prigione?

— Servirà a qualcosa?

Ebbe un attimo di esitazione e io immaginai la sua ruga tra gli occhi mentre pensava al
modo migliore per rispondere.

— Forse. Se non ne vuoi parlare, non ci vedo niente di sbagliato. Ma a me piacerebbe


sapere. Mi aiuterebbe a capire con cosa abbiamo a che fare.

— Cosa ne sarà di Menehem, quando si reincarnerà?

— È difficile dirlo. Immagino che dovrà rimanere in prigione almeno per una vita.
Probabilmente anche di più, se si considera… — Sam aveva lo sguardo fisso al centro del salone.
— Sono sicuro che vorranno sapere come ha fatto.

— Era sul punto di dirmelo.

Tutte quelle persone, sparite per sempre. Dov’erano andate?

Anche la mia voce suonava vuota, come il resto di me. — Era convinto che avrei
apprezzato il suo progetto. Sacrificare Ciana in modo che potessi nascere io. Sacrificare delle anime
vecchie durante il Buio del Tempio per dare spazio ad altrettante anime nuove. Ma io non sono
felice. Voglio dire, preferisco essere qui invece di non esserci, immagino… ma se la penso così è
solo perché sono qui.

Sam mi toccò la mano. — Ieri è passata Sarit e ha lasciato una busta. Era stata a casa di
Li a cercare le tue cose, prima che le prendesse il Consiglio.

— Che cosa c’era nella busta?

— Non ho guardato. C’era il tuo nome scritto sopra. Con la calligrafia di Menehem. —
Sam mi parlava con dolcezza. — La vuoi vedere?

No, assolutamente no. Però mi alzai e lo seguii nella sua stanza, e una volta là mi
accoccolai fra le coperte, come in un nido. Sam andò a prendere la grossa busta da una libreria.

Dentro c’erano dei taccuini sottili rilegati in pelle, zeppi di appunti e formule chimiche,
di disegni e fotografie di silfidi, e una mappa di una regione che si trovava da qualche parte a est di
Gamma: il luogo dove aveva condotto tutta la sua ricerca, immaginai. Misi via tutto. Mi ci sarebbe
voluto del tempo per studiare quel materiale, ma Menehem mi aveva già raccontato come avesse
distrutto tutte quelle anime.

E come io fossi nata a spese della vita di un altro.

Misi da parte la busta e mi avvicinai lentamente a Sam. Lui mi circondò con le braccia
e, dopo avermi baciata sulla testa, mormorò: — Non eri costretta a dormire di sotto per tutta la
settimana.

— Qui c’era Stef.

Lui rispose con una mezza alzata di spalle.

Forse non riusciva a capire quanto sarebbe stato imbarazzante sapere che tre camere più
in là dormiva la sua migliore amica, nonché amante occasionale. Affrontare quel genere di disagio
una vita dopo l’altra, per migliaia di anni, probabilmente li aveva resi insensibili alla cosa.
Appoggiai la guancia al suo petto e rimasi ad ascoltare il battito del suo cuore finché lui non mi
passò la mano tra i capelli.

— Posso raccontarti quello che è successo — dissi alla fine. — A nessun altro, però.
Non ancora. — Cercai le sue dita, mentre la sua mano mi teneva alla vita. — Non mi crederebbero e
non voglio neanche che sappiano di Meuric. So che dovrò affrontare la cosa, prima o poi, ma
adesso…

— Va bene. — Mi guidò verso il letto, in modo che potessimo sederci. — Qualunque


cosa tu ti senta di raccontare, per me sarà abbastanza.

Gli raccontai tutto.

Della luce diffusa. Delle scale e dei libri e di quella voce distaccata. E di Meuric. Di
come la notte sognassi sempre il mio coltello, e quello schiocco, lo spruzzo e poi il risucchio, e il
calcio con cui avevo spinto nel pozzo capovolto il suo corpo che ancora si contorceva.

Lo avevo ucciso ed ero stata intenzionata a uccidere anche Li e Menehem. Diciott’anni


soltanto e mi sembrava di averne già mille sulle spalle. Avrei dovuto essere contenta che, per quante
vite avessi vissuto, Li non sarebbe mai più tornata; ma non lo ero affatto, invece. Non aveva senso,
eppure, se mi soffermavo troppo a lungo sul pensiero, gli abissi di vuoto che sentivo dentro non
facevano che espandersi.

Quando ebbi finito, Sam fece un cenno di comprensione. Non fece domande, né mi
consigliò di fare nulla, limitandosi a respirare tra i miei capelli, accantonando l’argomento il tempo
sufficiente perché entrambi ci riprendessimo.

— Quindi, immagino che adesso non ce ne andremo da Gamma.

— Penso proprio di no. Adesso è Sine a ricoprire la carica di Portavoce. E ha convinto il


Consiglio che era Li la responsabile della nostra aggressione. — Li, e qualcuno ancora sconosciuto.
Dubitavo che si trattasse di Menehem. Forse una delle guardie amiche di Li, o qualcuno pagato da
Meuric. — Ma quando hai detto che saresti venuto con me, mi è stato di grande aiuto. Lo è ancora.

Sam mi strinse dolcemente. — Andrei ovunque, insieme a te.

Sentii un tonfo al cuore e in ogni più piccolo angolo del mio essere giunse come
un’onda benefica la consapevolezza di una grande verità. Che non ero sola. Che agli occhi di Sam
non ero un errore senza conseguenze. Che lui non aveva mai pensato a me come a una senzanima.

Non mi resi conto di piangere finché lui non mi asciugò le lacrime dalle guance.

— Ana — mormorò, appoggiando la fronte alla mia. Una minima oscillazione e i nostri
nasi si sarebbero toccati, e poi anche le bocche. Desideravo baciarlo, ma non mentre mi sentivo così
esausta.

— Dov’è il tuo zaino?

— Eh? — non era quello che pensavo mi avrebbe chiesto. — Vuoi i libri? — Presto
avremmo dovuto dar loro un’occhiata. Avrei voluto averne rubati di più, ora che sapevo che nella
Notte delle Anime sarebbe accaduto qualcosa. Adesso eravamo all’inizio di un Anno della Fame; la
Notte delle Anime cadeva all’equinozio di primavera dell’Anno delle Anime. Cioè l’anno seguente.
Non sembrava un tempo sufficiente per prepararsi all’ignoto, soprattutto con così tanto lavoro che si
stava già accumulando: decifrare gli appunti di Menehem, dare una mano a ricostruire alcune parti
di Cardio, e prepararsi all’arrivo di potenziali anime nuove.

Di lì a poco, avrei potuto non essere più l’unica.

— I libri possono aspettare. — Sam scivolò giù dal letto, prendendomi le mani tra le
sue. — Hai detto che certi fogli hanno avuto un incontro ravvicinato col fuoco. Pensavo di andare al
pianoforte di sotto e cominciare a lavorare per far rivivere la tua musica.

— Insieme? — L’ultima volta che avevo toccato un pianoforte era stato prima del ballo
in maschera. Mi sembrava che fossero trascorsi secoli. — Io non posso…

— Devi. — Mi tirò in piedi, facendomi volare nel suo abbraccio sicuro. — Tu sei la
sola che possa aiutarmi a farla rivivere. — Parlava sul serio. Non aveva intenzione di farmi una
sorpresa presentandosi la mattina dopo con una pila di fogli nuovi di zecca, senza traccia di
bruciature, con tutta la musica già scritta.

— Non so…

— Tu puoi fare qualunque cosa. — Lo disse con una tale convinzione, e io volevo
credergli. Dovevo credergli. E gli avrei creduto, altrimenti non sarei mai stata libera.

Lasciai andare le ali.

Non ero una senzanima. Non ero una farfalla.

A mille anni da quel momento, anche se non fossi mai rinata, tutti si sarebbero ricordati
di me: di Ana Chrysalis.