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Thomas

Piketty raccoglie in questo libro i suoi interventi apparsi su “Libération” dal settembre 2004 al
maggio 2015, componendo una straordinaria sintesi dei temi a lui più cari, già affrontati più analiticamente
nel Capitale nel XXI secolo. Gli articoli testimoniano nel loro complesso il tentativo di comprendere e
analizzare il mondo giorno dopo giorno e di impegnarsi nel pubblico dibattito, cercando di conciliare la
coerenza e la responsabilità del ricercatore con quelle del cittadino. La risposta alla domanda contenuta nel
titolo prende forma articolo dopo articolo: si può salvare l’Europa? Solo con una vera riforma democratica
delle sue istituzioni. La soluzione non è infatti “l’aggiramento della democrazia con il ricorso a norme
troppo rigide e a procedure tecnocratiche. Questa è la logica che ci ha condotto sull’orlo dell’abisso. Ora
dobbiamo dire basta.”
Thomas Piketty, professore dell’École des hautes études en sciences sociales (EHESS) e dell’École
d’économie de Paris, è autore di numerosi studi storici e teorici, che gli hanno fatto meritare, nel 2013, il
Prix Yrjö Jahnsson, assegnato dalla European Economic Association. Per Bompiani ha pubblicato nel 2014
Il capitale nel XXI secolo, un best seller da 70.000 copie.
SI PUO` SALVARE L’EUROPA?
THOMAS PIKETTY

SI PUO` SALVARE L’EUROPA?


CRONACHE 2004-2015

Traduzione di Sergio Arecco


SAGGI
BOMPIANI
Thomas Piketty, Peut-on sauver l’Europe?
Copyright © Les Liens qui Libèrent, 2012, 2015

This edition published by arrangement with L’Autre agence, Paris, France and Anna Spadolini
Agency, Milano, Italy. All rights reserved. No part of this book may be reproduced or transmitted in
any form or by any means, electronic or mechanical, including photocopying, recording or by any
information storage and retrieval system, without permission in writing from the Publishers. Il libro
raccoglie l’insieme delle Cronache mensili dell’autore, pubblicate su “Libération” dal settembre 2004
al giugno 2015, senza alcuna correzione o riscrittura.

© 2015 Bompiani / RCS Libri S.p.A.


Via Angelo Rizzoli, 8 – 20132 Milano

ISBN 978-88-58-77163-1

Prima edizione digitale 2015 da edizione Bompiani ottobre 2015


Copertina
Progetto grafico: Polystudio



Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

IL FUTURO DELL’EUROPA SI GIOCA AD ATENE*

Come giudica il comportamento complessivo di François Hollande, il quale,


in merito alla crisi greca, pare nascondersi dietro Angela Merkel?

François Hollande deve dire, nel modo più solenne possibile, che, qualunque
cosa accada, porrà il proprio veto all’espulsione della Grecia dall’eurozona.
Quale che sia l’esito del referendum, lunedì [6 luglio 2015, N.d.R.], è molto
importante che gli europei accettino finalmente di negoziare la ristrutturazione
del debito. Nel 2012 hanno promesso alla Grecia – quand’essa realizzò un
avanzo primario, vale a dire un surplus di bilancio a prescindere dal debito – una
ristrutturazione del debito stesso. Siamo ben oltre la fine del 2014, e gli europei
non hanno mantenuto la promessa.

Un veto può rivelarsi inefficace. La Grecia non morirà soffocata se le si


tagliano i viveri?

No, se la Francia si oppone. Ma se persiste nel suo atteggiamento arrendevole,


si corre davvero il rischio che i conservatori, espellendo un paese nel modo più
violento che si conosca, cioè asfissiandone l’economia, distruggano l’Europa. Il
che creerà in Grecia un risentimento e un rancore di cui non abbiamo idea!
Quando si sarà cacciato Tsipras dalla carica di primo ministro, ci ritroveremo
una Grecia vicina alla Russia. Tutti i discorsi dell’estrema destra a sostegno della
possibilità di un’uscita dall’euro finiranno per trovare nuovo alimento. Abbiamo
a che fare con degli apprendisti stregoni che pensano di disciplinare, di
stabilizzare l’eurozona, espellendo un paese.

Lei propone di ristrutturare il debito, ma il FMI sta opponendo un rifiuto di


principio.

Il FMI, all’interno della comunità internazionale, si è abituato a non cancellare


mai i debiti. L’Europa dovrebbe farsi carico di una parte del debito del FMI: si
tratta di 20 o 30 miliardi di euro, mentre il bilancio della BCE, con la politica del
quantitative easing di Mario Draghi, deve passare da 2000 a 3000 miliardi.
Stiamo parlando di un paese il cui PIL rappresenta il 2% dell’eurozona. Occorre
iniziare a escludere dai giochi il FMI e a regolare la cosa tra europei. Fin
dall’inizio non si è fatto altro che relegare le istituzioni europee in un cono di
opacità e condurre negoziati alquanto opachi.

Il FMI fa resistenza perché Christine Lagarde punta alla propria rielezione?

Il FMI è sempre stato molto conservatore. Ogni tanto simula un certo


ammorbidimento, una visione più collettiva, più realistica dell’economia, ma nel
fondo è sempre stato molto dogmatico.

Che cosa accadrebbe con un debito restituito agli europei?

Per uscire dalla crisi dovrebbero verificarsi due fatti: va organizzata una
conferenza sul debito dei paesi dell’eurozona, come accadde nel secondo
dopoguerra, per ristrutturare l’insieme del debito – non solo il debito greco ma
anche quello portoghese e italiano; va trovato un modo di ripartirlo tra i paesi
europei in rapporto al suo aumento, determinato dalla crisi finanziaria.
Dopodiché occorrerebbe una nuova governance democratica per evitare il
riprodursi di questo genere di catastrofe.

Va ristrutturato anche il debito francese, che è passato dal 65% del PIL,
all’inizio della crisi del 2008, al quasi 100% di oggi?

L’intera quota superiore al 60% del PIL dovrebbe essere messa in un fondo
comune di rimborso del debito europeo. Poi sarebbe necessaria una moratoria su
tutti i rimborsi per un certo numero di anni. Il problema attuale è che abbiamo
perso i punti di riferimento. Nella storia, sono esistiti debiti pubblici anche
superiori al 200% del PIL e ne siamo sempre usciti. La prima soluzione, adottata
nel XIX secolo nel Regno Unito, consiste nell’accumulare avanzi di bilancio. Il
che può funzionare, ma richiede tempi lunghi, una decina d’anni, nel corso dei
quali si impiega più denaro per rimborsare gli interessi che per investire nel
futuro. La seconda soluzione, quella adottata dalla Germania e dalla Francia
negli anni cinquanta, è un mix di ristrutturazione, cancellazione del debito,
inflazione, imposte eccezionali sui patrimoni privati: un metodo che ha
consentito ai due paesi di ridurre il loro debito, superiore nel 1945 al 200% del
PIL, a poco più del 30% nel 1955, senza mai rimborsarlo. In percentuale di PIL
europeo, la cancellazione del debito estero tedesco avvenuta nel 1953 ha avuto
un peso ben più consistente dell’attuale debito pubblico greco…

All’epoca, però, si era in presenza di una dinamica di crescita del 6-7%…

Ma è stato appunto quel modulo a facilitare la crescita degli anni 1950-1960.


L’Europa si è costruita sulla cancellazione dei debiti del passato. Ai giovani
tedeschi e francesi degli anni cinquanta è stato detto che non erano responsabili
del debito contratto dai loro genitori o dai governi precedenti. E oggi dobbiamo
fare la stessa cosa.

Che cosa risponde al pensionato tedesco o francese, quando fanno notare che
la cancellazione del debito costa loro 700 euro?

Che si tratta di un anno di crescita. In questa crisi ormai equivalente a una


stagnazione, abbiamo perso molto più denaro a causa della crescita di quanto se
ne potrebbe perdere con il debito greco. A un dato momento, quando diventa
troppo elevato, il debito pesa a tal punto sulla crescita che conviene annullarlo.
Oggi stiamo attraversando una fase di pressoché totale amnesia storica, diciamo
pure di ignoranza storica, e ciò crea dei problemi, soprattutto quando si tratta
dell’Europa, della Germania e della Francia. Come si fa a dire ai greci della
nuova generazione – in un paese che ha un tasso di disoccupazione del 30% e
che nel corso degli ultimi cinque anni ha sofferto un riequilibrio di bilancio del
12% – che si aumenterà il loro avanzo primario dall’1% del PIL nel 2015 al 2%
nel 2016, al 3% nel 2017, al 4% nel 2018, e che dovranno rimborsare per
quarant’anni il 4% del PIL? È la proposta ufficiale della Commissione europea,
pubblicata sul suo sito nel weekend scorso [27-28 giugno 2015, N.d.R.]. Ed è
una proposta che non ha alcun senso.

Che cosa direbbe allo slovacco o al baltico che contano su un salario minimo
e su una pensione ancora inferiori a quelli greci e che devono finanziare il
salvataggio della Grecia?

Non è normale che i portoghesi o gli slovacchi debbano contribuire nella


stessa misura dei francesi o dei tedeschi. Occorre una ristrutturazione
complessiva, che tenga conto della situazione di ciascun paese.

D’accordo, ma, alla fine, chi pagherà? I tedeschi e i francesi, o nessuno?

È un debito che abbiamo contratto con noi stessi. L’eurozona nel suo
complesso detiene nel resto del mondo una quantità di attivi finanziari superiore
a quella detenuta dal resto del mondo nell’eurozona. Si tratta di un debito interno
che oggi ostacola la crescita ovunque. Rimborsare per decenni non è la
soluzione.

Lei sta proponendo un trasferimento finanziario regionale e generazionale: i


pensionati dovranno rinunciare a una parte dei loro risparmi a favore degli
attivi finanziari?

Quello che propongo io è un riequilibrio a favore delle nuove generazioni. E


soprattutto tra chi detiene un patrimonio superiore e chi ne detiene uno inferiore.
Non dimentichiamo che all’interno di una medesima fascia d’età, le
disuguaglianze patrimoniali sono quasi altrettanto forti che all’interno della
popolazione nel suo complesso. L’obiettivo è ripartire lo sforzo nella misura
meno ingiusta e più efficace possibile. L’attuale austerità ha pesato sui giovani e
sui ceti più deboli. Sono scelte che vanno completamente rovesciate.

Come organizzare questa liquidazione del debito?

Va istituita una camera parlamentare dell’eurozona all’interno della quale


ciascun paese sia rappresentato da deputati del parlamento nazionale in
proporzione alla popolazione del paese stesso. La camera così nominata
fisserebbe i tempi di liquidazione del debito, il livello comune di deficit pubblico
e di investimento pubblico. È assolutamente normale: dal momento che abbiamo
una moneta comune, dobbiamo mettere in comune anche il debito. In modo
democratico, però. E il tutto porterà a una disciplina di bilancio evitando
l’austerità. Molti, in Germania, nutrirebbero timore per una scelta maggioritaria
sul livello di deficit. Ma l’aggiramento della democrazia con il ricorso a norme
troppo rigide e a procedure tecnocratiche non è la soluzione. È la logica che ci ha
condotto sull’orlo del baratro. Ora dobbiamo dire basta a una logica del genere.
* Da un’intervista all’autore di Arnaud Leparmentier, in “Le Monde”, domenica 5-lunedì 6 luglio 2015.
TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI*

AFD Agence Française de Développement


AFPA Association Nationale pour la Formation Professionnelle des Adultes
AGIRC Association Générale des Institutions de Retraite des Cadres
AII Agence de l’Innovation Industrielle
ANPE Agence Nationale pour l’Emploi
ANR Agence Nationale de la Recherche
ARRCO Association pour le Régime de Retraite Complémentaire des Salariés
Association pour la Taxation des Transactions Financières et pour
ATTAC
l’Action Citoyenne
CDD Contrat à Durée Déterminée
CDI Contrat à Durée Indéterminée
CDS Credit Default Swap
CDU Christlich Demokratische Union
CERC Conseil de l’Emploi, des Revenus et de la Cohésion Sociale
CFDT Confédération Française Démocratique du Travail
CG Contrat de Génération
CGC Confédération Générale des Cadres
CGT Confédération Générale du Travail
CICE Crédit d’Impôt pour la Compétitivité et l’Emploi
CNRS Centre National de la Recherche Scientifique
COR Conseil d’Orientation des Retraites
CPE Contrat Première Embauche
CPG Contribution Patronale Généralisée
CPGE Classes Préparatoires aux Grandes écoles
CRAN Conseil Représentatif des Associations Noires
CSG Contribution Sociale Généralisée
Equipements d’Excellence
EQUIPEX Equipements d’Excellence
FDP Freie Demokratische Partei
FN Front National
HLM Habitation à Loyer Modéré
IDEX Initiatives d’Excellence
INRA Institut National de la Recherche Agronomique
INSEE Institut National de la Statistique et des Études Économiques
INSERM Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale
IR Impôt sur le Revenu
IRFM Indemnité Représentative de Frais de Mandat
ISF Impôt de Solidarité sur la Fortune
LABEX Laboratoire d’Excellence
MEDEF Mouvement des Entreprises de France
PAC Politique Agricole Commune
PACS Pacte Civil de Solidarité
PCC Partito comunista cinese
PCF Parti Communiste Français
PISA Program for International Student Assessment
PNL Prodotto nazionale lordo
PNN Prodotto nazionale netto
PPE Prime pour l’Emploi
PRES Pôle de Recherche et d’Enseignement Supérieur
PS Partie Socialiste
PUP Pôles Universitaires Pluridisciplinaires
QF Quotient Familial
RGPP Révision Générale des Politiques Publiques
RMI Revenu Minimum d’Insertion
RPR Rassemblement pour la République
RSA Revenu de Solidarité Active
SMIC Salaire Minimum Interprofessionnel de Croissance
SPD Sozialdemokratische Partei Deutschlands
TIPP Taxe Intérieure de Consommation sur les Produits Énergétiques
TP Taxe Professionnelle
Union pour la Démocratie Française
UDF Union pour la Démocratie Française
UMP Union pour un Mouvement Populaire
Union Nationale Interprofessionnelle pour l’Emploi dans l’Industrie et
UNEDIC
le Commerce
ZEP Zones d’Éducation Prioritaires
* Si tratta di un semplice quadro di riferimento a beneficio del lettore, assente nell’edizione francese. La
traduzione delle sigle è fornita, esplicitamente o implicitamente, nel corpo del testo. (N.d.T.)
VIVA MILTON FRIEDMAN!


2004-2006


PS: FINALMENTE IL CHIARIMENTO

20 settembre 2004

Di fronte al dibattito che si annuncia all’interno del PS, possiamo essere sicuri
di una cosa: quanto si va preparando non avrà nulla a che vedere con il
congresso di Rennes, dal quale, nel 1990, in vista della successione a François
Mitterrand, i socialisti uscirono profondamente divisi. Perché se Rennes è stato
un dramma, lo è stato perché nessuno ha mai capito quali fossero le questioni di
fondo che opponevano i principali protagonisti di allora (Jospin e Fabius, già
allora…). Oggi la ragione del contendere ha il merito di essere chiara: bisogna
accettare oppure no di andare avanti con una Costituzione europea imperfetta
come quella attuale? E la domanda, come tutte le questioni politiche importanti,
non consente di formulare una risposta semplice.
Tutti, a sinistra, lo riconoscono: mantenendo il principio di unanimità in
materia fiscale, e condannando così l’Europa al dumping permanente e
all’impotenza politica, il progetto di Costituzione appare profondamente
inadeguato. E, se è vero che non si registra alcun ripiegamento – anzi, se è vero
che si registra persino qualche progresso rispetto al testo originario –, non è
tuttavia escluso che il fatto di codificare tali regole in una forma costituzionale
contribuisca a perpetuarle. Il problema è sapere se un no dei socialisti francesi
renderebbe oggi possibile un miglioramento del dossier Europa. Con l’appoggio
dei partiti del no, si può ipotizzare uno scenario in cui il progetto di Costituzione
sarebbe comunque respinto da altri grandi paesi, in particolare dal Regno Unito
(al quale sono state fatte molte concessioni), nel qual caso un rifiuto dei socialisti
francesi potrebbe consentire di riposizionarsi proponendo un trattato più
inclusivo, limitato alla riconferma dell’asse Francia-Germania. Anche se una tale
ipotesi appare alquanto improbabile e la soluzione opposta, secondo la quale gli
altri grandi paesi membri adotterebbero la Costituzione mentre la Francia la
respingerebbe proprio a causa del no francese – o, peggio ancora, la adotterebbe
a dispetto del no del PS – avrebbe conseguenze catastrofiche per i socialisti
francesi stessi, i quali si troverebbero a rivestire, sulla scena nazionale ed
europea, il ruolo di euroscettici fuori tempo massimo.
Senza contare che l’allucinante voltafaccia di Fabius offre una pessima
immagine dei socialisti francesi e della sincerità delle loro convinzioni: un ex
ministro delle Finanze che non solo, durante i ventiquattro mesi trascorsi a Bercy
(dall’aprile del 2000 all’aprile del 2002), non ha preso alcuna iniziativa rilevante
per lottare contro il dumping fiscale in Europa ma, al contrario, ha largamente
contribuito alla crescita senza fine della concorrenza fiscale inducendo il PS ad
accettare la riduzione delle imposte per gli alti redditi (il che ha poi consentito a
Chirac di promettere una nuova riduzione del 30%, giusto per rimettere le cose a
posto e riappropriarsi delle simpatie dei quadri). E ora, dopo due anni, lo stesso
ex ministro viene a dirci di non poter approvare la Costituzione, perché “non
permette di lottare contro le delocalizzazioni e il dumping fiscale”. Quale
enorme distanza tra gli atti e le parole! Considerare le persone stupide fino a
questo punto è davvero stupefacente. Aggiungiamo che, tentando di far credere
che sia assolutamente necessario avere vent’anni di governo alle spalle per
ambire ad assumere il ruolo di presidente (praticamente l’unico argomento della
sua campagna elettorale) – fatto peraltro smentito da tutte le esperienze straniere
(Zapatero in Spagna, Blair in Inghilterra, Schröder in Germania, Prodi in Italia
ecc.) –, Fabius e i suoi accoliti rendono un pessimo servizio alla democrazia
francese e al necessario rinnovamento dei quadri dirigenti.
Di positivo rimane il fatto che la battaglia annunciata favorirà un principio di
chiarimento all’interno del PS. La situazione precedente, nella quale nessuno dei
candidati alla presidenza poteva permettersi di prendere posizioni ben definite
sui grandi temi del momento (pensioni, università, fisco, sanità…) per timore di
farsi silurare l’indomani mattina dagli altri compagni candidati, era
obiettivamente divenuta insostenibile. Costringeva infatti i suddetti candidati,
nella speranza di attirarsi le simpatie della sinistra del partito, a una continua
escalation retorica: parole e parole in cui ovviamente nessuno credeva. Un
bell’esempio ci viene fornito dal programma presentato dal PS per le ultime
elezioni europee, il quale propone grosso modo di applicare al resto d’Europa le
35 ore e il salario minimo garantito alla francese – senza alcuna concertazione
con gli altri partiti socialdemocratici europei –, un programma di cui tutti i leader
socialisti dicono in privato un gran male dopo averlo però fatto proprio in
pubblico. L’esempio è tutt’altro che peregrino, perché, se anziché presentarsi
quale salvatore dell’Europa contro la montante ondata liberista (dimenticando tra
l’altro che il nostro modello sociale non convince tutti e che possiamo, anche
noi, imparare dalle esperienze straniere), il PS avesse pazientemente stilato con
altri partiti europei una piattaforma comune di proposte concrete e ambiziose
sull’armonizzazione fiscale e il reindirizzo del bilancio europeo, la sua posizione
sul dumping e sulla Costituzione sarebbe oggi nettamente più credibile.
Possiamo almeno sperare che, quale che sia l’esito del confronto in corso, il
vincitore potrà finalmente mettersi al lavoro e preparare un programma degno di
questo nome.
SARKOZY ALL’ASSALTO DELLE SUCCESSIONI

18 ottobre 2004

Scegliendo, nel presentare il suo ultimo programma di spesa, di puntare tutto


sull’imposta sulle successioni, Nicolas Sarkozy ha trovato un argomento alla sua
altezza, che pochi ministri delle finanze hanno osato toccare. Istituita in Francia
dalla legge del 25 febbraio 1901, dopo epici dibattiti parlamentari (il progetto
venne bloccato dal Senato per dieci anni), l’imposta progressiva sulle
successioni ha subito, da quella data, rarissimi ritocchi, al contrario dell’imposta
sul reddito, che, dopo la sua istituzione nel 1914, diventa ogni autunno oggetto
di ritocchi di bilancio.
Dalla Rivoluzione francese fino al 1901, l’imposta sulle successioni è rimasta
rigorosamente proporzionale: a tutte le successioni, qualunque fosse il loro
ammontare, si applicava un tasso unico modesto (1% in linea diretta, ossia tra
genitori e figli). In pratica, solo il 50-60% dei decessi (in età adulta) dava luogo
a imposta, tenendo conto del numero elevato di persone che muoiono senza
lasciare alcun patrimonio.
L’introduzione, con la legge del 1901, di un sistema ad aliquota progressiva
inizialmente applicato in dosi omeopatiche (dal 1901, con un tasso superiore
applicabile alle successioni del 2,5%) e poi, dopo i traumi causati dalla Prima
guerra mondiale, in misura più robusta (con un tasso superiore che, nel 1920,
raggiunse il 40% per quanto riguarda la linea diretta), non cambiò la sostanza
delle cose: tutte le successioni positive (per quanto esigue esse siano) sono
rimaste oggetto d’imposta, e, in base alla percentuale dei decessi che danno
luogo all’imposta, sono rimaste ferme alla media del 50-60%.
Solo nel 1956 è stato introdotto il principio di uno sconto forfettario
(all’epoca, 1 milione di vecchi franchi), al di sotto del quale i patrimoni non
potevano essere oggetto d’imposta. La legge del 1959, concepita dal giovane
segretario di Stato alle Finanze Valéry Giscard d’Estaing, creò ulteriori sconti
per i congiunti e i figli, e ridusse il tasso superiore al 15% in linea diretta. In
seguito alla riforma del 1956, la percentuale dei decessi soggetti all’imposta
scese immediatamente dal 50 al 15%, ma dopo l’accertamento di gravi
irregolarità nei rilevamenti relativi al livello dello sconto da applicare, nel 1970 è
risalita al 30% e negli anni ottanta-novanta si è riallineata su quel livello
standard del 50-60% che si era andato stabilizzando fino agli anni cinquanta.
L’ultima riforma dell’imposta sulle successioni è datata 1983, quando il governo
Mauroy ha nuovamente alzato al 40% il tasso superiore, applicabile alla frazione
delle eredità (per erede) superiori a 11,2 milioni di franchi dell’epoca. Da quel
momento la tariffa d’imposta e gli sconti non sono stati più modificati. Oggi il
congiunto rimasto in vita beneficia di uno sconto di 76.000 euro, e ogni figlio di
uno sconto di 46.000 euro, il che, in pratica, significa che un patrimonio
dell’ordine di 200.000 euro trasmesso a un congiunto e a due figli non è soggetto
a imposta (considerando lo sconto del 20% sulla prima casa).
Dal punto di vista di tale prospettiva storica, la riforma Sarkozy del 2004
appare una riforma fiscale mediocre, populistica e senza impatto. Sarko si
guarda bene dal toccare il sistema progressivo (troppo rischioso) e propone
grosso modo un raddoppio degli sconti, introducendo in particolare uno sconto
generale aggiuntivo di 50.000 euro. In concreto, la percentuale di decessi oggetto
d’imposta dovrebbe scendere dall’attuale 60% circa a poco più del 20% dopo la
riforma: ossia, approssimativamente, al livello degli anni cinquanta.
La differenza è che la riforma del 1956 poteva giustificarsi con il fatto che i
patrimoni erano stati fortemente depauperati dalle guerre e che occorreva ridare
loro ossigeno. Mentre oggi i patrimoni viaggiano con il vento in poppa, la
Francia rigurgita di risparmio e non esiste alcuna giustificazione economica seria
per allentare in tale misura le redini in materia di successioni, tanto più che
l’imposta non pone un vero problema di concorrenza fiscale (i 600 milioni di
entrate perdute avrebbero, per esempio, permesso di ridurre di cinque allievi gli
effettivi delle classi di scuola elementare nelle “zone di educazione prioritaria”
di sostegno ai meno abbienti, le cosiddette ZEP).
Già fortemente annacquata dal moltiplicarsi delle nicchie fiscali (soprattutto in
conseguenza dei molti dispositivi di esenzione circa le donazioni, adottati a
partire dai primi anni novanta), la base fiscale dell’imposta di successione
risulterà ancor più ridotta dalla riforma Sarkozy, e il prelievo rischierà di
apparire una caricatura d’imposta progressiva su base assai ristretta e con deboli
introiti (è già possibile prevedere nuovi aumenti di sconto negli anni a venire),
un qualcosa che non potrà non aprire la strada alla sua graduale soppressione, in
linea con quanto Bush e Berlusconi hanno appena fatto votare dai loro
parlamenti (se non interviene una nuova votazione, l’imposta di successione
americana tra dieci anni non esisterà più).
Questa non-riforma è tanto più disdicevole in quanto ci sono molti altri
problemi strutturali relativi ai diritti di successione (a parte l’imponibile ridotto)
che avrebbero meritato di essere discussi. In rapporto agli altri paesi, l’imposta
di successione francese in linea diretta è sempre stata relativamente leggera (il
tasso effettivo per un patrimonio di 1 milione di euro, livello raggiunto da meno
dello 0,3% dei decessi, trasmesso a un congiunto e due figli, è oggi dell’ordine
del 15%), ma obiettivamente pesante per le trasmissioni in linea indiretta (fratelli
e sorelle ecc.) e tra non parenti, con un prelievo alla fonte compreso tra il 35 e il
55%, a seconda dei casi. Sarkozy avrebbe potuto entrare nella storia fiscale della
Francia, mentre esce un’altra volta dalla porticina di servizio della demagogia.
SARKOZY: OTTO MESI DI CAOS A BERCY

15 novembre 2004

Lo hanno rilevato le ultime statistiche: l’economia francese, nel terzo


trimestre, ha registrato solo una crescita simbolica (0,1%) alquanto inferiore alle
attese. L’obiettivo di una crescita del 2,5% sull’intero anno sembra ormai
gravemente compromesso. Bastano questi dati a legittimare il fallimento di
Sarkozy a Bercy. Dati che in qualche modo confermano quanto tutti sapevano da
tempo. Al ministero dell’Interno si può giocare a fare gli illusionisti, sbraitando
all’interno delle commissioni e inondando i media di formule choc. E se, nello
specifico, sarà molto difficile ottenere un calo della delinquenza nel lungo
termine (in cui il nesso tra crescita dei mezzi in dotazione ai poliziotti e alle
carceri e calo dei reati e dei delitti è ben lontano dallo stabilizzarsi, com’è
dimostrato dal raffronto tra Europa e Stati Uniti), tutti gli studi internazionali
confermano che esisterà sempre una tecnica relativamente semplice (oltre alla
manipolazione delle statistiche della polizia) in grado di assicurare risultati nel
breve termine: basterà riempire in fretta le prigioni, come sta facendo Sarkozy a
partire dal 2002. Mentre al ministero delle Finanze è tutto un altro paio di
maniche: le manipolazioni mediatiche, qui, hanno una ben scarsa rilevanza, e
non esistono soluzioni miracolose di rapido effetto che permettano di ridurre il
debito, rilanciare la crescita o creare posti di lavoro. Solo un’azione paziente e
costante esercitata nell’arco di più anni e fondata su una diagnosi e su una
politica economica adeguate può avere un impatto davvero positivo.
A rigore, non ha avuto alcun senso costringere l’ex ministro dell’Interno a
restare solo otto mesi a Bercy, in spregio alla lunga tradizione del
Rassemblement pour la République (RPR), il partito gollista, circa la facoltà di
cumulare la presidenza del partito con una carica ministeriale (Chirac tra il 1986
e il 1988, Juppé tra il 1993 e il 1995). Una prova che la destra più imbecille del
mondo, sempre pronta a dividersi per perdere alla fine le elezioni, ha ancora
frecce al suo arco! Resta il fatto che questo periodo di otto mesi, ridicolmente
breve per ogni impegno condotto seriamente, non è stato comunque sfruttato da
Sarkozy per cominciare a mettere a punto una strategia coerente e appropriata.
Le cifre pubblicate nel rapporto economico e finanziario allegato al bilancio
2005 parlano da sole: le nuove misure adottate nel 2004 si tradurranno in un calo
di 6 miliardi di euro delle imposte statali, immediatamente compensato da un
rialzo di 6 miliardi di euro dei prelievi sociali (in particolare sul CSG e sui
contributi di protezione sociale). Strategia tanto più incoerente in quanto i
prelievi che si è deciso di aumentare sono proprio quelli che pesano di più sulla
crescita e sul lavoro! E se Sarkozy si è dato la pena di precisare di aver messo
fine alle promesse chiracchiane di ribassare le imposte sul reddito (giudicate
costose e inutili, il che è vero), si è mostrato comunque altrettanto pronto a
trovare altri cespiti d’imposta, non meno inutili, da ribassare, mantenendo nella
pratica le promesse chiracchiane. Avete mai visto famiglie rilanciare i loro
consumi o imprese creare nuovi posti di lavoro grazie al calo dell’imposta sulle
successioni? Tenendo conto delle necessità di finanziamento del sistema
sanitario e pensionistico, questi inutili ribassi d’imposta hanno portato, da due
anni a questa parte, a un aumento del tasso globale di CSG e dei contributi
previdenziali di oltre 2 punti. A questo ritmo, il tasso globale dei prelievi che
grava sul lavoro – attualmente del 65% (grosso modo, un salario lordo da 100
corrisponde, per ogni salariato, a un netto da 80 e a un costo del lavoro da 145
per il datore di lavoro) –, passerà in dieci anni all’85%, il che è semplicemente
insostenibile. Che senso ha fare tanti discorsi sulla rivalutazione del lavoro
quando i fatti la smentiscono, contraddicendo in pieno gli obiettivi proclamati a
gran voce?
Senza contare che il bilancio Sarkozy brulica di cifre dubbie e di
manipolazioni contabili che sono altrettante bombe a scoppio ritardato lasciate in
eredità al suo successore. Oltre al conguaglio di 7 miliardi di euro versati all’EDF,
l’Ente per l’energia elettrica, che ovviamente non è riproponibile, non sfuggirà
all’attenzione la “perla” dell’imposta sulle successioni: per convincere la gente
che il suo ribasso di 600 milioni non costerà nulla, Sarko non ha esitato a
prendere come riferimento le entrate fuori norma del 2004, caratterizzate da una
crescita del 10% rispetto all’anno precedente, crescita inconsueta che si spiega,
secondo le fonti di Bercy, con le “eccezionali condizioni climatiche del 2003”
(nel senso di un numero di decessi eccezionalmente elevato, fenomeno che
speriamo irripetibile!). Ricordando che il ministro, arrivando a Bercy, aveva
chiesto ai suoi esperti di trovargli operazioni interessanti e poco costose, ci si
può domandare se non sia stata la canicola a suggerirgli l’idea di attaccarsi
all’imposta sulle successioni.
Sarkozy ha comunque il merito di avere un programma liberista chiaro e
dichiarato, ed è disposto ad assumersi dei rischi per realizzare le proprie
ambizioni. Non ci resta dunque che augurarci che la sua promozione alla testa
dell’UMP sia l’occasione per sviluppare un programma forte che ci faccia
dimenticare gli otto mesi trascorsi a Bercy.
CONTRATTO DI LAVORO: BORLOO INCESPICA1

13 dicembre 2004

Che stupefacente semplificazione del diritto del lavoro ci ha appena proposto


Jean-Louis Borloo! Ci si attendeva che il ministro del Lavoro si ispirasse alle
proposte del rapporto sulla “Sécurité sociale professionnelle” redatto da Pierre
Cahuc e Francis Kramarz, il quale raccomanda, in particolare, sia la fusione dei
due maggiori contratti di lavoro (CDD, a tempo determinato, e CDI, a tempo
indeterminato) in un unico contratto a tempo indeterminato, sia l’adozione di un
sistema di “sportello unico” in grado di concentrare in un’unica sede e un unico
interlocutore i diversi servizi di collocamento, formazione e indennizzo offerti ai
disoccupati (attualmente dispersi tra ANPE, AFPA, UNEDIC ecc.). Ebbene, ecco che
il ministro propone di creare un terzo tipo di contratto di lavoro (applicabile per
un periodo intermedio ai licenziati per motivi economici), in aggiunta agli altri
due, e una quinta agenzia del lavoro (le “agenzie locali del lavoro”) in aggiunta
alle prime quattro.
Nessuno si aspettava, è ovvio, che le drastiche misure avanzate da Cahuc-
Kramarz fossero immediatamente applicate, essendo misure che meriterebbero,
quantomeno, di essere ampiamente discusse. I due economisti muovono infatti
dalla constatazione di un insuccesso peraltro ben noto: a dispetto delle procedure
di licenziamento assai onerose per chi licenzia (rispetto agli altri paesi europei),
la Francia è il paese industrializzato in cui il senso d’insicurezza in materia di
lavoro è più elevato. La ragione è molto semplice: sui 30.000 licenziamenti al
giorno prodotti in Francia (compensati da circa 30.000 assunzioni al giorno), il
5% (o quasi) si riferisce a licenziamenti per motivi economici, e la stragrande
maggioranza a licenziamenti per fine contratto – a tempo determinato. Lo statuto
di relativa protezione dei contratti a tempo indeterminato ha infatti avuto come
conseguenza un massiccio ricorso ai contratti a tempo determinato, con un
fortissimo senso di precarietà vissuto da parte dei salariati. Da qui la proposta
che mira alla soppressione della perversa dualità tra CDD e CDI e alla creazione di
un unico contratto di lavoro, più garantista degli attuali CDD, in quanto è a tempo
indeterminato (niente più spada di Damocle sulla testa dei milioni di CDD alla
fine dei diciotto mesi di lavoro), ma meno garantista degli attuali CDI, in quanto
le imprese dovrebbero sì pagare una nuova tassa al momento del licenziamento,
ma non avrebbero più alcun obbligo di reintegro.
Sarà chiaramente quest’ultimo aspetto a suscitare le maggiori proteste, e già
numerosi sindacati leggono in questo “diritto di licenziare” (simile al “diritto di
inquinare”) una deresponsabilizzazione sociale delle imprese. Si tratta di
denunce e di reazioni comprensibili, le quali tuttavia dimenticano un fatto
essenziale: il compito che consiste nel tracciare curriculum di competenze e
proporre nuove formazioni ai salariati licenziati per poterli reintegrare in nuovi
settori e nuove attività è un mestiere in sé, che esige determinate abilità e
capacità organizzative, qualità che, senza dubbio, le imprese sono in grado di
assicurare fino a un certo punto. Inoltre l’obbligo di reintegro è spesso fonte di
controversie giuridiche senza fine, e i giudici non sempre dispongono delle
competenze necessarie per valutare correttamente la situazione economica
dell’azienda e gli sforzi di reinserimento da essa compiuti. Occorre utilizzare le
imprese per ciò che sanno fare: produrre ricchezza e pagare tasse (eventualmente
tasse anche pesanti). Se poi queste tasse vengono impiegate per riorganizzare e
migliorare l’efficacia del servizio pubblico del lavoro nel quadro di un sistema di
“sportello aperto” in cui lo Stato si assume le proprie responsabilità per offrire ai
disoccupati un servizio di formazione e di collocamento di grande qualità, allora
una riforma del genere potrebbe risultare vantaggiosa per tutti, aziende e
salariati. Se invece ci si limita a deresponsabilizzare socialmente le imprese,
senza far loro pagare di più e senza riorganizzare a fondo il servizio pubblico del
lavoro, allora una riforma del genere rischia davvero di trasformarsi in una fonte
d’incertezze per i salariati. Il che produrrebbe un disagio tanto più grande in
quanto i francesi si sono sempre sentiti difesi dal forte sistema protettivo
assicurato fino a oggi dal CDI (anche se accedervi richiede tempi lunghi), tanto
che il senso di precarietà di cui si sentono vittime si spiega più con il generale
scetticismo nei confronti dell’economia di mercato (i francesi, per esempio,
figurano tra coloro che manifestano le maggiori inquietudini nei confronti della
globalizzazione) che non con il fallimento del nostro modello di diritto del
lavoro in quanto tale.
Il passaggio è quindi molto stretto, ma merita di essere affrontato o
quantomeno dibattuto, mentre Borloo non sembra avere molta fretta di farlo. È
un fatto che la semplificazione comporti non poche… complicazioni, e non si
può escludere che Borloo abbia in mente una sottile strategia che preveda di
raggiungere un obiettivo più ambizioso (per esempio, quello per cui le nuove
agenzie locali finirebbero per inglobare tutte le altre) attraverso tappe graduali.
Finora, però, l’impressione prevalente è che egli stia recando un forte contributo
a quel processo di accumulo di apparati amministrativi che ha portato al sistema
attuale.
1 Nell’originale: Borloo s’emmêle les pinceaux. L’A. fa rimare una tipica locuzione francese con Borloo,
il ministro del Lavoro, ottenendo un gioco di parole ironico non traducibile in italiano. (N.d.T.)
UNA CATTIVA SCELTA PER LA RICERCA

10 gennaio 2005

Gli incoraggiamenti espressi dal presidente alle forze vive del paese, martedì
scorso, ci hanno ricordato che il grande tema del momento è il futuro della
ricerca. Riprendendo alla lettera le conclusioni del rapporto Beffa (presidente di
Saint-Gobain), Jacques Chirac intende dimostrare che il 2005 sarà un anno da
vivere sotto il segno della modernizzazione del nostro sistema di ricerca, e che
nessun altro più di lui si preoccupa del ritardo europeo in questo campo. Per cui
ha annunciato la creazione “da qui a quattro mesi” di un’Agenzia
dell’innovazione industriale (AII), con un appannaggio, a partire da quest’anno,
di 500 milioni di euro (e nell’arco di tre anni “di almeno 2 miliardi di euro”,
corrispondente al 20% delle spese per l’istruzione superiore), destinata a
finanziare programmi tecnologici innovativi che riuniscano, sotto la guida di una
grande impresa di riferimento, piccole e medie imprese e centri di ricerca
pubblici.
L’analisi che costituisce il fondamento al rapporto è inquietante e allarmante.
Gli investimenti europei nella ricerca e nello sviluppo equivalgono agli
investimenti americani nei settori tradizionali (chimica, automobile ecc.) o nei
settori oggetto di vasti programmi pubblici (aerospaziale), ma sono oltre dieci
volte inferiori rispetto al settore delle nuove tecnologie (biotecnologie,
informatica ecc.). L’obiettivo della nuova agenzia sarà dunque quello di dar vita
agli Ariane e agli Airbus di domani e di investire massicciamente in tali
programmi. L’ipotesi di partenza è che occorre prima l’intervento della mano
pubblica per poi permettere agli attori privati di correre eventualmente dei rischi
sul lungo termine, il che, in teoria, si giustificherebbe con il fatto che molti
progetti allo studio (auto ecologiche, fonti di energia rinnovabile…) hanno un
valore che i mercati non possono internalizzare completamente e nel fatto che le
innovazioni tecnologiche più importanti hanno spesso ricadute ed esternalità in
settori non previsti.
Prima di salutare la nascita di una nuova forma di politica industriale,
s’impone tuttavia un dibattito serio. In primo luogo, non si può non essere colpiti
dalla visione industrialista che anima il progetto, in particolare dal ruolo cardine
assegnato alle tre grandi imprese. Il che può sorprendere, nella misura in cui
queste ultime dispongono spesso di denaro che non sanno come spendere e che i
vincoli sul mercato del credito riguardano maggiormente le nuove imprese di
piccole dimensioni, il cui dinamismo e tasso di sopravvivenza sono notoriamente
insufficienti per affrontare il mercato europeo. Il progetto si fonda anche su un
atto di fede, ovvero sulla capacità degli esperti della futura agenzia di indicare al
resto del paese quali grandi progetti tecnologici innovativi debbano essere
perseguiti per i prossimi dieci o quindici anni. Secondo lo scenario più
pessimista, il progetto potrebbe tradursi in un incubo di stampo sovietico-
pompidouiano, tipo il plan calcul, finalizzato all’indipendenza del nostro paese
in materia di computer, o altri piani catastrofici degli anni settanta, con la
conseguenza di vistosi guadagni per pochissime grandi imprese.
In secondo luogo, e in termini più specifici, considerato il fatto che i bilanci
pubblici non sono, con i tempi che corrono, illimitati, questo modo di concepire
la modernizzazione della ricerca è l’esatto contrario di una seria strategia fondata
sul rafforzamento degli istituti d’insegnamento superiore e di ricerca, e che si
gioca se mai la carta di un’atomizzazione delle strutture (con grandi imprese che
mettono in campo équipe specializzate per un progetto e una durata determinati).
E l’aspetto più inaccettabile è che, al di là delle comprensibili ma
controproducenti contese tra i vari tipi di strutture (università, scuole, organismi
vari…), tutti gli attori universitari sono concordi nel pensare che il futuro passa
per la costituzione di istituti autonomi e responsabili, in grado di sviluppare la
credibilità e l’efficacia necessarie per attirare i finanziamenti pubblici e privati di
cui essi hanno tanto bisogno per uscire dall’attuale stato di minorità. Grandi
università come Harvard, Princeton o il MIT si sono costruite un’identità e una
reputazione che permette loro di stabilire rapporti di fiducia con i finanziatori
pubblici e privati. Per esempio, un finanziatore che investe in queste università
sa che il denaro non verrà impiegato per produrre assunzioni clientelari e
scientificamente dubbie, o per sostenere programmi di ricerca inesistenti o
superati. E, a loro volta, gli insegnanti ricercatori di tali istituti da un lato sanno
che la reputazione collettiva è il loro bene più prezioso e che da essa dipendono
le risorse di cui potranno beneficiare, dall’altro rifiutano ogni compromesso che
possa pregiudicarne i benefici. Allo stesso modo, per quanto riguarda le imprese
private, il processo di costituzione di un prodotto di qualità può richiedere molti
anni – anche decenni – e può quindi essere realizzato solo a livello di strutture
autonome e di strutture rafforzate. La Francia, nel settore, ha accumulato un
ritardo enorme (la maggior parte delle università ha un’identità fluida e una
reputazione dubbia), e in ciò consiste il principale freno allo sviluppo degli
indispensabili investimenti privati nell’istruzione superiore e nella ricerca. Ben
più che nell’assenza di una AII.
QUOTE: COME PESCARE LA CARTA SBAGLIATA

7 febbraio 2005

Il dibattito sulle quote, rilanciato da Nicolas Sarkozy, suscita reazioni tanto


differenti quanto contraddittorie. Alcuni vi vedono un modo per sfatare il dogma
assurdo dell’immigrazione zero e per porre in evidenza il fatto che un paese
come la Francia ha sempre bisogno di un flusso regolare di immigrati, per
ragioni sia umanitarie sia economiche, entrambe democraticamente condivise.
Altri denunciano invece il possibile sopravvento di una drastica selezione degli
immigrati più acculturati, o provenienti da una nazione preferibile, con il
conseguente formarsi di un brain trust nefasto per i paesi poveri e una
sostanziale rinuncia ai valori di giustizia e solidarietà, a unico vantaggio delle
agenzie preposte dalle imprese alle assunzioni degli immigrati e dei razzisti DOC.
Diciamolo subito: le quote rappresentano probabilmente uno dei peggiori
sistemi di regolazione dell’immigrazione, e suona paradossale sentire proposte
del genere mentre tutti gli esperti del fenomeno (George Borjas negli Stati Uniti,
Patrick Weil in Francia…) hanno dimostrato il pessimo funzionamento del
sistema medesimo negli Stati Uniti.
Una delle ambiguità del dibattito riguarda il riferimento spesso impreciso al
caso americano, il quale, come sempre, serve alternativamente da modello
positivo o da modello negativo, senza che ci si preoccupi di definire se vada
effettivamente connotato con il segno meno o con il segno più. Per esempio, le
quote potranno essere stabilite sulla base della regione di provenienza (per paese
o zona geografica), oppure utilizzando categorie funzionali corrispondenti ai tipi
d’immigrazione (ricongiungimento familiare, lavoro, rifugiati ecc.)? Su questo
punto ricordiamo che negli Stati Uniti, dopo la legge del 1965 che ha istituito un
sistema fondato su categorie funzionali, le quote definite su base nazionale non
esistono quasi più. Sugli 850.000 immigrati legali entrati negli Stati Uniti nel
2000, 350.000 corrispondono a un criterio di scelta che privilegia i congiunti e i
parenti stretti, 260.000 a un criterio che considera altre categorie di
ricongiungimento familiare, 110.000 a un criterio legato all’immigrazione per
lavoro (di cui 40.000 in base alla procedura speciale prevista per i lavoratori
particolarmente qualificati), 70.000 risultano essere rifugiati politici e soltanto
50.000 (il 6% del totale) rientrano nella specifica procedura che mira a
promuovere la “diversità” delle origini nazionali rappresentate oltre Atlantico
ricorrendo ai famosi “sistemi lotteria”.
È difficile pensare che la Francia possa adottare un sistema di quote nazionali
abbandonato dagli Stati Uniti quarant’anni fa. Del resto, dato che il criterio delle
categorie funzionali può comunque ben conciliarsi con quello delle categorie
nazionali (i “rifugiati” provengono più dall’Africa che dall’OCSE, al contrario dei
“lavoratori particolarmente qualificati”…), viene il sospetto che Sarkozy o i suoi
successori faranno leva, una volta adottato tale sistema, sul livello delle diverse
quote per ottenere il racial mix più gradito all’opinione pubblica. E i rischi di
manipolazione demagogica di un tale modo di procedere sono tanto maggiori in
quanto i dati in questione sono difficili da conoscere. Il pensiero che sia possibile
far votare senza rischio i francesi o i loro deputati in base al numero dei rifugiati
o dei ricongiungimenti familiari di immigrati appartiene a una certa forma di
illusione democratica.
Sul fronte opposto, l’altro pericolo è la sclerosi e l’eccessiva rigidità. Le quote
costituiscono un oggetto politico talmente esplosivo che diventa preferibile, una
volta fissati i vari contingenti, non toccarlo più per decine di anni. Negli Stati
Uniti, dopo la legge del 1990, i contingenti non sono più stati modificati. Benché
essi non siano rispettati, l’argomento è – ripetiamo – talmente esplosivo che è
quasi impossibile raccogliere al Congresso una maggioranza per rivedere i dati
fissati nel 1990. E le stesse “lotterie”, che attirano ogni anno 11 milioni di
candidati nel mondo (per 50.000 posti), hanno notevolmente contribuito ad
alimentare frustrazioni e filiere clandestine.
L’altra forma di rigidità introdotta dalle quote risiede nell’impossibilità, da
parte di un governo, di prevedere esattamente le qualifiche per le quali si renderà
necessario il concorso di manodopera e i corrispondenti flussi migratori, come
dimostra l’errore sulla quota di informatici stranieri – 20.000 – commesso dalla
Germania nel 2000. Un esempio ispirato a una maggiore flessibilità e reattività
d’intervento è il decreto Aubry del 1998, il quale semplifica le procedure da
seguire per un datore di lavoro che desideri assumere un salariato straniero. In
Francia il principio generale secondo il quale il datore di lavoro deve dimostrare
che il posto non può essere occupato da nessun disoccupato iscritto all’Agenzia
nazionale per il collocamento (ANPE) è infatti applicato con troppo rigore, il che
sospinge verso altri lidi i salariati qualificati originari dei paesi dell’OCSE o del
Sud. Tale misura, insieme ad altre, ha contribuito all’effettiva apertura
migratoria verificatasi alla chetichella in Francia tra il 1997 e il 2001. Basti
pensare, per avere la misura delle reali intenzioni di Sarkozy e dell’ingenuità che
questi rivelerebbe cadendo nella sua stessa trappola, che il decreto Aubry è stato
abrogato dal presidente dell’UMP nel 2003.
IL PREZZO DI UN BAMBINO

7 marzo 2005

Al di là dello scandalo, il caso dell’appartamento su due piani di 600 metri


quadri a 14.000 euro al mese (168.000 euro l’anno!) dei Gaymard ha avuto
quantomeno il merito di porre concretamente una delle più annose questioni di
politica familiare. Ogni bambino vale la stessa somma? In altri termini, il valore
dei servizi e delle prestazioni annesse offerti dal potere pubblico deve essere lo
stesso per tutti i bambini, quale che sia il reddito dei genitori? Oppure lo Stato
deve cercare di mantenere il tenore di vita dei genitori benestanti che scelgono di
avere una famiglia numerosa allo stesso livello di quelle coppie con lo stesso
reddito ma senza figli, nel qual caso l’importo della compensazione pagato dallo
Stato per ogni bambino deve necessariamente crescere con il reddito dei
genitori? Non ci si deve sorprendere se da più di un secolo questo confronto tra
logiche di solidarietà verticale e logiche di equità orizzontale ha suscitato non
pochi conflitti politici.
L’ex ministro delle Finanze è un fautore, senza ripensamenti, della seconda
logica: i Gaymard hanno giudicato che i loro 240 metri quadri del Boulevard
Saint-Michel non consentivano più alla loro famiglia “di avere una vita familiare
normale e di vivere con i [loro] figli” (sottinteso: nelle condizioni di comfort
adeguate al loro status e al loro reddito), e poiché non sono abbastanza
“altoborghesi” per possedere 600 metri quadri nell’VIII Arrondissement, è parso
loro legittimo che il contribuente li compensasse per la perdita di standing che i
loro otto figli rischierebbero di patire. Nel caso specifico, la piccola correzione
costerebbe al contribuente quasi 200 euro al mese per ciascun figlio. Per mettere
in prospettiva cifre del genere, non sarà inutile confrontarle con quelle della
politica familiare convenzionale.
La prima logica è quella degli assegni familiari. Attualmente, tutte le famiglie
percepiscono zero euro al mese per il primo figlio, circa 115 euro al mese per
due figli, 260 euro al mese per tre figli, e poi 145 euro al mese dal quarto figlio
in avanti. Con otto figli, i Gaymard percepiscono 985 euro, ossia circa 12.000
euro l’anno, la stessa somma dei Groseilles. Per questi ultimi si tratta di un
complemento di reddito sostanziale, ma non lo è per i Gaymard (il compenso
dell’ex ministro sarebbe di 200.000 euro l’anno, tenendo conto della parte non
imponibile, e sua moglie dovrebbe guadagnare almeno altrettanto, senza contare
i redditi annessi).
La seconda logica è quella del quoziente familiare (QF), sistema unico adottato
in Francia nel 1945 per scongiurare lo spettro della disfatta e della denatalità
delle famiglie agiate. Il principio è semplice. Ogni famiglia dispone di un
determinato numero di quote: 2 per una coppia sposata senza figli, 2,5 con un
figlio, 3 con due figli, 4 con tre figli, e poi una quota aggiuntiva per ciascun
figlio in più. Fino al 1953 la quota delle coppie, nel caso non avessero avuto figli
dopo tre anni di matrimonio, scendeva da 2 a 1,5: una bella prova
d’immaginazione da parte del legislatore, in materia di natalità! Dopodiché si
divide il reddito per il numero di quote, si calcola l’imposta dovuta, poi si
rimoltiplica con il numero delle quote. La divisione per il numero delle quote
permette di evitare le tranche d’imposta più elevate, tanto maggiormente quanto
più elevato è il reddito.
In concreto, con otto figli (ossia 9 quote) i Groseilles non sono imponibili – e
non lo sarebbero stati già con solo 2 quote – per il cui il loro QF equivale a 0 e
devono quindi accontentarsi degli assegni familiari. Con un reddito annuo di
100.000 euro, una famiglia con otto figli beneficia di una riduzione d’imposta di
circa 20.000 euro, il che è sempre un buon vantaggio. Quanto ai Gaymard, con
un reddito annuo di 400.000 euro (giusto per fissare le idee), la rigida
applicazione del QF recherebbe loro un beneficio di 70.000 euro, 80.000 se si
aggiungono gli assegni. Siamo ancora ben lontani dai 168.000 euro
dell’appartamento su due piani, ma ci accorgiamo che gli ordini di grandezza
sono comunque comparabili. L’appartamento del ministro non era in fondo che
un “super QF”.
I socialisti, ritenendo questa “manna” davvero eccessiva, nel 1981 hanno
deciso di stabilire un tetto alla riduzione d’imposta (misura più che compensata,
nel 1986, dall’assegnazione di quote complete oltre il terzo figlio). Oggi la
riduzione non può superare i 4200 euro per quota, per cui gli otto figli dei
Gaymard percepiscono solo 30.000 euro (e non 70.000). La regola fissata da
Raffarin per uscire dalla crisi (ogni ministro ha diritto, oltre all’indennità, a 80
metri quadri, più 20 per ciascun figlio, ossia 240 metri quadri per otto figli)
finisce di fatto per disinnescare gli effetti del QF (soppressione del tetto stabilito
nel 1981) per le sole famiglie dei ministri. Istituendo in tutta fretta il nuovo
diritto all’alloggio per le famiglie dei ministri (non previsto da alcun testo
parlamentare) Raffarin, dopo che nel 2002 ha già raddoppiato le loro indennità
in maniera poco trasparente, contribuisce una volta di più a porre il governo
francese al di fuori del diritto comune.
VERSO UN SISTEMA FISCALE INTERNAZIONALE?

4 aprile 2005

Per finanziare gli “obiettivi del millennio”, tesi a dimezzare la povertà nel
mondo da qui al 2015, si stima che il sostegno pubblico allo sviluppo debba
passare da 50 a 100 miliardi di dollari l’anno. La cifra potrebbe sembrare bassa
(meno dello 0,3% del PIL mondiale, ossia 40.000 miliardi di dollari), ma sarebbe
difficile da raggiungere in ogni caso, se si tiene conto della taccagneria dei paesi
ricchi, i quali, da un lato, devono affrontare le rivendicazioni sociali interne e,
dall’altro, fanno della demagogia antitasse un loro cavallo di battaglia.
Da qui le numerose riflessioni attuali sulla necessità di creare nuove risorse
perenni con l’aiuto di un autentico sistema fiscale internazionale. Tassa sulle
transazioni finanziarie, sui profitti delle multinazionali, sulle vendite d’armi, sul
trasporto aereo ecc.: la caccia alle idee è oggi ufficialmente aperta, come
conferma il vertice organizzato giovedì scorso a Bercy dall’Agenzia francese per
lo sviluppo (AFD) alla presenza dei più importanti attori interessati. Una
soluzione del genere avrebbe inoltre il merito di stabilizzare le risorse disponibili
per i paesi poveri (il sostegno pubblico è molto volatile). E, soprattutto, una parte
rilevante dei programmi previsti dagli “obiettivi del millennio” riguarderebbe
autentici “beni pubblici mondiali” (lotta contro le epidemie, contro
l’inquinamento ecc.), per cui sarebbe logico che il loro finanziamento facesse
appello a imposte di portata mondiale. Il futuro del mondo passerà dunque
attraverso la creazione di un sistema fiscale internazionale? Sì, senza dubbio, ma
a condizione di non mancare il bersaglio.
In primo luogo, quand’anche la creazione di una tassazione del genere e gli
sforzi compiuti dai paesi ricchi consentissero di raggiungere i 100 miliardi di
dollari prima ricordati, sarebbe illusorio pensare che il nuovo aiuto
internazionale possa da solo sostituirsi alla politica sociale dei paesi poveri. In
tutti i paesi oggi sviluppati, compresi naturalmente gli Stati Uniti, il processo di
modernizzazione e di sviluppo si fonda sulla graduale costruzione di un potere
pubblico capace di mobilitare efficacemente e democraticamente almeno il 30 o
il 40% del PIL per finanziare le spese collettive indispensabili alla crescita
economica: educazione, sanità, infrastrutture… Molti paesi sottosviluppati, in
particolare in Africa e nell’Asia del Sud, soffrono oggi di un settore pubblico
disperatamente insufficiente e inefficiente, e il primo obiettivo è aiutarli a
costruire il loro proprio modello di welfare state. Come faceva notare di recente
Jean-Michel Severino, non è né possibile né augurabile che gli organismi
internazionali diventino l’effettivo datore di lavoro delle decine di milioni di
insegnanti, infermieri e medici necessari ai paesi poveri, perché questo
minerebbe il già fragile processo di costruzione dello Stato in atto in quei paesi.
Una delle priorità sarebbe, se mai, quella di aiutarli a sviluppare un sistema
fiscale adeguato e dinamico (le entrate fiscali, in molti paesi poveri, equivalgono
a solo il 10-15% o poco più del PIL, come nell’Europa di due secoli fa, il che
basta appena a pagare i soldati e i poliziotti), una realtà di cui gli organismi
internazionali si sono ben poco preoccupati negli ultimi quindici anni. E vale la
pena segnalare che i paesi che hanno inaugurato una più equa imposizione
fiscale (come la Cina, dove l’imposta sul reddito rappresenterà da qui a pochi
anni il 5% del PIL, una percentuale superiore a quella francese!) lo hanno fatto
senza il nostro aiuto.
Rimane il fatto che oggi sarebbe utile conoscere meglio gli elementi di fondo
di un possibile sistema fiscale internazionale, con la convinzione che la storia
dello sviluppo dei paesi ricchi potrebbe evitare, anche in questo caso,
d’imboccare strade sbagliate. La lunga storia dell’imposizione fiscale rivela
ovunque analoghe tendenze: si comincia con l’utilizzo di basi fiscali semplici
(diritti di dogana e altre tasse indirette sul commercio), e solo in modo molto
graduale gli Stati sviluppano la capacità amministrativa e la legittimità politica
necessarie per imporre tasse più complesse e intrusive, come l’imposta sul
reddito o sui profitti. Pensare di poter inaugurare la storia di un sistema fiscale
internazionale creando un’imposta mondiale sui redditi delle imprese è pura
illusione: prima di tutto bisognerebbe iniziare ad armonizzare le basi d’imposta
europee sui redditi d’impresa, il che è ben lontano dall’essere un fatto acquisito.
Una tassa dello 0,01% sulle transazioni finanziarie in valuta (che secondo ATTAC
potrebbe fruttare 10 miliardi di dollari) comporta in parte il medesimo ordine di
problemi. Si tratta di una base fiscale ampiamente manipolabile, da cui
occorrerebbe per giunta escludere tutte le transazioni a brevissimo termine,
scendendo così a meno dello 0,01%, una percentuale che farebbe sparire
immediatamente le transazioni stesse (o la maggior parte delle transazioni
finanziarie in valuta secondo Jean-Pierre Landau, il quale fa notare che la sola
inclusione dell’insieme delle transazioni relative ai valori mobiliari potrebbe
fruttare 10 miliardi). Con la sua pretesa di regolamentare tutto in una volta, la
Tobin tax rischia, soprattutto, di non vedere mai la luce. Una soluzione meno
sexy ma più realistica sarebbe sicuramente una tassa sugli scambi internazionali
(il commercio mondiale è dell’ordine di 10.000 miliardi di dollari l’anno, per cui
un tasso dello 0,1% frutterebbe i medesimi 10 miliardi), e inoltre avrebbe il
vantaggio di poter essere applicata preventivamente, prima che arrivi l’adesione
di tutti i paesi.
BOLKESTEIN, NON FRANKENSTEIN

2 maggio 2005

Nel momento in cui il sì sembra riprendere il sopravvento nei sondaggi, non


sarà inutile ritornare sul dibattito sollevato dalla direttiva Bolkestein, fonte di
molteplici malintesi durante la campagna referendaria. Perché la famosa direttiva
non ha, a rigore, nulla a che vedere con il progetto di Costituzione, e ha
quantomeno il merito di illustrare con chiarezza gli obiettivi e la complessità
delle politiche europee di liberalizzazione.
Inizialmente, il testo del commissario olandese prevedeva che un’impresa che
fornisse servizi in un altro paese dell’Unione sarebbe stata soggetta al diritto del
paese d’origine e non del paese di destinazione dei servizi stessi. Precisiamo che
la maggior parte del mercato dei servizi non è toccata da una disposizione tanto
controversa. Quando il servizio è interamente assicurato a distanza dall’estero,
per esempio nel caso di un servizio di manutenzione informatica o di un call
center di stanza in Polonia (o in India), ai lavoratori interessati viene
evidentemente applicato il diritto del paese straniero. E quando il servizio è
interamente assicurato sul posto da lavoratori immigrati nel paese d’accoglienza,
per esempio nel caso di un idraulico polacco di stanza a Parigi (supponendo che
abbia ottenuto i permessi necessari, il che non è facile), viene evidentemente
applicato il diritto del paese di accoglienza. L’unico caso che può apparire
dubbio, tra quelli che fanno appello alla giurisdizione del paese d’origine, è
quello di un’impresa con sede all’estero ma chiamata, nel quadro della sua
prestazione dei servizi, a inviare in missione salariati nel paese di destinazione.
Per esempio, un’impresa lettone risponde a una richiesta d’offerta e manda i suoi
salariati in un cantiere in Svezia: questi ultimi, secondo la direttiva Bolkestein,
sarebbero soggetti al diritto lettone e non a quello svedese.
Per quanto in deroga possa apparire, una tale regola si giustifica con il fatto
che per missioni all’estero sufficientemente brevi e finalizzate (otto giorni, nella
direttiva sui distacchi, datata 1996), sarebbe assurdo riscrivere interamente tutti i
contratti di lavoro. In particolare, in molti settori (taxi, commercio, lavori
pubblici…) esistono procedure e regolamentazioni che costituiscono dei veri
ostacoli all’ingresso dei lavoratori e che sono ispirate più alla difesa corporativa
di rendite acquisite che a un’etica del progresso sociale. Come notava,
indispettito, un imprenditore polacco: “È più facile per un’impresa occidentale
aprire uno studio legale in Polonia che per noi polacchi andare a piastrellare
delle toilette tedesche.”
Tuttavia, prefiggendosi di risolvere gli effettivi problemi di discriminazione
incontrati dai lavoratori e dalla imprese dell’Est (tanto più ingiustificati in
quanto esiste in molti di questi settori una penuria di manodopera nazionale),
Bolkestein adotta una soluzione talmente estrema da arrivare a gettare il
bambino con l’acqua sporca. Non viene fissato nessun limite chiaro circa la
durata della missione e, soprattutto, finisce improvvisamente nel dimenticatoio il
contenzioso giuridico relativo al diritto e alle regolamentazioni del paese
d’origine. La direttiva apre la strada a un dumping sociale e fiscale senza fine, in
virtù del quale a un’impresa basterebbe domiciliare formalmente i suoi salariati
nel paese con un carico fiscale meno oneroso per evitare, mettiamo, di pagare i
contributi previdenziali del paese in cui si svolge in modo continuativo l’attività
in questione!
Con la pretesa di riformare certe regolamentazioni inadeguate, si finisce per
strumentalizzare l’Europa al fine di rimettere in discussione l’insieme
dell’edificio sociale e fiscale sul quale sono stati costruiti i vari welfare state
europei. Di fronte a questo tipo di offensiva, la sinistra europea deve tessere
alleanze socialdemocratiche d’attacco con l’opposizione, pronte a rimettere in
discussione i regolamenti esistenti nel caso siano inadeguati o, viceversa, a
difendere con fermezza i principi essenziali quando essi sono minacciati, in
particolare per quanto riguarda il dumping fiscale. Le proposte degli
eurodeputati SPD di rimaneggiamento della direttiva vanno giusto in questo
senso, mentre un tale atteggiamento costruttivo ed europeista è raro tra i
socialisti francesi, soprattutto tra i fautori del no, ispirati sia da un calcolo
demagogico sia dall’opportunismo più sfacciato. Occorre forse ricordare che il
rapporto Charzat proponeva, nel 2001, di esentare dalle imposte francesi i quadri
stranieri presenti in Francia (misura che richiama stranamente la direttiva
Bolkestein) e che il suo sponsor, Laurent Fabius, era prontissimo ad applicarla,
in un momento in cui un tale posizionamento politico gli sembrava vantaggioso?
Comunque stiano le cose, giova ripetere con forza che un no al trattato
costituzionale non farà che diminuire le possibilità dei grandi paesi (nello
specifico, della Francia) di pesare su tali scelte. Si può certo lamentare che un
testo che comporta solo pochi timidi progressi rispetto ai trattati precedenti (in
sostanza, le nuove regole sono quelle che definiscono la maggioranza
qualificata: il 55% degli Stati, che rappresenta il 65% della popolazione) si
chiami Costituzione e diventi oggetto di referendum, con l’inevitabile
conseguenza che molti elettori coglieranno l’occasione per esprimere un
generale malcontento nei confronti dell’Europa. Ma, dal momento che il
processo si è ormai messo in moto, solo il sì può consentire di procedere nella
giusta direzione.
DAI PORTOGHESI AI POLACCHI

30 maggio 2005

Quale ne sia stato l’esito, la campagna referendaria ha lasciato un retrogusto


amaro nei fautori dell’integrazione europea. Il principale motivo che ha convinto
tanti salariati francesi a votare no non lascia dubbi. È la paura nei confronti dei
lavoratori dei nuovi paesi membri, e l’idea secondo cui mettersi in concorrenza
con loro, a forza di idraulici polacchi e delocalizzazioni in Romania, porterebbe
inevitabilmente a una riduzione dei salari e a un peggioramento delle condizioni
di lavoro in Francia.
È certo legittimo che chi soffre dell’attuale regolamentazione del mercato del
lavoro e della stagnazione dei salari – uno stato di cose che dura da vent’anni –
esprima rabbia per la propria sorte e lo faccia prendendo di mira il governo in
carica. Di più: non si ripeterà mai abbastanza che il testo proposto a titolo di
Costituzione non comportava riforme tali da poter evitare il rischio del no. Resta
il fatto che le élite che hanno accreditato l’idea secondo cui la crisi sarebbe da
addebitare all’Europa e ai nuovi ingressi (o, peggio, che un no attenuerebbe la
portata della crisi) portano una pesante responsabilità di fronte alla storia.
Vedremo così sfilare nel corso della campagna referendaria sia le prodezze dei
sindaci (anche di sinistra) a caccia di lavoratori polacchi stanziatisi nel loro
comune sia le prodezze dei bulldozer anti-immigrati mandati dal PCF. I partigiani
del no, di destra come di sinistra, non hanno mai smesso di sostenere che
l’integrazione dei nuovi paesi finirebbe per privilegiare la regola del “ci
guadagna il meno caro” e per peggiorare la situazione globale dei salariati.
Sono paure che non corrispondono di fatto ad alcuna realtà economica seria.
Se negli ultimi anni i salari reali sono cresciuti a ritmi eccezionali – nell’ordine
del 5-6% nei nuovi paesi membri –, non è perché i salari in Francia e in
Germania si sono abbassati di altrettanto (anzi, sono aumentati, a dire il vero,
anche troppo poco). È perché quei paesi si sono messi a produrre di più, il che a
sua volta ha incrementato il loro potere d’acquisto e li ha indotti a importare i
nostri prodotti. Ed è appunto quanto è accaduto in seguito all’ingresso in Europa
della Spagna e del Portogallo, nel 1986. I due paesi si sono arricchiti
raggiungendo la media europea, e ciò non si è verificato a spese della Francia, se
mai si è verificato il contrario. Eppure, all’epoca, una coalizione variegata si era
opposta al loro ingresso, con l’idea che i salariati francesi avrebbero pagato le
spese della concorrenza dei lavoratori spagnoli e portoghesi (in effetti molto più
vicini alla Francia dei polacchi, con differenze di salario analoghe). La
coalizione raggruppava, come sempre, l’estrema sinistra, il PCF, la destra
nazionalista e l’estrema destra. Chi, oggi, può dire seriamente che i lavoratori
francesi abbiano patito la concorrenza della Spagna e del Portogallo e che il
tasso di disoccupazione in Francia sarebbe più basso se li avessimo lasciati
fuori? Nulla, nel trend della disoccupazione da trent’anni a questa parte (5%
negli anni settanta, 10% nel 1986-1987, 8-9% nel 1989-1990, 12% nel 1994-
1996, 8-9% nel 2000-2001, 10% oggi) o nell’analisi dei tassi regionali di
disoccupazione consente di sostenere una tesi del genere. Accreditare l’idea
secondo cui le sofferenze dei lavoratori francesi sarebbero ora dovute ai nuovi
entranti polacchi e rumeni è una mostruosità. La verità è che la disoccupazione
francese è un problema complesso che non ha molto a che vedere con tutto
questo, e che il tasso di disoccupazione non sarebbe granché diverso se
l’integrazione europea si fosse fermata vent’anni fa.
Vuol dire, dunque, che a Bruxelles va tutto bene e che la Costituzione
proposta era perfetta? Evidentemente no. I capitali sono oggi notevolmente più
mobili rispetto al 1986 (contrariamente ai lavoratori), e l’Europa ha oggi un
ruolo più importante da svolgere per lottare contro il dumping fiscale. Il trattato
costituzionale ha offerto, per procedere in tale direzione, strumenti ben maggiori
di quelli proposti dai precedenti trattati, anche se i progressi sono tuttora
insufficienti. Per andare oltre, occorrerà convincere i nostri partner che il
dumping non è solo nocivo sul piano collettivo, ma non è in alcun modo
necessario per assicurare la crescita e il buon funzionamento di un’economia di
mercato. Pensare che il mix di arroganza, xenofobia e antiliberismo sistematico
manifestatosi in Francia negli ultimi mesi consenta di procedere in questa
direzione è un’illusione. La strumentalizzazione dell’Europa quale capro
espiatorio per tutti i nostri mali nazionali è certo una tradizione antica. Già nel
1983 si motivava il blocco dei salari come se fosse un vincolo imposto
dall’Europa, mentre in realtà la decisione sarebbe stata presa comunque, anche
se la Francia fosse stata sola al mondo (dal 1968 al 1983 i bassi salari erano
cresciuti tre volte più in fretta della produzione, secondo un ritmo non
sostenibile in eterno, tanto in un’economia aperta quanto in un’economia
chiusa). La retorica dell’Europa quale capro espiatorio è stata condotta, in questa
campagna referendaria, fino al parossismo, e oggi ne paghiamo il prezzo.
USCIRE DALLA TRAPPOLA BLAIRISTA

27 giugno 2005

Come previsto, Tony Blair ha immediatamente colto l’opportunità fornitagli


dal no francese al referendum sulla Costituzione europea per tentare di
conquistarsi la leadership in seno all’Europa. È in programma – ci annuncia il
premier britannico – una ridiscussione dell’abbassamento del contributo
britannico al bilancio europeo, ottenuto da Margaret Thatcher nel 1983 (dopo
parecchi anni di blocco istituzionale). Ma a condizione che si riveda
profondamente la struttura del bilancio europeo, in particolare che si affronti alla
radice il discorso della politica agricola comune (PAC), la quale assorbe il 40%
delle risorse e impedisce all’Europa di investire sul futuro (formazione, ricerca,
infrastrutture). È un modo un po’ strumentale di tirare la corda (nel 2002 è stato
convenuto di non ritoccare la PAC prima del 2007), ma anche un richiamo non
eludibile.
Scegliendo di adottare un atteggiamento spregiudicatamente vincente, Tony
Blair tenta di far passare la Francia per un paese “vecchio” e di metterla sul
banco degli accusati. Ponendo l’accento sulla PAC, trasforma in caricatura il
nostro presunto modello sociale facendolo passare per un sistema corporativo e
passatista, in cui la grande massa dei trasferimenti sarebbe appannaggio di una
ristretta minoranza pronta a far muro per difendere vantaggi acquisiti negli anni
cinquanta. Non ci si deve certo vergognare del fatto di essere diventati il primo
paese esportatore al mondo di molti prodotti alimentari di qualità, così come è
giusto essere consapevoli del carattere artificiale del famoso dato del 40%, che
testimonia in primo luogo la debolezza del bilancio globale dell’Unione europea.
Ciò non toglie che sia molto difficile riconciliare i cittadini europei con
un’Unione che spende il 40% delle sue risorse attuali a beneficio del 2% appena
della popolazione, e sia altrettanto difficile non ammettere che Tony Blair ha
ragione quando stigmatizza l’impatto negativo della PAC sullo sviluppo dei paesi
del Sud, resi incapaci di sviluppare come dovrebbero le loro produzioni ed
esportazioni di materie prime agricole. Se a ciò si aggiunge che il Regno Unito
intende diventare l’alfiere della lotta per la riforma del sostegno pubblico allo
sviluppo con, per esempio, un sostegno a un sofisticato meccanismo di
sovvenzione alla produzione privata di nuovi vaccini, la caricatura del nostro
paese diventa completa.
La Francia viene presentata come un paese sclerotizzato, incapace di
comprendere che lo sviluppo economico e sociale deve far leva sulle energie di
mercato, un paese che difende politiche inadeguate sia per i suoi cittadini sia per
lo sviluppo del Sud. La Gran Bretagna, invece, viene presentata, grazie alla presa
di posizione convincente di un Tony Blair favorevole alla mondializzazione,
come un paese di nuovo conio. Anziché arroccarsi, in tema di mercato, su misure
protezionistiche, egli annuncia ai lavoratori che darà loro le armi necessarie per
occupare i posti di lavoro più dinamici creati dalla nuova economia mondiale.
È tanto più urgente uscire da una simile trappola in quanto la Francia è in
realtà meglio attrezzata del Regno Unito per fare da capofila nella marcia verso
“l’economia della conoscenza più produttiva del mondo”, annunciata dal summit
europeo di Lisbona. Non lo si ripeterà mai abbastanza: la produzione per ora
lavorata è oggi, in Gran Bretagna, ancora del 25% inferiore a quella della
Francia o della Germania. Solo lavorando il 25% di ore più di noi, i britannici
riescono a raggiungere più o meno il nostro livello di PIL per abitante. E il fatto
che i disoccupati (in media meno produttivi degli attivi) siano in Francia più
numerosi spiega solo in piccola parte il divario (meno di un terzo).
La verità è che, venticinque anni dopo l’avvento al potere di Margaret
Thatcher con le sue presunte riforme salvifiche, il Regno Unito rimane un paese
poco sfruttato e debolmente produttivo (il divario di produttività è diminuito
pochissimo), costretto ad adottare metodi da paese povero (dumping fiscale e un
lungo orario di lavoro) per raggiungere lo stesso livello degli altri. La persistente
modesta produttività della manodopera britannica si spiega in gran parte con
l’esistenza di un sistema di formazione ben poco efficiente e segnato da
fortissime stratificazioni sociali, erede di un sistema aristocratico di cui gli
americani si fanno beffe da almeno due secoli e che è all’origine del declino del
Regno Unito.
E, se è vero che oltremanica la modernizzazione dell’istruzione superiore è
più avanzata che da noi, rimane comunque il fatto che la Francia dispone, con il
suo sistema d’insegnamento primario e secondario, di uno zoccolo duro in grado
di offrire una formazione di massa di invidiabile qualità. Tra l’altro, non può non
colpire la constatazione che una delle misure faro proposte da Tony Blair nel
corso delle ultime elezioni consista nell’istituzione di un baccalaureato nazionale
“alla francese”.
Inoltre, malgrado gli sforzi effettivamente compiuti dopo il 1997, la
manodopera britannica resta nettamente meno protetta che in Francia in rapporto
al rischio salute. Il modello francese si fonda su sistemi di scolarizzazione e di
previdenza universali e di alta qualità, non sulla PAC, ed è un modello del genere
che va promosso in Europa. Il che passa sicuramente attraverso una
rinegoziazione delle sovvenzioni PAC per il periodo 2007-2013, la quale a sua
volta consentirà alla formazione e alla ricerca di occupare un posto centrale nella
definizione degli obiettivi europei.
RIFORMA DELL’IMPOSTA SUL REDDITO:
SCOMMETTIAMO!

12 settembre 2005

Il 14 luglio, Jacques Chirac ha annunciato per il 2006 un punto di arresto


nell’operazione di abbassamento dell’imposta sul reddito (IR), “per poter
dedicare tutti i mezzi disponibili alla lotta contro la disoccupazione”. Ed ecco
che Dominique de Villepin rivela, il 1° settembre, l’intenzione di riprendere il
programma di abbassamento delle aliquote a partire dal 2007! Che si tratti di una
semplice manovra per consentire di ricaricare le batterie nel corso del 2006, in
modo da fare una migliore impressione sugli elettori-contribuenti nel 2007?
Volendo prendere sul serio la dichiarazione del primo ministro, la risposta
sarebbe più no che sì. Annunciando l’obiettivo di sopprimere le diminuzioni del
10 e del 20% e di rivedere completamente i conti per rendere l’imposta più
leggibile, Villepin ha aperto la strada a una riforma finalmente ambiziosa dell’IR,
a qualcosa di diverso da ciò che è stato fatto negli ultimi anni (durante i quali ci
si è limitati ad abbassare i tassi: tipico esempio di non-riforma).
Ricordiamo i fondamentali del problema. Alla fine di novant’anni di giochi di
bilancio, l’IR francese è riuscita nel miracolo di pesare meno che negli altri paesi
sviluppati (poco più del 3% del PIL, contro il 5% di vent’anni fa e almeno il 7-
8% quasi ovunque in Europa), pur applicando aliquote assurde e chiaramente
troppo elevate a livelli di reddito non proprio altissimi: per esempio il 28,26%
sulla tranche che va da 15.004 euro a 24.294 euro, il 37,38% sulla tranche che va
da 24.294 euro a 39.529 euro ecc., fino al 48,09% oltre i 48.747 euro (secondo il
sistema in vigore ora nel 2005). Questo tour de force dipende dall’applicazione
effettiva di queste aliquote non al reddito reale ma al “reddito imponibile per
quote”: si comincia con il dedurre dalla maggioranza dei redditi sgravi del 10 o
del 20% (ottenendo il reddito imponibile), poi si divide per il numero delle parti
(2,5 quote per una coppia con un figlio, 4 quote per una coppia con tre figli ecc.).
Inoltre le aliquote si applicano non già alla totalità del reddito, ma soltanto alla
frazione compresa in ogni tranche: è il sistema oscuro della quota cosiddetta “ad
aliquota marginale”, fonte di non poche incomprensioni. Quante volte si sentono
i contribuenti manifestare inquietudine (a torto) per il fatto che “salteranno una
tranche” e di conseguenza subiranno una perdita netta del reddito imponibile…
Se a ciò si aggiunge l’accumulo inverosimile di meccanismi di riduzione
d’imposta e di nicchie fiscali, si arriva ad avere davanti agli occhi un sistema
illeggibile, di fronte al quale i cittadini non sono in grado di farsi un’idea chiara
di chi paga cosa. In conclusione, ciascuno è convinto di pagare le spese di un
sistema opaco (e sospetta il vicino di approfittare meglio di lui dei dispositivi in
vigore) e l’IR è divenuta oggetto di fantasie che danneggiano l’insieme del debito
fiscale francese.
Per uscire dal marasma, non c’è dubbio che vada soppressa la diminuzione
degli sgravi del 10 e del 20% e vadano integrati nel calcolo semplificando il
calcolo stesso, come prospetta Villepin. Ma per riconciliare i francesi con
l’imposta sul reddito, non basterà “ridurre il numero di tranche da sette a
quattro”. Per rendere l’IR finalmente comprensibile, pare necessario uscire dal
sistema ad aliquota marginale e calcolare in termini di aliquota effettiva
direttamente applicabile al reddito reale. Prendiamo l’esempio di una coppia con
un figlio, che guadagna 60.000 euro l’anno. La sua aliquota effettiva è
attualmente dell’8%, poco meno di 5000 euro di importo. È questa percentuale
che deve figurare nell’aliquota per un tale livello di reddito, e non un’altra. Per
un reddito di 130.000 euro l’aliquota effettiva è attualmente del 15%, destinata a
salire al 30% per un reddito di 300.000, al 40% per un reddito di 1 milione di
euro, e a quasi il 50% per un reddito di 5 milioni di euro. È sufficiente, tra questi
punti, tracciare delle linee rette: per esempio, basta dire che l’aliquota effettiva
passa progressivamente dall’8 al 15% tra i 60.000 e i 130.000 euro, ossia
aumenta dell’1% ogni 10.000 euro. Se si calcola in questo modo, ciascuno potrà
farsi un’idea di chi paga cosa e sarà in grado di verificare che bisogna
raggiungere redditi di parecchie centinaia di migliaia di euro per dover avere a
che fare con aliquote effettive dell’ordine del 25 o del 30%, contrariamente a
quanto i conti attuali lasciano pensare.
Inoltre una tale riforma darebbe fiato al dibattito democratico: alcuni
giudicheranno che l’aliquota effettiva del 50% applicata ai redditi da 5 milioni di
euro deve essere ridotta al 40%, altri che l’aliquota dell’8% applicata ai redditi
da 60.000 euro deve essere ridotta al 7%, e ogni confronto potrà essere condotto
nella massima trasparenza. Un sistema di conto espresso direttamente in termini
di aliquota effettiva è già stato applicato in molti paesi e, soprattutto, è stato
applicato in Francia tra il 1936 e il 1942. Introdotto dal Fronte popolare,
preoccupato di offrire la maggiore trasparenza democratica, venne soppresso dal
governo di Vichy con la motivazione che era, appunto, “troppo trasparente”, a
tutto vantaggio del calcolo in tranche di aliquote marginali, al punto che ci si è
praticamente dimenticati dell’esistenza di un diverso modo di procedere, ben più
soddisfacente dal punto di vista civico. Per un primo ministro colto da
un’improvvisa ispirazione, il quale ha manifestato l’auspicio di una IR finalmente
leggibile dai cittadini, ecco un precedente storico in grado di dare un po’ di sale
a un esercizio di riforma fiscale piuttosto insipido.
STALLO TEDESCO

10 ottobre 2005

Quale che sia l’esito dei negoziati in corso sulla “grande coalizione” CDU-SPD,
le elezioni tedesche del 18 settembre hanno comunque avuto il merito di darci
un’idea precisa su come la pensano i cittadini in materia fiscale. In Germania – e
sicuramente anche in Francia e in altri paesi europei – gli elettori non sono
disposti ad accettare qualsiasi provvedimento in nome del pragmatismo e della
concorrenza fiscale europea. Lo confermano ampiamente tutti i sondaggi e tutte
le analisi di opinione: nel momento in cui nei sondaggi Angela Merkel
disponeva di 20 punti di vantaggio, l’irruzione nella campagna elettorale del
giurista Paul Kirchhof e delle sue proposte radicali di riforma fiscale hanno
contribuito in misura decisiva alla perdita di consensi della CDU. Per cui, una
volta conosciuti i risultati, Merkel ha dovuto rinunciare al giurista a cui
intendeva affidare il ministero delle Finanze e di cui fino al giorno prima parlava
come di un “illuminato”. Cosicché il suddetto giurista ha dichiarato di voler
tornare a occupare la propria cattedra, ed è oggi evidente che la sua riforma non
vedrà mai la luce.
Che cosa proponeva esattamente Kirchhof? La misura più spettacolare
consisteva nell’istituzione di un’imposta sul reddito con solo due tranche: una
allo 0% per i redditi più bassi e una al 25% per la quasi totalità dei redditi. Si
trattava, grosso modo, di tornare a un sistema d’imposte pressoché
proporzionale, quello sostanzialmente in vigore durante il XIX secolo, e di tirare
una bella riga su quella che è stata la principale innovazione del XX secolo in
materia fiscale: la progressività. Gerhard Schröder ha avuto buon gioco a
stigmatizzare chi intendeva “tassare allo stesso modo il presidente di una società
e la sua domestica”, e il suo messaggio è stato rilanciato in modo martellante da
tutta la SPD nei dibattiti televisivi, il che ha visibilmente propiziato il parziale
recupero del partito al momento del voto. È chiaro, insomma, che i tedeschi
restano ancorati a una certa forma di progressività fiscale e di ridistribuzione.
Per quanto estreme possano sembrare, è comunque importante comprendere
che le proposte di Kirchhof rappresentano in qualche modo la cornice naturale
entro la quale avverranno i confronti in materia fiscale che caratterizzeranno
l’Europa a venire. In Germania, in Francia e un po’ ovunque, la logica
implacabile della concorrenza fiscale ha condotto, nel corso degli ultimi
vent’anni, a ridurre di circa il 25-30% il tasso d’imposta sui redditi d’impresa. Al
tempo stesso è stata fortemente ridotta la progressività dell’imposta sui redditi
delle persone fisiche, con tassi di poco superiori, nella maggioranza dei paesi, al
40%. Non è quindi un caso se Kirchhof è arrivato a proporre, nel 2005, di
passare a un’imposta quasi proporzionale, con un’aliquota unica dell’ordine del
25%. Si tratta in qualche modo di una tappa conseguente a una progressione
logica, e tutti i paesi dovranno prima o poi fare i conti con questa realtà (come
sta già accadendo nell’Europa dell’Est e negli Stati Uniti). Il fatto che gli elettori
tedeschi si siano nettamente opposti all’innovazione, al punto da rifiutare di
concedere i pieni poteri alla CDU, malgrado l’impopolarità e l’appannamento
della figura di Schröder (5 milioni di disoccupati dopo sette anni di governo SPD-
Verdi), è quanto mai ricco d’implicazioni per il futuro fiscale dell’Europa. Il loro
rifiuto lascia forse prevedere una pausa di non breve durata nella corsa-
inseguimento al ribasso inaugurata vent’anni fa. In particolare, in Francia, dove
la riforma annunciata dall’attuale governo porterà nel 2007 a una riduzione
dell’aliquota superiore a circa il 40%, è davvero possibile che un candidato
intenzionato ad andare ancora più lontano in tale direzione e a proporre una
nuova consistente riduzione della progressività fiscale per la legislatura 2007-
2012 susciti la stessa reazione di rigetto che si è registrata in Germania.
A dispetto di una lezione di tale rilevanza, resta il fatto che gli elettori del 18
settembre si trovano ora in presenza di un governo instabile, dotato di un
mandato e di una legittimità politica ambigui. Sui temi maggiori – come le
riforme delle pensioni, della previdenza, dell’insegnamento superiore – è
probabile che la “grande coalizione” incontri maggiori difficoltà a procedere in
pieno accordo di quanto ne avrebbero incontrate governi monocolori di marca
SPD o CDU. Il senso di disagio è tanto più profondo in quanto il fallimento delle
attuali elezioni segue quello delle elezioni del 2002, che Schröder aveva vinto in
extremis puntando tutto sulle inondazioni nella Germania dell’Est e
sull’opposizione alla guerra in Iraq, ed evitando di annunciare quelle riforme
dolorose della previdenza che avrebbe poi attuato: da qui lo stallo degli ultimi tre
anni e infine la disfatta del 2005. Alcuni si affrettano a dare la colpa al sistema
elettorale tedesco, che secondo loro non sarebbe più adeguato a rappresentare il
diversificato paesaggio politico subentrato all’unificazione (con l’irruzione
dell’estrema sinistra e, in misura minore, dell’estrema destra), e fanno notare che
con un sistema di tipo maggioritario una coalizione CDU-FDP, conquistando il
45% dei suffragi (contro il 42% di SPD-Verdi), avrebbe ampiamente ottenuto la
maggioranza dei seggi.
L’argomento ha una sua validità ma dimentica che, con un sistema diverso, gli
elettori avrebbero sicuramente votato in modo diverso: il loro auspicio era
proprio quello di arrivare a un risultato ambivalente e ci sarebbero
probabilmente riusciti in ogni caso.
UN CONGRESSO DEL PS CHE ELUDE LE QUESTIONI
DELICATE

7 novembre 2005

Contrariamente a un’idea ampiamente diffusa, le mozioni sottoposte questa


settimana al voto dei militanti socialisti non sono documenti privi di significato.
Al di là delle formule vuote e della fraseologia soporifera propria di questo
genere di prosa, vi si leggono alcune proposte di primaria importanza, anche se
disperse in mezzo a decine e decine di pagine del tutto insipide.
Numerose mozioni propongono, per esempio, di assegnare – e sarebbe ora! –
ulteriori mezzi concreti alle ZEP per il recupero degli svantaggiati. La mozione
Hollande, la quale riconosce esplicitamente che la creazione delle ZEP non ha in
realtà mai dato luogo a un’individuazione degli obiettivi e dei mezzi di cui
dotare queste scuole, arriva persino a formulare un tetto numerico: “15 alunni
per classe ZEP”. Le poche righe dedicate al tema non costituiscono ancora un
impegno preciso nella forma dovuta, ma rappresentano comunque un tentativo di
affrontare il problema.
Numerose mozioni propongono anche l’adozione di un una grande imposta
progressiva che sia la risultante della “fusione tra l’IR e il CSG”. Siamo insomma
in presenza di un confronto vero. Si conoscono infatti le argomentazioni
contrarie, le quali non sono meno meritevoli di attenzione: nella sostanza, il CSG
è un prelievo destinato a finanziare l’assistenza sanitaria, e le parti sociali non
vedranno certo di buon occhio una riforma che potrebbe vedere confondersi la
quota stanziata per la previdenza sociale con altri cespiti d’entrata. D’altro canto,
se la logica attuale del prelievo stanziato evita di toccare l’assistenza sanitaria
(nessun governo può ridurre il tasso del CSG, salvo poi spiegare come ridurrà le
spese per la salute), lascerà di conseguenza all’IR un vasto programma di spese
varie da finanziare: da qui, il costante tentativo dei governi che si sono succeduti
finora (compresi i governi socialisti) di alleggerirne la portata. Se è meritorio
aprire un dibattito complesso come questo, che mette in discussione l’intera
architettura dell’intervento dello Stato e la sua articolazione con gli istituti di
previdenza, non siamo però così sicuri che i pochi paragrafi a esso dedicati dalle
mozioni si propongano di arrivare a tanto. Così come la proposta di estendere la
base di contribuzione da parte del datore di lavoro al valore aggiunto, di nuovo
formulata con una bella unanimità d’intenti, anche l’idea della fusione di IR e
CSG risale al 1997, se non a qualche anno prima, eppure non ha prodotto
alcunché. Quanto all’idea secondo cui la fusione di IR e CSG permetterebbe di
alleggerire in parte l’imposta sui bassi salari, in modo da riuscire a “sopprimere
la prime pour l’emploi”, il sistema di sgravi-indennità per l’occupazione sempre
per bassi salari (PPE, creata dalla sinistra nel 2000), essa viene espressa un po’
troppo frettolosamente per poterla prendere davvero sul serio.
Più in generale, il dato comune a tutte le mozioni è che si guardano bene dal
richiamare le questioni più delicate. Tutti i grandi temi difficili, che esigerebbero
confronti dolorosi durante un’eventuale legislatura socialista nel quinquennio
2007-2012, sono accuratamente lasciati in disparte: il futuro delle pensioni, la
riforma dell’istruzione superiore e della ricerca, la modernizzazione dei pubblici
servizi, la regolazione delle spese per la sanità ecc. Un esempio: ci si limita ad
annunciare l’abrogazione delle legge Fillon, quando tutti sanno benissimo che
questa legge non basterà nemmeno a garantire l’equilibrio delle pensioni. Si fa
appello a un nuovo piano “università 2010”, fingendo però di ignorare che il
necessario aumento dei mezzi destinati all’università deve imperativamente
accompagnarsi a riforme strutturali.
La ragione di un tale silenzio è semplice: il PS sta attraversando da tre anni una
fase in cui nessun leader può permettersi di prendere posizione sui temi più
scottanti, per paura di farsi silurare la mattina seguente, alla radio o sui giornali,
dai suoi piccoli compagni candidati alla presidenza. E questo durerà fino alla
designazione del candidato, prevista per la fine del 2006, dopodiché resterà
pochissimo tempo per preparare un programma degno di questo nome. La
responsabilità del fallimento collettivo va in ogni caso attribuita alle regole che
governano la dialettica interna del PS: in molti paesi, una disfatta elettorale dà
immediatamente luogo alla scelta trasparente di un nuovo leader, che dispone
poi di tutta la legittimità necessaria per preparare le elezioni successive. Il capo
del partito tory Michael Howard, subito dopo la sconfitta inflittagli da Blair nel
maggio 2005, ha dato le dimissioni, e in Gran Bretagna si è immediatamente
inaugurata una procedura per decidere tra i sette candidati dichiarati alla sua
successione (voto dei deputati del partito per scegliere i due candidati da
sottoporre al voto di militanti). Il vincitore sarà probabilmente un quarantenne,
com’è lo stesso Blair, il quale nel 1994 è stato il prescelto di un’analoga
selezione che lo ha poi condotto alla leadership del partito labourista. La
procedura si può anche discutere nei dettagli, ma il punto fondamentale è che un
leader designato in questo modo non può più essere contestato e può finalmente
dedicarsi alle cose importanti.
Nel PS, puntando sul fatto che parlando prima del progetto complessivo che
delle singole persone si sarebbero superate le questioni personali, si è verificato
esattamente il contrario. Non è prematuro riflettere fin d’ora sulla procedura da
applicare nel caso di un’eventuale disfatta nel 2007, di modo che un candidato
sconfitto ma non intenzionato a lasciare non ci faccia rivivere, nel quinquennio
2007-2012, il clima avvelenato che sta vivendo il PS nella fase attuale (2002-
2007).
ZEP: LA DISCRIMINAZIONE POSITIVA ALLA FRANCESE

5 dicembre 2005

In poche settimane, la fiammata di violenza nelle banlieue ha riportato alla


ribalta il problema delle ZEP, destinate al recupero degli svantaggiati: è giunto il
momento di dichiarare lo “stato di fallimento” delle ZEP. L’espressione che
abbiamo usato, giusto per soddisfare tutti coloro che ritengono si sia già dato
troppo ai quartieri sfavoriti, è tanto più infelice in quanto il ministro dell’Interno
è parso sottintendere, nel medesimo discorso, che proprio la scarsità dei mezzi
assegnati alle ZEP ne spiegherebbe il fallimento.
Di fatto, il problema posto dalle ZEP non è la loro esistenza, quanto piuttosto la
loro non-esistenza. Più di vent’anni dopo la loro creazione, la verità è che le
scuole classificate come ZEP non hanno mai veramente beneficiato di risorse
aggiuntive. Nella scuola elementare, gli effettivi delle classi ZEP sono inferiori di
appena un alunno rispetto alle classi non ZEP, e il divario è ancora minore nelle
piccole classi. Stando agli schedari relativi al primo campione di alunni di scuola
elementare raccolto dal ministero, si rileva, per esempio, che la dimensione
media delle classi del primo anno è 21,7 in ZEP (13% degli alunni) contro il 22,4
in non ZEP (87% degli alunni), per una media complessiva di 22,3.
Contestualmente, il divario medio registrato a livello dei test di competenza
all’ingresso in prima elementare è notevole tra ZEP e non ZEP – dell’ordine di 10
punti, vale a dire lo stesso divario che separa le due estremità della piramide
sociale: i figli dei quadri superiori e i figli degli operai.
Sono dati che rivelano abbastanza chiaramente la vastità della segregazione
territoriale in Francia e mostrano che la procedura di classificazione ZEP,
malgrado tutte le sue imperfezioni, consente di identificare con nettezza quali
siano le zone effettivamente sfavorite. Ma come sperare di correggere simili
handicap iniziali con 0,7 alunni in meno per classe? Se a questo si aggiunge che
gli insegnanti ZEP sono spesso meno esperti, più precari ecc., e che la semplice
classificazione ZEP comporta un effetto, assai frequente, di stigmatizzazione della
scuola stessa, con il conseguente rifiuto da parte di molti genitori (soprattutto se,
a compensare la classificazione, non corrisponde alcun mezzo di sostegno), è
difficile meravigliarsi del fallimento delle ZEP.
Di fronte a una situazione del genere, è possibile ricorrere a numerose
strategie supplementari. La prima consiste nello sviluppare, per i diplomati delle
ZEP, dispositivi di ammissione preferenziale nelle filiere selettive
dell’insegnamento superiore, come sta accadendo da alcuni anni per “Sciences
Po”, o per il corso preparatorio riservato ai diplomati ZEP che s’inaugurerà al
Lycée Henri-IV nell’anno scolastico 2006-2007. Sono dispositivi affini ai
meccanismi di discriminazione positiva applicata da tempo per l’ingresso nelle
università americane, con la differenza – non da poco per le categorie che
beneficiano di un’ammissione preferenziale – che da noi la selezione avviene su
base territoriale e non etnica. Per cui si può immaginare un dibattito analogo a
quello che si è prodotto oltreoceano: da un lato si dà una possibilità a giovani
svantaggiati che non avrebbero mai osato candidarsi in quelle filiere, dall’altro
chi sarebbe stato comunque ammesso si sente disturbato dal fatto di essere
equiparato a chi ha goduto di un’ammissione “truccata”. Nello specifico, è
possibile che prevalgano gli effetti positivi, che l’aumento dei diplomati ZEP
ammessi a seguire queste filiere elitarie (anche se oggi rappresentano un numero
infinitesimale) faccia registrare un impatto psicologico importante. Tuttavia, se
dispositivi del genere fossero estesi ad altre aree, con risvolti meno simbolici, e
dovessero essere generalizzati a tutte le grandi scuole e università, il dibattito
crescerebbe sicuramente di tono.
Va inoltre sottolineato che una tale strategia non permette di correggere i
ritardi scolastici già considerevoli accumulati durante l’adolescenza. Occorre,
per questo, intervenire quando l’alunno ha un’età molto più giovane, nelle prime
classi della scuola elementare, là dove si formano le disuguaglianze più durevoli.
Secondo le ultime stime rese disponibili dal campione del ministero, ridurre gli
effettivi delle classi a 18 alunni in prima e seconda elementare consente di
ridurre di quasi il 40% il divario ai test di competenza al momento dell’ingresso
in terza elementare tra ZEP e non ZEP. Nessuno studio ci può dire quale sarebbe
l’impatto in età adulta, ma tutto lascia pensare che potrebbe essere dello stesso
ordine. Attenzione, però: una tale politica comporterebbe un ridispiegamento
notevole dei mezzi d’intervento. Se la si volesse adottare rispettando i valori
medi costanti (in Francia la scuola elementare è globalmente ben dotata),
comporterebbe un leggero rialzo degli effettivi non ZEP, senza un vero impatto
sugli alunni interessati ma con una sensibile reazione da parte dei genitori. In
particolare, essa esigerebbe una rimodulazione completa delle procedure di
stanziamento delle risorse attualmente applicate dall’amministrazione. Per
quanto difficile da adottare, una tale politica avrebbe tuttavia il merito di
disegnare una forma di discriminazione positiva alla francese, fondata non sulla
sola logica dell’ammissione preferenziale ma sull’erogazione di vere risorse
aggiuntive in zone che devono far fronte agli handicap più gravi.
BISOGNA TASSARE IL VALORE AGGIUNTO?

30 gennaio 2006

Annunciando di voler riformare, a partire dal 2006, i contributi da parte dei


datori di lavoro, Jacques Chirac è riuscito a sorprendere tutti e a preoccupare
alcuni, in particolare all’interno della propria maggioranza e in seno al MEDEF, la
Confindustria francese.
Sullo sfondo, gli argomenti avanzati per giustificare l’inclusione del valore
aggiunto nella contribuzione per malattia e famiglia sono argomenti classici e
assolutamente condivisibili. Tali contributi sono destinati a finanziare
prestazioni (rimborso delle cure, assegni familiari) che hanno assunto da tempo
una valenza universale: nel senso che riguardano l’insieme dei cittadini e dei
residenti francesi e non hanno più niente a che vedere con il “salario aggiunto”
assegnato ai salariati a capo di nuclei familiari numerosi istituito nel 1945. Non
ha alcun senso continuare a far pesare unicamente sui salari il finanziamento
delle suddette prestazioni, il quale dovrebbe invece dipendere dalla solidarietà
nazionale, soprattutto in un periodo in cui il lavoro è già tassato a dismisura e in
cui si cerca di favorire la creazione di posti di lavoro. Come è stato fatto notare
da Jacques Chirac e dal ministro della Sicurezza sociale Philippe Bas, la
rimodulazione dei contributi da parte del datore di lavoro sotto forma di
“contributo sul valore aggiunto” (CVA) è una diretta emanazione del CSG creato
da Michel Rocard nel 1991, il quale aveva esteso l’imponibile dei contributi
salariali per malattia e famiglia dai soli salari all’intero complesso dei redditi.
Questo ascendente rocardiano, improvvisamente rivendicato da Chirac e Bas,
può sorprendere e dimostra, in primo luogo, che determinati trend positivi
finiscono per avere la meglio sulla mania della cancellazione e della rottura con
il passato. Il che è alquanto rassicurante.
Sennonché, nel momento in cui si cominciano ad analizzare i problemi pratici
sollevati dal CVA, le cose si fanno più complicate. Annunciata da Lionel Jospin
nel 1997, la riforma venne ben presto insabbiata, dopo che il rapporto Malinvaud
ebbe denunciato i rischi di un’accresciuta pressione fiscale per le imprese. Di
fatto, per definizione, il valore aggiunto di un’azienda consiste nella differenza
tra il valore delle sue vendite e il valore dei consumi intermedi da essa acquisiti
da altre aziende. Ed equivale, sempre per definizione, alla somma di massa
salariale e “margine operativo lordo”, cioè il guadagno lordo che rimane
appannaggio dell’azienda dopo che sono stati pagati i salari. Il passaggio da un
contributo da parte del datore di lavoro fondato unicamente sui salari a un
contributo fondato sul valore aggiunto si traduce dunque necessariamente in un
aumento del prelievo sui redditi d’impresa, e deve essere assunto in quanto tale:
come per il CSG, si tratta propriamente di estendere l’imponibile dei prelievi
sociali per porre un freno (parziale) alla progressiva rarefazione delle imposte
dirette che pesano sui redditi da capitale. In ogni caso, i rischi economici inerenti
a tali trasferimenti non vanno esagerati. In media, la massa salariale (contributi
inclusi) rappresenta i due terzi del valore aggiunto delle imprese. Se i 0,6 o 0,7
punti di imposta sul valore aggiunto (IVA) vengono arrotondati a 1 punto di
contributo sui salari pagati (nessuno si aspetta che la riforma, ammesso che veda
la luce nel 2006, frutti più di 1 punto), le imprese che ci guadagneranno saranno
quelle che si riveleranno, in quanto a manodopera, più intensive della media, e le
imprese che ci perderanno saranno quelle dei settori a più forte capitalizzazione
(come l’energia). In pratica, la griglia coincide solo in modo imperfetto con il
carattere più o meno innovativo delle imprese: per esempio, esistono molte
società di servizi che sono ugualmente intensive in fatto di (alti) salari.
Comunque, al di là di questo effetto secondario, tutte le imprese vedranno
ribassato il costo relativo del lavoro, ed è poco verosimile che l’“effetto
occupazione” non ne tragga vantaggio.
Un altro motivo di confusione riguarda il fatto che i prelievi sul valore
aggiunto vengono percepiti in modo molto diverso a seconda che il prelievo
avvenga direttamente sulla somma dei salari e dei redditi da impresa (nel qual
caso il MEDEF si preoccupa per le imprese) o indirettamente sulla differenza tra
valore delle vendite e valore dei consumi intermedi, come fa il CVA (nel qual
caso sarà la CGT a preoccuparsi per i consumatori). Nondimeno, l’incidenza
finale di CVA e IVA è evidentemente la stessa: in entrambi i casi, il prelievo avrà
ripercussioni in parte sui prezzi (il che consente di trasformare in contribuenti
anche i pensionati, il che è positivo) e in parte sui fattori di produzione
capitale/lavoro. L’unica differenza palese è che l’IVA permette di tassare le
imprese francesi che vendono in Francia, mentre il CVA tassa le imprese francesi
che vendono all’estero. L’altro vantaggio dell’opzione IVA è che l’imponibile
esiste già. Se invece si rinunciasse a tale opzione, allora l’unica via percorribile
consisterebbe nell’introduzione di un CVA fondato grosso modo sulla somma di
salari e redditi d’impresa netti soggetti all’imposta sulle società. Il rischio
principale, nei termini di una potenziale minaccia per una riforma del genere,
sarebbe insomma quello di dar vita in qualche modo a un nuovo imponibile
difficile da controllare: il che creerebbe moltissimi posti di lavoro presso i
consulenti fiscali incaricati di aggirare la riforma stessa e a pessimi risultati per
chiunque e ovunque.
SUCCESSIONI, LA LIBERTÀ MEDIANTE TASSAZIONE

27 febbraio 2006

Passata quasi inosservata in questo periodo di fatti di cronaca ad alta tensione,


la riforma delle successioni approvata la settimana scorsa è tuttavia ricca di
implicazioni concrete per milioni di francesi. L’obiettivo dei deputati è
“semplificare le successioni”. Si tratta di porre fine a situazioni inestricabili
create dalle passate rigidità del nostro sistema successorio, rigidità che gli
sviluppi della nostra società non hanno fatto altro che aggravare. La legge
prevede di facilitare le trasmissioni dirette ai nipoti, di adeguare le donazioni ai
casi di famiglie ricomposte, nonché di passare dalla regola dell’unanimità a
quella dei due terzi per le gestione delle proprietà indivise.
L’accusa che si potrebbe muovere al testo è quella di essere troppo timoroso e
di proporre solo mezze misure in un campo in cui s’impone da tempo un grande
repulisti. In particolare, il progresso sui PACS è molto relativo. Il partner che
sopravvive disporrà di un diritto temporaneo di godimento di un anno,
dell’alloggio comune, il che è davvero poco in rapporto ai diritti abitualmente
attribuiti al congiunto rimasto in vita quando si tratti di un congiunto legittimo e
dell’altro sesso. E non è illecito chiedersi se questo diritto in termini troppo
moderati (il quale, è vero, non esisteva nemmeno al momento dell’istituzione dei
PACS) non sarebbe più un disincentivo che un incentivo per le coppie
omosessuali in materia di regime comune.
Rimane comunque il fatto che, affrontando il problema della semplificazione
e delle nuove libertà, e non concentrandosi sul falso problema delle aliquote
fiscali, questa legge può contribuire a indirizzare il dibattito francese nella
direzione giusta. Contrariamente a un’idea inesatta ma molto diffusa, il problema
dell’imposta successoria non consiste nel suo livello d’imposizione.
Storicamente, le aliquote applicate alle successioni in linea diretta sono sempre
state, in Francia, relativamente modeste, con un’aliquota superiore del 40% dal
1983 a oggi (negli anni sessanta-settanta era del 15-20%) applicabile soltanto
alla frazione delle successioni superiore a circa 2 milioni di euro (per erede). In
concreto, l’effetto ribasso fa sì che l’aliquota effettiva per un patrimonio di 1
milione di euro – livello raggiunto da meno dello 0,3% dei decessi – ereditato da
un congiunto e due figli, risulta oggi di appena il 15%. Si tratta, insomma, di
aliquote relativamente modeste rispetto a quelle applicate in molti paesi.
Per esempio, si dimentica spesso che l’aliquota superiore dell’imposta
successoria americana è stata, dagli anni quaranta agli anni settanta, del 77%, e
che dagli anni ottanta è del 55%, livello mai raggiunto in Francia. E se Bush
prevede di ridurre progressivamente il tasso dal 55% per portarlo allo 0% da qui
al 2011 (soppressione integrale della death tax), è poco probabile che una legge
pluriennale del genere arrivi a essere approvata, tante sono le critiche che ha
sollevato, soprattutto da parte dei self-made men, i quali non vogliono che i loro
figli si trasformino in ereditieri. In realtà, il primo problema del sistema francese
sta nella sua eccessiva rigidità.
Oltreoceano, il principio di libertà s’incarna, dal punto di vista fiscale, nella
libertà assoluta lasciata agli individui di trasmettere il loro patrimonio come
meglio credono: quale che sia il legame tra il donatario e gli eredi, le aliquote
sono le stesse e, nel caso specifico, relativamente elevate per i grossi patrimoni.
In Francia è l’esatto contrario: se si ha la saggia idea di lasciare il patrimonio
ai figli legittimi, e in parti uguali, allora l’imposta è leggera. Ma se si cerca di
lasciare qualcosa a un’affascinante persona incontrata alcuni mesi prima del
decesso, o a un compagno dello stesso sesso, allora si abbattono sul reprobo i
fulmini del fisco: le trasmissioni in linea familiare indiretta (fratelli, sorelle ecc.)
e tra non parenti sono tassate in modo radicale, con aliquote comprese tra il 35 e
il 55% a seconda dei casi. Intriso di tradizione cattolica e insieme napoleonica, il
nostro sistema di successione non è probabilmente mai stato un buon sistema. E
con l’evoluzione dei costumi, l’invecchiamento ecc., è diventato francamente
problematico.
Certo, con la nuova legge siamo ancora ben lontani da un sistema
soddisfacente, che rimane ancora tutto da inventare (è giusto che la libertà
assoluta subisca qualche limitazione). Ma alcune disposizioni votate la settimana
scorsa sono nettamente orientate nel senso di una relativa libertà nella
trasmissione dell’eredità. Per esempio, la possibilità concessa a un erede di
rinunciare alla sua parte a beneficio di un fratello o di una sorella disabili, può
magari sembrare poca cosa, ma mette in discussione abbastanza profondamente
il sacrosanto principio della divisione in parti uguali all’interno delle fratrie e
sottolinea il carattere liberticida del precedente sistema.
Più in generale, il nuovo orientamento permetterà forse di rafforzare l’idea
secondo cui una buona imposta è un’imposta che assicura al potere pubblico le
risorse necessarie per finanziare le spese collettive, che lo fa in modo giusto e
progressivo (a volte pesantemente progressivo) e, soprattutto, soddisfa questi
due obiettivi nella maniera meno intrusiva possibile per le persone come per le
imprese.
La libertà mediante tassazione, per così dire.
RIFLETTERE SU UN NUOVO CDI

27 marzo 2006

Bisogna bruciare il contratto di primo impiego (CPE)? Per farsi un’opinione


sarà utile cominciare a ricordare quali sono le ragioni per cui i contratti di lavoro
devono essere rigorosamente regolati dalla legge, e non potrebbero mai essere
lasciati alla mercé del libero gioco del mercato. In primo luogo, il mercato del
lavoro interessa delle persone e i salariati devono essere protetti contro eventuali
decisioni discriminatorie prese dai datori di lavoro (che sono a loro volta
persone, mosse talvolta da motivazioni non economiche: come chiunque,
possono essere sessisti, razzisti, omofobi ecc.).
In secondo luogo, dal punto di vista strettamente economico, la peculiarità del
mercato del lavoro sta nello stabilire rapporti durevoli tra due parti, rapporti nel
cui contesto l’una e l’altra realizzano specifici investimenti. Per esempio, un
salariato sarà indotto, per adempiere bene alle proprie funzioni, a traslocare, ad
acquisire competenze e abilità particolari, a mettere in discussione le proprie
abitudini e la propria identità personale ecc.
Si tratta di investimenti importanti e spesso finalizzati al posto occupato, nel
senso che il salariato non potrebbe valorizzarli in pari misura all’interno di
un’altra impresa. Per cui, una volta che il lavoratore li ha realizzati, il datore di
lavoro viene a trovarsi in una posizione di forza nei confronti del salariato, che
può intimidire minacciandolo di licenziamento o di decurtazione del salario. In
previsione di una tale precarietà, il salariato investe meno e tutti ne fanno le
spese. Ecco perché è nell’interesse del lavoratore, del datore di lavoro e
dell’efficienza economica in generale regolamentare in termini rigorosi i
contratti di lavoro, in particolare le condizioni di licenziamento.
Forte di questo canone classico (ma spesso dimenticato dai sostenitori del
mercato a ogni costo), il rapporto Blanchard-Tirole ha proposto, nel 2003, una
riforma globale dei contratti di lavoro.
Prima proposta: per favorire investimenti duraturi, il contratto a tempo
indeterminato (CDI) deve diventare la norma, e il contratto a tempo determinato
(CDD, che oggi interessa l’80% delle assunzioni) l’eccezione, eventualmente
sopprimendo i CDD e istituendo un contratto unico sotto la forma di un CDI
rinnovato.
Seconda proposta: affinché ci pensino due volte prima di licenziare e
“internalizzino” il costo sociale completo di un licenziamento, le imprese
devono pagare, in caso di rottura del contratto unico, non solo il costo degli
assegni di disoccupazione ma anche quello dei reinserimenti e della formazione.
A tal fine, il rapporto propone di rimodulare i contributi da parte del datore di
lavoro in ragione dei licenziamenti passati.
In quale misura il CPE risponde a tali obiettivi? In nessun modo, si sarebbe
tentati di dire. Il periodo di prova di due anni, durante il quale il datore di lavoro
può rompere il contratto tramite lettera raccomandata senza indicare il motivo,
implica margini di precarietà ancora superiori a quelli di un CDD, in base al quale
il salariato è quantomeno sicuro di percepire il salario per sei o dodici mesi.
L’effetto psicologico è perciò disastroso e contrario all’obiettivo cercato, poiché
il CPE è formalmente a tempo indeterminato. Tutti, ovviamente, preferiscono i
CPE agli stage (non remunerati) ma, in assenza di una regolamentazione
vincolante dei secondi, nessuno può dirsi sicuro che i primi si avviino a
sostituirli. E se indennità e assegni di disoccupazione, alla chiusura di un CPE,
sono migliori che alla chiusura di un CDD (e anche di un CDI standard), il tasso
del 2% previsto per finanziare le misure di accompagnamento e di formazione è
molto modesto. Il regime dei due anni introduce inoltre una forte discontinuità,
non sprovvista di effetti perversi. Annunciando con tanta fretta una tale misura,
il premier ha finito per tradire quella linea di “crescita sociale” che aveva
sostenuto in precedenza, e che una riforma pronta a contemplare l’allargamento
dei contributi da parte del datore di lavoro ai redditi d’impresa (annunciata a
gennaio e appoggiata dai sindacati) avrebbe permesso di riaffermare con una
chiarezza molto maggiore.
Un CPE migliorato può insomma costituire una tappa importante nella
direzione di un nuovo contratto unico generalizzato a tempo indeterminato,
magari con il concorso di una vera previdenza sociale professionale? Dal
momento che un obiettivo del genere è fondamentalmente condiviso da tutti i
responsabili politici e sindacali, anche se nessuno sa come concretizzarlo, la
domanda non è comunque illegittima. Attenzione, però: quale che sia il metodo
applicato, una tale riforma dovrà inevitabilmente fare i conti con gli ayatollah, i
quali vi leggeranno una flessibilizzazione dell’attuale CDI e l’avvento del “diritto
di licenziare”.
Infatti, se è naturale far pagare alle imprese il finanziamento di una vera
assicurazione dei percorsi professionali nel quadro di un servizio pubblico
rinnovato in tema di occupazione e di formazione, è anche legittimo offrire
garanzie giuridiche ai datori di lavoro, definendo in anticipo quanto dovranno
pagare in caso di difficoltà.
Il dovere di tracciare bilanci di competenze e proporre nuove formazioni è un
mestiere in sé, che le imprese sono in grado di assolvere solo fino a un certo
punto, come i giudici sono in grado di valutare correttamente solo fino a un certo
punto la situazione economica dell’impresa.
Speriamo che il governo e le parti sociali sappiano approfittare del dibattito in
corso sul CPE per far progredire la qualità del dibattito stesso.
IL PS S’INTERROGA SUL FISCO

29 maggio 2006

Il Partito socialista è ora entrato nella fase finale della messa a punto del suo
programma 2007-2012. Il progetto deve essere completato tra la fine di maggio e
il 6 giugno, e poi approvato dai militanti il 22 giugno. In linea di principio, il
programma, una volta approvato, impegnerà il candidato socialista all’elezione
presidenziale, chiunque esso sia.
In questi documenti programmatici è sempre largamente presente un risvolto
retorico. L’obiettivo, spesso, è quello di dare l’impressione di una ricchezza e
molteplicità di proposte, guardandosi bene dal formularle con troppa precisione,
onde lasciarsi ampi margini di manovra una volta al potere. Sui temi più delicati,
la guerra tra leader sconsiglia nette prese di posizione: il programma si limiterà
dunque a indicare che la legge Fillon sulle pensioni deve essere “rivista”, senza
ulteriori precisazioni. Sui temi di maggiore convergenza si coglie invece
l’occasione per riaffermare i grandi principi: la scuola deve essere laica e
favorire l’integrazione, il fisco deve essere progressivo e favorire la creazione di
nuovi posti di lavoro ecc. L’impegno di ridurre gli effettivi delle classi a 18
alunni nelle ZEP, che, fino a poco fa, “creava consenso”, si è visibilmente
trasformato in una semplice proposta che mira a “concentrare le risorse a
disposizione sui territori che accumulano le maggiori difficoltà”, una formula
meno precisa e quindi meno vincolante. Sulla riforma dei contributi da parte del
datore di lavoro, la formulazione oggi usata (“favorire le imprese che assumono
cambiando il modo di calcolare i contributi da parte del datore di lavoro”) brilla
anch’essa per la sua imprecisione. Il timore è che la bella unanimità
manifestatasi al congresso si traduca, come nel 1997, nell’assenza di autentiche
riforme strutturali, a meno che il governo Villepin decida di riprendere le
proposte di Jacques Chirac, il quale, nel 2006, aveva chiaramente auspicato un
contributo sull’insieme del valore aggiunto delle imprese (e non più sui soli
salari). Rimessa all’ordine del giorno, tale misura, sostenuta dai sindacati ma
divisiva sia in seno alla destra sia in seno alla sinistra, potrebbe diventare uno dei
propositi faro del dibattito economico e sociale del 2007.
La proposta più audace oggi formulata dal PS riguarda la fusione IR e CSG.
Attenzione, però: come tutte le grandi riforme fiscali, una riforma del genere è
tutto meno che tecnica. Sicuramente auspicabile nel suo insieme, la riforma
coinvolge obiettivi sociali e politici di fondo, e non ha alcuna possibilità di
passare se non se ne valutano tutte le implicazioni e se la sua eventuale
approvazione non viene preceduta da un ampio dibattito democratico. Spicca, tra
le altre, una questione relativa alla natura familiare o individuale dell’imposta. Il
CSG è un’imposta strettamente individuale: l’imposta dovuta dipende solo dal
reddito della persona interessata e non dai redditi degli altri membri della
famiglia o dal numero dei figli. Del resto, è stato proprio il fatto di non tener
conto del nucleo familiare a indurre il Consiglio costituzionale a invalidare gli
sgravi del CSG per i bassi salari, il che ha portato il governo Jospin a introdurre la
prime pour l’emploi, il sistema di sgravi-indennità per l’occupazione (PPE). L’IR
viene invece calcolata in base alla composizione e alla situazione delle famiglie,
con tutto un florilegio di disposizioni legislative che recano la distinzione tra
coppie sposate e coppie da PACS, pseudogenitori single salario minimo garantito
e conviventi vari, figli a carico e figli non a carico ecc. E se il sistema più
soddisfacente dovrà approdare a una individualizzazione dell’IR (con l’aggiunta
di una riforma degli assegni familiari), il tutto non potrà certo farsi in un giorno,
come è stato dimostrato dal precedente delle riforme fiscali del 1948-1959.
Ci sono voluti – è bene ricordarlo – più di vent’anni per fondere la “tassa
proporzionale” (quasi individuale) e la “supertassa progressiva” (familiare) in
un’unica imposta sul reddito.
Inoltre la fusione di IR e CSG coinvolge un obiettivo di fondo ancor più
sensibile. Il CSG è un’imposta finalizzata a uno stanziamento, nel senso che le
sue entrate finanziano essenzialmente una spesa pubblica ben determinata, ossia
l’assicurazione sanitaria. I sindacati la difendono con forza, perché essa
garantisce un buon livello di finanziamento della sanità per tutti i francesi. Di
più: il suo concorrere a uno stanziamento effettivo la esclude da ogni eventuale
ribasso: ogni uomo politico che proponesse un ribasso del CSG dovrebbe
immediatamente spiegare come intende comportarsi per ridurre nella stessa
misura le spese della sanità (esercizio quanto mai pericoloso).
Il problema è che il prezzo da pagare per questa “salvaguardia a oltranza”
delle spese per la salute sarebbe esorbitante: l’IR si trova de facto a finanziare un
vasto complesso indistinto di spese diverse, e nel corso degli anni è
effettivamente diventata “un’imposta da ribassare”, dal momento che frutta al PIL
appena il 3%, vale a dire due o tre volte meno rispetto agli altri paesi sviluppati.
Una fusione progressiva di IR e CSG, con adozione del prelievo alla fonte, è
insomma l’unico modo di uscire dall’impasse nella quale attualmente si trova il
debito fiscale francese.
IMPOSTA FINALIZZATA, ZONA MINATA2

12 giugno 2006

Il problema è antico quanto le finanze pubbliche: le imposte devono esse


finalizzate al finanziamento di spese pubbliche specifiche, oppure devono
concorrere al bilancio generale? In teoria, la dottrina tradizionale è chiara: i
prelievi finalizzati a stanziamenti specifici sono una porta aperta alla demagogia
e al populismo e dovrebbero essere cancellati. In pratica, la realtà è ben più
complessa.
Le imposte che concorrono al bilancio dello Stato – imposta sul reddito (IR),
IVA, imposta sulle società (IS) ecc., per un totale del 16% del PIL – rispettano
indubbiamente il principio di non finalizzazione: i deputati non possono decidere
di destinare l’IR alle scuole, l’IVA all’esercito ecc., ed è certo meglio così. Così
come, in genere, non sono finalizzate a spese particolari le imposte destinate alle
collettività locali (circa il 5% del PIL). Per contro, i prelievi (in particolare
contributi previdenziali e CSG) che finanziano la previdenza sociale si richiamano
chiaramente alla logica dei prelievi finalizzati: contributi specifici alimentano
fondi destinati alle pensioni, alle indennità di disoccupazione, all’assicurazione
sanitaria, agli assegni familiari ecc. I prelievi così riservati alla previdenza
sociale rappresentano il 21% del PIL, equivalente all’insieme del bilancio dello
Stato e del bilancio delle collettività locali.
Il prelievo si giustifica facilmente per i contributi pensionistici e di
disoccupazione, i quali seguono una logica contributiva: i diritti alla pensione e
agli assegni dipendono dai contributi versati dai salariati, e sono calcoli che
vanno tenuti separati dalle altre quote di prelievo. Ma, per quanto riguarda i
contributi per malattia e famiglia, i quali finanziano prestazioni (rimborsi delle
cure e delle medicine, assegni familiari, assegno per genitori single ecc.) da
tempo connotate da una valenza universale, la logica è meno evidente. Queste
spese riguardano l’insieme dei cittadini e dei residenti francesi
(indipendentemente dai contributi versati). Si richiamano a una logica ispirata
alla solidarietà nazionale e ai diritti fondamentali, come molte spese del bilancio
generale dello Stato, per esempio nel campo della scuola.
Le parti sociali, del resto, sono particolarmente in sintonia con la logica del
prelievo finalizzato, e fanno notare che essa sola permette ai francesi di disporre
di una previdenza sanitaria di alta qualità. In altri termini, se l’assicurazione
sanitaria fosse finanziata a partire dal bilancio generale, come accade per
esempio nel Regno Unito, i francesi finirebbero, come i britannici, per avere un
analogo sistema pubblico mal funzionante. L’argomento ha un suo peso e non
può essere eluso tanto facilmente. Per esempio, proprio perché finalizzato, il CSG
non può essere ribassato: ogni uomo politico che proponesse un ribasso del CSG
dovrebbe immediatamente spiegare come intende comportarsi per ridurre le
spese della sanità. E non a caso nessuno si lascia andare a un esercizio tanto
rischioso.
Può un’identica logica spiegare anche i ribassi conseguenti alle imposte dello
Stato, le quali invece finanziano solo un insieme indistinto di spese difficilmente
individuabili? Nessuno, in realtà, si mobilita contro i ribassi di IR e IS, anche se
tali imposte contribuiscono a finanziare scuole, università ecc. In altri termini, il
fatto di “salvaguardare a oltranza” certe spese comporta conseguenze negative
per altre spese, a volte non meno indispensabili.
Il dibattito è complesso, ma possiamo essere sicuri di una cosa: l’architettura
globale del nostro sistema non cambierà. E, dal momento che si mantengono i
contributi finalizzati ai settori famiglia e malattia, la soluzione giusta è che questi
prelievi sacrosanti non si fondino solo sul lavoro ma sulla più ampia base fiscale
possibile. Non ha alcun senso continuare a far pesare sui soli salari i
finanziamenti di spesa che si richiamano ai principi di solidarietà nazionale,
soprattutto in un periodo in cui il lavoro è già tassato a dismisura e in cui si cerca
di favorire la creazione di nuovi posti di lavoro. Ecco perché, al di là delle
discussioni tecniche sulle modalità della riforma (contributo da parte del datore
di lavoro generalizzato che pesi sia sui salari sia sui redditi d’impresa –
sicuramente il miglior compromesso tecnico e politico –, contributo sull’insieme
del valore aggiunto, IVA per finanziare la previdenza), l’allargamento
dell’imponibile dei contributi da parte del datore di lavoro è fondamentalmente
una buona riforma. Essa si colloca su una linea di diretta continuità con il CSG,
creato nel 1991 giusto per estendere l’imponibile dei contributi salariali per
malattia e famiglia dai soli salari al totale dei redditi. E se, come pensano certi
economisti, ogni tentativo di tassare i redditi d’impresa è, nell’attuale contesto
internazionale, destinato al fallimento, sarà sempre possibile ribassare l’imposta
sulle società più in fretta del previsto. Quantomeno si sarà riusciti a
sensibilizzare le parti sociali e i cittadini al problema chiave dell’armonizzazione
fiscale europea e al fatto che l’attuale sistema dei prelievi finalizzati non fa che
esasperare le tendenze più retrive all’opera in Europa (tassazione accresciuta del
lavoro, in particolare quello poco qualificato, e detassazione progressiva del
capitale e del lavoro altamente qualificato).
2 Nell’originale Impôt affecté, terrain miné. (N.d.T.)
ABOLIRE L’IMPOSTA DI SUCCESSIONE?

28 agosto 2006

Monumento intoccabile, oggetto di riforma solo una o due volte ogni secolo,
l’imposta sulle successioni potrebbe diventare uno degli elementi di fondo del
dibattito per le elezioni presidenziali del 2007. Da un ventina d’anni, sospinto
dal timore di un invecchiamento generalizzato dei patrimoni, il dibattito si è
concentrato in particolare sulla tassazione delle donazioni, vale a dire sulle
trasmissioni dei patrimoni da parte delle persone ancora in vita e non decedute. E
sia la destra sia la sinistra hanno suggerito vari alleggerimenti fiscali mirati, per
incoraggiare i vecchi genitori a trasmettere i loro beni prima che i figli diventino
a loro volta dei pensionati.
Il dibattito, oggi, sta però prendendo una direzione molto diversa, in senso ben
più radicale. Dopo aver auspicato, negli otto mesi trascorsi a Bercy nel 2004, un
netto ribasso delle aliquote, Nicolas Sarkozy si pronuncia ora per una
soppressione totale dell’imposta sulle successioni. Ultimo episodio degno di
nota: la nuova proposta di un fortissimo calo delle aliquote formulata due
settimane fa dal ministero del Bilancio, sostenuto dall’UMP ma, a quanto pare,
respinto dal primo ministro.
L’orientamento in senso radicale difeso dal presidente dell’UMP fa infatti
digrignare i denti persino nella maggioranza, tanto è antitetico all’orientamento
precedente. Alain Lambert, ex ministro UMP del Bilancio, ha rilevato, per
esempio, che senza la leva assicurata dai diritti di successione lo Stato non
disporrebbe più di strumenti per incoraggiare la trasmissione anticipata del
patrimonio, aggiungendo che “l’idea che il patrimonio francese sia detenuto
domani da una maggioranza di novantenni [lo] terrorizza non poco”. In termini
più classici, numerosi esponenti della maggioranza, tra cui il primo ministro,
hanno mostrato preoccupazione per il varco che, in questo modo, si aprirebbe
alle incursioni della sinistra: difficile dire di voler difendere la parità delle
opportunità invocando l’abolizione dei diritti di successione, i quali, dalla
Rivoluzione francese in poi – e ancor più con l’avvento della Terza repubblica,
che nel 1901 li ha resi progressivi – svolgono un ruolo essenziale nella
limitazione dell’immobilismo sociale. Negli Stati Uniti e in Italia, i tentativi di
Bush e di Berlusconi di abolire l’imposta sulle successioni hanno suscitato forti
resistenze, non escluse quelle dei miliardari come Warren Buffett o Bill Gates, i
quali, considerandosi dei self-made men, non desiderano che i loro figli si
trasformino in ereditieri.
Contrariamente a un’idea fasulla ma ovviamente molto popolare, il problema
dell’imposta sulle successioni non consiste nel livello delle loro aliquote. Le
entrate attuali (nel 2006 poco più di 7 miliardi di euro, ossia 0,4 punti di PIL) si
collocano in realtà, dal punto di vista storico, a livelli relativamente bassi
malgrado la buona salute insolentemente dimostrata dallo stato dei patrimoni.
Sono certo in aumento, conseguenza automatica del continuo rialzo sia dei corsi
immobiliari e borsistici sia del lento processo di ricostituzione dei patrimoni
delle famiglie dopo i traumi subiti a seguito delle due guerre mondiali. Ma le
entrate dell’imposta sulle successioni sono passate da 0,2 punti di PIL nel 1950 ad
appena 0,3-0,4 punti nel decennio 1990-2000, e rimangono sensibilmente
inferiori a quelle del 1990, altro periodo molto prospero per gli attivi immobiliari
e finanziari. All’epoca equivalevano per lo Stato, prima dell’adozione della
progressività, a quasi 1 punto di PIL. E questo malgrado il fatto che il patrimonio
totale delle famiglie francesi si fosse riportato, negli anni 1990-2000, sui livelli
precedenti al 1914 e si collocasse nel 2006 attorno ai 4 o 5 punti di PIL, proprio
come un secolo prima. In altri termini, le famiglie nel 2006 detengono in media
patrimoni equivalenti a quattro o cinque annualità di reddito nazionale (per
esempio 160.000-200.000 euro di patrimonio per un reddito annuo di 40.000
euro, il che dipende naturalmente dall’età, dalle eredità ricevute ecc.),
esattamente come le famiglie della Belle Époque. Il fatto che le entrate non siano
però mai tornate sui livelli precedenti si spiega con una serie di fattori: le molte
esenzioni e nicchie fiscali accumulate nel corso dei decenni, invecchiamento
continuo della popolazione, dunque allungamento della durata media tra una
trasmissione e l’altra ecc.
Riassumendo, i patrimoni sono oggi alquanto prosperi e non esiste alcun
motivo economicamente valido per ridurre in misura massiccia un’imposta sulle
successioni che sta fruttando così poco – circa due o tre volte meno di un secolo
fa, mentre nel medesimo periodo il peso globale dei prelievi è triplicato,
passando da 15 a 45 punti di PIL (il carico che pesa sul lavoro rappresenta, da
solo, più di 20 punti di PIL, e sarebbe, se mai, molto più urgente alleggerire
quello, ammesso che i margini di manovra del bilancio lo consentano).
L’imposta sulle successioni merita insomma un dibattito serio, soprattutto per
affrontare i problemi dell’allungamento della durata della vita e dell’estrema
rigidità delle regole francesi in materia di successione (l’imposta per la
trasmissione in linea diretta è leggera, ma è troppo pesante per i non appartenenti
alla famiglia, il che non facilita granché la circolazione dei patrimoni). Ma la
massiccia riduzione del carico contribuirebbe solo a dar corpo all’idea secondo
cui il XXI secolo vedrà l’avvento di un ipercapitalismo che non avrà più nessun
punto in comune con le imposte sul capitale del XX secolo.
DEL BUON USO DELLA CONCORRENZA SCOLASTICA

25 settembre 2006

Il dibattito sulle virtù della concorrenza scolastica si va via via imponendo


anche in Francia. Per Nicolas Sarkozy il programma è elementare: basta
sopprimere, nella disputa in corso, la gratuità scolastica e sostituirla “con
niente”. Il semplice gioco della concorrenza tra scuole e collegi privati
permetterà così di aumentare la qualità di tutti gli istituti, potendo ciascuno
liberamente sviluppare il suo progetto pedagogico e trovare la sua nicchia nel
mercato educativo.
È un modo di pensare perfettamente legittimo. Non esiste alcuna attività per la
quale le forze della concorrenza non facciano valere le loro virtù. L’idea secondo
cui certi settori (scuola, sanità, cultura ecc.) potrebbero farne a meno è
un’aberrazione. Che cosa diventerebbe la creazione letteraria o artistica se si
vietasse la concorrenza tra case editrici e gallerie d’arte e si sottomettesse
l’insieme del settore a una sorta di funzionariato? Nella domanda scolastica la
concorrenza esiste eccome, e la pressione esercitata dai genitori sugli insegnanti
e sui direttori scolastici ha senza alcun dubbio effetti benefici.
Occorre tuttavia analizzare in modo corretto le forze e i limiti inerenti al gioco
della concorrenza. Per semplificare, possiamo dire che il primo criterio è il grado
di complessità e soprattutto di differenziazione del bene o del servizio
considerato. Quando si tratta di produrre un bene o un servizio che può e deve
assumere una molteplicità di forme in modo da adeguarsi all’infinita diversità
dei gusti e dei bisogni dei clienti e degli utenti, solo la competizione tra
produttori liberi e responsabili può consentire di ottenere l’esito desiderato. Il
fenomeno è del tutto evidente per la creazione artistica e letteraria: quale autorità
centralizzata sarebbe in grado di decidere quali romanzi meritano di essere
pubblicati? Viceversa, quando il bene o il servizio prodotto è relativamente
omogeneo e uniforme, le virtù della concorrenza si fanno più limitate.
Prendiamo il caso dell’istruzione primaria: a partire dal momento in cui la
collettività nazionale è concorde sul programma di conoscenze che tutti i
bambini devono acquisire, i margini di differenziazione si riducono. Sono un po’
più elevati a livello di collegi privati (scelta della lingua ecc.), ma restano
comunque limitati. Senza contare che le innovazioni invocate a gran voce dai
genitori hanno a volte promosso riforme alquanto anomale dei programmi
scolastici.
Il tutto spiega perché le esperienze di adozione generalizzata del principio
della concorrenza nelle scuole primarie e nei collegi privati a partire dal sistema
dei voucher (assegno scolastico che i genitori danno alla scuola di loro scelta),
promosso dall’amministrazione Bush, abbiano dato risultati deludenti in termini
di miglioramento della qualità del servizio educativo e degli esiti scolastici.
In compenso, i costi dell’introduzione della concorrenza possono essere chiari
e immediati, in particolare per le scuole svantaggiate che, altrimenti,
affonderebbero ancor più nella ghettizzazione sociale in cui vivono. Non sarebbe
serio pensare che i modesti guadagni in fatto di efficienza eventualmente
ricavabili dalla competizione generalizzata tra scuole primarie siano tali da
compensare handicap di questo tipo. Per contro, molti studi, non certo
incontestabili (l’economia dell’educazione non è una scienza esatta) e tuttavia
seriamente condotti, suggeriscono che una politica mirata delle risorse a favore
delle scuole svantaggiate potrebbe avere effetti concreti. Per esempio, una
riduzione degli effettivi delle classi a 17 alunni in prima e seconda elementare
nelle ZEP (al posto dei 22 alunni attuali e dei 23 non ZEP) permetterebbe di
ridurre di quasi il 45% la disuguaglianza evidente nei test di matematica
all’ingresso in terza elementare tra ZEP e non ZEP.
Inoltre, il legittimo dibattito sulla concorrenza nel campo dell’educazione
mancherebbe del tutto l’obiettivo se continuasse a focalizzarsi sulla scuola
primaria e secondaria, le quali, in Francia, vantano buoni successi. Già sotto
Jospin, Claude Allègre aveva inutilmente sperperato il proprio capitale politico
muovendo guerra ai “mammut”, mentre la priorità dovrebbe essere quella della
riforma dell’istruzione superiore. Per un semplice motivo: contrariamente
all’istruzione primaria, e in larga misura anche secondario, l’istruzione superiore
è composta da un’infinita varietà di filiere in continuo rinnovamento, a seconda
dei bisogni degli studenti, delle trasformazioni del mercato del lavoro, dei
progressi della ricerca, tutte cose per loro natura imprevedibili. L’insegnamento
superiore è quello che ha maggiori analogie con la creazione artistica. Si adatta
male a strutture di tipo sovietico e ai rapporti, ridicolmente burocratici, oggi in
vigore tra Stato e istituti d’insegnamento superiore. Solo organizzando una
concorrenza regolata tra istituti responsabili e autonomi potremo garantirci un
insegnamento che ci sarà invidiato dal mondo intero, al pari del nostro sistema
sanitario, settore in cui abbiamo saputo sfruttare con intelligenza le forze della
concorrenza (se la professione medica avesse subito, nel 1945, la stessa sorte che
ha dovuto subire oltremanica, noi oggi non saremmo qui). Sarà una strada lunga
da percorrere, ed è tempo che questo tema centrale entri nel dibattito per le
elezioni presidenziali.
LA CORSA A PERDIFIATO DEL SALARIO MINIMO
GARANTITO

23 ottobre 2006

In larga parte, il dibattito tra i candidati socialisti alla presidenza si riassume in


una semplice domanda: di quanto bisogna aumentare il salario minimo garantito
(SMIC)? Per Laurent Fabius non sussistono dubbi: è su questo terreno che egli
intende interpretare la linea “a sinistra tutta” grazie alla quale spera di avere la
meglio. All’inizio, la proposta consisteva nell’elevare lo SMIC dagli attuali 1250
euro lordi al mese a 1500 euro prima della fine della legislatura, vale a dire una
crescita del 20% in cinque anni. Ma siccome la proposta è stata pienamente
accolta nel programma socialista, in quanto condivisa da tutti i candidati, Fabius
si è sentito in dovere di alzare la posta, e ora s’impegna ad aumentare lo SMIC di
100 euro, equivalenti a un aumento dell’8%, “nei giorni immediatamente
successivi all’elezione” e si rifiuta di considerare socialista chiunque rifiuti di
allinearsi.
Sorvoliamo sul carattere allucinante di una tale svolta politica da parte di un
ex ministro delle Finanze che, solo alcuni anni fa, puntava tutto sulla riduzione
delle imposte per i redditi più elevati, sull’esenzione fiscale per i superquadri
stranieri ecc. Al di là della questione della credibilità del suo autore, la proposta
pone problemi di fondo e dimostra fino a che punto sia dannoso rimandare la
scelta del candidato all’ultimo momento (finché non è stato scelto il leader, la
tentazione demagogica impedisce ogni dibattito serio).
Tanto per cominciare, supponiamo che lo SMIC aumenti dell’8% nel 2007. Che
cosa si fa l’anno dopo? Con una crescita di poco superiore al 2% annuo, sarà
molto difficile far crescere indefinitamente i bassi salari dell’8% annuo: per
definizione, non è possibile distribuire più di quanto si sia prodotto. Tanto più
che nel corso degli ultimi anni lo SMIC orario è cresciuto più in fretta dei salari
più elevati (conseguenza del passaggio alle 35 ore). In altri termini, non esiste
calo strutturale dei bassi salari, contrariamente alla situazione che si è registrata,
per esempio, quarant’anni fa: negli anni cinquanta-sessanta il salario minimo era
cresciuto strutturalmente meno in fretta della produzione; da qui il forte recupero
del periodo 1968-1983, con un rialzo del 130% del potere d’acquisto dello SMIC
contro il 40% della produzione.
Il livello dei bassi salari è certo insufficiente in senso assoluto, ma è in linea
con quello degli alti salari, il quale è a sua volta in linea con il livello della
produzione (contrariamente a un’idea in voga, i profitti non crescono più in
fretta dei salari: i conti nazionali indicano che durante gli ultimi dieci anni il
compenso dei salariati si è sempre mantenuto attorno al 65-66% del valore
aggiunto, contro il 34-35% per il margine operativo lordo che resta alle imprese).
In un simile contesto, la responsabilità di un uomo politico non è quella di
firmare assegni in bianco, ma di trovare strade percorribili che consentano di
assicurare in modo duraturo la crescita della produzione e del potere d’acquisto
dei ceti più modesti, il che esige rigore e umiltà.
Di più. Esiste oggi uno strumento molto più flessibile dello SMIC per rivalutare
il potere d’acquisto dei lavoratori a basso salario: la prime pour l’emploi, il
sistema di sgravi-indennità per l’occupazione (PPE). Introdotta nel 2000 dal
governo Jospin, notevolmente incrementata dalla destra dopo il 2002 (a riprova
che il buonsenso ha a volte il sopravvento sulla mania di rottura e di
cancellazione di quanto è stato fatto in precedenza), il PPE sembra oggi suscitare
poco entusiasmo nelle file dei socialisti, più preoccupati dalla corsa a perdifiato
sull’ammontare dell’aumento da riservare allo SMIC. È vero che lo strumento del
PPE deve essere tecnicamente migliorato (il suo versamento mensile non è ancora
ben stabilizzato), ed è bene anche evitare che la sua rivalutazione si accompagni
a un disimpegno dallo SMIC (il che porterebbe a una deresponsabilizzazione dei
datori di lavoro), ma è anche vero che si tratta di uno strumento molto più
flessibile dello SMIC, il quale, proprio perché non consente flessibilità, comporta
da un lato una tassazione uniforme dei compensi a quel dato livello e dall’altro a
un blocco sostanziale della crescita salariale.
Inoltre la logica di ridistribuzione del PPE è profondamente innovativa. Il suo
principio di fondo consiste nell’estendere l’effetto di solidarietà, a beneficio dei
bassi salari, dai lavoratori meno pagati (soprattutto piccoli impiegati, molto
meno ricchi di certi quadri superiori) all’insieme della collettività nazionale, a
seconda del reddito di ciascuno. Non deve sorprendere che la focalizzazione
sullo SMIC susciti più entusiasmo in una sinistra poco e male emancipata dal
marxismo, alla quale piace pensare che l’unica vera disuguaglianza della società
capitalista sia quella che oppone i salariati ai “padroni”, visti come personaggi
eternamente ricchi in rapporto alla massa dei poveri salariati (considerati un
blocco più o meno omogeneo), e soprattutto visti come gli unici a dover pagare
tutte le spese. Un motivo in più perché un tale conflitto abbia fine il più presto
possibile.
VIVA MILTON FRIEDMAN

20 novembre 2006

Deceduto la settimana scorsa all’età di 94 anni, Milton Friedman non era un


personaggio tanto simpatico. Come spesso accade con le persone che coltivano
una convinzione radicale, il suo ultraliberismo economico (fede cieca nel
mercato, discredito sistematico nei confronti dello Stato), andava di pari passo
con un certo antiliberalismo politico (Stato autoritario, anche fascisteggiante,
con conseguente repressione dei perdenti nel libero gioco del mercato). Lo
testimoniano le sue visite di cortesia al regime di Pinochet negli anni settanta. E
la sedicente “liberale” Mont Pelerin Society, che Friedman ha presieduto dopo
Friedrich von Hayek, ha intrattenuto, fino al 1990-2000, rapporti con generali
sudamericani ben poco illuminati.
La morte del premio Nobel per l’Economia del 1976 riveste comunque una
certa importanza perché Milton Friedman non era semplicemente un ideologo
come gli altri. Si possono condividere o meno le sue analisi economiche (per non
parlare delle prese di posizione politiche), ma resta il fatto innegabile che
Friedman fosse un autentico ricercatore. La sua notevole influenza si fonda
prima di tutto sulla meticolosità e sul rigore di cui ha (a volte) saputo dar prova
nei suoi lavori universitari.
Per convincercene, non sarà inutile rituffarci nella sua Storia monetaria degli
Stati Uniti, 1867-1960, un’opera monumentale e ormai classica pubblicata nel
1963, che è all’origine della rivoluzione monetarista. Friedman rivisita un secolo
di capitalismo americano e analizza a fondo, per ogni periodo di recessione o di
espansione economica, i meccanismi che hanno condotto all’una o all’altra
congiuntura. Per cui rivolge un’attenzione minuziosa ai movimenti di breve
periodo della politica monetaria seguita dalla Federal Reserve (la banca centrale
americana), studiati in particolare attraverso i documenti d’archivio e gli atti
originali dei suoi vari comitati. Ovviamente il punto focale della ricerca riguarda
gli anni neri della crisi del 1929, trauma terribile che si è esteso all’Europa e ha
favorito l’ascesa del nazismo, e che costituisce il punto di partenza di ogni
riflessione macroeconomica contemporanea. Per Friedman non sussistono dubbi:
è stata la politica rozzamente restrittiva della Federal Reserve a trasformare il
crac di borsa in una crisi del credito e a far precipitare l’economia nella
deflazione e in una recessione di ampiezza inaudita, con una caduta della
produzione di oltre il 20% e un livello di disoccupazione del 25%. La crisi
sarebbe prima di tutto monetaria, e non avrebbe molto a che vedere con la crisi
dei consumi descritta invece nella vulgata keynesiana (negli anni venti i salari
crescevano allo stesso ritmo della produzione).
Dalla sua analisi, dotta e tecnica insieme, Friedman trae conclusioni politiche
trasparenti: nel quadro delle economie capitaliste, per garantire una crescita
tranquilla e senza contraccolpi occorre e basta seguire una politica monetaria
appropriata, che consenta di assicurare un aumento regolare del livello dei
prezzi. Per Friedman, il New Deal e il suo florilegio di posti di lavoro pubblici
messi in campo da Roosevelt e dai democratici dopo la crisi degli anni trenta e
della Seconda guerra mondiale sono solo una gigantesca fumisteria, costosa e
inutile. In altri termini, per salvare il capitalismo non c’è alcun bisogno né del
welfare state né di un governo tentacolare: basta una buona Federal Reserve.
Nell’America degli anni sessanta-settanta, in cui la sinistra pensava di
completare il New Deal e in cui, nondimeno, l’opinione pubblica iniziava a
preoccuparsi del relativo declino degli Stati Uniti rispetto a un’Europa in piena
crescita, questo messaggio politico semplice e forte fece l’effetto di una bomba. I
lavori di Friedman e della scuola di Chicago contribuirono sicuramente a
sviluppare un clima di sfiducia nei confronti dell’ampliamento infinito del ruolo
dello Stato e a predisporre il contesto intellettuale che condurrà alla rivoluzione
conservatrice Reagan-Thatcher del 1979-1980, con le reazioni a catena che
sappiamo in tutti i paesi.
E, certo, le conclusioni politiche che Friedman ha tratto dalle sue ricerche non
erano esenti da pregiudizi ideologici: una buona Federal Reserve va sicuramente
bene, ma una buona Federal Reserve che si accompagni a un buon welfare state
va probabilmente ancora meglio. Il messaggio di Friedman non avrebbe
comunque avuto la stessa influenza se non fosse stato fondato su una profonda
ridiscussione del consenso d’opinione allora dominante sulle cause della più
grave crisi economica del XX secolo. Oggi, i dibattiti sulla crisi del 1929 e sul
ruolo svolto dalla politica monetaria sono ben lontani dall’essere conclusi, per
cui diventa impossibile ignorare le opere di Friedman.
Il personaggio, antipatico ma implacabile lavoratore, dimostra anche che è una
buona cosa, per il dibattito economico, disporre di universitari di convinzioni
ultraliberiste ma seri nel loro lavoro di ricercatori. Una lezione da meditare
soprattutto in Francia, dove i rari economisti ultraliberisti dichiarati sono
ricercatori mediocri, privi di qualsiasi riconoscimento internazionale, il che
contribuisce solo ad alimentare la pigrizia intellettuale e il conformismo a volte
presenti all’altro lato della barricata.
CALA IL POTERE D’ACQUISTO?

18 dicembre 2006

Le polemiche sul “rincaro del costo della vita” e il calo presunto del potere
d’acquisto dei francesi hanno radici profonde e avranno sicuramente un seguito
ben al di là della conferenza sui redditi organizzata la scorsa settimana a
Matignon, residenza del primo ministro.
Diciamolo subito: le statistiche dell’INSEE, secondo cui negli anni scorsi i
redditi sono cresciuti più in fretta dei prezzi (con un guadagno medio del potere
d’acquisto dell’1,9% annuo) sono difficilmente contestabili. È certo legittimo
considerare le “statistiche ufficiali” con uno sguardo critico, ma respingerle in
modo sistematico con l’argomento che esse rispecchiano il “sentimento” dei
francesi è ingiustificato e populistico. I calcoli di redditi e prezzi effettuati
dall’INSEE si fondano su centinaia di migliaia di rilevamenti individuali, la loro
qualità è internazionalmente riconosciuta. Proporre di gettarli nel cestino in base
a poche decine di rilevamenti di prezzo al supermercato vicino casa non è molto
serio. Se il termometro non indica febbre, è forse perché il paziente soffre di
un’altra malattia.
Nel caso specifico, la verità è che il rialzo del potere d’acquisto è positivo ma
quasi insignificante, e che il paziente non riesce ad abituarsi a questo dato di
fatto. Ricordiamo in primo luogo che il rialzo dell’1,9% annuo (corrispondente
alla crescita del PIL) riguarda la massa dei redditi percepiti dalle famiglie, non
ciascun reddito preso singolarmente. Siccome la crescita demografica si aggira
attorno allo 0,5% annuo, il rialzo del potere d’acquisto per abitante è in realtà
solo dell’1,4% annuo. Se a ciò si aggiunge il fatto che la ricomposizione delle
famiglie e l’invecchiamento portano, anno dopo anno, a una crescita del numero
di famiglie superiore a quella del numero di abitanti (l’1,3% contro lo 0,5%),
appare chiaro che il potere d’acquisto medio per famiglia è solo dello 0,6%
annuo.
Senza contare che l’indice dei prezzi dell’INSEE integra (legittimamente) la
crescita della qualità dei prodotti e dei servizi (alla quale le famiglie si abituano
probabilmente senza rendersene conto), aumentata di circa lo 0,3% annuo. E
senza contare che l’indice dei prezzi applicabile alle famiglie più modeste cresce
dello 0,1-0,2% più in fretta dell’indice medio, in seguito all’aumento del costo di
sigarette e tabacchi in genere. E senza contare che la poca crescita restante dopo
questi tagli viene largamente assorbita da quella delle spese collettive, come i
rimborsi per l’assicurazione sanitaria, crescita che corrisponde a un
miglioramento delle condizioni vita ma che deve scontare la mancata abitudine
da parte delle famiglie…
Riassumendo, diciamo, da un lato, che il rialzo reale del potere d’acquisto è
vicinissimo allo 0%, dall’altro, che il divario tra il rialzo dei prezzi e quello dei
redditi è, stando così le cose, del tutto impercettibile a occhio nudo. Questa
situazione di obiettiva stagnazione del potere d’acquisto, che dura da più di
vent’anni, contrasta singolarmente con i rialzi del 4 o del 5% annuo in auge nel
periodo dei “Trente Glorieuses”, rialzi che ogni cittadino poteva visibilmente
constatare. In una situazione del genere non deve dunque sorprendere
l’impressione predominante di un regresso: non sono le molte famiglie il cui
potere d’acquisto è cresciuto dell’1 o del 2% a farsi sentire, ma quelle il cui
potere d’acquisto è francamente diminuito. Come rammenta con forza il CERC –
il Consiglio per l’occupazione, il reddito e la coesione sociale –, il (debole)
aumento di salario netto medio non impedisce che circa il 40% dei salariati
vedano ogni anno diminuire il loro salario individuale, soprattutto a causa della
variazione della durata del loro periodo di lavoro. Le risorse elargite all’apparato
statistico non ci consentono, purtroppo, di disporre di un campione veramente
rappresentativo dei redditi delle famiglie, l’unico che permetterebbe di
aggiornare e analizzare le traiettorie individuali.
Infine, i rialzi impercettibili del potere d’acquisto medio pesano ben poco in
rapporto agli esempi effettivi di singoli prezzi che crescono a ritmi del 10 o del
20% annuo. Anche se questi prezzi non incidono molto sull’indice medio, il loro
rialzo diventa, in prospettiva, ben visibile, e porta via tutto quanto al suo
passaggio. Per tutte le famiglie che di recente hanno dovuto cambiare alloggio,
la crescita degli affitti non è passata inosservata e ha comportato una perdita
netta del potere d’acquisto sensibilmente superiore al rialzo medio calcolato
dall’INSEE.
Più in generale, in un mondo in cui si percepisce ogni giorno che i corsi
borsistici e immobiliari crescono del 10%, mentre i salari crescono di appena l’1
o il 2%, non dobbiamo sorprenderci che la situazione appaia stagnante. Anche se
un divario del genere si spiega ampiamente con un fenomeno di riallineamento a
lungo termine dei prezzi degli attivi, le sue conseguenze dovrebbero essere
meglio studiate. Per esempio, il dato sul calo della povertà relativa annunciato di
recente dall’INSEE (conseguenza del fatto che i bassi redditi sarebbero cresciuti
leggermente più in fretta della media) probabilmente non reggerebbe se si
tenesse meglio conto dei redditi da patrimonio e delle plusvalenze. Ma, anche
qui, la soluzione consiste non nel gettare il bambino con l’acqua sporca, ma nel
conferire all’apparato statistico e ai ricercatori mezzi adeguati (soprattutto in
termini di accesso ai file fiscali sui patrimoni e sui redditi) per illustrare ai
francesi gli attuali sviluppi.
MILLE MILIARDI DI DOLLARI


2007-2009


OPPOSIZIONE SÌ… MA QUANTO EFFICACE?

15 gennaio 2007

Il semplice fatto di proclamare l’esistenza di un diritto di ricorso contro


l’alloggio assegnato può costituire un mezzo efficace per migliorare le
condizioni abitative più svantaggiate? Molti osservatori sono, in linea di
principio, alquanto scettici. Se bastasse proclamare l’esistenza di un diritto
perché si realizzi, sarebbe tutto facile. Per citare un caso, l’enunciazione del
diritto al lavoro contenuta nella Costituzione del 1946 ha contribuito ben poco al
calo della disoccupazione. Per aiutare in concreto i più svantaggiati non ci si può
limitare all’affermazione di norme generali tipo: occorre mobilitare tutte le
risorse possibili per poter finanziare politiche idonee, per esempio con la
costruzione di case popolari o con speciali sovvenzioni per la casa. Proclamando
a buon mercato, in astratto, l’esistenza di diritti uguali per tutti, si alleggerisce a
volte il pagamento delle tasse e il peso dei trasferimenti fiscali, in modo da
attenuare perlomeno la disuguaglianza quanto mai reale delle condizioni di vita,
ma niente di più.
Nel caso del diritto all’alloggio, il problema è ancora più complicato di quanto
sembri, in quanto, per la sua soluzione, le politiche economiche classiche sono
apparse il più delle volte inadeguate. Fino agli anni settanta, il potere pubblico si
faceva direttamente carico di grandi programmi di costruzione di case popolari,
in parte con successo in parte con gravi insufficienze, come testimoniano i
grandi complessi abitativi HLM (Habitation à loyer modéré, case popolari) oggi
distrutti.
Dagli anni settanta-ottanta in poi, la priorità è passata dagli aiuti all’edilizia
agli aiuti alla persona, sotto forma di sussidi per la casa progressivamente
aumentati, estesi all’insieme delle famiglie meno abbienti e mirati alla solvibilità
delle richieste sia sul mercato privato sia sul mercato pubblico. I sussidi per la
casa sono così diventati il più importante trasferimento sociale del sistema
francese, totalizzando nel 2006 quasi 15 miliardi di euro, ossia una somma che è
quasi il doppio della somma riservata al reddito minimo garantito (SMIC) e al
premio per l’occupazione (PPE) messi assieme. E il loro bilancio, purtroppo, non
è positivo. Come hanno dimostrato i lavori di Gabrielle Fack, le varie riforme
del sistema portano a stimare che circa l’80% dei sussidi per l’edilizia si siano
tradotti in un aumento del canone d’affitto percepito dai proprietari senza un
sensibile miglioramento della qualità. È un esito assai deludente, spiegabile con
la scarsa elasticità dell’offerta casa, nel senso che le costruzioni private hanno
manifestato una reazione troppo debole agli stimoli e agli incentivi.
A fronte di un fallimento tanto generalizzato della politica immobiliare si è
cercato di esplorare percorsi alternativi. Che vantaggio può comportare il diritto
di ricorso contro l’abitazione assegnata? Nella mente delle associazioni e delle
commissioni che si sono adoperate per la soluzione del problema, l’idea è quella
di offrire la possibilità ai male alloggiati di presentare denuncia presso l’unità
amministrativa di riferimento, nel caso specifico agli uffici delle communautés
d’agglomérations, cioé le comunità di cooperazione intercomunale, i quali si
vedrebbero affidati maggiori poteri in materia di politiche della casa, in
particolare per la parte che riguarda gli aiuti per la costruzione degli alloggi
(materiali nel settore dell’edilizia popolare, eventuali ristrutturazioni nel settore
dell’abitazione privata), le assegnazioni degli alloggi stessi e le requisizioni.
In tale prospettiva, l’adozione del diritto di opposizione all’alloggio assegnato
potrebbe aiutare a chiarire le responsabilità dei vari attori pubblici e di
concentrare le risorse da impiegare in modo adeguato. E il tutto potrebbe
rilanciare i programmi edilizi (la chiave del problema, come mostra l’esperienza
delle sovvenzioni). È vero infatti che l’intervento pubblico è perfettamente
legittimo per la produzione di un bene così particolare e complesso come
l’abitazione, fosse anche solo per ragioni urbanistiche, ma è anche vero che esso
va articolato nel modo più efficace.
Si può inoltre sperare che l’adozione di un diritto di opposizione all’alloggio
assegnato promuova una forte mobilitazione locale riguardo alle procedure di
ricorso. L’idea che un tale rimando alla via giudiziaria delle politiche
economiche e sociali possa produrre i suoi frutti è relativamente estranea alla
tradizione francese, anche se è già stata sperimentata in altri paesi.
Questo diritto è oggi divenuto realtà in seguito a un decreto della Corte
suprema indiana del 2001 relativo al diritto a un’alimentazione nutrizionalmente
equilibrata nelle scuole, e in seguito a molti procedimenti di ricorso mossi da
associazioni del ramo presso Stati e collettività indiane. Un esempio che ci
richiama a una precisa realtà: una mobilitazione del genere può produrre risultati
positivi solo se la natura del diritto di opposizione è esplicitamente definita. Nel
caso del diritto di ricorso contro l’assegnazione di una data abitazione occorrerà
prima di tutto definire le condizioni (superfici, affitti, collocazione urbana
dell’alloggio in questione) perché una famiglia possa dirsi male alloggiata. In
particolare è impossibile fare a meno anche di uno solo di questi criteri, per
esempio il canone di affitto, nel caso dello scudo fiscale (“nessun affitto
superiore al 25% del reddito”) proposto dal PS. Ed è necessario far sì che le
condizioni di applicazione dei ricorsi siano chiaramente delineate e comprese da
tutti: in ciò sta il senso della sfida da raccogliere, per dimostrare la validità o
meno del diritto di ricorrere contro l’alloggio avuto in assegnazione.
IMPOSSIBILE PROMESSA FISCALE

12 febbraio 2007

Tra i punti meno credibili del programma di Nicolas Sarkozy, la palma d’oro
va sicuramente assegnata alla promessa di ridurre di 4 punti di PIL il tasso dei
prelievi obbligatori. Per tutti coloro che non hanno la rara fortuna di trastullarsi
ogni giorno con questo tipo di statistiche, l’obiettivo può sembrare astratto e
difficile da valutare. Dopotutto, con un tasso globale sui prelievi alla fonte di
circa il 44% del PIL (sotto forma di imposte, contributi e tasse varie) perché non
prospettare una riduzione di 4 punti? Per aiutare a farsi un’idea e comprendere
fino a che punto un obiettivo del genere non abbia alcuna possibilità di
realizzarsi nel corso della prossima legislatura, non sarà inutile citare alcuni
ordini di grandezza.
4 punti di PIL rappresentano, per esempio, più di quanto possano rappresentare
tutte le entrate accumulate attraverso l’imposta sui redditi, l’imposta sulle
successioni e l’imposta di solidarietà sul patrimonio. Se Sarkozy prevede di
sopprimere queste tre imposte con un gesto magnanimo di impronta augustea, lo
dica! A titolo di confronto, ricordiamo che Chirac è arrivato, nel quinquennio
2002-2007 a ridurre del 20% (o poco meno) l’imposta sul reddito. Il ribasso è
stato però più che compensato dai molti rialzi di tasse e contributi, per cui il
tasso globale di prelievo obbligatorio, stabilizzato dal 1985 attorno ai 42-44
punti di PIL, è in realtà cresciuto di quasi 1,5 punti tra il 2002 e il 2007,
soprattutto durante il periodo in cui l’attuale candidato dell’UMP ricopriva la
carica di ministro delle Finanze a Bercy… Per ridurre infatti di 4 punti di PIL i
prelievi riducendo i deficit bisognerebbe essere in grado di ridurre di 4 punti la
spesa pubblica e indicare esattamente quali sono i punti in questione.
Ora, 4 punti di PIL equivalgono per esempio a quattro volte il bilancio per
l’istruzione superiore e la ricerca, oppure a una riduzione di oltre il 50% della
spesa per la sanità. Come conta di comportarsi Sarkozy per fare tali economie?
Oggi come oggi, le uniche economie vagamente menzionate riguardano le
consuete spese e i consueti sperperi di Bercy, cumulo non da poco – di poco
inferiore allo 0,1% del PIL – che, vista la disinvoltura con la quale il nostro
audace candidato evoca il prelievo alla fonte, ha ben scarse possibilità di essere
sfruttato. La verità è che, considerando che la crescita strutturale delle spese per
la salute e le pensioni (le quali potranno stabilizzarsi solo grazie a una
regolamentazione paziente, innovativa e coraggiosa…), non è né possibile né
auspicabile promettere riduzioni di spesa tanto massicce. Quanto all’idea assurda
secondo cui la crescita consentirebbe di ridurre automaticamente la componente
dello Stato nel PIL, va detto che essa rivela una sorprendente incomprensione
delle dinamiche economiche più elementari: salvo supporre un forte calo dei
salari dell’apparato pubblico (prospettiva poco augurabile per uno Stato che si
pretende efficiente), lo Stato dovrà pur sempre attingere, più o meno, alla
medesima quota di PIL per offrire i medesimi servizi nel campo della salute, della
formazione, delle pensioni ecc. Se la crescita avesse, quale magico effetto,
quello di ridurre massicciamente il tasso del prelievo obbligatorio, il fenomeno
sarebbe già stato visibile, in Francia come all’estero.
In effetti, il modo migliore per valutare la totale assenza di credibilità della
promessa sarkoziana è quello di dare un’occhiata alle esperienze internazionali.
La verità, molto semplice, è che mai nessun paese sviluppato ha abbassato di 4
punti il tasso dei prelievi alla fonte. Nel periodo in cui la rivoluzione
thatcheriana ha prodotto i suoi massimi effetti, dal 1985 al 1995, i prelievi sono
diminuiti, in totale, di appena 2 punti di PIL (prima che Blair li aumentasse
nuovamente di 2 punti, per cui oggi ritroviamo applicato, nel Regno Unito, il
tasso di circa 37-38 punti del 1985). Nicolas Sarkozy prevede di raddoppiare le
prodezze di Margaret Thatcher in un periodo di tempo più breve del doppio? Se
consideriamo i paesi di cui abitualmente si elogia l’esperienza modernizzatrice,
si rileva tutt’al più una stabilizzazione dei prelievi obbligatori, ma in nessun caso
ribassi di 4 punti di PIL: dal 1990 la Svezia ha stabilizzato i prelievi attorno ai 50-
52 punti di PIL, la Danimarca attorno ai 49-50 punti ecc. In Francia, come in tutti
gli altri paesi, nessun governo potrà, in un futuro prevedibile, consentire un
ribasso di 4 punti di PIL in pochi anni.
Lanciando promesse del genere, senza nemmeno darsi la minima pena di
spiegare il punto d’avvio del metodo previsto (non a caso), Nicolas Sarkozy
rivela ancora una volta la sua vera natura. Anziché dire la verità e magari
chiarire il senso della transizione soft dal gollismo al liberalismo sociale
moderno, il candidato UMP incarna in realtà una sorta di gollismo-bushismo
autoritario e populista. Come Bush, che stigmatizzava chi osava denunciare le
conseguenze di estrema disuguaglianza derivanti dalle sue diminuzioni
d’imposta (fuzzy Washington math), Sarkozy ostenta tutto il suo disprezzo per le
statistiche e le analisi che lo contraddicono in pieno. Come il suo modello, la
fede messianica nell’intima convinzione di ciò che vuole il “popolo” (in realtà
alcuni gruppi di pressione di varia specie) lo rende capace di qualsiasi eccesso.
LE ELEZIONI PRESIDENZIALI SUI BANCHI DI SCUOLA

12 marzo 2007

François Bayrou incarna la sintesi ideale tra destra e sinistra auspicata dai
francesi, oppure beneficia, grazie al vuoto che lo circonda, della totale sfiducia
degli elettori nei confronti dei grandi partiti? Per farsi un’idea, non sarà inutile
dare un’occhiata ai programmi dei vari candidati in materia scolastica, settore
privilegiato dal candidato centrista. Tanto più che, su una tale questione, il
divario tra i due maggiori candidati è decisamente molto forte.
Per Nicolas Sarkozy la soluzione è chiara: la messa in concorrenza
generalizzata delle scuole non potrà non elevare la qualità del sistema educativo
nel suo complesso. In particolare, basterà porre fine alla carte scolaire, che
stabilisce l’iscrizione obbligatoria in scuole primarie o medie-college
predeterminate vicino casa, sopprimere le ZEP e sostituire il tutto “con niente”. Il
semplice gioco della concorrenza tra scuole primarie e scuole medie-college
permetterà di accrescere la qualità di tutti gli istituti, ciascuno dei quali potrà
liberamente sviluppare il proprio progetto pedagogico e trovare la propria
nicchia sul mercato scolastico.
Sul fronte opposto, Ségolène Royal si limita a menzionare una “revisione
della carte scolaire onde sopprimere i ghetti e assicurare il mix sociale”. In
particolare propone, per la prima volta in Francia, l’individuazione di un vero
target delle risorse rese disponibili per le scuole che devono affrontare gli
handicap più gravi. Il suo “patto presidenziale” annuncia pertanto che in ZEP gli
effettivi delle classi di prima e seconda elementare saranno ridotti a 17 alunni
per classe, contro gli attuali 22 circa (e 23 alunni non ZEP) – vale a dire una
riduzione significativa di 5 alunni per classe – e una moltiplicazione per 6 del
target delle risorse. Una misura come questa, che interesserebbe il complesso
delle ZEP (circa il 15% delle scuole, ossia più di 250.000 alunni per anno in
prima e seconda elementare) e non un’infima frazione di esse (come nelle
esperienze condotte fin qui), costituisce il primo tentativo di dotare le scuole
svantaggiate di reali risorse aggiuntive.
Se confrontate con le ricerche più recenti in economia dell’educazione, le due
visioni antitetiche appaiono convincenti in misura diametralmente opposta. In
particolare, tutto lascia pensare che le virtù della concorrenza, al livello
dell’insegnamento primario, rimangano limitate. A contrario, le ricerche più
recenti suggeriscono che una politica di target ben individuati delle risorse a
beneficio delle scuole svantaggiate potrebbe avere effetti tangibili. La riduzione
degli effettivi delle classi di prima e seconda elementare a 17 alunni ZEP
consentirebbe di ridurre di quasi il 45% la disuguaglianza tra ZEP e non ZEP
rilevata ai test d’ingresso di matematica in terza elementare. Per una misura che
costerà meno di 700 milioni di euro, il risultato sembra ottimo.
Resta il fatto che le due visioni antagoniste hanno il merito della coerenza e
della chiarezza. Permettono di porre domande precise, mai davvero formulate
nel dibattito francese sulla scuola. Insistere sui meriti della concorrenza in
materia educativa è legittimo e proficuo, anche se ci si possono attendere esiti
positivi soprattutto nel quadro dell’insegnamento superiore. Introdurre
esplicitamente la questione del target delle risorse tra scuole costituisce
un’innovazione importante e permette di aprire una nuova fase nel vecchio
dibattito uguaglianza-equità portato avanti in Francia da quindici anni e ben
lontano dall’essere concluso.
Di fronte a due visioni così coerenti e antagoniste, che cosa propone François
Bayrou nel suo programma? Gli obiettivi manifestati sono ambiziosi: si tratta di
“dividere per due l’insuccesso scolastico e moltiplicare per due il successo”.
Però, quando si arriva alle proposte concrete e alle risorse per raggiungere tale
risultato, il meno che si possa dire è che si resta a bocca asciutta. Bayrou insiste
soprattutto su questioni di metodo (nessuna riforma dell’educazione può essere
portata avanti senza gli insegnanti e le associazioni che li rappresentano ecc.) e
non si pronuncia con chiarezza né sul problema della concorrenza scolastica né
su quello delle ZEP. Su questo terreno, come sulla maggior parte delle questioni
economiche e sociali del momento, il candidato centrista sembra sposare una
posizione “né-né” e non appare in alcun modo l’alfiere di una sintesi nuova.
IL MACHISMO ECONOMICO

9 aprile 2007

Ségolène Royal è una donna, quindi zero in economia? Per quanto rozzo
possa sembrare, questo sillogismo d’altri tempi continua a esercitare un peso
considerevole a livello inconscio. E, a giudicare da certe reazioni, molti
commentatori, pur colti e avveduti, faticano anch’essi a sconfiggere i pregiudizi
maschilisti.
I candidati uomini possono permettersi di allineare le loro stupidaggini
economiche (Sarkozy) o rivendicare il vuoto del loro programma (Bayrou). Ma
basta che la candidata Royal lasci in secondo piano un dettaglio perché ne sia
immediatamente contestata la competenza economica. Prendiamo l’annuncio
fatto da Sarkozy del ribasso delle imposte di 4 punti di PIL nel corso del proprio
mandato. Promessa quanto mai inverosimile, poiché la stessa Margaret Thatcher,
nonostante le furibonde picconate inferte alla spesa pubblica, era riuscita a
ridurle solo di 2 punti in dieci anni! Che cosa avremmo dovuto sentire se Royal
avesse manifestato un’analoga leggerezza e un’analoga ignoranza degli ordini di
grandezza più elementari? Ma non mancano altri esempi. Il candidato UMP dice
di voler tornare a valorizzare il lavoro proponendo di sopprimere la tassa sulle
successioni, e molti giornalisti paiono esitare nel prendere di mira questa
evidente contraddizione economica. Di più. Sarkozy, come Bayrou, prospetta un
aumento dell’IVA dimenticando, nel farlo, che è in questo modo che Chirac e
Juppé, nel 1995, avevano mandato in malora la crescita, deprimendo così le
famiglie francesi a causa della stagnazione del potere d’acquisto. Se commesso
dalla candidata, un tale errore di diagnosi macroeconomica verrebbe
stigmatizzato ben più duramente.
Viceversa, è difficile non imputare al maschilismo economico dominante la
virulenza delle critiche rivolte negli ultimi giorni al contratto di prima
assunzione proposto da Ségolène Royal. E il fatto che la consulente in carica del
dossier economia abbia anch’essa il difetto di essere donna (nonché ispiratrice di
ottime proposte sul servizio pubblico della prima infanzia) non ha sicuramente
aiutato. Che si rimproveri al nuovo contratto di essere ancora incerto nei
parametri, passi. Rimane però il fatto che il confronto con il contratto CPE, il
contratto di primo impiego classico, non ha alcun senso: mentre quest’ultimo
interessava tutti i giovani e li assoggettava alla regolamentazione delle imprese,
il contratto di prima assunzione si concentra sull’esigua minoranza di giovani
usciti dalla scuola senza una qualifica, ai quali si propone perciò un percorso di
formazione alternativo. In particolare, tutto lascia pensare che una misura così
ben mirata possa avere un felice esito economico, migliore rispetto ai nuovi
dispositivi di esenzione dalla sicurezza sociale proposti da Sarkozy e Bayrou.
L’esenzione fiscale sulle ore di straordinario difesa dal candidato UMP farà il
gioco degli insiders che hanno già un lavoro, ma sarà, per definizione, di scarso
aiuto per chi è ancora alla ricerca della sua prima ora di lavoro. Per quanto
riguarda l’esenzione totale delle tasse per due posti di lavoro per impresa, difesa
dal candidato UDF, si ha l’impressione di sognare: se applicata a tutte le imprese
a prescindere dalla loro entità numerica e a tutti i salariati, diventa difficile
pensare a un dispositivo che massimizzi fino a questo punto effetti tanto
provvisori. Un’impresa che passi da 520 a 522 salariati beneficerà in tal modo
della misura, applicata nella sua integralità, senza nemmeno rendersene conto.
Rispetto a proposte simili, il contratto di prima assunzione di Royal è nettamente
meno costoso: ha l’immenso merito di essere molto meglio mirato e di
concentrarsi sulla popolazione giovane priva di qualifica, alla quale i dispositivi
attuali offrono scarse opportunità per avviarsi sulla strada del lavoro e della
formazione.
Più in generale, la verità è che Royal è la candidata più credibile per lanciare
la prima grande sfida economica della Francia, quella contro l’abissale deficit
d’investimento sulla formazione, sulla ricerca e sull’innovazione. In primo luogo
perché è l’unica a prendere in considerazione i due corni del dilemma,
proponendo sia di lottare contro l’insuccesso scolastico alla radice (con,
finalmente, l’individuazione di un vero target delle risorse a disposizione delle
scuole svantaggiate) sia di offrire all’insegnamento superiore e alla ricerca
l’autonomia e la flessibilità necessarie perché la Francia occupi un posto di
rilievo nella competizione internazionale. In secondo luogo perché è l’unica ad
affrontare contestualmente queste riforme strutturali, assicurando al tempo stesso
l’indispensabile aumento delle risorse economiche a favore delle università
(contrariamente al candidato rivale della destra, fossilizzato nelle sue promesse
irrealistiche di ribasso delle imposte). Con il suo percorso e il suo programma,
un candidato maschio non potrebbe minimamente essere attaccato sul terreno
della credibilità tecnica e della sensibilità democratica. E la vittoria di Ségolène
Royal ci farebbe finalmente uscire dall’inveterato maschilismo economico
francese.
MAI PIÙ UNA COSA SIMILE

10 maggio 2007

Quali lezioni può trarre la sinistra dalla disfatta di domenica? Secondo alcuni
il fenomeno era in atto da tempo: la Francia stava andando sempre più a destra e
ha iniziato a idealizzare Sarkozy, al punto che nulla poteva opporsi al trend in
corso da tempo. Argomento poco persuasivo: tutti gli studi dimostrano che una
maggioranza di francesi ha sempre avuto paura di Sarkozy e delle sue derive
liberiste. E il voto a Bayrou esprime chiaramente i timori suscitati dal nuovo
presidente, anche tra le file della destra.
Secondo altri la disfatta si spiegherebbe con un errore nel casting: non
abbastanza navigata, non abbastanza credibile – in particolare sui temi
economici – Ségolène Royal era un candidato debole. Ebbene, l’argomento non
regge: la candidata socialista ha dimostrato di avere le capacità e soprattutto la
volontà di rinnovare il software economico della sinistra, sviluppando un
discorso positivo sulla priorità data all’investimento nella formazione e nella
ricerca, insistendo con forza sulla responsabilizzazione degli attori, sul
decentramento e sul rifiuto dell’onnipresenza dello Stato, sulle necessarie
contropartite tra diritti e doveri. È probabile che solo Ségolène Royal, grazie alla
sua posizione defilata rispetto ai vertici del PS e alla legittimità conferitale dai
voti dei militanti, fosse in grado di rivolgere, tra i due contendenti, l’appello al
dialogo a Bayrou, imperativo politico e democratico evidente che ne
condizionerà le vittorie future (come tener conto delle aspirazioni popolari
fingendo d’ignorare che Buffet ha raccolto l’1,9% dei voti e Bayrou il 19%?).
In realtà, la sinistra ha pagato in primo luogo per un problema di timing.
Avrebbe avuto bisogno di alcuni mesi per costruire un programma presidenziale
sufficientemente strutturato. Per sviluppare posizioni sociodemocratiche forti e
convincenti sulle grandi questioni economiche e sociali (istruzione superiore e
ricerca, pensioni, salute, fisco, mercato del lavoro…), le quali esigeranno
dolorose correzioni intellettuali in molti militanti e simpatizzanti di sinistra,
saranno necessari anni di dibattito e di paziente lavoro di convincimento.
Designata a novembre, Ségolène Royal si è semplicemente trovata
nell’impossibilità, quali che fossero la sua energia e il suo pragmatismo, di
realizzare l’immenso lavoro da compiere in soli cinque mesi (da novembre a
marzo) e soprattutto dopo che i suoi simpatici rivali interni le avevano
insaponato il ponte di comando istruendole un processo per incompetenza
economica.
L’errore fondamentale commesso dal PS tra il 2002 e il 2007 è quello di aver
creduto, o di aver finto di credere (perché in realtà nessuno aveva dubbi), che
fosse possibile rinviare la scelta del candidato a dopo la stesura del programma.
L’esito obiettivo è che, per quattro anni, dal 2002 al 2006, i socialisti non hanno
parlato di niente. Per un semplice motivo: nessuno poteva prendere una
posizione forte su un tema delicato, per paura di farsi silurare la mattina del
giorno dopo dai piccoli compagni aspiranti come lui alla presidenza. Risultato: il
programma adottato dal PS nel 2006 è una fonte di acqua tiepida, con la quale
sono state accuratamente annacquate tutte le questioni più spinose. E la nuova
impronta data da Ségolène al programma non poteva bastare a renderlo credibile
agli occhi dei francesi.
Un esempio chiarissimo per illustrare questo punto è costituito dalla terribile
sequenza del dibattito televisivo sulle pensioni, nella quale Sarkozy ha indotto il
candidato socialista a proporre una tassa sui guadagni di borsa. Non che non si
possa prospettare un tassa del genere in quanto tale: i fondi di riserva per le
pensioni sono già in parte alimentati da un (modesto) contributo pubblico sui
redditi d’investimento, contributo che nulla vieta di elevare nel quadro del
necessario riequilibrio lavoro-capitale del nostro sistema fiscale. Tuttavia una
simile proposta, per quanto timida, ha ricordato a milioni di francesi che per anni
i socialisti si sono limitati a magnificare la futura abrogazione della legge Fillon.
Mentre la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sa benissimo, da anni,
che il nostro immodificabile sistema pensionistico esige riforme precise e
coraggiose.
La priorità, oggi, è fare di tutto per evitare l’errore nel quinquennio 2007-
2012. Prima della fine del 2007 deve prodursi, non importa sotto quale forma, un
voto dei militanti (eventualmente allargato ai simpatizzanti) al quale dovranno
uniformarsi tutti coloro che vogliono portare avanti il progetto socialista, un voto
che permetterà la designazione di un leader incontestato fino al 2012. Ci sembra
già di sentire gli argomenti faziosi tesi a spiegare che una tale personalizzazione
sarebbe contraria all’identità collettiva del partito ecc. In verità, è esattamente il
contrario: proprio perché il problema della persona è del tutto secondario in
rapporto a quello del programma e del dibattito delle idee (contrariamente a
un’opinione diffusa, moltissime persone hanno le qualità giuste per ricoprire il
ruolo di presidente della Repubblica, persino Sarkozy), occorre risolvere
rapidamente il primo per passare immediatamente al secondo. Per uscire il più in
fretta possibile dalla diatriba sui leader ed evitare il ripetersi della catastrofe, è
oggi urgente che militanti e simpatizzanti si mobilitino con estrema energia.
PROPRIETARI: L’ASSURDA SOVVENZIONE

4 giugno 2007

Parliamoci chiaro: la riduzione d’imposta sugli interessi per il mutuo sulla


prima casa prevista dal governo Fillon incarna il peggior clientelismo politico e
la peggiore inefficienza economica. Sovvenzionare l’abitazione non ha nulla di
assurdo, in linea di principio. Se un determinato prodotto occupa un posto
secondario nella logica del mercato – sia perché le famiglie ne sottovalutano il
valore (per esempio, se i genitori non considerano come dovrebbero l’impatto
dell’alloggio sulla crescita dei figli), sia perché il processo di produzione
corrispondente è alquanto inefficace –, è legittimo sovvenzionarlo, deducendo in
particolare la spesa corrispondente dal reddito imponibile. E occorre avere
l’assoluta certezza dello stato delle cose, altrimenti si rischia di creare nicchie
fiscali di qualsiasi natura, con un conseguente aumento – di sapore confiscatorio
– dei tassi d’interesse nominale sui prestiti applicati alla parte restante della base
fiscale. Ora, tutto lascia pensare che la misura sugli interessi applicati ai mutui
faccia purtroppo appello a questa seconda logica.
Economicamente, non ha molto senso dedurre gli interessi sui mutui pagati
dai proprietari di prima casa senza autorizzare anche la deduzione degli affitti
pagati dagli inquilini (salvo tassare gli affitti fittizi, vale a dire i valori di
locazione degli alloggi occupati dal loro proprietario, come accadeva fino agli
anni sessanta). Se si vuole sovvenzionare il settore edilizio, il pagamento del
servizio abitativo può avvenire sotto forma sia di interessi sia di affitti. La
misura Sarkozy, dunque, non è una sovvenzione per l’alloggio, bensì una
sovvenzione a favore dei proprietari in quanto tali, di cui si fatica a vedere la
ragione economica. Perché il potere pubblico dovrebbe spendere i suoi pochi
denari per beneficiare chi compra la macchina anziché chi la noleggia? Tanto più
che, in Francia, il fatto di essere proprietari è più fonte di immobilismo che di
dinamismo economico, considerato il tasso estremamente elevato applicato alla
vendita degli alloggi (più del 5%, malgrado il ribasso del 1999). Bisognerebbe
sopprimere prima di tutto questa tassa assurda – come se si tassassero i passanti
che attraversano la strada – per riuscire a rendere finalmente dinamici, in
Francia, sia la mobilità della manodopera sia il mercato immobiliare.
In particolare, l’esperienza passata dimostra che il rendimento economico
degli aiuti fiscali all’alloggio è estremamente basso. Si tratti delle sovvenzioni
all’immobiliare destinato agli affitti, dei sussidi per l’abitazione… o della
deduzione degli interessi sui mutui (praticata in Francia fino al 1997), tutte le
valutazioni disponibili indicano che tali sovvenzioni si trasformano pressoché
integralmente in inflazione immobiliare, senza un effettivo impatto sulla
costruzione di nuovi alloggi e sulle condizioni abitative. Gabrielle Fack ha
messo in evidenza che l’80% degli aumenti delle sovvenzioni per l’abitazione è
stato assorbito dall’aumento degli affitti. Lo stesso meccanismo si verificherà
probabilmente con gli interessi sui mutui. Per un semplice motivo: gli aiuti
danno l’illusione alle famiglie di essere più solvibili e accrescono la domanda
immobiliare. Tuttavia, se si tiene conto della scarsa elasticità dell’offerta e della
crescita troppo debole dello stock delle abitazioni disponibili, la domanda
supplementare alimenta solo l’aumento dei prezzi. Per citare un caso estremo,
ogni sovvenzione fiscale all’acquisto o all’affitto di terreni (in quantità fissa) si
trasmette per il 100% ai proprietari iniziali. E, in un paese in cui ciascuno è
pronto a pagar caro pur di vivere accanto ai suoi simili, l’alloggio è solo di poco
meno anelastico della terra. L’obiettivo attuale sta nell’inventare nuovi mezzi
d’azione mirati che consentano di rilanciare il settore edilizio, soprattutto per i
male alloggiati. E la soluzione non sta certo nell’assegnare nuove sovvenzioni
fiscali all’insieme dei mutui in corso e degli alloggi già acquisiti: estensione
inevitabile dal momento che si tratta di una promessa fatta agli elettori, la quale
nondimeno alza i costi della misura fino a quasi 5 miliardi di euro l’anno, per un
rendimento quasi nullo.
Tanto più che Nicolas Sarkozy distribuisce assegni da 5 miliardi con la stessa
frequenza con cui visitava a suo tempo i commissariati di polizia. A tanto
ammonta, più o meno, l’esenzione fiscale sul lavoro straordinario, misura che
non ha un equivalente in nessun paese, tanto è insensata sia dal punto di vista
economico (tutte le ore di lavoro hanno l’identico valore, soprattutto per coloro
che non hanno lavoro) sia dal punto di vista fiscale (comporterà manipolazioni
senza fine). E costerà altrettanto la soppressione (o quasi) dei diritti di
successione, una politica massicciamente antiugualitaria che solo Bush e
Berlusconi avevano fin qui osato intraprendere. Il valore unitario dell’assegno è,
si badi, tutt’altro che trascurabile: 5 miliardi di euro sono la metà del bilancio
totale per l’insegnamento superiore.
È una politica che porta a scavare ulteriormente il pozzo del debito, a bruciare
tutte le cartucce del bilancio e a creare ostacoli gravissimi alle riforme a venire.
Non facile, dopo interventi tanto disinvolti, spiegare ai malati che occorre ancora
varare i rimborsi delle spese mediche (senza parlare dell’aumento dell’IVA già
annunciato), agli studenti che la riforma dell’università si farà con 1 o 2 miliardi
di risorse aggiuntive, ai ferrovieri che dovranno rinunciare al loro trattamento
privilegiato ecc.
L’IVA PER FINANZIARE LA PREVIDENZA, UNA FALSA
RISPOSTA

27 agosto 2007

Dopo mesi di tergiversazioni, il governo Sarkozy-Fillon sembra deciso a


rimettere sul tavolo il dossier IVA per finanziare la previdenza. In primavera, il
tema era stato introdotto nel peggiore dei modi, giusto dopo aver speso 15
miliardi di euro in regali clientelari e inefficaci (credito d’imposta sui mutui per
la prima casa, scudo fiscale, esenzione fiscale per il lavoro straordinario),
equivalenti a 2 punti di IVA. Difficile, in tali condizioni, per gli elettori delle
legislative, non sospettare la destra di voler finanziare le sue promesse elettorali
con un puro e semplice aumento dell’IVA. Tanto più che questo è quanto aveva
fatto il governo Chirac-Juppé nel 1995, ottenendo come risultato, in pochi mesi,
il crollo della crescita! Proviamo comunque a dimenticare per un momento
questo disastro da 15 miliardi, e a considerare il problema dell’IVA per ciò che
dovrebbe essere: non un modo innaturale di aumentare le entrate dello Stato,
bensì una riforma complessa della struttura di finanziamento della previdenza
sociale, con entrate costanti. Di che cosa si tratta? Attualmente la previdenza si
articola quasi esclusivamente su contributi fondati sui soli salari. Per un salario
lordo di 100 euro, il salariato percepisce un netto di 80 euro (20% di contributi
salariali) e il datore di lavoro paga 145 euro (45% di contributi a carico del
datore di lavoro). A lungo termine (“quando saremo tutti morti”, diceva Keynes),
tutti questi contributi saranno in buona sostanza pagati dai salariati, come
testimonia il fatto che la quota dei salari (contributi a carico del datore di lavoro
inclusi) nel valore aggiunto delle imprese (circa il 70%) è sensibilmente lo stesso
in tutti i paesi e in tutti i tempi. Su questa massa enorme di contributi, una prima
metà corrisponde a prestazioni cosiddette contributive (pensione,
disoccupazione), di cui nessuno contesta il fatto che si fondino sui salari: si
pagano i contributi in proporzione al salario e, all’uscita, i diritti saranno
proporzionali ai contributi. Il problema si pone per la seconda metà, quella che
finanzia le prestazioni di assicurazione sanitaria (dotazioni agli ospedali,
rimborso visite e medicine) e le prestazioni familiari (assegni familiari, assegni a
genitori single). Tali prestazioni fanno capo a una logica di universalità e di
solidarietà nazionale. Non ha alcun senso fondarne il finanziamento sui soli
salari e accentuare così la pressione fiscale sul lavoro. Tanto più in un contesto
di scarsa occupazione. Da qui il dibattito sull’allargamento dell’imponibile sui
contributi per malattia e famiglia. Dibattito che a suo tempo, nel 1991, ha
puntato sul livello dei contributi salariali con la creazione, da parte di Michel
Rocard, del CSG quale soluzione ottimale. Sennonché il medesimo dibattito non
ha raggiunto alcuna soluzione per quanto riguarda la quota a carico del datore di
lavoro, e il finanziamento dei settori malattia e famiglia continua a fondarsi su
contributi a carico del datore di lavoro di oltre 18 punti, a detrimento dei soli
salari. Da qui la proposta ricorrente di una diminuzione progressiva di tali
contributi e di una loro sostituzione con una tassa dotata di un imponibile più
ampio, per esempio l’IVA. Interpretata in questo modo, l’IVA per finanziare la
previdenza appare come una possibile risposta a un problema reale. Senza però
essere la migliore risposta. Una soluzione ambiziosa, sostenuta in particolare
dalla CFDT, consisterebbe nel creare un contributo a carico del datore di lavoro
generalizzato (CPG) che attingerebbe all’insieme del valore aggiunto delle
imprese, vale a dire alla somma dei salari e dei redditi d’impresa. La soluzione
più semplice sarebbe quella di recuperare i redditi d’impresa soggetti all’imposta
sulle società, il che si risolverebbe in un imponibile di circa 7 miliardi di euro
per punto di CPG, corrispondente a 1 punto di IVA. In effetti, le due soluzioni
dovrebbero equivalersi: l’IVA tassa il valore aggiunto leggendolo come la
differenza tra i prodotti venduti dall’impresa e quelli acquistati da altre imprese,
il CPG tassa il valore aggiunto leggendolo come la somma dei redditi distribuiti
dall’impresa al lavoro e al capitale. Liberiamo subito il campo dall’idea secondo
cui l’IVA ricadrebbe al 100% sui prezzi pagati dal consumatore, mentre il CPG
graverebbe per il 100% sui suddetti redditi: in verità, tutte le tasse pesano sia sui
prezzi sia sui redditi, a seconda della realtà economica dell’imponibile e del
grado di concorrenza sul mercato dei patrimoni, del lavoro e del capitale, nel
settore di rispettiva pertinenza. Se l’IVA per finanziare la previdenza e il CPG si
differenziano in base agli effetti economici, lo fanno per ragioni molto più sottili.
Il modulo di prelievo dell’IVA francese autorizza la deduzione integrale delle
spese d’investimento, il che, de facto, si traduce nell’esenzione di una buona
parte dei redditi da capitale. Viceversa, l’IVA, contrariamente al CPG, pesa
notevolmente sulle pensioni. Infine, i bassi salari non godono dei contributi a
carico del datore di lavoro per malattia e famiglia e quindi pagheranno più degli
alti salari l’aumento dell’IVA, mentre il CPG permette il mantenimento
dell’esenzione, adottata da quindici anni per alleggerire la pressione fiscale sul
lavoro poco qualificato. Riassumendo: il CPG consente un vero riequilibrio
fiscale tra lavoro e capitale, mentre l’IVA per finanziare la previdenza torna a far
pagare il conto ai pensionati e ai percettori di salario minimo, il che è
socialmente ed economicamente ingiustificato, e assomiglia non poco a una
politica pasticciata: essendo le pensioni indicizzate al costo della vita, le casse
pubbliche finiranno, con i pensionati, per ripagare con una mano quello che
prendono con l’altra! L’unico vantaggio dell’IVA, abbondantemente vantato dal
governo, consiste nella tassazione delle importazioni e nell’esenzione per le
esportazioni, mentre il CPG fa riferimento ai soli beni prodotti in Francia, quale
che sia la loro destinazione. Ma subordinare una riforma fiscale di tale portata a
questo magro differenziale non ci pare molto serio: si pensa davvero di fare
concorrenza al settore tessile cinese o indiano gravando il loro costo con 2 punti
supplementari di IVA? È, questo, uno squallido atteggiamento protezionistico che
dimostra come, su un tema quale il pacchetto fiscale, le risposte date da Sarkozy-
Fillon non siano assolutamente all’altezza delle sfide economiche lanciate alla
Francia dalla globalizzazione.
DIVIDENDI: LA CHIUSURA DEL CERCHIO

22 ottobre 2007

Sotto un’apparenza fintamente tecnica, il nuovo regime di deduzione o


ritenuta forfettaria sui dividendi, al 18%, adottato la scorsa settimana dalla
maggioranza UMP, è un simbolo carico di significati. L’imposta progressiva sul
reddito peserà ormai, quasi esclusivamente, sui redditi da lavoro, e la quasi
totalità dei redditi da capitale beneficerà di un regime preferenziale di tassazione
proporzionale a tasso ridotto. Paradosso stridente, in un momento in cui si
celebra la rivalutazione del lavoro!
Come si è giunti a questo punto? All’epoca della creazione dell’imposta
generale sul reddito, nel 1914, i patrimoni e i loro redditi erano talmente prosperi
che a nessuno sarebbe venuta l’idea di avvantaggiarli ulteriormente con
esenzioni particolari. Tutti i redditi da capitale erano integralmente soggetti non
solo all’imposta progressiva (compresi gli affitti fittizi, vale a dire il valore di
locazione degli alloggi occupati dal proprietario) ma anche, da un lato,
all’imposta sui redditi d’impresa creata nel 1917 (antenata dell’attuale imposta
sulle società), e dall’altro all’imposta sui redditi da valori mobiliari (interessi di
obbligazioni e dividendi azionari), istituita nel 1872 e divenuta l’asse portante
del nuovo patto repubblicano. All’epoca i redditi da salario beneficiavano di
condizioni fiscali nettamente più favorevoli. Ma l’equilibrio s’incrinò subito
dopo la Seconda guerra mondiale.
A causa dei tracolli subiti dai patrimoni durante le guerre e gli anni trenta, i
governi che si succedettero negli anni cinquanta-sessanta si sentirono in dovere
di concedere loro un po’ di respiro: negli anni cinquanta l’esenzione di una parte
crescente degli interessi sul prestito pubblico, nel 1963 l’esenzione sugli affitti
fittizi. E, soprattutto, nel 1965, la creazione del credito d’imposta (tendente a
esentare i dividendi dall’imposta sulle società) e della ritenuta fiscale forfettaria,
che ha consentito ai contribuenti di non pagare tutti gli interessi sui dividendi e
di cavarsela con un unico prelievo forfettario del 15%, particolarmente
vantaggioso per i contribuenti agiati soggetti al tasso marginale superiore del 50-
60%.
Questa breccia, una volta aperta non è mai stata richiusa: il regime dei libretti
di risparmio esenti e dei prodotti fiscali defiscalizzati nel decennio 1980-1990 si
sono, anzi, moltiplicati, in un contesto di crescente mobilità del capitale e di
concorrenza fiscale tra Stati. Al punto che sui circa 100 miliardi di euro di
redditi da patrimonio percepiti dalle famiglie nel 2005, solo 20 miliardi sono
stati soggetti al tasso progressivo dell’imposta sul reddito!
La tappa finale di questo lungo percorso si è appena conclusa: i dividendi, che
costituiscono la principale categoria ancora soggetta al sistema di tassazione
progressiva e che nel 2006 hanno già beneficiato di una diminuzione del 50%, a
partire dal 2008 avranno l’opportunità di sfuggire completamente e
semplicemente al sistema di tassazione progressiva, pagando una ritenuta alla
fonte del 18%, ormai comune a tutti i redditi da capitale (interessi, dividendi e
plusvalenze).
Stiamo vivendo gli ultimi giorni della storia fiscale del XX secolo? Ci
dobbiamo aspettare che il fisco del XXI secolo si basi esclusivamente sul
lavoro? Ora che i redditi da capitale sfuggono quasi del tutto al regime di diritto
comune, non sarà difficile ridurre allo 0% i tassi d’imposta di questi regimi in
deroga. Le forze della concorrenza fiscale spingono ovviamente in tale
direzione: il programma elettorale della destra polacca punta a ridurre al 10%
l’imposta sulle società e al 15% il tasso d’imposta sui redditi mobiliari. E la
Francia, a dispetto di tanti discorsi, alimenta una volta di più la corsa al dumping
fiscale (nessun paese sviluppato ha mai detassato fino a questo punto i redditi
mobiliari).
Una cosa è certa, comunque: una società che defiscalizza durevolmente i
patrimoni (dopo che dal 1914, se non prima, hanno trovato il posto che loro
compete) corre il rischio della sclerosi economica (riaffiorerà inevitabilmente
una classe di rentiers tendenti a invecchiare) e dell’esplosione sociale. Riguardo
all’imposta sulle società, i primi sintomi della frenata a livello europeo si fanno
già sentire. Riguardo ai redditi mobiliari, un ritorno alla progressività del XX
secolo è tuttavia assai meno sicuro (flussi internazionali sempre più inafferrabili,
crescita dei prodotti a ricapitalizzazione immediata – nei quali i redditi si
aggiungono immediatamente al patrimonio), ed è dunque possibile che il XXI
secolo debba inventarsi un proprio nuovo modello, fondato per esempio
sull’imposta sugli stessi stock patrimoniali e non sui flussi di reddito. Il futuro
comincia oggi.
PENSIONI: BENVENUTI NEL 2008!

19 novembre 2007

Formuliamo un voto: che il dibattito nazionale sulle pensioni del 2008 prenda
finalmente quota e vada al di là della stigmatizzazione di alcune categorie
particolari. In primo luogo, perché la necessaria normalizzazione dei regimi
speciali riguarderà solo un’infima parte dei problemi di finanziamento. In
secondo luogo, perché non ci sarà un futuro delle pensioni se non si ripartirà da
zero, con un ripensamento di un sistema divenuto illeggibile. Quali sono le
ragioni profonde del sistema pensionistico per ripartizione? Da una parte, i
mercati finanziari e immobiliari non si sono dimostrati in grado di trasferire un
risparmio garantito nell’arco di decine e decine di anni. Dall’altra, certi detentori
di attivi hanno rischiato di non risparmiare a sufficienza per il periodo della
vecchiaia.
In altri termini, la pensione per ripartizione è un sistema di risparmio forzato
garantito dallo Stato, e non deve cercare di essere altro. Il suo obiettivo non è
ridistribuire fra ricchi e poveri o ovviare alla scarsità dei salari di determinati
salariati o alla durezza delle loro condizioni di lavoro. Per questo esistono
strumenti più idonei (imposta sul reddito, reddito minimo garantito, pensione
minima di vecchiaia, politiche salariali e di prevenzione dei rischi professionali
ecc.). Proprio perché si è chiesto al nostro sistema pensionistico di fare troppe
cose insieme, si è finito per produrre un numero inverosimile di regole
complicate e di ridistribuzioni opache e incomprensibili per il cittadino. Da
questo principio generale, di semplificazione dell’esistente, devono discendere le
linee direttrici di ogni riforma ambiziosa. Per il calcolo della pensione devono
essere conteggiati tutti gli anni di contributi. Ciascuno deve poter andare in
pensione quando lo desidera con una pensione proporzionale ai contributi versati
durante l’insieme della vita lavorativa, con un coefficiente di conversione che
dipende dai flussi demografici (aspettativa di vita, indice attivi/pensionati), a
somiglianza dell’ottimo sistema a punti applicato in Svezia. Il passaggio a un
tale sistema richiederà un certo numero di passaggi, ma non è affatto fuori della
nostra portata.
Nel settore pubblico, ogni anno di attività dà diritto a un tasso sostitutivo
dell’1,875%, vale e dire un tasso sostitutivo del 75% per quarant’anni di
contributi, del 37,5% per vent’anni di contributi ecc. Questo semplice principio
di proporzionalità per anni di contributi è più o meno analogo a quello applicato
nel settore privato, salvo che la pensione a tasso pieno – del 75% del salario per
quarant’anni di anzianità – si ottiene solo cumulando la pensione di base (50%)
con la pensione complementare procurata dall’ARRCO (non quadri) e dall’AGIRC
(quadri). È questa la prima fonte di opacità, un coagulo da eliminare quanto
prima: nessuno capisce nulla di formule complicate risultanti dall’accumulo dei
regimi pensionistici, per non parlare dei salariati che hanno la disdetta di essere
stati quadri e non quadri nel corso di un’unica vita lavorativa! Lo Stato deve
assumersi le sue responsabilità e adeguare ARRCO e AGIRC al sistema generale, in
modo da ottenere, per il settore privato, una norma unica e semplice, come
quella che regola il settore pubblico. Con un contestuale abbassamento del tetto
(la pensione per ripartizione non è qui per gestire il risparmio dei superquadri, la
cui aspettativa di vita ad alti livelli costa per giunta carissima). Per conteggiare
ogni anno di contributi, basta sopprimere la durata minima di contribuzione di
quindici anni in vigore nel settore pubblico (lasciare il proprio posto di
dipendente statale non è una tara) e applicare il tasso sostitutivo all’insieme dei
salari della vita lavorativa e non ai salari degli ultimi sei mesi (nel pubblico) o
dei vent’anni meglio remunerati (nel privato). Nello stesso spirito di trasparenza,
i contributi a carico del datore di lavoro recepiti dallo Stato per finanziare le
pensioni pubbliche (60% dei salari lordi) devono figurare sulle buste paga, così
come accade nel privato.
In ultimo, le annualità oltre i quarant’anni devono essere conteggiate nel
calcolo del tasso sostitutivo, onde consentire ai salariati che hanno iniziato a
lavorare troppo presto di vedere rispecchiata la loro quota contributiva. Quanto
al sistema sconto-premio, è fatto apposta per supplire a ogni altra funzione: tener
conto del fatto che andare in pensione un anno dopo comporta non solo il
versamento di un anno in più di contributi, ma soprattutto il ricevimento di una
pensione con un’annualità in meno (per esempio diciannove anni anziché venti,
vale a dire il 5% di pensione totale in meno). Il sistema sconto-premio deve
dunque dipendere dall’età che si è scelta per andare in pensione e dall’aspettativa
di vita prevista, non dalla durata dei contributi. Il sistema a punti permetterebbe
invece ai lavoratori di assimilare l’idea che i loro contributi per la pensione
costituiscono un reddito differito, non un’imposta.
IL SUPPLIZIO DELLE 35 ORE

17 dicembre 2007

Nicolas Sarkozy ha una strategia: obbligare la sinistra a bere l’amaro calice


delle 35 ore fino alla feccia. E non ha torto. La sua elezione è ampiamente
dovuta al fatto che ha ripetuto fino alla nausea, per l’intera campagna, lo slogan
“lavorare di più per guadagnare di più”, slogan concretizzatosi subito dopo le
elezioni nell’esenzione sulle ore di lavoro straordinario. Le nuove misure
annunciate per rilanciare il potere d’acquisto (il riscatto anziché il recupero sotto
forma di ferie delle ore lavorate in più ecc.) dimostrano che il supplizio è ben
lungi dall’essere giunto al termine.
Si tratta, del resto, di una strategia comprensibile. Anche se una riforma di tale
ampiezza comporta per ovvie ragioni aspetti anche positivi, tipo certe
riorganizzazioni del lavoro reciprocamente vantaggiose in determinate imprese,
resta il fatto che l’adozione delle 35 ore, nel 1997-1998, costituisce un errore
importante di politica economica e sociale. Non vogliamo dire che ogni
intervento pubblico sulla durata dell’orario di lavoro sia necessariamente
destinato a fallire e rischi di lasciare salariati e imprese interamente liberi di
contrattare individualmente la divisione dei guadagni di produttività tra crescita
del potere d’acquisto e crescita del tempo libero. È l’esperienza a dimostrare che
questa teoria squisitamente liberista è insufficiente, soprattutto perché trascura il
ruolo importante delle norme pubbliche nel fissare la durata del tempo libero.
Senza le molte leggi sulle ferie pagate (dalle due settimane del 1936 alle cinque
settimane del 1992), è probabile che i salariati francesi avrebbero “scelto” –
come i loro omologhi anglosassoni – di lasciar crescere il loro potere d’acquisto
senza prendersi le ferie: una “scelta” che non sarebbe certo stata ottimale in
termini di benessere, come testimonia il fatto che anche i non salariati, nel 1982,
hanno “scelto” di aumentarsi da soli i periodi di congedo. E lo stesso
ragionamento si applica alla durata settimanale dell’orario di lavoro.
Si capisce bene, insomma, fino a che punto la concezione delle politiche
pubbliche sulla durata del lavoro dipenda da una sorta di orologeria di
precisione. I responsabili politici e sindacali devono sensibilizzarsi sulle
aspettative non realizzate dei salariati in materia di tempo libero, tenendo conto
in particolare delle loro contraddittorie aspirazioni in termini di potere d’acquisto
– concedendo al contempo una certa flessibilità perché l’infinita varietà delle
aspirazioni individuali possa trovarvi soddisfazione. Da questo punto di vista le
35 ore denunciano un errore manifesto di timing. La riduzione dell’orario di
lavoro può avvenire solo dopo un periodo di forte rialzo del potere d’acquisto,
non nel bel mezzo della grande stagnazione salariale che i francesi stanno
patendo dall’inizio degli anni ottanta.
È una stagnazione che ha indubbie radici strutturali, radici che non hanno
dunque nulla a che vedere con le 35 ore: diminuzione della crescita dopo i
“Trente Glorieuses”; assorbimento della scarsa crescita di oggi in forma di
aumento, inevitabile, delle spese per le pensioni e la sanità; innovazioni
funzionali al calo dei prezzi high-tech e non dei prezzi dei generi di prima
necessità; aumento dei canoni d’affitto, indotto dalle trasformazioni
demografiche e dal recupero storico dei corsi degli attivi; e altro ancora. A fronte
di tutto questo, le 35 ore non hanno certamente aiutato, e non ci si deve stupire
che in tale contesto gli elettori abbiano premiato il buonsenso del “lavorare di
più per guadagnare di più”.
In realtà, i socialisti del 1997 sarebbero stati meglio ispirati se si fossero riletti
l’esperienza di quelli del 1936. Se le due settimane di ferie pagate sono state,
allora, un successo, non si ripeterà mai abbastanza che le 40 ore decretate dal
Fronte popolare hanno dovuto aspettare gli anni sessanta-settanta per entrare
poco per volta nella logica dei fatti. Per un motivo molto semplice: solo dopo
parecchi decenni di crescita della produttività, e quindi del potere d’acquisto, i
salariati e i loro rappresentanti hanno accettato di ridurre la quantità di ore di
straordinario.
Come le 35 ore del 1997, le 40 ore del 1936 sono state una misura concepita
in un momento completamente sbagliato (non si combatte la stagnazione
economica con misure malthusiane). E finché i socialisti del 2007 rifiuteranno di
pronunciare il loro mea culpa sulle 35 ore (Ségolène Royal ci ha provato,
all’inizio della campagna elettorale, prima di essere richiamata all’ordine)
resteranno inascoltati su questo tema – come anche su quello delle pensioni. Il
che è tanto più sgradevole in quanto l’autostrada aperta in questo modo
all’intraprendenza di Sarkozy consentirà al nuovo presidente di fare tutto ciò che
vorrà. Spendere quasi 10 miliardi di euro l’anno (l’equivalente del bilancio di
tutte le università messe insieme!) per defiscalizzare le ore di straordinario è
un’aberrazione economica alla quale nessun paese si è mai lasciato andare.
Speriamo che il dibattito francese smetta quanto prima di concentrarsi sul
tema della durata dell’orario di lavoro per dedicarsi a quello dell’investimento
massiccio nella formazione e nell’innovazione, unica risposta possibile alle sfide
poste dalla globalizzazione.
CIVILTÀ O FIDUCIA DELLE FAMIGLIE

14 gennaio 2008

In mancanza di risultati per la sua politica del potere d’acquisto, il nostro


immaginoso presidente ci propone dunque una politica di civiltà. La furbata è
tanto più significativa in quanto oggi, in Francia, è possibilissimo portare avanti
un’efficace politica del potere d’acquisto, anche con i pochi strumenti che si
hanno a disposizione. Tra l’altro, quando i francesi possono esprimere la loro
opinione, rispondono alla domanda sul potere d’acquisto in modo perfettamente
chiaro.
E logicamente mettono al primo posto una diminuzione dell’IVA, in modo da
rilanciare i consumi. Ebbene, non solo il governo non ha mai prospettato un
simile ribasso, ma, anzi, ha chiaramente lasciato intendere, durante le legislative,
che un aumento dell’IVA potrebbe rendersi necessario per finanziare il pacchetto
fiscale di 15 miliardi di euro (l’equivalente di un aumento di 2 punti dell’IVA ad
aliquota piena) e si balocca con soluzioni fiscali di forte contenuto ideologico ma
di dubbia efficacia economica. Tutti gli indicatori confermano che il crollo della
fiducia delle famiglie constatato negli ultimi sei mesi – un crollo
eccezionalmente rapido dopo un’elezione presidenziale – è determinato da un
simile peccato originale.
Eppure Sarkozy, il quale pare intestardirsi sul suo progetto di aumento
dell’IVA per finanziare la previdenza (“mal presentata”), spiega ipocritamente,
una volta giunto l’inverno, che non può svuotare le casse che si è già
accuratamente adoperato a prosciugare alla vigilia dell’estate. Errore economico
da cicala, tanto più grave in quanto esiste oggi uno strumento che consente in
buona sostanza di adottare diminuzioni mirate ed efficaci dell’IVA: il premio per
l’occupazione (PPE). Creato nel 2000 per alleggerire la pressione fiscale sui bassi
salari (i socialisti, all’inizio, volevano ridurre il CSG, proposta poi censurata
senza ragione dal Consiglio costituzionale), l’obiettivo del PPE è la rivalutazione
del lavoro di chi si alza presto, lavora duro e guadagna poco. Dal 2002 il premio
è stato più volte aumentato, a riprova che la destra sa a volte pronunciare i suoi
mea culpa – sul PPE come sui PACS, per esempio – e condividere, a proprio
vantaggio, le riforme del campo avverso.
Il suo importo rimane in ogni caso modesto: il PPE medio versato alle circa 10
milioni di famiglie che ne hanno beneficiato è di appena 500 euro (il primo
massimale si avvicina ai 900 euro), per una spesa complessiva di 5 miliardi di
euro: troppo poco in rapporto al totale dei prelievi che pesano sui lavoratori a
basso salario. Per esempio, un lavoratore a tempo pieno che viene remunerato
con il salario minimo garantito e che consuma l’intero suo reddito (cioè 12.000
euro l’anno) versa attualmente l’equivalente di due mesi di salario a titolo di IVA
e più di un mese di salario a titolo di CSG, senza contare le tasse indirette annesse
(benzina, tabacco, alcol ecc.) e i contributi previdenziali, per un tasso di prelievo
globale del 50%. Una misura semplice e chiara potrebbe consistere nel
raddoppio del PPE, il che significherebbe grosso modo ridurre di metà l’IVA a
carico dei salari calcolati come salario minimo garantito. Con un costo
dell’ordine di 5 miliardi di euro, questa misura avrebbe un impatto sul potere
d’acquisto superiore a quello del pacchetto fiscale, e al tempo stesso
manterrebbe attivi dei margini di manovra per ridurre il debito e investire sul
futuro. Occorrerebbe infatti, contestualmente, modernizzare in profondità
l’amministrazione fiscale in modo da assicurare il versamento mensile del PPE
sulle buste paga – attualmente viene versato, chissà perché, con un anno di
ritardo, e nessuno ci capisce nulla. Una politica efficace del potere d’acquisto
consentirebbe inoltre di promuovere l’idea di una civiltà fondata sul lavoro e
sulla trasparenza democratica e fiscale. Agli antipodi del progetto Sarkozy-
Hirsch di reddito minimo garantito o reddito di solidarietà attiva (RSA), che
finirebbe per far passare i salariati a basso salario per degli assistiti, quando
invece subiranno prelievi sempre nettamente superiori a tutti i versamenti
ricevuti – anche dopo vari raddoppi del PPE. Anziché lasciarsi andare a dibattiti
surreali sull’imperiosa necessità di non avere leader, i socialisti farebbero bene a
riappropriarsi e a valersi dei buoni strumenti che sono stati i primi a inventare.
ATTALI, PIÙ BLABLA DI ATTILA

11 febbraio 2008

Diciamolo subito: il rapporto della commissione Attali è complessivamente


deludente. Non che le misure più conclamate (liberalizzazione dei taxi, del
commercio ecc.) siano ingiustificate. La commissione ha ragione quando
stigmatizza le barriere d’ingresso in molti settori. E sbaglierebbe a sottovalutare i
guasti prodotti dal malthusianesimo alla francese, in termini sia di qualità della
vita per gli utenti sia di creazione di posti di lavoro (secondo i migliori studi
disponibili, sopprimere le leggi Royer-Raffarin, che comprimono l’ingresso di
molti tipi di commercio, potrebbe permettere la creazione di un 10% di
occupazione in più).
A parte queste misure mirate, si fa però fatica a comprendere la coerenza
d’insieme del rapporto. La commissione Attali ci rammenta che il futuro passa
attraverso l’economia della conoscenza, della formazione e dell’innovazione – il
che è vero, ma è già stato detto mille volte. Il fatto è che il rapporto non reca
alcun contributo originale sulla strada da seguire per raccogliere la sfida
dell’investimento nel capitale umano. Sulla questione del finanziamento e della
realizzazione macroeconomica e di bilancio di tale strategia, nulla viene detto. In
concreto, come si passerà dagli attuali 8000 euro investiti per studente in Francia
ai 20.000 euro investiti nel Nord Europa? In particolare, il rapporto annovera
sotto la voce “perdite e profitti” i 15 miliardi di euro l’anno spesi in pura perdita
da Sarkozy per misure destinate a tutto meno che a preparare il futuro:
deduzione degli interessi sul mutuo per la prima casa, esenzione fiscale sulle ore
di straordinario, scudo fiscale, diminuzione dell’imposta sulle successioni. In
250 pagine, il rapporto sulla “liberalizzazione della crescita” riesce nell’impresa
di non dire una parola sul pacchetto fiscale, adottato proprio per provocare uno
“choc della crescita”. Si capisce, tra le righe, che la commissione non è poi tanto
convinta dell’effetto choc, mentre non ha dubbi sul fatto che chi le ha
commissionato il rapporto non apprezzerebbe molto che quel tanto di diffidenza
si esprimesse in termini espliciti. Tragica manifestazione dei limiti di questo tipo
di commissioni. Tanto più che il rapporto non esita a proporre un aumento
dell’IVA e del CSG (con effetto crescita più che dubbio) per finanziare 15-20
miliardi di euro di calo dei contributi previdenziali senza neanche ricordare che
senza il pacchetto fiscale sarebbe impossibile abbassare questi stessi contributi
se non intervenisse un aumento di prelievo!
E, soprattutto, il rapporto non dice quasi nulla sulle riforme strutturali
indispensabili per rendere più dinamico il sistema francese dell’insegnamento
superiore e della ricerca. Allude, sì, alla creazione di “dieci grandi poli”, ma non
fornisce alcuna precisazione sul modus operandi, a parte l’invenzione di un
nuovo acronimo (i PUP, Poli universitari pluridisciplinari) che va ad aggiungersi
all’elenco delle numerose sigle esistenti, strutture virtuali e altre conchiglie
vuote che già punteggiano il nostro sistema universitario. Il che, in particolare,
accredita l’idea, quanto mai falsa, secondo cui le nostre università soffrirebbero
di una dimensione insufficiente, quando invece è esattamente il contrario: basti
pensare che Paris-VI conta 30.000 studenti e Paris-I più di 40.000, contro gli
appena 10.000 studenti del MIT e i 20.000 di Harvard. L’obiettivo attuale non è
quello di procedere ancora oltre sulla strada del gigantismo, bensì quello di
aiutare le nostre università e le nostre scuole a trasformarsi in istituti efficienti, in
laboratori di saperi autonomi e indipendenti dal potere sia politico sia
economico. Ora, non può esistere vera autonomia quando il 99% dei
finanziamenti proviene da un unico finanziatore (lo Stato, nella fattispecie). Il
futuro passa attraverso la diversificazione dei finanziamenti: regioni, fondazioni
(l’intervento fiscale sulle donazioni dovrà essere rivisto: il cumulo dei patrimoni
ereditari costringe oggi i milionari a trasformare i loro figli in rentiers e
impedisce loro di delegare parte dei loro beni alle fondazioni, residuo di una
visione ultragiacobina secondo cui lo Stato avrebbe il monopolio dell’interesse
generale), imprese, soggetti privati in senso fisico e morale, ma passa anche
attraverso una sostanziale diminuzione delle tasse d’iscrizione, finanziata da
sistemi innovativi di borse di studio e prestiti (che cosa diventerebbe la creazione
artistica se s’imponesse la gratuità dei cinema e dei libri?), prospettiva
stranamente esclusa dalla commissione Attali. La governance delle università
dovrà rispecchiare un po’ alla volta una tale varietà di finanziamenti, cosa che
non è prevista dalla legge Pécresse: i consigli di amministrazione passano, sì, da
sessanta a trenta membri, ma senza modificare nulla della loro struttura
autogestita (in particolare, i membri esterni non partecipano neppure alla scelta
del presidente: difficile attirare finanziatori in condizioni come queste). Anche se
il rapporto Attali non ha inteso aprirlo nel modo più adeguato, il dossier del
governo e dell’autonomia delle università non potrà essere chiuso tanto presto.
DUELLO CLINTON-OBAMA SULLA SANITÀ, PIAGA
AMERICANA PER ECCELLENZA

10 marzo 2008

Nel momento in cui pare rilanciarsi il duello Obama-Clinton, sarà utile


prendere in esame un punto decisivo del dibattito: il problema della creazione,
negli Stati Uniti, di un’assicurazione sanitaria universale. Tanto più che i termini
della polemica possono sembrare incomprensibili, visti dalla Francia e
dall’Europa.
Nel suo ormai famoso discorso Shame on you, Barack Obama (“Vergogna,
Barack Obama”), che ha fatto il giro dei media e di Internet, Hillary Clinton ha
risposto con veemenza al rivale, che le aveva rimproverato di voler obbligare gli
americani che non ne hanno i mezzi a procurarsi un’assicurazione sulla salute.
Accusa indegna di un democratico, ha risposto Hillary: il partito non dovrebbe
unirsi per realizzare il sogno di Harry Truman, quello di un’assicurazione
sanitaria universale, estesa a tutti? In effetti, l’assicurazione che Clinton propone
come obbligatoria, Obama, nel suo programma, la propone come opzionale, per
cui una parte dei 50 milioni di americani oggi senza copertura sanitaria
continuerà a rimanere senza copertura. Ipocrisia, ribatte Obama: il problema non
è rendere obbligatoria l’assicurazione sulla salute ma renderla economicamente
accessibile, cosa che il piano Obama propone di fare, iniettando nel sistema
sanitario tanto denaro quanto quello iniettato dal piano Clinton.
Perché tante difficoltà per risanare la piaga americana per eccellenza? Piaga
tanto più aperta in quanto, contrariamente a un luogo comune molto diffuso, le
persone senza copertura non beneficiano, negli ospedali americani, di alcun aiuto
d’urgenza. Uno studio recente e ampiamente divulgato ha dimostrato che i
pazienti ammessi d’urgenza pochi giorni prima del loro sessantacinquesimo
compleanno (dunque non coperti da Medicare, il programma pubblico creato nel
1965 per le persone anziane, parallelo a Medicaid, destinato alle persone prive di
risorse) hanno ricevuto meno cure – con un rischio di decesso superiore del 20%
– rispetto a quelli ammessi per analoga patologia pochi giorni dopo, al
compimento dei sessantacinque anni.
Perché i candidati non si trovano d’accordo su un’assicurazione obbligatoria
per tutti, finanziata tramite contributi o tramite imposta? Se il problema non è
tanto semplice, è perché gli Stati Uniti hanno fatto progressi straordinari nella
copertura sanitaria attraverso reti vastissime di assicurazione privata, per cui ora
è molto difficile tornare indietro. Certo, su una popolazione di 300 milioni, 50
milioni di americani non godono di alcuna copertura, più di 40 milioni di anziani
dipendono da Medicare e quasi 50 milioni di poveri dipendono da Medicaid, ma
esistono pur sempre 160 milioni di americani che beneficiano, grazie alla loro
assicurazione privata, di una copertura di altissimo livello (in genere finanziata
dal datore di lavoro) e che ne sono complessivamente soddisfatti (non hanno mai
sperimentato altro).
Se il governo federale decidesse all’improvviso di estendere il beneficio
offerto da Medicare o da un programma pubblico equivalente a tutta la
popolazione – il che imporrebbe un forte aumento dei contributi previdenziali
corrispondenti (oggi, per finanziare Medicare, soltanto il 2,9% del salario lordo,
contro il 12,4% per il sistema pubblico delle pensioni e il 6,2% per l’indennità di
disoccupazione) – probabilmente molti datori di lavoro si rifiuterebbero di
pagare due volte e farebbero mancare la copertura privata ai loro salariati. A
termine, la situazione sarebbe sicuramente migliore per tutti, tant’è vero che la
concorrenza tra compagnie di assicurazione private funziona male e contribuisce
a un’inflazione dei costi mai così alta.
Ma, nell’immediato, il passo indietro fatto dai datori di lavoro e dalle
compagnie private – e dalle decine di migliaia di reti ospedaliere e mediche a
essi collegate – provocherebbe un caos tale da spaventare non solo gli
assicuratori (ricordiamo gli spot del 1994-1995 che ventilavano lo spettro di una
burocrazia federale decisa a imporre un sistema sanitario mediocre a tutti gli
americani: McCain, oggi, non sta dicendo altro), ma soprattutto i 160 milioni di
assicurati privati, i quali non intendono rinunciare al sistema che garantisce loro
la salute da anni e anni. Ecco perché Clinton e Obama devono trovare dei
modelli diversificati e progressivi per assicurare i 50 milioni senza copertura
(spesso dipendenti di piccole imprese o lavoratori assunti a intermittenza)
imponendo, da un lato, ai datori di lavoro di sottoscrivere assicurazioni
sovvenzionate dai loro salariati, dall’altro, a coloro che lavorano a fasi alterne di
procurarsi anch’essi un’assicurazione sovvenzionata (che è l’aspetto più
delicato).
Una buona notizia, per finire: entrambi i candidati per il Partito democratico
promettono di cancellare le diminuzione d’imposta dell’era Bush per iniettare
nuove risorse nel settore salute e inaugurare una fase nuova – laboriosa ma
concreta – al sistema sanitario americano.
RIGORE O RIFORMA?

7 aprile 2008

Che cosa dobbiamo pensare degli annunci fatti venerdì scorso in tema di
“revisione generale delle politiche pubbliche” (RGPP)? A dire il vero, anche
riservando un’attenzione benevola all’esercizio proposto – e anche spulciando
minuziosamente le 176 pagine di documenti diffusi dal governo – è quanto mai
difficile farsi un’idea: e questo rappresenta un problema, di fronte a una proposta
che si suppone fondata sulla trasparenza nei confronti dei cittadini. L’obiettivo
complessivo della RGPP è lodevole. Nessuno può contestare a priori l’idea di
rivedere le politiche pubbliche e di sopprimerne i doppioni e le inefficienze, al
fine di rendere l’intervento pubblico più efficace e meno dispendioso.
Considerata la massa notevole di spesa pubblica, sarebbe sorprendente che non
esistesse un impegno del genere. In un contesto in cui le spese per le pensioni e
la salute crescono in maniera strutturale e in cui lo Stato deve imperativamente
consentirsi margini di manovra per investire nell’economia della conoscenza,
ogni governo ha il dovere di assicurarsi che ogni euro di spesa pubblica sia un
euro utile. Soprattutto un governo che si è meticolosamente adoperato a svuotare
le casse già durante la scorsa estate, stagione che ha salutato l’avvento al potere
di Sarkozy.
Il problema è che è assai difficile far corrispondere agli obiettivi generali
promessi in campagna elettorale il rimpallo reciproco, a elezione avvenuta, delle
misure annunciate. È stato subito proclamato che i risparmi realizzati
“equivarranno a 7 miliardi di euro nella prospettiva del 2011”. Ma una tale
somma – 7 miliardi di euro! – non è mai stata né esplicitata né scomposta dal
governo, anche solo approssimativamente. Al massimo si fa riferimento al fatto,
ovvio, che, nella funzione pubblica, non si può sostituire un pensionando su due.
Ma, per risparmiare 7 miliardi di euro, occorrerebbe sopprimere, nella stessa
funzione pubblica, 250.000 posti di lavoro pagati 30.000 euro a funzionario,
cosa ben poco auspicabile – e comunque non realizzabile, secondo i dati
generalmente prodotti, con le uscite dei pensionandi nel periodo analizzato
(25.000 uscite l’anno non rimpiazzate). Forse l’annuncio fa riferimento a un
totale cumulato su tre o quattro anni – vale a dire a 2 o 3 miliardi di risparmi
spalmati su più anni – e non a 7 miliardi l’anno? Mistero. In nessuna delle 176
pagine del documento viene fornita una risposta.
E il mistero s’infittisce quando si esaminano nel dettaglio le misure
annunciate. Non solo non viene mai fatta allusione a previsioni numeriche di
risparmi di bilancio per questo o quel ministero o questa o quella missione di
Stato; anzi, molte delle misure rappresentative annunciate hanno ben poco da
spartire con le misure di risparmio. Per esempio, si può discutere
sull’opportunità di una diminuzione del tetto dei redditi (da 39.698 euro a 35.728
per una famiglia con due figli) aprendo così alle liste d’attesa per l’assegnazione
delle case popolari (HLM). E si può valutare che una tale iniziativa consentirà, a
termine, di meglio ripartire lo stock degli alloggi HLM a maggior vantaggio delle
famiglie bisognose. Si può anche ritenere che, nell’attuale contesto di crisi del
potere d’acquisto, forse non è così urgente incentivare una parte dei ceti medi
per proiettarli dentro l’attuale bolla immobiliare del mercato degli affitti privati.
In ogni caso, comunque, non si capisce come una tale misura possa produrre
risparmi di spesa – salvo considerare che lo Stato voglia ridurre i finanziamenti
che permettono di mantenere e accrescere lo stock degli alloggi HLM, cosa che il
governo si guarda bene dal dichiarare, e che sarebbe tutt’altro che la benvenuta
in un momento in cui si dovrebbe invece fare il possibile per sbloccare l’offerta e
la costruzione di nuove abitazioni. Di fronte a una sfida del genere, la deduzione
degli interessi sul mutuo per la prima casa approvata l’estate scorsa è tanto
inefficace quanto i molti altri benefici fiscali oggi introdotti. Il che non ha
impedito a Sarkozy, venerdì scorso, di difendere questa misura dispendiosa
avanzando uno stranissimo argomento. Ha affermato, in sostanza: “Mi hanno
attaccato facendomi notare che i prezzi degli immobili erano troppo alti, ma,
quando sono crollati poco dopo, è stato dimostrato che i miei detrattori di luglio
avevano già torto in agosto.” Non sarebbe stato più opportuno, invece, pensare
che prezzi meno alti avrebbero reso meno urgenti le sovvenzioni all’atto
dell’acquisto? Che cosa ha voluto dire esattamente il nostro presidente, che
diventa decisamente difficile da seguire quando valuta le nostre politiche
pubbliche? Nuovo mistero.
Il tutto concorre soprattutto a confortare un’impressione sempre più diffusa: in
materia di strategia economica e di bilancio, ai vertici dello Stato
l’improvvisazione regna sovrana.
PENSIONI: STOP AI RATTOPPI

6 maggio 2008

Nel 2003, quando la riforma Fillon equiparò la durata dei contributi del settore
pubblico a quella del settore privato (40 anni per una pensione a tasso pieno), il
governo ottenne il consenso parziale delle parti sociali, in particolare della
Confederazione francese democratica del lavoro (CFDT).
Eppure, cinque anni dopo, nessuno vuole sentir parlare del passaggio da 40 a
41 anni che il governo intende imporre. Perché, tra il 2003 e il 2008, la
situazione è cambiata fino a questo punto?
In primo luogo, la riforma del 2003 si fondava su un principio di equità tra
pubblico e privato che a molti è parso un requisito indispensabile per un sereno
dibattito sull’equilibrio a lungo termine del nostro sistema pensionistico. Una
tale condizione di equità appariva inoltre rafforzata dal consenso ottenuto da
parte della CFDT sulle carriere di lunga durata, con la possibilità per i salariati che
hanno cominciato a lavorare in gioventù di andare in pensione prima dei
sessant’anni, mentre, in precedenza, dovevano spesso raggiungere 44 o 45 anni
di contributi per poter ricevere la pensione.
Non troviamo niente di tutto questo nella “riforma” del 2008. Il passaggio da
40 a 41 anni viene fatto risalire a una logica puramente finanziaria tesa a colmare
il debito corrente, una logica particolarmente difficile da accettare da parte di un
governo che non ha dato certo l’esempio in materia di responsabilità di bilancio
nei confronti delle generazioni a venire. Dobbiamo tornare a ricordare che il
pacchetto fiscale votato l’estate scorsa priverà lo Stato di più di 15 miliardi di
euro d’entrate annuali, mentre il deficit annuo del ramo vecchiaia è attualmente
inferiore a 5 miliardi? Con molto senso logico, François Chérèque ha fatto
notare al governo che avrebbe dovuto essere il primo a dare l’esempio e che
esistevano tanti altri modi per trovare i 2,5 miliardi di risparmi che il passaggio a
41 anni potrebbe comportare da qui al 2012 – per esempio un aumento dei
contributi a carico del datore di lavoro pari allo 0,5%. Il leader della CFDT
avrebbe anche potuto aggiungere che l’esenzione sulle ore di straordinario costa,
per il solo effetto di profitto per il datore di lavoro, più di 6,5 miliardi di euro
l’anno, di cui oltre 2,5 miliardi a titolo di contributi pensionistici perduti.
Il periodo 2003-2008 ha inoltre dimostrato i limiti delle misure di
prolungamento della durata contributiva, limiti che incideranno non poco finché
non si compiranno sforzi importanti per migliorare il tasso d’occupazione degli
ultracinquantenni. Al momento della liquidazione della pensione, meno del 40%
dei salariati risulta oggi occupato. Per gli altri, il passaggio a 41 anni avrà quale
primo effetto il prolungamento della durata del periodo di disoccupazione e la
riduzione dell’importo della pensione. Di più. In base a una seria politica di
bilancio, l’occupazione degli ultracinquantenni e il graduale aumento dei
contributi per garantire il futuro delle pensioni sarebbe una soluzione ancor
meno soddisfacente di quella che punta tutte le sue carte sul progressivo
allungamento della durata contributiva. In entrambi i casi, si darebbe luogo a una
corsa-rincorsa senza fine e si rimanderebbe alle calende greche ogni vera messa
in sicurezza del diritto alla pensione.
Quali che siano le incertezze legate alle simulazioni realizzate dal Consiglio di
orientamento delle pensioni, nessuno è disposto a pensare, neanche per un
secondo, che il passaggio a 41 anni o un aumento contributivo dello 0,5%
basteranno a garantire le pensioni dei decenni a venire. La verità è che le
generazioni che percepiranno la pensione nel 2030 o 2050 oggi non hanno la
minima idea di quello che sarà l’importo della loro pensione, sia per le
incertezze finanziarie sia per la spaventosa complessità delle regole in vigore,
conseguenza dell’accumularsi dei trattamenti e dei metodi di calcolo.
Solo una totale ristrutturazione dei nostri regimi pensionistici permetterebbe
oggi di chiarire i diritti di ciascuno e di andare oltre i soliti esercizi di rattoppo e
di sanatoria dei deficit correnti. A somiglianza della notevole riforma adottata in
Svezia tra il 1994 e il 2008, la soluzione migliore consisterebbe nell’applicare a
tutti i lavoratori (del pubblico e del privato, quadri e non quadri, salariati e non
salariati) un sistema unificato di pensione per ripartizione, fondato sul calcolo
individuale dei contributi. Studi recenti hanno dimostrato che, contrariamente a
un diffuso luogo comune, una simile transizione sarebbe possibile anche in
Francia e avvantaggerebbe i salariati meno abbienti3. Sarebbe una riforma che
consentirebbe, da un lato, di superare le logiche puramente finanziarie e,
dall’altro, di tracciare una strategia d’uscita dalla gravissima crisi attuale dei
trattamenti pensionistici.
3 Cfr. A. Bozio, T. Piketty, Retraites: pour un système de comptes individuels de cotisations, consultabile
all’indirizzo http://piketty.pse.ens.fr/files/BozioPiketty2008.pdf e Idd., Pour un nouveau système de
retraite, Paris, Rue d’Ulm, 2008, consultabile all’indirizzo http://www.piketty.pse.ens.fr.
ROYAL-DELANOË: CONTENUTI, PRESTO!

3 giugno 2008

Diciamolo subito: il dibattito tra Ségolène Royal e Bertrand Delanoë non ha


raggiunto, per il momento, il livello che era lecito aspettarsi. La loro disputa sul
liberismo si colloca su un piano troppo generico per risultare davvero proficua.
Sì, la libertà economica è evidentemente inscindibile dalla libertà politica e, sì, è
certo un valore in sé. Ma le cose si fanno serie quando si comincia a dibattere
intorno a quelle politiche pubbliche concrete che consentono a ogni cittadino di
essere libero e padrone del proprio destino, di accedere realmente ai diritti e alle
più ampie opportunità possibili. Proclamarsi liberista, o antiliberista, non basta
per definire un progetto politico. La competizione che si annuncia è ovviamente
legittima – il periodo 2002-2007 ha dimostrato a sufficienza fino a che punto il
continuo rinvio della scelta delle persone da candidare sia stato il percorso più
sicuro per la glaciazione intellettuale e programmatica. Ma, adesso, è urgente
che i candidati escano dalla genericità e diano un contenuto ai loro progetti.
Tre cantieri, in particolare, meritano di essere menzionati. La priorità assoluta
è l’investimento massiccio nel capitale umano e nell’economia della conoscenza.
L’obiettivo è avere l’occupazione più qualificata del mondo, affinché la Francia
tragga il miglior partito possibile dalla globalizzazione. Non sarà con poche ore
in più di straordinario che potremo competere con l’India e la Cina. Il dramma è
pretendere di dare, su questo tema, l’illusione di un sostanziale accordo, quando
invece non si sta prendendo alcuna iniziativa in merito! I paesi scandinavi
investono tre volte più di noi nei loro studenti. E il ritardo non potrà essere
colmato se non si stabilisce una priorità di bilancio, e una soltanto. Per essere
credibile in materia, la sinistra deve prima denunciare l’impostura dell’attuale
governo e passarne al setaccio i bilanci, falsi e ingannevoli, per poi impegnarsi
in un piano di finanziamento preciso sui dieci anni a venire. Solo così la
questione cruciale dell’autonomia delle università potrà porsi su solide basi. La
libertà nella povertà non funziona: free to choose (“libero di scegliere”),
proclama Milton Friedman; free to lose (“libero di perdere”), rispondeva la
sinistra americana.
Il secondo cantiere di priorità è una totale ristrutturazione dei nostri
trattamenti pensionistici. A forza di accumulare correzioni su correzioni, il
sistema è diventato talmente complicato da sembrare incomprensibile e
ansiogeno. Si deve uscire dal rattoppo permanente e ripensare da capo l’intero
sistema. Le soluzioni esistono. I socialdemocratici svedesi hanno applicato un
principio chiarissimo: a pari contributo, pari trattamento pensionistico. I diritti
alla pensione vengono contabilizzati su un conto individuale di contributi
versati, consultabile in qualsiasi momento su Internet. La pensione diventa così
patrimonio di coloro che non hanno patrimonio. Se gli individui cambiano status
lavorativo, non perdono nulla. Attualmente, in Francia, vanno perduti molti anni
di contribuzione – per esempio per i salariati che hanno trascorso meno di
quindici anni nella funzione pubblica. Il nostro è un sistema nemico del
movimento e dell’iniziativa.
Il terzo cantiere di priorità è una rivoluzione fiscale che consenta di
riconciliare i cittadini con il pagamento delle tasse. Anche qui occorre partire da
un semplice principio di equità e trasparenza: a pari reddito, pari imposta. Ora,
un tale principio di fondo è minato dalla moltiplicazione delle nicchie fiscali e
dalla complessità delle aliquote d’imposta. Bisogna procedere a un ripensamento
complessivo sull’imposta sul reddito e sul CSG, fondendole e sostituendole con
un’imposta progressiva unica prelevata alla fonte, con un’aliquota chiara,
espressa sotto forma di tasso effettivo applicabile al reddito, affinché ciascuno
possa capire nel modo più semplice possibile chi paga cosa (principio introdotto
in Francia dal Fronte popolare nel 1936 e soppresso dal governo di Vichy nel
1942!). L’imposta dovrebbe essere calcolata a livello individuale e non di
coppia, perché altrimenti penalizzerebbe il lavoro femminile. E si diffidi dei falsi
consensi. Teoricamente, tutti sono d’accordo sul fatto di modernizzare l’imposta
e sopprimere le nicchie fiscali. Ma, in pratica, il governo passa il tempo a
crearne di nuove. È un gioco a somma zero, perché si è obbligati a fare appello a
chi non ne beneficia affatto. Per uscire da questo circolo vizioso, i responsabili
politici devono prendere impegni precisi e stabili.
I tre cantieri hanno, in concreto, un punto in comune: si prefiggono di fare in
modo che i cittadini si riapproprino della cosa pubblica e, di conseguenza, del
loro destino.
REDDITO DI SOLIDARIETÀ ATTIVA: L’IMPOSTURA

2 settembre 2008

Dalla settimana scorsa è finalmente possibile discutere, dati alla mano, del
sistema di reddito minimo garantito o reddito di solidarietà attiva (RSA) proposto
dal governo. Ricapitoliamo.
Attualmente, una persona sola, priva di reddito, percepisce 450 euro al mese
di reddito minimo di inserimento (RMI). Se trova un posto pagato regolarmente
(SMIC), il suo salario netto mensile sarà di 600 euro a tempo parziale (20 ore) e di
1000 euro a tempo pieno (35 ore). Dal 2000 i dipendenti con salari modesti
beneficiano di un PPE pari all’8% del salario, ossia un complemento di reddito di
50 euro al mese per un salario di 600 euro e di 80 euro al mese per un salario di
1000 euro. Al di là di questa soglia, il PPE diminuisce e si azzera completamente
per un salario di 1600 euro al mese. Anzi, scompare ancora più in fretta per chi
ha un congiunto che lavora, il che non ha senso da un punto di vista economico:
il potere pubblico non dovrebbe preoccuparsi d’incoraggiare il lavoro di tutti,
indipendentemente dalla situazione familiare, anziché di sapere chi vive con chi?
Oltre al PPE, i salariati a tempo parziale che devono rinunciare al RMI hanno
anche diritto a un bonus di condivisione che permette di mantenerne
temporaneamente una parte. Esteso nel 1998, il sistema consente, per esempio, a
una persona sola che trova un’occupazione a 600 euro di mantenere per un anno
il complemento dei 150 euro a titolo di RMI.
Quali cambiamenti apporta il reddito di solidarietà attiva a questi complicati
dispositivi? Non molti, e non necessariamente nella giusta direzione. Il RSA
consiste nel lasciare il PPE così com’è, nell’aumentare l’importo del bonus (per
un salario di 600 euro il complemento passa da 150 a circa 200 euro) e,
soprattutto, nel renderlo permanente, estendendolo inoltre a tutti i salariati a
tempo parziale: niente limite di dodici mesi, niente più necessità di passare dalla
casella RMI per poterne beneficiare. Sopprimere un tale effetto perverso è
sicuramente una buona cosa – e comunque sia, una buona notizia per il potere
d’acquisto dei nuovi beneficiari, il che non è poco. Ma si può davvero pensare
che il passaggio da 150 euro di bonus a 200 euro di RSA, nonché la cancellazione
del limite dei dodici mesi, possano incentivare di colpo l’abbandono del RMI per
l’occupazione a tempo parziale?
Secondo François Bourguignon, presidente del comitato di valutazione del
RSA, i primi esperimenti non hanno prodotto per il momento alcun effetto
statisticamente significativo, per quanto siano stati condotti con collettivi di
volontari, quindi ben motivati. Senza contare che, per tutti coloro che hanno già
un lavoro a tempo parziale, la creazione del RSA, abbinata al congelamento
annunciato del PPE per i salari a tempo pieno, avrà come conseguenza una forte
riduzione del divario di reddito tra gli occupati a 20 ore e quelli a 35 ore, quindi
un minor incentivo a passare dal tempo parziale al tempo pieno. È probabile che
questo effetto negativo, che gli “esperimenti” non hanno avuto la possibilità di
valutare, prevalga sul modesto effetto positivo. L’impatto globale sull’offerta di
lavoro di quella nuova forma di sovvenzione a tempo parziale che è il RSA – e
che i datori di lavoro non mancheranno di utilizzare, proponendo un maggior
numero di posti di lavoro a tempo parziale – passerebbe così dal segno più al
segno meno. Agli antipodi dell’obiettivo prefissato.
In ogni caso, il punto centrale è che una riforma tanto confusa non affronta in
alcun modo il problema strutturale che inficia da anni questi dispositivi, cioè la
loro complessità e mancanza di leggibilità. Non solo: la riforma mira a far
coesistere due dispositivi distinti: uno per i salariati a tempo parziale, gestito dal
fondo assegni familiari secondo una logica di minimi garantiti (RSA), l’altro per i
salariati a tempo pieno, gestito dall’amministrazione fiscale secondo una logica
di credito d’imposta (PPE). I due dispositivi saranno dunque amministrati
secondo regole e periodicità differenti (in un caso il trimestre, nell’altro l’intero
anno), il che è tecnicamente assurdo e farà molto piacere ai salariati poveri che
oscillano da un sistema all’altro.
Che cosa si sarebbe dovuto fare? Una riforma più ambiziosa, fondata su una
vera rivoluzione fiscale, tale da permettere alla Francia di dotarsi finalmente di
un’imposta progressiva sul reddito, moderna e unificata – fusione di CSG e IR,
prelievo mensile alla fonte, completa individualizzazione dell’imposta: gli
ingredienti sono ben noti, ma mancano il coraggio e la volontà politica. Un
simile strumento permetterebbe inoltre d’integrare in modo naturale l’insieme
dei dispositivi RSA e PPE sotto forma di credito d’imposta. Il che risulterebbe
molto più efficace dal punto di vista tecnico e, soprattutto, più soddisfacente dal
punto di vista della trasparenza democratica. Infatti i salariati poveri sono dei
contribuenti come gli altri, non degli assistiti. Che lavorino a tempio pieno o a
tempo parziale, i lavoratori SMIC versano oggi l’equivalente di due mesi di
salario a titolo di IVA, più di un mese di salario a titolo di CSG, senza contare le
tasse indirette annesse (benzina, tabacco, alcol ecc.) e i contributi previdenziali,
ovvero un tasso di prelievo globale superiore al 50%. E, contrariamente a quanto
si cerca di far credere, gli aumenti di PPE o di RSA non li trasformeranno in
beneficiari di assegni al netto delle ritenute!
La sinistra deve occuparsi urgentemente di questo problema – tanto più che
Nicolas Sarkozy si mette quotidianamente in luce per i suoi svarioni politici in
campo fiscale. Dopo aver stanziato più di 15 miliardi di euro per creare nuove
nicchie fiscali in un sistema che ne conta già troppe, dopo aver verificato che le
casse erano troppo vuote per finanziare il RSA, ecco dunque che il nostro
presidente ha avuto l’idea geniale d’inventarsi una nuova tassa da 1 miliardo di
euro sui redditi d’investimento. Ricetta classica spesso impiegata nel passato per
tappare i buchi delle finanze pubbliche francesi, un prelievo del genere vanta
anche una peculiarità interessante, quella di essere retroattivo: così, con lo scudo
fiscale, i grossi patrimoni saranno de facto esentati dalla tassa dell’1%. Non ci
dobbiamo meravigliare che Nicolas Sarkozy e Martin Hirsch vadano così
d’accordo: hanno la medesima simpatia per gli slogan tutta forma e niente
sostanza, per l’improvvisazione e, fondamentalmente, il bricolage.
SI DEVONO SALVARE I BANCHIERI?

30 settembre 2008

La crisi finanziaria comporterà un ritorno in forze dello Stato sulla scena


economica e sociale? È troppo presto per dirlo. Ma sarà quantomeno utile
dissipare alcuni malintesi e precisare i termini del dibattito. I salvataggi delle
banche e le riforme del sistema di regolazione finanziaria orchestrati dal governo
americano non costituiscono di per sé una svolta storica. La rapidità e il
pragmatismo con i quali il Tesoro americano e la Federal Reserve adattano
giorno per giorno la loro dottrina economica e si lanciano in temporanee
nazionalizzazioni di interi settori del sistema finanziario sono certamente
impressionanti. E anche se ci vorrà del tempo per conoscere il costo finale netto
per il contribuente, è possibile che l’ampiezza degli interventi in corso superi i
livelli raggiunti in passato. Si parla oggi di importi compresi tra i 700 e i 1400
miliardi di dollari, vale a dire tra 5 e 10 punti di PIL americano, mentre il
fallimento delle savings and loans associations degli anni ottanta era costato
circa 2,5 punti di PIL.
Ciò non toglie che questo tipo d’intervento nel settore finanziario si collochi
in certa misura su una linea di continuità rispetto alle dottrine e alle politiche già
praticate in passato. È una convinzione che le élite americane hanno maturato a
partire dagli anni trenta: la crisi del 1929 ha assunto una tale ampiezza e ha
condotto il capitalismo sull’orlo del baratro perché la Federal Reserve e le
autorità pubbliche hanno lasciato crollare le banche rifiutandosi di iniettare le
necessarie liquidità per ristabilire la fiducia e la crescita regolare dell’economia
reale. In certi liberisti americani, la fede cieca nell’interventismo della Federal
Reserve va di pari passo con lo scetticismo nei confronti dell’interventismo dello
Stato al di fuori della sfera finanziaria: per salvare il capitalismo c’è bisogno di
una buona Federal Reserve, flessibile e creativa – e non di quel welfare state
rammollente che i rooseveltiani hanno voluto imporre all’America. Solo che,
dimenticando quel contesto storico, si rischia di non provare più alcuna
meraviglia per la rapidità d’intervento delle autorità finanziarie americane.
Le cose si fermeranno qui? Tutto dipende dalle elezioni presidenziali: un
presidente come Obama potrebbe cogliere l’occasione per rafforzare il ruolo
dello Stato in altri campi, al di là dell’esclusiva sfera finanziaria, come quelli
dell’assicurazione sanitaria e della riduzione delle disuguaglianze. Considerato
l’enorme deficit di bilancio lasciato in eredità dall’amministrazione Bush (spese
militari, salvataggi finanziari), i margini di manovra sulla sanità rischiano
tuttavia di essere limitati – la disponibilità degli americani a pagare più imposte
non è infinita. Del resto il dibattito in corso al Congresso sulla limitazione degli
alti compensi nella finanza evidenzia le ambiguità dell’attuale contesto
ideologico. Ed è più che naturale l’aumento della dose di esasperazione
dell’opinione pubblica americana nei confronti dell’escalation dei
supercompensi dei dirigenti e dei trader riscontrata negli ultimi trent’anni. Ma la
soluzione prospettata, la quale consiste nel fissare un compenso massimo di
400.000 dollari (il compenso del presidente degli Stati Uniti) all’interno degli
istituti finanziari rimessi in sesto dal contribuente è una risposta parziale, oltre
che un dispositivo facilmente eludibile – basta trasferire il pagamento dei
compensi più elevati ad altre società.
Dopo la crisi del 1929, per contrastare l’arricchimento di quelle élite
economiche e finanziarie che erano state peraltro le prime responsabili della crisi
in cui era precipitato il paese, la risposta di Roosevelt fu ancor più radicale.
L’aliquota d’imposta federale sul reddito applicabile ai redditi più elevati fu
portata dal 25 al 63% nel 1932, al 79% nel 1936, al 91% nel 1941 – livello
ridotto poi al 77% nel 1964 e, infine, al 30-35% nel decennio 1980-1990 dalle
amministrazioni Reagan-Bush (Obama propone di tornare ad aumentarlo al
45%). Per quasi cinquant’anni, dagli anni trenta fino al 1980, non solo l’aliquota
superiore non è mai scesa al di sotto del 70% ma è stata mediamente superiore
all’80%. Nel contesto ideologico attuale, in cui il diritto di godere di bonus e
profitti dorati di parecchie decine di milioni di euro senza dover pagare più del
50% d’imposta è stato enfatizzato al punto da diventare uno dei diritti
dell’uomo, molti giudicheranno la politica proposta da Obama primitiva e
taglieggiatrice. Tuttavia va ricordato che si tratta di una politica che è stata
applicata per mezzo secolo nella più grande democrazia del mondo – e che,
manifestamente, non ha impedito all’economia americana di funzionare al suo
meglio. In particolare, è una politica che ha il merito di ridurre drasticamente gli
stimoli dei dirigenti d’impresa ad attingere alle casse dello Stato oltre una certa
soglia. Con l’attuale globalizzazione finanziaria, però, si tratta di meccanismi
che non potranno essere adottati senza una completa rifondazione delle regole di
trasparenza contabile e un’azione implacabile contro i paradisi fiscali. Purtroppo,
chissà quante crisi saranno necessarie per arrivare a questo risultato!
MILLE MILIARDI DI DOLLARI

28 ottobre 2008

40 miliardi per ricapitalizzare le banche francesi, 320 miliardi per garantire i


loro prestiti, 1700 miliardi a livello europeo: chi la spara più grossa?
Lanciandosi in una corsa a inseguimento a chi annuncerà il più grandioso piano
di salvataggio, i governi dei paesi ricchi hanno assunto – e stanno assumendo –
dei grossi rischi.
In primo luogo, nulla garantisce che una tale strategia di comunicazione faccia
comprendere meglio la natura della crisi e contribuisca a evitare una dolorosa
recessione. Ai mercati finanziari piacciono molto le grosse cifre. Ma piace anche
sapere con precisione a che cosa servirà il denaro, chi disporrà realmente di
quelle somme, per quanti anni, a quali condizioni ecc. Ora, da questo punto di
vista, l’opacità regna sovrana. In verità, i governi si stanno comportando come le
peggiori società che essi stessi sono chiamati a regolare. Sono ammesse tutte le
tecniche di manipolazione contabile, con una menzione speciale per il nostro
presidente nazionale. Si mescolano flussi annui di stock di denaro fresco con
semplici garanzie bancarie, si conteggiano più volte le medesime operazioni. E
si addiziona il tutto: più è grossa la somma, meglio è. Fino a ritrovarsi in una
situazione grottesca in cui le autorità americane e francesi concedono denaro
pubblico in fretta e senza effettive contropartite a banche che non lo vogliono. I
10 miliardi prestati la scorsa settimana ai grandi istituti francesi sarebbero, in
teoria, destinati a rilanciare il credito, ma si tratta di un impegno puramente
verbale. Mentre esiste un intero arsenale legislativo e di regolamentazione fatto
per costringere le banche a prestare una parte dei loro fondi alle piccole e medie
imprese, un apparato che, con l’attuale crisi, andrebbe riveduto e migliorato.
In secondo luogo, e in particolare, questa strategia fondata sullo
strombazzamento di cifre di centinaia di miliardi rischia di disorientare
definitivamente i cittadini. Dopo aver spiegato per mesi che le casse erano vuote,
che sarebbe stato auspicabile anche il più piccolo risparmio di poche centinaia di
milioni di euro, ecco che il potere pubblico pare disposto a indebitarsi
illimitatamente per salvare i banchieri!
La prima fonte di confusione meritevole di una spiegazione deriva dal fatto
che si mescolano di continuo flussi annui di reddito e di produzione con stock
patrimoniali, mentre i secondi sono molto più importanti dei primi. Per esempio,
in Francia, il reddito nazionale annuo – vale a dire il PIL meno le perdite di
valore di attrezzature e strumenti per usura – è dell’ordine di 1700 miliardi di
euro (30.000 euro pro capite). Per contro, lo stock patrimoniale nazionale
raggiunge i 12.500 miliardi (200.000 euro pro capite). Se si vogliono comparare
i livelli americani o europei, queste cifre devono essere grosso modo moltiplicate
per sei: 10.000 miliardi di reddito, 70.000 miliardi di patrimonio.
Il secondo punto importante è che tali redditi e patrimoni sono per l’80%
proprietà delle famiglie: per definizione, le imprese non possiedono quasi nulla,
poiché distribuiscono l’essenziale di ciò che producono a famiglie e azionisti. Il
che ci fa capire perché lo choc iniziale provocato dalla crisi dei subprimes,
valutato a circa 1000 miliardi di dollari (l’equivalente di 10 milioni di bilanci
familiari americani con, a carico, un prestito di 100.000 dollari ciascuno) –
anche se può apparire una somma di ampiezza modesta in rapporto al patrimonio
totale delle famiglie –, può comportare il collasso dell’intero sistema finanziario.
La maggiore banca francese, BNP Paribas, può vantare 1690 miliardi di attivi
contro 1650 miliardi di passivi, ossia 40 miliardi di fondi propri. Ebbene, i conti
di Lehman Brothers prima del fallimento non erano granché diversi, così come
quelli delle altre banche del pianeta. Il punto cruciale è che le banche sono
organismi fragili, che possono essere travolti da uno choc di 1000 miliardi di
deprezzamento degli attivi.
Di fronte a una realtà del genere, è legittimo intervenire per evitare la crisi
dell’intero sistema, ma ciò può avvenire solo a determinate condizioni. In primo
luogo, occorre ottenere la garanzia che azionisti e dirigenti delle banche salvate
dal contribuente paghino il prezzo dei loro errori, il che non sempre è accaduto
nel caso di interventi recenti. In secondo luogo, e in particolare, occorre adottare
una regolazione finanziaria implacabile, tale da garantire che non sarà più
possibile riversare impunemente attivi tossici sui mercati – con lo stesso vigore
con cui le agenzie di controllo alimentare verificano l’introduzione di nuovi
prodotti. Ma il tutto non potrà mai tradursi in realtà finché si lasceranno più di
10.000 miliardi di attivi in gestione – la gestione più opaca possibile – ai paradisi
fiscali. In ultimo, occorre porre termine, nel mondo della finanza, a quei
compensi indecenti che hanno appunto contribuito a far correre rischi eccessivi.
Il tutto dovrà necessariamente passare attraverso un aggravio della progressività
fiscale per i redditi più alti, qualcosa che si pone esattamente agli antipodi della
politica francese dello scudo fiscale, il quale punta invece a esentare in anticipo i
ceti privilegiati dallo sforzo da compiere per pagare il conto. Con una strategia
simile, è probabile che ci si debba preparare a crisi ancor più violente, sia sociali
sia politiche.
COME SI VOTA NEL PARTITO SOCIALISTA?

25 novembre 2008

La crisi che sta attualmente scuotendo il PS servirà almeno a mettere in luce


l’assurdità delle sue procedure elettorali. Che senso ha affrontare delle elezioni
legislative con un sistema integralmente proporzionale (il voto del 6 novembre
sulle mozioni per la ripartizione dei 200 seggi del consiglio nazionale, il
cosiddetto “parlamento del partito”), cui fa seguito uno scrutinio presidenziale
maggioritario a due turni, fissato il 20 e 21 novembre, per scegliere il leader del
partito? Il tutto con un congresso tra uno scrutinio e l’altro, destinato a verificare
se non sarebbe possibile, per un caso particolarmente fortunato, riuscire a
mettere tutti d’accordo su un candidato unico ed evitare così il voto della
settimana successiva. Un vera macchina per allestire psicodrammi!
A nessun paese, a nessun organismo, verrebbe in mente di governarsi in tal
modo. Dal momento in cui si dà il diritto di voto ai militanti, è ovvio che essi lo
fanno valere, e fanno più che bene. Resta il problema di fondo: per quale
miracolo statistico i 134.784 elettori socialisti sono riusciti a dividersi in due
metà quasi esattamente uguali – 67.413 voti per Aubry (50,02%) e 67.371 per
Royal (49,98%)? Anche ipotizzando che ogni percentuale elettorale abbia pari
probabilità di uscita, un esito sul filo di lana come questo – meno di 50 voti di
scarto – non ha che una possibilità su 3000 di verificarsi.
Non si può escludere che venerdì sera si sia realizzata proprio questa
possibilità, ma per fortuna esistono altre spiegazioni. La più citata si fonda sulle
manipolazioni dei risultati regionali avvenute nel corso della notte: prima si
aspettano le percentuali dei dipartimenti notoriamente avversi, poi si correggono
i propri in modo da ristabilire il vantaggio, optando evidentemente per la
correzione meno vistosa possibile, in modo da rendere quasi nulla l’eventualità
che la manipolazione venga scoperta. Vedendo i servizi televisivi trasmessi nel
weekend, è difficile escludere un’ipotesi del genere. Proviamo ad avanzare, qui,
una teoria un po’ più benevola: quella dell’elettore medio.
In democrazia, se entrambi i candidati presenti sono semplicemente degli
“opportunisti” (vale a dire se cercano prima di tutto di vincere le elezioni, senza
altra particolare convinzione), ciascuno dei due adatta il proprio discorso di
candidatura in modo da puntare sull’elettore medio, il che porta a una
convergenza delle percentuali elettorali verso risultati estremamente ravvicinati:
più o meno 50 e 50. In altri termini, Martine e Ségolène hanno scelto di
mantenersi spalla a spalla sviluppando discorsi relativamente simili, con una
retorica abbastanza marcata a sinistra per piacere a tutti i militanti e proposte
sufficientemente sfumate per evitare di correre il rischio di perdere. Di fatto, i
presunti scontri sul “partito dei militanti” e sull’alleanza al centro erano
largamente fittizi: nessuno pensa sul serio che il partito conti troppi militanti e
che i dibattiti di sezione diventerebbero meno stimolanti aprendosi a persone
dotate di minor “maturità politica”: ciascun candidato accetta, in pratica, di
arrotondare la propria maggioranza rivolgendosi all’elettore medio. Se le due
candidate si fossero davvero fatte interpreti di visioni radicalmente diverse sul
futuro della sinistra, come sostengono un po’ troppo in fretta alcuni
commentatori, per quale prodigio le due visioni si sarebbero tradotte in due metà
perfettamente uguali? La teoria dell’elettore medio non spiega certo come i
candidati siano giunti a individuarlo con tanta precisione, ma almeno spiega
perché l’esito era stato programmato per risultare quanto mai incerto,
aumentando così la tentazione di piccole manipolazioni a margine.
Se la nostra spiegazione è, in parte, quella giusta, la soluzione del problema
sta nel dedicare un po’ di tempo alla riorganizzazione di un vero confronto
democratico, costringendo le due candidate a spiegare le loro scelte per il futuro,
in particolare nel quadro di un dibattito pubblico – che è poi quanto sarebbe
dovuto accadere nei giorni scorsi. Nessuno può sapere in anticipo chi trarrebbe
vantaggio da un tale dibattito. Per i seguaci di Martine Aubry sarà l’occasione di
dimostrare la coerenza della strana coalizione messa in piedi, la presunta
competenza economica e sociale della loro campionessa e le carenze attribuite
alla rivale. Per i seguaci di Ségolène Royal sarà un’opportunità per valorizzare
meglio le sue proposte sull’ecologia, sulle pensioni, sulla crisi finanziaria o sul
fisco. Ne uscirà un voto più ragionato, probabilmente più incline in un senso che
nell’altro, e forse anche un’opportunità per 60 milioni di francesi di capire su
quali temi di fondo si differenziano le due candidate alla ricostruzione della
sinistra – il che non sarebbe poi male. Al punto critico in cui si trova il PS, è
molto meglio puntare fino in fondo sulla democrazia.
BISOGNA ABBASSARE L’IVA?

23 dicembre 2008

Che cosa pensare delle aspre critiche espresse in Francia e in Germania


riguardo al piano di rilancio britannico? Innanzitutto che, malgrado
l’autocompiacimento francese sui sei mesi di presidenza francese UE, l’Europa,
in realtà, non se l’è mai passata così male. Non si tratta di sostenere, anche da
noi, che il calo del tasso globale dell’IVA dal 17,5 al 15% deciso da Gordon
Brown rappresenti la soluzione miracolosa per evitare la recessione. Ogni paese
ha le sue specificità, ed è chiaro che il Regno Unito, il cui settore finanziario è
stato colpito in pieno dalla crisi mondiale, si prepara comunque a vivere ore
particolarmente difficili. Ma è in ogni caso sconfortante che il piano Brown sia
stato immediatamente respinto dai governi francese e tedesco senza un
preventivo dibattito. Tanto più che gli argomenti addotti contro il ribasso
dell’IVA sono tanto contraddittori quanto infondati dal punto di vista economico.
Alla tesi del ribasso dell’IVA si risponde con il seguente argomento: un calo
del genere non si tradurrà integralmente in un calo dei prezzi. E infatti non esiste
alcuna ragione perché si produca una tale ripercussione integrale. Dal punto di
vista economico, è perfettamente normale che gli effetti del calo dell’IVA
finiscano per suddividersi equamente tra imprese e consumatori, a seconda
dell’elasticità della domanda e dell’offerta di beni di consumo nei vari settori.
Nei settori caratterizzati da una sovracapacità di produzione, la concorrenza
contribuisce a un forte calo dei prezzi e a un rilancio della domanda. Invece nei
settori in cui, per aumentare la produzione, sono necessari nuovi investimenti, il
calo dell’IVA permette alle imprese di ricomporre i margini di manovra, il che è
comunque un’ottima cosa. Per cui un ribasso dell’IVA assicura al tempo stesso un
rilancio sia della domanda sia dell’investimento, conformemente alla teoria
dell’incidenza fiscale. Prima di stigmatizzare il “rozzo keynesismo” britannico, il
ministro socialdemocratico tedesco delle Finanze avrebbe fatto meglio a
rileggersi i manuali di economia.
Il secondo argomento impiegato per respingere la tesi del ribasso dell’IVA è il
seguente: un calo del genere favorirebbe prima di tutto le importazioni. È
sicuramente preferibile che simili ribassi siano coordinati – da qui l’interessante
proposta del think tank Bruegel di una riduzione simultanea di almeno 1 punto
dell’IVA in tutti i paesi europei –, ma subordinare l’intero dibattito fiscale e di
bilancio alla questione delle importazioni è insensato! La totalità delle
importazioni di beni di consumo (dal tessile alle calzature, passando per i
giocattoli e l’elettronica) equivaleva nel 2007 ad appena 70 miliardi di euro,
ossia al 7% dei 1000 miliardi di euro consumati dalle famiglie francesi. Quanto
al totale delle importazioni, esso ammonta al 25% del PIL (il 70% del quale
deriva dal commercio intraeuropeo): come ricordava Philippe Martin la
settimana scorsa, la quota di importazioni è in realtà maggiore per i beni di
investimento e i consumi intermedi che per i beni di consumo. In sostanza, il
fatto importante è che il 75% del PIL corrisponde a beni e servizi prodotti in
Francia e consumati (o investiti) in Francia. Pretendere di ricondurre l’analisi di
uno strumento fiscale complessivo come l’IVA alla questione della sua incidenza
sugli scambi commerciali è incredibilmente riduttivo. Se davvero si pensa che il
benessere dei francesi passi per un aumento della tassazione dei beni importati
dall’estero, allora si proceda a un aumento dichiarato dei tassi sulle importazioni
e si smetta di viziare l’intero dibattito fiscale e politico sollevando una questione
così secondaria. Come ha dimostrato Paul Krugman riferendosi agli Stati Uniti,
l’ossessione per le importazioni e la “competitività” finisce per inquinare ogni
forma di pensiero economico, tanto a destra (dove gli ayatollah dell’IVA
sembrano pronti a rimettere sul tavolo il loro progetto di aumento dell’IVA
stessa!) quanto a sinistra: certi socialisti francesi non sono lontani dal pensare la
stessa cosa, e lo prova la loro timida proposta di ribasso “mirato” dell’IVA (in
termini più chiari: nessun ribasso del tasso globale, l’unico che conta davvero da
un punto di vista macroeconomico).
È ignobile. Un vantaggio supplementare del piano di rilancio per un calo
dell’IVA consiste infatti nella sua immediata efficacia (a differenza, per esempio,
degli investimenti pubblici, che impiegano anni prima di concretizzarsi, come
sanno bene tutti coloro che si trovano ad avere a che fare con il piano Campus!)
e nella sua trasparenza: quando si ribassa l’IVA, si inietta nell’economia denaro
sonante e copioso, a dispetto di tutte le manipolazioni contabili e di altre
operazioni dubbie attualmente in corso. Osiamo un pronostico e formuliamo un
augurio: che, nel 2009, il dibattito sul rilancio dell’idea di abbassare l’IVA possa
davvero godere dell’attenzione che merita.
OBAMA-ROOSEVELT: UN’ANALOGIA FALLACE

20 gennaio 2009

Obama sarà il nuovo Roosevelt? L’analogia è affascinante ma fallace, e per


parecchie ragioni. La più evidente è una profonda differenza di timing. Quando
Roosevelt diventa presidente, nel marzo 1933, la situazione economica appare
del tutto fuori controllo: la produzione è scesa, dopo il 1929, di più del 20%, il
tasso di disoccupazione ha raggiunto il 25%, per non parlare dell’allarmante
situazione internazionale. Dopo la rovinosa presidenza Hoover, concentratasi per
tre anni su una strategia “liquidazionista” – lasciar fallire una dopo l’altra le
banche “cattive” – e su un dogmatismo antistato – eccedenze di bilancio fino al
1931, nessun rilancio della spesa pubblica –, gli americani vogliono un
cambiamento forte e aspettano Roosevelt come se fosse il messia. Ed è proprio
la situazione disperata che egli è chiamato ad affrontare a suggerirgli di adottare
una politica radicalmente nuova.
Per punire le élite finanziarie che si sono arricchite portando il paese sull’orlo
del baratro e per contribuire in pari misura al finanziamento di un gigantesco
piano di espansione dello Stato federale, Roosevelt decide di portare in pochi
anni all’80-90% i tassi d’imposta applicabili ai redditi e alle successioni più
elevate, livelli che rimarranno tali per quasi mezzo secolo.
Giunto al potere solo alcuni mesi dopo l’esplosione della crisi, Obama deve
fronteggiare una situazione totalmente diversa e con un timing politico
nettamente meno favorevole. La recessione non ha ancora raggiunto il livello
apocalittico degli anni trenta – anzi, è ben lontana da quella soglia catastrofica, e
proprio per questo i margini di manovra di Obama per imporre misure
rivoluzionarie sono più limitati. Non solo. Nel caso di un aggravamento della
recessione, il nuovo presidente rischia di esserne considerato il principale
responsabile – cosa che a Roosevelt non poteva accadere. E infatti, sentendosi
meno legittimato di Roosevelt, Obama ha prudentemente rinviato i progetti di
una tassazione più elevata degli alti redditi, scegliendo di lasciare che gli sgravi
dell’era Bush si vanificassero un po’ alla volta: il tasso applicabile ai redditi più
alti risalirà, progressivamente e moderatamente, dal 35 al 39,6% alla fine del
2010, e quello applicabile alle plusvalenze dal 15 al 20%.
I suoi militanti già gli rimproverano le insufficienze del programma
d’investimenti pubblici e del piano di rilancio, troppo ancorato agli sgravi fiscali
a favore dei ceti medi, non a caso molto graditi al Partito repubblicano, ma poco
ambiziosi in termini di spesa pubblica. Ci affligge la bipartisan depression,
scriveva Paul Krugman qualche giorno fa sul “New York Times”. A sostegno di
Obama, vogliamo però ricordare un’altra differenza essenziale rispetto alla
situazione che si è trovato a fronteggiare Roosevelt. In qualche modo, dopo la
crisi del 1929 era molto più facile ampliare il campo d’intervento dello Stato, per
il semplice fatto che il governo federale non esisteva praticamente più. Fino
all’inizio degli anni trenta, il totale delle spese federali americane non supera il
4% del PIL – livello che Roosevelt, nel 1934-1935, porta a più del 10%, prima
che questo 10% raggiunga il 45% durante la guerra e si stabilizzi al 18-20% nel
dopoguerra, il livello al quale si colloca oggi.
La crescita storica del peso dello Stato federale corrisponde alla crescita degli
investimenti pubblici e delle grandi infrastrutture promossa nel corso degli anni
trenta, e non solo: corrisponde alla creazione di un sistema pensionistico
pubblico per ripartizione e di un’indennità di disoccupazione. Il compito che
tocca oggi a Obama è ben più complesso. In America, come in Europa, il grande
balzo in avanti dello Stato moderno ha già avuto luogo, ed è arrivato il momento
di una razionalizzazione dello Stato previdenziale da anteporre a un programma
di ricostruzione ed espansione indefinite. Obama dovrà convincere i suoi
concittadini che la soluzione della crisi e la preparazione del futuro esigono un
nuovo flusso d’investimenti pubblici, in particolare nei settori dell’energia e
dell’ecologia, nonché di spesa pubblica, in particolare nel campo della
previdenza sanitaria (la salute è la parente povera del magro welfare state
americano). Speriamo per lui e per il mondo che ci riesca senza che si debba
passare attraverso una depressione di ampiezza analoga a quella degli anni
trenta.
AUTONOMIA DELLE UNIVERSITÀ: L’IMPOSTURA

17 febbraio 2009

Perché l’autonomia delle università, idea in teoria seducente, sta provocando


un tale stato di ribellione? Per quale prodigio Nicolas Sarkozy e Valérie Pécresse
sono riusciti a mettere d’accordo tutti contro di loro – dai mandarini di sinistra ai
mandarini di destra, dagli studenti ai giovani insegnanti ricercatori – su quello
che essi continuano a considerare il “cantiere prioritario del quinquennio”, la
“priorità delle priorità”? Per il semplice fatto che, ai vertici dello Stato, regnano
sovrane l’ideologia, l’incompetenza e l’improvvisazione.
A rigore, non aveva alcun senso lanciarsi in riforme tanto ampie con risorse
umane e finanziarie tanto scarse o, meglio, in piena stagnazione. Si possono
rigirare i documenti di bilancio in tutti i sensi possibili: la verità è che,
contrariamente a quanto sostiene il potere costituito, non c’è stato alcun aumento
delle risorse destinate alle università, alle scuole e ai centri di ricerca. L’unico
sviluppo significativo è quello dovuto all’esplosione del credito d’imposta sulla
ricerca (riduzione d’imposta sui redditi d’impresa a seconda delle spese riservate
alla ricerca e allo sviluppo), misura dai meriti discutibili (a prima vista,
sembrano prevalere gli effetti di facciata). Ma è un aumento che non riguarda in
alcun modo i bilanci degli istituti d’insegnamento superiore e di ricerca. Il fatto
che Sarkozy continui a sostenere il contrario non fa che rafforzare l’impressione
del suo atteggiamento sprezzante nei confronti degli universitari, i quali, per loro
natura, sanno fare bene i conti, e possono constatare ogni giorno il mancato
rinnovo dei contratti e il minor credito devoluto ai laboratori. Non è facendo
passare la gente per una massa d’imbecilli che si sviluppa una cultura
dell’autonomia e della responsabilità.
Al di là dell’errore politico, la stagnazione delle risorse testimonia un
profondo errore di analisi. Le università francesi sono, rispetto alle loro
concorrenti straniere, gravemente ipodotate. Di più. Non può esistere autonomia
pienamente attuata senza un controllo delle corrispondenti risorse, con passi in
avanti regolari e preventivati. La libertà nella povertà e nella penuria non
funziona: lo dimostra come meglio non potrebbe il problema immobiliare. In
assoluto, concedere alle università il pieno controllo del loro patrimonio
immobiliare è una buona idea: è vero che il ministero non è in grado di prendere
decisioni valide al loro posto, ma non è meno vero che l’ipercentralizzazione
comporta inverosimili lentezze o progetti faraonici mal concepiti. Inoltre,
siccome il governo non ha dato un centesimo per garantire la manutenzione degli
istituti, nessuna università ha voluto diventare proprietaria di edifici spesso
inadeguati. Nella fattispecie, l’esecutivo avrebbe dovuto concedere, oltre alla
proprietà delle costruzioni, dotazioni tali da coprire le spese di manutenzione e
di investimento per i dieci o quindici anni a venire. Certo, il tutto avrebbe
comportato somme considerevoli (decine di miliardi di euro) da sborsare
immediatamente. Ma l’autonomia ha il suo prezzo: nessuna università può dirsi
autonoma se non dispone di una dotazione in capitale di cui controlla
completamente l’utilizzo. E siccome, con tutta evidenza, ci vorranno decenni
prima che il mecenate privato svolga appieno il suo ruolo, tocca allo Stato fare
da agente di collegamento, assegnando dotazioni iniziali significative a ciascuna
università.
Con il piano Campus, lo Stato ha fatto l’esatto contrario: non ha versato
neppure un euro ai pochi istituti prescelti – peraltro con una parsimonia tutta
particolare – e il potere non sborserà nulla prima della costruzione effettiva, il
che gli consente di mantenere uno stretto controllo sulle scelte immobiliari o
scientifiche e di demandare il carico finanziario ai governi successivi, facendo
così dimenticare che “le casse sono vuote”, soprattutto per le università. Senza
contare che la legge Pécresse sulla “libertà e responsabilità delle università”
(LRU) – votata in gran fretta nell’estate 2007 e perlopiù limitata alla riduzione
dell’entità numerica dei consigli di amministrazione – non ha minimamente
posto le basi di una governance equilibrata delle università.
Ce ne rendiamo conto oggi, e fin troppo bene: gli insegnanti ricercatori non
ripongono alcuna fiducia nel potere locale dei presidi di università, in particolare
per le decisioni di promozione o modulazione dei servizi. Al punto che molti
preferiscono far capo ad agenzie e commissioni nazionali ipercentralizzate, di
cui tutti conoscono peraltro i limiti. La fiducia nella governance locale, chiave di
volta dell’autonomia, potrà crearsi solo un po’ alla volta, da un lato concedendo
alle università risorse adeguate per sviluppare progetti e non risorse scarse da
ripartire (non sarà facile creare fiducia in condizioni del genere), dall’altro
facendo particolare attenzione alla struttura dei contropoteri in seno agli istituti.
Ovunque, nel mondo, i presidi universitari sono prima di tutto degli
amministratori: non sono necessariamente degli accademici e, in ogni caso, sono
elettivi e rendono conto del loro operato a consigli non esclusivamente
universitari. In compenso, intervengono solo in casi eccezionali nelle scelte
scientifiche, che vengono sempre fatte su proposta degli specialisti delle diverse
discipline. Si tratta di equilibri delicati su cui nessun governo ha mai messo
bocca.
Speriamo almeno che questa politica cinica e balorda non finisca per liquidare
l’idea stessa di libertà, di decentramento e di autonomia. Non dobbiamo
ripiegare su una sinistra da agenzia TASS solo perché abbiamo a che fare con una
destra da TF1. È stata la sinistra a inventare le radio libere, e toccherà alla
sinistra, un giorno, inventare delle università davvero libere, autonome e
prospere.
PROFITTI, SALARI E DISUGUAGLIANZE

17 marzo 2009

In questi tempi di crisi lacerante, è un peccato perdere tempo in polemiche


vane. Di volta in volta, il dibattito sulla ripartizione di profitti e salari all’interno
del valore aggiunto delle imprese assume risvolti sorprendenti. Alcuni, a sinistra,
sembrano sospettare che chiunque sostenga la stabilità della ripartizione pensi
altresì che in Francia le disuguaglianze di reddito non sono aumentate. Anche se
si tratta di due questioni del tutto distinte, resta in ogni caso essenziale
comprenderne la natura, se si intende adottare politiche di reddito appropriate. E,
dal momento che questi confronti finiscono sempre per risolversi nella
discussione del problema delle disuguaglianze, diciamolo chiaramente: in
Francia, nell’ultimo decennio, le disuguaglianze sono letteralmente esplose.
Lo studio di Camille Landais lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio. Tra il
1998 e il 2005 si rileva, presso i francesi più agiati, una forte lievitazione del
potere d’acquisto: 20% in media per l’1% più ricco, più del 40% per lo 0,01%
ancora più ricco, mentre il 90% dei francesi meno agiati ha registrato una
crescita di appena il 4%. E tutto sta a indicare che l’incremento non si sia affatto
fermato ma che, anzi, tra il 2005 e il 2008 si sia amplificato. Si tratta di un
fenomeno nuovo, sconosciuto nei decenni precedenti, e massiccio: il trend è di
un’ampiezza paragonabile a quella osservata negli Stati Uniti dagli anni ottanta
in avanti, con un conseguente trasferimento dell’ordine di 15 punti di reddito
nazionale a beneficio dell’1% più ricco e la stagnazione del potere d’acquisto del
resto della popolazione. Come può essere compatibile il primo fenomeno con il
secondo, anch’esso incontestabile, vale a dire la stabilità macroeconomica della
ripartizione tra profitti e salari?
Chiunque si connetta al sito dell’INSEE (rubrica della contabilità nazionale)
potrà verificarlo da sé. Se si somma l’insieme dei salari (compresi i contributi
del padronato) versati dalle società francesi nel 2007, si ottiene una massa
salariale totale di 623 miliardi di euro contro 299 miliardi per i profitti lordi
(quanto resta alle imprese dopo aver pagato salariati e fornitori), ossia una quota
di 922 miliardi di “valore aggiunto” (uguale, per definizione, alla somma della
massa salariale e dei profitti lordi) suddivisa in un 67,6% di salari e in un 32,4%
di profitti. Nel 1997 le cifre erano: 404 miliardi di massa salariale e 195 miliardi
di profitti lordi, ossia il 67,4% di salari e il 32,6% di profitti. Dopo il 1987 si
rileva un’analoga stabilità, attorno al 67-68% per i salari e al 32-33% per i
profitti. Salvo supporre che l’INSEE sbagli a fare le addizioni, siamo di fronte a
una realtà indiscutibile.
Altrettanto noto è il calo dei salari tra il 1982 e il 1987, successivo alla
crescita osservata negli anni settanta. Andare però a cercare in questo fenomeno
degli anni ottanta la spiegazione dell’esplosione delle disuguaglianze osservata a
partire dalla fine degli anni novanta non ci pare serio, e soprattutto non aiuta a
risolvere i problemi di oggi.
Come spiegare, allora, perché dalla fine degli anni novanta le disuguaglianze
sono tanto aumentate, malgrado la stabilità della ripartizione tra profitti e salari?
Primo: perché la struttura della massa salariale si è notevolmente modificata a
favore degli altissimi salari. Mentre per la stragrande maggioranza gli aumenti
salariali sono stati ampiamente assorbiti dall’inflazione, i salari più elevati – in
particolare oltre i 200.000 euro annui – hanno registrato crescite considerevoli
del potere d’acquisto.
Negli Stati Uniti si assiste al medesimo fenomeno: i quadri dirigenti hanno
assunto il pieno controllo delle operazioni e si votano da soli aumenti di reddito
esorbitanti, privi di qualsiasi rapporto con la produzione (per definizione non
verificabile), incoraggiati in tal senso da sgravi fiscali a ripetizione. Nel settore
finanziario, questi compensi indecenti hanno inoltre stimolato comportamenti
insensati in termini di rischio, comportamenti che hanno finito per incidere non
poco sulla crisi che stiamo vivendo.
Di fronte a una deriva del genere, l’unica risposta credibile è un incremento
della tassazione per gli alti redditi – soluzione che, iniziando a farsi strada negli
Stati Uniti e nel Regno Unito, finirà prima o poi per attecchire anche in Francia,
ammesso che Nicolas Sarkozy arrivi a capire che l’errore del suo quinquennio è
proprio l’adozione dello scudo fiscale.
Secondo: la famosa stabilità della ripartizione tra profitti e salari non tiene
conto né dell’aggravio dei prelievi che pesano sul lavoro (in particolare i
contributi previdenziali) né del ribasso dei prelievi che pesano sul capitale (in
particolare l’imposta sui redditi d’impresa). Se ci si pone nella prospettiva dei
redditi effettivamente percepiti dalle famiglie, si rileva che la parte dei redditi da
capitale (dividendi, interessi, affitti) ha continuato ad aumentare, mentre quella
dei salari netti è scesa inesorabilmente, rafforzando in tal modo la crescita delle
disuguaglianze. Senza contare che le imprese, dopate dalla bolla borsistica e
dalle plusvalenze illusorie (e poco tassate), hanno raddoppiato, da vent’anni a
questa parte, i loro versamenti di dividendi, al punto che la loro capacità di
autofinanziamento è diventata negativa (i profitti non distribuiti, ossia un
discreta metà dei profitti netti, non permettono nemmeno di rimpiazzare il
capitale usato). La risposta, ancora una volta, è di tipo fiscale, e passa per un
riequilibrio tra capitale e lavoro, per esempio sommando i redditi d’impresa con
i contributi previdenziali per malattia e famiglia. È un cantiere ampio, che
esigerà un forte coordinamento internazionale. Speriamo che la crisi ci aiuti,
contribuendo a un radicale cambio di tendenza.
IL DISASTRO IRLANDESE

14 aprile 2009

Passato quasi inosservato in Francia, il nuovo piano di rigore economico


presentato il 7 aprile dal governo irlandese ci ha detto, sulla crisi e le sue
conseguenze, molto di più del G20. Di che cosa si tratta? Come altri piccoli
paesi che avevano puntato moltissimo sui settori immobiliare e finanziario,
l’Irlanda si trova oggi in una situazione economica catastrofica. L’esplosione
della bolla sul valore degli immobili e delle azioni ha portato prima al collasso
economico dell’edilizia e della finanza, poi ha investito l’intera economia
irlandese. Nel 2008 il PIL è sceso del 3% e le ultime previsioni del governo
indicano, per il 2009, un’ulteriore discesa dell’8%, del 3% per il 2010 e un
principio di riequilibrio solo a partire dal 2011. Le entrate fiscali sono crollate e
sono aumentate le spese per salvare le banche dal fallimento e per affrontare la
disoccupazione (il cui tasso raggiungerà il 15% da qui alla fine dell’anno), per
cui il paese si ritrova con un deficit abissale di 13 punti di PIL previsto per il
2009 – l’equivalente della totalità dei salari e delle pensioni della funzione
pubblica.
Il governo irlandese propone pertanto piani di rigore. In febbraio i salari dei
funzionari erano già stati tagliati del 7,5% per finanziare le pensioni, una misura
alquanto brutale giustificata con l’appello sia alla disperata situazione di bilancio
sia alla deflazione a venire (il governo prevede nel 2009 un calo dei prezzi del
4%, ma i salariati, finora, non ne hanno visto nemmeno l’ombra). Martedì scorso
il ministro delle Finanze, Brian Lenihan, ha annunciato nuove misure draconiane
tese a ridurre il deficit 2009 da 13 a 11 punti di PIL, con, tra l’altro, un aumento
generale delle imposte sui redditi. Il salasso sarà in media di circa il 4% dei
redditi complessivi, dal 2% a livello di salario minimo (300 euro di prelievo per
un reddito annuo di 15.000 euro) al 9% per i redditi più elevati, con effetto dal 1°
maggio. E, con tutta evidenza, questo piano di rigore non sarà certo l’ultimo.
La cosa che colpisce di più, nel clima di profondissima crisi, è che il governo
si accanisce a mantenere il tasso ultraridotto del 12,5% d’imposta sui redditi
d’impresa. Brian Lenihan l’ha detto e ripetuto il 7 aprile: è fuori discussione
tornare sulla strategia che ha fatto la fortuna del paese dagli anni novanta in poi,
attirando le sedi sociali di molte multinazionali e gli investimenti stranieri. Molto
meglio, a suo avviso, salassare la popolazione irlandese che rischiare di perdere
tutto facendo fuggire i capitali internazionali. È difficile prevedere come gli
irlandesi reagiranno in occasione delle elezioni europee: un netto no al governo,
un netto no al mondo esterno, oppure entrambi i no insieme. Una cosa è certa:
l’Irlanda non ce la farà a uscire da sola dal terribile ingranaggio nel quale l’ha
incastrata il sistema internazionale.
La strategia dello sviluppo fondato sul dumping fiscale, adottata da tanti
piccoli paesi, è un disastro. L’Irlanda è stata seguita da molte altre nazioni lungo
questa strada, e non può tornare indietro da sola. Quasi tutti i paesi dell’Est
stanno mantenendo un tasso d’imposta sui redditi d’impresa di appena il 10%.
Nel 2008 il gigante informatico Dell ha annunciato la chiusura delle sue unità di
produzione e la loro delocalizzazione in Polonia, provocando il panico in
Irlanda. L’accumulo di capitali esteri si paga a caro prezzo: oggi, un paese come
l’Irlanda versa ogni anno circa il 20% del suo prodotto interno in forma di
profitti e dividendi ai proprietari stranieri dei suoi uffici e delle sue fabbriche.
Tecnicamente il prodotto nazionale lordo (PNL) di cui gli irlandesi dispongono
realmente finisce per essere inferiore del 20% al PIL. Ciliegina sulla torta: l’euro
non permette all’Irlanda nemmeno di evitare di pagare tassi d’interesse
esorbitanti sul debito pubblico. I tassi d’interesse a dieci anni, in Irlanda o in
Grecia, sono oggi quasi due volte più alti che in Germania (5,7 contro 3,1%),
fenomeno assolutamente anomalo trattandosi di paesi con la stessa moneta, che
dimostra in quale misura i mercati stiano speculando sulla prevista bancarotta
dei due paesi – in altri termini, su un’esplosione dell’unione monetaria.
Iniettando aiuti finanziari d’urgenza, come quello già introdotto in Ungheria, il
FMI ha certo gli strumenti per spegnere provvisoriamente questo tipo d’incendio.
Ma solo la UE può contare di avere la legittimità politica per valutare le cause
che hanno portato a tali disastri. Grosso modo, il deal dovrebbe essere il
seguente: l’UE garantisce la stabilità finanziaria della zona e concede gli aiuti
necessari ai piccoli paesi ma, come contropartita, questi ultimi rinunciano alla
strategia del dumping fiscale con, mettiamo, tassi d’imposta sui redditi
d’impresa di almeno il 30-40%. Dopo aver accettato di rinunciare alla loro
sovranità monetaria, i piccoli e i grandi paesi dovranno così accettare di
rinunciare anche a quella fiscale. Ogni altra soluzione è destinata a fallire.
Costruire un’unione monetaria senza un governo economico è già stato un
rischio in tempi relativamente tranquilli. Ma oggi, di fronte a una crisi tanto
grave, il rischio di collasso generale va preso assolutamente sul serio.
BANCHE CENTRALI ALL’OPERA

12 maggio 2009

Non passa giorno senza che si evochino le politiche “non convenzionali”


dispiegate dalle banche centrali per farci uscire dalla crisi. Proviamo a vederci un
po’ più chiaro. Che cosa fanno le banche centrali in tempi relativamente
tranquilli? Si limitano ad assicurarsi che la massa monetaria cresca allo stesso
ritmo dell’attività economica, in modo da garantire una bassa inflazione –
dell’ordine dell’1 o 2% annuo. Inoltre prestano denaro alle banche con prestiti di
breve durata – spesso solo pochi giorni – in modo da garantire la solvibilità
dell’intero sistema finanziario. Infatti, per ogni banca specifica, gli enormi flussi
di depositi e prelievi effettuati quotidianamente dalle famiglie e dalle imprese
non si equilibrano mai del tutto di giorno in giorno. Il ruolo delle banche centrali
è, considerato il rilievo da esse assunto nel finanziamento dell’economia,
tradizionalmente più importante in Europa che negli Stati Uniti, dove prevale il
ruolo dei mercati finanziari. Che cosa hanno fatto le banche centrali da un anno a
questa parte? Grosso modo, hanno raddoppiato il volume degli attivi – un po’ di
più negli Stati Uniti, un po’ di meno in Europa. Fino all’inizio di settembre, gli
attivi totali della Federal Reserve si aggiravano sui 900 miliardi di dollari, vale a
dire il 6% del PIL annuo degli Stati Uniti. Alla fine di dicembre, sono
improvvisamente passati a quasi 2300 miliardi di dollari, vale a dire 16 punti di
PIL. In Europa si rileva un’analoga evoluzione. Tra il settembre e il dicembre
2008 gli attivi della BCE sono passati da 1400 a 2100 miliardi di euro, vale a dire
da 15 a 23 punti di PIL dell’eurozona. Nel giro di tre mesi sono stati perciò
iniettati dalle banche centrali, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, quasi 10
punti di PIL di nuova liquidità.
A chi, le banche centrali, hanno prestato questo denaro? Essenzialmente al
settore finanziario. Ma la principale novità consiste nella durata dei prestiti
accordati alle banche private. Anziché prestare per pochi giorni, la Federal
Reserve e la BCE si sono messe a prestare con scadenze a tre o anche a sei mesi –
da qui un aumento dei volumi corrispondenti. Hanno inoltre iniziato a prestare
sulle medesime durate a società non finanziarie, soprattutto negli Stati Uniti.
Secondo gli ultimi bilanci pubblicati dalle banche centrali, questi volumi di
prestito hanno preso a rifluire dall’inizio dell’anno. Il 1° maggio gli attivi della
Federal Reserve sono così nuovamente scesi a 15 punti di PIL, e quelli della BCE
a 20. Le banche centrali vogliono leggervi la prova che il settore finanziario non
ha più bisogno di liquidità eccezionali e che la ripresa è vicina.
Ma si potrebbe anche leggere, in tale riflusso, un segnale diverso: le banche
non sanno che cosa fare di tutto questo denaro. In effetti, i crediti assegnati alle
imprese e alla famiglie dal settore finanziario non sono sempre stati rilanciati e,
nel corso del primo trimestre 2009, sembrano aver seguito il medesimo ritmo di
decrescita dell’ultimo trimestre 2008. Le politiche “non convenzionali” delle
banche centrali hanno sicuramente contribuito a impedire i fallimenti a catena
delle singole banche – culmine della crisi degli anni trenta, nel corso della quale
le banche centrali erano rimaste inerti. E ora si evoca la possibilità di nuove
politiche monetarie innovative, con prestiti al settore bancario che arrivino fino a
nove o dodici mesi e acquisti di obbligazioni relativamente a lungo termine.
L’ampiezza assunta dai bilanci delle banche centrali è ancora ben lontana dal
rappresentare una seria minaccia inflazionistica. Basti ricordare che i prestiti
accordati dalla Banca di Francia alla fine della Seconda guerra mondiale
superavano largamente il 100% del PIL dell’epoca, con la conseguente forte
inflazione degli anni successivi.
Ma, salvo pensare che le banche centrali si mettano a prestare direttamente a
tutte le scadenze e a tutti gli attori – operazione per cui non hanno gli strumenti
adeguati –, queste politiche non convenzionali finiranno prima o poi per
raggiungere i limiti consentiti. Le banche centrali non possono forzare gli attori
privati, colti impreparati dalla crisi, a spendere denaro. In pratica, l’espansione
monetaria dell’autunno ha più che altro aiutato a finanziare i deficit pubblici: le
banche centrali non hanno prestato direttamente ai governi (i trattati europei ne
fanno espresso divieto alla BCE, e la Federal Reserve ha ridotto le sue emissioni
di buoni del tesoro), ma al loro posto lo hanno fatto le banche private. Dando per
assodato che lo Stato è l’unico attore in grado di spendere, i governi dovranno
assumersi le loro responsabilità e prodursi in seri e rigorosi piani di rilancio.
DISUGUAGLIANZE DIMENTICATE

9 giugno 2009

Il rapporto Cotis sulla ripartizione del valore aggiunto e sul divario dei
compensi percepiti non contiene novità sconvolgenti. Ha però il merito di
ricordarci in modo molto chiaro i fatti essenziali. In particolare, l’apparente
stabilità, dagli anni venti in poi, della ripartizione primaria tra massa salariale e
profitti non deve dissimulare l’aumento delle disuguaglianze e la stagnazione del
potere d’acquisto della maggioranza dei cittadini. Da un lato, i salari più elevati
hanno registrato, dagli anni novanta a oggi, aumenti nettamente superiori alla
media salariale – fenomeno che ha un impatto psicologico disastroso e minaccia,
se non si inverte la tendenza, di assumere il rilievo macroeconomico che ha
assunto negli Stati Uniti. Dall’altro, la crescita debole è stata ampiamente
assorbita dal continuo aumento dei contributi previdenziali e da altri prelievi che
pesano sui salari, per cui il salario netto medio è, da vent’anni a questa parte,
quasi fermo, mentre i redditi da patrimonio hanno registrato progressi
sostanziali.
Anche se il direttore dell’INSEE non può dirlo con la stessa crudezza con cui lo
diciamo noi, da rilevazioni del genere discendono notevoli implicazioni
politiche. Anziché sollevare coltri di fumo sulla ripartizione primaria del valore
aggiunto, bisognerebbe fare ricorso allo strumento fiscale: sgravi fiscali per chi
ha visto ristagnare il proprio potere d’acquisto, aggravi per chi ha maggiormente
beneficiato della crescita. Vale a dire tutto il contrario della politica dell’attuale
governo, il quale ha moltiplicato gli sgravi per i salari più elevati e i patrimoni:
ribasso dell’aliquota superiore dell’imposta sul reddito, scudo fiscale,
detassazione dei dividendi e delle successioni, calo dell’imposta di solidarietà
sul patrimonio. E siccome il tasso globale dei prelievi obbligatori non accenna
manifestamente a calare, l’allargamento delle spese finirà per essere pagato dal
resto della popolazione – in modo discreto, ma inevitabile.
Se il dato complessivo è chiaro, c’è tuttavia un punto che è stranamente
passato sotto silenzio nel rapporto Cotis: negli ultimi anni le imprese hanno
coccolato molto gli azionisti, il che ha provocato un calo inquietante della quota
di profitti riservata agli investimenti. Questa realtà è occultata dal fatto che il
rapporto sceglie di concentrarsi sui profitti lordi, ossia calcolati a monte del
deprezzamento del capitale. Ora, si dà il caso che il capitale produttivo si
deprezzi di continuo. Prima di fare nuovi investimenti, occorre sostituire le
attrezzature usurate: i computer vanno regolarmente cambiati, edifici e altre
strutture devono essere sottoposti a manutenzione e riparazioni ecc. Da un punto
di vista economico – così come, del resto, da un punto di vista fiscale –, la
nozione che conta è quella del profitto netto, quello che si ottiene deducendo dal
lordo il valore del deprezzamento. È vero che i profitti netti sono difficili da
stimare, ma poiché l’INSEE si preoccupa di produrre le migliori stime possibili di
tale deprezzamento, sarebbe meglio tenerle in considerazione anziché passarle
sotto silenzio. Tanto più che la visione globale che si può ricavare della
ripartizione dei profitti cambia radicalmente quando si passa dai profitti lordi ai
profitti netti. Il rapporto Cotis ci dice che i profitti lordi rappresentano, da
vent’anni a questa parte, il 32-33% del valore aggiunto delle imprese, contro il
67-68% per la massa salariale. E questo è vero. Ma il deprezzamento da capitale
delle imprese ha sempre rappresentato circa il 15-16% del valore aggiunto, ossia
grosso modo la metà dei profitti lordi. In altre parole, quando si presentano
gustosissime “torte” secondo le quali le imprese riserverebbero generosamente la
metà dei profitti lordi all’investimento, la verità obbliga a dire che si vuole
prendere in giro un bel po’ di gente. Perché ciò significa che le imprese
sostituiscono le attrezzature usurate prima di pagare gli azionisti, che è poi il
meno che possano fare. Se si ragiona in termini di profitti netti, si rileva invece
che le imprese hanno sempre distribuito la quasi totalità dei profitti ai loro
proprietari sotto forma di interessi e dividendi. Il risparmio netto delle imprese,
ossia ciò che resta loro dopo aver remunerato i proprietari, pagato le imposte e
liquidato i costi del consumo intermedio, non ha mai rappresentato più di
qualche punto di valore aggiunto. È sempre stato il risparmio delle famiglie,
arricchito da quello del mondo intero in periodi di deficit commerciali, a
finanziare l’essenziale dell’investimento netto delle imprese. Il trend inquietante
degli ultimi anni è che il risparmio netto delle imprese, dopo esser diventato
negativo nel 2004, ha rappresentato, tra il 2004 e il 2007, appena l’1-1,5% circa
del valore aggiunto. Negli anni novanta, quando la quota di profitti compresa nel
valore aggiunto era la stessa di oggi, le imprese arrivavano a produrre un
risparmio netto positivo dell’1,5-2% circa. Ora, il trasferimento da 3 a 4 punti di
valore aggiunto a svantaggio dell’investimento e a vantaggio degli azionisti è
considerevole: le imprese si sono messe a distribuire ai loro proprietari più
profitti di quanti ne incassino! Sempre secondo i conti nazionali dell’INSEE, nella
storia non si è quasi mai verificato un fenomeno del genere, con l’unica
eccezione della fine degli anni settanta e dei primi anni ottanta, periodo in cui la
quota di profitti compresa nel valore aggiunto era bassa in modo anormale. E,
secondo gli ultimi dati pubblicati, non bisogna contare troppo sulla crisi per
calmare le acque: il risparmio netto negativo delle imprese francesi ha raggiunto,
nel 2008, il 2% di valore aggiunto.
In tale contesto, non si può non raccomandare un aumento d’imposta sui
profitti distribuiti, ad esempio per finanziare uno sgravio dei contributi che
pesano sul lavoro.
I MISTERI DELLA CARBON TAX

7 luglio 2009

Avete capito qualcosa della carbon tax? Se la risposta è sì, vuol dire che siete
sicuramente dei militanti ecologisti di provata esperienza! Perché, per il comune
mortale, i progetti attualmente avanzati sono avvolti da molti misteri che il
pubblico dibattito non ha per il momento aiutato a chiarire. A livello di principi,
tutto sembra chiaro. Si tratta di tassare i consumi energetici a seconda della
quantità delle emissioni di CO2 prodotte da ciascun consumatore. Guadagnandoci
un “doppio dividendo”: tassando di più le energie inquinanti si potrebbe tassare
di meno il lavoro e rivoluzionare così il nostro sistema fiscale.
Le cose si complicano quando si esaminano i progetti concreti previsti per il
2010, che assomigliano in modo impressionante a un volgare aumento delle
accise sulla benzina, come se ne sono già visti molti in passato. Infatti le nuove
entrate rappresentate dalla carbon tax nel 2010, ovvero circa 9 miliardi di euro,
di cui quasi 5 miliardi provenienti da un aumento delle tasse sul carburante per
automobili, permettono giusto di compensare il calo delle entrate registrato negli
ultimi anni sulla tassa interna sui prodotti petroliferi (TIPP), passate dai 25
miliardi del 2002-2003 ai 20 miliardi scarsi di oggi, in seguito all’aumento del
prezzo del petrolio e al calo dei consumi. L’idea di recuperare le entrate perdute
è certamente buona, ma è davvero rivoluzionaria? In verità, in Francia, la
tassazione cosiddetta “verde” esiste da tempo: secondo Eurostat, le ecotasse
fruttano in totale circa 2,5 punti di PIL (la metà dei quali sotto forma di TIPP),
contro i 3 punti della Svezia e della media europea.
Che cosa c’è, allora, di veramente nuovo nei progetti attuali?
In linea di principio, una carbon tax applicata con successo si distinguerebbe
dalla vecchia ecotassa per il fatto che punterebbe interamente su obiettivi
ecologici coerenti, e non in base a considerazioni di bilancio o di politica interna.
Il che comporta due conseguenze di fondo. La prima: è essenziale tassare tutti i
consumi energetici a un tasso coerente con l’inquinamento prodotto. E finora la
Francia ha tassato la benzina in una misura relativamente aspra, anche se, com’è
noto, ha sottotassato il gas, il gasolio e il carbone.
La seconda, e più importante: una volta stabilito il quadro complessivo e una
volta che è stato accettato da tutti, la specificità della carbon tax è che il suo
importo crescerà regolarmente nel corso dei decenni a venire, a seconda della
valutazione obiettiva del costo delle energie inquinanti per la società, costo
determinato dall’ormai famoso “prezzo per tonnellata di CO2”. Si tratta di un
prezzo fittizio stimato considerando sia i costi legati alla riduzione delle
emissioni (per esempio, se il costo per piantare gli alberi necessari per assorbire
una tonnellata di CO2 o per sviluppare una tecnologia alternativa è di 100 euro, il
prezzo per tonnellata sarà fissato a 100 euro) sia i costi legati alle emissioni
(stimate a seconda delle previsioni climatiche a lungo termine e delle loro
conseguenze per la vita umana). In Francia, il rapporto Quinet sul “prezzo ombra
del carbone” propone di far passare gradualmente il prezzo per tonnellata di CO2
dai 32 euro del 2010 a 100 euro nel 2030 e a 200 euro nel 2050. In concreto,
significa che l’importo della carbon tax aumenterà a seconda della concorrenza.
Le cifre, alquanto incerte, verranno evidentemente rivedute e corrette. Ma il
punto essenziale è che la società e i governi futuri s’impegneranno ad aumentarli
con regolarità, a prescindere dalle circostanze politiche e di bilancio a breve
termine.
Molti esperti fanno anche valere il fatto che questa carbon tax “virtuosa”
debba aggiungersi, se non sostituirsi, alle ecotasse già esistenti. In particolare, il
livello attuale della TIPP sarebbe appena sufficiente a compensare l’inquinamento
dovuto all’abuso dell’auto (qualità dell’aria, traffico, inquinamento sonoro), ma
non compenserebbe le emissioni di gas serra. L’argomentazione tecnica di per sé
reggerebbe, ma deve essere suffragata da motivazioni precise, senza le quali i
contribuenti finiranno per scoprire che il tutto assomiglia più a una doppia pena
che a un doppio dividendo.
Tanto più che il dibattito su come utilizzare le entrate della carbon tax è
partito con il piede sbagliato. Nel settore industriale, le imprese hanno
immediatamente goduto dell’esenzione dalla nuova tassa, in quanto esse non
farebbero che rispettare il codice europeo di quote di emissione. Anche in questo
caso esisterebbero validi motivi tecnici a favore di un siffatto sistema di tasse e
di quote. Ma la cosa finirebbe per rendere poco credibile alla gente l’insieme del
dispositivo, nella misura in cui le quote, per il momento ottenute quasi a titolo
gratuito, saranno soggette a pagamento e saranno suscettibili di aumento solo a
partire dal 2013. In condizioni del genere, proporre di utilizzare dal 2012 le
entrate della carbon tax per sopprimere l’imposta sulle attività professionali
pagate dalle imprese stesse appare una provocazione ideologica del tutto fuori
luogo.
LE LEZIONI FISCALI DEL CASO BETTENCOURT

8 settembre 2009

Per lungo tempo Liliane Bettencourt è semplicemente stata la donna più ricca
di Francia. Ora, con il processo intentatole dalla figlia, è diventata qualcosa di
più, molto di più. In una misura per così dire estrema, il caso Bettencourt
rappresenta infatti alla perfezione, e in modo emblematico, alcuni dei problemi
più spinosi legati ai patrimoni e alla loro trasmissione, problemi destinati a porsi
in grandissima evidenza nel corso del XXI secolo.
Ricapitoliamo. Liliane, 87 anni, erede del gruppo L’Oréal, ha concesso una
certa quantità di donazioni a un amico fotografo di 61 anni, per un importo totale
di 1 miliardo di euro (secondo la stima fatta), vale a dire meno del 10% dei suoi
beni complessivi (che ammontano a 15 miliardi di euro). L’unica figlia,
Françoise, 58 anni, accusa la madre di essersi fatta manipolare e presenta
denuncia per “circonvenzione d’incapace”. Liliane ritiene di non essere affatto
un’incapace e tollera a stento le perizie mediche a cui la figlia tenta si sottoporla
per via giudiziaria. Aggiungiamo che entrambe sono membri del consiglio di
amministrazione di L’Oréal, uno dei titoli di maggiore spicco del CAC 40.
Naturalmente non è questa la sede per pronunciarsi sulla salute mentale delle
due protagoniste. È tuttavia lecito notare che il tutto assomiglia molto a una
guerra interna alla terza età, a una storia di vecchiaia, in qualche modo. Infatti, in
Francia, i patrimoni continuano a invecchiare, in ragione – ovvia –
dell’allungamento dell’aspettativa di vita ma anche per il fatto che i rendimenti
da capitale, negli ultimi trent’anni, hanno nettamente superato i tassi di crescita
del prodotto interno e dei redditi di cui beneficiano gli attivi. Circostanza ancora
più grave, un tale incremento risulta ancora più esasperato per effetto della
crescente pressione fiscale sui redditi da lavoro, che limita enormemente le
capacità di risparmio di chi può contare, per accumulare qualcosa, solo sul
proprio lavoro. Al tempo stesso, i patrimoni hanno beneficiato di sgravi fiscali a
ripetizione, sul piano sia delle trasmissioni ereditarie (donazioni, successioni) sia
dei flussi di reddito patrimoniale (dividendi, interessi, affitti, plusvalenze). Da
questo punto di vista, la forte diminuzione dei diritti di successione votata nel
2007, in totale contraddizione con gli slogan sulla rivalutazione del lavoro, ha
costituito una decisione particolarmente nefasta. Tanto più che, privandosi di un
tale “bastone”, il governo ha anche diminuito nella maggioranza dei casi
l’importanza della “carota” fiscale promessa per le donazioni anticipate.
Verosimilmente, le misure del 2007 avranno quale primo effetto l’accelerazione
del processo d’invecchiamento dei patrimoni attualmente in corso.
Il caso Bettencourt pone anche la questione della libertà di fare testamento,
vale a dire della libertà di lasciare il proprio patrimonio a questo o a quello. Nel
quadro del Codice civile napoleonico, l’eredità, in Francia, è rigorosamente
tutelata. Quali che siano i loro rapporti con i genitori, quale che sia l’importo del
patrimonio, i figli hanno diritto alla “quota legittima”. I genitori possono
disporre liberamente solo di quella che viene convenzionalmente chiamata
“quota disponibile”, pari al 50% del patrimonio in presenza di un figlio, 33%
con due figli e 25% con tre o più figli. In altri termini, una persona che abbia
accumulato un patrimonio di 10 miliardi di euro (o lo abbia ereditato) non ha
altra scelta se non quella di riservare almeno 5 miliardi al figlio unico o 7,5 a tre
figli (in parti uguali). Nel caso specifico, Liliane Bettencourt ha rispettato la
regola. Senza tirare in ballo la sua salute mentale, la figlia, legalmente, potrebbe
solo impedirle di comportarsi come Bill Gates, il quale ha donato una parte
sostanziale della sua fortuna a una serie di fondazioni. Inoltre, l’imposta francese
sulle successioni colpisce con aliquote molto più elevate i patrimoni trasmessi
nell’ambito della “quota disponibile”: l’obiettivo è favorire le trasmissioni ai
figli, anche qui, quale ne sia l’importo.
Bisogna cancellare tutto ciò e passare a un sistema di libertà testamentaria
totale, all’anglosassone? L’opzione è valida, tanto più che l’attuale sistema porta
in pratica, nella stragrande maggioranza dei casi, a una divisione ugualitaria tra
figli, concedendo solo ai grandi patrimoni la possibilità di fare del mecenatismo,
un’alternativa di cui in Francia si deplora sovente l’insufficienza. Al tempo
stesso, gli argomenti del Codice civile a tutela dei figli diseredati e dei genitori
oggetto di abuso tendono obiettivamente a rafforzarsi con lo sviluppo della
“quarta età”, nel qual caso i processi tipo Bettencourt correranno il rischio di
moltiplicarsi. In ogni caso, il meccanismo della “quota legittima” meriterebbe di
essere riconsiderato, fissando un tetto inferiore. Al di là di un certo grado di
patrimonio, non si vede perché la legge dovrebbe costringere i genitori a
trasformare i figli in rentiers.
FINE DEL PIL, RITORNO AL REDDITO NAZIONALE

6 ottobre 2009

Il rapporto Stiglitz sui nuovi indicatori economici è stato criticato per la


mancanza di nuove idee e, soprattutto, per le sue numerose quanto vaghe
raccomandazioni. Eppure esso contiene una proposta concreta, se non
innovativa, che merita di essere appoggiata: si deve smettere fin d’ora di
utilizzare il prodotto interno lordo (PIL), privilegiando invece il prodotto
nazionale netto (PNN).
Il PNN, detto più comunemente “reddito nazionale”, già ampiamente utilizzato
in Francia come indicatore fino al 1950, è adottato ancora oggi nei paesi
anglosassoni. Ed è sempre possibile calcolarlo a partire dalle tabelle dettagliate
della contabilità nazionale stabilite dall’INSEE. Anche se, purtroppo, non viene
mai evidenziato, né nelle pubblicazioni ufficiali né nel dibattito pubblico. Ed è
un peccato, per un motivo che possiamo riassumere in termini molto semplici: se
si cerca di calcolare l’insieme dei redditi realmente disponibili per i residenti di
un paese, il reddito nazionale prevede di porre l’uomo al centro dell’attività
economica, mentre il PIL traduce in larga misura l’ossessione produttivistica dei
“Trente Glorieuses” – da qui il trattamento preferenziale di cui gode.
Il PIL è il riflesso di un’epoca in cui si credeva che l’accumulo dei prodotti
industriali fosse un fine in sé e che la crescita della produzione fosse l’unica
soluzione. Ebbene, con i tempi che corrono, è davvero arrivato il momento di un
ritorno al reddito nazionale.
Quali sono le differenze tra PIL e reddito nazionale? La prima differenza è che
il PIL è sempre “lordo”, nel senso che somma l’insieme del prodotto di beni e
servizi senza dedurne il deprezzamento del capitale che ha consentito di
realizzare quello stesso prodotto. In particolare, il PIL non prende in
considerazione l’usura di alloggi e fabbricati, di strumenti per la produzione,
computer ecc. L’INSEE, tuttavia, effettua stime meticolose di tale deprezzamento,
stime che sono ovviamente imperfette ma che hanno il merito di esistere. Nel
2008 il totale è stimato a 270 miliardi di euro, per un PIL di 1950 miliardi di euro,
da cui un prodotto interno netto di 1680 miliardi.
La stima di tale deprezzamento consente, per esempio, di valutare che le
imprese francesi sono oggi in una situazione di risparmio negativo:
distribuiscono agli azionisti più di quanto avrebbero in realtà da distribuire, per
cui quanto rimane non permette loro nemmeno di sostituire il materiale usurato.
Molti paesi hanno cominciato a integrare nelle loro stime anche il
deprezzamento del capitale naturale e i guasti provocati dall’ambiente durante il
processo di produzione. Ebbene, ci auguriamo che questi sforzi continuino e
valgano anche da noi.
La seconda differenza è che il PIL è “interno”, nel senso che si cerca di stimare
la ricchezza prodotta sul territorio interno del paese considerato, senza
preoccuparsi della sua destinazione finale, e soprattutto senza tener conto dei
flussi di profitto tra paese e paese. Per esempio, un paese in cui l’insieme delle
imprese e del capitale produttivo fosse nelle mani di azionisti stranieri potrebbe
avere un PIL molto alto ma, una volta dedotti i profitti che se ne andranno
all’estero, avrebbe un reddito nazionale molto basso.
Nella Francia del 2008, la correzione non farebbe tanta differenza: secondo
l’INSEE e la Banca di Francia i residenti francesi possiedono grosso modo,
tramite i loro investimenti finanziari, la stessa quantità di ricchezza che il resto
del mondo possiede in Francia.
Il reddito nazionale sarebbe dunque quasi identico al prodotto interno netto
(1690 miliardi di euro). Ma in molti paesi, e non soltanto nei paesi poveri, le
cose sono messe ben diversamente, come dimostra il caso irlandese. Riferito a
una popolazione di 62 milioni, il nostro PIL supera, nel 2008, i 31.000 euro pro
capite, mentre il reddito nazionale si ferma a 27.000 euro. Il dato è sicuramente
superiore al reddito medio reale percepito dai francesi, perché include il valore
dei beni e dei servizi finanziati dalle imposte (scuola, sanità ecc.), il che è
legittimo. Tuttavia è molto vicino al dato reale, per cui il reddito nazionale può
contribuire a colmare il divario tra le statistiche e la ricezione effettiva del
dovuto. A condizione però che si pubblichi anche la sua ripartizione per fasce,
senza fermarsi alle medie nazionali. Le ultime serie che abbiamo stabilito con
Emmanuel Saez mostrano che la quota di reddito nazionale che va all’1% degli
americani più ricchi è passata dal 9% scarso del 1976 a quasi il 24% del 2007,
con un trasferimento di 15 punti di reddito nazionale. Tra il 1976 e il 2007, il
58% della crescita americana è stata così assorbita dall’1% della popolazione (tra
il 2002 e il 2007 la cifra raggiunge il 65%).
La nozione di reddito nazionale si presta molto bene a questo tipo di
scomposizione sociale della crescita, e non è un merito da poco.
ABBASSO LE IMPOSTE IMBECILLI!

3 novembre 2009

È facile denunciare l’imbecillità di un’imposta, e per un semplice motivo:


tutte le imposte sono più o meno imbecilli, nel senso che tassano persone e
attività che, in assoluto, sarebbe auspicabile non tassare. Le cose si complicano
quando, dopo aver annunciato con fierezza la soppressione di un’imposta
imbecille, i responsabili politici si mettono a cercare nuove entrate che li aiutino
a finanziare le spese che ognuno considera davvero sacrosante: scuola, salute,
strade, pensioni. Allora l’esercizio può rivelarsi pericoloso, tanto più che in
materia di imposte è sempre possibile trovare qualcuno più imbecille di te. I
confronti recenti sulla TP (tassa sulle attività professionali) esemplificano a
meraviglia questa cruda realtà.
Ricapitoliamo. La TP si fonda attualmente sul valore del capitale (edifici,
macchinari, attrezzature) utilizzato dalle imprese. Fino al 1999 si fondava anche
sulla massa salariale, prima della soppressione della componente salariale della
TP da parte di Dominique Strauss-Kahn, preoccupato di riequilibrare un sistema
fiscale eccessivamente fondato, secondo molti rapporti, sul lavoro. In termini
generali, ricordiamo che tutte le imposte si fondano sia sui fattori di produzione
(capitale o lavoro) sia sul consumo. Quando si fondano sul capitale, possono
pesare sia sullo stock di capitale (come la TP) sia sul flusso dei redditi derivanti
dal capitale (profitti, dividendi, interessi, affitti) – come l’imposta sul reddito
d’impresa – il che comporta vantaggi ma anche inconvenienti.
Ricordiamo anche che non esistono imposte pagate dalle imprese: tutte le
imposte finiscono sempre per essere pagate dalle famiglie, un euro sull’altro. In
questo mondo non esiste purtroppo nessuno, se non la persona fisica in carne e
ossa, che paghi le tasse. Il fatto che le imprese siano tecnicamente tenute a farsi
carico di alcune di esse, vale a dire a demandare l’assegno all’amministrazione
fiscale, non dice nulla sulla loro incidenza finale. Inevitabilmente, le imprese
fanno ricadere tutto ciò che pagano sui salariati (riducendone i salari), sugli
azionisti (riducendo i dividendi o accumulando meno capitale a loro nome) e sui
consumatori (aumentando i costi dei prodotti). La scomposizione finale non è
sempre visibile a occhio nudo ma, in un modo o in un altro, tutte le imposte
finiscono per ripercuotersi sia sui fattori di produzione sia sul consumo. Per
esempio, le imprese in teoria pagherebbero i contributi previdenziali, calcolati a
partire dalla massa salariale; ma è facile riconoscere che tale prelievo è
soprattutto pagato dai salari che, se quella contribuzione non esistesse, sarebbero
più elevati.
Altro esempio: le imprese emettono ogni trimestre degli assegni a titolo di
imposta sul valore aggiunto (IVA), calcolata sul valore totale delle vendite
dell’azienda detratto del valore totale dei crediti alle altre imprese. Questa
differenza, detta “valore aggiunto” è pari alla somma di cui dispongono le
imprese per remunerare il lavoro (salari) e il capitale (profitto). A volte si pensa
che l’IVA si ripercuota integralmente sui prezzi, ma si tratta di un’idea sbagliata:
come tutte le imposte, l’IVA è pagata in parte dai fattori di produzione (capitale e
lavoro) e in parte dai consumatori, in proporzioni che variano a seconda del
grado di concorrenza del settore considerato e del potere di contrattazione tra le
parti, come dimostra il caso recente del settore alberghiero e della ristorazione.
Torniamo alla TP. Secondo la riforma proposta, la TP finirà per fondarsi anche sul
valore aggiunto (salari e redditi d’impresa) e non più sul solo capitale.
Il che si tradurrà in uno sgravio per il capitale e in un nuovo aggravio del
prelievo fiscale che pesa sul lavoro e sui consumi, in un senso esattamente
opposto alla riforma del 1999. Sarebbe stato auspicabile mantenere l’imponibile
attuale, il quale ha anche il vantaggio per gli enti e le autorità locali di essere più
facilmente individuabile e meno volatile dei profitti. A condizione però di
rivedere finalmente i valori degli edifici e delle attrezzature delle imprese, valori
che, come tutte le altre imposte locali, non sono più stati rivisti dagli anni
settanta. Al giochetto della demagogia fiscale, succede di rado che siano i più
deboli a guadagnarci.
CHI SARÀ A GUADAGNARE CON LA CRISI?

1° dicembre 2009

Quali saranno gli effetti della crisi finanziaria mondiale del 2007-2008 sulla
ripartizione delle ricchezze? Contrariamente a quanto spesso si dice, è poco
probabile che la crisi porti a una riduzione duratura delle disuguaglianze. Il
crollo dei valori di borsa e dei prezzi immobiliari colpisce certo in primo luogo i
possessori di patrimoni. Ma chi non possiede che il proprio lavoro è non meno
duramente colpito dalla minaccia di disoccupazione. È così per tutte le
recessioni. L’effetto immediato è, in genere, sia una riduzione delle
disuguaglianze tra la media e alta distribuzione (calo dei profitti e delle indennità
per i superquadri) sia un aumento delle disuguaglianze tra la media e bassa
distribuzione (crescita della disoccupazione). Se poi si esaminano gli effetti a
medio e lungo termine, le cose risultano ancora più complesse.
La crisi del 1929 è indubbiamente stata seguita da una fase di riduzione
storica delle disuguaglianze in tutti i paesi sviluppati. Negli Stati Uniti, la quota
del reddito nazionale percepita dal 10% dei redditi più elevati raggiungeva nel
1928 il 50%. Negli anni trenta si è ridotta al 45% e negli anni 1950-1960 al 35%.
Bisogna aspettare il 2007 per ritrovare – e anche vedere leggermente superato –
il record di disuguaglianza del 1928. Ma non c’è nessun motivo di ritenere che
un simile scenario si ripeta automaticamente nel 2009-2010. Le serie storiche
che abbiamo fissato con Tony Atkinson, serie che descrivono oggi l’evoluzione
delle disuguaglianze in 23 paesi nel corso del XX secolo, dimostrano senza
ambiguità che le crisi finanziarie in quanto tali non hanno alcun effetto duraturo
sulle disuguaglianze stesse: tutto dipende dalla risposta politica che viene loro
data. Per esempio, la crisi finanziaria svedese del 1991-1993 non ha cambiato
nulla nel trend di crescente concentrazione dei redditi e dei patrimoni in atto in
Svezia dagli anni ottanta. Negli anni successivi alla crisi finanziaria asiatica del
1997-1998, si osserva persino una crescita improvvisa della quota di patrimonio
nazionale e del reddito percepito dal 10% più abbiente, e lo stesso accade a
Singapore e in Indonesia. Anche se i dati disponibili sono ancora imperfetti, la
spiegazione più probabile è che i più abbienti siano riusciti a trarre vantaggio
dalla crisi, assicurandosi gli attivi giusti al momento giusto. I patrimoni più
elevati comportano un numero superiore di investimenti a rischio, il che li porta
a trarre maggior profitto dai boom e, in genere, a calare maggiormente nel corso
delle crisi. Ma quando si possiede 1 milione di euro di attivi (e a fortiori se si
dispone di 10 o 100 milioni), si hanno a disposizione, per pagare intermediari e
consiglieri finanziari, risorse ben maggiori di quando si possiedono 50.000 o
100.000 euro. In media, pare sia stato questo secondo effetto a prevalere durante
le crisi svedesi e, ancor più, durante le crisi asiatiche. Ed è possibilissimo che
questo medesimo meccanismo sia in atto oggi. La verità è che non si sa molto di
più, tanto il nostro apparato statistico è inadatto a studiare in tempo reale questi
fenomeni complessi di ridistribuzione finanziaria. Il che è tanto più grave, in
quanto tali fenomeni svolgono oggi un ruolo centrale, considerate le risposte
politiche date alla crisi. Nel 1929 i governi lasciarono che si moltiplicassero i
fallimenti, il che comportò perdite nette di patrimonio.
Oggi i governi rimettono in sesto le banche e le grandi imprese, il che
consente di evitare la depressione. Ma, anziché chiedere il conto a istituti così
compromessi, l’eccesso di generosità pubblica favorisce in molti casi
ridistribuzioni alla rovescia. Dopo il 1929, i governi avevano chiesto il conto a
chi si era arricchito trascinando il mondo intero sull’orlo del baratro: forte
aumento delle imposte sui redditi d’impresa e carico fiscale progressivo sui
redditi e sui patrimoni molto elevati, riappropriazione pubblica del capitale
privato in tutte le sue forme (rigorosa regolazione finanziaria, blocco degli
affitti, nazionalizzazioni ecc.). Sono state queste risposte politiche a condurre
alla storica riduzione delle disuguaglianze, non la crisi finanziaria in quanto tale.
Oggi, da un punto di vista tecnico, la realtà si presenta in maniera molto
differenziata (esistenza delle stock options, dei paradisi fiscali ecc.), ma gli
obiettivi di fondo restano gli stessi. Abbandonato a se stesso, il capitalismo,
proprio perché profondamente instabile e antiugualitario, porta inevitabilmente a
esiti catastrofici. E, a quanto pare, ci vorrebbero, ahimè, altre e ulteriori crisi
perché i governi ne prendano piena coscienza.
CON O SENZA PROGRAMMA?

29 dicembre 2009

È possibile vincere le elezioni senza avere alcun programma? Senz’altro. La


storia elettorale è piena di episodi al termine dei quali certi partiti politici
conquistano la vittoria e il potere non perché le loro proposte hanno
entusiasmato le folle, bensì grazie agli errori commessi dall’avversario e alla
reazione di rigetto che costui ha determinato. Il problema è che, prima o poi, si
finisce per pagarne il prezzo.
Prendiamo ad esempio la vittoria socialista del 1997. Con le 35 ore e la
politica del primo impiego, si potrebbe certo dire che la sinistra avesse qualcosa
di molto somigliante a un programma. Ma non recheremo offesa ai responsabili
dell’epoca se diremo che misure del genere erano state messe insieme in poche
settimane, per riunificare il più in fretta possibile l’intera sinistra dopo le
divisioni aspramente suscitate dal presidente designato.
E il prezzo venne pagato a partire dal 2000. Una volte adottate le due
emblematiche misure, la sinistra provvisoriamente riunificata non seppe più che
cosa fare o proporre al paese, per il semplice motivo che le sue diverse
componenti non erano d’accordo su nulla. Pensioni, fisco, insegnamento
superiore, mercato del lavoro: su nessuno di questi temi chiave i partiti al potere
avevano un abbozzo di programma sufficientemente omogeneo. L’opinione
pubblica ha finito per rendersene conto e tale consapevolezza ha probabilmente
contribuito alle sconfitte del 2002 e del 2007. Senza contare che le misure
raccogliticce, messe insieme in gran fretta, rappresentano a volte delle bombe
politiche a effetto ritardato. Non è illecito vedere nel trionfo del “lavorare di più
per guadagnare di più” una vittoria postuma sulle 35 ore, ottima riforma sul
lungo termine ma poco adatta alla fase di massima stagnazione salariale nella
quale la Francia e i paesi ricchi si sono trovati invischiati dall’inizio degli anni
ottanta.
Proviamo ora ad attraversare l’Atlantico. Per molti osservatori americani, il
responso è già deciso: se Barack Obama è stato costretto a cedere a tutte le lobby
private e a snaturare la riforma del sistema sanitario, è perché non aveva preso
impegni sufficientemente precisi prima delle elezioni. Obama, in realtà, non è
stato eletto in base a un programma: da qui la sua attuale debolezza. Visto
dall’Europa, dove si è molto più sensibili alla dimensione mondiale dell’elezione
di Obama, si tende comunque a essere più clementi con il presidente americano.
Obama avrebbe certo potuto astenersi, durante le primarie, dall’assumere toni da
Partito repubblicano per criticare il programma di riforma sanitaria di Hillary
Clinton, più ambizioso del suo. Se lo avesse fatto, oggi potrebbe far valere un
peso ben maggiore di fronte al Congresso e all’industria farmaceutica.
In ogni caso, chi potrebbe oggi rimproverare Obama di non aver voluto
rischiare in extremis di spaventare l’elettorato proponendo un programma
completo sul tema delle assicurazioni e della sanità pubblica, compromettendo
così la propria imminente e storica vittoria? I 160 milioni di americani che
dispongono di una copertura sanitaria privata non erano sicuramente disposti ad
accettare una previdenza pubblica che, negli Stati Uniti, potrà essere adottata
solo con estrema gradualità. Senza dimenticare che gli elettori chiedono a volte
al candidato più una visione complessiva del mondo e una capacità di
adeguamento al contesto storico in perenne fluttuazione che un geniale catalogo
di idee nel quale non si raccapezzerebbero…
La politica non è una scienza esatta, come non lo è l’economia, e il confine tra
compromessi e compromissioni è sempre difficile da tracciare. Allora, quid
dicam, che dire dell’elezione presidenziale del 2012? La sinistra francese
potrebbe essere tentata di puntare tutto sulla graduale evanescenza del potere
sarkozista, il quale, già contestato da una buona parte del centro e della destra,
sembra ora ripartire alla rincorsa dell’estrema destra. Sennonché il
rovesciamento di Sarkozy, per quanto auspicabile, non avrebbe lo stesso peso
internazionale di quello di Bush e non potrebbe costituire un obiettivo in sé e per
sé. Senza contare che, se è certamente possibile che la sinistra vinca nel 2012
anche in assenza di un vero programma, con un candidato designato all’ultimo
minuto, sulla spinta del semplice rigetto dell’avversario, rimane purtroppo assai
più probabile l’eventualità opposta.
Intanto, in attesa del programma, buon 2010!
LILIANE BETTENCOURT PAGA LE TASSE?


2010-2014


IL GIUDICE COSTITUZIONALE E L’IMPOSTA

26 gennaio 2010

Il Consiglio costituzionale è legittimato a censurare una riforma fiscale


approvata dal parlamento? Nel caso della carbon tax, si è certo tentati di dare
una risposta affermativa. La tassa improvvisata dal governo ha comportato
infatti una violazione abbastanza flagrante del principio d’uguaglianza di fronte
all’imposta. Le grandi società industriali più inquinanti sono state de facto
esentate, con il pretesto che sarebbero soggette al sistema europeo di quote di
emissione. Salvo che queste quote sono state ottenute a titolo gratuito e nessuno
sa quando saranno sottoposte a pagamento. La furbata è stata davvero un po’
grossa, anche se si deve certo diffidare delle intrusioni dei giudici nelle questioni
fiscali, il cui merito dovrebbe spettare a pieno titolo alla sfera politica.
E siccome il principio giuridico di uguaglianza di fronte all’imposta è
alquanto vago, la sua interpretazione a tutto campo da parte dei giudici
costituzionali può portare a decisioni prive di qualsiasi logica. Alla fine del
2000, il governo Jospin ha fatto approvare dai deputati un’importante riforma del
CSG, il quale, de facto, cessava di essere un’imposta proporzionale per diventare
un prelievo progressivo: il calo delle aliquote per i salari SMIC inferiori a 1,4 si
traduceva automaticamente in un aumento del salario netto e del potere
d’acquisto dei salariati meno abbienti, aprendo la strada a una futura fusione di
CSG e IR. Il Consiglio costituzionale decise altrimenti: dal momento che la
diminuzione del CSG accordata ai salariati meno abbienti veniva fatta
esclusivamente dipendere dal livello di salario individuale, senza tenere alcun
conto della situazione familiare, le legge venne considerata incostituzionale.
Tuttavia i giudici costituzionali non si sono mai preoccupati del fatto che
neanche tanti altri prelievi obbligatori tengono in minimo conto la situazione
familiare (l’IVA a tasso ridotto, gli sgravi sui contributi del padronato per i bassi
salari ecc.), così come non trovano niente da ridire sulle molteplici nicchie fiscali
che aggirano le nostre imposte sul reddito e sul patrimonio. Per non parlare dello
scudo fiscale (in nome di quale principio di equità dovrebbero esservi inclusi
determinati prelievi e non altri?), il quale, in fatto di violazioni del principio di
uguaglianza di fronte alle imposte, rappresenta una delle violazioni più gravi.
Conseguenze della dichiarazione d’incostituzionalità del 2000: il CSG è
rimasto un’imposta proporzionale; a titolo di compensazione, il governo Jospin
ha adottato il premio per il primo impiego; e, per fare il pieno, ha approvato di
recente il reddito minimo garantito o RSA. Per cui, ancora oggi, ci ritroviamo alle
prese con questo guazzabuglio inverosimile (da un lato si preleva un mese di
salario ai salariati SMIC tramite il CSG, dall’altro si versano loro delle quote
aggiuntive per compensare la perdita), della cui conduzione i “saggi” di Rue de
Valois sono i primi responsabili.
Una circostanza ancora più estrema ci viene offerta dal caso Kirchhof.
Giurista fiscale palesemente contrario alle tasse, Paul Kirchhof è stato, durante la
campagna elettorale del 2005, il ministro delle Finanze in pectore di Angela
Merkel, con una proposta choc quale asso nella manica: una flat tax che limitava
al 25% l’aliquota d’imposta dei redditi più elevati. Nella sfera politica, ciascuno
è libero di professare la propria opinione (la quale, nel caso di Kirchhof, non è
piaciuta ai tedeschi: Merkel è stata costretta a governare con la SPD e a separarsi
dal suo pupillo). Ma il punto cruciale del caso è che, nel 1995, in veste di giudice
del Tribunale costituzionale tedesco, lo stesso Kirchhof aveva emesso un decreto
che giudicava incostituzionale ogni imposta (diretta) superiore al 50%,
acquisendo così il diritto di prelevare parecchi milioni di euro dalle casse dello
Stato e di riporne la metà nelle proprie tasche, quasi si trattasse di uno dei diritti
dell’uomo.
Gli Stati Uniti d’America, i quali, dal 1932 al 1980, hanno applicato alle élite
finanziarie un tasso marginale mediamente superiore all’82%, hanno forse,
agendo in questo modo, cessato di essere per quasi mezzo secolo una
democrazia? Il caso, in Germania, ha fatto scandalo, e il decreto è stato cassato
nel 1999 dai giudici costituzionali (dopo che Kirchhof è stato estromesso dal
Tribunale), che nel 2006 hanno confermato che non rientrava nelle loro
competenze fissare limiti quantitativi ai tassi d’imposta – fatto di cui Sarkozy
non è stato evidentemente informato. La lezione da trarre da tutto ciò è la
seguente: non si può interpretare a proprio piacimento il principio giuridico
dell’uguaglianza di fronte all’imposta, e i giudici devono farvi appello con
estrema moderazione.
Non solo. Per preservare la fragile legittimità degli equilibri costituzionali,
bisogna evitare di procedere a nomine palesemente troppo partitiche e politiche
– tentazione in realtà molto forte, oggi, ai vertici dello Stato.
PROFITTI RECORD DELLE BANCHE: UN CASO POLITICO

23 febbraio 2010

Dunque BNP Paribas, prima banca francese ed europea, ha appena annunciato


8 miliardi di utili per il 2009, ribadendo il record del 2007. Alcuni levano già
grida d’esultanza: dopotutto, non è meglio avere banche in attivo anziché in
fallimento? Certamente.
Tuttavia sarà opportuno tentare di capire da dove vengono questi utili. I
profitti delle dieci maggiori banche europee hanno raggiunto nel 2009 i 50
miliardi di euro, o poco meno. Se aggiungiamo le dieci maggiori banche
americane, si toccano i 100 miliardi di euro. Da dove arrivano simili profitti, dal
momento che l’insieme costituito dall’eurozona e dall’economia statunitense è
stato, nel 2009, in recessione? La spiegazione più ovvia è che, nel corso della
crisi, le banche centrali hanno prestato denaro alle banche a tassi molto bassi,
denaro che queste ultime hanno poi utilizzato per concedere prestiti a tassi molto
più elevati ad altri attori: famiglie, imprese e, soprattutto, Stati.
Proviamo a fare un piccolo calcolo, approssimativo e imperfetto, ma che ha
almeno il merito di esemplificare l’ampiezza delle masse di denaro in campo.
Tra il settembre e il dicembre 2008, la BCE e la Federal Reserve hanno stampato
ex novo 2000 miliardi di euro (quasi 10 punti di PIL americano ed europeo).
Questo denaro è stato prestato alle banche a tassi dell’ordine dell’1%, su durate
che andavano da tre a sei mesi. I prestiti sono stati grosso modo rinnovati per
tutto il 2009: oggi, febbraio 2010, i bilanci della Federal Reserve e della BCE si
collocano a livelli di poco inferiori ai record raggiunti all’inizio del 2009.
Supponiamo che questi 2000 miliardi prestati alle banche abbiano loro fruttato
in media il 5%, sia perché esse hanno prestato al 5% ad altri attori, sia perché il
denaro ha permesso loro di rimborsare debiti che sarebbero costati il 5% – il che
è lo stesso. Il margine di realizzo sarebbe allora di 80 miliardi (4% di 2000), vale
a dire l’equivalente dell’80% dei profitti realizzati dalle banche nel 2009. Anche
presupponendo un divario dei tassi un po’ più ridotto, si spiegherebbe comunque
la quantità dei profitti.
Questo non vuol dire che le banche centrali abbiano agito male: le nuove
liquidità hanno senza dubbio permesso di evitare fallimenti a catena e di
trasformare la recessione in depressione. A patto che i governi, ora, riescano a
imporre rigorosi regolamenti finanziari che evitino il ripetersi di simili disastri e,
in primo luogo, chiedano il conto o meglio i conti (e le imposte) alle banche, in
secondo luogo chiedano alle stesse banche di sbarazzarsi del debito che hanno
contratto con loro.
Se ciò non accadesse, i cittadini dovrebbero logicamente concludere che
l’intera sequenza va fatta risalire a un assurdo economico. I profitti e i bonus
bancari ripartono al rialzo, le offerte di lavoro e i salari rimangono a mezz’asta, e
adesso bisogna pure stringere la cinghia per rimborsare il debito pubblico, a sua
volta creato per dare un colpo di spugna alle follie finanziarie dei banchieri. I
quali, per parte loro, riprendono a speculare, questa volta a danno degli Stati, con
tassi d’interesse di quasi il 6% imposti ai contribuenti irlandesi e greci.
Contribuenti greci che, dal canto loro, hanno sborsato senza saperlo 300 miliardi
di euro di onorari a Goldman Sachs per mascherare i conti pubblici.
Demagogia, la nostra? No. Semplicemente una constatazione: per riconciliare
i cittadini con le banche occorre ben altro che la retorica dei grandi discorsi.
Obama l’ha capito, annunciando in gennaio un piano finalmente ambizioso di
regolamentazione bancaria. Ma il presidente americano è politicamente
affidabile. In Europa, invece, il fatto che la BCE continui a fare appello alle
agenzie di rating per comprare titoli pubblici (annuncio che ha fatto precipitare
la crisi greca), mentre nessuno dei suoi statuti la obbliga a farlo, nel contesto
attuale non riveste più alcun significato.
Con una crisi di tale portata, la BCE ha comunque convinto gli europei
dell’utilità della propria esistenza: tutti capiscono che lasciare i mercati speculare
sul franco, sul marco tedesco e sulla lira italiana non avrebbe avuto alcun effetto
positivo. La BCE può insomma riaffermare la propria autonomia nei confronti dei
mercati finanziari, purché sostenuta da un vero e proprio governo economico
europeo.
Oltreoceano, il potere pubblico non ha di questi pudori: da un anno a questa
parte, la Federal Reserve ha stampato 300 miliardi di dollari per comprare buoni
del tesoro senza chiedere ai mercati il loro parere. Anche l’Europa dovrà
accettare il fatto che un’inflazione al 4 o al 5% è il male minore, pur di
sbarazzarsi del debito pubblico. In caso contrario, dovranno una volta di più
essere i cittadini europei a pagarne le spese. E non è affatto sicuro che questa
volta acconsentano a farlo.
NO, I GRECI NON SONO PIGRI

23 marzo 2010

Dunque i greci sarebbero dei pigri che spendono più di quanto producono. E
che, per giunta, eleggono governi corrotti che manipolano i conti pubblici per
cullarli nelle loro illusioni. Se il vostro vicino o vostro fratello passa il tempo a
spendere più di quanto guadagna, renderete un buon servizio prestandogli
ulteriore denaro? Non sarà venuto il momento, per lui, di smettere di far
bisboccia e di imparare la dura legge del lavoro e del merito?
Questo tipo di metafora fondata sull’etica domestica e sull’economia familiare
(pigrizia contro lavoro, figliol prodigo contro buon padre di famiglia) è
ovviamente un classico della retorica reazionaria. Fin dai tempi più remoti i
ricchi hanno sempre stigmatizzato i poveri. Niente di nuovo sotto il sole greco.
Salvo che, di fronte alla complessità del capitalismo del XXI secolo e delle sue
crisi finanziarie, queste metafore moralizzatrici sembrano oggi diffondersi al di
là delle solite cerchie. Quando non si capisce più nulla del mondo così come sta
andando, la prima tentazione è tornare a pochi principi elementari. Di fronte
all’estrema violenza degli attacchi veicolati dai media, il primo ministro greco è
arrivato a dichiarare, nel corso della sua visita a Berlino: “Dal punto di vista
genetico, i greci sono pigri tanto quanto i tedeschi sono nazisti.” L’affermazione,
di una durezza poco comune tra i capi di governo di un’unione politica,
dovrebbe convincere chi non l’ha ancora fatto a guardare alla crisi greca con
opportuna cautela.
Il problema di queste metafore campanilistiche è che, a livello dei paesi –
come peraltro a livello degli individui – il capitalismo non è solo una questione
di merito. Tutt’altro, e per due ragioni che si possono semplicemente riassumere
in questo modo: l’arbitrio del patrimonio iniziale lasciato in eredità e l’arbitrio di
certi prezzi, in particolare dei rendimenti da capitale.
Arbitrio del patrimonio iniziale: la Grecia è uno di quei paesi che sono sempre
stati proprietà, almeno in parte, di altri paesi. Quanto il resto del mondo possiede
in Grecia (imprese, immobili, attivi finanziari) è, da decenni, superiore a quanto
possiedono i greci nel resto del mondo. Conseguenza: il reddito nazionale di cui
i greci dispongono per consumare e risparmiare è sempre stato inferiore al loro
prodotto interno (una volta dedotti gli interessi e i dividendi versati al resto del
mondo). Il che li rende particolarmente inclini a consumare più di quanto
producano.
Nel caso greco, il divario tra prodotto interno e reddito nazionale era alla
vigilia della crisi di circa il 5% (più del doppio dell’equilibrio di bilancio chiesto
oggi alla Grecia). È un gap che può anche superare il 20% nei paesi che hanno
puntato tutto sull’investimento estero (come l’Irlanda) e risultare ancora
superiore nei paesi del Sud del mondo. Si dirà che, essendo tali flussi d’interesse
e dividendi solo la conseguenza d’investimenti passati, sarebbe giusto e corretto
che i debitori greci e i loro figli versino una parte del loro prodotto ai creditori
stranieri. È vero. Così come sarebbe giusto e corretto che i figli degli inquilini
paghino indefinitamente affitti ai figli dei proprietari.
Il dibattito sul merito assume però tutt’altro aspetto. Arbitrio del rendimento
da capitale: la crisi è prima di tutto una conseguenza del fatto che i contribuenti
greci si sono di colpo ritrovati a pagare tassi d’interesse superiori al 6% sul
debito pubblico. La produzione interna della Grecia è dell’ordine di 200 miliardi
di euro. Ciascuna delle dieci maggiori banche mondiali gestisce attivi superiori a
2000 miliardi di euro. Un pugno di operatori di mercato può decidere in pochi
secondi d’imporre su un determinato titolo un tasso d’interesse del 6% anziché
del 3% – precipitando così il paese in una grave crisi.
Un sistema del genere ci fa battere la testa contro il muro per l’arbitrio che lo
governa, e non sarà il ricorso all’etica domestica a salvarci. A termine, la
soluzione passa attraverso un forte intervento del potere pubblico nel settore
finanziario. In Europa va inventato un percorso virtuoso che porti a un
federalismo di bilancio. Ora, un tale percorso non passa attraverso il FMI bensì
attraverso l’emissione di obbligazioni europee. E, un giorno o l’altro, passerà
attraverso una rivoluzione delle dottrine monetarie. Per salvare le banche, le
autorità monetarie hanno concesso loro prestiti a pioggia, a tassi dello 0 o
dell’1%. E hanno fatto bene. Dopodiché, però, non è facile spiegare ai
contribuenti europei (greci contro tedeschi) che dovranno per anni stringere la
cinghia per ripagare interessi elevatissimi sul loro debito pubblico.
PENSIONI: RICOMINCIAMO TUTTO DA CAPO

20 aprile 2010

Le previsioni del Consiglio di orientamento sulle pensioni (COR) sono


volutamente catastrofiste? In verità – e la cosa comporta un problema – sono
soprattutto le interpretazioni fallaci che fanno il gioco della destra, del MEDEF e
di tutti coloro che vogliono alimentare paure. In sostanza, il COR si è limitato a
ricordarci ciò che sapevamo già, e cioè che per regolare la questione delle
pensioni entro il 2030 basta aumentare di 5 punti il tasso di contribuzione.
Oppure lavorare cinque anni di più. Oppure un misto delle due misure. Se
l’orizzonte si apre fino al 2050, le cifre enunciate devono essere raddoppiate. Si
tratta di proiezioni evidentemente molto incerte. Ma il COR ha fatto del suo
meglio e gli ordini di grandezza forniscono comunque una guida utile alla
riflessione. Oggi versiamo ogni mese circa il 25% dei nostri salari lordi in
contributi di pensione. Se scegliamo di portare il tasso al 30% da qui al 2030 e al
35% da qui al 2050, tutti i deficit scompariranno. È certo una scelta dolorosa,
perché eroderà una parte non trascurabile dei margini di guadagno, già modesti,
sul potere d’acquisto a venire. Nel caso in cui gli utili si limitassero all’1%
annuo nei prossimi vent’anni, l’aumento delle quote finirà per assorbirne un
quarto. Si tratta di una scelta collettiva, che nulla ci vieta di fare. Allora perché si
discute tanto?
La prima complicazione deriva appunto dal fatto che le scelte possibili sono
più di una. Da qui al 2030 si può fare incidere solo una parte del riequilibrio
sull’aumento dei contributi e destinare l’altra parte al miglioramento del tasso
d’occupazione degli anziani. Per tutti coloro che hanno la fortuna di avere un
lavoro che amano (e si può sperare che siano sempre più numerosi), la pensione
non è per forza sinonimo di emancipazione. Il problema è che, accettando di
discutere il tema dell’allungamento della durata del lavoro, ci si può ritrovare a
penalizzare persone che non possono o non vogliono lavorare più a lungo. Dal
loro punto di vista, l’aumento dell’età legalmente riconosciuta per lasciare il
lavoro e andare in pensione sarebbe la peggiore delle soluzioni. E visto che il
potere attualmente in carica rifiuta ogni dibattito sull’aumento dei contributi, ci
si trova nel bel mezzo di un dialogo tra sordi.
La seconda complicazione riguarda il fatto che sarebbe estremamente
impopolare, con la recessione attuale, salassare i salariati. Impopolare e anche
ingiusto: una buona parte dei deficit accumulati nel periodo 2010-2020 proviene
dall’arrivo all’età pensionabile della generazione dei baby boomers. È uno choc
che si sarebbe dovuto prevedere. In Francia, un fondo pensioni era sì stato creato
sotto il governo Jospin, ma dal 2002 in poi non è più stato alimentato. E nel 2007
l’irresponsabilità in materia di bilancio ha raggiunto nuovi vertici. Sono stati
distribuiti miliardi a pioggia, a beneficio di nuove nicchie fiscali e per altre spese
inutili (o nocive: ore di straordinario, interessi sui prestiti), senza destinare un
centesimo al fondo pensioni. Innanzitutto occorre annullare misure del genere. È
perfettamente legittimo, per ammortizzare lo choc dell’avvento dei baby
boomers, ricorrere a finanziamenti eccezionali (profitti e redditi finanziari) come
ha appena proposto Martine Aubry. Ma non si ristabilirà l’equilibrio delle
pensioni nel 2030 o nel 2050 solo tassando i profitti petroliferi o bancari. Tra
l’altro, non sarebbe neppure tanto positivo: per mantenere un forte legame tra
lavoro e pensione è preferibile che i contributi continuino a restare la principale
fonte di finanziamento.
La terza complicazione è la più sostanziale. È molto difficile, nel quadro
dell’attuale sistema, impostare un dibattito sereno sul tasso di contribuzione e
sulla quota di reddito nazionale che si intende riservare alle pensioni. Per un
semplice motivo: a causa dell’accumularsi dei vari trattamenti (salariati e non
salariati, settore pubblico e privato, quadri e non quadri) e dell’estrema
complessità delle norme in vigore, nessuno capisce più niente del rapporto tra
contributi e importi delle pensioni.
Bisogna dunque ripartire da zero. Con Antoine Bozio abbiamo proposto un
regime unico fondato su conteggi individuali dei diritti alla pensione e su una
correzione in meglio del sistema svedese (che annovera parecchi difetti). Ma è
anche possibile unificare i trattamenti mantenendo fermo un pacchetto pensioni
in forma di tassi sostitutivi da applicare ai vecchi salari. Nel caso in cui si
conteggino tutti gli anni di lavoro – la cosa più giusta per le lunghe carriere e i
mestieri più usuranti – le due opzioni si equivalgono. Proponendo di
universalizzare una volta per tutte il diritto alla pensione (come è stato fatto per
il diritto all’assicurazione sanitaria e per gli assegni familiari, e come si dovrà
fare per l’indennizzo di disoccupazione, che attualmente esclude molti precari
del settore pubblico), la sinistra potrebbe riprendere un’iniziativa forte sulle
pensioni e dimostrare di preoccuparsi sia delle misure finanziarie a breve
termine sia del riequilibrio a lungo termine.
Thomas Piketty è autore, insieme ad Antoine Bozio, di Pour un nouveau
système de retraites (Rue de l’Ulm, 2014).
L’EUROPA CONTRO I MERCATI

18 maggio 2010

Dunque, i paesi europei stanno preparando piani di rigore finanziario.


Assistiamo al moltiplicarsi di misure drastiche, come la diminuzione dei salari
degli impiegati della funzione pubblica: un provvedimento dimenticato, la cui
ultima applicazione risale al famoso decreto legge Laval del 1935. E che, come
abbiamo imparato a scuola, si risolvono sempre in un disastro. Infatti l’esito più
probabile è che essi non faranno che inasprire la recessione e che noi ci
ritroveremo con deficit ancora più elevati che all’inizio del film in corso.
Come si è arrivati a una situazione tanto assurda? E, soprattutto, cosa fare? La
priorità assoluta deve essere rappresentata dal costituirsi di un potere pubblico
europeo capace di lottare ad armi pari con i mercati finanziari. E se questo deve
passare attraverso l’esame dei progetti di legge finanziari da parte delle
istituzioni europee, a cominciare dal Parlamento europeo, ebbene, ben venga
tutto ciò!
Non ha alcun senso continuare a lasciar fare ai mercati, i quali non sanno
nemmeno applicare un prezzo sui prodotti finanziari che essi stessi hanno creato,
e sanno solo speculare sui titoli del debito pubblico dei 27 Stati membri. Con la
creazione dell’euro, si pensava di aver ridotto i loro margini di manovra. E
infatti la situazione sarebbe ancora peggiore se i mercati potessero giocare sui
tassi di cambio del franco, del marco o della lira.
Ma è ormai venuto il momento di passare alla fase successiva, cioè
all’emissione di un vero debito pubblico europeo. L’UE potrebbe così tornare a
farsi carico del surplus d’indebitamento creato dalla crisi del 2008-2010,
equivalente a 20-30 punti di PIL, a seconda dei paesi. Il che consentirebbe a ogni
Stato membro di risanare durevolmente le proprie finanze pubbliche, onde
ripartire con il piede giusto.
Oggi, per fortuna, ci si sta lentamente orientando verso tale soluzione, tanto
essa appare evidente. I leader europei sembrano finalmente disposti a rinunciare
alle rigidità giuridiche e a dar prova di flessibilità nell’interpretazione dei trattati,
i quali in verità autorizzano quasi tutto in presenza di circostanze eccezionali.
Ma questo “tutto” sta procedendo ancora con eccessiva lentezza. Vedendo il
piano di 750 miliardi annunciato il 10 maggio ci siamo rallegrati un po’ troppo
in fretta. La cifra rappresenta in realtà solo il 5% del PIL europeo. Senza contare
che si tratta, nel fondo, di impegni estremamente vaghi. L’unico risvolto un po’
più chiaro riguarda i 50 miliardi di euro (meno di 0,5 punti di PIL europeo) che la
Commissione potrà prestare direttamente a nome della UE. Mentre le promesse
su eventuali prestiti bilaterali tra Stato e Stato, possibilmente con il sostegno del
FMI, di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno, restano vaghe. Non è
combinando questi pasticci che si calmeranno le acque della speculazione.
Sarà anche necessario chiarire la questione del finanziamento. Supponiamo
che la UE torni a farsi carico di 20 punti di PIL di debito pubblico nazionale. Con
quali risorse rimborserà un debito simile? Poiché ogni paese contribuisce al
bilancio europeo in proporzione al suo PIL, si potrebbe pensare che il serpente si
morda la coda e che così facendo non si risolva un bel nulla. Invece di aumentare
le imposte nazionali, si dovrebbe creare un’imposta europea (per esempio, una
tassa del 10% sui profitti delle società europee sarebbe ampiamente sufficiente),
il che sarebbe già un passo in avanti. Il punto chiave è che un debito europeo
permette di prestare a tassi inferiori. Tanto più che la BCE, la quale ha già iniziato
ad acquistare titoli del debito pubblico nazionale, non avrà altra scelta se non
quella di appoggiare l’operazione acquistando il debito europeo a un tasso
bassissimo. Che è esattamente quanto ha fatto la Federal Reserve dall’inizio del
2009: comprando allo 0% centinaia di miliardi di buoni del tesoro, essa
alleggerisce il fardello dei contribuenti americani, permettendo di uscire dalla
recessione più in fretta che in Europa. Nelle circostanze attuali, non esiste altra
soluzione se non quella di monetizzare una parte del debito pubblico.
E, contrariamente a un’idea dura a morire, il fatto di stampare cartamoneta
non si tradurrà in un’inflazione massiccia: quando si è sull’orlo della
depressione, occorre prima di tutto evitare di entrare in una spirale
deflazionistica. Tra il settembre e il dicembre 2008, la BCE e la Federal Reserve
hanno prodotto quasi 2000 miliardi di euro di nuova moneta (10 punti di PIL
europeo e americano) per prestarli allo 0% alle banche private, il che ha
consentito di evitare i fallimenti a catena senza creare ulteriore inflazione. Siamo
pronti a scommettere che si finirà per arrivare a questa soluzione, pur restando
convinti che la cosa richiederà ancora un certo periodo di tempo.
RIPENSARE LE BANCHE CENTRALI

15 giugno 2010

Le banche centrali saranno in grado di salvarci? No, non del tutto. Ma, almeno
in parte, hanno in mano la soluzione della crisi attuale. Ricapitoliamo. Da
sempre esistono, per lo Stato, due modi di procurarsi denaro: far pagare le tasse
o stampare moneta. In termini generali, è infinitamente preferibile far pagare le
tasse. La stampa di cartamoneta si paga con l’inflazione, della quale poi si fatica
a controllare le conseguenze a livello di distribuzione (chi ha un reddito meno
garantito di altri paga il prezzo più alto). Inoltre, l’inflazione disarticola gli
scambi e la produzione e, una volta innescata, è difficile da fermare e non reca
alcun beneficio.
Negli anni settanta, l’inflazione ha raggiunto il 10-15% annuo, e ciò non ha
impedito la stagnazione economica e la crescita della disoccupazione. Un tale
episodio, protrattosi a lungo, di “stagflazione” ha convinto i governanti e
l’opinione pubblica che le banche centrali dovevano essere “indipendenti” dal
potere politico, dovevano cioè limitarsi a far crescere lentamente e regolarmente
la massa monetaria per raggiungere l’obiettivo di una bassa inflazione (1 o 2%).
Nessuno si è spinto oltre, fino a proporre la privatizzazione delle banche centrali
(fino al 1936 la Banca di Francia è stata proprietà di azionisti privati). Sia in
Europa sia negli Stati Uniti le banche centrali restano per intero proprietà degli
Stati, i quali ne fissano gli statuti, in particolare nominandone i dirigenti e
intascandone gli eventuali profitti. Semplicemente, gli Stati hanno dato alle
banche centrali un mandato che si traduce in un chiaro obiettivo: mantenere
bassa l’inflazione. La stagione dei prestiti massicci agli Stati e al settore privato
è da ritenersi definitivamente conclusa. Le banche centrali, in questo modo, non
hanno più avuto bisogno di intervenire sul funzionamento dell’economia reale.
La crisi finanziaria del 2008-2010 ha però spazzato via questa concezione
passiva delle banche centrali, frutto della stagflazione degli anni settanta. Tra il
settembre e il dicembre 2008, in seguito al fallimento della Lehman Brothers, le
due maggiori banche centrali del mondo – la Federal Reserve e la BCE – hanno
raddoppiato il volume dei loro interventi. Gli attivi totali prestati dalla Federal
Reserve e dalla BCE sono passati grosso modo da 10 a 20 punti di PIL americano
ed europeo. In pochi mesi, onde evitare fallimenti a catena, quasi 2000 miliardi
di euro di nuova liquidità sono stati prestati allo 0% alle banche private, con
scadenze sempre più lunghe. Perché questa massiccia operazione di stampa di
cartamoneta non si è tradotta in inflazione supplementare? Sicuramente perché
l’economia mondiale era sull’orlo di una depressione deflazionistica. Le banche
centrali hanno permesso di evitare il blocco completo del credito e il crollo dei
prezzi e dell’attività economica. Hanno così rivendicato, davanti al mondo
intero, il loro insostituibile ruolo. E, per finire, nessuno ha pagato il prezzo del
loro intervento: né i consumatori, né i contribuenti.
Nessuno ha pagato il prezzo, salvo che, contestualmente, gli Stati Uniti hanno
accumulato deficit che adesso dovranno rimborsare e che non sono la
conseguenza di prestiti fatti alle banche (i quali si sono mantenuti limitati, se
confrontati con quelli concessi dalle banche centrali), ma del calo delle entrate
fiscali determinato dalla recessione. Per alleggerire il fardello, prima la Federal
Reserve e ora la BCE hanno cominciato a comprare titoli del debito pubblico,
dunque a prestare direttamente allo Stato.
Tuttavia questa seconda fase si sta svolgendo con eccessiva lentezza.
Visibilmente, dopo molti decenni di discredito del potere pubblico, si trova più
naturale stampare banconote per salvare le banche che per salvare lo Stato. Il
rischio di inflazione è comunque ridotto in entrambi i casi, e probabilmente sotto
controllo. La BCE potrebbe tornare a farsi carico, a tassi bassissimi, di una buona
parte dei quasi 20 punti di PIL di debito pubblico creato dalla recessione, magari
annunciando che rialzerà i tassi se l’inflazione supera il 5%. Il che non esimerà
gli Stati europei dal tenere sotto controllo le loro finanze pubbliche e,
soprattutto, dall’unirsi insieme per emettere finalmente un debito europeo
comune e beneficiare tutti quanti del ribasso dei tassi. Se essi invece puntano
tutto su politiche di implacabile rigore, allora c’è il rischio, fortissimo, che ci
portino al disastro. Le crisi finanziarie sono consustanziali al capitalismo. E, per
fronteggiare quelle più gravi, le banche centrali rappresentano uno strumento
insostituibile. Il loro potere infinito di creazione monetaria deve senz’altro essere
regolamentato. Ma non utilizzare appieno uno strumento del genere nel contesto
attuale costituirebbe una strategia suicida e irrazionale.
LILIANE BETTENCOURT PAGA LE TASSE?

13 luglio 2010

Al di là dell’evidente problema del conflitto d’interessi con il potere in carica,


il caso Bettencourt esemplifica alla perfezione molte delle sfide di fondo che le
società contemporanee sono chiamate ad affrontare: l’invecchiamento dei
patrimoni, la crescente importanza dell’eredità – un valore di lunga data che
rimette profondamente in discussione l’ideale meritocratico – e, soprattutto,
l’iniquità del nostro sistema fiscale. “Le distinzioni sociali non possono che
fondarsi sull’utilità comune,” recita l’articolo 1 della Dichiarazione dei diritti
dell’uomo. Con tutta evidenza, il fatto che Liliane, ottantenne, e la figlia
Françoise, cinquantenne, controllino il capitale della multinazionale L’Oréal e
siedano nel suo consiglio di amministrazione è di ben scarsa utilità per
l’economia e la società francesi. Non sono imprenditrici: sono ereditiere
(rentiers) impegnate in primo luogo a litigare tra loro come lavandaie. Un
sistema fiscale razionale, ovvero giusto ed efficiente, fondato sull’utilità
comune, dovrebbe secondo logica tassarle pesantemente, in modo che i loro
titoli siano venduti un po’ alla volta ad azionisti meno ricchi e più dinamici.
Ebbene, si sta verificando esattamente il contrario. È vero che Liliane ha
dichiarato con fierezza di aver pagato in totale, in dieci anni, “397 milioni di
euro” di tasse sul reddito e sul patrimonio. Senza però rendersi conto, con la sua
dichiarazione, di averci rivelato che il suo tasso d’imposta è di molto inferiore a
quello dei salariati di L’Oréal e di chi, per vivere, dispone unicamente del
proprio lavoro. Secondo le riviste, il suo patrimonio è stimato a 15 miliardi di
euro. In dieci anni ha dunque pagato in imposte l’equivalente del 2,5% del
patrimonio stesso, ossia lo 0,25% annuo. Supponiamo che i suoi beni, gestiti tra
l’altro dalla moglie del ministro, le abbiano fruttato un rendimento del 4% annuo
– il dato certo non lo conosciamo. Questo significa che il suo tasso d’imposta
medio nel corso degli ultimi dieci anni è stato appena di poco superiore al 6%
dei redditi annui (il 6% del 4% equivale a 0,24%). Com’è possibile e com’è
ammissibile che, in tali condizioni, Liliane Bettencourt abbia beneficiato dello
scudo fiscale? Per il semplice fatto che la nozione di reddito fiscale utilizzata
dallo scudo non ha niente a che vedere con il reddito economico reale. Per
motivi ideologici, ma sicuramente anche per incompetenza, lo scudo fiscale
istituito dal potere in carica funziona de facto come una macchina per
sovvenzionare i rentiers. Supponiamo che Liliane dichiari 15 miliardi di euro a
titolo d’imposta sul patrimonio. In teoria dovrebbe pagare ogni anno quasi
l’1,8% del patrimonio stesso a titolo di imposta sul patrimonio (imposta di
solidarietà sulla fortuna – ISF), ossia 270 milioni di euro di tasse. Con un
rendimento del 4%, i suoi beni dovrebbero fruttarle un reddito economico
effettivo di 600 milioni di euro l’anno. Ma Liliane non ha bisogno di tanto
denaro. Per pagare il maggiordomo, la cameriera ecc., le basta senza dubbio
versare 10 milioni di euro di dividendi annui sui profitti della società Clymène
che gestisce la sua fortuna (il resto va tranquillamente ad accumularsi nelle casse
della suddetta società). In tal caso, il fisco valuta che il suo reddito fiscale sia di
10 milioni (e non di 600). Con un’imposta sul reddito del 40%, ovvero 4 milioni,
Liliane paga dunque in totale 274 milioni di tasse, molto più della metà del suo
reddito fiscale. È iniquo, ci spiegano in coro i tenori dell’UMP: Liliane lavora più
di sei mesi l’anno per il fisco! È vero, lavora duro, Liliane. Quindi avrà diritto
allo scudo fiscale, vale a dire a un assegno di 269 milioni che, grosso modo, le
rimborsa quanto ha versato all’ISF.
È così che, in tutta legalità, le Liliane di questo mondo possono ritrovarsi a
pagare 5 milioni di tasse per 600 milioni di reddito, con un tasso d’imposta
inferiore all’1%. Strutturalmente, più il rentier è pingue, meno ha bisogno di fare
ricorso a un reddito fiscale importante e più lo sconto è elevato. Una bella
invenzione davvero. Nel caso specifico, Madame Bettencourt ha ricevuto un
assegno di soli 30 milioni a titolo di scudo fiscale, sicuramente perché il suo
patrimonio imponibile dichiarato all’ISF non supera 1 o 2 miliardi – il resto dei
suoi beni beneficia della nicchia fiscale per “beni professionali” oppure viene
dichiarato dalla figlia (anch’essa beneficiaria in misura notevole dello scudo
fiscale). Dormite tranquilli, è tutto a posto.
PENSIONI: FINALMENTE IL 2012!

14 settembre 2010

Come qualificare la “riforma” delle pensioni difesa dal governo? Si tratta di


un mediocre esercizio di rattoppo che non regola minimamente l’equilibrio
finanziario a lungo termine. A confronto con i rammendi precedenti (Balladur
1993, Fillon 2003), la patacca Sarko 2010 brilla inoltre per il cinismo e il senso
d’iniquità che la ispira.
Il governo sfrutta a fondo la complessità dei sistemi pensionistici per
accreditare confronti menzogneri con i sistemi degli altri paesi, aiutato in ciò da
media tanto compiacenti quanto incompetenti, e non solo: per rendere ancora più
vulnerabili i già vulnerabili. In Francia, il calcolo delle pensioni dipende da
molteplici parametri: la durata dei contributi richiesti per una pensione a tasso
pieno (41 anni), l’età minima che consente di usufruire dei diritti (60 anni) e
l’età che consente di andare in pensione a tasso pieno senza riduzione per
eventuali anni mancanti (65 anni). Decidendo di non toccare la durata e di
puntare tutto sull’età, il potere sceglie, automaticamente, di far pesare l’intero
riequilibrio su chi ha iniziato a lavorare presto (passaggio da 60 a 62 anni) e su
carriere precarie e incomplete (passaggio da 65 a 67 anni).
Prendiamo un salariato che abbia cominciato a lavorare a 18 anni. Oggi come
oggi costui deve aspettare i 60 anni per ricevere una pensione a tasso pieno,
ovvero 42 anni di contributi. Ebbene, con la riforma dovrà aspettare i 62 anni,
ovvero 44 anni di contributi. Invece chi ha avuto la fortuna di studiare e ha
iniziato a lavorare a 21 anni e oltre, non sarà in alcun modo toccato dalla riforma
– già prima doveva comunque aspettare i 62 anni per raggiungere i 41 di
contributi e beneficiare così di una pensione a tasso pieno. E le misure sulle
lunghe carriere ripetute fino alla noia dalla propaganda UMP non cambieranno
nulla di questa realtà ineluttabile. Tali misure interessano solo chi ha cominciato
a lavorare prima dei 17 anni e richiedono in tutti i casi contributi la cui durata
superi i 41 anni. Il che è tanto più ingiusto in quanto chi ha iniziato presto
annovera in media mestieri più usuranti e aspettative di vita più brevi. La tecnica
classica consiste nel tuffare sott’acqua la testa del condannato, per poi lasciarlo
respirare qualche istante affinché dica “grazie”. Nessuna sorpresa che l’unico
sindacato disposto ad approvare la riforma così com’è sia la Confederazione
generale dei quadri (CGC).
Una buona notizia, nonostante tutto: vanno gradualmente prendendo forma i
contorni di una vera riforma alternativa. Di fronte a tanti rattoppi a ripetizione, i
due maggiori sindacati (CFDT e CGT) concordano ormai sull’idea di ripartire da
zero, e propongono una riconsiderazione generale dei nostri regimi pensionistici.
È l’unica strategia in grado di garantire l’equilibrio a lungo termine, di restituire
fiducia alle giovani generazioni e di uscire dal tunnel della crisi attuale. Infatti, al
di là della complessità delle norme sulle durate e le età, il sistema francese si
distingue per l’accumulo nel tempo di decine di trattamenti, il che rende
impossibile qualsiasi dibattito sereno sulla quota di reddito nazionale che si
intende riservare alle pensioni.
I punti di vista vanno evidentemente precisati e meglio assimilati. La CFDT
parla apertamente di una “riforma sistemica” che punti a unificare i vari regimi,
mentre la CGT evoca il concetto di una “casa comune delle pensioni”. E dovranno
essere offerte solide garanzie ai funzionari pubblici, in particolare in termini di
compensi salariali. Una rifondazione collettiva di simile ampiezza non potrà
certo prodursi senza una forte legittimazione democratica, e dunque una
conferma che dovrà passare attraverso le urne nel 2012. Le organizzazioni
sindacali e politiche devono lavorare di concerto per una prospettiva del genere.
E il PS ha già cominciato a impegnarsi in questa direzione, difendendo
esplicitamente l’universalizzazione del diritto alla pensione e la creazione di una
“commissione per l’unificazione dei regimi”.
Molto lavoro resta ancora da fare. Niente potrà concludersi se i leader politici
non si assumeranno le proprie responsabilità e non s’impegneranno quanto prima
su obiettivi precisi: un tipo di riforma come questo non s’improvvisa dopo le
elezioni. Tuttavia, d’ora in avanti, non è più vietato sperare.
ELEMENTI PER UN DIBATTITO SERENO SULL’ISF

12 ottobre 2010

L’imposta di solidarietà sulla fortuna (ISF) suscita perlopiù rialzi di febbre


tanto ideologici quanto irrazionali. L’ultimo registrato è causato dalla proposta,
avanzata da 100 deputati UMP – in piena crisi delle finanze pubbliche –, di
sopprimerla, privando così l’erario di più di 3 miliardi di euro di entrate fiscali.
Quella di regalare un assegno di 3 miliardi al 2% dei francesi più ricchi, mentre
tutti chiedono come farà lo Stato a rimborsare i debiti, non è una pensata da
poco.
Peccato che il dibattito si limiti a buffonate del genere. L’imposta diretta sul
patrimonio, in quanto elemento fondamentale di un sistema fiscale giusto ed
efficiente, svolge un ruolo significativo in tutti i paesi sviluppati, spesso sotto
forma di imposta fondiaria, nettamente più pesante di quanto non sia in Francia.
L’ISF alla francese cerca di trattare allo stesso modo tutte le forme di patrimonio
– il che è certamente più efficiente – e di applicarvi un’aliquota progressiva – il
che è certamente più giusto. Potrebbe in compenso essere riformato e migliorato,
a condizione però che il livello del dibattito si mantenga equilibrato e sereno fino
in fondo. Proviamo a dare il nostro contributo.
Secondo l’INSEE e la Banca di Francia, le famiglie francesi possiedono
attualmente circa 9200 miliardi di patrimonio immobiliare e finanziario (al netto
dei debiti). I beni di fortuna dei francesi sono leggermente calati dal 2008,
quando raggiungevano i 9500 miliardi, ma rappresentano pur sempre sei
annualità circa di reddito nazionale, contro le quattro annualità scarse degli anni
ottanta e le tre annualità scarse degli anni cinquanta. Mai, dai tempi della Belle
Époque (1900-1910), i patrimoni sono stati così elevati. Al confronto, i salari, i
redditi e la produzione crescono da trent’anni a un ritmo molto ridotto, ed è
probabile che il fenomeno continuerà negli anni futuri. In tale contesto, non sarà
assurdo sottoporre a contribuzione innanzitutto i patrimoni, onde diminuire il
carico fiscale che pesa sul lavoro. E non il contrario, come propongono i deputati
dell’UMP!
Sui quasi 9000 miliardi di patrimonio detenuti dalle famiglie, circa il 10%
viene attualmente dichiarato, ogni anno, a titolo di ISF. In teoria, la totalità delle
famiglie possiede un patrimonio imponibile superiore a 790.000 euro, e si
calcola che poco più di 500.000 famiglie (il 2% della popolazione) dichiari tutti
gli attivi immobiliari e finanziari (al netto dei debiti) in loro possesso. In pratica,
molte norme in deroga fanno sì che i patrimoni dichiarati all’ISF siano
nettamente inferiori ai patrimoni economici reali: riduzione del 30% sulla prima
casa, molteplici nicchie fiscali e, soprattutto, esenzione per i beni cosiddetti
“professionali”, particolarmente importante per i patrimoni più elevati – sia che
il loro detentore eserciti davvero un’attività professionale sia che non la eserciti.
L’esempio è ormai classico: Liliane Bettencourt possiede, stando alle sue
dichiarazioni, un patrimonio effettivo di 15 miliardi di euro, ma in realtà dichiara
solo 1 o 2 miliardi a titolo di ISF, a quanto pare in piena legalità. Infatti,
incrociando fonti diverse, si può stimare che il patrimonio reale delle persone
imponibile in base all’ISF sia dell’ordine di 2500 miliardi di euro, ovvero circa il
30% del patrimonio totale dei francesi.
Il dato, incontrovertibile, è questo: le entrate complessive dell’ISF sono solo di
poco superiori allo 0,3% dei 900 miliardi di patrimonio imponibile. Pretendere
che un tale prelievo uccida lo spirito d’impresa e minacci l’equilibrio economico
del paese non è davvero serio. Come non è serio evocare massicce
delocalizzazioni: le statistiche raccolte da Gabriel Zucman mostrano che,
dopotutto, i patrimoni dichiarati all’ISF sono cresciuti nel corso del decennio
1990-2000 a un ritmo estremamente elevato, poco compatibile con l’ipotesi di
un’emorragia della base fiscale. Infine, non è esatto che l’ISF sia diventata
un’imposta sui poveri quadri parigini che hanno la sfortuna di essere proprietari
dell’appartamento in cui vivono: i patrimoni imponibili inferiori a 1,3 milioni di
euro realizzano attualmente appena il 10% delle entrate totali dell’ISF, contro il
50% circa per i patrimoni superiori a 7,5 milioni.
Rimane il fatto che l’ISF soffre di un grave difetto. Le sue numerosissime
norme in deroga consentono ai patrimoni più elevati di pagare molto meno di
quanto dovrebbero e, spesso, di dichiarare patrimoni che non hanno il minimo
rapporto con i patrimoni reali: è la “sindrome Bettencourt”, la quale, non a caso,
è molto più generalizzata. Una buona riforma sarebbe quella di sopprimere le
nicchie fiscali e di estendere così l’area imponibile. In questo modo si
ridurrebbero sia il deficit sia – se e quando lo stato delle finanze pubbliche lo
permetterà – il tasso che pesa sui patrimoni meno elevati.
DOBBIAMO AVER PAURA DELLA FEDERAL RESERVE?

9 novembre 2010

Il nuovo piano d’azione annunciato la scorsa settimana dalla Federal Reserve


americana suscita molte paure e molto disorientamento. Soprattutto, com’è
ovvio, negli ambienti ultrarepubblicani, eterni nemici del governo federale. I
fedelissimi dei Tea Parties sono persino arrivati a invocare la soppressione della
Federal Reserve e il ritorno alla base aurea! Cosa ancora più sorprendente:
un’inquietudine appena più moderata affiora anche in certi osservatori europei
abitualmente ben informati. Secondo le frange più estreme, questo ritorno alla
“fabbricazione di cartamoneta” minaccerebbe persino l’equilibrio mondiale. Su
“Le Monde” di questo fine settimana, Pierre-Antoine Delhommais è giunto
persino a interrogarsi sulla salute mentale del presidente della Federal Reserve,
Ben Bernanke. Diamine! Proviamo a vederci più chiaro: oggi il mondo non è
affatto minacciato dal ritorno dell’inflazione, attualmente inferiore all’1%, sia
negli Stati Uniti sia in Europa. Il programma di acquisto di buoni del tesoro
annunciato dalla Federal Reserve ammonta a un totale di 600 miliardi di dollari
(431 miliardi di euro), ossia meno del 5% del PIL americano. L’idea secondo cui
una tale creazione di liquidità potrebbe farci precipitare in una sorta di
superinflazione non ha alcun senso. Il tutto produrrà, al massimo, un’inflazione
di qualche centesimo di punto, il che sarebbe, in realtà, un’ottima cosa. Il rischio,
oggi, è se mai quello di una lunga stagnazione deflazionistica, aggravata dalle
politiche di rigore di bilancio. In un contesto siffatto, è perfettamente legittimo
che la Federal Reserve e la BCE prestino denaro agli Stati, le cui finanze
pubbliche sono state travolte dalla crisi finanziaria e dalla recessione. L’azione
delle banche centrali aiuta a ridurre i tassi d’interesse sui titoli del debito
pubblico, dunque ad attenuare un poco il vincolo di bilancio degli Stati, il che è
sempre un buon risultato con i tempi che corrono. Il tutto permette anche di dare
un taglio netto alla speculazione dei mercati, come si è potuto vedere nel caso
della Grecia. I deficit pubblici devono essere evidentemente ridotti, ma farlo
troppo in fretta, senza l’aiuto delle banche centrali, sarebbe pura follia, e non
farebbe che aggravare la recessione, stravolgendo così l’obiettivo iniziale.
Stranamente, due anni fa, quando si trattava di risollevare il settore finanziario
privato – peraltro responsabile della crisi mondiale – tutti difendevano le banche
centrali. È chiaro che decenni e decenni di delegittimazione sistematica del
potere pubblico hanno lasciato non poche tracce, e hanno finito per far
dimenticare che le banche centrali non sono lì per guardar passare i treni. In
periodi di grave crisi, esse svolgono un ruolo cruciale di prestatore di ultima
istanza, ruolo che potrebbe assumere un’ampiezza ancor più considerevole negli
anni a venire.
Per nostra fortuna, è una realtà che comincia a essere recepita anche in
Europa. Il consiglio delle banche centrali europee, difficilmente sospettabile di
eccessiva condiscendenza nei confronti dell’inflazione, ha massicciamente
approvato la decisione del presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, di
proseguire nella politica di acquisto dei titoli del debito pubblico. L’unica voce
di dissenso, quella di Axel Weber, presidente della Deutsche Bundesbank, è stata
aspramente criticata anche in Germania. Insomma, non è questo il momento di
criticare la Federal Reserve; e avremo bisogno di una buona BCE per fare la
stessa cosa nei mesi e negli anni a venire.
Se le banche centrali hanno, in parte, l’opportunità di risolvere la crisi attuale,
non dobbiamo in ogni caso accettare un loro eccesso di potere. Né le banche né
nessun altro potranno ovviamente far nulla per cambiare una realtà di fatto:
quella che stiamo vivendo è una fase storica decisiva, di riaggancio da parte dei
paesi poveri nei confronti dei paesi ricchi, una fase in cui l’Europa e gli Stati
Uniti crescono dell’1 o del 2% annuo, mentre la Cina, l’India o il Brasile
registrano crescite annue del 5 o del 10%. E il fenomeno sicuramente continuerà,
fino a che i secondi non avranno raggiunto i primi; dopodiché, probabilmente,
sia i primi sia i secondi cresceranno ma con relativa lentezza. Sarà meglio
abituarsi a questo dato ineluttabile, anziché dichiararne responsabile il mondo
intero.
LO SCANDALO DEL SALVATAGGIO DELLE BANCHE
IRLANDESI

7 dicembre 2010

L’Irlanda è stata prima un miracolo, che poi è diventato un disastro. E adesso


è a un passo dal trasformarsi in uno scandalo. È inverosimile che l’UE presti circa
90 miliardi di euro per salvare le banche e le finanze pubbliche irlandesi senza
esigere, quale condizione, un aumento del tasso d’imposta sulle società –
attualmente del 12,5%, quando dovrebbe essere almeno del 25-30%. In primo
luogo perché le banche e altre aziende con sede in Irlanda finiranno, grazie al
piano di salvataggio europeo, per rilanciare i loro profitti. E il meno che si possa
pretendere è che tali profitti siano soggetti a una contribuzione davvero
significativa. In secondo luogo, e in modo particolare, perché le strategie di
sviluppo fondate sul dumping fiscale sono votate al fallimento, oltre a essere
dannose sia per i paesi vicini sia per coloro che le praticano. È tempo che l’UE
prenda in mano la situazione e ponga fine allo scandalo, in cambio della stabilità
finanziaria che assicurerà all’intera zona – naturalmente a patto che l’assicuri
davvero.
In tutti i paesi europei, i prelievi obbligatori equivalgono a meno del 30-40%
del PIL, e permettono di finanziare un numero elevato di infrastrutture, servizi
pubblici (scuole, ospedali) e previdenze (disoccupazione, pensioni). Se si tassano
i profitti delle società solamente del 12,5%, la cosa non può funzionare – salvo
supertassare massicciamente il lavoro, il che non è né giusto né efficace, e
contribuisce a creare un alto livello di disoccupazione in Europa.
Diciamolo chiaramente: lasciare che i paesi arricchitisi grazie al commercio
intereuropeo attingano alla base fiscale dei paesi vicini non ha, a rigore, nulla a
che vedere con i principi dell’economia di mercato o del liberismo. Si chiama
furto. E prestare denaro alle persone che ci hanno derubato, senza nulla
pretendere in cambio se non che il furto si ripeta, si chiama stupidità.
Il peggio è che il dumping è anche dannoso per i piccoli paesi che lo
praticano. È ovvio che ogni singolo paese è ormai preso nell’ingranaggio: come
accade nella corsa agli armamenti, gli irlandesi hanno tutto l’interesse a
mantenere basso il tasso d’imposta sulle società, così come i polacchi, gli estoni
ecc. mantengono basso il loro. È proprio per questo che solo l’UE può metter fine
a un gioco tanto ridicolo, e a somma zero. Si può pensare a un’imposta sulle
società totalmente europea oppure a un sistema duale, con un tasso minimo del
25% in ogni paese, abbinato a una supertassa europea del 10%. Ciò
permetterebbe all’UE di farsi carico della crescita del debito pubblico creato dalla
crisi e di offrire alle finanze pubbliche nazionali la possibilità di ripartire con il
piede giusto.
E una simile assunzione di responsabilità è tanto più urgente in quanto il
dumping ha contribuito non poco alla formazione della bolla irlandese e alla crisi
attuale. In particolare, il dumping ha portato a grosse manipolazioni e alterazioni
contabili, che hanno reso illeggibili i bilanci bancari e i conti nazionali
dell’Irlanda. Questi ultimi, oggi, sono gravemente viziati da enormi flussi di
transfer pricing (tendenti a localizzare in Irlanda profitti realizzati da filiali con
sede in altri paesi europei) di cui nessuno conosce l’entità precisa. Questa
opacità contabile ha assunto proporzioni ancora più elevate delle manipolazioni
greche sulle spese di armamento e sul deficit pubblico. In entrambi i casi, tocca
all’Europa rimettervi ordine.
A condizione di adottare i giusti strumenti d’intervento. L’iniziativa Merkel-
Sarkozy – lasciare intendere che determinati debiti pubblici sovrani non
sarebbero integralmente rimborsati (haircut) – chiaramente non è parsa una
buona idea. In primo luogo perché, se si vogliono far pagare alle banche e ai
detentori di attivi finanziari i loro errori, cosa quanto mai auspicabile, è molto
meglio poter contare su un “haircut fiscale” (si rimborsano i debiti, ma si tassano
i profitti finanziari tramite un’imposta europea sulle società) che su un “haircut
selvaggio” basato sulla dichiarazione di fallimento delle banche, procedimento
incerto in cui nessuno può avere l’esatto controllo di chi alla fine pagherà il
conto. In secondo luogo, e in particolare, perché questa strategia, attuata dai
maggiori paesi, finisce per ripristinare tutto un insieme di tassi d’interesse
differenziati sui 27 debiti sovrani europei, il che non potrà non rilanciare la
speculazione. Di più. Rimette in discussione la logica stessa della moneta unica e
l’interesse dei piccoli paesi a farne parte. È perciò urgente, per uscire dalla crisi
attuale, che i leader francese e tedesco riprendano a fare la loro parte e si
facciano portatori di una visione europea finalmente ambiziosa.
IL FALSO DIBATTITO SULLE 35 ORE

11 gennaio 2011

Emersa dalle frange più estreme dell’UMP, nelle scorse settimane si è diffusa
in Francia una strana voce. “Le 35 ore costano allo Stato più di 20 miliardi di
euro l’anno di sgravi fiscali,” si può leggere, anche a firma di giornalisti che si
presumeva essere competenti e indipendenti.
Il problema di un’affermazione del genere è che si tratta di una falsità. Lo
sgravio dei contributi previdenziali sui bassi salari è stato introdotto dal governo
Balladur nel 1993 e poi incrementato sotto Juppé nel 1996, quindi ben prima
delle 35 ore. L’obiettivo era ridurre il costo del lavoro poco qualificato. È vero
che, dal 1998 al 2002, gli sgravi sono stati – parzialmente e provvisoriamente –
condizionati alla riduzione dell’orario di lavoro: le imprese che hanno firmato
accordi “35 ore” hanno beneficiato più in fretta delle altre di sgravi maggiori.
Ma un tale meccanismo incentivante è scomparso nel 2002, quando la durata
legale del lavoro è passata a 35 ore per tutti. Il governo Raffarin sta adottando,
nella circostanza, lo “sgravio Fillon” (dal nome dell’allora ministro del Lavoro):
il nuovo sistema di riduzione dei contributi previdenziali sui bassi salari, in
applicazione ormai da quasi dieci anni (2002-2011), amplia la portata dei
dispositivi Balladur-Juppé in vigore nel quinquennio 1993-1998 e non dipende
più dall’orario lavorativo. Attribuire oggi il peso degli sgravi alle 35 ore quando
invece sono stati adottati, ampliati e perpetuati dai governi di destra è un fatto di
pura e semplice disinformazione.
Ed è tanto più indecoroso che gli sgravi del carico fiscale costituiscano un
problema, poiché meriterebbero, al contrario, un dibattito di fondo con una
riforma del modello di calcolo dei contributi del padronato quale nucleo
essenziale. Alleggerire il costo del lavoro non è illegittimo: il finanziamento
della previdenza sociale non deve pesare troppo sui salari, in particolare sui più
modesti. Il problema dello “sgravio Fillon” è che crea fenomeni indesiderati
proprio a livello di bassi salari.
Riprendiamo dall’inizio. Il tasso globale della contribuzione a carico del
datore di lavoro è attualmente del 45% – o del 50%, se si include l’insieme dei
prelievi previsti sui bassi salari. In altri termini, per un salario lordo di 2000 euro
al mese, un datore di lavoro paga quasi 1000 euro di contributi a suo carico, per
un costo totale di 3000 euro. Questi contributi finanziano per una metà le
pensioni e gli assegni di disoccupazione, per l’altra metà le spese sociali
(assicurazione sanitaria, assegni familiari, spese di trasporto, alloggio,
formazione ecc.), le quali non hanno alcuna ragione di pesare unicamente sui
salari, dal momento che ne beneficiano tutti.
Con lo “sgravio Fillon”, i contributi del datore di lavoro vengono ridotti della
metà a livello di salario minimo, ma risalgono molto rapidamente al tasso del
45%, cioè a 1,6 volte il salario minimo. In concreto, i datori di lavoro che si
arrischiano ad aumentare i salari di lavoratori pagati con un salario compreso tra
1 SMIC (salario minimo garantito di 1350 euro lordi mensili, 1050 netti) e 1,6
SMIC (salario minimo garantito di 2100 euro lordi mensili, 1650 euro netti)
devono vedersela con aumenti molto forti del costo del lavoro – oltre due volte
l’aumento del salario netto. Ora, si dà il caso che quasi la metà della popolazione
attiva si trovi compresa in questa fascia intermedia di compensi salariali!
Non esiste purtroppo una facile soluzione che consenta di uscire da un
situazione del genere. La soppressione pura e semplice degli sgravi,
regolarmente caldeggiata dai populisti di alto e basso bordo, non è un’opzione:
nessun governo si assumerà la responsabilità di aggravare ancor più i prelievi a
livello SMIC. Il trasferimento di contributi del padronato sull’IVA (la famosa IVA
“per finanziare la previdenza”) è una soluzione che, pur avendo molti sostenitori
a destra – ma anche a sinistra –, non è molto più furba, perché peserebbe sui più
poveri, quelli che consumano la quasi totalità del reddito. Anziché pagare il
conto sulla busta paga, i salariati meno abbienti (e le pensioni modeste, come gli
assegni modesti) lo pagherebbero facendo la spesa. Da qui la forte opposizione
popolare alla falsa buona idea dell’IVA “per finanziare la previdenza”.
Una soluzione migliore sarebbe quella di estendere progressivamente
l’imponibile dei contributi del datore di lavoro sui salari all’insieme dei redditi –
redditi non salariali, redditi da patrimonio, pensioni –: un CPG che equivarrebbe
al CSG creato vent’anni fa dal governo Rocard e permetterebbe un forte sgravio
del pesante tasso sui salari, attenuando gli effetti indesiderati che colpirebbero i
salari più bassi.
Perché una riforma come questa possa vedere la luce nel 2012, il dibattito
pubblico dovrebbe però uscire dalle trappole ideologiche e dalle polemiche
ormai superate sulle 35 ore. E nella riforma andranno naturalmente riciclati i
quasi 5 miliardi di euro di sgravi fiscali sulle ore di straordinario varati con la
riforma del 2007: una misura ancor più nociva delle numerose nicchie fiscali
inventate sulla scia delle ultime elezioni presidenziali. Eppure, stranamente, è
l’unica riforma alla quale il potere in carica sembra volersi aggrappare. Ancora
un piccolo sforzo!
I QUATTRO PUNTI CHIAVE DELLA RIVOLUZIONE
FISCALE

8 febbraio 2011

In meno di due settimane, quasi 200.000 persone si sono connesse su


http://www.revolution-fiscale.fr e hanno programmato autonomamente più di
350.000 simulazioni di riforma fiscale. I visitatori hanno modificato più di
350.000 volte tassi e soglie d’imposta e hanno voluto conoscere l’eventuale
impatto della loro riforma sul deficit di bilancio, sulle disuguaglianze tra gruppi
sociali ecc. Il che dimostra l’interesse dei cittadini per un dibattito fiscale preciso
e dettagliato, con tanto di cifre e percentuali.
Il problema è che i leader politici, in materia di imposte, si attengono il più
delle volte a principi di ordine generale e non s’impegnano praticamente su nulla
– da qui, dopo le elezioni, l’assenza di riforme di fondo e l’accumularsi di
nicchie e rattoppi, caratteristici del nostro sistema fiscale. Per esempio, i leader
socialisti sembrano essersi accordati sull’idea di fondere IR e CSG. In realtà, però,
nessuno dice perché e come dovrebbe avvenire una fusione del genere: il CSG
individuale e prelevato alla fonte dovrebbe essere assorbito dall’IR di famiglia
autodichiarata, oppure il contrario? Con Camille Landais ed Emmanuel Saez
avanziamo e sosteniamo una soluzione precisa: deve essere il CSG ad assorbire
l’IR, ma con un’aliquota progressiva. È questa, secondo noi, la soluzione
migliore per evitare probabili stalli: l’attuale imposta sul reddito è talmente
tarmata di nicchie fiscali e complicanze da non poter più essere riformata, deve
essere semplicemente soppressa. Ciascuno è libero di proporre una soluzione
alternativa, a condizione che sia precisa e confortata come la nostra da cifre e
percentuali.
Primo punto fermo: la ritenuta alla fonte. I leader politici che vogliono
modernizzare il nostro sistema fiscale e fondere IR e CSG senza impegnarsi sul
prelievo alla fonte non possono godere, secondo noi, di alcuna credibilità. La
nostra imposta sul reddito corrisponde a non più del 2,5% di PIL, risulta essere
cioè tre o quattro volte inferiore a quelle di tutti gli altri paesi europei (che
praticano la ritenuta alla fonte da decenni), quasi due volte inferiore al CSG e
quattro volte inferiore all’IVA e alle altre tasse sui consumi (tutte prelevate alla
fonte). Come non vedere che un’imposta come l’IVA è in agonia? Dovremo
aspettare che scenda sotto l’1% del PIL per arrenderci all’evidenza? Senza
contare che la ritenuta alla fonte semplifica la vita dei contribuenti ed evita i
ritardi nei pagamenti. Nel sistema attuale, i salariati SMIC prima si vedono
prelevare un mese di salario CSG, poi ricevono con un anno di ritardo una mezza
mensilità di salario PPE. Tutto ciò ha un senso?
Secondo punto fermo: l’individualizzazione. La nuova tassa risultante dalla
fusione di IR e CSG verrà calcolata a livello individuale (come il CSG) o a livello
di coppia (come l’attuale IR). Bisogna scegliere, altrimenti la fusione si rivelerà
fittizia. Noi sosteniamo l’individualizzazione, che sottrae a ogni eventuale
conflitto politico il problema delle diverse forme di vita familiare. I leader del PS
sono divisi. François Hollande sembra voler mantenere il quoziente coniugale
(coppie sposate o in regime di PACS, entrambe tassate). Più audaci, Martine
Aubry e Ségolène Royal sembrano preferire l’individualizzazione, che favorisce
inoltre l’uguaglianza tra uomo e donna. Speriamo che le posizioni si chiariscano
e trovino la giusta definizione al momento delle primarie, in modo che il
candidato socialista possa contare, per il 2012, su un progetto preciso.
Terzo punto fermo: la politica familiare. Proponiamo di sostituire il quoziente
di famiglia con un sistema di credito d’imposta uguale per tutti i figli, a
prescindere dal reddito dei genitori. A bilancio immutato di politica della
famiglia, il 95% delle famiglie beneficerà della riforma, la quale permette de
facto di stanziare assegni familiari a partire dalla nascita del primo figlio. Il
restante 5% – le famiglie più agiate – nell’immediato ci perderà, ma almeno non
si dovrà più continuare a fissare tetti di spesa per gli assegni familiari di cui
beneficiano. Anche qui, alcuni preferiranno lo status quo. In tutti i casi, si dovrà
decidere una volta per tutte.
Quarto punto fermo: il sistema di imposizione fiscale. Per la maggioranza dei
francesi, il potere sarkoziano si caratterizza per i regali fiscali ai più ricchi.
Tuttavia, se la destra riuscirà a far credere che l’opposizione vuole bastonare i
ceti medi, allora la questione delle tasse potrà far perdere la sinistra. C’è
un’unica soluzione: una piena trasparenza sul sistema. Noi proponiamo una
riforma a entrate costanti che riduca le imposte fino a 7000 euro di reddito lordo
mensile individuale e le aumenti – moderatamente – al di là degli 8000 euro.
Non presumiamo che un tale sistema fiscale sia perfetto, ma è comunque un
chiaro punto di partenza per rilanciare il dibattito. Se la sinistra non adotta
proposte fornite di cifre e percentuali, corre un rischio gravissimo:
compromettere la vittoria annunciata.
Thomas Piketty ha appena pubblicato, in collaborazione con Camille Landais
ed Emmanuel Saez, Pour une révolution fiscale, Paris, Seuil, 2011.
REGOLARE (UNA BUONA VOLTA) LE PROCEDURE DEI
SONDAGGISTI

8 marzo 2011

Manca poco più di un anno al primo turno delle elezioni presidenziali. Prima
ogni settimana, adesso ogni giorno, siamo sommersi dai sondaggi sulle
intenzioni di voto. Ogni atteggiamento o gesto dei candidati verrà letto e
interpretato in base a questo metro di valutazione. Il problema è che, malgrado il
madornale errore commesso nel 2002 (nessuno aveva previsto la cacciata di
Jospin), i sondaggi non sono sempre regolati come dovrebbero essere. In
sostanza, ciascuno può continuare a pubblicare i numeri che vuole, senza
segnalare i possibili margini di errore, e ancor meno indicare i “segreti di
lavorazione”.
La buona notizia è la seguente: dal momento che i parlamentari sembrano
voler mettere mano alla materia, significa che è venuto il momento di dare un
impianto più solido alla legge sui sondaggi e alla commissione che ne regola le
procedure. La prima modifica è l’obbligo, per gli istituti di sondaggio e per i
media, di pubblicare entro quale “forbice” oscilla la preferenza, e non più
soltanto un unico dato numerico per candidato.
Facciamo un esempio: il tipico caso di un sondaggio fondato su un campione
iniziale di 1000 persone, con un tasso di risposta del 70% alla domanda sulle
intenzioni di voto (ossia 700 risposte affidabili). Pensiamo al caso più favorevole
ai sondaggisti – e ahimè troppo ottimista – di un campione perfettamente
rappresentativo della popolazione francese, senza alcun effetto distorsivo nel
tasso di risposta. Ebbene, un calcolo di statistica elementare mostra che la
forbice prevedibile, anche se occultata, di un tale sondaggio è dell’ordine del
4%.
In altri termini, se un candidato A ottiene una percentuale del 51% al secondo
turno, la forbice è pari a [49-53%]. Il che significa che esiste il 90% di
probabilità che la “vera” percentuale (vale a dire la percentuale ottenuta se si
fosse sondata l’intera popolazione) sia compresa nella forbice [49-53%] e il 10%
di probabilità che si collochi al di fuori della percentuale suddetta. Viceversa, per
il candidato B che ottenga una percentuale del 49% nel sondaggio, la forbice è
pari a [47-51%].
Con la nuova legge, gli istituti e i media sarebbero obbligati a pubblicare, per i
candidati A e B, le due “forbici” [49-53%] e [47-51%], e non più le percentuali
51 e 49%. Ciascuno potrà così constatare che i margini si accavallano, e che
quindi il sondaggio non ci dice nulla di veramente affidabile. La cosa va ben al
di là della solita obiezione secondo cui i sondaggi sono solamente una
“fotografia” dell’opinione pubblica in un determinato momento. Il fatto è che,
anche se gli elettori non cambiano idea, il sondaggio non è credibile comunque.
Segnalare, rendendolo pubblico, un margine di oscillazione per ciascun
candidato avrebbe un doppio motivo d’interesse. Primo: ci si renderebbe conto
che gran parte dello scarto percentuale tra candidati non è statisticamente
significativo. In particolare, nel caso del sondaggio pubblicato lo scorso fine
settimana, che pone Marine Le Pen al 23% davanti a Martine Aubry e Nicolas
Sarkozy accostati al 21%, è probabile che tutte le oscillazioni di preferenza si
accavallino – per i tre candidati così come per tutti i candidati socialisti! In altre
parole, tutto è possibile, ed è venuto davvero il momento di concentrarsi sulle
idee e sui programmi anziché fare appello ai sondaggi – meri surrogati del
dibattito democratico.
Secondo: una legge del genere costringerebbe finalmente gli istituti di
sondaggio a rendere pubblici in dettaglio i metodi statistici da essi utilizzati per
correggere o arrotondare al netto i risultati lordi. Le tecniche di correzione non
sono di per sé illegittime: se si osserva che le persone che annunciano ai
sondaggisti un voto FN sono due volte meno numerose degli elettori FN nel
giorno del voto, è più che giustificabile aumentare la percentuale FN lorda
ottenuta al momento del sondaggio. Il problema è che i coefficienti di correzione
variano enormemente nel tempo e a seconda dei sondaggisti, e che gli istituti si
ostinano a rifiutare di rendere pubblici quelli che considerano i loro “segreti di
lavorazione”.
Un ciarlatanismo simile non può durare. È possibile, a rigore, accettare
l’argomento secondo cui pubblicare attraverso i media sia le cifre lorde sia le
cifre rimodulate potrebbe creare confusione e che l’esposizione completa dei
metodi correttivi non può esaurirsi in poche righe. Ma occorre quantomeno
obbligare i sondaggisti a dettagliare le cifre lorde e i metodi statistici impiegati.
È un’operazione indispensabile per poter verificare pubblicamente che il calcolo
delle oscillazioni di preferenza tenga conto di tutti i margini di errore. Ed è tanto
più importante, in quanto le tecniche di aggiustamento tendono ad allargare di
molto la forbice ritenuta più estesa.
Infine: l’effetto di una tale legge indurrebbe i sondaggisti e i media a
pubblicare meno sondaggi e ad accrescerne l’affidabilità. Per esempio,
effettuando cinque volte meno sondaggi e moltiplicando per cinque gli effettivi
dei campioni utilizzati (da 1000 a 5000 persone), i margini di errore sarebbero
divisi quasi per tre. Il pubblico dibattito vi guadagnerebbe in qualità e i
sondaggisti in credibilità.
GIAPPONE: RICCHEZZA PRIVATA, DEBITO PUBBLICO

5 aprile 2011

Vista dall’Europa, esiste una realtà giapponese che non smette di stupire e di
suscitare incomprensioni. Com’è possibile che il Giappone abbia un debito
pubblico superiore al 200% del PIL (due annualità di PIL) e che nessuno sembri
preoccuparsene? A quale realtà, a quali scelte politiche corrisponde un debito
così colossale? Tutti i dati espressi in percentuali di PIL o in migliaia di miliardi –
dati da cui siamo sommersi ogni giorno – hanno significato reale oppure,
vedendoli, dobbiamo far finta di niente?
Per provare ad attribuire loro un significato, la cosa migliore è fare riferimento
ai conti nazionali, conti che ormai, nella maggioranza dei paesi, riportano gli
stock di attivi (immobiliari e finanziari) e passivi (debiti) detenuti dai vari attori
(famiglie, imprese, governo, resto del mondo) e non soltanto i flussi di
produzioni e di reddito.
Si tratta certo di conti non perfetti. Per esempio, a livello mondiale, le
posizioni finanziarie nette sono globalmente negative – il che è logicamente
impossibile, salvo supporre che tutti noi saremmo, in media, proprietà del
pianeta Marte. Con un maggior margine di plausibilità, l’incoerenza sta a
indicare che una parte non trascurabile degli attivi finanziari detenuti in paradisi
fiscali e da non residenti non viene correttamente registrata in quanto tale. Come
ha dimostrato di recente Gabriel Zucman, il fenomeno interessa in modo
particolare la posizione netta esterna all’eurozona, la quale è con ogni probabilità
molto più positiva di quanto suggeriscano le statistiche ufficiali. Gli europei con
molti beni di fortuna hanno tutto l’interesse a nascondere una parte dei loro
attivi, e l’UE non sta facendo per il momento quanto dovrebbe – e potrebbe – per
dissuaderli.
Si tratta di imperfezioni che non devono comunque scoraggiarci, anzi: è
proprio esaminando i conti nazionali che si contribuirà a migliorare la situazione.
Come sempre, in economia, va accettato il principio secondo cui si parte dal
fondo: è appunto questo aspetto a rendere la disciplina relativamente interessante
e i progressi potenzialmente notevoli.
Il rifiuto di fare i conti ha sempre fatto il gioco dei più ricchi – e della
ricchezza acquisita (sempre pronta a difendersi), anziché della ricchezza in
formazione.
Torniamo al caso giapponese. La prima cosa da notare, quando si parla di
debito pubblico, è che i patrimoni privati sono sempre molto più elevati del
debito (privato e pubblico). In Giappone come in Europa come negli Stati Uniti,
le famiglie detengono attivi immobiliari e finanziari (al netto dei debiti)
dell’ordine del 500-600% del PIL. In genere, nelle nostre ricche società, il reddito
nazionale è di circa 30.000 euro pro capite e il patrimonio medio è dell’ordine di
180.000 euro pro capite, ovvero sei annualità di reddito.
La seconda cosa da notare è che il governo giapponese ha sicuramente un
debito lordo superiore al 200% del PIL, ma possiede attivi non finanziari
dell’ordine del 100% del PIL (proprietà immobiliari, terreni) e attivi finanziari
anch’essi dell’ordine del 100% del PIL (partecipazioni nelle imprese pubbliche,
casse di risparmio e istituti finanziari parapubblici come la Cassa depositi e
prestiti). Dunque gli attivi e i passivi più o meno si equilibrano.
Resta comunque il fatto che la posizione patrimoniale netta del settore
pubblico giapponese è diventata negli ultimi anni leggermente negativa, il che è,
in realtà, molto inusuale: un governo non può mettersi a vendere tutto ciò che
possiede. Giusto per fare un paragone, le amministrazioni pubbliche francesi e
tedesche mantengono una posizione nettamente positiva, anche in seguito alla
crisi finanziaria. In Francia, il debito pubblico è prossimo al 100% del PIL, ma gli
attivi pubblici (non finanziari e finanziari) si avvicinano al 150%.
La peculiarità giapponese è tanto più stupefacente in quanto il Giappone –
settori pubblici e privati insieme – ha una posizione netta molto più positiva
rispetto al resto del mondo. Durante gli ultimi vent’anni, i giapponesi hanno
accumulato l’equivalente di quasi un’annualità di reddito in attivi esterni netti.
Lo squilibrio tra ricchezza privata e debito pubblico era già evidente prima dello
tsunami, e oggi può essere risolto solo aumentando la pressione fiscale che pesa
sul settore privato giapponese (appena il 30% del PIL). I recenti cataclismi
dovrebbero, secondo logica, favorire un’accelerazione in questo senso –
soluzione continuamente rinviata dal 1990 a oggi – sia all’Europa sia alle sue
difficoltà, contropartita dell’eventuale avvicinamento.
ISF: BASTA CON LE MENZOGNE DI STATO

3 maggio 2011

Più è grossa, più fa breccia. È questa la logica del potere in carica. Prima
menzogna: per tre anni, dal 2007 al 2010, Nicolas Sarkozy ha giustificato lo
scudo fiscale sostenendo in tutte le televisioni, davanti a milioni di francesi, che
lo scudo esiste anche in Germania, dove invece non esiste affatto.
Non basta: nel 2010 il presidente annuncia la soppressione dello scudo, ma
inventa una seconda menzogna. “La Francia è l’unico paese ad avere un’imposta
sul patrimonio”, per cui bisogna sopprimere o ridurre fortemente l’ISF. Ripresa a
tambur battente da tutti i media, questa menzogna bella e buona ha finito per
convincere una parte dell’opinione pubblica. Ma è un falso: in realtà, in tutti i
paesi esistono imposte fondate sul patrimonio delle famiglie, in particolare su
quello immobiliare, sotto forma di tasse fondiarie, e ben più pesanti dell’ISF. In
Francia le famiglie pagano circa 15 miliardi di euro di tassa fondiaria e 4
miliardi di ISF. Se avessimo un fisco all’americana o all’inglese, dovremmo
pagare circa 25 miliardi di tassa fondiaria (property tax).
Godremmo, in tal caso, di un sistema fiscale migliore? Probabilmente no.
Malgrado le imperfezioni, l’ISF è un’imposta insieme più equa, più efficace e più
adeguata al XXI secolo rispetto alle vecchie tasse fondiarie del secolo scorso. In
primo luogo perché cerca di trattare nello stesso modo tutte le forme di
patrimonio – immobiliare o finanziario – il che attenua le distorsioni
economiche. Prevede troppe nicchie fiscali, certo, ma è sempre meglio che
dichiarare esente il 100% del patrimonio finanziario, come fanno le tasse
fondiarie.
In secondo luogo l’ISF permette la deduzione dei debiti. Se possedete un
appartamento da 1 milione di euro, ma dovete pagare un mutuo di 800.000 euro,
per cui il vostro patrimonio tassabile è di 200.000 euro, non pagherete mai l’ISF.
Pagherete invece la stessa tassa fondiaria che paga chiunque non abbia contratto
un mutuo.
In terzo luogo l’ISF si fonda sui valori di mercato, i quali hanno il merito di
essere uguali per tutti; mentre le tasse fondiarie si basano, nella maggioranza dei
paesi, su valori catastali riveduti molto di rado, il che genera disuguaglianze
ingiustificabili tra contribuenti a seconda del comune o del quartiere di
abitazione. Del resto, è proprio per questo motivo che Germania e Spagna hanno
soppresso di recente la loro vecchia imposta progressiva sul patrimonio, che si
fondava su valori catastali totalmente superati. Dal punto di vista sia della storia
sia della tecnica fiscale, imposte del genere non avevano nulla a che vedere con
l’ISF alla francese, creata negli anni 1980-1990, quando si è compreso, da un
lato, che l’inflazione sui prezzi degli attivi era una realtà di fatto e di lunga
durata, dall’altro, che un’imposta sul patrimonio doveva fondarsi su valori di
mercato rivisti ogni anno. Sarebbe più vantaggioso adeguare la tassa fondiaria
all’ISF, anziché pretendere di sopprimere quest’ultima, per pura ideologia.
Terza menzogna. Il governo intende dividere per tre – e più – il tasso
d’imposta per i patrimoni più elevati: il tasso dell’1,8% applicabile oltre i 17
milioni di euro passerebbe allo 0,5%. A chi farà credere che non si tratta di un
enorme regalo per i più ricchi? Secondo le nostre stime (disponibili su
http://www.revolution-fiscale.fr) le entrate dell’ISF passerebbero, con la riforma
proposta, da 4,1 a 1,8 miliardi di euro. E la perdita sarà anche superiore (3
miliardi di euro) perché sarà necessario arrotondare ciascuno scalone. Le quasi
1900 famiglie con un patrimonio superiore a 17 milioni, che dichiarano in media
35 milioni di patrimonio imponibile, vedrebbero la loro ISF scendere in media a
370.000 euro (circa l’1% del patrimonio). Secondo le statistiche pubblicate da
Bercy, sede del ministero delle Finanze, esse hanno beneficiato dal 2007 di uno
scudo fiscale medio di 210.000 euro, scudo che verrà evidentemente soppresso.
In totale, la riforma in corso farebbe dunque guadagnare 160.000 euro
supplementari a famiglia (370.000 euro, se confrontati con la situazione
precedente il 2007).
Non coltiviamo la pretesa che i nostri calcoli siano perfetti. Ma almeno stiamo
dando tutti i dettagli uno dopo l’altro, proprio perché ciascuno possa verificarli e
migliorarli in tutta trasparenza. Cosa che non accade con le cifre ufficiali,
estremamente confuse e incomplete (nessun dettaglio per fascia d’imposta, per
esempio). François Baroin ha cominciato con l’annunciare che le entrate della
nuova ISF passerebbero a 2,8 miliardi di euro (“Le Monde” del 22 aprile), per poi
annunciare una stima di 2,3 miliardi una settimana dopo (“Les Échos” del 29
aprile). Ancora un piccolo sforzo, e da qui a un’altra settimana la nostra stima di
1,8 miliardi sarà ufficialmente convalidata! In tutti i casi, che senso ha perdere
parecchi miliardi di entrate sull’ISF mentre le casse sono vuote, i patrimoni non si
sono mai comportati meglio e i redditi ristagnano? Speriamo almeno che il
governo pubblichi cifre chiare e assuma una propria politica. O, meglio ancora,
lasci finalmente che i ricercatori sfruttino tutte le fonti a loro disposizione, in
modo che il dibattito fiscale si fondi su valutazioni precise e non su menzogne.
UNA RIFORMA FISCALE PER RIVALUTARE IL LAVORO

31 maggio 2011

Che cosa dire della polemica sull’assistenzialismo e sul RSA, “cancro della
società” secondo Wauquiez? In primo luogo che, nell’UMP, la corsa a
inseguimento a chi sarà il giovane più brutale e più di destra imperversa ogni
giorno di più. Dopo Sarkozy e dopo Copé, ecco dunque un nuovo postulante,
pronto a tutto pur di farsi un nome sulle spalle dei più deboli. In secondo luogo –
fatto ancor più grave – che il potere in carica ha comunque una bella faccia tosta.
Infatti, oltre a combattere l’assistenzialismo, occorrerebbe anche mobilitare tutti
i margini di bilancio disponibili – anche se non li conosciamo –, onde rivalutare
il potere d’acquisto del lavoratori meno abbienti.
Se consideriamo l’insieme dei prelievi obbligatori, compresi naturalmente il
CSG, l’IVA e le altre imposte sui consumi (benzina ecc.), i contributi e le varie
tasse sui salari ecc., rileviamo che le persone che guadagnano tra 1 e 2 SMIC
pagano, secondo il sistema attuale, un tasso globale d’imposta compreso tra il 40
e il 50%, mentre i più ricchi sono al 30-35%. Se vogliamo davvero rivalutare il
lavoro, nei fatti e non solo a parole, esiste un’unica soluzione: bisogna fare di
tutto per ridurre i tassi di imposizione che pesano sui redditi bassi e medio-bassi.
Anziché procedere in tale direzione, il governo, dal 2007, sta invece
moltiplicando i regali fiscali a beneficio delle classi agiate. Mentre le casse
pubbliche sono vuote, si appresta a firmare un assegno di molti miliardi di euro
ai contribuenti più ricchi, quelli “colpiti” dall’ISF, dividendola per quattro o poco
meno (il tasso applicabile oltre i 17 milioni di euro passerà dall’1,8 allo 0,5%!).
Sono decisioni destinate solo ad accrescere l’ingiustizia e la regressività di un
sistema che è già fin troppo ingiusto e regressivo – come peraltro ha appena
confermato il Consiglio dei prelievi obbligatori, organo tra i meno rivoluzionari
che ci siano. E la somma ricadrà inevitabilmente sui redditi più modesti, perché
questi debiti andranno pure rimborsati da qualcuno.
Il fatto che la destra possa affermare di difendere il mondo del lavoro
portando avanti una simile politica è al di là di ogni umana comprensione. La
sinistra può e deve dimostrare al paese di essere la componente politica più
credibile per una rivalutazione del lavoro e del potere d’acquisto dei salariati di
medio e basso livello. Il che è tanto più urgente in quanto, con un sistema fiscale
come il nostro – tanto complesso e inefficiente nel suo funzionamento quanto
ingiusto nella sua ripartizione – s’impone una ripartenza da zero. Dopo aver
pagato l’8% del loro salario mensile a titolo di CSG (un intero mese di salario alla
fine dei 12 mesi), i salariati meno abbienti ricevono con un anno di ritardo un
assegno a titolo di PPE che corrisponde in genere a mezza mensilità o a tre quarti
di mensilità salariale! E questa norma assurda interessa ogni anno quasi 8
milioni di lavoratori a salario basso.
Fondendo CSG, IR e PPE in un’imposta unica, individualizzata, pagata da tutti e
prelevata alla fonte, si potrebbe prelevare solo il 2% a livello SMIC, e non più
l’8%, per cui il salario netto aumenterà di molto (quasi 100 euro al mese). Primo:
sarà sempre meglio che ricevere un assegno di scarso valore. Secondo: il
provvedimento permetterebbe di rivalutare in misura reale e concreta il lavoro,
contrariamente alle false promesse della destra bling-bling, tutta apparenza e
niente sostanza. Un obiettivo del genere varrà pure qualche compromesso,
mentre chi si oppone a questa “rivoluzione fiscale” senza proporre alcuna
soluzione alternativa che consenta di ricominciare da capo, azzerando
innanzitutto il PPE, farebbe bene a pensarci due volte prima di dire no.
La sinistra può e deve tornare a schierarsi al fianco delle classi popolari e a
favore della giustizia sociale e fiscale, ma per farlo dovrà avanzare una buona
volta proposte precise e corredate da cifre credibili. La sinistra, nel corso degli
ultimi venticinque anni ha governato per dieci anni (1988-1993 e 1997-2002). In
ogni occasione, quando è stata all’opposizione, ha denunciato il trattamento
troppo benevolo – un carico fiscale bassissimo – riservato dalla destra all’IR. Ma,
una volta al potere, non è mai tornata sull’argomento. Non ha mai preso a
riformare l’IR in profondità. Anzi, alcuni suoi esponenti hanno anche ceduto alla
moda corrente che consiste nello screditare l’ISF e nel pensare di smantellarla.
Oggi ci vorrà ben altro che la solita tiritera di vaghe promesse in materia di
riforma fiscale per riconquistare la fiducia delle classi popolari, le quali, negli
ultimi anni, hanno avuto troppo spesso l’impressione che i loro interessi
economici e sociali sarebbero meglio difesi dall’estrema destra che dai socialisti.
Speriamo che le primarie consentano di dare risposte chiare e convincenti.
GRECIA: PER UNA TASSA BANCARIA EUROPEA

28 giugno 2011

La Germania ha ragione quando dice di voler far pagare una parte del costo
del disastro attuale alle banche e agli altri istituti finanziari che hanno concesso
prestiti alla Grecia, a volte a tassi assai elevati. Solo che il tutto va fatto in modo
ordinato, equo e controllato, varando per esempio una specifica tassa europea
sulle banche, e non accusando lo Stato greco di parziale default.
Dove sta la differenza? Sta nel fatto che, in questo modo, cambia tutto quanto.
Il problema del default è che è cieco e imprevedibile nelle sue conseguenze. Si
comincia riducendo di una determinata percentuale, mettiamo il 50%, il valore di
tutti i titoli greci: chi ha prestato 100 si vedrà rimborsare 50 (sconto o haircut del
50%, secondo la dizione corrente). Tuttavia, siccome le banche si sono già
passate migliaia di volte la patata bollente, con frequenti contratti di garanzia che
le legano le une alle altre (in particolare il famoso Credit Default Swap – CDS –
strumento che in buona sostanza consente tutt’al più di giocare alla lotteria sulla
probabilità o meno di un default greco), e siccome gli attori si trovano a volte a
essere possessori di debito greco senza saperlo (per esempio molti risparmiatori,
negli anni scorsi, si sono fatti rifilare nei loro contratti di assicurazione sulla vita
dei packages di debito europeo senza leggere bene le clausole), nessuno sa chi
sarà, alla fine, a pagare il conto. Non c’è alcuna ragione di credere che la
ripartizione dello sforzo sarà equa: in materia finanziaria i giocatori più
importanti sono spesso i meglio informati e hanno provveduto da tempo a
liberarsi del prodotto tossico. E, soprattutto, ci sono tutte le ragioni di pensare
che gli effetti a catena sui bilanci bancari provocheranno reazioni di panico nel
sistema finanziario europeo, ovvero fallimenti a catena. Tanto più se i mercati
non ci pensano due volte ad anticipare che un’analoga strategia di default o di
“haircut selvaggio” verrà applicata al debito degli altri paesi in difficoltà.
I grandi istituti finanziari francesi, apparentemente tanto solidi, sono in realtà
estremamente fragili: di proprio non possiedono quasi nulla. Il loro bilancio
muove attivi e passivi colossali (1000 miliardi di euro per una banca media,
ossia il 500% del PIL greco) per fondi propri spesso assai ridotti (mettiamo 10
miliardi di euro). Per cui un default greco potrebbe provocare catastrofi terribili.
La Francia e la BCE hanno dunque ragione a non volere il default greco. Ma la
soluzione francese, basata su una contribuzione puramente volontaria delle
banche, non sta in piedi. In parole povere, l’idea è di telefonare agli amici
banchieri per chiedere loro gentilmente di trattenere il debito greco più a lungo
del previsto e di rinnovare il prestito. Il contraccambio non viene specificato.
Non si risolveranno certo i problemi europei in questo modo. La Francia
dovrebbe invece far leva sulla forte e legittima volontà tedesca di “far pagare le
banche” per negoziare la creazione di una vera tassa o contribuzione bancaria
europea che favorisca la partecipazione del settore finanziario alla
ristrutturazione in corso.
L’immenso vantaggio di un “haircut fiscale” rispetto a un “haircut selvaggio”
sta nel fatto che si può calibrare sia l’imponibile sia il tasso di contribuzione, in
modo da far pagare unicamente le banche che ne hanno i mezzi, ed evitare così
le periodiche ondate di panico. Inoltre una tassa del genere potrebbe essere
l’embrione, modesto ma reale, di un futuro fisco europeo: è proprio durante i
periodi di crisi e per rispondere a esigenze precise che si creano le imposte.
Anche se non viene detto in modo così esplicito, la proposta della BCE di creare
un vero e proprio ministero delle Finanze europeo (sarà possibile avere un
ministero delle Finanze senza imposte?) va appunto in tale direzione.
In concreto, a cosa potrebbe assimilarsi una tassa siffatta? Se si calcolasse la
contribuzione in percentuale degli attivi greci detenuti dai vari istituti finanziari,
la tassa sarebbe, strutturalmente, in tutto e per tutto equivalente al default e
produrrebbe i medesimi effetti nefasti. Alcune banche detengono molti attivi
greci, ma la loro scarsa liquidità potrebbe farle finire in rosso. Viceversa, per
garantire che solo le banche che ne hanno i mezzi vi contribuiscano, si potrebbe
decidere che il tasso si basi unicamente sui profitti. Il contributo bancario
diventerebbe in tal modo un supplemento europeo d’imposta sui profitti e il
potenziale avvio di una vera imposta europea sulle società. Oppure si può
pensare a una soluzione intermedia, che si basi in parte sull’uno e in parte
sull’altro tipo di contribuzione. Oppure, ancora, a un imponibile che si basi sui
fondi propri di ciascuna banca, il che comporterebbe molti vantaggi per la
regolazione e le tutele finanziarie. In tutti i casi, è arrivato il momento giusto per
avviare un dibattito europeo in materia.
AUBRY-HOLLANDE: ANCORA UNO SFORZO!

6 settembre 2011

Per far sì che le primarie del PS siano utili, bisognerebbe anche sapere cosa
propongono i candidati e cosa li distingue l’uno dall’altro. Per il momento siamo
ancora ben lontani da tale opportunità, anche se tra i due principali candidati
iniziano a manifestarsi alcune discrepanze.
Per esempio, Martine Aubry insiste sul fatto di essere la più acerrima nemica
del cumulo dei mandati. Si tratta di una questione chiave, sia per il rinnovamento
della democrazia francese e dei suoi eletti sia per il ristabilimento dell’equilibrio
tra potere legislativo ed esecutivo. Ora, affinché i parlamentari facciano una
buona volta il proprio lavoro a tempo pieno e la smettano di comportarsi come
un ufficio di registrazione, è indispensabile imporre loro un mandato unico. In
particolare, vietare il cumulo prodotto da un mandato di sindaco o di presidente
di Consiglio generale o regionale. Contrariamente a Martine Aubry, François
Hollande non sembra tanto disposto a imporre una norma del genere ai notabili
socialisti. Speriamo che alla fine si dica pronto a farlo.
Altra discrepanza: il famoso “contratto di generazione” (CG) proposto da
Hollande. Ogni datore di lavoro che mantenga nella sua azienda un anziano e
assuma contemporaneamente un giovane otterrebbe un’esenzione completa dai
contributi previdenziali per entrambi gli occupati della durata di tre anni. Anche
in questo caso, siamo piuttosto tentati di dar ragione a Aubry, la quale ha
duramente criticato il dispositivo, assimilabile a una nuova nicchia fiscale in un
sistema che ne conta già troppe. Misure di analoghe esenzioni fiscali, legate
all’età del salariato, sono già state applicate a più riprese con, ogni volta, enormi
effetti perversi e una ben scarsa efficacia. Senza contare che il costo del
dispositivo è notevole: tra 8 e 11 miliardi di euro (le cifre diffuse dalla squadra
di Hollande variano, e sicuramente la proposta può ancora essere modificata).
Come promemoria, ricordiamo che la catastrofica esenzione sulle ore di
straordinario varata da Sarkozy nel 2007 – provvedimento che oggi tutti, a
sinistra, s’impegnano ad annullare – costa “solamente” 4,5 miliardi di euro.
Nell’attuale contesto di bilancio, sostituire le nicchie propiziate dalla destra con
nicchie di sinistra ancor più costose non ci pare una buona idea.
Ciò detto, Martine Aubry insiste molto su un’altra misura, anch’essa molto
costosa e altrettanto poco efficace: ridurre fino al 20% il tasso d’imposta sui
profitti reinvestiti dalle società (attualmente fissato al 33%). Si tratta di una
tipica falsa buona idea.
In primo luogo perché è praticamente impossibile distinguere investimenti
produttivi e investimenti finanziari (che servono a creare profitto alle famiglie in
forma di plusvalenze, meno tassate dei dividendi). Misure del genere sono già
state sperimentate in passato, anche in Francia, senza che abbiano mai fatto
registrare risultati convincenti.
In secondo luogo perché la priorità assoluta, oggi, è quella di riportare a un
corretto livello le entrate dell’imposta sulle società (che sono letteralmente
crollate durante la crisi, passando da 50 a 20 miliardi di euro), non quella di
diminuire ancora l’imposta.
In terzo luogo perché il grande cantiere degli anni a venire è l’adozione di una
vera imposta europea sulle società, con un imponibile unificato e regole
d’imposta comuni per tutte le imprese con sede nell’UE. In un tale contesto,
sarebbe perlomeno strano che la Francia decidesse unilateralmente di ridurre un
tasso già estremamente ridotto sui profitti reinvestiti. Altrimenti, poi, diventerà
alquanto difficile criticare il dumping fiscale irlandese!
È un peccato che Martine Aubry sembri intenzionata a non condividere, a
partire dal 2012, la grande riforma fiscale sulla quale si pensava che tutti i
socialisti fossero d’accordo (fusione di CSG e IR per varare una grande imposta
progressiva sul reddito), imposta che, a questo punto, rimane quanto mai incerta
e indeterminata. François Hollande ne parla un po’ di più, ma non ha ancora
detto come intende realizzarla. I due candidati avevano promesso di fornire, al
rientro dalle ferie, dati più precisi. Il primo turno delle primarie del PS avrà luogo
il 9 ottobre. Non sarà per caso arrivato il momento di buttarsi in acqua?
QUANDO BERCY MANIPOLA LA STAMPA

27 settembre 2011

E così non è vero che i ricchi pagano meno tasse degli altri? In ogni caso è
quanto annuncia in prima pagina, con fierezza, il quotidiano “Les Échos” del 19
settembre. La buona notizia è attribuita a un quanto mai opportuno “studio di
Bercy”, purtroppo introvabile online. Intrigato, tento di contattare la giornalista
per ottenere lo “studio” in questione. Impossibile, risponde, è una nota
confidenziale, ho promesso di non trasmetterla ad altri! Insistendo, finisco per
capire che la nota si riduce a poche cifre fumose, da cui risulta evidente che non
provano nulla di quanto viene detto nell’articolo.
Che cosa vuol farci credere, infatti, la nota di Bercy, sede del ministero delle
Finanze? Che negli ultimissimi file fiscali disponibili, il tasso d’imposta effettivo
avrebbe interrotto la sua discesa dal vertice della piramide dei redditi. In seno ai
100.000 contribuenti più ricchi, il tasso d’imposta “per definizione, il rapporto
tra imposta sul reddito e reddito imponibile soggetto ad aliquota”, sarebbe
stabile, intorno al 30%, o crescerebbe leggermente (31,4% per i 10.000 più ricchi
in assoluto, 32,5% per i 100 più ricchi). Il problema è che questi sedicenti tassi
effettivi sono stati calcolati in percentuale di reddito imponibile, non di reddito
economico reale. Ora, il peccato originale del nostro sistema fiscale sta proprio
nel fatto che, in cima alla distribuzione dei redditi, l’indice tra reddito imponibile
e reddito reale scende bruscamente, in quanto la maggior parte dei redditi da
patrimonio è defiscalizzata. In concreto, l’imposta sul reddito dei più ricchi sarà
pure del 30% del reddito imponibile, ma equivale a meno del 15% del reddito
reale. Per un semplice motivo: la totalità dei redditi finanziari (dividendi e
interessi) soggetti all’aliquota progressiva applicata all’imposta sul reddito e
inclusa nel reddito imponibile equivale in verità a meno di 20 miliardi di euro,
contro più di 40 miliardi inclusi nei redditi e nelle plusvalenze soggetti alla
ritenuta fiscale standard o forfettaria. Che sono poi più di 80 miliardi, se si
considera l’insieme dei redditi finanziari soggetti al CSG (imponibile anch’esso
due volte inferiore ai conti nazionali, ma che ha comunque il merito di essere
quattro volte superiore al reddito finanziario imponibile soggetto ad aliquota).4
Se non si cerca nemmeno di correggere questa distorsione e ci si limita allo
studio del reddito imponibile, si hanno ben poche possibilità di mettere in luce la
regressività del nostro sistema fiscale. Il quale, peraltro, ha pure dovuto subire il
recente calo dell’ISF. Il tutto, diciamolo, non è molto serio da un punto di vista
metodologico. E non è normale che coltri di fumo innalzate in modo così
maldestro siano state prese in considerazione dai giornalisti di “Les Échos”.
Ne discende più di una lezione importante. In primo luogo, non ha senso
promuovere un dibattito fiscale moderno e trasparente se certi giornalisti
scelgono di fare riferimento a brevi note confidenziali senza verificare nulla,
senza fare nemmeno una telefonata. Con Camille Landais ed Emmanuel Saez
abbiamo fatto un grosso sforzo per rendere disponibili online dati e programmi
estremamente dettagliati che consentano di far piena luce sul sistema fiscale
francese. Con Facundo Alvaredo, Anthony Atkinson e decine di altri ricercatori
abbiamo anche usufruito in modo sistematico degli inventari fiscali di ventitré
paesi da un secolo a questa parte. Le cifre del nostro World Top Incomes
Database – pure online –, analoghe alle più complete classi di reddito
internazionali oggi disponibili sul percorso storico delle disuguaglianze,
costituiscono ormai un punto di riferimento in tutto il mondo.
Non pretendiamo che i nostri dati siano perfetti, e ciascuno è libero di non
condividere i suggerimenti di riforma fiscale che noi ne ricaviamo. Ma hanno
tutti il merito di essere pubblicamente accessibili, verificabili nei minimi
particolari, proprio perché ciascuno possa, nel caso, migliorarli. A condizione
che tutti si applichino producendo un identico sforzo di trasparenza e rigore. E se
l’amministrazione dispone di nuovi file fiscali, resi correttamente anonimi, il che
non comporta alcun problema tecnico, le chiediamo di renderli doverosamente
pubblici, affinché i ricercatori possano utilizzarli e trattarli alla luce del sole.
La vicenda pone anche il problema più ampio del finanziamento e
dell’indipendenza della stampa. Nel 2007 i giornalisti di “Les Échos” hanno
tentato, senza successo, di opporsi all’acquisto del loro giornale da parte del
gruppo LVMH di Bernard Arnault. Erano giustamente preoccupati delle
conseguenze che avrebbero condizionato la loro indipendenza e hanno anche
lanciato una petizione in grande stile, firmata da moltissimi ricercatori. Invano: il
primo quotidiano economico francese è, dal 2007, proprietà del più ricco uomo
di Francia, per giunta intimo amico del presidente della Repubblica. Non so se
questo spiega la sempre più evidente perdita di credibilità del giornale, schierato
sempre a difesa delle tesi sostenute dal potere in carica. Certi giorni si ha
l’impressione di leggere “Le Figaro” – proprietà di Serge Dassault, senatore UMP
– quotidiano divenuto in pratica il portavoce ufficiale del governo. Oppure, più
furbescamente, i giornalisti di “Les Échos” si limitano a sposare gli interessi
finanziari dei loro lettori, anch’essi sempre più disconnessi dai comuni mortali?
Comunque sia, si tratta di una svolta, peraltro deplorata da molti giornalisti dello
stesso “Les Échos”, alquanto preoccupante per la democrazia.
4 Tutti i dettagli sono disponibili all’indirizzo http://www.revolution-fiscale.fr/annexes-
simulateur/Donnees/pdf/CN16.pdf.
POVERO COME JOBS

25 ottobre 2011

Tutti amano Steve Jobs. Ancor più di Bill Gates, Jobs è diventato il simbolo
dell’imprenditore simpatico e del successo economico pienamente meritato.
Perché, se il fondatore di Microsoft ha fatto fortuna grazie al suo quasi
monopolio effettivo sui software (e in ogni caso Windows resta una sua
invenzione), il creatore di Apple ha moltiplicato le innovazioni (iMac, iPod,
iPhone, iPad…), rivoluzionando sia l’utilizzo sia il design dell’informatica. È
vero che nessuno può conoscere quale contributo di lavoro sia stato recato da
questi geni individuali e quale dalle migliaia di ingegneri di cui non si conoscerà
mai il nome (per non parlare dei ricercatori di elettronica e informatica di base,
senza i quali nessuna di queste innovazioni sarebbe stata possibile: ricercatori
che tuttavia non hanno brevettato i loro articoli scientifici). Ma è anche vero che
ogni paese, ogni governo, di destra come di sinistra, non può che salutare con
soddisfazione l’avvento di imprenditori di simile talento.
In termini simbolici, Jobs e Gates incarnano inoltre la figura del ricco
meritevole, oggi molto gradita. Verrebbe quasi da concludere che i loro
patrimoni (8 miliardi di dollari per Jobs, 50 miliardi per Gates, secondo la
classifica di “Forbes”) corrispondano esattamente a ciò che dovrebbero essere in
un mondo ideale, e che tutto vada decisamente per il meglio nel migliore dei
mondi possibili. Le ricchezze, però, non sono solo una faccenda di merito e,
prima di lasciarci andare a un senso di beatitudine, sarà utile guardare le cose un
po’ più da vicino.
Primo sospetto: l’innovatore Jobs è sei volte più povero di Gates, il rentier di
Windows, a riprova, forse, che la politica della concorrenza deve fare ancora
parecchi progressi.
Fatto ancora più fastidioso: malgrado tutte queste geniali invenzioni, vendute
nel mondo in decine di milioni di esemplari, malgrado l’esplosione negli anni
scorsi del titolo Apple, Jobs possiede, in definitiva, “solo” 8 miliardi di dollari,
ossia tre volte meno della nostra Liliane nazionale (25 miliardi dichiarati), la
quale, non avendo mai lavorato, si è limitata a ereditare e incrementare la sua
fortuna. Nella classifica “Forbes” (che, nondimeno, con i metodi di cui si serve e
di cui giustifica l’impiego in modo più o meno appropriato, fa di tutto per
minimizzare la ricchezza ereditaria), si trovano decine di ereditieri più ricchi di
Jobs.
Fatto ancora più inquietante: al di là di un certo livello, le fortune ereditate
crescono a ritmi tanto rapidi (ed esplosivi) quanto quelli degli imprenditori. Tra
il 1990 e il 2010, il patrimonio di Bill Gates è passato da 4 a 50 miliardi di
dollari e quello di Liliane Bettencourt da 2 a 25 miliardi. Il che corrisponde, in
entrambi i casi, a una crescita annua media di più del 13% – vale a dire un
rendimento reale dell’ordine del 10-11% al netto dell’inflazione. È un esempio
estremo, che tuttavia rivela un fenomeno più generale. Per i comuni mortali, il
rendimento reale medio del patrimonio non supera il 3-4%, o anche meno, per i
patrimoni di minore entità (il “libretto A”, libretto di risparmio remunerato e non
imponibile fiscalmente, è attualmente al 2,25%, ossia meno dello 0,5% sopra il
livello d’inflazione). Mentre i patrimoni più consistenti, quelli che possono
permettersi maggiori rischi e il pagamento di operatori esperti nella gestione dei
beni di fortuna, ottengono rendimenti reali medi nettamente superiori,
dell’ordine del 7-8%, fino al 10% per i patrimoni più elevati – a prescindere da
ogni attività professionale o da ogni talento o merito particolare del proprietario
del patrimonio medesimo. In parole povere: il soldo fa soldo, punto e basta.
Un’identica realtà si registra a livello dei fondi sovrani o dei fondi in
dotazione alle università. Tra il 1980 e il 2010 le università nordamericane con
meno di 100 milioni di dollari di dotazione hanno ottenuto un rendimento reale
medio di “solo” il 5,6% annuo (al netto dell’inflazione e di tutte le spese di
gestione, il che già non è male), contro il 6,5% per le dotazioni comprese tra 100
e 500 milioni, il 7,2% per quelle tra 500 milioni e 1 miliardo, l’8,3% per quelle
superiori al miliardo, e quasi il 10% per le tre star – Harvard, Princeton e Yale
(le quali, nel 2010, sono passate dai pochi miliardi di dotazione negli anni
ottanta a molte decine di miliardi ciascuna, come Bill e Liliane).
Il meccanismo è semplice, ma la sua portata è inquietante: se tendenze del
genere si prolungano nel tempo, si arriverà a gravi dislivelli nella ripartizione dei
patrimoni e dunque del potere economico. Per regolare una dinamica così
potenzialmente esplosiva lo strumento migliore sarebbe un’imposta progressiva
sulla ricchezza a livello mondiale, con tassi moderati sui piccoli patrimoni, onde
favorire i giovani imprenditori, e tassi molto più elevati sui patrimoni maggiori,
che sono poi quelli che si riproducono da soli. Ma, con tutta evidenza, siamo ben
lontani da provvedimenti di questo tipo.
RIPENSARE (IN FRETTA) IL PROGETTO EUROPEO

22 novembre 2011

Diciamolo subito, lo sciagurato direttorio Sarkozy-Merkel sta facendo


esplodere la costruzione dell’Europa. Ormai da due anni, un mese dopo l’altro,
la coppia organizza summit da ultima spiaggia e annuncia soluzioni durature che
vengono smentite dai fatti poche settimane dopo. Il 27 ottobre si è persino
arrivati a chiedere alla Cina e al Brasile un prestito in denaro per aiutare
l’Europa a uscire dalla crisi dell’eurozona… Un patetico SOS destinato a
rappresentare il punto culminante dell’incompetenza economica e
dell’impotenza politica del quinquennio Sarkozy, per la semplice ragione che
l’eurozona, essendo la zona economicamente più ricca del mondo, non può
chiedere aiuto – siamo in presenza di un vero e proprio controsenso – a paesi più
poveri di noi…
Il PIL dell’UE supera infatti i 12.000 miliardi di euro (9000 miliardi per
l’eurozona), contro i 4000 miliardi per la Cina e i 1500 miliardi per il Brasile.
Ma c’è di più. Le famiglie dell’UE possiedono un patrimonio totale superiore a
50.000 miliardi di euro (di cui oltre 25.000 miliardi di attivi finanziari), vale a
dire un totale che moltiplica per venti le riserve cinesi (2500 miliardi di euro) e
per cinque il totale dei debiti sovrani europei (10.000 miliardi). Abbiamo
assolutamente i mezzi per risolvere da soli i problemi delle nostre finanze
pubbliche, purché l’Europa smetta di comportarsi come un nano politico e un
colabrodo fiscale.
Fatto ancora più grave: oggi l’Europa è meno indebitata degli Stati Uniti, del
Regno Unito e del Giappone, eppure stiamo vivendo una crisi del debito
sovrano. La Francia si trova così a pagare un tasso d’interesse di quasi il 4%,
forse il 5-6% o anche più nei mesi a venire, mentre i tre paesi nominati pagano
solo il 2%. Perché? Perché noi siamo gli unici ad avere una banca centrale
ostaggio di un’autorità politica e di una governance economica, per cui non può
svolgere appieno il proprio ruolo di prestatore di ultima istanza e calmare i
mercati. Con un debito inferiore a quello del Regno Unito, ci troveremo così a
pagare una tassa d’interesse sul debito ben superiore… L’Europa dovrebbe
esistere giusto per proteggerci, non per renderci più vulnerabili e aggravare i
nostri problemi di bilancio!
Che cosa fare, a questo punto? Occorre firmare con urgenza un nuovo trattato
che consenta ai paesi che lo desiderano (a cominciare dalla Francia e dalla
Germania) di mettere in comune il loro debito pubblico e che permetta, quale
contropartita, di assoggettare le loro decisioni di bilancio a un’autorità politica
federale forte e legittimata. Quale profilo dovrà avere questa autorità politica
federale? Ecco il punto della questione, su cui si dovrà discutere con la massima
urgenza.
Una cosa è certa: è indispensabile uscire dalla logica intergovernativa e dei
piccoli conciliaboli tra capi di Stato. Contrariamente a quanto hanno già tentato
di farci credere all’epoca del dibattito sul defunto TCE (il trattato che istituì la
Comunità europea), il Consiglio dei capi di Stato non sarà mai la Camera alta
d’Europa. Delegare il potere di bilancio ai giudici della Corte di giustizia
europea non avrebbe oggi alcun significato. Affidare questo potere all’attuale
Parlamento europeo può rappresentare certo una soluzione (si tratta dell’unica
istituzione europea realmente democratica), sennonché, da un lato, i suoi 750
deputati non si sono finora fatti carico di alcuna responsabilità finanziaria
effettiva e, dall’altro, gli stessi deputati rappresentano tutti i 27 Stati membri,
non solo l’eurozona.
Una soluzione, evocata sempre più spesso, consisterebbe nel creare una nuova
Camera che raggruppi i deputati delle commissioni finanze e affari pubblici dei
Parlamenti nazionali. Un “Senato europeo” del genere avrebbe il controllo
dell’Agenzia europea sul debito e fisserebbe ogni anno l’importo dei prestiti
autorizzati. E avrebbe, inoltre, il vantaggio di essere al tempo stesso un organo
più ristretto del Parlamento europeo e un punto d’incontro per quel personale
politico che dovrà poi assumersi la responsabilità delle proprie decisioni in ogni
paese interessato.
Si tratta forse della scelta migliore. Nel qual caso, va immediatamente
intavolato un progetto politico preciso, con il dettaglio della composizione del
piccolo parlamento, del numero e del tipo di designazione dei suoi membri, delle
procedure di voto ecc. In tutti i casi resta essenziale trovare una soluzione che
consenta un funzionamento iniziale a brevissimo termine con i pochi paesi che
ne condivideranno l’assunto, con la previsione di un ingresso progressivo di altri
che vorranno aggiungersi ai primi e costituire tutti insieme quel nocciolo duro
federale a cui potranno poi appellarsi per beneficiare di un debito europeo
finalmente messo in comune.
E bisogna smettere di pensare che siano i tedeschi a bloccare tutto. In realtà la
Germania, la quale sta rendendosi conto di essere troppo piccola per regolare da
sola il capitalismo globale, è più avanti della Francia nella riflessione su questo
indispensabile salto in senso federale. Il 9 novembre i “saggi” tedeschi (collegio
di economisti che fa da consulente alla cancelleria, non propriamente famosi per
le loro inclinazioni rivoluzionarie) hanno proposto che ogni debito superiore al
60% del PIL sia messo in comune a livello europeo, compreso naturalmente il
debito tedesco. Ed è stata la CDU, il 14 novembre, ad adottare il principio di
un’elezione a suffragio universale del presidente della Commissione europea
(sgarbo evidente al presidente francese). Nel negoziato in corso tutto lascia
pensare che sarà proprio Sarkozy, nel suo rifiuto di cedere anche solo un’oncia
del suo potere, a rimanere aggrappato a una logica intergovernativa pura. Non
resta che sperare che, di fronte alla gravità della situazione, egli si decida
finalmente a prendere delle decisioni sagge.
IL PROTEZIONISMO: UN’ARMA UTILE… IN MANCANZA
DI MEGLIO

20 dicembre 2011

Perché gli economisti, nella stragrande maggioranza, credono al libero


scambio? Perché hanno imparato a scuola che sarebbe stato più facile, in un
primo tempo, impegnarsi a produrre la maggiore ricchezza possibile, facendo
leva su mercati liberi e in concorrenza tra loro, onde utilizzare al massimo i
vantaggi che sarebbero derivati da un confronto tra gli uni e gli altri. Salvo, in un
secondo tempo, ripartire in modo equo gli utili ottenuti con lo scambio stesso,
per mezzo di imposte e trasferimenti trasparenti all’interno di ciascun paese.
Ecco che cosa s’impara a scuola di economia: la ridistribuzione efficace è la
ridistribuzione fiscale; lasciamo ai mercati e ai prezzi il compito di fare il loro
lavoro, snaturandoli il meno possibile (la famosa “concorrenza libera e non
falsata”), salvo poi, “in un secondo tempo”, ridistribuire la ricchezza ottenuta.
Non tutto è finto, in questa bella storia. Anzi. Essa pone un problema
importante. Nel corso degli ultimi trent’anni, gli scambi di beni e servizi sono
stati fortemente liberalizzati, soprattutto in nome della logica e del buonsenso.
Solo che il “secondo tempo”, quello della ridistribuzione fiscale accresciuta, non
è mai arrivato. Se mai, è accaduto l’opposto. La concorrenza fiscale ha via via
limato le imposte progressive pazientemente programmate nel corso dei decenni
precedenti, e i più ricchi hanno così beneficiato di forti riduzioni d’imposta,
anche se sono stati proprio loro i primi beneficiari della liberalizzazione degli
scambi e della mondializzazione. I meno abbienti, invece, hanno dovuto
accontentarsi dell’aumento dei contributi pubblici e delle imposte sui consumi, il
tutto in un contesto di stagnazione dei salari e dell’occupazione. Lungi dal
suddividere con maggiore equità i benefici del liberismo, la ridistribuzione
fiscale ha invece tendenzialmente accentuato i fattori di disuguaglianza.
Alcuni diranno: è un peccato, ma che cosa ci possiamo fare? Il fatto che le
preferenze politiche dell’elettorato siano andate nella direzione di una minor
ridistribuzione fiscale costituisce sicuramente un motivo di rammarico, ma non
potremo certo ripristinare le barriere doganali, perché l’iniziativa non farebbe
che ridurre il tasso di crescita, già tanto debole.
Naturale. Salvo che, a ben guardare, il liberismo incondizionato degli scambi
e il dumping fiscale vanno a braccetto. Si è disarmato il potere pubblico senza
ottenere niente in cambio. Abolendo le tasse sull’import e le sovvenzioni
all’export, si sono incoraggiati gli Stati a sviluppare altri strumenti per
promuovere la loro produzione nazionale, in particolare detassando gli
investimenti esteri e il lavoro più qualificato (il tutto in maniera perfettamente
legittima, certo). Senza contare che la liberalizzazione dei servizi finanziari e dei
flussi di capitale ha direttamente agevolato l’evasione fiscale, a livello sia delle
imprese sia dei privati. In mancanza di un coordinamento adeguato tra paese e
paese, il tutto ha fortemente limitato la capacità degli Stati di condurre una
politica fiscale autonoma.
Un esempio tra tutti: si è ritenuto che la “direttiva risparmio” adottata nel
2005 potesse facilitare gli scambi automatici d’informazioni tra amministrazioni
fiscali europee, in modo che ogni paese fosse posto nelle condizioni di conoscere
in tempo reale gli investimenti detenuti dai suoi residenti all’estero e gli interessi
corrispondenti. Salvo che con “estero” non si intende né il Lussemburgo né la
Svizzera, la quale ha appena negoziato separatamente un prolungamento di quel
regime in deroga che le permette di non rivelare – in piena legalità – l’identità
dei titolari dei conti delle sue banche. E salvo che la direttiva non riguarda in
alcun modo il risparmio bancario e le obbligazioni, ed esclude perciò
l’essenziale degli investimenti finanziari detenuti all’estero (in particolare il
conto titoli in azioni).
Perché cambino davvero le cose, ci vogliono ben altro che i pacifici summit
del G20 e le periodiche dichiarazioni di buone intenzioni. Per smantellare i
paradisi fiscali e, più in generale, per mettere in campo le idonee regolazioni
finanziarie, sociali e ambientali necessarie per riprendere il controllo di un
capitalismo non solo globalizzato ma impazzito, sarà di certo indispensabile
l’arma commerciale. Ma l’Europa deve parlare con una voce sola e smettere di
comportarsi come un nano politico, perché solo in questo modo potrà, tra l’altro,
evitare minacce di embarghi e protezionismi a ripetizione. Sarebbe forse
preferibile? Il protezionismo – come la polizia – rappresenta infatti un deterrente
fondamentale, un’arma di dissuasione che gli Stati devono tenere a portata di
mano, ma non rappresenta in sé e per sé una fonte di prosperità economica
(contrariamente a quanto certi “deglobalizzatori” ferventi sembrano pensare).
Eppure, se si sceglie di rafforzare la costruzione dell’Europa ma non si fanno
consistenti passi in avanti nella giusta direzione, si corre il grosso rischio di
scatenare rivalse nazionalistiche di estrema violenza.
CSG PROGRESSIVO CONTRO IVA PREVIDENZIALE

17 gennaio 2012

Con ogni probabilità,domani il governo si appresta ad annunciare, in


occasione del summit sulla previdenza, un massiccio trasferimento di
contribuzione sociale tra IVA e CSG. Se sceglie di adottare il programma di alto
profilo presentato dal MEDEF il novembre scorso, la riforma potrebbe consistere
nel trasferimento da CSG a IVA di quasi 50 miliardi di contributi dei datori di
lavoro (onde alleggerire il costo del lavoro) e di più di 20 miliardi di euro di
contributi salariali da IVA a CSG (onde accrescere i salari netti alla vigilia delle
elezioni, e far meglio ingoiare la pillola dell’aumento dell’IVA).
Di fronte a un attivismo dell’ultimo minuto come questo, la sinistra non può
limitarsi a stigmatizzare l’incontenibile frenesia del presidente-candidato, pronto
a tutto pur di salvare il posto che occupa da cinque anni. La riforma del
finanziamento per la previdenza sociale è un problema vero, della massima
importanza. L’opposizione deve cogliere l’occasione per tirarsi fuori dalla
buriana fiscale delle ultime due settimane e mostrare al paese di essere pronta a
governare, formulando controproposte precise, più eque e insieme più efficaci
rispetto a quelle della destra.
Di che cosa si tratta? Il nostro sistema di previdenza sociale si fonda in
eccesso e in esclusiva sui contributi previdenziali prelevati dai salari. È un
metodo che si può giustificare per il finanziamento dei redditi sostitutivi
(pensioni, assegni di disoccupazione). Ma è anche un metodo che ha una sua
peculiarità: utilizza i contributi anche per finanziare spese sociali come
l’assicurazione sanitaria e la politica familiare. Il problema è stato in parte risolto
per i contributi salariali per malattia e famiglia, assolti poco per volta, dal 1990
in poi, dal CSG, con un prelievo che ha il merito di fondarsi sulla totalità dei
redditi, per cui garantisce un rendimento assai elevato: quasi 12,5 miliardi di
euro per punto (5,5 miliardi per i salari del settore privato, 2 per quelli del settore
pubblico, 1 per i redditi dei non salariati, 3 per i redditi sostitutivi e 1 per i
redditi da patrimonio: interessi, dividendi, affitti), il che permette di attenuare la
pressione sui salari.
Nulla, invece, è stato fatto per la porzione più consistente, quella relativa ai
contributi da parte del datore di lavoro. Attualmente il loro tasso è del 12,8% per
la quota malattia e del 5,4% per la quota famiglia, per un totale del 18,2% di
salario lordo (più del 20% se si aggiungono i vari prelievi istituiti per finanziare
l’innovazione, la formazione ecc., prelievi che non hanno alcuna ragione di
fondarsi sui soli salari).
Pensare a un possibile trasferimento di una tale massa di contributi (più di 110
miliardi di euro, vale a dire due volte l’imposta sul reddito!) all’IVA è del tutto
irrealistico. A prescindere dall’ovvio ragionamento sull’iniquità del
provvedimento, va sottolineato che l’imponibile IVA è abbastanza basso (meno di
6 miliardi di euro per punto di IVA a tasso pieno, due volte meno del CSG),
motivato in primo luogo dall’esistenza di tassi ridotti (costosi e poco efficaci in
termini di obiettivo) e in secondo luogo dal fatto che l’IVA non colpisce
determinati consumi (soprattutto servizi immobiliari e finanziari) e che i ceti più
abbienti consumano solo una parte del loro cospicuo reddito. Secondo il
programma di alto profilo disegnato dal MEDEF, l’aliquota piena dell’IVA va
portata al 25% (e l’aliquota ridotta al 12%), in modo da finanziare il
trasferimento di 2,1 punti di contributo malattia e di 5,4 punti di contributo
famiglia, ossia 7,5 punti di contributi dei datori di lavoro. Sicché, per trasferire
tutti i 18,2 punti, l’IVA andrebbe portata a oltre il 35%! E l’impatto sul potere
d’acquisto sarebbe tanto più forte, poiché l’IVA, come tutte le imposte indirette, è
un’imposta “cieca” nella sua ripartizione, nel senso che non risparmia gli alti
redditi ma neppure i bassi. E l’IVA cosiddetta “sociale”, finalizzata alla
previdenza, non si rivela assolutamente all’altezza del suo compito.
Il CSG, potenzialmente, rappresenta uno strumento migliore per portare avanti
un’ampia riforma dei contributi a carico dei datori di lavoro. A due condizioni,
però. La prima: i datori di lavoro devono essere obbligati, per legge, ad
aumentare i salari lordi dei dipendenti con posto fisso di un importo che
corrisponda al calo dei contributi. La diminuzione del costo del lavoro – per un
dato salario lordo – andrà applicata ai nuovi assunti e agli aumenti di salario, ma
non dovrà pesare su chi ha già un’occupazione! La seconda: è necessario creare
un vero CSG progressivo. Si è cercato troppo a lungo di aggirare l’ostacolo
escogitando meccanismi ad hoc per supplire ai bassi redditi: le pensioni e gli
assegni di disoccupazione inferiori a una certa soglia di reddito fiscale o sono
esenti dal CSG o sono tassati ad aliquota ridotta, i bassi salari si vedono
rimborsare tra la metà e i tre quarti del CSG grazie al PPE (con un anno di
ritardo…). Va, insomma, definitivamente fissata una vera aliquota progressiva
che si applichi allo stesso modo a tutte le forme di reddito. Per esempio, per
ottenere gli stessi 12 miliardi di euro di rendimento, è possibile tassare tutti i
redditi dell’1% oppure applicare un’aliquota progressiva che vada dallo 0% per i
redditi inferiori ai 2000 euro lordi mensili all’1% per i redditi compresi tra i
2000 e i 4500 euro, e a più del 2% per i redditi superiori a 4500 euro.
Permettendo di conciliare efficacia nel prelievo ed equità nella ripartizione, il
CSG progressivo costituisce l’unica alternativa credibile all’IVA“sociale”.
DIVERGENZE FRANCO-TEDESCHE

14 febbraio 2012

Abbiamo appena preso atto dei dati del 2011. L’inquietante disavanzo
francese ha raggiunto ormai i 70 miliardi di euro (più del 3% del PIL francese),
mentre il colossale avanzo primario tedesco si fissa sui 160 miliardi di euro (più
del 6% del PIL tedesco). Mai, dal 1950, il disavanzo francese è stato tanto elevato
(il record precedente risale al 1980-1982: 2% del PIL). Mai, dal 1950, l’avanzo
tedesco è stato tanto elevato (a titolo di riscontro: quello cinese è sul 3%).
Nel 2002, quando la destra è tornata al potere, i due paesi avevano un utile
commerciale analogo (2% del PIL), lo stesso tasso di disoccupazione (8%) e un
disavanzo pubblico molto vicino (2% del PIL). Nel trentennio1980-2010, la
bilancia commerciale francese appare perfettamente in equilibrio. Oggi, in
Francia, il tasso di disoccupazione raggiunge il 10% (in Germania il 6%) e il
deficit di bilancio il 5% del PIL (in Germania l’1%).
La destra francese, che ama farsi passare per una buona amministratrice,
governa da sola da dieci anni. E la verità è che il suo bilancio economico è
catastrofico. L’apparato produttivo è in uno stato pietoso, la formazione e
l’innovazione sono state declassate a vantaggio di ridicole sovvenzioni per le ore
di straordinario, e abbiamo assistito a uno sperpero di denaro pubblico senza
precedenti, con insensati condoni fiscali a beneficio dei finanziatori dell’UMP.
Per cui l’ISF frutterà nel 2012 due volte meno rispetto al 2007, mentre i patrimoni
sono cresciuti del 20% – il tutto in piena crisi delle finanze pubbliche. E siccome
i soliti pretesti non funzionano più (la colpa è dei governi precedenti!), il potere
in carica addita i disoccupati (quasi 5 milioni di iscritti all’ANPE, altro record) e
gli immigrati quali capri espiatori. Se a ciò si aggiunge il fatto che il nostro
presidente è un mentitore, che passa il tempo a imbastire bugie su bugie davanti
a decine di milioni di francesi, la conclusione è chiara: l’alternanza politica è
diventata un problema di salute pubblica.
Di più: una situazione economica tanto preoccupante impone anche, alla
sinistra, un necessario supplemento di audacia e di immaginazione. La Germania
ha certo la sua parte di responsabilità nella grande divergenza creatasi tra i due
paesi. Comprimendo eccessivamente la domanda interna (al di là del Reno, dal
2002, la quota dei salari è calata del 5% rispetto al PIL), essa ha sviluppato una
strategia che non è possibile estendere all’intera UE. Con un avanzo commerciale
annuo del 6% del PIL, la Germania potrebbe comprare in 5 anni l’intero capitale
del CAC 40 francese, oppure l’intero settore immobiliare parigino (circa 800
miliardi di euro per ciascun lotto di terreno). La Germania non ha certo bisogno
di riserve del genere! E l’Unione monetaria non può certo funzionare
correttamente con squilibri del genere! La Francia e la Germania hanno invece
bisogno di un’Europa forte e unita, che aiuti a riprendere il controllo di un
capitalismo finanziario globale completamente impazzito. È per questo che
occorrono un nuovo trattato europeo, fondato su una strategia di crescita e su un
debito pubblico comune, e un’unione dei Parlamenti nazionali dei paesi che
desiderano davvero proseguire lungo il cammino intrapreso. La Germania, più
avanzata di noi nella concezione dell’unione politica, deve e può ascoltare un
messaggio di questo tipo.
Anche la Francia ha la sua parte di responsabilità nell’attuale divergenza
franco-tedesca. In questa campagna elettorale Hollande ha il merito di dire dove
prenderà i 30 miliardi di euro di entrate supplementari capaci di riequilibrare le
nostre finanze pubbliche. Tuttavia, per il momento, le riforme strutturali
risultano quasi del tutto assenti dal suo programma. Il finanziamento della
previdenza continua a pesare troppo sul lavoro e deve essere profondamente
riformato. In parole povere, sui 40 punti di contributi a carico dei datori di lavoro
che gravano sui salari lordi, solo la metà è accettabile (contributi pensione e
disoccupazione), mentre l’altra metà (malattia, famiglia, formazione,
innovazione…) deve poter contare su entrate fiscali più ampie. La soluzione
giusta è la messa a punto di un vero CSG progressivo, più equo e insieme più
efficace dell’IVA a scopo previdenziale. Detto in termini più generali, il nostro
sistema fiscale appare arcaico, complicato, imprevedibile per gli operatori
economici, e deve perciò essere semplificato e modernizzato al più presto. Per
esempio, la Francia è l’unico paese a non aver adottato il prelievo alla fonte. Ed
ecco che Jérôme Cahuzac, il quale ha ricevuto da Hollande la delega in materia
fiscale, ha appena spiegato con orgoglio che niente sarà fatto in proposito nel
prossimo quinquennio, e che occorreranno parecchi mandati per poter pensare a
una riforma del genere… quando invece tutti i nostri vicini l’hanno varata in un
solo anno, e in tempi in cui l’informatica ancora non esisteva! Il tutto non è certo
all’altezza della situazione. E si potrebbero fare altri esempi. Va ridisegnato
l’intero sistema pensionistico, unificando i diversi trattamenti in modo da
mettere in sicurezza e dinamizzare le traiettorie professionali più complesse e
varare programmi individuali di diritto alla formazione. L’alternanza, insomma,
non deve intervenire per difetto.
UNIVERSITÀ: LE MENZOGNE DI SARKOZY

13 marzo 2012

Nel palmarès delle menzogne più sfrontate del quinquennio che si va


concludendo, quelle relative all’insegnamento superiore e alla ricerca occupano
davvero un posto particolare. “Priorità delle priorità”, “grande causa nazionale”,
“sforzo finanziario senza precedenti”: i superlativi non sono davvero mancati per
spiegare al paese e convincere i media che il potere in carica intendeva fare
dell’investimento nel capitale umano l’asse della sua politica.
Eppure le università non hanno smesso di protestare e, verosimilmente, si
preparano a votare in massa per l’alternanza. Allora, chi ha ragione? Gli
insegnanti-ricercatori sono forse degli irriducibili militanti di sinistra, degli
ingrati incapaci di riconoscere il fatto che la destra sta finalmente portando
avanti un’azione positiva assegnando loro mezzi supplementari? Oppure
Sarkozy ha di nuovo mentito, e con una disinvoltura talmente convincente da
riuscire a imbrogliare la maggioranza degli osservatori? La verità ci obbliga a
dire che ancora una volta siamo di fronte alla seconda evenienza, quella di un
presidente bugiardo.
Rivediamo la sequenza delle leggi finanziarie e dei documenti di bilancio. Nel
2012 il bilancio totale della ricerca e dell’insegnamento superiore sarà di 25,4
miliardi di euro (un po’ più dell’1,2% del PIL). Su questo totale, la metà è
destinata alla formazione superiore e alla ricerca universitaria (12,5 miliardi di
euro), una somma che corrisponde all’intero stanziamento per le università e per
le varie scuole e istituti, a prescindere dal ministero competente; l’altra metà è
destinata ai sussidi per gli studenti (2,2 miliardi) e ai vari organi di ricerca: CNRS,
ANR, INRA, INSERM, ma anche ricerca spaziale, nucleare ecc. (10,7 miliardi).
Nel 2007 la ripartizione globale è stata molto vicina a quella del 2012, e il
bilancio totale della ricerca e dell’insegnamento superiore ha raggiunto i 21,3
miliardi di euro, di cui 10,7 miliardi per la formazione superiore e la ricerca
universitaria. Nell’arco di cinque anni la progressione è stata dunque del 19,2%
per il totale complessivo, e del 16,8% per la parte riguardante le università e le
scuole: un valore da cui va detratto quello dell’inflazione, che tra gennaio 2007 e
gennaio 2012 è cresciuto fino al 9,7%. La crescita effettiva dell’appannaggio è
stata quindi di appena il 7-8% nell’arco di cinque anni, vale a dire poco più
dell’1% annuo. Ci possiamo consolare notando che essa è leggermente superiore
alla crescita del PIL nel medesimo periodo… Ma se aggiungiamo il fatto che il
numero di studenti è ugualmente cresciuto di circa il 5% (passando da 2,2 a 2,3
milioni), arriviamo a una conclusione molto chiara: durante il quinquennio 2007-
2012, a dispetto dei tanti discorsi fatti, in Francia l’investimento nel capitale
umano è stato quasi nullo.
I pochi nuovi interventi concentrati su alcuni poli strategici ed effettuati
tramite un sistema di cooptazioni sempre più complicato sul piano burocratico
(l’inflazione della quantità di sigle ha largamente superato la quantità dei bilanci:
PRES, LABEX, IDEX, EQUIPEX…), con la conseguente creazione di strutture
gigantesche e sicuramente ingovernabili (gli IDEX parigini annoverano 100.000-
150.000 studenti ciascuno, mentre Harvard, MIT e Stanford ne contano meno di
40.000: si pensa davvero che questo ci consentirà di guadagnare tre posti in
classifica?). Per cui non deve stupirci che gli stanziamenti di base siano
conseguentemente calati. Come non deve stupirci che gli universitari – che, per
loro natura, sanno contare e hanno riscontrato una netta diminuzione dei crediti
come dei posti, e in molti casi hanno scelto di ritornare da paesi molto più
vantaggiosi per loro (o di non partire affatto) – ne abbiano più che abbastanza di
farsi trattare o da ingrati o da privilegiati.
In tutti i casi, non sarà certo con un quinquennio simile al precedente che
recupereremo il ritardo accumulato rispetto ai paesi più avanzati. Assegnando
agli studenti stessi le risorse destinate agli organi di ricerca (soluzione comunque
incerta), si arriva a stento, in Francia, a una spesa totale dell’ordine di 10.000
euro a studente, quando negli Stati Uniti si superano i 30.000 euro! Con un ritmo
del genere, ci vorranno secoli per colmare un tale abisso! Si badi: proprio grazie
all’investimento nei campus universitari gli Stati Uniti mantengono la loro
supremazia economica e la loro influenza intellettuale e culturale, malgrado la
fragilità sempre più evidente del loro modello politico e sociale ultrainiquo. Per
far sì che la Francia ritrovi nel XXI secolo il posto che le compete, dobbiamo
fare una buona volta la scelta di un investimento deciso nel capitale umano,
fissando chiare priorità di bilancio. Con 6 miliardi di euro si possono aumentare
del 50% i sussidi per tutte le università e tutte le scuole – il che ci predisporrà
per il futuro molto più efficacemente dei 6 miliardi spesi ogni anno per
sovvenzionare le ore di straordinario, o i 6 miliardi di entrate annue perse
nell’ISF e in diritti di successione. È ora che la campagna per le presidenziali
affronti un tale problema con impegni precisi.
IL VUOTO SARKOZISTA

10 aprile 2012

La cosa che più colpisce nel programma rivelato dal candidato Sarkozy il 5
aprile è il vuoto. Siderale. Circa la struttura macroeconomica complessiva, siamo
quasi al copia e incolla di François Hollande. Nei documenti messi online in
gennaio, il candidato socialista ha delineato una traiettoria di sviluppo delle
spese e delle entrate che porterebbe a una riduzione del deficit dal 4,5% del PIL
nel 2012 allo 0% nel 2017, e del debito dall’88,7% del PIL all’80,2%. Tre mesi
più tardi, dopo molte cogitazioni, supportato dall’intero apparato statale, il
presidente in carica annuncia una traiettoria che consentirebbe di ridurre il deficit
dal 4,4% nel 2012 non solo allo 0%, ma di maturare addirittura un avanzo dello
0,5% nel 2017, e di ridurre il debito dall’89,2 all’80,2%…
Nel piano Hollande, la riduzione di 4,5 punti di deficit si fondava su 2,7 punti
di diminuzione delle spese e su 1,8 punti di aumento dei prelievi. Per Sarkozy, la
riduzione di 4,9 punti di deficit si fonda su 3,7 punti di diminuzione delle spese e
su 1,2 punti di aumento dei prelievi. In altri termini, per Hollande un terzo
abbondante dello sforzo si basa su un aumento dei prelievi, per Sarkozy su un
quarto abbastanza scarso. La verità è che il divario è quasi insignificante,
considerate le incertezze inerenti a esercizi di questo tipo. I due candidati, cioè,
puntano innanzitutto sul fatto che le spese cresceranno meno in fretta del PIL.
La vera differenza è che Hollande, al di là delle sue carenze, dice chiaramente
dove prenderà le risorse supplementari (imposte sui patrimoni, sui redditi da
capitale, sulle successioni ecc.), mentre il presidente uscente fa di tutto per
nascondere il suo programma fiscale antisociale (tasse sui mutui, IVA, blocco
delle aliquote ecc.).
Se esaminiamo nel dettaglio le misure annunciate dal presidente uscente il 5
aprile, le cose vanno ancora peggio. Un solo esempio: Nicolas Sarkozy annuncia
in buona sostanza uno “sgravio del carico salariale”, tale da “integrare il premio
per l’occupazione nel salario netto”. Ottima idea… talmente ottima che fu già
adottata nel 2000 dal governo Jospin, con la riduzione del CSG sui bassi salari.
Salvo che la misura fu immediatamente cassata da quello stesso Consiglio
costituzionale che aveva avallato la creazione del PPE.
Per risolvere una volta per tutte il problema rispettando il principio di
uguaglianza di fronte all’imposta, occorre portare fino in fondo una riforma
fiscale d’insieme e adottare un vera imposta progressiva, con prelievo alla fonte,
e con fusione di CSG, imposta sul reddito e PPE. È l’unico modo per venire a capo
dell’intero comparto dei redditi e del carico di famiglia dei salariati interessati,
come appunto chiede il Consiglio. Ancora uno sforzo, e Sarkozy uguaglierà il
programma fiscale di François Hollande… il cui calendario applicativo
meriterebbe peraltro di essere precisato e accelerato.
Il punto è che il programma di Sarkozy manca terribilmente di respiro. Nel
2007 le misure apparivano tanto numerose quanto inutili, e nel 2012 Sarkozy si
ritrova a copiare Hollande, o Jospin, senza apparentemente rendersene conto.
Sicché, per colmare la distanza, deve ricorrere alle menzogne. Con la sua
abituale disinvoltura, il presidente uscente continua a negare i regali fatti ai più
ricchi. Venerdì mattina, su RTL, si è scagliato contro l’Institut des politiques
publiques dell’École d’économie de Paris, definendolo “organismo che non ha
una ragion d’essere, di cui nessuno conosce l’utilità, l’importanza e la
credibilità”.
Per quanto riguarda la credibilità di Nicolas Sarkozy non sussistono dubbi: è
quella di un bugiardo, inetto a compitare la più piccola addizione. Secondo la
legge finanziaria appena approvata, l’ISF frutterà nel 2012 appena 3 miliardi di
euro, contro i 4,5 miliardi di euro del 2007. Eppure, secondo l’INSEE e la Banca
di Francia, il patrimonio dei francesi, tra il 2007 e il 2012, è cresciuto di circa il
20% (passando da 8800 a 10.600 miliardi). A tasso d’imposta invariato, l’ISF
avrebbe dunque dovuto fruttare, nel 2012, non 3 ma 5,4 miliardi di euro. Con un
regalo – in piena crisi delle finanze pubbliche – di 2,4 miliardi all’1% più
facoltoso dei francesi.
Se facciamo un calcolo analogo per i diritti di successione, otteniamo un
condono di 2,6 miliardi di euro. Vale a dire in totale, su entrambe le imposte, 5
miliardi di euro di entrate annue perdute. E se facciamo il calcolo in base al tasso
d’imposta invariato in rapporto al 2002 – il che permette di considerare la
diminuzione della tassa sui diritti di successione del 2004-2005 (quando Sarkozy
era ministro delle Finanze) –, allora il calo delle entrate annue supera, nel 2012, i
10 miliardi di euro (3,2 per l’ISF e 6,9 per le successioni).
Un tale sperpero di denaro pubblico a beneficio dei patrimoni, proprio quando
essi viaggiano con il vento in poppa mentre le casse dello Stato sono vuote, è
davvero senza precedenti. È più che mai il momento di cambiare presidente.
FRANÇOIS HOLLANDE, UN NUOVO ROOSEVELT PER
L’EUROPA?

8 maggio 2012

François Hollande diverrà, per l’Europa, l’equivalente di un Roosevelt? Il


paragone fa sorridere. È comunque bene ricordare che il peso degli eventi e il
peso delle idee mettono spesso gli uomini nelle condizioni di interpretare ruoli
che trascendono la loro persona. Quando nel 1933 diventa presidente, Roosevelt
non ha una coscienza precisa della politica che dovrà condurre. Ma sa che la
crisi del 1929 e le politiche di austerità hanno messo in ginocchio gli Stati Uniti,
e che il potere pubblico deve riprendere il controllo di un capitalismo finanziario
impazzito. Oggi, nel 2012, quattro anni dopo l’esplosione della crisi finanziaria
del 2008, Hollande si ritrova proprio nella stessa situazione di Roosevelt.
Quando inaugura la campagna elettorale, non sa che finirà per proporre di
tassare del 75% i redditi superiori a 1 milione di euro. Ma non ci mette molto ad
arrivare alla medesima conclusione di Roosevelt: l’arma fiscale è in grado di
imporre una battuta d’arresto all’escalation insensata degli altissimi compensi.
Il principale obiettivo al quale Hollande deve ora tendere è, evidentemente,
l’Europa. E il punto cruciale è che non si uscirà in modo durevole dalla crisi
attuale se ci si limiterà a varare pochi e semplici project bond, vale a dire
obbligazioni europee che aiutino a finanziarie investimenti nei settori
dell’energia e delle infrastrutture. Un tale strumento è certo utile, ma non deve
occultare il fatto che l’obiettivo principale sta altrove. Se non ci si impegna con
chiarezza nella prospettiva della messa in comune del debito pubblico europeo,
la crisi tornerà a farsi sentire con analoga e ulteriore asprezza. Una moneta unica
con 17 debiti pubblici diversi, sui quali i mercati possono speculare liberamente
senza che agli Stati sia possibile allentare la morsa svalutando la loro moneta,
non funziona. Un sistema del genere ha portato la Grecia alla catastrofe, e finirà
per portare l’euro alla sconfitta.
E dobbiamo smettere di dire che non serve appellarsi a questo tipo di
soluzione perché la Germania si opporrebbe a ogni condivisione del debito. In
primo luogo perché è sempre preferibile indicare con precisione la direzione
finale verso la quale si intende volgersi – non fosse che per prenderne atto e fare
in modo che l’obiettivo, prima o poi, si realizzi. In secondo luogo, e a maggior
ragione, perché la Germania è molto meno conservatrice di quanto si voglia
sostenere in Francia. La verità è che molti leader europei – non solo di sinistra,
anzi, tutt’altro che di sinistra – stanno solo aspettando che il nuovo presidente
francese faccia proposte coraggiose in tale direzione.
Guy Verhofstadt, presidente del gruppo centrista al Parlamento europeo, ha
appena dichiarato, guarda caso, che solo la messa in comune del debito europeo
permetterebbe un calo duraturo dei tassi d’interesse. Se la Federal Reserve
americana dovesse ogni mattina scegliere tra il debito del Wyoming e quello del
Texas, sarebbe davvero in difficoltà nel portare avanti una politica monetaria
equilibrata. E finché la BCE si troverà nell’assurda posizione in cui si trova oggi,
non potrà svolgere appieno il proprio ruolo al servizio della stabilità finanziaria.
Non solo. Se si continuerà ad attuare provvedimenti confusi e senza costrutto
alcuno, come quello che consiste nel prestare 1000 miliardi di euro alle banche
private nella speranza che a loro volta li prestino agli Stati, o nel prestare denaro
al FMI perché restituisca a sua volta il prestito…
Sul tavolo ci sono già numerose proposte. I “saggi” tedeschi (collegio di
economisti che fanno da consulenti alla cancelleria, ai quali non si possono certo
attribuire simpatie per la sinistra) hanno proposto, in novembre, che tutto il
debito superiore al 60% del PIL venga messo in comune a livello europeo,
compreso naturalmente il debito della Germania. Altri pensano che sarebbe
meglio iniziare con la messa in comune del debito pubblico a breve termine. In
ogni caso occorre prendere quanto prima l’iniziativa e portarsi avanti lavorando
in questo senso.
E soprattutto trarre quelle conclusioni che s’impongono in termini di unione
politica. Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco, ha proposto di creare
una nuova Camera dei deputati che raggruppi deputati appartenenti alle
commissioni finanze e affari sociali dei paesi che vogliono procedere in tale
direzione. Una simile convergenza dei vari Parlamenti nazionali potrebbe
svolgere un ruolo guida nella definizione di un’agenzia europea del debito che
fisserebbe gli importi dei prestiti autorizzati, in base a una deliberazione
pubblica e democratica. Una camera di questo tipo avrebbe il vantaggio di essere
meno vincolata del Parlamento europeo, e di comprendere persone che si
assumerebbero poi le conseguenze politiche delle proprie decisioni in ciascun
paese coinvolto. Sarebbe un modo originale di procedere verso gli Stati Uniti
d’Europa pur continuando a far leva sulle sovranità nazionali, in una misura
chiaramente finalizzata alla costruzione europea.
In merito a tali questioni, l’Europa si aspetta molto da Hollande. Tutto
comincia adesso.
UN’UNICA SOLUZIONE: IL FEDERALISMO

5 giugno 2012

Quale sarà l’esito del negoziato europeo in corso? Il rischio, per la Francia,
sarebbe quello di limitarsi, per comodità, a salvare la forma scaricando sulla
Germania la responsabilità di un possibile fallimento in materia di eurobond.
Laddove, in realtà, sul tavolo non è presente alcuna proposta precisa da parte
francese.
In apparenza, le cose sono ben chiare: la Francia propone la messa in comune
del debito pubblico europeo, onde beneficiare tutti insieme di tassi d’interesse
bassi e prevedibili e porsi al riparo dall’inflazione. Si tratta, di fatto, dell’unico
modo di risolvere stabilmente i problemi dell’eurozona. Dal momento in cui
ogni paese rinuncia alla possibilità di svalutare la propria moneta, è
indispensabile ottenere come contropartita la stabilità finanziaria a livello
federale. Altrimenti il sistema, a breve o lungo termine, imploderà.
Il punto è che la Francia è restia a trarre le conseguenze politiche implicite in
una proposta del genere. Se si decide di creare un debito comune, diventa poi
impossibile lasciare che ciascun paese stabilisca da sé la quantità di debito
comune che desidera emettere: la condivisione del debito implica
necessariamente un balzo in avanti verso l’unione politica e il federalismo
europeo.
Ora, i tedeschi sono, in realtà, più avanti di noi in materia, e lo testimonia la
proposta della CDU di elezione a suffragio universale del presidente della UE. In
una recente intervista, il presidente della Deutsche Bundesbank ha avuto buon
gioco a ironizzare sulle presunte posizioni francesi in tema di eurobond, facendo
notare che durante la campagna presidenziale non è mai stata evocata la
questione del federalismo europeo e delle delegazioni esponenti di ciascuna
sovranità nazionale, e che i leader francesi continuano tuttora a ignorare il
problema.
Eppure si tratta di un problema urgente, per il quale esiste la soluzione.
Affinché l’Europa diventi finalmente democratica, occorre che le decisioni in
materia di debito comune siano prese in un ambito parlamentare federale, dopo
opportuni dibattiti e una pubblica dialettica delle idee. I conciliaboli tra capi di
Stato non possono sostituirsi a una seria governance dell’Europa. Tocca al
Parlamento europeo svolgere questo ruolo, sia perché comprende anche paesi
esterni all’eurozona, sia perché i parlamentari nazionali non possono essere
privati dei loro poteri in fatto di bilancio.
Una soluzione concreta potrebbe essere quella di creare una nuova camera di
bilancio specifica dell’eurozona, unendo le commissioni finanze e affari sociali
del Bundestag tedesco, dell’Assemblea nazionale francese e dei vari paesi che
intendano seguire l’esempio della Germania e della Francia. Un ministro delle
Finanze dell’eurozona, alla testa di un Tesoro europeo, sarebbe responsabile
davanti alla camera medesima, la quale costituirebbe l’embrione di un governo
federale dell’Europa.
Contrariamente a un’opinione diffusa, una tale innovazione non è affatto fuori
portata. I paesi che lo desiderano possono tranquillamente concludere un trattato
che adotti le regole enunciate, lasciando agli altri la possibilità di aggregarsi in
seguito. I paesi europei, in pochi mesi, hanno raggiunto l’accordo su un trattato
che non risolve nessuno dei problemi dell’eurozona. Perché non dedicare i pochi
mesi che restano all’approvazione di un accordo aggiuntivo che risolva una
buona volta i problemi sul tappeto?
Incaricando il presidente del Consiglio europeo di preparare il summit del 28
giugno, il governo francese intende certo riportare le istituzioni comunitarie al
centro dell’attenzione, il che è lodevole. Tuttavia, se la Francia non indica con
precisione fin dove è disposta a spingersi sugli eurobond e sull’unione politica, il
rischio di un fallimento diventa reale, tanto più che sono presenti sul tavolo
proposte forse meno ambiziose ma abbastanza precise. La più dettagliata è
quella dei “fondi di rimborso” avanzata in novembre dai “saggi” tedeschi. L’idea
è la condivisione di tutti i debiti superiori al 60% del PIL (l’Italia sarebbe la
prima interessata, seguita da Germania, Francia e Spagna). I fondi sarebbero
alimentati da entrate fiscali provenienti da ciascun paese proporzionalmente al
debito messo in comune. Quando questo debito verrà a scadenza, il fondo
presterà con la garanzia solidale di tutti, il che eviterà ai paesi interessati di
affrontare da soli i mercati. Inizialmente respinto da Angela Merkel, il piano sta
per essere ripreso dalla SPD e dai Verdi tedeschi, e raccoglie sostenitori anche
nelle file della CDU.
Il dispositivo, pensato come meramente temporaneo, ha certo i suoi limiti. La
soglia del 60% e l’ampiezza del rollover rischiano di costringere un paese come
l’Italia a tornare sui mercati solo da qui a qualche anno. Inoltre la proposta non
comporta alcun risvolto in termini di unione politica, il che crea un problema,
considerando le conseguenze che le decisioni del fondo potranno avere sui
bilanci nazionali.
Resta il fatto che la proposta ha il merito di esistere, e la Francia farebbe bene
a mettere sul tavolo il proprio piano. Rinviando di continuo le scelte sugli
eurobond e sul balzo in senso federale, l’Europa sta davvero giocando con il
fuoco.
QUALE FEDERALISMO? PER FARE COSA?

4 luglio 2012

Rinviando le scelte importanti, i leader europei riuniti a Bruxelles venerdì


scorso non hanno fatto altro che guadagnare un po’ di tempo. La prospettiva di
un’unione bancaria – un progresso importante – rimane purtroppo alquanto
sfumata. La questione degli eurobond non è nemmeno stata affrontata, e per un
semplice motivo: dalla Francia non è stata formulata alcuna proposta precisa di
unione, sia di bilancio sia politica, che consenta di varare in concreto gli
eurobond. Tre anni dopo l’inizio della crisi dell’euro, si continua a far credere
che si potrà venirne a capo applicando pannicelli caldi e organizzando summit da
ultima spiaggia, conclusi secondo rito da conferenze stampa notturne e da
proclami di vittoria.
Ma le difficoltà restano, e in tutta la loro gravità. Quale forma originale e
pragmatica potrebbe assumere il federalismo europeo? Tutti sanno che l’euro
non può sopravvivere nella sua forma attuale. Al tempo stesso, però, il balzo in
senso federale fa paura, in parte anche per ragionevoli motivi. Da qui la
necessità di un dibattito urgente per vincere i persistenti timori.
Su queste stesse colonne (“Libération” di martedì 18 giugno 2012), Bruno
Amable spiegava che il salto in senso federale potrebbe trasformarsi in un “salto
mortale” per la previdenza sociale. L’argomento di Amable, esposto con
precisione e puntualità, è il seguente. I sistemi europei di previdenza sociale
sono fragili, sono il frutto di compromessi nazionali particolari e di valori di
solidarietà parzialmente costruiti entro il quadro degli stati-nazione. Tutto ciò,
nel contesto di un ampio Stato federale in cui i conflitti etnici o nazionali
prevalgono spesso sul conflitto di classe, rischierebbe di essere rimesso in
discussione. In concreto, gli Stati Uniti d’America non hanno sviluppato uno
stato previdenziale perché non hanno mai voluto pagare per i neri, e gli Stati
Uniti d’Europa rischierebbero di smantellare il loro perché non vogliono pagare
per i greci.
Il punto – io credo – è che nulla ci obbliga, entro il quadro del federalismo
europeo, a uniformare tutto quanto e a mettere tutto quanto in comune. La regola
deve essere semplice: dobbiamo mettere in comune ciò che non riusciamo a fare
da soli. Niente di più e niente di meno. Sarebbe del tutto inutile e
controproducente fondere i sistemi pensionistici dei diversi paesi. Facciamo già
tanta fatica, a livello francese, a modificare i parametri, a uniformare i vari
trattamenti, ad articolare il diritto alla pensione con quello della formazione a
lungo temine. Ed esistono scarsissime possibilità che il problema si semplifichi e
che il dibattito si faccia più sereno trasferendone i contenuti su un livello
sovranazionale. Stessa cosa per la fusione, in Francia, tra CSG e IR, o per la
settimana scolastica di quattro giorni: sono questioni e competenze che devono
essere risolte, in buona sostanza, sul piano nazionale.
Esistono invece settori – come la regolazione dei mercati finanziari e dei
paradisi fiscali – in cui ciascun paese da solo non può fare molto, e in cui il
miglior livello d’intervento sarebbe chiaramente quello europeo. Su scala
mondiale, la grandezza economica della Francia e della Germania è di poco
superiore a quella della Grecia o dell’Irlanda. Se continuiamo a dividerci, non
possiamo che finire in mano agli speculatori e agli strozzini, e non è certo questo
il modo migliore di difendere il modello sociale europeo.
Ecco perché è prioritario mettere in comune sia il debito pubblico
dell’eurozona, impedendo così ai mercati di imporci tassi d’interesse erratici e
destabilizzanti per tutti, sia l’imposta sui redditi d’impresa, oggi perlopiù
aggirata dalle società multinazionali. Sono questi, e solo questi, i due dispositivi
da condividere e da porre sotto il controllo di un’autorità politica federale.
In concreto, se si crea una nuova Camera di bilancio dell’eurozona,
riunendovi i deputati delle commissioni finanze e affari sociali dei Parlamenti
nazionali, essa deciderebbe a maggioranza – dopo un dibattito pubblico e
democratico e su proposta di un ministro delle Finanze europeo responsabile
davanti alla Camera stessa – in merito al volume di debito pubblico comune che
il Tesoro europeo potrebbe emettere ogni anno. Dopodiché, ciascun Parlamento
nazionale avrebbe la completa libertà di agire sul piano complessivo dei prelievi,
delle spese e della loro rispettiva ripartizione. In concreto, se si decide che il
deficit europeo debba equivalere al 3% del PIL, ciò non significa che un paese
non debba ripartire il 50% del PIL in spese e il 47% in prelievi, e che un altro non
debba invece adottare una ripartizione del 40% in spese e del 37% in prelievi.
Un sistema di questo tipo richiederà naturalmente la firma di un nuovo trattato
tra i paesi che desiderino procedere in tal senso, ma non si tratta affatto di
un’iniziativa fuori portata: è sufficiente la volontà politica, soprattutto in Francia.
Speriamo che il dibattito sul federalismo europeo possa finalmente aprirsi nei
prossimi mesi.
AGIRE, E IN FRETTA!

25 settembre 2012

L’esordio del quinquennio di presidenza Hollande è così pessimo come si


dice? Sì, purtroppo. È vero che le circostanze non sono favorevoli e che il nuovo
presidente non è disposto a farci rimpiangere il vecchio, ma è anche vero che su
ogni possibile tema emergono un attendismo e un’indecisione davvero
preoccupanti per un inizio di mandato.
Sul piano europeo, la Francia non ha ancora formulato alcuna proposta
concreta nella prospettiva di un’unione politica e finanziaria e di una messa in
comune del debito pubblico, unica soluzione duratura alla crisi in atto. Risultato:
ci ritroviamo a dover fare i conti con un’austerità a marce forzate. In apparenza
sarebbe una politica atta a ristabilire la nostra credibilità, ma tutti sanno che si
tratta di una politica che porterà a una maggiore recessione e a un maggior
indebitamento. Di fatto, si perde tempo a ratificare un trattato che si sa già
destinato a non risolvere alcun problema strutturale dell’eurozona. Ciliegina
sulla torta: si lascia che sia Angela Merkel l’unica a parlare di unione politica e
l’unica a sviluppare proposte che hanno quantomeno il merito di esistere
(elezione di un presidente UE a suffragio universale) anche se sono ben lontane
dall’essere le più idonee (la priorità è, se mai, quella dell’istituzione di un
Parlamento democratico a livello di eurozona, ovviamente sulla base dei
Parlamenti nazionali). E, nel frattempo, il resto del mondo continua a progredire,
a investire nel futuro e a distanziare l’Europa.
Sul piano interno, tutte le riforme fondamentali appaiono rinviate. La riforma
fiscale – madre di tutte le battaglie durante la campagna del candidato Hollande
– si limiterà a qualche ritocco, quando invece avremmo bisogno di una completa
rifondazione, peraltro alla nostra portata. La Francia brilla per l’accumulo di
un’infinità di imposte dirette, con basi d’imposta molto labili che si
sovrappongono a vicenda, con norme distinte l’una dall’altra; e, come se non
bastasse, si darà luogo a un’aliquota fissata al 75% con una terza base d’imposta,
distinta sia da quella dell’IR sia da quella del CSG, e ancora più incerta delle
precedenti. Solo una cosa è sicura: nel paese dei pasticcioni i consulenti fiscali
sono re.
Circa il costo del lavoro e la competitività, il presidente Hollande ha
dichiarato che i contributi a carico dei datori di lavoro non possono continuare a
pesare sui soli salari, e che chiederà un nuovo rapporto per riformare il
finanziamento della previdenza sociale. Ottima idea! Talmente ottima che Lionel
Jospin l’ha avuta, identica, nel lontano 1997. Anch’egli chiese la redazione di un
nuovo rapporto, letto il quale, un anno dopo, dovette constatare che il problema
era estremamente complesso, per cui ritenne più urgente non fare nulla.
Speriamo che la procedura abbia, questa volta, un esito migliore.
Tanto più che si tratta di un problema basilare. Oggi, in Francia, il tasso
globale di contribuzione a carico dei datori di lavoro è di circa il 40%: per
versare 100 euro di salario lordo il datore di lavoro paga 140 euro di salario
superlordo (e al salariato toccano 80 euro di salario netto). Non è un po’ troppo?
Di questo 40% solo la metà ha una giustificazione (contributi pensione e
disoccupazione), mentre il resto (malattia, famiglia, formazione, costruzioni…)
dovrebbe fondarsi su basi fiscali più ampie. Qualcosa si sta muovendo, poiché il
tasso di contribuzione a carico dei datori di lavoro si è dimezzato a livello SMIC.
Ma il tasso risale a razzo quando si supera il salario minimo, e recupera il suo
40% quando lo SMIC aumenta di 1,6 volte. Il governo uscente, estendendo
parzialmente il tasso ridotto fino a 2,1 volte lo SMIC, si è orientato nella giusta
direzione, e il nuovo governo in carica farebbe bene a mantenere l’attuale
aliquota ribassata, magari con un ulteriore finanziamento. A termine, l’obiettivo
è quello di ridurre dal 40 al 20% il tasso di contribuzione a carico dei datori di
lavoro su tutti i salari.
Come fare per finanziare un’operazione del genere? Il problema è che l’IVA
non sarà mai all’altezza della posta in gioco: l’aumento che si renderebbe
necessario sarebbe enorme, e colpirebbe indifferentemente il potere d’acquisto.
L’IVA ecomodulabile prospettata dal governo sarebbe ancora meno efficace, nel
senso che sarebbe possibile trasferire 1o 2 punti di contribuzione, non di più. Lo
strumento migliore sarebbe il CSG, perché la sua base fiscale è molto più ampia
dell’IVA e perché sarebbe l’unico dispositivo in grado di ripartire gli sforzi in
misura equa e trasparente su tutti i redditi. A condizione, però, di adottare un
vero CSG progressivo, ossia con aliquota modulabile a seconda del livello di
reddito. In caso contrario, il trasferimento dei contributi a carico dei datori di
lavoro graverebbe enormemente sui pensionati e sui salariati meno abbienti, per
cui non ci sarebbe motivo di effettuarlo. Soltanto una riforma fiscale globale
consentirà di risolvere contraddizioni di tale portata. Ma, per il momento, non
esistono segnali positivi circa la volontà e il coraggio del governo di agire in tal
senso. Il che non esclude che si possa sperare in un cambio di marcia.
DEPUTATI INDIFENDIBILI

24 ottobre 2012

A quando il cambiamento in sede di Assemblea nazionale? A prima vista, non


tanto presto. Come per tanti altri problemi, tutti gli sforzi di rinnovamento e di
trasparenza sembrano rimandati.
Dei deputati-sindaci socialisti poco propensi a rispettare la parola data sulla
non cumulabilità dei mandati, già si sapeva. Prima delle elezioni si sono
impegnati davanti agli elettori a scegliere, al più tardi in settembre, quale
mandato mantenere. Nulla di fatto: adesso spiegano che la cosa più semplice è
conservarli entrambi, e che il tutto deve dipendere da un voto legislativo, ed ecco
rispuntare i ben noti argomenti sulla necessità di un radicamento nel territorio
per assicurare un buon lavoro in Parlamento. Eppure nessun altro paese europeo
pratica il cumulo, e nulla sta a indicare che i parlamentari vi svolgano un lavoro
meno redditizio che in Francia.
E un conservatorismo analogo sembra manifestarsi sulla questione
dell’indennità dei parlamentari. Di cosa si tratta? Attualmente i deputati ricevono
ogni mese un’indennità parlamentare di 7100 euro, soggetta a imposta, e
un’indennità a titolo di spese connesse con il proprio mandato (IRFM) di 6400
euro, del tutto esente. Il problema è che questa IRFM non è, in pratica, soggetta ad
alcun controllo, ed è sostanzialmente assimilata a una componente del reddito: in
parole povere, i deputati francesi raddoppiano il loro compenso, senza dirlo e
senza pagare le imposte corrispondenti. Inoltre, contrariamente a quanto avviene
all’estero, i deputati francesi non devono produrre alcun documento
giustificativo di fronte all’Assemblea. Ricevono l’IRFM direttamente sul conto
personale, ripartiscono le spese come meglio credono e non devono ottemperare
ad alcuna chiara istruzione circa i limiti da non oltrepassare. Fino a che punto
possono essere fatturati in conto IRFM l’acquisto dei vestiti e dei mobili, gli affitti
e le spese per i ristoranti e i ricevimenti? Nessuno lo sa: dopotutto, non si tratta
di spese necessarie per rendere dignitoso il proprio mandato?
Ora, il nuovo presidente dell’Assemblea, Claude Bartolone, ha appena
ribadito che un cambio del trattamento delle indennità è fuori discussione: si
tratterebbe di una sorta di risarcimento determinato dal fatto che i deputati
francesi sarebbero pagati relativamente meno rispetto al resto d’Europa. Ebbene,
un tale argomento è inaccettabile: in effetti, con 7100 euro, il deputato francese
non è il meglio pagato, ma con 13.500 euro, la metà dei quali non tassabile,
sopravanza tutti i deputati europei. Se si giudica che un emolumento di 7100
euro è insufficiente – mettiamo perché un deputato deve pagar l’alloggio a Parigi
oltre a quello della circoscrizione d’origine –, allora sì, diventa pubblicamente
ammissibile un (lieve) aumento, ma deve risultare in tutta trasparenza, come
deve essere chiaro che l’intero trattamento va soggetto alle medesime imposte
alle quali sono soggetti tutti i francesi. Ponendo così fine al regime, assai opaco,
dell’IRFM.
E lo stesso deve valere per il regime pensionistico dei deputati, un regime
completamente in deroga rispetto al diritto comune. In particolare, ai deputati
bastano 20 anni di contributi per ottenere una pensione a tasso pieno, mentre al
resto del paese ne occorrono 40. Viene spesso addotto il pretesto che i deputati
pagano un doppio contributo pensione. Be’, anche questo è un argomento
scandaloso, perché tali contributi finanziano solo una minima parte delle
pensioni in questione: per la maggior parte è lo Stato – dunque noi contribuenti –
a garantire la doppia contribuzione.
Un altro argomento molto diffuso è il seguente: i deputati andrebbero
comunque risarciti per il carattere rischioso e aleatorio della loro carriera. Per
dirla tutta, anche i sedicenti “piccioni” – movimento di imprenditori contrari alla
riforma fiscale che si sono riuniti sotto questo nome – hanno recentemente
impugnato l’argomento per difendere il regime fiscale in deroga riservato alle
plusvalenze. In entrambi i casi, si rasenta l’indecenza: sono molte le categorie di
francesi che hanno carriere non meno precarie di quelle dei deputati o dei
“piccioni”, e non è certo pensabile ideare un regime pensionistico speciale o
regole ad hoc per ciascuna di queste professioni. Sarebbe se mai preferibile
applicare ai deputati le norme pensionistiche valide per tutti quanti, anziché
prevedere un ulteriore aumento dei loro emolumenti.
Non si tratta né di demagogia né di antiparlamentarismo. Se mai, è il
contrario. Io rispetto in massimo grado il lavoro parlamentare, ma il nostro
sistema fiscale e previdenziale è letteralmente asfissiato da regimi in deroga di
ogni tipo, e l’onore dei deputati dovrebbe consistere nel semplificare, non nel
difendere la propria nicchia fiscale. I parlamentari, che si vantano di conoscere
bene il territorio, sembrano non rendersi conto dei danni prodotti nell’opinione
pubblica dal loro regime pensionistico e dalle loro indennità non imponibili. Se i
parlamentari cominciassero per primi a dare l’esempio, sarebbe molto più facile
fare accettare le coraggiose riforme di cui oggi abbiamo tanto bisogno.
IL SOCIALISMO PASTICCIONE

20 novembre 2012

Nella sua conferenza stampa Hollande ha annunciato non senza fierezza di


voler difendere un “socialismo dell’offerta”, che favorisca la “produzione”,
contro un socialismo “più tradizionale”, “fondato sulla domanda”. Che bel tema
di discussione per una tesi di laurea! E che bella idea optare per il versante della
produzione! Sempre meglio di un socialismo senza produzione… Il problema è
che, al di là di un tale atteggiamento retorico e ultraconvenzionale
(contrariamente a quanto si sente dire a destra e a manca, i socialisti francesi
hanno sperimentato da tempo le politiche dell’offerta – per esempio con il calo
di un terzo del tasso d’imposta sui redditi d’impresa – tra il 1988 e il 1993), è
possibile leggere, nelle misure Ayrault-Hollande di quest’autunno, il progetto di
un socialismo di nicchia, di un socialismo della complessità fiscale, catastrofico
per il modello sociale francese, da modernizzare e riformare con la massima
urgenza. Un socialismo da guazzabuglio, in qualche modo.
La nicchia fiscale guadagnata dai “piccioni” in materia di plusvalenze era già
nota: al codice delle imposte si sono aggiunte molte pagine, prive di qualsiasi
rilevanza per l’efficienza economica e ancor meno per la giustizia fiscale. A
partire dal credito d’imposta occupazione e competitività (CICE) – punta di
diamante del piano competitività del governo –, il quale è in realtà una tipica
riforma da guazzabuglio in allestimento. Ed è giusto l’esempio di quanto non si
deve fare: anziché lanciarsi in una riforma di sistema dei contributi previdenziali,
un provvedimento che avrebbe richiesto coraggio e determinazione sia al
governo sia alle parti sociali, si aggira l’ostacolo aggiungendo un ulteriore livello
di complessità a un sistema fiscale e sociale che ne annovera già fin troppi.
Di cosa si tratta? Chiunque abbia già assunto un salariato sa quanto sia
difficile conoscere i tassi esatti di contribuzione da applicare. Occorre sommare
più tassi (più regimi pensionistici, assicurazione disoccupazione, malattia,
famiglia…), farsi carico di tutti quei prelievi aggiuntivi (costruzione, alloggi,
formazione, tassa sui salari…) che variano a seconda dei settori di attività e del
volume dell’impresa, per non parlare degli innumerevoli trattamenti in deroga
che dipendono dall’età del salariato o dalla data della sua assunzione (da poco se
n’è aggiunto un altro: il CG). Al termine di una fastidiosissima serie di calcoli, e
dopo un sacco di tempo perso con la calcolatrice, si giunge grosso modo alle
seguenti cifre. Il tasso globale di contributi a carico dei datori di lavoro è
dell’ordine del 40% (per versare 100 euro di salario lordo, il datore di lavoro
paga 140 euro di salario superlordo), di cui quasi la metà per i contributi
pensione e disoccupazione. Il tasso si riduce a circa il 20% a livello SMIC, ma
risale a razzo se si supera il salario minimo, e recupera il suo 40% quando lo
SMIC aumenta di 1,6 volte. Il tutto con variazioni significative a seconda dei
settori e della durata lavorativa (per farla breve).
Il salariato che volesse poi conoscere il proprio potere d’acquisto si troverebbe
di fronte a un labirinto ancora più grottesco. Va distinto il CSG deducibile dal CSG
non deducibile, il salario netto CSG dal lordo dell’imposta sul reddito, per non
parlare dell’assegno relativo al PPE, percepito da circa 8 milioni di salariati meno
abbienti con un anno di ritardo, in quanto va loro rimborsata una parte del CSG
prelevata un anno prima… Siamo sicuramente ai vertici dell’assurdità fiscale,
almeno fino a questo momento.
Infatti i nostri gagliardi socialisti dell’offerta, non contenti di non cambiare
niente in questo ammasso incomprensibile, stanno decidendo di aggiungere ai
precedenti un altro livello, con un credito d’imposta che rimborserebbe le
imprese, un anno dopo, dell’equivalente del 6% della loro massa salariale,
prelevata un anno prima sotto forma di contributi previdenziali. È, grosso modo,
l’equivalente del PPE per le aziende. E, com’è giusto che sia, il meccanismo di
credito d’imposta sulle società comporta tutta una serie di eccezioni: in
particolare risultano esenti le fondazioni e le associazioni, presenti soprattutto
nell’insegnamento superiore, nella ricerca, nella sanità, nei settori
d’investimento nel futuro, settori altamente concorrenziali per i quali conviene
attirare in Francia manodopera qualificata.
Qual è l’effetto di tutto ciò? Un enorme spreco di denaro pubblico, perché non
c’è quasi nessuno che sappia padroneggiare norme del genere, salvo forse le
maggiori imprese. E anch’esse dovrebbero, secondo logica, calcolare che questi
dispositivi di credito d’imposta sono sempre stati caratterizzati da una cronica
instabilità e da una pressoché totale imprevedibilità nell’arco di più anni: di
conseguenza, non dovrebbero prendere alcuna decisione che le impegni oltre il
breve periodo. Riassumendo: il governo getta denaro pubblico dalla finestra
proprio quando non ne ha. Il tutto, finanziato da un aumento dell’IVA che
colpisce le fasce meno abbienti. Il precedente governo ha almeno avuto il
buonsenso di utilizzare la stessa quantità di denaro per varare un vero calo dei
contributi previdenziali oltre 1,6 punti di SMIC. Solo una domanda: perché tante
manipolazioni?
MERKHOLLANDE ED EUROZONA: UN EGOISMO MIOPE

18 dicembre 2012

Perché Francia e Germania non spingono in direzione dell’unione politica e di


bilancio dell’eurozona? Per un semplice motivo: i due paesi beneficiano
attualmente di tassi d’interesse estremamente bassi (meno dell’1%) e si lavano le
mani del fatto che Italia e Spagna paghino tassi superiori al 5% e stiano
sprofondando nella crisi. Ma il loro è un egoismo miope: della recessione che si
va impadronendo dell’eurozona finiremo per soffrire tutti quanti. Senza contare
che nessuno può prevedere le violente reazioni politiche che il fenomeno
potrebbe scatenare nell’Europa meridionale o altrove.
Ben che vada, l’Europa avrà perso un decennio a litigare e a non investire nel
futuro. Quando invece abbiamo il miglior modello previdenziale del mondo, e,
per vincere nel XXI secolo la battaglia dell’intelligenza e dello sviluppo stabile e
duraturo, dovremmo avere le migliori università del pianeta.
Nello squallido gioco degli egoismi nazionali è difficile stabilire chi è più
colpevole. La Germania accumula un avanzo commerciale fin troppo elevato:
nessuno ha bisogno di tali riserve, e, per definizione, una simile strategia non
può funzionare se nessuno è disposto a seguirla. Ma a sua volta la Francia, oltre
a mostrarsi incapace di riformare e modernizzare il sistema economico, fiscale e
previdenziale, non fa in realtà alcuna proposta precisa che consenta di mettere in
comune il debito pubblico.
L’unica proposta concreta, finora, resta quella dei “fondi di rimborso”,
formulata giusto un anno fa dal consiglio degli economisti tedeschi che fanno da
consulenti alla cancelleria. L’idea è di mettere in comune tutto il debito pubblico
eccedente il 60% del PIL. La proposta non è certo perfetta. In particolare, le
manca un risvolto politico: una volta costituito il fondo, il deficit annuo e il
ritmo di disindebitamento e di emissione del debito comune dovrebbero essere
fissati da un Parlamento di bilancio dell’eurozona, dopo una deliberazione
pubblica e democratica – l’esatto contrario dei summit dei capi di Stato e dei
ministri che si sono a poco a poco appropriati della governance europea. Rimane
il fatto che la proposta ha il merito di esistere, e che la Francia non si è nemmeno
degnata di rispondervi e di formulare una proposta o controproposta.
Che cosa fare, allora? In primo luogo ribadire che una moneta unica con 17
debiti pubblici differenti non può funzionare. La perdita di sovranità monetaria
deve essere compensata dall’accesso a un debito pubblico condiviso, con un
tasso d’interesse basso e prevedibile. Ci si deve rendere conto che, con un debito
pubblico dell’ordine del 100% del PIL, le ondate speculative sui tassi d’interesse
comportano effetti enormi e devastanti sulle finanze pubbliche. L’Italia ha oggi
un avanzo primario del 2,5% del PIL (le imposte superano del 2,5% del PIL le
spese pubbliche): bastano gli interessi da pagare sui titoli di stato a piombare il
paese nel deficit e nella spirale del debito. A titolo di confronto, il bilancio
complessivo di tutte le università, degli istituti e delle formazioni superiori è, in
Francia come in Italia, dell’ordine dello 0,5% del PIL.
Quali che siano stati i passati errori di gestione – e ce ne sono stati –, non ha
senso imporre all’Italia, alla Spagna e alla Grecia un costo del genere, e una tale
impossibilità d’investire nel futuro. Nessuno può riformare il proprio paese con
una simile spada di Damocle sulla testa.
L’unione politica e fiscale dell’eurozona è anche l’unico modo per ripartire
equamente gli sforzi. Uno degli effetti della crisi è stato il grande ritorno
dell’imposta patrimoniale, fatto di cui non ci si deve stupire: in Europa i
patrimoni privati hanno oggi raggiunto livelli mai visti dopo la Belle Époque,
mentre i redditi sono fermi. In Spagna l’imposta sul patrimonio, soppressa da
Zapatero nel 2008, è stata reintrodotta nel 2011. In Germania la SPD vuole
ristabilire un’imposta generale sul patrimonio. In Italia l’essenziale delle nuove
entrate fiscali decise dal governo Monti discende da un aggravamento del carico
d’imposta sulle proprietà immobiliari e sugli attivi finanziari. Anche il FMI, la cui
dottrina fiscale si riassume in genere nella promozione a pieni voti dell’IVA, ha
espresso il massimo consenso.
Il problema è che diventa impossibile portare avanti questo tipo di riforma
senza una cooperazione europea, in particolare senza uno scambio automatico di
informazioni sugli attivi finanziari detenuti all’estero. Per cui l’Italia si è trovata
a dover introdurre una tassa dello 0,5% sull’immobiliare (facilmente
localizzabile) e solo dello 0,1% sugli attivi finanziari (meno facilmente
localizzabili), quando invece questi ultimi rappresentano la sostanza dei
patrimoni più elevati.
Da un lato i finanziatori chiedono alla Grecia di far pagare i cittadini più
abbienti, dall’altro ci si rifiuta di adottare un’unione fiscale che permetta di
realizzare quell’obiettivo, e, anzi, si spinge il Sud dell’Europa a svendere a poco
prezzo i propri attivi pubblici. A quando la coerenza e il coraggio?
VIVA LA SCUOLA DI MERCOLEDÌ!

29 gennaio 2013

E se le vere riforme non fossero come e dove ce le aspettavamo? Durante la


campagna per le presidenziali, François Hollande ha parlato molto di imposte e
pensioni. Ma dobbiamo arrenderci all’evidenza: di sicuro non ci saranno né una
riforma fiscale d’alto profilo né una riforma del sistema delle pensioni. Invece si
comincia a intravedere qualche traccia di cambiamenti importanti in settori
imprevisti – il che non giustifica l’inerzia in campo fiscale e previdenziale, ma è
pur sempre un buon segnale.
Soprattutto nella sfera della governance democratica. Il fatto di assegnare
facoltà deliberative – e non solo consultive – ai rappresentanti dei lavoratori
salariati nei consigli di amministrazione delle grandi società, come è da tempo
prassi comune in Germania, anche in assenza di una qualsivoglia partecipazione
al capitale (siamo molto distanti dalla “partecipazione” gollista), è tutto salvo
che episodico.
Così come va salutata come un fatto positivo la decisione coraggiosa di
concedere ai membri esterni dei consigli di amministrazione delle università – in
particolare ai rappresentanti delle collettività territoriali e delle imprese – la
facoltà di scegliere il presidente degli istituti. Nel 2007 la destra aveva
stranamente improvvisato un tipo di autogestione totale: la scelta del preside era
riservata ai rappresentanti eletti degli insegnanti-ricercatori, con una conseguente
irrimediabile confusione tra il ruolo delle istanze di gestione e il ruolo delle
istanze scientifiche.
Ed ecco che è venuto il momento anche delle riforme scolastiche, con
particolare riguardo alla questione dalla scuola di mercoledì nella fascia
dell’istruzione primaria. Attenzione: si tratta di una riforma di fondo,
sicuramente una delle più importanti del quinquennio.
In primo luogo perché, istituendo per la prima volta il funzionamento delle
scuole cinque giorni su cinque – dal lunedì al venerdì, come accade in tutti in
paesi tranne che in Francia – il ministro Vincent Peillon torna (finalmente) su un
tipico compromesso da Terza Repubblica. Infatti, al momento dell’istituzione
della scuola pubblica, gratuita e obbligatoria, si accettò di lasciare alla Chiesa un
giorno alla settimana – il giovedì dal 1882 al 1972, il mercoledì dal 1972 in poi –
riservato alla formazione delle coscienze. Ora, circa un secolo e mezzo dopo,
quasi più nessuno frequenta il catechismo, ed è venuto il momento di tornare ad
affrontare una tale anomalia.
Tanto più che il mercoledì senza scuola è una fonte inaccettabile di
disuguaglianza sociale: i figli della media e alta borghesia si dedicano a ogni tipo
di attività culturale oggi di moda, gli altri stazionano davanti alla televisione o in
centri ricreativi mal gestiti (non è facile reperire personale competente e
motivato disposto a lavorare mezza giornata la settimana). Senza contare che il
tutto comporta, per gli altri quattro giorni, orari scolastici molto lunghi per dei
bambini.
In secondo luogo – elemento fondamentale e non sottolineato a sufficienza – il
mercoledì senza scuola crea un’enorme pressione ai genitori, di fatto una
pressione sproporzionata alle mamme dei bambini, costrette a una pausa
lavorativa nella giornata di mercoledì. Con conseguenze alquanto spiacevoli
sulla disparità tra uomo e donna nell’ambito delle carriere professionali: sapendo
che le giovani mamme saranno, di regola, indisponibili per le riunioni del
mercoledì, si affideranno loro le stesse responsabilità che si affidano ai padri?
Evidentemente no. Ponendo fine a questa indegna peculiarità francese, e
istituendo un servizio pubblico funzionante dal lunedì al venerdì, per i genitori
come per i figli, il governo si renderebbe artefice di un’apertura importante nel
senso della riduzione delle disparità tra i sessi.
In tali condizioni, che cosa pensare della giornata di sciopero decisa dai
maestri parigini martedì scorso? Trattandosi di insegnanti che sono per principio
favorevoli alla laicità, all’uguaglianza sociale e alla parità di genere, non si può
non essere sorpresi, e l’accusa di corporativismo – non fa piacere mettersi a
lavorare il mercoledì quando si è scelta la professione di maestro proprio per
godere di quel giorno libero – non è del tutto infondata. Nel 2002 una forte
ondata di scioperi dello stesso tipo costrinse Delanoë ad abbandonare il suo
progetto di scuola il mercoledì. Sarebbe disastroso e scandaloso che un fatto
analogo si verificasse nel 2013.
Per intanto, l’atteggiamento del governo sta suscitando non poche perplessità.
Per una riforma di tale ampiezza è indispensabile adoperarsi con tutti i mezzi
possibili e mostrare una chiara determinazione. L’estate scorsa è parso che
Ayrault lasciasse il suo ministro a vedersela da solo con il problema della scuola
il mercoledì e, prima di Natale, Hollande ha alimentato la fronda parlando di una
riforma articolabile su due anni. Come per tanti altri temi, i tempi sarebbero più
che maturi perché il potere in carica imparasse a fare delle scelte precise e ad
assumersi con chiarezza le proprie responsabilità.
ELEZIONI ITALIANE: LA RESPONSABILITÀ
DELL’EUROPA

26 febbraio 2013

Viste dalla Francia, l’incredibile rimonta di Berlusconi nel corso della


campagna elettorale italiana e, più in generale, la percentuale elevata del voto
populista, sembrano, al di là dell’instabilità politica che si annuncia per gli anni a
venire, difficili da comprendere. In Italia esiste evidentemente un’irriducibile
peculiarità berlusconiana.
Sarebbe però troppo facile addebitare tutto a questa anomalia transalpina,
priva di rapporto con le nostre realtà e le nostre stesse responsabilità. Anche la
Francia annovera comportamenti elettorali sorprendenti, a cominciare dal voto
lepenista – prima per Le Pen padre e ora per Le Pen figlia –, che continua a
stupire gli osservatori stranieri.
L’infatuazione per il comico Beppe Grillo, che ha sedotto molti elettori di
sinistra proponendo da una parte un reddito minimo e dall’altra un referendum
per uscire dall’euro, con il sostegno di intellettuali e scrittori come Dario Fo, non
può non far pensare all’infatuazione per Coluche, che tra la fine del 1980 e
l’inizio del 1981 ha superato il 15% nei sondaggi, con il sostegno di personalità
come Pierre Bourdieu e Gilles Deleuze, prima di ritirarsi dalla corsa alla
presidenza. In entrambi i casi, si riscontra la stessa diffidenza nei confronti delle
élite politiche, accusate di appartenere alla “casta”, e di mancanza di coraggio e
chiarezza nei confronti degli impegni presi. Ma siamo proprio sicuri che un
fenomeno analogo non possa riprodursi anche in Francia?
Se le elezioni italiane ci chiamano in causa è soprattutto perché la crescente
diffidenza degli italiani nei confronti dell’Europa, laddove gli stessi italiani sono
stati fino a tempi recenti i più filoeuropei di tutti, è dovuta in parte al nostro
egoismo e alla nostra indifferenza. L’UE – e in particolare i leader delle due
maggiori potenze economiche e politiche, Germania e Francia – porta una
responsabilità enorme per quanto riguarda la catastrofica situazione nella quale
oggi si trova l’eurozona, una responsabilità che pesa ogni giorno di più sul clima
politico nei paesi del Sud dell’Europa. Il fuoco può appiccarsi in qualsiasi
momento tanto in Grecia quanto in Spagna, e nel 2014 in Catalogna avrà luogo
una votazione ad alto rischio per l’indipendenza.
Si sente dire spesso che la BCE, unica istituzione federale forte, sia riuscita a
convincere i mercati finanziari del fatto di essere sempre pronta a intervenire in
soccorso dell’euro, e che un tale interventismo consentirebbe comunque di
uscire dalla crisi dell’euro stesso. In verità, la banca centrale non può garantire
da sola la perpetuazione di un’unione monetaria. La miglior prova è che Italia e
Spagna continuano a pagare tassi d’interesse molto più elevati rispetto a
Germania e Francia.
Nel 2012 l’Italia ha notevolmente ridotto le spese e aumentato le imposte,
istituendo in particolare una nuova imposta sul patrimonio immobiliare (come
sugli attivi finanziari, ma a un tasso otto volte minore, in mancanza di
un’adeguata collaborazione europea), al punto che il paese si trova in una
situazione di avanzo primario di bilancio: le imposte superano le spese del 2,5%
del PIL. Il problema è che una tale politica ha fatto precipitare il paese nella
recessione, senza peraltro farlo uscire dalla spirale del debito: gli interessi pagati
per il debito pubblico superano il 5% del PIL, per cui la sfida secondaria – l’unica
che conta per il corso del debito – è superiore al 2,5% del PIL. E gli sforzi
accettati dalla popolazione sembrano perciò vanificati.
Monti è adulato dal resto d’Europa, ma per gli italiani lo scenario è quello di
un dramma dell’assurdo. E non dobbiamo meravigliarci che da un lato
Berlusconi proponga il rimborso della nuova imposta e dall’altro Grillo auspichi
l’uscita dall’euro.
A dire il vero, si tratta di una situazione tipica dell’Italia, la quale si trova
regolarmente a registrare forti avanzi primari per far fronte al cumulo degli
interessi creati dai deficit precedenti. Nel corso del quarantennio che va dal 1970
al 2010, l’Italia è l’unico paese del G8 a godere, per così dire, di una situazione
di quasi equilibrio primario (in media le spese non hanno quasi mai superato le
entrate). Ma è anche l’unico paese in cui il debito pubblico è cresciuto a
dismisura, perché gli interessi da pagare sul debito hanno superato in media il
6% del PIL (contro il 2-3% di tutti gli altri paesi).
La novità è che fino al 2002 l’Italia poteva svalutare la sua moneta per uscire
dai passaggi più difficili e far ripartire la macchina dell’economia. Mentre con
l’euro i paesi hanno rinunciato alla loro sovranità monetaria. E la contropartita
dovrebbe essere un debito pubblico comune, che permetta a ciascun paese di
beneficiare di tassi d’interesse bassi e prevedibili. Il che richiederebbe un voto in
comune sul deficit, espresso in modo trasparente e democratico, frutto della
convergenza dei membri delle commissioni finanze e dei Parlamenti nazionali,
allo scopo di creare un vero Parlamento di bilancio dell’eurozona. Se Germania
e Francia non rinunciano una buona volta al loro egoismo per proporre una
soluzione di questo tipo, permane il rischio – gravissimo – di nuove scosse
politiche, ancora più gravi di quella determinata dal voto italiano.
PER UN’IMPOSTA EUROPEA SUI PATRIMONI

26 marzo 2013

La crisi cipriota mette in luce alcune delle contraddizioni più spinose alle
quali è chiamata a dare risposta la globalizzazione finanziaria. Di cosa si tratta?
Cipro è un’isola di 1 milione di abitanti, entrata nell’UE nel 2004 e poi
nell’eurozona nel 2008. Ha un settore bancario ipertrofico, con bilanci che
superano di otto volte il PIL annuo, e depositi quattro volte superiori al PIL. Si
tratta di depositi sia ciprioti sia stranieri, in particolare russi, attirati da un fisco
facile e dalla condiscendenza delle autorità locali.
Ci viene detto che i depositi russi includono enormi somme individuali e ci
viene fatto di pensare a oligarchi i cui averi si contano in decine di milioni di
euro. Il che è sicuramente vero, ma dalle autorità europee o dal FMI non è mai
stata pubblicata alcuna statistica, nemmeno approssimativa. È probabile che
queste stesse istituzioni non ne sappiano granché e che non si siano mai
adoperate per porre fine a una situazione comunque insostenibile. E una simile
opacità non agevola certo un regolamento pacifico e razionale del conflitto.
Il problema del giorno, infatti, è che le banche cipriote non hanno più quel
denaro: è stato investito in titoli greci oggi svalutati e in investimenti immobiliari
in parte illusori. E ovviamente le autorità europee esitano a rifornire le banche
cipriote senza una contropartita, soprattutto quando si tratta di rifinanziare dei
milionari russi.
Dopo una pausa di riflessione durata mesi, i membri dell’ormai famosa troika
(Commissione europea, BCE, FMI) hanno avuto la sciagurata idea di tassare tutti i
depositi bancari quasi al medesimo tasso: 6,75% fino a 100.000 euro, 9,9% oltre
i 100.000 euro. La lieve progressività non deve ingannarci: in ogni caso,
finiscono per essere tassati in ugual misura tanto i titolari di “libretti A” quanto
gli oligarchi.
Per fronteggiare le opposizioni, si parla ora di esentare i depositi inferiori ai
100.000 euro e di tassare in maggior misura i depositi più elevati. Ma tutto resta
alquanto nebuloso (pare che l’orientamento sia quello di distinguere una banca
dall’altra) e, soprattutto, ormai il danno è fatto: i titolari europei di piccoli
depositi, a questo punto, non sanno più se possono fidarsi delle autorità che
governano Cipro.
La versione ufficiale è che questa sorta di flat tax è stata adottata su richiesta
del presidente cipriota, il quale avrebbe voluto tassare pesantemente i titolari di
piccoli depositi per evitare di farsi scappare i più grossi. E probabilmente è
andata proprio così (non lo sapremo mai con certezza: tutti i negoziati hanno
avuto luogo a porte chiuse). La crisi cipriota pone chiaramente in luce il dramma
dei piccoli paesi in tempi di globalizzazione, paesi che per salvare la pelle e
trovare la loro nicchia sono spesso disposti a sposare la concorrenza fiscale più
feroce pur di attirare capitali, sovente poco raccomandabili.
Ma è una spiegazione che regge per modo di dire: in realtà la flat tax è stata
approvata all’unanimità dall’Eurogruppo. Non sarebbe tempo che i governi
europei imparassero ad assumersi le proprie responsabilità? La crisi cipriota
dimostra la necessità di istituire un vero Parlamento di bilancio dell’eurozona,
affinché questioni del genere possano essere dibattute e risolte in modo
democratico, alla luce del sole.
La crisi cipriota evidenzia inoltre, e in particolare, l’incapacità da parte dei
grandi paesi di adottare strumenti che consentano di regolare con efficacia le
crisi finanziarie e di ripartire gli sforzi e le perdite in maniera equa e accettabile
per tutti. Il problema del prelievo sui patrimoni ciprioti è la porosità della loro
base imponibile (per sfuggirvi, basta trasferire i propri depositi in conto titoli o
in altri attivi non tassati), accompagnata dalla palese mancanza di progressività,
unica nella storia.
A titolo di confronto, il tasso d’imposta sui patrimoni è stato, nel 2013, dello
0% fino a 1,3 milioni di euro, dello 0,7% fino a 2,6 milioni di euro, per salire
all’1,5% solo oltre i 10 milioni di euro. Eppure non mancano, nella storia
dell’isola, molti esempi di prelievo temporaneo e progressivo sul capitale.
L’imposta di solidarietà nazionale istituita nel 1945 comprendeva un doppio
prelievo eccezionale, sia sul valore presente dei patrimoni (con tassi che
andavano dallo 0 al 20% per i patrimoni più elevati) sia sugli arricchimenti
sopravvenuti tra il 1940 e il 1945 (con tassi che arrivavano fino al 100% per gli
arricchimenti più importanti).
Per prelevare un’imposta del genere occorrono però autocertificazioni
patrimoniali che mettano insieme tutti gli attivi detenuti nelle varie banche. Le
tecnologie informatiche di cui oggi disponiamo agevolano, tra l’altro, il compito:
con trasmissioni automatizzate di informazioni tra paese e paese, si potrebbero
anche avere dichiarazioni precompilate. Ebbene, è proprio la troika a respingere
la prospettiva di un’imposta internazionale sui patrimoni, in particolare il FMI, sia
per conservatorismo sia per ideologia. Da qui l’idea della flat tax, prelevabile a
livello di ogni singola banca ma profondamente ingiusta e inefficace. La crisi
cipriota ha quantomeno il merito di riportare in primo piano il dibattito su questo
tema.
LA DUPLICE MENZOGNA DI JÉRÔME CAHUZAC

23 aprile 2013

Esistono due “casi Cahuzac”. Il primo riguarda la sua menzogna sul conto
svizzero, gravissima perché egli, in tal modo, ha simbolicamente distrutto
l’unico punto di forza di Hollande nei confronti di Sarkozy: meno contiguità con
quantità di denaro di dubbia provenienza, fine dei condoni ai più ricchi.
Il secondo riguarda un’altra sua menzogna: Jérôme Cahuzac incarna il
tradimento della sinistra in merito alle promesse di una riforma fiscale di alto
profilo. Una sinistra che si prepara tranquillamente ad aumentare l’IVA per tutta
la popolazione a partire dal 1° gennaio prossimo, in pieno marasma economico,
quando invece, dai banchi dell’opposizione, aveva escluso ogni aumento di tale
natura.
Il problema è che la seconda menzogna è innanzitutto a carico di François
Hollande, il quale non ha fatto che strumentalizzare Cahuzac per dissimulare la
propria mancanza di coraggio e l’incertezza delle proprie convinzioni.
Naturalmente con il concorso di trecento deputati socialisti, i quali nel dicembre
scorso, sei mesi dopo essere stati eletti su un programma che lo escludeva nel
modo più categorico, hanno votato all’unanimità l’aumento dell’IVA. Il tutto per
approvare un credito d’imposta che sa di garbuglio in piena regola, e non fa che
aggiungere un ulteriore livello di complessità a un sistema fiscale e
previdenziale che ne conta già fin troppi.
Il che fa riflettere sui misfatti del presidenzialismo alla francese. In privato i
deputati e i membri dei dicasteri non mancano di dire tutto il male possibile del
cosiddetto piano di competitività. Ma in pubblico nessuno osa contraddire gli
arbitrî del monarca repubblicano.
Come siamo arrivati a questo punto? Facciamo un passo indietro. Nel 2011
tutti sono pronti ad ammettere che la sinistra ha finalmente un programma
fiscale, con una rifondazione dell’imposta sul reddito quale obiettivo principale.
Il PS lo ha appena approvato ufficialmente con un voto solenne dell’assemblea
dei militanti: “Procederemo alla fusione dell’imposta sul reddito con il CSG, onde
creare un’imposta moderna in quanto prelevata alla fonte, la quale potrà così
adeguarsi in fretta alle circostanze della carriera e della vita.”
Durante le primarie, nell’autunno 2011, tutti i candidati sembrano essere
d’accordo su questo programma. In verità, sarebbe bastato grattare un poco sotto
la superficie per rendersi conto che sotto non c’era niente. Nessuno dei “dettagli”
importanti (imponibile, livelli di aliquote, periodizzazione…) è stato sottoposto
al vaglio dell’assemblea, e il famoso programma risulta infatti molto vago e ben
poco vincolante.
Perché le questioni più rilevanti non sono state poste al momento opportuno?
Sicuramente perché una parte dei giornalisti cosiddetti “politici” in realtà
confonde la politica e le persone e non s’interessa affatto a quelli che considera i
“dettagli” dei programmi fiscali – salvo quando si tratta di tasse che li riguarda
direttamente.
Fatto sta che François Hollande, poco tempo dopo essere stato designato quale
candidato alla presidenza, comincia a fare marcia indietro. Jérôme Cahuzac, noto
più per le sue competenze in trapianti di capelli che in materia fiscale, eppure
nominato portavoce del candidato in tema di bilancio e imposte, si permette a
quel punto la seguente incredibile dichiarazione: la fusione tra imposta sul
reddito e CSG potrà essere effettuata solo a fine mandato, e unicamente in caso di
“consenso bipartisan”. Detto più chiaramente, Cahuzac ha inteso annunciare che
non se ne farà nulla: da quando PS e UMP approvano di comune accordo riforme
fiscali? E chi nominerà, Hollande, per occuparsi delle imposte dopo la sua
elezione? Jérôme Cahuzac? Il cerchio si chiude. E senza nulla di nuovo: la
riforma è aggiornata a data da destinarsi.
Dopodiché, per colmare il vuoto, s’inventa un incredibile credito d’imposta,
finanziato da un’indegna manipolazione contabile sulle aliquote dell’IVA. Infatti,
non contenta di aumentare l’IVA di 6 miliardi di euro a partire dal prossimo 1°
gennaio, la sinistra continua a mentire tentando di far credere che i più poveri
verranno risparmiati. L’aliquota più bassa non sarà forse ridotta dal 5,5 al 5%? E
in effetti, se spendete l’intero vostro salario in pacchi di pasta al Lidl guadagnate
giusto lo 0,5% sul vostro potere d’acquisto (a parte l’inflazione). Ma se vi
concedete delle follie, allora attenzione! Papà François vi tasserà senza pietà,
usando il suo grosso bastone.
Più è grosso, più fa breccia? Eh no, no davvero! Non fa breccia in alcun
modo. Questo misto di cinismo e incompetenza rischia di fare pagare un prezzo
altissimo a tutti noi. La riforma fiscale tornerà un giorno o l’altro in primo piano,
perché è inevitabile. E solo un CSG progressivo permetterà di portare avanti
un’efficace politica del potere d’acquisto a favore dei salariati meno abbienti e di
prefigurare una riforma ambiziosa di finanziamento della previdenza. Hollande
adesso deve scegliere: o rinvia la riforma del sistema fiscale e previdenziale
francese ai presidenti che verranno dopo di lui, o vi mette finalmente mano.
UE: “LA TIRITERA CONTINUA”5

17 maggio 2013

“Ascoltando François Hollande, ho l’impressione che la grande svolta non sia


imminente. In particolare per quanto riguarda l’Europa. Hollande parla di un
governo dell’eurozona. Benissimo. Ma chi lo sceglierà? Quale sarà la sua sfera
di competenza? A chi renderà conto? Il presidente non ha addotto alcuna
precisazione, la tiritera sull’Europa continua. Di recente, la cancelliera tedesca
Angela Merkel e il nuovo premier italiano Enrico Letta hanno parlato
dell’elezione di un presidente dell’UE a suffragio universale. François Hollande
fa forse riferimento all’idea dei due premier? Mi stupirebbe molto, perché in
realtà non ci pensa affatto, come non ci ha mai pensato Sarkozy durante il suo
mandato.
“Se si vogliono fare davvero dei passi avanti in campo europeo, si dovrebbe
istituire un Parlamento di bilancio dell’eurozona, a partire dai Parlamenti
nazionali, a livello di commissioni finanze e affari sociali. Finché mancherà una
tale istanza democratica e sovrana, i capi di Stato continueranno a parlottare tra
loro e a rallegrarsi di aver salvato l’Europa per diciassette volte in tre anni grazie
ai loro conciliaboli notturni, nel corso di summit interminabili di cui l’indomani
non ricordano nemmeno il contenuto. Di fatto, Hollande non ha una sua visione
delle cose. Ha paura dell’UE e pensa che ne abbiano paura anche i francesi,
perché nel 2005 hanno votato no al trattato. Salvo che il testo non prevedeva
progressi in materia di funzionamento democratico. L’Europa dei Consigli dei
ministri ha così potuto continuare a funzionare in una condizione d’impotenza e
di stallo perpetuo.
“L’analisi non cambia per quanto concerne la capacità di prestito comune
evocata da Hollande. Quale istanza potrà mai decidere chi spenderà cosa, con la
carta di credito comune? È un rilievo sollevato dal presidente della Deutsche
Bundesbank ed è un rilievo dettato dal buonsenso.
“Infine, per quanto riguarda il potere d’acquisto, il presidente ha dichiarato
che la faccenda dipende dalle contrattazioni sui salari. Ma lo Stato non ha forse
un ruolo da svolgere in materia, per esempio con il PPE? Ora, questo PPE sta
funzionando male, perché viene versato troppo tardi, con un anno di ritardo,
quando, spesse volte, la situazione dei beneficiari è cambiata. Se, appunto grazie
alla riforma fiscale, fosse versato direttamente sulla busta paga, migliorerebbe
immediatamente il reddito mensile di 8 milioni di persone, vale a dire della metà
dei salariati francesi! Ma, ancora una volta, Hollande ha aggiornato la questione
a data da destinarsi.”
5 Dichiarazioni raccolte da Cécile Daumas.
SCHIAVITÙ: UN RISARCIMENTO GRAZIE ALLA
TRASPARENZA

21 maggio 2013

È possibile mettere in conto risarcimenti finanziari per i crimini commessi in


tempi di schiavitù? Decretando che “la storia non può essere oggetto di
transazione”, François Hollande ha appena risposto negativamente alla domanda.
Lo ha fatto il 10 maggio, in occasione della giornata commemorativa
dell’abolizione della schiavitù. Si tratta di una formula abile. Tuttavia, se si
guardano le cose più da vicino, la domanda è ben più complessa, e non può
essere liquidata tanto facilmente. Christiane Taubira, promotrice della legge del
2012 che riconosce la tratta dei neri e la schiavitù come crimini contro l’umanità,
ha fatto bene a correggere immediatamente il tiro presidenziale, richiamando, fin
dal giorno successivo, la necessità di riflettere bene sulle forme di politica
fondiaria e di ridistribuzione delle terre a favore dei discendenti di schiavi nei
territori francesi d’oltremare.
Alcuni anni fa, in Francia, una speciale commissione ha indagato sulla
spoliazione dei beni degli ebrei e sugli indispensabili risarcimenti nei loro
confronti. Si è trattato di una “transazione con la storia”? Giusto dieci anni fa,
parecchi paesi sia nell’ex Unione Sovietica sia nell’Europa dell’Est hanno deciso
di approvare una serie di restituzioni di proprietà e di risarcimenti riferibili a
eventi svoltisi quasi un secolo prima. Nelle grandi isole schiaviste francesi (La
Réunion nell’oceano Indiano, Martinica e Guadalupa nelle Antille – tre isole che
raggruppano da sole quasi 2 milioni di abitanti), l’abolizione della schiavitù ha
avuto luogo nel 1848, giusto un secolo e mezzo fa. Siamo sicuri che questa lieve
differenza in termini di durata temporale sia sufficiente a chiudere
definitivamente il dibattito?
La soluzione sarebbe tanto più ingiustificata, in quanto lo sfruttamento
legalizzato è in realtà proseguito ben oltre l’abolizione nel 1848, spesso fino alla
fine del XIX secolo e all’inizio del XX. A La Réunion, per esempio, un decreto
sostituisce immediatamente la schiavitù con l’obbligo per la popolazione di
colore di presentare un contratto di lavoro a tempo indeterminato come
domestici o operai agricoli, in assenza del quale i renitenti verrebbero incarcerati
per vagabondaggio.
I recenti dibattiti hanno inoltre consentito di fare appello a un aspetto
misconosciuto della storia della schiavitù. In pratica, l’abolizione è stata sovente
accompagnata da risarcimenti finanziari molto sostanziosi… a beneficio dei
proprietari di schiavi. Un caso estremo è quello del Regno Unito.
Immediatamente dopo la legge del 1833, che abolisce la schiavitù nelle Antille
britanniche, nell’isola Maurice e a Città del Capo, il Parlamento londinese
approva senza colpo ferire una generosa legge d’indennizzo: 20 milioni di
sterline (equivalenti al 5% del PIL britannico di allora, circa 100 miliardi di euro
attuali) saranno versati dal contribuente a circa 3000 proprietari di schiavi
(l’equivalente di oltre 30 milioni di euro attuali a testa).
L’episodio, inverosimile, ha condotto di recente a un notevole sforzo di
trasparenza, promosso da un gruppo di ricercatori dell’University College
London (UCL), il quale è riuscito a mettere online l’elenco completo dei circa
3000 proprietari in questione, con tutti i dettagli degli importi ricevuti, del
numero di schiavi interessati ecc. (digitate The Legacies of British Slave
Ownership sul vostro motore di ricerca). In questo modo si è potuto apprendere
che un cugino dell’attuale premier deve buona parte della sua fortuna a
quell’indennizzo.
In Francia una legge votata nel 1849 indennizza anche i piantatori e i coloni a
titolo di risarcimento per la liberazione dei loro circa 250.000 schiavi
(soprattutto nelle isole di La Réunion, Martinica e Guadalupa). Gli importi in
gioco sembrano più limitati che nel Regno Unito, ma per il momento, da noi,
non è stato promosso alcuno sforzo in direzione della trasparenza. La Francia
vanta anche un’altra peculiarità: le isole in questione fanno parte del territorio
nazionale, per cui le disparità tra discendenti di schiavi e discendenti di
piantatori risultano ancora più evidenti.
Come ha fatto notare – non senza ironia – Christiane Taubira, la
ridistribuzione fondiaria sarà più facile da realizzare in Guyana, dove lo Stato
possiede una parte importante della ricchezza fondiaria, rispetto alle Antille,
dove gran parte dei terreni appartiene ancora ai discendenti dei padroni. La
Francia si distingue anche per un episodio sorprendente, che è oggi oggetto di
una denuncia presentata dal Conseil représentatif des associations noires (CRAN).
Nel 1895 la Francia ha riconosciuto la sovranità di Haiti in cambio del
versamento di 150 milioni di franchi (l’equivalente del 2% del PIL francese
dell’epoca), per poter indennizzare i coloni, le cui fortune si erano appunto
fondate sul sistema schiavista. Alla fine il tributo verrà ridotto a 90 milioni, ma
Haiti dovrà scontare fino alla metà del XX secolo un debito esterno colossale per
poter “rimborsare” la Francia.
Va sottolineato che il CRAN (il quale è oggi confluito nella Cassa depositi e
prestiti, che ha gestito i fondi haitiani) chiede non già risarcimenti individuali,
bensì pagamenti che consentano di promuovere una maggiore trasparenza su
questioni del genere, tramite ricerche e allestimenti di musei (tipo l’International
Slavery Museum di Liverpool). L’obiettivo sarebbe quello di istituire una
commissione incaricata di fare chiarezza sull’intero contenzioso ancora in corso.
Un articolo della legge del 2001, orientato in tal senso, è stato cassato dalla
maggioranza dell’epoca. Sarebbe tempo di reintrodurlo.
CAMBIARE L’EUROPA PER SUPERARE LA CRISI

18 giugno 2013

A cinque anni dall’inizio della crisi finanziaria, gli Stati Uniti hanno ripreso a
crescere. Il Giappone è a un passo dal fare altrettanto. Solo l’Europa sembra
irrimediabilmente ferma, in piena stagnazione e crisi di fiducia: il nostro
continente non è ancora riuscito a recuperare il livello di attività del 2007. La
nostra crisi del debito pare insormontabile, mentre invece il nostro livello di
indebitamento pubblico è minore rispetto al resto del mondo ricco.
E il paradosso non si ferma qui. Il nostro modello previdenziale è il migliore
del mondo, e abbiamo ogni più fondato motivo di coalizzarci per difenderlo,
migliorarlo e diffonderlo. Il totale dei patrimoni (attivi immobiliari e finanziari,
al netto di tutti i debiti) detenuti dagli europei è il più elevato del mondo, ben
superiore a quello degli Stati Uniti, del Giappone e, a maggior ragione, della
Cina. Contrariamente a una leggenda dura a morire, ciò che gli europei
possiedono nel resto del mondo è nettamente superiore a ciò che il resto del
mondo possiede in Europa.
Perché, allora, il nostro continente, malgrado tutte queste eccellenze nei settori
della previdenza, dell’economia e della finanza, non riesce a superare la crisi?
Perché continuiamo a dividerci sui dettagli, e siamo ben contenti di restare un
nano politico e un colabrodo fiscale. Siamo governati da piccoli paesi in
esasperata concorrenza reciproca (la Francia e la Germania saranno ben presto,
nella prospettiva scalare dell’economia-mondo, due minuscoli paesi) e da
istituzioni comuni del tutto inadeguate e disfunzionali.
Dopo la caduta del Muro e il trauma dell’unificazione tedesca, i leader europei
optarono in pochi mesi per la creazione della moneta unica. Cinque anni dopo
l’esplosione della più grave crisi economica dagli anni trenta a oggi, restiamo
ancora in attesa di un’analoga prova di coraggio. La sfida da raccogliere è del
resto chiarissima. Una moneta unica con 17 debiti pubblici diversi e 27 politiche
fiscali che cercano in primo luogo di drenare le entrate del paese vicino non
possono funzionare. Ora, per unificare i debiti pubblici e adottare un’unione di
bilancio e fiscale, va rivista dalle fondamenta l’intera architettura politica
dell’Europa.
Il cuore del problema è il Consiglio dei capi di Stato – e le sue propaggini a
livello ministeriale (Consiglio dei ministri delle Finanze, Eurogruppo ecc.). Si
continua a far finta di credere che un tale Consiglio possa svolgere le funzioni di
una Camera parlamentare sovrana in Europa: una Camera in rappresentanza
degli Stati, accanto a un Parlamento europeo in rappresentanza dei cittadini.
Ebbene, una finzione del genere non può funzionare e non funzionerà mai. Per
un semplice motivo: non è possibile organizzare una democrazia parlamentare
stabile, pubblica e dialetticamente credibile con un unico rappresentante per
paese. Una tale istanza non può non condurre a uno scontro tra gli egoismi
nazionali e quindi all’impotenza collettiva. Non è una questione di persone: il
Merkhollande non funziona certo meglio del Merkozy.
Il Consiglio serve sì a fissare le regole generali o a negoziare eventuali
cambiamenti di trattato, ma, per gestire poi, giorno dopo giorno, un’autentica
unione fiscale e di bilancio, per votare in modo sovrano il livello di disavanzo
pubblico e adeguarlo all’evolversi della congiuntura (a partire dal momento in
cui si mette in comune il debito, non è possibile che ciascuno continui a ripartire
il proprio disavanzo per conto suo), per fissare in modo democratico la base
fiscale e il tasso delle imposte che devono essere messe in comune (a cominciare
dall’imposta sui redditi d’impresa, oggi aggirata in massa dalle società
multinazionali), occorre un vero Parlamento di bilancio dell’eurozona.
La cosa più naturale sarebbe costruirlo sulla base dei Parlamenti nazionali –
per esempio riunendo i deputati delle commissioni finanze del Bundestag,
dell’Assemblea nazionale francese ecc., i quali potrebbero sedere allo stesso
tavolo una settimana al mese per prendere delle decisioni comuni. In questo
modo ogni paese sarebbe rappresentato da trenta o quaranta persone e non da
una sola. I voti non si ridurrebbero a un’occasione di scontro tra paese e paese: i
deputati PS si troverebbero spesso a votare insieme ai deputati SPD, i deputati UMP
con quelli CDU. E, soprattutto, i dibattiti sarebbero pubblici, fondati su una
dialettica democratica, e si tradurrebbero in decisioni prese a maggioranza, in
maniera netta e chiara.
La faremmo finita con l’unanimità di facciata dei Consigli dei capi di Stato, i
quali, di solito alle quattro del mattino, ci annunciano di aver salvato per
l’ennesima volta l’Europa, prima di rendersi conto il giorno dopo di essere i
primi a non sapere che cosa è stato stabilito. La palma dell’irresponsabilità tocca
sicuramente alle decisioni prese all’unanimità dall’Eurogruppo e dalla troika a
proposito di Cipro, decisioni di cui nessuno nei giorni successivi all’accordo si è
mostrato disposto ad assumersi pubblicamente la responsabilità.
Il problema è che i governi in carica sembrano molto affezionati al sistema
vigente. Ed esiste infatti, nella sostanza, un consenso abbastanza ampio, che va
dai liberali tedeschi ai socialisti francesi, favorevole all’idea che il potere
politico europeo debba restare appannaggio del Consiglio dei capi di Stato.
Perché questa diffidenza? La spiegazione ufficiale è che i francesi non
vogliono alcuna forma di federalismo, e che sarebbe pertanto suicida lanciarsi a
capofitto in un cambiamento del trattato. Strano argomento: dal momento in cui
si è scelto, oltre vent’anni fa, di condividere la sovranità monetaria, e si sono
fissate norme estremamente rigide sui disavanzi pubblici (per esempio la soglia
dello 0,5% e le penalità automatiche fissate dal nuovo trattato approvato lo
scorso anno), non siamo, di fatto, all’interno di un sistema federale?
La domanda è semplice: vogliamo continuare a procedere a ogni costo in
direzione del federalismo tecnocratico, o siamo finalmente pronti a scommettere
sul federalismo democratico?
LA CRESCITA POTRÀ SALVARCI?

24 settembre 2013

È ragionevole scommettere sul ritorno della crescita per risolvere tutti i nostri
problemi? Di sicuro è sempre preferibile registrare l’1% di crescita della
produzione e del reddito nazionale che registrarne lo 0%. Ma è tempo di mettersi
in testa che ciò, in buona sostanza, non risolverà il contenzioso delle sfide alle
quali i paesi ricchi devono far fronte in questo inizio di XXI secolo.
La produzione può crescere per due ragioni: per la crescita della popolazione e
per la crescita della produzione pro capite, vale a dire della produttività. Durante
gli ultimi tre secoli, la produzione mondiale è aumentata in media dell’1,6%
annuo, di cui lo 0,8% annuo come aumento della popolazione e l’altro 0,8%
come aumento della produzione pro capite. Può sembrare un dato irrisorio, ma in
realtà si tratta di un ritmo di crescita molto rapido, perché prolungato nel tempo.
Di fatto, esso corrisponde, nel corso di tre secoli, a una moltiplicazione per dieci
(più qualcosa) della popolazione mondiale, passata da 600 milioni circa intorno
al 1700 ai 7 miliardi attuali. Pare poco probabile che un tale ritmo di crescita
demografica possa riprodursi in futuro. La popolazione, in molti paesi europei e
asiatici, ha già iniziato a diminuire. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite,
nel corso del presente secolo il totale della popolazione mondiale dovrebbe finire
per stabilizzarsi.
Per quanto riguarda la produzione pro capite, è pensabile che la crescita
passata – 0,8% annuo nel giro di tre secoli – si riproduca in pari misura nel
futuro. Io non sono un fautore della decrescita. Le innovazioni tecnologiche
possono benissimo continuare a sviluppare una crescita immateriale e non
inquinante per un tempo indefinito. A condizione, però, di creare energie pulite,
il che non è assolutamente scontato. Comunque sia, il punto importante è che,
anche se è destinata a continuare, la crescita non superi l’1-1,5% annuo. Le
crescite del 4% o del 5% annuo rilevate in Europa durante i “Trente Glorieuses”
– o registrate oggi in Cina con percentuali ancora maggiori – corrispondono
sempre a situazioni transitorie di allineamento di determinati paesi nei confronti
di altri. Con il maturare nel mondo dell’attuale standard tecnologico, nessun
paese ha più conosciuto una crescita prolungata nel tempo superiore all’1-1,5%
annuo.
In tali condizioni, è pressoché inevitabile che la crescita si stabilizzi nel XXI
secolo a un livello nettamente inferiore al rendimento da capitale, ossia che dia
luogo, in media, a un patrimonio annuo (sotto forma di affitti, dividendi,
interessi, profitti, plusvalenze ecc.) percentualmente pari al valore iniziale. Il
rendimento da capitale è in genere dell’ordine del 4-5% annuo (per esempio, se
un appartamento che vale 100.000 euro ha un valore locativo di 4000 euro
l’anno, il rendimento sarà del 4%) e può raggiungere il 7-8% annuo per le azioni
e i patrimoni più elevati e meglio diversificati.
Ora, una tale disuguaglianza tra rendimento da capitale (r) e crescita della
produzione (g), riassumibile nella formula r > g, sottolinea l’importanza
smisurata assunta dai patrimoni accumulati in passato, e comporta
automaticamente un’estrema polarizzazione della ricchezza. Se ne intravedono i
segnali da alcuni decenni negli Stati Uniti, com’è ovvio, ma anche in Europa e in
Giappone, dove la diminuzione della crescita (soprattutto demografica)
comporta un aumento senza precedenti della massa patrimoniale in relazione ai
redditi.
È importante capire che non esiste alcuna ragione naturale per la quale il
rendimento da capitale dovrebbe scendere al livello del tasso di crescita. Il modo
più semplice per convincersene è constatare che la crescita, per gran parte della
storia dell’umanità, è stata quasi nulla, mentre il rendimento da capitale è sempre
stato nettamente positivo (perlopiù, nelle società agricole tradizionali, del 4-5%
per la rendita fondiaria). Il che, da un punto di vista strettamente economico, non
pone alcun problema logico. Anzi: più il mercato del capitale è puro e perfetto,
nel senso che gli economisti danno ai due aggettivi, più la disuguaglianza r > g
sarà forte. Anche se comporta disparità estreme e poco compatibili con i valori
meritocratici sui quali si fondano le nostre società democratiche.
Sono possibili parecchi rimedi, dalla cooperazione internazionale più perfetta
(scambi automatici di informazioni bancarie, imposta progressiva sul capitale)
alla più completa autarchia. L’inflazione permetterebbe di liquidare il debito
pubblico, ma colpirebbe prevalentemente i patrimoni più modesti: il che non può
rappresentare una risposta a lungo termine. Oppure: controllo dei capitali alla
cinese, oligarchia autoritaria alla russa, crescita demografica perpetua
all’americana. Ogni crisi regionale ha la sua soluzione. La fortuna dell’Europa è
costituita dal suo modello previdenziale e dalla sua ricchezza patrimoniale,
nettamente superiore a tutti i debiti di cui soffre. A patto di una revisione
radicale delle proprie istituzioni politiche, oggi gravemente disfunzionali,
l’Europa ha i mezzi per andare ben oltre la crescita e far sì che la democrazia
riprenda il pieno controllo del capitalismo.
FMI: ANCORA UNO SFORZO!

22 ottobre 2013

Così, anche il FMI, nel suo ultimo rapporto, difende l’imposta progressiva fino
a raccomandare una tassa sui patrimoni privati allo scopo di ridurre
l’indebitamento pubblico. Ecco una buona idea! Certo, un simile cambio di
atteggiamento può far sorridere. Proviamo però a capire meglio quanto propone
o non propone il FMI, da quali premesse muove e a quali esiti intende arrivare.
Per decenni il FMI ha fatto di tutto per screditare il principio dell’imposta
progressiva. In tutti i paesi nei quali è intervenuto, ha favorito le imposte sui
consumi (non progressive), oppure la flat tax, vale a dire un’imposta che pesa
con un identico tasso su tutti i redditi, dai più bassi ai più astronomici. E ha
ovunque spiegato che l’adozione di tassi più elevati per le fasce superiori di
reddito sarebbe nociva per la crescita e dovrebbe essere evitata. Affermazione
che non ha alcun senso dal punto di vista storico: la crescita non è mai stata così
forte come negli anni 1950-1980, periodo in cui la progressività fiscale si è
mantenuta al massimo livello, in particolare negli Stati Uniti.
Ancora oggi la maggioranza dei quadri del FMI, i quali riscuotono 300.000-
400.000 dollari l’anno di stipendio e sono giustamente dispensati dal pagamento
dell’imposta, continuano a essere influenzati da quell’idea storicamente erronea.
E insistono nel dire in perfetta buona fede che l’equilibrio di bilancio viene
prima di tutto assicurato dagli aumenti dell’IVA e dalla riduzione delle spese
previdenziali, per cui continuano a difendere riforme (tipo la deduzione degli
interessi figurativi per le azioni) che mirano de facto a svuotare di ogni
contenuto la tassa sul reddito d’impresa. Che il recente rapporto del FMI faccia
digrignare i denti nei corridoi dell’illustre istituzione è dir poco, com’è ovvio che
rimanga ancora molta strada da fare per trasformarne una mentalità tanto
radicata. Comunque, affermando che un ritorno alla progressività del 1980
permetterebbe di colmare una buona parte del disavanzo attuale, l’istituzione di
Washington fa segnare una tappa significativa nella propria storia.
La battaglia per l’imposta progressiva sul reddito è ben lontana dall’essere
vinta. Dietro il primo livello dello scontro se ne profila un secondo, ossia una
battaglia intellettuale e politica ancora più importante: quella per l’imposta
progressiva sul patrimonio. Il FMI fa bene a sottolineare che l’indebitamento
pubblico dei paesi ricchi, che appare oggi insormontabile, è in fondo poca cosa
se confrontato con la massa dei patrimoni privati (finanziari e immobiliari)
detenuti dalle famiglie di questi stessi paesi, soprattutto in Europa. Il mondo
ricco è ricco: sono gli Stati a essere poveri. La soluzione prospettata dal FMI –
ossia una tassazione dei patrimoni privati al fine di ridurre il debito pubblico –
ha il merito di violare un tabù. E dimostra lo stato di disagio dell’istituzione di
fronte alla crisi attuale. Il FMI non ha saputo prevedere la crisi del 2008 e capisce
solo adesso che la strategia dell’austerità di bilancio che finora ha favorito non fa
che prolungare la recessione, che a questo ritmo ci vorranno parecchi decenni
per riportare il debito al livello del 2007.
Purtroppo, però, si resta in mezzo al guado. Il problema è che il FMI non
mostra di volersi impegnare con pari chiarezza in direzione dell’imposta
progressiva sul capitale. Il rapporto ricorda certo la possibilità di una tassa
concentrata sui patrimoni più elevati. Ma sembra soprattutto favorevole a una
soluzione del tipo flat tax sui patrimoni, il che costituisce una vera e propria
contraddizione: introdurre un analogo prelievo sui piccoli e medi risparmi e sui
grossi portafogli finanziari non ha alcun senso, e non può che portare al rifiuto di
una politica di questo tipo. Le autorità europee e il FMI hanno puntualmente
sostenuto una soluzione del genere in occasione della crisi cipriota della
primavera scorsa, con il successo che tutti conosciamo (nessun mea culpa su
questo punto, nel rapporto: l’episodio non viene neppure nominato). Considerata
l’estrema concentrazione che caratterizza la ripartizione del capitale, l’aliquota
d’imposta sui patrimoni deve invece essere fortemente progressiva, e, a maggior
ragione, deve esserlo per i redditi.
Ora, una tale progressività esige un alto grado di trasparenza finanziaria
internazionale e di cooperazione tra paese e paese. È una necessità evocata solo
vagamente dal FMI, e il fatto è tanto più spiacevole in quanto, senza un obiettivo
fiscale chiaramente formulato, gli attuali negoziati sui paradisi fiscali hanno
buone probabilità d’impantanarsi. L’obiettivo della trasmissione automatica
delle informazioni bancarie deve offrire la possibilità di identificare il totale
degli attivi finanziari e immobiliari detenuti da un dato individuo nei vari paesi e
di prelevare un’imposta progressiva sul patrimonio netto individuale.
Concediamoci, per un momento, di sognare: e se i funzionari della
Commissione europea e dei ministeri europei delle Finanze, anziché essere al
traino di quelli del FMI (prima al traino per ripetere l’ortodossia fiscale
ultraliberista, poi al traino per il successivo cambio di passo), decidessero di
prendere l’iniziativa e di avanzare delle proposte? E se i leader politici europei, a
cominciare dai leader francese e tedesco, cominciassero finalmente ad assumersi
le proprie responsabilità?
IL CRAC SILENZIOSO DELL’UNIVERSITÀ

19 novembre 2013

Gradualmente ma con determinazione, i poteri pubblici stanno, uno dopo


l’altro, abbandonando a se stesse le università francesi. Sotto Sarkozy, il
fenomeno si è consumato continuando a ripetere, contro ogni evidenza, che i
mezzi assegnati erano stati aumentati. Sotto Hollande, il fenomeno si sta
consumando in silenzio. Ma la realtà è la stessa. L’investimento della nazione
nell’insegnamento superiore ristagna, o declina, mentre i campus americani,
asiatici ed europei non sono mai stati così prosperi. In Francia gli studenti
s’intruppano in aule sovraffollate per seguire corsi di modestissimo livello, e
alcune università prossime al fallimento sono costrette a tagliare le spese di
riscaldamento per far quadrare il bilancio.
Alcune filiere subiscono da anni una costante emorragia dei loro effettivi, a
riprova di una sfiducia profonda manifestata da una quantità sempre maggiore di
giovani, delusi dall’assenza di sbocchi professionali. Solo un’esigua minoranza
di studenti, nell’ambito delle filiere più selettive delle grandi scuole, beneficia di
mezzi adeguati. Ebbene, tutto ciò non basta. Perché la Francia ritrovi il posto che
le compete nell’economia della conoscenza del XXI secolo, occorre investire in
misura sempre più massiccia nella formazione del capitale umano e non più in
un’élite di privilegiati. Se una stagnazione del genere dovesse prolungarsi per
tutto il quinquennio, saremo di fronte al fallimento più grave della presidenza
Hollande, a qualcosa che va apertamente contro la storia.
La cosa più triste è che, siccome in Francia l’insegnamento superiore funziona
complessivamente molto bene, non occorrerebbe spostare enormi masse
finanziarie per fare la differenza. Ricordiamo i principali ordini di grandezza.
Nel 2007 il bilancio globale riservato alla formazione superiore e alla ricerca
universitaria è stato di poco inferiore a 11 miliardi di euro. Nel 2013 è di poco
superiore a 12 miliardi di euro. Il progresso nominale tra i due dati permette
appena di compensare l’inflazione. Mentre, nel frattempo, i campus stranieri
assumono e si sviluppano a marce forzate, il che consente loro di ampliare
ulteriormente il solco già molto profondo che li divide dai campus francesi, e di
attirare all’estero una parte crescente dei nostri insegnanti, ricercatori e studenti.
Ricordiamo inoltre che la somma di 12 miliardi di euro corrisponde all’intero
apparato delle risorse (massa salariale, funzionamento, investimento) destinate
sia alle università sia alle varie scuole e istituti, a prescindere dal ministero di
riferimento. Il che significa poco più dello 0,5% del PIL (2000 miliardi) e circa
l’1% della totalità della spesa pubblica (intorno al 50% del PIL, vale dire circa
1000 miliardi). Su una massa di tale entità, dovrebbe essere possibile ricavare in
pochi anni un margine di 6 miliardi di euro, sufficiente ad aumentare del 50% le
dotazioni per tutte le università e le scuole, il che farebbe un’enorme differenza e
permetterebbe di uscire una buona volta dalla gestione dell’ordinario.
È interessante confrontare la somma stanziata per le università e le scuole con
i circa 20 miliardi di euro annui che il governo si appresta a riservare al CICE, il
famoso “credito d’imposta per la competitività e l’occupazione”. Il CICE, che è in
parte finanziato dall’aumento dell’IVA previsto a partire dal 1° gennaio, punta a
ridurre l’imposta sui redditi d’impresa in rapporto alla massa salariale. È la
misura che costituisce il cuore della politica economica attuata dal governo per
cercare di accrescere la competitività dell’economia francese. Alleggerire i
prelievi che pesano sui salari non è in sé una cattiva idea, soprattutto in un paese
in cui il sistema fiscale e previdenziale è troppo imperniato sul lavoro.
Tuttavia una tale strategia non è sufficiente. In primo luogo perché sarebbe
stato meglio ridurre direttamente i contributi a carico del datore di lavoro, e
affrontare con decisione una riforma strutturale del finanziamento della
previdenza. Il che comporta lo sviluppo di un CSG progressivo, che è l’unico
modo per mettere a contributo in una misura equa ed efficace tutti i redditi
(salari del settore pubblico, pensioni, redditi da patrimonio, e non solo i salari del
settore privato), a seconda del reddito di ciascuno. Il governo fa male a
rispondere picche ai deputati che hanno avanzato una proposta in tal senso, e a
contrapporre i sostenitori del “socialismo dell’offerta” ai difensori della
“giustizia fiscale”. Solo conciliando le due filosofie si potrà andare avanti e
sbloccare l’attuale situazione.
In secondo luogo non è possibile puntare tutto sulla riduzione del costo del
lavoro. È ragionevole sperperare in un credito d’imposta (poco chiaro peraltro, e
sicuramente poco efficace) l’equivalente di due volte il bilancio totale di tutte le
università e le scuole, congelando le risorse a loro destinate? Evidentemente no.
A lungo termine, è l’investimento nella formazione e nell’innovazione a fare la
differenza. Il riequilibrio produttivo del paese non si farà con delle università in
stato di fallimento.
DALLA SCUOLA ALL’UNIVERSITÀ, OPACITÀ E
DISUGUAGLIANZA

17 dicembre 2013

Il sistema scolastico francese è così negativo? No, ma è molto più iniquo di


quanto vorremmo credere. Ogni paese intrattiene un rapporto molto intenso con
il proprio modello educativo, a volte a dispetto dei fatti. Il modello francese
dispone di molti punti forti. Il sistema primario e secondario è complessivamente
ben dotato, e si fonda su un modello di programma nazionale e di reclutamento
su concorso che molti paesi ci invidiano. Malgrado la cronica carenza di fondi, il
nostro sistema d’istruzione superiore è riuscito a formare, in circostanze talvolta
eroiche, una quantità sempre crescente di giovani generazioni.
Se oggi questo modello denuncia i suoi limiti, è innanzitutto perché rifiuta
ostinatamente di ammettere le disuguaglianze che produce, di dispiegare
obiettivi precisi in materia di riduzione delle disuguaglianze e di fornire i mezzi
per valutare e controllare in modo democratico e pubblico la loro messa in opera.
Secondo la ricerca internazionale PISA (Program for International Student
Assessment, Programma per la valutazione internazionale dell’allievo), il divario
di competenze scolastiche a quindici anni tra studenti privilegiati e studenti più
svantaggiati è, in Francia, tra i più elevati nel contesto dei paesi sviluppati. A
prescindere dalle approssimazioni insite in raffronti del genere, speriamo almeno
che questa messa in guardia ci induca a far piena luce sulla deriva antiugualitaria
del nostro modello.
La mancanza di trasparenza trova la sua espressione più brutale nel sistema
ZEP. Creato nel 1980, ampliato alla fine degli anni novanta, riqualificato negli
anni duemila e tuttora in vigore, il sistema ZEP non è mai stato oggetto di una
rilevazione precisa e quantificabile, né per quanto riguarda i criteri applicati per
raggiungere una determinata qualifica in merito alla cosiddetta educazione
prioritaria, né per quanto riguarda i mezzi ritenuti necessari per raggiungere tale
qualifica. In pratica, le lievi differenze in termini di effettivi delle classi (appena
due studenti in meno nelle ZEP) sono più che compensati dal fatto che gli
insegnanti assegnati alle ZEP hanno mediamente una minore esperienza. In buona
sostanza, la spesa pubblica per alunno è sovente più elevata nelle scuole
elementari, nelle medie o nei collegi e nei licei più avvantaggiati. Il che non fa
che accrescere la disparità iniziale in fatto di opportunità scolastiche rispetto agli
istituti più svantaggiati: l’esatto contrario degli obiettivi prefissati!
La mancanza di trasparenza interessa anche la regolamentazione dei salari dei
professori e il loro impatto sulla disparità della spesa pubblica. L’idoneità, in sé,
non è un cattivo sistema. Ma nella misura in cui i licei più avvantaggiati possono
contare su un maggior numero di professori idonei o di ruolo, si finisce de facto
per assegnare maggiori risorse pubbliche alle scuole frequentate da alunni
appartenenti a una sfera sociale superiore.
Un problema analogo sorge con i professori dei corsi preparatori per le
“grandi scuole” (CPGE). Anche se molto qualificati e motivati, non è normale che
i loro emolumenti siano prossimi – o in alcuni casi superiori – a quelli degli
insegnanti delle superiori. Prima di dare in pasto questo gruppo sociale alla
pubblica vendetta, gli alti funzionari del ministero delle Finanze e della Corte dei
conti farebbero bene a interrogarsi sui propri alti compensi, particolarmente
cospicui e al tempo stesso opachi, meritevoli a loro volta di essere analizzati.
Resta comunque il fatto che il sistema degli emolumenti dei professori dei corsi
preparatori manca di trasparenza, e che certe disparità non sono giustificate.
Insomma, mancanza di trasparenza e disuguaglianze molto appariscenti e
ipocrite, nell’estrema stratificazione che caratterizza il nostro insegnamento
superiore (istituti di istruzione superiore pubblici e privati, Grandes Écoles e
università): ecco il problema. L’anno scorso il Parlamento ha votato un
emendamento che consentirebbe in teoria ai migliori alunni di ciascun liceo di
accedere a una filiera selettiva. Il problema è che non sono mai stati forniti i
mezzi per controllare l’adozione di tali misure e, più in generale, per esaminare
in modo equilibrato le disuguaglianze sociali nell’accesso all’insegnamento
superiore e mettere a punto norme collettive che consentano di democratizzare il
sistema. Il famoso sito Postbac (http://www.admission-postbac.fr), al quale
accedono ogni anno centinaia di migliaia di diplomati, funziona anch’esso in
modo opaco, e non è mai stato oggetto di alcuna valutazione.
Eppure, è possibile ottenere molti progressi. Per esempio, il sito incaricato
della distribuzione degli studenti parigini nei vari licei della capitale ha permesso
negli ultimi anni di migliorare la situazione. I punti assegnati ai borsisti, che
sono stati inseriti nel software insieme ai voti ottenuti nell’istituto di
appartenenza, hanno consentito di aumentare sensibilmente la quota di alunni
più svantaggiati ammessi nei licei più prestigiosi (come è stato rilevato da Julien
Grenet e Gabrielle Fack). Il nuovo sistema ha posto fine alla discrezionalità dei
capi d’istituto e alle pressioni dei genitori più legati con i medesimi, il che
costituisce un innegabile progresso democratico. Il sistema potrebbe essere
generalizzato, per esempio con dei punti assegnati a gruppi più ampi e meno
privilegiati dei semplici borsisti… e applicando, infine, il sistema ai due licei
parigini di maggior prestigio. E, soprattutto, una simile logica potrebbe
estendersi all’insegnamento superiore. Perché è un tipo di esperienza che
dimostra come sia possibile introdurre maggiore trasparenza ed equità nel nostro
sistema educativo preservandone al tempo stesso i punti di forza.
FRANÇOIS HOLLANDE, “SOCIALMALDESTRO”A
RIPETIZIONE

28 gennaio 2014

Che cosa si deve pensare della politica di François Hollande? Per procedere su
un terreno del genere, occorre cominciare a fare a meno dei termini vaghi o
compiacenti fioriti negli ultimi tempi. François Hollande è un socialdemocratico
coraggioso o un socialriformista fiero di esserlo, a meno che non sia diventato un
ostinato socialista “dell’offerta”?
Perché baloccarsi con formule vuote, senza minimamente preoccuparsi – o
farlo ben poco – del contenuto e della sostanza?
In realtà, se va avanti così, Hollande resterà nella storia come un
“socialmaldestro”, un adepto dell’improvvisazione permanente, uno che, prima
delle elezioni, avrebbe fatto meglio a riflettere su cosa intendeva fare una volta
eletto – o, ancor meglio, a parlarne agli elettori.
Riassumendo. Quando diventa presidente, Hollande inizia con l’annullare la
riduzione dei contributi a carico dei datori di lavoro che il suo predecessore
aveva appena adottato. Sei mesi dopo, s’inventa l’inverosimile pasticcio del
CICE, che mira a rimborsare, con un anno di ritardo, una parte dei contributi
pagati dalle imprese un anno prima.
Due settimane fa, accetta finalmente di mettere in cantiere una soppressione
del CICE e di sostituirlo, da qui al 2017, con uno sgravio dei contributi a carico
dei datori di lavoro molto vicino a quello soppresso nell’estate del 2012. Il tutto
facendo melina, e con gli applausi della stampa quale premio per tanto lavoro?
Pare di sognare.
Cerchiamo di essere chiari. In Francia il peso dei contributi a carico dei datori
di lavoro che grava sui salari è francamente eccessivo, e urge alleggerirlo. Non
per fare un regalo ai datori di lavoro, ma perché non è equo né efficace fondare
in eccesso il finanziamento del nostro modello previdenziale sulla massa
salariale del settore privato.
Il problema della politica portata avanti da Hollande è duplice. In primo
luogo, dopo tutte le esitazioni dimostrate, non è sempre possibile sapere come
evolveranno i tassi contributivi negli anni a venire. Come finiranno per
articolarsi gli sgravi fiscali sui bassi salari, la citata – ma ben lontana dall’essere
confermata – soppressione del CICE, la prevista cancellazione dei contributi del
ramo famiglia? Nessuno ne sa nulla.
Vista l’incontenibile immaginazione di cui il bonario capo dell’ufficio
imposte attualmente insediato all’Eliseo ha dato prova in materia, non mancano i
motivi d’inquietudine. Ed è probabile che la telenovela durerà fino al 2017:
cinque anni d’incertezze, cinque anni perduti. In secondo luogo, anche se
sarebbe più corretto dire “in primo luogo”, il vero obiettivo è proporre un nuovo
modello di finanziamento della previdenza sociale.
Per l’UMP la soluzione giusta è aumentare indefinitamente l’IVA. Dopo aver
denunciato per dieci anni questa scelta dai banchi dell’opposizione, la sinistra al
potere ha deciso anch’essa, alla fine, di aumentare l’IVA dal 1° gennaio. Certo,
meno aspramente della destra e facendo maggiormente ricorso alle imposte sul
reddito e sui patrimoni (ISF, successioni), il che è pur sempre qualcosa. Rimane
in ogni caso il fatto che il PS fa oggi molta fatica ad articolare una visione chiara
di quanto dovrà seguire. L’unica vera alternativa all’IVA a scopo previdenziale è
peraltro evidente: occorre mettere a contributo in pari misura tutti i redditi (salari
del settore privato, trattamenti del settore pubblico, pensioni di vecchiaia, redditi
da patrimonio), con un’aliquota progressiva che dipenda dal livello di reddito
complessivo.
Data l’ampiezza dei contributi a carico dei datori di lavoro da trasferire (oltre
ai 5,4 punti di contributi famiglia, ci sono i 12,8 punti di contributi malattia), la
soluzione indicata resta l’unica realistica.
Se Hollande fa melina è innanzitutto perché spende ogni energia prima per
chiudere e poi per riaprire (malamente) il cantiere dei contributi previdenziali già
allestito dal predecessore, mentre ve ne sarebbero da aprire tanti altri. Perché la
Francia ritrovi nel XXI secolo il posto che le compete in tema di divisione del
lavoro, non basta ridurre il costo del lavoro stesso. Occorre prima di tutto
investire nella formazione e nell’innovazione. L’assenza di un piano ambizioso
per le nostre università, molte delle quali stanno affondando nel pauperismo,
corre il grave rischio di diventare il fallimento più vergognoso del quinquennio.
Ma l’esempio più allarmante dell’indecisione di Hollande riguarda la politica
europea. Paul Krugman, alcuni giorni fa, ha chiamato in causa gli annunci del
presidente e la sua responsabilità personale nella catastrofica strategia
macroeconomica – a base di austerità, recessione e disoccupazione prolungata –
adottata nell’ambito dell’eurozona: “La seconda grande depressione europea –
quella degli anni dieci del XXI secolo, dopo quella degli anni trenta del XX –
potrà continuare ancora.”
Paul Krugman purtroppo ha ragione: il presidente ha finto di rinegoziare il
nuovo trattato europeo del 2012 ma in realtà non ha proposto niente di
sostanziale, per cui non ha fatto che rafforzare l’idea (falsa) secondo cui non
esisterebbe alcuna vera alternativa all’austerità di bilancio. La sinistra francese
cerca di far credere che la responsabilità vada interamente addebitata agli
egoismi tedeschi. Ma, intanto, non sta formulando alcuna proposta precisa di
unione politica e di bilancio dell’eurozona, l’unica soluzione che consentirebbe
alla BCE di portare avanti una politica battagliera e di farci uscire dalla deflazione
che si annuncia. Anziché perdere tempo elaborando formule vuote, la sinistra
francese farebbe bene a prendere atto delle proprie responsabilità storiche.
“LIBÉ”: CHE COS’È LA LIBERTÀ?

25 febbraio 2014

La crisi di “Libération” ha avuto almeno il merito di sollevare una domanda di


fondo. Si è davvero liberi quando si è proprietà di un azionista, e per giunta di un
azionista ebbro del proprio potere? Nel XXI secolo, quali forme alternative di
governance si possono immaginare per sfuggire alla dittatura del proprietario
onnipotente e favorire finalmente un controllo democratico e partecipativo del
capitale e dei mezzi di produzione? È una domanda che si pone da sempre, che
alcuni hanno creduto di essersi lasciati alle spalle dopo la caduta
dell’antimodello sovietico e che invece continua a essere più che mai attuale.
E che si pone in particolare nel campo dei giornali e dei media in genere, dove
in tempi recenti si sono affermate strutture di proprietà mista sotto forma di
associazioni o fondazioni, con il duplice obiettivo di garantire l’indipendenza
delle redazioni e di promuovere modelli innovativi di finanziamento. Nel
contesto della grave crisi vissuta dai media, minacciati da una concorrenza
sfrenata e da un dissolvimento delle redazioni, oggi deve essere ripensato
l’intero modello (come hanno dimostrato i recenti lavori di Julia Cagé).
Ma la domanda sulle forme alternative di proprietà del capitale si pone anche
nel più vasto complesso degli ambiti culturali ed educativi, in tutti i continenti.
Che io sappia, nessuno ha mai proposto di trasformare l’Università di Harvard
(la cui dotazione finanziaria è superiore alla quantità di capitali propri delle
maggiori banche europee) in una società per azioni. Per fare un altro esempio,
più modesto, gli statuti della fondazione École d’économie de Paris prevedono
che il numero di seggi assegnato ai fondatori privati nel consiglio di
amministrazione aumenti leggermente con la crescita del loro apporto in conto
capitale, pur restando in ogni caso nettamente inferiore al numero dei seggi dei
fondatori pubblici e dei responsabili scientifici. Ed è meglio così: la tentazione di
abuso di potere può manifestarsi sia tra i simpatici donatori privati delle
università sia tra i generosi azionisti dei giornali, ed è consigliabile premunirsi in
anticipo.
A dire il vero, la questione della condivisione del potere si pone in tutti i
settori di attività, nei servizi come nell’industria, dove coesistono diversi modelli
alternativi di governance. Per esempio, i salariati tedeschi sono coinvolti molto
più che in Francia nella gestione effettiva dell’impresa in cui lavorano, il che non
impedisce loro di produrre buone automobili (come ha molto opportunamente
sottolineato un recente lavoro di Guillaume Duval).
A “Libé” la domanda si pone oggi con particolare acutezza. L’azionista
principale, Bruno Ledoux, a quanto pare d’intesa con i paradisi fiscali e le
concatenazioni proprietarie che gli consentono di non pagare le tasse, ha
cominciato con l’asserire che “‘Libé’deve la sua salvezza solo alla concomitanza
delle sovvenzioni del potere pubblico”. E hai poi spiegato sugli schermi
televisivi di voler “prendere a testimoni tutti francesi che sborsano i loro soldi
per pagare gente di questo tipo”. Si tratta di una dichiarazione incredibile, di una
violenza inaudita nei confronti dei giornalisti del quotidiano che egli pretende di
voler salvare, al punto da sembrare irreale. Eppure è coerente con il cosiddetto
progetto rivelato il giorno stesso, che punta a monetizzare il marchio “Libé”
cacciandone i giornalisti.
Questa violenza verbale, questa violenza del denaro-padrone convinto che
tutto gli sia permesso, anche di dire grosse bestialità, ci interpella tutti, sia come
cittadini sia come lettori di “Libé”. A volte si può provare delusione per il
contenuto del giornale. Ma basta accedere alle reti d’informazione e al loro
flusso incessante per rendersi conto che la democrazia non può funzionare senza
il distacco critico assicurato dalla pagina scritta e dalla capacità di riflessione di
un quotidiano d’informazione generale.
“Libé”deve vivere, e per farlo vivere occorre denunciare le menzogne diffuse
in ogni dove. No, i media non vivono della carità pubblica! Un giornale come
“Libération” paga in realtà molti più prelievi obbligatori di quanti aiuti riceva:
tutt’al più, si può ammettere che è soggetto a un tasso di prelievo un po’ meno
elevato della media delle attività economiche private.
Poniamo la questione in un contesto più ampio. Il nostro modello economico
consiste nel mettere in comune sotto forma di tasse, imposte e contributi diversi
circa la metà della ricchezza prodotta ogni anno, per poter così finanziare
infrastrutture, servizi pubblici e previdenze collettive di cui beneficia ogni
cittadino. Non esistono pagatori da un lato e ricevitori dall’altro: ciascuno paga e
ciascuno riceve. In certi ambiti di attività “puramente privati” si presume che le
entrate delle vendite coprano la totalità dei costi, il che non impedisce comunque
di beneficiare delle infrastrutture pubbliche. In altri ambiti, come la sanità e la
scuola, le entrate effettivamente pagate da chi gode del servizio rappresentano
solo una minima parte dei costi. È una scelta che è stata fatta per garantire la
parità d’accesso ai servizi stessi, ma anche nella convinzione, suggerita dalla
storia, che il modello di concorrenza assoluta tra produttori che cercano di
massimizzare il loro profitto non è sempre il più idoneo. Anzi, accade talvolta
l’opposto. Gli ambiti della creazione intellettuale e dei media si collocano in una
posizione mediana. Si apprezzano l’indipendenza e il dinamismo assicurati da
produttori in concorrenza tra loro, ma si diffida dell’azionista onnipotente. Per
cui, se si vuole costruire un modello valido, bisogna di fatto accettare che la
quota delle entrate nel finanziamento complessivo occupi anch’essa una
posizione intermedia: molto più elevata che nell’istruzione superiore ma
nettamente inferiore nel settore, mettiamo, della cosmetica. Senza dimenticare di
cacciare dal settore i piccoli marchesi che vi imperversano.
FRANÇOIS HOLLANDE, IL TESTARDO

25 marzo 2014

Dunque il governo pare ora deciso a mantenere – o ampliare – il famoso


dispositivo del CICE, vero e proprio guazzabuglio da esso inventato d’urgenza nel
2012 per modellare la sua nuova politica. Errore. Anzi, errore doppio. In primo
luogo perché tutti hanno creduto di capire, in occasione della conferenza stampa
di gennaio, che François Hollande si fosse finalmente deciso a sostituire il CICE
con una riduzione permanente dei contributi padronali, il che sarebbe assai più
comprensibile ed efficace. In secondo luogo perché l’ostinazione di Hollande a
mantenere in vita quella che crede essere una sua “creatura” rischia di diventare
il simbolo della sua incapacità a riformare in profondità il nostro modello
previdenziale e fiscale. Peggio ancora: il simbolo di un quinquennio fallito,
risolto con l’aggiunta di ulteriori livelli di complessità entro un sistema che ne
conta già fin troppi.
Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire le ragioni dello stallo in
atto. Il nostro sistema previdenziale si fonda in misura eccessiva su contributi
previdenziali a carico dei soli salari, il che può avere una giustificazione per il
finanziamento dei redditi di sostituzione (pensioni, assegni di disoccupazione).
La peculiarità francese è però quella di avere anche utilizzato i contributi per
finanziare spese previdenziali come l’assicurazione sanitaria e la politica della
famiglia, le quali, secondo logica, dovrebbero fondarsi sul totale dei redditi (o
sui consumi, secondo alcuni).
Il nostro sistema contributivo è inoltre estremamente complicato. Occorre
sommare tassi che dipendono da trattamenti molteplici, conteggiare tutti i
prelievi aggiuntivi (costruzione, alloggi, formazione, tassa sui salari…) e i
diversi imponibili, per non parlare degli innumerevoli regimi in deroga
dipendenti dall’età anagrafica del salariato o dalla sua data di assunzione (ne
hanno appena aggiunto un altro: il contratto di generazione). Alla resa dei conti,
il tasso globale dei contributi a carico dei datori di lavoro risulta superiore al
40% (per versare 100 euro di salario lordo, il datore di lavoro paga più di 140
euro di salario superlordo), vale a dire due volte più elevato di quelli dei nostri
vicini. Il tasso si riduce certo a circa il 20% a livello SMIC, ma risale a razzo
qualora si superi il salario minimo e recupera il suo 40% quando il livello SMIC
aumenta di 1,6 volte. Poco prima delle elezioni presidenziali del 2012, il
precedente governo aveva deciso di estendere gli sgravi oltre 1,6 volte lo SMIC,
un provvedimento che andava nella direzione giusta (contrariamente a quello
dell’aumento dell’IVA, chiamato a finanziare tutto il finanziabile).
Appena eletto, però, il nuovo presidente annulla la misura. Dopodiché, sei
mesi dopo, aumenta anche lui l’IVA, smentendo tutte le promesse fatte in
campagna elettorale, e inventa il CICE, sistema di credito d’imposta che punta a
rimborsare con un anno di ritardo una parte dei contributi pagati dalle imprese
un anno prima. L’intelligenza del dispositivo, si spiega in alto loco, sta nel fatto
che produrrà un potente effetto benefico sulla disoccupazione a partire dal 2013,
arrivando a pesare sul bilancio dello Stato solo a partire dal 2014.
In verità, tutto questo complicato meccanismo comporterà soprattutto un
enorme spreco di denaro pubblico, perché quasi nessuno è in grado di
padroneggiare norme del genere, salvo forse le maggiori imprese. Le quali
dovrebbero, secondo logica, tenere comunque conto che tali dispositivi di credito
d’imposta sono sempre stati caratterizzati da instabilità cronica, e di
conseguenza non prendere decisioni che le impegnino a lungo termine.
Riassumendo: il governo getta denaro pubblico dalla finestra proprio quando non
ne ha.
Perché accanirsi oggi a mantenere una misura tanto cervellotica? La ragione
ufficiale è che ormai è impossibile tornare indietro. Nel 2015 si dovrà rimborsare
una parte dei contributi versati sui salari del 2014, e lo Stato non avrà dunque le
risorse per ridurre al tempo stesso i contributi del 2015.
Ebbene, l’argomento non regge: agendo con sufficiente anticipo – per
esempio annunciando che il CICE verrà sostituito il 1° gennaio 2016 da una
riduzione dei contributi – le imprese non potranno mettersi a licenziare in massa
nel 2015 con la scusa che i salari versati quell’anno non danno diritto a riduzioni
del carico fiscale. Tutt’al più, alcune assunzioni di fine 2015 saranno rimandate
all’inizio del 2016. È il prezzo da pagare per uscire da un simile ingorgo, il
quale, prima o poi, dovrà essere soppresso.
La vera ragione dell’accanimento è che Hollande rifiuta di riconoscere il
proprio errore, e continua a imporre il suo arbitrio solitario a una maggioranza
sorprendentemente docile. E aggiungiamo il fatto che la cosa fa il gioco di molti,
sia all’interno delle organizzazioni dei datori di lavoro sia all’interno dei
sindacati, ben contenti di non farsi risucchiare nella scatola nera dei contributi
previdenziali, e di aggirare l’ostacolo grazie all’adozione di un credito
d’imposta.
La cosa peggiore è poi la totale assenza di trasparenza riguardo al CICE. La
prevista valutazione indipendente non ha quasi mai avuto luogo, mentre già dal
2013 sarebbe stato necessario per le imprese promuovere ricerche sulla
conoscenza del dispositivo e sulla sua efficacia, in rapporto allo sgravio del
carico fiscale. Se il presidenzialismo “normale” è questo, allora per l’intero
paese non mancano motivi di seria preoccupazione.
DEll’OLIGARCHIA IN AMERICA

22 aprile 2014

Il futuro dell’America sarà di tipo oligarchico e plutocratico? Una recente


decisione della Corte suprema che sopprime ogni limite al finanziamento privato
delle campagne elettorali ha appena rilanciato i non pochi timori in proposito. Le
centinaia di milioni di dollari versati dai fratelli Koch, miliardari
ultrarepubblicani, per gli spot e i think tanks a beneficio dei candidati schierati
più a destra, sono diventati il simbolo dell’onnipotenza del denaro. Lo spettro di
una deriva nel senso della massima disuguaglianza e di una crescente cattura del
processo politico da parte del famoso 1% ricchissimo agita come non mai i
dibattiti oltreoceano. Alcuni anni fa il movimento Occupy Wall Street e i suoi
strani slogan (“Noi siamo il 99%”) hanno sorpreso l’Europa. Mentre il nostro
continente appare assai più preoccupato – in parte a ragione – dai temi della
modernizzazione dello Stato sociale e della crisi della moneta unica. Se Obama
ha spiegato di recente che la disuguaglianza costituisce “la principale sfida del
nostro tempo”, è soprattutto perché la crescita delle disuguaglianze è, negli Stati
Uniti, infinitamente maggiore che da noi. In un primo tempo abbiamo assistito a
un’escalation senza precedenti dei compensi dei superquadri. E adesso
l’obiettivo principale delle denunce si sta appuntando sulla crescente
concentrazione dei patrimoni. La quota di capitale nazionale americano detenuta
dall’1% più ricco si sta pericolosamente avvicinando a quella, vertiginosa,
osservata nell’Europa dell’Ancien Régime e della Belle Époque. Per un paese
che si è andato ampiamente costruendo come antitesi alle società patrimoniali
europee, il trauma deve essere davvero tremendo.
La crescita perpetua della popolazione americana, il dinamismo delle sue
università e delle sue innovazioni, hanno per il momento preservato il paese
dalla deriva. Ma ormai tutto questo non basta più. Già una prima volta, verso il
1900-1920, l’impennarsi delle disuguaglianze ha suscitato un ampio dibattito
nazionale – era l’epoca della Gilded Age, di Rockefeller e del Grande Gatsby.
Per cui il paese ha dovuto dar vita, nel periodo tra le due guerre, a un sistema
fiscale pesantemente progressivo in modo da colpire i redditi più alti e i
maggiori patrimoni ricevuti in eredità, con tassi marginali superiori che per
mezzo secolo hanno raggiunto o superato il 70-80%.
Assisteremo, negli anni e nei decenni a venire, a un’analoga reazione della
democrazia americana? La decisione della Corte suprema dimostra che la
battaglia politica sarà aspra – ma anche che può essere vinta. Già nel corso del
XIX secolo i giudici costituzionali americani hanno tentato di bloccare l’imposta
sul reddito, e nel corso degli anni trenta l’introduzione del salario minimo. E
oggi sembrano intenzionati a interpretare lo stesso ruolo reazionario, al pari del
Consiglio costituzionale francese, sempre più disposto, in perfetta buonafede, a
dar forza di legge alle sue convinzioni conservatrici in materia fiscale.
Un’ulteriore difficoltà deriva dal fatto che la regolazione del capitalismo
patrimoniale del XXI secolo esige lo sviluppo di nuovi strumenti e di nuove
forme di cooperazione internazionale. Gli Stati Uniti rappresentano da soli quasi
un quarto del PIL mondiale. E il paese ha il peso economico sufficiente per agire,
in particolare per trasformare la sua imposta proporzionale sulle proprietà
immobiliari (un prodotto del XIX secolo, come del resto le imposte analoghe in
Europa, tipo la tassa fondiaria in Francia) in un’imposta progressiva sul
patrimonio netto individuale (che comprenda i prestiti e gli attivi finanziari). Il
che permetterebbe di migliorare la situazione di tutti coloro che cercano di
accedere alla proprietà, limitando al tempo stesso la polarizzazione al vertice. Gli
Stati Uniti hanno inoltre dimostrato la loro capacità d’intervento, costringendo le
banche svizzere ad accettare la trasmissione automatica delle informazioni sui
beni finanziari dei loro clienti.
Per poter andare oltre, occorrerebbe che l’UE svolgesse finalmente il ruolo che
le compete e desse luogo, in collaborazione con gli Stati Uniti, a un vero registro
internazionale dei titoli e degli attivi. L’opacità finanziaria e la crescente
concentrazione dei patrimoni sono sfide che riguardano l’intero pianeta. Secondo
le classifiche stabilite a partire dal 1987 da “Forbes”, i patrimoni mondiali più
elevati sono cresciuti – tra il 1987 e il 2013 – a un ritmo medio del 6-7% annuo,
contro appena il 2% del patrimonio medio a livello mondiale. Il rischio di deriva
oligarchica esiste peraltro in tutti i continenti.
In Cina le autorità hanno deciso per ora di risolvere il problema caso per caso,
alla russa: si tollerano gli oligarchi finché si rivelano docili con il potere, e li si
espropria quando minacciano i principi rossi del momento, quando si avverte che
sta per essere superata la soglia di tolleranza dell’opinione pubblica. Le autorità
cinesi sembrano nondimeno cominciare a prendere atto dei limiti di un tale
approccio, e in Cina si è dato inizio ad ampi dibattiti sull’adozione di un’imposta
sulla proprietà. Il volume economico del paese (tra non molto, un quarto del PIL
mondiale) e il suo carattere altamente centralizzato (ben più che negli Stati
Uniti) gli consentirebbero di intervenire con efficacia in caso di necessità.
In questo paesaggio globale, l’UE (il terzo quarto del PIL mondiale) soffre
evidentemente della propria frantumazione politica. Considerando le necessità di
finanziamento del suo modello sociale, essa è tuttavia la parte del mondo che
avrebbe maggior interesse a intervenire contro i paradisi fiscali. Proponendo di
porre la questione al centro del futuro trattato euroamericano, l’UE ha tutte le
possibilità di far sentire la sua voce a un’America attualmente in preda ai dubbi
circa la sua tradizione antiugualitaria.
ALLE URNE, CITTADINI!

20 maggio 2014

Domenica prossima i cittadini europei potranno cambiare l’Europa eleggendo


Martin Schulz alla testa della Commissione. È quanto raccomandano di fare, con
l’orgoglio degno della fede che professano, i candidati socialisti – dimenticando
un po’ troppo in fretta di essere comunque al potere in Francia. Allora, domenica
cambieremo davvero l’Europa?
Diciamo che questa elezione contiene in sé un potenziale di cambiamento e di
trasformazione che la rende sicuramente la più importante tra tutte le precedenti
elezioni europee. Per la prima volta il voto eserciterà forse un impatto diretto
sulla scelta del presidente della Commissione. Se le liste socialiste
conquisteranno nettamente il primo posto, i capi di Stato non potranno fare altro
che proporre il nome di Martin Schulz affinché sia approvato dal Parlamento
europeo. Viceversa, se le liste di destra e centrodestra prevarranno altrettanto
nettamente, il candidato designato sarà Jean-Claude Juncker. Schulz,
socialdemocratico solido e sincero, contro Juncker, ex leader inamovibile del
Lussemburgo, paradiso fiscale incuneato al centro dell’Europa, impegnato da
anni a bloccare ogni tentativo di trasmissione automatica delle informazioni
bancarie. La scelta è in fondo piuttosto semplice e merita ampiamente da parte
nostra una visita al seggio, salvo che si abbiano in agenda cose della massima
importanza, davvero improrogabili.
In ogni caso, per cambiare l’Europa, non sarà certo sufficiente un voto per
Schulz. Il bilancio della gestione della crisi è pauroso: nel 2013-2014 la crescita
dell’eurozona risulta pressoché nulla, mentre essa è nettamente ripartita negli
Stati Uniti e nel Regno Unito. Perché abbiamo trasformato una crisi del debito
pubblico, che all’inizio era altrettanto grave sia oltreoceano sia oltremanica, in
una crisi di sfiducia nei confronti dell’eurozona, che ora rischia di procurarci una
lunga fase di stagnazione? Perché le nostre istituzioni comuni sono troppo
fragili. Per rilanciare la crescita e il progresso sociale in Europa tali istituzioni
vanno ripensate dalle fondamenta.
È questo il senso del Manifesto per un’unione politica dell’euro, che è stato
ora tradotto e pubblicato in sei lingue europee
(http://pouruneunionpolitiquedeleuro.eu). L’idea di fondo è semplice: una
moneta unica con 18 debiti pubblici diversi sui quali i mercati possono speculare
liberamente, e 18 sistemi fiscali e previdenziali in concorrenza sfrenata tra loro,
non funzionerà mai. I paesi dell’eurozona hanno scelto di condividere la
sovranità monetaria, e dunque di rinunciare all’arma della svalutazione
unilaterale, senza però dotarsi di nuovi strumenti economici, sociali, fiscali e di
bilancio comuni. Ed è questa la peggior soluzione possibile.
A prescindere dall’indubbia buona volontà di Schulz, a prescindere dalla
maggioranza di cui disporrà nel Parlamento europeo, egli dovrà far fronte ai veti
incrociati emessi dall’onnipotente Consiglio dei capi di Stato e dei ministri. Per
uscire dalla camicia di forza dell’unanimità, va istituita una vera Camera
parlamentare dell’eurozona, in cui ciascun paese potrebbe essere rappresentato
da deputati che siano espressione di tutte le tendenze politiche e non da un’unica
persona. Altrimenti lo stato d’inerzia continuerà: lo stesso che ci ha fatto
attendere le sanzioni americane contro le banche svizzere per farci fare qualche
passo in avanti in materia di trasparenza finanziaria in Europa; lo stesso che ci
induce a ridurre di continuo e sempre di più l’imposta sui redditi d’impresa,
consentendo alle grandi multinazionali di non pagare alcuna tassa in alcuna
forma.
Per mettere in luce le gravi disfunzioni delle attuali istituzioni europee, si
potrebbe citare l’indegno prelievo proporzionale sui depositi ciprioti, votato
all’unanimità grazie all’opacità del Consiglio dei ministri delle Finanze nel
marzo 2013, prima che ci si rendesse conto che nessuno, in realtà, era disposto a
difendere quel voto. Nel caso di una crisi più ampia, su più vasta scala, c’è
davvero da aspettarsi il peggio. Affermare che l’opinione pubblica non ama
l’Europa attuale, e concluderne che non occorre cambiare nulla di sostanziale nel
suo sistema di funzionamento, rappresenta una colpevole incoerenza. I trattati
vengono riformati di continuo, e continueranno a esserlo in futuro. Anziché
attendere con le braccia ciondoloni le prossime proposte di Angela Merkel, non
sarebbe più vantaggioso proporre un’autentica democratizzazione dell’Europa?
Per cambiare l’Europa, occorrerà anche farsi carico della questione del trattato
euroamericano. L’UE e gli Stati Uniti rappresentano la metà del PIL mondiale. La
loro responsabilità e le aspettative delle rispettive opinioni pubbliche non
possono ridursi al varo della liberalizzazione degli scambi commerciali. Con
l’appoggio del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, è possibile
imporre in questo trattato l’elaborazione di norme tassative sul piano
previdenziale, ambientale e fiscale. L’UE e gli Stati Uniti hanno la legittimità
economica necessaria per imporre alle loro imprese e ai paradisi fiscali regole
nuove: un imponibile stabile dell’imposta sui redditi d’impresa, un registro
mondiale – o quantomeno euroamericano – dei titoli finanziari. In un processo
del genere Martin Schulz può svolgere un ruolo fondamentale. Per cui,
permettiamoci per un attimo di sognare e andiamo a votare.
2015: QUANTE CRISI ANCORA CI VORRANNO PER
SMUOVERE L’EUROPA?


2014-2015


DALL’EGITTO AL GOLFO, UNA POLVERIERA DI
DISUGUAGLIANZE

17 giugno 2014

Da una settimana tutti gli occhi sono di nuovo puntati sull’Iraq. Già in
gennaio, la conquista di Falluja da parte dei ribelli dello Stato islamico dell’Iraq
e del Levante (ISIL) e l’incapacità da parte delle forze regolari di riprendersi la
città – tra l’altro situata a meno di cento chilometri da Baghdad –, hanno
dimostrato la fragilità del regime attualmente in carica. E adesso tutto il Nord del
paese sembra in bilico. Anzi, al momento l’ISIL pare essere in grado di unirsi alle
truppe siriane per costituire un nuovo Stato, che raggruppi ampie parti dell’Iraq e
della Siria e travalichi così le frontiere stabilite dalle potenze occidentali nel
1920.
Si tratta di conflitti perlopiù analizzati in termini di guerre di religione (sunniti
contro sciiti). Ma questa griglia di lettura, certo indispensabile, non deve far
dimenticare le tensioni create dall’estrema disuguaglianza nella ripartizione della
ricchezza in una zona del mondo come quella che abbiamo descritto –
sicuramente la più segnata dalle disuguaglianze dell’intero pianeta. Molti
osservatori hanno fatto notare che l’avvento al potere dell’ISIL comporterebbe
una grave minaccia per l’Arabia Saudita e gli emirati del petrolio (per quanto di
religione sunnita come l’ISIL). In qualche modo, una replica su più vasta scala
dell’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1991.
Non vogliamo spingerci troppo oltre, ma è comunque evidente che l’intero
sistema politico e sociale della regione è pesantemente condizionato e reso
vulnerabile dalla concentrazione delle risorse petrolifere in piccoli territori
praticamente privi di popolazione. Se si analizza la fascia geografica che si
estende dall’Egitto all’Iran, passando per la Siria, l’Iraq e la penisola araba – un
territorio popolato da circa 300 milioni di abitanti – ci si rende conto che le
monarchie petrolifere concentrano nelle loro mani il 60% del PIL della regione,
contro il 10% detenuto dalla popolazione. Va inoltre sottolineato che solo una
ristretta minoranza degli abitanti di tali petromonarchie è proprietaria, da sola, di
una quota ovviamente sproporzionata della “manna” costituita dall’oro nero,
mentre strati vastissimi di popolazione (soprattutto donne e lavoratori immigrati)
vivono in condizioni di semischiavitù. Eppure, sono proprio questi regimi a
essere sostenuti militarmente e politicamente dalle potenze occidentali, ben felici
di raccogliere qualche briciola per finanziare le loro squadre di calcio. Non
dobbiamo stupirci, insomma, che le nostre lezioni di democrazia e di giustizia
sociale facciano ben poca breccia in seno alla gioventù mediorientale.
Anche avanzando ipotesi non trascendentali, si può concludere che la
disuguaglianza dei redditi nel Vicino Oriente è sensibilmente più elevata che nei
paesi a maggior tasso di disuguaglianza del pianeta, Stati Uniti, Brasile e
Sudafrica compresi.6
Un altro modo per dire come stanno le cose è il seguente. Nel 2013 il bilancio
complessivo di cui dispongono le autorità egiziane per finanziare il complesso di
scuole, college, licei e università del paese – 85 milioni di abitanti – è inferiore a
10 miliardi di dollari. Poche centinaia di chilometri più lontano, per l’Arabia
Saudita e i suoi 20 milioni di abitanti i redditi petroliferi raggiungono i 300
miliardi di dollari, e superano i 100 miliardi di dollari per il Qatar e i 300.000
qatariani che lo popolano. E intanto la comunità internazionale si domanda se sia
giusto rinnovare un prestito di pochi miliardi di dollari all’Egitto, o se invece
non sarebbe più opportuno aspettare che il paese, come promesso, aumenti le
tasse sulle bibite gassate e le sigarette!
Di fronte a una polveriera di disuguaglianze di tale portata, che cosa si può
fare? In primo luogo dimostrare alle popolazioni che ci preoccupiamo più dello
sviluppo sociale e dell’integrazione politica della regione che dei nostri rapporti
con gli emiri. Una comune politica energetica europea ci permetterebbe di far
valere i nostri principi e il nostro modello di società, e non i nostri semplici
interessi finanziari nazionali, qui come in Ucraina e in Russia. È stata
l’egemonia americana a produrre il disastro iracheno che tutti conosciamo. E il
delirio d’onnipotenza potrebbe di nuovo condurre, domani, ad abusi di posizione
dominante, come ci ha appena ricordato, su scala più modesta – sebbene
tutt’altro che trascurabile –, il caso BNP Paribas (gli intrallazzi evidentemente
ignobili con il regime sudanese giustificano appieno la rimozione dei dirigenti
della banca, pronti in passato a dar lezioni di buona gestione patrimoniale al
mondo intero, ma non giustificano il versamento di un tributo tanto esorbitante
al Tesoro americano, con un rischio concreto di destabilizzazione del settore
bancario europeo). Per incidere sulla globalizzazione e fare del pianeta un
mondo più giusto, l’Europa deve quanto prima – e più che mai – unirsi dal punto
di vista politico, non solo economico.
6 Cfr. F. Alvaredo, T. Piketty, Measuring Income Inequality and Top Incomes in the Middle East: Data
Limitations and Illustrations with the Case of Egypt, in “Economic Research Forum. Working Paper
Series”, 832, May 2014, consultabile all’indirizzo
http://www.piketty.pse.ens.fr/files/AlvaredoPiketty2014ERF.pdf.
DEL COSTO ESORBITANTE DI ESSERE UN PICCOLO
PAESE

8 settembre 2014

Ci sono voluti migliaia di morti in Ucraina e mesi di colpevoli titubanze


perché la Francia accettasse finalmente di sospendere provvisoriamente le
vendite di armamenti alla Russia. Il tutto per venti fregate che fanno guadagnare
poco più di 1 miliardo di euro, profitto tutto sommato ridicolo se rapportato agli
equilibri umani e geopolitici, e al rischio militare effettivo che la vendita di armi
strategiche rappresenta. Per fare un confronto, si può rilevare che la giustizia
americana ha appena prelevato a titolo di sanzione più di 6 miliardi di euro dal
conto di BNP Paribas. Che cosa avremmo dovuto sentire se lo Stato francese
avesse voluto far pagare una somma del genere alla nostra principale banca
nazionale ed europea! Sono due cifre che, in teoria, non hanno nulla a che vedere
l’una con l’altra, eppure rappresentano due facce della stessa medaglia. Nella
nuova economia-mondo, il prezzo da pagare per il fatto di essere un piccolo
paese diventa esorbitante: si è costretti cioè ad accettare cose sempre più
inaccettabili e in contraddizione con i nostri valori di fondo.
Per racimolare qualche miliardo in esportazioni, si è disposti a vendere
qualunque cosa a chiunque. Si è disposti a diventare un paradiso fiscale, a far
pagare meno tasse agli oligarchi e alle multinazionali e più tasse ai ceti medi e
popolari, ad allearsi con gli emiri del petrolio – non esattamente progressisti –
pur di raccogliere qualche briciola per le nostre squadre di calcio. E, viceversa, si
subisce la legge dei paesi più grandi, nella fattispecie gli Stati Uniti, i quali
sfruttano tutto il peso del loro sistema giudiziario per imporre ammende record e
decisioni arbitrarie un po’ ovunque nel mondo, in Francia come in Argentina (la
cui restituzione del debito è appena stata oggetto di contestazione bancaria).
Ebbene, tutti i paesi europei, comprese naturalmente Francia e Germania
(scandalizzatasi di recente per la faccenda dei costi esorbitanti della NASA),
finiranno per trovarsi sempre più spesso nella posizione di paesi minuscoli,
pronti a sacrificare tutto e a subire tutto. Ecco perché la priorità del nostro tempo
e del nostro continente è e rimane l’unione politica, ispirata ai nostri valori
fondamentali e al nostro modello di società europea.
Eppure, oggi come oggi, un’unione tanto indispensabile segna il passo. Ci si
può rallegrare del fatto che un polacco sia stato appena nominato presidente del
Consiglio europeo, vedendo in ciò il successo dell’unione nei paesi dell’Est. Con
una popolazione di oltre 500 milioni di abitanti e un PIL complessivo di oltre
15.000 miliardi di euro, ossia quasi un quarto del PIL mondiale, l’UE a 28 paesi ha
tutti i mezzi per imporre decisioni e sanzioni. In particolare alla Russia, la cui
estensione economica e finanziaria è dieci volte inferiore e che non resisterebbe
a lungo a un’azione davvero determinata. Quando invece il presidente polacco
del Consiglio europeo ci ammonisce ricordandoci che la Polonia non ha nessuna
voglia, al momento, di entrare nell’eurozona, la quale dovrebbe pur costituire il
cuore politico ed economico dell’Europa (quasi 350 milioni di abitanti e 12.000
miliardi di euro di PIL), ma che, agli occhi del mondo come degli stessi europei,
appare sempre di più l’emblema di un progetto fallito.
Ci si deve arrendere all’evidenza: se si vogliono fare passi in avanti in
direzione dell’unione politica, in particolare sulle questioni di bilancio, fiscali e
finanziarie, li si potrà fare solo dando vita a istituzioni democratiche e
parlamentari nuove all’interno di un piccolo numero di paesi partecipi
dell’eurozona. Con un parlamento dell’eurozona e un ministro delle finanze
responsabile davanti alla Camera, si potrebbe votare pubblicamente un piano di
rilancio, un livello di deficit comune, una tassa comune sulle società, una
regolazione bancaria, e fare da contrappeso politico e democratico alla BCE, dalla
quale non ci si può aspettare miracoli. Quando un’unione del genere, rafforzata
nei propri intenti, avrà dimostrato la sua efficacia e la sua capacità in termini di
determinazione politica e progresso sociale, forse altri paesi dell’UE a 28 avranno
voglia di unirsi a questo primo nocciolo duro. Non sarà aspettando con le braccia
ciondoloni che si aggiusteranno le cose.
È adesso che il governo francese, con il governo italiano e pochi altri, deve
avanzare delle proposte. Non ha senso continuare a ripetere che è impossibile
modificare i trattati, quando invece, nel 2012, sono bastati sei mesi per
riformarli, e altre riforme si vanno profilando. Anche se la Germania teme
sicuramente di trovarsi in minoranza sulle scelte di deficit, non potrà respingere
ancora a lungo una vera proposta di unione rafforzata, anche perché essa
finirebbe per esercitare, in un simile parlamento europeo, un peso notevole, in
forza del suo status demografico. Il governo francese non potrà trascorrere i tre
anni che devono ancora passare aspettando la ripresa. François Hollande, nel
2012, ha commesso un grave errore pensando che la sua strategia di riduzione a
marce forzate dei deficit sarebbe stata accompagnata da un processo di crescita.
È venuto il momento di riconoscerlo e di cambiare passo, prima che sia troppo
tardi.
CICE, IL MECCANISMO PERVERSO DI HOLLANDE

6 ottobre 2014

Se il governo non fa niente, il CICE resterà il simbolo del fallimento


dell’attuale quinquennio. Un vero meccanismo perverso, che incarna fino alla
caricatura l’incapacità del potere in carica di varare una riforma ambiziosa del
nostro modello fiscale e previdenziale, e che si limita a correggere qualche
stortura in un sistema che ne conta già fin troppe. A François Hollande e Manuel
Valls piace presentarsi come riformatori coraggiosi, socialisti tenaci e moderni,
impegnati in una lotta titanica contro la vecchia sinistra. Si tratta di atteggiamenti
ridicoli. La verità è che i due non portano avanti nessuna riforma di fondo e non
fanno che accumulare approssimazioni e improvvisazioni, sul fisco come sui
contributi previdenziali come sulla competitività. È ancora possibile agire e
cambiare le cose, soprattutto sul CICE, ma occorre farlo prima dell’autunno.
Perché dopo sarà tardi.
Facciamo un passo indietro. In Francia il peso dei contributi a carico dei datori
di lavoro che gravano sui salari è troppo oneroso e va alleggerito al più presto.
Non per fare un regalo ai datori di lavoro, ma perché non è giusto né efficace
basare in eccesso il finanziamento del nostro modello previdenziale sulla massa
salariale del settore privato. Di fatto, quando si procede a un confronto tra la
Francia e gli altri paesi che dispongono di un modello previdenziale di analoga
ampiezza, la nostra principale peculiarità è il peso delle quote a carico del datore
di lavoro stesso. Il tasso globale è superiore al 40% (per versare 100 euro di
salario lordo il datore di lavoro paga più di 140 euro di salario superlordo), di cui
circa la metà per i contributi pensione e disoccupazione, e l’altra metà per i
contributi malattia, famiglia, alloggio, formazione ecc. Ed è questa seconda metà
che andrebbe trasferita, a termine, entro imponibili fiscali più ampi e più equi.
Per la destra, il metodo giusto è l’aumento indefinito dell’IVA. Sennonché, il
conto da pagare sarebbe troppo pesante per i ceti meno abbienti. L’unica
alternativa all’IVA “sociale”, quella destinata alla previdenza, è il CSG
progressivo: devono essere messi a contributo tutti i redditi (salari del privato,
trattamenti del pubblico, pensioni di vecchiaia, redditi da patrimonio), con
un’aliquota progressiva che discenda dal reddito globale.
Non avendo avviato un dibattito del genere prima delle elezioni, la sinistra al
potere deve ora continuamente improvvisare. Quando, nell’estate 2012, viene
eletto presidente, Hollande comincia con l’annullare le riduzioni dei contributi
dei datori di lavoro adottate dal predecessore. E sei mesi dopo s’inventa
quell’inverosimile guazzabuglio che si chiama CICE e punta a rimborsare, con un
anno di ritardo, una parte dei contributi pagati dalle imprese un anno prima. Il
tutto reintroducendo un aumento dell’IVA, tra l’altro escluso prima delle elezioni.
L’impianto del CICE, che continua a costituire il cuore della politica economica
del governo, permette a Hollande di smarcarsi dal predecessore, ma il problema
è che questa ridicola operazione di facciata, diciamo pure pubblicitaria, viene
portata avanti con un enorme sperpero di denaro pubblico.
Il sistema di credito d’imposta è, come si sa, indecifrabile, e viene spesso
ignorato delle imprese, salvo che dalle maggiori. Le quali, secondo logica, sono
le prime a valutare che un dispositivo di questo tipo continuerà a caratterizzarsi
per un’imprevedibilità quasi totale a breve termine – pochi anni –, per cui non si
sentono impegnate a decidere oltre quel limite. Riassumendo: il potere butta
dalla finestra il denaro pubblico proprio nel momento meno propizio, quando
non ne ha. L’Eliseo, il governo e la tecnostruttura si rimpallano reciprocamente
le responsabilità, spiegando che si potrà sempre tornare alla casella di partenza e
sostituire il CICE con una riduzione perpetua dei contributi dei datori di lavoro.
Tutti quanti, in privato, riconoscono l’inefficacia del CICE, eppure tutto rimane
bloccato. E in verità non si farà un bel nulla finché Hollande non si farà carico,
quest’autunno, della soppressione del meccanismo perverso che egli stesso ha
creato. Il CICE che sarà versato nel 2015 sulla base dei salari pagati nel 2014 è
ormai un atto dovuto, per cui è troppo tardi per annullarlo. E per sopprimere il
dispositivo a partire dal 1° gennaio 2015 e sostituirlo con riduzioni dei contributi
che entreranno in vigore nel corso del 2015 deve esserci per forza un voto del
Parlamento, da esprimersi prima della fine del 2014. Altrimenti non accadrà più
niente fino al 2017 (è poco probabile che entri in vigore una modifica prima del
1° gennaio 2017, pochi mesi prima delle elezioni). Agendo con forza su questo
tema, ma anche su altri, soprattutto l’Europa, Hollande ha ancora tempo per
salvare il suo quinquennio. Se la Francia e l’Italia formulassero finalmente delle
proposte di unione politica e di bilancio con, in particolare, la creazione di un
parlamento dell’eurozona in grado di votare un piano di rilancio e un livello di
deficit comune, diventerebbe difficile per la Germania respingere ancora a lungo
una tale prospettiva democratica europea. Ma sono temi su cui occorre muoversi
in fretta. In caso contrario, Hollande perderà ogni residua capacità di agire.
IL CAPITALE A HONG KONG?

3 novembre 2014

Secondo i dizionari, la plutocrazia – dal greco plutos (ricchezza) e kratos


(potere) – consiste in un sistema di governo in cui il denaro rappresenta la base
del potere. Per definire il sistema economico che il Partito comunista cinese
(PCC) cerca attualmente di adottare a Hong Kong, si potrebbe inventare un nuovo
termine: il “plutocomunismo”. Formalmente, si autorizzano libere elezioni, ma
solo tra due o tre candidati, preventivamente approvati a larga maggioranza da
un comitato elettorale costituito da Pechino e avallato dai più importanti uomini
d’affari di Hong Kong e da altri oligarchi filocinesi.
De facto, si tratta di un’incredibile mescolanza tra la logica comunista del
partito unico (nella Germania dell’Est esistevano sì le elezioni, ma unicamente
tra candidati obbedienti al potere in carica) e le tradizioni aristocratiche e
censitarie europee (fino al 1997 il governatore di Hong Kong veniva nominato
dalla regina d’Inghilterra, la democrazia era indiretta e si fondava su comitati
retti dalle élite economiche). Sia nel Regno Unito sia in Francia, tra il 1815 e il
1848, solo una minima percentuale della popolazione aveva diritto di voto:
coloro che, in ragione del censo, pagavano le tasse (come se oggi potessero
votare solo i contribuenti ISF). Ebbene, senza andare troppo lontano, la Cina
sembra essere tentata dall’idea di ripercorrere una simile strada, con alla testa un
partito unico onnipotente, per dirigere l’intero sistema.
Com’è possibile giustificare un regime del genere? Quale futuro potrà mai
avere? Sarebbe come dire che i comunisti cinesi non sono molto convinti del
modello a base di democrazia elettorale e multipartitismo all’occidentale,
fondato sulla concorrenza a tutti i livelli: tra partiti, tra candidati e, fatto ancora
più importante, tra territori. Per Pechino l’essenziale è l’unità politica del
vastissimo territorio cinese: è questa la condizione di uno sviluppo economico e
sociale armonioso, guidato da un Partito comunista garante dell’ordine generale
e della lunga durata. In effetti, se confrontati con quelli degli altri paesi
emergenti, in particolare l’India, i successi della Cina si spiegano in parte con la
centralizzazione politica e la capacità del potere pubblico di finanziare le
infrastrutture collettive, le imprese miste e gli investimenti nella scuola e nella
sanità, settori indispensabili per lo sviluppo.
Malgrado le privatizzazioni, in Cina il capitale pubblico equivale ancora al 30-
40% del capitale nazionale – contro un quarto circa di capitale pubblico
nell’Europa dei “Trente Glorieuses” –, una quota che oggi è quasi nulla nella
maggioranza dei paesi ricchi (gli attivi pubblici sono poco più elevati dei debiti),
o in certi casi negativa (quando, come in Italia, prevale il debito pubblico),
mentre il capitale privato, espresso in annualità di PIL, è tornato ai massimi
storici fatti segnare nel periodo immediatamente precedente la Prima guerra
mondiale. Visto da Pechino, il modello cinese sembra essere il modello in grado
di regolare meglio degli altri il capitalismo e di evitare la pauperizzazione del
potere pubblico: un senso di superiorità confortato dallo stallo dell’attuale
politica economica americana, e dall’impressione che la UE stia attraversando un
insuperabile stato confusionale, con un territorio suddiviso tra 28 stati-nazione di
piccola entità in sfrenata concorrenza tra loro, inghiottiti da un debito pubblico
fuori norma e da istituzioni comuni totalmente disfunzionali, incapaci di
modernizzare il loro modello sociale e di proiettarsi verso l’avvenire.
In tutti i modi, anche all’interno del PCC si è consapevoli che l’attuale modello
cinese, fondato sulla chiusura politica e sulla lotta anticorruzione per limitare le
disuguaglianze, non potrà reggere in eterno. La crescente influenza dei patrimoni
privati in seno all’Assemblea nazionale popolare cinese ha obiettivamente un
che d’inquietante. A Pechino si teme più di tutto un’evoluzione alla russa, con
fughe di capitali sempre più consistenti e un paese depredato dall’esterno da
oligarchi comodamente insediati all’estero. E si discute con sempre maggiore
insistenza di imposte progressive sulle successioni e sulle proprietà. In assoluto,
il governo cinese avrebbe infatti tutti i mezzi sufficienti per adottare i sistemi di
trasmissione automatica di informazioni bancarie e i report dei titoli finanziari,
nonché tutti i controlli dei capitali necessari per portare avanti una politica di
questo tipo.
Il problema è che una buona parte delle élite politiche cinesi ha tutto da
perdere sia da un’operazione di trasparenza in merito alle sue fortune sia da un
sistema fiscale progressivo sia da uno Stato di diritto. E la parte che sarebbe
disposta a rinunciare ai propri privilegi per votarsi al bene pubblico pare ritenere
che l’unità del paese sarebbe irrimediabilmente minacciata dall’avvento della
democrazia politica, una democrazia che non può non andare di pari passo con la
democrazia economica e la trasparenza fiscale e finanziaria. Un’unica cosa
sembra certa: da tali contraddizioni si uscirà in un solo modo, decisivo per tutti,
in Cina come nel resto del mondo. E, lungo questo cammino, le lotte attualmente
in corso a Hong Kong rappresentano una tappa fondamentale.
IL CAPITALE DI CARLOS FUENTES

1° dicembre 2014

Nel 1865 Karl Marx dichiarò di aver imparato moltissimo sul capitalismo e il
potere del denaro leggendo Balzac. Nel 2014 si sarebbe tentati di dire: basta solo
aggiornare gli autori e i paesi. In La voluntad y la Fortuna, magnifico affresco
pubblicato nel 2008, pochi anni prima della sua morte, Carlos Fuentes traccia un
quadro assai istruttivo del capitalismo messicano e delle violenze sociali ed
economiche che hanno sconvolto il paese, in procinto di diventare quella
“narconazione” che trova oggi posto sulle prime pagine dei giornali. Nel
romanzo si incontrano anche personaggi di alto profilo, con un presidente
permeato di pubblicità Coca-Cola che è solo lo squallido inquilino di un potere
che si serve di lui, e il potere eterno del capitale incarnato da un miliardario
onnipotente che ha molte somiglianze con il magnate delle telecomunicazioni
Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo.
Alcuni giovani vivono nell’incertezza, tra rassegnazione, sesso e rivoluzione.
Finiranno assassinati da una bella ambiziosa che vuole la loro eredità, e che per
commettere il suo delitto può fare a meno dell’aiuto di un Vautrin, a riprova – se
fosse necessario– che la violenza ha fatto non pochi progressi dal 1820 a oggi.
La trasmissione dei patrimoni, oggetto di ogni più sordido appetito per chi vive
al di fuori della cerchia del privilegio familiare, e al tempo stesso elemento che
devasta le coscienze di chi ne fa parte, è il centro dell’immaginario romanzesco
di Carlos Fuentes.
Affiora anche, qua e là, la nefasta influenza dei gringos, quei nordamericani
che possiedono “il trenta per cento del territorio messicano” e del suo capitale, e
rendono ancora più intollerabile la disuguaglianza. Di fatto, i rapporti di
proprietà sono sempre rapporti complessi, difficili da articolare in maniera non
violenta, nel quadro di una comunità politica eternamente uguale a se stessa: non
è mai semplice pagare un affitto al proprietario e stabilire un accordo pacifico
sulle modalità istituzionali che reggono un tale rapporto e sulla perpetuazione di
una tale situazione. Quando poi si tratta di un intero paese che versa affitti e
dividendi a un altro paese, il compito diventa francamente umiliante. Nella storia
dell’America Latina si avvicendano cicli politici interminabili, che alternano fasi
di ultraliberismo trionfante e di autoritarismo a brevi periodi di esproprio caotico
della ricchezza dominante, cicli che minano da sempre lo sviluppo del
continente.
Eppure il progresso sociale e democratico è ancora possibile. Più a sud, in
Brasile, Dilma Rousseff è appena stata rieletta, sia pure di misura, grazie al voto
delle regioni povere e dei gruppi sociali più svantaggiati, i quali, malgrado le
delusioni e il malcontento suscitato dal Partito dei lavoratori (al potere dopo
l’elezione di Lula, nel 2002), non possono dimenticare quella promozione
sociale di cui hanno beneficiato e che ora temono di vedere azzerata dal ritorno
della “destra” (in realtà il partito socialdemocratico, poiché in America Latina
quasi tutti si dicono di sinistra: una cosa che non costa molto nemmeno alle
élite). Di fatto, la strategia dell’impegno nel sociale portata avanti da Lula e da
Rousseff, con la creazione della bolsa familla (sorta di assegno familiare
riservato ai meno abbienti) e, ancor più, con l’aumento del salario minimo, ha
consentito negli ultimi quindici anni una sensibile riduzione della povertà.
Ebbene, queste fragili conquiste sociali sono oggi minacciate da fattori
internazionali che gravano notevolmente sull’economia brasiliana e la spingono
verso la recessione (caduta dei prezzi delle materie prime, in particolare del
petrolio, incertezze nella politica monetaria americana, austerità europea), e
ancor più dalle immense disuguaglianze che insidiano gli equilibri del paese.
E qui ritroviamo il peso della maledizione della storia di cui ci parla Carlos
Fuentes. Il Brasile è l’ultimo paese ad aver abolito la schiavitù, nel 1888, in un
momento in cui gli schiavi equivalevano ancora a più di un terzo della
popolazione, e nulla è stato davvero fatto dai grandi latifondisti per attenuare
quella pesante eredità di disuguaglianza. La qualità dei servizi pubblici e delle
scuole primarie e secondarie aperte al maggior numero di studenti rimane scarsa.
Il sistema fiscale brasiliano è gravemente regressivo e finanzia perlopiù una
spesa pubblica altrettanto regressiva. Le classi popolari pagano tasse indirette
molto alte, con tassi che arrivano fino al 30% per l’elettricità, mentre alle
successioni più cospicue viene applicato un tasso ridicolo, del 4%. Le università
pubbliche sono gratuite, ma di esse beneficia appena un’esigua minoranza di
privilegiati. Sotto Lula sono stati fatti, a favore delle classi popolari e della
minoranze nere e meticce, alcuni timidi passi in avanti, nel senso di un accesso
preferenziale alle università (anche se con interminabili dibattiti sui problemi
posti dall’autocertificazione razziale in merito alle informazioni e ai documenti
amministrativi), ma il peso della loro presenza rimane irrisorio. Occorreranno
ancora molte battaglie per scongiurare davvero la maledizione della storia e
dimostrare che la volontà politica può avere la meglio sulla buona e sulla cattiva
sorte.
2015: QUANTE CRISI ANCORA CI VORRANNO PER
SMUOVERE L’EUROPA?

29 dicembre 2014

La cosa più triste, nella crisi europea, è l’ostinazione con la quale i leader al
potere presentano la loro politica come l’unica possibile, e il loro timore per ogni
scossa politica che possa alterare anche solo di poco l’attuale quadro
istituzionale.
La palma del cinismo spetta sicuramente a Jean-Claude Juncker, il quale,
dopo le rivelazioni di LuxLeaks, spiega tranquillamente all’Europa sbalordita di
non aver avuto altra scelta, quand’era alla testa del Lussemburgo, se non quella
di gonfiare la base fiscale dei suoi compatrioti: “L’industria declinava, vedete,
dovevo pur trovare una nuova strategia di sviluppo per il mio paese; che
cos’altro potevo fare se non trasformarlo in uno dei peggiori paradisi fiscali del
pianeta?” I paesi vicini, alle prese anch’essi da decenni con la
deindustrializzazione, apprezzeranno.
Oggi non basta più scusarsi: è tempo di ammettere che sono le stesse
istituzioni europee a essere chiamate in causa, e che solo una rifondazione
democratica dell’Europa può aiutare a portare avanti politiche di progresso
sociale. In concreto, se si vuole davvero evitare il ripetersi di scandali LuxLeaks,
occorre rinunciare alla regola dell’unanimità in materia fiscale, e prendere tutte
le decisioni in fatto di imposte sulle grandi società (e idealmente sui redditi e i
patrimoni più elevati) a maggioranza. E se il Lussemburgo e altri paesi dicono
no, il loro no non deve impedire ai paesi che dicono sì di costituire un nocciolo
duro che proceda da solo lungo la strada tracciata, e di adottare le sanzioni
necessarie contro chi continua a voler approfittare dell’opacità finanziaria
dominante.
La palma dell’amnesia spetta invece alla Germania, con la Francia come
fedele secondo. Nel 1945 i due paesi avevano un debito pubblico superiore al
200% del PIL. Nel 1950 esso era sceso a meno del 30%. Che cosa accadde?
Svincolarono di colpo le eccedenze di bilancio, per rimborsare un debito del
genere? Evidentemente no: solo con l’inflazione e il ripudio puro e semplice – in
una parola la cancellazione – del debito, Germania e Francia si sono sbarazzate
nel secolo scorso del debito stesso. Se avessero tentato di svincolare
pazientemente e annualmente eccedenze dell’1 o del 2% del PIL, oggi sarebbero
ancora lì, più o meno allo stesso punto, e sarebbe stato più difficile per i governi
del dopoguerra investire nella crescita. Eppure oggi sono questi due paesi a
continuare a dire, dal 2010-2011, ai paesi del Sud Europa, che il loro debito
dovrà essere rimborsato fino all’ultimo euro. Si tratta tuttavia di un egoismo
miope, perché proprio il nuovo Patto di bilancio europeo approvato nel 2012,
guarda caso su pressione di Germania e Francia – trattato che impone un regime
di austerità in tutta Europa (con una riduzione troppo rapida del deficit dei
singoli paesi e un sistema di sanzioni automatiche totalmente inoperante) – ha
portato a una recessione generalizzata dell’eurozona. Mentre l’economia è
ripartita un po’ ovunque, in particolare negli Stati Uniti e nei paesi dell’UE
esterni all’eurozona.
All’interno dell’accoppiata, la palma dell’ipocrisia spetta comunque,
incontestabilmente, ai leader francesi, i quali passano il tempo a gettare la colpa
sulla Germania, quando si tratta chiaramente di una responsabilità condivisa. Il
nuovo Patto di bilancio europeo, negoziato dalla vecchia maggioranza, e
ratificato dalla nuova, non avrebbe potuto essere approvato senza la Francia, la
quale ha più che mai condiviso con la Germania la scelta dell’egoismo nei
confronti del Sud Europa: visto che paghiamo un tasso d’interesse tanto basso,
perché condividerlo con gli altri? Il fatto è che una moneta unica non può
funzionare con 18 debiti pubblici diversi e 18 tassi d’interesse diversi, sui quali i
mercati finanziari possono liberamente speculare. Occorrerebbe investire
massicciamente nella formazione, nell’innovazione e nelle tecnologie verdi.
Mentre si fa tutto il contrario: attualmente, l’Italia spende quasi il 6% del suo PIL
per pagare gli interessi del debito e ne investe appena l’1% nel sistema
universitario.
A questo punto, quali crisi potrebbero aiutare a smuovere la situazione nel
corso del 2015? Esistono, grosso modo, tre possibilità: una nuova crisi
finanziaria, uno scossone politico prodotto dalla sinistra e uno scossone politico
prodotto dalla destra. Gli attuali leader europei dovrebbero avere l’intelligenza di
riconoscere che la seconda possibilità è di gran lunga la migliore: i movimenti
politici che crescono oggi a sinistra della sinistra, come Podemos in Spagna e
Syriza in Grecia, sono fondamentalmente internazionalisti e filoeuropei. Anziché
emarginarli, bisognerebbe invece collaborare con loro per tracciare i contorni di
una rifondazione democratica della UE. Altrimenti rischiamo di dover spegnere
un segnale di allarme ancora più inquietante, trasmesso dalla destra: nelle
regionali del dicembre 2015, salvo un cambiamento delle modalità di voto, è
assolutamente possibile che il FN conquisti parecchie regioni. Possiamo anche, in
un periodo di auguri come questo, augurarci l’impossibile. Al punto in cui
siamo, Hollande avrebbe insomma l’occasione di ammettere gli errori commessi
nel 2012 e di tendere la mano al Sud Europa, formulando una buona volta delle
proposte coraggiose per tutto il continente.
ESTENDERE LA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA AL
RESTO D’EUROPA

26 gennaio 2015

Il trionfo elettorale di Syriza in Grecia potrebbe forse rovesciare il castello di


carte europeo e porre fine al regime di austerità che sta danneggiando il nostro
continente e i giovani che lo abitano. Tanto più che le elezioni previste in
Spagna per la fine del 2015 potrebbero dare un risultato analogo, con l’avvento
al potere di Podemos. Ma perché questa rivoluzione democratica proveniente dal
Sud Europa arrivi a modificare davvero il corso delle cose, sarebbe necessario
che anche i partiti di centrosinistra oggi al potere in Francia e in Italia
adottassero un atteggiamento costruttivo e riconoscessero la loro parte di
responsabilità nella situazione attuale.
In concreto, queste forze politiche dovrebbero cogliere l’occasione per dire
forte e chiaro che il Patto di bilancio europeo approvato nel 2012 è stato un flop
e per intavolare nuove proposte che consentano un’autentica rifondazione
democratica dell’eurozona. Nel quadro delle attuali istituzioni europee, soffocate
da rigidi criteri sui deficit e dalla regola dell’unanimità in materia fiscale, è
semplicemente impossibile portare avanti politiche di progresso sociale. Non
basta lamentarsi con Berlino o Bruxelles: bisogna proporre nuove regole.
Cerchiamo di essere chiari: a partire dal momento in cui si condivide una
medesima moneta, è perfettamente giustificato che si coordinino le scelte
relative al livello del deficit e ai grandi orientamenti della nostra politica
economica e sociale. Solo che queste scelte comuni devono essere fatte in modo
democratico, alla luce del sole, dopo un serio dibattito pubblico dal quale emerga
una vera dialettica delle idee. E non già applicando regole meccaniche e sanzioni
automatiche, norme troppo rigorose che dal 2011-2012 hanno portato a una
riduzione eccessivamente rapida dei deficit e a una recessione generalizzata
nell’eurozona. Risultato: mentre la disoccupazione è calata ovunque (negli Stati
Uniti come nei paesi esterni all’eurozona), da noi è letteralmente esplosa, ed è
anche aumentato il debito pubblico. In altri termini, l’esatto contrario degli
obiettivi perseguiti.
La scelta relativa al livello del deficit e all’investimento pubblico è una
decisione politica, che deve sapersi adattare in fretta alla situazione economica.
E dovrebbe essere fatta democraticamente, nel quadro di un Parlamento
dell’eurozona, nel quale potrebbe essere rappresentato ciascun Parlamento
nazionale in proporzione alla popolazione di ciascun paese, né più né meno. Con
un sistema del genere ci sarebbero state minore austerità, maggiore crescita e
minore disoccupazione. La nuova governance democratica permetterebbe anche
di riprendere in mano la proposta di messa in comune dei debiti pubblici
superiori al 60% del PIL (onde condividere lo stesso tasso d’interesse e prevenire
le crisi future) e l’adozione di un’imposta unificata sulle società per l’eurozona
(l’unico modo per porre fine al dumping fiscale).
Purtroppo il rischio, oggi, è che i governi francese e italiano si limitino a
trattare il caso greco come un caso specifico, accettando una lieve
ristrutturazione del debito greco senza rimettere in questione – una questione di
fondo – l’organizzazione dell’eurozona. Perché? Perché hanno passato il tempo,
un sacco di tempo, a spiegare che secondo loro il Patto di bilancio europeo del
2012 funzionava, e oggi hanno paura di contraddirsi. Diranno perciò che è
troppo complicato modificare i trattati, quando invece la riscrittura del 2012 è
stata regolata in sei mesi, e nulla impedisce, evidentemente, di adottare misure
urgenti in attesa dell’approvazione di regole nuove. Sarebbe meglio, piuttosto,
ammettere gli errori finché si è ancora in tempo, anziché aspettare nuove crisi
politiche prodotte dall’estrema destra. Se la Francia e l’Italia tendessero oggi la
mano alla Grecia e alla Spagna per proporre insieme a loro un’autentica
rifondazione democratica dell’eurozona, la Germania dovrebbe per forza
accettare un compromesso. È l’assenza di proposte e di prospettiva a insidiare
oggi il dibattito europeo.
Così tutto dipenderà dall’atteggiamento dei socialisti spagnoli, attualmente
all’opposizione. Meno logorati e meno screditati dei loro omologhi greci,
devono però accettare il fatto che non potranno vincere le prossime elezioni se
non si alleeranno con Podemos, movimento destinato forse a conquistare
addirittura la leadership, stando ai sondaggi. Conta solo questo: è necessario un
rinnovamento dei partiti politici, da cui soltanto potrà emergere un
indispensabile programma d’azione.
Noi non pensiamo che il nuovo piano annunciato dalla BCE basterà a sanare la
situazione. Un sistema di moneta unica con 18 debiti pubblici diversi e 18 tassi
d’interesse diversi è fondamentalmente instabile. La BCE cerca di svolgere il
proprio ruolo, ma per rilanciare l’inflazione e la crescita europea occorre
rilanciare i bilanci. Altrimenti prevale il timore che i nuovi miliardi stampati
dalla BCE finiscano per alimentare bolle finanziarie su determinati attivi e per
non rilanciare affatto l’inflazione dei prezzi al consumo. Oggi, in Europa, la
priorità dovrebbe essere quella di investire nell’innovazione e nella formazione.
E per soddisfarla ci vuole un’unione politica e di bilancio rafforzata
dell’eurozona, con decisioni prese a maggioranza in un parlamento davvero
democratico. Non si può continuare a demandare tutto alla banca centrale.
SALVARE I MEDIA

23 febbraio 2015

Quale vantaggio si potrà trarre dall’attuale rivoluzione digitale per rifondare i


media e la democrazia su basi del tutto nuove? È questa la domanda alla quale ci
invita a rispondere Julia Cagé in un piccolo libro stimolante e ottimista.
L’autrice vi traccia la storia della crisi attuale, e dimostra come sia possibile
sviluppare, nell’era digitale, un nuovo modello fondato sulla condivisione del
potere e sul finanziamento partecipativo.7 L’inquietante risvolto dei fatti più
recenti è certamente noto a tutti. Indeboliti dalla caduta delle vendite e delle
entrate pubblicitarie, i media stanno passando uno dopo l’altro sotto la cupola
oppressiva di miliardari dalle tasche piene di soldi, perlopiù a prezzo della
propria qualità e indipendenza. Sappiamo da tempo che TF1 appartiene al gruppo
Bouygues-Telecom e che “Le Figaro” appartiene alla famiglia Dassault,
anch’essa molto golosa di torte pubbliche, nonché fortemente implicata nella
politica francese.
Il principale quotidiano economico, “Les Échos”, è dal 2007 proprietà del più
ricco personaggio del paese, Bernard Arnault (LVMH). In tempi più recenti, “Le
Monde” è stato acquistato dal trio Bergé-Niel-Pigasse, e “Libération” dal duo
Ledoux-Drahi. Lusso, telefonia, finanza, immobiliare: ovunque si siano formati
dei grossi patrimoni, si trovano azionisti generosi pronti a “salvare” giornali. Il
problema, ci dice Julia Cagé, è che tutto ciò porta a una concentrazione del
potere in poche mani, che non sono sempre né molto competenti né
particolarmente disinteressate. Questi “salvatori” tendono soprattutto a tagliare i
posti di lavoro, e hanno la brutta abitudine di abusare del loro potere. Irritato dal
trattamento riservato dai giornalisti di “Le Monde” agli evasori fiscali dello
scandalo SwissLeaks, Bergé ha tranquillamente spiegato che non ha loro
“consentito di acquisire la propria indipendenza” perché facessero quel
determinato tipo di giornalismo (Beuve-Méry e le storiche associazioni dei
redattori, che non hanno aspettato Bergé per rendersi indipendenti, devono
essersi rivoltati nella tomba). A “Libération” ricordiamo ancora le parole
sprezzanti dell’azionista Ledoux nei confronti dei giornalisti (“voglio prendere a
testimoni tutti i francesi che sborsano i loro soldi per pagare gente del genere”).
Eppure ciascuno converrà che un giornale vivo e maltrattato vale forse più di un
giornale morto e rispettato. Che cosa fare, allora, a parte lamentarsi? In primo
luogo, riportare la crisi attuale nella sua prospettiva più logica. Non è la prima
volta che i media devono rinnovarsi, lo hanno sempre fatto e continueranno a
farlo, ci dice Julia Cagé, la quale rileva che anche le entrate pubblicitarie dei
giornali americani (espresse in percentuale del PIL) sono in calo dagli anni
cinquanta.
In secondo luogo, esistono da tempo modelli alternativi che consentono di
evitare l’intervento dei grossi azionisti in seno ai giornali, con innegabili
successi. Si pensi al “Guardian”, uno dei quotidiani più letti al mondo, proprietà
di una fondazione, o a “Ouest-France”, primo quotidiano francese, proprietà di
un’associazione, in base a una legge del 1901. Oggi, l’obiettivo è ripensare quei
modelli e adeguarli all’era digitale. Il vantaggio delle fondazioni e delle
associazioni è che i generosi donatori non possono riprendersi i contributi versati
(il capitale è perenne) e che i suddetti contributi non implicano un diritto di voto.
Come faceva notare Beuve-Méry nel 1956: “In questo modo possono
manifestare la purezza delle loro intenzioni ed essere al riparo da ogni sospetto.”
Il limite del modello consiste in una certa rigidità: i primi fondatori danno vita al
consiglio di amministrazione, dopodiché si cooptano e si perpetuano all’infinito.
Da qui l’idea di proporre un nuovo statuto, una media-company senza scopo di
lucro (o “fondazione”), una via di mezzo tra la fondazione e la società per azioni.
I contributi in forma di capitale sarebbero congelati e non produrrebbero
dividendi (come nelle fondazioni), però comporterebbero il diritto di voto (come
nelle società per azioni). Solo che il diritto di voto crescerebbe
proporzionalmente ai contributi di capitale, dai più modesti in su, mentre sarebbe
regolato dall’imposizione di un tetto rigoroso per i maggiori azionisti (per
esempio, si potrebbe pensare che solo un terzo dei contributi superiori al 10%
del capitale possano dar luogo al diritto di voto). Tutto ciò non farebbe che
incoraggiare il finanziamento partecipativo (crowdfunding), facendo giustizia, al
tempo stesso, di una certa illusione ugualitaria coltivata da molte associazioni di
redattori e strutture cooperative del passato. È normale, infatti, che chi mette
10.000 euro abbia più potere di chi ne mette 1000, e che chi contribuisce con
100.000 euro abbia più potere di chi lo fa con 10.000. La cosa da evitare è che
chi mette decine o centinaia di milioni di euro disponga di tutti i poteri. Al tempo
stesso i media beneficerebbero della riduzione fiscale riservata alle donazioni, il
che consentirebbe di sostituire l’opaco sistema di aiuti alla stampa con un tipo di
sostegno neutro e trasparente. Al di là del caso specifico dei media, il nuovo
modello è anche un modo per ripensare la nozione stessa di proprietà privata e la
possibilità di un superamento democratico del capitalismo.
7 J. Cagé, Sauver les Médias. Capitalisme, Financement Participatif et Démocratie, Paris, Seuil, 2015.
SOSTEGNO AD ANTOINE DELTOUR, INFORMATOR
LUXLEAKS

(Petizione promossa da: Daniel Cohn-Bendit, Thomas Piketty, Eva Joly e


Edward Snowden)

9 marzo 2015

Noi sosteniamo Antoine Deltour, perseguito dalle autorità lussemburghesi per


aver trasmesso a un giornalista il contenuto di accordi fiscali confidenziali
firmati dai sevizi fiscali del granducato.
Assunto presso una grande società di revisione internazionale, Antoine ha
scoperto un sistema di evasione fiscale di grande impatto, approvato dallo Stato
lussemburghese. Sotto un manto di legalità, le pratiche adottate sfruttano le
insufficienze dell’attuale quadro di controllo per sottrarre somme di enorme
portata alle entrate fiscali di determinati Stati, a danno dei cittadini. Persona
discreta e mite, impiegato efficiente e apprezzato dai colleghi, Antoine Deltour
non ha voluto mancare di rispetto al suo ex datore di lavoro o al granducato del
Lussemburgo, ha solo voluto denunciare un’ingiustizia sistemica. Ha agito in
maniera disinteressata – e ora rischia fino a cinque anni di carcere e 1.250.000
euro di ammenda –, al solo scopo di portare alla luce, onde favorire un pubblico
dibattito, queste inique pratiche fiscali.
Le sue rivelazioni hanno infatti profondamente modificato i termini del
dibattito sul sistema fiscale internazionale. In gran fretta, i ministri delle Finanze
di Germania, Francia e Italia hanno scritto alla Commissione europea
invitandola a prendere misure urgenti. In dicembre, Pierre Moscovici,
commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, ha dichiarato che
LuxLeaks ha “creato un’opportunità e una responsabilità politica, pronta fin
d’ora ad assumersi ogni impegno in materia di armonizzazione fiscale”. La
Commissione europea ha fatto della lotta contro la frode e l’evasione fiscali
un’assoluta priorità politica e proporrà, in marzo, un pacchetto di misure sulla
trasparenza fiscale.
D’altra parte, il Parlamento europeo, il 12 febbraio, in seguito al caso
LuxLeaks, ha approvato la creazione di una commissione speciale d’indagine.
La commissione non ha gli ampi poteri della commissione d’inchiesta proposta
da circa duecento deputati parlamentari europei, ma ha ricevuto comunque un
mandato preciso e permetterà a quarantacinque commissari di indagare, per sei
mesi, su eventuali violazioni del diritto fiscale europeo. Tali conseguenze
politiche dimostrano che la divulgazione dei documenti LuxLeaks va
manifestamente incontro al pubblico interesse. E noi ci congratuliamo con
Antoine Deltour per aver avuto il coraggio di lanciare l’allarme, in modo del
tutto disinteressato. Da questa tribuna, noi dichiariamo che il procedimento
giudiziario di cui è fatto oggetto Antoine Deltour è politicamente ingiusto ed
eticamente inaccettabile, perché Antoine Deltour ha agito da cittadino
responsabile e ha reso un grande servizio all’interesse generale della popolazione
europea.

Tra i firmatari: Hervé Falciani, informator SwissLeaks; Yann Galut, deputato


PS; Stéphanie Gibaud, informator UBS; Cédric Perrin, senatore UMP; Denis
Robert, giornalista e scrittore…

Per condividere e sostenere la nostra iniziativa:


https://www.change.org/p/soutenons-antoine-deltour-luxleaks-support-antoine e
https://www.support-antoine.org.

Firmato: Daniel Cohn-Bendit, Thomas Piketty, Eva Joly e Edward Snowden.


LA DOPPIA PUNIZIONE DELLE CLASSI POPOLARI

23 marzo 2015

Perché le classi popolari, un po’ ovunque, prendono le distanze dai partiti di


governo e in particolare dai partiti di centrosinistra che avrebbero il compito di
difenderle? Semplicemente perché questi non le difendono più, e da un bel po’ di
tempo. Nel corso degli ultimi decenni, le classi popolari hanno subito
l’equivalente di una doppia punizione, sia economica sia politica. Lo sviluppo
economico non ha certo favorito i gruppi sociali più svantaggiati dei paesi
sviluppati: fine dell’eccezionale crescita dei “Trente Glorieuses”,
deindustrializzazione, ascesa dei paesi emergenti, cancellazione, al Nord, di
posti di lavoro poco e mediamente qualificati. Il secondo problema è che un tale
corso politico non ha fatto che inasprire le tendenze in atto. Si sarebbe potuto
pensare che le istituzioni pubbliche, i sistemi di protezione sociale, le politiche
adottate nel loro complesso si adeguassero alla nuova realtà, chiedendo di più ai
beneficiari del nuovo corso, per provvedere con maggiore energia ai gruppi
sociali più colpiti. Invece è accaduto l’esatto contrario.
Da un lato, a causa di una concorrenza intensificata tra paese e paese, i
governi nazionali si sono concentrati sempre più sui contribuenti più “mobili”
(salariati altamente qualificati e mondializzati, detentori di capitali) a danno dei
gruppi considerati “stagnanti” (classi popolari e ceti medi). E ciò ha riguardato
tutto un insieme di politiche sociali e di servizi pubblici: investimenti sull’alta
velocità contro il degrado dei collegamenti ferroviari regionali, filiere educative
d’élite contro scuole e università lasciate a se stesse ecc. Il tutto, naturalmente, in
relazione ai finanziamenti complessivi. Dall’altro, dopo gli anni ottanta, la
progressività dei sistemi fiscali è stata fortemente ridotta: i tassi applicabili ai
redditi più elevati sono stati massicciamente abbassati, mentre le imposte
indirette che colpiscono i meno abbienti sono state gradualmente aumentate.
La deregulation finanziaria e la liberalizzazione dei flussi di capitali, senza
alcuna contropartita, hanno finito per accentuare questo tipo di economia.
E le istituzioni europee, tutte orientate verso il principio di una concorrenza
sempre più pura e più perfetta tra territorio e territorio e paese e paese, senza uno
zoccolo fiscale e sociale comune, hanno a loro volta rafforzato la tendenza. È un
fenomeno ben visibile se si considera l’imposta sugli utili delle società: a partire
dagli anni ottanta, in Europa, il suo tasso è stato dimezzato. Occorre inoltre
precisare che le maggiori società sfuggono spesso all’imposizione del tasso
ufficiale, come ha rivelato di recente lo scandalo LuxLeaks. In pratica, le piccole
e medie imprese si trovano a pagare tassi molto superiori ai tassi ai quali sono
sottoposti i grandi gruppi detentori di grossi capitali. Più tasse, meno servizi
pubblici: come stupirsi che le classi popolari e i ceti medi, le fasce più colpite, si
sentano abbandonate? È proprio questo senso di abbandono ad alimentare il voto
all’estrema destra e l’ascesa del tripartitismo, sia all’interno sia all’esterno
dell’eurozona (come in Svezia). Che cosa fare, allora?
In primo luogo riconoscere che, senza una rifondazione sociale e democratica
radicale, la costruzione europea diventerà agli occhi dei più svantaggiati sempre
più indifendibile. La lettura del rapporto dedicato di recente dai “quattro
presidenti” (Commissione, BCE, Consiglio, Eurogruppo) al futuro dell’eurozona
è, da questo punto di vista, particolarmente deprimente. L’idea generale è che le
“riforme strutturali” (meno rigidità sul mercato del lavoro e dei beni) capaci di
risolvere il problema sono ben note, e sarebbe sufficiente trovare i mezzi per
imporle. Si tratta di una diagnosi assurda: se negli ultimi anni la disoccupazione
è salita in maniera esponenziale – mentre è scesa moltissimo negli Stati Uniti – è
soprattutto perché gli Stati Uniti hanno saputo dar prova di una maggiore
elasticità finanziaria per rilanciare la macchina in panne.
A bloccare l’Europa sono innanzitutto i vincoli antidemocratici: rigidità dei
criteri di bilancio, regola dell’unanimità sulle questioni fiscali. E, ancor più,
l’assenza di un investimento sul futuro. Esempio emblematico: il programma
Erasmus ha il merito di esistere, ma è ridicolmente sottodotato (2 miliardi di
euro l’anno, contro 200 miliardi di euro riservati agli interessi sul debito), mentre
l’Europa dovrebbe investire in misura massiccia nell’innovazione, nei giovani e
nelle università. Se non si trova alcun compromesso per rifondare l’Europa, i
rischi di una sua esplosione diventano reali. Per quanto riguarda la Grecia, è
chiaro che certi leader tentano di spingere il paese verso l’uscita dall’eurozona:
tutti sanno benissimo che gli accordi del 2012 sono inapplicabili (la Grecia non
rimborserà il 4% del PIL in eccedenza primaria per decenni), eppure ci si rifiuta
di rinegoziare. In merito a tutti questi temi, la totale assenza di proposte francesi
si fa assordante. Non possiamo aspettare senza far nulla le elezioni regionali di
dicembre e l’avvento al potere, in molte regioni francesi, dell’estrema destra.
I DEBITI VANNO SEMPRE PAGATI?

20 aprile 2015

Per alcuni la questione è semplice: i debiti vanno sempre rimborsati, non


esiste alternativa alla penitenza, soprattutto quando tutto quanto è scritto,
scolpito nel marmo dei trattati europei. Eppure una rapida occhiata alla storia del
debito pubblico, tema appassionante e ingiustamente trascurato, dimostra che le
cose sono molto più complesse.
Prima buona notizia: in passato è esistito un debito pubblico ben superiore a
quello oggi esistente, e se ne è usciti facendo ricorso a una notevole varietà di
metodi. Da un lato, si può rilevare un metodo lento, che mira ad accumulare con
pazienza eccedenze di bilancio onde rimborsare un po’ per volta gli interessi fino
a esaurire la massa del debito; dall’altro, si può rilevare una serie di metodi
veloci, che mirano ad accelerare il processo: inflazione, imposta eccezionale sui
capitali, cancellazione pura e semplice.
Un caso particolarmente interessante è quello della Germania e della Francia,
le quali nel 1945 si trovano con un debito pubblico dell’ordine di due annualità
di PIL (200% del PIL), vale a dire un livello ancora più elevato di quello che
affligge attualmente la Grecia o l’Italia. A partire dai primi anni cinquanta, il
debito tedesco e francese è sceso a meno del 30% del PIL. Una riduzione così
rapida non sarebbe stata evidentemente possibile con l’accumulo paziente degli
attivi di bilancio. I due paesi utilizzano infatti l’intera gamma dei metodi veloci.
L’inflazione, molto forte tra il 1945 e il 1950 su entrambe le sponde del Reno,
svolge un ruolo decisivo. Al momento della Liberazione, la Francia istituisce
inoltre un’imposta eccezionale sul capitale privato, una tassa che raggiunge per i
patrimoni più elevati il 25% e il 100% per i maggiori arricchimenti registrati tra
il 1940 e il 1945. I due paesi utilizzano anche varie forme di “ristrutturazione del
debito”, termine tecnico impiegato eufemisticamente dagli uomini d’affari per
designare la parziale o totale cancellazione del debito dovuto (si parla, più
prosaicamente, di haircut). Per esempio, nel corso dei famosi accordi di Londra
del 1953, viene condonato alla Germania l’essenziale del debito estero. Sono
questi metodi veloci di riduzione del debito – in particolare l’inflazione – ad
aiutare Francia e Germania nella ricostruzione e nella crescita del dopoguerra,
appunto senza il pesante fardello del debito. Per cui i due paesi, già negli anni
cinquanta e sessanta, possono investire nelle infrastrutture pubbliche: scuola e
sviluppo. Ebbene, oggi sono proprio questi due paesi a spiegare al Sud Europa
che i debiti pubblici vanno rimborsati fino all’ultimo euro, senza ricorrere
all’inflazione e a misure eccezionali.
Attualmente la Grecia sarebbe in leggero avanzo primaria: i greci pagano un
po’ di più sotto forma di tasse di quanto ricevano sotto forma di spesa pubblica.
Dopo gli accordi europei del 2012, si stima che la Grecia debba produrre
un’enorme eccedenza – pari al 4% del PIL – per vari decenni, se vuole rimborsare
il debito accumulato. Si tratta di una strategia assurda, che, come si diceva,
Francia e Germania non hanno, per loro fortuna, mai dovuto applicare a se
stesse.
Di tale straordinaria amnesia storica la Germania porta evidentemente una
pesante responsabilità. E, anche in Francia, non si sarebbero mai potute adottare
decisioni del genere se il paese vi si fosse opposto. I governi francesi – prima di
destra e poi di sinistra – che si sono succeduti, non sono stati in grado di valutare
la situazione e di proporre un’autentica rifondazione democratica dell’Europa.
Per il loro miope egoismo, Germania e Francia maltrattano il Sud Europa e,
contestualmente, maltrattano se stesse. Con un debito pubblico prossimo al
100% del PIL, un’inflazione nulla e una crescita debole, anche loro
impiegheranno decenni a ritrovare capacità d’azione e d’investimento nel futuro.
La cosa più assurda è che il debito europeo del 2015 è costituito perlopiù dal
debito interno, proprio come quello del 1945. Il fenomeno dell’incrocio di
capitali, per cui ciascun paese detiene una quota di debito dell’altro paese, ha
sicuramente raggiunto proporzioni inedite: i risparmiatori delle banche francesi
detengono una parte del debito tedesco e italiano, gli istituti finanziari tedeschi e
italiani possiedono una buona parte del debito francese, e così via. Considerando
l’eurozona nel suo insieme, possiamo dire che ci possediamo a vicenda. Di più:
gli attivi finanziari che deteniamo al di fuori dell’eurozona sono più elevati di
quelli che il resto del mondo detiene nell’eurozona.
Anziché rimborsare per decenni a noi stessi il debito reciproco, non
dovremmo organizzarci in modo diverso? È questo, però, un compito cui solo
noi possiamo assolvere.
PRIME D’ACTIVITÉ: ANCORA UNA RIFORMA SBAGLIATA

18 maggio 2015

Con il prime d’activité (premio per l’attività svolta), il governo sta per firmare
una delle riforme più sbagliate del quinquennio, pari solo al varo di
quell’inverosimile guazzabuglio che si chiama CICE e che punta grosso modo a
rimborsare con un anno di ritardo una parte dei contributi da parte del datore di
lavoro pagati un anno prima, con, nella partita di giro, una perdita enorme legata
all’illeggibilità del dispositivo. In entrambi i casi si ritrova la stessa mescolanza
di improvvisazione, incompetenza e cinismo, questa volta a danno dei salariati.
A causa del rifiuto di ogni riforma fiscale ambiziosa, il governo si è chiuso da
solo la strada che porterebbe alle migliori soluzioni, e sta ovviamente adottando
la soluzione peggiore. La buona notizia è che il dispositivo può ancora essere
migliorato. Basterebbe soltanto che i deputati socialisti smettessero di
comportarsi in modo meramente passivo come una camera di registrazione.
Di cosa si tratta? Con il prime d’activité il governo intende fondere due
politiche – il PPE e il RSA –, entrambe destinate a recare un complemento di
reddito ai lavoratori a basso salario, ed entrambe mal funzionanti.
Il vantaggio del PPE consiste nel suo automatismo: quando il salariato soddisfa
le condizioni previste, in termini di salario e di situazione familiare, e spunta la
casella corrispondente nella dichiarazione dei redditi, ha automaticamente diritto
a percepire il PPE. Il problema è che siamo l’unico paese sviluppato a non aver
generalizzato il prelievo alla fonte, e dunque a dover amministrare l’imposta sul
reddito con un anno di ritardo, per cui anche il PPE viene versato con un anno di
ritardo. Non solo. Dopo averlo aumentato nei primi anni 2000, i governi che si
sono succeduti dal 2008 in poi hanno congelato l’adeguamento dell’importo del
PPE, il che ha loro permesso di accumulare un risparmio di miliardi a danno dei
lavoratori a basso salario.
Il RSA presenta il problema inverso. Creato nel 2009 per spingere i titolari del
RMI ad accettare un lavoro a basso salario, viene gestito dalla cassa per gli
assegni familiari, la quale, in teoria, può correggere gli importi ogni trimestre.
Tuttavia la maggioranza dei salariati interessati non ne fa domanda, sicuramente
perché la procedura è complicata e penalizzante al tempo stesso. Secondo le
stime ufficiali, solo un terzo dei salariati interessati percepisce effettivamente il
RSA a cui ha diritto. E anche questa anomalia ha consentito ai governi che si sono
susseguiti dal 2008 a oggi di risparmiare grosse somme a danno dei più deboli,
nell’indifferenza generale.
Che cosa sta proponendo, oggi, il governo? In parole povere, di sopprimere
tutto per un premio di attività che funzionerà come l’attuale RSA. In altri termini,
il governo ha scelto di generalizzare un sistema in cui la percentuale di chi vi
ricorre è ridicolmente bassa. Sapendo benissimo che a milioni di salariati a basso
salario non toccherà un bel niente, il governo integra questo niente nei suoi conti
e continua per la sua strada.
Che cosa si dovrebbe fare? Come minimo iniziare, per i salariati il cui prime
d’activité sarà inferiore al CSG e ai contributi prelevati alla fonte, con
l’introdurre, anziché il prime d’activité, un ribasso del CSG e dei contributi. In tal
modo, tutti i salariati interessati disporranno di una crescita del salario netto
mensile, e spariranno tutti i problemi relativi al mancato ricorso al RSA.
Facciamo un esempio concreto, che riguarda milioni di persone. Un salariato
con un contratto SMIC a tempo pieno dispone di un salario lordo di circa 1460
euro mensili. Dai quali bisogna dedurre più di 300 euro di CSG e contributi
previdenziali (in totale circa il 22% del salario lordo), di cui quasi 120 euro per il
solo CSG (8% del salario lordo), per cui il salario netto effettivamente percepito è
di 1140 euro. Con il prime d’activité, un salariato single con un contratto SMIC a
tempo pieno percepirà 130 euro al mese come premio d’attività (sempre che lo
richieda).
Che senso ha ridurre ufficialmente il salario netto dei salariati SMIC di oltre
300 euro al mese – prelievo alla fonte – per poi restituire loro aleatoriamente 130
euro al mese a titolo di prime d’activité? Non sarebbe preferibile ridurre il CSG e
i contributi di 130 euro al mese a livello SMIC? La cosa, tra l’altro, aiuterebbe a
mettere in chiaro che i lavoratori a basso salario sono cittadini come gli altri, i
quali tra l’altro pagano tasse molto pesanti (CSG, contributi, IVA e altre imposte
indirette), spesso molto più pesanti di tanti evasori fiscali e di tanti privilegiati, e
non cittadini di serie B che vivono di carità pubblica e di assistenza.
Allora, perché il governo non intende impegnarsi in questa direzione,
iniziando con l’istituzione di un’aliquota ridotta di CSG per i bassi salari? Una
tale aliquota ridotta esiste già per le basse pensioni e – basta che i deputati lo
decidano – lo stesso sistema potrebbe tranquillamente essere esteso ai salariati.
La verità è che il governo teme di trovarsi invischiato a poco a poco in una
riforma fiscale che ha sì promesso, ma che ha scelto di rinviare all’infinito.
Salvo privare del loro diritto milioni di salariati meno abbienti.
LAICITÀ E DISUGUAGLIANZA: L’IPOCRISIA FRANCESE

15 giugno 2015

In materia di religioni, come in molte altre, ogni paese ama recitare la propria
parte sui grandi palcoscenici nazionali in rappresentazioni che sono certo
indispensabili per dare un senso al nostro destino collettivo ma che, troppo
spesso, servono soprattutto a mascherare le nostre ipocrisie. In tema di religione,
dunque, la Francia ama presentarsi al mondo come un modello di equilibrio, di
tolleranza e di rispetto per le diverse fedi, senza privilegiarne alcuna: un
presidente non presterebbe mai giuramento sulla Bibbia!
La verità è ben più complessa. In Francia la questione religiosa ha avuto come
esito che il potere pubblico si facesse carico, in misura massiccia, delle scuole
confessionali cattoliche in una proporzione superiore a quella di quasi tutti gli
altri paesi. Siamo anche gli unici al mondo ad aver deciso di chiudere le scuole
un giorno la settimana (dal 1882 al 1972 il giovedì, dal 1972 a oggi il mercoledì)
per riservarlo all’insegnamento del catechismo: un giorno poi reintegrato – in
parte e solo da pochissimo tempo – nell’orario scolastico normale. È un’eredità
pesante, che ha lasciato tracce e ambiguità di vasta portata. Per esempio, le
scuole private cattoliche già esistenti sono massicciamente finanziate dal
contribuente, mentre le condizioni di apertura di nuove scuole private di altre
confessioni non sono mai state chiarite, il che crea gravi tensioni in presenza
della richiesta di scuole confessionali musulmane. Così come non vengono
ufficialmente sovvenzionati i luoghi di culto, salvo nel caso di edifici costruiti
prima della legge del 1905.
E pazienza se la mappa della pratica religiosa è da allora completamente
cambiata! Pazienza se le moschee trovano oggi ospitalità nelle cantine! Il caso
recente delle studentesse musulmane rispedite a casa per via della gonna troppo
lunga ha anche evidenziato fino a che punto si sia arrivati con la legge sul
divieto dei simboli religiosi manifesti. Come si spiegano, da un lato, il permesso
di esprimere ogni personale convinzione con “uniformi” specifiche – per
esempio gonne cortissime o pieghettate, capelli tinti in stile punk, t-shirt
d’impronta rock o rivoluzionaria – e dall’altro il divieto di esprimere le proprie
convinzioni religiose?
In realtà, a parte il viso totalmente coperto (che impedisce l’identificazione) e
di certe parti del corpo troppo ampiamente scoperte (indecenza che, a quanto
pare, minaccerebbe la quiete pubblica), sarebbe sicuramente saggio lasciare la
scelta dell’abbigliamento e degli accessori alla libertà di ciascuno. Laicità
significa poter trattare la religione come un’opinione tra le altre, né più né meno:
un’opinione o, meglio, una credenza, che è possibile deridere come le altre, che
è magari possibile parodiare, ma che si ha anche il diritto di esprimere, con il
linguaggio come con l’abbigliamento. L’ipocrisia francese più sfacciata riguarda
comunque il rifiuto di riconoscere la colossale discriminazione professionale
oggi subita dalle giovani generazioni di origine o confessione musulmana. Una
serie di studi, condotti in particolare da Marie-Anne Valfort, l’ha appena
denunciata a chiare lettere e in maniera agghiacciante. Il protocollo è semplice:
si inviano dei falsi curriculum come risposta a migliaia di offerte di lavoro,
modificando il nome e le caratteristiche identitarie, e si rilevano le percentuali di
risposta. I risultati sono deprimenti. Quando il nome suona musulmano e,
soprattutto, quando il candidato è di sesso maschile, la percentuale di risposta
cala in misura considerevole. Peggio ancora: il fatto di essere passati attraverso
le migliori filiere educative, di aver effettuato i migliori stage possibili ecc., non
incide quasi minimamente sulla percentuale di risposta riscontrata dai ragazzi di
origine musulmana. In altri termini, la discriminazione è ancora più forte per chi
è riuscito a soddisfare tutte le condizioni ufficiali in vista di un esito positivo, a
corrispondere a tutti i codici… salvo quelli che il candidato non può modificare.
La novità dello studio di Valfort è che esso si basa su migliaia di offerte di
lavoro tipiche delle piccole e medie imprese (per esempio gli impieghi da
contabile). Il che dimostra senza ombra di dubbio perché i risultati sono molto
più negativi – e purtroppo più probanti – di quelli ottenuti consultando l’esiguo
numero di grandi imprese multinazionali studiate in passato. Che cosa fare, a
questo punto? In primo luogo prendere coscienza dell’ampiezza della nostra
ipocrisia collettiva e dare la massima visibilità a questo tipo di studi. In secondo
luogo trovare nuove risposte.
Applicato in modo sistematico a tutte le procedure di assunzione, il
curriculum anonimo non è forse la soluzione miracolosa che ci si poteva
aspettare (è un po’ come lottare contro il sessismo nelle imprese impedendo gli
incontri spontanei tra i sessi), ma è una pista che non deve essere totalmente
abbandonata. È possibile, per esempio, pensare di generalizzare questo tipo
d’invio di curriculum fittizi per poi riuscire a far comminare pene esemplari in
determinate azioni giudiziarie. Più in generale, occorre mettere in campo tutte le
risorse necessarie (sostegno in sede giurisdizionale ecc.) per fare applicare il
diritto e punire la discriminazione. Le grandi recite nazionali e il
conservatorismo dominante non devono costituire un freno per nessun tipo
d’immaginazione.
INDICE


Il futuro dell’Europa si gioca ad Atene

Tavola delle abbreviazioni


VIVA MILTON FRIEDMAN!

2004-2006


PS: finalmente il chiarimento

20 settembre 2004
Sarkozy all’assalto delle successioni

18 ottobre 2004
Sarkozy: otto mesi di caos a Bercy

15 novembre 2004
Contratto di lavoro: Borloo incespica

13 dicembre 2004
Una cattiva scelta per la ricerca

10 gennaio 2005
Quote: come pescare la carta sbagliata

7 febbraio 2005
Il prezzo di un bambino

7 marzo 2005
Verso un sistema fiscale internazionale?

4 aprile 2005
Bolkestein, non Frankenstein

2 maggio 2005
Dai portoghesi ai polacchi

30 maggio 2005
Uscire dalla trappola blairista

27 giugno 2005
Riforma dell’imposta su reddito: scommettiamo!

12 settembre 2005
Stallo tedesco

10 ottobre 2005
Un congresso del PS che elude le questioni delicate

7 novembre 2005
ZEP: la discriminazione positiva alla francese

5 dicembre 2005
Bisogna tassare il valore aggiunto?

30 gennaio 2006
Successioni, la libertà mediante tassazione

27 febbraio 2006
Riflettere su un nuovo CDI?

27 marzo 2006
Il PS s’interroga sul fisco

29 maggio 2006
Imposta finalizzata, zona minata

12 giugno 2006
Abolire l’imposta di successione?

20 agosto 2006
Del buon uso della concorrenza scolastica

25 settembre 2006
La corsa a perdifiato del salario minimo garantito

23 ottobre 2006
Viva Milton Friedman

20 novembre 2006
Cala il potere d’acquisto?

18 dicembre 2006
MILLE MILIARDI DI DOLLARI

2007-2009


Opposizione sì… ma quanto efficace?

15 gennaio 2007
Impossibile promessa fiscale

12 febbraio 2006
Le elezioni presidenziali sui banchi di scuola

12 marzo 2007
Il machismo economico

9 aprile 2007
Mai più una cosa simile

10 maggio 2007
Proprietari: l’assurda sovvenzione

4 giugno 2007
L’IVA per finanziare la previdenza, una falsa risposta

27 agosto 2007
Dividendi: la chiusura del cerchio

22 ottobre 2007
Pensioni: benvenuti nel 2008!

19 novembre 2007
Il supplizio delle 35 ore

17 dicembre 2007
Civiltà o fiducia delle famiglie

14 gennaio 2008
Attali, più blabla di Attila

11 febbraio 2008
Duello Clinton-Obama sulla salute, piaga americana per eccellenza

10 marzo 2008
Rigore o riforma?

7 aprile 2008
Pensioni: alt ai rattoppi

6 maggio 2008
Royal-Delanoë: contenuti presto!

2 giugno 2008
Reddito di solidarietà attiva: l’impostura

2 settembre 2008
Si devono salvare i banchieri?

30 settembre 2008
Mille miliardi di dollari

28 ottobre 2008
Come si vota nel Partito socialista?

25 novembre 2008
Bisogna abbassare l’IVA?

23 dicembre 2008
Obama-Roosevelt: un’analogia fallace

20 gennaio 2009
Autonomia delle università: l’impostura

17 febbraio 2009
Profitti, salari e disuguaglianze

17 marzo 2009
Il disastro irlandese

14 aprile 2009
Banche centrali all’opera

12 maggio 2009
Disuguaglianze dimenticate

9 giugno 2009
I misteri della carbon tax

7 luglio 2009
Le lezioni fiscali del caso Bettencourt

8 settembre 2009
Fine del PIL, ritorno al reddito nazionale

6 ottobre 2009
Abbasso le imposte imbecilli!

3 novembre 2009
Con la crisi, chi sarà a guadagnare?

1° dicembre 2009
Con o senza programma?

29 dicembre 2009
LILIANE BETTENCOURT PAGA LE TASSE?

2010-2014


Il giudice costituzionale e l’imposta

26 gennaio 2010
Profitti record delle banche: un caso politico

23 febbraio 2010
No, i greci non sono pigri

23 marzo 2010
Pensioni: ricominciamo tutto da capo

20 aprile 2010
L’Europa contro i mercati

18 maggio 2010
Ripensare le banche centrali

15 giugno 2010
Liliane Bettencourt paga le tasse?

13 luglio 2010
Pensioni: finalmente il 2012!

14 settembre 2010
Elementi per un dibattito sereno sull’ISF

12 ottobre 2010
Dobbiamo aver paura della Federal Reserve?

9 novembre 2010
Lo scandalo del salvataggio delle banche irlandesi

7 dicembre 2010
Il falso dibattito sulle 35 ore

11 gennaio 2011
I quattro punti chiave della rivoluzione fiscale

8 febbraio 2011
Regolare (una buona volta) le procedure dei sondaggisti

8 marzo 2011
Giappone: ricchezza privata, debito pubblico

5 aprile 2011
ISF: basta con le menzogne di Stato

3 maggio 2011
Una riforma fiscale per rivalutare il lavoro

31 maggio 2011
Grecia: per una tassa bancaria europea

28 giugno 2011
Aubry-Hollande: ancora uno sforzo!

6 settembre 2011
Quando Bercy manipola la stampa

27 settembre 2011
Povero come Jobs

25 ottobre 2011
Ripensare (in fretta) il progetto europeo

22 novembre 2011
Il protezionismo: un’arma utile… in mancanza di meglio

20 dicembre 2011
CSG progressivo contro IVA previdenziale

17 gennaio 2012
Divergenze franco-tedesche

14 febbraio 2012
Università: le menzogne di Sarkozy

13 marzo 2012
Il vuoto sarkozista

10 aprile 2012
François Hollande, un nuovo Roosevelt per l’Europa?

8 maggio 2012
Un’unica soluzione: il federalismo

5 giugno 2012
Quale federalismo? Per fare cosa?

4 luglio 2012
Agire, e in fretta!

25 settembre 2012
Deputati indifendibili

24 ottobre 2012
Il socialismo pasticcione

20 novembre 2012
Merkhollande ed eurozona: un egoismo miope

18 dicembre 2012
Viva la scuola di mercoledì!

29 gennaio 2013
Elezioni italiane: la responsabilità dell’Europa

26 febbraio 2013
Per un’imposta europea sui patrimoni

26 marzo 2013
La duplice menzogna di Jérôme Cahuzac

23 aprile 2013
UE: “La tiritera continua”

17 maggio 2013
Schiavitù: un risarcimento grazie alla trasparenza

21 marzo 2013
Cambiare l’Europa per superare la crisi

18 giugno 2013
La crescita potrà salvarci?

24 settembre 2013
FMI: ancora uno sforzo!

22 ottobre 2013
Il crac silenzioso dell’università

19 novembre 2013
Dalla scuola all’università, opacità e disuguaglianza

17 dicembre 2013
François Hollande, “socialmaldestro”a ripetizione

28 febbraio 2014
“Libé”: che cos’è libertà?

25 febbraio 2014
François Hollande, il testardo

25 marzo 2014
Dell’oligarchia in America

22 aprile 2014
Alle urne, cittadini!

20 maggio 2014
2015: QUANTE CRISI ANCORA CI VORRANNO PER SMUOVERE L’EUROPA?

2014-2015


Dall’Egitto al Golfo, una polveriera di disuguaglianze

16 giugno 2014
Del costo esorbitante di essere un piccolo paese

8 settembre 2014
CICE, il meccanismo perverso di Hollande

6 ottobre 2014
Il capitale a Hong Kong?

3 novembre 2014
Il capitale di Carlos Fuentes

1° dicembre 2014
2015: quante crisi ancora ci vorranno per smuovere l’Europa?

29 dicembre 2014
Estendere la rivoluzione democratica al resto d’Europa

26 gennaio 2015
Salvare i media

23 febbraio 2015
Sostegno a Antoine Deltour, informator LuxLeaks

(Petizione promossa da: Daniel Cohn-Bendit, Thomas Piketty, Eva


Joly e Edward Snowden)
9 marzo 2015

La doppia punizione delle classi popolari


23 marzo 2015

I debiti vanno sempre pagati?


20 aprile 2015

Prime d’activité: ancora una riforma sbagliata


18 maggio 2015

Laicità e disuguaglianza: l’ipocrisia francese


15 giugno 2015

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