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GIORGIO COLOMBO TACCANI

1) Tutti i brani presentano un grado molto spinto di virtuosismo strumentale: è questo


un tratto distintivo del suo comporre?

Sì, pur non essendo una caratteristica espressamente voluta, quanto legata alla
mobilità discorsiva che spesso caratterizza i miei lavori e che prevede una tavolozza
di colori estremamente varia e mutevole. I metronomi spesso agitati e la frequente
aggressività dei gesti rendono di certo impegnativa l’esecuzione di quanto scrivo,
pur cercando io di limitarne al massimo la difficoltà.

2) Quanto attenzione porge a quanto avviene, musicalmente, fuori dall’Italia?


Secondo lei, il fenomeno della globalizzazione, dell’indistinto culturale, ha coinvolto
anche la musica?

Alla prima domanda voglio sperare che ogni compositore dotato di un minimo di
buon senso e di curiosità risponda di avere le orecchie sempre ben aperte verso
qualsiasi percorso musicale, qualunque sia la sua provenienza. Nei limiti del
possibile è ciò che io cerco di fare, ascoltando fra l’altro prevalentemente musiche
lontane da quanto io scriva. Per la seconda questione occorrerebbe avviare un
discorso ampio, relativo ai diversi generi musicali. Se altrove l’uniformità pare aver
raggiunto livelli inquietanti nell’ambito della musica contemporanea – ed in
particolare nell’ambiente Italiano – l’apertura ad esperienze diverse, sia per
provenienza geografica sia per ambito, ha comportato un rinnovamento linguistico e
una nuova varietà di posizioni precedentemente impensabili. Non indistinzione
quindi, rimanendo spesso ben riconoscibili le provenienze culturali delle varie opere,
bensì fecondo scambio di esperienze.

3) Le propongo questa affermazione di Dahlhaus: “il ripudio del concetto adorniano


di materiale, la rinuncia alla pretesa di captare con i suoni la sostanza del momento
storico, il venire meno della convinzione di essere sostenuti da un processo di
sviluppo interdisciplinare analogo alle scienze, e infine la perdita di illusione di poter
intervenire con la musica nella prassi politica, si possono forse comprendere meglio
[...] se le consideriamo come tappe di un unico processo definibile come [...] declino
di quella categoria della sperimentazione che ha informato gran parte del pensiero
musicale dell'avanguardia nel secondo dopoguerra” (in Komponieren heute, Schott,
1983, pp. 80-94). Potrebbe commentarla?

Escludendo il ripudio del concetto adorniano di materiale, sul quale prudentemente


non mi pronuncio esulando dalle mie competenze, posso dire di essere in sereno
disaccordo con tutte le successive affermazioni. Ritengo forse ingenuo pretendere di
farlo consapevolmente, ma i suoni captano la sostanza del momento storico
(essendolo), sono frutto di rapporti molteplici e biunivoci con altre esperienze vitali,
sono fatti profondamente politici (non certo con il semplicistico interventismo di
qualche decennio fa, naturalmente). Infine, la sperimentazione non è assolutamente
morta, ma, viva e vegeta, in mille rivoli diversi, lotta insieme a noi. E’ certamente
defunta - ma senza rimpianti - solo un’idea unica di avanguardia. Sarebbe ora che se
ne facessero una ragione sia i suoi pochi nostalgici sia soprattutto gli epigoni dei
detrattori di allora, sempre più impegnati a combattere fantasmi.

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