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Universale Laterza

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Titolo dell'edizione originale
Philosophy of Physical Science
© 1939, Cambridge University Press, Cambridge
Traduzione di Caro! Straneo

Nella « Biblioteca di Cultura Moderna »


Prima edizione, col titolo La filosofia della scienza fisica, 1941

Nella « Universale Laterza »


Nuova edizione, a cura di Maurizio Mamiani, 1984

Proprietà letteraria riservata


Gius. Laterza & Figli Spa - Roma-Bari
Arthur S. Eddington

FILOSOFIA DELLA FISICA

a cura di Maurizio Mamiani

Editori Laterza 1984


Finito di stampare nel gennaio 1984
nello stabilimento d'arti grafiche Gius. Laterza & Figli, Bari
CL 20-2384-9
ISBN 88-420-2384-1
PREFAZIONE
« È la ricerca che conta »
(A. S. Eddington).

Arthur Stanley Eddington, nato a Kendal il 28 di­


cembre 1882 e morto a Cambridge il 22 novembre 1944,
fu astronomo e fisico relativista. Eletto alla Royal Astro­
nomica! Society nel 1 906 e alla Royal Society nel 1 9 1 4 ,
fu presidente della prima dal 192 1 al 1 923 e della Phy­
sical Society and the Mathematical Association dal 1930
a l 1932. Figlio d i quaccheri e quacchero egli stesso per
tutta la vita, Eddington non si sposò ; professore plumiano
di astronomia a Cambridge dal 1 9 1 3 e direttore dell'os­
servatorio astronomico, abitò nella Observatory House
con la madre e la sorella, e qui rimase sino alla morte .
Nel 1 9 1 9 organizzò le due famose spedizioni di rileva­
mento dell'eclisse solare che fornirono la prima conferma
sperimentale della formula della relatività di Einstein per
la deviazione della luce in un campo gravitazionale.
In omaggio a un radicato pregiudizio degli storici della
scienza, che sarebbe probabilmente dispiaciuto all'autore,
le opere di Eddington vengono suddivise in tecniche e
non tecniche, ossia scientifiche e divulgative. Sotto que­
st'ultima etichetta vengono elencate anche le opere pro­
priamente filosofiche di Eddington, nelle quali l'autore,
più che divulgare i contenuti scientifici della sua ricerca
(come fece in Stars and Atoms, Oxford 1927), se ne av­
vale per iniziare un dibattito epistemologico tanto com-

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plesso e coinvolgente da essere ancora ben vivo e forse
più attuale di quando fu iniziato.
La Philosophy of Physical Science (Cambridge 1939},
che qui si presenta in nuova edizione, è il frutto più ma­
turo di questa tendenza, e va considerato tutt'altro che
un libro divulgativo . È vero, non ci sono formule mate­
matiche. Ma - come avverte Eddington nella breve In­
troduzione - l'essersi astenuto da formule matematiche
è stato fatto « non solo per il comune lettore, ma perché
è probabile che chi ha la mente troppo immersa nelle
formule matematiche, perda di vista ciò che noi qui stia­
mo ricercando ». Avendo un oggetto specifico di ricerca,
la Philosophy of Physical Science è dunque un lavoro
specializzato anche se di specie diversa da altri che Ed­
dington ha dato alle stampe, in particolare sulla teoria
matematica della relatività (Mathematical Theory of Re­
lativity, Cambridge 1 9 23 ) e sulla struttura delle stelle
(The Internai Constitution of the Stars, Cambridge 1926).
I l fatto è che Eddington vedeva continuità tra l a ricerca
scientifica e quella :filosofica, erede in questo di una tra­
dizione culturale che aveva posto le sue radici in Inghil­
terra fin dall'epoca della rivoluzione scientifica . Afferma
esplicitamente Eddington : « Non molto tempo fa la di­
sciplina ora chiamata fisica era nota come " :filosofia na­
turale ". Il fisico era in origine un :filosofo specializzato
in una particolare direzione. Ma egli non è l'unica vit­
tima della specializzazione. Con la separazione della fisica,
il corpo principale della filosofia ha subito un'amputa­
zione. [ . . . ] La filosofia naturale, sotto il nome di scienza,
ha continuato a essere un potente, forse anche un predo­
minante contributo alla :filosofia dell'uomo nel senso più
ampio - alla sua religio vitae. Sarebbe difficile additare
un qualsiasi sviluppo della filosofia accademica che abbia
avuto un'influenza sulle vedute dell'uomo tanto grande

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quanto lo sviluppo della teoria scientifica dell'evoluzione.
Negli ultimi venti anni è stata la volta della fisica di
riaffermarsi come filosofia naturale; e credo che il nuovo
contributo della fisica, se pienamente afferrato, non sia
meno significativo della dottrina dell'evoluzione » . Proprio
quest'ultimo intento - riaffermare la fisica come filosofia
naturale - costituisce la chiave di lettura del presente
libro, a partire dal titolo stesso. Ed è chiaro che lo sforzo
compiuto da Eddington per intendere la fisica moderna
come una filosofia della natura può essere giudicato di­
versamente a seconda che lo si interpreti come un ten­
tativo di impossibile ritorno al passato o come la ricerca
di una nuova via che conduca fuori dalle secche e dai mali
della specializzazione disciplinare .
È certo che Eddington si considerava un filosofo, e
non tanto nel senso generico del termine o perché cia­
scuno si deve sentire responsabile delle idee che sceglie
anche se non ne è l'autore : « Coloro, il cui lavoro risiede
negli sviluppi epistemologici della fisica moderna, devono
perciò essere considerati come specialisti in una delle parti
in cui è suddivisa la filosofia - una parte non lontana
dal cuore della materia ». Della filosofia Eddington ha
idee alquanto precise. Essa rappresenta, per così dire, il
tessuto connettivo generale di tutte le ricerche speciali e
investe l'esperienza umana nel suo complesso. Sarebbe un
errore isolarla dalle ricerche speciali (dalle scienze, dalle
arti . . . ) , ma sarebbe altrettanto erroneo mantenere que­
ste ultime nel loro più o meno splendido isolamento.
Partendo dalla fisica, ad esempio, si può e si deve esten­
dere la ricerca della conoscenza alla ricerca sulla natura
della conoscenza che si ricerca. L'anello tra scienza e filo­
sofia è saldato. Il sodalizio sarà - spera Eddington -
vantaggioso per entrambe: per la prima, che avrà final­
mente piena consapevolezza dei propri princìpi e metodi ;

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per la seconda, che acquisirà, grazie al controllo esercitato
dal metodo della prima, maggiore sicurezza e soprattutto
la capacità virtuale di uno sviluppo progressivo.
L'epistemologia costituisce l'anello che congiunge la
filosofia e la fisica secondo un preciso schema facilmente
ricavabile dalle prime pagine del presente libro :

filosofia (l)

epistemologia (2) ---+ epistemologia scientifica (3) ---+ fisica (4)
� � �
natura della natura della ---+ conoscenza
conoscenza dell'universo
fisico

La successione numerica corrisponde a una sempre


minore generalità, ma Eddington procede ovviamente se­
condo l'ordine inverso : « Non sarà necessario formulare
una definizione generale della conoscenza. Il nostro pro­
cedimento sarà di specificare un insieme particolare di
conoscenze più o meno largamente accettate, e di fare poi
uno studio epistemologico della loro natura . In modo
particolare, anche se non esclusivo, dobbiamo considerare
la conoscenza acquisita con i metodi della fisica » .
È opinione corrente che Eddington, come filosofo,
fosse idealista . Ed è probabile che egli stesso credesse
di esserlo . Se vogliamo tuttavia leggere questo suo libro
senza pregiudizi da manuale, dobbiamo concludere che
Eddington, qualunque fosse la sua personale convinzione,
non fu idealista più di tanto . Né possiamo sostenere che
fosse positivista o neokantiano o scettico . Si può dunque
essere filosofi senza etichetta ? Eddington sembra crederlo :
« Non è consigliabile, penso, tentare di descrivere una
filosofia fondata sulla scienza con le etichette dei sistemi
filosofici più vecchi . Accettare una tale etichetta, farebbe
sì che lo scienziato prendesse parte a controversie per
cui non ha alcun interesse, anche se non le condanna come

x
completamente senza significato. Ma se fosse necessario
scegliere una guida tra i filosofi del passato, non ci sa­
rebbe nessun dubbio che la nostra scelta cadrebbe su
Kant . Non accettiamo l'etichetta kantiana ; ma, come ri­
conoscimento, è giusto dire che Kant anticipò in note­
vole misura le idee a cui siamo ora spinti dagli sviluppi
moderni della fisica ».
Non aderendo a nessun sistema filosofico precostituito
e non accettando, se non per necessità, di scegliere una
guida tra i filosofi del passato (il riconoscimento tributato a
Kant suona qui più come un omaggio a una semplice, anche
se notevole, affinità di pensiero che a un'effettiva e positiva
influenza) , Eddington si espone ai rischi dell'eclettismo,
che è oggi quasi sinonimo di cattiva filosofia . Non cosi
agli inizi del pensiero moderno : gli eclettici erano allora
Galileo, Descartes, Gassendi, Newton, Locke, Leibniz.
Di fatto, eclettismo significava allora (e anche per Edding­
ton sembra che le cose stiano cosi) liberazione della ri­
cerca dal dogmatismo settario, rinuncia agli idola theatri.
Eddington, erede consapevole della tradizione filosofico-na­
turale inglese, giunge a proporre e a elaborare idee in sé
contrastanti che ogni buon filosofo accademico chiame­
rebbe incongruenze. Il fatto è che Eddington riconosce
di non essere l'autore delle idee che proclama (egli le ha
attinte un po' dappertutto ; le sue fonti principali : rela­
tività, teoria dei quanti, teoria matematica dei gruppi,
positivismo logico, il Russell della Introduction to Ma­
thematical Philosophy del 1 9 1 9 , ecc . ) , ma si sente re­
sponsabile solo del loro assemblaggio, vale a dire della
selezione e sintesi definitive.
L'assemblaggio, si sa, non implica omogeneità dei
costituenti ; spesso, come nell'orologio, il tutto funziona
in virtù dei moti contrastanti delle parti . Eddington de­
dica i primi otto capitoli del suo libro a costruire il con­
cetto di soggettivismo selettivo e poi, negli ultimi cin-

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que, si affanna a elaborare quello di struttura che ne
costituisce, in un certo senso, l'antitesi. E il tutto in pie­
na consapevolezza: «Ho esaltato due caratteristiche della
conoscenza del mondo esterno: [ .. ] a) essa è in parte
.

soggettiva, e b) essa è una conoscenza strutturale. In una


certa misura, queste sono due alternative; cioè, se mo­
striamo la conoscenza fisica nella forma puramente strut­
turale, fornita dalla teoria dei gruppi, eliminiamo una
gran parte dell'elemento soggettivo che appare nelle for­
mulazioni più comuni». Di fronte all'alternativa, Edding­
ton non sceglie uno dei due termini, ma li pone entrambi
in gioco. Non si tratta di una forma di irrazionalismo,
ma di una razionalità non intransigente. È questo soprat­
tutto che lo distingue dai positivisti logici; per quanto
importante sia demarcare, separare, limitare, non si deve
sottovalutare il rischio che queste scelte comportano,
cioè il rischio della chiusura della conoscenza che arre­
sterebbe la progressione della ricerca: «Sebbene sia piut­
tosto di moda, tra gli scrittori di scienza, dire che la
fisica non ha a che fare con la realtà oggettiva, sarebbe
pericoloso prenderli alla lettera. Evidentemente la dichia­
razione tende a chiudere la discussione, piuttosto che ad
affermare un principio, le cui implicazioni, di vasta por­
tata, invitino alla ricerca». Lasciare aperto il campo del
sapere, cioè non accettare princìpi che chiudono la di­
scussione, divenne l'imperativo fondamentale di Eddington
anche quando il suo atteggiamento gli alienò le simpatie
dei colleghi fisici. Scrive A. Vibert Douglas, alla voce
Eddington del Dictionary of Scientific Biography, che
mentre il suo soggettivismo selettivo fu « almost univer­
sally repudiated» la sua teoria logica della struttura fu
intesa come « a guiding illumination». Eppure l'una sen­
za l'altro risulta non solo incompleta, ma filosoficamente
sterile.
La diffidenza di Eddington verso le alternative o le

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demarcazioni nette è l'atteggiamento :filosofico più carat­
terizzante che ritroviamo nelle pagine della Philosophy of
Physical Science. Fin dall'inizio, Eddington, come si è
accennato, si rifiuta di dare una definizione precisa del
termine conoscenza. Definisce, è vero, la conoscenza fisica
come quella che ha la forma della descrizione di un
mondo e l'universo fisico, con un'eleganza tutta circolare,
come quel mondo descritto dalla conoscenza fisica. Se
ciò può dispiacere al logico «non è molto allarmante per
il fisico, il cui campo abbonda di questa specie di dipen­
denza circolare. Conosciamo una forza elettrica soltanto
per i suoi effetti su di una carica elettrica ; e conosciamo
le cariche elettriche soltanto nei termini delle forze elet­
triche che esse producono. È stato per molto tempo evi­
dente che questo non è un ostacolo alla conoscenza » .
La conoscenza in quanto tale non h a dunque nulla a che
fare con la certezza: «Se " conoscere " significa " esser
del tutto certi " il termine è di scarsa utilità per coloro
che desiderano non essere dogmatici » . Così «la valuta­
zione della certezza della conoscenza deve essere consi­
derata separata dallo studio della natura della conoscen­
za » . Ciò pone il problema dell'oggettività, cioè dell'esi­
stenza reale (qualunque cosa questa significhi ) come un
problema « aperto alla discussione » . Infatti «l'universo
fisico è definito come l'oggetto di un campo specifico di
conoscenza, proprio come Mr. Pickwick potrebbe venir
definito l'eroe di uno specifico romanzo. Un grande van­
taggio di questa definizione è che essa non pregiudica la
questione se l'universo fisico - o Mr. Pickwick - esi­
sta realmente. Quel che viene lasciato aperto alla discussio­
ne è se possiamo metterei d'accordo su una definizione di
ciò che " esiste realmente " » .
L a discussione, i n verità, occupa tutto il libro,
e alla fine, anche se sappiamo molto di più su Mr. Pick­
wick, ossia sull'universo fisico, dobbiamo confessare che

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Mr. Pickwick è es1st1to almeno per scelta di Dickens,
ossia dobbiamo accettare « come assiomatico che il mon­
do esterno debba avere un contenuto oggettivo».
L'alternativa soggetto-oggetto non è dunque una vera
alternativa. Ciò significa, in ultima istanza, che non è
possibile una distinzione netta tra soggetto e oggetto.
Cosl la conoscenza non può essere la relazione tra due
entità distinte (il soggetto e l'oggetto}, né essere intesa
come la loro somma. È questo il senso del soggettivismo
selettivo di Eddington. Se l'universo fosse completamente
oggettivo non sarebbe possibile nessuna sua conoscenza
a priori. Ma nessuna conoscenza a posteriori può darci
una legge, una costante, una regolarità. L'universo con­
tiene dunque un elemento soggettivo che giustifica la se­
lezione a priori operata nella conoscenza fisica: « Sembra
appropriato chiamare il punto di vista filosofico che ab­
biamo qui raggiunto soggettivismo selettivo. " Selettivo "
deve essere interpretato in senso lato. Non voglio asse­
rire che l'influenza del procedimento di osservazione sulla
conoscenza ottenuta, sia ridotta alla semplice selezione,
come il passare attraverso una rete. Ma il termine servirà
a rammentarci che il soggettivo e l'oggettivo possono es­
sere combinati in altri modi che non con la pura addi­
zione».
La somiglianza con la soluzione kantiana mi sembra
più apparente che reale: Eddington, pur accettando la co­
noscenza a priori, non sembra ammettere in alcun modo
forme pure nella conoscenza. E il motivo è sempre lo
stesso: Eddington è riluttante l'l separare anche solo fun­
zionalmente il soggetto dall'oggetto. Cosl l'inosservabilità
della simultaneità assoluta, che conduce alla teoria spe­
ciale della relatività, conclusione del tutto a priori e
quindi soggettiva, non può fare a meno dell'osservabilità
della simultaneità relativa, conclusione empirica e appa­
rentemente oggettiva ma impossibile da erigere in legge

XIV
(come aveva preteso la fisica classica). La medesima cosa
vale per la non integrabilità dello spostamento (su cui
Eddington scrive pagine di chiarezza esemplare), che con­
duce alla teoria della gravitazione di Einstein. In entram­
bi i casi le ipotesi fisiche, ossia le conclusioni empiriche,
suggerite a posteriori dai risultati dell'osservazione sono
sostituite da principi epistemologici a priori in cui l'ele­
mento soggettivo è ineliminabile.
Anche il principio di indeterminazione (o incertezza)
di Heisenberg, che costituisce il varco attraverso cui il
concetto di probabilità entra nella teoria dei quanti, è
inteso da Eddington allo stesso modo dei principi episte­
mologici relativistici. Fisica atomica e fisica molecolare
(e il sogno della vita di Eddington fu proprio l'armoniz­
zazione della fisica dei quanti e della relatività) presen­
tano il medesimo carattere epistemologico. È noto che
il principio di indeterminazione di Heisenberg si fonda
sull'interferenza ineliminabile dei differenti generi di mi­
surazione: « Il principio di Heisenberg ci dice che la
posizione e la velocità di un elettrone in un dato mo­
mento si possono conoscere solo con un'incertezza mu­
tuamente reciproca». È dunque impossibile conoscere si­
multaneamente l'esatta posizione e l'esatta velocità di una
particella. Si badi, non è necessario supporre che posi­
zione e velocità siano indeterminati: come è possibile
osservare la simultaneità relativa secondo la teoria spe­
ciale della relatività, è certamente possibile avere, entro
il margine di approssimazione della teoria ordinaria de­
gli errori di osservazione, una misura determinata della
posizione di una particella e poi una misura determinata
della sua velocità. Ma queste sono conclusioni empiriche.
L'inosservabilità della posizione e della velocità di una
particella in un momento dato rende indeterminata la
loro conoscenza (tanto che Eddington, rintuzzando un at­
tacco di Russell, parla di « indeterminismo» distinto da

xv
« indeterminatezza» ), allo stesso modo che l'inosservabi­

lità della simultaneità assoluta rende impossibile il rife­


rimento al tempo assoluto. In questo modo, la proba­
bilità diventa un attributo ineliminabile della nostra co­
noscenza di un evento, un concetto a priori saldamente
ancorato nel soggetto. «Questo significa che le leggi fon­
damentali e le costanti della fisica sono interamente sog­
gettive, essendo l'impronta dell'equipaggiamento intellet­
tuale e sensorio dell'osservatore sulla conoscenza ottenuta
per mezzo di un simile equipaggiamento».
È curioso a questo punto notare come Eddington fondi
sulla presenza ineliminabile del soggetto le stesse conclu­
sioni che il positivismo logico ricavava dal principio me­
todologico secondo cui il significato di un enunciato scien­
tifico deve essere accertato riferendosi al procedimento
usato per verificarlo. Eddington forse non comprese pie­
namente che la sua posizione filosofica rendeva spurio il
principio metodologico dei positivisti logici, essendo una
conseguenza particolare del fatto che l'inosservabilità si
traduce nell'impossibilità di qualsiasi verifica.
Il soggettivismo selettivo non fu per Eddington un
semplice ornamento filosofico aggiunto alla sua ricerca
scientifica. Affascinato dalle costanti fondamentali della
natura - la costante di gravitazione, la velocità della
luce, le costanti di Planck e di Rydeberg, la massa e la
carica dell'elettrone - Eddington rifiutò di assumerle
come semplici regolarità empiriche. Integrando il sogget­
tivismo selettivo con il concetto di struttura, Eddington
utilizzò entrambi gli aspetti per la determinazione del
numero cosmico N, cioè il numero totale dei protoni e
degli elettroni nell'universo. Posta a priori l'innumerabi­
lità empirica delle particelle per la non osservabilità di
� (cfr. il cap. III, Inosservabili), Eddington moltipli­
cando il numero caratteristico ( 136) della struttura di
gruppo dei simboli quadrupli di esistenza per il numero

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intero più alto ammesso nell'aritmetica dei quanti (2256),
calcolò il numero totale delle funzioni di onda quadruple
indipendenti corrispondenti al numero dei protoni ed elet­
troni, cioè 2 1 3 6 2256• Indipendentemente dalla fun­
· ·

zionalità di questa costante in campo :fisico, Eddington


aveva brillantemente sottolineato con questo calcolo l'im­
portanza dei princìpi epistemologici anche per la ricerca
fisica propriamente detta.
La teoria logica della struttura di Eddington, come si
è accennato, costituisce quasi un'alternativa al soggettivi­
smo selettivo perché proprio mentre Eddington riconosce
che la componente soggettiva è ineliminabile dall'universo
:fisico, scopre che questa componente può essere altamente
formalizzata astraendo dal contenuto osservativo sempre
presente in essa: « Ci riferiamo a questa astrazione come
al concetto matematico di struttura, o brevemente come
al concetto di struttura. Poiché la struttura, astratta da
qualunque cosa possegga una struttura, può essere spe­
cificata esattamente da formule matematiche, la nostra co­
noscenza della struttura è comunicabile, mentre molta
parte della nostra conoscenza non è comunicabile». Il
completo sviluppo del concetto di struttura rimanda alla
teoria matematica dei gruppi. Basterà qui notare che la
struttura per Eddington è ancipite: soggettiva, per un
verso, in quanto connessa a forme di pensiero profonda­
mente radicate (in altre parole, congiunta con pregiudizi
ineliminabili quali la forma data alla conoscenza sensi­
bile intesa come descrizione di un universo, il concetto di
analisi, il concetto atomico, il concetto di permanenza e
autosufficienza delle parti), oggettiva, per un altro verso,
in quanto essenzialmente comunicabile.
Emerge cosl l'altro aspetto dell'alternativa fondamen­
tale soggetto-oggetto, di cui si diceva all'inizio, che pone
in questione il senso stesso del cosiddetto idealismo di
Eddington. A più riprese, Eddington riconosce che l'uni-

XVII
verso non è completamente soggettivo, non è costituito
cioè solo di leggi e di costanti, ma ha anche aspetti og­
gettivi (il capovolgimento dell'opinione comune è, come
si vede, totale) che sono i fatti speciali. Proprio questo
riconoscimento gli pare sufficiente per distinguere la sua
posizione da quella di Berkeley, ad esempio: «Il sogget­
tivismo selettivo, che è la filosofia scientifica moderna, ha
poca affinità col soggettivismo berkeleyano che, se ben
intendo, nega qualsiasi oggettività al mondo esterno. Dal
nostro punto di vista, l'universo fisico non è né comple­
tamente soggettivo né completamente oggettivo, e nem­
meno una semplice mescolanza di entità o di attributi
oggettivi e soggettivi». Eddington, tuttavia, dubita che
l'aspetto oggettivo del mondo possa essere considerato
positivamente: «"Essere oggettiva" è una caratteristica
essenzialmente negativa (non-soggettiva) della conoscenza,
sebbene la consideriamo come una caratteristica positiva
della cosa a cui la conoscenza si riferisce». Questo porta
Eddington a ritenere che l'oggettività si presenti essen­
zialmente come una negazione, e propriamente come la
negazione virtuale di quel soggettivismo selettivo che
costituisce le leggi di natura, cioè la conoscenza fisica
stessa, fino a giungere a un paradosso del tutto conse­
guente alle premesse poste: «Corriamo il pericolo di fare
confusione riguardo alle leggi di natura; una confusione
tra ciò che esse sono e ciò che noi originariamente in­
tendevamo che fossero. Per evitare ambiguità, farò distin­
zione (temporaneamente) fra "leggi di natura" e "leggi
di Natura". [ ... ] Si vedrà che una legge di Natura è
una legge dell'universo oggettivo. Ma tutte le leggi di
natura riconosciute sono soggettive. Abbiamo così rag­
giunto il paradosso verbale che nessuna legge di natura
conosciuta è una legge di Natura. In effetti, i termini
sono diventati tali da escludersi reciprocamente».
L'esclusione reciproca dell'oggettivo e del soggettivo,

XVIII
ovviamente, non si riflette sulla conoscenza che tenta in­
vece di includerli entrambi, tanto che Eddington giunge
ad augurarsi un superamento della dimensione soggettiva
della fisica attuale: « Mi sembra che la fisica " ampliata ",
che deve includere tanto l'oggettivo come il soggettivo,
sia proprio la scienza, e che l'oggettivo, che non ha al­
cuna ragione di conformarsi al modello di sistemazione
che distingue la fisica dei giorni nostri, si debba trovare
nella parte non fisica della scienza. [ ... ] Le fonti pura­
mente oggettive dell'elemento oggettivo della nostra co­
noscenza osservativa hanno già avuto un nome; esse sono:
vita, coscienza, spirito. Raggiungiamo allora la posizione
della filosofia idealista, opposta alla materialista. Il mon­
do puramente oggettivo è il mondo spirituale; e il mondo
materiale è soggettivo, nel senso del soggettivismo se­
lettivo ». Dopo questa affermazione parrebbe che il rife­
rimento a Berkeley non sia poi cosl sconveniente come
Eddington mostra di pensare. In effetti, l'affermazione che
la fonte dell'oggettività sia lo « spirito » e l'oggettività
stessa si manifesti nei fatti speciali (nella varietà del
mondo), che solo in parte e a fatica rientrano nella fi­
sica, cosl completamente compromessa con la regolarità
e uniformità del mondo, mette allo scoperto la vena mi­
stica di Eddington.
Il misticismo di Eddington, qui appena accennato,
è ben più consistente nella « Swarthmore Lecture to the
Society of Friends », edita col titolo Science and the
Unseen World ( 1 929 ) , o nel capitolo The Domain of
Physical Science di Science, Religion and Reality ( 1 925 ) .
Non è da escludere che questo aspetto del pensiero di
Eddington abbia le sue lontane radici nella tradizione
della filosofia naturale inglese, fin dall'inizio intimamente
connessa con il « platonismo » di Cambridge. Ma nel pre­
sente libro - forse in seguito alle pungenti critiche di
Russell avanzate in The Scientific Outlook ( 1 93 1 ) contro

XIX
la contaminazione di argomenti religiosi e scientifici -
le convinzioni mistico-religiose di Eddington sono estre­
mamente sfumate. Restano pochi indizi indiretti; ad esem­
pio nelle argute pagine dedicate al concetto di esistenza:
è o non è, l 'esistenza, una forma primitiva di pensiero?
E, se è cosi, non è forse meglio evitare di dire che
l'universo fisico esiste e che è oggettivo ? «Supponete,
per esempio, che debba risultare che non c'è nulla di
puramente oggettivo nell'esperienza, eccettuato Dio ; con­
verreste voi, che quando dicevate " universo fisico" vi
riferivate veramente tutte le volte a "Dio"? ».
Ma, come ricorda A. Vibert Douglas, anche nella re­
ligione Eddington non fu dogmatico : «Non capirete il
vero spirito né della scienza né della religione - scris­
se - se non porrete la ricerca avanti a tutto ; è la ri­
cerca che conta ».

MAURIZIO MAM IANI


FILOSOFIA DELLA FISICA
INTRODUZIONE

Questo libro contiene l'essenza del corso di lezioni da


me tenute come Tarner Lecturer del Trinity College, Cam­
bridge, nel periodo postpasquale del 1 9 3 8 . Le lezioni mi
hanno dato l'opportunità di sviluppare più ampiamente
che nei miei primi libri, i principi del pensiero filosofico
associato con i progressi attuali della fisica.
Si dice spesso che non c'è nessuna « filosofia della
scienza », ma soltanto le filosofie di certi scienziati. Ma
per il fatto che noi riconosciamo un complesso autorevole
di opinioni, che decide quello che è e quello che non è
accettato come fisica moderna, possiamo determinare una
filosofia moderna della fisica. È la filosofia a cui si rife­
riscono coloro che seguono la pratica accettata della scien­
za, portati ad essa dalla loro stessa pratica. Essa è impli­
cita nei metodi con cui fanno progredire la scienza, tal­
volta senza capire completamente perché li adoperino, e
nel procedimento che essi accettano, come quello che dà
garanzia di verità, spesso senza esaminare quale specie di
garanzia esso possa dare.
Non ci dovrebbe essere alcun conflitto tra l'affermare
che una filosofia è scientificamente fondata e l'affermare
che essa è, per quel che la riguarda, una vera filosofia. Ma
in un lavoro specializzato di questa specie, l'obiettivo pri­
mo deve essere di verificare e discutere la filosofia, che,
vera o no, è la filosofia attuale della fisica nel senso sopra

3
precisato. Coloro che credono che la scienza, nonostante
i continui insuccessi e riadattamenti, si avvicini pian piano
alla verità, si contentano che la verità filosofica possa
essere raggiunta con lo stesso metodo di avanzamento
progressivo.
Per renderci sicuri dei nostri fondamenti scientifici,
ci sembra necessario penetrare piuttosto profondamente
nei principi della teoria della relatività e della teoria dei
quanti. Poiché l'intenzione è di dare non solo un'espo­
sizione, ma anche una giustificazione delle concezioni a
cui esse portano, alcune parti del libro introducono argo­
menti di notevole difficoltà tecnica. Generalmente mi sono
astenuto da formule matematiche; e non solo per il co­
mune lettore, ma perché è probabile che chi ha la mente
troppo immersa nelle formule matematiche, perda di vi­
sta ciò che noi qui stiamo ricercando.
La discussione, sebbene si riferisca allo stesso argo­
mento, procede per lo più su linee diverse da quelle se­
guite undici anni fa in The Nature of Physical World.
Il punto di partenza nell'attuale trattazione è la conoscen­
za. Il titolo del primo libro avrebbe potuto essere am­
pliato ne « la natura dell'universo fisico, con applicazioni
alla teoria della conoscenza fisica » ; il titolo corrispon­
dente del presente libro dovrebbe essere « la natura della
conoscenza fisica con applicazioni alla teoria dell'universo
fisico » . Il diverso ordine seguito indica una più logica
concatenazione di idee; ma in primo luogo riflette un
cambiamento avvenuto nella fisica stessa. È significativo
di questo cambiamento che il contrasto tra il tavolo scien­
tifico e il tavolo comune, con cui si apre The Nature of
Physical World, sia diventato, al principio di New Path­
ways in Science, un contrasto tra la versione scientifica e
quella comune dell'esperienza. La prima era, credo, la
forma naturale di espressione secondo le vedute scienti-

4
fiche del 1928 ; la seconda è diventata più naturale sei
anni dopo.
Né i progressi scientifici dell'ultimo decennio, né gli
anni di riflessione hanno alterato la tendenza generale
della mia fìlosofìa. Io dico «mia fìlosofia », non per pro­
clamarmi autore di idee che sono ampiamente diffuse nel
pensiero moderno, ma perché la selezione e la sintesi
definitive devono essere una responsabilità personale. Se
fosse necessario dare un nome breve a questa fìlosofia,
esiterei tra «Soggettivismo selettivo » e «Strutturali­
smo ». Il primo nome si riferisce al tema prevalente nei
primi otto capitoli; il secondo a una concezione più mate­
matizzata che domina il resto del libro. Entrambi gli
aspetti possono essere ora condotti molto più avanti che
in The Nature of the Physical World. Il campo della
soggettività si è esteso in conseguenza della nostra miglior
conoscenza della meccanica dei quanti, e il concetto di
struttura è stato reso più preciso dalla relazione, ora ri­
conosciuta, fra i fondamenti della fisica e la Teoria mate­
matica dei Gruppi.
Con questa «fìlosofìa della fisica » come nucleo, tento
negli ultimi due capitoli di sviluppare l'abbozzo di una
visione fìlosofica generale, che uno scienziato può accettare
senza contraddizione. Non sono come chi crede che nella
ricerca della verità si debbano ignorare tutti gli aspetti
dell'esperienza umana, meno quelli che sono perseguiti
nel campo della fisica. Ma non trovo nessuna disarmonia
tra una fìlosofia che abbraccia il significato più ampio
dell'esperienza umana e la fìlosofia specializzata della fi­
sica, anche se quest'ultima si riferisce a un sistema di
pensiero, sviluppatosi di recente, la cui stabilità deve an­
cora essere provata.

Cambridge, aprile 1939

A. S. E.
Capitolo primo

EPISTEMOWGIA SCIENTIFICA

Tra la fisica e la filosofia, esiste un campo che esse


si disputano, e che io chiamerei epistemologia scientifica.
L'epistemologia è quel ramo della filosofia, che tratta della
natura della conoscenza. Non si negherà che una parte
significativa dell'intera conoscenza ci è pervenuta tramite
i metodi della fisica. Questa parte prende la forma di una
descrizione dettagliata di un mondo, il cosiddetto uni­
verso fisico. Do il nome di « epistemologia scientifica » a
quella sottobranca dell'epistemologia, che tratta della na­
tura di questa parte della nostra conoscenza, e perciò, in­
direttamente, della natura e dello stato dell'universo fi­
sico, a cui essa formalmente si riferisce.
Ci sono due termini in questa definizione che è desi­
derabile render chiari fin dal principio.
Alcuni scrittori limitano il termine « conoscenza » alle
cose di cui si è perfettamente sicuri; altri ammettono una
conoscenza, che abbia gradi variabili di incertezza. Questa
è una delle comuni ambiguità di linguaggio, su cui nes­
suno ha titoli sufficienti per dettar legge, e un autore
può soltanto stabilire quale uso ha deciso di seguire. Se
« conoscere » significa « esser del tutto certi », il termine
è di scarsa utilità per coloro che desiderano non essere
dogmatici. Perciò io preferisco il significato più ampio,

6
e ammetterò la conoscenza non del tutto certa. Ciò che
sarebbe conoscenza se fossimo sicuri della sua verità, è
ritenuto conoscenza (incerta o falsa), anche se non ne
siamo sicuri.
Non sarà necessario formulare una definizione generale
della conoscenza. Il nostro procedimento sarà di specifi­
care un insieme particolare di conoscenze più o meno lar­
gamente accettate, e di fare poi uno studio epistemologico
della loro natura. In modo particolare, anche se non esclu­
sivo, dobbiamo considerare la conoscenza acquisita con i
metodi della fisica. Per brevità la chiamerò conoscenza fi­
sica. In linea di massima, potremmo identificare la cono­
scenza fisica con il contenuto di certe opere enciclopedi­
che, come l'Handbuch der Physik, le quali comprendono
in sé i vari rami della fisica. Ma ci sono delle ovvie
obiezioni a un'accettazione servile di una particolare au­
torità; perciò, io definirò la conoscenza fisica quella che
una persona ben pensante 1 accetterebbe oggi, come pro­
vata dalla fisica.
Non si dovrebbe trascurare il fatto, che la conoscenza
fisica include un gran numero di informazioni varie, che
sarebbero fuori luogo in testi scientifici. Per esempio, il
risultato di una misura di peso è conoscenza fisica, sia
che questa venga fatta allo scopo di definire un risultato
scientifico, sia per definire l'importo della fattura di un ne­
goziante. La condizione è che essa possa venir ammessa
come scientificamente corretta (dalla persona ben pensante),
non che debba essere scientificamente importante. Si do­
vrebbe anche precisare che il termine va riferito alla fisica
moderna, qual è al giorno d'oggi. Noi non ci vogliamo oc­
cupare di speculazioni circa i possibili risultati futuri.
Vogliamo prendere in blocco i risultati che i metodi della

l Persona ben pensante, è, naturalmente, un modesto modo di


riferirsi a se stessi.

7
fisica hanno prodotto fino ad oggi, e vedere che specie
di conoscenza siamo venuti acquistando.
Ho detto che non ritengo che il termine « conoscen­
za » implichi sicurezza di verità. Ma considerando un
particolare campo di conoscenza, si può assumere che sia
stato fatto uno sforzo per ammettere in questo campo
soltanto la conoscenza più degna di fede; di modo che,
di solito, si può attribuire alla conoscenza che avremo
occasione di discutere un grado ragionevole di certezza o
di probabilità. Ma la valutazione della certezza della co·
noscenza deve esser considerata separata dallo studio della
natura della conoscenza.
L'altro termine da chiarire nella definizione iniziale è
« universo fisico ». La conoscenza fisica (come viene ac­
cettata e formulata oggi) ha la forma di una descrizione
di un mondo. Noi definiamo l'universo fisico come il
mondo cosl descritto. Di fatto, perciò, l'universo fisico è
definito come l'oggetto di un campo specifico di cono­
scenza, proprio come Mr. Pickwick potrebbe venir defi­
nito l'eroe di uno specifico romanzo.
Un grande vantaggio di questa definizione è che essa
non pregiudica la questione se l'universo fisico - o
Mr. Pickwick - esista realmente. Quel che viene la­
sciato aperto alla discussione è se possiamo metterei d'ac­
cordo su una definizione di ciò che « esiste realmente »,
la quale, per molte persone, è una frase a pappagallo,
il cui significato non si sono scomodati di considerare.
Quei pochi che hanno tentato di darle un significato de­
finito, non sono sempre concordi sul significato. Defi­
nendo l'universo fisico e gli oggetti fisici che lo costitui­
scono, come l'oggetto di uno specifico campo di cono­
scenza, e non come cose che posseggano una proprietà
di esistenza non definibile, liberiamo i fondamenti della
fisica dal sospetto di contaminazione metafisica .
Questo tipo di definizione è caratteristico dell'approc-

8
cio epistemologico, che assume come punto di partenza
la conoscenza, piuttosto che un'entità esistente, di cui
dobbiamo, in un modo o nell'altro, ottenere la conoscen­
za. Ma definendo scientificamente un termine di uso già
comune, dobbiamo attentamente evitare ogni abuso di
linguaggio. Per giustificare la precedente definizione del­
l'universo fisico, noi dovremmo mostrare che essa non
è in conflitto con ciò che l'uomo comune (nel qual ter­
mine non includo i filosofi) intende per universo fisico.
Questa giustificazione è rimandata al capitolo X .

II

La natura della conoscenza fisica e del mondo, che


essa dichiara di descrivere, è stata per lungo tempo un
campo di battaglia per scuole filosofiche rivali. Ma non
ci si può rifiutare di prestare attenzione ai fisici, su un
argomento che li riguarda così da vicino. Uno studioso
di fisica dovrebbe essere nella condizione di gettare un
po' di luce sulla natura della conoscenza ottenibile con i
metodi che egli pratica. Recentemente è stato scritto un
certo numero di libri da autori le cui qualifiche sono
puramente scientifiche, nei quali l'epistemologia scientifica
è sviluppata e usata come un approccio ai più vasti pro­
blemi della filosofia. Non credo che questa « intrusione »
nella filosofia possa esser materia di sorpresa o di com­
menti caustici.
Spesso si ha l'impressione che sia un'innovazione per
gli scienziati l'indulgere alla filosofia: ma questo non è
corretto. Ho notato che alcuni dei libri recenti sono ab­
bondantemente cosparsi di citazioni tolte da scienziati del
XIX secolo, le quali, sia che rafforzino o no l'argomento,
provano ad ogni modo che i nostri predecessori condivi­
devano la comune debolezza di possedere delle salde ve-

9
dute filosofiche e di esprimerle. Alcuni non avevano pro­
fondità, come adesso. Ma alcuni furono pensatori pro­
fondi : Clifford, Karl Pearson, Poincaré e altri, i cui scritti
hanno un posto onorevole nello sviluppo della filosofia
scientifica.
È però importante riconoscere che circa venticinque
anni fa l'invasione della filosofia da parte della fisica
assunse un carattere diverso. Fino allora, il trafficare con
la filosofia era stato un lusso per quegli scienziati, la cui
indole si volgeva per caso per quella via. Non posso tro­
vare alcuna indicazione che le ricerche scientifiche di
Pearson e di Poincaré fossero in qualche modo ispirate o
guidate dal loro particolare modo di vedere filosofico.
Essi non ebbero nessuna opportunità di mettere in pra­
tica la loro filosofia. Al contrario, le loro conclusioni filo­
sofiche erano il risultato di un'educazione scientifica ge­
nerale, e non dipendevano per nulla da familiarità con
ricerche e teorie astratte. Progredire nella scienza e filo­
sofare sulla scienza erano attività essenzialmente distinte.
Nel nuovo movimento scientifico, l'epistemologia è asso­
ciata molto più intimamente con la scienza. Per svilup­
pare le moderne teorie della materia e della radiazione,
una precisa visione epistemologica è divenuta una neces­
sità, e costituisce la fonte diretta dei progressi scientifici
di maggiore portata.
Abbiamo scoperto che è veramente un aiuto} nella
ricerca della conoscenza} il comprendere la natura della
conoscenza che ricerchiamo.
Per fare un'applicazione pratica delle nostre conclu­
sioni epistemologiche, le sottoponiamo alla stessa specie
di controllo osservativo a cui sottoponiamo le ipotesi fi­
·siche. Se la nostra epistemologia è in errore, condurrà a
un vicolo cieco negli sviluppi scientifici che ne derivano :
questo ci avverte che la nostra intelligenza filosofica non
è stata abbastanza profonda, e che dobbiamo cercare che

lO
cosa sia stato trascurato. In questo modo, i progressi
scientifici risultanti da intelligenza epistemologica hanno
a loro volta educato la nostra intelligenza epistemologica.
Tra scienza ed epistemologia scientifica c'è stato uno scam­
bio di dare e avere, di cui ambedue si sono grandemente
avvantaggiate.
Nelle vedute degli scienziati, almeno, questo controllo
fatto dall'osservazione dà all'epistemologia scientifica mo­
derna una sicurezza, che la filosofia di solito non è stata
capace di raggiungere. Esso introduce anche lo stesso ge­
nere di sviluppo progressivo, che è caratteristico della
scienza, ma non finora della filosofia. Noi non stiamo
mirando alla verità ultima così che si coglie nel segno o
si fallisce. Quello che pretendiamo, quanto al presente si­
stema di filosofia scientifica, è che esso sia un progresso
su ciò che era venuto prima e che sia una base per i
progressi futuri.
Nella scienza, la prova dell'osservazione è valida, non
solo per controllare le ipotesi fisiche (per le quali essa è
invero l'unica garanzia possibile), ma anche per scoprire
la fallacia di un argomento e i presupposti non accertati.
È quest'ultima specie di controllo che la prova dell'osser­
vazione applica all'epistemologia scientifica. Ciò può sem­
brare superfluo a quelli che non ragionano mai scorretta­
mente . Ma forse anche il filosofo più sicuro di sé ammet­
terà che ci sono alcuni dei suoi oppositori a cui un tale
controllo sarebbe salutare. Non dubito affatto che ognuna
delle conclusioni filosofiche di questo libro sia stata anti­
cipata da qualche scuola filosofica ed energicamente con­
dannata da un'altra. Ma a coloro che le riconoscono come
truismi familiari o come errori da lungo tempo condan­
nati, vorrei mostrare che esse sono ora poste sul tappeto
con sanzioni del tutto nuove che dovrebbero essere prese
in considerazione.
I fisici teorici, per le inevitabili esigenze del loro stes-

11
so oggetto, sono stati costretti a diventare epistemologi,
proprio come i matematici puri sono stati costretti a di­
venire logici. L'invasione dell'ambito epistemologico della
:6losofia da parte della fisica è esattamente parallela al­
l'invasione dell'ambito logico della :6losofia da parte della
matematica. I matematici puri, avendo imparato per espe­
rienza che l'ovvio è difficile da dimostrare - e che non
sempre è vero - trovarono necessario scavare nei fonda­
menti dei loro processi di ragionamento; cosi facendo,
essi svilupparono una tecnica potente che è stata la ben­
venuta per il progresso della logica in genere. Una simile
pressione esercitata dalla necessità ha fatto sì che i fisici
entrassero nell'epistemologia, anche contro la loro volon­
tà. La maggior parte di noi, come semplici uomini di
scienza, comincia con un'avversione per la ricerca di tipo
:6losofico sulla natura delle cose. Sia che siamo persuasi
che la natura degli oggetti fisici è ovvia al senso comune,
sia che siamo persuasi che essa è imperscrutabile e oltre la
comprensione umana, noi siamo inclini a ripudiare tale
ricerca come non pratica e futile. Ma la fisica moderna
non è stata capace di mantenere questo distacco. Non ci
può essere dubbio che i suoi progressi, sebbene si appli­
chino in primo luogo al campo ristretto dell'epistemologia
scientifica, abbiano una più larga portata, e offrano un
effettivo contributo alla visione :6losofica nel suo insieme.
Formalmente possiamo ancora riconoscere una distin­
zione fra la scienza, come quella che tratta il contenuto
della conoscenza, e l'epistemologia scientifica, come quella
che tratta la natura della conoscenza dell'universo fisico.
Ma non è più una divisione pratica; e per conformarsi
alla situazione presente, l'epistemologia scientifica dovreb­
be essere inclusa nella scienza. Noi non contestiamo che
essa debba essere inclusa anche nella filosofia. È un cam­
po in cui la :6losofia e la fisica si sovrappongono.

12
III

Finché uno scienziato che scrive di filosofia si limita


all'epistemologia scientifica, egli non è fuori dai confini
del proprio oggetto. Ma la maggior parte degli autori
ha compreso di poter vantaggiosamente progredire ancora
considerando la portata filosofica generale delle nuove
concezioni. Questo ardimento è stato fortemente criticato;
ma a me sembra che i critici abbiano mancato di afferrare
la situazione.
Si ricorda che l'arcivescovo Davidson, conversando con
Einstein, gli chiese quale effetto egli pensava che la teo­
ria della relatività avrebbe avuto sulla religione. Einstein
rispose : « Nessuno - la relatività è una teoria pura­
mente scientifica, e non ha nulla a che fare con la reli­
gione » . In quei giorni si doveva diventare esperti a
scansare le domande di persone che erano persuase che la
quarta dimensione fosse la porta allo spiritualismo, e la
pronta scappatoia di Einstein non è sorprendente. Ma
quelli che citano e applaudono questa battuta come se
essa fosse una delle più memorabili espressioni di Ein­
stein, trascurano un errore evidente in essa. La selezione
naturale è una teoria puramente scientifica. Se nei primi
tempi del darwinismo l'arcivescovo di allora avesse chie­
sto quale effetto la teoria della selezione naturale avrebbe
avuto sulla religione, la risposta avrebbe forse potuto
essere : « Nessuno - la teoria darwiniana è una teoria
puramente scientifica e non ha niente a che fare con la
religione » ?
Gli scompartimenti in cui è diviso il pensiero umano
non sono scompartimenti stagni a tal punto che un pro­
gresso fondamentale in uno di essi sia materia di indiffe­
renza per il resto. Il grande cambiamento nella fisica teo­
rica, che cominciò nei primi anni del secolo presente, è
uno sviluppo puramente scientifico; ma esso deve influen-

13
zare la corrente generale del pensiero umano, come in
precedenza hanno fatto i sistemi copernicano e newto­
niano. Questo soltanto basterebbe a giustificare gli scien­
ziati per la visione ampia che hanno dei loro compiti.
Non mi sembra ragionevole sostenere che l'elaborazione
di queste più vaste implicazioni della nuova concezione
dell'universo fisico debba essere lasciata interamente a co­
loro che non la comprendono.
Non molto tempo fa la disciplina ora chiamata fisica
era nota come « :6.losofia naturale ». Il fisico era in ori­
gine un :6.losofo specializzato in una particolare direzio­
ne. Ma egli non è l'unica vittima della specializzazione.
Con la separazione della fisica, il corpo principale della
:6.losofia ha subito un'amputazione. In pratica, se non in
teoria, anche la :6.losofia accademica è diventata specializ­
zata, e non è più coestensiva col sistema di pensiero e di
conoscenza con cui ci orientiamo verso il nostro mondo
morale e materiale. La :6.losofia naturale, sotto il nome
di scienza, ha continuato a essere un potente, forse an­
che un predominante contributo alla :6.losofia dell'uomo
nel senso più ampio - alla sua religio vitae. Sarebbe dif­
ficile additare un qualsiasi sviluppo della :6.losofia accade­
mica che abbia avuto un'influenza sulle vedute dell'uomo
tanto grande quanto lo sviluppo della teoria scientifica
dell'evoluzione. Negli ultimi venti anni è stata la volta
della fisica di riaffermarsi come :6.losofia naturale; e credo
che il nuovo contributo della fisica, se pienamente affer­
rato, non sia meno significativo della dottrina dell'evo­
luzione.
Si può definire un po' più da vicino lo stato di uno
scienziato che scriva sull'esito :6.losofico delle teorie fisiche
moderne. Non credo che nessuna scuola :6.losofica sia
pronta a lavarsi le mani dell'universo fisico e a lasciare
che i fisici ne facciano ciò che a loro piace. Sembra
perciò convenuto che l'epistemologia scientifica sia ancora

14
una parte integrante della filosofia. Coloro, il cui lavoro
risiede negli sviluppi epistemologici della fisica moderna,
devono perciò essere considerati come specialisti in una
delle parti in cui è suddivisa la filosofia - una parte
non lontana dal cuore della materia. Nelle loro discussioni
sulla filosofia come un tutto, è probabile che essi com­
mettano gli errori dello specialista che si trova fuori dal
suo proprio binario ; ma essi non sono degli intrusi qual­
siasi. I mali della specializzazione sarebbero - credo -
ancora più pronunciati se essi non facessero alcun tentativo
di mettere in relazione col resto della filosofia il progresso
che è stato fatto nella loro branca.
L'epistemologia scientifica è l'argomento principale di
queste lezioni. La considereremo dapprima dal suo aspetto
scientifico. Ma talora tenteremo anche di osservarla nella
sua collocazione generale come una regione comune alla
fisica e alla filosofia, e di tracciare le sue conseguenze nei
due campi.

IV

Per la verità delle conclusioni della fisica, l'osserva­


zione è la suprema corte d'appello. Da ciò non consegue
che ogni articolo, che noi accettiamo fiduciosamente come
conoscenza fisica, sia stato di fatto attestato dalla corte;
è nostra fiducia che sarebbe attestato dalla corte se le fosse
sottoposto. Ma ne consegue che ogni articolo di cono­
scenza fisica sia di forma tale da poter essere sottoposto
alla corte. Esso deve essere tale che si possa specificare
(sebbene possa essere impraticabile l'eseguirlo) un proce­
dimento osservativo che deciderà se esso è vero o no.
Naturalmente, un giudizio non può essere provato con
l'osservazione, a meno che non sia un'asserzione sui ri­
sultati di una osservazione. Ogni articolo di conoscenza

15
fisica deve essere perciò un'asserzione di ciò che è stato
o sarebbe il risultato dell'eseguire uno specificato proce­
dimento di osservazione.
Non credo che nessuno - e, meno di tutti, quelli
che criticano le tendenze moderne della fisica - sarà in
contrasto con il primo assioma dell'epistemologia scien­
tifica - cioè che la conoscenza ottenuta coi metodi della
fisica è limitata alla conoscenza risultante dall'osservazio­
ne, nel senso sopra spiegato. Non neghiamo che possa
esistere una conoscenza che non sia di natura osservativa,
per esempio la teoria dei numeri nella matematica pura ;
e, senza impegnarci, possiamo ammettere la possibilità di
altre forme di comprensione della mente umana in un
mondo fuori di essa. Ma tale conoscenza è al di là dei
confini della scienza fisica, e perciò non entra nella de­
scrizione del mondo, introdotta nella formulazione della
conoscenza fisica. A una più vasta sintesi della conoscen­
za, di cui la conoscenza fisica è soltanto una parte, pos­
siamo forse far corrispondere un « mondo » di cui l'uni­
verso fisico è soltanto un aspetto parziale. Ma a questo
stadio della nostra ricerca, noi limitiamo la discussione
alla conoscenza fisica, e perciò a un universo fisico da
cui, per definizione, sono escluse tutte le caratteristiche
che non sono oggetto della conoscenza fisica.
Comunemente, si fa una distinzione tra conoscenza
osservativa e conoscenza teorica ; ma, in pratica, i termini
sono usati cosl vagamente da privare di qualsiasi signi­
ficato reale la classificazione . L'intero sviluppo della fisica
è stato un processo di combinazione della teoria con
l'osservazione; e in generale ogni articolo di conoscenza
fisica - o almeno ogni articolo a cui è diretta ordina­
riamente l'attenzione - ha una base in parte osservativa
e in parte teorica. La distinzione, per quanto può essere
fatta, si riferisce al modo di ottenere la conoscenza - alla
natura della prova della sua verità. Essa non riguarda la

16
conoscenza stessa - questo è ciò che intendiamo asse­
rire. Perciò non si deve intendere che il nostro assioma,
che tutta la conoscenza fisica sia di natura osservativa,
escluda la conoscenza teorica. Conosco la posizione di
Giove ieri notte. Questa è conoscenza di natura osserva­
tiva; è possibile descrivere minutamente il procedimento
di osservazione che produce le quantità (ascensione retta
e declinazione) che esprimono la mia conoscenza della
posizione del pianeta. Ma in realtà non ho seguito questo
procedimento, e nemmeno ho imparato la posizione da
nessuno che avesse seguito questo procedimento; l'ho
trovata nell'« Almanacco nautico » . Questo mi ha dato il
risultato di un calcolo secondo la teoria planetaria. La
fisica moderna accetta questa teoria e tutte le sue conse­
guenze ; vale a dire, essa ammette la posizione calcolata
come una conoscenza anticipata dei risultati che si otter­
rebbero, eseguendo il procedimento osservativo accettato.
Delle mie due parti di conoscenza, cioè la conoscenza dei
risultati di un calcolo matematico e la conoscenza antici­
pata dei risultati di un procedimento osservativo, è que­
st'ultima che io sostengo, quando pretendo di conoscere
la posizione di Giove. Se, sottoposta alla corte d'appello,
la mia conoscenza anticipata del risultato del procedimento
osservativo dimostra di non essere corretta, dovrò ammet­
tere che sono in errore e che non conoscevo la posizione
di Giove; sarà inutile per me insistere che la mia cono­
scenza del risultato del calcolo matematico era corretta.
L'essenza dell'accettazione di una teoria sta nel fatto
che noi acconsentiamo a cancellare la distinzione tra la
conoscenza derivata da essa teoria e la conoscenza deri­
vata dall'osservazione effettiva. Può sembrare unilaterale
che il cancellare la distinzione renda ogni conoscenza fi­
sica di natura osservativa. Ma nemmeno il più estremo
cultore della conoscenza teorica ha proposto il contrario
- che accettando i risultati di una ricerca sperimentale

17
come veridici, noi li eleviamo allo stato di conclusioni
teoriche. L'unilateralità è dovuta alla nostra accettazione
dell'osservazione e non della teoria come suprema corte
d'appello.

Abbiamo visto che ogni articolo di conoscenza fisica,


derivata dall'osservazione, dalla teoria, o da una combina­
zione di entrambe, è un'asserzione su ciò che è stato o
sarebbe il risultato dell'esecuzione di un procedimento os­
servativo specifico. Generalmente esso è un'asserzione su
ciò che sarebbe il risultato se un'osservazione fosse fatta;
per questa ragione è più esatto descrivere la conoscenza fi­
sica come ipotetico-osservativa 2 • Occasionalmente la forma
ipotetica può essere abbandonata - l'osservazione è stata
fatta e il risultato ottenuto - ma la parte di conoscenza
cosi ottenuta è piccola, e per lo più non interessante. Non
nego l'importanza di una effettiva osservazione come sor­
gente di conoscenza, ma, come costituente della cono­
,scenza scientifica, essa è quasi trascurabile. Ogni volta che,
nel processo di riduzione delle osservazioni, si applica una
« correzione », la conoscenza osservativa di un esperimento
reale è sostituita dalla conoscenza ipotetico-osservativa di
ciò che sarebbe stato il risultato di un esperimento in
condizioni più ideali.
Consideriamo, per esempio, la nostra conoscenza che
la distanza della luna dalla terra è di circa 386 .000 km.
Il significato esatto di questa asserzione deve essere accer­
tato riferendosi alla definizione della distanza in fisica e

2 « Conoscenza ipotetico-osservativa » significa conoscenza dd


risultato di un'osservazione ipotetica, non interpretazione ipotetica
dd risultato di una effettiva osservazione.

18
in astronomia {capitolo V) ; ma, abbastanza esattamente
per gli scopi presenti, ciò che affermiamo di sapere è che
386 .000 X 1 .000 bastoni da un metro, messi uno dopo
l'altro, raggiungerebbero da qui la luna. Questa è cono­
scenza ipotetico-osservativa, perché certamente nessuno ha
compiuto l'esperimento. È vero che effettive osservazioni
furono compiute per arrivare alla cifra di 386 .000 km,
ma, prescindendo dalla teoria, non sapremmo che la quan­
tità risultante era la distanza dalla luna. C'è una varietà
di metodi pratici per trovare la distanza; uno dei più
esatti comprende, inter alia, il far oscillare un pendolo a
differenti latitudini sulla terra. Benché sia vero asserire
che 386.000 km è il risultato di un effettivo procedi­
mento osservativo come far dondolare un pendolo ecc.,
non è questo che intendiamo affermare quando diciamo
che la distanza della luna è di 386 .000 km. Usando la
teoria accettata, siamo stati capaci di sostituire l'effettivo
procedimento osservativo con un procedimento ipotetico­
osservativo che produrrebbe lo stesso risultato se fosse
effettuato. Il vantaggio è che la conoscenza ipotetico­
osservativa può essere ridotta a sistema e riunita in un
tutto coerente, mentre la conoscenza che deriva effettiva­
mente dall'osservazione è sporadica e occasionale.
Non ci si può nascondere il timore che la conoscenza
ipotetico-osservativa non sia interamente soddisfacente da
un punto di vista logico. Qual è esattamente lo stato
della conoscenza condizionale, se la condizione non è sod­
disfatta? Si può attribuire un senso qualunque alla affer­
mazione che se fosse accaduto qualcosa, che sappiamo che
non è accaduto, allora sarebbero accadute certe altre cose?
Pure non posso trattenermi dal ritenere valida la mia
conoscenza che 386 .000 X 1 .000 bastoni da un metro
raggiungerebbero da qui la luna, sebbene non si possa
certo prevedere che essi lo faranno mai.

19
VI

Lo studio scientifico dei fatti osservati ci ha condotto


a fare alcune generalizzazioni che chiamiamo leggi di na­
tura. La generalizzazione è la fonte più cospicua del ca­
rattere ipotetico-osservativo della conoscenza fisica, poiché
essa sorpassa apertamente l'effettiva osservazione e affer­
ma la conoscenza di ciò che si osserverebbe in ogni oc­
casione, se si compissero i procedimenti necessari.
Credo che a volte si sostenga che una legge di na­
tura è una riduzione a sistema, non una generalizzazione,
della conoscenza. Idealmente è possibile accettare una ri­
duzione a sistema della conoscenza osservativa esistente,
senza giudicare anticipatamente se tutte le osservazioni
future si conformeranno al sistema. Per una persona che
sostenesse questo punto di vista, dovrebbe essere una sor­
presa completa ogni volta che trovasse che una nuova
osservazione obbedisce alla legge. Per esempio, la legge
di Bode sulle distanze planetarie può essere considerata
come un enunciato, ridotto a sistema, riguardante le di­
stanze dei sei pianeti allora conosciuti, senza pretendere
che si applichi ai pianeti scoperti in seguito. Questo può
essere un giusto atteggiamento da adottare verso leggi
particolari che sono state enunciate ; ma non si può certo
applicare in generale per tutta la fisica. Non dobbiamo im­
maginare che la riduzione a sistema di Bode continue­
rebbe a essere possibile in una fisica emendata da ogni
generalizzazione. A meno che non si accettino certe ge­
neralizzazioni precedenti, per esempio che la luce viag­
gia in linea retta, non si possono determinare le distanze
dei pianeti, e allora la legge di Bode cade, perché non
ha materia da ridurre a sistema. Il fatto è che la gene­
ralizzazione tratta dall'osservazione, è stata praticata, con­
sapevolmente o no, nella fisica fin dal principio e dob-

20
biamo considerarla una parte del metodo scientifico quanto
l'osservazione stessa. E con le generalizzazioni è penetrato
nel corpo della conoscenza scientifica un elemento ipo­
tetico-osservativo, a cui si è concesso il diritto di rimanere.
La nostra conclusione principale è che, nonostante la
diversità di metodo, la conoscenza fisica rimane omogenea
nella sua natura; è la conoscenza di quello che sarebbe
il risultato di un procedimento osservativo se fosse com­
piuto, includendo come caso speciale il risultato di qual­
siasi procedimento osservativo che sia stato compiuto.
Nel progresso della fisica i fatti individuali sono stati
ampiamente assorbiti in generalizzazioni. Sarebbe vero dire
che la conoscenza completa della fisica consisterebbe inte­
ramente di tali generalizzazioni? La risposta è diversa,
secondo che ci riferiamo alla fisica in senso stretto (in­
cludendo la chimica, ma non l'astronomia o altre scienze
osservative, distinte dalle sperimentali) o alla fisica in ge­
nerale. In senso stretto, la fisica tratta, credo, solo gene­
ralizzazioni. Il fisico non si interessa di fatti speciali, ec­
cetto che come materiale per generalizzazioni. Se egli stu­
dia un particolare blocco di ferro, lo tratta come un cam­
pione che esibisce le proprietà generali del ferro. L'astro­
nomo invece è interessato al particolare blocco di materia
su cui ci troviamo a vivere, sia esso o no un campione
di pianeta in genere. Egli è curioso circa l'esistenza di ve­
getazione su Marte, di quando apparirà la prossima co­
meta luminosa, di quanto si sia avvicinato un pianeta
minore alla terra, e cosl di seguito. Si può dire che questo
è proprio un interesse d'amatore, che il fisico, più rifles­
sivo, ha superato; un astronomo deve, naturalmente,
accertarsi delle costanti della terra, come un fisico deve
accertarsi delle costanti del suo galvanometro ; ma egli
non ha motivo di interessarsene. Gli astronomi ne conver­
ranno a stento ; ma lasciamo andare. È sufficiente dire che
questi fatti speciali sono conoscenza acquisita coi metodi

21
della fisica, e non devono essere trascurati nell'epistemo­
logia scientifica, che abbiamo definita come lo studio della
natura della conoscenza, che ci è pervenuta in questo
modo; ed essi non sono nemmeno trascurabili nell'uni­
verso, di cui quella conoscenza forma una descrizione.
Dobbiamo, perciò, ricordare che non tutta la nostra
conoscenza dell'universo fisico è compresa nella conoscen­
za delle leggi di natura. L'avvertimento non è cosl su­
perfluo come sembra. Ho spesso provato l'impressione
che il voler interpretare le leggi di natura come comple­
tamente soggettive, sia la stessa cosa che il voler inter­
pretare l'universo fisico come completamente soggettivo.
Un tale punto di vista è del tutto infondato.
Capitolo secondo

SOGGETTIVISMO SELETTIVO

Supponiamo che un ittiologo esplori la vita dell'ocea­


no. Egli getta una rete nell'acqua e pesca un assorti­
mento di pesci. Esaminando il suo bottino, procede nel
modo abituale di uno scienziato per sistematizzare ciò che
rivela. Egli arriva a due generalizzazioni:
l . Nessuna creatura marina è meno lunga di 6 cen­
timetri.
2. Tutte le creature marine hanno le branchie.
Queste generalizzazioni sono ambedue vere rispetto
al suo bottino ed egli presume a titolo provvisorio che
resteranno vere ogni qualvolta getti la rete.
Applicando questa analogia, il bottino sta per il cor­
po di conoscenza che costituisce la fisica e la rete per
l'equipaggiamento sensorio e intellettuale che usiamo per
ottenerlo. Il gettare la rete corrisponde all'osservazione :
perché la conoscenza che non è stata, o non potrebbe
essere ottenuta, con l'osservazione non è ammessa in fisica.
Uno spettatore potrebbe obiettare che la prima gene­
ralizzazione è errata. « C'è una gran quantità di creature
marine di lunghezza inferiore ai 6 centimetri ; soltanto,
la nostra rete non è adatta a prenderle ». L'ittiologo ri­
pudia questa obiezione sdegnosamente. « Qualunque cosa,
che non sia afferrabile dalla mia rete è ipso facto fuori

23
dall'ambito della conoscenza ittiologica, e non fa parte
del reame dei pesci, che è stato definito come oggetto
della conoscenza ittiologica. In breve, ciò che la mia rete
non può acchiappare non è pesce ». Oppure, per chiarire
l'analogia : « Se non state semplicemente tirando a indo­
vinare, affermate una conoscenza dell'universo fisico sco­
perta in modo diverso dal metodo della fisica, e che ri­
conoscete non verificabile con tale metodo. Siete un me­
tafisica. Bah! ».
La disputa sorge, come molte dispute, perché i pro­
tagonisti parlano di cose diverse. Lo spettatore ha in men­
te un reame oggettivo di pesci. L'ittiologo non si preoc­
cupa se i pesci di cui parla formino una classe oggettiva
o soggettiva; la proprietà che conta è che siano afferrabili.

La sua generalizzazione è perfettamente vera per la classe


di creature di cui egli parla, una classe scelta, forse, ma
egli non sarebbe interessato a fare generalizzazioni su
qualsiasi altra classe. Abbandonando l'analogia, se assu­
miamo l'osservazione come base della fisica, e insi­
stiamo che le sue asserzioni devono essere verificabili
con l'osservazione, imponiamo un test selettivo alla co­
noscenza che si ammette come fisica. La selezione è sog­
gettiva, perché dipende dall'equipaggiamento sensorio e
intellettuale, che è il nostro mezzo per acquistare la co­
noscenza osservativa. È a questa conoscenza soggettiva­
mente scelta, e all'universo che essa ha il compito di de­
scrivere, che si applicano le generalizzazioni della fisica,
le cosiddette leggi della natura.
Soltanto con il recente sviluppo dei metodi epistemo­
logici in fisica siamo giunti a comprendere il vasto effetto
che questa selezione soggettiva ha prodotto sul proprio
oggetto. Possiamo dapprima, come lo spettatore, essere
inclini a pensare che la fisica abbia perso la sua strada e
non abbia raggiunto il mondo puramente oggettivo che,
indubbiamente, essa tentava di descrivere. Le sue gene-

24
ralizzazioni, se si riferiscono a un mondo oggettivo, sono
o possono essere rese fallaci dalla selezione. Ma questo
significa condannare una scienza basata sull'osservazione
al fallimento, perché un mondo puramente oggettivo non
si può raggiungere con l'osservazione.
È chiaro che l 'abbandono del metodo di osservazione
in fisica è fuori causa. La scienza basata sull'osservazione
non è stata in nessun modo un fallimento; sebbene pos­
siamo non aver compreso la natura esatta del suo suc­
cesso. Coloro che non sono soddisfatti di niente tranne
che di un universo puramente oggettivo, possono rivol­
gersi ai metafisici, che non sono ostacolati dalla regola
autoimposta che ogni asserzione deve essere tale da po­
tersi sottoporre all ' osservazione come corte d'appello fi­
nale. Ma noi, come fisici, continueremo a studiare l'uni­
verso rivelato dall'osservazione e a trarne le nostre ge­
neralizzazioni, sebbene ora sappiamo che l 'universo cosl
raggiunto non può essere completamente oggettivo. Natu­
ralmente, la gran massa dei fisici, che non presta atten­
zione all 'epistemologia, avrebbe continuato a comportarsi
cosl in ogni caso.
Dovremmo allora ignorare lo spettatore col suo sug­
gerimento di una selezione? Credo di no ; sebbene non
possiamo accettare il suo rimedio. Supponiamo che uno
spettatore di maggior tatto faccia un diverso suggerimen­
to : « Capisco che abbiate ragione di rifiutare l'ipotesi del
nostro amico sui pesci inafferrabili, che non può essere
verificata da nessuna prova che voi ed io consideriamo
valida. Attenendovi al vostro metodo di studio, avete
.raggiunto una generalizzazione della più alta importanza
- per i pescivendoli, che non si interesserebbero di ge­
neralizzazioni su pesci inafferrabili. Poiché queste gene­
ralizzazioni sono tanto importanti, mi piacerebbe aiutarvi.
Siete arrivato alla vostra generalizzazione nel modo tradi­
zionale esaminando i pesci. Posso far notare che avreste

25
potuto arrivare più presto alla stessa generalizzazione esa­
minando la rete e il modo di usarla? ».
Il primo spettatore è un metafisica che diprezza la
fisica per le sue limitazioni; il secondo spettatore è un
epistemologo che può aiutare la fisica nelle sue limita­
zioni. È proprio a causa dello scopo limitato - alcuni
potrebbero dire falsato - della fisica, che tale aiuto è
possibile. Il tradizionale metodo di esame sistematico dei
dati forniti dall'osservazione, non è l'unica via per rag­
giungere le generalizzazioni apprezzate in fisica. Almeno
alcune di queste generalizzazioni possono essere trovate
anche esaminando l'equipaggiamento sensorio e intellet­
tuale usato nell'osservazione. L'epistemologia fornisce cosi
alla fisica un nuovo metodo per raggiungere i suoi scopi.
Lo sviluppo della teoria della relatività e la trasforma­
zione della teoria dei quanti da teoria empirica a razio­
nale, sono il risultato del nuovo metodo; è in esso la
nostra grande speranza di ulteriori progressi fondamen­
tali.

II

Torniamo ai nostri pesci per illustrare un altro punto


di grande importanza. Nessun suggerimento fu offerto ri­
guardo alla seconda generalizzazione - che tutte le crea­
ture marine hanno le branchie - e per quanto si può ve­
dere, essa non avrebbe potuto essere dedotta da un esame
della rete e del modo di usarla. Se l'ittiologo estende le
sue ricerche, facendo ulteriori retate, forse in acque di­
verse, potrà un giorno pescare una creatura marina senza
branchie e sconvolgere la sua seconda generalizzazione.
Se questo accade, comincerà naturalmente a diffidare della
sicurezza della sua prima generalizzazione. Il suo timore

26
è superfluo; perché la rete non può mai pescare qualche
cosa che essa non sia adatta a prendere.
Le generalizzazioni che possono essere raggiunte epi­
stemologicamente hanno una sicurezza che è negata a quel­
le che possono essere raggiunte soltanto empiricamente.
È stato abituale, nella filosofia scientifica, l'insistere
sul fatto che le leggi di natura non hanno carattere di ne­
cessità; esse sono uniformità che sono capitate finora nella
nostra esperienza limitata, ma non abbiamo nessun diritto
di asserire che esse accadranno invariabilmente e univer­
salmente. Questa era una filosofia assai conveniente per le
generalizzazioni empiriche, essendosi capito naturalmente
che nessuno sarebbe cosi pazzo da applicare in pratica
tale :filosofia. Gli scienziati, certi per la loro filosofia di
non avere nessun diritto alle previsioni, continuarono ad
accarezzare previsioni insostenibili e a interpretare le loro
osservazioni in accordo con esse. Sono stati fatti, dalla
teoria della probabilità, tentativi per giustificare la nostra
previsione che se un avvenimento (la cui causa è ignota)
è avvenuto regolarmente fin qui, esso continuerà ad av­
venire alla prossima occasione; ma credo che tutto ciò
che è emerso siano l'analisi e l'assiomatizzazione delle
nostre previsioni, non una loro difesa.
La situazione muta se riconosciamo che alcune leggi
di natura possono avere un'origine epistemologica. Esse
sono necessarie; e, una volta accertata la loro origine
epistemologica, abbiamo diritto di aspettarci che esse sa­
ranno obbedite invariabilmente e universalmente. Il pro­
cesso di osservazione, di cui esse sono una conseguenza,
è indipendente dal tempo e dal luogo.
Ma, si può obiettare, possiamo essere sicuri che il
processo di osservazione 1 non sia influenzato dal tempo

1 La specificazione standard del procedimento di osservazione


deve essere sufficientemente dettagliata per assicurare un risultato
unico dell'osservazione. � dovere dell'osservatore di assicurarsi che

27
e dal luogo? Strettamente parlando, no. Ma se esso è
influenzato, se la posizione nel tempo e nello spazio, o
qualsiasi altra circostanza, impedisce che il procedimento
osservativo sia compiuto proprio secondo le specificazioni
riconosciute, possiamo (e lo facciamo) chiamare l'osserva­
:z:ione risultante una « cattiva osservazione » . Quelli che
respingono l'idea di necessità nella legge scientifica, pos­
sono forse accontentarsi della concessione che, sebbene
non si possa più accettare come un principio di filosofia
scientifica l'affermazione che le leggi di natura non sono
necessarie, non c'è nessuna necessità che le nostre osser­
vazioni effettive le soddisfino, perché (purtroppo) non c'è
nessuna necessità che le nostre osservazioni siano « buone »
osservazioni.
Che cosa dire delle rimanenti leggi di natura, di ori­
gine non epistemologica, e perciò, per quel che sappiamo,
non necessarie? Devono esse continuare ad alterare lo
schema come una sorgente di previsioni insostenibili, che
tuttavia si trovano soddisfatte in pratica? Prima di darci
pensiero di esse, sarà bene aspettare finché vediamo che
cosa rimane del sistema della legge naturale, dopo che
ne sia stata tolta la parte che può essere ritenuta episte­
mologica. Può non rimanere nulla di cui darci pensiero.
L'introduzione dell'analisi epistemologica nella teoria
fisica moderna è stata non solo una potente sorgente di
progresso scientifico, ma ha dato un nuovo genere di si­
curezza alle sue conclusioni. Direi, anzi, che ha messo
tutte le circostanze concomitanti che possono influenzare il risul­
tato, per es., la temperatura, l'assenza di campo magnetico ecc . ,
siano in accordo con la specificazione. Le leggi epistemologiche
che governano i risultati dell'osservazione sono tali da essere de­
ducibili soltanto dal fatto che il procedimento era come quello
specificato. La contingenza a cui ci si riferisce in questo paragrafo
è esemplificata dal fatto che è impossibile fare una osservazione
realmente « buona » di lunghezza in un forte campo magnetico,
perché la specificazione standard dd procedimento di determinare
la lunghezza richiede l'diminazione dei campi magnetici (cap. V).

28
alla nostra portata un nuovo genere di sicurezza. Se le
conclusioni presenti siano sicure o no, è questione di
fallibilità umana, di cui l'epistemologo non è meno esente
del teorico classico o dell'osservatore pratico. Mentre non
bisogna dimenticare che i risultati effettivi raggiunti pos­
sono dipendere dalla penetrazione e dell'esattezza di chi
usa l'analisi epistemologica, vorrei sottolineare il fatto che
abbiamo ora l'apparato epistemologico per mettere la fi­
sica teorica su di un fondamento più sicuro di quello a
cui prima aspirava.

III

Quis custodiet ipsos custodes? Chi osserverà gli os­


servatori? La risposta è: l'epistemologo. Egli li sorveglia
per vedere che cosa essi osservino in realtà; il che spesso
è del tutto differente da ciò che dicono di osservare. Egli
esamina il loro procedimento e le limitazioni essenziali
dell'apparato che usano nel loro compito e, così facendo,
diventa conscio anticipatamente delle limitazioni a cui si
dovranno conformare i risultati che essi ottengono. Gli
osservatori, d'altra parte, scoprono queste limitazioni sol­
tanto nel momento in cui esaminano i risultati e, ignari
della loro origine soggettiva, li ritengono leggi di natura.
Si potrebbe arguire che, accettando l'aiuto dell'episte­
mologia, la fisica continui ad essere interamente una con­
seguenza dell'osservazione, perché anche l'epistemologo è
un osservatore. L'astronomo osserva le stelle; l'epistemo­
logo osserva gli osservatori. Entrambi cercano una cono­
scenza che riposa sull'osservazione.
Sono spiacente di dover offendere i sostenitori del­
l'osservazione, rifiutando questo omaggio alle vedute tra­
dizionali; ma l'analogia tra l'osservare le stelle e osser­
vare gli osservatori non regge. Il giudizio comune, che la

29
:fisica poggia sull'osservazione e che le sue generalizzazioni
sono generalizzazioni fatte su dati osservativi, non è pro­
prio l'intera verità. Essa poggia sulla buona osservazione,
e le sue generalizzazioni sono compiute sui buoni dati
osservativi. L'epistemologia scientifica, che s'interessa della
natura della conoscenza contenuta nella fisica, deve per­
ciò esaminare il procedimento di una buona osservazione.
Propriamente il termine di paragone dell'epistemologo che
osserva i buoni osservatori sarebbe l'astronomo che os­
serva le « buone » stelle !
La qualificazione dell'osservazione come « buona », che
è il primo punto a cui si bada in pratica, sembra che sia
stata spesso trascurata in :filosofia. Parlando dell'osserva­
zione, spesso si omette di distinguere il genere speciale
di attività dell'osservazione, contemplato in fisica, dall'in­
determinato « prestare attenzione » . La distinzione è for­
temente selettiva, e indica un modo in cui la selezione
soggettiva, di cui abbiamo parlato, viene introdotta nel­
l'universo descritto dalla fisica. Se agli astronomi fosse
permesso similmente di distinguere stelle buone e stelle
cattive, senza dubbio l'astronomia sarebbe arricchita di
notevoli leggi nuove, che si applicherebbero, naturalmente,
solo alle stelle buone che obbediscono alle leggi così pre­
scritte.
Che una osservazione sia buona o cattiva, dipende da
ciò che essa pretende di rappresentare. Una cattiva deter­
minazione del punto di fusione dello zolfo, può essere una
determinazione eccellente del punto di fusione di una mi­
scela di zolfo e di un'impurità. I termini usati per de­
scrivere un'osservazione - per stabilire di che cosa è
osservazione - implicano con la loro definizione un pro­
cedimento standard da seguirsi nel farla; l'osservatore di­
chiara di seguire questo procedimento, o un procedimento
che egli si prende la libertà di sostituire a quello, nella
convinzione che darà sicuramente lo stesso risultato. Se,

30
per inavvertenza o per difficoltà pratica, le condizioni
prescritte per il procedimento non sono adempiute, l'os­
servazione è una cattiva osservazione e in questo caso
l'osservatore è un cattivo osservatore. Ugualmente, dal
punto di vista fisico, egli è un cattivo osservatore se la
convinzione che il suo metodo possa sostituirsi al proce­
dimento standard è sbagliata; sebbene, in questo caso, egli
trasmetterà il biasimo al teorico che lo ha consigliato
malamente.
L'epistemologo, di conseguenza, non studia gli osser­
vatori come organismi le cui attività devono essere ac­
certate empiricamente, nella stessa maniera in cui un na­
turalista studia le abitudini degli animali. Egli deve sco­
vare i buoni osservatori - quelli le cui attività seguono
un progetto convenzionale di procedimento - questo pro­

getto è ciò cui l 'epistemologo deve badare. Senza di


esso, egli non sa che cosa studino e che cosa ignorino gli
osservatori ; con esso, non ha bisogno di sorvegliare ef­
fettivamente i buoni osservatori che, egli già lo sa, ese­
guiscono semplicemente le sue istruzioni, poiché altrimen­
ti non sarebbero buoni osservatori.
Il progetto deve essere divisato nella mente dell'osser­
vatore o nelle menti di quelli da cui egli ha tratto le
sue istruzioni. L'epistemologo è un osservatore solo nel
senso che egli osserva che cosa c'è nella mente . Ma que­
sta è una descrizione pedante del modo in cui scopriamo
un progetto concepito nella mente di qualcuno. Noi appren­

diamo il progetto dell'osservatore prestando ascolto al suo


resoconto e ponendogli, a nostra volta, dei quesiti.

IV

Possiamo distinguere la conoscenza dell'universo fisico


derivata dallo studio dei risultati dell'osservazione, come

.31
una conoscenza a posteriori, e la conoscenza derivata dallo
studio epistemologico del procedimento di osservazione
come una conoscenza a priori. Un esperto può arrivare alla
generalizzazione a posteriori che nessun oggetto, in una
casa, costa più di f.. 2 ,50; la stessa generalizzazione a
priori avrebbe potuto essere raggiunta, sapendo che il pro­
prietario la ha ammobiliata fornendosi da Woolworth.
L'osservatore è incaricato di fornire il mobilio della casa
della scienza. L'apriorista, osservando il suo metodo per
ottenere il mobilio, può anticipare alcune delle conclusioni
che l'aposteriorista otterrà osservando il mobilio.
Credo di usare qui il termine « conoscenza a priori » ,
con il suo significato conosciuto - conoscenza che noi
abbiamo dell'universo fisico, antecedente all'effettiva os­
servazione di esso. Ad ogni modo, la conoscenza episte­
mologica è imparentata con la conoscenza a priori abba­
stanza da vicino per destare la stessa opposizione da parte
dei fisici della scuola tradizionale. La conoscenza a priori
ha cattiva fama in scienza, e non cerco di celarne l'albero
genealogico bisticciando sui nomi.
Per essere del tutto esplicito, la conoscenza epistemo­
logica, o a priori, è anteriore al compiersi delle osserva­
zioni, ma non anteriore allo sviluppo di un progetto di
osservazione. Come conoscenza fisica, essa è necessaria­
mente un'asserzione dei risultati di osservazioni che s'im­
maginano compiute. Alla domanda, se essa possa essere
considerata del tutto indipendente dall'esperienza osserva­
riva, devo, credo, rispondere di no. Una persona comple­
tamente priva di esperienza osservativa e senza quella co­
noscenza indiretta di tale esperienza che potrebbe ottenere
comunicando con i suoi compagni, non potrebbe, proba­
bilmente, dare un significato ai termini con cui la cono­
scenza epistemologica, come le altre conoscenze fisiche,
viene espressa e sarebbe impossibile metterla in una qual­
siasi altra forma che avesse un significato per lui.

32
Dobbiamo allora concedere che la deduzione di una
legge di natura da considerazioni epistemologiche impli­
chi un'esperienza osservativa antecedente. Ma si deve in­
sistere sul fatto che la relazione della legge di natura
con le osservazioni che formano questa esperienza ante­
cedente, è del tutto differente dalla sua relazione con le
osservazioni che essa governa. Una persona estranea alla
nos tra università, osservando che gli studenti rientrano
nei loro collegi prima di mezzanotte, potrebbe credere di
avere scoperto una legge della natura umana - che c'è
qualcosa nella natura degli studenti che li spinge a cer­
care la protezione delle pareti del collegio, prima del suono
delle dodici. Dobbiamo disingannarla e mostrarle che la
legge ha una fonte del tutto diversa - le autorità del
collegio. Dovrebbe egli concludere, allora, che la legge è
del tutto indipendente dalla natura dello studente? Non
necessariamente. Ricerche accurate rivelerebbero che la
legge dipende da una notevole esperienza precedente della
natura degli studenti. Non possiamo dire che la regola
della mezzanotte non sia basata sulla natura dello studente;
ma essa non vi è basata nel senso presunto dall'estraneo.
Nella scienza fisica, le conclusioni a priori sono state,
per molto tempo, un anatema; e dobbiamo aspettarci op­
posizione da parte dei sostenitori della tradizione. Si è
giunti ad accettare come principio scientifico il fatto che
non si possa avere nessuna conoscenza a priori dell'univer­
so. D'accordo; purché per « universo » si intenda qui
« universo oggettivo », come, senza dubbio, si intese quan­
do il principio fu concepito. Ma, applicato a un universo
definito come l'oggetto della conoscenza fisica, piuttosto
che definito in base alle sue caratteristiche 2 intrinseche, il

2 Quando si è definita una cosa, si conosce a priorz che essa


ha le caratteristiche specificate nella definizione. Evidentemente si
deve intendere che il principio esclude tale conoscenza a priori.

33
principio si annulla da sé. Se non si può avere una cono­
scenza a priori dell'universo, non si può avete una cono­
scenza a priori che esso sia oggettivo; e perciò non si
può avete una conoscenza a priori del fatto che non pos­
siamo avete una conoscenza a priori di esso.
La reintroduzione di una conoscenza fisica a priori è
giustificata dalla scoperta che l'universo descritto dalla
fisica è parzialmente soggettivo. Storicamente l'argomen­
to procede, pressappoco, nella maniera opposta. Si è tro­
vato che una certa conoscenza può essere ottenuta con
metodi a priori; essa è, indubbiamente, la conoscenza del­
l'universo della fisica, perché è precisamente la conoscenza
che i fisici hanno cercato, e in alcuni casi trovato, con i
soliti metodi a posteriori. Ma, come si è ammesso, tale
conoscenza a priori sarebbe impossibile se l'universo a cui
si riferisce fosse completamente oggettivo. Ciò ci spinge
alla ricerca di come descrivete la modalità dell'introdu­
zione di un elemento soggettivo nell'universo della fisica.
Sembra appropriato chiamate il punto di vista filoso­
fico che abbiamo qui raggiunto soggettivismo selettivo.
« Selettivo » deve essete interpretato in senso lato. Non

voglio asserire che l'influenza del procedimento di osser­


vazione sulla conoscenza ottenuta, sia ridotta alla semplice
selezione, come il passare attraverso una rete. Ma il ter­
mine servirà a rammentatci che il soggettivo e l'oggettivo
possono essete combinati in altri modi che non con la
pura addizione. In matematica, un tipo molto generale
di tale combinazione è quello dell'operatore e dell'ope­
rando, essendo gli operatori selettivi un caso particolare.
La selezione implica qualcosa da cui selezionare. Sem­
bra lecito concludere che il materiale su cui si opera la
selezione sia oggettivo. Il solo modo di convincerci di
questo è di esaminare accuratamente il modo con cui la
soggettività può infiltrarsi nella conoscenza fisica, attra­
verso il procedimento di osservazione. Per quanto posso

34
vedere, la selezione o le operazioni matematicamente affini
ad essa, coprono l'intero campo della possibilità, vale a
dire l'intera soggettività è compresa in operazioni di tipo
selettivo. Essendo la soggettività ridotta agli operatori,
l'operando finale deve essere esente da soggettività.
Non vedo nessuna ragione per dubitare del precedente
argomento; ma esso dipende da una accuratezza di esame
che non posso garantire come conclusiva. « Essere og­
gettiva » è una caratteristica essenzialmente negativa (non­
soggettiva) della conoscenza, sebbene la consideriamo come
una caratteristica positiva della cosa a cui la conoscenza si
riferisce; ed è sempre più difficile dimostrare una conclu­
sione negativa, che una positiva. Accetto un elemento
oggettivo nella conoscenza fisica, su basi che credo ragio­
nevolmente forti, ma non con la stessa sicurezza dell'ele­
mento soggettivo, che è facilmente dimostrabile.
Il soggettivismo selettivo, che è la filosofia scientifica
moderna, ha poca affinit à col soggettivismo berkeleyano
che, se ben intendo, nega qualsiasi oggettività al mondo
esterno. Dal nostro punto di vista, l'universo fisico non
è né completamente soggettivo né completamente ogget­
tivo, e nemmeno una semplice mescolanza di entità o di
attributi oggettivi e soggettivi.
Capitolo terzo

INOSSERVABILI

Le idee fondamentali della fisica moderna, in quanto


differiscono dalle idee classiche del XIX secolo, sono con­
tenute in due teorie di vasta portata - la teoria della
relatività e la teoria dei quanti. La teoria della relatività
arrivò in due stadi, cioè la teoria speciale di Einstein nel
1 905 e la sua teoria generale nel 1 9 1 5 ; a queste si deve
aggiungere la teoria di Weyl della relatività della misura
nel 1 9 1 8 , che è ora una parte essenziale della concezione
relativistica. La teoria dei quanti ebbe inizio nel 1 9 0 1
da un articolo di Planck; essa è perciò un po' più vec­
chia delle due teorie, ma ha messo più tempo per rag­
giungere la sua maturità. Mentre la teoria della relatività
fin dal principio fu associata con una nuova visione filo­
sofica, la teoria dei quanti fino al 1 925 non contribui
affatto alla filosofia, eccetto che per confonderla. Heisen­
berg introdusse nel 1 925 una nuova idea importante, e
in uno o due anni, in seguito, con l'aiuto di un certo
numero di collaboratori, la teoria raggiunse la sua forma
attuale, generalmente chiamata « meccanica ondulatoria » .
Essa cessò di essere interamente una collezione di magia
empirica, e, sebbene sia ancora piuttosto oscura, contiene
certe linee di pensiero coerenti, che hanno implicazioni

36
filosofiche non meno importanti di quelle della teoria
della relatività.
Si riconoscono due ampie suddivisioni della materia
della fisica, cioè la fisica microscopica, che tratta dei si­
stemi su scala atomica, e la fisica molecolare, che tratta
dei sistemi su di una scala percepibile dai nostri sensi
grossolani, comprendente vasti numeri di costituenti mi­
croscopici. Generalmente diciamo che la teoria della rela­
tività si applica ai sistemi molecolari, e la teoria dei
quanti ai sistemi microscopici. Ciò non significa che la
natura sia divisa in se stessa. Accettando i principi della
relatività o i principi dei quanti, li accettiamo per tutta
la fisica; ma essi possono avere un'applicazione pratica più
diretta in un ramo che nell'altro. Il « principio d'indeter­
minazione » dei quanti è valido, presumibilmente, anche
per i sistemi molecolari; ma sarebbe difficile produrre un
esempio molecolare in cui l'indeterminazione sia rilevabile.
Il « principio speciale della relatività », che asserisce l'equi­
valenza primitiva dei sistemi spazio-temporali corrispon­
denti a velocità diverse, è valido anche nella fisica micro­
scopica, ma non ha applicazione diretta nell'interno di un
atomo o di un nucleo, perché, come sistema di riferimento
per la struttura interna, un sistema spazio-temporale in
cui l'atomo o il nucleo come un tutto sia in moto, non è
equivalente a uno in cui esso sia in quiete. I princìpi
della teoria dei quanti e della relatività sono validi per
tutta la fisica, ma la raccolta di teoremi e di formule, che
comunemente si dice costituiscano la teoria della relati­
vità e la teoria dei quanti, rispettivamente, aderiscono
molto strettamente alla suddivisione tra fisica molecolare
e fisica microscopica.
La relazione tra le leggi microscopiche (quanti) della
fisica e le leggi molecolari fu resa chiara da Niels Bohr
nel suo « principio di corrispondenza ». Le leggi moleco­
lari sono una forma semplificata a cui convergono le leggi

37
microscopiche, quando il numero di particelle o di quanti
considerati è molto grande. Ciò significa che idealmente
le leggi microscopiche da sole sono sufficienti a coprire
l'intero campo della fisica, essendo le leggi molecolari solo
un conveniente adattamento di esse ad un problema spe­
ciale, ma che si presenta di frequente. Abbiamo così spes­
so a che fare con raccolte di numeri grandissimi di par­
ticelle, che è utile avere una esposizione in forma concisa
del risultato delle leggi microscopiche applicate a tali si­
stemi, traendo vantaggio dalle semplificazioni che avven­
gono quando è permesso fare la media. La legge moleco­
lare è questa versione condensata e riveduta della legge
microscopica.
Conseguentemente, in un ordine logico di presenta­
zione, la legge microscopica dovrebbe precedere la legge
molecolare . Ma l'esperienza pratica ha presentato il pro­
blema dal verso opposto, poiché i nostri organi sensori
sono essi stessi dei sistemi molecolari. Così la ricerca
scientifica si è imbattuta dapprima nelle leggi molecolari,
e queste sono state saldate in uno schema logicamente com­
pleto nella teoria della relatività. La teoria microscopica è
intrinsecamente più difficile, e ha avuto un'origine poste­
riore ; pochi dei fenomeni più significativi associati alla
teoria dei quanti erano noti prima del 1900. In un esame
della conoscenza fisica del tempo presente è impossibile
evitare di dare alla legge molecolare un primato acciden­
tale (che presumibilmente non sarà permanente), perché
ci siamo familiarizzati con un sistema completo di leggi
molecolari, ma stiamo ancora penosamente tentando di
perfezionare lo schema, parzialmente sviluppato, delle leggi
microscopiche.
Uno studio sulla psicologia delle masse sarebbe una
base molto insoddisfacente per una teoria sulla mente
umana. La legge molecolare, o legge-massa della fisica, è
una introduzione altrettanto insoddisfacente alla teoria del

38
comportamento individuale o atomico. Cosi non appena
ci era sembrato di aver raggiunto la comprensione delle
vie della natura nella legge molecolare, una concezione
interamente nuova di ciò che essa tratta, cominciò ad
apparire nella legge microscopica. Lasciatemi dire subito
che l'analogia tra l'individuo e la massa è imperfetta. È
uno degli aspetti interessanti dd progresso odierno l'aver
trovato che essa è imperfetta. Ciò accade perché la parti­
cella individuale, o entità fisica, è una concezione molto
più elusiva di quanto abbiano creduto i vecchi atomisti.
Ma rimane vero che molto di ciò che è vitale per una
giusta comprensione dell'universo fisico, va ordinariamen­
te perduto per l'osservazione, a causa dell'eccessivo ap­
piattimento causato dai nostri rozzi sensi; e il modello
stesso della legge naturale risulta differente dalla conce­
zione che precedentemente avevamo sviluppato nella forma
limitata ai grandi numeri.

II

Spesso si parla del « princ1p1o di relatività », ma è


difficile trovarne un'enunciazione rigorosa e autorevole.
Ho pubblicato tre esposizioni molto lunghe della relati­
vità ma, se la memoria non m'inganna, nessuna di esse
tenta una definizione del principio generale della relati­
vità 1 • Mi sembra che anche altri siano stati ugualmente
reticenti. Per parte mia ho considerato la relatività come
un nuovo modo di vedere, le cui conseguenze debbano
gradualmente svilupparsi, anziché come un assioma o
ipotesi particolare da tradursi una volta per tutte in una
formulazione definitiva.
Forse la formulazione meno approssimata del principio

l Il principio « speciale » è un'idea relativamente semplice.

39
sta nell'affermazione che noi osserviamo soltanto relazioni
tra entità fisiche. Ciò richiederebbe una spiegazione cri­
tica, che ora non posso dare. Infatti, come ho già detto,
vorrei piuttosto identificare la relatività col modo di ve­
dere che conduce a tale conclusione. Vorrei mettere in
rilievo la domanda: « Che cosa osserviamo noi in real­
tà? », piuttosto che la risposta : « Osserviamo soltanto
relazioni tra entità fisiche » . Poiché, appena poniamo la
questione, lo schema classico della fisica è come una bolla
di sapone che venga punta, e partiamo su di un sentiero
di rivoluzione la cui fine, forse, non è ancora in vista.
Si usa descrivere lo stato della fisica teorica negli ultimi
trent'anni come una successione di rivoluzioni; ma si
tratta di un solo e unico movimento rivoluzionario che
ebbe origine da questa semplice domanda. Heisenberg la
ripeté nel 1 925 : « Che cosa osserviamo in realtà in un
atomo ? ». Il risultato fu la nuova meccanica dei quanti.
La nostra prima conclusione epistemologica fu che la
conoscenza fisica è di natura osservativa, nel senso che
ogni articolo è un'asserzione sul risultato di una osserva­
zione reale o ipotetica. È chiaro che il passo seguente de­
v'essere d'investigare in modo preciso che cosa sia com­
preso nel termine « osservazione » . L'osservatore degli os­
servatori, l'epistemologo, deve mettersi al lavoro per tro­
vare che cosa l'osservazione ci dà realmente. Nel porre la
domanda : « Che cosa osserviamo in realtà? », la teoria
della relatività ha chiamato l'epistemologia in aiuto della
scienza.
Questo secondo passo è così complesso, che dev'essere
fatto a gradi. A ogni grado si raggiunge soltanto una ve­
rità parziale, ma, data la natura della scienza, ci importa
di più apprezzare e sviluppare il nuovo indizio rivelatoci
nella verità parziale, che non sforzarci prematuramente di
raggiungere una risposta finale. Il progresso finora è con­
sistito non tanto nello specificare che cosa si osservi real-

40
mente, quanto nell'eliminare ciò che risulta definitiva­
mente inosservato e inosservabile. Perciò in questo capi­
tolo considereremo particolarmente la situazione creata
dalla scoperta che certe quantità, preminenti nella fisica
della prerelatività, sono « inosservabili ».
Come gli scrittori di romanzi polizieschi amano porre
in rilievo, è notoriamente difficile cavare da un testimone
i fatti reali e probativi; questi non può trattenersi dal
rivestirli di un suo proprio commento. L'abitudine a
un'induzione facile ed elementare ci viene presto dal­
l'istinto e dall'educazione, e il semplice « uomo di scien­
za » mescola i fatti con induzioni immature e non atten­
dibili, come qualsiasi altro testimone, quando debba di­
chiarare che cosa ha osservato. La teoria della relatività
fece il primo serio tentativo di insistere a trattare con
i fatti stessi. Prima, gli scienziati professavano un profon­
do rispetto per i « meri fatti d'osservazione » ; ma non
sarebbe loro venuto in mente di verificare che cosa fos­
sero.
Dividendo i fisici in tre classi : fisici relativisti, fisici
quantisti e fisici sperimentali, il fisico relativista studia i
meri fatti d'osservazione. Il fisico quantista segue lo stes­
so principio per quel che può ; ma, a causa della natura
più intrigata e più remota del suo oggetto, la mira di
costruire una teoria che abbracci soltanto i fatti osserva­
bili, rappresenta il suo ideale, piuttosto che il suo esito
pratico. Riguardo al fisico sperimentale, dirò soltanto che
dal fatto di lavorare in un laboratorio, non ne consegue
che egli non sia un metafisica incorreggibile.

III

Comincerò la discussione sugli inosservabili, ricordan­


dovi che la scoperta anche di un solo inosservabile, che

41
abbia sfondato la porta d'accesso alla conoscenza fisica,
può avere conseguenze di vasta portata. Il fondamento
della teoria speciale della relatività e l'inizio della mo­
derna rivoluzione fisica, fu l'aver capito che la « velocità
dell'etere » è inosservabile. Se si dice che la luna dista
386 .000 km dalla terra, si asserisce quello che sarebbe il
risultato di un certo procedimento di osservazione se ve­
nisse eseguito; ma se si dice che in una certa regione
l'etere ha una velocità di 80 km al secondo rispetto alla
terra, non si asserisce il risultato di nessun procedimento
di osservazione, reale o ipotetico.
Eliminiamo subito un comune malinteso. Non intendo
dire che l'ingegnosità dei fisici sperimentali sia stata finora
insufficiente a trovare un procedimento di osservazione
per misurare la velocità dell'etere. Non è mai compito
dello sperimentatore trovare il procedimento di osserva­
zione che sia la prova definitiva della verità di un'asser­
zione scientifica. Tale procedimento dev'essere indicato in
modo non ambiguo nell'asserzione stessa, avendo cura delle
definizioni dei termini in essa usati, altrimenti il procedi­
mento non può essere sottoposto alla corte d'appello, ed
è inammissibile come conoscenza fisica. Quando si deve
trovare un procedimento equivalente a quello riferito nel­
l 'asserzione, ma più praticabile di esso, è allora che l'in­
gegnosità dello sperimentatore viene spesso richiesta. La
scoperta che diventò la base della teoria speciale della re­
latività fu che l'asserzione che l'etere ha una velocità re­
lativa di 80 km al secondo, non risulta specificare, quando
venga sottoposta a esame, nessun procedimento di osser­
vazione 2 • L'ingegnosità dello sperimentatore non è chia­
mata in causa, poiché non gli si può chiedere di trovare

2 Intendendo che l'« etere ,. a cui ci si riferisce sia l'etere elet­


tromagnetico di Maxwell , che abbia, per definizione, le proprietà
specificate dall'equazione di Maxwell.

42
un procedimento praticabile, equivalente a un procedi­
mento che non sia mai stato specificato.
Se chiudiamo gli occhi sull'incoerenza logica insita nella
definizione della velocità dell'etere, è possibile trattare la
sua inosservabilità come un'ipotesi fisica ordinaria, sugge­
rita e confermata dall'osservazione nella misura in cui sia
ancora possibile provarne le conseguenze. Poiché l'etere
non è materia, non si può presumere a priori che i so­
liti attributi della materia (densità, rigidità, momento, ecc.)
siano anche attributi dell'etere. Perciò, l'ipotesi che de­
v'essere dimostrata è che la velocità, sebbene sia un ben
noto attributo della materia, non è uno degli attributi
dell'etere. Posta in questo modo, non è una verità che
avrebbe potuto essere prevista a priori; è una conclu­
sione appena sorprendente, ma chiaramente possibile, de­
dotta a posteriori dal risultato nullo di esperimenti intesi
a scoprire effetti che ci si dovrebbe aspettare, se esistesse
un etere luminoso col tipo di struttura a cui si potrebbe
attribuire la velocità.
Questo atteggiamento è familiare a quelli che disap­
provano la ricerca epistemologica associata con i nuovi
sviluppi della fisica. È così facile tagliar corto un argo­
mento, che non si vuoi capire, dicendo : « Non mi inte­
resso alle vostre ragioni ma voglio verificare qualsiasi con­
clusione possiate aver raggiunto, come un'ipotesi che deb­
ba essere dimostrata dall'osservazione. Allora, se sarà con­
fermata, prenderà il suo posto insieme con le altre ipotesi
confermate della fisica, e non avremo più bisogno dei vo­
stri argomenti » . Con questa maniera di troncare l'argo­
mento, le considerazioni più difficili ne vengono tagliate
fuori, e possiamo imbarcarci subito nella rettilinea dedu­
zione matematica delle conseguenze dell'ipotesi, sottoposta
a una prova osservativa. Così il vino nuovo è messo nelle
botti vecchie. Esso non fa scoppiare le botti, ma perde

43
la maggior parte delle sue qualità rinvigorenti - i miei
oppositori direbbero forse intossicanti.
Tentiamo di ricuperare quel rinvigorimento . Possiamo
almeno vedere che la scoperta fatta, o con esame logico
o con prova sperimentale, di un inosservabile che si ma­

schera da osservabile nello schema classico della fisica, e


le importanti conseguenze che sono risultate dalla scoper­
ta, sarebbero seguite da una ricerca sistematica di altri
impostori. Parecchie altre scoperte sono state fatte, in ogni
caso, con risultati di vasta portata. La più nota è la sco­
perta di Heisenberg, che è inosservabile una combinazione
di posizione esatta con vdocità esatta ; ciò costituisce il
famoso « principio di indeterminazione » .
Come esempio ulteriore, fu mostrato, dieci a nni fa,
che quando si ha a che fare con particelle che, come gli
elettroni, non sono distinguibili l'una dall 'altra per mezzo
dell'osservazione, la coordinata ordinaria s = x2 - x1 di
una particella relativa a un'altra, non è un osservabile;
l'osservabile è, in questo caso, un tipo di quantità prece­
dentemente non familiare all'analisi, cioè una « coordi­
nata senza segno » TJ = ± s. Fino a ora, i fisici quantisti
hanno preferito ignorare questa impostura, e i moderni
libri di testo ancora aderiscono alla teoria erronea di un
sistema di due particelle tali da presumere che l'osserva­
bile sia t Essi hanno perciò mancato di aprire la via a
un progresso di cui si sente molto bisogno.
Ho menzionato quest'ultimo esempio, perché è un
caso chiaro in cui l'inosservabilità è una materia di prin­
cipio epistemologico, non di ipotesi fisica. Per semplicità,
consideriamo le particelle soltanto in una dimensione, cioè
est e ovest . Se abbiamo una palla verde e una rossa, pos­
siamo osservare che la palla verde è, per esempio, 10 cm
a ovest della palla rossa. Perciò, ai fini della descrizione,

introduciamo una quantità osservabile s che stabilisce la


distanza della palla verde da quella rossa misurata verso

44
ovest; un valore negativo di s indicherà che la palla verde
si trova a est. Ma supponiamo di avere invece due palle
di colore esattamente identico, e che non si possa osser­
vare nessun'altra differenza tra di esse. In un tale sistema
non c'è nessun osservabile corrispondente a s. Si può osser­
vare che le palle sono distanti 10 cm sulla linea est-ovest,
e si può introdurre un osservabile 1}, che ne stabilisca la

distanza. Ma, diversamente da s, 1J è una quantità senza


segno.
È un errore naturale applicare l'ordinaria teoria del com­
portamento osservabile delle particelle (meccanica delle
particelle, come noi la chiamiamo) ai pro toni e agli elet­
troni, trascurando il fatto che in un primo stadio di que­
sta teoria, cioè nell'introdurre e definire una coordinata
relativa s, fu dato per scontato che le particelle potessero
esser distinte per mezzo dell'osservazione. Questa mecca­
nica diventa inapplicabile quando s è inosservabile. Per
i protoni e gli elettroni abbiamo una meccanica modifi­
cata, con 1J come osservabile. Questa differenza fonda­
mentale della meccanica deve essere seguita matematica­
mente, e sebbene il problema sia piuttosto difficile, penso
che sia rigorosamente deducibile che la differenza sia equi­
valente a una forza tra le particelle, che è in realtà la
ben nota forza di Coulomb . Vale a dire, la forza elettro­
statica (Coulomb) tra gli elettroni e i protoni non è un
« extra » che venga fuori chissà perché, ma semplicemente

un termine che è scomparso nella derivazione ordinaria

delle equazioni a causa della svista di prendere s invece


di 1J come osservabile, e che perciò ha dovuto esser rein­
serito empiricamente.
Coloro che non hanno familiarità con la meccanica
ondulatoria, saranno sorpresi dal fatto che ci potrebbe
essere una differenza tra la meccanica delle particelle di­
stinguibili e la meccanica delle particelle non distinguibili.
Ma ciò non dovrebbe sorprendere i fisici quantisti, poiché

45
è universalmente ammesso che ci sia una differenza nelle
loro statistiche, che non è meno misteriosa. Invero non
sono mai riuscito a capire perché coloro che sono consa­
pevoli delle importanti conseguenze dell'indistinguibilità
nei grandi complessi, non si disturbino a esaminare le
sue precise conseguenze in sistemi più piccoli. Sia che si
consideri il ben noto effetto sulle statistiche dei grandi
complessi, sia che si consideri l 'effetto meno noto sulla
meccanica di un sistema di due particelle, le conclusioni
appaiono incredibili, se non si tiene a mente la soggetti­
vità del mondo descritto dalla fisica e di tutto ciò che si
dice esso contenga. Si può naturalmente obiettare che le
particelle non possono essere influenzate dalla nostra in­
capacità di distinguerle ed è assurdo supporre che esse mo­
difichino il loro comportamento per questo. Ciò sarebbe
vero se ci si riferisse a particelle completamente oggettive
e a un comportamento del tutto oggettivo. Ma le nostre
generalizzazioni circa il loro comportamento - le leggi
della meccanica - descrivono proprietà imposte dal nostro
procedimento di osservazione, come le generalizzazioni sui
pesci catturabili erano imposte dalla struttura della rete.
Le particelle oggettive non hanno a che fare con la no­
stra incapacità a distinguerle ; ma esse non hanno egual­
mente a che fare con il comportamento che noi attribuia­
mo loro, in parte come conseguenza del nostro insuccesso
nel distinguerle . È con questo comportamento osservabile
e non col comportamento oggettivo, che noi abbiamo a
che fare .
Tornando alla questione dell'ipotesi fisica in quanto
contrapposta al principio epistemologico, è concepibile che
chi non voglia applicare la sua mente a nessun'altra cosa
che non siano le formule matematiche, possa trattare la
nostra asserzione, che l 'osservabile è T] e non ç , come
un'ipotesi suggerita, che deve reggersi o cadere confron­
tando le conseguenze dedotte con l'esperienza. Nella forma

46
essa somiglia a un'ipotesi fisica, e le sue conseguenze pos­
sono essere seguite nello stesso modo . Ma in questo caso,
la prova dell'osservazione è superflua, come la verifica
sperimentale delle proposizioni di Euclide. Un disaccordo
potrebbe indicare un errore nel dedurre le conseguenze
osservative dell'asserzione, o potrebbe significare che gli
elettroni non sono, dopo tutto, completamente indistin­
guibili ; ma non ci potrebbe persuadere a contraddire noi
stessi, asserendo che, dal momento che A non è distin­
guibile con l'osservazione da B, è possibile osservare che
A è a ovest di B.
Sarebbe un'esagerazione dire che l'inosservabilità della
velocità dell'etere è ugualmente ovvia da un punto di vi­
sta epistemologico, - che l'impossibilità di osservarla salti
agli occhi appena consideriamo come dovremmo iniziare
l'osservazione. Ciò accade perché il riferimento all'etere ci
avvolge in un dedalo di definizioni semidimenticate, attra­
verso cui è difficile trovare la nostra strada senza perderei
in un turbine polveroso di controversie verbali . Ma l 'etere
ha pochi amici al giorno d'oggi, e diamo più importanza
a un inosservabile ad esso strettamente correlato, cioè la
« simultaneità a distanza ». L'inosservabilità della simul­

taneità a distanza è essenzialmente lo stesso principio del­


l'inosservabilità della velocità dell'etere, ma è esente dalla
fraseologia spesso ambigua associata alle vecchie ipotesi
sull'etere . Si trova che l'inosservabilità della simultaneità
a distanza è una conclusione puramente epistemologica.
La concezione classica accettò come vero che nella
storia di un corpo posto in qualsiasi luogo dello spazio,
debba esistere un istante identificato in modo assoluto
con l'istante « adesso », di cui noi stessi facciamo l'espe­
rienza in questo momento . Era dato anche per scontato
che il procedimento necessario a decidere con l'osservazione
quali istanti abbiano questa relazione di simultaneità as­
soluta, sarebbe risultato ovvio al senso comune. Ma se la

47
simultaneità in luoghi distanti deve essere usata come ter­
mine scientifico, non possiamo tollerare che ci sia ambi­
guità di definizione e dobbiamo insistere su istruzioni pre­
cise riguardo al procedimento di osservazione proposto.
Si trova che i tentativi per formulare le istruzioni fini­
scono sempre in un circolo vizioso. Per esempio, può es­
ser data l'istruzione di mettere in relazione degli istanti,
in posti diversi, con segnali luminosi o per radio, facendo
correzioni per il tempo impiegato nel percorso ; ma quando
cerchiamo come determinare la correzione suddetta, le
istruzioni sono di misurare il tempo impiegato nel per­
corso con orologi già predisposti per mostrare la simul­
taneità . Non è necessario un esperimento Michelson­
Morley per provare che c'è un circolo vizioso in questa
definizione, sebbene sia probabile che l'errore avrebbe an­
cora continuato a sfuggire a lungo alla nostra attenzione,
se il risultato dell'esperimento Michelson-Morley non aves­
se stimolato un esame critico.
L'insinuazione che una quantità possa essere inosserva­
bile è stata fatta qualche volta dall'osservazione ; vale a
dire, quando si fecero tentativi per misurarla, essa si di­
mostrò inaspettatamente elusiva . Ma la chiara consape­
volezza che essa sia inosservabile non deriva dall'insuc­
cesso dei tentativi per osservarla; essa deriva da un esa­
me critico della sua definizione, che si trova contenere
un'autocontraddizione o un circolo vizioso o qualche altra
fallacia logica. La definizione specifica qualche cosa che
sembra un procedimento di osservazione ; ma quando esa­
miniamo il significato dei termini (che spesso coinvolge
il susseguirsi di una lunga serie di definizioni) , troviamo
che la specificazione non ha senso . Poiché la distinzione
degli inosservabili dipende dallo studio del procedimento
usato per ottenere una conoscenza osservativa, ossia dalla
conoscenza osservativa adducibile, e non da uno studio dei
risultati ottenuti nell'eseguire il procedimento, essa rien-

48
tra nel campo dell'epistemologia scientifica, e il principio
di inosservabilità, come il principio speciale della relati­
vità, il principio di indeterminazione o la meccanica modi­
ficata delle particelle indistinguibili, è un principio episte­
mologico . Tali princìpi hanno uno stato completamente
differente dalle ipotesi fisiche, sebbene conducano allo stes­
so genere di conseguenze pratiche.
Quando un inosservabile viene introdotto in un giu­
dizio, che pretende essere un'espressione di conoscenza fi­
sica, il giudizio risulta di solito senza significato ; come
articolo di conoscenza fisica, esso deve asserire il risultato
di uno specifico procedimento di osservazione, e l'intru­
sione di un termine privo di significato rispetto all'osser­
vazione, causa una lacuna nella specificazione. Ma eccezio­
nalmente può avvenire che l'inosservabile sia implicato in
modo tale, che il valore del giudizio sia indipendente dal
valore ascritto al primo . L'inosservabile, perciò, non vi­
zierà il giudizio perché, sebbene una parte delle istruzioni
osservative si dimostri illusoria, non importa di fatto quale
risultato si suppone abbia dato questa parte del procedi­
mento . Per esempio, è un articolo di conoscenza fisica che
un corpo che sia stato mosso di 4 m verso nord e poi
di 3 verso est, sia a 5 m dal punto di partenza. Ciò vale
per misure su altri pianeti oltre che sulla terra. Ragio­
nevolmente interpretato, vale anche su un pianeta non
ruotante, sebbene il nord sia in tal caso inosservabile ;
infatti, sebbene i termini « nord » e « est » siano usati
per esprimere una conoscenza, la verità di questa è indi­
pendente dal risultato del procedimento osservativo con
cui è stata fissata la prima di queste due direzioni ret­
tangolari.
Così, ci sono due modi inconsapevolmente ammessi
nella fisica classica di trattare gli inosservabili . Uno è di
riformulare la nostra conoscenza in modo tale da sradicarli
tutti insieme . L'altro è di sterilizzarli ; si può permettere

49
che esst rtmangano, a patto che le asserzioni che conten­
gono riferimenti ad essi restino vere per qualunque valore
attribuiamo loro, qualunque sia il risultato che supponia­
mo abbia dato il procedimento illusorio di osservazione.
Sebbene incomodo dal punto di vista filosofico, l'ultimo
metodo è generalmente il più conveniente nello sviluppo
pratico della fisica. Esso implica minor interferenza con
la forma tradizionale di espressione della nostra cono­
scenza . Possiamo più facilmente tracciare le conseguenze
dell'inosservabilità . Le asserzioni possibili che implicano
riferimenti agli inosservabili sono molto limitate nella for­
ma, perché devono possedere un'« invarianza » che le man­
tenga vere, per quanto si muti il supposto valore dell'inos­
servabile. Ordinariamente, una tale limitazione condur­
rebbe a un'ipotesi fisica, l'ipotesi che il comportamento
effettivo delle cose sia in accordo con la limitazione. Ma,
nel caso presente, la limitazione è in fondo una tautologia ;
perché sarebbe del tutto privo di senso fare un'asserzione,
che non si conformasse alla limitazione .

IV

Il lettore può avere notato che gli esempi dati del­


l'applicazione di considerazioni epistemologiche alla fisica
non sono affatto quelli che egli era stato condotto ad
aspettarsi nel capitolo IL Là contemplavamo le generaliz­
zazioni (leggi di natura) che sorgevano dall'effetto selet­
tivo del procedimento di osservazione . Qui sembra che
il nostro esame del procedimento abbia condotto a una
scoperta di diverso genere, cioè che certe quantità incor­
porate nel sistema fisico corrente siano inosservabili. Svi­
luppando le conseguenze di questa inosservabilità, pos­
siamo dedurre leggi di natura precedentemente scoperte
o suggerite empiricamente, e perciò trasportarle da una

50
base a posteriori a una a przorz ; ma, apparentemente,
finora non c'è molto per poter sostenere il punto di vi­
sta che ho chiamato soggettivismo selettivo 3 • Tenterò di
mostrare più tardi che la divergenza è soltanto apparen­
te. Intanto si può notare che una divergenza manifesta era
da aspettarsi, perché la ricerca @osofica nel capitolo II
avvicinava il soggetto dal punto di vista dell'osservabilità,
e la ricerca scientifica in questo capitolo lo ha avvicinato
dal punto di vista dell'inosservabilità, cosicché c'è un po'
di strada da fare prima che si incontrino .
L'inosservabilità di una quantità nasce da una con­
traddizione logica nella definizione che afferma di specifi­
care il procedimento per osservarla . Devo sostenere ener­
gicamente che questa non è una questione di criticismo
capzioso dell'enunciato di vecchie definizioni generalmente
citate come autorevoli. Non condanniamo una quantità
come inosservabile, finché non sia stato fatto ogni sforzo
per eliminare le contraddizioni, enunciando di nuovo , se
necessario, la definizione . Per rendere chiaro che la critica
non è puramente verbale, mi riferirò di nuovo ai due
inosservabili che abbiamo già discusso.
Prendiamo prima l'inosservabilità della differenza del­
le coordinate � di due particelle non distinguibili. Qui
non v 'è nessuna ragione di modificare la definizione di � ;
perché essa è indispensabile, nella sua forma attuale , allo
studio delle particelle distinguibili. La contraddizione lo­
gica sorge quando la si applica alle particelle non distin­
guibili, dimenticando che essa presuppone che le particelle
siano distinguibili con l'osservazione.
L'inosservabilità della simultaneità a distanza solleva
considerazioni più difficili, perché il concetto è esistito
da tempo immemorabile, e si è dato per scontato che

3 Comunque, un indizio in questa direzione fu notato nel


§ III.

51
l'osservatore pratico sappia come determinarla senza istru­
zioni precise . Tentando di formulare le norme precise,
abbiamo trovato che esse contengono un circolo vizioso,
che presuppone la conoscenza di qualche cosa, che a sua
volta presuppone una conoscenza della simultaneità a di­
stanza. Cosl ci esponiamo all'obiezione che le norme che
noi (i relativisti ) demoliamo sono quelle che abbiamo co­
struito noi stessi ; e se le norme fossero state enunciate
da gente più competente, non avrebbero contenuto il cir­
colo vizioso . La nostra risposta è che la gente più com­
petente ha avuto finora trent'anni per farsi avanti ; ma
nessuno ha dato delle norme esenti da un circolo vizio­
so. Siamo disposti a prenderei il disturbo ragionevole di
scoprire un significato, anche se imperfettamente espresso;
ma non è pura capziosità se ci rifiutiamo di ostacolare il
progresso della fisica con la ricerca senza fine di un si­
gnificato, laddove non c 'è nessuna ragione di supporre che
un significato esista.
Come dato di fatto, la fiducia patetica di coloro che
parlavano della simultaneità a distanza supponendo che
qualcuno, un giorno, fosse abile abbastanza per scoprire
ciò che essi intendevano, è arrivata piuttosto vicina a
essere giustificata . Nelle ricerche cosmologiche, si è tro­
vato che se la distribuzione delle galassie nello spazio è
uniforme (o quasi uniforme) , c'è un sistema naturale
(o sistema approssimato) per calcolare il tempo appropria­
to all'universo intero . Gli istanti di mondi lontani in que­
sto calcolo possono essere ragionevolmente assunti per de­
finire una simultaneità a distanza. Ma sarebbe un andar
lontano identificare questa con la simultaneità a distanza,
cui ci si riferisce nel sistema fisico newtoniano. Non credo
che il fisico classico, nei suoi riferimenti alla simultaneità,
avesse il presentimento di una relazione contingente ba­
sata sull'esistenza e sulla legge di distribuzione di miliardi
di galassie, insospettate nella cosmologia del suo tempo .

52
v

Una carattensttca del progresso della fisica teorica è


stata la diminuzione progressiva del numero delle sue ipo­
tesi fondamentali.
Sebbene, comunemente, si faccia distinzione fra ipo­
tesi fisiche fondamentali e ipotesi casuali enunciate per
spiegare fenomeni particolari o per riempire lacune nella
nostra conoscenza osservativa degli oggetti che ci circon­
dano, è difficile formulare una distinzione rigorosa. Tut­
tavia, in pratica sorge raramente il dubbio, e senza capo­
volgere la classificazione corrente (che più tardi proporrò
di sostituire con un'altra più significativa) , la userò per
ora come una classificazione che è riconosciuta de facto.
Nel dominio cosl delimitato, troviamo che il medesimo
ambito è coperto da un numero di ipotesi in continua
diminuzione.
La diminuzione è avvenuta in numerosi modi . Per
prima cosa, l'abbandono dell'ideale di una spiegazione
meccanica di ogni cosa ha eliminato una gran quantità di
ipotesi oziose . Le proprietà delle entità fondamentali della
fisica sono ora espresse nella forma di equazioni matema­
tiche, invece di essere « spiegate » con meccanismi ipo­
tetici. La formulazione matematica fa molta economia di
ipotesi . Soggetta a certe restrizioni, essa ci rende capaci
di trarre una conclusione che non va oltre i fatti accer­
tati ; essa non è altro che un enunciato sistematizzato di
ciò che si osserva . La restrizione è che, mentre i fatti
accertati giustificano la formula matematica entro un gra­
do limitato di approssimazione, in condizioni limitate, e
in un numero limitato di casi, la formula matematica omet­
te il riferimento a tali limitazioni. Se si dovesse appendere
alla formula una scheda dei casi in cui si è trovato che
essa è vera, la sua utilità svanirebbe . In un certo senso,
la legge di gravitazione di Einstein (o di Newton ) non

53
è un'ipotesi ; è una espos1z10ne sommaria di ciò che ab­
biamo osservato entro certi limiti di approssimazione. Di­
venta un'ipotesi quando si asserisce che essa è esatta e
universale . Poiché la formulazione matematica viene ora
adottata nella parte fondamentale della fisica, le uniche
ipotesi fondamentali richieste sono ipotesi di generalizza­
zione in questo senso .
Un altro fattore potente nel ridurre il numero delle
ipotesi è stata la crescente unificazione della fisica. Settori
una volta trattati indipendentemente, sono stati unificati,
e si è trovato che la loro classe separata di ipotesi era
un duplicato non necessario . Un notevole esempio è l'iden­
tificazione della luce con le onde elettromagnetiche, che
eliminò di un sol colpo tutte le ipotesi dell'ottica, essendo
le ipotesi dell'elettromagnetismo adeguate a coprire l'in­
tero soggetto. Anche se si considera l 'identificazione della
luce con le onde elettromagnetiche come una nuova ipo­
tesi fisica, la sostituzione di questa sola ipotesi alle teorie
speculative sull'etere del XIX secolo, è già una riduzione
sostanziale . Ma l'identità della luce con le onde elettro­
magnetiche non può essere annoverata come un'ipotesi in­
terna della fisica, perché cade completamente al di fuori del­
la fisica il considerare come lo stimolo del nervo ottico da
parte delle onde elettromagnetiche, susciti la sensazione
consapevole della luce .
Questa eliminazione di ipotesi ha fatto notevoli pro­
gressi prima dell'introduzione dei metodi epistemologici.
È sempre stato scopo della ricerca scientifica scoprire una
causa comune che soggiaccia ai diversi fenomeni, e il pro­
gresso normale della fisica è stato verso un'unificazione
che mostri l'intero ordinamento dell'universo come il ri­
sultato di poche semplici cause . Si può paragonare la fisica
alla geometria, che riduce una gran varietà di teoremi a
pochi assiomi elementari . Se l'analogia con la geometria
fosse ritenuta valida, ci sarebbe un limite all'eliminazione

54
delle ipotesi, perché una geometria senza assiomi non è
concepibile affatto. Ma c'è un'analogia ugualmente possi­
bile con la teoria dei numeri. Anche qui abbiamo una
gran varietà di teoremi che svelano proprietà dei numeri
del tutto imprevedibili all'intelligenza comune ; e tutta­
via, nell'intero argomento, non c'è nulla che possa essere
chiamato un assioma . Avremo motivo di credere che que­
sto è in più stretta analogia con il sistema delle leggi
fondamentali della :fisica .
Con l'avvento della teoria della relatività si è intro­
dotto ancora un terzo metodo per ridurre il numero delle
ipotesi, cioè la sostituzione delle ipotesi :fisiche con prin­
cìpi epistemologici. Abbiamo già chiarito come una con­
clusione epistemologica possa sostenere la stessa funzione
di un'ipotesi :fisica, per quel che riguarda le conseguenze
dell'osservazione .
Abbiamo visto (capitolo I l ) che leggi e proprietà di
origine epistemologica sono necessarie e universali. Si può
aggiungere che, in alcuni casi almeno, esse sono esatte.
Infatti l'inosservabilità di certe quantità - che è la forma
più comune di enunciato di un principio epistemologico -
è condotta fino a una contraddizione logica nelle loro de­
finizioni ; e le conseguenze (quando sono raggiunte con la
sola deduzione logica, e non con la combinazione di ipo­
tesi più o meno incerte ed inesatte) sono del tutto defi­
nite . La penetrazione dell'epistemologia nella fisica fonda­
mentale ne ha perciò grandemente cambiato il carattere e
portato l'esattezza alla sua portata. Finché i metodi furono
completamente a posteriori, non poteva essere giustificato
considerare più che approssimazioni le leggi dedotte di
natura .
Per evitare equivoci, è meglio dir qui anticipatamente
che, sebbene ora riconosciamo leggi di cui possiamo con
fiducia asserire l'esattezza, l'oggetto principale di queste
leggi esatte è la probabilità. Non c'è, perciò, una preci-

55
sione corrispondente nelle leggi dei fenomeni dell'osser­
vazione (distinte dalle leggi della probabilità dei feno­
meni) ; e, nonostante la sua esattezza recentemente acqui­
sita, il sistema delle leggi fisiche fondamentali è indeter­
ministico.

VI

Abbiamo visto che nelle teorie moderne della fisica i


risultati epistemologici svolgono una parte del compito
che prima era assegnato alle ipotesi fisiche, e che invero
è ancora spesso ascritto alle ipotesi fisiche, da coloro che
non guardano abbastanza a fondo nella loro origine. Ma
non è facile dare un esempio diretto di una ipotesi della
vecchia fisica, che sia scomparsa attraverso questa sosti­
tuzione . Ciò perché il sistema della fisica teorica è molto
ristretto. Non si intende che un'ipotesi singola si regga
da sé ; essa presuppone che altre ipotesi del sistema siano
accettate . La legge di gravitazione di Newton non dà
ragione delle orbite dei pianeti o della caduta di una mela,
se non sono accettate anche le sue leggi del moto. Perciò
non ci possiamo aspettare una corrispondenza reciproca,
tra le ipotesi fisiche della vecchia fisica ed i princìpi epi­
stemologici del nuovo sistema. Un principio epistemolo­
gico, come il principio speciale della relatività, taglia
netto l'intero sistema delle ipotesi . Le ipotesi richieste
per sorreggerlo sono meno estensive del sistema di ipotesi
precedentemente accettato ; ma il cambiamento non è una
semplice omissione di una o più ipotesi , che lasci intatto
il resto.
Il meglio che posso fare è di mettere a confronto gli
elementi ipotetici delle leggi della gravitazione di Newton
e di Einstein . Per facilitare il confronto, divido l'ipotesi
di Newton in tre stadi di specializzazione crescente :

56
( l i} - C'è una legge universale.
(2 i) - Essa è esprimibile per mezzo di un'equazione
differenziale di secondo grado.
( 3 i} - L'equazione di secondo grado (nel vuoto} è
112 Cl> = o.
Posso ripetere che l'elemento ipotetico è dato dalla
generalità e dall'esattezza di queste asserzioni. Se abbiamo
in mente un certo grado limitato di generalità ed esat­
tezza, possiamo sostituire « verità empirica » con « ipo­
tesi » in (2 i} e (3 i} .
Analizzando, similmente, la legge di Einstein, ab­
biamo :
( l e} - C'è una legge universale di gravitazione .
(2 i) - Essa è esprimibile con un'equazione differen­
ziale di secondo grado.
(3 e} - L'equazione di secondo grado (nel vuoto) è
G ..... = À g ..... .
Il primo e terzo stadio, segnati con e (epistemologico) ,
sono rigorosamente deducibili da un esame del procedi­
mento di osservazione seguito nell'ottenere le misure, che
sono state immaginate per stabilire la legge di gravita­
zione . Essi non implicano affatto nessuna ipotesi fisica.
Ma il terzo stadio è lasciato sospeso in aria finché non si
pervenga al secondo, e per questo ricorriamo ancora alle
ipotesi fisiche. Dobbiamo perciò prendere, come misura
della riduzione delle ipotesi, l'eliminazione di ( l i) e (3 i)
lasciando (2 i) immutato. Ma a questo risultato si deve
aggiungere una ulteriore riduzione di ipotesi connessa con
le leggi del moto . Nella fisica newtoniana le leggi del
moto sono ipotesi addizionali ; ma nella teoria della rela­
tività esse sono deducibili come conseguenze matemati­
che della legge di gravitazione di Einstein .
Non dubito affatto che anche lo stadio (2 i} possa es­
sere ricondotto a un'origine epistemologica ; ma per ricer­
care ciò, è necessario estendere l'ambito della discussione

57
in modo da ricoprire virtualmente tutta la fisica extranu­
cleare e non solamente la meccanica_ Ciò inserirebbe la ri­
cerca nel problema generale di calcolare quanto resta di
ipotetico nelle leggi fondamentali della fisica, dopo che
l'epurazione epistemologica sia stata compiuta nella sua
integrità . Ciò sarà considerato nel capitolo seguente .
Capitolo quarto

L'AMBITO DEL METODO EPISTEMOLOGICO

Una gran parte del dominio della fisica è adeguata­


mente ricoperto dalla fisica classica. Di solito, i progressi
più recenti sono innestati su questa conoscenza più an­
tica, e appaiono come correzione di essa. Abbiamo visto,
nel precedente capitolo, che l'esame epistemologico ha
rivelato delle imposture e denunciato errori logici nelle
definizioni di quantità nel sistema classico . Presentando
i risultati in questo modo, mostriamo l'epistemologia sotto
un aspetto piuttosto negativo, quello di far progredire
la fisica, eliminando gli errori che ne bloccavano il corso.
Sebbene un confronto con la fisica classica sia il modo
più semplice e generalmente più utile per mostrare i nuo­
vi progressi, vorremmo tentare anche di cogliere l'aspetto
positivo di una teoria epistemologicamente fondata come
uno sviluppo autonomo della fisica, che, se perseguito dal
principio, non sarà ostacolato dal tipo di errore che ab­
biamo considerato .
Intesa in questo modo, la caratteristica della fisica
epistemologica è che essa esamina direttamente la cono­
scenza, mentre la fisica classica esaminava, o si sforzava
di esaminare, una entità (il mondo esterno) che la cono­
scenza pretendeva di descrivere . Perciò il fisico moderno
ha elaborato una tecnica appropriata all'investigazione del

59
tipo di conoscenza ammesso in fisica; mentre il fisico
classico elaborò una tecnica appropriata all'investigazione
di una entità quale egli concepiva fosse il mondo esterno.
Se fin dall'inizio comprendiamo che è la conoscenza os­
servativa quella che viene analizzata - che i simboli ma­
tematici rappresentano elementi di conoscenza, non entità
del mondo esterno - gli inosservabili non possono essere
introdotti, se non per deliberato intento, come quantità
ausiliarie in matematica . Al fisico moderno si rimprovera
spesso di presumere che, poiché egli non ha nessuna co­
noscenza di una cosa, essa non esiste. Ma questo è un
fraintendimento : non c'è bisogno di fare nessuna suppo­
sizione su cose di cui non abbiamo conoscenza diretta o
indiretta, poiché non possono apparire in un'analisi della
nostra conoscenza .
La differenza è possibile coglierla nel modo più sorpren­
dente nella moderna teoria dei quanti. Secondo la concezio­
ne classica della fisica microscopica, il nostro compito era
di scoprire un sistema di equazioni, che collegasse le posizio­
ni, i movimenti, ecc. delle particelle in un certo istante,
con le posizioni, i movimenti, ecc. in un istante successivo.
Questo problema si è dimostrato completamente sconcer­
tante ; non abbiamo nessuna ragione di credere che esista
una soluzione determinata, e la ricerca è stata completa­
mente abbandonata. La moderna teoria dei quanti vi ha
sostituito un altro compito, cioè quello di scoprire le equa­
zioni che collegano la conoscenza delle posizioni, dei mo­
vimenti, ecc. in un dato istante, con la conoscenza delle
posizioni, movimenti, ecc. in un istante successivo. La
soluzione di questo problema sembra essere in nostro po­
tere.
Il simbolismo matematico descrive la nostra conoscen­
za, e le equazioni matematiche scoprono la variazione di
questa conoscenza nel tempo . La nostra conoscenza delle
quantità fisiche è sempre più o meno inesatta; ma la teo-

60
ria della probabilità ci rende capaci di dare una specifi­
cazione esatta della conoscenza inesatta, ivi compresa una
specificazione della sua inesattezza. L'introduzione della
probabilità nelle teorie fisiche evidenzia il fatto che l'og­
getto di tali teorie è la conoscenza. Infatti la probabilità
è un attributo della nostra conoscenza di un evento ; essa
non appartiene all'evento stesso, che deve accadere o non
accadere sicuramente .
La meccanica ondulatoria ricerca il modo in cui la
probabilità si distribuisce di nuovo col passare del tem­
po ; essa la scompone analiticamente in onde e determina
le leggi di propagazione di queste onde . Generalmente,
le onde tendono a diffondersi ; vale a dire, la nostra cono­
scenza della posizione (o di qualunque altra caratteristica)
di un sistema diventa più vaga quanto più lungo è il tem­
po trascorso da quando fu fatta un'osservazione . Un'acqui­
sizione improvvisa di conoscenza - il nostro diventare
consapevoli del risultato di una nuova osservazione - è
una discontinuità nel « mondo » delle onde di probabilità ;
la probabilità viene riconcentrata e la propagazione co­
mincia di nuovo dalla nuova distribuzione . Ci sono forme
eccezionali di distribuzione della probabilità di alcuni de­
gli attributi dei sistemi microscopici che non si diffondono ,
o s i diffondono molto lentamente, tanto che l a nostra
conoscenza di questi attributi non diventa così rapida­
mente obsoleta . Una particolare attenzione è prodigata a
questi « stati stazionari » e alle equazioni che li determi­
nano, poiché esse forniscono una base per predizioni a
lungo termine .
L'asserzione spesso fatta, che nella teoria moderna
l'elettrone non è una particella ma un'onda, è fuorviante.
L'« onda » rappresenta la nostra conoscenza dell'elettrone.
L'asserzione, però, è un modo inesatto di far notare che
la conoscenza, non l'entità stessa, è l'oggetto diretto del
nostro studio, e può essere forse scusata dal fatto che la

61
terminologia della teoria dei quanti è ora in una confu­
sione così completa che è quasi impossibile fare delle
chiare asserzioni in essa. Il termine « elettrone » ha al­
meno tre differenti significati 1 di uso comune nella teoria
dei quanti, oltre alla sua vaga applicazione all'onda di
probabilità stessa .
La meccanica ondulatoria ci mostra immediatamente
perché sia così essenziale la distinzione tra osservabili e
inosservabili. Una « buona » osservazione di una quantità,
sebbene non determini in modo preciso la quantità, re­
stringe la zona in cui è probabile che essa si trovi . Essa
crea una condensazione nella distribuzione della probabi­
lità della quantità o, come di solito diciamo, forma un
pacchetto di onde di probabilità. Il metodo della mec­
canica ondulatoria è di investigare le equazioni delle onde
che governano la loro propagazione da una tale sorgente.
Ma se la quantità è inosservabile, questi pacchetti di onde
non possono esser formati . Uno studio della propagazione
di onde che non è possibile produrre, non può avere
nessuna applicazione in fisica ; e una teoria che professi
di dedurre risultati verificabili con l'osservazione per mez­
zo di tale analisi è evidentemente contaminata da una
falsa identificazione.

II

Mi aspetto di essere accusato di sopravvalutare l'ele­


mento epistemologico nella moderna teoria fisica, e prima
di proseguire, tenterò di esaminare questa critica.
Dal tempo di Newton fino a oggi , l'epistemologia è

l Cioè, la particella rappresentata da una funzione di onda di


Dirac, la particella introdotta nella seconda quantizzazione e la par­
ticella rappresentata dalla funzione di onda interna (relativa) di
un atomo di idrogeno.

62
stata stazionaria; per duecento anni l'estensione e l'or­
dinamento della nostra conoscenza dell'universo fisico
hanno proceduto senza modi:ficarne l'aspetto epistemolo­
gico . Abbiamo visto che il fisico è in origine un filosofo
che si è specializzato in una particolare direzione ; ma per
lui l'epistemologia è diventata storia vecchia, ed egli ha
da molto tempo cessato di interessarsene . Generalmente
egli si è vantato di essere una persona che si attiene sem­
plicemente ai fatti, e questo è stato il suo modo di inter­
pretare e accettare l'ingenuo realismo dell'epistemologia
newtoniana. Se egli, qualche volta, indulgeva alla filosofia,
era come un passatempo tenuto distinto dalla seria occu­
pazione di far progredire la scienza.
Così, sebbene l 'epistemologia fosse sempre stata una
parte della :fisica, il fisico l'aveva lasciata incoltivata per
tanto tempo, che quando alla fine egli volse di nuovo
l'attenzione su di essa la correttezza del suo metodo fu
messa in dubbio . Il ritorno a questo campo abbandonato,
fu l'inizio della moderna rivoluzione della fisica, e il pri­
mo risultato fu la teoria della relatività . Ma non dobbia­
mo considerare l'epistemologia come un parente da lungo
tempo lontano, che ci abbia inaspettatamente lasciato in
eredità una fortuna consistente nel principio della relati­
vità. Il modo intelligente di trattare un parente ricco è
di invitarlo a ricongiungersi alla cerchia familiare, in modo
che possiate ottenerne una fortuna maggiore .
Ci si può chiedere : « Qual è l'opinione dei fisici oggi
più eminenti su questa ricongiunzione ? ». È difficile sta­
bilirlo. La mia impressione è che l'attitudine generale
potrebbe essere definita come una accettazione a denti
stretti. Ricorrere alle nuove considerazioni epistemologi­
che, può essere permesso in caso di emergenza, ma non
si permette che ciò diventi parte del metodo ordinario del
progresso scientifico . C'è un riconoscimento generale che
sono risultati progressi importanti dall'esame critico della

63
natura della nostra conoscenza osservativa. Penso anche
che le principali autorità saranno d'accordo con la breve
esposizione del metodo della teoria dei quanti data nel­
l'ultimo paragrafo - che esso procede da un'analisi di­
retta della conoscenza di un sistema, invece che da un'ana­
lisi del sistema stesso - e che esse riconosceranno che
questo cambiamento di metodo è la causa di tutti i pro­
gressi recenti. Sembra che esse siano consapevoli dell'ele­
mento epistemologico introdotto nella rivoluzione della
fisica ; ed esse hanno esperienza del valore pratico di una
concezione epistemologica razionale. Ma c'è una inspie­
gabile riluttanza a sviluppare sistematicamente l'epistemo­
logia scientifica . Sebbene principi particolari si siano assi­
curato il riconoscimento e siano stati anzi elaborati fino
in fondo, sembra che non si comprenda il vantaggio di
studiare il metodo epistemologico in modo da svilupparlo
fino all'estremo .
Si ammette l'esistenza di molti nuovi problemi con­
nessi col nucleo, la radiazione, la cosmologia, ecc. che la
presente teoria dei quanti non può abbracciare, se non
viene fatto qualche progresso fondamentale. Si sarebbe
potuto pensare che ora avessimo imparato come sfuggire
da questo vicolo cieco . Si dovrebbe fare un altro appello
al nostro parente ricco, l'epistemologia, che ci ha soccorsi
in precedenti occasioni ; si dovrebbe fare un altro passo
avanti rispondendo alla domanda fondamentale : « Che
cosa osserviamo realmente ? ». Questa via di progresso è
ancora aperta; ci eravamo fermati solo perché la ricchezza
della nuova visione, rivelata dai primi passi, era per il
momento maggiore di quanto potessimo utilizzare . Qua­
lunque sia il valore del mio lavoro scientifico in questa
direzione, esso mostra almeno dove si trovino le vie d'ac­
cesso e che non è affatto impossibile progredire attraverso
di esse .
Posso a stento supporre che i fisici quantisti non sia-

64
no consapevoli degli errori di identificazione degli osserva­
bili che sono stati ripetutamente mostrati negli ultimi
dieci anni; ma essi preferiscono appigliarsi agli errori,
probabilmente perché li considerano come un male minore
rispetto a un'ulteriore usurpazione da parte dell'epistemo­
logia. Come uno di essi ha ingenuamente esposto : « L'os­
servabile è una concezione molto elusiva, e se prose­
guiamo la critica fino in fondo, dovremo dubitare di un
mucchio di cose di cui non voglio dubitare in nessun
modo » .
Si vede allora che, sebbene il carattere epistemologico
delle moderne teorie fisiche sia riconosciuto e a volte ener­
gicamente proclamato, non c'è finora unione vera e pro­
pria dell'epistemologia scientifica con la scienza. Mi sono
riferito all'atteggiamento di quelli che si specializzano sui
problemi fondamentali. Se ci volgiamo alla cerchia, molto
più vasta, dei fisici che si sono occupati non di sviluppare
ma di applicare i risultati delle nuove teorie, è ancora
più difficile dire su che cosa si fondino . Fino a che punto
l'accettazione molto in generale delle nuove teorie può
essere considerata come un'accettazione delle corrispon­
denti vedute epistemologiche? È ancora un'idea inconsue­
ta, credo, tra gli scienziati, che la filosofia scientifica debba
avere qualche relazione con la pratica scientifica.
Se si scrive sull'entropia dell'universo, notando che
essa è inevitabile per la seconda legge della termodina­
mica, qualche critico di sicuro protesterà affermando che
questo è un completo fraintendimento della legge scienti­
fica ; una legge scientifica, direbbe, non è altro che una
generalizzazione empirica, valida nei limiti di spazio e di
tempo e nelle circostanze in cui è stata verificata ; e non
è scientifico estrapolare tale generalizzazione a un lontano
e ignoto futuro . Pure, quello stesso critico, se dovesse
scrivere una memoria su qualche nuovo problema, come
per esempio sulla possibile origine di raggi cosmici nelle

65
galassie oltre la portata dei nostri telescopi, cercherebbe
certamente di vedere se la spiegazione proposta sia coe­
rente con la seconda legge della termodinamica , e la sua
memoria avrebbe poca probabilità di essere accettata se
ciò non fosse .
Quando fu avanzata la teoria di Einstein, che non solo
proponeva una nuova epistemologia, ma l'applicava per
determinare la legge di gravitazione e altre conseguenze
pratiche, i fisici furono imbarazzati sul come classificarla.
Alcuni affermarono che era :filosofia, alias metafisica, e che
doveva essere gettata via . Altri ammisero che le formule
apparivano in accordo con l'osservazione ed effettuavano
un'utile sistemazione della conoscenza, ma credettero che
una interpretazione « genuinamente fisica » del loro signi­
ficato, avrebbe soppiantato col tempo il gergo epistemo­
logico che allora l'avvolgeva. Pochi capirono che la nuo­
va veduta epistemologica era proprio il cuore della teoria
che soppiantava un sistema fallace di pensiero che osta­
colava il progresso . Anche oggi troviamo spesso autori,
per nulla ignoranti delle ragioni che hanno motivato il
cambiamento di pensiero, che avanzano teorie e che si
fanno un merito del fatto che esse implichino solo con­
cezioni newotoniane. Come se potesse essere un merito
l'accogliere una visione fallace e disusata sulla natura della
conoscenza osservativa !
Questa incertezza e incoerenza dell'atteggiamento della
maggior parte dei fisici è largamente dovuta alla tendenza
a trattare lo sviluppo matematico di una teoria come la
sola parte che meriti seria attenzione . Ma in fisica, ogni
cosa dipende dalla capacità con cui sono elaborate le idee,
prima che esse raggiungano lo stadio matematico.
La conseguenza di questa tendenza è che una teoria
è molto spesso identificata con le sue formule matemati­
che principali . Troviamo continuamente la teoria speciale
della relatività identificata con la trasformazione di Lo-

66
rentz, la relatività generale con la trasformazione in coor­
dinate generalizzate, la teoria dei quanti con l'equazione
d'onda o con le relazioni di commutazione . Non si insi­
sterà mai abbastanza energicamente sul fatto che né la
teoria della rdatività né la teoria dei quanti si identificano
con formule da usarsi in tutte le occasioni. Un relativista
non è un uomo che impieghi le formule dell'invarianza di
Lorentz (che furono introdotte alcuni anni prima che ap­
parisse la teoria della rdatività) , ma un uomo che capisce
in quali circostanze le formule dovrebbero avere l'invarianza
di Lorentz ; nemmeno è uomo tale da trasformare le equa­
zioni in coordinate generalizzate (un metodo vecchio di
almeno un secolo) , ma uno che capisce in quali circo­
stanze sarebbe inapplicabile un sistema speciale di coor­
dinate. Nei problemi dei quanti, si deve fare una conces­
sione per lo stato arretrato della teoria, e il mondo aspetta
ancora un quantista che comprenda in quali circostanze
siano applicabili l'equazione standard delle onde e le re­
lazioni di commutazione - in modo ben diverso da chi
le applichi semplicemente, sperando per il meglio .
È chiaro che non si può ricavare nessuna filosofia
coerente da un semiriconoscimento del posto dell'episte­
mologia nella scienza. Ciò che realmente interessa la no­
stra ricerca è che i principali fisici si sono fidati finora di
accettare il suo aiuto e che la sua assimilazione completa
è solo questione di tempo .

III

Non vedo come chiunque accetti la teoria della re­


latività possa mettere in dubbio il fatto che sia avvenuta
una sostituzione di ipotesi fisiche con princìpi epistemo­
logici, e non credo nemmeno che quelli che accettano la
teoria con intelligenza saranno inclini a porlo in dubbio .

67
La domanda più controversa è : « Fino a dove può esten­
dersi questa sostituzione ? ». Qui la mia conclusione, ba­
sata sulla ricerca puramente scientifica, è molto più dra­
stica di quella della maggior parte dei miei colleghi. Cre­
do che l'intero sistema delle ipotesi fondamentali possa
essere sostituito da principi epistemologici. O - che è
lo stesso - che tutte le leggi di natura che sono ordina­
riamente classificate come fondamentali, possano essere
del tutto previste per mezzo di considerazioni episte­
mologiche. Esse corrispondono a una conoscenza a priori
e sono perciò interamente soggettive.
Mi dispiace di dover porre come punto di partenza
ciò che sarà dai più considerato come una conclusione
scientifica individuale, ma ciò è inevitabile. Credo di ve­
dere emergere una chiara filosofia dalla conclusione che il
sistema delle leggi fondamentali è completamente sog­
gettivo. Non posso invece vedere emergere nessuna filo­
sofia coerente dalla conclusione che alcune sono sogget­
tive e altre oggettive. Appena mi incammino per quest'ul­
tima direzione, sono circondato da obiezioni e perplessità,
che non so come affrontare . Non per questo condanno tale
via; forse con maggior riflessione si potrebbe vedere in
essa una via di progresso . Ma non ho motivo di impie­
gare il mio tempo tentando di superare le difficoltà di
una filosofia associata con credenze scientifiche che non
condivido . Nessuno può proporsi di intraprendere una
ricerca difficile basata su premesse che egli ha motivo di
ritenere erronee . Troverete numerose filosofie che consi­
derano la legge naturale oggettiva; ne troverete qui una
che la considera soggettiva. Se mai verrà sviluppata una
filosofia della legge naturale mista oggettiva e soggettiva,
ciò non sarà fatto da me, perché sono convinto che non
c'è nessun fondamento scientifico per una tale filosofia.
La mia conclusione, giusta o sbagliata, ha un fonda­
mento puramente scientifico. Che essa conduca a una filo-

68
sofia semplice e razionale è forse un argomento in suo
favore ; ma questa è una riflessione posteriore, che non
ha influito su di me nel farmi giungere a tale conclu­
sione scientifica.
Non sono partito con nessuna idea preconcetta sul­
l'ambito del metodo epistemologico ; e la conclusione che
tutte le leggi di natura fondamentali possano essere de­
dotte da considerazioni epistemologiche, fu il risultato di
prove. Avendo avuto per lungo tempo rapporti con la
teoria della relatività, in cui il metodo mostrò dapprima
il suo potere, e vedendo, di volta in volta, ulteriori op­
portunità di applicarlo, trovai che esso copriva una sem­
pre maggior parte della fisica fondamentale, finché alla
fine la conclusione divenne irresistibile.
Una caratteristica di questa prova ha bisogno di es­
sere sottolineata . Una legge di natura è al giorno d'oggi
espressa da una equazione matematica. La nostra cono­
scenza della legge può dirsi completa soltanto se cono­
sciamo non solo la forma algebrica dell'equazione, ma i
valori dei parametri che si trovano in essa. Ma di solito
si limita il termine « legge di natura » alla forma alge­
brica, e ci si riferisce separatamente ai parametri come
a « costanti di natura » . Per esempio, la teoria newtonia­
na della gravitazione introduce una legge, cioè la legge
dell'inverso del quadrato, e una costante, cioè la costante
di gravitazione ; similmente per la teoria di Einstein.
Nel confronto tra le leggi di Newton e di Einstein (ca­
pitolo III ) ho omesso qualsiasi riferimento alla costante
di gravitazione. Ma nelle ricerche di più vasta portata a
cui ora mi riferisco, le costanti, come le forme algebriche,
sono incluse. La mia conclusione è che non solo le leggi
di natura , ma anche le costanti di natura possono essere
dedotte da considerazioni epistemologiche, in modo che
possiamo avere una conoscenza a priori di esse .
Trattando il sistema della legge naturale come un

69
tutto, com'è indicato nelle equazioni fondamentali della
fisica, vi sono implicate 2 quattro costanti di natura che
sono puri numeri . Trovo che esse si possono predire
a priori. Richiamo l'attenzione su di esse, perché è una
prova più stringente del potere del metodo epistemologico
il procurare un numero (verificabile in alcuni casi fino a
circa un millesimo ), che procurare schemi di leggi . Credo
che il fisico classico avesse una sensazione innata che la
legge dell'inverso del quadrato fosse una forma naturale
dell'indebolirsi di un effetto a distanza, che ci si poteva
aspettare fosse applicabile a priori alla gravitazione - seb­
bene ciò, naturalmente, fosse contrario ai suoi princìpi di
non ammettere come valida qualsiasi previsione a priori.
Ma difficilmente avrebbe potuto avere un'indicazione in­
nata, consapevole o no, della probabile potenza di una
tale forza .
Ora si deve rammentare che qualunque cosa sia con­
siderata da un punto di vista epistemologico, essa è ipso
facto soggettiva, e viene distrutta come parte del mondo
oggettivo. Dopo che è stato trovato un notevole numero
di risultati, viene un tempo in cui facciamo una pausa
per ritornare su di essi e giudicare, se possiamo, l'esten­
sione della regione segnata per la distruzione . La gene­
ralizzazione comune avrebbe suggerito molto prima che
tale regione era coestensiva con le leggi fondamentali
(incluse le costanti) della fisica . Ma non potrei indurmi
a credere in questa generalizzazione finché non cedesse
anche l'ultima delle quattro costanti . Mi sono astenuto
dal modo di sentire comune (che, ora vedo , non era filo­
soficamente ben fondato ) che fosse necessario lasciare al­
meno un attaccapanni oggettivo, a cui appendere gli in-

2 Formate eliminando le nostre tre unità arbitrarie (centime­


tro, grammo e secondo) dalle sette costanti di natura ordinaria­
mente riconosciute (New Pathways in Science, p. 232).

70
dumenti soggettivi. Certamente un attaccapanni oggettivo
è necessario, ma non c'è bisogno di supporre che esso si
sia travestito in maniera da somigliare agli indumenti.
Una delle quattro costanti naturali è un numero molto
grande, chiamato numero cosmico. È forse più semplice
descriverlo come il « numero di particelle nell'universo » ,
sebbene esso compaia i n :fisica anche i n altri modi più
pratici. Siamo inclini a dire che se c'è qualcosa di non
prevedibile a priori, è il numero di particelle nell'uni­
verso. Questa sembra la cittadella più segreta dell'ogget­
tività. Ma dopo il lavoro fatto sulle altre costanti, l'ori­
gine epistemologica di questo numero fu relativamente fa­
cile da scoprire.
Da un punto di vista :filosofico, tutto il lavoro prece­
dente è sussidiario all'offensiva nei confronti del numero
cosmico, che è il vero punto di volta nel nostro pensiero .
Finché la sua oggettività resiste, anche se essa è l'unico
fatto puramente oggettivo della :fisica, noi controlliamo
la situazione delle influenze soggettive con tranquillità.
Non temiamo l'unificazione ; e con un fatto sicuramente
oggettivo da opporre, non c'è pericolo di nullificazione.
Ma se troviamo che il numero cosmico è soggettivo - che
l'influenza dell'equipaggiamento sensorio con cui osservia­
mo e di quello intellettuale con cui formuliamo i risultati
dell'osservazione come conoscenza, è di così vasta portata
che decide da sé il numero di particelle in cui la materia
dell'universo appare essere divisa - non solo perdiamo
l'appoggio a cui ci affidavamo, ma non ci rimane più
coraggio per opporci più a lungo al flusso divorante della
soggettività .
Perciò mi occuperò con una certa ampiezza della sog­
gettività del numero cosmico nel capitolo Xl . L'effettiva
derivazione da considerazioni epistemologiche è, natural­
mente, troppo tecnica per essere qui riportata . Ma, in
ogni caso, una dimostrazione matematica non porta nes-

71
suna convinzione se il suo risultato è « ovviamente im­
possibile »; essa guida solo coloro che sono sufficiente­
mente interessati a cercare una lacuna nella dimostrazione .
Invece mostrerò il modo in cui la soggettività ha otte­
nuto un punto d'appoggio in una regione del pensiero
da cui si sarebbe supposto che essa fosse rigorosamente
esclusa ; cosl che anche il calcolo del numero di particelle
dell'universo non sarà considerato ovviamente impossi­
bile.
Non includo in questa discussione delle leggi della fi­
sica i nuclei atomici, perché lo stato attuale della teoria
nucleare è paragonabile allo stato della teoria dei quanti
prima del 1 925, e non offre nessuna base alla deduzione
filosofica.
Colmare questa lacuna non sembra molto urgente .
L'idrogeno, si deve ricordare, non contiene nuclei (diversi
dai protoni) , cosicché esso è pienamente incluso nella
presente discussione 3 • Finora non è venuto in mente a
nessuno di patrocinare una filosofia idealistica nei riguardi
dell'idrogeno e realistica nei riguardi dell'ossigeno ; analo­
gamente credo di poter ammettere che, in uno studio della
natura soggettiva od oggettiva dell'universo, la sua com­
posizione chimica è piuttosto irrilevante.
Devo qui menzionare un punto che ultimamente si è
dimostrato di grande importanza . La « legge del caso »
non è, di solito, considerata una legge fondamentale della
fisica, e non la includo tra le leggi che possono essere
previste interamente da considerazioni epistemologiche .
Ma secondo il sistema moderno della fisica, tutte le no­
stre predizioni di fenomeni sono predizioni di ciò che
probabilmente accadrà e sono basate sull'assunto della

3 Compresa la forza non coulombiana che si manifesta negli


incontri ravvicinati dei protoni. Poiché questa forza ha molta parte
anche nella teoria nucleare, il nucleo è, a questo riguardo, incluso
nella discussione.

72
non correlazione del comportamento di particelle indi­
viduali che è derivato dalla legge del caso . Senza un ap­
pello alla legge del caso, la fisica è incapace di fare qual­
siasi predizione sul futuro. Si dovrebbe perciò asserire che
la legge del caso è la più fondamentale e la più indi­
spensabile di tutte le leggi della fisica . La ragione per cui
viene trascurata è che, comunemente, la casualità è una
negazione della legge, e sembra superfluo creare una legge
per dire che non c'è nessuna legge. Ma la veduta comune
dà per garantito che l'universo fisico, e le particelle in
cui noi lo analizziamo, sono completamente oggettive ; e
lo stato della legge del caso (o di non correlazione) ri­
chiede di essere riconsiderato quando si applichi a un
universo in parte soggettivo . È impossibile trattare pie­
namente questo punto finché non si sia raggiunto uno
stadio avanzato nella discussione. La concezione definitiva
adottata si troverà nei capitoli XI e XIII . Se, nel frat­
tempo, il lettore trova che il mio argomento tende chia­
ramente a una conclusione sempre più incredibile, egli
può aspettare una piega ulteriore che l'ammorbidirà, tra­
sformandola in qualche cosa che, credo, non offenderà
troppo grossolanamente il suo senso comune .

IV

Senza ulteriore giustificazione, presumerò ora di avere


l'approvazione del lettore alla proposizione che tutte le
leggi fondamentali e le costanti della fisica possono essere
dedotte senza ambiguità da considerazioni a priori, e sono
perciò completamente soggettive . Il peso della prova re­
sterà per lo meno a quelli che pretendono l'oggettività
per ogni legge, disturbando cosl l'omogeneità del sistema
senza necessità apparente .
Torniamo all'analogia dei pesci per illustrare la posi-

73
zione ora raggiunta. Quando l'ittiologo respinse il sugge­
rimento dello spettatore circa un regno oggettivo dei pe­
sci come troppo metafisica, e spiegò che il suo scopo
era di scoprire leggi (cioè generalizzazioni) che fossero
vere per i pesci catturabili, mi aspettavo che lo spettatore
se ne partisse borbottando : « Scommetto che egli non
andrà molto lontano con la sua teoria dei pesci cattura­
bili. Vorrei sapere a che cosa somiglierà la sua teoria della
riproduzione dei pesci catturabili. È molto bene trascurare
i piccoli dei pesci, come speculazione metafisica ; ma a me
sembra che essi rientrino nel problema » .
Credo che ci sia qualcosa di giusto in questa obie­
zione. Essa forse sottovaluta il potere del matematico di
maneggiare del materiale intelligentemente scelto. Ma se
il nostro scopo è di determinare le leggi di origine og­
gettiva che arrivano fino a noi in una forma modificata
dalla scelta soggettiva, non credo che il modo migliore sia
quello di sopprimere tutte le teorie sul mondo oggettivo,
almeno come ipotesi di lavoro . Ma a prima vista sembra
che il progresso della fisica contraddica ciò ; perché fu
proprio quando l'ipotesi sul mondo oggettivo venne ab­
bandonata, e noi ci volgemmo allo studio diretto della
conoscenza fisica, che il progresso diventò sbalorditiva­
mente rapido .
La spiegazione è semplice . Tutto questo progresso si
riferisce alla legge soggettiva perché riguarda le unifor­
mità imposte ai risultati osservativi dal procedimento del­
l'osservazione . Quanto al tipo di uniformità illustrato dalla
seconda generalizzazione dell'ittiologo, che tutte le crea­
ture marine posseggono le branchie - uniformità intrin­
seche al mondo intorno a noi - non abbiamo neanche
incominciato a parlarne . Lo spettatore aveva ragione . Pro­
prio nessun progresso è stato fatto nello studio biologico
che egli aveva in mente .
Ho accennato (capitolo III) a una difficoltà nel de-

74
finire la distinzione tra ipotesi « fondamentali » e « cau­
sali », in fisica. La stessa difficoltà, espressa in forma leg­
germente diversa, sorge quando si voglia fare una di­
stinzione rigida fra « leggi di natura » e « fatti speciali » .
Nella fisica classica questa difficoltà non si incontra .
Seguendo Laplace, si è presunto che conoscendo lo stato
completo dell'universo in un istante qualsiasi, sia calcola­
bile il suo stato completo in qualsiasi altro istante, pas­
sato o futuro . Allora le leggi fondamentali della natura
sono definite come quelle leggi che, prese tutte insieme,
forniscono una serie sufficiente di regole per il calcolo.
Per completare la nostra conoscenza dell'universo, dob­
biamo conoscere, oltre alle regole, i dati iniziali, a cui
queste devono essere applicate . Questi dati sono i fatti
speciali.
È possibile che si possa scoprire una regola o regola­
rità, che si applichi ai fatti speciali . Se fosse cosl, non le
si dovrebbe probabilmente negare il titolo di legge di
natura . Ma essa può essere distinta dalle leggi fondamen­
tali di natura, perché non è parte del sistema di previ­
sione . È un modello proprio dei fatti speciali, gratuita­
mente incorporato nel disegno dell'universo .
La distinzione può essere espressa molto succintamen­
te in linguaggio matematico . Le equazioni differenziali
che determinano il progresso dell'universo sono le leggi
fondamentali di natura, e le condizioni limite sono i fatti
speciali .
Ma tale distinzione è possibile solo in un universo
deterministico . Nel sistema indeterministico corrente della
fisica, non c'è demarcazione corrispondente fra le leggi e
i fatti speciali di natura. Il sistema presente di leggi fon­
damentali non fornisce una serie completa di regole per
il calcolo del futuro . Esso non fa nemmeno parte di una
tale serie, perché si interessa solo del calcolo delle pro­
babilità e se mai verrà ripresa la ricerca di un sistema

75
di predizione definita, sarà necessario ricominciare di nuo­
vo dal principio su binari differenti. Il ruolo sostenuto dai
fatti speciali è anch'esso cambiato. I fatti speciali, che di­
stinguono l'universo reale da tutti gli altri universi pos­
sibili che obbediscono alle stesse leggi, non sono stati dati,
una volta per tutte, in qualche epoca passata, ma segui­
tano a nascere man mano che l'universo segue il suo corso
imprevedibile. Inoltre, nelle equazioni differenziali della
teoria dei quanti, le condizioni limite non sono i fatti
oggettivi, ma la conoscenza che ci troviamo ad avere
di essi.
La semplice demarcazione, nella teoria classica, tra le
leggi fondamentali di natura e i fatti speciali, è associata
al determinismo e non può essere trasformata nella mo­
derna teoria. Ma, avvicinando la questione dal punto di
vista della soggettività, appare una nuova linea di de­
marcazione . Abbiamo trovato che le leggi supposte fon­
damentali sono completamente soggettive. È solo ragio­
nevole ritenere che la parte della nostra conoscenza com­
pletamente soggettiva sia di tipo sensibilmente diverso
da quella che contiene le caratteristiche oggettive dell'uni­
verso . Appare chiaro che questa differenza non è stata
trascurata dai fisici precedenti, e troviamo che la regione
che dev'essere annessa alla pura soggettività era già stata
designata sotto un altro nome, cioè « fondamentale » .
I fatti speciali, d'altra parte, non possono essere de­
dotti da considerazioni epistemologiche e non sono com­
pletamente soggettivi . È proprio della nostra concezione
di un fatto speciale che esso avrebbe potuto benissimo
accadere altrimenti - che non c'è nessuna ragione a priori
perché esso debba essere quello che è. È vero che molti
hanno sostenuto l'opinione che le leggi di natura potreb­
bero benissimo essere state altrimenti ; ma stenterebbero
a sostenere che questa sia una parte inseparabile della
concezione di una legge di natura. Ognuno riconosce che,

76
in un certo senso, si prende una libertà maggiore con
l'universo chi immagina che le leggi di natura avrebbero
potuto essere differenti di chi immagina che avrebbero
potuto esserlo i fatti speciali.
I risultati deducibili dal metodo epistemologico a prio­
ri sono necessari, ed è perciò impossibile che il metodo
debba essere esteso a predire i fatti speciali, che « avreb­
bero potuto benissimo essere diversi » . Ho paura che
prima di finire avrò persuaso il docile lettore a credere
" impossibili " tante cose, che tale parola gli farà poca
impressione ed egli non crederà all'impossibilità, quando
vorrò che lo faccia. Allora, porrò la questione in modo
alquanto differente. Se, per un progresso della teoria
epistemologica, riusciamo a predire interamente a priori
uno dei cosiddetti fatti speciali, correggeremo subito la
classificazione : « È chiaro che ci eravamo sbagliati, sup­
ponendo che fosse un fatto speciale. Ora che vediamo
più chiaramente la sua origine, comprendiamo che esiste
una legge di natura, che lo costringe a essere cosl » .
I l numero cosmico fornisce un buon esempio di tale
cambiamento nel modo di vedere. Considerato come il
numero di particelle nell'universo, esso è stato general­
mente ritenuto un fatto speciale. Un universo, si pensa,
potrebbe essere fatto con qualsiasi numero di particelle;
e, per quel che riguarda la :fisica, dobbiamo proprio ac­
cettare il numero assegnato al nostro universo, come un
accidente o come un capriccio del Creatore . Ma la ricerca
epistemologica cambia la nostra idea della sua natura.
Un universo non può essere fatto con un numero diffe­
rente di particelle elementari - conformemente al siste­
ma di definizioni che, nella meccanica ondulatoria, assegna
a un sistema fisico il « numero di particelle ». Perciò non
dobbiamo più considerare questo numero come un fatto
speciale dell'universo, ma come un parametro che ricorre
nelle leggi di natura e, come tale. parte di queste leggi.

77
v

Devo tentare di contrastare l 'impressione che l'ele­


mento oggettivo dell'universo fisico, essendo stato caccia­
to, per così dire, in un angolo, davanti all'avanzante ma­
rea della soggettività, abbia ora bisogno soltanto di un
riconoscimento superficiale . Questa impressione si prova
in fisica, perché la fisica (in senso stretto) non si inte­
ressa dei fatti speciali, eccetto che come dati che devono
essere sostituiti dalle generalizzazioni . Altre scienze fisiche,
come l'astronomia, non sono così esclusive e in una certa
misura ristabiliscono la prospettiva. Ma l 'universo fisico,
come ci si presenta giorno per giorno, non è affatto un
fascio di leggi di natura e i fatti speciali sono importanti
per noi quanto le leggi. Così, sebbene sia soltanto attra­
verso i fatti speciali che noi discerniamo qualche cosa
dell'universo oggettivo, l 'oggettività non è in alcun modo
una veduta vana . Inoltre, la situazione è mutata rispetto
alla concezione deterministica, quando i fatti speciali era­
no raccolti in un istante singolo . Nei limiti del principio
di indeterminazione essi variano sempre col passare di
ogni istante.
I fatti speciali sono in parte soggettivi, in parte og­
gettivi, dipendendo parzialmente dal procedimento da noi
usato per ottenere la conoscenza osservativa e parzialmente
da ciò che c'è da osservare. Per separare completamente
gli elementi soggettivi od oggettivi, dobbiamo considerare
le leggi, poiché una legge o una regolarità possono avere
origine interamente dal nostro procedimento di osserva­
zione, o interamente dal mondo oggettivo. Ci si può chie­
dere, se potremmo mai isolare una legge oggettiva così
completamente come una legge soggettiva, poiché essa
dovrebbe esserci presentata attraverso le nostre forme
soggettive di pensiero ; ma potremmo almeno scoprire
una regolarità e riconoscere la sua origine oggettiva, an-

78
che se potessimo descriverla soltanto in termini soggettivi.
Corriamo il pericolo di fare confusione riguardo alle
leggi di natura ; una confusione tra ciò che esse sono e
ciò che noi originariamente intendevamo che fossero . Per
evitare ambiguità, farò distinzione (temporaneamente ) fra
« leggi di natura » e « leggi di Natura ». La legge di Na­
tura avrà il significato che originariamente si intendeva
che il termine avesse, una legge che emana dal principio
del mondo fuori di noi, che spesso personifichiamo come
Natura. Legge di natura significherà, come precedentemen­
te, una regolarità che abbiamo trovato nella nostra cono­
scenza osservativa, senza riguardo alla sua sorgente . In
breve, una legge di natura è qualunque cosa che sarebbe
designata con quel nome nella pratica corrente della fisica .
Si vedrà che una legge di Natura è una legge dell'uni­
verso oggettivo. Ma tutte le leggi di natura riconosciute
sono soggettive. Abbiamo cosi raggiunto il paradosso ver­
bale che nessuna legge di natura conosciuta è una legge
di Natura. In effetti, i termini sono diventati tali da
escludersi reciprocamente .
È vero che abbiamo lasciato una via d'uscita. Una
legge di Natura sarebbe una legge di natura, se essa po­
tesse essere (non necessariamente se essa lo è già) accet­
tata come tale in fisica . Ciò mi conduce a un'ulteriore
domanda : abbiamo qualche ragione di credere che, se
una legge di Natura, una generalizzazione sul mondo og­
gettivo, stesse per diventare nota, sarebbe accettata dalla
fisica corrente come una legge di natura ? Penso che essa
sarebbe accettata soltanto se si conformasse al modello
di legge fisica, a cui siamo abituati. Ma questo modello
è il modello della legge soggettiva. Tenteremo più tardi
di mostrare con uno studio epistemologico, come il mo­
dello sia sorto dall'aspetto soggettivo della conoscenza fi­
sica . Il modello è il vero caposaldo della soggettività.
Qualsiasi aspettativa possiamo esserci formati che le leggi

79
oggettive di Natura, quando vengano scoperte, si confor­
meranno allo stesso modello, è del tutto irragionevole.
Non dobbiamo tentare di stabilire in precedenza ·il
tipo di regolarità che chiamiamo anticipatamente legge di
Natura. Presumere di poter conoscere anticipatamente il
modello della legge oggettiva, significherebbe accettare una
conoscenza a priori dell'universo oggettivo, conoscenza
ripudiata da tutte le scuole di pensiero scientifico. Non
tutta la nostra sistematizzazione della conoscenza è del
tipo « esatto » usato nella scienza fisica ; e in altre scienze
la legge ha una interpretazione più ampia. Finora è sol­
tanto nella parte puramente soggettiva della nostra cono­
scenza, che abbiamo trovato valere una legge esatta.
Forse si obietterà che, sebbene la legge oggettiva,
quando sia scoperta, possa dimostrare di essere un mo­
dello non familiare, i fisici modificheranno le loro idee
per adattarle ad essa. Il modello di legge fisica non è
rimasto immutabile, e il modello riconosciuto oggi non
sarebbe stato accettato nella fisica classica . Se il progresso
nella parte oggettiva della nostra conoscenza rende neces­
sario allargarne il modello, non sarà la prima volta che
la fisica avrà subito una rivoluzione. Questa è una pos­
sibilità, ma c'è un'alternativa. Il soggetto cosi allargato
manterrà necessariamente il nome di fisica ? I primi cam­
biamenti furono obbligatori ; noi non abbandonammo la
fisica classica soltanto perché il suo campo era troppo li­
mitato, ma perché ne scoprimmo i difetti. Ma qui il cam­
biamento proposto non ci viene imposto da un difetto
nel trattamento della conoscenza soggettiva attualmente
posseduta, ma soltanto da un ampliamento della cono­
scenza. Si potrebbe considerare più appropriato riservare
il nome di fisica al campo che essa presentemente occupa
e trattare il nuovo sviluppo come « fisica esterna ». Se è
cosi, le leggi di Natura non saranno mai oggetto della
fisica .

80
Ciò suona come un bisticcio sui nomi; ma dà un
indizio che può essere realmente importante . Esso sugge­
risce che, quando si riesca a progredire nello studio del
mondo oggettivo, il risultato sarà molto differente da
quello della fisica attuale, e che non c'è nessuna ragione
particolare di mantenere a questo studio il nome di fisica .
Abbiamo parlato di ciò come uno sviluppo futuro ; ma
non può essere già avvenuto ? Mi sembra che la fisica
« ampliata », che deve includere tanto l'oggettivo come il
soggettivo, sia proprio la scienza, e che l'oggettivo, che
non ha alcuna ragione di conformarsi al modello di si­
stemazione che distingue la fisica dei giorni nostri, si
debba trovare nella parte non fisica della scienza. Do­
vremmo cercarlo nella parte della biologia (se c'è), che
non è inclusa nella biofisica ; nella parte della psicologia,
che non è inclusa nella psicofisica ; e forse nella parte
della teologia, che non è inclusa nella teofisica . Le fonti
puramente oggettive dell'elemento oggettivo della nostra
conoscenza osservativa hanno già avuto un nome ; esse
sono : vita, coscienza, spirito.
Raggiungiamo allora la posizione della filosofia idea­
lista, opposta alla materialista . Il mondo puramente og­
gettivo è il mondo spirituale ; e il mondo materiale è sog­
gettivo, nel senso del soggettivismo selettivo .
Capitolo quinto

EPISTEMOLOGIA
E TEORIA DELLA RELATIVITÀ

Il vocabolario della :fisica include un numero di ter­


mini come lunghezza, energia, temperatura, potenziale,
indice di rifrazione, ecc., che chiamiamo quantità :fisiche.
La teoria della relatività insiste sul fatto che tutte le
quantità fisiche devono essere definite in modo da poterle
riconoscere nell'esperienza pratica. Una definizione di po­
tenziale deve specificare il modo di determinare i poten­
ziali . Una definizione di lunghezza deve specificare come
misurare le lunghezze .
Questa richiesta è semplicemente il riconoscimento del
fatto che, se il teorico e lo sperimentatore devono coope­
rare, devono parlare un linguaggio comune . Se chiamiamo
uno sperimentatore a provare la verità delle nostre asser­
zioni, la sua prima domanda deve essere : « Come posso
riconoscere le cose di cui mi parlate? ». La risposta che
gli diamo , ne è la definizione . Se egli verifica l'esattezza
dell'asserzione, il suo attestato vale solo finché le parole
significano qudlo che noi gli abbiamo detto che significa­
vano . Sarebbe disonesto tenere in riserva qualche altra
definizione - qualche significato non osservativo - delle
parole ivi contenute da usarsi dopo che abbiamo ottenuto
l'attestato. Non sarebbe meno disonesto se noi stessi cre­
dessimo che le due definizioni si riferiscano alla stessa

82
cosa; perché la nostra credenza non era stata sottoposta
a prova sperimentale e non era stata quindi controllata.
Prima della relatività, si è avuto qualche progresso
verso questo tipo di definizione . Un tempo, la massa era
definita come quantità di materia ; ma allo sperimentatore
non si dava nessuna indicazione per poter riconoscere la
stessa « quantità di materia » quando si fosse presentata
in forme differenti, per esempio lana o piombo . In conse­
guenza, sebbene ciò non fosse compreso a quel tempo, non
fu mai verificata sperimentalmente nessuna asserzione sulla
massa (se non limitata a un dato genere di materia) . Ma
più tardi fu avanzata una definizione di massa in termini
di proprietà di inerzia osservabili, e, con questo significato
mutato, la prova osservativa delle asserzioni divenne possi­
bile. Si è arrivati al punto che la norma accettata nell'in­
trodurre quantità fisiche nuove, è che queste devono es­
sere considerate come definite dalle serie di operazioni di
misura e di calcolo, di cui sono il risultato . Coloro che
associano al risultato la rappresentazione mentale di qual­
che entità che vaga in un regno di esistenze metafisiche
lo fanno a loro rischio ; i fisici non possono accettare nes­
suna responsabilità per questo abbellimento .
L'innovazione introdotta da Einstein nella sua teoria
della relatività fu che le quantità fisiche implicate nella
misura di spazio e tempo vennero sottoposte a questa
regola. La riforma era chiaramente necessaria ; perché lo
sperimentatore è chiamato a controllare la verità delle no­
stre conclusioni sulle distanze e gli intervalli di tempo,
proprio come è chiamato a controllare la verità delle no­
stre conclusioni sulle temperature o sui campi magnetici .
Una definizione di lunghezza che specifichi il modo di
determinare con l'osservazione le lunghezze, è invero il
requisito più urgente di tutti ; perché, quando intendiamo
esaminare che cosa effettivamente venga misurato in ogni
genere di esperimento, si tratta quasi sempre di una lun-

83
ghezza o di una misura spaziale : la lunghezza di una
colonna di mercurio in un termometro, il cammino di un
punto luminoso sulla scala di un galvanometro, la posi­
zione di una riga nera su di uno spettrogramma, ecc .
È strano che questa innovazione abbia provocato un'op­
posizione che ancora non si è estinta . Si insiste ancora
in modo irragionevole nel dire che i termini che si rife­
riscono a misure di spazio non devono essere connessi
all'osservazione allo stesso modo in cui lo sono i termini
che si riferiscono a misure meccaniche, ottiche, elettroma­
gnetiche, termiche e altre. Tra gli scritti di Henri Poin­
caré, di data anteriore alla relatività, c'è un passaggio fa­
moso, che spesso è citato a questo riguardo .

Se è vera la geometria di Lobatchevski, la parallasse di


una stella molto distante sarà finita. Se è vera quella di
Riemann, essa sarà negativa. Questi sono risultati che sembra
rientrino nella portata dell'esperimento e si spera che osser­
vazioni astronomiche ci possano rendere capaci di decidere tra
le due geometrie. Ma ciò che chiamiamo linea retta in astro­
nomia è semplicemente il cammino di un raggio di luce. Per­
ciò, se stessimo per scoprire parallassi negative, o per provare
che tutte le parallassi sono maggiori di un certo limite, do­
vremmo scegliere tra due conclusioni: potremmo abbandona­
re la geometria di Euclide, o modificare le leggi dell'ottica e
supporre che la luce non si propaghi rigorosamente in linea
retta . Non è necessario aggiungere che ognuno considererebbe
quest'ultima soluzione come la più vantaggiosa. La geome­
tria euclidea, perciò, non ha nulla da temere da parte delle
recenti esperienze l .

Quelli che citano questo passaggio di solito non ne


hanno capito la morale, cioè che la definizione della pa­
rallasse, o distanza di una stella, non deve essere lasciata

l Science and Hypothesis, p. 72.

84
ai soli matematici, le cui asserzioni non hanno nulla da
temere dalle nuove esperienze. Era abbastanza vero, al
tempo di Poincaré, che i teorici parlavano di distanze
che non significavano nulla in particolare, in modo che si
era liberi di scegliere se essi obbedivano alla teoria eucli­
dea o a quella non euclidea. Ma gli sperimentatori anda­
rono per la loro strada e misurarono distanze che signi­
ficavano qualche cosa di molto particolare, fino alla setti­
ma o ottava cifra significativa. Il teorico e lo sperimen­
tatore non parlavano lo stesso linguaggio. La teoria della
relatività introdusse un'ovvia riforma, e sono finiti quei
giorni beati . Adesso, se un teorico giunge a una conclu­
sione sulle distanze stellari o galassiche, lo fa con un giu­
sto timore dei nuovi esperimenti. Devo ammettere di
avere proposto anch'io conclusioni di tal genere, e tremo
ogni volta che si sta per annunziare un nuovo risultato
sperimentale. Non che debba necessariamente ritenerlo
giusto .

II

La definizione di lunghezza o di distanza e la corri­


spondente definizione di estensione temporale, sono par­
ticolarmente importanti, perché in generale le definizioni
di altre quantità fisiche presuppongono che siano state
definite lunghezza ed estensione temporale, e ogni ambigui­
tà del loro significato si estenderebbe all'intera sovrastrut­
tura. Se, invece di dare una definizione osservativa della
lunghezza, questa fosse lasciata al matematico puro, tutte
le altre quantità fisiche sarebbero infettate dal virus della
matematica pura.
I fisici pratici sono stati a lungo occupati nella deter­
minazione esatta delle lunghezze, e i prindpi che essi si
sono sforzati di seguire furono fissati prima che sorgesse

85
la teoria della relatività. Questa branca della fisica pratica
è chiamata metrologia . Perciò quando divenne necessario
adottare formalmente una definizione di lunghezza otte­
nuta per mezzo dell'osservazione, non avrebbe potuto sor­
gere la questione di creare un procedimento rivale. La
definizione deve dare istruzioni su come procedere a
misurare le lunghezze. Per il metrologo, queste istru­
zioni si riassumevano semplicemente nella parola : « Prose­
guire » .
Non è insolito, per gli scrittori, trattare la definizione
di lunghezza o di intervallo di tempo, come se i significati
di questi termini fossero liberamente a loro disposizione.
Ma è poco lecito adottare un tale atteggiamento verso
termini di uso corrente . Uno scrittore può forse affermare
di avere adempiuto ai suoi obblighi se rende chiaro il
significato che un termine avrà nei suoi scritti, senza
riguardo al modo con cui è stato impiegato prima . Ma il
senso comune ritiene sconveniente usare il termine « bian­
co » per descrivere il colore più sovente conosciuto come
« nero », e l'uso recentemente introdotto dagli scrittori di
cosmologia cinematica, di dare alla lunghezza e al tempo
un significato che nessun Bureau of Standard accetterebbe,
è una sorgente di confusione non necessaria, anche se forse
non giunge fino alla malafede .
In ogni teoria fisica ortodossa, la pratica metrologica
- o più esattamente il principio che essa tenta di realiz­
zare - rafforza la definizione teorica . Cosl è certo che,
quando lo sperimentatore controlla il teorico, ambedue si
riferiscono alla stessa cosa.
Di conseguenza, nella teoria della relatività intendia­
mo per lunghezza ciò che intende il metrologo, non ciò
che intende il semplice studioso di geometria . Accettando
i principi della relatività, il fisico mette da parte la sua
amata matematica pura, ripudia la metafisica sua compa­
gna, e fa un matrimonio onorevole con la metrologia.

86
Ho paura che i rappresentanti della sposa siano inclini a
sospettare che egli non si sia ancora completamente di­
stolto dal suo primo amore. Alcuni scritti sulla relatività
sembrano un po' matematici. Poiché non sono del tutto
convinto dell'innocenza di alcuni miei colleghi, devo su
questo punto rispondere solo per me stesso. Dichiaro che
i sospetti sono infondati . Se qualche volta impiego la ma­
tematica pura, lo faccio solo per aiuto, la mia devozione
è fissa al pensiero fisico, che sta al di là della matema­
tica. La matematica è un veicolo utile per l'espressione e
per la manipolazione, ma il cuore della teoria è altrove :

Euphelia serves to grace my measure,


but Chloe is my real Bame 2.

Il punto cruciale della definizione di lunghezza è la


specificazione di un campione standard, che possa servire
di confronto in ogni luogo e in ogni tempo . I metrologi
non considerano una particolare sbarra di metallo, quale
il metro di Parigi, come un campione definitivo ; il sem­
plice fatto che provino ansietà riguardo alla sua conserva­
zione, prova che hanno in mente un campione più ideale,
con cui esso potrebbe essere confrontato . Quel che è ne­
cessario è una struttura fisica, non necessariamente per­
manente, ma unicamente riproducibile. Un cristallo di
calcite, la cui lunghezza contenga 1 08 intervalli reticolati
darà un'idea del genere di campione richiesto . Se fosse
indicato questo come campione di lunghezza, esso po­
trebbe essere riprodotto nella galassia più lontana o nella
più remota epoca.
Consideriamo da un punto di vista generale il pro­
blema di specificare un campione di lunghezza riproduci-

2 Ofelia serve ad abbellire la mia discrezione, ma Cloe è la mia


vera fiamma.

87
bile . Evidentemente, non dobbiamo usare delle lunghezze
nella specificazione, perché sarebbe un circolo vizioso.
Nemmeno possiamo usare una delle quantità fisiche « di­
mensionali » , perché le loro definizioni presuppongono che
siano stati già definiti i campioni di lunghezza, tempo e
massa. La parte quantitativa della specificazione deve con­
stare perciò di quantità non dimensionali, cioè di numeri
puri. Per esempio, il campione proposto prima, era speci­
ficato dal numero di celle della sua struttura a reticolo.
Se vogliamo, possiamo andare oltre, e specificare la com­
posizione chimica del cristallo per mezzo di puri numeri,
cioè i numeri atomici degli elementi in esso contenuti.
Una descrizione puramente numerica della struttura
materiale è elaborata nella teoria dei quanti. La struttura
è descritta come consistente in un certo numero di nu­
clei ed elettroni, la cui disposizione è specificata dai nu­
meri dei quanti. Una tale struttura è necessariamente
unica dal punto di vista osservativo ; poiché, se due cam­
pioni mostrassero differenze osservabili, ciò sarebbe inteso
come una prova dell'incompletezza della teoria struttura­
le esistente e si introdurrebbero altri numeri quantici per
distinguerli.
Cosi la risposta generale al nostro problema è che ogni
struttura, che sia praticamente riproducibile per mezzo
di una specificazione dei quanti, servirà come campione.
Tali campioni sono tutti equivalenti, essendo in definitiva
dei rapporti numerici con l'unità di lunghezza h/ mc, che
appare nelle equazioni fondamentali della teoria dei quanti.
Il campione di estensione temporale è definito in ma­
niera simile. Un'estensione spaziale della struttura speci­
ficata per mezzo dei quanti, offre il campione di esten­
sione temporale. Il parallelismo è più stretto se usiamo
un cristallo ; perché, considerando la struttura a quattro
dimensioni, la periodicità è una struttura a reticolo nel
tempo ; e i nostri due campioni sono rispettivamente un

88
numero specificato di celle del reticolo spaziale e un nu­
mero specificato di celle del reticolo temporale della strut­
tura del cristallo .
Forse non è superfluo aggiungere che non sorge nes­
suna questione se il campione tipo di lunghezza cosi defi­
nito sia realmente costante in tutti i tempi e luoghi.
La questione implica la possibilità che abbiamo in mente
qualche campione più definitivo (investito di realtà) con
cui definire i misfatti del campione fisico. La concezione
di quantità fisiche, che si debbono conformare a qualche
ruolo speciale assegnato in precedenza in un regno di real­
tà vagamente immaginato, non è riconosciuta in fisica;
quantità come la lunghezza e l'estensione temporale sono
introdotte soltanto allo scopo di una descrizione succinta
di misure sperimentali reali o ipotetiche .

III

Ci accorgiamo che la teoria della relatività deve uscire


dai suoi confini per ottenere la definizione di lunghezza,
senza la quale non può incominciare. È la struttura mi­
croscopica della materia quella che introduce una scala
definita di cose. Poiché abbiamo separato la fisica mole­
colare dalla fisica microscopica soprattutto in considera­
zione della grossolanità del nostro equipaggiamento senso­
rio, sarebbe irragionevole aspettarsi di trovarla completa
in se stessa. Possiamo solo renderla logicamente completa
fino al punto in cui le sue radici si propagano nella fisica
intesa come un tutto. Nemmeno la teoria microscopica,
quando è separata dal resto, basta a se stessa. Anche alle
quantità fisiche che riguardano gli atomi, gli elettroni, i
fotoni, di cui si parla nella teoria microscopica, si devono
dare definizioni che rendano lo sperimentatore capace di
misurarle ; ma egli non le misura, e nemmeno in esperi-

89
menti ipotetici Cl s1 1mmagina che le misuri, con atomi,
elettroni e fotoni ; le asserzioni della fisica microscopica
non riportano i risultati di tali esperimenti non immagi­
nabili. Le misure sono fatte con scale metriche, micro­
metri, spettrografi - in definitiva con i nostri grossolani
organi di senso . La fisica molecolare ha sempre l'ultima
parola nell'osservazione, perché l'osservatore stesso è mo­
lecolare.
Il segreto dell'unione della fisica molecolare con la
fisica microscopica - della teoria della relatività e della
teoria dei quanti - è il « cerchio completo » . Non sono
tanto rami che si biforchino dalla radice quanto semicer­
chi congiunti alle due estremità . Generalmente entriamo
nel cerchio dal punto di congiunzione di cui adesso stiamo
parlando, in cui la teoria della relatività prende il suo
campione di lunghezza dalla teoria dei quanti. Ma la
teoria della relatività, che ha progredito lungo il suo arco
più che non la teoria dei quanti lungo il suo, sta già
esplorando l'altro punto di congiunzione, in cui sono im­
plicate la costante cosmica e questioni del genere . A que­
sto punto di congiunzione, le radici della teoria dei quanti
penetrano nella teoria della relatività, come all'altro punto
di congiunzione, le radici della teoria della relatività pe­
netrano nella teoria dei quanti . Solo nella teoria combi­
nata dei quanti e della relatività (che non dev'essere con­
fusa con la corrente « teoria relativistica dei quanti » , che
ha usurpato il nome senza ragione ) possiamo esibire il
cerchio come un tutto.
L'insuccesso nel rendere la teoria della relatività del
tutto indipendente dalla teoria dei quanti, ha un vantag­
gio pratico . Esso ha assicurato che il campione di lun­
ghezza nella relatività è uguale a quello della teoria dei
quanti . Lo stesso campione definitivo è riconosciuto an­
che dai metrologi, che fanno ricerche per realizzarlo nella
lunghezza d'onda della luce del cadmio o nello spazio re-

90
ticolato della calcite . Così i metrologi pratici, i fisici rela­
tivisti e i fisici quantisti intendono tutti la stessa cosa,
quando parlano di lunghezza, di distanza o di intervallo
di tempo. C'è un'uniformità completa, tranne che per l'ul­
timo arrivato, il cosmologo cinematico, il quale considera
tutti fuori strada, tranne se stesso .
Spesso viene insinuato che alcune delle costanti di na­
tura, per esempio la velocità della luce o la costante di
gravità, varino col tempo. Tali discussioni sono senza
senso, se non sono stati definiti esattamente i campioni
di lunghezza e di estensione temporale ; e molto di ciò
che è stato scritto sull'argomento è screditato dal fatto
che gli scrittori, evidentemente, non erano informati circa
la natura della definizione di questi campioni. Chiunque
suggerisca la variazione di una costante fondamentale, ha
davanti a sé il pesante compito di ricostruire la teoria e
di reinterpretare le misure osservative prima di poter ot­
tenere qualsiasi conferma o contraddizione osservabile del
suo suggerimento. Nell'attesa, credo che il progresso del
metodo epistemologico ci abbia assicurati che le costanti
naturali (indipendentemente dalle nostre unità arbitrarie)
sono numeri introdotti dalla nostra indagine soggettiva, i
cui valori possono essere calcolati a priori e resistono per
tutti i tempi. Per questa ragione, la conclusione mia per­
sonale è che non c'è maggior pericolo che la velocità della
luce o la costante di gravitazione cambino col tempo, di
quanto ce n'è che col tempo cambi il rapporto l't di circon­
ferenza-diametro.
Esaminiamo più da vicino che cosa sia implicito nel
suggerimento che la velocità della luce in vacuo vari col
tempo . Una conseguenza immediata è che il rapporto tra
la lunghezza d'onda À e il periodo T di ogni linea spet­
trale, per esempio una linea dell'idrogeno, varia col tem­
po. Ora, per tutte le epoche, la misura standard di tempo
è un periodo di tempo in qualche struttura specificata per

91
mezzo dei quanti, e il campione di lunghezza è un'esten­
sione di spazio in qualche struttura specificata per mezzo
dei quanti. Possiamo assumere che questa struttura sia
un atomo di idrogeno nello stato specificato dai quanti,
in cui esso emette la linea considerata. Ne consegue che
deve variare col tempo o il rapporto tra il periodo della
luce emessa e il periodo di tempo intrinseco dell'atomo
che emette, oppure il rapporto tra la lunghezza delle onde
emesse e la scala spaziale della struttura dell'atomo che
emette. Non credo che coloro i quali propongono la va­
riabilità della velocità della luce, capiscano che, se le loro
parole hanno qualche significato, esse implicano che il pe­
riodo della luce non abbia alcuna relazione costante con
qualsiasi periodicità corrispondente della sua sorgente, e
perciò non sia determinata da essa; oppure, che la lun­
ghezza d'onda della luce non ha nessuna connessione co­
stante con la scala lineare della sua sorgente. Se fosse
vero, ciò implicherebbe una concezione della struttura ato­
mica cosl lontana da quella dell'attuale teoria dei quanti,
che a stento sopravviverebbe qualcosa della nostra cono­
scenza odierna.

IV

Finora abbiamo considerato come definire senza am­


biguità la lunghezza, ma non ci siamo occupati delle dif­
ficoltà che possono sorgere quando sia richiesta un'esat­
tezza estrema. Ci siamo preoccupati di gabbare i dotti
del racconto di Chaucer:

Ye conne by argumentes make a piace


a myle brood of twenty foot of space 3 •

3 Voi potete, con le argomentazioni, fare uno spazio largo un


miglio di venti piedi di spazio.

92
Questi argomenti appaiono ancora in giornali scienti­
fici, specialmente in riferimento a lunghezze e tempi di
un'epoca cosmologica remota. Per esempio, è stato propo­
sto di ampliare la scala del tempo dell'universo, che viene
percorsa in modo piuttosto scomodo, facendo una trasfor­
mazione logaritmica del nostro calcolo del tempo :

Lat see now if this piace may suflise


or make it roum with speche, as is youre gyse 4 •

Passiamo ora a considerare questioni di estrema esat­


tezza . Il nostro campione, specificato per mezzo dei quan­
ti, è riproducibile nei tempi e nei luoghi più remoti e
perciò soddisfa le esigenze più estreme della teoria co­
smologica. Tuttavia, esso ha certi limiti. Citerò i due più
importanti.
Primo, il campione specificato dai quanti non fornisce
una definizione esatta di lunghezza in forti campi elettrici
o magnetici . Ciò perché esso non è strettamente riprodu­
cibile in tali campi ; una struttura in un campo elettro­
magnetico non può avere in modo preciso la stessa spe­
cificazione quantistica di una struttura libera da campi
elettromagnetici. Invano facciamo appello al metrologo
pratico perché dia il suo parere su questa difficoltà ; egli
fa notare soltanto che, quando si usa un campione di lun­
ghezza, è una precauzione elementare quella di sbaraz­
zarsi di campi elettrici e magnetici . Ma è inutile dire a
chi sta studiando dei fenomeni in un campo magnetico,
che deve sbarazzarsi del campo prima di fare qualsiasi
misura . Supponiamo che egli voglia misurare la curvatura
delle traiettorie di particelle cariche in un campo magne­
tico. Probabilmente, non sarà tanto malaccorto da mettere
il campione dentro il campo ; egli, per esempio, fotogra-

4 Vediamo ora se questo posto può bastare, se no fate Io


spazio coi discorsi, come siete capaci.

93
ferà le traiettorie e misurerà la fotografia col campione.
Egli deve allora usare formule teoriche per dedurre la
curvatura delle traiettorie nel campo da misure di foto­
grafie fatte fuori del campo . Ma come può provare se le
sue formule teoriche sono giuste? Il procedimento indi­
retto è giustificato solo se si sappia che darà gli stessi
risultati che avrebbe dato una misura diretta ; ma, in
questo caso, data la non riproducibilità del campione, non
esiste nessun procedimento diretto ; e non si può preten­
dere di sapere che il procedimento indiretto darà gli stessi
risultati di un procedimento diretto non esistente.
Poiché non ci sono convenzioni precedenti da seguire,
un teorico che si occupa di equazioni esatte in campi in­
tensi è libero di introdurre una sua propria definizione
di lunghezza, a patto che essa converga con la definizione
accettata quando il campo tende a zero . Si è avuto un
tale vantaggio da questa libertà, che è stata avanzata al­
meno una dozzina di differenti « teorie unificate » dei
campi di gravitazione ed elettromagnetici, contenente
ognuna una definizione di lunghezza leggermente diversa.
Esse sono tutte corrette se la definizione di lunghezza è
adattata in modo da corrispondere alle teorie. Queste teo­
rie saranno tutte « confermate dall'osservazione » ; per­
ché le conclusioni tratte da misure fatte fuori dal campo
o le correzioni apportate alle misure (se ce ne sono) fatte
dentro al campo, saranno determinate dalla teoria che si
sta controllando .

There are nine and sixty ways of constructing tribal lays


and every single one of them is right ! 5

Ma, si può dire, la teoria dei quanti non sarà capace,


infine, di calcolare in modo esatto quanto un cristallo tipo

s Ci sono sessantanove maniere di comporre le canzoni della


tribù ed ognuna di esse è giusta.

94
si espanda o si contragga in un campo magnetico, o quanto
si modifichi una lunghezza d'onda? Dovremo allora ap­
plicare semplicemente le correzioni per il cambiamento del
campione . Temo che non sia così semplice . Nemmeno la
teoria dei quanti può calcolare una quantità che non sia
stata definita. Senza dubbio, la teoria dei quanti troverà
una correzione ; ma ciò significa soltanto che la teoria
dei quanti, come le teorie unificate, ha introdotto (o in­
trodurrà) una sua propria definizione convenzionale . In­
dubbiamente, una definizione che si affida ai fisici quan­
tisti prevarrà alla fine per force majeure; e invero, è giu­
sto lasciare l'argomento nelle loro mani, perché fu la teo­
ria dei quanti che fornì la nostra definizione originale.
Ma non si deve dimenticare che, sebbene sia chiaramente
necessario estendere con qualche convenzione l'abituale
terminologia fisica ai campi intensi, qualunque conven­
zione adottiamo, le distanze saranno sempre pseudodi­
stanze (e similmente per tutte le quantità fisiche derivate,
inclusa la misura del campo stesso ), poiché esse mancano
della caratteristica fondamentale del concetto metrologico
di lunghezza, cioè della corrispondenza tra similarità di
lunghezza e similarità di struttura fisica.

La seconda limitazione è che il campione dev'essere


corto. Un campione lungo non sarà usato se non in cir­
costanze speciali.
Supponiamo di cercare di misurare il diametro della
terra con un lungo campione di cristallo che l'attraversi
come un ferro da calza un arancio . Si sa che la forma
della terra è sottoposta a tensione da parte delle forze
del sole e della luna che originano le maree ; il lungo
cristallo sarà anche lui sottoposto a queste tensioni . Un

95
metrologo pratico insisterebbe per eliminare il sole e la
luna (e la terra) prima di tentare delle misure accurate;
perché è precauzione elementare che il campione non
debba essere sottoposto a tensioni. Possiamo esprimere
più formalmente l'obiezione, facendo rilevare che la ten­
sione fa sl che la struttura del cristallo non abbia più la
specificazione prescritta nella definizione del campione.
Non sempre si possono eliminare i corpi che causano
la tensione . Se stiamo misurando il sistema solare, non
possiamo cominciare i procedimenti liquidando il sole.
Cosi, in generale, dobbiamo contentarci di campioni corti
che sono, in proporzione, meno influenzati dalle tensioni.
Con il campione corto possiamo misurare direttamente
soltanto brevi distanze. In prima approssimazione, pos­
siamo determinare grandi distanze misurandole in parti
corte, e sommando o integrando i risultati 6 ; ma quando
si vuole avere una approssimazione minore, anche questo
metodo porta a risultati ambigui . Questa ambiguità è
nota come la non integrabilità dello spostamento.
Vaie la pena osservare che c'è una prova osservativa
diretta, per mostrare che la sbarra formata dal lungo cri­
stallo non aveva più la struttura prescritta . Se, per esem­
pio, si scegliesse un cristallo monorifrangente, la tensione
sarebbe indicata dall'apparire della doppia rifrazione . Il
punto essenziale di questa osservazione è che la non ri­
producibilità di un campione lungo, e la nostra conse­
guente incapacità a definire esattamente distanze non in­
finitesimali, è un fatto che avrebbe dovuto essere scoperto
dall'osservazione diretta, invece di essere dedotto dalla no­
stra conoscenza delle forze che provocano le maree nella
teoria della gravitazione . Questo è importante, perché

6 Vale a dire, definiamo una grande distanza come il risultato


dell'integrazione di brevi distanze (purché il risultato non sia am­
biguo) , invece di definirla come il risultato di un confronto con
un campione lungo.

96
adesso useremmo l'indeterminatezza delle distanze lunghe
come fondamento della teoria della gravitazione invece
di dedurla come una conseguenza della teoria.
Per la descrizione di una regione grande dobbiamo
sviluppare un sistema di descrizione metrica, in cui solo
le distanze infinitesimali sono dati osservativi . Questo è
un problema tecnico di geometria differenziale, che non è
necessario discutere qui . Per semplicità, ho omesso ri­
ferimenti al tempo ; ma considerazioni simili si applicano
al mondo spazio-temporale a quattro dimensioni .
L'incapacità di definire per mezzo dell'osservazione
lunghe distanze o, in linguaggio matematico, la non inte­
grabilità dello spostamento, è la base della teoria di gra­
vitazione di Einstein . Secondo il modo di vedere corrente,
la gravitazione è la causa del perturbamento ; la gravita­
zione produce le tensioni che rendono inutili i campioni
lunghi. Ma Einstein è più propenso a ritenere che la
« perturbazione » , - la non integrabilità dello sposta­
mento - sia la causa della gravitazione. Voglio dire che
nella teoria di Einstein le manifestazioni ordinarie della
gravitazione, sono dedotte come conseguenze matematiche
della non integrabilità dello spostamento. Non posso en­
trare qui in particolari, che richiedono un'ampia tratta­
zione ; ma la sostanza è che Einstein mostrò come speci­
ficare quantitativamente la non integrabilità, e usò i nu­
meri cosi introdotti, - il famoso g!lv - come una mi­
sura dell'influenza che disturba le condizioni ideali in cui
gli spostamenti sarebbero integrabili. « Campo di gravi­
tazione » è il nome che abbiamo dato a questa influenza.
Come ci si poteva aspettare, si è trovato che questa spe­
cificazione sistematica del campo di gravitazione è più
precisa della specificazione casuale di esso, derivata da uno
dei suoi effetti, che per caso colpirono l'attenzione di
Newton, mentre sedeva sotto un melo .
La specificazione di Einstein è più esatta di quella

97
di Newton; ma che ambedue si riferiscano alla stessa
cosa è evidente se si pensa che fu la tensione prodotta
alle due estremità del lungo campione che cercava di ca­
dere con accelerazioni differenti verso il sole o la luna,
quella che lo invalidò come campione e rese vano il no­
stro sforzo di misurare direttamente una lunghezza inte­
grata . Non deve essere perciò motivo di sorpresa il fatto
che si possano dedurre dalla specificazione di Einstein le
manifestazioni più ordinarie di gravitazione nei corpi che
cadono.
Questo è un esempio particolarmente significativo del
modo con cui lo studio epistemologico ha portato un
grande progresso nella scienza ; e perciò vale la pena di
ricordarne i passi principali. Se la fisica deve descrivere
ciò che osserviamo realmente, dobbiamo esaminare nuo­
vamente le definizioni dei termini usati in essa, in modo
che si riferiscano esplicitamente a fatti osservativi e non
a congetture metafisiche. In modo particolare è necessario
che siano definite lunghezza e intervallo di tempo, poi­
ché sono la base di quasi tutte le altre definizioni fisi­
che . Per evitare circoli viziosi nelle definizioni, è essen­
ziale che i campioni di lunghezza e di intervallo di tempo
siano le estensioni di strutture completamente specificate
da numeri puri . Con tali strutture come campioni, otte­
niamo una definizione di intervalli infinitesimali (in as­
senza di campo elettromagnetico) , ma non otteniamo una
definizione esatta di intervalli lunghi. Perciò, affinché la
fisica possa esprimere una conoscenza puramente osserva­
tiva è necessario sviluppare un sistema di descrizione della
localizzazione di avvenimenti, basato completamente su
distanze e intervalli di tempo infinitesimali ; perciò evi­
tiamo di riferirei a intervalli lunghi, che non hanno
nessuna esatta definizione osservativa. Questo sistema di
localizzazione dipendente da intervalli infinitesimali, è il
fondamento della teoria generale della relatività . Nella

98
teoria della relatività, una distanza lunga è, in generale,
una concezione soltanto approssimata ; non è possibile dar­
ne una definizione esatta 7•
Appena comprendiamo che la definizione di lunghezza
non ricopre le grandi distanze e, perciò, non implica l'in­
tegrabilità dello spostamento, l 'integrabilità diventa un'ipo­
tesi speciale, che richiede appoggio . Non si accettano ipo­
tesi gratuite. Procedendo da questa base razionale della
misura spazio-temporale, troviamo che il fenomeno di gra­
vitazione appare automaticamente - a meno che noi non
introduciamo deliberatamente un'ipotesi di integrabilità
per escluderlo - e in questo modo siamo condotti im­
mediatamente alla teoria di gravitazione di Einstein .

VI

Ho messo continuamente in evidenza la soggetti­


vità dell'universo descritto dalla fisica. Ma, potrete chie­
dere, non fu forse vanto della teoria della relatività l'es­
sere penetrata oltre l'aspetto relativistico (soggettivo) dei
fenomeni, e l'aver trattato dell'assoluto ? Per esempio,
essa mostrò che la separazione usuale di spazio e tempo
è soggettiva, dipendendo dal movimento dell'osservatore,
e vi sostituì uno spazio-tempo a quattro dimensioni, in­
dipendente dall'osservatore . Può sembrare difficile conci­
liare questa concezione della teoria di Einstein, che solleva
il velo della relatività che ci nasconde l'assoluto, con la
mia attuale spiegazione della fisica moderna, come quella
che si rassegna a un universo parzialmente soggettivo e
ne trae il meglio .

7 L'insuccesso della definizione ordinaria lascia il termine a


disposizione dei ricercatori, e sono state proposte varie definizioni
tecniche di distanze lunghe. Ma questi usi tecnici del termine sono
qui senza importanza.

99
È necessario ricordare che ci sono stati trent'anni di
progresso . La relatività cominciò come una scopa nuova,
che spazza via tutta la soggettività che ha trovato. Ma,
man mano che progredimmo, si sono scoperte altre in­
fluenze della soggettività che non vengono eliminate tanto
facilmente. La probabilità, in particolare, è schiettamente
soggettiva, essendo relativa alla conoscenza che ci trovia­
mo a possedere. Invece di essere spazzata via, è stata in­
nalzata dalla meccanica ondulatoria ad argomento princi­
pale della legge fisica .
La soggettività a cui qui ci si riferisce è quella che
deriva dall'equipaggiamento sensorio e intellettuale del­
l 'osservatore . Senza variare questo equipaggiamento, egli
può mutare posizione, velocità e accelerazione . Tali va­
riazioni produrranno cambiamenti soggettivi nel modo in
cui l'universo gli appare ; in particolare, i cambiamenti
dipendenti dalla sua velocità e accelerazione sono più sot­
tili di quanto si fosse compreso nella teoria classica. La
teoria della relatività ci permette di eliminare (se lo vo­
gliamo ) gli effetti soggettivi di queste caratteristiche per­
sonali dell'osservatore ; ma non elimina gli effetti sogget­
tivi delle caratteristiche generali comuni a tutti i « buoni »
osservatori, sebbene abbia aiutato a portarli in luce.
Limitando l'attenzione alla soggettività personale, di­
stinta da quella generale, che cosa si intende precisamente
per eliminazione di questa soggettività? Non sembra che
ci sia molta difficoltà nel concepire l'universo come una
struttura a tre dimensioni, indipendente da qualunque
posizione particolare ; e suppongo che possiamo, fino a
un certo punto, concepirlo senza nessun campione di
inerzia o di non accelerazione . È forse un guaio che ciò
sia o sembri cosl facile a concepirsi, perché la concezione
è soggetta a essere nociva dal punto di vista dell'osserva­
zione . Poiché la conoscenza fisica dev'essere in tutti i casi
un'asserzione sui risultati dell'osservazione (effettiva o ipo-

100
tetica) , non possiamo evitare di porvi un osservatore fit­
tizio, e le osservazioni che si suppone che faccia sono
influenzate soggettivamente dalla sua posizione, velocità
e accelerazione. Il modo di avvicinarci maggiormente a
una veduta non soggettiva, ma nondimeno derivante dal­
l'osservazione, è di avere davanti a noi le relazioni di
tutti gli osservatori fittizi possibili, e di passare nella no­
stra mente dall'una all'altra tanto rapidamente da poterei
identificare, per così dire, con tutti gli osservatori fittizi
in una volta. Per riuscire a far ciò, sembra che avremmo
bisogno di un cervello girevole.
Poiché la natura non ci ha dotati di un cervello gi­
revole, ricorriamo al matematico per aiuto . Egli ha inven­
tato un processo di trasformazione, che ci rende capaci di
passare molto rapidamente dalla relazione di un osserva­
tore fittizio a quella di un altro . La conoscenza è espressa
mediante tensori che hanno un sistema fisso di concate­
namento ad essi assegnato, cosicché quando se ne altera
uno, si alterano tutti gli altri, ognuno in un determinato
modo. Assegnando ogni quantità fisica a una classe di
tensori appropriata, possiamo disporre le cose in modo
che quando si cambia una quantità per corrispondere alla
variazione tra un osservatore fittizio A e un osservatore
fittizio B, tutte le altre quantità cambino automaticamente
e correttamente . Dobbiamo solo lasciare che la conoscenza
passi attraverso le sue variazioni - girando una mano­
vella - in modo da dare in successione la completa co­
noscenza osservativa di tutti gli osservatori fittizi.
Il matematico va avanti di un altro passo, eliminando
il giro di manovella . Egli concepisce un simbolo di ten­
sori che contenga in se stesso tutte le possibili variazioni,
in modo che, quando guarda un'equazione tensoriale, veda
tutti i suoi termini cambiare in rotazione sincronizzata .
Ciò non è nulla di straordinario per il matematico;
i suoi simboli, di solito, stanno per quantità incognite e

101
per funzioni di quantità incognite ; essi possono essere
indifferentemente qualunque cosa, finché egli non scelga
di specificare la quantità incognita . Cosl egli annota le
espressioni che sono simbolicamente la conoscenza di tutti
gli osservatori fittizi nello stesso tempo, finché non scelga
di specificare un osservatore fittizio particolare .
Ma, dopo tutto, questo espediente è soltanto una tra­
duzione simbolica di ciò che abbiamo chiamato cervello
girevole . Si può dire che un tensore simbolizzi la cono­
scenza assoluta ; ma ciò avviene perché esso sta per la
conoscenza soggettiva di tutti i possibili soggetti nello
stesso tempo.
Questo si applica alla soggettività personale. Per eli­
minare la soggettività generale, dovuta cioè al nostro
equipaggiamento intellettuale, dobbiamo analogamente sim­
bolizzare la conoscenza come se fosse appresa nello stesso
tempo da tutti i tipi di intelletto possibili. Ma ciò si
potrebbe difficilmente ottenere con una teoria di trasfor­
mazione matematica . E quale sarebbe il risultato se ciò
venisse effettuato ? Secondo il capitolo IV, se si elimina
tutta la soggettività, si eliminano tutte le leggi fonda­
mentali di natura e tutte le costanti di natura . Ma, dopo
tutto, accade che queste leggi e questi fatti soggettivi
siano importanti per esseri che non sono dotati di cer­
velli girevoli e di intelletti variabili. E se il fisico non
se ne prende cura, nessun altro ha le qualifiche per farlo .
Anche nella teoria della relatività, che tratta dell'asso­
luto (in un senso alquanto limitato) torniamo di continuo
a prestare ascolto al relativo, per esaminare come appa­
riranno i nostri risultati all'esperienza di un osservatore
individuale . Ora non siamo cosl desiderosi, come ven­
t'anni fa, di eliminare l'osservatore dalla nostra visione
del mondo . A volte può essere desiderabile bandire, per
un certo tempo , lui e la sua deformazione soggettiva delle
cose ; ma alla fine siamo costretti a riaccoglierlo , poiché
egli sta per noi stessi .
Capitolo Jesto

EPISTEMOLOGIA E TEORIA DEI QUANTI

Continuiamo a ribadire la questione : che cosa os­


serviamo noi, in realtà? La teoria della relatività ci ha
dato una risposta : noi non osserviamo che relazioni. La
teoria dei quanti ci dà un'altra risposta : non osserviamo
che probabilità.
Considerata epistemologicamente, la probabilità è una
concezione molto particolare; poiché una conoscenza precisa
e sicura di una probabilità è interpretata come una cono­
scenza rozza e incerta di qualche cosa di cui tale conoscenza
indica la probabilità . Questo sembra urtare con la nostra
confortante sicurezza che la conoscenza è la conoscenza
e i fatti sono i fatti . La probabilità è generalmente con­
siderata l'antitesi del fatto ; si dice : « È solo una proba­
bilità e non si deve prendere come un fatto » . Ma se la
risposta della teoria dei quanti è giusta, i « nudi fatti
d'osservazione » sono probabilità . Con ciò intendiamo dire
che il risultato di un'osservazione, benché in se stesso
sia indubbiamente un fatto, è scientificamente degno di
considerazione soltanto perché ci informa della proba­
bilità di qualche altro fatto. Questi fatti secondari, noti
a noi soltanto attraverso la probabilità, formano il mate­
riale al quale si riferiscono le generalizzazioni della fisica.
Possiamo accettare la correttezza delle conclusioni del-

103
l 'attuale teoria, che cioè le nostre misure determinano solo
la probabilità delle quantità ed entità che figuravano nella
fisica classica ; cosicché il concetto di probabilità si im­
pone necessariamente nel confronto delle idee più nuove
con quelle classiche . Forse però non è evidente che un'in­
terpretazione della probabilità è essenziale quando si vuoi
cercare di sviluppare il nuovo punto di vista nei suoi
fondamenti autonomi . I risultati di una misura osserva­
riva possono essere interpretati come una nozione nebu­
losa e incerta delle entità della fisica classica; ma questo
non significa forse che noi dovremmo abbandonare le
entità classiche e introdurre entità più primitive, la cui
osservazione ci dia una conoscenza precisa e sicura? Viene
suggerito che nella nuova fisica le cosiddette probabilità
sono a tutti gli effetti entità reali, la materia prima ele­
mentare dell'universo fisico. Di esse noi abbiamo nozione
precisa ; e sembrerebbe un regresso postulare dietro quelle
altre entità, la nostra conoscenza delle quali deve esser
sempre incerta.
Credo che dietro a questo suggerimento, assai comu­
ne, sia l'idea che una riformulazione opportuna dei nostri
concetti elementari bandirebbe il presente indeterminismo
dal sistema della fisica. È l'idea che l'indeterminismo ri­
velato dalla nuova fisica non sia intrinseco all'universo,
ma appaia solo nel nostro tentativo di connettere questa
all'universo antiquato della fisica classica . La probabilità
sarebbe allora solamente l'imbuto attraverso cui il vino
nuovo viene versato nelle botti vecchie.
Ma questo suggerimento trascura la caratteristica es­
senziale dell'indeterminismo dell'attuale sistema fisico, cioè
che le quantità che esso può prevedere solo con incertezza
sono quantità che, a tempo opportuno, saremo capaci di
osservare con alta precisione . L'errore non è quindi nel
fatto di aver scelto concetti inappropriati alla conoscenza
osservativa. Per esempio, il principio di Heisenberg ci

1 04
dice che la posizione e la velocità di un elettrone in un
dato momento si possono conoscere solo con un'incertezza
mutuamente reciproca ; e, prendendo la combinazione più
favorevole, la posizione dell'elettrone un secondo dopo è
incerta di circa 4 centimetri. Tale è l'incertezza della pre­
visione fatta secondo la conoscenza migliore che possiamo
avere in quel momento . Ma un secondo dopo, la posi­
zione può essere osservata con un'incertezza di non oltre
una frazione di millimetro . Si è spesso arguito che l'im­
possibilità di conoscere simultaneamente l'esatta posizione
e l'esatta velocità mostra soltanto che la posizione e la
velocità sono concetti non adatti per esprimere la nostra
conoscenza. lo non ho nessun attaccamento speciale a
questi concetti, e ammetterò, se vi piace, che la nostra
conoscenza dell'universo nel momento attuale possa es­
sere considerata come perfettamente determinata (poiché
la supposta indeterminatezza. è introdotta nel trasportare
la conoscenza in una struttura concettuale impropria) . Ma
questo non allontana l'« indeterminismo » (che è distinto
dall'« indeterminatezza » ), cioè che questa conoscenza, co­
munque espressa, è inadeguata a prevedere quantità, che,
indipendentemente dalla nostra struttura concettuale, po­
tranno venir osservate direttamente a tempo opportuno .
Ritornando all'aspetto più generale del concetto di
probabilità, troviamo che non possiamo sbarazzarcene me­
diante una qualche trasformazione del nostro punto di vi­
sta . Non è possibile trasformare l'attuale sistema fisico, che
con le sue equazioni concatena le probabilità nel futuro
con le probabilità nel presente, in un sistema che conca­
teni le ordinarie quantità fisiche nel futuro con le ordi­
narie quantità fisiche nel presente, senza alternarne il con­
tenuto osservativo . L'ostacolo a una tale trasformazione
è che la probabilità non è un'« ordinaria quantità fisica » .
A prima vista sembra che lo sia ; ne attingiamo la cono­
scenza dall'osservazione, o da un misto di osservazione e

105
deduzione, proprio come otteniamo la conoscenza delle
altre quantità fisiche . Ma se ne differenzia per una pecu­
liare irreversibilità del suo rapporto con l'osservazione.
Il risultato di un'osservazione determina in maniera defi­
nita la distribuzione della probabilità di qualche quantità,
o la modificazione di una distribuzione della probabilità

che esisteva prima ; ma la connessione non è reversibile,


e una distribuzione della probabilità non determina in
maniera definita il risultato di un'osservazione. Per un'or­
dinaria quantità fisica non c'è differenza tra il fare una
nuova determinazione e il verificare una valutazione pre­
vista ; ma per la probabilità i due processi sono distinti.
Così possiamo ampliare la risposta della teoria dei
quanti, che « osserviamo solamente probabilità » , nella
forma: « La sintesi della conoscenza che costituisce la
fisica teorica è connessa con l'osservazione per mezzo di
una relazione i"eversibile che ha la forma a noi familiare
del concetto di probabilità » .
Più oltre ( § III) considereremo l e ragioni epistemolo­
giche che hanno reso necessario alla fisica teorica di pro­
cedere in questa via piuttosto che aderire alla formula­
zione di un universo il cui contenuto abbia, con l'osser­
vazione, una relazione reversibile. Ora, però, accetteremo
semplicemente la teoria moderna come il risultato di un
esame a posteriori della conoscenza osservativa e cerche­
remo di capire la natura dell'irreversibilità che si è mani­
festata in essa.

II

L'esempio seguente aiuterà a rendere chiara l'irrever­


sibilità associata alla probabilità. Abbiamo due sacchetti
uguali : A e B; A contiene due palle bianche e una rossa,
B contiene due palle rosse e una bianca. Da uno dei due

106
sacchetti tiriamo fuori una palla e vediamo che è bianca .
Se ne può dedurre che vi siano 2 probabilità contro l
che il sacchetto sia A. Similmente, l'estrazione di una palla
rossa, indica che vi sono 2 probabilità contro l che il sac­
chetto sia B. Ora, supponiamo che ci venga porto uno
dei sacchetti con l'informazione che ci sono 2 probabi­
lità contro l che sia A : quale sarà il risultato dell'estra­
zione di una palla? La reversibilità richiederebbe la rispo­
sta che sia senz'altro una palla bianca ; perché, se viene
estratta una palla rossa, questo indica che vi sono 2 pro­
balità contro l che il sacchetto sia B, contrariamente al­
l'informazione data. Ma questa risposta è, naturalmente,
sbagliata : la risposta corretta è che le probabilità sono 5
contro 4 in favore della bianca.
Chiamiamo << qualità A » del sacchetto la probabilità
che sia A. Un certo procedimento osservativo applicato
al sacchetto (estrarre una palla) può venire usato per mi­
surarne la « qualità A ». Dei due possibili risultati x e y
del procedimento, x indica una « qualità A » di 2/3 e y
una << qualità A » di 1 /3 . Ma se il procedimento è ap­
plicato a un sacchetto la cui « qualità A » è conosciuta
esser 2/3 , il risultato non è necessariamente x. Questo
è in contrasto con un'ordinaria quantità fisica. Se stessimo
determinando il peso, invece della << qualità A » , e dai
risultati o dalle indicazioni x e y potessimo inferire il
peso di l gr e 2 gr rispettivamente, è assiomatico che un
peso che già si conosce essere di l gr darebbe il risul­
tato x, non y.
Si può osservare un altro contrasto . Supponiamo di
aver determinato dal risultato di un'osservazione il va­
lore x di una quantità fisica. Se ripetiamo l'osservazione
e otteniamo lo stesso risultato, lo prendiamo come con­
ferma del valore x. Ma non è così con la probabilità .
Con l'estrarre una palla abbiamo determinato che la « qua­
lità A » del sacchetto era di 2/3 . Se ripetiamo l'estrazione

107
e otteniamo lo stesso risultato (cioè bianco), invece di
prenderlo come una conferma, alteriamo il valore da 2/3
a 4/5 ! La « qualità A » indicata dall'estrazione di due
palle bianche successivamente è di 4/5.
Per mostrare che la stessa irreversibilità si applica alla
probabilità, come essa è attualmente usata nelle moderne
teorie fisiche, possiamo contrapporre le onde di probabi­
lità trattate nella teoria dei quanti, alle onde sonore. Con­
formemente alla meccanica ondulatoria, un'osservazione de­
termina o produce un pacchetto concentrato di onde nella
distribuzione della probabilità. Questo pacchetto di onde
si diffonde conformemente alle leggi incluse nelle equa­
zioni della teoria ; e possiamo calcolare la forma con cui
il pacchetto d'onde si sarà propagato un'unità di tempo
più tardi. Ma la teoria non asserisce che questa sia la
forma del pacchetto d'onde che sarà prodotta da un'osser­
vazione fatta un'unità di tempo più tardi. Al contrario, se
dalla forma di un'onda sonora determinata dall'osserva­
zione in un dato istante calcoliamo la forma in cui si sarà
propagata un'unità di tempo più tardi, il punto cruciale
della teoria è che otterremo la forma che sarebbe deter­
minata da osservazioni fatte un'unità di tempo più tardi 1 •
Prescindendo, perciò, da tutte le altre idee che la
nozione di probabilità implica, possiamo distinguerla for­
malmente come il nome dato a ciò che ha, con la cono­
scenza dell'osservazione, una relazione differente da quella
delle ordinarie qualità fisiche - una relazione irreversi­
bile invece che reversibile. Questa differenza assoluta re-

1 Il parallelismo è oscurato dal fatto che parliamo della forma


dell'onda sonora come « determinata dall'osservazione », e della
forma dell'onda di probabilità come « prodotta dall'osservazione » .
Questa differenza d i frasario è essa stessa un riconoscimento della
distinzione tra una relazione reversibile e una irreversibile rispetto
all'osservazione.

108
sterà, comunque si cambi la nomenclatura; e si vedrà che
la speranza di tornare indietro a qualche cosa di simile al
sistema della fisica classica, dando di nuovo il nome di
ente alla probabilità, non può realizzarsi.
L'intero sistema delle leggi della fisica attualmente ri­
conosciute è connesso con la probabilità, che, come ab­
biamo visto, significa qualche cosa che ha una relazione
irreversibile con l'osservazione. Come mezzo per calcolare
le probabilità future, le leggi formano un sistema asso­
lutamente deterministico ; ma come mezzo per calcolare
la futura conoscenza osservativa, il sistema della legge è
indeterministico . L'irreversibilità assicura che, sebbene noi
poniamo una conoscenza osservativa definita nella mac­
china del determinismo, non possiamo da questa trarre
una conoscenza osservativa definita. Quindi, per quanto
riguarda il contenuto osservativo, il sistema della fisica
moderna è indeterministico.
Abbiamo detto (capitolo l) che ogni articolo di cono­
scenza fisica deve essere un'asserzione di quello che sa­
rebbe il risultato dell'esecuzione di uno specifico processo
di osservazione. È ora necessario aggiungere che questa è
un'asserzione che va modificata nel senso che richiede
solo un certo grado di probabilità . Rigorosamente par­
lando. la corte d'appello sarebbe chiamata a decidere non
se l'asserzione è vera, ma se ha il grado di probabilità
richiesto . Di solito, tuttavia, noi sottoponiamo a prova
sperimentale le asserzioni che pretendono di avere una
probabilità cosl alta da essere « praticamente certe » . Le
basse probabilità possono essere sottoposte solamente a
prove statistiche. Questo significa che l 'asserzione indivi­
duale della scarsa probabilità è sostituita da un risultato
statistico che ha altissima probabilità - cioè abbastanza
alta da essere ritenuta come praticamente certa - e che
quest'ultimo è confermato dall'osservazione . Cosl la corte

1 09
di appello è chiamata solo a giudicare le asserzioni intese
come praticamente certe.
Ricordando che ogni articolo di fisica deve asserire
il risultato di un processo osservativo, dobbiamo ricercare
quale sia il procedimento osservativo il cui risultato è
asserito quando abbiamo la conoscenza fisica che la pro­
balità di un dato evento è di 1 / 3 . Il solo procedimento
osservativo associato in qualche modo a questa conoscenza
è la suddetta prova statistica, che consiste nel determi­
narne la frequenza in una vasta classe di eventi di tipo
analogo al particolare evento dato. Abbiamo già condan­
nato l'immoralità di pretendere la conoscenza osservativa
di una cosa, quando abbiamo di fatto riscontrato qualche
cosa di diverso. L'asserzione statistica deve perciò essere
considerata non come dedotta dall'asserzione di scarsa pro­
balità, ma come spiegazione di ciò che di fatto significa
una scarsa probabilità; vale a dire, l'asserzione di scarsa
probabilità deve essere intesa come conferma del risul­
tato della prova statistica, benché letteralmente sembri ri­
ferirsi a un singolo evento . Qualunque significato possa
avere la probabilità in altri campi del pensiero, in fisica
la probabilità è essenzialmente un concetto statistico; vale
a dire, è definita come la frequenza in una classe di
eventi .
Il termine « probabilità » è spesso usato, senza che
implichi un concetto statistico, in relazione alla forza della
nostra aspettativa o credenza. Quando è usato in questo
senso, non può far parte di un'asserzione scientifica, dal
momento che l'asserzione sarebbe resa, di conseguenza,
incapace di un controllo osservativo. Ma può essere an­
cora usato per qualificare un'asserzione nella sua globa­
lità - cioè per descrivere la nostra fiducia o mancanza
di fiducia che l'asserzione risulterebbe confermata qualora
fosse sottoposta a una prova osservativa. È importante
distinguere quest'uso non quantitativo del termine dal suo

1 10
uso tecnico-scientifico come una quantità determinabile at­
traverso l'osservazione 2•

III

La probabilità, che fu introdotta per la prima volta


nella fisica teorica in connessione con la termodinamica
e la teoria cinetica dei gas, ha acquistato crescente im­
portanza negli ulteriori sviluppi, affermandosi come uno
dei concetti fondamentali . Abbiamo visto che, grazie al
suo rapporto irreversibile con l'osservazione, essa è di­
stinguibile dalle altre quantità fisiche. Non possiamo eli­
minare questa irreversibilità con nessun mutamento della
nostra struttura concettuale. Se decidessimo che la pro­
babilità dovesse essere eliminata dalla fisica, la sola ma­
niera sarebbe quella di abbandonare l'attuale sistema fi­
sico e di costruirne uno nuovo dall'inizio . Ciò ci con­
duce a una considerazione dell'aspetto aprioristico del pro­
blema. Se consideriamo la maniera in cui la conoscenza
osservativa viene ottenuta e formulata, fino a che punto
la deviazione verso la probabilità si presenta come una
necessità o come un espediente ? La risposta non è cosi
elementare come ci potremmo aspettare a prima vista.
Sembra che non dovrebbe esser difficile formulare la co­
noscenza osservativa come una descrizione precisa di un
universo senza usare il concetto di probabilità; e non è
in alcun modo facile toccare il punto debole in un ten­
tativo di questo genere .
Prima di tutto è necessario richiamare la convenzione
implicita che con « osservazione » si intende buona osser­
vazione . Per definire una quantità fisica dobbiamo speci-

2 Per altri aspetti del problema della probabilità in fisica, vedi


New Pathways in Science, cap. VI .

111
ficare un procedimento che ne dia una buona misura.
Ma ora dobbiamo introdurre un punto nuovo. « Buona »
non deve significare « perfetta » . Con buona osservazione
non intendiamo enfaticamente osservazione perfetta.
La difficoltà non consiste nel fatto che in pratica tutte
le nostre misure sono più o meno imperfette. Sarebbe
certo inesatto dire che la base della conoscenza fisica mo­
derna è un'osservazione perfetta. Ma questa è solo una
critica formale, che possiamo ritenere sia stata confutata
in modo adeguato dalla teoria ordinaria degli errori di
osservazione. Se il concetto di probabilità nella fisica fosse
limitato alla teoria degli errori di osservazione, non sa­
rebbe di grande importanza per noi . Ma esso è penetrato
molto più profondamente nelle radici della fisica.
La difficoltà seria appare quando consideriamo che
cosa implichi la definizione di perfetta osservazione. Noi
esigiamo non solo strumenti perfetti e perfetta perizia,
ma perfette condizioni - libere da influenze perturbatrici.
Per completare la definizione, le perfette condizioni de­
vono essere specificate nei termini dell'osservazione. Non
è sufficiente dire che tutte le influenze perturbatrici de­
vono essere eliminate ; noi non siamo in grado di deci­
dere se un'influenza esterna sia una perturbazione o fac­
cia parte delle condizioni standard per una perfetta osser­
vazione, a meno che tali condizioni per una perfetta os­
servazione siano state definite.
Un buon sperimentatore adatta le cose nell'ambito del
sistema che sta studiando . Lo circonda con un termostato;
lo difende dalle sostanze radioattive ; neutralizza i campi
magnetici terrestri . Questi sono i suoi sforzi per assicu­
rare delle buone condizioni standard. Un buon osservatore
è un po' meticoloso . Un osservatore perfetto sarebbe in­
tollerabile. Per realizzare le sue perfette condizioni stan­
dard avrebbe bisogno di risistemare le stelle e di perfe­
zionare l'universo che è fuori della sua ricerca.

112
La cosa strana è che, fatta la sua perfetta sistema­
zione, il perfetto osservatore trascura spesso di compiere
cose che per un buon osservatore sono del tutto elemen­
tari. Ecco un semplice esempio . Gli si chiede di mettere
un grammo di idrogeno a O"C in un recipiente sferico
di 5 cm di raggio e di misurarne la pressione. Un buon
sperimentatore lo farà senza difficoltà ; ma il perfetto spe­
rimentatore, dopo aver tentato varie volte e ottenuto ogni
volta risultati largamente diversi, ci rinunzia e dichiara
che la pressione è assolutamente indeterminata. La ragione
è che nel rendere la superficie interna del recipiente non
soltanto una buona sfera, ma una sfera perfetta, egli ha
allontanato quelle piccole utili ruvidezze che dissipano ogni
momento angolare che il gas può possedere quando vi
viene immesso. Di conseguenza, in ogni esperimento il gas
era lasciato con una rotazione arbitraria e le pressioni
misurate differivano conformemente . Nel correr dietro alla
perfezione l'osservatore trovava solo incertezza .
Vari contrattempi di questo genere attendono l'osser­
vatore perfetto che lavori da solo; ma se un altro osser­
vatore perfetto si unisce a lui, il risultato è un caos.
Ognuno di loro, per assicurarsi le condizioni perfette per
il suo proprio esperimento, insisterà per rimuovere l'ap­
parato preparato dall'altro. L'osservatore delle lunghezze
spiana l'universo, in modo che nessuna influenza asim­
metrica possa alterare i suoi modelli ; nel frattempo l'os­
servatore delle distanze angolari si lamenta che i suoi
punti di riferimento siano stati rimossi e che l'universo
sia stato reso così simmetrico, che non ci sia nessun punto
individuabile da cui iniziare le misure .
Un osservatore perfetto è un fastidio . Due osservatori
perfetti fanno rissa. Tre osservatori perfetti ci fanno ri­
fugiare di volata nel concetto di probabilità.
Mentre un osservatore perfetto è impegnato nella pri­
ma osservazione che dà la quantità o il risultato princi-

1 13
pale, un'armata di osservatori perfetti deve far la prova
delle condizioni sotto cui si sta compiendo l'osservazione,
in modo che si possano applicare le opportune correzioni,
se quelle trovate sono imperfette. Può darsi che essi siano
capaci di farlo senza interferire con il primo osservatore;
ma essendo osservatori perfetti, cercheranno anche loro
condizioni perfette per le loro misure, e queste dovranno
essere riscontrate da un'ulteriore infamata di perfetti os­
servatori. Il risultato è una perfetta anarchia - poiché
gli osservatori lottano per rimuovere ognuno gli apparati
degli altri, interferiscono ognuno con gli esperimenti de­
gli altri, cercano di far rispondere ogni particella dell'uni­
verso a una mezza dozzina di prove alla volta. Per evi­
tare questo fiasco di perfezione, dobbiamo contentarci di
venire a un compromesso e, per quanto riguarda le mi­
sure, affidarci un poco alla sorte. E cosl otteniamo un si­
stema di fisica in cui la sorte (probabilità) e la misura
sono associate.
È ben noto che l'interferenza di differenti generi di
misura è la fonte del principio di indeterminazione di
Heisenberg, che è il passaggio epistemologico attraverso cui
il concetto di probabilità entra nella teoria dei quanti.

IV

L'abitudine quasi universale di adoperare il termine


« un'osservazione » per quello che più precisamente si
chiamerebbe « elemento di conoscenza osservativa » è sog­
getta a produrre confusione nelle discussioni filosofiche.
Consideriamo, per esempio, un'osservazione sulla grandez­
za apparente di una stella . Se ci si chiede di fissare la
natura precisa di questa osservazione, rendiamo conto del
procedimento fotometrico con cui si raggiunge il risul­
tato, supponiamo, di 1 1 '42". Ma questo risultato non è

1 14
in se stesso un elemento di conoscenza osservativa, o al­
meno non è un elemento di valore scientifico. Sapevamo
in precedenza che fra le miriadi di stelle qualcuna avrebbe
avuto quasi certamente la grandezza di 1 1 '42 ". L'elemento
importante della conoscenza osservativa è che una stella,
la cui identità sia stata registrata, abbia la grandezza di
1 1 '42" Il procedimento di osservazione da cui è derivata
questa conoscenza include le osservazioni necessarie a iden­
tificare la stella, come pure quelle osservazioni che ne mi­
surano la luminosità stellare .
Nella Natura del mondo fisico ho introdotto il ter­
mine « lettura di indici » per descrivere la natura gene­
rale dell'osservazione esatta 3 • Qualunque quantità dicia­
mo di stare « osservando », il procedimento attuale ter­
mina quasi sempre con la lettura della posizione di un
qualche indice su una scala graduata o su un suo equi­
valente . La lettura degli indici è un'osservazione nel senso
stretto della parola, ma non costituisce da sola un ele­
mento di conoscenza osservativa, che è probabilmente il
significato più comune della parola . In un esempio assai
noto nella Natura del mondo fisico, riferendomi alla no­
stra conoscenza osservativa che « la massa dell'elefante è
di due tonnellate » , identificavo le « due tonnellate » con
la lettura di un indice, quando l'elefante fosse stato po­
sto su di una bilancia ; ma la conoscenza che la massa
di due tonnellate è la massa dell'elefante non si acquista
col fare attenzione unicamente al movimento dell'indice.
Più generalmente dobbiamo riconoscere che un ele­
mento di conoscenza osservativa implica, oltre a una pri­
ma lettura di indici, una seconda lettura di indici che
identifichi le circostanze in cui era avvenuta la prima
lettura . Si deve ammettere che anche la lettura isolata
di un indice sia un elemento di conoscenza di un certo

3 P. 25 1 ; edizione « Everyman », p. 244.

1 15
genere ; ma non è con tali elementi che agisce il metodo
scientifico. Per la conoscenza scientifica, l'associazione con
altre letture di indici è una condizione essenziale ; e pos­
siamo perciò descrivere la conoscenza fisica come una co­
noscenza delle associazioni di letture di indici.
Le seconde letture di indici sono « coordinate » (in
senso generale ) alla prima lettura. Quando, per esempio,
determiniamo l'intensità di un campo magnetico, associa­
mo a questo il tempo e le coordinate spaziali del punto
a cui si applica la determinazione. L'intensità magnetica
è allora la prima lettura di indici e le coordinate di spa­
zio e di tempo sono le seconde letture di indici. Ma la
connessione delle letture di indici non si arresta qui. Terze
letture di indici sono richieste per identificare il sistema
di coordinate usato e per determinarne la misura ; ma
queste terze letture sono comuni a tutti gli elementi co­
noscitivi riferiti al sistema delle coordinate e (contraria­
mente alle seconde letture di indici) non vengono determi­
nate appositamente per ogni prima lettura . C'è una consi­
derevole economia nell'usare un piano sistematico di iden­
tificazione, come un sistema coordinato di spazio e tempo;
perché altrimenti potrebbe essere necessaria una lunga re­
trocessione di letture di indici, per connettere la prima
lettura con altri elementi della nostra conoscenza fisica .
Nella Natura del mondo fisico è messo in grande evi­
denza il fatto che la conoscenza fisica ha rapporto con la
connessione delle letture di indici piuttosto che con le
letture stesse ; e si conclude che la catena delle letture
di indici, come è espressa dalle leggi della fisica, supplisce
al comune background che i problemi realistici richiedono
sempre - il background indicato dalle terze letture di
indici che non sono determinate appositamente per ogni
particolare elemento di conoscenza. Ma, se posso azzar­
darmi a criticare l'autore di quel libro, egli non sembra
aver valutato la difficoltà che sorge per l'interferenza delle

116
letture di indici tra di loro, quando contempliamo una
cosi illimitata molteplicità di letture di indici . È vero che
l'interferenza è trascurabile nella fisica molecolare (a cui
si limitava la discussione nella Natura del mondo fisico ) .
M a i n una discussione fondamentale d i questo genere,
non è legittimo separare la fisica molecolare dalla fisica
microscopica; perché abbiamo visto (capitolo V) che né
l'una né l'altra branca è logicamente completa in se stessa.
La nostra definizione del mondo fisico è che questo
sia il mondo per la cui descrizione è formulata la cono­
scenza fisica. L'interferenza delle osservazioni crea una
difficoltà che deve essere neutralizzata in una di queste
due maniere . O dobbiamo assumere che la completa de­
scrizione dell'universo fisico contenga più della totalità
della nostra conoscenza possibile di esso, cosi che una
qualunque di due osservazioni interferenti scegliamo di
fare, ci sarà posto per quella nella descrizione. Oppure
dobbiamo adottare un universo flessibile che non contenga
nulla che non sia rappresentato dalla nostra reale cono­
scenza (o, nelle discussioni teoriche, dalla supposta cono­
scenza reale, posta come dato del problema considerato) .
Nella prima alternativa noi non possiamo supporre con
fondamento che tutti gli elementi della descrizione com­
pleta siano rappresentati dalle effettive letture di indici ;
e non è giusto perciò dire che la sua struttura sia una
connessione di letture di indici. La seconda alternativa
è adottata nella meccanica ondulatoria, la quale accetta
come tratti dominanti dell'universo fisico le onde di pro­
babilità create dall'effettiva osservazione delle quantità
fisiche a cui esse sono associate . È chiaro che esiste solo
una distinzione formale tra lo studio di un universo
flessibile, che si accorda alla conoscenza che ci troviamo
ad avere di esso, e uno studio diretto della conoscenza
stessa. L'una o l'altra alternativa ci riconducono alla con­
clusione che il background comune è necessario per con-

1 17
nettere un elemento di conoscenza col resto della cono­
scenza, piuttosto che per connettere un elemento di un
universo esterno con il resto dell'universo.

Abbiamo raggiunto un punto in cui è desiderabile fare


l'inventario della nostra posizione. Il seguente sommario
ricapitolerà le principali conclusioni a cui siamo arrivati.
I . La conoscenza fisica (per definizione) include sol­
tanto la conoscenza capace di prova osservativa ; un ele­
mento di conoscenza fisica deve perciò asserire il risultato
di uno specifico procedimento di osservazione.
I l . Le definizioni dei termini usati nell'esprimere la
conoscenza fisica devono essere tali da assicurare che il
principio I sia soddisfatto . In particolare, la definizione
di una quantità fisica deve specificare in maniera non
ambigua un metodo per misurarla .
III . La stretta aderenza al principio II implica alcune
modificazioni dei concetti e della pratica della fisica clas­
sica ; e invero sopravvivono ancora delle violazioni lam­
panti di questo principio nella odierna teoria dei quanti .
Le conclusioni seguenti dal IV al IX sorgono quando le
definizioni vengono esaminate da questo punto di vista .
IV. Le prime definizioni richieste sono quelle di lun­
ghezza e di intervallo temporale, dal momento che le
definizioni delle altre quantità fisiche le presuppongono.
I campioni di lunghezza e di tempo devono essere strut­
ture indicate da puri numeri solamente (poiché nessun
altro termine quantitativo è usabile in questa prima fase ).
Ciò significa che i campioni si devono poter riprodurre
con una specificazione dei quanti .
V. Per mezzo di tali specificazioni otteniamo solamen­
te dei campioni brevi, adatti alla misura di spostamenti

1 18
infinitesimali nello spazio e nel tempo; e non si deve
assumere che gli spostamenti infinitesimali cosi misurati
siano integrabili.
VI . A causa dell'interferenza reciproca delle osserva­
zioni esatte, il tentativo di definire con l'osservazione le
condizioni esatte per condurre la misura di una quantità
fisica, è destinato a fallire. È necessario perciò lasciare al
caso i dettagli di minore importanza .
VII . In questa maniera il concetto di probabilità è
inserito nelle definizioni fondamentali. Esso introduce una
relazione irreversibile tra l'osservazione e la formulazione
della conoscenza osservativa. Questa irreversibilità rende
indeterministico il sistema attuale della fisica considerato
come un sistema di previsione di ciò che si potrà osser­
vare in futuro.
VIII . Si è trovato che certe quantità usate nella for­
mulazione della conoscenza fisica nella fisica classica, non
hanno una definizione che soddisfa il punto I l . Ci sono
degli inosservabili ; per esempio, la simultaneità assoluta
a distanza.
IX. Altre quantità, osservabili condizionatamente, sono
state impiegate in condizioni nelle quali sono inosserva­
bili . Per esempio, la definizione di coordinate relative pre­
suppone che le particelle siano distinguibili, ma ordinaria­
mente le coordinate relative sono ancora impiegate erro­
neamente nei problemi che concernono particelle indistin­
guibili .
X. Le conclusioni dal IV al IX sono raggiunte con­
siderando la maniera in cui la conoscenza fisica è ottenuta
e formulata . Ci riferiamo ad esse come a conclusioni epi­
stemologiche o a priori, per distinguerle dalle conclu­
sioni a posteriori derivate dallo studio dei risultati di os­
servazioni che sono state ottenute e formulate in questa
maniera .
XI . Sebbene le conclusioni epistemologiche siano della

119
natura dei truismi, esse hanno in fisica delle conseguenze
di vasta portata. Così l'inosservabilità della simultaneità
assoluta (VIII) conduce alla teoria speciale della relatività;
la non integrabilità dello spostamento (V) conduce alla
teoria della gravitazione di Einstein ; l'introduzione del
concetto di probabilità tra le definizioni fondamentali (VII)
conduce al metodo della meccanica ondulatoria.
XII . Nelle teorie modificate che ne risultano, i prin­
cipi epistemologici adempiono alla funzione che era stata
precedentemente rappresentata da ipotesi fisiche, per esem­
pio dalle generalizzazioni suggerite da uno studio a po­
steriori dei risultati dell'osservazione.
XIII . La teoria attuale della relatività e la teoria dei
quanti, come sono generalmente accettate, non hanno an­
cora ricavato tutto il vantaggio da questo metodo episte­
mologico . Sembra che quando il criterio epistemologico
delle definizioni sia applicato sistematicamente e le sue
conseguenze siano seguite matematicamente fino in fondo,
noi possiamo determinare tutte le leggi « fondamentali »
della natura (comprese le costanti puramente numeriche )
senza nessuna ipotesi fisica.
XIV. Questo significa che le leggi fondamentali e le
costanti della fisica sono interamente soggettive, essendo
l 'impronta dell'equipaggiamento intellettuale e sensorio
dell'osservatore sulla conoscenza ottenuta per mezzo di
un simile equipaggiamento ; poiché noi non potremmo
avere tale specie di conoscenza a priori delle leggi che
governano l'universo oggettivo .
XV . Non si vuoi suggerire che l'universo fisico sia
interamente soggettivo . La conoscenza fisica comprende,
oltre alle « leggi della natura », una ingente quantità di
informazione speciale intorno ai particolari oggetti che ci
circondano. Questa informazione è senza dubbio parzial­
mente oggettiva così come è parzialmente soggettiva.
XVI . Le leggi soggettive sono una conseguenza della

120
struttura concettuale del pensiero in cui la nostra cono­
scenza osservativa è costretta dal metodo usato per for­
mularla, e si possono scoprire tanto a priori indagando la
struttura del pensiero, quanto a posteriori esaminando la
scienza attuale che è stata costretta in quella struttura.
XVII. La forma caratteristica delle leggi fondamentali
della fisica è l'impronta della soggettività. Se esistono an­
che leggi di origine oggettiva, ci si può aspettare che
siano di tipo differente . Sembra probabile che, dovun­
que siano apparsi effetti del dominio oggettivo, essi siano
stati considerati come un indizio che il soggetto è « al di
fuori della fisica » : per esempio, la volizione conscia o
forse anche la vita.
XV III. Le leggi epistemologiche (se dedotte corret­
tamente) sono necessarie, universali ed esatte. Le leggi
fisiche fondamentali hanno questo carattere da quando
sono intese dal punto di vista epistemologico - con­
trariamente al punto di vista solitamente difeso nella filo­
sofia scientifica, che ha assunto che esse siano semplice­
mente regolarità empiriche.
I prossimi quattro capitoli saranno dedicati a uno
studio più intensivo della struttura concettuale del pen­
siero, riferita al ( XV I), che mostrerà più direttamente la
maniera in cui l'elemento soggettivo entra nella fisica e
aiuterà a giustificare il nome di « soggettivismo selet­
tivo » che abbiamo dato al sistema scientifico di filosofia.
Capitolo settimo

SCOPERTA O COSTRUZIONE?

Circa 270 anni fa in questo Collegio (Trinity College)


fu eseguito un esperimento storico, che si ritenne dimo­
strasse la natura composta della luce bianca. La spiega­
zione della scoperta, nei testi autorevoli di quando ero
laureando, è la seguente 1 :

Si supponeva ancora che una qualsiasi rifrazione di luce


producesse veramente del colore, anziché una semplice sepa­
razione di colori già esistenti nella comune luce bianca; ma
nel 1 666 Newton fece l'importante scoperta dell'esistenza
reale di colori di tutte le specie nella luce solare, che egli
dimostrò essere null'altro che un composto dei diversi colori,
mescolati fra loro in date proporzioni e capaci di essere se­
parati con una rifrazione di qualsiasi specie.

Sembra una cosa semplice dimostrare che la luce


bianca del sole sia veramente una mescolanza di luce di
colori differenti. Ma supponiamo che, invece di dimostrare
ciò a uno studente docile, dobbiamo dimostrarlo a uno
spiritualista, che sorvegli tutto ciò che facciamo con la
stessa diffidenza che anche noi sentiremmo il dovere di

1 Preston, Theory of Light, 2• ed., p. 9.

1 22
adottare nell'esaminare le sue asserzioni. Cominciamo col
prendere uno spettroscopio. Uno spettroscopio a prisma
ricorderebbe più da vicino Newton, ma può succedere di
avere a disposizione uno spettroscopio a reticolo e non
c'è ragione di cambiarlo. Lasciamo cadere un raggio di
luce solare su di un'estremità dello strumento e invitiamo
lo spiritualista ad applicare l 'occhio all'altra estremità.
Egli è sorpreso di vedere una luce verde brillante, che,
gli diciamo, lo spettroscopio ha separato dagli altri colori
presenti nella luce bianca solare. Sospettando un inganno,
egli esamina ogni parte dello strumento. Scopre una la­
mina di vetro rigata con mille lineette parallele sottili.
Trionfante, comprende come essa agisca. La luce cade
obliquamente, in modo che le linee parallele la riflettano
non simultaneamente, ma l'una dopo l'altra. Una singola
vibrazione incidente viene così moltiplicata per riflessione
in mille vibrazioni, susseguentisi a intervalli regolari. Evi­
dentemente lo strumento è stato preparato per produrre
quella particolare periodicità che i nostri occhi ricono­
scono come colore verde . Asserire che il colore verde (cioè
la periodicità del verde ) esistesse già nella luce solare sa­
rebbe falso ; avevamo nascosto nello strumento un di­
spositivo che speravamo non fosse scoperto, per intro­
durre la periodicità del verde. Lo spiritualista se ne va,
convinto di aver svelato una frode grossolana .
Usando un reticolo invece di un prisma, che agisce
più misteriosamente, abbiamo fatto fallire la dimostra­
zione . Com'è stato detto nella citazione precedente, pri­
ma di Newton il parere prevalente era che fosse vera­
mente il prisma a produrre il colore, cosicché la parte
essenziale della dimostrazione di Newton fu una serie di
esperimenti intesi a provare che il prisma non produce
il colore, ma lo separa . Questi esperimenti stavamo per
mostrare allo spiritualista ; ma ora non serve più mostrar­
glieli. Questi ulteriori esperimenti si eseguono tanto con

123
un reticolo quanto con un prisma ; e, qualunque cosa essi
provino con il prisma, lo provano anche con il reticolo.
È inutile ricorrere ad essi, perché comportano una con­
clusione che, nel caso del reticolo, vediamo che non è
vera.
Credo non sia improbabile che, oggi, anche un esperto
possa cadere in questa trappola - tale è il fascino di un
esperimento storico . Egli è realmente più colto; ma non
sempre si richiamano alla mente le proprie conoscenze
quando ce n'è bisogno. La situazione fu resa chiara da
Rayleigh e Schuster, ed essa ora infatti fa parte dell'or­
dinario insegnamento ottico.
La luce bianca, come la luce solare, è una perturba­
zione del tutto irregolare, senza nessuna tendenza alla
periodicità. Ma, matematicamente, si può analizzare qual­
siasi perturbazione, per quanto irregolare, nella somma
dei componenti periodici di Fourier; e si può, se ci piace,
pensare che la perturbazione consiste di questi compo­
nenti. Se lo spettroscopio metta in evidenza una perio­
dicità particolare, oppure se esso la imprima, è puramente
questione di modo di esprimersi. L'idea di « mettere in
evidenza » è appropriata, perché lo spettroscopio non riu­
scirebbe a imprimere una periodicità particolare a una
luce, in cui il componente di Fourier corrispondente fosse
mancante ; e infatti lo spettro solare mostra delle linee
nere, dove la luce bianca manca di acquisire la periodicità
corrispondente, a causa di certi componenti di Fourier
che sono stati filtrati dalla luce prima che essa giunga fino
a noi . Ma anche l'idea di « imprimere » la periodicità è
appropriata; poiché non ci dovremmo aspettare che un'im­
pressione venga ricevuta su di un materiale non adatto,
e l'analisi di Fourier può essere considerata come una
prova matematica preliminare per vedere se il materiale
subirà l'impressione. Essa è appropriata in maniera par-

124
ticolare, quando si usi un reticolo, poiché « imprimere la
periodicità » è allora un enunciato puramente elementare
del modus operandi.
L'errore non consisteva nel dire che un componente
verde esista già nella luce solare, perché questo è comun­
que un modo legittimo di pensare; ma nell'asserire che
avremmo potuto decidere sperimentalmente tra due forme
di descrizione ugualmente ammissibili. E, per nostra inav­
vertenza, è accaduto che la forma di descrizione da noi
condannata fosse alquanto più naturale e appropriata di
quella che ci eravamo impegnati a sostenere.
L'aver capito che la luce bianca naturale è una per­
turbazione del tutto irregolare, in cui la regolarità viene
introdotta dal nostro metodo di esame spettroscopico, fu
il primo segno del disagio provato tra i fisici, riguardo
al fatto se, nelle nostre esperienze, possiamo non inter­
ferire tanto da distruggere quello che cercavamo di inda­
gare. Il disagio è diventato più acuto nella fisica atomica
moderna; poiché non abbiamo nessuno strumento abba­
stanza fino per esplorare un atomo senza disturbarlo se­
riamente.
La questione che sto per porre è : « Quanto scopriamo
e quanto costruiamo con i nostri esperimenti? ». Quando
il defunto Lord Rutherford ci mostrò il nucleo atomico,
lo trovò e lo costruì ? Nessuna delle due cose influenzerà
la nostra ammirazione per ciò che egli ha compiuto ; sol­
tanto, ci piacerebbe sapere che cosa ha fatto. La que­
stione è tale da ammettere a stento una risposta defini­
tiva. Essa si converte in una questione sul modo di espri­
mersi, come quella se lo spettroscopio trovi il color verde
che ci mostra, oppure lo produca. Ma poiché, probabilmen­
te, la maggior parte delle persone ha l'impressione che Ru­
therford abbia scoperto il nucleo atomico, anch'io mi farò
assertore del punto di vista che egli lo abbia scoperto.

125
Il

La tendenza di coloro che hanno scritto sulla teoria


dei quanti è stata forse di insistere più di quanto io fac­
cia nell'esaltare l'interferenza fisica delle nostre esperienze
con gli oggetti che studiamo. Si è detto che è l'esperimento
a porre gli atomi o la radiazione nello stato di cui stu­
diamo le caratteristiche. Lo chiamerei un trattamento alla
Procuste. Come ricorderete, Procuste allungava o accor­
ciava i suoi convitati per adattarli al letto che aveva co­
struito . Ma forse non avete sentito il resto della storia.
Egli li misurava prima che essi lo lasciassero, la mattina
seguente, e scrisse una lettera erudita « Sull 'uniformità di
Statura dei Viaggiatori » per la Società antropologica
dell'Attica.
L'interferenza fisica, comunque, non è in realtà il
punto essenziale. Idealmente, lo sperimentatore potrebbe
aspettare finché le condizioni della sua esperienza si pre­
sentassero naturalmente, come sono costretti a fare coloro
che si occupano delle scienze basate sull'osservazione. Noi
turbiamo seriamente l'irregolarità della luce bianca solare,
quando la facciamo passare attraverso uno spettroscopio;
ma può capitare che la luce solare cada, attraverso una
fessura, su un cristallo naturale e formi uno spettro senza
il nostro aiuto. Le condizioni standard che trasformano una
misura casuale in una buona misura di una quantità fisica
definita, utile per l'induzione scientifica, possono talora
capitare senza interferenza umana. Ma, per quanto riguar­
da la teoria fisica, non c'è alcuna differenza se creiamo o
se scegliamo le condizioni che studiamo . Nondimeno, nelle
conclusioni che ne risultano, non è indicato se l'interfe­
renza dell'osservatore sia fisica oppure selettiva. La specie
di osservazione, su cui è basata la teoria fisica, non con­
siste nel prendere nota casualmente delle cose che ci cir­
condano, né in un continuo girovagare con un metro. Sotto

126
la copertura del termine « buona » osservazione si nascon­
de ingegnosamente il letto di Procuste.
Fino a qual punto può essere portata questa interfe­
renza? Non credo che il limite si possa porre a priori.
È opportuno rammentare che il concetto di sostanza è
scomparso nella fisica fondamentale; quello a cui siamo
giunti ultimamente è la forma. Onde ! Onde ! ! Onde ! ! !
O, tanto per cambiare, se ci riferiamo alla teoria della
relatività - curvatura! L'energia che, poiché si conserva,
dovrebbe essere considerata come il moderno successore
della sostanza, è nella teoria della relatività una curvatura
dello spazio-tempo, e, nella teoria dei quanti, una perio­
dicità di onde. Non voglio dire che la curvatura o le
onde debbano essere intese alla lettera in senso oggettivo;
ma le due grandi teorie, nei loro sforzi di ridurre a un
quadro comprensibile ciò che è noto sull'energia, trovano
ambedue ciò che cercano in una concezione della « forma » .
La sostanza (se fosse stato possibile ritenerla un con­
cetto fisico) avrebbe potuto offrire qualche resistenza al­
l'interferenza dell'osservatore; ma la forma è un gioco
nelle sue mani. Supponiamo che un artista emetta la teo­
ria fantastica che esista la forma di una testa umana in un
blocco di marmo grezzo. Ogni nostro istinto razionale in­
sorge contro una simile speculazione antropomorfica. Non
è concepibile che la Natura abbia messo una tale forma
dentro il blocco. Ma l'artista procede a verificare la sua
teoria sperimentalmente, anche con un apparato del tutto
rudimentale. Col semplice uso di uno scalpello per sepa­
rare la forma, affinché possiamo vederla, egli dimostra
trionfalmente la sua teoria. Fu in questo modo che Ru­
therford rese concreto il nucleo, che la sua immaginazione
scientifica aveva creato?
Non vi fate fuorviare pensando al nucleo come a una
specie di palla da biliardo. Pensate piuttosto a esso come
a un sistema di onde. È vero che il termine « nucleo »

127
non è strettamente applicabile alle onde (cfr. l'elettrone,
cap. IV); ma è ugualmente non rigoroso parlare del nu­
cleo come se fosse stato « scoperto » . La scoperta non
deve andare oltre le onde che rappresentano la conoscenza
che abbiamo del nucleo .
Il procedimento dello scultore differisce in modo es­
senziale da quello del fisico? Quest'ultimo ha una conce­
zione della forma di un'onda armonica, che egli vede nei
posti più inverosimili, nella luce bianca irregolare, per
esempio. Con un reticolo, invece che con uno scalpello,
egli la separa dal resto della luce bianca e ce la presenta
perché la guardiamo. Proprio come lo scultore divide il
blocco grezzo di marmo in un busto e in un mucchio di
schegge, così il fisico separa la perturbazione ondulatoria
irregolare in una semplice onda armonica verde e in un
mucchio di residui di altri componenti. Nel metodo d'ana­
lisi del Foutiet e in altri riconosciuti, la fisica permette e
pratica la suddivisione di una forma in componenti. Essa
ci permette di scegliere una forma che noi stessi abbiamo
prescritta, e di trattare ciò che resta come un'impurità
che possiamo eliminare, se riusciamo a progettare l'appa­
rato necessario, in modo da esibire isolata la forma da
noi scelta. In tutti i laboratori fisici si vedono strumenti
ingegnosamente ideati per eseguire il lavoro di scultura,
secondo i disegni del fisico teorico. Qualche volta lo stru­
mento scivola e intaglia una forma con una figura strana,
che non ci saremmo aspettati. Allora si ha una nuova
scoperta sperimentale.
È difficile vedere, se pure si può, dove una linea di
separazione possa essete tracciata. La questione non ti­
guarda soltanto le onde di luce, poiché nella fisica mo­
derna la forma, in particolare la forma ondulatoria, è
all'origine di ogni cosa. Se non si può tracciare nessuna
linea, abbiamo l'idea allarmante che il fisico analista sia
un artista travestito, che faccia entrare la sua immagina-

128
zione dappertutto, e che, purtroppo, non sia completa­
mente privo della perizia tecnica per realizzare la sua
immaginazione in una forma concreta.
Un esempio può mostrare che sorge una seria que­
stione pratica. Proprio ora i fisici nucleari stanno scri­
vendo molto su delle ipotetiche particelle chiamate neu­
trini, supposte per spiegare certi fatti peculiari osservati
nella disintegrazione dei raggi �. Si può forse descrivere
meglio i neutrini come piccoli frammenti di energia spin
che si siano distaccati . Non sono molto favorevolmente
impressionato dalla teoria dei neutrini. In parole povere,
potrei dire che non credo nei neutrini 2 • Ma devo riflet­
tere che un fisico può essere un artista, e non si sa mai
dove gli artisti possano arrivare. La mia antiquata man­
canza di fiducia nei neutrini è a dir poco insufficiente. Posso
forse osar dire che i fisici sperimentali non avranno un'inge­
gnosità sufficiente per fabbricare i neutrini? Qualunque
cosa possa pensare, non mi lascio trascinare in una scom­
messa contro l'abilità degli sperimentatori credendo che
sia una scommessa contro la verità della teoria. Se essi
riescono a fabbricare i neutrini, forse anche a sviluppare
applicazioni industriali di essi, suppongo che dovrei cre­
dervi, sebbene possa sentire che essi non hanno proceduto
correttamente.
Sorge la questione se veramente lo sperimentatore
eserciti un effettivo controllo sull'immaginazione del teo­
rico, come di solito si suppone. Certamente egli è un
cane da guardia incorruttibile, che non lascerà passare

2 Senza dubbio, finché non sia raggiunta una comprensione più


esatta del problema dello spin è meglio attenersi all'espediente dei
neutrini, piuttosto che ignorare la difficoltà, che intendiamo che essi
risolvano. Non ho alcuna obiezione da fare ai neutrini come a un
espediente temporaneo, ma non credo che sopravvivano, a meno
che, come si suggerisce in questo paragrafo, la loro sopravvivenza
non sia interamente una questione di merito intrinseco.

129
nulla che non sia vero da un punto di vista osservativo.
Ma ci sono due modi per fare ciò - come aveva capito
Procuste. Uno è di esporre la falsità di un'asserzione.
L'altro è di alterare un po' le cose, in modo da rendere
vera l'asserzione. Ed è ammesso che le nostre esperienze
alterano le cose.
Ho agito come un avvocato di un punto di vista
estremo, presumendo che i vostri pregiudizi naturali sia­
no tutti dall'altra parte. Devo ora tentare di recuperare
l'imparzialità di un giudice. Non credo che finora l'im­
maginazione analitica del fisico matematico si sia svilup­
pata come l'immaginazione sfrenata dell'artista. Egli gioca
la partita secondo certe regole che, pur sembrando a pri­
ma vista arbitrarie, esprimono un principio epistemologico,
che penetra nelle radici del pensiero umano. Di queste
discuteremo adesso. Ma abbiamo la garanzia che queste
regole valgano in tutti i tempi? Il ragazzo che rompe cla­
morosamente le regole del gioco può essere giustamente
punito dai suoi compagni, oppure può essere esaltato come
il fondatore del gioco della palla ovale. L'uomo che fab­
brica i neutrini non sarà punito se ha trasgredito le re­
gole ; egli sarà acclamato per aver liberato la fisica da un
ostacolo al suo utile sviluppo.
Tuttavia, il nostro interesse è per le caratteristiche
della fisica di oggi e non per quello che può diventare
in futuro. Entreremo ora in un soggetto di discussione
molto vasto, cioè la natura e l'origine delle regole che
distinguono i metodi del fisico dalla libera immaginazione
dell'artista.
Capitolo ottavo

IL CONCETTO DI ANALISI

Nell'introdurre la selezione soggettiva (capitolo Il),


l'ho attribuita all'« equipaggiamento sensorio e intellet­
tuale » usato per ottenere la conoscenza osservativa. L'in­
clusione dell'equipaggiamento intellettuale può essere sem­
brata sorprendente. È facile vedere che il nostro equipag­
giamento sensorio ha un effetto selettivo e che la natura
e l'estensione della nostra conoscenza del mondo esterno
devono essere largamente condizionate dalle sue linee di
comunicazione con la coscienza, fornite dai nostri organi
di senso. Non è cosl ovvio che nella mente ci sia qualche
selezione ulteriore che agisce sul materiale fornito dagli
organi di senso.
Dobbiamo, credo, convenire che tutto ciò che arriva
alla coscienza come risultato di uno stimolo sugli organi
di senso, sia un dato genere di conoscenza. Non è possi­
bile percepire, senza sapere di percepire ; e la percezione
implica la « conoscenza delle nostre percezioni come tali » .
Ma qui ci interessiamo della conoscenza fisica, che è un'ab­
breviazione per conoscenza acquisita con i metodi della
fisica (capitolo 1 ) . L'esame introspettivo delle nostre per­
cezioni come tali non fa parte del metodo della fisica.
Un'attività intellettuale comincia quando mettiamo in re­
lazione le nostre percezioni l'una con l'altra . Il risultato

131
di questa attività è una sintesi di percezioni e la formu­
lazione di una conoscenza di tipo differente dalla cono­
scenza di percezioni individuali come tali. La conoscenza
della relazione tra le percezioni sensorie, per esempio il
rumore di un tuono che segue la luce del lampo, è il
principio della scienza. I rudimenti del metodo della fi­
sica sono stati naturalmente impiegati molto tempo prima
che fosse tentato qualsiasi studio sistematico di ciò che
avviene intorno a noi; e anche il più spontaneo apprendi­
mento dei fenomeni implica tanto il senso comune quanto
il senso, vale a dire, un'attività cosciente tanto intellet­
tuale quanto sensoria.
Abbiamo già prestato attenzione a questa specializza­
zione intellettuale della conoscenza fisica, mostrando che
il conseguimento di una conoscenza osservativa significa
qualcosa di più che osservare nel senso elementare di pren­
dere notizia. Abbiamo visto che, per sviluppi scientifici
raffinati, ciò che si richiede è un'osservazione buona (se
non perfetta) di quantità definite. C'è una grande diffe­
renza tra questa e la recezione passiva di impressioni sen­
sorie ; ed è qui che le influenze selettive del nostro equi­
paggiamento intellettuale hanno la loro opportunità. Se
consideriamo la sequenza : evento oggettivo - percezio­
ne - conoscenza fisica, c'è una doppia selezione, prima
da parte del nostro equipaggiamento sensorio, poi da
parte del nostro equipaggiamento intellettuale. In queste
considerazioni epistemologiche, cominciamo dalla cono­
scenza, di modo che l'ordine è invertito, ed è la selezione
intellettuale che viene considerata per prima.
Analizzando quest'attività intellettuale, userò l'espres­
sione « forma concettuale » ; o, quando la forma è al­
quanto elaborata, « struttura concettuale » . Ciò può es­
sere considerato come una forma o struttura predetermi­
nata, in cui è adattata la conoscenza che acquistiamo con
l'osservazione. Per esempio, una forma concettuale radi-

132
cata molto profondamente è quella che formula la cono­
scenza acquisita dall'osservazione come la descrizione di
un mondo. Ogni elemento di conoscenza fisica è adattato
dentro questa forma concettuale, ed è giudicato un fatto
descrittivo di un universo. Questa forma è così potente,
che una conoscenza che non riguardi una relazione di per­
cezioni sensorie è spesso costretta in essa e trattata come
un fatto descrittivo di un mondo non materiale, un mon­
do spirituale. Non credo che le ragioni pro o contro l'uso
di questa forma concettuale siano più forti in un caso
che nell'altro . Qualunque cosa abbiamo da apprendere,
deve essere appresa nel modo elaborato dal nostro equi­
paggiamento intellettuale.
Il metodo epistemologico di ricerca ci conduce a stu­
diare la natura della struttura concettuale, così da essere
preavvisati della sua impronta sulla conoscenza che è co­
stretta in essa. Possiamo prevedere a priori alcune carat­
teristiche che avrà ogni conoscenza contenuta nella strut­
tura, semplicemente perché essa è contenuta in tale strut­
tura. Queste caratteristiche saranno scoperte a posteriori
dai fisici che usano quella struttura concettuale, quando
giungono a esaminare la conoscenza che vi hanno co­
stretta. Di nuovo Procuste !
Queste caratteristiche prevedibili non sono assoluta­
mente prive d'importanza; esse sono leggi o costanti nu­
meriche, che i fisici hanno faticato molto a determinare con
osservazioni ed esperienze. Come esempio, possiamo pren­
dere la legge dell'aumento della massa con la velocità, che
è stata oggetto di molti esperimenti famosi. Si è ora com­
preso che questa legge risulta automaticamente dalla for­
ma concettuale radicata, che separa l'ordine quadruplo de­
gli avvenimenti in un ordine triplo di spazio e uno di
tempo . Quando la conoscenza è formulata in una struttura
che ci costringe a separare la dimensione temporale dal­
l'ordine quadruplo a cui appartiene, si separa corrispon-

133
dentemente dal vettore quadruplo a cui appartiene un
componente chiamato massa ; non è necessario nessuno
studio molto profondo delle condizioni di separazione per
vedere come il componente separato sia in relazione col
resto del vettore che prescrive la velocità. È questa rela­
zione che viene di nuovo scoperta, quando determiniamo
sperimentalmente la variazione di massa con la velocità.
In un certo senso, le vedute della teoria della relati­
vità ci hanno emancipati dalla struttura concettuale che
separa la dimensione del tempo dal resto dell'ordine qua­
druplo ; e la legge della variazione della massa con la ve­
locità avrebbe dovuto sparire dalla fisica, poiché si rife­
risce a concezioni associate a una struttura ripudiata. Il fat­
to che corrisponde ad essa nella nuova struttura concettuale,
è un truismo ovvio che non richiede menzione separata. Ma
un'occhiata alla letteratura della fisica moderna mostra che
la legge non è scomparsa, e la sua importanza è proprio
la stessa di quando occorse la più grande ingegnosità dello
sperimentatore per determinarla empiricamente. La vera
situazione è che con le vedute della relatività noi « ve­
diamo attraverso » la forma concettuale, ma non la re­
spingiamo effettivamente, eccetto che temporaneamente in
ricerche specializzate dove la sua veduta deformata sa­
rebbe di ostacolo. Perciò, la legge della variazione di massa
con la velocità conserva il suo posto di conclusione scien­
tifica, e non è per nulla una conclusione insignificante.
La prova della sua poca importanza si avrebbe se il ri­
sultato apparisse non importante prima che ne capissimo
la natura reale . Anche l'apparizione di un coniglio da un
cappello è un fenomeno insignificante, se conoscete come
avviene.
Non è possibile additare una particolare struttura con­
cettuale che prevalga in maniera coerente in ogni parte
della fisica contemporanea. In ogni caso, dobbiamo distin­
guere tra la struttura concettuale che corrisponde agli

134
avamposti della teoria moderna, e la struttura che forni­
sce la maggior parte del nostro vocabolario corrente. Que­
st'ultima è più o meno uguale a quella che corrisponde
al solito modo di apprendere le cose che ci circondano. Ma
anche il solito modo di apprendere non aderisce coerente­
mente a qualunque struttura concettuale. Per esempio,
guardando dalla sommità di un grattacielo, vediamo un
certo numero di oggetti minuti camminare per la strada.
La deduzione che siano oggetti di statura umana normale,
fatti apparire piccoli dalla distanza, non è materia di ap­
prendimento immediato ; è un'interpretazione ponderata
di quello che apprendiamo. Ma per gli oggetti che ci stan­
no vicini, la struttura scientifica è diventata quella abi­
tuale. Quando un uomo si allontana da noi in una stanza,
non lo « vediamo » diventare più piccolo. Vediamo o cre­
diamo di vedere un oggetto di grandezza costante, che
cambia la sua distanza da noi; ed è soltanto con uno
sforzo di introspezione che ci convinciamo che l'immagine
visiva stia diventando più piccola.
Poiché fa parte dell'arte della fisica l'impiego come
servitori, quando cessano di essere i nostri padroni, delle
forme comuni di pensiero, non è molto esatto dire che
esse sono state ripudiate. È meglio dire che il progresso
della fisica ci ha emancipati da alcune delle forme con­
cettuali comuni. Le usiamo, ma non ci lasciamo ingannare
da esse.

II

Le moderne teorie fisiche ci hanno emancipato da


certe forme di pensiero tradizionali. È per questo che
sembrano cosl rivoluzionarie. È la fine del progresso, o
rimangono nelle nostre vedute altre forme di pensiero che
ostruiscono il progresso, e dalle quali i fisici futuri riu-

1 35
sciranno a liberarsi? E, se è cosl, può l'emancipazione
essere continuata indefinitamente, o si sta avvicinando un
limite nel quale le forme sopravviventi saranno le pure
necessità di pensiero?
Esamineremo alcune delle forme concettuali che non
sono state ancora chiamate in causa nelle vedute scienti­
fiche. Abbiamo dei sospetti circa la frase « necessità di
pensiero » ; perché il pensiero scientifico si è abituato,
crescendo, a fare a meno di molte delle sue cosiddette
necessità. Ma, siano o no una necessità, le forme che
stiamo per discutere hanno su di noi una presa che sem­
bra incomparabilmente più forte di qualunque altra che
finora abbiamo respinta.
Per una veduta scientifica, credo che la forma di
pensiero fondamentale sia il concetto di analisi. Ciò si­
gnifica la concezione di un tutto divisibile in parti tali,
che la coesistenza delle parti costituisca l'esistenza del
tutto . In una definizione formale non userei il termine
« esistenza », poiché si riferisce a un concetto che, pro­

babilmente, è meno elementare del concetto di analisi. Ma,


per riferirsi a una forma dei nostri propri pensieri, non
si richiede una definizione formale. La mia descrizione è
sufficiente perché riconosciate quale forma intendo, e que­
sto è ciò che era necessario.
Voglio far rilevare il fatto, che mi sto riferendo alla
concezione di un insieme di parti, non alla concezione
individuale di una parte. Nel concetto di analisi, una
parte è sempre un membro di un insieme completo di
parti, e il suo significato è legato al sistema di analisi
in cui essa ricorre. Potremmo, se necessario, esprimere
questa relazione di una parte rispetto a un sistema di
analisi usando il termine « componente » ; ma questo,
forse, sa troppo di terminologia matematica, per una ap­
plicazione tanto generale come questa.
A prima vista, la mia insistenza sul fatto che una

136
parte debba sempre essere associata con l'analisi di un
insieme completo di parti, sembra una formalità oziosa.
Possiamo riconoscere che la testa è una parte del corpo
senza riferirei a una classificazione anatomica sistematica
delle parti del corpo. Per soddisfare il requisito formale
del concetto di analisi, possiamo dire che la testa è una
parte del corpo associata con un sistema di analisi che
divide il corpo in due parti, cioè la testa ed il resto del
corpo. Ma poiché ciò si applica a ogni parte arbitraria­
mente scelta di qualunque cosa, il riferimento a un si­
stema di analisi diventa una tautologia.
Per spiegare perché si debba cominciare dalla nozione
di un insieme completo di parti, piuttosto che dalla no­
zione apparentemente più semplice di una singola parte,
devo fare una domanda. È il buco della botte parte della
botte? Pensate bene prima di rispondere, perché l'intera
struttura della fisica teorica oscilla sulla bilancia.
Supponiamo che la risposta sia : « Sl » . Allora, si
deve considerare la botte reale come consistente in una
botte non perforata, insieme a un buco, una struttura di
legno chiusa, insieme a una quantità mancante di legno.
Non si tratta di sapere se ciò esprima una verità asso­
luta. Si tratta di sapere se questa sia una forma concet­
tuale che è permesso di usare . In questa forma concet­
tuale, una delle parti, cioè la botte non perforata, è più
dell'intero. Euclide, nella sua innocenza, pensò che « l'in­
tero è maggiore della parte » ; ma Euclide non era al cor­
rente della fisica moderna.
La nostra risposta ha reso senza significato il termine
« parte » in se stesso. Qualunque cosa possano signi­
ficare A e B, A è sempre una parte di B; poiché la nostra
forma di pensiero ammette la divisione di B in due parti,
cioè A e B-A. Il termine « parte » può, perciò, essere
utilmente usato solo per le parti che sono associate con
un sistema di analisi, e l'intero significato di una parte

137
è associato con il sistema di analisi in cui essa compare.
Non ci dice nulla l'affermare che A è una parte di B ; ma
ci dice qualche cosa l'affermare che A è una delle parti
che compaiono in un sistema specifico di analisi appli­
cata a B .
Supponiamo poi di aderire all'assioma di Euclide e di
deciderci per l'affermazione che il buco della botte non sia
parte della botte. L'obiezione a questa opinione è che
essa ha cessato da molto tempo di essere una forma con­
cettuale usata in :fisica. Questa è in realtà, credo, un'as­
sociazione composta di due concetti, il concetto di analisi
e il concetto di sostanza . Il concetto di sostanza introduce
una chiara distinzione tra positivo e negativo ; cosl che
possiamo avere una forma limitata del concetto di analisi,
che possiamo chiamare analisi di sostanza, in cui i sistemi
di analisi sono limitati a quelli che forniscono un insieme
completo di parti positive. Quando l'analisi non è asso­
ciata con la sostanza (o con un concetto strutturalmente
equivalente ), quando, per esempio, è associata con la for­
ma ondulatoria, la limitazione non può essere imposta.
In ottica, il buio è considerato come costituito da due
onde luminose interferentisi ; la luce può essere « una
parte » del buio . Nell'analisi di Fourier, i componenti si
cancellano parzialmente l'un l'altro, come le quantità po­
sitive e negative. Così, sebbene in :fisica ci possano essere
dei casi in cui l'analisi è applicata a entità che per defi­
nizione sono essenzialmente positive cosicché si può appli­
care la limitazione dell'analisi di sostanza, ora noi la consi­
deriamo una restrizione incidentale in una applicazione
:particolare, e non parte del concetto fondamentale di
analisi.
Che la forma generale del concetto di analisi sia la
forma accettata in :fisica, è mostrato in modo conclusivo
dall'esempio del positrone. Un positrone è un buco da cui
è stato tolto un elettrone ; è come un buco di botte che

138
verrebbe colmato se vi s1 mserisse un elettrone. Ma
oggi sarebbe fuori discussione definire la « parte » in modo
tale che gli elettroni fossero parte di un sistema fisico e i
positroni no.
Vedrete che i fisici si permettono una libertà ancora
maggiore che non lo scultore (capitolo VII) . Lo scultore
toglie del materiale per ottenere la forma che desidera.
Il fisico va oltre, e, se è necessario, aggiunge del mate­
riale, operazione che egli descrive come rimozione di ma­
teriale negativo. Egli riempie il buco della botte, dicendo
di rimuovere un positrone. Ma pretende anche di non fare
altro che rivelare - tirar fuori - qualche cosa che
già c'era.
Ancora una volta vorrei ricordarvi che la verità og­
gettiva non è il punto in discussione. Non dobbiamo com­
mettere l'errore, illustrato al principio del capitolo VII,
di cercar di decidere, con prove sperimentali cruciali, tra
due cose che sono soltanto due forme differenti di espres­
sione. Suppongo che abbiate una batteria di argomenti
per dimostrarmi, con logica irrefutabile, che il buco non
è parte della botte. Ma ciò è del tutto irrilevante; mo­
strerà soltanto che voi non usate (se non inavvertita­
mente) il termine « parte » con la stessa grande genera­
lità di significato del fisico.
È nostro intento di esporre, non necessariamente di
giustificare, la struttura concettuale che è alla base del­
l'espressione della nostra conoscenza fisica. Almeno par­
zialmente, ci emancipiamo da una struttura concettuale,
non appena comprendiamo che è solo una struttura con­
cettuale e non una verità oggettiva, quella che stiamo ac­
cettando. Qualunque potere nocivo essa possa avere, vie­
ne sterilizzato finché risulta manifesto. Non mi piacerebbe
dire che il concetto di analisi sia una necessità di pen­
siero, sebbene appaia essere una necessità di qualunque
forma di pensiero scientifico. Ma, sia o no una forma ne-

139
cessarla, essa ha dominato lo sviluppo della fisica con­
temporanea, e dobbiamo utilizzare la sua influenza sul
sistema di descrizione dei fenomeni che ne è risultato.

III

È chiaro che il concetto di analisi, come è applicato


in fisica, deve essere stato specificato conformemente a
qualche principio direttivo; altrimenti non ci sarebbe lo
stesso accordo generale circa i prodotti dell'analisi del
mondo fisico, cioè molecole, atomi, protoni, elettroni, fo­
toni, ecc. C'è un'altra forma radicata di pensiero che ha
scelto il sistema di analisi da applicare in fisica. Chiamerò
questa specializzazione del concetto di analisi concetto ato­
mico, o, per maggior precisione, concetto delle unità strut­
turali identiche.
La nuova concezione è non soltanto che tutto è ana­
lizzabile in un insieme completo di parti, ma anche che
è analizzabile in parti simili fra loro. Questa concezione
è al polo opposto dell'analisi, per dir cosl, di un essere
umano in anima e corpo, in cui le due parti appartengono
a categorie di enti completamente diverse. Andrò più

oltre, e dirò che lo scopo dell'analisi usata in fisica è


quello di risolvere l'universo in unità strutturali, che
siano simili fra loro in maniera perfetta.
Si può obiettare che le unità strutturali riconosciute
nella fisica contemporanea, sebbene si assomiglino in una
certa misura, non sono simili in maniera perfetta. I com­
ponenti di Fourier della luce bianca, sebbene siano tutti
semplici treni armonici di onde, differiscono per lunghezza
d'onda, differenza che osserviamo sotto forma di differenza
di colore. Ma questa differenza non è intrinseca. Essa di­
pende dalla relazione dell'osservatore con l'unità struttu­
rale; se egli si allontana dalla sorgente di luce, la luce

140
verde si trasforma in rossa. Intrinsecamente, i costituenti
della luce - treni di onde o i fotoni - sono tutti simili
in maniera perfetta; essi differiscono soltanto nelle loro
relazioni con l'osservatore o con gli oggetti esterni in ge­
nerale. Questa è l'essenza della teoria della relatività.
Tutta la varietà esistente nel mondo, tutto ciò che è
osservabile, deriva dalla varietà delle relazioni tra enti.
Perciò, quando raggiungiamo la convinzione della natura
o struttura intrinseca degli enti che sono in relazione, non
rimane altro che l'identità, di modo che la natura o strut­
tura rientra nell'ambito della conoscenza fisica ed è parte
dell'universo che la conoscenza fisica descrive.
Ammesso che le unità elementari, trovate nella nostra
analisi dell'universo, siano intrinsecamente uguali, in ma­
niera pedetta, rimane la questione se ciò sia cosl perché
abbiamo a che fare con un universo oggettivo costruito
con tali unità, o perché la nostra forma di pensiero sia
tale da riconoscere soltanto sistemi di analisi che produ­
cano parti esattamente uguali tra loro. La nostra discus­
sione precedente ci ha fatto ritenere quest'ultima come
la vera spiegazione. Abbiamo affermato di essere capaci di
determinare con un ragionamento a priori le proprietà
delle particelle elementari riconosciute in fisica, proprietà
confermate dall'osservazione. Ciò sarebbe impossibile se
fossero unità oggettive. In conseguenza, giudichiamo pu­
ramente soggettiva una conoscenza a priori, che rivela sol­
tanto l'impronta dell'equipaggiamento con cui otteniamo
la conoscenza dell'universo, e deducibile da uno studio
dell'equipaggiamento . Adesso diciamo più esplicitamente
che essa è l'impronta della nostra struttura concettuale
sulla conoscenza che viene forzata nella struttura.
Abbiamo appena visto che il concetto delle unità
strutturali identiche è implicito nella concezione della re­
latività, che attribuisce la varietà a relazioni e non a diffe­
renze intrinseche delle cose che stanno in relazione; ma

141
suppongo che sarebbe troppo pretendere che le concezioni
della relatività siano cosl radicate in noi - che le nostre
menti siano costruite in modo tale, che non possiamo
impedirci di modellare i nostri pensieri nel modo di Ein­
stein. Voglio, perciò, mostrare che il concetto di unità
strutturali identiche esprime un abito di pensiero molto
elementare e istintivo, che ha diretto inconsciamente il
corso dello sviluppo scientifico. In breve, esso è l'abito
di pensiero che considera sempre la varietà come una
sfida per una analisi ulteriore, in modo che il prodotto
finale definitivo possa essere soltanto l'identità. Noi con­
tinuiamo a modificare il nostro sistema di analisi, finché
esso sia tale da produrre l'identità su cui insistiamo, re­
spingendo i tentativi anteriori (le teorie fisiche anteriori)
come non sufficientemente profondi. L'identità delle entità
ultime dell'universo fisico è una conseguenza prevedibile
del costringere la nostra conoscenza in questa forma di
pensiero. Che ciò sia veramente radicato in noi, si può
vedere dal seguente esempio.
L'analisi della materia, come è di solito presentata
nella teoria contemporanea, raggiunge un grado considere­
vole di omogeneità delle parti ultime, ma non raggiunge
perfettamente l'ideale. Troviamo protoni esattamente si­
mili l'uno all'altro ; troviamo anche elettroni simili l'uno
all'altro ma differenti dai protoni. Cosl il fisico riconosce
due varietà di unità elementari ; e oggi è difficile impe­
dirgli di aggiungerne parecchie altre . Perché un protone
differisce da un elettrone? La risposta suggerita dalla teo­
ria della relatività è che essi sono unità di struttura effetti­
vamente simili, e che la differenza sorge nelle loro rela­
zioni con la distribuzione generale della materia che for­
ma l'universo. Gli uni sono destrorsi, gli altri sinistrorsi.
Ciò spiega la differenza di carica; e la differenza di massa
è anche (in maniera più complicata) una differenza di rela­
zione con la materia esterna, senza la quale non ci sa-

142
rebbe modo di determinare la massa per mezzo dell'osser­
vazione. Non c'è alcun dubbio ragionevole che questa ri­
sposta sia corretta; ma ciò che qui ci interessa non è la
risposta scientifica risultante dall'applicazione della teoria
della relatività, ma la maniera con cui istintivamente ten­
tiamo di spiegare la differenza. Non possiamo permetterei
di credere che la differenza tra un protone e un elettrone
sia un dualismo irriducibile, come la differenza tra il corpo
e l'anima. (Uso il paragone migliore che posso trovare;
ma la forma di pensiero che insiste nel ridurre, cioè nel
voler spiegare, la varietà, è così universale che anche il
dualismo di anima e corpo viene chiamato in causa da
essa.) Non appena scopriamo una differenza tra protoni ed
elettroni, cominciamo a chiederci che cosa li renda diffe­
renti. Quando sorge questa domanda, ricadiamo sempre
nella struttura. Tentiamo di spiegare la differenza come
una differenza di struttura, essendo probabilmente la strut­
tura del protone più complicata. Ma se protoni ed elet­
troni possiedono una struttura non possono essere le unità
ultime da cui la struttura è formata. Perciò, l'attuale va­
rietà dei prodotti finali dell'analisi fisica indica che non
abbiamo ancora toccato il fondo ; e dobbiamo spingere
oltre le nostre ricerche, finché non si raggiungano unità
identiche, che non ci sfideranno a un'analisi ulteriore. La
deduzione, come accade, è fallace, perché la differenza tra
protoni ed elettroni è nelle relazioni esterne e non è in­
trinseca. Ma una deduzione fallace è informativa del no­
stro pensiero di fondo; e il pensiero che torna ad affac­
ciarsi continuamente è che le cose che differiscono, lo
fanno perché hanno struttura differente. La differenza
risiede nella struttura e non nelle unità da cui è formata
la struttura.
Concludo, perciò, che la nostra radicata forma di pen­
siero è tale, che non saremo soddisfatti finché non sa­
remo capaci di rappresentarci tutti i fenomeni fisici come

143
l'interazione di un gran numero di unità strutturali in­
trinsecamente identiche. Si vedrà allora che tutta la di­
versità dei fenomeni corrisponde a forme differenti di
relazione tra queste unità, o, come comunemente dovrem­
mo dire, a configurazioni differenti. Non c'è nulla nel
mondo esterno che prescriva questa scomposizione anali­
tica in unità simili, proprio come non c'è nulla nelle vibra­
zioni irregolari della luce bianca che prescriva la nostra
scomposizione analitica di essa in treni di onde monocro­
matiche. La prescrizione deriva dal nostro modo di pen­
sare, che non accetterà come finale nessun'altra forma di
soluzione del problema presentato dall'esperienza sensoria.
Nella attuale teoria dei quanti, l'analisi si avvicina a
questo ideale, ma non l'ha ancora raggiunto. Per questa
ragione, i fisici quantisti non sono ancora convinti di es­
sere arrivati al fondo delle relazioni delle varie particelle
che essi riconoscono e della connessione tra gravitazione,
elettromagnetismo e quantizzazione. Per parte mia, credo
che la spiegazione data dalla maggior parte dei libri sulla
teoria dei quanti, non rappresenti per nulla il limite estre­
mo della nostra presente conoscenza del problema . Se si
presta maggiore attenzione al lato relativistico del proble­
ma, risulta ben chiara la linea principale di sviluppo della
teoria fisica dall'incerto momento attuale della teoria dei
quanti fino alle unità di struttura ultima. Una spiegazione
generale dello sviluppo di un sistema razionale di fisica
che parta da unità strutturali, è data al capitolo X. Per
particolari più completi dei passaggi mediante i quali da
questo inizio riusciamo a dedurre le leggi accettate e le
costanti di natura, ci si deve riferire al mio trattato ma­
tematico 1 •

l Relativity Theory of Protons and Electrons, Cambridge 1936.

1 44
IV

Di solito, è implicito nel concetto di analisi che le


parti siano auto-sufficienti. Una parte può, senza far vio­
lenza al pensiero, essere concepita come esistente senza
le altre parti che confinano con essa. O, per esprimerci
più rigorosamente, possiamo concepire un tutto che, quan­
do sia sottoposto al sistema di analisi che adoperiamo,
manifesti unicamente questa sola parte . Il fisico teorico
usa questa concezione di auto-sufficienza quando, per in­
vestigare la struttura di un atomo, elimina dalla consi­
derazione l'universo intero, tranne questo solo atomo.
Ma qui sorge un conflitto di concezione. Se una parte,
per esempio un atomo, fosse proprio quello che sarebbe
senza il resto dell'universo, e il resto dell'universo fosse
esattamente ciò che sarebbe senza quest'atomo, i nostri
corpi (che fanno parte del resto dell'universo) dovrebbero
essere proprio come sarebbero senza quest'atomo; e per­
ciò non potremmo avere nessuna esperienza sensoria con­
nessa in alcun modo con l'atomo o emanante da esso.
La concezione di parti dell'universo fisico, permanen­
temente auto-sufficienti, si contraddice da sé; poiché tali
parti sono necessariamente al di fuori della conoscenza
osservativa, e perciò non fanno parte dell'universo che la
conoscenza osservativa può descrivere.
La struttura del modello di un atomo è incompleta,
se non contiene qualche condizione per cui noi possiamo
divenir consapevoli di quello che succede nell'atomo. In
breve, la fisica, che ha fatto il mondo in pezzi, ha il
compito di cementarlo di nuovo insieme. Questo cemento
è chiamato interazione.
Uno dei successi più notevoli della attuale teoria dei
quanti è il modo in cui ha superato la difficoltà di dare
alle parti dell'universo una specie di autosufficienza che
non le tagli fuori dall'interazione col resto dell'universo .

1 45
A ogm ttpo di atomo è assegnata una serie di stati ele­
mentari (eigenstates) che corrispondono ciascuno a una
struttura differente. Sono questi stati, anziché gli atomi
stessi, i prodotti finali della nostra analisi. L'atomo stesso
è una combinazione dei suoi stati o, come comunemente
diciamo, esso ha varie probabilità di essere nei suoi stati
differenti. Similmente, l'unità strutturale ultima (già iden­
tificata con un semplice « simbolo di esistenza » ) è un
elettrone o protone in uno stato elementare, non, come
di solito si osserva, in una combinazione di stati elemen­
tari. Quando un atomo è disturbato da altre particelle, i
suoi stati elementari non sono disturbati; la loro strut­
tura rimane la stessa di quando l'atomo è completamente
isolato da ciò che lo circonda . La sola cosa disturbata è
la distribuzione della probabilità tra i diversi stati ele­
mentari. Cosi, le parti analitiche dell'universo sono auto­
sufficienti riguardo alla struttura; ma la nostra conoscenza
osservativa s'interessa della distribuzione di probabilità
fra di esse, e, riguardo alla distribuzione della probabilità,
esse sono in interazione .
Quanto più attentamente studiamo il metodo di ana­
lisi quantistica, tanto più apprezziamo l'eleganza del modo
in cui esso supera il conflitto di pensiero che richiede che
le parti prodotte dall'analisi siano concettualmente indi­
pendenti, ma dipendenti fra loro nell'osservazione effettiva.
Il fatto che sia possibile scomporre analiticamente
l'universo in parti completamente indipendenti, e aggiun­
gere poi un'interazione fra le parti, senza modificare in
alcun modo l'analisi, è meno misterioso quando si capi­
sca che un'interazione può essere interamente soggettiva.
Anche se le parti di per se stesse sono interamente og­
gettive e non hanno nessuna influenza fisica sul comporta­
mento reciproco nella conoscenza che ne abbiamo, può
apparire un'interazione soggettiva. Abbiamo visto che i
prodotti finali della nostra analisi devono essere unità

146
strutturali identiche, che perciò non sono distinguibili
l'una dall'altra per mezzo dell'osservazione, di modo che
esse possono essere scambiate tra loro senza influenzare
l'osservazione. Al contrario, il sistema deducibile dall'os­
servazione - il sistema conoscibile - è meno partico­
lareggiato del sistema oggettivo ; perché le particelle in­
dividuali nel sistema conoscibile sono lasciate non identi­
ficate. Possiamo dire, soltanto, che una particella del si­
stema conoscibile ha uguale probabilità di essere una qua­
lunque delle particelle oggettive. Confrontando il compor­
tamento del sistema conoscibile con il comportamento del
sistema oggettivo, si deve tener conto dell'effetto statistico
di questa non distinguibilità. L'effetto è equivalente a
quello che sarebbe prodotto da forze fisiche di interazione.
Per esempio, può apparire che una particella devii dalla
posizione prevista, perché è stata influenzata da una forza,
o perché, non potendo essere distinta dall'osservazione, la
si è scambiata, per errore, con un'altra particella. Un
esempio di questa interazione puramente soggettiva è dato
al capitolo III .
C'è, ora, una forte ragione di credere che tutte le
forze di interazione in fisica sorgano dalla non distingui­
bilità delle particelle ultime. L'interazione ha perciò un'ori­
gine soggettiva. Abbiamo già concesso una soggettività
parziale alle particelle ultime, ma l'interazione dovuta alla
non distinguibilità è indipendente da questa. Non è un'im­
perfezione della nostra analisi il fatto che essa non riesca
a separare l'universo in parti completamente indipendenti
e lasci una certa quantità di interazione tra di esse; è
piuttosto la perfezione dell'analisi che conduce a questo
risultato. Abbiamo già notato (capitolo IV) che c'è una
specie di discontinuità tra « buono » e « perfetto » in
fisica. « Perfetto » non è tanto il superlativo di « buono » ,
quanto un « buono » che ha superato se stesso e sorpas­
sato le proprie mete. Se la meta dell'analisi è di separare,

147
essa deve fermarsi alle unità strutturali ultime; perché,
quando le parti diventano così semplici da non essere
distinguibili, la loro non distinguibilità le confonde nella
nostra conoscenza osservativa e, in un certo senso, an­
nulla la separazione che l'analisi ha effettuato.

La « sostanza » è uno dei concetti predominanti nella


nostra comune concezione del mondo dell'esperienza sen­
sibile, concetto con cui la scienza si trova continuamente
in guerra. Abbiamo già toccato uno dei suoi aspetti, quello
di essere essenzialmente positivo, in contrasto con la for­
ma, che è indifferentemente positiva e negativa. Un altro
attributo della sostanza è la sua permanenza o semi per­
manenza; e a questo riguardo la fisica si è liberata dal
concetto di sostanza soltanto per sostituirlo con qualche
cosa di ugualmente permanente; indirettamente, perciò, la
sostanza domina ancora la nostra forma di pensiero - una
sostanza annacquata, di cui non sopravvive nessun attri­
buto se non la sua permanenza.
Per conciliarsi con questa forma di pensiero, si ri­
chiede che la scomposizione analitica dell'universo in parti
sia non una scomposizione transitoria, ma una separazione
in parti che abbiano qualche grado di permanenza. La
permanenza è formulata scientificamente in leggi di con­
servazione - conservazione della massa, dell'energia, del
momento, della carica elettrica. In congiunzione con il
concetto atomico, il requisito di permanenza ci conduce
a riconoscere, come particelle elementari ultime, delle
unità (protoni ed elettroni ) che sono normalmente, e forse
interamente, indistruttibili. Inoltre, nella meccanica ondu­
latoria, che opera esplicitamente con la probabilità, abbia­
mo una scomposizione analitica in stati propri, cioè in

148
distribuzioni stazionarie di probabilità, che hanno un no­
tevole grado di permanenza.
Data la differenza nell'uso della scala di tempo natu­
rale, nella fisica molecolare la permanenza ha un signifi­
cato epistemologico diverso dalla permanenza nella fisica
microscopica. Nella scala di tempo del flusso atomico, un
centesimo di secondo è virtualmente una eternità. Una
caratteristica deve essere « eterna », rispetto a questa sca­
la, per poter apparire nella scala di tempo della perce­
zione umana ordinaria. C'è, perciò, una ragione evidente
per scegliere il permanente e trascurare le caratteristiche
transitorie dei sistemi microscopici. La meccanica stati­
stica, tanto classica quanto moderna, è basata su questa
considerazione la quale è, probabilmente, il più vecchio
principio epistemologico accettato esplicitamente in fisica.
Ma la permanenza nella fisica molecolare si riferisce a
un periodo di persistenza molto più lungo, e non c'è la
stessa ragione per concentrare l'attenzione sulle caratteri­
stiche che la posseggono. Che la nostra formulazione sog­
gettiva della conoscenza fisica debba imporre una scelta
in favore della persistenza fino a un centesimo di secondo,
o quasi, è il risultato naturale della grossolanità della no­
stra percezione di tempo. Se c'è una scelta in favore della
persistenza fino a giorni e secoli, essa deve riposare su
altre basi.
Ho sottolineato l'effetto selettivo dell'insistenza della
mente sulla permanenza, nei miei scritti precedenti, in cui
trattavo solo della fisica molecolare 2 • Fu il primo indizio
del soggettivismo selettivo in cui mi imbattei. Guardando
indietro, trovo strano di essere stato, prima, convinto del­
l'origine soggettiva di alcune delle leggi di natura da una
considerazione su una legge molecolare, e di esser stato

2 Space, Time and Gravitation, p. 196 ; The Nature of the


Physical World, p. 241 .

1 49
incline a considerare le leggi microscopiche (a quel tempo
presagite soltanto oscuramente) come probabilmente og­
gettive ; poiché l'istanza di una legge molecolare fa sor­
gere una questione difficile, che non appare in quella di
una legge microscopica. Consideriamo questa differenza.
Stimiamo che la mente richieda, con le sue « necessità
di pensiero » , che certe qualità si trovino nelle parti che
costituiscono l'universo fisico . La mente impone le sue
richieste rifìutandosi di ammettere un sistema di analisi
che non produca parti che hanno le qualità richieste . Le
leggi fondamentali della fisica sono semplicemente una
formulazione matematica delle qualità delle parti in cui
la nostra analisi ha diviso l'universo, e abbiamo assunto
che fossero tutte imposte dalla mente umana in questa
maniera e fossero, perciò, completamente soggettive. Sa­
rebbe fatale, per questo modo di vedere, se si trovasse
che l'universo oggettivo « coopera » con la nostra analisi,
cioè, che esso mostri una tendenza intrinseca a scomporsi
in queste parti, come se anticipasse le richieste della men­
te. Dobbiamo perciò esaminare con diffidenza qualsiasi
fenomeno, in cui sembri che le parti si presentino spon­
taneamente separate, senza essere state divise per mezzo
dell'analisi .
Esaminando i fenomeni microscopici, dobbiamo tenere
a mente i metodi da Procuste dello sperimentatore che
si ingegna di fornire quello che la nostra struttura con­
cettuale richiede . Come lo scultore, egli rende visibili le
parti o combinazioni di parti che la nostra immaginazione
analitica crea ; o almeno, le sue operazioni di selezione e
di manipolazione producono effetti che soddisfano la no­
stra credenza che le parti ci siano . Ma nella fisica moleco­
lare, l'interferenza sperimentale è troppo limitata alla ma­
teria. Il nostro apparato non può produrre pianeti che
eseguano orbite prescritte su commissione, in modo da
produrre onde di luce monocromatica, che eseguano vibra-

150
zioni prescritte su commissione. Se, perciò, troviamo nella
fisica molecolare qualche cosa che sembri fautrice del no­
stro sistema di analisi, essa minaccia più seriamente la
nostra teoria.
Il fenomeno che richiede di essere esaminato da que­
sto punto di vista è la presenza di oggetti solidi, più o
meno permanenti, nel mondo dell'esperienza familiare.
Sebbene la persistenza della forme materiali non sia un
equivalente esatto del principio scientifico di conservazio­
ne della massa, c'è un'associazione molto stretta. Normal­
mente, una variazione notevole di massa è associata con
una variazione percettibile della forma materiale. Gli og­
getti permanenti che ci circondano, danno, in modo gros­
solano, una dimostrazione pratica continua della conserva­
zione della massa. Non potevamo certamente prevedere
questo fatto; perché la conoscenza a priori ci preavvisa
soltanto che la conservazione della massa deve avvenire,
non che ci si paleserà senz'altro. Ci sarà una conserva­
zione di qualche cosa, ma non necessariamente di qualche
cosa che si possa apprendere con la sensazione.
Il mondo della percezione familiare, consistente in
gran parte di oggetti che hanno un certo grado di perma­
nenza, si adatta spontaneamente fino a questo punto alla
nostra forma di pensiero. Un'adeguata spiegazione di ciò,
sembra il fatto che, senza un certo grado di armonia tra
pensiero e sensazione, sarebbe impossibile la nostra esi­
stenza continuata. Ricercare come sia sorta l'armonia, se
la nostra esperienza sensoria la collochi nelle nostre teste
per farci pensare come pensiamo, oppure se l'evoluzione
dei sensi dell'uomo sia stata guidata dalla selezione natu­
rale in modo che non risultino in eccessivo conflitto con
le sue necessità di pensiero, può essere come ricercare se
la gallina sia nata prima dell'uovo ; e forse non è cosa
molto importante da decidere. Potremmo lasciare aperta
la questione se le forme di pensiero, che dominano il no-

151
stro modo di vedere, siano acquisite o innate. Ma sono
incline a credere che la radice ultima sia, in definitiva,
mentale; cioè una predisposizione inseparabile dalla co­
scienza. Si deve ricordare che la pura sensazione non de­
termina ciò che di solito chiamiamo il mondo familiare
dell'esperienza sensoria, in cui ricorrono gli oggetti di for­
ma e grandezza più o meno permanente. Questo implica
una combinazione dei sensi con il senso comune. Dei no­
stri vari sensi, solo la vista e il tatto hanno qualche re­
sponsabilità nella concezione familiare di un mondo ester­
no di oggetti solidi permanenti. Le forme primitive della
vista e del tatto - una sensibilità generale per la luce e
per il buio, e una sensibilità di tentacoli flessibili - prov­
vedono poco materiale per un concetto di permanenza. Da
questi inizi, si è evoluto un elaborato sistema sensorio
tale da porre davanti a noi, vividamente, un mondo con­
forme alle esigenze di permanenza che ha la mente.
È chiaro che il nostro equipaggiamento sensorio deve
avere un effetto selettivo sulla conoscenza acquisita per
mezzo di esso. La forma di pensiero che pone la cono­
scenza osservativa come descrizione di un mondo esterno,
rappresenta questo mondo come quello che contiene ner­
vi e cervello, per mezzo dei quali la conoscenza osser­
vativa è acquisita dalle menti. La selezione delle parti o
delle combinazioni di parti dell'universo che devono com­
piere questa funzione di trasmissione, determina la pre­
minenza relativa nella nostra esperienza sensoria delle di­
verse parti e combinazioni di parti. Lo scopo della fisica
è di eliminare questa preminenza accidentale in modo che
da ultimo non influisca sulla descrizione scientifica del­
l'universo ; per esempio, la descrizione scientifica non rico­
nosce nessuna soluzione di continuità tra la radiazione visi­
bile e quella ultra-violetta. Ma la preminenza del nostro
modo di vedere familiare acquisita in parte per mezzo della

152
stretta relazione col meccanismo della sensazione, ha per
lo più nella fisica molecolare lo stesso effetto che nella
fisica microscopica ha la selezione per mezzo dell'interfe­
renza sperimentale; ambedue i metodi di isolamento dan­
no alla parte isolata un risalto tale nella nostra esperienza
che a prima vista sembra inconcepibile che ciò sia pura­
mente il prodotto di un sistema di analisi convenzionale.
Concludo che non è necessariamente una confutazione
del carattere a priori di una legge fisica trovare che essa
è illustrata da vicino da una caratteristica preminente del
mondo dell'apprendimento familiare. L'apprendimento fa­
miliare è soggetto alle stesse necessità di pensiero di quelle
che producono, con un'applicazione più sistematica, la
descrizione scientifica dell'universo; così che non è inaspet­
tata una corrispondenza parziale.

VI

n seguente riassunto della nostra posizione sottolinea


soprattutto il punto che abbiamo considerato nell'ultimo
paragrafo:
I . Con la considerazione di certe forme concettuali
profondamente radicate possiamo prevedere le leggi e le
costanti fondamentali che ricorrono nella descrizione fisica
dell'universo, essendo stata questa descrizione sviluppata
sotto la guida di queste forme concettuali. Ma non pos­
siamo prevedere quale sarà la corrispondenza tra gli ele­
menti di questa descrizione fisica a priori, e gli elementi
del nostro apprendimento familiare dell'universo .
I I . L a corrispondenza potrebbe essere così lontana, che
una teoria a priori sembrerebbe quasi senza importanza per
l'osservazione. Ma la corrispondenza è in realtà abbastanza
elementare. Non dobbiamo ricercare troppo lontano dalla

1 53
nostra esperienza familiare, prima di imbatterci nelle cose
che obbediscono a leggi prescritte da una teoria a priori.
Possiamo quasi vedere protoni ed elettroni in una ca­
mera di Wilson; possiamo quasi vedere che la massa si
conserva. Non vediamo effettivamente queste cose, ma ciò
che vediamo ha una relazione molto stretta con esse.
III. Potremmo costringere la conoscenza osservativa,
qualunque essa sia, dentro una struttura concettuale pre­
determinata. Il significato di ( I l ) è che la conoscenza os­
servativa sembra mostrare una predisposizione ad adat­
tarsi nella struttura concettuale senza molto sforzo. Tut­
tavia, non si dovrebbe esagerare questa predisposizione.
La scissura, molto ampia, che esiste adesso tra il mondo
familiare e il mondo descritto nelle teorie scientifiche
moderne è una misura dello sforzo che è stato necessario.
IV. Da questo punto di vista, « vedere » gli elettroni
e i protoni non è cosl significativo come « vedere » la
conservazione della massa. Gli elettroni e i protoni sono
selezionati mediante l'interferenza sperimentale; ma la per­
cezione di oggetti, che illustrano la conservazione della
massa, avviene senza condizioni artificiali ed è, evidente­
mente, una testimonianza spontanea della sensazione a fa­
vore della correttezza dell'analisi a priori.
V. L'esistenza di certe linee di comunicazione sensi­
bili, che mettono in relazione le sensazioni della coscienza
con entità o condizioni scelte del mondo fisico, è un fat­
tore selettivo della nostra conoscenza. Questa selezione è
completamente al di fuori del nostro controllo attuale, ma
è condizionata dal fatto che la vita sarebbe impossibile
senza un certo grado di armonia tra i risultati della sele­
zione e le nostre forme radicate di pensiero. Di conse­
guenza, il riconoscimento che avviene per mezzo della
percezione, e l'astrazione di certi elementi (oggetti fisici
permanenti) fuori dall'ordito della connessione reciproca,
che costituisce l'universo fisico, segue, con approssima-

154
zione grossolana, le stesse linee dell'analisi scientifica del­
l'universo fisico, basata sulle stesse forme radicate di pen­
siero.
Le forme primitive di pensiero, che continuano a do­
minare la fisica, malgrado la rivoluzione moderna, sono :
I . La forma che esprime la conoscenza ottenuta at­
traverso l'esperienza dei sensi come la descrizione di un
universo. È attraverso essa che viene introdotto e defi­
nito l'universo fisico.
I I . I l concetto di analisi, che rappresenta l'universo
come la coesistenza di un numero di parti. Come è usato
in fisica, il concetto non è limitato all'« analisi di sostan­
ze » che richiede che tutte le parti siano positive. Nella
concezione più generale di « analisi di forme », le parti
sono indifferentemente positive o negative, ed è una con­
seguenza di questa generalità, che il significato di una
parte non possa essere staccato dal sistema di analisi di
cui esso è il risultato.
III. Il concetto atomico, che richiede che il sistema
di analisi sia tale che le parti ultime siano unità strut­
turali identiche ; in modo che tutta la varietà abbia ori­
gine dalla struttura e non dagli elementi da cui è formata
la struttura.
IV. Il concetto di permanenza (forma modificata del
concetto di sostanza) che richiede che le parti ultime ab­
biano un certo grado di permanenza. Ciò ci conduce anche
a dare un riconoscimento speciale alle combinazioni per­
manenti o semipermanenti di parti e alle caratteristiche
che restano permanenti nelle vicissitudini dei fenomeni.
V . Un concetto di autosufficienza delle parti (derivato
probabilmente dal concetto di esistenza) . Questo, in certa
misura, contrasta con le concezioni precedenti. Per mezzo
di un compromesso, le parti sono considerate intrinseca­
mente autosufficienti, ma esercitanti una interazione nella
nostra conoscenza, che è implicata con la probabilità. Que-

1 55
sto trae vantaggio dalla relazione irreversibile tra l'osser­
vazione e la conoscenza formulata, introdotta dal concetto
di probabilità (capitolo IV). Possiamo, infatti, dedurre
l'irreversibilità (e di qui la necessità del concetto di pro­
babilità) come una conseguenza epistemologica della strut­
tura concettuale, che richiede che i sistemi fisici elemen­
tari siano isolabili e, inoltre, osservabili.
Questo elenco può non essere esauriente, ma sembra
che abbracci le forme principalmente responsabili dd no­
stro modo di vedere attuale. È importante che esse ven­
gano alla luce quando si consideri quanta parte della fisica
sia determinata dalla forma di conoscenza a priori e quanta
da una fonte oggettiva di quella conoscenza . Avendo trac­
ciato, per quel che possiamo, le fonti primitive della strut­
tura concettuale scientifica, ora ci volgeremo a conside­
rare la struttura che si è sviluppata da esse mediante una
sofisticata elaborazione intellettuale . La struttura descritta
nel prossimo capitolo rappresenta l'attuale frontiera dd
progresso . Nemmeno il fisico matematico mantiene abi­
tualmente un livello di pensiero così elevato ; è perciò na­
turale tornare a modi più comuni di formulazione, per
apprezzare i frutti del progresso.
Capitolo nono

IL CONCETTO DI STRUTTURA

La fisica teorica è oggi altamente matematica. Da


dove viene la matematica? Non posso accettare l'opinione
di Jean, che le concezioni matematiche appaiano in fisica,
perché essa tratta di un universo creato da un Matema­
tico Puro; la mia opinione sui matematici puri, sebbene
rispettosa, non è cosl elevata. Una considerazione impar­
ziale della totale esperienza umana non suggerisce che né
l'esperienza stessa né la verità rivelata in essa sia di tal
natura da risolversi spontaneamente in concetti matema­
tici. La matematica non c'entra, finché non ce la mettia­
mo. La questione da discutersi in questo capitolo è: fino a
che punto il matematico cerca di appropriarsi di un ma­
teriale che, intrinsecamente, non sembra particolarmente
adatto alle sue manipolazioni?
Il matematico comincerà, naturalmente, con l'intro­
durre un certo numero di simboli. Contrariamente alla
credenza popolare, ciò, da solo, non rende matematico un
soggetto. Se in una conferenza pubblica uso l'abbrevia­
zione comune N° per numero, nessuno protesta; ma se
l'abbrevio in N, si dirà che « a questo punto il conferen­
ziere ha deviato nella più alta matematica » . Senza ba­
dare a questi pregiudizi, dobbiamo riconoscere che l'as­
segnazione di simboli A, B, C,. . . a entità o qualità di-

157
verse, è soltanto una nomenclatura abbreviata, e non im­
plica nessun concetto matematico.
Il secondo passo è di introdurre una qualche rela­
zione o confronto tra A e B . Se esaminiamo il processo
mentale del confrontare due oggetti, credo che ci sor­
prenderemo a immaginare una serie intermedia di oggetti
tra essi. Si può capire meglio in che cosa differiscano,
considerando che cosa dovremmo fare per trasformarli,
senza interruzione, l'uno nell'altro . Se l'idea di modificare
gradualmente l'uno nell'altro è troppo remota, decidiamo
semplicemente che i due oggetti sono cosi estremamente
dissimili che un confronto sarebbe assurdo. Sarà perciò
utile introdurre il concetto di un'operazione, che trasformi
un oggetto o qualità in un'altra. Per esempio, il concetto
di un'operazione di ingrandimento è utile, quando dob­
biamo confrontare oggetti di grandezza diversa. Di conse­
guenza, accanto ai nostri simboli originali A, B, C, . . .
avremo una nuova serie di simboli P, Q, R , . . . che stanno
per le operazioni che trasformano A in B, A in C, B in
C, ecc.
Ma siamo ancora nello stadio della nomenclatura e la
matematica sembra più estranea che mai. Continuando,
dobbiamo tentare di confrontare le operazioni P, Q, R, . . .
tra loro . Secondo l a nostra prima conclusione, ciò c i con­
duce a immaginare un'operazione di trasformazione del­
l'operazione P nell'operazione Q. Abbiamo cosi una nuova
serie di operazioni (o iperoperazioni ) X, Y, Z, .. che tra­
.

sformano P in Q, P in R, Q in R, . . . E cosi continuiamo


in un'orgia di notazioni, introducendo simboli sempre più
numerosi, ma senza andar mai oltre la notazione.
È facile introdurre la notazione matematica. La diffi­
coltà è nel trasformarla in un calcolo utile.

Let x denote beauty, y manners well-bred,


z fortune ( this last is essential ),

1 58
Let L stand for love - our philosopher said -
Then L is function of x, y and z
Of the kind that is known as potential.

Now integrate L with respect to dt


(t standing for time and persuasion)
Then, between proper limits, 'tis easy to see
The definite integrai Marriage must be
(A very concise demonstration) 1•

Al primo momento non c'è nessuna differenza essen­


ziale tra questo esempio di notazione matematica e gli
A, B, C, . . . P, Q, R, . . . X, Y, Z , . . . di cui abbiamo discusso.
Dobbiamo trovare che cosa sia, che trasforma queste ul­
time in un calcolo efficace per gli scopi scientifici, mentre
il primo non ha nessun risultato pratico, come la poesia
alla fine dimostra .
Per introdurre la matematica, dobbiamo in qualche
modo arrestare la progressione infinita dei simboli. Un
tale arresto sarà raggiunto, se troviamo che X, Y, Z, . . .
non sono operazioni nuove, ma sono già contenute nella
prima serie di operazioni P, Q, R, . . . che avevamo intro­
dotto; vale a dire, se troviamo che la stessa operazione
che trasforma un'entità in un'altra, cambierà anche un'ope­
razione in un'altra.
Come esempio, consideriamo le operazioni di raddop­
piamento, triplicazione e quadruplicazione, ecc. Se queste
sono designate come P, Q, R, . . . dobbiamo in seguito con-

l Prof. W. J. M. Rankine, Songs and Fables, 1874.


« Si chiami x la bellezza, y la buona educazione, z la ricchezza
(quest'ultima è essenziale), L stia per l'amore - diceva il nostro
filosofo -, allora L è una funzione di x, y e z, della specie nota
come potenziale.
Ora, integrando L rispetto a dt (t sta per il tempo e la
persuasione), allora, tra i limiti convenienti, è facile vedere che
l'integrale definitivo deve essere il Matrimonio (una dimostrazione
molto concisa) » .

1 59
siderare, per esempio, l'operazione Y, che cambia il rad­
doppiamento in quadruplicazione. La quadruplicazione con­
siste in due operazioni di duplicazione, cioè, nel raddop­
piamento del raddoppiamento. Cosi l'operazione Y è di
raddoppiamento ed è già stata introdotta come P. Più
generalmente, se la serie P, Q, R, . . . denota tutte le ope­
razioni di moltiplicazione possibili, tanto frazionarie come
intere, anche le operazioni per trasformare P in Q, P in R,
Q in R, ecc., sono operazioni di moltiplicazione, e perciò
non sono richiesti simboli nuovi.
Per fare un altro esempio, supponiamo che le entità
iniziali A, B, C, . . . siano dei punti su di una sfera. L'ope­
razione di trasformare un punto su di una sfera in un
altro, è una rotazione della sfera ; perciò, le operazioni P,
Q, R, . . . sono delle rotazioni. Se P e Q sono rotazioni di
angoli uguali in piani differenti, un piano viene trasfor­
mato nell'altro, e perciò P in Q, per mezzo di un'altra
rotazione, per esempio R. Se P e Q sono delle rotazioni
di angoli disuguali, una può essere trasformata nell'altra,
con una combinazione delle operazioni di rotazione e di
moltiplicazione. Raggruppando insieme tutte le possibili
operazioni di rotazione e moltiplicazione, non vengono
introdotte ulteriori operazioni nel confronto di una rota­
zione con un'altra.
Vediamo perciò, che esistono delle « serie finite di
operazioni » che non conducono ad una progressione di
nomenclatura di complessità sempre crescente. È soltanto
attraverso tali serie finite che il pensiero matematico può
essere introdotto . Nella misura in cui le varie parti della
nostra esperienza possono esser messe in relazione l'una
con l'altra nei termini di queste operazioni, esse formano
il materiale per il trattamento matematico. Il completo
sviluppo dell'idea qui brevemente accennata, si trova nella
Teoria dei gruppi 2•
2 Una rdazione dementare della teoria dei gruppi e della parte

1 60
II

Una serie finita di operazioni, o, come tecnicamente


viene chiamata, un gruppo, ha una struttura che può es­
sere descritta matematicamente. Il fatto che l'operazione
che trasforma P in Q sia sempre un altro membro R del
gruppo, fornisce una serie di connessioni triangolari come
base della struttura. Queste connessioni triangolari si pos­
sono intrecciare in una gran varietà di modelli, ed è il
modello dell'intreccio che costituisce la struttura astratta.
I gruppi si differenziano tra loro per la struttura astratta.
La descrizione matematica del gruppo specifica soltanto
il modello di intreccio e non presta attenzione alla natura
fisica delle operazioni che generano questo modello. Pos­
siamo, perciò, avere delle serie di operazioni completa­
mente diverse con la stessa struttura di gruppo, e perciò
equivalenti, per quanto riguarda la descrizione matematica.
Uno dei gruppi più importanti in fisica è il gruppo di
rotazioni in sei dimensioni. Ci sono quindici piani indi­
pendenti di rotazione nello spazio a sei dimensioni (corri­
spondenti ai tre piani indipendenti di rotazione nello spa­
zio a tre dimensioni) e, poiché dobbiamo sempre ag­
giungere l'operazione di « lasciare le cose come sono »,
la quale è un membro ex officio di ogni gruppo, abbiamo
sedici elementi con cui formare una struttura di gruppo.
Un modello definito di collegamento è costituito dall'as­
sociazione di questi elementi (diversi dall'elemento ex of­
ficio) in sei serie di cinque (pentadi), essendo ogni ele­
mento membro di due pentadi. Intrecciata con questa, è
un'associazione degli elementi in triadi, le triadi stesse es­
sendo associate a paia coniugate. Ognuno dei quindici ele­
menti sostiene una parte equivalente nel modello.

che essa sostiene nei fondamenti della :fisica teorica, è data in New
Pathways in Science, cap. XII.

161
La rotazione in sei dimensioni è soltanto una delle
molte serie di operazioni che generano questo modello di
gruppo particolare. Per esempio, se mettiamo quattro mo­
nete differenti sulla tavola, le operazioni di scambiarle
fra loro a paia, modificando le varie paia o non, for­
mano un gruppo con questa struttura 3 • Lo stesso mo­
dello di relazioni si rivela nella geometria della Superficie
Quartica di Kummer, nella Teoria delle Funzioni Theta,
e, più importante di tutto per i nostri scopi, nella spe­
cificazione di una particella elementare (protone o elet­
trone) in uno stato elementare, inclusa la specificazione
della sua carica e spin.
In senso stretto, per realizzare il concetto di strut­
tura di gruppo, dobbiamo pensare a un modello di intrec­
cio completamente astratto dalle entità e relazioni parti­
colari che forniscono il modello. In particolare, possiamo
dare una descrizione matematica esatta del modello, seb­
bene la matematica possa essere del tutto inadatta a de­
scrivere ciò che conosciamo sulla natura delle entità e
operazioni implicite in esso. In questo modo, la matema­
tica prende posto in una conoscenza, che intrinsecamente
non è di un genere che suggerisca dei concetti matema­
tici. La sua funzione è di delucidare la struttura di grup­
po degli elementi di quella conoscenza. Essa bandisce gli
elementi individuali, assegnando loro dei simboli, lasciando
al pensiero non matematico di esprimere, se possibile, la
conoscenza che possiamo avere di quello che i simboli in­
dicano.
Ci riferiamo a questa astrazione come al concetto
matematico di struttura, o brevemente come al concetto
di struttura. Poiché la struttura, astratta da qualunque
cosa possegga una struttura, può essere specificata esatta­
mente da formule matematiche, la nostra conoscenza della

3 New Pathways in Science, p. 207. Le lettere qui sostitui­


scono le monete.

1 62
struttura è comunicabile, mentre molta parte della nostra
conoscenza non è comunicabile. Non posso trasmettere a
voi la conoscenza viva che ho delle mie sensazioni ed emo­
zioni. Non c'è nessun modo per confrontare la mia sen­
sazione del sapore del montone con la sensazione vostra
del sapore del montone, e posso soltanto sapere che cosa
piace a voi, come a me, e voi potete soltanto sapere quello
che piace a me, come a voi. Ma se tutti e due guardia­
mo un paesaggio, sebbene non ci sia nessun modo di
confrontare le nostre sensazioni visive come tali, possiamo
confrontare rispettivamente le strutture delle nostre sensa­
zioni visive del paesaggio. È possibile che un gruppo di
sensazioni nella mia mente abbia la stessa struttura di un
gruppo di sensazioni nella vostra mente. È possibile an­
che che un gruppo di entità, che non sono sensazioni nella
mente di nessuno, associate insieme da relazioni di cui non
possiamo formarci nessun concetto, possano avere questa
stessa struttura. Possiamo avere, perciò, una conoscenza
strutturale di ciò che è fuori della mente di ognuno. Que­
sta conoscenza consisterà di asserzioni della stessa specie
di quelle che le teorie moderne della fisica matematica
fanno circa l'universo fisico. Per l'espressione esatta della
conoscenza fisica è essenziale una forma matematica, per­
ché questo è l'unico modo in cui possiamo !imitarne le
asserzioni alla conoscenza strutturale. Ogni strada che
porti alla conoscenza di ciò che sta al di sotto della strut­
tura, è perciò bloccata da un simbolo matematico impe­
netrabile.
La fisica consiste in conoscenza puramente strutturale,
cosl che conosciamo soltanto la struttura dell'universo che
essa descrive. Questa non è una supposizione sulla natura
della conoscenza fisica ; ma è precisamente ciò che la co­
noscenza fisica, come è formulata nella teoria contempo­
ranea, dichiara di essere. In ricerche fondamentali, il con­
cetto di struttura di gruppo appare esplicitamente come

163
il punto di partenza; e nello sviluppo susseguente non
ammettiamo mai materiale che non provenga dalla strut­
tura di gruppo.
Il fatto che la conoscenza strutturale possa essere stac­
cata dalla conoscenza delle entità che formano la struttura,
supera la difficoltà di capire come sia possibile concepire
la conoscenza di qualche cosa che non sia parte della no­
stra propria mente. Finché la conoscenza è confinata ad as­
serzioni sulla struttura, essa non è legata a nessun particola­
re dominio di contenuto. Si ricorderà che abbiamo separato
la questione della natura della conoscenza dalla questione
della certezza della sua verità. Non stiamo qui conside­
rando come sia possibile essere certi della verità della
conoscenza, che si riferisca a qualche cosa che sia fuori
della nostra mente; ci stiamo occupando della prima que­
stione : come sia possibile fare, su cose che stanno fuori
della nostra mente, una qualunque specie di asserzione che
(vera o falsa) abbia un significato definibile.

III

Mi chiedo se avete esitato prima di accettare la mia


asserzione che la quadruplicazione è un raddoppiamento
dell'operazione di raddoppiamento. Se avessi detto che
« quattro volte è due volte due volte » lo avreste am­

messo senza esitare ; ma ciò di per sé suggerisce che il


raddoppiamento, o il moltiplicare per due, applicato ad
un'operazione, potrebbe giustamente significare ripeterla
per un controllo, ed è piuttosto gratuito presumere che la
seconda operazione debba essere fatta necessariamente sul
prodotto finale della prima .
All'infuori della matematica, l'affermazione che « due
più due fa quattro » è un po' troppo generica; ma pos­
siamo giungere fino ad asserire che, se « due più due »

1 64
è davvero un numero, questo è quattro. In altre parole,
se il raddoppiamento, la triplicazione, ecc. formano un
gruppo, cioè una serie finita di operazioni, in modo che,
quando siano applicate l'una all'altra, generino altre ope­
razioni della serie, allora il membro della serie ottenuto
raddoppiando il raddoppiamento è la quadruplicazione.
Supponiamo però di accettare l'altro significato, in
modo che, quando l'operazione di raddoppiamento è appli­
cata al raddoppiamento, generi una nuova specie di ope­
razione, differente da ognuna della serie originale, che
possiamo descrivere come un « raddoppiamento di con­
trollo » . Tentiamo un altro raddoppiamento. La moltipli­
cazione per due, eseguita due volte, deve essere moltipli­
cata per se stessa e questo non può avere altro significato
se non che la moltiplicazione per due è eseguita quattro
volte. Cosi, se non al primo passo almeno al secondo
raggiungiamo il concetto di gruppo di raddoppiamento,
che si conforma alla regola che quattro volte è due volte
due volte. Questo è in accordo con quanto abbiamo già
notato, che cioè il pensiero matematico non comincia a
liberarsi fino al secondo passo, quando giungiamo a rela­
zioni tra relazioni o a operazioni su operazioni.
Per formulare questo punto esplicitamente, faremo di­
stinzione fra un concetto strutturale e specie più generali
di concetto. Un concetto strutturale è ottenuto da un
concetto generale corrispondente, eliminando dalla nostra
concezione ogni cosa che non sia essenziale alla parte che
essa sostiene in una struttura di gruppo. È un elemento
in un modello specificato, senza nessuna proprietà, ec­
cetto la sua connessione col modello. Le sue proprietà
sono quelle di un simbolo matematico, che consista sola­
mente delle sue associazioni (o, più esattamente, delle
associazioni delle sue associazioni) con altri simboli. Il
concetto generale corrispondente, se c'è, è la nostra con­
cezione di quello che il simbolo rappresenta nella nostra

1 65
forma di pensiero ordinaria, non matematica. Un concetto
generale manca della precisione di un concetto matema­
tico, ed è spesso difficile concludere qualche cosa di defi­
nito . Tranne quando venga applicato alle sensazioni, emo­
zioni, ecc. di cui possiamo essere direttamente informati,
è dubbio se il concetto generale sia più di un autoinganno
che ci persuada che abbiamo un apprendimento di qualche
cosa che non possiamo apprendere . Tuttavia, tali concetti
devono essere annoverati come parte della nostra forma
radicata di pensiero .
I concetti a cui ci riferivamo nel capitolo VIII , era­
no concetti generali, che si trovano nella nostra forma
di pensiero ordinaria. È ora possibile aggiungere che, im­
piegandoli per fornire la struttura concettuale in cui è
contenuta la nostra conoscenza scientifica, abbiamo gra­
dualmente eliminato i loro aspetti generali, fino a rico­
noscere, adesso, soltanto i concetti strutturali corrispon­
denti.
Parallelamente, la struttura concettuale risultante è di­
ventata una struttura matematica, e la conoscenza conte­
nuta in essa è una conoscenza matematica, una conoscenza
della struttura di gruppo . Introducendo la teoria matema­
tica della struttura, la fisica moderna è capace di svilup­
pare in modo preciso i principi generali descritti nel pre­
cedente capitolo. Per esempio, lì insistemmo sul fatto che
il significato di una parte non può esser disgiunto dal si­
stema di analisi a cui essa appartiene . Come concetto strut­
turale la parte è un simbolo, che non ha proprietà eccet­
tuata quella di essere un costituente della struttura di
gruppo di una serie di parti .
Per mostrare come si applicano queste idee, conside­
riamo il concetto di spazio. Assumendo per primo il con­
cetto generale, di solito consideriamo lo spazio euclideo in­
finito come la specie di spazio più semplice da concepire. Si
potrebbe pensare che l'infinità fosse un ostacolo piuttosto

166
serio alla concezione; ma la maggior parte della gente fa
in modo di persuadere se stessa di aver superato la diffi­
coltà, anzi si professa interamente incapace di concepire
uno spazio che non sia infinito. Ma, qualunque sia la ve­
rità sul concetto generale, il concetto strutturale dello spa­
zio di Euclide è eccezionalmente difficile. Poiché voglio
darne qui una illustrazione relativamente facile, conside­
rerò lo spazio sferico uniforme, che ha un concetto strut­
turale molto più semplice.
Ogni punto nello spazio sferico può essere trasformato
in qualsiasi altro, per mezzo di una rotazione della sfera.
Così, ai punti o elementi dello spazio sferico A, B, C, . . .
corrispondono gli operatori P , Q, R , . . che sono rotazioni
.

della sfera; e il gruppo degli operatori è semplicemente


il gruppo delle rotazioni, nel numero conveniente di di­
mensioni (in questo caso, quattro dimensioni) . Conside­
rando lo « spazio » come un concetto strutturale, tutto
ciò che conosciamo sullo spazio sferico è che esso ha la
struttura di questo gruppo di rotazioni. Quando introdu­
ciamo lo spazio sferico in fisica, ci riferiamo a qualche
cosa - non sappiamo che cosa - che ha questa strut­
tura. Ugualmente, se ci riferiamo allo spazio euclideo, ci
riferiamo a qualche cosa - non sappiamo che cosa - che
ha una struttura di gruppo specificabile, sebbene essa ri­
chieda delle concezioni matematiche piuttosto avanzate per
formularne la specificazione. Similmente, lo spazio di cur­
vatura irregolare, che appare nella teoria di Einstein, è
qualche cosa che ha una struttura di gruppo che richiede
una specificazione alquanto più elaborata .
Il concetto generale che tenta di descrivere lo spazio
come appare nell'apprendimento familiare - che cosa
sembra, come viene concepito, il suo carattere negativo
in confronto alla materia, il suo essere in un dato luogo -

è un ornamento della nuda descrizione strutturale. Finché


si tratta della conoscenza fisica, questo ornamento è un'ag-

167
giunta autorizzata. Filosoficamente è molto meglio se tro­
viamo difficoltà nd concepire in forme di pensiero non
matematico le specie di spazio che la fisica moderna ha
introdotto ; perché in tal modo ci sentiamo dissuasi dal
fare tali ornamenti.

IV

La teoria matematica della struttura è la risposta della


fisica moderna a una questione che ha profondamente tra­
vagliato i filosofi.
Ma, se non conosco mai direttamente gli eventi che
succedono nel mondo esterno, tranne soltanto i loro ef­
fetti prodotti sul mio cervello, e se non conosco mai il
mio cervello tranne nei limiti degli effetti prodotti sul
mio cervello stesso, non posso che ripetere, nella confu­
sione, le mie domande originali : « Che cos'è quello che
conosco ? » e : « Dove è? » 4 •
Che cos'è quello che conosciamo? La risposta è strut­
tura. Per essere del tutto precisi, è la struttura della spe­
cie definita e ricercata nella teoria matematica dei gruppi.
È giusto che siano sottolineate l'importanza e la diffi­
coltà della domanda. Ma credo che molti filosofi eminenti,
sotto l'impressione di aver posto ai fisici un enigma inso­
lubile, prendano questo come scusa per voltare la schiena
al mondo esterno della fisica e si ostinino in un realismo
sterile, che è una negazione di tutto ciò che la scienza
fisica ha compiuto, districando la complessità dell'espe­
rienza sensoria. Il fisico matematico, però, fa buona acco­
glienza alla questione che rientra particolarmente nel suo
dominio, in cui la sua conoscenza specializzata può servire
al progresso generale della filosofia.

4 C. E. M. Joad, Aristotelian Society, Supp. vol. IX, p. 1 37 ;


citato da L . S . Stebbing, Pbilosophy and tbe Physicists, p . 64 .

168
La frase: « Se non conosco mai il mio cervello, ec­
cetto che nei limiti degli effetti prodotti sul mio stesso
cervello » , descrive vivamente, anche se non proprio esat­
tamente 5 , le condizioni in cui lavoriamo. Ma non è molto
allarmante per il fisico, il cui campo abbonda di questa
specie di dipendenza circolare. Conosciamo una forza elet­
trica soltanto per i suoi effetti su di una carica elettrica ;
e conosciamo le cariche elettriche soltanto nei termini delle
forze elettriche che esse producono. È stato per molto
tempo evidente che questo non è un ostacolo alla cono­
scenza, ma è solo di recente che il metodo sistematico di
formulare tale conoscenza nei termini delle strutture di
gruppo è diventato un procedimento riconosciuto nella
teoria fisica.
La perplessità dei filosofi evidentemente sorge dalla
convinzione che, se partiamo da zero, ogni conoscenza del
mondo esterno deve cominciare dall'assunto che una sensa­
zione ci renda consapevoli di qualche cosa del mondo
esterno; qualche cosa che, essendo non mentale, differisce
dalla sensazione stessa. Ma la conoscenza dell'universo fi­
sico non comincia in questo modo. Una sensazione (sepa­
rata dalla conoscenza già ottenuta per mezzo di un'altra
sensazione ) non ci dice nulla; non dà nemmeno un indi­
zio di qualche cosa oltre la coscienza che la recepisce.
Il punto di partenza 6 della fisica è la conoscenza del­
la struttura di gruppo di una serie di sensazioni date
in una coscienza. Quando questi frammenti di struttura,
apportati in tempi diversi e da vari individui, sono stati
confrontati e rappresentati secondo le forme di pensiero
che abbiamo discusso, e quando le lacune sono state riem-

s Una forma più esatta sarebbe: « Se non conosco mai nessun


cervello eccetto che nei termini dei suoi effetti prodotti su un
cervello ».
6 Intendo il punto di partenza logico, non il punto di par­
tenza storico, di un argomento che si è sviluppato dai nudi prin­
cipi .

1 69
pite da una struttura dedotta, dipendente dalle regolarità
scoperte nelle parti direttamente conosciute, otteniamo la
struttura nota come universo fisico.
Dopo questa sintesi generale della struttura, siamo in
condizione di descrivere qualsiasi aspetto particolare della
struttura, nei termini in cui viene di solito espressa la
conoscenza fisica. Ciò procurerà una descrizione alterna­
tiva (fisica) delle sensazioni originali. Poiché esse sono
elementi di una struttura di sensazioni, e questa struttura
è stata incorporata nella struttura che costituisce l'uni­
verso fisico, le possiamo descrivere in termini fisici. La
nostra conoscenza fisiologica è probabilmente insufficiente
a specificare l'evento fisico esatto che è anche una sensa­
zione nella mente di qualcuno ; in modo approssimativo
ma sufficiente per la maggior parte degli scopi, possiamo
considerarlo una serie di impulsi elettrici che avvengono
nella terminazione cerebrale di un fascio di nervi.
È importante notare che l'interpretazione dell'esperien­
za sensoria, come l'interpretazione di un cifrario, com­
prende due problemi distinti. « Interpretare un cifrario »
può significare il procedimento per scoprire il codice, op­
pure decifrare un messaggio particolare, sapendo già il co­
dice. Nello stesso modo, il procedimento per interpretare
le nostre sensazioni come informazioni di un mondo ester­
no, può riferirsi al problema, che sta al principio della
fisica, di associare i frammenti della struttura che sono
nella coscienza, con la struttura di un universo esterno,
o può riferirsi all'informazione particolare che si può otte­

nere da ogni nuova sensazione, quando applichiamo la no­


stra conoscenza fisica e fisiologica accumulata. Riguardo
al problema iniziale, una sensazione singola non è più
informativa di quanto lo sia una singola lettera di un
cifrario di cui non abbiamo la chiave. Ma, quando sia
stato risolto il problema iniziale, siamo capaci di inter­
pretare individualmente le sensazioni, nello stesso modo

170
in cui un cifrario è interpretato lettera per lettera. Una
sensazione di rumore mi informa di una perturbazione
elettrica di una particolare terminazione nervosa - il che,
naturalmente, non vuol dire che mi informi che questa
sia la descrizione fisica corretta di ciò che è accaduto. La
descrizione è fornita anticipatamente dalla soluzione del
problema iniziale, in modo da esser pronta per l'uso,
quando la sensazione mi informa che è accaduto un evento
a cui essa è applicabile.
La perturbazione della terminazione di un nervo è,
generalmente, il risultato di una lunga catena di cause
nel mondo fisico . Nel pensiero comune, di solito, saltiamo
all'estremità della catena di cause e diciamo che la sensa­
zione è causata da un oggetto, che è a qualche distanza
dalla sede della sensazione . Nel caso della sensazione vi­
siva causata da una nebulosa a spirale, l'oggetto è remoto
non solo nello spazio, ma può esser distante nel tempo
milioni di anni. La causa serve da ponte alla lacuna tra
spazio e tempo, ma l'evento fisico alla sede della sensa­
zione (provvisoriamente identificata con una perturbazione
elettrica di una terminazione nervosa) non è la causa della
sensazione ; esso è la sensazione. Più precisamente, l'even­
to fisico è il concetto strutturale di ciò di cui la sensa­
zione è il concetto generale.
Perciò, quando mi dite di udire un rumore, l'informa­
zione datami è rappresentata, nella mia conoscenza, da
a) un concetto generale di un rumore udito, cioè, un con­
cetto di qualche cosa simile, per natura, al mio modo di
accorgermi dei rumori ; e b) un concetto strutturale di un
rumore udito, cioè, una parte della struttura dell'universo
fisico, che descriviamo come una terminazione di un nervo
uditivo perturbata elettricamente . Di questi due concetti
di un rumore udito , l'uno si riferisce a quello che esso è
di per sé; l'altro si riferisce a ciò che esso è come costi­
tuente della struttura conosciuta come universo fisico .

171
v

Il riconoscimento che la conoscenza fisica sia una co­


noscenza strutturale abolisce ogni dualismo tra coscienza e
materia. Il dualismo dipende dalla credenza che nel mon­
do esterno troviamo qualche cosa di natura incommensu­
rabile rispetto a ciò che troviamo nella coscienza; ma tutto
ciò che la fisica ci rivela del mondo esterno è una struttura
di gruppo, e la struttura di gruppo si deve trovare anche
nella coscienza. Quando prendiamo una struttura di sensa­
zioni in una coscienza particolare e la descriviamo in ter­
mini fisici come parte della struttura di un mondo ester­
no, essa è ancora una struttura di sensazioni. Non sarebbe
affatto conveniente inventare qualche cosa d'altro, di cui
essa fosse la struttura. O, per dirla in altro modo, non
c'è nessuna convenienza nell'inventare delle ripetizioni
non fisiche di certe parti della struttura del mondo esterno
e di trasmettere a queste ripetizioni le qualità non strut­
turali di cui siamo coscienti nella sensazione. Le parti del­
l'universo esterno, di cui abbiamo una conoscenza addi­
zionale per consapevolezza diretta, ammontano ad una fra­
zione piccolissima dell'intero ; quanto al resto, conosciamo
solo la struttura, e non di che cosa sia struttura.
Designiamo con X l'entità di cui il mondo fisico è
la struttura 7, e distinguiamo la piccola parte X., che sap­
piamo essere di natura sensoria, dal rimanente Xu, di cui
non abbiamo consapevolezza diretta. Si può insinuare che
rimanga un dualismo tra X. e Xu, equivalente all'antico
dualismo tra coscienza e materia; ma questa è, credo, una
confusione logica, che implica una deviazione da una ve­
duta epistemologica dell'universo come oggetto di cono­
scenza, a una veduta basata sull'esistenza dell'universo

7 Di solito chiamo X il « mondo esterno », essendo il « mondo


fisico » limitato alla struttura dd mondo esterno .

172
come qualche cosa di cui dobbiamo ottenere la conoscenza.
Strutturalmente, Xu non è differente da X., e, per dare
un significato al dualismo supposto, dobbiamo immaginare
una conoscenza supplementare non strutturale di Xu, che
riveli la sua disuguaglianza da X. . Dobbiamo supporre
che una conoscenza diretta di Xu, se la potessimo posse­
dere, mostrerebbe che esso non era di natura sensoria. Ma
la supposizione è priva di senso ; poiché, se avessimo la
supposta conoscenza diretta di Xu, esso sarebbe ipso facto
una sensazione nella nostra coscienza. Perciò non possiamo
dare un significato al dualismo, senza fare una supposi­
zione che elimini il dualismo.
Sebbene l 'asserzione che l'universo sia della natura di
« un pensiero o sensazione di una Mente universale » sia

aperta alla critica, essa almeno evita questa confusione lo­


gica. È vera, credo, nel senso che è una conseguenza lo­
gica della forma di pensiero che formula la nostra cono­
scenza come descrizione di un universo . Ma richiede un
modo di esprimersi più cauto, se viene intesa come una
verità trascendente le forme del pensiero .
Riassumendo . L'universo fisico è una struttura. Del­
l'X di cui esso è la struttura, sappiamo soltanto che X
comprende delle sensazioni coscienti. Alla domanda : « che
cos'è X, quando non è una sensazione in una coscienza
a noi nota ? », la risposta giusta è, probabilmente, che la
domanda è senza senso, perché una struttura non im­
plica necessariamente un X di cui essa sia la struttura.
In altre parole, la domanda ci conduce ad un punto, in
cui la forma di pensiero, da cui essa si origina, cessa di
essere utile . La forma di pensiero può essere conservata
solo attribuendo ancora a X una natura sensoria, una sen­
sazione in una coscienza a noi sconosciuta . Ciò che a noi
interessa non è la conclusione positiva, ma il fatto che
nessuna circostanza ci richiede di considerare un X di
natura non sensoria.

173
Il fatto che il concetto di struttura fornisca una scap­
patoia al dualismo, è stato riconosciuto specialmente nella
:filosofia di Bertrand Russell. Sebbene l'abbia citata in tre
miei libri precedenti, mi sento obbligato a citare nuova­
mente un passaggio dalla Introduction to Mathematical
Philosophy ( 1 9 19) di Russell, che ha grandemente influen­
zato il mio pensiero :
C'è stata una gran quantità di speculazioni nella filosofia
tradizionale che avrebbe potuto essere evitata se si fosse com­
presa l'importanza della struttura e la difficoltà di superarla.
Per esempio, si dice spesso che tempo e spazio sono sog­
gettivi, ma che hanno dei riscontri oggettivi ; o che i feno­
meni sono soggettivi, ma che sono causati dalle cose in sé,
che devono avere delle differenze inter se, corrispondenti alle
differenze dei fenomeni a cui danno origine. Quando si fanno
tali ipotesi, si suppone, generalmente, che possiamo sapere
molto poco sui riscontri oggettivi. Effettivamente, però, se le
ipotesi fatte fossero giuste, i riscontri oggettivi formerebbero
un mondo che avrebbe la stessa struttura del mondo dei
fenomeni . . . In breve, ogni proposizione avente un significato
comunicabile dev'essere vera per ambedue i mondi o per
nessuno; la sola differenza deve stare proprio in quell'es­
senza dell'individualità, che elude sempre le parole e inganna
la descrizione, ma che, proprio per questa ragione, è irrile­
vante per la scienza.

Questo fu scritto indipendentemente dalle nuove teorie


scientifiche, che allora erano in uno stadio primitivo; ma
illuminò la tendenza :filosofica che incominciava ad apparire
in esse . È interessante confrontare la posizione scientifica
del 1 9 1 9 con la posizione del 1939. Nel 1 9 1 9 , era una
conclusione chiara che la conoscenza fisica dovesse essere
conoscenza di struttura, sebbene nella forma in cui questa
veniva allora presentata non sembrasse molto simile a
quella. In generale, la conoscenza strutturale non appariva
esplicitamente nella fisica; si pensava ad essa come al

174
nocciolo della verità, che sarebbe sopravvissuto alle mu­
tevoli teorie che l'annullavano. Negli anni seguenti venne
riconosciuta l'importanza di liberare la struttura dai suoi
ornamenti non essenziali, e fu notato che nella Teoria dei
gruppi, in matematica pura, era stata sviluppata la tecnica
necessaria. Inoltre, si trovò che l'idea di struttura, che
prima era stata piuttosto vaga, era passibile di esatta
definizione matematica. In conseguenza, oggi, quello che
noi conosciamo come strutturale, non è soltanto una ve­
rità nascosta nella nostra conoscenza fisica, ma la cono­
scenza fisica nella sua forma corrente.
Capitolo decimo

IL CONCETTO DI ESISTENZA

Provo della difficoltà a capire i libri filosofici, perché


essi parlano moltissimo dell'« esistenza », e io non so che
cosa intendano. Sembra che l'esistenza sia una proprietà
piuttosto importante, perché presumo che una delle fonti
principali di divergenza tra scuole :filosofiche differenti,
sia la questione se certe cose esistano o no . Ma non
posso nemmeno cominciare a capire queste conclusioni,
perché non riesco a trovare nessuna spiegazione del ter­
mine « esistono » .
L a parola « esistenza » è naturalmente familiare, nel
linguaggio di ogni giorno, ma essa non esprime un'idea
uniforme, un principio universalmente accettato, secondo
cui le cose possano esser divise in esistenti e non esistenti .
Talvolta sorge divergenza di opinioni se una cosa esista
o no, perché la cosa stessa è definita in modo imperfetto,

o perché non sono state bene afferrate le implicazioni


esatte della definizione; perciò l'« esistenza reale » di elet­
troni, etere, spazio, colore, può essere affermata o negata,
perché persone differenti usano questi termini con impli­
cazioni alquanto diverse. Ma non sempre l'ambiguità della
definizione è responsabile della differenza di punto di vi­
sta. Prendiamo qualche cosa di familiare, cioè un conto
scoperto in una banca. Nessuno può non capire, in modo

176
preciso, ciò che esso significhi. È un conto scoperto qual­
che cosa che esiste? Se la domanda fosse messa ai voti,
penso che alcuni direbbero che la sua esistenza debba
essere accettata come una triste realtà, e altri considere­
rebbero illogico concedere l'esistenza a ciò che è intrinse­
camente negativo. Ma ciò che divide le due parti non è
altro che una questione di parole. Sarebbe assurdo divi­
dere il genere umano in due sette, una che crede all'esi­
stenza dei conti scoperti, e l'altra che la nega. La divisione
è una questione di classificazione, non di credenza. Se mi
dite la vostra risposta, non imparerò niente di nuovo sulla
natura o sulle proprietà di un conto scoperto; ma impa­
rerò qualche cosa circa il vostro uso del termine « esi­
ste », e quale categoria di cose intendete che esso com­
prenda.
È una forma primitiva di pensiero quella per cui le
cose esistono e non esistono ; e il concetto di una cate­
goria di cose che possiedono l'esistenza, risulta dal fare
entrare la nostra conoscenza in una struttura concettuale
corrispondente. Ognuno fa questo istintivamente; ma ci
sono casi limite in cui non tutti usano gli stessi criteri,
come mostra l'esempio del conto scoperto. Un filosofo non
è legato da convenzioni tradizionali o istintive alla ma­
niera di un profano ; e quando egli esprime similmente
la sua conoscenza in questa struttura concettuale primi­
tiva, è impossibile indovinare quale sistema di classifica­
zione egli adotterà. Sarebbe alquanto sorprendente se tutti
i filosofi adottassero lo stesso sistema. In ogni caso, non
vedo perché se ne dovrebbe fare tanto mistero, né vedo
come una decisione arbitraria sulla classificazione da adot­
tarsi sia giunta a essere trasformata in una fervida credenza
filosofica.
Non voglio fare generiche accuse in base a una cono­
scenza molto limitata di filosofia. So che nelle opere più
profonde è discusso talvolta il significato del termine.

177
Ma, dopo tutto, i filosofi occasionalmente scrivono per i
profani ; e alcuni di essi cercano di respingere l'invasore
scientifico con un linguaggio che si suppone che egli ca­
pisca . Ciò che biasimo è che questi scrittori non sembrano
capire che il termine « esistere », se essi non spiegano il
significato che loro gli attribuiscono, imbroglia necessaria­
mente lo scienziato come, per esempio, il termine « cur­
vatura dello spazio », se non spiegato, imbroglierebbe il
filosofo . E credo che non sia illecito concludere, da questa
omissione, che essi stessi attribuiscono più importanza
alla parola che al suo significato.
Non tutte le proposizioni contenenti il verbo « esi­
stere » mi mettono in imbarazzo. Il termine è spesso
usato in modo intelligibile. Per me (e, come sembra,
anche per il mio dizionario ) « esiste » è una forma piut­
tosto enfatica di « è » . « Un pensiero esiste nella mente
di qualcuno », cioè, un pensiero è nella mente di qual­
cuno : questo lo posso capire. « Uno stato di guerra esiste
in Ruritania », cioè, uno stato di guerra è in Ruritania :
non è un italiano molto buono, ma è intelligibile. Ma
quando un filosofo dice : « le sedie e le tavole familiari
esistono », cioè, le sedie e le tavole familiari sono . . . ,
aspetto che egli concluda. Sì? Che cosa stavate per dire
che sono? Ma egli non finisce la proposizione. La filosofia
mi sembra piena di proposizioni incomplete, e non so che
farmene.
Il linguaggio è spesso ellittico ; e non considero in­
complete le proposizioni, se so come si intende comple­
tarle. « Esiste un orribile rumore » ; presumibilmente, s'in­
tende che questa frase venga completata in una forma
come questa : « È un orribile rumore - che mi distur­
ba » . Ma questo non vuoi dire, come il filosofo intende
dirmi per completare la sua proposizione incompleta, « i
rumori esistono effettivamente » ; e realmente non ho idea
di quale completamento intenda . Io stesso, quando non

178
sono intimorito per l'esistenza 1 di critici decisi a consi­
derare un non senso le mie parole se è appena possibile,
dico spesso che gli atomi e gli elettroni esistono. Intendo
dire, naturalmente, che essi esistono - o sono - nel
mondo fisico, poiché questo è l'argomento della discussio­
ne nel contesto. Non abbiamo bisogno di esaminare l'el­
lissi esatta, con cui un matematico dice che esiste la ra­
dice di una equazione, quando egli intende che l'equazione
ha una radice; è sufficiente dire che egli non ha nessuna
idea di includere la radice di una equazione matematica
nella categoria di cose di cui i filosofi parlano come di
cose « realmente esistenti » .
Nei capitoli precedenti, ho discusso molte cose che
esistono nell'universo fisico ; vale a dire, esse sono nel­
l'universo fisico o sono parte di esso. Abbiamo visto che
« esistere nel » , anche nell'espressione equivalente « es­

sere parte di », non è esente da ambiguità, e che ciò viene


reso definito soltanto dalle convenzioni discusse in rela­
zione al concetto di analisi. Non è sorta la questione se
l'universo fisico stesso esista. Ho, infatti, evitato di dire
che esso esiste - il che sarebbe stata una proposizione
incompleta. Di solito, non sarebbe necessario essere cosl
precisi. L'esistenza o la non esistenza delle cose è una
forma di pensiero primitiva; e se avessi usato il termine,
esso avrebbe significato soltanto che cercavo di fare en­
trare per forza la nostra conoscenza osservativa dentro
quella struttura 2 , nello stesso modo che essa viene fatta
entrare per forza in parecchie altre strutture che abbiamo
discusso . Sapendo, però, che, come filosofi, dobbiamo cer­
care di superare queste forme di pensiero, ho pensato

1 No, non mi avete preso in fallo questa volta. I critici mi


impauriscono, tanto se la filosofia concede a essi un'« esistenza
reale », quanto se non la concede.
2 Se vogliamo che l'affermazione significhi più dell'espressione
di una forma primitiva di pensiero, diciamo « esiste realmente ».

1 79
meglio di evitare d'introdurre il termine anche tempora­
neamente in questo libro.

II

È un vantaggio dell'approccio epistemologico, che non


sorga mai la questione di attribuire una proprietà miste­
riosa, chiamata « esistenza », all'universo fisico. Permette­
temi di rammentarvi nuovamente la situazione. Il nostro
punto di partenza è un particolare corpo di conoscenza.
Non abbiamo bisogno di definire la conoscenza, di discu­
tere l'ambito esatto del termine. Ciò che si richiede è
una specificazione della particolare raccolta di conoscenze o
di pretese conoscenze, che deve essere argomento di di­
scussione. In senso ampio, si assume che questa cono­
scenza sia qualunque cosa venga ricevuta come tale entro
il dominio della fisica, secondo le conclusioni più mo­
derne. In accordo con una supposta necessità di pensiero,
questa conoscenza è stata formulata come una descrizione
di un universo fisico. Ecco come l'universo fisico entra
nella discussione. Questo è, credo, tutto ciò che è neces­
sario per dirvi che cosa propriamente sia l'universo fisico,
e non sapreste niente di più su di esso, se aggiungessi
la proposizione incompleta : « l'universo fisico è un'en­
tità che è . . . », od anche se fossi tanto eterodosso da dirvi
« l'universo fisico è un'entità che non è . . . ».
Ho fatto anche riferimento a un universo oggettivo
che non può essere identificato con l'universo, di cui il
corpo di conoscenze suddetto forma una descrizione. Que­
st'ultimo universo è, come abbiamo visto, in parte sog­
gettivo e in parte oggettivo. Alcuni diranno forse che fino
a poco tempo fa s'intendeva sempre che « universo fi­
sico » significasse l'universo oggettivo, e che il termine
dovrebbe essere ancora usato in questo senso . Sarebbe

1 80
allora necessario tracciare una distinzione tra l'universo
fisico e l'universo della fisica, cioè l'universo descritto in
fisica. Quando un termine è stato associato a parecchie
concezioni che si trovano essere in contrasto tra loro,
c'è sempre questo punto controverso, cioè quale di esse
debba avere il potere di definizione. Senza dubbio, in
passato si intendeva che il termine « universo fisico » si
riferisse a qualche cosa che possedesse, insieme ad altre
caratteristiche, l'oggettività pura; ma per provare se l'og­
gettività faccia parte della sua definizione, devo chiedere :
« Vi fermerete a questa definizione, qualunque cosa ac­
cada? » . Supponete, per esempio, che debba risultare che
non c'è nulla di puramente oggettivo nell'esperienza, ec­
cettuato Dio ; converreste voi, che quando dicevate « uni­
verso fisico » vi riferivate veramente tutte le volte a
« Dio » ? Non credo che ne converreste. Ma ciò significa
che la definizione ultima, a cui siete preparato ad ade­
rire in tutte le circostanze, è determinata da altre consi­
derazioni . L'oggettività non è una proprietà che definisce,
ma una proprietà che ci eravamo aspettati (a torto, come
avviene) che una cosa definita da altre proprietà posse­
desse. Stando cosi le cose, dobbiamo esaminare con mente
aperta se l'universo fisico possegga l'oggettività, e non
tentare di introdurre clandestinamente l'oggettività, come
parte della sua definizione.
Avendo ripudiato una definizione che ammetteva come
postulato l'oggettività, torniamo alla definizione episte­
mologica che ho seguito finora. L'universo fisico è il
mondo che la conoscenza fisica professa di descrivere, e
non c'è nessuna differenza tra l'universo fisico e l'universo
della fisica.
Sarebbe un'obiezione seria a questa definizione, se si
potesse dire che essa implica l'uso del termine in un senso
diverso da quello con cui è usato nel linguaggio ordina­
rio. Il linguaggio ordinario non si interessa molto del-

181
l'universo ; ma la stessa considerazione si applica alle parti
dell'universo, cioè agli oggetti fisici. Intende lo scienziato
per « oggetto fisico » quello che intenderebbe l'uomo co­
mune? Per esempio, quando diamo una descrizione scien­
tifica di una sedia secondo le teorie fisiche più moderne,
descriviamo forse l'oggetto che è chiamato sedia nella vita
di ogni giorno ?
Alcuni filosofi puri negano che la descrizione scienti­
fica si applichi agli oggetti che nel linguaggio ordinario
sono chiamati oggetti fisici. La loro opinione è espressa
dal prof. Stebbing : « Egli [ il fisico ] non si è mai inte­
ressato delle sedie, ed è al di fuori della sua competenza
informarci che le sedie su cui sediamo sono astratte » 3 •
I fisici non s'interessano delle sedie ! Ci si aspetta real­
mente che noi soprassediamo ?
Notiamo, per prima cosa, che la frase « sedie su cui
sediamo », non aggiunge nulla al termine « sedie » . Poi­
ché ciò che siede sulla sedia è un corpo; e se dobbiamo
distinguere la sedia scientifica, cioè l'oggetto che non è
realmente la sedia, che il fisico descrive, dalla sedia co­
mune, dobbiamo anche distinguere il corpo scientifico,
cioè l'oggetto che non è realmente il corpo, che il fisico
descrive, dal corpo comune. Perciò, quando sediamo su
di una sedia, un corpo comune siede su di una sedia
comune, e un corpo scientifico siede su di una sedia
scientifica. E se c'è un corpo astratto, esso, senza dubbio,
effettua l'astrazione di sedere su di una sedia astratta.
Non rimprovero al filosofo di contemplare un co­
strutto di qualità sensorie che non deve essere identifi­
cato con l'oggetto descritto nella fisica. Ma quando egli
asserisce che è a questa sedia filosofica e non alla sedia
scientifica che si riferisce l'uomo ordinario, egli si è in-

3 L. S. Stebbing, Philosophy and the Physicists, p. 278 .

182
gannato da sé. Poiché, se avesse ragione, perché mai una
compagnia di trasporti, che voglia perfezionare i suoi di­
spositivi per sedere, consulta un fisico che non si interessa
delle sedie su cui sediamo, invece di un filosofo che se
ne interessa?
Se il fisico non s'interessa delle sedie, l'astrofisico non
s 'interessa delle stelle. C'è un professore d'astrofisica, il
prof. Dingle, che non ha avuto timore di riconoscere
questa conclusione logica : « Egli [ Bertrand Russell ] ha
trascurato il punto essenziale, che la fisica non s 'interessa
affatto dei pianeti » 4 • Il prof. Dingle, come il prof. Steb­
bing, ha rinunciato al punto di vista che determina l'uso
comune delle parole, e si è smarrito in un mondo dove
gli uomini guardano le cose nel modo in cui vorrebbero
i filosofi, e il linguaggio viene sviato per descrivere quelle
cose che i filosofi considerano più degne di attenzione.

Twinkle, twinkle, little star


How I wonder what you are ! s

Ma il bambino non vuoi sapere se la stella è « una


funzione dei dati del senso » (Russell) o « un raggruppa­
mento di esperienze fatto dal senso comune » (Dingle).
Egli vuoi sapere quanto sia grande e quanto lontana, che
cosa la trattenga dal cadere, se sia d'oro, se sia illuminata
dall'elettricità. Quando egli vuoi sapere che cosa sia una
stella, è Dingle l'astrofisico, non Dingle il filosofo, che può
dargli l'informazione che egli brama . Una domanda con­
duce a un'altra ; e nei profondi trattati di fisica ci stiamo
ancora facendo quell'incessante fluire di domande e dia­
mo loro sempre nuove risposte. Quando un fisico, con la

4 H. Dingle, Through Science to Philosophy, p. 93.


. s « Brilla , brilla, piccola stella, come vorrei sapere che cosa
se1 ., ».

183
sua descrizione scientifica, ci dice che cosa sia una stella,
egli sta ancora rispondendo alla domanda del bambino,
ma il bambino è un po' più vecchio.
È vero che il bambino - o l'uomo comune - non
sa che ciò che vuole realmente sapere è la struttura della
stella. Ma quando gli scomponiamo, pezzo per pezzo, in
un linguaggio adatto allo stadio che egli ha raggiunto, i
particolari della struttura di gruppo, egli riconosce che
l'informazione è una risposta alle sue domande formula­
te a metà. E la sua curiosità non è soddisfatta finché non
abbia ricavato in questo modo tutto quello che possiamo
dirgli sulla struttura di gruppo, o finché non trovi che
siamo diventati così inintelligibili che sia inutile interro­
garci ancora.
Il fisico stesso può essere, in parte, da biasimare, per
il sospetto che parli di qualche cosa differente da ciò che
l'uomo comune intenderebbe per universo fisico e oggetti
fisici; perché egli non è stato sempre scrupoloso nella sua
appropriazione delle parole comuni. Ma in questo caso,
non c'è stata alcuna appropriazione indebita .
L'universo fisico, com'è descritto in questo libro, può
sembrare lontano dall'universo contemplato comunemen­
te, a causa del risalto che è stato dato alla sua soggetti­
vità ; ma il sospetto che il termine sia male usato, sorge
da un fraintendimento . È stato mio particolare compito,
in queste lezioni, studiare l'elemento soggettivo dell'uni­
verso fisico, di modo che l'elemento oggettivo è stato te­
nuto al di fuori della zona investigata ; ma, come ho
mostrato, l'elemento oggettivo grava molto sulla parte
non sistematizzata della nostra conoscenza, che forma
anch'essa parte della descrizione dell'universo fisico. Se ci
togliamo le bende degli specialisti e guardiamo i due ele­
menti insieme, nella giusta prospettiva, troviamo che essi
formano un universo non inaccettabile, come risposta
tanto alle questioni elementari che sorgono al di fuori

1 84
dell'esperienza comune, quanto alle questioni scientifiche
più profonde.

III

Spero che adesso sia abbastanza chiaro il fatto che ri­


pudio ogni concetto metafisica di « esistenza reale », e
spero di poter introdurre senza pericolo un concetto strut­
turale di esistenza, che ha un senso matematicamente de­
finito. È una forma primitiva di pensiero ritenere che le
cose esistano o non esistano. Suppongo che ognuno si accor­
ga di pensare in questo modo, benché possa trovare impos­
sibile cristallizzare la concezione di esistenza cui si riferi­
sce. Mettiamo da parte l'oscuro concetto generale e con­
sideriamo solo la struttura del concetto. La sua struttura
molto semplice è rappresentata da un simbolo, che con­
tiene in se stesso due possibilità, esistenza e non esistenza.
Nel linguaggio matematico esso è un simbolo J, con due
valori, che sono convenientemente indicati con l , che sta
per l'esistenza, e O, che sta per la non esistenza. Il sim­
bolo J deve soddisfare l'equazione P - J = O, poiché è
un'equazione di secondo grado, che possiede appunto le
due soluzioni J = l e J = O. Un altro modo di scrivere
la stessa equazione è P = J. Un simbolo che è uguale al
suo quadrato lo chiamiamo simbolo idempotente.
Il concetto strutturale dell'esistenza è rappresentato da
un simbolo idempotente.
In generale si richiede più di un elemento per formare
una struttura ; e l'esistenza è l'unico esempio di una strut­
tura costituita da un elemento solo. Si ricorderà che la
struttura appare per la prima volta quando l'operazione X,
che trasforma l'operazione P nell'operazione Q, non è un
nuovo genere d'operazione, ma una della serie di opera­
zioni già definite. Quando c'è soltanto un'operazione J

1 85
da considerare, questa condizione per la struttura dege­
nera così : « L'operazione che trasforma l'operazione J
nell'operazione J è l'operazione J » . Questo è ciò che as­
serisce la condizione idempotente J J = J. Così, se
·

rappresentiamo gli elementi ultimi della nostra analisi


con simboli idempotenti, esprimiamo la forma di pensiero
che, a parte la sua associazione strutturale con altri ele­
menti, tutto ciò che si può dire di un elemento è che esso
esiste, o alternativamente che non esiste.
L'entità, rappresentata dal simbolo semplice J di esi­
stenza, è come un punto, per il fatto che « non ha parti
né grandezza » ; perché, se avesse parti, sarebbe concepi­
bile pensare che una parte esista senza l'altra, e ogni parte
richiederebbe un simbolo indipendente di esistenza. L'esi­
stenza del tutto, essendo equivalente alla coesistenza delle
parti, dipenderebbe allora da una combinazione dei loro
simboli di esistenza separati, e non da un simbolo semplice
J. L'entità in fisica, che, come il punto nella geometria
pura, non ha parti, è descritta come una particella ele­
mentare. Attualmente la nostra particella elementare « non
ha grandezza » ; poiché la grandezza è relativa e noi non
abbiamo introdotto nulla con cui metterla in relazione.
Le grandezze (massa m, carica c, e percorso nei fenomeni
nucleari) che attribuiamo a una particella elementare, ap­
partengono ad essa non intrinsecamente, ma in base alle
sue relazioni col resto dell'universo.
L'osservazione può solo svelare le relazioni tra le en­
tità; e la relazione più elementare che possiamo conside­
rare è la relazione tra due particelle elementari, con sim­
boli semplici di esistenza }t e }2 rispettivamente. Questa
relazione esiste soltanto se esistono tutte e due le parti­
celle. Assegnamo perciò ad essa il simbolo doppio di esi­
stenza }t X }2 , che avrà il valore l di esistenza se tanto
}t quanto }2 hanno valore l , e il valore O di non esi-

1 86
stenza se l'uno o l'altro oppure tutti e due hanno va­
lore O .
Una relazione tra due relazioni esisterà soltanto se
esistono le due relazioni, e di conseguenza le dev'essere
assegnato un simbolo quadruplo di esistenza. Ma questa
via conduce ad un'orgia di notazioni, che si espandono
sempre più 6• La nostra meta è una struttura in cui le re­
lazioni di relazioni siano rappresentate dalla stessa serie
di simboli delle relazioni stesse, in modo che siano sod­
disfatte le condizioni per una descrizione matematica nei
termini della teoria dei gruppi. Le relazioni di relazioni
avranno perciò i simboli doppi di esistenza delle rela­
zioni semplici con cui esse sono identificate.
Si deve ricordare che le particelle elementari non sono
dati effettivi. Il dato è la nostra conoscenza proveniente
dall'osservazione, la quale, essendo di carattere comuni­
cabile, è necessariamente una conoscenza di struttura di
gruppo; e la particella elementare è un prodotto dell'ana­
lisi di questa struttura di gruppo. I costituenti del gruppo
sono gli operatori che abbiamo chiamato P, Q, R . . . Vo­
gliamo ora esprimere simbolicamente il fatto che P,
Q, R, sono relazioni. Il concetto strutturale di relazione
è che essa è qualche cosa, la cui esistenza è contingente
all'esistenza di due entità, ognuna delle quali potrebbe
esistere o non esistere. Cosl, rappresentando P, Q, R . . , .

con simboli doppi di esistenza, non diciamo, intorno ad


essi, nulla più di quanto è necessario perché possano es­
sere concepiti come relazioni. Fin qui abbiamo parlato
vagamente di una struttura di gruppo di P, Q, R . , ma . .

ora possiamo specificare il particolare gruppo matematico


implicato, cioè il gruppo dei simboli doppi di esistenza.

6 I simboli quadrupli di esistenza sono però importanti ad uno


stadio più avanzato, perché una misura implica quattro entità
(§ 4 ).

1 87
In base a ulteriori ricerche, si trova che questo gruppo
è lo stesso del gruppo di rotazioni nello spazio a sei di­
mensioni, a cui si è già fatto riferimento.
Perché sei dimensioni? Anche se includiamo il tempo,
la continuità della posizione rivelata nell'esperienza del­
l'osservazione ha solo quattro dimensioni. Ma stiamo trat­
tando di particelle, non di punti geometrici, e il simbolo
doppio di esistenza rappresenta una relazione tra due par­
ticelle, relazione più complessa di quella puramente geo­
metrica (ma tale da includerla) tra i due punti che quelle
occupano . Non solo la maggior complessità è prevista
direttamente con questo metodo, ma l'ulteriore sviluppo
della teoria mostra come si manifesterà nell'esperienza
dell'osservazione. La complicazione che viene ad aggiun­
gersi, corrisponde al piano di rotazione (spin) e al segno
della carica di una particella elementare - i quali non
hanno nessun riscontro in un punto geometrico.
Il passo seguente nello sviluppo teorico è condizio­
nato dal fatto che gli elementi di struttura nell'universo
sono eccessivamente numerosi. Abbiamo contemplato una
struttura che non « esiste », se non esiste ciascuno dei
suoi elementi. Ma quando il numero degli elementi è molto
grande, abbiamo una concezione alquanto differente del­
l'esistenza della struttura, per cui la presenza di due o tre
elementi in più o in meno non è motivo di preoccupa­
zione. Poiché nessuna delle sue particelle è ora essenziale
all'esistenza della struttura, dobbiamo dare alla struttura
un simbolo di esistenza indipendente dai simboli di esi­
stenza delle sue particelle individuali.
Per esprimere questo mutamento della nostra forma
di pensiero, si deve notare che essa raddoppia l'esistenza
di ogni elemento; in quanto contribuisce alla struttura,
si concepisce come continuamente esistente ; ma come en­
tità indipendente, può essere presente o no. Proviamo a
esprimere matematicamente la natura dell'esistenza indi-

1 88
pendente che attribuiamo a tale elemento . Dobbiamo per
prima cosa raddoppiare il solito simbolo di esistenza, ot­
tenendo 2]. Dobbiamo quindi astrarne la parte che rap­
presenta la sua esistenza come contributo della struttura;
questa non è una potenzialità di esistenza o di non esi­
stenza, per cui si richiede una rappresentazione simbo­
lica, ma è una esistenza incondizionata che abbiamo con­
venuto di rappresentare col numero l . La differenza
2] - l rappresenta l'esistenza indipendente dell'elemento.
Cosl otteniamo la concezione di una particella che esiste
in modo indipendente, rappresentata da un simbolo di
esistenza indipendente K = 2] - l . I valori di K sono l
per l'esistenza e - l per la non esistenza. L'assenza della
particella è ora non una pura negazione (0), ma un
vuoto (- l ) che si trova nella struttura o che vi è ag­
giunto.
A parte la sua esistenza o non esistenza, l'unica carat­
teristica posseduta dalla particella elementare è la sua
relazione con l'intera struttura. Dal nostro nuovo punto
di vista, la relazione viene prima. Vale a dire, noi clas­
sifichiamo le differenti possibili relazioni di una particella
individuale con l'intera struttura, e poi, a ogni relazione
possibile, assegnamo un simbolo di esistenza K, che in­
dica se una particella che abbia quella relazione esista o
no. La terminologia più usuale è di chiamare la relazione
con l'intera struttura uno stato e di descrivere lo stato
come occupato o non occupato. Possiamo perciò chiamare
K un simbolo di occupazione invece di un simbolo di
esistenza indipendente.
In questo modo di rappresentazione « l'intera strut­
tura » riveste un ruolo simile a quello, in geodesia, del
geoide, dal quale si ottiene la terra effettiva, aggiungendo
o sottraendo materiale in diversi punti. Tenendo in con­
siderazione questa analogia, propongo di chiamare la
struttura che viene considerata come esistente in conti-

1 89
nuità, l'uranoide. Ciò la distinguerà dalle altre strutture
che possiamo aver occasione di considerare. Ogni parti­
cella indipendente è indipendente soltanto perché ha con­
tribuito, per metà della sua « esistenza », all'uranoide.
Ciò vuoi dire che il numero delle particelle contemplato
(ma non necessariamente esistente) è stato fissato in pre­
cedenza, e che l'uranoide è stato costruito in conformità.
Considereremo più tardi come sia determinato questo
numero.

IV

Per i passi ulteriori nello sviluppo della fisica teo­


rica da questa base epistemologica, si deve ricorrere al mio
trattato matematico 7• Lì, ho cercato prima di dimostrare
dettagliatamente i princìpi con cui la matematica si ap­
propria dell'argomento, in modo che possiamo capire la
relazione esatta della struttura concettuale matematico­
simbolica con il nostro concetto non matematico delle
cose; e in secondo luogo, di portarne abbastanza avanti
lo sviluppo, per mostrare che il materiale matematico ot­
tenuto in questo modo non è insignificante. Né a questo
stadio, né a uno stadio ulteriore, c'è alcunché di arbitrario
nel corso di tale sviluppo, purché ammettiamo che esso
debba essere tale da esprimere la conoscenza secondo certe
forme di pensiero, che riconosciamo innate nel nostro
modo di vedere.
Devo, perciò, ricordare una concezione che sorge ne­
gli ultimi sviluppi della fisica teorica, perché ci sarà oc­
casione di usarla nel prossimo capitolo. Ogni stato è di­
stinto idealmente ed è associato con un simbolo differen-

7 Relativity Tbeory of Protons and Electrons ( 1936), special·


mente cap. XVI .

190
te K, che può denotare soltanto occupazione o non occu­
pazione; ma in pratica, qualche volta, ignoriamo le di­
stinzioni più piccole e riuniamo un gran numero di stati
in uno solo. Così abbiamo spesso a che fare con stati
condensati, formati dalla riunione di n stati elementari, e
capaci perciò di essere occupati da qualsiasi numero di
particelle fino ad n. Per descrivere lo stato di occupazione
di uno stato condensato, dobbiamo associare ad esso un
simbolo cardinale K', i cui valori sono i numeri interi
da - 1/2 n a + 1/2 n, e rappresentano l'eccesso del numero
degli stati occupati oltre a 1/2 n 8 • L'equazione soddisfatta
da K' è :

poiché l e sue radici sono i valori richiesti. Di solito n è


così grande, che è considerato infinito, e la parte sinistra
dell'equazione è allora un prodotto infinito che, come
ben si sa, è uguale a sen :re K'. Così, l'equazione caratteri­
stica 9 di K' è sen :re K' = O, che è soddisfatta da ogni
numero intero, positivo o negativo, incluso lo zero . Que­
sta è la forma in cui l'equazione è usata nella teoria
corrente dei quanti; ma si deve ricordare che è un'appros­
simazione, e nella forma esatta dell'equazione c'è un nu­
mero intero più alto.
Possiamo avere qualche idea della gran quantità di
lavoro che resta da fare prima che lo sviluppo presente
della teoria su di una base puramente epistemologica,
sbocchi nella teoria fisica corrente, se si pensa che non

8 Abbiamo preso n pari. Modificazioni appropriate vengono


introdotte se n è dispari. Metà dell'esistenza di ogni particella, cioè
�n in tutto, è considerata come inclusa nell'uranoide e l'eccesso
oltre a �n è perciò l'esistenza indipendente associata allo stato con­
densato.
9 Nello stesso senso in cui J2 =J è l'equazione caratteristica
di J.

191
abbiamo ancora introdotto la misura; cosicché le quantità
fisiche ordinarie, che risultano dalla misura, non sono an­
cora apparse. Nel capitolo V abbiamo impiegato molto
tempo sulle definizioni di lunghezza e di intervallo di
tempo, che sono la base di tutte le altre misure fisiche.
Questo sistema di esprimere la nostra conoscenza con
quantità fisiche misurate, deve ancora essere riconnesso
all'espressione più primitiva in termini della struttura di
gruppo.
Si dice che « osserviamo » una relazione tra due en­
tità; ma una « misura » consiste nel confrontare questa
relazione con un campione standard. Cosl, una misura
di lunghezza è il confronto di una relazione di esten­
sione tra due entità del sistema in osservazione, con una
relazione di estensione tra due entità che segnano le estre­
mità del campione da noi adottato. Una misura, perciò,
implica quattro entità, e a prima vista è associata con
un simbolo quadruplo di esistenza. Essa però è tradotta,
concettualmente, nella relazione in cui è confrontata con
il campione; e alcune misure (per esempio una misura di
massa) sono addirittura tradotte in una singola entità, scel­
ta fra le quattro. Il trattamento formale di questa tradu­
zione conduce a ramificazioni molto estese nella teoria fi­
sica. Qui noteremo soltanto che i simboli quadrupli di
esistenza, dai quali ci tenemmo lontani al principio di
questa discussione, sostengono un ruolo importante negli
studi ulteriori, a causa della loro diretta associazione col
procedimento di misura. Questo, però, non è l'inizio di
una progressione infinita. La struttura concettuale, in cui
viene espressa la conoscenza fisica, è tale da comprendere
simboli di esistenza semplice, doppia e quadrupla, corri­
spondenti rispettivamente a entità, relazioni e misure; ma
non richiede l'uso fondamentale di simboli ottupli e più
alti.
Associando la misura a quattro entità, siamo portati,

1 92
senza ulteriore ricerca, ad aspettarci che il numero 4 si
renderà evidente in qualche modo nella rappresentazione
del mondo che incorpora i risultati delle nostre misure.
È il seme da cui nascono quei numeri puri stranamente as­
sortiti, che chiamiamo costanti di natura. Questa conclusio­
ne di per se stessa ci dice molto poco e non ci garantisce da
speculazioni numerologiche. Credo che il numero 4, in­
trodotto in questo modo, sia veramente responsabile dello
spazio-tempo a quattro dimensioni ; ma solo indiretta­
mente. In un calcolo effettivo, il numero di dimensioni
dello spazio-tempo, è ottenuto dalla espressione :

4 . 3
-- - 1 - 1 = 4
l . 2

ed è una coincidenza che il numero con cui finiamo sia il


numero da cui partiamo . Molti fili devono essere intrec­
ciati insieme prima che si faccia qualche cosa da questo
piccolo inizio .
Non si possono fare i mattoni senza la paglia. La
discussione precedente servirà, forse, a mostrare donde
prendo la paglia per i mattoni che faccio - o trascuro
di fare - nella teoria completa .
Capitolo undicesimo

L'UNIVERSO FISICO

Credo che nell'universo ci siano 1 5 .747 .724 . 1 3 6 .275 .


002 . 577 . 605 . 653 . 96 1 . 1 8 1 . 555. 468 . 044 .9 1 4 . 527 . 1 1 6 .709.
366 .23 1 .425 .076 . 1 85 .63 1 .03 1 .296 protoni e lo stesso nu­
mero di elettroni.
In questo totale, un positrone è considerato come un
elettrone in meno; in modo che la creazione o l'annulla­
mento di elettroni e di positroni a due a due, il che av­
viene continuamente, non influenza il totale. Non si può
dire come debbano essere contati (ammesso che si debba
farlo) i mesotroni nel totale, finché non sappiamo qual­
che cosa di più su queste particelle. I neutroni e i nuclei
sono, naturalmente, contati secondo il numero di protoni
e di elettroni che li compongono.
Non dovrebbe essere necessario ribadire quanto è già
ben noto fin dal 1920, che ogni nucleo è composto di un
numero definito di protoni e di elettroni, determinabile
dal suo peso e dal suo numero atomico. Ma alcuni anni
fa, era in voga negarlo, voga che si estese così rapida­
mente, che l'accenno più innocuo alla questione attira an­
cora le critiche - sebbene ciò riveli l'ignoranza delle idee
recenti sulla struttura nucleare. La precedente affermazio­
ne si riferisce alla composizione, non alla struttura del
nucleo . Soltanto chi possiede un'immaginazione singolar-

194
mente ingenua potrebbe aver supposto che un esame accu­
rato del nucleo rivelasse gli elettroni immersi in esso come
l'uva passa in un budino. Un nucleo è composto di pro­
toni e di elettroni, allo stesso modo che una frittata è
composta di uova; vale a dire che, quando la frittata com­
pare in tavola, ci sono meno uova in dispensa. La com­
posizione protone-elettrone, assegnata ai vari nuclei, è am­
piamente confermata dagli esperimenti di trasmutazione,
che applicano direttamente il criterio di composizione « frit­
tata » . Credo che la moda della dichiarazione metafisica
per cui le uova e gli elettroni cessano di esistere quando
sono rimescolati, sia ora morta; ma, in ogni caso, era poco
importante.
Tornando al numero dei protoni ed elettroni, ho espo­
sto la mia opinione. Ci sono vari gradi di fiducia nelle
opinioni. La mia convinzione di conoscere il numero
esatto di protoni e di elettroni nell'universo non fa parte
delle mie convinzioni scientifiche più forti; ma la mette­
rei tra quelle che hanno un buon grado medio di fi­
ducia. Sono però del tutto convinto che, se ho sbagliato
il numero, si tratti di un errore lieve, che sarebbe presto
corretto se ci fossero più persone a lavorare in questo
campo. In breve, conoscere il numero esatto delle parti­
celle nell'universo è un'aspirazione perfettamente legittima
del fisico.
Le persone ciniche diranno che è un calcolo alquanto
sicuro, perché nessuno conterà mai le particelle e dimo­
strerà che il mio computo è sbagliato, per esempio, di 1 4 .
Vado così lontano, nel giustificare i cinici, da ammettere
che, se avessi pensato che ci fosse la minima probabilità
che qualcuno contasse le particelle, non avrei mai pub­
blicato il mio calcolo. Ma la mia ragione non è quella
che sospettate. La ragione è che nel calcolo ho usato un
tipo di analisi appropriato solo alle particelle innumera­
bili ; così che, se qualcuno mi persuadesse di poter effet-

195
tivamente contare i protoni e gli elettroni, egli mi per­
suaderebbe che il mio calcolo era fatto su di una base
sbagliata, e io lo ritratterei senza aspettare di sentire se
il suo calcolo discordasse.
Vediamo perché i protoni e gli elettroni sono innu­
merabili. Non è solo perché ce ne sono tanti. I fisici
quantisti ci dicono che un elettrone non è in un luogo in
modo definito, ma è diffuso su di una distribuzione di pro­
babilità; ci dicono anche che gli elettroni non si possono
distinguere uno dall'altro. Questo non è un materiale mol­
to promettente per fare dei conti. Non c'è niente che aiuti
a ricordare l'elettrone che avete contato per ultimo - né
la sua posizione, né nessun segno di distinzione. Perciò,
come potete sapere se il prossimo che contate sia uno
nuovo o uno già contato? Per il principio di indetermi­
nazione, più esattamente accertate la sua posizione in un
istante più incerti siete circa la sua velocità e dove tor­
nerà nell'istante seguente. Quando andate a dormire, come
variante al contar pecore in un prato verde, forse vi può
far piacere contare gli elettroni in una distribuzione di
probabilità.
La natura degli elettroni rende impossibile contarli tran­
ne che in casi molto speciali; e la stessa cosa si applica ai
protoni. Tuttavia, i fisici ci dicono fiduciosamente il nu­
mero approssimato di elettroni (circa 6 . 1 023) contenuti in
un grammo di idrogeno. È ovvio che essi non li hanno
contati. Cosa che per se stessa non è da criticare; perché
riconosciamo legittimo ottenere un tale risultato per via
indiretta. I banchieri determinano (o usavano determi­
nare) il numero di sovrane dal peso, sapendo che questo
avrebbe dato lo stesso risultato del processo più laborioso
del conteggio . Ma si può dire che il procedimento indi­
retto usato dai fisici per determinare il numero degli elet­
troni in un grammo di idrogeno darà lo stesso risultato
che si otterrebbe se veramente si contassero? Evidente-

196
mente no; perché abbiamo visto proprio ora che essi
non si possono contare; il conto effettivo non darebbe
proprio nessun risultato.
Ogni elemento di conoscenza fisica è un'asserzione del
risultato di un procedimento di osservazione, effettivo o
ipotetico. Quando si pretende di conoscere il numero di
protoni ed elettroni in un grammo di idrogeno, il pro­
cedimento di osservazione a cui ci si riferisce non può
essere quello di contarli. Deve essere la conoscenza del
risultato di qualche altro procedimento, per mezzo del
quale un numero intero è fissato a un sistema. Noi chia­
miamo questo numero il numero di particelle; ma esso è
il numero calcolato secondo una « aritmetica dei quanti »
non basata sugli stessi concetti dell'aritmetica pitagorica
usata per contare.
Forse dovremmo essere in collera coi fisici quantisti,
perché ci deludono. Ma non è possibile non ammirare la
devastante bellezza dell'aritmetica dei quanti, e l'ingegno­
sità dell'artificio con cui essa assegna un numero all'in­
numerabile.
Il nome di « aritmetica », come di « geometria » o an­
che di « idrodinamica » può essere applicato a una branca
della matematica pura, che ha le proprie definizioni e i
propri assiomi non connessi con nessuna cosa dell'universo
fisico ; ma nel contesto scientifico, questi termini devono
essere compresi nel loro significato pratico originale, quali
scienze che hanno come oggetto la numerazione di oggetti
fisici, la misura del mondo e il movimento dei materiali
fluidi. Come branche della scienza fisica, esse sono com­
prese nella tendenza generale verso l'unificazione; e come
la teoria della relatività ha unificato la geometria e la
meccanica, cosi la teoria dei quanti ha, ancor più audace­
mente, unificato l'aritmetica e la meccanica ondulatoria.
Abbiamo già visto (capitolo V) che è necessario rivolgerei
alla teoria dei quanti per una specificazione del campione

197
materiale di lunghezza per mezzo di puri numeri sol­
tanto. La teoria della relatività è capace di esprimere la
conoscenza in termini numerici, ma solo perché ha preso
in prestito il suo campione di lunghezza dalla teoria dei
quanti, e insieme con esso l'associazione quantistica dei
numeri coi sistemi fisici.
La chiave per l'unificazione, che ha trasformato l'aritme­
tica in meccanica ondulatoria, è il simbolo cardinale K',
che abbiamo introdotto nel capitolo precedente. K' è un
simbolo che soddisfa sen :rc K' = O, e i suoi valori sono
l'intera serie dei numeri interi positivi e negativi. La
meccanica ondulatoria conduce cosl i numeri interi (che
formano l'intero materiale della nostra aritmetica ordina­
ria) nel suo ambito, come valori di uno dei suoi osser­
vatori simbolici. Introdotti in questo modo, i numeri in­
teri sono concetti non associati al procedimento di conteg­
gio. Il conteggio, se mai viene introdotto, è definito nei
termini dei valori di K', cioè i numeri interi, e non vice­
versa. Il passo che facciamo da 3 a 4 , contando, è un
passaggio, un salto quantistico, di una caratteristica di un
sistema da un valore a un altro. Il passaggio di un si­
stema, da uno stato di tre a uno di quattro, è soltanto
una delle molte specie di salti quantistici che il sistema
può subire, e non è differenziato da altri salti quantistici
nella teoria generale della meccanica ondulatoria.
Il materiale, od operando, su cui lavorano gli opera­
tori simbolici, è chiamato la funzione di onda del sistema.
Quando è fornito di un certo materiale, K' si riduce al
numero 4 ; diciamo allora che il numero delle particelle nel
sistema, rappresentato dall'operando, è 4 ; e similmente
per gli altri numeri. Si deve capire che questo non è un
sistema particolare di interpretazione, inventato per il sim­
bolo K'; è un mettere in linea il « numero di particelle »
con le altre quantità fisiche descrittive del sistema, che
nella meccanica ondulatoria hanno ognuna i loro simboli

198
appropriati, riducibili a numeri differenti (di solito non
interi) secondo la funzione di onda fornita ad essi per
farvi sopra le operazioni. Spesso il materiale fornito, la
funzione di onda, è tale, che l'operatore simbolico non è
riducibile a nessun numero ; per questo sistema, la quan­
tità fisica rappresentata dal simbolo non ha un valore defi­
nito, ma ci sono dei metodi per calcolare un « valore di
previsione », un valore associato a un certo grado di in­
certezza. Questo può succedere anche nel caso del numero
di particelle, se la conoscenza rappresentata dalla funzione
di onda è sufficiente a dare soltanto una valutazione pro­
babile del numero .
Il fatto che K', se si può ridurre a numero, sia sempre
un intero, lo differenzia dalla maggior parte degli altri
operatori simbolici . Questa condizione garantisce che non
ci troviamo mai a dire che il numero di particelle di un
sistema sia esattamente Y /4 . È vero che ci sono altri ope­
ratori associati ad un sistema fisico che hanno solo valori
interi; ma questo accade perché le particelle non sono
le sole cose che possiamo contare, o piuttosto per cui
possiamo escogitare un procedimento che sostituisca il
conteggio. Si ricorderà che l'« atomicità » si estende alla
radiazione (fotoni ) e al momento angolare tanto quanto
alle particelle materiali.
Nell'assorbire l'aritmetica, la teoria dei quanti ha un
poco sopravvalutata se stessa. Per includere la totalità
dei numeri interi, l'operatore cardinale deve soddisfare
l'equazione sen :n: K' = O. Ma abbiamo notato che, seb­
bene questa sia l'equazione usata di solito, essa è soltanto
un'approssimazione; e se usiamo l'equazione esatta, la
serie degli interi rappresentata da K' si ferma a un numero
piuttosto elevato, che chiameremo N. C'è quindi una di­
stinzione tra l'aritmetica quantistica e l'aritmetica pitago­
rica. Non esiste l'infinito nell'aritmetica quantistica, e i
numeri si fermano al numero più alto N. Cosicché il prin-

199
c1p10 per cui viene assegnato al sistema il numero chia­
mato « numero di particelle di un sistema » , rende im­
possibile assegnarvi numeri più alti di N, che non si tro­
vano nell'aritmetica quantistica.
Il numero cosmico N prende il posto dell'infinito nel­
l'aritmetica relativistica dei quanti, quasi nello stesso modo
in cui la velocità della luce prende il posto della velocità
infinita nella teoria elementare della relatività. Fin qui
non ho detto nulla sul modo con cui si determina N; mi
sono interessato soltanto di mettere a punto come esso
appare. Ma ora che abbiamo portato con fatica alla luce
la natura dell'espediente con cui si assegna un numero
all'innumerabile, credo che sarà chiaro che, nel pretendere
di determinare a priori il numero delle particelle elemen­
tari che si trovano nell'universo, non usurpiamo una pre­
rogativa che di solito è stata attribuita al Creatore del­
l'universo.
Un'altra parola si può dire riguardo all'innumerabilità
degli elettroni. Si può obiettare che noi contiamo effettiva­
mente gli elettroni in una camera di Wilson, dove le loro
traiettorie sono rese visibili con un artifizio ingegnoso. Ma
quanti elettroni ci sono in una camera di Wilson? Qual­
che cosa di simile a 1 020• E quanti ne contiamo? Una doz­
zina, o pressappoco. Arriviamo a contarne fino a circa do­
dici e poi basta ; non perché siamo stanchi, ma perché
non c'è modo di continuare. Non credo che ciò sia in
conflitto con la mia dichiarazione che il conteggio - che
intendo come numerazione sistematica - sia inapplicabile
agli elettroni.
In generale, le uniche particelle che si possano con­
tare sono quelle che posseggono velocità eccezionalmente
alte. È vero che, esaminando queste, possiamo dedurre
un rapporto tra massa e numero, che, se si ammette che
valga anche per le particelle innumerabili, ci rende capaci
di dedurre il numero dalla massa. Ma non sto negando

200
che i fisici abbiano trovato un modo razionale e coerente
di estendere la definizione di numero ai sistemi innume­
rabili. n punto è che essi hanno esteso la definizione. Cosl
che quando, obbedendo alla loro definizione, parlo del
numero di particelle nell'universo, non dovete credere che
intenda che ci siano N entità discrete, messe Il dal Crea­
tore, pronte per essere enumerate.

II

Il calcolo teorico del numero cosmico N dipende dal


fatto che una misura implica quattro entità, ed è perciò
associata a un simbolo quadruplo di esistenza. Da ciò
si vede che il numero cosmico deve essere il numero to­
tale delle funzioni di onda quadruple indipendenti, che
risulta essere 2 1 3 6 2256• Questo è il numero dei protoni
· ·

e degli elettroni. Il numero dei protoni è di 1 3 6 2256, il


·

quale è il numero dato per esteso al principio di questo


capitolo .
Quanto segue è, credo, un modo legittimo di consi­
derare la costruzione di questo numero. Il numero 1 3 6
è caratteristico della struttura di gruppo dei simboli qua­
drupli di esistenza; e per questa ragione esso ritorna an­
che nella teoria delle altre costanti numeriche di natura
(la costante di struttura minuta, e il rapporto di massa).
Il modello della struttura è un intrecciarsi delle relazioni
di 136 elementi, che nell'attuale applicazione sono iden­
tificati con 1 3 6 stati condensati. Il simbolo cardinale K',
associato a ogni stato condensato, rappresenta un'aritme­
tica in cui il numero intero più alto è 2256• Infine il nu­
mero è raddoppiato, perché partiamo dalla metà delle par­
ticelle (o metà dell'« esistenza » delle particelle) incorpo­
rate nell'uranoide; di modo che i numeri interi negativi,
che rappresentano una sottrazione di particelle dall'uranoi-

201
de, devono essere inclusi nel computo come gli interi po­
sitivi, che rappresentano una addizione 1 •
I l numero 2 · 136 · 2256 è associato a simboli quadrupli
di esistenza. I numeri corrispondenti, associati a simboli
doppi e semplici, sono 2 · 1 0 · 216 e 2 · 3 · 24; quest'ultimo nu­
mero è 96. Prevedevamo che il numero 4, associato alla
misura, sarebbe stato incorporato sotto qualche forma nella
nostra rappresentazione del mondo mediante i risultati
della misura, sebbene capissimo che avrebbe potuto appa­
rire alquanto travestito . Troviamo adesso che uno dei
suoi travestimenti è l'innalzarsi del numero delle parti­
celle dell'universo da 96 a 3 · 1 45 · 1075•
Vi ho esposto quella che credo sia la vera storia del
numero N. Che cosa dobbiamo concludere?
Per dirla crudamente, abbiamo ridimensionato N. Esso
non è l'enumerazione di una moltitudine di particelle di­
screte, costituenti l'universo oggettivo . Poiché è semplice­
mente un numero impostaci dalla teoria dei quanti, es­
sendo associato a priori al suo metodo di analisi, può in­
teressarci ancora ? Non credo che il suo interesse scienti­
fico possa essere affatto intaccato . Intrinsecamente, il nu­
mero di particelle esistenti nell'universo, anche se fosse
genuino, sarebbe argomento di curiosità piuttosto sciocca .
Il numero è scientificamente importante perché dà i suoi
frutti in problemi più prosaici . Esso fissa il rapporto tra
la forza elettrica e la forza di gravitazione tra un protone
ed un elettrone, quantità che i fisici pratici hanno avuto
gran pena a determinare . Effettivamente, le loro determi­
nazioni verificano il valore che abbiamo trovato, fino a
circa un cinquecentesimo . Esso fissa anche la velocità di
recessione delle lontane nebulose che produce l'« espan-

l Da questo punto di vista, 1'« intero più alto », nell'aritmetica


dei quanti, è 2256 . Per formare N, allora, aggiungiamo 2 . 1 36 volte
tale numero, con l'aritmetica ordinaria.

202
sione dell'universo » . I dati astronom1c1 sono piuttosto
grossolani, ma confermano il valore calcolato di N fino a
un 25 % . Esso fissa anche il raggio d'azione delle forze
peculiari che governano l 'equilibrio del nucleo atomico .
L'accordo col valore sperimentale è di circa l % .
Ho segnalato N all'attenzione, perché, di tutta la co­
noscenza compresa nella fisica fondamentale, sarebbe sem­
brato meno probabile che la conoscenza del numero di
particelle elementari fosse tinta di soggettività. Esso, per­
ciò, era particolarmente adatto per un esame. Ma la stessa
soggettività compare dappertutto, e non è, di solito, cosl
difficile a discernersi. L'intero sistema della legge fisica è
ridimensionato, se vi piace esprimervi in questo modo.
Ma ridimensionare le leggi dell'ottica non altererà la luce
del sole ; ridimensionare le leggi della gravitazione non ci
impedirà di cadere dalle scale ; ridimensionare le leggi della
balistica non metterà fine alla guerra . Anche se il mistero
è allontanato da esse, le leggi del nostro universo semi­
soggettivo sono valide in questo universo, e, nelle scoperte
e nelle invenzioni tecniche della scienza, continueranno a
portare i loro frutti per il bene o per il male .
Il grande numero dato al principio di questo capitolo
è in certo qual modo entrato nella struttura della fisica .
Chi è stato il responsabile di avercelo messo ? Ci sono
molti sospetti . Naturalmente, esaminiamo prima coloro
che hanno costruito il metodo della meccanica ondulato­
ria ; ma credo che essi si dichiareranno innocenti. Il so­
spetto rimane più schiacciante sull'uomo che per primo
inventò gli elettroni - respingiamo la scusa che non
abbia fatto altro che scoprirli . Ma anche lui dev'essere
assolto . Alla fine non sembra che ci sia nessun verdetto
possibile, se non le « Cause naturali » . Sono proprio le
forme primitive del pensiero, che elaborano se stesse e si
arrogano come loro strumento chiunque prenda parte allo
sviluppo della fisica . All'argomento che, anche se non c'è

203
stata nessuna negligenza colpevole, ci dev'essere stata un
po' di incuria nel permettere che un numero come quello
si sia introdotto, possiamo rispondere che i numeri, una
volta che entrano in gioco, hanno modo di riprodursi, e
che questo numero di 80 cifre è, per cosi dire, solo il
pronipote del numero 96.
U n leggero arrossamento della luce delle lontane galas­
sie fu il primo passo verso il numero cosmico. Questo è
il tradizionale metodo a posteriori della scienza. Ma per
l 'osservatore degli osservatori, il valore esatto del numero
cosmico è implicito, fin dal suo primo vedere un fisico
sperimentale.

Alzai gli occhi e guardai, e vidi un uomo con in mano


una verga per misurare 2.

III

Diciotto anni fa, sono stato responsabile di una osser­


vazione che è stata spesso citata 3 :

È: una impresa adatta alla mente umana trarre dai feno­


meni della natura le leggi che essa stessa vi ha messo ; sarebbe
un'impresa molto più ardua trarre leggi su cui non ha avuto
nessun controllo. È: anzi possibile che le leggi che non hanno
la loro origine nella mente siano irrazionali, e che non pos­
siamo mai riuscire a formularle.

Sembra che questo stia diventando vero, sebbene non


nel modo allora suggerito. Avevo in mente i fenomeni dei
quanti e la fisica atomica, che in quel tempo frustrava i

2 Zaccaria, II, l.
3 Space, Time and Gravitation, p. 200.
204
nostri sforzi per formulare un sistema razionale di leggi.
Era già evidente che le leggi principali della fisica mole­
colare erano fatte dalla mente - il risultato dell'equipag­
giamento sensorio e intellettuale, attraverso il quale deri­
viamo la nostra conoscenza osservativa - e non erano
leggi che reggevano l'universo oggettivo. Il sospetto era
che nella teoria dei quanti per la prima volta ci eravamo
imbattuti nelle vere leggi che reggevano l'universo ogget­
tivo. In tal caso il compito era presumibilmente molto
più difficile, che non il semplice riscoprire la nostra stessa
struttura concettuale.
D'allora la fisica microscopica ha compiuto grandi pro­
gressi, e le sue leggi sono risultate comprensibili alla
mente; ma, come mi sono sforzato di mostrare, risulta
anche che esse sono state imposte dalla mente - dalle
nostre forme di pensiero - nello stesso modo delle leggi
molecolari. Nel frattempo è sorta una nuova situazione ri­
guardo alle leggi di origine oggettiva ; perché il sistema
della fisica non è più deterministico. La totalità della legge
fatta dalla mente non impone il determinismo. È nel com­
portamento indeterminato, che è riconosciuto possibile
nella struttura completa della legge fisica ora riconosciuta,
che devono apparire le leggi (se ce ne sono) che governa­
no l'universo oggettivo. Diciotto anni non ci hanno con­
dotto, perciò, per nulla più vicini a una formulazione delle
leggi oggettive che governano l'universo; l'unica differenza
è che quello che allora descrissi come possibile compor­
tamento irrazionale, ora è descritto come comportamento
indeterminato.
Nella teoria fisica corrente l'elemento non determinato
nel comportamento di un sistema è considerato soggetto al
caso. Se ci fossero deviazioni serie dalla legge del caso,
l'osservazione e la teoria non andrebbero d'accordo. Pos­
siamo dire, perciò, che in fisica vale l'ipotesi, sostenuta
dall'osservazione, che non ci sono leggi oggettive che go-

205
vernano l'universo, a meno che il caso non sia descritto
come una legge.
Tuttavia, se prendiamo una concezione più ampia di
quella della fisica, credo che sarebbe fuorviante conside­
rare il caso come la caratteristica del mondo oggettivo .
Il negare che leggi oggettive governino l'universo, non è
tanto un'ipotesi della fisica, quanto una limitazione del
suo argomento. Le deviazioni dal caso avvengono, ma sono
considerate come manifestazioni di qualche cosa estranea
alla fisica ; per esempio, la coscienza o (in modo più di­
scutibile) la vita . C'è in un essere umano qualche zona
del cervello, forse una sola particella della materia cere­
brale, forse una regione estesa, in cui cominciano gli ef­
fetti fisici della sua volontà, e da cui essi vengono propa­
gati ai nervi e ai muscoli, che trasformano la volontà in
azione. Chiameremo questa zona della materia cerebrale
« materia cosciente » . Essa deve essere esattamente come
la materia inorganica nella sua obbedienza alle leggi fon­
damentali della fisica, le quali, essendo di origine epistemo­
logica, sono necessarie per tutta la materia ; ma non può
essere identica sotto tutti gli aspetti alla materia inorga­
nica, perché questo ridurrebbe il corpo a un automa che
agisce in modo indipendente dalla coscienza . La differenza
deve stare necessariamente nella parte non determinata del
comportamento ; la parte del comportamento che non è
determinata dalle leggi fondamentali della fisica deve es­
sere governata nella materia cosciente da una legge ogget­
tiva o da una direzione, invece di essere completamente
soggetta al caso .
Il termine « legge del caso » tende a ingannare, per­
ché è applicato a ciò che è puramente un'assenza di legge,
nel senso usuale del termine . È più chiaro descrivere le
condizioni, riferendosi alla correlazione. L'ipotesi della teo­
ria fisica corrente, che è confermata dall'osservazione di
fenomeni inorganici, è che non ci sia nessuna correlazione

206
nel comportamento non determinato delle particelle in­
dividuali.
Di conseguenza, la distinzione tra la materia ordinaria
e la materia cosciente è che nella materia ordinaria non
c'è nessuna correlazione nelle parti indeterminate dei com­
portamenti delle particelle, mentre nella materia cosciente
si può avere la correlazione. Tale correlazione è conside­
rata come un'interferenza nel corso ordinario della natu­
ra, dovuta all'associazione della coscienza con la materia;
in altre parole, è l'aspetto fisico di una volontà. Questo
non significa che, per eseguire una volontà, la coscienza
debba dirigere ogni particella individuale in modo tale
che avvenga la correlazione. Le particelle sono puramente
una rappresentazione della nostra conoscenza nella strut­
tura concettuale corrispondente al concetto di analisi e al
concetto atomico. Quando applichiamo il sistema di ana­
lisi che dà questa rappresentazione, non possiamo preve­
dere se le particelle risultanti avranno un comportamento
in correlazione, o non in correlazione ; ciò dipende intera­
mente dalle caratteristiche oggettive di qualunque cosa
stiamo analizzando . Quando si ammette la non correla­
zione, come è abituale in fisica, la si ammette come ipo­
tesi. Ma, senza fare nessuna ipotesi, possiamo dire che
correlazione e non correlazione sono rappresentazioni nel­
la nostra struttura concettuale di caratteristiche oggettive
differenti ; e poiché la non correlazione rappresenta di­
chiaratamente la caratteristica oggettiva di sistemi a cui si
applicano le formule ordinarie della fisica, la correlazione
deve rappresentare un'altra caratteristica oggettiva, che,
non essendo una caratteristica di sistemi a cui si appli­
chino le formule della fisica, è considerata da noi come
qualche cosa « al di fuori della fisica » .
Nella discussione del libero arbitrio, provocata dalle
teorie fisiche moderne, si è generalmente ammesso, credo,
che siccome le leggi ordinarie della materia inorganica la-

207
sciano il suo comportamento indeterminato in una certa
zona ristretta, non c'è nessuna obiezione scientifica al con­
cedere che una volontà cosciente decida il comportamento
esatto entro i limiti della suddetta zona. Chiamerò A que­
sta ipotesi. Per ogni sistema, su di una scala molecolare,
la zona permessa è eccessivamente piccola, e sono neces­
sarie delle supposizioni inverosimili, per rendere la vo­
lontà, che lavora in una zona così piccola, capace di pro­
durre grandi movimenti muscolari. Per ottenere una zona
più ampia, dobbiamo ammettere una correlazione nel com­
portamento delle particelle . Questa è la teoria che stiamo
discutendo, e sarà chiamata ipotesi B. Nei miei scritti
precedenti, ho difeso l'ipotesi B, specialmente sulla base
del fatto che l'ipotesi A è inadeguata; ma nella presente
maniera di trattare l'argomento l'ipotesi B si presenta da
sé come la soluzione ovvia e naturale .
Sebbene conducessero alla stessa conclusione, le mie
prime discussioni 4 furono danneggiate dal non aver rico­
nosciuto che l'ipotesi A è priva di senso; così che fui
più apologetico di quanto avrei dovuto, per superare quel
difetto . Non c'è nessuna via di mezzo tra il caso e il
comportamento correlato. O il comportamento è comple­
tamente soggetto al caso, e allora il comportamento pre­
ciso, dentro i limiti di indeterminazione di Heisenberg,
dipende dal caso e non dalla volontà ; oppure non è com­
pletamente soggetto al caso, e allora i limiti di Heisen­
berg, che sono calcolati sull'assunto della non-correlazione,
sono irrilevanti. Se applichiamo la legge del caso al lan­
cio di una moneta, il numero delle teste, su 1 000 colpi,
è indeterminato entro certi limiti, ad esempio 450 e 550 .
Ma se per gettare le monete si usa una macchina, che rac­
colga e getti le monete non interamente a caso, l'elemento

4 The Nature of the Physical World, pp. 310-15 ; New Pathways


in Science, p. 88.

208
non-a-caso non è un fattore che decide quale numero usci­
rà tra 450 e 550; una correlazione, ossia una tendenza
sistematica nel lancio delle monete, può produrre qual­
siasi numero da O a l 000 .
L'errore dell'ipotesi A stava nell'ammettere che il com­
portamento fosse limitato dalle leggi ordinarie della fisica,
compresa l'ipotesi della non-correlazione o « legge del
caso » , e che fosse poi ulteriormente limitato (o deciso) da
un fattore non a caso (volontà) . Ma non possiamo supporre
che il comportamento sia simultaneamente limitato dal
caso e dal non-caso (non-correlazione e correlazione ). L'ap­
plicabilità della legge del caso è un'ipotesi ; ammettere
che il comportamento non sia governato solamente dal
caso nega l'ipotesi . Cosi, se ammettiamo senz'altro la vo­
lontà, non dobbiamo dimenticare, prima di tutto, di elimi­
nare l'ipotesi del caso, se l'avevamo applicata ; in parti­
colare, dobbiamo eliminare i limiti di Heisenberg, che si
applicano soltanto al comportamento non correlato. Se la
volontà opera sul sistema, essa lo fa senza considerare i
limiti di Heisenberg. I suoi soli limiti sono quelli imposti
dalle leggi epistemologiche fondamentali.
I nostri atti di volontà non sono del tutto inconse­
guenti ; cosi che devono esserci leggi di qualche tipo, che
si applichino a essi e che li riconnettano con altri costi­
tuenti della coscienza, sebbene non ci si aspetti che tali
leggi siano del tipo matematicamente esatto, caratteristico
della legge soggettiva. In primo luogo, la sfera della legge
oggettiva è l'interazione dei pensieri, emozioni, memorie
e volontà nella coscienza. Controllando la volontà, la legge
oggettiva controlla anche le correlazioni, che sono i du­
plicati fisici degli atti di volontà .
La nostra filosofia ha condotto al punto di vista che,
finché possiamo separare, nella nostra esperienza, gli ele­
menti soggettivi e oggettivi, il soggettivo dev'essere iden­
tificato con tutti gli aspetti fisici e l'oggettivo con gli

209
aspetti coscienti e spirituali dell'esperienza. A questo ora
aggiungiamo, come analogia utile, purché non venga spinta
troppo lontano, che l'intenzione cosciente è la « materia »
e il caso è lo « spazio vuoto » del mondo oggettivo. Nel­
l'universo fisico, la materia occupa soltanto una regione
piccola in confronto allo spazio vuoto; ma, a ragione o a
torto, miriamo ad essa come alla parte più significativa.
Nello stesso modo, guardiamo alla coscienza come alla
parte significativa dell'universo oggettivo, sebbene si veda
che essa si trovi solo in centri isolati, su di uno sfondo
caotico .

IV

Sto per passare dalla sistemazione scientifica a quella


filosofica dell'epistemologia scientifica. Questo è, perciò,
il momento adatto per fare un confronto con le vedute
più comunemente accettate della filosofia scientifica. La
dichiarazione seguente è del tutto tipica :

Che la scienza si interessi della correlazione razionale del­


l'esperienza, piuttosto che della scoperta di frammenti di ve­
rità assoluta su di un mondo esterno, è una veduta adesso
ampiamente accettata 5 •

Credo che la media dei fisici, quando possegga qualche


veduta filosofica sulla sua scienza, ne convenga. La frase
« correlazione razionale dell'esperienza », ha sapore di or­

todossia che le dà sicura garanzia di successo. Il suo ri­


pudiare mire più avventurose, le dà un senso confortevole
di modestia ; il che è tanto più piacevole, se ci immagi­
niamo che essa costituisca un rimprovero per qualcun

s Articolo anonimo; Phil. Mag., 1938, vol. 25, p. 814.

210
altro. Da parte mia accetto la dichiarazione, purché « scien­
za » venga intesa per « fisica » . Ci ho messo circa venti
anni per accettarla; ma con una masticazione costante, du­
rante questo periodo, ne ho curato la completa digestione,
pezzo per pezzo. Perciò, sono piuttosto sbalordito dalla
superficialità con cui questa dichiarazione, che tocca gli
interessi più profondi tanto della filosofia quanto della
fisica, viene comunemente fatta e accettata.
Non ho da lamentarmi seriamente della media dei
fisici, per il loro credo filosofico ; tranne per il fatto che
essi dimenticano in pratica tutto ciò che lo riguarda . Mi
domando perché la convinzione che la fisica si interessi
della correlazione dell'esperienza, e non della verità asso­
luta sul mondo esterno, debba essere di solito accompa­
gnata da un netto rifiuto a trattare la fisica teorica come
una descrizione delle correlazioni dell'esperienza e da
un'insistenza a trattarla come una descrizione dei conte­
nuti di un mondo oggettivo assoluto . Se sono in qualche
modo eterodosso, ciò accade perché mi sembra derivi dal­
l'accogliere questa opinione il fatto che ci avviciniamo a
qualunque verità fisica, cercando e impiegando concetti
adatti all'espressione di correlazioni dell'esperienza, invece
di concetti adatti alla descrizione di un mondo assoluto .
La dichiarazione significa, evidentemente, che i metodi
della fisica sono incapaci di scoprire frammenti di verità
assoluta su di un mondo esterno ; perché non avremmo
nessuna ragione di rifiutare al genere umano la verità as­
soluta sul mondo esterno, se questa fosse alla nostra por­
tata. Se i laboratori costruiti e attrezzati con gran dispen­
dio, potessero aiutare a scoprire la verità assoluta sul
mondo esterno, sarebbe riprovevole scoraggiare il loro
uso a questo scopo . Ma l'asserzione che i metodi della
fisica non possono rivelare la verità assoluta (oggettiva)
o anche frammenti di verità assoluta, concorda con la mia
tesi principale che la conoscenza ottenuta per mezzo di

211
essi è completamente soggettiva. lnvero, essa concorda an­
che troppo facilmente ; poiché l'asserzione dovrebbe esser
fatta solo dopo ricerche prolungate. Come ho mostrato,
le scienze diverse dalla fisica e dalla chimica non sono cosi
limitate nel loro ambito . La scoperta di segni infallibili
di vita intelligente su di un altro pianeta, sarebbe salutata
come un risultato astronomico che farebbe epoca ; a stento
si può negare che sarebbe la scoperta di un frammento di
verità assoluta sul mondo al di fuori di noi.
Attenendosi alla fisica, la filosofia scientifica comune­
mente accettata è che essa non si interessa alla scoperta
della verità assoluta del mondo esterno, e che le sue leggi
non sono frammenti di verità assoluta o, come ho detto,
non sono leggi del mondo oggettivo. Che cosa sono esse
allora, e come avviene che le troviamo nelle nostre cor­
relazioni dell'esperienza ? Finché non si riesca a vedere,
con un esame del procedimento di correlazione della no­
stra esperienza osservativa, come queste leggi altamente
complesse possano essere entrate in tale esperienza sog­
gettivamente, sembra prematuro accettare una filosofia che
ci tagli fuori da tutte le altre spiegazioni possibili sulla
loro origine . Questo è l'esame che abbiamo condotto .
La fine del nostro viaggio è abbastanza banale dopo
tanta fatica. Invece di esserci affaticati per raggiungere
una vetta solitaria, abbiamo raggiunto un accampamento
di credenti, che ci dicono : « Questo è quanto abbiamo
asserito da anni » . Probabilmente essi accoglieranno a brac­
cia aperte i viaggiatori stanchi, che hanno trovato almeno
un luogo di riposo nella vera fede . Tuttavia, sono un po'
dubbioso di questa accoglienza . Forse, l'asserzione, come
molte convinzioni religiose, era intesa solo per essere re­
citata e applaudita . Ogni credente è, in parte, un eretico.
Capitolo dodicesimo

GLI INIZI DELLA CONOSCENZA

Volgiamoci, ora, a considerare la relazione tra la cono­


scenza fisica e l'intera esperienza umana. Ci sono aperte
due vie per abbordare la questione.
I. Dobbiamo sviluppare la nostra filosofia generale dal­
l'inizio, con la fiducia che l'esperienza acquistata con uno
studio intensivo di una branca ci possa giovare nel pren­
dere una giusta decisione su alcune delle questioni, su cui
i filosofi sono stati discordi.
II. Possiamo indagare quale dei sistemi filosofici esi­
stenti armonizzi meglio con le conclusioni raggiunte nel­
I'epistemologia scientifica .
La prima via ci porta nel gioco come giocatori; la
seconda come arbitri.
Se scegliamo la seconda via, naturalmente (come scien­
ziati) assumiamo il punto di vista che un sistema filoso­
fico in disaccordo con i risultati dell'epistemologia scien­
tifica debba essere ripudiato . È più probabile che ci sia
un errore nelle assunzioni o nella logica della filosofia
generale, piuttosto che siano fallaci i principi epistemolo­
gici, le cui conseguenze sono state sperimentate in innu­
merevoli applicazioni pratiche. Ma, lasciando da parte que­
sta pretesa di dar giudizi sulla verità ultima, possiamo
meglio concentrarci su di una mira più vicina. Se la scienza

213
è lo studio della correlazione razionale dell'esperienza, lo
sforzo del filosofo scienziato dev'essere quello di esten­
dere questa correlazione razionale da un campo limitato
di esperienza a tutta l'esperienza. Il suo compito è di
fornire una filosofia generale, che uno scienziato possa
accettare senza rifiutare le sue convinzioni scientifiche. Se
la nostra educazione scientifica non ha raggiunto ancora
lo stadio in cui siamo maturi per ricevere la verità filo­
sofica pura, non è pertanto meno urgente integrare il no­
stro pensiero con una filosofia coerente che si avvicini
alla verità tanto quanto lo permettono le presenti limi­
tazioni della scienza.
Lo scienziato intruso si sente in svantaggio se segue
la prima via . Chiaramente, egli tratta dei problemi che
sono stati lo studio della vita di centinaia di uomini, me­
glio equipaggiati di lui sulla maggior parte dei punti. Il
suo unico vantaggio, che giustifica l'intrusione - cioè il
fatto che l'epistemologia scientifica gli dà una precono­
scenza di alcune delle conclusioni a cui l'argomento deve
condurre o almeno di certe conclusioni che egli deve tro­
vare il modo di evitare - è tenuto nell'ombra . Perciò
le considerazioni di prudenza mi rendono fortemente in­
cline verso la seconda via ; ma considerazioni di chiarezza
mi spingono ad accettare la prima. Non sembra che ci sia
nessun modo per sfuggire alla regola che, per rendere
chiaro un sistema di pensiero, si debba cominciare dal­
l'inizio .
Il desiderio di chiarezza qualche volta impone di ren­
dere chiare delle cose che sarebbe più sicuro lasciare va­
ghe ; esso espone all'attacco gli avamposti del nostro pen­
siero, che possono non essere essenziali per la posizione
principale . Il mio intento, in questo libro, è di dare dei si­
curi contributi specifici alla filosofia, piuttosto che di
esporre un sistema filosofico completo ; ma i contributi
non possono essere lasciati sospesi in vacuo o (ancor peg-

214
gio) in un'atmosfera ostile al pensiero scientifico da cui
essi traggono origine, e perciò mi sento obbligato a trac­
ciare abbozzi su di uno sfondo adatto a essi, che renderà,
spero, meglio comprensibile il loro posto nella :filosofia
generale.
Non è consigliabile, penso, tentare di descrivere una
:filosofia fondata sulla scienza con le etichette dei sistemi
:filosofici più vecchi . Accettare una tale etichetta, farebbe
sl che lo scienziato prendesse parte a controversie per cui
non ha alcun interesse, anche se non le condanna come
completamente senza significato . Ma se fosse necessario
scegliere una guida tra i :filosofi del passato, non ci sa­
rebbe nessun dubbio che la nostra scelta cadrebbe su
Kant. Non accettiamo l'etichetta kantiana; ma, come ri­
conoscimento, è giusto dire che Kant anticipò in notevole
misura le idee a cui siamo ora spinti dagli sviluppi mo­
derni della fisica.
Si può anche far riferimento a un altro sistema :filoso­
fico generale, cioè al positivismo logico. Il nostro insistere
che le quantità fisiche debbano essere definite in modo
tale, che le asserzioni della fisica siano passibili di essere
verificate con l'osservazione, può suggerire un'affinità col
positivismo logico. Il significato di un enunciato scientifico
dev'essere accertato riferendosi ai passi che si dovrebbero
fare per verificarlo . Ciò sarà riconosciuto come un princi­
pio fondamentale del positivismo logico, soltanto che 11 è
esteso a tutti gli enunciati . Quando è limitato, come qui,
agli articoli della conoscenza fisica, non è in nessun senso
una dottrina :filosofica ; ma è soltanto un mettersi in linea
col linguaggio della fisica teorica e di quella sperimentale,
in modo che non possiamo pretendere l'aiuto dell'osser­
vazione per asserzioni che non hanno nessun fondamento
osservativo. Se fosse una caratteristica generale della co­
noscenza, non ci sarebbe cosl utile nel distinguere la co­
noscenza fisica dalle altre specie di conoscenza. Non sia-

215
mo perciò particolarmente inclini a favorire l'asserzione
più generale del positivismo logico, che il significato di
tutte le dichiarazioni non tautologiche debba essere accer­
tato nella stessa maniera, cioè riferendosi al procedimento
di verificarle.

II

Il confronto col posltlvismo logico forma un'introdu­


zione utile a una ricerca sulla natura di altri tipi di cono­
scenza. Se vi dico : « Sono molto stanco » , sapete quello
che voglio dire, perché anche voi vi siete sentiti stanchi.
Potete tentare di verificare l'enunciato cercando dei sin­
tomi di conferma nel mio comportamento ; ma anche se
i sintomi fornissero una prova infallibile, il significato
dell'enunciato non può essere accertato riferendosi ad essi.
L'enunciato significa: « Sono molto stanco » ; non signi­
fica: « Sto per sbadigliare » .
S i deve ammettere che l a conoscenza comunicata dal­
l'enunciato è limitata, molto più limitata di quanto sem­
bri a prima vista. Sapete quello che intendo dire, perché
m'appello a una sensazione che anche voi avete provato .
Ma conoscete soltanto il vostro proprio modo di sentire
la stanchezza ; non potete conoscere il mio . La vostra
comprensione di quello che voglio dire (se lo capite ) è
una comprensione simpatetica. La conoscenza simpatetica,
se ci decidiamo ad ammetterla come conoscenza, deve
essere distinta tanto dalla conoscenza diretta, quale è quella
che abbiamo del nostro modo di sentire, quanto dalla co­
noscenza strutturale, quale è quella che abbiamo dell'uni­
verso fisico.
È giusto considerare la comprensione simpatetica come
conoscenza? Per quanto riguarda la fisica, la risposta non
è importante ; perché abbiamo visto che in fisica è usata

216
solo una conoscenza strutturale delle sensazioni nella co­
scienza, sia nostra propria, sia di qualcun altro ; e questa
si può liberamente comunicare senza ricorrere alla com­
prensione simpatetica delle sensazioni. Ma se dobbiamo
vedere la fisica nella sua corretta relazione con le altre
branche del pensiero umano, è necessario giungere a una
decisione circa la conoscenza simpatetica.
Una possibilità è quella di negare completamente la
validità della comprensione simpatetica, considerandola
come un modo di convincerci che comprendiamo qualche
cosa che, in realtà, non capiamo. Se è così, la dichiara­
zione : « Sono molto stanco » , dev'essere del tutto senza
significato per voi; perché essa non significa che sto pro­
vando il t•ostro modo di sentire la stanchezza, e nemmeno
si riferisce ai sintomi fisici della mia stanchezza, che avreb­
bero un significato per voi. Il suo significato, per l'unica
persona per cui ha un significato, sembra allora rientrare
nella regola del positivismo logico, cioè che esso dev'es­
sere accertato riferendosi al procedimento usato per veri­
ficarlo . Supponiamo che io diventi incerto : è una sensa­
zione di stanchezza, oppure una sensazione di sazietà che
mi fa non essere incline all'attività? La verifica consistereb­
be, suppongo, nel richiamare alla memoria una sensazione
standard della stanchezza, e confrontare la mia sensazione
presente con quella . La verifica di questa conoscenza della
stanchezza è essenzialmente uguale alla verifica della co­
noscenza della lunghezza, tranne il fatto che soltanto io
posso effettuare la verifica.
Ma prima di giungere a una decisione, dovremmo
notare che una difficoltà molto simile sorge nei riguardi
della memoria delle nostre proprie sensazioni. Quando
esamino la totalità della mia conoscenza, trovo che parte
di essa consiste nella consapevolezza diretta delle mie
sensazioni, ma una parte molto maggiore consiste nella
memoria delle mie sensazioni . La memoria è qualche cosa

217
di cui sono direttamente consapevole; ma come oggetto
di consapevolezza diretta, è del tutto differente dalla sen­
sazione stessa. Nessuno può scambiare il ricordo di un
mal di denti con il mal di denti .
È, quindi, scorretto dire che ho consapevolezza di­
retta delle mie proprie sensazioni, se il termine « sensa­
zione » non è limitato alle sensazioni che si provano al
momento presente, limitazione contraria all'uso comune.
Riguardo alle sensazioni passate, l'« io » che sta riunendo
la sua conoscenza, ha perso la consapevolezza diretta che
una volta aveva, e conosce le sensazioni solo con la memo­
ria. Cosl, lasciando da parte una conoscenza transitoria di
ciò che sento al momento, la parte stabile della mia cono­
scenza è una conoscenza di quelle impressioni più attu­
tite, chiamate ricordi delle sensazioni, o, come è forse più
chiaro chiamarle, sensazioni ricordate. Sono direttamente
consapevole delle sensazioni ricordate ; ma è una forma di
pensiero universale che una sensazione ricordata debba
essere considerata, non come un costituente di conoscenza
importante per se stesso, ma come un apprendimento in­
diretto di una sensazione passata di cui non ho consape­
volezza diretta; in breve, essa è una conoscenza simpa­
tetica della sensazione passata .
La differenza tra questa comprensione simpatetica delle
nostre sensazioni passate e la comprensione simpatetica
delle sensazioni degli altri, viene diminuita se ci riferiamo
a ricordi lontani. I ricordi delle mie sensazioni ritornano
fino a quelle di un piccolo fanciullo, che mi sembra ora
più estraneo di molte delle mie amicizie attuali. Dubito
di conoscere effettivamente che cosa egli sentisse, che cosa
gustasse, a chi assomigliasse, meglio di quanto sappia che
cosa sente, che cosa gusta, a chi assomigli un uomo, con
cui ho parlato proprio in questo momento .
Se neghiamo ogni conoscenza simpatetica, le nostre
vedute diventano non solo solipsistiche, ma ultra-solipsi-

218
stiche. Contempliamo un mondo, in cui esiste soltanto
un io momentaneo; perché neghiamo tutta la conoscenza
di un io che lo precede. L'io anteriore, di cui ci parla la
memoria, è ripudiato come un costrutto della supposta
comprensione simpatetica, che ci persuade di avere una
conoscenza che non abbiamo. D'altra parte, se ammettia­
mo la comprensione simpatetica anche della specie limi­
tata richiesta per l'interpretazione dei ricordi, ammettia­
mo una terza specie di conoscenza, che non è né conoscenza
strutturale né consapevolezza diretta . Non ne segue che
si debba ammettere che la nostra comprensione simpate­
tica delle sensazioni di altre persone sia una conoscenza
genuina, ma una delle principali obiezioni alla sua possi­
bile genuinità è superata .
Considerando la questione in senso lato, non credo che
possiamo negare un posto, nella somma della conoscenza
umana, alla conoscenza appresa soltanto per mezzo della
comprensione simpatetica. Poiché riconosciamo che c'è
un elemento soggettivo nella conoscenza, è necessario in­
dicare chiaramente il soggetto la cui conoscenza stiamo
considerando . Il soggetto della « conoscenza umana » non
dev'essere considerato come il soggetto della « mia cono­
scenza »; la sua specificazione precisa deve dipendere dalla
nostra concezione della natura umana . Se consideriamo la
facoltà simpatetica come una escrescenza morbosa, siamo
senza dubbio giustificati nel rifiutare la conoscenza che
essa pretende di apprendere, nello stesso modo che i cie­
chi del racconto di Wells, che consideravano la vista come
una irritazione morbosa del cervello dovuta alla condi­
zione perturbata di due depressioni molli nella faccia, era­
no giustificati dal loro punto di vista nel rifiutare la
conoscenza visiva dell'estraneo . Ma come posso definire
la natura umana (distinta dalla mia natura particolare)
se non concedo la validità della mia supposta compren­
sione delle menti degli altri ? Senza la facoltà simpatetica

219
che mi rende capace di riconoscere me stesso, non come
un individuo mei generis, ma come un elemento di un
complesso sociale, non avrebbe potuto sorgere la conce­
zione di « conoscenza umana » ; e sembrerebbe perciò il­
logico ripudiare questa facoltà, proprio quando si definisce
l'ambito della conoscenza umana.
Nessuno crede nel solipsismo, e anzi pochissimi asse­
riscono di farlo. Coloro che sono ossessionati dalla parola
« esistenza » , arrivano in qualche modo alla conclusione
che esistano altre coscienze oltre la loro, cioè che altre
coscienze possano essere il soggetto di quella proposizione
misteriosa, che essi non completano mai. Coloro che adot­
tano l'approccio epistemologico, prendono come loro ar­
gomento una conoscenza che incorpora le esperienze degli
altri individui posta alla pari della loro stessa esperienza.
Formalmente questa è cosa non impegnativa; non è ne­
cessario assegnare delle ragioni per aver scelto un argo­
mento particolare di studio . Ma, senza dubbio, la scelta
è determinata da una convinzione, affine alla convinzione
religiosa, che questa conoscenza cooperante sia la più de­
gna. Questa convinzione è in contrasto con un modo di
vedere solipsistico.
Sarebbe senza significato attribuire la coscienza a un
altro uomo, senza saper per nulla che cosa gli attribuia­
mo. Ma la coscienza non è un concetto strutturale, che
si può descrivere con una conoscenza puramente struttu­
rale e non è nemmeno l'attribuire a un altro uomo qualche
cosa di cui abbiamo consapevolezza diretta, poiché non è
la nostra coscienza. Ne segue che, se il nostro riconosci­
mento di esseri coscienti diversi da noi ha qualche signi­
ficato, la loro coscienza dev'essere qualche cosa di cui ab­
biamo una conoscenza che non è né conoscenza struttu­
rale, né consapevolezza diretta ; e ogni descrizione di essa
dev'essere espressa nei termini della terza specie di cono­
scenza, che abbiamo chiamato comprensione simpatetica.

220
Comunemente, definiamo la coscienza di un'altra persona
come qualche cosa che ha una specie di somiglianza gene­
rale con la nostra propria coscienza. Ma si può a stento
accoppiare una somiglianza generale con una dissimiglian­
za completa nei particolari, asserendo che non c 'è niente
nella coscienza di un altro uomo che non sia completamente
distorto dal duplicato che si suppone sia nella nostra co­
scienza. Sembra necessario, perciò, accoppiare con la com­
prensione simpatetica di un'altra coscienza, qualche grado
di comprensione simpatetica delle sensazioni che le appar­
tengono .
La nostra conclusione che la conoscenza simpatetica
debba essere ammessa (essendo l'unica alternativa al so­
lipsismo ) non implica che la conoscenza delle sensazioni
di un'altra persona, che noi stessi comunemente suppo­
niamo di possedere, debba essere accettata senza discus­
sione. L'esperienza della cecità ai colori ci insegna che la
sensazione di colore di un uomo non può essere confron­
tabile con quella di un altro . Sembra impossibile dare
qualche significato alla questione se la vostra sensazione
del rosso sia come la mia sensazione del rosso . Esito a
dire che sia ugualmente senza senso il dire che la vostra
sensazione di rosso è più simile alla mia sensazione di
rosso che alla mia sensazione di una nota musicale, seb­
bene confessi di non vederne il senso . Quando andiamo
oltre la sensazione e consideriamo simili le questioni o le
asserzioni che riguardano, ad esempio, le seguenti specie
di sensazioni - il passare del tempo, un rimorso di co­
scienza, il sapore dello zucchero, l'amore, il mal di denti,
il divertimento per un gioco - la nostra ragione si rivolta
completamente . Una coscienza in cui ci fossero questi sen­
timenti in generale, non si potrebbe affatto ammettere
come coscienza.
Fortunatamente per il fisico, egli ha un dominio in­
dipendente di conoscenza simpatetica, e può lasciare ad

221
altri, meglio equipaggiati, il compito di estrarre il residuo
di verità che è nella nostra concezione comune, circa quello
che ci sembrerebbe la mente di un altro uomo se potes­
simo penetrarvi. Perciò, possiamo soltanto spingerei fino
a mostrare quali siano le parti essenziali di una veduta
filosofica generale, che non ci ponga nd dilemma di : a) ne­
gare che non ci sia altra conoscenza oltre la conoscenza
:fisica, oppure : b) ricadere nd solipsismo che abbiamo ri­
pudiato fin dall'inizio della :fisica.

III

Consideriamo ora la radice comune da cui devono sor­


gere la conoscenza scientifica e tutte le altre. L'unico og­
getto di studio che mi si presenta è il contenuto della mia
coscienza. Secondo la descrizione comune, essa è una rac­
colta eterogenea di sensazioni, emozioni, concezioni, me­
morie, ecc. Le materie grezze della conoscenza e i prodotti
elaborati dell'attività intellettuale esistono uno vicino al­
l'altro in questa raccolta . Vogliamo trovare la materia
grezza, i dati primitivi non guasti dall'intervento delle
forme abituali di pensiero .
Si deve riconoscere, credo, che questo è un ideale
irraggiungibile. La nostra facoltà di percezione sensibile è
modificata dall'esercizio ; ed è impossibile concepirla com­
pletamente spogliata dell'educazione, che le era stata im­
posta dalle condizioni di vita e dall'adattamento all'am­
biente . Non credo che la sensazione, come la conosciamo
noi, possa esistere senza un'attività della mente, che con­
centri, confronti, distingua. Quello che chiamiamo sensa­
zione non può essere mai cosa puramente sensibile . Ma
questa è una questione che è meglio lasciare agli psicologi.
In ogni caso, esiste la difficoltà pratica. Cerchiamo di an­
dare verso la radice della conoscenza ; ma i dati più pri-

222
mitivi che possiamo raggiungere, non saranno completa­
mente indipendenti dalle forme primitive di pensiero . Non
possiamo proprio impedirci di essere dotati di cervello e
dobbiamo cercare di trarne il miglior partito .
lnvero, è una delle forme primitive di pensiero, cioè
il concetto di analisi, che ci presenta l 'unità della coscien­
za, sotto forma di collezione di sensazioni, di emozio­
ni, ecc. La suddivisione analitica della coscienza in parti
presenta gli stessi problemi della suddivisione analitica
dell'universo fisico in parti. Con quale criterio il sistema
di analisi accettato viene distinto dagli altri sistemi di
analisi possibili? La parte ideale è così autosufficiente da
poter essere pensata senza contraddizioni isolata dal resto ?
Accetterò il punto di vista che la coscienza sia un tut­
to, che noi scomponiamo analiticamente in parti, e non un
numero di unità discrete (sensazioni, emozioni, pensie­
ri, ecc . ) di cui si parli collettivamente come di coscienza.
Ammetto anche che la nostra analisi ordinaria sia piuttosto
rudimentale, e che vi sia una sovrapposizione e un'inte­
razione delle parti . Ciò che chiamiamo sensazione singola,
non è strettamente separabile dal contesto di emozioni,
memorie, forme concettuali, ecc., in cui essa avviene.
A questo punto di incontro di tutte le branche della
conoscenza, dobbiamo distinguere quella che conduce alla
conoscenza dell'universo fisico . La materia grezza di questa
conoscenza è contenuta nelle parti della coscienza chiamate
sensazioni o impressioni sensibili . I due nomi non hanno
affatto lo stesso significato ; la « sensazione » implica solo
quelle caratteristiche di cui siamo direttamente consape­
voli ; mentre « l'impressione sensibile » si riferisce a una
supposta connessione con gli stimoli fisici, trasmessi at­
traverso gli organi di senso. A questo punto, mentre stia­
mo ancora cercando una strada che conduca all'universo
fisico, e quindi ai nostri corpi e organi di senso, il termine
« impressione sensibile » è prematuro. C'è il pericolo di

223
un circolo vizioso, se definiamo l'universo fisico per mezzo
della sua generale connessione con la struttura della sen­
sazione nella coscienza, e poi usiamo parti definite del­
l'universo fisico (organi di senso) per determinare a qual
parte della nostra coscienza si riferisca il nome di « sen­
sazione » . Sorge, perciò, la questione se la distinzione
tra le sensazioni e il resto della coscienza sia una di quelle
di cui siamo direttamente consapevoli, o se essa sia stata
raggiunta più tardi, quando abbiamo appreso qualche cosa
sulle impressioni sensibili. Credo che la risposta sia che,
per mezzo della conoscenza diretta, possiamo fare una
classificazione iniziale, che distingua le sensazioni dagli
altri contenuti della coscienza ; poi viene elaborata una
classificazione più precisa, che identifica le sensazioni con
le impressioni dei sensi e infine sostituisce la prima.
Questa questione è semplificata moltissimo dal fatto
che, sebbene tutti i nostri sensi possano essere usati per
indagare l'universo fisico, la maggior parte di essi sono
superflui e non fanno altro che rafforzare l'informazione
che possiamo ottenere dagli altri. Non è, perciò, neces­
sario conoscere a questo stadio l'ambito esatto del termine
« sensazione » . È sufficiente se possiamo distinguere per
consapevolezza diretta una particolare classe di sensazioni,
che è sufficiente da sola a rivelare tutto ciò che si sa
dell'universo fisico . Idealmente, tutta la nostra conoscenza
dell'universo fisico avrebbe potuto essere ottenuta con la
sola sensazione visiva e, in realtà, con la forma più sem­
plice della sensazione visiva, incolore e non stereosco­
pica 1 • Possiamo, perciò, considerare un articolo di cono­
scenza fisica come un'asserzione di quello che è stato o po­
trebbe essere percepito visivamente. Le prove di fisiologia
e di psicologia sperimentale, usate per distinguere le im­
pressioni dei sensi dalle altre percezioni, possono, di con-

1 New Pathways in Science, p. 13.

224
seguenza, essere descritte in termini visivi. In questa ma­
niera definiamo il campo dell'impressione sensibile, senza
far uso di tentativi preliminari per definire, per consape­
volezza diretta, l'intero campo della sensazione.
La distinzione tra sensazioni e altre percezioni non è
una classificazione di per se stessa tanto evidente, come
talora crediamo. Un caso limite è particolarmente impor­
tante. La nostra percezione del passare del tempo è una
sensazione? Non possiamo immaginare una prova scienti­
fica diretta che sia in qualche modo più conclusiva di
quanto lo sia il nostro giudizio introspettivo . Ma consi­
derazioni scientifiche generali favoriscono l'opinione che
la nostra percezione del passare del tempo sia un'impres­
sione sensibile; cioè a dire, che sia tanto strettamente con­
nessa con gli stimoli provenienti dal mondo fisico, quanto
lo è la sensazione della luce . Proprio come certe pertur­
bazioni fisiche, che penetrano nel cervello attraverso i
nervi ottici, causano la sensazione di luce, cosi un cambia­
mento di entropia, tanto nelle cellule cerebrali in generale
quanto in cellule speciali, causa la sensazione della suc­
cessione del tempo, sentendosi che il momento di maggio­
re entropia è il più recente. Nei miei primi scritti ho
trattato piuttosto ampiamente questo problema, e non ho
bisogno qui di ulteriori aggiunte 2 •
Accanto alle sensazioni di cui sono direttamente con­
sapevole ammetto anche due specie di sensazioni di cui
non sono direttamente consapevole : l ) le sensazioni che
ricordo di aver avuto in passato, e 2 ) le sensazioni che
altri mi dicono di avere o di aver avuto . È un assioma
della fisica che, come materie grezze per la conoscenza,
queste stiano tutte sulla stessa base.
L'ammettere che certi ricordi debbano esser trattati
come una conoscenza delle sensazioni passate, è essenziale

2 Tbe Nature of the Physical World, p. 100.

225
per le scienze :fisiche; perché, come vedremo più tardi, il
primo passo verso la conoscenza strutturale è il confronto
delle sensazioni nella coscienza. Il dato della scienza :fisica
non è la consapevolezza di una sensazione, ma la consa­
pevolezza che una sensazione è simile, o differente, da
una sensazione che abbiamo avuto precedentemente. Con­
venuto ciò, le sensazioni di una persona sola procurano
materiale sufficiente per l'analisi strutturale; e sarebbe pos­
sibile svilupparne una teoria scientifica che vada d'accordo
con la teoria :fisica, se si eccettua il fatto che essa è pre­
sentata in una struttura concettuale egocentrica. Ma poiché
l'analisi non ci condurrebbe mai fuori di una coscienza
singola, essa non darebbe nessuna indicazione di un mon­
do esterno a quella coscienza . L'esteriorità del mondo
fisico risulta dal fatto che esso è costituito da strutture
trovate in coscienze differenti.
Cosl, il riconoscimento di sensazioni diverse dalle no­
stre, sebbene non sia richiesto :fino a uno stadio piuttosto
avanzato della questione, è essenziale, per la derivazione
di un universo :fisico esterno. È un postulato che la nostra
consapevolezza diretta di certe sensazioni uditive e visive
(parole udite e lette) sia una conoscenza indiretta di sen­
sazioni del tutto differenti (descritte dalle parole udite e
lette ) che avvengono in luoghi diversi dalla nostra co­
scienza. Il solipsismo negherebbe ciò ; ed è con l'accettare
questo postulato che la :fisica si dichiara antisolipsistica.

IV

In molte lingue occorrono due verbi per esprimere i


significati del verbo inglese « to know ». Quando diciamo
che « we know » le nostre percezioni, il significato, di
solito, è kennen (conoscere, connaztre) , mentre in questo
libro abbiamo adoperato principalmente « to know » nel

226
senso di wissen (sapere, savoir). È necessario esaminare
piuttosto accuratamente la natura della nostra consapevo­
lezza diretta, per render chiaro che essa fornisce dati di
conoscenza nel senso di Wissen-schaft (scienza) .
Alla domanda : « Di che cosa siamo più direttamente
consapevoli? », la risposta comune sarebbe : « Di perce­
zioni, e altre parti del contenuto della coscienza » . Ma
questo è un modo di dire. La percezione è di per se stessa
un consapevolezza. Ciò che chiamiamo consapevolezza sen­
ziente non ha nessun oggetto grammaticale tranne se stes­
so . La mia coscienza è la mia consapevolezza, e le parti
della mia coscienza - percezioni, emozioni, ecc. - fanno
parte della mia consapevolezza ; e non è altro che una sin­
golarità di espressione quella che ci conduce a ripetere il
significato del termine consapevolezza in frasi come « con­
sapevolezza di percezioni » . È nostro scopo ora di dimo­
strare che la consapevolezza è tanto sciente quanto sen­
ziente ; e che la consapevolezza sciente ha un oggetto gram­
maticale, cioè un articolo di conoscenza.
Consideriamo l'enunciato : « Sono consapevole di sen­
tire un dolore » . Ciò significa che so di sentire un dolore
nello stesso senso che so qualunque altro fatto, per esem­
pio, che il sole è sorto . « Consapevole » è qui usato solo
per distinguere il modo con cui ho ottenuto la conoscenza.
(La mia conoscenza che il sole è sorto non è necessaria­
mente materia di consapevolezza diretta, poiché può ac­
cadere che ci sia stata nebbia per tutto il giorno .) Ma è
necessario notare che ciò di cui sono direttamente consa­
pevole è un certo fatto, non che la forma delle parole
« sento un dolore » sia una descrizione corretta del fatto.
L'intervento di una forma verbale crea una goffa difficoltà
nel discutere gli elementi della conoscenza ; più la descri­
zione è accurata, tanto più essa si avvicina alla nostra co­
noscenza generale, e cosl distrae l'attenzione dall'elemento
particolare della conoscenza, su cui vogliamo mettere a

227
fuoco la discussione. Una descrizione inesatta non è un
rifugio ideale da questo dilemma; perciò tenteremo un'al­
tra via .
Supponete che io dica improvvisamente : « Ahi ! » . Que­
sto vi comunicherà esattamente quello che intendevo co­
municarvi con l'enunciato precedente : « Sento un dolo­
re » . Esso ha il grande vantaggio di non riferirsi a nessuna
teoria psicologica di quanto è avvenuto ; non trascina in
una conoscenza non completamente derivata da una consa­
pevolezza diretta come farebbe qualsiasi tentativo di de­
scrizione precisa. Normalmente, è un'espressione involon­
taria; ma è un peccato non usare deliberatamente un'espres­
sione che comunica in modo esatto quello che intendiamo
comunicare e niente più. Un elemento tipico di conoscenza
acquisita per consapevolezza diretta è quello che comuni­
chiamo ad un'altra persona, con l 'esclamazione : « Ahi ! » .
Senza dubbio, s i comunica u n articolo d i conoscenza.
Quando il dentista, nel corso delle sue visite, domanda :
« Fa male ? », ed io rispondo: « Ahi ! », egli ottiene un'in­
formazione definitiva . È chiaro che io stesso avevo questa
informazione prima del dentista ; e infatti, era un articolo
di conoscenza che desideravo particolarmente di comuni­
cargli. È anche chiaro che la conoscenza mi era venuta per
consapevolezza diretta.
Ciò, credo, non lascia alcun dubbio che la consapevo­
lezza sia non solo senziente, ma sia un mezzo per acqui­
stare degli articoli di conoscenza (Wissenschaft). Sorge
una confusione quando tale conoscenza è espressa in pa­
role, perché la scelta di parole esatte dipende dalla cono­
scenza generale, che non è una regola acquisita per con­
sapevolezza diretta . Solo eccezionalmente, possiamo dare
espressione verbale alla conoscenza acquisita per consape­
volezza diretta senza adulterarla. Di solito, l 'espressione
verbale dev'essere considerata un indicatore, che indica
la conoscenza, ma non fa parte di essa.

228
Capitolo tredicesimo

LA SINTESI DELLA CONOSCENZA

Considerando i dati primitivi della conoscenza, forniti


dalla consapevolezza diretta, è necessario tenere a mente
che la descrizione di un dato non fa parte del dato.
Affinché possiate sapere a qual dato mi riferisco, devo
usare una forma verbale come indice ; ma anche se (come
può occasionalmente avvenire), la forma verbale è l'espres­
sione esatta della verità di un dato, esso è una verità
conseguita con la ricerca susseguente e non fornitaci come
un dato primitivo.
Un forestiero, in un paese in cui gli manchino le ri­
sorse del proprio linguaggio, aprirà la comunicazione addi­
tando . In questa discussione sulle origini della conoscenza,
siamo in una posizione simile, e dobbiamo dare una gran
quantità di indicazioni. Ma siccome è impossibile addita­
re in senso letterale, dobbiamo farlo con le parole e con le
frasi . Questo uso del linguaggio allo scopo di additare,
deve esser distinto dal suo uso per una descrizione espli­
cita, che non può incominciare se non in uno stadio più
avanzato. La deduzione logica non è applicabile ad esso,
perché le deduzioni possono aver luogo solo partendo
dai dati, e un indice non è un dato. Non dobbiamo ripu­
diare il pensiero logico, ma insistiamo che esso debba es­
sere applicato ai dati reali.

229
Cosl, nei problemi fondamentali che sorgono all'ini­
zio della filosofia, la forma verbale è, in generale, l'ulti­
ma cosa a cui si dovrebbe prestare attenzione . O la pa­
rola rappresenta le vedute filosofiche degli inventori prei­
storici del linguaggio, o essa ammette prematuramente una
verità che è affar nostro trovare con la ricerca. Conside­
rando di nuovo l'enunciato : « Sono consapevole di sen­
tire un dolore » , ne comprendete il significato perché a
volte voi stessi siete consapevoli di qualche cosa di si­
mile . Esso assolve la sua funzione come un indice ; e, se
credete che colui che parla non dica una bugia, potete ac­
cettarla (col significato che le avete riconosciuto ) come
un dato della conoscenza. Ma, presum.ibilmente, non ac­
cettate come un dato della conoscenza la filosofia incor­
porata nella forma dell'enunciato, che c'è un « io » sen­
ziente che sente, e un « io » conoscente, che è consapevole
che l'« io » senziente sente, forse con una serie infinita
di « io », ognuno dei quali è consapevole che l'« io » più
vicino è consapevole di qualche cosa. Anche se per caso
siete d'accordo con questa filosofia, capite che essa non
ha nulla a che fare con la conoscenza che veniva comuni­
cata nell'enunciato . Ci si può accorgere di un dolore, senza
esser filosofi.
Consideriamo perché la descrizione (sebbene non il
dato) introduca due « io » , che troviamo molta difficoltà
a identificare completamente . È una conseguenza del modo
di vedere non-solipsistico che colui che sa non coincide, di
solito, con colui che sente . Le sensazioni degli altri sono
tanto importanti quanto le nostre ; e la comune formula
di conoscenza sarebbe : « So che un certo tale sente un
dolore » . Quando accade il caso eccezionale, la formula
non dovrebbe essere alterata, perché sarebbe un solipsi­
smo dare alle proprie sensazioni qualsiasi specie di prio­
rità o di distinzione nella conoscenza. Cosi, la descrizione
deve indicare separatamente il possessore della conoscenza

230
e il possessore della sensazione, anche quando sia la co­
noscenza che la sensazione siano parti della stessa co­
scienza, parti che si fondono in misura notevole. Ogni ten­
tativo per arguire dalle parole che i due possessori pos­
sono non essere completamente identici, è escluso perché
non sarebbe riconosciuta la funzione della forma verbale
che è quella di indicare. Ciò che è indicato, cioè il dato,
è che il conoscere e il sentire sono parti di una coscienza
distinta da altre coscienze, per mezzo dell'indicatore ver­
bale « io » .
S i può notare che « io s o che » è una frase idempo­
tente :

So che so che = So che

La ripetizione non porta nessuna differenza al suo


valore di indicatore. Che le due frasi significhino (cioè,
che indichino ) precisamente la stessa cosa, si vede quando
esaminiamo l'alternativa apparente « Non so che so che » ,
l a quale è chiaramente u n non senso 1 • S e rappresentiamo
« A sa che » col simbolo ]A, l'enunciato ]A }B è nor­
malmente irriducibile, ma nel caso speciale A = B, ab­
biamo ]A ]A = ]A. La ripetizione può esser fatta un
qualsiasi numero di volte ; cosl ]A ]A ]A . . . ]A = ]A.
Nel nostro linguaggio ordinario, una sensazione è as­
sociata con una conoscenza, la conoscenza, cioè, che la
sensazione esiste . Non c'è ambiguità nel completare que­
sta « proposizione non finita » ; la sensazione esiste nella
coscienza, cioè ne è parte . Per un solipsista, questo è un
truismo, perché la sensazione è il nome dato a una parte
della coscienza, e c'è una sola coscienza - la propria -
di cui essa sia parte. Ma quando ammettiamo più di una

I Si deve rammentare che « sapere » non significa « sapere


con certezza » (capitolo 1).

231
coscienza, rendiamo la conoscenza più generale della sen­
sazione, aggiungendo un indicatore che indica la coscienza
particolare in cui la sensazione esiste, o di cui è parte.

II

Poiché la conoscenza del mondo fisico è derivata dalle


sensazioni, prendiamo in esame una sensazione particolare,
per esempio la sensazione così descritta : « Io-percepisco-il­
suono-del-segnale-orario-di-Greenwich » . Evidentemente, la
descrizione contiene un'informazione che non è parte della
sensazione, e non è di per se stessa materia di apprendi­
mento diretto . Dobbiamo ora chiederci : « È ogni parte
della descrizione materia di apprendimento diretto? ». In
particolare, abbiamo una consapevolezza diretta che la
sensazione è una relazione soggetto-oggetto, come implica
la forma della descrizione? Non credo che l'abbiamo.
Possiamo, se ci piace, fare esperimenti con l'ipotesi che
una sensazione sia, o possa essere rappresentata come una
relazione (il percepire ) tra un soggetto ( « io ») e un og­
getto (un « senso » ) ; ma questo è molto diverso dall'as­
serire che siamo direttamente consapevoli che essa sia
una tale relazione. Che l'esperimento sia senza successo,
è mostrato, credo, dalla sterilità della filosofia realistica.
Il termine-oggetto della relazione è un circolo chiuso . Ma
esaminiamo più da vicino il termine-oggetto della rela­
zione .
Fin qui il termine « io » è stato per noi una parola­
indice usata per indicare una particolare coscienza di cui
la sensazione fa parte . In altre parole è un'etichetta attac­
cata alla coscienza per evitare la noia di indicare ogni volta
che la nominiamo. Quando, col concetto di analisi, suddi­
vidiamo la coscienza in un numero di sensazioni, emo­
zioni, ecc., noi attacchiamo a ogni parte l'etichetta « io » ;

232
o, per rispettare la grammatica, « mia » . L'etichetta mo­
dificata non denota il possesso, tranne nel senso in cui
un intero « possiede » delle parti ; essa non richiede un
proprietario distinto dalla coscienza, che possiede tutte le
parti e perciò l'intera coscienza. Pur tuttavia, la funzione
dell'« io » come etichetta non esaurisce il significato co­
munemente attribuito all'« io » . Tra i contenuti della mia
coscienza c'è un'autocoscienza . Nel linguaggio delle rela­
zioni soggetto-oggetto, diciamo « sono consapevole » del­
l'« io » . Senza approvare questa descrizione dell'autoco­
scienza come una relazione soggetto-oggetto, la riconoscia­
mo come un indice e ammettiamo il dato primitivo che
essa indica. La questione è allora : Quale significato addi­
zionale è dato all'« io », in connessione con questo dato
dell'autocoscienza?
Dobbiamo rammentare che il concetto di analisi è una
forma di pensiero, e, sebbene la sua applicazione alla co­
scienza serva per certe applicazioni utili, non c'è nessuna
garanzia che, riunendo semplicemente le parti analitiche,
senza un materiale che faccia da legame, si riproduca l'in­
tero . Anche nell'universo fisico, dove l'analisi è applicata
più sistematicamente e sono state prese maggiori precau­
zioni per assicurarsi la non sovrapposizione e l'autosuffi­
cienza permanente delle parti, le parti elementari non sono
nettamente separabili . Ancora meno una singola sensazio­
ne è nettamente separabile dal contesto di emozioni, ri­
cordi e attività intellettuali in cui essa avviene ; e nemmeno
è nettamente separabile dalla volontà che dirige l'atten­
zione su di essa e dal pensiero che ne incorpora la cono­
scenza consapevole. Perciò, la coscienza a cui appartiene
una sensazione particolare, la riguarda non come etichetta,
ma come contesto .
Ho la conoscenza di una certa sensazione e ho un'ul­
teriore conoscenza che essa era o è una mia sensazione.
Se non sono un solipsista, la seconda asserzione combina

233
due dati. Un dato si riferisce alla classificazione delle sen­
sazioni come appartenenti a un certo numero di coscienze
differenti e scompare se tutte le sensazioni di cui ammetto
di avere conoscenza si trovano in una coscienza. Ma l'altro
dato riguarda un aspetto positivo di « mio » , non toccato
dal contrasto con « suo », e rimane valido anche per un
solipsista. Si tratta di questo, che la sensazione non è un
elemento autosufficiente della consapevolezza, indipenden­
te da altri elementi della consapevolezza, ma è una delle
parti in cui, con una dissezione alquanto decisa, abbiamo
suddiviso la consapevolezza che ci si era presentata come
un tutto. L'« io », che è l'oggetto supposto dell'autoco­
scienza, è il correlativo di « mio » in questo secondo
aspetto - il « mio » che unisce - nello stesso modo che
l'« io », che è il soggetto supposto dei verbi che indicano
consapevolezza, è il correlativo di « mio » come etichetta
- il « mio » che oppone. I casi nominativo, oggettivo e
possessivo devono essere trascurati, perché le regole della
sintassi non sono state intese per il linguaggio indicatore.
I dati indicati sono rispettivamente il contrasto con le
sensazioni che appartengono a un'altra coscienza e l'unità
della consapevolezza cosciente, che le impedisce di essere
pienamente rappresentata come un'aggregazione di parti
autosufficienti.
Possiamo, credo, identificare l'autocoscienza con la
consapevolezza di questa unità di coscienza. In un certo
senso, l'autocoscienza può essere considerata una « parte »
della coscienza, proprio come l'interazione tra le particelle
elementari può essere considerata una parte dell'universo
fisico . Ma non è omogenea con le altre parti ; e, nel senso
più ristretto, in cui il significato di « parte » non può
essere dissociato dal sistema di analisi di cui è un pro­
dotto, l'autocoscienza non è una parte analitica, ma un re­
siduo che è sfuggito all'analisi.

234
Nella descrizione del soggetto-oggetto dell'autocoscien­
za : « lo sono consapevole dell ' ' io ' », il secondo « io »
sta per l'unità della coscienza. Distinguendolo come h I2
è ciò che rimane se voi mi immaginate senza nessuna delle
sensazioni, dei pensieri, ecc., inventariati dal concetto di
analisi . Questi contenuti inventariati possono esser fatti
variare, senza modificare l'« io » essenziale, associato a
essi . Si può forse obiettare che questa descrizione di l2
si adatta esattamente all'« io » che dormiva profondamente
qualche ora fa - cosa che sembra condurre alla reductio
ad absurdum, che è nel sonno che l'« io » essenziale
emerge dalla moltitudine di pensieri ed emozioni, che di
solito lo offuscano. Ma questo è come arguire che le qua­
lità essenziali della colla siano messe meglio in evidenza
quando essa non contamina se stessa attaccando qualche
cosa. Per ottenere l'l2 di cui siamo consapevoli nell'auto­
coscienza, i pensieri e le sensazioni devono essere astratti,
non eliminati . L'unità della coscienza è manifesta perché
ci sono delle parti che essa deve unire .
Riassumendo : l'« lo » è dapprima un'etichetta o una
parola-indice, attaccata a una coscienza particolare e, di
conseguenza, alle sensazioni, emozioni, ecc., in cui la co­
scienza è suddivisa dal concetto di analisi ; e, in secondo
luogo, quando sia associato alla autocoscienza, è parte di
una forma verbale « io sono consapevole dell'io » , usata
per indicare un residuo di consapevolezza che sfugge al
concetto di analisi . La frase indica il dato (di cui abbiamo
conoscenza immediata) che la nostra intera consapevolezza
non è completamente rappresentata dalle parti in cui di so­
lito la suddividiamo; in altre parole, è un'unità e non una
unione di parti . Il fatto che « io » sia messo nel primo caso
come soggetto e nel secondo caso come oggetto del verbo
« essere consapevole » , sembra non sia nulla più di un uso
linguistico . Quando tentiamo di andare oltre le parole,

235
non troviamo nulla per sostenere l'opinione che la consa­
pevolezza sia una relazione soggetto-oggetto o anche una
relazione intransitiva del soggetto.

III

Torniamo ora al supposto termine-oggetto della rela­


zione. Per gli scopi della fisica, l'unico valore della consa­
pevolezza diretta descritta con la frase : Io-percepisco-il­
suono-del-segnale-orario-di-Greenwich, è che essa possa es­
sere confrontata, e in alcuni casi identificata, con un'altra
consapevolezza diretta, che ricordo di aver avuto . Il dato
tipico per la fisica è perciò : Ho-una-sensazione-che-ho-avuto­
in-un'occasione-precedente. Purché si possa trovare un mez­
zo per descrivere l'occasione precedente, in modo da ren­
dere capaci le altre persone di identificarla nella loro espe­
rienza (senza di che l'informazione non sarebbe di alcun
valore) , il dato rappresenta una conoscenza comunicabile.
Non è necessario ammettere che la persona, a cui viene co­
municata la conoscenza, abbia qualche comprensione siro­
patetica delle mie sensazioni auditive ; essa può essere
sorda come un sasso, incapace di immaginare a che cosa
assomigli il senso del suono .
La teoria della struttura, descritta nel capitolo IX, in­
dica il modo in cui questo tipo comunicabile di conoscenza
viene elaborato e reso del tutto indipendente dalle sensa­
zioni individuali non-comunicabili. « L'occasione preceden­
te » è identificata dalla sua associazione con altre sensa­
zioni o gruppi di sensazioni nella stessa coscienza, che a
loro volta sono confrontate con sensazioni precedenti o
posteriori, e trovate uguali ad esse. Finalmente, da questi
confronti, estraiamo un modello di concatenazione, che
può essere descritto matematicamente e rappresenta la co-

236
noscenza strutturale del contenuto sensibile della coscienza
studiata .
Nel caso delle sensazioni visive, la struttura è molto
evidente di per se stessa. Senza riferirei al ricordo di
sensazioni precedenti, possiamo scoprire un modello nel
quale possiamo guardare in qualsiasi momento. È princi­
palmente attraverso la sensazione visiva, che si forma la
nostra concezione ordinaria del mondo fisico . Ma proprio
perché essa si presta cosl facilmente alla ricerca struttu­
rale, è stata guastata dai nostri primi tentativi inesperti,
e non è cosl facile fare un salto netto, per separare l'es­
senza matematica della struttura dalla forma di consape­
volezza in cui essa è contenuta. La nostra abitudine a ve­
dere la struttura ci rende più difficile comprendere l'astrat­
tezza essenziale della struttura .
Come risultato della comunicazione della conoscenza
strutturale, troviamo ben presto che i contenuti struttu­
rali di coscienze differenti non sono completamente indi­
pendenti. Sorge allora il problema : come dobbiamo rap­
presentare quest'interdipendenza? Possiamo cominciare dal
semplice caso in cui la stessa struttura si trovi in quasi
tutte le coscienze con cui possiamo comunicare, per esem­
pio, la struttura della sensazione visiva che sorge quando
guardiamo una costellazione nel cielo stellato . Respingia­
mo l'idea che il trovarsi di questa struttura altamente spe­
cializzata in tante coscienze sia una coincidenza, e perciò
ci affidiamo all'ipotesi che le molte strutture simili siano
riproduzioni di una struttura originale . Questa è l'origine
dell'idea di causalità. Nel linguaggio di causalità, attribuia­
mo le strutture simili, in coscienze differenti, a una causa
comune, contenente la stessa struttura.
Un'ipotesi possibile è che questo sia un effetto di ere­
ditarietà. Le coscienze normali potrebbero contenere que­
sta struttura particolare, per la stessa ragione per cui i

237
corpi normali contengono un'altra struttura particolare
chiamata fegato. Questa ipotesi, però, è confutata dalla
comparsa delle nove ( stelle nuove) . Queste sono cambia­
menti della struttura della sensazione visiva, che avven­
gono simultaneamente in tutte le coscienze, e delle quali
il nostro comune antenato non può, evidentemente, esser
ritenuto responsabile. La causa comune non può esser
collocata in nessuna delle coscienze senza solipsismo, e
nemmeno può esser collocata in una coscienza ancestrale;
perciò deve esser collocata fuori di ognuna delle forme
riconosciute di coscienza . Questo mondo, che sta al di
fuori delle coscienze individuali dove sono collocate le
cause comuni delle strutture sensorie nelle differenti co­
scienze, è chiamato « il mondo esterno » .
Riconoscendo che altre coscienze sono consimili alle
nostre, ci siamo già affidati ad accettare un mondo che sta
al di fuori della coscienza individuale. Tuttavia, è un
nuovo passo di grande importanza, quando con la scoperta
di simili strutture comuni a tutte le coscienze normali,
introduciamo un mondo esterno, contenente la struttura
originale, di cui esse sono le riproduzioni. Poiché il mondo
esterno è introdotto come un ricettacolo della struttura,
la nostra conoscenza di esso è limitata alla conoscenza
strutturale ; e la fisica è lo studio di questa conoscenza
strutturale . Ma, se sorgesse l'occasione, la funzione del
mondo esterno potrebbe essere ampliata in modo da com­
prendere più della nostra conoscenza fisica . Se troviamo
motivo di essere insoddisfatti di un mondo puramente
fisico, esterno a noi stessi, c'è spazio per un'interpreta­
zione spirituale del « qualche cosa » di cui l'universo fi­
sico è soltanto la struttura astratta .
Non formuliamo, per cominciare, nessuna teoria su
come la struttura originale del mondo esterno giunga ad

essere riprodotta come una struttura di sensazioni nella


coscienza ; riconosciamo semplicemente che, escludendo la

238
coincidenza, il ricorrere della stessa struttura in molte co­
scienze è un segno che esiste una struttura originale in un
mondo esteriore a questa coscienza. Così, la scena della
grande sintesi è trasportata in un mondo esterno, dove i
frammenti di struttura, che sono gli originali delle strutture
di sensazioni nella nostra e nelle altrui coscienze, stanno
come i pezzi di un gioco di pazienza, che aspettano di essere
riuniti insieme. Questa sintesi, estremamente intricata, è
un compito che la fisica ha adempiuto lentamente attra­
verso le epoche . Sono stati fatti spesso degli errori. In
particolare, le prime teorie tentarono di comporre nella
sintesi la conoscenza che non è puramente strutturale ; ed
è soltanto negli anni recenti, che la teoria fisica è diven­
tata, tanto nella forma quanto nel fatto, una teoria ma­
tematica di struttura di gruppi . Ma, molto presto nella
sintesi, fu possibile discernere alcuni dei passi con cui le
strutture del mondo esterno vengono trasportate dalla loro
locazione originale alla coscienza . Vale a dire, adattando i
pezzi della struttura, otteniamo una struttura comprensiva,
che contiene non solo i pezzi originali, ma un meccanismo
per propagare la struttura .
Nel progresso di questa sintesi, abbiamo imparato a
mettere da parte il rozzo punto di vista istintivo che
« vedere » sia una specie di operazione che raccoglie le

informazioni, come il custode di un parco raccoglie la


cartaccia. La struttura della nostra sensazione visiva di
una costellazione è riprodotta molte volte nel mondo
esterno - in una disposizione di oggetti materiali, nelle
onde di luce, sulla retina, nei nervi ottici, nelle cellule
del cervello . La riproduzione nella sensazione effettiva
viene alla fine di questa sequenza. Quando la nostra co­
noscenza fisica ha raggiunto questo stadio, siamo autoriz­
zati a sostituire a « sensazione » il termine « impressione
sensibile ». Oltre alla nostra consapevolezza diretta della
sensazione, abbiamo ora conoscenza indiretta che essa è

239
associata con i nervi e con gli organi di senso introdotti
nella sintesi della conoscenza strutturale. Naturalmente,
questa « teoria della sensazione » è stata usata liberamente
nello sviluppo della fisica. Essa avrebbe potuto essere in­
trodotta a qualsiasi stadio, come un'ipotesi ragionevole,
da essere provata sperimentalmente . Ma non è il punto
di partenza logico per un'esplorazione dei fondamenti della
scienza ; e in un esame della natura della conoscenza com­
presa nella fisica, dobbiamo risalire ancora a un dato indi­
pendente dalle teorie della sensazione, quello, cioè, che le
stesse strutture della sensazione si trovano in più di una
coscienza molto più spesso di quel che possa essere spie­
gato dalla coincidenza.

IV

In contrasto con il metodo della fisica, vediamo come


la filosofia realistica tenti di trattare il termine-oggetto della
relazione. Mi sembra opportuno fornire un esempio del­
l'effetto disastroso che le forme verbali, a noi imposte dai
creatori del linguaggio non filosofico, possono avere sul
nostro pensiero.
Ciò che segue è un'introduzione tipica alla filosofia
realistica .
È chiaro che ogni qual volta io ho una qualsiasi spe­
cie di esperienza, sia che io dorma, che pensi, che abbia
allucinazioni, o che percepisca soltanto, qualcosa è so­
gnato, pensato, allucinato o percepito, e che la mia mente
ha qualche relazione con questo qualche cosa 2 •
L'argomentazione continua precisando che questo

2 C. E. M . Joad, Guide to Philosophy, p. 66. Joad non enuncia


necessariamente il suo punto di vista.

240
« qualche cosa » può avere relazioni differenti con la
mente ; perché ciò che è percepito, può anche essere ri­
cordato o immaginato . Si arguisce che ciò che è nella
mente non potrebbe avere questa varietà di relazioni con
la mente ; il « qualche cosa » non è perciò parte della
mente . La conclusione è la seguente :
È una caratteristica, allo stesso tempo comune e pe­
culiare a tutti gli atti mentali, che essi debbano essere
consapevoli di qualche cosa diversa da se stessi. Dire di
un atto, che è mentale, è come dire, infatti, che esso è
la consapevolezza di qualche cosa diversa da se stesso.
Questa conclusione implica il corollario che il « qualche
cosa d'altro » di cui siamo consapevoli non sia influenzato
dall'atto con cui la mente ne diviene consapevole . In
quanto oggetto di esperienza, in altre parole, è precisa­
mente quello che sarebbe se di esso non si avesse espe­
rienza 3 •
Questo sarebbe uno sforzo rivelatore degno di lode,
se il nostro oggetto fosse di scoprire le vedute filosofiche
dei pionieri del linguaggio, quelli che sono originaria­
mente responsabili del modo in cui leghiamo insieme le
parole in frasi e proposizioni. Ma perché questo debba
essere risuscitato per servire come base alla filosofia del
XX secolo, sorpassa la mia comprensione .
Non c'è nessuna differenza di significato tra « sogna­
re » e « sognare un sogno », o tra « pensare » e « pensare
un pensiero ». A prima vista « sognare un sogno » sembra
una ripetizione senza scopo . Ma, se si desidera entrare
nei particolari, il linguaggio non fornisce nessun modo di
connetterli con un verbo; non mi è permesso dire che
« desideravo un sognare vertiginoso » . Devo dare al verbo

un oggetto, anche se è un oggetto fittizio, e connettere


con l'oggetto i particolari che voglio aggiungere . Perciò,

3 C. E. M. Joad, Guide to Philosophy, p. 74.

241
enuncio come descrizione del mio sogno particolari che
avrebbero potuto benissimo esser dati come particolari
del mio sognare, se la forma di linguaggio lo avesse
permesso . Il realista trionfante esibisce questo oggetto
fittizio, e dice : « Ammettete allora che qualche cosa è
sognato, cioè il sogno che avete descritto cosi vivamente » .
Non ammetto nulla del genere. Tutto quello che ammetto
è che le regole del linguaggio mi obbligano a parlare come
se lo ammettessi .
Similmente, « vivere una vita » è lo stesso di « vi­
vere » . Grammaticalmente, una vita è qualcosa che è vis­
suta ; ma, nel significato effettivo, la mia vita e il mio
vivere sono la stessa cosa. È una tirannia del linguaggio
quella che impone che si possano dare dettagli circostan­
ziati della vita di un uomo, ma non del suo vivere, che
è considerato come un'attività non analizzabile . Si vedrà
che c'è una grande opportunità per una filosofia dialettica,
sotto la pretesa di chiarire una confusione, creandone
un'altra. Cosi si è indicato che « sensazione » può signi­
ficare o « sentire » , o quello che è « sentito » ; e si è in­
sinuato che i due significati siano stati confusi in certe
filosofie. Ma non ci sono due significati da confondere,
soltanto due forme grammaticali con lo stesso significato.
Ed è la critica che li confonde tra loro, introducendo un
senso, cioè qualche cosa di sentito, che è distinto dal sen­
tire, per ottenere un secondo significato .
La concezione secondo cui l 'attività (espressa dai verbi
e dai gerundi) sia di poche semplici specie e che la va­
rietà risieda nella passività (espressa dai sostantivi ), ha
un'origine puramente linguistica . La scarsità delle forme
verbali è familiare ai matematici , come una difficoltà del
linguaggio ordinario, facilmente sormontata nel loro lin­
guaggio simbolico . Cosi, è possibile parlare di raddop­
piare, triplicare, sesquiduplicare, ecc., ma questo modo di
esprimere la varietà delle operazioni viene presto abban-

242
donato ; usiamo invece una forma verbale « moltiplicare »
e trasportiamo tutta la varietà alle forme sostantivati, chia­
mate numeri. Allora, forse, si dirà : « È chiaro che ogni
volta che si moltiplica qualche cosa, questa dev'essere mol­
tiplicata per qualche cosa, e questo qualche cosa, per esem­
pio, due, non è di per se stesso un moltiplicare, ma una
entità indipendente, esattamente uguale tanto quando è
moltiplicatore, che quando non lo è » . La discussione non
sarebbe sorta se ci fossimo tenuti ai termini raddoppiare,
triplicare, ecc ., perché nessuno duplica per qualche cosa .
L a mancanza d i forme verbali e d i frasi per qualificare
le forme verbali, rende difficile descrivere la coscienza cosl
come sappiamo che essa è, un'attività estremamente va­
riata. Nel linguaggio ordinario, la varietà della nostra at­
tività intellettuale, può essere descritta soltanto come una
varietà di pensieri, non come una varietà del nostro pen­
sare . Ciò non fa nessuna differenza per il fisico, che si
interessa solo della struttura, poiché la struttura del pen­
sare è anche la struttura dei pensieri . Ma conduce molti
filosofi a porre tutta la varietà nelle cose sentite che stanno
al di fuori della coscienza, e a restringere la coscienza a
poche attività non analizzabili : percepire, concepire, ri­
cordare, provare emozioni, per la varietà che è fuori di
essa . Ma non è una caratteristica essenziale dell'attività
che essa debba essere incapace di classificazioni partico­
lari . Gesticolare, per esempio, è un'azione con molte va­
rietà : stringersi nelle spalle, muovere le braccia, scuotere
la testa, ecc. Si può descrivere direttamente la varietà sen­
za ampliare il « gesticolare » in « gesticolare un gesto »
e senza procedere nel classificare i gesti. E, cosl suppongo,
i realisti non insisteranno che, ogni volta che gesticolia­
mo, qualche cosa debba essere gesticolato, e che questo
qualche cosa non sia influenzato dalla nostra gesticolazione,
essendo esattamente quello che sarebbe se esso non ve­
nisse gesticolato. Pure, qualche volta sono curioso di sa-

243
pere come un realista considererebbe il gesto noto come
« fare marameo ». Sembrerebbe chiaro che un « marameo »

debba esser qualcosa; e temo che l'unica conclusione lo­


gica sia che esista un reame di esistenza contenente dei
« maramei » che non sono stati mai fatti e che sono

esattamente quello che sarebbero se essi venissero fatti ;


ma, forse, questo è un pensiero troppo pericoloso da se­
guirsi, quando i filosofi tentano di esprimere quello che
pensano l'uno dell'altro.
Nell'introduzione al realismo che ho appena citato,
sembra che la concezione di una cosa sentita distinta dal
sentire, abbia un'origine puramente linguistica; ma la con­
clusione importante che la cosa sentita sia esterna alla
coscienza è basata sull'esistenza di modi differenti, in
cui essa può essere messa in relazione con la coscienza .
Ammettendo, per amore di controversia, un oggetto di
percezione, per esempio, un pezzetto di stoffa color blu,
che non è la percezione stessa, credo che il numero di
modi, in cui esso può essere mentalmente appreso, sia
stato esagerato . Ci sono solo due modi : esso può esser
percepito o può essere immaginato . Esaminando il conte­
nuto della mia coscienza, posso trovare un percepire il
color blu, o un immaginare il color blu . La differenza non
si può non capire, ed è intrinseca nel percepire e nell'im­
maginare ; ma l'ipotesi del realista è che sia lo stesso og­
getto o cosa sentita, quello che viene appreso in due modi
differenti . Io ho soltanto queste due maniere di essere
consapevole del colore blu ; ma nel contenuto della mia
coscienza posso trovare anche pensieri sul colore blu, che
non sono la consapevolezza che ne ho, sebbene essi pos­
sano accompagnare una percezione o un'immaginazione di
esso . Quando i pensieri (conoscenza intellettuale ) e la
consapevolezza sono uniti, sono introdotte altre varietà
di classificazione. Dalla conoscenza intellettuale, le alluci­
nazioni sono distinte dalle percezioni, sebbene intrinseca-

244
mente esse siano identiche. Similmente, i ricordi sono di­
stinti dalle immagini casuali.
Come guida alla relazione tra percepire e immaginare,
è degno di nota che (normalmente almeno) una sensazione
elementare nuova non possa essere immaginata se prima
non sia stata percepita. Possiamo inventare, nell'immagina­
zione, nuove combinazioni di sensazioni, ma non possiamo
inventare gusti, colori, percezioni tattili, ecc . interamente
nuovi. Sembrerebbe che la prima volta che percepiamo un
nuovo sapore, la nostra coscienza venga modificata in modo
tale che dopo d'allora sia possibile immaginare quel sapore.
Di solito, diciamo che un ricordo del sapore è immagaz­
zinato in esso . Non vedo come ciò possa conciliarsi con
l'opinione realista, che l'immaginare ed il percepire siano
relazioni indipendenti tra la coscienza e la cosa sentita
al di fuori della coscienza.
Nel passo che ho citato, si riconosce che, se perce­
pire è puramente una relazione tra la mente e un oggetto
esterno, l'oggetto non è modificato dal fatto che lo per­
cepiamo . Non è chiaro se sia anche riconosciuto che la
mente non viene modificata. Se la mente è modificata dal­
l'atto del percepire, è scorretto descrivere la percezione
come una « relazione » ; e l'argomento basato sull'esi­
stenza di più di una specie di relazione cade . D'altra
parte, se né la mente né la cosa sentita vengono modi­
ficati dall'atto del percepire, come mai solo dopo la perce­
zione diventa possibile una nuova specie di relazione tra
la mente e la cosa sentita, cioè il ricordare o l'immagi­
nare ?

L'incontrarsi di strutture identiche, o strettamente in


relazione, della sensazione in coscienze diverse, offre il

245
punto di partenza logico della fisica. Essa si sviluppa na­
turalmente in una ricerca generale delle correlazioni del­
l'esperienza sensibile ; ma quando, col tempo, raggiungia­
mo questo problema più ampio, la linea principale di
trattamento è già stata fissata. Le correlazioni della strut­
tura indicano una causa esterna comune alle coscienze in­
dividuali. Il mezzo di correlazione è perciò percepito come
un mondo esterno, in cui le influenze che emanano dalle
varie sorgenti sono propagate ai punti in cui sono situate
le diverse coscienze. Elaborando questo concetto, dob­
biamo considerare la propagazione delle influenze da una
parte a un'altra del mondo esterno, non solo come un
mezzo per trasmettere i messaggi alle coscienze, ma come
una ridistribuzione continua delle caratteristiche del mon­
do e, perciò, come un portare le sue varie parti in con­
nessione causale nel tempo e nello spazio . Cosl passiamo
al compito principale della fisica, che è quello di formu­
lare un sistema di descrizione del mondo esterno e un
sistema di leggi applicabili alle entità menzionate nella
descrizione, che dev'essere, sotto ogni rispetto, concor­
dante con le correlazioni effettive dell'esperienza sensibile.
Con l'espressione : « concordante con l'esperienza sensi­
bile » intendiamo che quelle parti della sua struttura, che
sono elementi di struttura della sensazione in una co­
scienza, abbiano una corrispondenza uniforme con le sen­
sazioni effettivamente sperimentate in quella coscienza.
Ho esaltato due caratteristiche della conoscenza del
mondo esterno raggiunta in questo modo : a) essa è in
parte soggettiva, e b) essa è una conoscenza strutturale. In
una certa misura, queste sono due alternative ; cioè, se
mostriamo la conoscenza fisica nella forma puramente strut­
turale, fornita dalla teoria dei gruppi, eliminiamo una
gran parte dell'elemento soggettivo che appare nelle for­
mulazioni più comuni . Non considero nemmeno la strut­
tura di gruppo come completamente oggettiva ; essa è

246
condizionata dalle forme di pensiero profondamente ra­
dicate, esaminate nei capitoli VIII, IX e X. Ma le leggi
e le costanti della fisica, cosiddette fondamentali, non
sono caratteristiche che possano essere indicate in una
struttura di gruppo definitiva ; esse vengono introdotte
adattando la conoscenza ad una forma di pensiero meno
remota dal nostro modo di vedere comune. Come è stato
mostrato, la struttura concettuale che corrisponde agli
avamposti del progresso scientifico non è quella in cui
fissiamo i risultati del progresso .
Sarebbe illogico attribuire l'uguaglianza delle strutture
in coscienze diverse a una causa comune, senza concedere
alla causa comune uno stato altrettanto oggettivo quanto
le strutture stesse. Considero perciò assiomatico che il
mondo esterno debba avere un contenuto oggettivo . Ma,
secondo le nostre conclusioni, le leggi della fisica sono
una proprietà della struttura concettuale in cui rappre­
sentiamo la nostra conoscenza del contenuto oggettivo, e
finora la fisica non è stata capace di scoprire nessuna legge
che si applichi al contenuto oggettivo stesso . Ciò solleva
la questione, come mai siamo capaci di fare delle previ­
sioni corrette dei fenomeni senza conoscere nessuna legge
che controlli il contenuto oggettivo dell'universo e, per­
ciò, senza sapere come si comporterà il contenuto ogget­
tivo ?
Sebbene sia piuttosto di moda, tra gli scrittori di
scienza, dire che la fisica non ha a che fare con la verità
oggettiva, sarebbe pericoloso prenderli alla lettera . Evi­
dentemente la dichiarazione tende a chiudere la discussio­
ne, piuttosto che ad affermare un principio, le cui impli­
cazioni, di vasta portata, invitino alla ricerca . La nostra
conclusione è espressa meno affrettatamente ; ma è intesa
seriamente, e dobbiamo esaminare le difficoltà a cui sem­
bra condurre .
Gran parte della difficoltà scompare se teniamo a men-

247
te che la soggettività pura è confinata alle leggi - le re­
golarità - del mondo fisico . La varietà degli aspetti che
ci circondano è, in primo luogo, una varietà oggettiva.
Che una distorsione soggettiva venga introdotta quando
apprendiamo le cose, non è nulla più di quanto i fisici
sono abituati ad ammettere. Abbiamo tentato di portare,
più oltre di quanto sia stato fatto finora, la distinzione
degli elementi oggettivi e soggettivi, con risultati forse
sorprendenti. Ma ammettiamo un elemento oggettivo nei
fatti speciali che costituiscono una gran parte della nostra
conoscenza dell'universo che ci circonda .
Alcune conclusioni, che sono nella natura dei « fatti
speciali », hanno tuttavia una generalità piuttosto ampia.
È un fatto speciale che la maggior parte dello spazio sia
quasi vuoto, essendo la materia aggregata in isole relati­
vamente piccole. Nessuno ha suggerito che questo fatto
debba esser messo nel numero delle leggi fondamentali
della fisica; siamo, invero, disposti a credere che ciò sia
una caratteristica sviluppatasi in ultimo, essendo stata la
distribuzione primordiale della materia una nebulosa con­
tinua. Pure, per alcuni scopi, il vuoto normale dello spa­
zio ha la stessa importanza di una legge fisica . In astro­
nomia, spesso, integriamo la nostra limitatissima conoscen­
za osservativa della distribuzione della materia, assumendo
tale spazio come ipotesi, un'ipotesi casuale, non fonda­
mentale.
Il riconoscere l'oggettività nei fatti speciali, sebbene
spiani un genere di difficoltà, rende ancora più pertinente
la questione : come mai siamo capaci di fare delle previ­
sioni, senza conoscere nessuna legge che controlli il con­
tenuto oggettivo dell'universo ? Non è la stessa cosa che
trascurare completamente il contenuto oggettivo ; poiché
le previsioni sono previsioni di fatti speciali, che impli­
cano il contenuto oggettivo .
Il fatto è che con le leggi fondamentali epistemologi-

248
che soltanto, non è possibile fare nessuna previsione netta.
Nelle previsioni effettive, queste sono accoppiate con la
legge del caso . Abbiamo visto {capitolo VI) che il mo­
derno sistema della fisica ammette soltanto previsioni di
probabilità . Deducendo un risultato probabile, l'indetermi­
nazione viene racchiusa tra i limiti di Heisenberg con
l'ammettere che la parte non determinata del comporta­
mento delle particelle individuali coinvolte, non sia in cor­
relazione. Questo principio di non correlazione è essen­
ziale in tutte le previsioni abbastanze definite da essere
soggette alla prova dell'osservazione .
Abbiamo raggiunta la conclusione {capitolo XI) che
la non correlazione del comportamento individuale, mal­
grado la sua generalità piuttosto ampia, è un fatto spe­
ciale. È un fatto speciale che la materia sia normalmente
dissociata dalla coscienza, proprio come è un fatto spe­
ciale che lo spazio sia normalmente vuoto o quasi vuoto.
La fisica non avrebbe assunto la forma che ha assunto se
fosse regola, piuttosto che eccezione, che la materia stesse
sotto l'influenza della volontà cosciente ; ma similmente la
fisica non avrebbe assunto la forma che ha assunto se la
materia, incontrata nell'esperienza normale, fosse stata di­
stribuita in modo continuo, come lo è nell'interno di una
stella.
Si è spesso mostrato che la differenza principale nel
modo di vedere tra lo scienziato e il selvaggio è che il
selvaggio attribuisce all'attività di demoni o di altri spi­
riti tutto quello che trova di misterioso nella natura . Per
il selvaggio, ogni oggetto fisico può essere posseduto da
una volontà demoniaca ed è impossibile contare sul suo
comportamento, tranne quando il demone che lo dirige
può essere guidato con preghiere e propiziazioni. La fisica
si è fatta un posto con il limitare grandemente la sfera
dell'attività demoniaca, cosl che c'è un vasto mondo di
esperienza in cui il comportamento può essere calcolato

249
ed è possibile la previsione scientifica. Per quanto grandi
possano essere gli effetti pratici di questo cambiamento,
è cosa che riguarda i dettagli (fatti speciali ) piuttosto che
i principi . L'attività demoniaca (volontà) rimane, sebbene
sia limitata a certi centri negli uomini e negli animali
superiori. Preghiere e propiziazioni possono ancora in­
fluenzare il corso dei fenomeni fisici, quando sono diretti
a questi centri. Adesso riteniamo ridicolo immaginare che
le rocce, il mare ed il cielo siano animati da volontà si­
mili a quelle di cui siamo consapevoli in noi stessi . Sa­
rebbe ancora più ridicolo immaginare che il comporta­
mento non volontario delle rocce, del mare e del cielo
si estenda anche a noi, come se ancora non ci fossimo
affatto ristabiliti dalle repressioni di 250 anni di fisica
deterministica .
Perciò, non dobbiamo considerare il principio della
non correlazione come una delle leggi fondamentali della
fisica . Di solito , si applica la non correlazione ; ma la cor­
relazione s 'incontra eccezionalmente e il risultato è un
comportamento imprevisto che è riconosciuto da noi come
una manifestazione fisica della volontà cosciente . Dicendo
che il comportamento è imprevisto intendiamo dire im­
previsto dal punto di vista della fisica, che supplisce la
lacuna, creata dalla nostra ignoranza delle sorgenti del
comportamento oggettivo, ammettendo la non correlazio­
ne. Effettivamente, il comportamento volitivo può essere
completamente aspettato - può essere una risposta alla
nostra preghiera - ma questa aspettazione prende in
considerazione la conoscenza del mondo oggettivo non
compresa nella scienza fisica e non riducibile al modello
di legge fisica accettato . Per quanto la rarità relativa della
correlazione possa essere considerata una legge, essa è
una legge di distribuzione delle coscienze, piuttosto che
una legge del mondo fisico .
Nei miei precedenti riferimenti al sistema delle leggi

250
fondamentali della fisica, non avrei osato escludere pe­
rentoriamente la legge del caso, se l 'opinione corrente
fosse stata disposta ad ammetterla. Ma credo che i più
sarebbero contrari ad ammetterla, sebbene le loro ragioni
siano differenti dalla mia . La concezione comune è che,
dove si ha un gran numero di sistemi individuali, non è
probabile che ci sia nessuna correlazione del loro com­
portamento, senza che ci sia qualche causa specifica che
produca la correlazione . Ma una causa specifica di corre­
lazione sarebbe descritta in fisica come un'interazione e
come tale sarebbe ammessa nel sistema ordinario di leggi .
Da questo punto di vista, la legge del caso è puramente
negativa, asserendo che non ci sono correlazioni oltre
quelle ammesse nel sistema di leggi già formulato . In
breve, la legge del caso o la non correlazione non è una
delle leggi fondamentali della fisica, ma la parola « fìnis »
aggiunta quando la lista è completa.
Questa argomentazione è basata sulla concezione sinte­
tica della struttura del mondo, che parte dalle particelle
individuali e le combina per formare gli oggetti percet­
tibili dai nostri sensi grossolani. Sebbene non sia stata
trovata nessuna prova realmente rigorosa, sembra una con­
clusione ragionevole che un tale modo di costruire sia
sufficiente ad assicurare la non correlazione, e perciò, non
c'è bisogno d'includere il principio della non correlazione
come un'ipotesi addizionale . Ma la non correlazione ap­
pare in una luce differente, secondo la veduta analitica
della struttura del mondo, che comincia dagli oggetti gran­
di e li scompone analiticamente negli elementi strutturali,
che chiamiamo particelle individuali. Secondo le caratteri­
stiche dell'oggetto analizzato, possiamo ottenere elementi
strutturali con comportamento correlato o non correlato .
Quando troviamo che non c'è correlazione, l 'indipendenza
non è posseduta individualmente da ogni particella ; essa
è una caratteristica solo della combinazione che viene stu-

251
diata. La concezione analitica, perc10, non impone auto­
maticamente il principio di non correlazione . Questa è
dissimile dalla concezione sintetica, in cui si ammette che
l'indipendenza - indifferenza per quello che stanno fa­
cendo le altre particelle - sia una caratteristica assoluta
di ogni particella, cosi che il comportamento correlato
delle particelle in un sistema aggregato sarebbe contrario
alla natura.
Accettiamo la veduta analitica che non fornisce nessu­
na ragione a priori per la non correlazione . Ma, come è
già stato spiegato, non ammettiamo un principio generale
o una legge di non correlazione. Ammettiamo, invece, un
principio di rarità di correlazione, come un fatto speciale
riguardante il mondo nella sua condizione attuale.

VI

Durante questa discussione, abbiamo aderito all'ap­


proccio epistemologico. L'unica cosa, che abbia contato
per noi, è stata la conoscenza. L'elemento spirituale del­
l'uomo appare nel nostro esame come qualche cosa che
sa - qualche cosa che dev'essere depredata del tesoro di
conoscenza che contiene . Con la crudeltà di un collezio­
nista, portiamo il tesoro nel nostro museo, perché vi sia
disposto e messo in ordine sistematicamente.
Sono poco scusabile di estendere il mio esame oltre
i limiti indicati dal termine « conoscenza » . Ma non mi
piacerebbe lasciare l'impressione che la descrizione dello
spirito umano come « qualche cosa che sa » , possa essere
accettata come la verità completa sulla sua natura . Essa
non è affatto una descrizione cosi ristretta come « l'osser­
vatore » - il titolo concessole dalla scienza fisica . La
coscienza ha altre funzioni, oltre quelle di una macchina
per misurare piuttosto inefficiente ; la conoscenza può ar-

252
rivare ad altre verità, oltre quelle che mettono in corre­
lazione le impressioni dei sensi . Inoltre, ammettendo la
più ampia estensione del campo della conoscenza, il suo
conseguimento è solo una delle attività proprie alla nostra
autorealizzazione . L'istinto di accumulare, perfezionare,
glorificare la conoscenza non sta da solo ; esso è affine
ad altri istinti, che pretendono la stessa accettazione, pro­
cedendo in modo simile, da una sorgente mistica che sca­
turisce dalla nostra natura.
Anche nella scienza comprendiamo che non è la co­
noscenza l'unica cosa che conti . Ci concediamo di parlare
dello spirito della scienza. Il sorgere di sistemi politici
ostili alla scienza ci allarmano, non tanto per il controllo
che vien fatto dei risultati della conoscenza, ma a causa
della soppressione e della perversione dello spirito della
scienza. Più profonda di ogni « forma di pensiero » è
una fede che l'attività creativa significhi più della cosa
che essa crea ; con questa fede, il crollare di una cono­
scenza faticosamente guadagnata nelle successive rivolu­
zioni della scienza, non è quella tragedia continua che
sembra.
Nell'età della ragione, la fede rimane ancora suprema ;
perché la ragione è uno degli articoli di fede .
Il problema della conoscenza è una scorza esterna,
sotto cui vive un altro problema :filosofico - il problema
dei valori. Non si può pretendere che la comprensione e
l 'esperienza ottenute seguendo l'epistemologia scientifica sia
qui di molto profitto ; ma questa non è una ragione per
tentare di persuadere noi stessi che il problema non
esiste . Uno scienziato deve riconoscere nella sua filosofia
- come già riconosce nella sua propaganda - che,
per avere una giustificazione definitiva alla sua attività, è
necessario guardare fuori della conoscenza stessa, a uno
sforzo della natura umana, che non dev'essere giustificato
dalla scienza o dalla ragione, perché è esso stesso giusti-

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ficazione della scienza, della ragione, dell'arte, della con­
dotta . Sulla relazione tra m.isticismo e scienza ho scritto
altrove.
Il pericolo di una v1s10ne ampia è di essere spesso
poco profonda ; possiamo pretendere che il modo di ve­
dere epistemologico, per quanto limitato possa essere, dia
allo scienziato una visione più vasta di quella tradizio­
nale, senza danno per la profondità . Non c'è dubbio che
esso sia stato benefico per il progresso tecnico della fisica .
Nello stesso tempo, dà una concezione più giusta dell'im­
portanza della conoscenza fisica in relazione al pensiero
filosofico, una prospettiva che non esagera, né sottovaluta
l'aspetto fisico del mondo, che dà forma all'esperienza
cosciente del genere umano . In particolare, l'avere capito
che la conoscenza fisica si interessa solo della struttura,
mostra la via con cui la concezione dell'uomo come ele­
mento di ordine morale e spirituale, può essere fatta com­
baciare con la concezione dell'uomo come trastullo delle
forze del mondo materiale.
INDICE
Prefazione di Maurizio Mamiani VII

Introduzione 3
l. Epistemologia scientifica 6
II. Soggettivismo selettivo 23
III. Inosservabili 36
IV. L'ambito del metodo epistemologico 59
V. Epistemologia e teoria della relatività 82
VI . Epistemologia e teoria dei quanti 103
VII . Scoperta o costruzione? 122
VIII. Il concetto di analisi 131
IX. Il concetto di struttura 157
X. Il concetto di esistenza 176
Xl . L'universo fisico 1 94
XII . Gli inizi della conoscenza 213
XIII. La sintesi della conoscenza 229
La concezione dell'universo è stata sovvertita, i
all'inizio del '900, dalla teoria della relatività �
dì Einstein e da!'la teoria dei quanti di Planck. :
o
Con quali conseguenze per il pensiero filoso-
fico? In forma efficace e chiara, Eddington i
espone i nuovi problemi della filosofia della �
scienza ed esamina gli effetti epistemologici :
della rivoluzione della scienza fisica. ;
..
!!!

UNIVERSALE
LATERZAUL
Arthur S. Eddington (Kendal. 1882-Cambridge,
1944) ha diretto gli osservatori di Greenwich
e Cambridge e, dal 1913, ha insegnato Astro­
nomia all'università di Cambridge. Nel 1919
guidò la spedizione inglese all'isola Principe
che verificò le teorie dì Einstein. Ha pubbli­
cato numerose opere di divulgazione scien­
tifica e di filosofia della scienza, fra cui Spa·
zio, tempo e gravitazione (Torino 19712).

Copertina di Mauro Castellani lire 13000 (i.i.)