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Pasolini calciatore

di Fabrizio Pratolino, 5 F

Pier Paolo Pasolini amava il calcio tanto che, in un intervista a Enzo


Biagi sul quotidiano “La Stampa”, dichiarò che se non avesse avuto
successo nel cinema e nella letteratura gli sarebbe piaciuto diventare un
bravo calciatore.

"Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?


Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno
dei grandi piaceri. ”.

Questo amore autentico per un gioco popolare, da lui definito un “rito” e


“l’ultima rappresentazione sacra” della modernità, ebbe modo di fiorire in
gioventù, a Bologna e soprattutto negli anni friulani, nelle fila delle
squadri locali dal Sas Casarsa e della Sangiovannese calcio. È proprio nel
vecchio campo sportivo, oggi dismesso, della località friulana accanto alla
ferrovia dove negli anni Quaranta il giovane Pasolini iniziò a dare i primi
calci al pallone in un “prato” chissà quanto accidentato. Il ”prato” è
immagine cara alla letteratura pasoliniana, quasi una metafora ricorrente.

«I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di


Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala
destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato
lo "Stukas": ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della
mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Allora, il Bologna
era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di
Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto.
Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone
(Reguzzoni è stato un po' ripreso da Pascutti). Che domeniche allo stadio
Comunale!».
Pasolini ha giocato a calcio da ragazzo, disputando partite interminabili da
ala destra e sinistra, minuto e agile com'era, nei prati bolognesi di Caprara,
dalle parti dell'attuale Ospedale Maggiore, e proprio qui, tra una partitella
e l’altra fu soprannominato «Stukas» (lo Junkers Ju 87, detto
anche Stuka era un bomardiere in picchiata monomotore con
configurazione ad ala di gabbiano rovesciata impiegato principalmente
dalla Luftwaffe durante la Seconda Guerra mondiale) per la velocità e per
lo stile netto che si ispirava a Biavati e Reguzzoni e per quel suo modo di
scattare sulla fascia in maniera bruciante. Nelle partite che si giocavano,
lui era quasi sempre il più in forma. Aveva un fisico perfetto, nerboruto,
mai un chilo di troppo addosso. A pallone era come un ragazzino, uno
come tutti gli altri.
Per la sua passione calcistica illimitata Pasolini arriva ad assimilare in
modo alquanto originale il calcio a un vero e proprio linguaggio, coi suoi
poeti e prosatori, e definisce il football un sistema di segni, cioè un
linguaggio, che ha tutte le caratteristiche fondamentali di quello scritto-
parlato: la sintassi si esprime nella "partita", che è un vero e proprio
discorso drammatico. I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, gli
spettatori sono i decifratori. Per Pasolini esistono due modelli di calcio:
quello di “prosa” e quello in “poesia”. Si noti bene che tra la prosa e la
poesia Pasolini non fa distinzioni di valore, la sua è una distinzione
puramente tecnica. Il calcio in poesia è quello dei latino-americani, in
particolar modo quello dei brasiliani che impostano il loro gioco sul
dribbling e sul goal; invece il catenaccio e la triangolazione costituiscono
il calcio di prosa, ovvero sostanzialmente quello europeo: esso è infatti
basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato e il suo
momento più poetico è il contropiede. I momenti poetici del calcio sono il
dribbling, il goal o il passaggio ispirato, ovvero l’assist che, oggi, è
ritenuto da campioni come Baggio e Zidane più esaltante di un gol.
Il goal è il momento più poetico perché esso è sempre un’invenzione, e
chi segna più gol in una stagione è considerato il miglior poeta dell’anno.
Per Pasolini fu Giuseppe Savoldi, capitano e bandiera del grande Bologna,
capocannoniere con 17 reti nel 1973, prima di passare al Napoli per la cifra
record per allora di un miliardo e mezzo di lire.
Una partita particolare, "Novecento" contro "Centoventi" si giocò nel
marzo 1975. Pasolini si era stabilito con la sua troupe nella villa di
Pontemerlano di Roncoferrato dove si svolgevano le riprese di Salò o le
centoventi giornate di Sodoma, il suo ultimo film. Poco lontano, nei
dintorni di Parma, sua città natale, Bernardo Bertolucci stava
girando Novecento. Il 16 marzo, giorno del compleanno di Bertolucci, su
entrambi i set le riprese vennero sospese per lasciare la possibilità, alle due
compagnie, di allestire ciascuna la propria rappresentativa calcistica.
"Novecento" contro "Centoventi", dunque. Il luogo dell'incontro fu il
campo della Cittadella, poco distante dal Tardini e ancor oggi sede degli
allenamenti del Parma. Pasolini, inutile dirlo, per nulla al mondo avrebbe
perso l'occasione di prendere parte a quella partita, nel ruolo di ala, come
di consueto. Si strinse al braccio la fascia di capitano e con tutta
probabilità fu proprio lui a imporre ai suoi le casacche rosso-blu del
Bologna. In campo rispetto a come stava fuori, Pasolini si divertiva di più,
scherzava di più di altri. Pasolini era un leader, un trascinatore, non si
arrendeva mai. Lui non giocava le partite, le viveva intensamente. Era uno
degli ultimi ad andarsene via dal campo, anche quando vinceva era
comunque arrabbiato per un semplice passaggio sbagliato o per un gol
subito anche se alla fine non avrebbe cambiato l’esito dell’incontro. Era un
perfezionista. Questa fu l’ultima partita “ufficiale” che giocò. Le cronache
riportano che perse per 5-2.

La foto ritrae Pasolini e Bertolucci


dopo la gara. Bertolucci regge la
coppa.

La maggior parte delle informazioni


sono state tratte dai libri di Valerio
Piccioni, Quando giocava Pasolini.
Calci, corse e parole di un poeta,
1996 e di Alberto Garlini, Futbol
bailado, 2004.