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Capitolo 24

Herbie Hancock: tra jazz e futuro

Uno dei protagonisti della musica contaminata degli ultimi decenni è stato il pianista chicagoano
Herbie Hancock.
Nato nel 1940, Herbert Jeffrey (detto “Herbie”) Hancock era un musicista afroamericano atipico,
in quanto proveniva da studi di pianoforte classico e ad appena 11 anni si era esibito come solista
con la prestigiosa Chicago Symphony Orchestra.
Più tardi era stato travolto dall’amore per il jazz; ad aprirgli le porte di questo mondo erano stati
due pianisti assai in voga negli anni Cinquanta:

A) l’afroamericano Oscar Peterson, straordinario virtuoso della tastiera nato a Montreal e


scoperto dall’impresario e discografico Norman Granz che lo impose grazie ai suoi
importanti concerti e festival, nonché alla sua etichetta Verve.
B) L’inglese George Shearing, musicista bianco non vedente, autore della celebre “Lullaby
of Birdland” e soprattutto ideatore di un nuovo raffinato sound jazzistico, che faceva
perno sull’uso diffuso della tecnica dei “block-chords” e sul prezioso impasto orchestrale
determinato dagli unisoni realizzati dal suo pianoforte insieme alla chitarra elettrica
(suonata da un giovane “Toots” Thielemans, non ancora scopertosi armonicista) e al
vibrafono.

Già da questo dato si evince la natura curiosa del giovane Herbie, attratto da mondi opposti, quali
erano il blues e il virtuosismo espresso da Peterson e l’eleganza e sobrietà dei colori pastello di
Shearing, che portavano con sé suggestioni ed eredità della musica eurocolta.

Giunto a New York, al seguito del trombettista Donald Byrd, Hancock fu da lui introdotto alla
Blue Note di Alfred Lion, che ne intuì subito le potenzialità; già nel 1962 il pianista potè fare il
suo debutto discografico da leader con la prestigiosa etichetta realizzando l’album Takin’ Off; in
quell’occasione si avvalse come front line ai fiati di due musicisti importantissimi: l’emergente
trombettista Freddie Hubbard e il veterano del sax tenore Dexter Gordon.

Le stesse qualità che avevano affascinato il manager della Blue Note colpirono Davis, che lo
ingaggiò a partire dal 1963 nel proprio quintetto.
La collaborazione con Davis durò diversi anni, ma non impedì al vulcanico pianista di proseguire
una brillantissima produzione discografica da leader; Hancock negli anni Sessanta,
contemporaneamente ai dischi incisi con Miles diede alle stampe diversi capolavori, in
particolare gli album:

A) Empyrean Isles del 1964, che conteneva la famosa “Cantaloupe Island” e il


brillantissimo “One Finger Snap”; il titolo dell’Lp, traducibile come “Le isole
dell’Empireo” indicava la volontà in un solo disco di fare musica secondo quattro
differenti modalità, quattro isole “iperuraniche”, che avrebbero costituito la base per il
futuro di Hancock, e cioè hard-bop, modale, funk e free.
B) Maiden Voyage del 1965, con l’omonima title track “Maiden Voyage” e la bellissima
“Dolphin Dance”. Il titolo del disco parlava del viaggio inaugurale di una nave, della
scoperta di un mondo magico e inviolato (la parola “maiden” ha anche la valenza di puro,
incontaminato); molti dei titoli delle tracce si riferiscono alla biologia marina o al mare

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Le sue qualità di compositore vennero fuori più nei propri dischi che con Davis; in effetti nel
gruppo del trombettista c’era già Wayne Shorter che forniva a getto continuo nuovi temi dalla
modernissima concezione…

Tuttavia come non ricordare che Hancock è l’autore di brani diventati evergreen e moderni
standard del jazz, come “Watermelon Man”, “Cantaloupe Island”, “Maiden Voyage” e
soprattutto la sofisticata composizione “Dolphin Dance”, scritte già negli anni Sessanta!

Intanto già nel 1967 la sua fama era giunta oltreoceano, tanto che il regista italiano
Michelangelo Antonioni gli commissionò la colonna sonora del film “Blow up”.

Licenziato in tronco da Davis nel 1968 (che non volle credere alla sua indisposizione in
occasione del viaggio di nozze) ed estromesso dalle formazioni live del trombettista, Hancock
continuò tuttavia fino al 1970 a collaborare sporadicamente con Miles.

Esaurita la collaborazione con Davis il pianista orientò maggiormente il proprio stile verso il
funky; già nel 1968 realizzò un disco che fu anche la colonna sonora di un cartone animato assai
popolare in America; “Fat Albert Rotunda”.
Con questo lavoro diede l’avvio alla sua fase più commerciale, che gli regalò un enorme
successo popolare.

I primi passi di Hancock verso un propria nuova identità elettrica furono un po’ insicuri: infatti
messo sotto contratto dalla Warner Bros, che gli mise a disposizione imponenti budget per la
produzione e una promozione pubblicitaria degna del mercato pop, mise su un sestetto
denominato Mwandishi, dal nome in lingua Swahili adottato da lui e dai membri della band, che
tuttavia non lasciò tracce permanenti.

Con questa band il pianista realizzò ancora due album: il primo si intitolò Crossing (1971), e fu
un disco di musica sperimentale ma raffinata, in cui si intravedevano le possibilità date
dall’utilizzo dei nuovi sintetizzatori.
Il successivo e ultimo di questo progetto fu registrato nel 1972, una volta che Hancock era
passato alla Columbia; il disco era intitolato Sextant e l’artista toccò il suo apogeo nel campo
della sperimentazione elettronica e dell’avanguardia in campo dei suoni.
In quest’occasione al leader che sedeva alle tastiere si aggiunsero:

A) il geniale musicista Dr. Patrick Gleeson, specialista dell’Arp 2600


B) Bennie Maupin ai fiati
C) Billy Hart alla batteria
D) Buck Clarke alle percussioni, compresi strumenti particolari come il kazoo e l’afuche, un
tipo di cabasa.

Il capolavoro di quel disco fu “Rain Dance”, una delle composizioni più all’avanguardia e
antesignane per quanto riguarda l’utilizzo dell’elettronica nella musica.

Esaurita la parabola con il gruppo Mwandishi il pianista di Chicago era già pronto per un nuovo
progetto, questa volta destinato ad un grande successo, denominato Headhunters: nel 1973 fu
registrato l’album omonimo: in esso si mischiavano il jazz, il funky, il rhythm’n’blues e il rock.
Era una musica che si addiceva a quelli che erano i nuovi templi del divertimento giovanile e del
consumo musicale di massa: le discoteche, luoghi in cui incontrarsi per trascorrere le serate fino
a tarda notte e soprattutto per ballare.

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Nello scegliere i musicisti Hancock adottò una nuova strategia: invece di chiamare jazzisti che
sapessero suonare rock, assunse dei musicisti funk in grado di destreggiarsi anche con il jazz.
Ancora una volta la fonte d’ispirazione, come già era stato per il suo mentore Davis, fu il gruppo
Sly and Family Stone, che era letteralmente adorato da tutti gli afroamericani, jazzisti compresi.

Il sassofonista Bennie Maupin, già con Hancock nel sestetto Mwandishi e con Davis in Bitches
Brew, rappresentava il punto fermo e l’ancoraggio nei confronti del recente passato.

Il brano “Chameleon”, che Hancock registrò in due versioni di differente durata fu l’hit-song
che trascinò l’album oltre il milione di copie vendute; esso era basato su un’idea di riff
sovrapposti, a partire da una linea di basso fortemente sincopata e ballabile.
Il tema costruito su una solida ritmica funky era essenziale ed orecchiabile, prendendo spunto
dagli intervalli della scala blues della tonalità di Eb minore.
Le sonorità del Clavinet e dei primi sintetizzatori richiamavano la black music di recente
concezione, quella imposta da etichette di orientamento pop e soul come la Motown e la Atlantic.

Oltre a temi originali, a colpire particolarmente fu un ardito arrangiamento di “Watermelon


Man”, che poteva considerarsi già un classico, essendo un brano del 1962, contenuto nel suo
primo album Takin’ Off.
Nella nuova versione il tema era suddiviso e appena accennato dal sax di Maupin e dalle tastiere
del leader, ma la trovata più originale era rappresentata da una sorta di “loop” inventato dal
percussionista Bill Summers, che suonando delle bottiglie di vetro simulava dei flauti etnici, o di
Pan, nello stile tipico dei pigmei dell’Africa Centrale.

Le vendite di questo disco superarono il milione di copie; pensate che il suo maestro Davis, con
l’album di maggior successo, Bitches Brew, aveva realizzato soltanto la metà di quel risultato.

Non di sola musica commerciale si nutrì Hancock in quel decennio; nel 1977, su invito degli
organizzatori del Festival di Newport, che gli riservarono un’intera giornata di concerti con le
proprie formazioni, varò un nuovo progetto, questa volta tutto in chiave acustica, che coinvolse i
partner che un tempo avevano condiviso con lui l’esperienza nei gruppi di Davis:

A) Wayne Shorter
B) Ron Carter
C) Tony Williams

Insieme al trombettista Freddie Hubbard costituirono un eccezionale quintetto che si sarebbe


esibito in quell’unica storica occasione: pertanto il gruppo si chiamò VSOP, acronimo che
voleva dire: Very Special One-time Performance!

In effetti questo ritorno al passato in chiave acustica non aveva nulla di rievocativo, se non l’uso
delle sonorità più classiche del jazz, in quanto tutti i componenti erano all’apice della notorietà
con i propri progetti ed erano considerati dei modernisti convinti.
L’esperienza si ripetè varie volte nei decenni successivi, con l’aggiunta di Jaco Pastorius e del
trombettista Winton Marsalis, in sostituzione di Freddie Hubbard.

La carriera di Hancock proseguì comunque su questo doppio binario anche nel decennio
successivo, in cui accaddero eventi assai importanti per la carriera di Hancock.

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Negli anni Ottanta Herbie Hancock, ormai perfetto conoscitore delle dinamiche che dominavano
il mercato musicale, vista oltretutto la crisi dela discografia jazz di quegli anni, decise di
realizzare dei prodotti che seguissero le tendenze dell’epoca e soprattutto vendibili al grande
pubblico.
Abbandonato il gruppo degli Headhunters, il pianista riunì dei nuovi musicisti, avvalendosi
soprattutto della collaborazione del bassista e produttore discografico Bill Laswell e raggiunse
nuovamente le vette delle classifiche pop americane con il brano Rockit, contenuto nell’album
Future Shock.
Quest’album si aggiudicò il disco di platino, il singolo “Rockit” ottenne un Grammy Awards
come migliore arrangiamento R&B e scalò le classifiche dance di tutto il mondo; inoltre il
videoclip del pezzo vinse cinque MTV Awards.

Una parte consistente del merito di quest’operazione era da attribuire a Laswell, che fece
conoscere ad Hancock la musica che imperversava nei club di New York, come il Roxy, in cui si
stava affermando una nuova generazione di DJ dance.
Personaggi come Afrika Bambaataa e Grand Mixer DXT influenzarono enormemente i lavori
del pianista (in quella veste in verità prevalentemente tastierista), realizzati sempre in simbiosi
creativa con Laswell.
Infatti sempre negli anni Ottanta dopo Future Shock Hancock incise con lo stesso gruppo di
lavoro i dischi:

A) Sound System nel 1984


B) Perfect Machine nel 1988, con un arrangiamento di Maiden Voyage in chiave electro

Tra le collaborazioni più curiose avvenute negli stessi anni ricordiamo quella con il Griot del
Gambia Foday Musa Suso, con cui Hancock effettuò un tour nel 1984.
L’anno successivo il pianista pubblicò insieme al musicista africano l’album Village Life, in cui
adoperò il sintetizzatore Yamaha DX-1, che modificava l’intonazione delle note, permettendogli
di usare la stessa accordatura non temperata della kora di Suso.

Ma a metà del decennio si presentò a Hancock una nuova occasione per cimentarsi con la
dimensione cinematografica, che questa volta lo avrebbe fatto passare alla storia: nel 1986 il
regista francese (ancora una volta un europeo) Bertrand Tavernier, lo chiamò a realizzare la
colonna sonora di un film che rimane ancora oggi uno dei più efficaci affreschi realizzati dal
cinema sulla musica jazz, il film ‘Round Midnight.
In esso si raccontava la storia (un po’ romanzata) del pianista Bud Powell, che nei primi anni
Sessanta era stato tra quei jazzisti afroamericani che avevano scelto di vivere in Europa, dove la
propria arte veniva apprezzata e il colore della pelle non denigrato.
Come attore principale fu scelto (e recuperato da una clinica specializzata in disintossicazione
dall’alcool in Messico) il grande sassofonista Dexter Gordon, che si rivelò letteralmente
straordinario, tanto da sfiorare l’Oscar a Hollywood come migliore attore protagonista; Gordon
fu superato sul filo di lana da Robert De Niro!
A conseguire l’ambita statuetta fu invece Herbie Hancock, che riunì ancora una volta i suoi
vecchi colleghi dell’era- Miles:

A) Tony Williams
B) John McLaughlin

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C) Wayne Shorter

più una folta schiera di musicisti europei e americani, come:

A) il vibrafonista Greg Hutchinson e il trombettista Freddie Hubbard.


B) il bassista Pierre Michelot (che con Powell aveva suonato all’epoca)
C) il trombettista Fredddie Hubbard

In effetti la colonna sonora realizzata da Hancock fu bellissima ed ovviamente tutta in chiave


acustica, e insieme alla title track “Round Midnight” conteneva noti standard come “As Time
Goes By” (di Harry Warren) e “Autumn in New York” (di Vernon Duke) conteneva l’ennesima
composizione originale di Hancock, un brano di infinita bellezza dal titolo “Chan’s Song”.

Gli ultimi decenni sono stati altrettanto fertili per il pianista di Chicago; alternando l’uso di
tastiere ed elettronica al pianoforte acustico diede vita a diversi progetti di grande spessore.

In chiave acustica realizzò gli album:

A) New Standard, con la collaborazione di grandi strumentisti come Michael Brecker, Jack
DeJohnette, John Scofield, Dave Holland, Don Alias. In esso si riproponevano grandi
successi popo trattati in chiave jazzistica di Prince, Sade, Simon e Garfunkel, Stevie
Wonder, Lennon-McCartney, Peter Gabriel, Kurt Cobain (1996)

B) Gershwin’s World, un omaggio alla musica di George e Ira Gershwin, arricchito da


grandi ospiti come Stevie Wonder, Joni Mitchell, Chick Corea, Wayne Shorter e la
Orpheus Chamber Orchestra (1998). Questo disco conteneva una strepitosa versione di
“St. Louis Blues” di W.C. Handy.

C) Direction in Music, ancora con Brecker, il trombettista Roy Hargrove, John Patitucci al
basso e Brian Blade alla batteria (2002).

Le sue sperimentazioni con l’elettronica proseguirono invece con l’album Future 2 Future, in
cui il pianista si confrontava con l’uso di strumenti elettronici, contaminati con i suoni dell’hip
hop, Questo disco, pubblicato nel 2001 era ancora frutto della sua collaborazione con il bassista e
produttore Bill Laswell.

Nel febbraio del 2008 il suo disco River: The Joni Letters, dedicato alla cantautrice Joni
Mitchell, è stato premiato con il Grammy Award come miglior album dell’anno.