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Ordine della Bellezza e Musica dello Splendore.

E’ Dio sconosciuto? E’ manifesto


Come il cielo? Questo anzi credo.
E’ la misura dell’uomo.
Friedrich Hölderlin

Il Santo che riporta la seguente esperienza mistica ha un rapporto bellissimo con la Musica:
“Mentre contemplavo la bellezza di ciò che mi stava innanzi, ecco diffondersi una musica
soavissima. Erano centomila strumenti e tutti davano un suono differente l'uno dall'altro; a questi si
univano le armonie dei canti. Si può in qualche modo concepire, sebbene lontanamente, ma non si
può esprimere, il diletto che prova l'udito in Paradiso ad assaporare le armonie che si sprigionano
dalle Schiere Angeliche e dai Beati, armonie intensificate ed abbellite dalla potenza e dalla bontà di
un Dio. Che cosa è la musica umana davanti a quella divina?”
Musica divina, fonte di bellezza, è il canto del Logos, il Verbo che era il principio, l’apparire
dell’ente nella difficile incarnazione; questo suono è
Fascinoso e tremendo, adorando, numinoso e luminoso. Mysterium tremendum et fascinans,
sorgente di ogni perfezione: la Voce dell’Essere.
La totalità della Rivelazione è Ineffabile dono: Hans Urs von Balthasar ha studiato nella sua opera
colossale -GLORIA- la trascendente bellezza della divinità di Dio. E’ il vertice dell’estetica
teologica: “Cantico celeste di lode, giorno e notte, fiumi di grazia, alberi di vita”, emanazioni della
Gloria di Dio e della sua potenza. Regno è perfetta bellezza, e vibrano inni.
Gloria è Bellezza trascendentale e non concettuale, dove immagine e scrittura sono uno: “Coppe
d’oro colme di profumo, splendore di tutte le pietre preziose del mondo e geometria perfetta della
città santa”.
Gloria non è parola, non è immagine, ma Volto: Essa è manifesta, disposta in forma di espressione.
In essa si dissolve la dialettica fra segno e similitudine, fra immagine e somiglianza, Eikòn e
Omoìma.
“ Ma se essa è manifesta fa esplodere per ciò stesso ogni forma”.
E’ un concetto-limite attraverso il quale potrà attuarsi il supremo compito di conoscenza: “penetrare
nell’inesprimibile”. L’inesprimibile come tale, dice Balthasar, si inserisce nella Parola. La Parola,
Logos, viene depotenziata a riflesso secondario, doxa, dell’inesprimibile. Rivive il concetto greco
antico di doxa come opinione e rappresentazione: “la Gloria è la corona delle congetture che
circondano l’essenza divina”.
“Commovente impressione di infinità”, la Gloria di Dio, la sua invisibile bellezza, è “la più ricca di
contenuto e al tempo stesso superiore ad ogni contenuto”.
Fra potenza e rappresentazione, nel sapere si integrano udire e vedere, intendere e volere; lo
splendore della Grazia è apparizione mistica -la grazia appare- immagine magica del ritorno di Dio
che si offre agli uomini, “espressione definitiva -karaktèr- del Suo Volto”.
Bellezza, sola, non è arte; fra esse sta un medium, il numero. Solo grazie al numero si staglia la
divina realtà, attraverso Proporzione, symmetria che è analogia, attraverso la somiglianza. Propizia
è la somiglianza. E’dall’Inizio che interagiscono immagine e somiglianza.
Dobbiamo sapere: siamo una cosa sola con Iddio eppure da Dio, sempre, eternamente distinti.
Quando sappiamo questo -il centro di ogni mistica- siamo in quello stato descritto da Angela da
Foligno: “Comprendi che non puoi comprendere”. E’ la Docta Ignorantia di Cusano o il “non saper
sapendo” di Juan de la Cruz, il fondo umile di ogni capolavoro.
La bellezza è riflesso, in Dionigi Areopagita, dell’unica bellezza divina.
E’ “bellezza che produce ogni comunione”.
Lo splendore della forma brilla solo sulle parti proporzionate della materia: è la luce della divina
proporzione, Risplendentia e consonantia. Claritas ed Integritas.
Risplendere è comprendere, consuonare, riflettere. Il termine epifania, ed il suo affine fantasia,
derivano dalla radice bha, brillare, risplendere.
La grazia, dono non donato a tutti, ma meritato nella carità nella giustizia e nell’umiltà, è apparsa
nella luce giubilante, casta e feconda.
In origine l’Immagine è Copia, intermediaria fra emanazioni specchi riflessi e esalazioni, poi, con
il reiterarsi dell’esercizio liturgico, che raccoglie in terra le energie divine, diventa cellula di
rivelazione, ed “acquista una tale forza creatrice di irradiamento da diventare l’archetipo della realtà
intramondana.”
La prossimità di eikòn e doxa sta nel loro propagarsi dal Superiore sconosciuto al semplicemente
visibile: il veicolo è la Geometria, immagine dello spirituale secondo il Timeo di Platone, legante
fra l’interno e l’esterno. Nello schema perfetto vi è identità essenziale di immagine e archetipo, in
esso confluiscono Eguaglianza di essenza, il cosmico specchio di ogni irradiazione, una trasparenza
infinita, epifania e parousìa.
Non vi è Bellezza senza una Metafisica della luce: “La luce assume in sé la gloria e placa il suo
scintillare e lampeggiare nella pace dell’amore sconfinato”. Perché è attività di Dio, la luce è
salvezza del mondo.
Dalle tenebre dell’incredulità, del non-amore e della non-intelligenza,
emerge, salvifica, la Bellezza, forma delle forme, che è criterio di misura dell’esistente nella luce.
La sequenza trascende il nesso soggetto-oggetto: luce, vita, pienezza, grazia, verità, gloria. Il potere
formante è conformazione e trasfigurazione.
Teologico, in senso proprio, è l’enigma della forma: “L’oggetto contemplato -la Parola-Immagine-
Luce del Padre, spiega Balthasar- non determina soltanto la forza di visione di colui che
contempla, ma determina lui stesso tutto intero, si imprime in lui. Non è soltanto ciò che penetra
con la sua luce, ma anche ciò che dona forma, ciò che trasforma assimilando a sé. La Parola-
Immagine di Dio, la quale ha una forma e che si dimostra, in quanto luce e vita, superiore a ogni
forma (esigendo perciò la fede), possiede proprio per questo la massima forza formatrice; nella
azione trasformante si dimostra la forma dell’amore assoluto.”
Nella teologia della bellezza vi è un sorgere simultaneo e una simultanea non-ostruzione; una
bellezza sinottica: “con mille occhi guarda la creatura l’Aperto”. E si sente parte-di, creatura
destinata alla molteplicità e per questo alla possibilità, alla opportunità spirituale, della bellezza.
Lo spiega James Hillman “L’essere una sola cosa con Dio nella fiducia originale ci protegge dalla
nostra stessa ambivalenza. Noi vogliamo la sicurezza del logos, dove la parola è verità e non può
essere fatta vacillare.”
Se a volte la parola vacilla, ambivalente, è perché nella bellezza c’è Eros: Eros e tempo, il nesso di
Caducità e pathos, e il mistero procreante del sesso, il Cantico, fra il già e il non-ancora, di tutte le
Creature. La Divinità è centrale, e ogni percezione della bellezza è una Teodrammatica; con Eros
viene reso attuale e visibile il portato di destino degli atti indissolubili e dei disegni divini nella vita
degli uomini. Lo dice deciso Vasilij Rozanov: “Il legame del sesso con Dio è più grande di quello
dell’intelligenza o persino della coscienza con Dio”.

Vedere è funzione del rendersi visibile, è il possibile di una Apparizione.


Nella Visione di chi medita conoscente e conosciuto sono uno: Vedere appartiene alla capacità
umana di formare o riformare archetipi, e deriva dalla intelligenza interumana del fenomeno.
Osservare, theorèin, è visione ordinante che discerne, con lo sguardo soffuso di rispetto: “vedere,
avverte Balthasar, è più di una pura conoscenza di immagini visuali; è essenzial-mente un atto di
comprensione sostenuto dalla fede”.
Il potere formante della Visione conforma l’energia : la visione beatifica della bellezza in Sé (unità
verità bontà) è visione riservata ai puri di cuore.
Il difficile compito consiste nel fare il vuoto in noi di quanto ci è proprio, per lasciarci riempire
della “immagine”. E’ facile,questo, per Meister Eckardt: bisogna soltanto “abbandonare ciò che non
è Dio”.
Poiché noi vediamo, distinguiamo e scopriamo con gli occhi dello spirito, e possiamo compiere
così, nella concentrazione mistica, l’inversione dell’immaginare nell’intuire.

Alfa ed Omega della bellezza in Sé, una autocontemplantesi rifrazione di una totalità che si frange
nel molteplice, sono nella Bibbia: il Cantico dei Cantici e l’Apocalisse. La Musica divina ha la sua
dominante nel Cantico e la sua tonica nel libro di Patmos.
“Sei un orto chiuso, sorella mia, sposa, sorgente chiusa, fonte sigillata, boschetto di melograni i tuoi
germogli, coi frutti più squisiti, fiori di cipro e nardo, nardo e croco e cannella e cinnamomo, mirra
e aloe coi migliori aromi. Fontana di giardini, zampillo d’acqua viva, limpido ruscello…”
Le immagini, odori e colori, sono particole d’arcobaleno della Rivelazione.
Miriadi e miriadi di Angeli riempiono il cielo dell’Apocalisse: la bellezza è assoluta e perciò
tremenda. Invisibile eppure veduta. Questa è la mole immensa degli Angeli di Rilke, che riempiono
il cielo, “tutti tremendi”.
“Poi venne un altro angelo e si fermò in piedi presso l’altare con un turibolo d’oro in mano, e gli
furono dati molti profumi, affinchè li offrisse alle preghiere di tutti i santi, sopra l’altare d’oro, che è
davanti al trono. E dalla mano dell’Angelo il fumo degli aromi salì, con la preghiera dei santi,
davanti a Dio.” E’ l’olfatto, e non la vista, il più elevato e ineffabile, il più spirituale, dei sensi.
L’Effusione misteriosa di tutto l’esistente viene percepita in principio attraverso il profumo;
L’Essenza è aromatica.

Dono celeste è il rimanere appagati nel mistero, scrive John Navone in Verso una Teologia della
Bellezza, ed è un mistero semplice: “La Bellezza è il potere che consente a ciò che è veramente
buono di farci uscire da noi stessi per raggiungere l’eccellenza.” In essa si è entusiasti, pieni
d’amore e pieni di Dio. La Pienezza, il senso del pieno, dell’essere ripieni, colmi e capaci, ci arriva
dal divino Pléroma, Plenum Formarum sostanziato di pneuma, il Soffio: l’esperienza della bellezza
è nella tensione fra il Logos eterno ed il respiro dinamico dello Pneuma, tensione, da risolvere,
simile a quella fra Apollineo e Dionisiaco nel mondo antico.
In questo punto di equilibrio, l’opera è sacro metro di plenitudine. Per questo Misura celeste vuol
dire angelica e perfetta simmetria tra lunghezza larghezza e altezza.
Il concetto biblico di commisurazione rende ragione di come i due poli in tensione del bello siano la
luce interna e la forma esterna. Metron e kanòn, misura e regola d’arte, faranno convergere la
visione amabile della bellezza nel punto divinoumano della Convenzione.
Opera è particella della Shekinà, ‘fotismo stabilizzato’, della presenza divina che abita accanto a
noi. E’ l’incantesimo della trans-apparenza degli esseri e delle cose.
Con “occhi davanti e dietro e dentro e fuori” siamo in grado di percepire il “prodigio santo del
mondo”, in un sentimento sintetico alto e alato grazie al quale l’invisibile è lì. Attraverso il visibile
si vedrà l’invisibile -la pericoresi è proprio il visibile che simboleggia l’invisibile- e si potranno
intessere gioco bellezza e libertà con canone ordine e regola, nei luoghi della più alta realizzazione,
dove la forma è vuoto, la finalità non ha un fine, e l’assoluto è un risultato.
Dio, “Bellezza di ogni bellezza”, mette in quadrato Luce e Cosmo, Angelo e uomo. L’Angelo,
creatura intermedia e trasparente che si vede solo nelle opere d’arte, è figura di una grande
tenerezza ontologica. Illumina, regge e custodisce. L’Angelo, formato e formoso, è annuncio, è
l’aspetto trionfale della discesa di Dio nel mondo, del confluire della bellezza nella Sapienza.
Per Tommaso d’Aquino, intento a nominare i nomi divini, la bellezza divina è il motivo della
creazione. La bellezza divina causa l’armonia e l’ordine dell’intero universo, poiché essa è amore e
porta all’incontro con ciò che è amabile. E Agostino: “Non possumus amare nisi pulchra.” Non
possiamo amare che le cose belle, belle di una bellezza “tam antiqua et tam nova”. Non può ridursi
al divenire, la bellezza divina, può solo mostrarsi, in gloria, per ascendere.
“In questo mondo la bellezza è una causa formale ed uno dei nomi di Dio”. Lo rileva Ananda
Kentish Coomaraswamy.

La Natura è separata e distinta da Dio, dice San Bonventura, benchè testimoni di Dio attraverso la
sua bellezza e la sua potenza; ma nello stesso tempo, Dio è incarnato nella natura. A causa di ciò la
creazione è una continua teofania per coloro che hanno occhi per vedere, orecchie per sentire ed una
mente per comprendere.
Bisogna considerare l’origine la magnitudine la moltitudine la bellezza la plenitudine l’operare e
l’ordine di tutte le cose: Nel concetto di origine c’è il produrre tutte le cose nel lavoro di sei giorni,
la sapienza del distinguerle tutte ed il bene per adornarle, con generosità, di bellezza; nella
magnitudine c’è la luce che manifesta la immensità di un potere. La moltitudine delle cose riguarda
le diversità di generi di specie di forme e di sostanze. La bellezza riguarda la varietà della luce delle
figure e dei colori in corpi semplici mescolati e persino compositi. La plenitudine spiega perché la
materia sia piena di forme, e la forma piena di poteri a causa della sua attività ed il potere è pieno di
effetti a causa della sua efficienza. Operare è molteplice perché è naturale artificiale e morale; in
esso c’è il principio della intellegibilità delle cose e l’ordine della loro vita. L’ordine, a sua volta,
indica, per durata, situazione e influenza, il primato sublime del Principio Primo in relazione al suo
infinito potere.
La bellezza della variazione delle specie speciosa non può sussistere senza numero e proporzione
ed esiste in tutto ciò che è ritmico, bellezza numerosa. Esempio della mente del creatore, riflessione
della divina unità, causa di devozione, meraviglia ed esultanza, essa trasforma la speciositas in
suavitas.
Secondo Bonaventura si giunge alla bellezza attraverso nove vie: nuntiatio, dictatio, ductio,
ordinatio, roboratio, imperatio, susceptio, revelatio, ed unctio, che, secondo altre lezioni è, più
probabilmente, “unitio”.
L’anelito alla Uguaglianza con il generatore è il potere motivante della bellezza, il cui aspetto di
fondo è la Verità. Il lusso spirituale che deriva dall’incontro di Bellezza e Verità è la fonte di ogni
visione felice, nella ricchezza inesauribile delle immagini che salvano, dove il più grande è reso
possibile, perché individuato, nel più piccolo.
Lo spiega Bruno Forte, in Le Porte della Bellezza: “Il Tutto dimora nel frammento con la potenza di
una donazione originaria: all’uomo il compito di riconoscerlo, di accoglierne la misteriosa presenza,
di lasciarsi illuminare dal paradosso del Minimo Infinito.”
Dell’ordine come teofania si fa testimone, studiando la teologia dell’Icona, Pavel Evdokimov: “La
potenza dell’amore divino contiene l’Universo e del caos fa il Cosmo, la Bellezza.” Questa potenza
è motrice di ogni ispirazione umana: “Il bello è presente nell’armonia di tutti gli elementi e ci pone
dinanzi ad un’evidenza indimostrabile, che non può essere giustificata se non contemplandola. Il
suo mistero illumina dal di dentro l’esteriore fenomenico coma l’anima irradia misteriosamente in
uno sguardo. Il bello ci viene incontro…” E’ un evento ed un Avvento, in esso stanno le essenze e
le qualità.
Berdjaev: “La bellezza è la caratteristica del supremo stato qualitativo del fatto d’essere, la
realizzazione suprema dell’esistenza.” In essa si risolve la “dialettica esistenziale del divino e
dell’umano.”
In questo scambio ineguale –il divino non è opinabile, né pensabile, né intellegibile, avvertiva
Proclo- Entusiasmo è Eskaton, fonte di salvezza nel tempo, respiro della creatura nel suo limite ed
attesa della grazia sotto il cielo.
Amore ineffabile dimostra l’anima che gesticola assieme al suo corpo: la stessa esistenza umana
“dimostra il potere datore di vita della bellezza divina e umana.” Essa è, dice John Navone,
“l’energia regolatrice distintiva che rende l’essere se stesso”, forma di ogni contenuto, causa di ogni
effetto, nome di Dio e aspetto ridente delle cose: la bellezza permette di dare un nome alle cose, un
nome ineffabile, e un nomos, una legge.
Per gli indiani Nama, nome, e Rupa, forma e volto, sono uno, e, per dire forma, nome e forma
danno namarupa. Karaktèr, espressione definitiva, è l’effigie battuta sulle antiche monete, volto
frontale, volto-forma, che mostra la qualità della bellezza assieme alle qualità dell’anima: la
bellezza è il sovrumano veicolo della Manifestazione. Lo annuncia con gioia immensa Macario il
Grande: “L’anima è tutta occhio, tutta luce, tutta volto”.
Il Volto di Dio è “il Volto dei Volti”.
“L’epifania del Volto -scrive Emmanuel Lévinas- è origine dell’esteriorità”. “L’esteriorità
definisce l’ente come ente. Nel volto si presenta l’ente per eccellenza.” Per questo l’icona è un
prototipo, e non un ritratto, di una umanità trasfigurata, manifestazione della grazia deificante
nell’uomo.
L’Icona è come il Mandala. In essa, lo mostra Pavel Florenskij, si individua un “campo magnetico,
o elettrico, e un sistema di curve isotermiche.” Lo schema metafisico mette in atto una “dinamica
non visibile dell’oggetto dato.”
Nell’Icona, come nel Mandala, “la non-prospettiva custodisce l’esattezza”.
La bellezza, visibile dell’invisibile, permette di vedere lo svolgersi, il molteplice dispiegarsi,
propriamente il display, dell’esistenza di tutte le cose. E’ pura moralità , perché “l’ente come ente si
produce solo nella moralità”. Difficile, nelle opere umane, contemperare ethos e pathos, a causa
dell’inevitabile scandalo della bellezza: Armonia, Ordinata Dilectio e Ordo Amoris, ed una
stilizzazione ieratica e geometrica porteranno, via mistica, alla theosis dove il Tutto e il Simile sono
Uno, dove il Creatore è il Legislatore. Una luce ordinata verso il Bene, “nell’appagamento
inappagato del conoscere”, scrive Remo Bodei, sarà il luogo del nostro “categorico desiderio di
felicità”.
Sunmorphìzein, è diventare conformi, essere in comunione, e per questo in continua metamorfosi;
se si vede la comunione nella bellezza e la bellezza nella comunione si diviene testimoni creanti, si
viene trasformati, vedendo attraverso la fede, di gloria in gloria. Qui è il nesso sacro di Formazione
e esperienza: in un passaggio di figure nell’elevato.
Kaleo, da cui deriva Kalòs, il bello, significa chiamo, faccio cenno di avvicinarsi: Chiamata e
Rivelazione sono motrici, miracolose colonne e fondamenti abissali di ogni Philokalìa.
Bellezza è Miracolo: “Francesco mostrami Dio!” Invoca il Santo il giovane monaco. E il mandorlo
fiorisce. Improvviso, inatteso, irrompe un evento di sorprendenti proporzioni, che sovverte la
natura, innominabile.
Così Einstein inventa la relatività e dice: “Sottile è il Signore.”
E’ molto sottile, assoluto e relativo, personale e impersonale. Il bello racchiude, secondo Simone
Weil, “l’unità dell’istantaneo e dell’eterno.”
Nutritosi nella distanza, esso tocca in profondità il mistero insondabile dell’incarnazione: “il bello è
la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile”.
L’intemperanza distrugge la bellezza, ma, nonostante tutto, “la bellezza salverà il mondo”: con
essa, la bellezza di redenzione del Cristo, che libera dal male, Dostoevsky si salvava dal Nulla, che
è sempre in agguato con la bellezza di Lucifero. “Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero,
bellissimo figlio dell’aurora?”

Forma Crucis Templum est, è tempio la forma della croce. E’ una affermazione, centrale per i
sapienti del Rinascimento, di theoandrìa, che mostra come necessarie, costitutive, le convergenze
armoniche, le sacre tradizioni, le ieratiche disposizioni, le ordinate linee convergenti di creatività e
spiritualità, che metteranno su un piano i colori puri della fede.
“Il valore essenziale proprio di ciascun individuo gli dà diritto a un’esistenza equivalente a quella
degli altri”, ha scritto Mondrian, unendo su un piano con un gesto solo arte, politica, e religione.
L’umanità e, quindi, la divinità dell’arte non è confinata alla figura umana. E’ anche nel quadro, nel
punto e nella linea, figure sedate di un Dio che geometrizza.
La Negatività disgiuntiva dello stato umano, il costretto pendolo di Soggetto e Oggetto, generatrice
della “bellezza convulsa” di cui parlava Bréton, viene resa innocua da una folgorazione
trascendente, dove si intuisce l’immensità, e la grave responsabilità, della co-creazione.
Non estetico, ma ontologico, onto-teologico, è lo statuto della bellezza.
Alla confluenza di arte e religione si fanno i miracoli, opere grandi, e si svelano gli enigmi centrali:
“ La divina misericordia -ci insegna Hans Urs von Balthasar- appare sovrana sulla bellezza e sulla
bruttezza di questa terra.”
La bellezza, e anche la bruttezza, del mondo ci permettono di restituire la bellezza a Dio,
riconoscendola come Dono.
Questo ti rende imprendibile, veloce e felice: nei Blues Brothers fratello Elwood lo sa: “They're not
gonna catch us. We're on a mission from God.” “Non ci prenderanno. Siamo in missione per conto
di Dio.”

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