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Nicola Spinosi

Parole in uso e in disuso


Ho raccolto per mesi e poi ordinato alfabeticamente
alcune decine di parole e modi di dire che hanno
avuto o hanno un significato nella mia vita.

Accappocciato
nel lessico della famiglia formata da mio figlio, sua
madre e me, significava lo stato emotivo di chi è un
po' abbattuto.

Accidenti a Pio nono


alla nonna (1896-1989) da ragazza doveva esser
stata insufflata dell'antipatia postrisorgimentale per
quel papa che scomunicò Cavour e Vittorio
Emanuele nel 1855 a causa della legge sui conventi.
Defunto nel 1881, la sua salma corse il rischio di
essere gettata nel Tevere da anticlericali arrabbiati.
La nonna non era però anticlericale né si arrabbiava
facilmente.
Accignalata
è la femmina agghindata, secondo lei, come si deve
in vista della cattura di un maschio. Spregiativo al
massimo.
A' mimmi
solo mezzo secolo dopo che me lo ero sentito dire ho
capito che cosa significasse. Avevo avuto infatti
l'impressione che alludesse solo all'uscir di casa per
fare una passeggiata, magari al giardino
dell'Orticoltura. Invece una mia amica ancora lo
usava coi suoi bambini per dire “si va dove sono i
mimmi”, cioè gli altri bambini insieme ai quali i suoi
potevano giocare.

Andalabà
con soddisfatta ribalderia un compagno, al ginnasio,
accompagnava questa formula sonora al gesto
avanzante dell'avambraccio destro, serrato il
corrispondente pugno. A penetrare l'aria, evocativo.
V. Birindèndere.

Angiòla
Faceva la serva in due o tre case del paese, era
stortignaccola assai, però aveva trovato marito, uno
zoppo di guerra (la prima) detto Mente*, da
Clemente, che stava spesso appoggiato a un
muretto fumando la pipa, a tratti sputando. Angiòla
era bersaglio dei ragazzi del paese. Persa la testa,
vecchissima, dalla finestra ne urlava di tutti i colori
al paese medesimo.
* Ma anche Pementa, a causa della sua vivacità
nell'eloquio.

Attrigaticcio
disse un'edicolante a Rocca Tederighi, provincia di
Grosseto, della confusione di giornali, riviste e
giornalini che aveva sul banco del suo negozio.

Aviazione
Così il Bencivenni, barbiere a Peretola, denominava
il futuro “aeroporto internazionale”: campo di
aviazione. E in fondo non aveva torto.

Babulano
all'interno della mia famigliola si affermò questo
nome proprio, da affibbiare secondo il caso a questa
o quest'altra persona o personcina di sesso
maschile. Grande fu la sorpresa quando in un
racconto del celebrato scrittore G.G. Marquez si
scoprì un personaggio che si chiamava Babilano.

Baccani
al plurale l'ho sentito solo una volta da un
romagnolo, in campagna; riferito a certi suoi vicini di
città, “alternativi”.

Bacchiolo
bastone, da cui bacchiolare, bastonare. Udita
tuttavia l'espressione “a bacchiolo di cane”, in cui il
bacchiolo è altro, particolarmente malfamato, chissà
perché.

Baco
“elemento baco”, si diceva nella mia combriccola tra
la fine dei cinquanta e l'inizio dei sessanta,
aggiungendo: “elemento sbagliato”. Di qualcuno che
non ci piaceva, ma che ci faceva sorridere.

Balenottero di Novgorod
diceva da ragazza mia moglie di sé vedendosi
ingrassata.

Balùba
termine spregiativo destinato parecchio tempo fa a
persone ritenute “incivili”, di solito provenienti da
fuori.

Barlafusa
femminile, credo che si possa usare anche al
maschile – me lo ha insegnato Bianca, milanese.
Credo che significhi persona poco o punto credibile.

Bastonata
“Che ti do in testa?”, chiese il Bencivenni al cliente
appena finito di servire di taglio. “Che tu mi vuoi
dare? Dammi una bastonata!”, rispose il cliente. Non
solo per questo valeva la pena andare di tanto in
tanto a farsi straziare la chioma dal Bencivenni.

Becia!
esclamava la zia, per dire che schifo! A quanto
ricordo sempre in senso concreto, non metaforico,
magari sì, riferito a disgustanti materialità, ma di
natura narrativa.

Bellicchera
con il punto esclamativo. Qualora una dama oda
elogiare un'altra dal suo amato, ecco che se ne esce
con quest'apprezzamento sarcastico. Voce rara.

Bezzuca
In Maremma, la tartaruga. Bezzuha.

Bip
un bambino definito autistico che conobbi attorno
alla metà degli anni settanta emetteva spesso
questo suono e chiedeva alle professoresse della
media che frequentava: Mi fai un po' bi? Domanda
intesa come “mi fai un pompino?” dalle medesime. A
me è rimasto impresso nella sua variante,“bippo”.
Non di rado tra me e me esclamo: bippo!

Birindèndere
Non so più chi della nostra combriccola, a cavallo tra
la fine degli anni cinquanta e l'inizio dei sessanta,
aveva chiamato così l'uccello; oggi mi sembra una
denominazione adeguata, e sia pure eccessiva in
fatto di lunghezza da brandire.

Bobo
niente a che vedere con il bourgeuois bohémien, il
fighetto di sinistra visto da destra. Nomignolo
affettuoso usato da mia moglie quando eravamo
giovani, per me.

Bòcco
è o era una pallina di vetro di grosso formato da far
correre nelle piste di rena, al mare. Ma significava
anche tonto.
Bombardino
negli anni sessanta addirittura si narrava di una
società anonima bombardini (sab); costoro erano
giovani secondo il loro punto di vista eleganti che la
domenica si riunivano sotto il loggiato davanti alla
“santissima” (Annunziata). Il termine credo che
derivi da “bombarda”, il magnaccia che si
pavoneggia in abiti costosi e con auto o moto
adeguate. Ma non sono sicuro. Sfortuna volle che in
ambito politicamente impegnato un “compagno” a
mia insaputa dicesse che sembravo un bombardino.

Boncitto
“sta' boncitto” significa “fa' il bravo”. Anche di adulti
in Maremma ho sentito dire: il tale è boncitto. Citto
è il bambino, citta la bambina. Anche a Siena.

Brillaccottimo
ci misi un po' a capire che significava “ubriaco a
cottimo”, fu quando smisi di intendere
“brillaccottero”. Era un epiteto blasfemo, riferito al
cosiddetto padre eterno, che usava un mio
compagno di giochi al paese, in Maremma. Lui però
era originario di Santa Fiora: “chi ci va se ne
innamora”.

Bubare
in definitiva significa protestare, mi pare però che
sia una forma che non permette di prendere sul
serio la protesta. Affettuosa.

Bubolone
denominazione del sedere, bubola o bubolina invece
la vagina – copyright di mia moglie.

Bu bu
diceva la nonna, per indicare un qualche tumulto,
magari solo una dimostrazione politica, o sindacale.
Nel 1968 lo avrà detto spesso. Ne significava la
chiassosa caninità.

Bubbone
sei un bubbone! Che bubbone! Insomma noioso
come un “bubbone”. Rivolto a grandi e piccini, a
seconda delle necessità.

Bùgiabùgiabùgiabò
e la bua passò, diceva mia moglie al nostro bambino
quando si lamentava magari dopo aver fatto un
capitombolo, piangendo. Meglio di quegli adulti che
di fatto dicono “niente, niente”.

Bumba!
Si esclamava allorché nostro figlio piccolissimo
cadeva; magari stava iniziando a camminare.
“Attento che fai bumba”.

Bucunto
ovvero buco unto, non credo di averlo mai visto,
Bucunto, soprannominato così, in paese, perché
sporco e raccoglitore in casa sua di ogni oggetto
raccattato. V. Pig pen, in inglese, e Bettelheim, in
tedesco.
Buriana
è il chiasso, la confusione rumorosa. “Cos'è questa
buriana?”

Calata di cheppia (a)


voleva dire “di precisione” - l'ho sentita più volte in
una bottega di motoriparazioni alle Cure. Il titolare
era più bravo come cultore della battuta che non
come meccanico. La cheppia è un pesce d'acqua
dolce anche detto “salmone italiano”.
Incomprensibile.

Camorro
era definito, anzi deprecato, un qualche oggetto, o
meglio aggeggio, magari di notevoli dimensioni, che
non funzionava, ecco: essenzialmente non
funzionava, non so, una bicicletta vecchia se non
addirittura un'auto o moto vecchia. V. gadèbano e
ritrécine. V. troschi.
Capito come?
Domanda sospesa, autoportante, autosufficiente. In
teoria vuol dire: “hai capito come stanno le cose?”
Caratteristica principale: non ha bisogno di risposta.
Cappiulini, cappiulini
gridava un venditore ambulante transitando per le
vie di Peretola con una bicicletta a spinta, stracarica
di oggetti vari, tra cui, forse, grembiulini. L'acustica
dava luogo alla deformazione.

Cappoccio
protagonista di una specie di saga in uso tra me e
mia moglie, non saprei se umano o animale, certo
piccolo – non fortunatissimo. Ne deriva
“accappocciato” (v.)

Cetrim
era il nome di una ditta che negli anni ottanta si
occupava di calvizie e che veniva reclamizzata in
una tv locale secondo uno slogan che terminava
così: “quindi Cetrim”; troppo ghiotto per non entrare
nella storia ed essere adoperato in modo vario ed
eventuale.
Ciabanare
significa indulgere in chiacchiere, pettegolezzi e
simili. Riferito da un nativo di Castelfranco di sotto,
provincia di Arezzo.

Cioppe
soprannome usato tra la madre e il padre di un
bambino; non che lui venisse chiamato così, però.
Derivava da Cip e Ciop.
Chi presta
tempesta, diceva la nonna, non saprei se “tempesta”
fosse sostantivo o la terza singolare del presente
indicativo di “tempestare”. In effetti a me è capitato
di prestare libri con scarso successo in fatto di
restituzione. Ironico fu una volta, anzi due, che un
prestito venisse scambiato per dono. In un caso
invece son dovuto andare dal debitore a prendere il
mio libro. Borges in merito a questo fenomeno da
qualche parte ha scritto che una volta aveva
prestato a una signora un libro “in modo
irreversibile”, dato che l'amicizia era terminata male.

Ciarlunga
epiteto milanese da rivolgersi a chi indugia, perde
tempo; è inventato da Bianca.

Ciarpone
era un animale di peluche, magari un orso, grosso
quasi come nostro figlio infante, che si divertiva
anche rotolandocisi insieme per terra.
Ciospa
donna racchia (v. Sgheba).

Ciurmata
è la femmina agghindata, secondo lei, come si deve,
per esempio in occasione dell'esame di laurea. Voce
pratese.
Cocco di mogno
diceva mia moglie, forse per estinguere la banalità
del “cocco di mamma”.

Codone
è chi ha gran coda di paglia.

Conosci
al posto di “sai”, seguito da una qualche
informazione sull'andamento magari buffo della
casa, nella casa, per esempio un'impresa della
gatta: conosci lei? Per dire: sai che ha fatto?

Creatura!
esclamava o intercalava intenerita la zia, magari a
pro di un micio.

Crudeltà mentale
espressione che tra i miei ricorreva verso la fine
degli anni cinquanta e oltre nei discorsi riferiti alla
lontana liberatrice America, un posto dove si poteva
divorziare anche per le ragioni più “bizzarre”, come
la “crudeltà mentale”. Cosa sia la crudeltà mentale
non è facilissimo stabilirlo, basterà muovere dalla
certezza che non si tratta di mettere sassolini nel
risotto del coniuge.

Cucù tatà
significa “marameo”, è usata da una mia conoscente
libanese che vive in Italia da moltissimi anni. Credo
che sia però di origine campana. Lezioso, ma
sempre carino.
D

Dadini
al posto di quadratini, diceva la nonna, per esempio
dei nostri grembiuli da casa; a dadini azzurri, o
rossi.

Del gatto
siamo del gatto vuol dire non abbiamo speranza, ma
è scherzoso e riferito a situazioni di poca
importanza.

Desìo
“Che desìo!”, esclamava una compagna di scuola,
alle medie, quando qualche occorrenza scolastica le
pareva uno strazio. Era una bella figliola che ogni
mattina veniva in treno dalle Sieci, scendeva alla
stazione del Campo di Marte, faceva a piedi via
Mannelli, attraversava il ponte del Pino (o ponte del
Pene, come avrebbe poi detto mio fratello),
prendeva per via Luca Giordano e arrivava nel viale
Don Minzoni, dove si trovava la nostra scuola. La
chiamavamo Belinda, forse riferendoci a un' attrice
allora famosa, Belinda Lee. Che desìo! Antìfrasi.

Dia ti?
In vacanza su un'isoletta greca s'alloggiava in due
camere (domatia ipnu) site in paese, poi si decise di
trasferirci in un luogo diverso, isolato, per cui il
padrone, dispiaciuto, ce ne chiese il motivo: dia ti?
Eseguendo poi un numero rappresentante una
capra, a significare che dove avevamo deciso di
andare non c'era altro.

Di così
pronunciato “diosì” in zona Fucecchio semplicemente
indica una quantità notevole di grasso accumulato
addosso a una donna, dal tempo e dalla vita. In
italiano si direbbe “è diventata così”.

Dingo Bongo Rung


era una formula sonora che si usava noi fratelli
immaginando un avanzare possente di qualche
gigantesco guerriero o combattente. Lui
appassionato della serie cinematografica “Ursus”.
Era un fare gli scemi di sicuro, comunque ben
calibrato metricamente.

Dio de' dei


esclamava la nonna, inaspettatamente politeista, se
questo mio non è un abbaglio. Doveva essere come
“Gran Dio!”

Direttrice
Un vicino di casa in piena e scoscesa campagna
chiamava ironico “direttrice” sua moglie. Non di
rado, nei decenni che sono trascorsi da quando ebbi
occasione di trascorrere qualche settimana vicino a
quei due sperimentatori di vita ottocentesca, m'è
venuto voglia di applicare l'appellativo qualche
donna capitanante.

Dolcino
definì il film “Amelie” un'amica tedesca che parlava
benissimo l'italiano. Sono certo che avrebbe detto
“dolciastro”, se le fosse stato disponibile in quel
momento l'aggettivo giusto. Però anche dolcino non
è male.

Domare
le scarpe nuove, strette o rigide, inumidendole,
portandole in casa, insomma rodaggio, come una
volta era obbligatorio e rituale per auto e moto
nuove. La domatrice era la nonna.

E quindi
mi disse un collega, incontrandoci noi lungo un
corridoio della facoltà, pochi mesi prima del mio
pensionamento per vecchiaia; nient'altro. Gli risposi:
sì. Supposi che si riferisse all'evento qui accennato,
ma lui poteva intendere qualche altra cosa. Da allora
la formula è entrata nella storia. Mi piace il sospeso.

Ette
“c'è mancato un ette”, per dire un nulla.

Face
la nonna, armata di un'asta da bandiera dipinta di
verde, ai suoi tempi certo servita per scopi
patriottici, girava, prima che andassimo tutti a letto,
per le stanze di casa, in campagna, e illuminava
pareti e soffitti con una lampadina elettrica – da lei
chiamata “face”. Allo scopo di scovare scorpioni, da
lei e non solo da lei temutissimi, anzi oggetto di
trepidanti fole.

Fanatico
a Roma è detto chi esagera. “Sei una fanatica”,
diceva la madre alla minore delle sue due figlie,
nostre care amiche e compagne di giochi tra la fine
dei cinquanta e l'inizio dei sessanta. Ma anche chi si
dà arie è un “fanatico”. Traducibile a Firenze, ai
tempi, con “esaltatao”, “montato”.
Fanti
“scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”, rimarcava
la nonna, che certo non era una gran cattolica
praticante, ma aveva il senso dei limiti.

Fava
A Firenze si preferisce dire “baccello”, infatti con il
termine “fava” s'intende l'organo sessuale maschile.
Dare del fava a qualcuno non è un complimento.

Ferrignoni
cento ferrignoni addosso all'interlocutore,
scherzosamente augurò una volta la mia futura
moglie. Tipo schegge di bomba a mano, ma
inoffensive.

Fichi
fare i fichi credo che significhi eccedere in
delicatezze, ma anche semplicemente farle.
Filippo Tortellino
era il nome di un cocker che abitava in casa di un
mio compagno di scuola, ai tempi cosiddetto mio
miglior amico, la cui famiglia numerosa spesso mi
accoglieva con cordialità. Non ricordo perché mi
avevano a un certo punto soprannominato “il
dignitoso”.

Finìmola
era l'ultima figlia di una famiglia proletaria
numerosa, da cui il nome imperativo.

Fittacchiume
troppe persone in uno spazio troppo piccolo possono
fare cattiva impressione e suscitare spregio. Non
saprei se “fittacchiume” aggravi o diminuisca la
portata di “fittume”.

Fogo
ti facesse fogo, poteva augurare qualcuno dei miei a
chi avesse esagerato in egoismo goloso, a tavola. O
metaforicamente. Ti andasse a traverso, o di
traverso. Anche solo “fogo!”.

Fortettuolo
“andavo fortettuolo” mi disse un conoscente di
campagna, cui era capitato un incidente con la
macchina.

Franiccio
rumore causato dalla caduta consonante di
molteplici oggetti, che magari si rompono.

Freddo popolare
una mattina la donna di servizio entrò in casa e
disse a mia madre che su una locandina della
Nazione aveva letto: “freddo popolare”. Entrò nella
storia.

Fronte
inutilmente spaziosa, diceva nostro padre di
qualcuno che secondo lui non corrispondeva in
pratica al luogo comune che vuole la fronte alta
abbinata all'intelligenza. A pian terreno viveva un
giovane, mica un ragazzo, un trentenne dalla fronte
spaziosa (era precocemente stempiato) che godeva
la fama di perdigiorno. Era inchiodato alla
definizione di “figliolo del professor De Lusi”, e
comunque a nostro padre stava antipatico, forse a
causa di qualche screzio condominiale, forse perché
nostro padre ne era geloso in relazione a nostra
madre. Se non per eventualmente colte, penso ora,
divergenze politiche.
Ai tempi (primi anni sessanta) era raro sentir usare
espressioni forti, certo lo era nella nostra famiglia,
eppure una volta nostro padre, a tavola, definì il
titolare della fronte spaziosa un “pezzo di merda”. A
me “il figliolo del professor De Lusi” pareva invece
una persona gentile.

Frugarsi
figura retorica, non saprei se sineddoche o
metonimia, significa in definitiva spendere, dopo
essersi appunto messe le mani in tasca a scopo di
ricerca – “bisogna frugarsi” è un invito piuttosto
brutale a liberarsi della parsimonia. Non certo
appreso in famiglia, dove a questo tipo di brutalità
non s'indulgeva, ma nella bottega di un meccanico
motociclista dove ho trovato accesso alla lingua
fiorentina più popolare.

Gadèbano
diceva nostra madre d'un qualcosa di ingombrante e
brutto - magari di una persona ingombrante e
brutta? Non saprei. Mi spiego: definire qualcosa
(qualcuno?) gadèbano era soggettivo. V. Ritrécine.

Giùmbolo
era un personaggio di non so più quale pubblicità,
forse un cartone animato, che entrò nell'uso di
famiglia ai tempi dell'infanzia di mio figlio.

Golfettino
era il cumuletto di polvere che si accumulava sulla
puntina del braccio, nei giradischi.

Gomma
mi scoppiò una gomma, diceva nostro padre per
significare che si era arrabbiato. Ira violenta e
improvvisa. Diceva.
I

Imbastito
significava l'essere gravato da un qualche vizio
ideologico causa d'interpretazioni ritenute in famiglia
distorte di un qualche evento o fenomeno per
esempio pubblico, sociale.

Inteccherito
colui che è o appare rigido.

Intra fine fatta


diceva nostra madre per segnalare l'immediatezza
d'un qualche atto. Sta per subito.

Invalvolato
era qualcuno particolarmente preso da o in un
evento. Probabile allusione alle “valvole” degli
apparecchi radio, che si scaldavano facendo
funzionare i medesimi.

Ischia
“dove si mangia si beve e si fischia”, ripetevamo,
ignari del seguito (“Giava, dove si mangia si beve e
si chiava”) che nostra madre invece sapeva. Per
questo ci invitò a evitare quello slogan.

K
Kolkhoz
negli anni settanta gli studenti di sinistra a Milano
usavano questa parola russa al posto del brutale “col
cazzo”: per dire no.

Lacchezzo
è un qualcosa che si fa, o meglio si combina, e che
ha scarso spessore etico.

Lancinare
“c'è una cosa che ci sta lancinando da tutta la
mattina”, disse un avvocato che mi aveva fatto
attendere un po' più del dovuto. Prima volta che
sentivo un modo (il gerundio) di un verbo di solito
sfruttato nel participio presente.

Laniccio
è il risultato dello sposalizio della polvere che si
accumula sull'impiantito, specie negli angoli, con
l'umidità, forse.

La superbia
andò a cavallo e tornò a piedi, sentenziava la nonna,
favorevole a una serietà e modestia che forse torna
a piedi anche lei, ma almeno ci è abituata.

La vergine cuccia
citazione colta non so quanto consapevole della
nonna, malignamente riferita a un'amica che a tratti
le era indigesta, maestra in pensione come lei,
nubile, da cui la “vergine cuccia”. Che viene da
Parini – Il Giorno. In effetti che lo stagionato
pulsellaggio della signorina desse materia di
maliziosa ironia è interessante e mostra un qualcosa
di curioso della nonna. Naturale che io allora,
piccino, non capivo cosa c'entrasse la cuccia
(cucciola canina) e neppure la vergine.

Lavoro
lavorava in via Boccaccio, una volta? chiesi a un tipo
nell'autolovaggio di via Mannelli, riconoscendolo
dopo molti anni. Non lavoravo, rispose il tanghero.
Non feci una piega. Quest'anno, parlando con un
meccanico di auto che avevo riconosciuto dopo anni
e anni, gli ho detto: lei lavorava in via Tripoli, no?
Non lavoravo, mi ha risposto il meccanico, ero il
titolare. Per cui ho compreso la risposta risentita
dell'altro, il tanghero. Interessante uso, ma cretino
oltre ogni dire.

Lavoro bis
“guarda che lavoro!”, “oh che lavoro è?”. Qui lavoro
significa guaio, danno.

Legno
se ne prende uno (per farsi portare dove serve),
diceva la nonna riferendosi al taxi, e, meglio, alla
carrozza, che ai tempi della sua adolescenza era
detta legno. Metonimia.

Lungagnata
era una cosa che non finiva più, pur essendo noiosa,
ammesso che un qualcosa possa non essere noioso,
se non finisce più.

Lustri
“si sta lustri”, diciamo quando si ha l'idea che ci
aspetti qualche scocciatura, spesa non prevista,
noia, rogna. O prospettiva sgradita di governo della
repubblica.

Macchinetta
diceva nostro padre, invece che accendisigari o
accendino.

Mànfano
un uomo inelegante d'aspetto e di modi, ai limiti
della brutalità.

Mascherone da fontana
sembri un mascherone da fontana, si diceva al
minore intento a piangere facendo quindi boccacce,
per motivi suoi non condivisi dall'adulto.

Maschiolino
fu un gatto natoci in casa, nero con il musino bianco.
La nonna volle che lo si mettesse fuori, francamente
non so perché. Un tempo pensavo che a lei dessero
noia le sue effusioni di maschio senza sfogo, ma il
caso di Tamù (v.) lo disconferma. Quindi fu messo
fuori, per un po' lo vedemmo fare evoluzioni giù in
un cortile, poi più. Tuttavia negli anni cinquanta un
gatto poteva ancora vivere senza rischiare di essere
schiacciato.

Mater
o meglio “la mater”, era chiamata mia suocera dai
suoi due figli, fratello e sorella, quest'ultima ex
liceale.

Meccano
marca famosissima di scatole con dentro strisce di
ferro bucherellate e piastre, carrucole, viti, dadi e
attrezzatura inerente, di color rosso e, mi pare,
verde. S'arrivava, secondo la foto e convincendo il
padre ad acquistarne i livelli numerosi di
complessità, non a costruire il ponte Morandi, ma
quasi. “Meccano ltd”

Mencio
non è il Saggio cinese traslitterato, ma il contrario di
turgido. Ci sono occasioni in cui non conviene,
l'esser mencio.

Miccìno
“fare a miccino”, fare con poco, con il minimo.
Figura della miseria o dell'avarizia.

Mondo stoppino!
Esclamava nostra madre, e da nessun altra voce io
l'ho mai udito. Disappunto che si deride da sé.

Muso

“tu sei un muso”, “che muso!”. Maschile solo,


sostantivizza l'assertività. La grinta.

Nazzicare
mi pare che scaturisse dalla bocca di nostra madre.
Significava aggeggiare abbastanza a vuoto, magari
da dilettanti, a qualcosa. Tipo: il tale è stato un'ora
a nazzicare con la caldaia e non ha combinato nulla!
Ma voleva anche dire stuzzicare.

Nel senso di
Hoelderlin, disse risentito Sergio Moravia al collega
Carlo Sini, che aveva definito “patetico” il libro
L'enigma della mente, dello stesso Moravia, durante
la presentazione dell'opera presso l'Istituto Gramsci
di Firenze, invitati anche Eugenio Garin e un altro
professore di filosofia che ora non ricordo. “Nel
senso di Hoelderlin” era una battuta da conoscitore
messa in atto da Moravia per sfuggire alla malignità
di Sini; da quel giorno lontano non manco quando
capita di usare la formula “nel senso di Hoelderlin”
(o di Heidegger, o di Lacan, o di Schopenhauer) per
smorzare qualche appellativo che mi tocca. Sono
menzioni fatte per riderci sopra.

Nervi cappellani
espressione di nonsense usata da mia moglie,
quand'era giovane, per segnalare che era nervosa.

Noce
era il minuscolo scroto dei due maschietti di casa,
secondo nostra madre.

Non lo guardare
consigliava nostra madre a chi eventualmente le
chiedesse consiglio su come gestire una difficoltà tra
donna e uomo: non lo guardare quant'è lungo, che
significava ignorare in blocco il fedifrago, come se
non esistesse.

Non me ne giovo
non mi va di usarlo, perché temo che non sia pulito.
Ho sentito fuori di casa questo modo di dire solo una
volta. Un tipo parlava di una sua conquista che però
lui non aveva praticato sessualmente prima che lei si
separasse dal marito. Perché, disse, non me ne
giovavo.

Occhialino
ero soprannominato per motivi ovvi nell'ambiente
dei motociclisti che si riunivano dentro e attorno alla
bottega del Petrini, alle Cure.

Occio
deformazione di “uccio” inteso come “tempuccio”,
cioè tempo poco buono, anche se non proprio
brutto, molto usata in casa.

Ohi ohi!
Emesso migliaia di volte al giorno, nell'area
fiorentina. Segnala il male, magari il maluccio, di
vivere. Lamentoso, ma anche ultimativo, a volte,
come dire: basta!

Ongherege
Una notte, diversi decenni fa, uscii da casa di mio
fratello in zona Campo di Marte e arrivai alla
macchina. Quando stavo per partire uno mi si
accostò al finestrino e mi disse e ridisse in pessimo
italiano qualcosa al cui centro tornava la parola
“ongherege”. Senza fantasia pensai che lo
sconosciuto cercasse “un garage”, e feci cenno al
fatto che attorno a noi c'erano molti posti liberi per
parcheggiare. Lui insisteva, ero la sua sola risorsa a
quell'ora, “ongherege, ongherege”. Alla fine capii
che cercava una certa pensione ungherese che
secondo lui si trovava da quelle parti. Da allora le
volte che mi capita qualcosa di ungherese in mente
dico “ongherege”.

Orecchione
è il soprannome che ho dato a un coetaneo che
anche quando non fa tanto freddo porta cappelli con
i lati ribaltati sulle orecchie. Atterrito, compassato, a
parte i copricapo di cui mai fa a meno, è sempre ben
vestito. Sua moglie, un'antipatica che tende a
ingobbire, anni fa la chiamavo “bella hawaiana”.

Orizzonti
della scienza e della tecnica, veniva ironicamente
chiamata dal marito una mia amica refrattaria ai
congegni moderni. La formula derivava non so più
da quale azienda, editoriale o altro. Viene in mente
la mitica Scuola Radio Elettra di Torino, che
impartiva lezioni di elettricismo per corrispondenza.

Pappaio
diceva mio figlio piccolissimo di un qualche venditore
ambulante automunito e altoparlante: di passaggio.
Non saprei perché. L'uomo della pappa?

Patassìo
rumore, confusione. Mai sentita altro che da nostra
madre.

Pecòla, Pecùndria
sono sintomi di malessere leggero che qualcuno può
suscitarci. Milanese, Bianca referente, se non
inventrice. Pecòla è o era comune, pecùndria è
inventato.

Pelliccione
chiamavano così Tamù (v.) i giovani proletari, al
paese, in quanto il nostro cane, seppur tosato in
vista dell'estate, si faceva alla svelta riccio, e
parecchio. Cordialmente e maremmanamente ci
odiavano, c'invidiavano quel benessere che loro
ancora non avevano toccato, ai tempi. Sopportavo in
silenzio, uno perché c'era anche da buscarle, due
perché m'interessava l'epiteto.

Peo
ma anche “pe” o “ pe' “, non saprei, era o è, non so,
un tiro dalla sigaretta che un altro fumava e che gli
si chiedeva di fare. Mi dai un peo, o: mi fai fare un
peo?

Peppa
è una donna di una certa età, non del tutto sfiorita,
credo, che appartiene alla schiera delle peppe,
immensa, credo, allargantesi però anche alle
giovani, dette peppine. Da anni cerco di carpire il
segreto del peppismo femminile secondo Bianca, che
una volta ha avuto la magnanimità di definirsi, in
riferimento a una sua trascorsa scenetta coniugale
(arrivare a casa carica di sacchetti della spesa per
un marito all'apparenza disappetente), peppina.
All'inizio, voglio dire la prima volta che la sentii
usare il termine, credetti che fosse riferito a
femministe non più giovani, ma mi sbagliavo. Il
massimo del peppismo, forse, è rappresentato dalla
macchietta Ida Lo Nigro, creata da Mario Marenco.
Ma basta meno.

Pettinare
lo pettino io..... asseriva nostro padre, quando si
preparava a trattare qualcuno come meritava.
Nostro padre in realtà era una persona piuttosto
mite.

Piaccicone
chi perde tempo, si dilunga, indugia.

Piaccicotto
è l'effetto d'un appiccicamento indebito e rimasto lì
di materia evidentemente untuosa, dove non
doveva.
Pigotta
bambola (di cencio) – milanese.

Pippo
molto prima che l'amico di Topolino divenisse a noi
noto, in famiglia con noi bambini si chiamava pippo
l'uccello, tant'è che di una certa pediatra dal
cognome tedesco, Pfeiffer, che visitandoci si
occupava dei nostri prepuzi - certamente si
occupava del mio - si diceva: abbasso la toccapippi.
Una donna di servizio friulana che si chiamava
Orestilla una volta, ero un bambino, mi disse però
che mi spuntava dai pantaloni del pigiama l'uccello.
Forse per questo durò poco, da noi, l'Orestilla.

Pirimpazzo
si gioca a pirimpazzo, credo che il focus stesse nelle
ultime quattro lettere e nella rima inerente,
inevitabile, ma non ne sono sicuro, né ho mai saputo
che cosa, anche per finta, fosse questo gioco.

Pissera
femmina che bisbiglia per non farsi udire, pissi pissi,
maldicendo, credo; estensivamente, femmina che si
presenta un po' troppo per benino anche in fatto di
abbigliamento.

Poca vela
usava dire nostro padre, mai sentito altrove, né
letto. Significava che qualcosa non aveva l'esito
desiderato, ma la metafora velica sulla bocca di
nostro padre era connotata da allegra ironia. Quasi
dicesse che in qualche caso con lui c'era stato poco
da fare.

Poponìno
diceva una mia nipote, da piccola, indicando
Topolino. E' entrato nella storia.

Porchigna
“Porchigna delle porchigne”, esclamava mia moglie,
invece che uscirsene con il classico porca miseria.
Pottata
pottone, potta, è un complesso di epiteti che
alludono in modo pesante all'esagerazione,
all'esibizione, e a chi la pratica.

Pucciardone
copyright di mia moglie. Affettuoso, mai udito al
femminile, riferito a un bambino simpatico e forse
maldestro.

Pugnattone
disse esattamente: ora mi piglia un pugnattone.
Eravamo immersi in un'acqua particolarmente
fredda rispetto al caldo che faceva – in Sicilia, costa
orientale. Autrice la mia futura moglie. Da allora la
parola è entrata nella storia.

Punt'e punto
vuol dire per niente, ce lo rinfacciavamo
scherzosamente io e mia moglie quando era ancora
in questione l'amore coniugale. Tipico: punt'e punto,
diceva l'uno; te, sai! Replicava l'altra. O viceversa.
Purura
per paura, scherzosamente, diceva mio figlio
piccolissimo quando io cercavo di fargliene. “Via
lupaccio!”, diceva pure. Mai chiamato il telefono
azzurro.

Rafrasèo
confusione di oggetti: è tutto un rafrasèo, cos'è
questo rafrasèo?

Recarsi
ovvio sinonimo di “andare”, un tempo tra me e mia
moglie molto usato senza la destinazione scontata: a
dormire. Mi reco.

Rimonta
una volta individuai un barbiere in centro che mi
parve adatto alle mie esigenze, dopo che il mio era
andato in pensione. Era anziano anche lui, tant'è
vero che ci sono stato solo due o tre volte, e poi ha
chiuso. Ebbene, la seconda volta gli chiesi di
regolarmi appena la chioma, solo un po' ricresciuta.
Facciamo “una rimonta”, mi disse quel tale, poi
spiegandomi che cosa significasse la formula, da me
mai udita prima a quel proposito. Ritocco.

Risico di buggiano
variazione sul tema del rischio, corso magari da
passeggera, dalla mia futura moglie, sulla moto
guidata da me. Che correvo appunto “a risico di
buggiano”.

Rimbeccata
è qualcosa di spiacevole tipo raffreddore, magari
febbre, una tossetta. Mi son preso una rimbeccata,
dicevano i fiorentini, attribuendola a uno sbalzo del
tempo.

Rinficosecchito
persona la cui pelle presenta più che altro rughe,
grinze. Vecchio.

Rinfrinzellato
è il contrario di stirato.

Ritrécine
chiamava nostro padre qualcosa (o qualcuno) di
aspetto spiacevole. La parola significa in effetti o
una ruota di mulino, o uno strumento per la pesca.
Non ho mai visto un ritrécine, né da mulino né da
pesca, per cui non saprei andare oltre su questa via.
So solo che nostro padre usava la parola in deroga
al lavoro umano. Leggo che andare a ritrécine
significa andare in rovina.

Roncio
caduta dalla moto, ma anche senza mezzo di
locomozione, e conseguente battuta, magari, contro
“un ostacolo” (direbbe un referto tecnico).
S

Scarcucchi
o meglio “lo Scarcucchi”, venne chiamato per
qualche anno da mia madre il nuovo fidanzato della
mia ex. Lo aveva visto, direi nel “67, e collegato con
un certo signor Scarcucchi, a causa della sua scarsa
avvenenza. La denominazione serviva a mia madre
a consolarmi della mia perdita, in realtà avvenuta
parecchi anni prima, nella pienezza dell'adolescenza.
“L'ho visto, sembra lo Scarcucchi”, disse mia madre.
“E chi è lo Scarcucchi?”, replicai. Era il tal de' tali, un
conoscente di ombrellone, a Fiumetto. Mai visto lo
Scarcucchi, visto invece il nuovo fidanzato della mia
ex, che non era brutto, semmai costretto a portare
occhiali dalle lenti molto spesse. L'intento
consolatorio, se poi lo era, ai tempi non mi sfuggì né
mi rallegrò.

Sciala Beco
diceva la nonna, significando quel che più
volgarmente vuol dire da noi “tirati su le ciocce!”
Come dire: capirai! Tutto qui? Beco è un
personaggio ignoto.

Sconclusionare
da sconclusionato, certo, ma rarissimo. Diceva un
mio conoscente di campagna che la tale lo
“sconclusionava”. Borges avrebbe detto: quella
donna m'inquieta.

Scrio scrio
avverbio più che attributo: ridotto al minimo, per
miseria o avarizia.

Sgheba
è la donna, la ragazza, brutta (v. ciospa).

Sei quel che puoi essere


era detto in senso critico, negativo, a qualcuno che
ne aveva fatta o detta qualcuna. Il colmo del peggio
di sé.

Secco tronìto
diceva la nonna per indicare una magrezza
straordinaria. “Tronìto” sembrerebbe una
deformazione da “tornito” (v. pianere per paniere,
padule per palude), ma non mi pare confacente.

Settembrino
diceva la nonna, quando uno di noi bambini aveva
magari le mani non proprio pulite, settembrine –
l'estate finisce, il tempo si fa meno splendido.

Sfranfigli
(v. “sguerguenze”) cautele, delicatezze eccessive
(“ma no, dài!”); milanese, ma creato da Bianca.

Sfuggito
abito stretto, così mia nonna.

Sgamotto
potrebbe essere il “numero” eseguito da un giovane
guidatore di auto sportiva allo scopo d'ingraziarsi
qualche femmina - per esempio, ai tempi della
cosiddetta cortina di ferro, quando all'Est si
recavano, carichi di oggetti appetibili, giovani del
cosiddetto mondo libero. Carlo Verdone ci ha fatto
un film. Uno sgamotto potrebbe essere la
“sgommata”. Voce fiorentina che precede però il
tempo dei “numeri” di bravura in auto.

Sguerguenze
moine, leziosaggini, fare i complimenti.

Sìe
è un sì che significa il contrario: derisorio,
sminuente. Fiorentinissimo. E' una risposta a un
dire, ma anche a un fare, altrui.

Smàfero
era l'errore, la bruttura, insomma un qualcosa, a
causa di qualcuno fatto male.

Soffrire
nel gergo appreso in una bottega di meccanico
motociclista significava banalmente lo stato emotivo
di chi aveva avuto un incidente letale per la moto, o
di chi per un guasto l'avesse ferma. Sadico. Soffri,
eh? Banale ma, ripetuto, diveniva pregnante.

Spataffiata
discorso lungo senza motivo, certo inutile, se non
sospetto. Milanese.

Spreparato
diceva la nonna di chi fosse vestito in modo non
adatto al freddo; non abbastanza pesante né
abbastanza ben abbottonato.Stampite
mi disse una studentessa maremmana in riferimento
alle carte, ai documenti che doveva preparare per
far domanda di laurea. Mi promise che mi avrebbe
preparato una raccolta di parole delle sue parti:
Sassofortino (Sassafortino, in gergo) - provincia di
Grosseto. Promessa non mantenuta.

Stramutarsi
significa spostarsi, muoversi, secondo la parlata di
S. Polo in Chianti.
Svolpare
far come la volpe, che si dilegua quando non è aria.
Voce raccolta a Gavorrano, in Maremma.

Taìcche
qualcuno decide di chiudere qualcosa che non gli va,
prende “il su' taìcche” e se ne va. Usato da mia
nonna. Misterioso.

Tamù
cane barbone né grosso né piccolo, nero con una
macchiolina bianca sul petto, vissuto dal 1957 al
1972, quando fu soppresso da un veterinario a
causa di una malattia da tempo curata, ma
inguaribile. Nostra madre aveva avuto da ragazza un
cane con questo nome, che rinvia a un frutto e alla
bevanda che se ne trae. Fu comprato in occasione
del mio undicesimo compleanno, nel febbraio 1958,
era piccolo, ma svezzato, per cui mi immagino che
fosse nato un paio di mesi prima. Il bambolotto
vivente di casa. Veniva portato fuori perché facesse i
suoi bisogni, è ovvio, ma tra i suoi bisogni c'era
anche l'accoppiamento, per cui si sfogava su certi
cuscini che nostra nonna teneva su il suo letto-
divano. In estate, in campagna, scappava e tornava
anche dopo 24/48 ore, tutto sudicio e qualche volta
ferito, ma felice. Affettuosissimo cane. Logicamente
capitava che abbaiasse, rompendo anche le scatole.
Dopo la sua morte la nonna, in campagna, appese
un guinzaglio di Tamù a un gancio, in cucina, con
attaccato un foglio su cui aveva scritto: questo
guinzaglio fu di Tamù, cane buonissimo e bello.
Evidentemente non si ricordava degli amplessi con i
cuscini. Non so se non mordere sia un segno di
bontà canina, ma per spingere Tamù a mordere ce
ne voleva. In estate in campagna lo portavo
abbastanza volentieri a passeggio, ci facevo il solito
gioco: tirare lontano un pezzo di legno per riaverlo
indietro, e mi piaceva vedere Tamù correre tra l'erba
alta a balzi. Non nego di aver pensato, una trentina
di anni fa, che a Tam in famiglia si volesse più bene
che a me. Un abbaglio.
Mio padre usciva di casa, in campagna, con il cane
senza guinzaglio, e il cane scappava, e lui a
chiamarlo: vieniquì, vieniquì. Secondo me
rendendosi abbastanza ridicolo, con mio dispiacere.
(v. Pelliccione).
Tante
non è la zia in francese, ma la parte forte
dell'intercalare di un mio conoscente campagnolo:
tra le tante. Per dire “tra le altre cose”, “tra
parentesi”, tipo.

Tarellare
bersagliare una persona di attenzioni, di domande,
mettendola in difficoltà, forse, certo rompendole le
scatole. Milanese.

Tegole
uno degli ultimi corsi che tenni aveva luogo in
un'aula le cui grandi finestre davano su un tetto.
Spesso nel dire le cose guardavo non l'uditorio, per
lo più femminile, ma il tetto. E' probabile che in un
momento di sconforto, dovuto alla qualità
dell'uditorio, io abbia accennato alle tegole, ma non
ricordo in che senso. Raccontai il tutto a Bianca, che
velocemente battezzò le studentesse in questione
come tegole. Salto interpretativo forse discutibile,
ma tra me e lei di gran successo. Per cui da allora le
“tegole” divennero, per me e per lei, le laureate che,
acriticamente, ripetono nel loro lavoro quello che
hanno imparato, magari a memoria. E' logico che ciò
riguardi anche i laureati maschi. S'incontrano
“tegole” tra gl'insegnanti, gli psicologi, i medici, gli
psichiatri, gli assistenti sociali. Dappertutto, specie
dove sono in questione parole, più che concreti fatti.

Tide
sostantivo inglese che significa “marea”; nome
altresì di un detersivo diffuso tra la fine dei
Cinquanta e l'inizio dei Sessanta. Orbene, nelle
scatole si trovava un oggettino, tipo la sorpresa
nell'uovo pasquale. A Firenze si iniziò a chiedere:
“l'ha' trovato n' i' ttide?” per ridicolizzare un oggetto
(e non solo un oggetto) agli occhi di chi lo aveva o ci
era in relazione.

Tira il sudicio
o tira al sudicio, non ricordo bene. Nostra madre
magari non avrebbe disdegnato un bel tenebroso
come Luigi Tenco, faccio per dire, però precisava:
tira al sudicio. Probabile che dipendesse da qualche
dettaglio trasandato, capelli, barba non rasata bene,
abbigliamento stazzonato.

Tradotto
il Tradotto era in paese il marito della Tradotta, alla
quale si attribuivano molti amori, per cui aveva
avuto quel soprannome: la tradotta era il treno dei
soldati.

Trafficare
significava, se non darci dentro, darci intorno, ma
ravvicinatamente, con una ragazza, quasi nel
minimo spazio che due corpi insieme possono
occupare. Non romantico, certo. L'ho risentito
quest'anno (2019) dopo decenni.

Trafugato
secondo la mia esperienza indica un oggetto tolto da
dov'era in modo furtivo; invece nella famiglia di mia
moglie, e da lei, si dice che un oggetto è stato
trafugato semplicemente quando non lo si ritrova.

Tramontana
era il risultato del freddo e dello sfregamento della
flanella dei calzoncini corti sulle cosce dei bambini,
d'inverno. Solo molto dopo ho saputo del vento.
Dev'essere una metonimia.

Trampellare, tranare
secondo l'esperienza il primo verbo significa
muoversi traballando un po', in genere da anziani –
è lingua di Firenze e precisamente di via Aretina. Il
secondo verbo, che ho sentito una volta in
Maremma da un anziano, vuol dire più o meno la
stessa cosa, forse estesa allo stato generale di
salute precario di chi vede da vicino la fine.

Trignone
sarebbe secondo l'eloquio inventato da mia moglie
un tipo simpaticamente maldestro - vulnerabile,
infantile, sornione? Da cui le sue trignonate.
Tromba
o meglio “in tromba”: significa far qualcosa con
decisione e una certa solennità che cade sotto lo
sguardo dell'ironia. Immagino che si riferisca a
cerimoniali di cui le trombe costituiscono il sonoro.
Stamani ho udito un vecchio dire alla sua vecchia,
circa un lavoro stradale, “sono arrivati ieri in
tromba...”
Trofeo
nostra madre definiva così un qualcosa che non le
piaceva, di sicuro, e che era ingombrante. Secondo
lei. Ritengo che nei tempi passati fosse usata,
meglio, la forma “trionfo”, indicante un contenitore
pomposo da tenere per esempio su una tavola
imbandita.

Troschi
era per nostra madre una vecchia automobile
scassata; solo molti decenni dopo ho trovato, in certi
racconti di I.B. Singer ambientati in Polonia, che il
“droschi” era una carrozzella pubblica. Anche in
tedesco si trova Droschke. Inutile cercare, invece,
dalla parte del rivale di Stalin.

Tubercolandrosifiliscovaiolite
era una malattia immaginata da un amico estroso
nei primissimi anni sessanta. Peccato che la maturità
lo abbia danneggiato.

Turibolano
difficoltà materiale, forse anche impersonata da
qualcuno. Termine inventato da mia moglie.

Udo
un amico di mio figlio piccolissimo, camerunense e
di pelle scura, si chiamava Hugo, con ogni
probabilità in onore del romanziere; mio figlio lo
chiamava però Udo e, sulla spiaggia, indicando con il
minuscolo dito un venditore ambulante di pelle
scura, una volta disse: Udo!

Umidiccio
definii una volta, parlando con un collega, un certo
approccio psicoterapico ritenuto da me non
sufficientemente sgombro da eccessi di “empatia” da
parte del terapeuta. Il collega commentò poco dopo
la mia definizione trasformandola però in
“umiduccio”, che è altra cosa. Appiccicoso va meglio.
Unpa
“Oh che sei dell'unpa?”, si chiedeva ironici ancora
alla fine degli anni cinquanta, forse dei primi
sessanta, a chi si desse delle arie o pretendesse
privilegi. Anche nella mia combriccola di nati subito
dopo la fine della guerra.
“Unione nazionale protezione antiaerea”, i cui
membri avevano il compito di proteggere, ma anche
di controllare la popolazione, nei centri abitati.
Durante i gradevoli bombardamenti dei liberatori.

Vai!
Come dire: rieccoci. Su qualcosa di sgradito.

Vergogna!
dicevo a Bianca confessando, come Arlecchino nella
burla, qualche briciola di moralismo, quando invece
di marciare sull'altipiano ci trattenevamo a letto fino
alle sei del pomeriggio. O se, lei friggendo fiori di
zucca, io li prendevo dal vassoio e me li ficcavo in
bocca.

Vero?
Così apostrofavo la gatta di casa, ora defunta
tramite eutanasia, indipendentemente da quel che
aveva fatto. Sottintendendo la sua tendenza a
combinarne qualcuna, tipo infilarsi dentro un
armadio e restarci, ben zitta, anche per delle ore. O
a rendersi in qualche altro modo irreperibile.
Carissima creatura.
Spesso rivolgo questa domanda ad altri gatti che
incontro, magari a bassa voce.

Viglia
William, lo avevano chiamato, ed era anche un po'
tardo.

Volsuto
Non c'è peggio male di quello volsuto, disse una
volta un vicino di casa con cui m'intrattenevo quasi
ogni mattina di ritorno dall'edicola dei giornali.

Yes
ripetuto due volte (per cui “yes yes yes”) ogni tante
ore del lungo viaggio in treno verso il nord Europa di
mio fratello, verso meta amorosa conosciuta pochi
mesi prima; da parte di un compagno di
scompartimento, turco. I due non avevano altro in
comune, in fatto di parole. Formula che a me pare di
grande lungimiranza.