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LA STORIOGRAFIA ITALIANA IERI

Author(s): Edoardo Grendi


Source: Quaderni storici, Vol. 14, No. 40 (1), Questioni di confine (gennaio / aprile 1979),
pp. 307-311
Published by: Società editrice Il Mulino S.p.A.
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/43777773
Accessed: 14-09-2016 05:05 UTC

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LA STORIOGRAFIA ITALIANA IERI

La scelta di Ruggiero Romano per la trattazione a livello


divulgativo di questo tema (Espresso-Strumenti) sembrava la
più indovinata. Romano, uno storico italiano dépaysé , a lungo
operante in uno dei paesi colonizzatori; figlio prodigo di ritor-
no: una rivisitazione che sembrava garantire interessanti consi-
derazioni comparative; una fama di spirito bizzarro, pronto alla
boutade - tutto sembrava presagire un pamphlet vivace, polemi-
co, incisivo. E tuttavia, chiuso il rapido volumetto, l'impressio-
ne dominante è quella di un Romano rimasto tenacemente «ita-
liano», presumibilmente legato ai dati di base della sua formazio-
ne, proclive al serioso etico-politico. Non per nulla debutta con
un capitoletto sulla storiografia umanistica e rinascimentale, si
ricollega esplicitamente al classico profilo crociano, riprende i
temi della discussione passato-presente, storiografia-coscienza ci-
vile.
È curioso anzitutto che un sostenitore dell'antropologia e
dell'etnostoria non abbia tentato un esame antropologico, o
quanto meno strutturale, del lavoro storico italiano, che abbia
trascurato iniziative, associazioni e istituzioni a beneficio, trop-
po spesso, di una citazione un po' oziosa di nomi, che non
abbia colto fenomeni di costume che sono sotto i nostri occhi.
Con una eccezione: quella delle pagine dedicate al colonialismo
(90-102), dove l'intreccio fra istituzioni, posizioni politiche domi-
nanti e lavoro storico è tracciato esplicitamente nel quadro di
una diagnosi pressoché fallimentare alle cui radici sembra es-
ser indicata implicitamente la mancata maturazione di una etno-
logia italiana. Si legge infatti a pag. 102, dopo che Romano ha
denunciato in particolare la trascuranza degli studi sul versante
africano: «l'esame delle società semplici e dei loro impatti col
colonialismo o con la civiltà industriale ha arricchito in manie-
ra consistente la capacità dello storico di penetrare più a fondo
i fenomeni del suo stesso paese, occidentale e assai meno

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semplice» - un'opportunità che la storiografia italiana ha fran-


camente perduto.
Questo ci rimanda alla professione di fede di Romano (capi-
tolo 2°), alle sue proposte di etnostoria, alla sua idea di una
nuova attualità della storia universale. È un discorso rotto,
zeppo di concetti, richiami, spunti polemici, allusioni: per inten-
derci il tipico discorso sulle prospettive attuali o nuove della
ricerca storica. Al cuore, mi sembra, una polemica contro l'etno-
centrismo - nel caso particolare l'asserzione che le preoccupa-
zioni e i mezzi concettuali di cui dispongono gli storici sono
validi solo in rapporto all'«occidente cristiano»: l'idea di cen-
tro che sta dietro Cristo, Marx, Europa, la Civiltà (pag. 33). È
questa la chiave dell'attualità della storia universale? Non si
può dire, e vai la pena attendere altri chiarimenti da parte di
Romano. L'idea che gli strumenti concettuali elaborati da una
civiltà abbiano una dimensione d'area culturale specifica è gra-
tuita quanto l'altra che negherebbe la rilevanza di altri strumen-
ti concettuali per la medesima area storica. E d'altronde se
l'allusione è all'antropologia, come sembra, anche questa discipli-
na rientra nella tradizione culturale del «centro». Ma accanto
all'etnostoria Romano indica la cliometria, la psicanalisi, la se-
mantica e la biologia storiche come indicazioni del «nuovo» -
che è poi un modo di collocarsi contro-corrente, contraddittorio
con l'impostazione esegetica del volumetto.
Tornando all'antropologia degli storici mi pare che Romano
perda almeno un'occasione grossa, quella degli storici economi-
ci italiani, i cui recenti antenati egli certamente non ama (pag.
38). Si tratta infatti del gruppo più corporate fra gli storici
italiani e per altro verso forse del lavoro storico più colonizza-
to, come è attestato dalle riviste italiane pubblicate in lingua
straniera. Da una parte va ricordato il curriculum distinto di
molti fra essi, dalla ragioneria alla Facoltà di economia e com-
mercio; dall'altra il legame diretto con le iniziative sostenute
da organismi aziendali e bancari e infine la più spiccata consue-
tudine associativa, il maggior senso castale e quindi gerarchico,
cui, almeno per i vertici, va aggiunta la più normale immissione
in un circuito internazionale.

Romano si limita a constatare un salto di qualità: non una


parola sulle pubblicazioni e le iniziative dell'IRI e della Banca
Commerciale, non una parola sulla qualità della produzione me-
dia. E ancora: nulla sul capitolo della storia demografica che
ha mobilitato per qualche anno associazioni, storici e CNR nel-

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l'intento, penso, di una risposta italiana alla straordin


na di questi studi, in Francia e poi in Inghilterra. Con quali
esiti e perché? Eppure si tratta di un progetto tipico di «sprovin-
cializzazione», di uno sforzo coordinato e sostenuto, in una cer-
ta misura quindi istituzionalizzato. Il problema era anche que-
sto: di valutare e spiegare gli esiti delle iniziative coordinate e
continue - problema che rimanda a quello dell'impostazione
comparativa che ci si poteva ragionevolmente attendere da Ro-
mano. Il confronto viene subito alla mente fra il modello centra-
lizzato della storiografia francese, l'egemonia dell'elite parigina
che poggia su istituzioni di grande prestigio internazionale, con
una presenza nell'editoria che è fra l'altro un grosso affare
commerciale (non limitato al solo mercato della università di
massa) - e il modello policentrico italiano, più sclerotico, netta-
mente meno brillante e meno organico. Romano annota lo sta-
tus politico di rilievo di molti storici italiani, ma non ha la
malizia di osservare che, al contrario che in Francia, ciò avvie-
ne spesso in quanto gli storici assumono ruoli diversi e non
solo di operatori culturali: conforme a una tradizione secolare
e ben nota della nostra classe politica.
Dicevo che Romano non ha occhio per la produzione me-
dia, quella che fissa il costume di una generazione di storici
che pur è cresciuta recentemente. Così segnala, magari a meri-
to della provocazione di De Felice, il salto di qualità nelle
interpretazioni del fascismo ma osserva giustamente una congenita
debolezza analitica di fronte alla realtà democristiana (ciò che per
inciso fa dubitare degli stessi schemi d'interpretazione del fasci-
smo); ma non dice del grande provincialismo, della chiusura
peninsulare, del «citarsi addosso» dei tanti contemporaneisti che
da tempo filologizzano sui congressi della Internazionale o dei
partiti, discettano e distinguono sulle varie linee politiche e
svolte, o sussumono in una specie di ideo-sociologismo d'accat-
to grossi problemi di analisi relativi all'organizzazione e alla
struttura della società. È troppo semplice dire che la storiogra-
fia italiana ha una preminente ispirazione politica, come la fran-
cese o la spagnola: quel che è in questione è la sua qualità
interpretativa, e, quando questa è scadente, non la giustifica
certo l'ispirazione politica.
D'altronde, quando Romano lamenta la trascuranza degli
studi sulla storia dell'agricoltura recente, egli imputa giustamen-
te la subordinazione degli storici alla corrente del tempo, e
quindi in ultima analisi alle forze politiche decisive. Tale diagno-

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si del ritardo degli studi rurali in Italia, che ha probabilmente


anche motivazioni più ancestrali, è offerta come spiegazione di
una lacuna. Ma non si tratta solo di questo. Il disinteresse per
i perdenti implica una specifica dimensione degli orientamenti
generali: con tanti annosi discorsi sulle classi subalterne quasi
nessuno ne ha studiato le componenti umane e sociali, ha rico-
struito le trasformazioni strutturali delle loro esperienze colletti-
ve, s'è posto il problema analitico di uno studio di mentalità e
di cultura. Si è mai pensato da noi a una «prosopografia stori-
ca degli umili» (E. Thompson), al fatto che sia possibile rico-
struirne le opzioni sociali, che - come scrive C. E. Rosenberg -
«non c'è necessariamente conflitto fra il quantitativo e l'esisten-
ziale, anzi al contrario»? Invero si potrebbe proporre illustrativa-
mente il problema dell'impatto di qualche autore ultra-tradotto,
diciamo Hobsbawm, o, in altro campo, Levy-Strauss sugli studi
italiani.

L'argomento difensivo è di solito quello della specificità del-


le tradizioni e della storia italiane. E forse è proprio questo il
senso del pamphlet di Romano. Donde la ripresa di un noto
incasellamelo: storiografie economico-giuridica, storicistica, cat-
tolica e poi marxista e il gruppo benemerito degli «storici a
parte», fra i quali l'autore s'annovera. Eppure ritroviamo diagno-
si severe sul costume universitario e un cenno all'impoverimen-
to delle strutture parallele (le società patrie). Certo se non è
semplice qualificare l'impatto del primo, a meno di non cadere
in un moralismo senza sbocchi, la crisi delle strutture parallele
non è certo fatto di oggi, ascrivibile forse alle egemonie alterna-
tive fascista e crociana: in ogni caso sarebbe errato sostenere
che la moltiplicazione recente delle riviste storiche locali, di cui
Romano non fa cenno, vada interpretata come una ripresa,
aggiornata, dello storico-amatore.
Parlando alternamente di scuole e problemi storici Romano
evita di solito la terza alternativa tradizionale: quella dello sta-
to della disciplina. Così per esempio non si parla della medievi-
stica, e si tratta anche qui di un gruppo abbastanza strutturato
con associazioni, collane, riviste e il suo rituale di prestigio
(Spoleto). Nessun cenno del resto alla vicenda emblematica del-
la Società degli Storici. A me non pare che questa questione
della strutturazione delle ricerche e degli scambi sia seconda-
ria. È ben possibile che le strutture attuali nutrano sistematica-
mente degli «storici a parte». Da un lato le solite persone che
controllano istituti, associazioni un po' fatiscenti e CNR; dall'ai-

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tro, nella contemporaneistica ad esempio, un nugo


ti cresciuti, vociferanti in un'area che s'affaccia sui giornali, le
case editrici, i partiti. Il clima della storiografia ufficiale non
sembra essere molto favorevole, stabilendosi ben al di qua del
lavoro di qualità, il quale non trova così coordinazione e non si
fa momento trascinatore.

In ogni caso occorreva mettere in bilancio anche l'attività


editoriale. Nel libretto di Romano s'avverte ovviamente l'eco
dell'Einaudi - ove pur le iniziative di successo (o che ne atten-
dono uno) si chiamano «Storia d'Italia», «Enciclopedia» e, doma-
ni chissà, «Storia universale»; e questo è già significativo, che
non sia pensabile una vendita massiccia di monografie (come
in Francia per esempio con «Cheval d'Orgueil» o «Montaillou»).
Così come non è privo di interesse il problema di una produzio-
ne per l'università e il tipo di iniziative che si sono avute da
noi. Tutto questo non perché abbia molto senso ricordare quello
di cui Romano non ha parlato, ma a sottolineare attraverso le
esclusioni, il taglio e l'impostazione scelti da Romano, più atten-
to ai prodotti e alle correnti ideali che non alla produzione e
alle strutture.

Si tratta dunque, a mio avviso, di un'impostazione tradizio-


nalista in un paese che ha cambiato molto, «forse troppo» -
dice Romano. E questa è la sorpresa del volumetto: come se lo
storico italiano avvertisse una minaccia al senso della sua identi-
tà collettiva, come se la consonanza con la tradizione rappresen-
tasse una sorta di esorcismo - tanto più in una fase, congiuntu-
rale o meno, in cui la cosiddetta unità del lavoro storico accet-
ta largamente e felicemente di essere compromessa.
Edoardo Grendi

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