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Indice

Nota editoriale pag. 7

Parte prima
Caso e Storia

1. Caso e Storia, di Maurizio Balsamo » 11

2. Storie di casi, storie di vite: brevi note, di Domenico


Chianese » 23

3. Un sapere in più?, di Sophie de Mijolla-Mellor » 29

4. Pensare per casi, di Aurora Gentile » 45

5. L’Uomo dei lupi inghiottito dai suoi psicoanalisti?, di


Monique Schneider » 54

6. L’epistemologia del caso. Considerazioni sul processo


conoscitivo dell’analista nella seduta e il “notare, capi-
re e interpretare” nel contributo di Winnicott, di Vin-
cenzo Bonaminio » 67

7. L’autore della Storia, di Franca Munari » 98

8. Trasformazioni e metamorfosi. Scrittura e pensabilità


tra Kafka e Freud, di Marco Francesconi e Dana Scotto
di Fasano » 110

5
9. Lance: un caso, due scritture, un costrutto, di Riccardo
Galiani pag. 130

Parte seconda
Metodo storico e metodo psicoanalitico

1. Il metodo psicoanalitico è un metodo storico?, di Fran-


cesco Conrotto » 147

2. Storia, antropologia e psicoanalisi: questioni di meto-


do, di Sophie de Mijolla-Mellor » 160

3. Il metodo psicoanalitico e il soggetto della conoscenza,


di Andrea B. Baldassarro » 171

4. Il mestiere di storico e la soggettività, di Emmanuel


Betta » 183

5. Il passante e le forme. Michel de Certeau e la scrittu-


ra dell’assenza, di Silvano Facioni » 199

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Nota editoriale

I lavori qui raccolti sono derivati da due convegni realizzati dall’Asso-


ciazione Internazionale di Storia della psicoanalisi o in collegamento con
essa. Alcuni di questi lavori (Balsamo, Chianese, de Mijolla-Mellor, Muna-
ri) sono stati pubblicati in contemporanea all’uscita di questo volume sulla
Rivista di Psicoanalisi.

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Parte prima

Caso e Storia
1. Caso e Storia
di Maurizio Balsamo

Senza dubbio, al cuore della trasmissione dell’esperienza psicoanaliti-


ca, si situano due modelli e due vicende fra loro correlate ma non identiche:
una forma di sapere e di trasmissione orale, rappresentata dall’analisi per-
sonale, e una forma di sapere e di trasmissione scritta, quella teorica che
prende forma nel rapporto coi testi, nella partecipazione al dibattito scienti-
fico ecc.1. Ci si potrebbe allora chiedere, immediatamente, se il caso clinico
possa essere annoverato solo nella dimensione didattica o dimostrativa
della teoria, nell’esperienza di condivisione di un vissuto e di un’elabo-
razione particolare o se invece, proprio perché il materiale analitico ivi rac-
colto funge da attivatore particolare delle nostre esperienze sul lettino, esso
non finisca, volens nolens, per assumere una configurazione a metà strada
fra le due. Basterebbe osservare cosa accade alla presentazione di un caso
clinico, nella messa in moto di una necessità interpretativa che si attiva
immediatamente fra i partecipanti, condizione ovviamente che può essere
colta sia dal lato della dimensione traumatica, l’irruzione di materiale in-
conscio, seppur secondarizzato, e della necessità di farvi fronte, sia come
interessante esempio di costruzione à plusieurs del caso clinico e dei suoi
risvolti. Una sorta di scena primaria da cui si è stati esclusi diventa così un
terreno di immissione delle nostre personali teorie, dei nostri fantasmi, del
gioco crociato delle identificazioni e così via. Si tratta davvero solo di una
discussione teorica o non siamo in qualche modo sollecitati e sospinti verso
un vedere diverso, altro, che rimette in moto alcuni degli assunti personali?
Allo stesso tempo, e inversamente, non assistiamo, in modo direi quasi au-
tomatico, alla necessità di piegare il materiale clinico presentato ai nostri
bisogni di coerenza e alle nostre personali visioni del mondo, inglobando
così precocemente l’evento, neutralizzandone ogni dimensione interrogati-
va o slegante delle nostre consuetudini di pensiero?

1
Sulla questione, cfr. Napolitano (1999).

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Storicamente, i grandi casi di psicoanalisi, da Dora o dall’Uomo dei to-
pi per Freud, il caso Aimée per Lacan, Dick per la Klein, Piggle per Winni-
cott, segnalano per la comunità analitica dei punti di repere particolari sia
per il rapporto con le specifiche configurazioni teoriche che li hanno deter-
minati, sia come elementi dello sviluppo personale, esempi che si muovono
dunque fra dimostrazione e identificazione, fra sviluppo argomentativo e
costruzione identitaria. La loro lettura e rilettura nel corso delle generazioni
analitiche, le trasformazioni che se ne producono, determinano in tal modo
il farsi stesso della trasmissione psicoanalitica intergenerazionale, in un
complesso intreccio fra ricezione e trasformazione, innesti e riaperture dei
residui di sapere in essi contenuti. Non è del resto l’aspetto che per esempio
Monique Schneider (1985) ha sviluppato in Padre, non vedi?, osservando
come la trasmissione nell’“Interpretazione dei sogni” si accompagni al ge-
sto di porre al centro della scena proprio la morte del figlio (alludo alla ce-
lebre scena del figlio che nel sogno si rivolge al padre, mentre brucia) e la
necessità dell’oblio? Accanto a questa prima funzione autoriale dello
scritto, intesa come opera di riferimento alla quale ispirarsi o come esempio
forte di una teorizzazione alla quale riferirsi, si pone, per ciascuno di noi,
l’esperienza più soggettiva del caso clinico, la necessità di scrivere su quel
determinato paziente, quella determinata situazione. Come pensare questo
bisogno soggettivo, questa necessità di riordinare un’esperienza, di rico-
struire un filo fra gli eventi e di essere sollecitati, in tal modo, all’incontro
con l’imprevisto, il perturbante, l’inconscio nelle sue sorprese più radicali?
Si scrive, osservava Pontalis, per ritrovare quell’identità ricoperta dalle
onde dei movimenti transferali, per ritrovare un grumo di permanenza
spazzato via dai flussi passionali; per “testimoniare”, come ha osservato
una volta Green; per dimostrare, per dislocare la forza di un enigma che ci
ha mosso in una dimensione particolare e che ci obbliga a ripensare a quel
paziente, nell’illusione, a volte, di padroneggiare in questo modo la spinta.
Ma si può davvero ritrovare, nell’atto soggettivo della scrittura, ciò che è
stato cambiato dai movimenti transfero-controtransferali? Su questo Jung
aveva giustamente osservato che il legame analitico è spesso “di un’inten-
sità tale che si potrebbe parlare di unione: quando due elementi chimici si
uniscono, si alterano entrambi”. Allora cosa ritrovare, se l’origine da ricon-
fermare non è che la traccia di un altro incontro che ha depositato in essa
qualcosa che ormai ci appartiene, inevitabilmente?
Accanto a questo aspetto, occorre aggiungere che il caso solo a un primo
livello appartiene unicamente a quella singolare vicenda analitica che prende
forma e visibilità, seppur parziale, nella scrittura e nella costruzione perso-
nale. Si pensi alla questione posta dal “grande caso”, che diventa difatti ele-

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mento di trasmissione dell’esperienza psicoanalitica, nel rapporto che si in-
staura fra una proposta teorica ed esperienziale e la metabolizzazione sogget-
tiva messa in moto dalle generazioni successive degli analisti, che diventa
caso nel farsi della storia, nelle operazioni di riscrittura storico-concettuale
che lo configurano come tale. Si pensi a “Moi Pierre Riviere”, che diventa un
caso solo allorquando appare come dossier negli Annales di igiene pubblica e
medicina legale, per poi passare a un secondo e più ampio livello di costitu-
zione casuistica nell’operazione compita da Michel Foucault. In altri termini,
la costituzione stessa del caso non è separabile dall’impatto con la dinamica
storica di appropriazione e di rielaborazione che permette di riprendere a
proprio conto un accaduto, trasformandolo in evento.
Qual è l’interesse del caso in psicoanalisi come nelle altre discipline
che su di esso si sono sempre più fondate? Penso che valga la pena di parti-
re da questo casus, da questo cadere, che irrompe sulla scena del sapere e
che lo investe di interrogativi. Se è possibile definire una sere di tratti che
definiscono un caso, occorre forse partire da questa prima occorrenza ne-
gativa, dall’interruzione che esso impone alla procedura descrittiva o argo-
mentativa, alla pratica stessa se si vuole che si vede sospesa dalla necessità
di ricorrere a una dislocazione emotiva e di pensiero per poter funzionare o
per permettere di dare tregua al soggetto da essa catturata. Ma in generale,
possiamo dire che vi sono due tratti, come hanno osservato Passeron e Re-
vel (2005) capaci di definire la singolarità di un caso. Il primo è evidente-
mente “la singolarità di uno stato di cose il cui interesse, pratico o teorico,
non è riducibile a quello di un esempio qualunque”. Il secondo elemento è
che per poter essere enunciato ed esplicitato, il rendiconto di questa singo-
larità richiede uno svolgimento temporale, un’attenzione alla storia di cui
esso è il prodotto. Di qui si diparte probabilmente la differenza nella co-
struzione del caso, nei termini della psicopatologia classica e in quella
freudiana. Jacqueline Carroy (ibidem) ha osservato come per esempio il ca-
so per Charcot fosse trattato “pubblicamente come dei pezzi interessanti
perché tipici o rari di una collezione vivente. Il caso illustra una patologia o
degli episodi clinici particolari”. Senza dubbio esso si presta anche a una
dimensione strategica. Se Pinel per esempio parte nel suo Trattato dai casi
di follia intermittente, dalle situazioni maniacodepressive con fasi prolun-
gate di remissione, è perché la tesi da portare avanti è quella del “resto di
ragione” nella follia, cioè la possibilità di fare qualcosa con il soggetto,
nella non assolutezza della malattia e nel lavoro che nasce nei momenti di
remissione della malattia. Inversamente, il caso freudiano:

non illustra niente all’inizio: né tipo conosciuto, né certezza acquisita, esso si pre-

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senta come un enigma il cui lavoro analitico deve sforzarsi di chiarificate i termini
per poter tentare di risolverli. Certo, la pubblicazione del frammento di un caso
d’isteria è fatto per comunicare con la comunità scientifica il sapere acquisito, ma
questo sapere è il frutto di una lunga relazione ed è da esso indiscernibile.

Questo, probabilmente, è il punto di passaggio che segnala la differenza


con le forme classiche di trattazione: il sapere sul malato non è separabile
dal sapere che prende forma e consistenza nel rapporto con quel malato,
tanto che la relazione informa di esso così come esso informa della relazio-
ne, al punto da definire un piano profondo in cui i soggetti sono indiscerni-
bili e le potenzialità trasformative o di arresto del processo sono da inten-
dersi ormai come tragitti e potenzialità relazionali. Da questo punto di vista,
il caso è anche e allo stesso tempo, la storia di una relazione, ma dovremmo
poter assumere questa indicazione nel senso più ampio del termine: come la
storia di tutte le relazioni che attraversano quella vicenda, che la predeter-
minano, che ne costruiscono le soglie di possibilità e di costruzione.
Forse potremmo leggere in questa direzione l’osservazione di Lacan
che scrive:

Ogni volta per Freud si tratta della comprensione completa del caso singolo.
Questo è il valore di ciascuna delle cinque grandi psicoanalisi. Il progresso di
Freud, la sua scoperta stanno nel modo di cogliere un caso nella sua singolarità.
Coglierlo nella sua singolarità, cosa vuol dire? Vuol dire essenzialmente che, per
lui, l’interesse, l’essenza, il fondamento, la dimensione propria dell’analisi stano
nella reintegrazione da parte del soggetto della propria storia fino ai suoi ultimi li-
miti sensibili, cioè fino a una dimensione che oltrepassa di molto i limiti indivi-
duali (Lacan, 1978, p. 15).

L’osservazione di Lacan pone in evidenza che il caso, in quanto ritaglio


storico di una vicenda umana apre necessariamente su di un più che in parte
è da esso raccolto (il passato che diventa storia) e che a esso allude tuttavia
asintoticamente (il passato che insiste nella storia), ma anche su ciò che da
essa non è colto, che resiste all’appropriazione soggettiva o che ne segnala
il fallimento. Se la storia del soggetto è la traduzione che egli ha potuto fare
del suo passato, ne consegue che in ogni storia soggettiva albergano parti di
indifferenziato che ne alterano il movimento, che ne segnano il percorso,
come attrito, ostacolo, grumo da pensare, residuo da tradurre. Si potrebbe
allora dire che più questa dimensione di passato è ampia nella vita del sog-
getto, nella sua storia personale, e più la Storia, la Storia collettiva, quella
degli antecedenti e quella del tempo storico in cui il soggetto è vissuto ap-
pare in filigrana nel materiale psichico del paziente. Più il soggetto ha in-

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corporato, invece di introiettato, cioè tradotto, è più ciò che è stato ingoiato
appare nella sua brutalità o nella sua trasversalità, come un lampo del Tem-
po che irrompe nel tempo presente e apparentemente unificato, della vita
del soggetto. Ma forse questo aspetto, relativo ai resti di intradotto che al-
bergano nella nostra personale vicenda umana ci caratterizzano indistinta-
mente, ed è solo la quantità e la complessità di ciò che definiremmo come
un resto archeologico a segnare la differenza con i casi gravi. Di certo, si
apre una complessa riflessione, qui ovviamente non tracciabile, sul rapporto
fra psicosi e verità storica.
Per Lacan, i casi freudiani mostrano la necessità di oltrepassare, nella
comprensione della storia di vita, i limiti individuali: ruolo del generazio-
nale certo, della trasmissione fra agglomerati psichici ma, allo stesso tem-
po, questo passato non è che la storia degli altri ed è dunque nel rapporto
fra la propria storia e quella che irrompe in essa, non riconosciuta, che il
caso clinico assume il carattere di una microstoria, nel senso storiografico
del termine. Ma si farebbe torto alla questione appena sollevata, credo, se ci
limitassimo a questa pur notevole osservazione. Intanto perché, vale la pena
di dirlo, due modelli divergenti nella teorizzazione psicoanalitica, uno più
attento alla dimensione orizzontale (dove la partita si gioca nel qui e ora
della relazione paziente/terapeuta, con il privilegio cioè della dimensione
intersoggettiva), uno più attento a quella verticale, mostrano già che questa
presa in carico del rapporto storia/passato non è affatto evidente. Tuttavia
penso che potremmo aprire un ulteriore campo di osservazioni prendendo
seriamente in considerazione la dimensione anacronistica del caso clinico.
Non nel senso di essere inutile, passata di moda, ma nel cogliere la sua
stratificazione temporale: fra i molti tempi del paziente, i molti tempi del-
l’analista, i molti tempi dei modelli e delle formazioni personali, che predi-
spongono differenti ritagli del materiale, i molti tempi della Storia che ne-
cessariamente predispongono i modi di lettura e di comprensione del caso,
sia per le epistemologie che per i valori che entrano in scena in ogni espe-
rienza umana, i molti tempi che si delineano nel rapporto fra ciò che è stato
pensato e ciò che non lo è. In questi termini, il caso clinico, la storia di una
relazione appare, in taluni e singolari casi, come un formidabile prisma per
pensare un molteplice che la singolarità necessariamente include. La cosid-
detta singolarità mostra di contenere molte storie e molte prospettive solo
apparentemente singolarizzate, cioè unificate. Del resto, di quale storia il
soggetto dovrebbe essere padrone e in quale storia egli dovrebbe iscriversi?
Quella della sua vita, della malattia, la Krankheitsgeschichte, la storia della
rimozione (si pensi al caso dell’Uomo dei lupi, dove Freud parla esplicita-
mente di un estratto della storia – la storia di una nevrosi infantile – e dove,

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egli aggiunge, non ha potuto scrivere la storia del proprio paziente né dal
punto di vista storico, né pragmatico, né quella del trattamento, né quella
della malattia)? O come tracciare il filo fra le epoche dell’evento (Erei-
gniszeiten) e quelle della rimozione (Verdrängungszeiten)? Oppure la storia
della cura, della guarigione, della rete familiare, la storia degli antecedenti,
la Krankenvorgeschichte, quella del passato preistorico (prähistorischen
Vorzeit), della linearità genealogica, in un crescendo di traiettorie che sfo-
ciano iperbolicamente nel concetto psicoanalitico di posteriorità, in cui
l’accadere storico si capovolge definendo un effetto che modifica e instaura
la causa stessa, nel momento in cui ridà significazione a ciò che era rimasto
in giacenza? Come racchiudere tutto ciò in una forma unica?
L’osservazione di Freud sulla costruzione del caso clinico non è, nel
corso della sua opera, sempre dello steso tenore. Vi è tutto un passaggio e
una mutazione profonda che si compie dagli “Studi sull’isteria” a, mettia-
mo, l’“Uomo dei lupi”. Se i casi di isteria si leggono come novelle, non è
certo solo perché la forma narrativa permette di rendere parzialmente conto
del materiale lacunoso dei pazienti. Giustamente Freud ironizza sul caratte-
re di completezza ex post del materiale clinico, mentre invece esso è carat-
terizzato da lacune, vuoti, amnesie, perdite, correzioni, ma ancor più rile-
vante è la correlazione che egli stabilisce fra la forma narrativa che assume
la storia del paziente e la forma della malattia, tanto che si può parlare di un
isomorfismo fra le due. “Questa particolare maniera di porsi dei ricordi ri-
ferentisi alla storia della malattia si trova in necessaria e teoricamente ri-
chiesta correlazione coi sintomi morbosi” scrive Freud (OSF, vol. IV, p.
314). E tuttavia, questa parzialità del ricordo, questa non rivelazione imme-
diata finisce per essere una caratteristica stessa del romanzo che si dispiega
e prende consistenza nel farsi stesso della cura, tanto è vero che lo scopo
della terapia è quello di riordinare le fila di questo materiale, unificando lo
stesso in una forma compita. “Verso la fine del trattamento, e solo allora, è
possibile avere la visione completa di una storia clinica conseguente, intel-
ligibile e non lacunosa”, aggiunge Freud (ibidem).
Siamo nella medesima situazione nel caso dell’Uomo di lupi? Non al-
ludo solo a quel “Non sono in grado di scrivere la storia del mio paziente né
dal punto di vista puramente cronologico né da quello puramente tematico;
non posso fornire né la sola storia del trattamento né la sola storia della
malattia” (OSF, vol. VII, p. 492), con cui inizia la seconda sezione dello
scritto freudiano, ma alla particolarità di un caso che si costituisce certo,
essenzialmente nel rapporto con Freud, ma che attraversa nella sua storia
altri analisti, altri punti di vista, fino a mostrarsi, in questo multiplo attra-
versamento, in una sorta di paradossale storicità. Si pensi a quel “lei crede

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davvero a quella storia di lupi?” posta dal paziente, ormai vecchio, al gior-
nalista che lo intervista, e che segnala, in questa non credenza, tutta la forza
residuale di un passato che esita a farsi storia, che si oppone a esso, forse
perché magari è il solo modo per sfuggire a quell’atto battesimale (“mi
chiamo l’Uomo dei lupi”) con cui egli è passato alla storia.
Che cosa voglio dire? Che un caso come l’Uomo dei lupi accentua, se
si vuole, il carattere frammentario del caso clinico, non solo nel senso po-
sto da Freud, quello di ritagliare degli aspetti del materiale, ma come un
caso che non può davvero essere colto al di là delle sue ritrascrizioni suc-
cessive, e questo indipendentemente dalla qualità e dalla forza delle stes-
se. Se indubbiamente il primo incontro, quello con Freud, si caratterizza
per una violenza dell’interpretazione che ne segna indubbiamente in ma-
niera radicale la stessa storia, se tale incontro segna indiscutibilmente
l’alveo nel quale la vicenda si delinea nello scorrere degli anni, resta pur
vero che questa costruzione è costantemente messa in gioco, sottoposta a
tensione e a rielaborazione, nelle successive riprese analitiche, riletture ed
esperienze che si accumulano introno al caso e che ne ridefiniscono i con-
fini. Da un certo punto di vista, il caso diventa una storia di casi; la storia
del paziente, diventa una storia di pazienti, di momenti storici e di rela-
zioni provvisorie e differenti, di incontri riusciti o mancati che segnano,
nel tempo, il farsi progressivo di un percorso, o di un destino. Dal caso,
visto e riletto dalle generazioni successive, si è passati, si potrebbe dire, a
un caso che si articola o si distende fra più generazioni, più modelli, più
esperienze, più punti di vista. È d’altra parte pratica sempre più diffusa,
credo, quella di lavorare con pazienti che hanno già fatto una o due tran-
che di analisi e che riprendono un percorso con un altro analista, un altro
sesso, un altro modello, un altro…
Accentuazione dell’atemporalità dell’inconscio? Esito di fallimenti
terapeutici che domandano infinite riprese? Mutamenti soggettivi e storici
che richiedono nuovi supporti? Tutto questo è vero e allo stesso tempo in-
sufficiente. Credo che si debba prendere in considerazione il fatto che il
caso clinico si rivela essere sempre più un oggetto che possiamo illumina-
re con un fascio di luce a un dato momento della nostra storia, ma che non
si risolve in questa illuminazione. È per questo che il carattere di micro-
storia precedentemente indicato assume una dimensione paradossale: da
una parte ci permette di osservare lo sfondo su cui esso si staglia, allo
stesso modo, se si vuole, in cui Canetti legge Schreber come
l’anticipazione del nazismo, dall’altra, proprio perché esso è portatore di
una storia ancora non compiuta, si apre a tutta l’aleatorietà del caso, a
tutta la non determinazione dei futuri possibili.

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Corriamo insomma due rischi: da una parte, quello di passare dal-
l’apertura alla Storia al suo collasso su di essa, slittando da un piano dove
appare interessante articolare i nessi e la linea di fuga, a un altro dove il ca-
so diventa Storia. Gli esempi di questa oscillazione non mancano, a volte
brillanti, a volte riduttivi e frettolosi, congiunzioni storiche direi, svolte in
troppa fretta. Penso per fare un esempio al crimine delle sorelle Papin su
chi ha scritto Lacan (e non solo) e che all’epoca rappresentò il segno, nel
crimine commesso da due domestiche contro le loro padrone, come scrisse-
ro Sarte e Simone de Beauvoir dell’essere vittime della lotta di classe
(“Solo la violenza del loro crimine ci fa misurare l’atrocità del crimine in-
visibile, nel quale, lo capite, i veri assassini designati sono i padroni”), ma-
teriale che ispirò Genet per Les Bonnes (Le cameriere) e così via.
Un altro esempio è dato dal lavoro di Schatzman (La famiglia che ucci-
de, 1974) sulla corrispondenza fra le macchine ortopediche inventate dal
padre e i deliri del figlio, corrispondenza che forse potremmo allargare alla
riflessione teoricamente interessante delle macchine “celibi” (da Duchamp
alla macchina della colonia penale di Kafka) e che sembra oscillare da una
parte verso la messa in intelligibilità storica del delirio, dall’altra verso il
collasso identitario; oppure dalla critica che Janet faceva a Freud, relativa-
mente alla questione del transfert, laddove sottolineava che non vi era solo
il ritorno dell’individuale, ma una messa in pratica di una condotta sociale
(da lui chiamata adozione) in cui il paziente adotta il curante come padre,
costringendolo a farsi carico di un progetto, dunque una sorta, potremmo
interpretare, di nuovo romanzo familiare, o ancora l’attenzione data da Jung
al profetico nei sogni e così via.
Se cito questi esempi di varia natura, è per sottolineare come il rapporto
fra caso e storia sia oltremodo complesso, ma che questo rapporto non può
dirsi, a ogni modo, che all’interno di una narrazione, seppure dalle forme e
dalle modalità diverse.
In effetti, quando parliamo di narratività del caso, dobbiamo prendere
in considerazione almeno tre livelli (Passeron e Revel, 2005). Il primo
“interessa la possibilità di rendere conto dell’esperienza umana del tempo”,
modalità sulla quale Ricoeur in particolare ha riflettuto e che non casual-
mente ha associato al percorso di elaborazione caratteristico del lavoro
analitico. L’elaborazione, termine che in tal caso assocerebbe la psicoanali-
si alla dimensione storica, renderebbe conto del passaggio dal frammento
della storia a una coerenza capace di inglobare il senso, e di dimostrare, con
la coerenza raggiunta, una tesi esplicativa del caso. Il secondo livello è dato
dal fatto che per rendere conto di questa coerenza, il caso deve operare ne-
cessariamente una selezione del materiale, riorganizzando nella rete di

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eventi che essa raccoglie ciò che permette lo svolgimento del flusso narra-
tivo ed eliminando o dislocando ciò che invece lo disturba. Questo aspetto
non indica necessariamente il carattere fittizio del caso, quanto piuttosto
che la finzione del caso (e la formulazione estrema è dato dagli esempi
della casuistica religiosa o dottrinaria) serve a catturare il reale, a renderlo
intelligibile. Infine, e siamo al terzo livello, si tratta di riconoscere il narra-
tivo come elemento proprio alle scienze umane con tutte le questioni che si
aprono intorno all’interminabilità dell’interpretazione e al suo carattere di
descrizione densa, per riprendere un termine di Geertz. Qui si apre il se-
condo rischio: quello di diluire completamente la Storia nel narrativo. In
effetti, se il carattere di descrizione densa o la dimensione narrativa sem-
brano spingere l’attenzione verso la rarefazione della residualità storica o
verso l’impossibilità di dire l’altro della narrazione, ciò che a essa resiste, la
verità storica che si sfilaccia nelle costruzioni selettive del materiale, sare-
mo costretti a smarrire del tutto questo filo che collega la storia alla Storia,
la singolarità all’universale?
Ero partito, in queste brevi note, da un’osservazione di Lacan in merito
alla scrittura freudiana dei casi e allo sforzo di quest’ultima di oltrepassare
l’individuale per dare nome al passato che possiede il soggetto. Tuttavia,
questa stessa osservazione appare contraddetta da l’analisi che si delinea in
merito all’Uomo dei topi.
Alla fine del saggio su l’“Uomo dei topi”, Freud informa, in una nota
aggiunta nel 1923, della morte del suo paziente durante la grande guerra,
come tanti giovani di valore su cui si potevano appoggiare le nostre speran-
ze. L’assunzione freudiana, accanto alla speranza perduta perché cancellata
dalla guerra (ma ci si potrebbe chiedere se in questa speranza non sia com-
presa anche quella di Freud stesso) sembra, più genericamente, riecheggiare
le parole finali degli “Studi sull’isteria”, dove, come si ricorderà, al pro-
blema posto dal paziente sul proprio destino, Freud rispondeva che nono-
stante tutto si poteva sempre sperare di trasformare la propria isteria in una
comune infelicità.
La nota di Freud assume però anche un altro valore, quella di far con-
fluire una storia così singolare nella tragedia di tanti altri esseri umani
scomparsi nel mattatoio della guerra. Una storia, come quella dell’“Uomo
dei topi”, che gira intorno al problema di un debito da pagare ad altri e che
nell’impossibilità di realizzare tale obiettivo, impedisce, di fatto, ogni ten-
tativo di individuazione. La guerra, per certi aspetti, non è che un altro no-
me della dura necessità, dell’Ananke a cui il soggetto umano non può che
soggiacere, forse, si potrebbe aggiungere, uno dei nomi del destino. E tutta-
via, in quanto mattatoio universale, cancellazione di ogni singolarità, que-

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sto stesso evento, indifferente a qualunque storicità del singolo che vi è
coinvolto, è un reale su cui noi non abbiamo alcuna presa, un reale assolu-
to, si potrebbe dire.
Ben diversa, al contrario, è la posizione di Lacan, espressa ne “La dire-
zione della cura” (Lacan, 1974 , p. 593), dove scrive che: “Non che io con-
sideri l’uomo dei topi come un caso che Freud abbia guarito, perché se ag-
giungessi che non credo che l’analisi sia del tutto estranea alla conclusione
tragica della sua storia con la morte sul campo di battaglia, cosa non darei
da honnir a qui mal y pense?”.
Ci si potrebbe chiedere, preliminarmente, se non siano in gioco due
prospettive teoriche che attribuiscono un valore differente alla questione
della casualità, e al senso stesso di una morte. Non ho il tempo qui, di svi-
luppare un’analisi approfondita della questione2, ma credo che dovremmo
ripensare alle osservazioni poste da Lacan in merito alla morte dell’“Uomo
dei topi”, non come effetto di un improbabile quanto sterile determinismo
(la cattiva analisi che conduce alla morte tragica) che di fatto cancella la
possibilità di un evento, quanto, piuttosto, come l’indicazione di qualcosa
(l’incontro con il reale, con la tuke) che mette l’inconscio al lavoro, come il
reinserimento del caso in una logica che assume fino in fondo l’incontro
con l’oggetto e il ripiegamento, l’inflessione che questo determina sul mo-
vimento pulsionale. Se il soggetto, in altri termini, è iscritto in un discorso
che ne predetermina il posto e le domande che egli è portato a fare (a parti-
re, per esempio, dai tentativi di colmare le lacune di quello stesso discorso)
è la nozione d’incontro – di tuke – che ne permette le variazioni, i ritmi, le
scansioni. È la tuke cioè che determina, in quella specifica variante, l’ese-
cuzione del “programma”, che lo piega in una direzione al posto di un’altra.
Ma può il “destino” essere assimilato a una sorta di programma genetico, di
cui il reale – la tuke – servirebbe tutto sommato a esprimerne il fenotipo,
l’espressione cioè parziale di quel dato patrimonio, che resta lì, in giacenza,
come la celebre lettera rubata? La vicenda analitica, paradossalmente, pro-
prio in base a quella casualità che la contraddistingue è forse un esempio
maggiore di questa tuke, di questo incontro che irrompe sulla scena tragica
(la scena del predetto) non solo realizzandola, ma anche lacerandola, scom-
ponendola nel gioco delle multiple disidentificazioni, cercando di liberare il
soggetto dalla sua identificazione a un desiderio mortifero.
Si può allora ritenere che Lacan reinterpreta a suo modo la nota ag-
giunta da Freud nel 1923, che, mentre singolarizza una morte, quella del-
l’uomo dei topi (nel senso che ne dà notizia) la rende allo stesso tempo ge-

2
Per analisi più approfondita, rimando a Balsamo (2004), da cui quest’ultima parte è tratta.

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nerale (“come tanti altri giovani della sua generazione”, scrive Freud) e
tuttavia, nuovamente, come del resto tutta la sua vita, la fa diventare una
scena di duplicazione (come il dilemma del suo matrimonio, replica di
quello del padre, e come la morte di tanti altri giovani). Dunque, ritenere
che l’uomo dei topi non è sfuggito a questo debito, alla coazione a ripetere
e alla forza del destino che appone, segretamente, la sua firma anche nel-
l’anonimato del mattatoio universale? O infine, il fatto di morire in guerra –
volendo continuare a iscrivere il nostro paziente in questo debito infinito –
non potrebbe essere inteso come la ricerca paradossale di quel famoso
commilitone che aveva aiutato il padre a pagare un debito di gioco e che lo
stesso padre, una volta divenuto benestante, aveva cercato invano di ritro-
vare per restituirgli il dovuto? Al di là della riflessione posta da Lacan, mi
pare interessante osservare questa mise en abîme che il rapporto del sog-
getto con la storia ci permette di osservare, nel senso di non intendere, co-
me finora abbiamo solo proposto, la Storia come punto di fuga della vicen-
da personale, o come collasso delle generazioni precedenti su quella attua-
le, ma come rispecchiamento di caso e necessità, accidente e coazione a ri-
petere, e fatto ancora più importante, come una sorta di scivolamento conti-
nuo di piani in cui la Storia diventa occasione per giocare una struttura psi-
chica preesistente che permette alla Storia di svolgere il suo percorso che
permette al destino che…
Tirando le somme, mi sembra che il problema posto da Lacan nella
lettura del caso freudiano consista nella struttura del celebre “debito” che
egli pone come riconoscimento della preesistenza del discorso, la “catena di
parole che si estende al di là dell’individuo” e dunque come un destino che
scorre nella Storia, come la necessità se si vuole di ritrovare il singolare an-
che nell’immane mattatoio della guerra. Ora, però, era stato già Laplanche
a ricordare che il debito non si trasmette direttamente, visto che:

tra il circuito del debito paterno e il circuito dello scambio e del debito nel sintomo,
vi è un altro circuito che è l’indispensabile cinghia di trasmissione – l’ingranaggio
necessario che dà al conflitto il segno del pulsionale: il terzo circuito, quello dei
topi, degli escrementi, ciò che chiamiamo più generalmente il circuito degli oggetti
parziali (Laplanche, 1980, p. 288).

Volendo riprendere il problema da questo punto di vista, quello del


necessario ingranaggio pulsionale, ciò che attiene al soggetto e lui solo,
diventa difficile ragionare in termini di consegna di questo debito da un
testimone all’altro e di iscrizione della Storia o nella Storia tout court. E
dunque leggere la storia dell’uomo dei topi (tutta la storia, ivi compresa
quella del post-analisi) all’interno di una logica in cui regna sovrano il si-

21
gnificante e la struttura. Insomma, almeno secondo questo punto di vista,
nessuna Storia è visibile, nel prisma fornito dalla soggettività, se non
nella sua necessaria deformazione e traduzione. Ma è ciò che permette,
allo stesso tempo, il sorgere di un’altra storia e di un altro destino, anche
se questo destino, per realizzarsi, svanisce nell’anonimato di una morte
collettiva e senza senso, e dove per riacquistarlo, non può che piegarsi
verso l’infinitamente piccolo di una vita singola di cui spesso non abbia-
mo alcuna testimonianza, alcuna voce, se non quella che noi faticosa-
mente, frammentariamente, le prestiamo.

Bibliografia

Balsamo M. (2004), “Perché è morto l’uomo dei topi?”, Interazioni, 2,


Freud S., OSF, vol. IV, Bollati Boringhieri, Torino.
Freud S., OSF, vol. VII, Bollati Boringhieri, Torino.
Lacan J. (1974), “La direzione della cura”, in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino.
Lacan J. (1978), Seminario I, Einaudi, Torino.
Laplanche J. (1980), Problématiques I, Puf, Paris.
Napolitano F. (1999), La filiazione e la trasmissione nella psicoanalisi, FrancoAn-
geli, Milano.
Passeron J.-C., Revel J. (2005), Penser par cas, Éditions de l’Ecole des hautes étu-
des, Paris.
Schatzamn M. (1974), La famiglia che uccide, Feltrinelli, Milano.
Schneider M. (1985), Padre, non vedi?, Denoël, Paris.

22
2. Storie di casi, storie di vite: brevi note
di Domenico Chianese

Alla fine di una lunga relazione scritta di un caso, Francesco Corrao,


uno dei maestri della psicanalisi italiana, in questo modo si rivolse al-
l’oratore:

Ci ha intrattenuto per circa un’ora con il Signor “Proiezione – identificazione


proiettiva”, il Signor “attacco al seno” ma dopo un’ora noi non sappiamo nulla del-
l’esistenza (soprattutto quella interiore) del Signor Mario Rossi.

Nel famoso libro di Goffmann Asylums (1961) c’è un capitolo intitola-


to: “La carriera morale del malato mentale”. Prima del ricovero quell’uomo
era un ingegnere o un tipografo, sposato con figli o scapolo, conduceva
un’esistenza più o meno serena o più o meno tribolata, dopo il ricovero
tutto questo spariva, tutto diventava uguale a tutto, quell’uomo uguale a
tutti gli altri ricoverati, quell’esistenza diventava un termine da manuale
(per esempio schizofrenia), un ammasso di sintomi, farmaci ecc. della sua
esistenza nessuna traccia.
Confesso che talvolta leggendo i casi clinici in trattamento presentati
per diventare membri associati della SPI mi sono ritrovato a pensare: “la
carriera del paziente psicoanalitico”. Prima dell’analisi era un ingegnere o
un tipografo, sposato con figli o scapolo ecc. e ora era un insieme di proie-
zioni, identificazioni, attacco al seno o, cambiando scuola, un accumulo di
forclusioni, negazioni o quant’altro.
Dobbiamo saper rispondere alla sfida di Hannah Arendt (1971) che ne
La vita della mente scrive che la psicanalisi non sarebbe interessata che al
fondamento psichico profondo, un’interiorità generica, non individualizza-
ta, “un’accozzaglia più o meno caotica di avvenimenti che ciascuno subisce
ben lungi dall’esserne l’agente e che spazzano tutto al loro passaggio…”
“un’uniformità monotona.”
Come psicanalista sono finanche ferito da queste parole ma non posso

23
negare che leggendo alcuni resoconti di analisi ho provato quel senso di
“genericità non individualizzata”. Ma insieme la convinzione (da qui la con-
traddizione) che in quelle analisi ci doveva essere stata passione, cura, atten-
zione all’individualità ma la scrittura rendeva tutto ciò così generico, non in-
dividualizzato. Talvolta il passaggio è stridente: una mia allieva prediletta
(ora è una cara amica) aveva seguito il caso in supervisione con me, e io ave-
vo apprezzato la sensibilità, il rigore, la tensione a scoprire la specificità del
mondo interno di quel giovane che in tre anni era stato molto aiutato.
Con mia sorpresa, nella scrittura del caso, poco traspariva di tutto ciò.
Mi ritrovai un’analista “kleiniana” con un tipico paziente “kleiniano”. Le
chiesi come mai non avesse usato quegli “strumenti” kleiniani in supervi-
sione e pensai che quel tipo di scrittura potesse essere anche una sorta di
“omaggio” al suo analista (kleiniano).
Penso utopicamente che la formazione di un’analista dovrebbe essere
fatta “ad personam”. Per alcuni allievi in supervisione la scrittura è un
momento fondamentale di sintesi e rielaborazione, altri non dovrebbero mai
scrivere, mai scrivere una parola per non sciupare il “patrimonio di memo-
ria” e di esperienza di un’analisi.
Anni fa ebbi in analisi un giovane psicologo che fin dai primi anni della
sua fanciullezza si era fatto compagnia con la scrittura: racconti brevi, poe-
sie ecc. In quel periodo dell’analisi non sentiva il bisogno di scrivere ma la
novità era che non viveva con quel, a lui noto, tenue dolore, il venir meno,
forse temporaneo, del suo desiderio di scrivere.
All’inizio della seduta si ricordò del padre che egli aveva perso tanti anni
addietro, si ricordò di come era stato importante per lui recuperare in analisi
quel padre silenzioso e schivo che era stato per lungo tempo un enigma.
Seguì un lungo silenzio; un silenzio che fu rotto da queste parole:

Penso a mio padre e penso che se tornasse la voglia di scrivere, scriverei di


lui… ma è meglio così.

Quel “ma è meglio così” mi suonava strano ed equivoco, pensai all’antica


ambivalenza che aveva spinto così a lungo quel giovane a relegare il padre in
un luogo sospeso, lontano e nebbioso. Questo timore mi spinse a parlare:

La scrittura può essere attraversata dalla nostalgia e dalla perdita ma è anche un


modo per possedere, trattenere i nostro oggetti passati, le persone e i luoghi amati.

Dopo una breve pausa il giovane replicò:

Non sono d’accordo, la scrittura può essere quel che lei dice ma io, almeno in

24
questo caso, concordo con Calvino quando dice (nella prefazione de Il sentiero dei
nidi di ragno) che lo scrivere diventa un diaframma tra te e l’esperienza, brucia il
tesoro di memoria, istituisce un’altra memoria trasfigurata, impone una gerarchia
di immagini, separa quelle privilegiate presunte depositarie d’una emozione poeti-
ca dalle altre. Si può così distruggere proprio “la memoria o meglio l’esperienza
che è la memoria più la ferita che ti ha lasciato, più il cambiamento che ha portato
in te e che ti ha fatto diverso”. Tutto diventa lontano e nebbioso. Così mio padre
potrebbe allontanarsi nella nebbia, proprio ora che lo sento vivere in me, nel ricor-
do, nel pensiero della nostra somiglianza… No, meglio così, meglio non scrivere,
svanirebbe di nuovo, forse definitivamente, forse meglio parlarne… e nemmeno
tanto: chissà forse è per questo che in seduta dopo il suo ricordo vi è stato questo
mio lungo silenzio (Chianese, 2006, pp. 134-135).

Mi interrogo su cosa rende i resoconti clinici così uniformi, generici,


spesso poco individualizzati.
Lavagetto (1985) nel suo bel libro Freud, la letteratura e altro, scrive
che nei casi clinici di Freud si assiste a interruzioni della narrazione, inter-
ruzioni dovute a “proposizioni metanarrative” di carattere teorico che ser-
vono a dare un senso e a organizzare la narrazione secondo i parametri
dettati dai nuclei teorici.
Ma cosa sono i nuclei teorici scoperti da Freud, sono degli “universali”,
degli “a priori”, dei “trascendentali”? Non uso a caso queste parole “mal-
famate” perché secondo L. Kahn (2007) Freud non farebbe altro che “arti-
colare i trascendentali con il vissuto empirico pronunciandosi sull’empirico
in quanto trascendentale”; Freud “non fa che prendere come fondamento a
priori delle possibilità di qualsiasi fenomeno ciò che è stato de facto pro-
dotto da una sintesi a posteriori”. Il riferimento, esplicito nell’articolo di
Kahn, è al concetto di empirico-trascendentale di Foucault; secondo que-
st’autore (Foucault, 1967, pp. 263-265) dopo la “Critica” di Kant si sono
aperti dei nuovi campi del sapere o meglio si è assistito all’“emergere si-
multaneo d’un tema trascendentale e di campi empirici nuovi.” In questa
cornice, se ho compreso il pensiero di L. Kahn, l’autrice iscrive il pensiero
psicoanalitico a partire da Freud. Secondo Foucault appaiono nel campo del
sapere umano “oggetti mai oggettivabili, rappresentazioni mai interamente
rappresentabili, visibilità a un tempo manifeste e invisibili…”.
Di certo queste parole possono catturare e sedurre gli analisti nella mi-
sura in cui quelle parole parlano anche del nostro campo di esperienza:
“oggetti mai oggettivabili, rappresentazioni mai interamente rappresentabi-
li, visibilità a un tempo manifeste e invisibili…”.
Ma nell’ascolto di questa sorta di “voci di dentro” sento anche la voce
autorevole di Piera Aulagnier che nel lontano 1970 ci ricordava che la no-

25
stra conoscenza in analisi non è mai conoscenza di un “soggetto trascen-
dentale”… i pazienti ci chiedono “un sapere che non rappresenta un puro
bene intellettuale, ma un bene che permette loro di vivere”.
La scrittura può permettere al pensiero di coniugare e articolare univer-
sali e singolarità, andando oltre la perenne inimicizia che intercorre tra i
due termini.
Alla fine della descrizione di una vicenda analitica, così scrivevo:

Che senso ha scrivere una storia clinica? Non significa solo obiettivare, docu-
mentare nella cornice, pur essenziale, di una disciplina scientifica. I nostri racconti
hanno anche un valore di testimonianza, se non di riscatto, di quella storia segreta a
cui abbiamo il privilegio di avere accesso, di cui noi analisti siamo i funtori e di cui
lentamente diventiamo attori. Narrare è dunque un modo per mettere in crisi il re-
gime di univocità nel quale ogni sistema teorico cerca di costringere l’impreve-
dibilità della vicenda umana (Chianese, 1997, p. 236).

Per costruire un delirio ci vuole un’intera esistenza. Abraham e Torok


(1993, p. 289) parlano di “poemi” e dell’“opera insigne di una vita” e si
chiedono: “L’analista ha orecchio per tutti i poemi, per tutti i poeti?” E ri-
spondono giustamente:

Sicuramente no. Ma per quelli di cui non è riuscito a intendere il messaggio,


quelli di cui ha tante volte ascoltato il testo mutilato, lacunoso… quelli che lo han-
no lasciato senza avergli rivelato l’opera insigne della loro vita, quelli gli ritornano
sempre in mente, fantasmi del loro destino incompiuto.

“Traduzione poetica” scrive Derrida (1992) di N. Abraham, “e inter-


pretazione psicoanalitica aprono l’una all’altra nuove prospettive […] la
traduzione poetica […] appartiene al processo di decifrazione analitica
nella sua fase attiva e inaugurale.”
Ma un’altra “voce” mi ammonisce.
Gli aspiranti alla funzione di training nella SPI devono scrivere, si
legge nel regolamento, un caso analitico evitando di scriverlo in modo
“romanzato”.
Che cosa vuole dire il “legislatore” con questa parole? Dietro quella
frase c’è un problema vasto e antico che nasce con Freud.
Si scrive all’interno di una tradizione. In psicoanalisi vincolante è stata
la tradizione scientifica, quella medica in particolare. Vincolante è stato il
bisogno di accreditarsi come una scienza “seria”, da qui l’ambivalenza ver-
so la letteratura a partire da Freud: “Sono stato educato all’osservazione ac-
curata di un determinato ambito di fenomeni, e facilmente per me al-

26
l’elaborazione letteraria e all’invenzione si collega la macchia dell’errore”.
Posizione tipica dell’uomo di scienza dell’epoca.
M. Foucault e M. de Certeau hanno in diverso modo sostenuto che a
partire dal XVII secolo, la scienza occidentale aveva escluso dal proprio
repertorio legittimo alcune modalità espressive: la retorica (in nome della
“semplice” trasparente significazione), la narrativa (in nome della fattuali-
tà) e la soggettività (in nome dell’oggettività). Le qualità eliminate dalla
scienza vennero collocate nella categoria della “letteratura”. I testi letterari
furono considerati metaforici e allegorici, fatti da invenzioni più che da fatti
osservabili; le “funzioni” del linguaggio letterario vennero scientificamente
condannate (ed esteticamente apprezzate), per la loro mancanza di univo-
cità. Discorso instabile quello della letteratura che gioca sulla stratificazio-
ne di significati, narra una cosa per poterne dire un’altra; discorso figurati-
vo e polisemico.
Mi chiedo se non siano proprio questi caratteri a renderlo invece adatto
a far parlare la psicoanalisi. Vorrei concludere ritornando al tema singola-
rità – universalità.
Caso e necessità, universalità e singolarità, le ritroviamo nella straordi-
naria conclusione di “Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci” (Freud,
1910, pp. 275-276).
Scrive Freud: “Tutti noi mostriamo ancor troppo poco rispetto per la
Natura, la quale, secondo le parole sibilline di Leonardo, precorritrici di
quelle di Amleto, è piena d’infinite ragioni che non furono mai in isperien-
za”. Ogni uomo, ognuno di noi, corrisponde a uno degli innumerevoli espe-
rimenti nei quali queste “ragioni” della natura urgono verso l’esperienza.
Avrete notato che Freud aggiunge alle parole di Leonardo quell’urgere
che non è presente nella frase originaria. Quell’urgere verso l’esperienza ci
dà il senso di un’analisi. Le “ragioni” profonde, singolari e irripetibili di
quel singolo uomo, l’analisi cerca di trasformarle in esperienza, rispettando
quella singolarità.
La scrittura ha a sua volta il compito arduo, a dire il vero, di trasforma-
re in parole quell’esperienza unica e irripetibile.

Bibliografia

Abraham N., Torok M. (1987), La scorza e il nocciolo, Borla, Roma, 1993.


Arendt H. (1971), La vita della mente, Il Mulino, Bologna, 1987.
Aulagnier P. (1970), Un interprète en quête de sense, Ramsay, Paris, 1986.
Chianese D. (1997), Costruzioni e campo analitico, Borla, Roma.
Chianese D. (2006), Un lungo sogno, FrancoAngeli, Milano.

27
Derrida J. (1976), “F(u)ori”, in Abraham N., Torok M., Il verbario dell’uomo dei
lupi, Liguori, Napoli, 1992.
Foucault M. (1966), Le parole e le cose, Rizzoli, Milano, 1967.
Freud S. (1910), “Un ricordo di Leonardo da Vinci”, in OSF, vol. VI, Bollati Bo-
ringhieri, Torino.
Goffman E. (1961), Asylums, Einaudi, Torino, 1968.
Kahn L. (2007), “L’inconscio, un concetto limite”, Psiche, anno 15, n. 1, giugno.
Lavagetto M. (1985), Freud, la letteratura e altro, Einaudi, Torino.

28
*
3. Un sapere in più?
di Sophie de Mijolla-Mellor

Il genere resoconto di analisi che unisce la seduzione del romanzesco


all’interesse della ricerca teorico-clinica, offre un approccio originale dei
processi psichici, diverso sia dallo scritto teorico a fini storici o epistemo-
logici sia dai testi che non si riferiscono alla clinica se non nella brevità di
“vignette” molto facilmente manipolabili.
Storicamente, nell’opera di Freud, il resoconto di analisi e innanzitutto
quello della sua auto-analisi ne “L’interpretazione dei sogni”, occupa una
particolare posizione strategica. Permette di vedere non già la nascita di
ipotesi bensì la loro elaborazione nella cura, mentre la loro ripresa ordinata
costituisce come un secondo respiro dell’esposizione, il loro ricentrarsi in-
torno a orientamenti teorici.
Tuttavia ci possiamo chiedere se il resoconto di analisi – in quanto ha
per materia la versione che l’analista stesso si dà di questa esperienza a due
– non possa apparire al paziente in questione molto diverso da quella che è
stata la sua versione personale della stessa esperienza di incontro. Inoltre si
tratta veramente della stessa esperienza?
L’Uomo dei lupi, l’Uomo dei topi, Schreber, l’Aimée di Lacan e ben
altri ancora… Chi erano questi uomini e queste donne che ci siamo abituati
a considerare e a evocare come dei veri paradigmi clinici, perfino dei
frammenti fossilizzati di teoria?
Che cosa lo sguardo “storico” e non solamente clinico che li concerne
ci apporta o ci rivela dell’incontro con l’analista che ha loro permesso di
nascere non solo sul divano ma attraverso la scrittura?
La Storia nella sua dimensione antropologica e sociale incontra qui
queste storie che in tal modo si riscrivono e “si reinventano” indefinita-
mente a partire da modelli culturali diversi: quelle di pazienti grazie ai quali
la psicoanalisi ha potuto fondarsi.

*
Traduzione di Floriana Pacelli.

29
Svilupperò le mie interrogazioni secondo i tre punti seguenti.
• Perché gli psicanalisti scrivono e pubblicano dei “casi clinici” pur es-
sendo a conoscenza di tutti i problemi deontologici legati alla questione
del segreto? Infatti il problema di tali rivelazioni è proprio quello della
divulgazione del segreto.
• La necessaria dissimulazione dei dettagli che potrebbero permettere di
identificare il paziente costituisce forse un ostacolo o piuttosto una de-
formazione di ciò che l’analista ha voluto comunicare?
In questo caso, sarebbe in effetti ampiamente giustificato il cercare di
completare a posteriori quello è stato omesso o dissimulato nel resoconto.
• Che cosa apporta alla lettura del caso la rivelazione ulteriore del-
l’identità di un paziente? In effetti è possibile che, al di là dell’inter-
rogarsi rispetto a ciò che mancherebbe nel resoconto di analisi, la cono-
scenza della persona del paziente ci fornisca delle prospettive preziose.
Ma di che prospettive si tratta?
La mia ipotesi centrale consisterà a interrogare il fantasma di un “sa-
pere in più” legato all’interesse, per non parlare di curiosità, nei riguardi
delle storie di vita di pazienti che ci sono note attraverso le storie di casi.

1. Perché gli psicanalisti scrivono e pubblicano dei “casi clinici”


essendo a conoscenza di tutti i problemi deontologici che ciò pone
a fronte della questione del segreto?1

1.1. La casistica

Precisiamo inizialmente che in psicoanalisi, contrariamente alla psi-


chiatria, i “resoconti di casi” sono anche dei “resoconti di cure”. Non esiste
nel nostro campo ciò che si definisce una “osservazione” e il resoconto si
trova sotto l’egida del legame transfero-controtransferale. Impiegherò
quindi indifferentemente i termini di “resoconto di casi”, “resoconto di cu-
ra” o “resoconto di analisi” opponendoli alla nozione di “vignetta clinica”.
Innanzitutto fermiamoci un istante su ciò che significa in psicoanalisi la
parola “casistica”, termine che Jung impiega con Freud nei loro scambi.
Esiste una lunga storia in campo religioso, in particolare presso i Gesuiti,
ma non l’affronterò in questo contesto.

1
Riprenderò qui alcuni elementi di ciò che ho scritto nell’articolo intitolato “Rendre
compte d’une analyse” (de Mijolla-Mellor, 2006) e che sono stati tradotti dal prof. Giuseppe
Maffei in Psicoanalisi e metodo (2007).

30
Tuttavia mi sembra indispensabile richiamare la dimensione aristotelica
di tale termine in riferimento a ciò che il filosofo chiama la “Prudenza”
(Phronésis) in opposizione alla “Saggezza” (Sophia). È cosa nota sia in
campo giuridico, che medico o della navigazione – per non parlare della
strategia – che la prudenza consiste a sapersi distaccare dai principi generali
per adattarsi alle circostanze.
È quindi una presa in considerazione della singolarità che la prudenza
mette in primo piano di modo che l’azione e l’impegno sono richiesti a ogni
occasione: non si tratta di una ricetta applicabile a tutti i casi di figura, né di
una legge che dispenserebbe dal prendere in considerazione il concreto di
una situazione.
Mi sembra che il resoconto di analisi risponde innanzitutto a questo
imperativo di prudenza che ci richiama tanto alla singolarità del caso
quanto alla virtù dell’esempio. Con quale disposizione l’analista ha incon-
trato questo paziente? A partire da quali fondamenti teorici e personali lo
avrei incontrato io?
Il resoconto ha quindi un doppio valore: l’autore mette alla prova il suo
ascolto sottomettendolo alla lettura di un altro, mentre il lettore confronta il
suo ascolto a quello che gli è riportato. Secondo i casi, quest’ultimo si
mette in posizione di allievo o di collega e il più spesso si tratta di una mi-
scela delle due.

1.2. Il rapporto con la teoria

Il resoconto di analisi, come la giurisprudenza nel diritto, può anche


pretendere di diventare la codificazione a posteriori di una pratica preesi-
stente. Il fatto che se ne continui a scrivere corrisponde a una necessità eu-
ristica, sia a livello puramente personale, per l’analista che prova il bisogno
di raccogliere in un tutto coerente quello che ha compreso e di confrontare
la narrazione del caso alla teoria, sia a livello generale, per la maniera attra-
verso la quale potranno proseguire l’elaborazione e la ricerca.
Per promuoverla, contestarla o tentare di modificarla, l’autore del reso-
conto di analisi deve sempre confrontarsi con la teoria e non esistono scritti
clinici – anche se appaiono unicamente descrittivi – che non siano sostenuti
da questa relazione che è anche, a sua volta, un rapporto a Freud.
Nello stesso modo per ogni analista, e in particolare per ogni autore di
ipotesi teoriche nuove, il resoconto di analisi ha sempre un riscontro con un
punto teorico.
Molto spesso, per l’autore, si tratterà di trovare nella clinica il caso che

31
gli sembrerà più adatto a illustrare e quindi a rendere più comunicabile e
convincente ciò che per lui si formula in termini generali.
Infatti, affinché l’ascolto possa essere “ugualmente fluttuante”, bisogna
mettere tra parentesi la teoria – che dimorerà soggiacente, matrice di quelle
rappresentazioni di attesa dell’analista attorno alle quali il proponimento
del paziente si aggregherà e si cristallizzerà – anche se in quanto tale, come
al momento della seduta, essa non sarà mai direttamente disponibile.
È proprio il tempo riflessivo del resoconto che permetterà che sia pri-
vilegiato questo o quel punto di teoria, rompendo così non con la clinica,
ma con la regola di non selezionare niente subito al fine di trattare il mate-
riale associativo come gli elementi del sogno. Il materiale, come vedremo,
si troverà di conseguenza riordinato.

1.3. I pazienti che fanno scrivere

Se la scrittura si costituisce come una manifestazione elaborata del


controtransfert, non tutti i pazienti, anche se possono segretamente deside-
rarlo, creano un desiderio di scrivere2.
Quale è dunque questo interesse particolare che sollevano certi pazienti
e che non è soltanto riducibile alla seduzione esercitata da certi pazienti
isterici o dall’intelligenza dei pazienti ossessivi, né d’altra parte al-
l’intensità degli affetti suscitati nel corso delle sedute e della sofferenza
psichica manifestata?
Nel caso che esista seduzione, bisogna intenderla nel forte senso origi-
nale di evento traumatico che conduce a una deviazione e a una caduta. Fa-
rò l’ipotesi che è il posto che deve occupare nell’ascolto l’inconscio del-
l’analista che è modificato in maniera tale da essere sviato, nel senso di es-
sere trasportato in direzioni che l’analista non riesce più a seguire.
In simili condizioni, si potrebbe dire che non vi è resoconto di analisi
che non sia il frutto di un’iniziale deviazione. L’ascolto rivestito di cono-
scenze teoriche, di esperienza clinica, si trova turbato e nasce al suo posto
un sentimento di esitazione, con l’impressione che tutto sarebbe possibile,
che tutto sarebbe da inventare.
Questa sconfitta del prevedibile conduce l’analista a mettere in discus-

2
Da ciò deriva probabilmente il fatto che, se l’incontro con il testo scritto dal proprio
analista sull’analisi che ha condotto, è sempre traumatico per il paziente, tuttavia quest’ul-
timo è contemporaneamente sempre portato a vedervi la conferma del fantasma universal-
mente presente di essere il bambino preferito e, in fine, il solo che conta veramente per il
suo analista.

32
sione la relativa sicurezza dei suoi punti di riferimento e se, come ho prima
sottolineato, c’è sempre un interrogativo teorico sottostante l’esposto stret-
tamente clinico, è forse proprio questo istante di disorientamento che lo
rende necessario.
Non che l’analista sappia in anticipo dove lo porterà questo estraneo che
prende posto sul suo divano e nel suo spazio psichico, ma è preliminarmente
certo che le risonanze risvegliate in se stesso non eccederanno il tempo delle
sedute lasciando intatta la sua disponibilità per gli altri pazienti e per la sua
vita personale. Non è invece il caso per i pazienti che fanno scrivere.
L’effetto prodotto da questi pazienti, se li si ascolta da analisti e non da
psichiatri, è spesso tale da indurre una miscela di fascino e di angoscia di
fronte alla rivelazione di qualcosa a un tempo conosciuto dall’interno e
contemporaneamente incomprensibile, non padroneggiabile. Il sentimento
di frustrazione nei riguardi di un senso che non può essere che intravisto, le
modificazioni profonde che sono richieste dall’analista rispetto alla sua
pratica abituale – riguardo il suo modo di intervento –, contribuiscono a co-
stituire un eccesso nella risposta controtransferale.
Si potrebbe pensare che il controtransfert dell’analista, accumulandosi
in maniera traumatica sul modello della nevrosi attuale, renda necessaria,
perché l’analista possa continuare a comprendere, un’abreazione. La rela-
zione che l’analista ha con la teorizzazione e il modo in cui la traduce nella
scrittura clinica, potrebbero quindi costituire una sorta di controtransfert
laterale, condizione per poter continuare, quando l’analista ascolta, a essere
veramente presente.
Il resoconto si originerebbe allora dalla necessaria frustrazione del de-
siderio di impossessamento intellettuale del senso inconscio, e scaturirebbe
dall’obbligo, per l’analista, di limitare e di controllare ogni elemento dei
suoi interventi. Poiché il silenzio, quando non sia il risultato di un’assenza
momentanea o di una inibizione del pensiero – anche se in questi casi po-
trebbe essere secondariamente utilizzato come uno strumento di padronan-
za – è innanzitutto, per colui che se lo impone, una frustrazione.
In questo senso, e più particolarmente per quei pazienti che inducono
alla scrittura, il resoconto di analisi può apparire come il tempo di un recu-
pero necessario all’economia narcisistica dell’analista. Ciò che resta non
analizzato dell’analista suscitato dall’ascolto di alcuni pazienti, sarà l’occa-
sione per intraprendere un lavoro di scrittura che, viceversa, si presenterà
con tutti gli aspetti di un impossessamento e di una conoscenza raggiunta.
La difficoltà diviene allora oggetto di pensiero e motivo di una comunica-
zione e, se non appare più come tale, resta comunque all’origine del-
l’investimento necessario a questo tipo di lavoro.

33
Ma che cosa è diventata in tutto ciò la persona “reale” del paziente?
Quest’ultima non è stata forse attirata all’interno del controtransfert del-
l’analista e quindi deformata nella stessa maniera in cui un innamorato non
vede dell’amata che ciò che a lui conviene? È in ciò che l’informazione
“storica” esterna viene a interrogare il profondo della conoscenza analitica.
L’analisi riportata dall’analista non è forse sempre quella di un personaggio
composito multiforme, frutto delle immagini interne dell’analizzante e di
quelle dell’analista stesso?

2. La dissimulazione dei dettagli che potrebbero permettere di


identificare il paziente può ostacolare o deformare ciò che l’anali-
sta ha voluto comunicare?

2.1. Travestimento nel resoconto d’analisi

Anche se ci si può interrogare sul vero personaggio che emerge nella nar-
razione del caso, la necessità del travestimento dei casi si impone perché la
quasi totalità delle raccomandazioni e prescrizioni d’ordine deontologico che
riguardano l’esercizio della psicoanalisi potrebbero trovarsi in disaccordo con
il fatto di rendere pubblico, in un modo o nell’altro, il contenuto di una cura.
Mi limiterò a evocare, a titolo di esempio, due problemi: quello del se-
greto, che consiste nel non divulgare il contenuto dell’analisi e quello del-
l’obbligo di riservatezza che esige dall’analista di non imporre al paziente
di doverlo conoscere indipendentemente da ciò che può immaginarne fanta-
smaticamente all’interno della relazione analitica.
Queste due prescrizioni possono in parte ricondursi al divieto di voyeu-
rismo. La fiducia, che è necessaria per stabilire il rapporto trascorso tra
l’analista e l’analizzante, suppone in effetti che quest’ultimo sia rassicurato
sul fatto che, nella “situazione analitica”, non ci sarà un terzo reale. Questa
esigenza sentita innanzitutto dal paziente non esiste tuttavia senza l’inverso,
senza cioè il desiderio di esibizionismo di cui l’analista che violasse la
clausola del segreto si renderebbe di conseguenza lo strumento designato
come responsabile.
La clausola del segreto e quella dell’obbligo di riservatezza si riferisco-
no entrambe ai fantasmi originati dal desiderio infantile di partecipare a ciò
che avviene fra i genitori e di esservi presente “in effigie” divenendo
l’argomento principale delle loro conversazioni. Inoltre, il resoconto di
analisi, così come la più insignificante vignetta clinica, rischiano di provo-
care nel paziente, quando questi ritenga di riconoscersi, degli affetti che

34
potrebbero sembrare sproporzionati rispetto all’evento mentre si tratterebbe
di contenuti anonimi, in quanto limitati e per i quali è stata presa ogni pre-
cauzione riguardo il travestimento3.
È noto che Freud conosceva bene quanto il resoconto di un’analisi fos-
se un problema delicato sul piano deontologico e umano. All’inizio del ca-
so Dora scrive: “È certo che i malati non avrebbero mai parlato se avessero
pensato alla possibilità di un’utilizzazione scientifica delle loro confessioni
ed è ugualmente certo che invano si sarebbe chiesto loro l’autorizzazione a
pubblicarle” (OSF, vol. IV, p. 306).
Ma in che modo si effettua questo travestimento e che cosa rivela a sua
volta?
In “Psicopatologia della vita quotidiana”, si trova, a proposito della
scelta del nome Dora, un aneddoto che mostra che, tra le molteplici deter-
minazioni coscienti che inducono alla scelta di uno pseudonimo per un pa-
ziente (desiderio di colpire l’immaginazione, di sedurre, di esprimere il
tratto dominante della sua personalità) si dimentica facilmente la parte in-
conscia dell’analista stesso.
A tal proposito Ida Bauer diventa Dora, nome della bambinaia della so-
rella di Freud perché la storia della governante gioca per lei un ruolo im-
portante. Ma l’auto-analisi di Freud ci ricorda il fatto che egli si era rattri-
stato di vedere che la detta governante si chiamava in realtà Rosa, nome
della sorella di Freud, al quale la domestica aveva dovuto rinunziare per
evitare confusioni pericolose. Venti anni più tardi, all’occasione di una
nuova conferenza, per evitare una confusione non più tra la sorella e la
bambinaia, ma tra la paziente e le auditrici della conferenza – “Queste po-
vere donne (‘governante e paziente’) non possono conservare niente, nean-
che il loro nome” –, Freud modifica di nuovo il nome di Dora perché
un’auditrice si chiama così. Il ritorno del rimosso riprende i suoi diritti per-
ché chiamandola Erna, si rende conto a posteriori che la seconda auditrice
presente ha il patronimico di “Lucerna”!
Il travestimento racconterebbe quindi un’altra verità, inconscia stavolta,
ma in tal caso ci è necessaria l’informazione storica esterna – che è qui data
da Freud stesso in un frammento di auto-analisi – per comprenderla.

3
Si può osservare che, per un paziente, anche lo stesso fatto di leggere l’esposto di
un’altra analisi fatta dal suo stesso analista, non è mai indifferente. Infatti, nel rendere conto
di un’analisi, è anche di se stesso, del suo funzionamento mentale e dei suoi affetti che
l’analista testimonia. Il paziente si trova allora nella posizione di voyeur di una relazione che
il suo analista ha intrattenuto con un’altra persona. Attraverso l’identificazione nel paziente
di cui si tratta, egli può allora fantasmatizzare che si apra una breccia verso ciò che l’analista
gli potrebbe aver nascosto.

35
2.2. Incompletezza del resoconto di analisi

Travestito il resoconto di analisi è ancora più incompleto e rischia di


essere “falso per incompletezza”: almeno questo è il timore che Freud con-
fida a Jung il 30 giugno 1909 a proposito delle difficoltà che gli procurava
la redazione del “Caso clinico dell’uomo dei topi”:

Che lavori abborracciati sono le nostre riproduzioni, come smembriamo mise-


rabilmente le grandi opere d’arte della natura psichica! Purtroppo il lavoro diventa
ancora una volta così esteso, trabocca sotto le mani, e tutto è ancora troppo conci-
so, falso per mancanza di completezza. È una grande tristezza.

Il resoconto del caso si fonda in modo necessariamente parziale su ciò


che un’analista elabora per iscritto, in vista di una pubblicazione, a partire
dal ricordo dello svolgimento processuale della cura di un paziente.
Il suo oggetto non è quindi necessariamente la totalità dell’analisi ma,
affinché si possa parlare di resoconto e non di estratto clinico, gli elementi
che compongono lo scritto non dovranno essere comprensibili che in fun-
zione dell’insieme di ciò che si è potuto capire. A tal riguardo, l’infor-
mazione “storica” esterna avrebbe per missione di venire a completare le
parti mancanti? Andrebbe questa nel senso di ciò che Freud indica per la
punta di lancia della psicoanalisi, e cioè la ricerca della “verità”?

2.3. La “verità” del resoconto di analisi

A proposito di Dora Freud scrive: “Rendere di pubblica ragione ciò che


si crede di sapere sulle cause e sulla struttura dell’isteria diventa un dovere,
e vergognosa viltà il non farlo”. L’argomento etico si impone contro
l’argomento deontologico privato del segreto.
La verità è per Freud l’unico fondamento etico: “Il grande elemento
etico nel lavoro psicanalitico è la verità e ancora la verità e questo do-
vrebbe bastare alla maggior parte delle persone” (Putnam, 1978, p. 200).
Quando cinque anni più tardi si rivolge a Pfister in una lettera privata,
è molto più esplicito ancora:

La discrezione è incompatibile con una buona esposizione di psicoanalisi; bi-


sogna essere senza scrupoli, esporsi, lasciarsi andare, tradire, condursi come un ar-
tista che ruba alla moglie i soldi del bilancio familiare per comprarsi i colori e da
fuoco ai mobili per riscaldare lo studio alla modella. Senza un po’ di criminalità,
non si riesce a combinare niente di buono.

36
Che egli abbia preso tutte le precauzioni dell’uso riguardo il travesti-
mento dell’identità del suo paziente e che si sia assicurato nei limiti del
possibile che il paziente in questione non abbia alcuna chance di leggere il
testo in cui si parla della sua analisi, ciò non toglie che il fantasma di questa
possibilità è sempre presente e che ogni pubblicazione di un estratto o di
una “vignetta clinica” e a fortiori di un resoconto di analisi, porta a interro-
garsi sulle conseguenze della sua divulgazione per il paziente stesso.
E, quando Freud scrive a proposito di Dora che nel caso poco fortunato
in cui le osservazioni cadessero tra le sue mani, essa non vi troverebbe
niente di più di quanto già sapesse, si può non essere d’accordo con lui.
Perché, in realtà, ogni paziente, che si trovasse nella situazione di
leggere, in uno scritto, la sua propria analisi, anche se riconoscesse
l’esattezza dei fatti riportati o quella delle opinioni scambiate, non vi ri-
conoscerebbe la sua analisi in modo tale da poterla confermare insieme al
suo analista.
Occorrono tutte le complesse negoziazioni dell’Uomo dei lupi con quel
pezzo vivente di teoria che egli era diventato per potersi accontentare di ag-
giungere o di contestare alcuni dettagli. Infatti l’analizzante scopre, talvolta,
con un sentimento di inquietante estraneità, che ciò che gli sembrava meglio
conosciuto gli era in realtà diventato estraneo e che al limite, egli non vi rico-
nosceva né se stesso né soprattutto ciò che credeva di aver compreso, nella
connivenza del transfert, del modo in cui il suo analista l’aveva inteso.
Questo effetto non mi sembra riducibile a una manifestazione di resi-
stenza nei confronti di una visione globale della propria storia: esistono in-
fatti due processi che si sviluppano parallelamente ma a ritmi diversi, con-
giungendosi talora vuoi in maniera puntiforme vuoi in un accordo più pro-
lungato e la stessa analisi si sviluppa precisamente all’intersezione dei due
processi e nella loro interazione.
Ora se l’analizzante in principio non ne sa nulla ed è persuaso di aver
condiviso lo stesso oggetto che in fin dei conti recupera come la sua analisi,
non è la stessa cosa quando la sorte gli fa incontrare un testo in cui non può
evitare di riconoscersi.
L’effetto di violenza che si viene allora a produrre è doppio: innanzi-
tutto si tratta di una parola contro un’altra e quella dell’analista, “soggetto
supposto sapere”, all’occorrenza pesa di più. Ma soprattutto, oltre al dubbio
riguardante il vero contenuto di questa analisi, il soggetto vive in quel mo-
mento un sentimento di spodestamento4.

4
Le ricadute e l’evoluzione della lunga esistenza dell’Uomo dei lupi sono a questo ti-
tolo istruttive.

37
Questa impressione di spodestamento troverebbe la sua spiegazione
nel fatto che tra l’analisi scritta e quella vissuta, si è stabilito un tempo di
latenza da cui risulta che quando il paziente si trova a leggerla, egli non è
più lo stesso, cosa che è tanto più vera, quando, come Freud per Dora,
l’analista si impone un lungo intervallo tra la fine dell’analisi e la sua
pubblicazione. Di conseguenza, il vero problema deontologico non sem-
bra soltanto riguardare il desiderio del segreto dell’analizzato bensì la de-
finizione della sua stessa identità.
Questa identità, egli la trova depositata in uno scritto che lo fissa in
maniera definitiva in un nome che non è il suo e in un personaggio che non
è più. L’invarianza dello scritto e la sua immutabilità si contrappongono al
necessario cambiamento e al relativo oblio caratteristico dell’analizzante
come di ogni altro essere vivente.
Cosa che sarebbe ancora più vera, così come lo mostra l’esempio del
Piccolo Hans, per l’analisi dei bambini. Per il paziente divenuto caso clini-
co, è ben difficile opporre il fatto che egli non è più questo personaggio,
anche se ha potuto esserlo nel passato poiché è questo personaggio che si
trova sollevato alla dignità di uno scritto e che beneficia di questa presenta-
zione oggettivante e quindi veritiera.

2.4. Deformazione legata alla necessità di rendere il caso intelligibile

Al problema deontologico della deformazione/travestimento, si ag-


giunge un altro che è piuttosto di ordine tecnico. L’analista che scrive sele-
ziona nel materiale ciò che gli sembra il più pertinente in vista di ciò che
vuole mostrare, ma cosa ne è di quello che lascia da parte e non vi è là una
deformazione che priva il lettore di una migliore comprensione del caso?
La riconsiderazione selettiva operata dall’analista diventato autore cor-
risponde – sul modello del lavoro del sogno – all’elaborazione secondaria e
alla presa in considerazione dell’intelligibilità. Ma è cosa certa che, come
nel sogno, la selezione si effettua nel momento stesso in cui i materiali si
riuniscono, al livello cioè dell’ascolto. La funzione intellettuale esige, come
è noto, che la coerenza e l’intelligibilità prevalgano sul tutto il resto persino
sull’esattezza e da questo fatto derivano l’omissione o la riduzione di tutto
ciò che potrebbe costituire delle zone d’ombra. Resta da sapere se queste
zone d’ombra non siano dei punti oscuri corrispondenti a ciò che l’analista
non ha saputo o voluto vedere nel suo paziente…
Nel resoconto di analisi, il primo obiettivo (e anche forse il solo) di-
venta quello di una padronanza intellettuale.

38
Da ciò deriva il carattere iconoclasta, su questo tema, del proposito
di Freud in cui, oltre alla colpevolezza del tradimento di un segreto, si
può avvertire una passione di comprendere di fronte alla quale non
conta più nulla.
Da ciò deriva anche il fatto che per l’analista-autore il primo materiale
sottoposto all’elaborazione sia, come l’ho già indicato, lo smarrimento ini-
ziale o prolungato conosciuto con il paziente che l’ha indotto a scrivere e
questa modificazione dello scopo – in cui la pulsione di sapere prende il
sopravvento su tutto il resto – costituisce l’elemento motore della decisione
di rendere conto di un caso.
Come dice Freud a proposito del “Witz”, l’ascoltatore, “come se l’io
non fosse certo dei suoi giudizi”, è in grado di decidere se l’obiettivo è stato
raggiunto. Ora, per tale scopo, non basta ottenere un tacito consenso di
principio, ma è necessario portare l’altro a implicarsi direttamente.
La situazione d’interlocuzione è cambiata e il paziente non è più colui
che parla, ma è diventato colui di cui si parla. Pertanto lo storico che ci rac-
conta la sua vita dopo aver levato l’anonimato sulla sua identità, non sta
forse solo continuando il suo lavoro?

3. Che cosa la divulgazione ulteriore dell’identità di un paziente


apporta nei confronti della lettura del caso?

I casi di figura sono diversi e vanno dalla scoperta dell’identità alla


conoscenza dettagliata della biografia del paziente come della durata del-
l’analisi e al di là. Propongo di considerare che “il saperne di più” offerto
dalla rinunzia all’anonimato su un paziente può scomporsi in tre aspetti
distinti:
• vedere ciò che l’analista non ha visto, cosa che implica che il lettore
si metta al posto dell’analista e riaffronti a modo suo l’analisi del pa-
ziente in funzione delle informazioni supplementari di cui dispone;
• vedere ciò che l’analista ha nascosto, cosa che implica che il lettore si
posizioni come un censore più o meno ben vegliante e sveli a sua volta
una sorta di scena primaria tra il paziente e il suo analista diventato
autore;
• sapere al di là dell’analisi chi era il paziente e ciò che è diventato,
cosa che implica che il lettore s’identifichi al paziente il quale non è più
un pretesto per la teoria ma un essere vivente come lui. In tal caso, ciò
che è messo in discussione non è più il paziente ma in generale la sua
relazione con la cura analitica.

39
3.1. Vedere ciò che l’analista non ha visto

L’esempio più marcante non riguarda un’analisi ma il commento che


Freud dà a partire dalle “Memorie di un neuropatico” di Daniel-Paul Schreber.
Le numerose opere che si sono succedute su quest’ultimo hanno sottolineato
degli elementi riguardanti il padre di Schreber che erano rimasti nell’ombra per
non nuocere alla figura del genitore. La dissimulazione dell’analista non aveva
luogo di essere per il paziente in quanto quest’ultimo racconta di se stesso ma
al contrario essa aveva riguardato questo pedagogo riverito del tempo di Freud.
Che quest’ultimo non abbia preso in conto l’estrema violenza dei metodi
educativi del padre di Schreber e il loro ruolo nei confronti della patologia ulte-
riore del presidente può capirsi per il fatto che si trattava per Freud di dimostra-
re – a partire da un materiale generosamente offerto da Jung – un’idea già lar-
gamente preconcetta, e cioè l’etiologia omosessuale della paranoia.
Le molteplici rivelazioni che sono state fatte sulla famiglia del malato e la
lettura diretta del testo sul quale ha lavorato Freud danno in effetti del caso
un’immagine molto più ricca e complessa dell’osservazione. Esse non tolgono
niente all’interesse della lettura proposta da Freud ma quest’ultima si trova ri-
posizionata come un punto di vista esemplare ma limitato, uno tra gli altri.

3.2. Vedere ciò che l’analista ha visto ma nascosto

Prenderò l’esempio di ciò che un recente articolo di Harold Blum


(2007) ci ha rivelato sulla violenza – non menzionata da Freud – della ma-
dre del Piccolo Hans. In questo caso si tratta in effetti della discrezione da
parte di Freud perché la madre di Hans era sua paziente. Ma non si è sem-
pre in un caso classico di analisi e Freud ha allora in vista una dimostrazio-
ne che è quella del complesso di Edipo. I maltrattamenti della madre nei
riguardi dei suoi figli e più particolarmente del bebè, che era allora la so-
rella minore di Hans, apparivano forse a Freud flagranti? Ciò non sembra
evidente, ma quello che è chiaro è che il suo proposito era rivolto altrove,
verso la scena primaria riguardo alla quale doveva anche là avere degli
elementi che non divulgherà per le stesse ragioni.

3.3. Sapere al di là dell’analisi chi era il paziente e ciò che è diventato

Prenderò l’esempio del caso della giovane omosessuale (Freud,


1920), analisi anche là un po’ particolare perché Freud l’accetterà solo a

40
causa dell’insistenza del padre dell’adolescente, probabilmente perché era
lui stesso – come padre e non soltanto come analista – perplesso di fronte
all’omosessualità della sua propria figlia, Anna, che aveva cominciato ad
analizzare alla stessa epoca. Questo caso ha dato luogo a un libro dal ti-
tolo eloquente: Sidonie Csillag, homosexuelle chez Freud, lesbienne dans
le siècle (2003)5 di due donne, Ines Rieder e Diana Voigt, una giornalista
e l’altra editrice che hanno ben conosciuto l’ex paziente di Freud la quale
diventata centenaria aveva continuato a vivere di passioni successive per
delle donne su un modo molto analogo a quello che l’aveva condotta sul
divano di Freud.
Ora che cosa la biografia di questa donna apporta al resoconto del caso
di questa adolescente tale da invalidarlo o al contrario verificarlo o perfino
completarlo?
Innanzitutto una riflessione sulle condizioni di inizio dell’analisi e sul-
l’impossibilità di arrivarci se non attraverso la domanda di un terzo. E in
ciò il libro lo conferma: Sidonie si ricorda di essere rimasta esterna al pro-
cesso analitico intrapreso per obbedire ai suoi genitori e parla inoltre del
transfert laterale con la donna amata a cui lei racconta le sedute.
La presenza di “falsi sogni” che Freud sospetta è totalmente confer-
mata e Sidonie sottolinea che era il mezzo da lei trovato per poter confi-
dare a Freud, attraverso il travestimento del sogno, le sue relazioni omo-
sessuali reali.
Ma soprattutto la cosa più interessante da osservare è che libro confer-
ma interamente l’etiologia dell’omosessualità femminile proposta da Freud
e cioè la rinunzia alla femminilità in favore della madre.
Questa rinunzia viene a prendere il posto dell’identificazione e della ri-
valità edipica alla base dell’eterosessualità successiva. È un’ipotesi capitale
che si trova più o meno completata dall’ostilità ulteriore nei confronti del
padre che ha reso questa rinunzia necessaria invece di sostenere la rivalità
con la madre.
Incapace di eleggere sua figlia come oggetto, il padre diventa colui che
bisogna sostituire. Infatti, questa rinunzia è anche una rivendicazione: di-
ventare un uomo come la madre li ama, cerca di piacere a loro e non ap-
prezza che i figli maschi.
Se ne capisce meglio l’importanza quando si viene a sapere che tutta la
vita successiva di Sidonie è trascorsa su questo stesso modo della rinunzia
in favore non solo della madre ma anche dei suoi sostituti ai quali accorda

5
Il nome di famiglia della giovane omosessuale non è il vero, ma il libro è pieno di sue
foto, delle amiche da lei amate e della sua famiglia.

41
un’ammirazione passionale analoga a quella che aveva avuto per la
“donna” iniziale. E riguardo al disprezzo nei confronti degli uomini, Sido-
nie ne troverà l’eco nella società lesbica di queste cortigiane che conducono
un’esistenza detta “liberata”.
È confermato anche il tentativo di suicidio che la conduce da Freud,
tentativo ripetuto a due riprese6 come se la giovane donna non avesse avuto
altri mezzi per togliersi dalle situazioni complesse nelle quali si era messa
da sola, elemento che mostra la sua risoluzione e nello stesso tempo la sua
alienazione alle norme sociali del suo ambiente e della sua epoca.
La fissità della sua personalità che anima la “resistenza russa”7 di cui
Freud parla a suo riguardo, si trova confermata a ogni pagina nella sua ma-
niera di amare, maniera maschile, ci dice Freud, ma si potrebbe piuttosto
definirla romantica, e cioè appassionata e nello stesso tempo sublimata.
All’età di 72 anni, Sidonie scriverà a una donna che le era piaciuta:
“Mi accontenterò di guardarla, di ascoltare la sua voce; ma lei anche deve
manifestarmi della simpatia, sentire la mia presenza come un gradimen-
to!” (ivi, p. 370).
Allora che cosa questo libro ci apporta?
Innanzitutto un ritratto notevole sulla condizione femminile nel vente-
simo secolo e più particolarmente su queste donne omosessuali costrette
per delle ragioni sociali a diventare bisessuali, e cioè a sposarsi e ad avere
dei figli. Sidonie non sarà un’eccezione e sposerà a 28 anni un ex ufficiale
dell’armata imperiale senza pertanto che la sua scelta d’oggetto sia mini-
mamente cambiata. Non avrà figli e saranno le leggi razziali naziste che in
apparenza la separeranno da questo marito.
In effetti, la storia del caso si trova utilmente risituata in una realtà so-
ciale: si viene a sapere che i genitori di Sidonie erano ebrei, che lei stessa
era stata battezzata come cattolica e soprattutto che era stata perseguitata
dall’antisemitismo, da cui deriva l’annullamento del suo matrimonio, la sua
emigrazione verso Cuba all’età di 40 anni e successivamente la sua vita
nomade tra l’Europa, l’America latina e l’Asia.
Si osserva una donna amare delle donne per cento anni o quasi, lei che
aveva conservato di Freud come più vivo ricordo la frase – un po’ strana

6
Nel 1922 tenta di suicidarsi con il veleno a causa del suo amore disperato per una
donna; successivamente per la stessa donna che aveva accettato di fidanzarsi con un giovane
uomo, si tira una pallottola sbagliando la mira per molto poco.
7
“La sua analisi dava un po’ l’impressione di un trattamento ipnotico, in cui la resi-
stenza viene piegata nello stesso modo fino a una frontiera determinata, al di là della quale
essa si avvera in seguito invincibile. La resistenza nel caso della nevrosi ossessiva segue
spesso la stessa tattica russa, come si potrebbe chiamarla” (Freud, 1920, p. 262).

42
ma non così improbabile – detta al momento del loro ultimo incontro in cui
Freud l’indirizzava a una analista donna, come lo farà per la sua propria fi-
glia: “Lei ha degli occhi così scaltri… Non mi piacerebbe incontrarla nella
vita come suo nemico” (ivi, p. 77). Perché Freud pensava che l’uno o l’altra
fossero dei nemici potenziali? …
Come l’era stata la giovane omosessuale stessa, questo libro è il docu-
mento di un militantismo omosessuale femminile che si accorda perfetta-
mente bene con le conclusioni dell’osservazione: “La psicoanalisi non è
chiamata a risolvere il problema dell’omosessualità. Questa deve contentar-
si di svelare i meccanismi psichici che hanno portato alla decisione della
scelta d’oggetto, e di seguire le vie che conducono da questi meccanismi ai
collegamenti pulsionali”.
Il “saperne di più” di cui ho emesso l’ipotesi più avanti, si trova quindi
risolto in questo caso nella forma di una confermazione e di una estensione.

4. Conclusioni

Abbiamo visto in questi ultimi anni i detrattori della psicoanalisi utiliz-


zare delle “rivelazioni” sui pazienti di Freud e sul loro divenire al fine di
mettere in dubbio la pertinenza della psicoanalisi e all’occasione discredita-
re il suo fondatore accusato di dissimulazione di una realtà indicibile.
Un esempio tra gli altri: il libro di Mikkel Borch-Jacobsen8 che preten-
de ristabilire la verità storica su Anna O. e con l’occasione vilipendere
l’ingenuità dei suoi terapeuti, in quanto Freud e Breuer si sarebbero lasciati
prendere per il naso dall’inizio fino alla fine da une simulatrice… Ingenui
ma complici perché avrebbero a loro volta costruito l’enorme mistificazio-
ne che rappresenta la psicoanalisi, appoggiata da noi analisti, che a nostro
turno ecc. Il “saperne-di-più” apparirebbe in tal caso come una rivelazione,
dello stile di quella che si impone al paranoico, e cioè quella dell’inganno.
La verità contro la menzogna che è resa possibile dalla dissimulazione del-
l’analista quando rende conto del caso. In tal senso si intende riferirsi a una ve-
rità del tipo dell’“atrékéia”, e cioè a quella verità che va direttamente all’es-
senziale senza tergiversazioni e figure di stile a scopo puramente illusorio.
Ora a mio avviso è a un altro tipo di verità che bisogna riferirsi, una ve-
rità sul modello dell’“alèthéia”, per cui si tratta di salvare la realtà della
persona del paziente dalle acque dell’oblio che scorrono nel fiume Lete. E

8
Alain de Mijolla e André Green hanno pubblicato alcune risposte vigorose al suo libro
Souvenirs d’Anna O. Une mystification centenaire.

43
ciò perché in virtù delle cose scritte su di loro, essi stessi sono diventati dei
veri monumenti teorici, dei paradigmi e non più degli esseri viventi.
In che cosa consiste in effetti questo “saperne-di-più” di cui ho emesso
l’ipotesi? Sapere che il paziente esiste al di fuori del suo analista e che non
è semplicemente questa creatura di carta, fantasma composito frutto del-
l’incontro transfero-controtransferale.
Quest’uomo o questa donna che ha potuto suscitare nell’analista il bi-
sogno di scrivere, in quanto artefice di avere momentaneamente sviato una
teoria sempre da riconfermare o da completare, è innanzitutto una persona
reale, ordinaria, che avremmo potuto incontrare, e non solo quel paradigma
che la psicoanalisi ha potuto farne.
Siamo sorpresi di venire a sapere che Schreber ha potuto adottare una
bambina e occuparsene con affetto, lui per cui Dio-padre non ha legami che
con dei cadaveri… Venire a sapere quello che è diventata la giovane omo-
sessuale o il Piccolo Hans non ci lascia indifferenti perché noi li conside-
riamo come nostri.
Il “saperne-di-più” non riguarda quindi la teoria e noi non cerchiamo di
invalidare o di confermare il contenuto del resoconto di casi, ma piuttosto
la lezione fondamentale che questi apporti diversi sulla storia dei pazienti ci
dà consiste a ricordarci – cosa che noi ripetiamo ai nostri pazienti – che la
vita non si confonde con l’analisi e che quest’ultima non è che una tappa in
cui l’inconscio dell’analista si mescola con quello del paziente in una rela-
zione di ricerca erotica del senso.
Per l’uno e l’altro dei protagonisti, ma innanzitutto per il paziente, que-
sta avventura a due è destinata a confermare o a modificare le sue scelte
fondamentali grazie a una migliore conoscenza delle cause che lo animano.

Bibliografia

Blum H. (2007), “Le petit Hans: une critique et remise en cause centenaire”, Topi-
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de Mijolla-Mellor S. (2006), “Rendre compte d’une analyse”, Topique, n. 97
“L’écoute transmise”, L’Esprit du temps, Bordeaux.
Freud S. (1920), “Uber die Psychogenese eines Falles von weiblicher Homosexua-
lität”, in GW, XII.
Putnam J. J. (1978), “Lettera di Freud a Putnam del 30 marzo 1914”, in Introduc-
tion de la psychanalyse aux Etats-Unis, Gallimard, Paris.
Rieder I., Voigt D. (2003), Sidonie Csillag, homosexuelle chez Freud, lesbienne
dans le siècle, EPEL, Parigi,

44
4. Pensare per casi
di Aurora Gentile

1. Un genere inedito

La scrittura dei casi clinici, inaugurata da Freud, costituisce un genere


di scrittura inedito il cui statuto epistemologico resiste a ogni sforzo di de-
finizione e continua a suscitare riflessioni e ricerche, in primis, fra gli psi-
coanalisti, ricordiamo, tra gli altri, i due numeri che la Nouvelle Revue de
Psychanalyse gli ha consacrato (Aa.Vv., 1977; 1990).
Essa presenta, infatti, un elemento almeno che segna una sua radicale
differenza da ogni altro tipo di scrittura, vale a dire il limite costituito per lo
scrittore analista dalla “storia del malato”, che non è il frutto di una sua in-
venzione (il caso clinico non è una “novella” per quanto ne possa avere
l’aria), anche se è sua la costruzione teorica quando tenta d’interpretarla e
comprenderla all’interno delle coordinate economico-topiche-dinamiche
della sua metapsicologia.
Confrontato a una certa brutalità dei fatti, per dar conto degli eventi
psichici, lo psicoanalista, in effetti, non dispone della licenza poetica della
quale gli artisti hanno il privilegio (Freud, 1910, p. 411), e la difficoltà
maggiore è proprio dovuta al fatto che la realtà che ha come oggetto è essa
stessa sottomessa alla deformazione creata dalle condizioni con le quali
viene colta.
La “storia” del malato che è il soggetto singolare del racconto clinico,
non è, com’è ovvio, soltanto la storia della serie degli accadimenti biografi-
ci, degli eventi casuali che hanno spostato la sua traiettoria di vita impri-
mendovi una direzione piuttosto che un’altra. Ma non è neanche soltanto la
costruzione psichica di quella realtà materiale, il nucleo di verità storica,
contenuta nelle sue affermazioni (Freud, 1937, p. 551). È anche quel “re-
sto” che il lavoro d’elaborazione e riappropriazione soggettiva non è ri-
uscito a saldare e che si ripresenta in analisi sotto forma d’agieren, ripeti-
zione agita di un resto che eccede l’analisi. Il sentimento di convinzione

45
che proviamo a volte quando leggiamo casi di altri analisti non è che un
effetto di verità, in quanto tale irraggiungibile, e da attribuire piuttosto al
lavoro di traduzione, di trasferito-trasformato che una volta ancora si trasfe-
risce allo scritto, di questo eccesso di reale che la dimensione narrativa ha
appunto il compito di colmare. Risiederebbe qui anche la qualità estetica
del testo clinico, espressione riuscita di un lavoro psichico teso tra qualcosa
che non si può più dire (“la parola che va lontano ma non conserva”,
l’espressione è di Michel de Certeau), e la necessità di scriverla per ren-
derla comunicabile e quindi trasmissibile.
Possiamo allora pensare che la tensione narrativa cresca con il crescere
dei resti inelaborati e che sia particolarmente in evidenza nella scrittura dei
casi il cui trattamento ha impegnato nuove questioni rendendo la sua “verità
narrativa” ancora più sfuggente, come se appunto la tensione della scrittura
raggiungesse in questi casi un suo culmine, facendo saltare la temporalità
propria del racconto per l’intromissione di una temporalità anacronistica,
che spezza la forma diegetica necessaria alla sua esposizione1.
Penso che qui s’incontrino i limiti delle culture psicoanalitiche che
concepiscono la psicoanalisi come un genere narrativo. Non c’è ragione
narrativa che tenga quando emerge qualcosa di sconosciuto al soggetto
stesso, il ferro dell’angoscia che sfila la trama della narrazione, come nel
caso dell’Uomo dei topi per esempio, dove il racconto s’interrompe quando
emerge qualcosa, l’orrore del supplizio insieme al piacere, sconosciuto al
soggetto stesso (Freud, 1909, p. 16), che, immediatamente preso nel gioco
transfero-controtrasferenziale, non consente che ne sia prevista l’eventuale
risoluzione2.
Eppure è proprio dove la verità narrativa trova il suo limite, che si col-
loca il valore euristico del caso psicoanalitico: nello scarto che continua-
mente riemerge, quello che resta funziona da nuovo alimento per la ricerca.
Prima di diventare degli esempi citati e invocati come autorità o ele-
menti di prova, i casi che Freud ha reso celebri sono stati in primo luogo
delle questioni poste alla pratica degli psicologi e degli psicoanalisti a parti-
re proprio da lui.

1
“Il metodo dell’esposizione lineare risulta scarsamente adatto alla descrizione di pro-
cessi psichici intricati e che si svolgono a livelli diversi della psiche. Sono pertanto costretto
a interrompere la discussione di questo caso e ad ampliare e approfondire alcuni punti già
trattati” (Freud, 1920, p. 154).
2
Alla questione Michéle Bertrand ha dedicato delle ampie riflessioni all’interno
della sua relazione al 68º Congresso degli psicoanalisti di lingua francese, Constructions
en psychanalyse, Ginevra, 1-4 maggio 2008. Michéle Bertrand, “La construction dans les
théories herméneutiques et narrativistes”, pubblicata nel Bulletin de la Société Psycha-
nalytique de Paris.

46
2. Il caso come esperienza

Possiamo pensare a quanto abbiamo fin qui scritto anche in altri termi-
ni, e cioè in quelli del valore d’esperienza che ha il rendiconto d’analisi
quanto più apre nuovi interrogativi e procura sorprese.
Fare l’esperienza di una cura attraverso il suo rendiconto è, infatti,
tutt’altro dall’offerta dei risultati di un esperimento, il che allontana del
tutto il rendiconto di un’analisi dallo statuto di prova dell’esattezza di una
teoria, alla maniera delle scienze dure.
L’esperienza, infatti, è possibile quanto più la scrittura clinica esce dalla
prevedibilità che, in effetti, distrugge l’esperienza, vale a dire quanto più si
presenta come apertura di una faglia, di un nuovo che giace al fondo di uno
sconosciuto, che è, in un certo senso, l’invenzione di un singolare.
Questo si situa agli antipodi di una pratica di scrittura dei casi incen-
trata su una comunicazione informativa. La comunicazione informativa non
è senza utilità, ma quello che è in gioco è ben altro, è quello che Green
chiama “trascrizione di origine sconosciuta” (Green, 1977, p. 27), qualcosa
che esorbita dagli stessi poteri del linguaggio pur sostenendosi su di esso e
che implica il coinvolgimento del recettore-lettore nella misura in cui lo
espone a un’alterazione, dalla quale il racconto in un certo senso tendereb-
be a proteggerlo proprio perché percorre in senso inverso, dall’immagine
alla parola, e poi alla parola scritta, il cammino seguito dal lavoro del-
l’allucinazione onirica o transferenziale (Rolland, 1990, p. 217).
Il rendiconto di un caso in analisi è proprio la possibilità di fare e tra-
smettere un’esperienza, vale a dire trasmettere la differenza tra quello che
può essere detto e quanto rimane indicibile, e che in quanto tale si offre
come una “teoria enigmatica in potenza” (Fédida, 1990, p. 260), dal mo-
mento che il caso, in psicoanalisi, come osserva Fédida, comporta l’x, og-
getto irraprensentabile di un transfert (ibidem).
Se questa è la posta in gioco a ogni rinnovata lettura, gli elementi di
storia che si aggiungono vanno compresi come eventi che prendono posto
nel tempo, e riaprono i possibili contenuti nelle precedenti interpretazioni.
Se come osserva de Certeau: “Il carattere storico dell’evento non risiede
nella sua conservazione fuori del tempo, grazie a un sapere mantenuto in-
tatto, ma al contrario la sua introduzione nel tempo delle invenzioni diverse
alle quali esso ‘fa posto’” (de Certeau, 1987, p. 212), questa riflessione va
però collocata all’interno di un’analisi di quelle concezioni della storia che
pensano il passato come separato dal presente, oggettivabile e sganciato dai
luoghi della sua produzione (de Certeau, 2006, p. 71), e se converge con il
lavoro della cura analitica nel senso di far posto a nuove trascrizioni di ciò

47
che era rimasto in sospeso nella vita del soggetto, con l’introduzione nel
“tempo che passa”, quello che la sua ricerca c’insegna è proprio l’estremo
riguardo per la traccia, la scrittura, il segno dell’alterità dell’altro.

3. Sidonie Csillag

Rileggiamo insieme il caso della giovane omosessuale, a partire dalla


biografia d’Ines Rieder e Diana Voigt: Sidonie Csillag.
La biografia è l’occasione per il traduttore commentatore (Gindele,
2003, p. 395) di rimettere in gioco dei nodi teorici del “caso della giovane
omosessuale” di Freud. Nella postfazione alla biografia, Thomas Gindele,
che è anche il traduttore dal tedesco del libro, propone una discussione che
prende una piega, o almeno tale a me sembra, pro o contro Freud. E anche
pro o contro Lacan. Se Freud avrebbe “dovuto” o no, “lasciar cadere” la
paziente, interrompendo quella che Freud definisce però un’“osservazione”,
date le modalità d’invio della paziente (è il padre che richiede l’analisi e
non lei stessa)3.
Ora, non è mio interesse qui riprendere le questioni specificamente
sollevate da Gindele, ma piuttosto richiamare l’attenzione su quello che è
uno dei possibili “modi d’uso” ai quali si prestano i casi clinici in psico-
analisi. Vale a dire attendere dai brani di verità storica, “che si scoprono”,
per l’apertura di “archivi” ancora inesplorati, conferme o disconferme della
coerenza di una teoria, del fondamento, legittimo o meno, di una verità. Lo
dicevamo all’inizio, l’incertezza epistemologica che circonda le riflessioni
intorno alla natura dei resoconti clinici, fa sì che, più o meno inconsape-
volmente, si aderisca a dei paradigmi interpretativi che sembrano molto di-
scussi anche all’interno dell’attuale dibattito epistemologico nelle scienze
fisico-matematiche (Van Fraassen, 1984).
L’interesse della riapertura di una riflessione su un caso, a partire dal
“ritrovamento” di materiale attinente, di qualsiasi natura esso sia, non
avrebbe, a mio avviso, il senso di fondare o rifondare delle convinzioni teo-
riche, o anche mettere alla prova delle ipotesi di lavoro con quel determi-
nato paziente, anche di un paziente dell’inventore della psicoanalisi, per
poterne verificare la validità. Non che questo non sia fecondo per la discus-
sione naturalmente, ma mi chiedo fino a che punto può essere utilizzabile a

3
“Non è un fatto irrilevante se un individuo si rivolge allo psicoanalista di propria ini-
ziativa o perché altri lo spingano a questo, se desidera egli stesso di cambiare o se invece lo
desiderano solo i suoi congiunti che lo amano o dai quali ci si dovrebbe aspettare un tale
amore” (Freud, 1920, p. 144).

48
questi fini, dal momento che la nostra “materia” è di un tipo di “ogget-
tività” che ci sfuggirà sempre. Piuttosto il suo valore consiste nel farci con-
tinuare a pensare, nel rimettere in movimento posizioni teoriche magari ir-
rigidite dall’uso, ad arricchire le nostre riserve di pensieri, soprattutto a far
nascere nuovi pensieri.
Per esempio, nella rilettura del caso della giovane omosessuale, la mia
attenzione si è arrestata su un punto in particolare, quello che, con fotogra-
fia e mappa della strada, Gindele ci segnala4, e che è poi effettivamente un
punto centrale, perché si tratta del suo passaggio all’atto: l’incontro con il
padre e il seguente tentativo di suicidio. Com’era lo sguardo d’Antal Csil-
lag quando incrocia per strada sua figlia in compagnia di Léonie von Put-
tkammer?
Ecco quel che riferisce Sidonie alle sue intervistatrici. L’incontro è
stato improvviso e inatteso, perché ha sempre evitato accuratamente d’in-
contrare suo padre quando era con la sua compromettente amica. Le sem-
bra che il padre le rivolga uno sguardo severo e disapprovante e per que-
sto scappa via. Ma poco dopo, si rende conto, vedendolo allontanarsi e
salire su un tramway, che forse lui non l’aveva proprio vista, o non ci sa-
rebbero state scenate, almeno immediatamente. Tornata sui suoi passi
dunque non aveva saputo giustificare il suo sgomento all’amica, piantata
in asso e “tradita”, e soltanto dopo aver ricevuto da lei un brusco e gelido
commiato, avrebbe deciso di saltare giù dal parapetto nel fossato della
metropolitana.
Per Freud, collocato dalla parte del racconto del padre, è uno sguardo
furioso che si abbatte sulla ragazza, raddoppiato dal rifiuto della baronessa
di continuare gli incontri, uno sguardo che la ragazza aveva, in un certo
senso ricercato, proprio per provocare il padre, tenero, ma distante, dice
Freud, a interessarsi di lei.

Da un lato ella non si preoccupava affatto di mostrarsi pubblicamente per le


strade più frequentate in compagnia dell’amica malfamata, dall’altro lato non di-
sdegnava alcun inganno, pretesto o menzogna che le consentisse di incontrarsi con
l’amica e di nascondere questi convegni (Bertrand, 2008, p. 142).

Se nella costruzione di Freud, il tentato suicidio è dettato dalla motiva-


zione profonda di vendicarsi del padre e come reazione al suo interdetto,
nel racconto posteriore di Sidonie, il padre appare in secondo piano, come
spostato dalla scena, tutta incentrata su Léonie. Come se il passaggio al-

4
Annesso al cap. I (Rieder e Voigt, 2003, pp. 40-41). Fotografia e mappa appoggereb-
bero con la loro “oggettività” la “verità” che si cerca.

49
l’atto, il tentato suicidio, fosse stato determinato da un sentimento di colpe-
volezza per aver tradito l’amica, per aver esitato nella scelta, tra Léonie e il
padre, anche se soltanto per un breve momento, e di aver poi ricevuto per
questo la punizione del rifiuto, definitiva.
Non che questa nuova versione disconfermi l’ipotesi freudiana sulla
genesi dell’omosessualità femminile come rinuncia alla propria femminilità
immolata alla madre e la complementare ostilità della figlia nei confronti
del padre che non ha saputo sostenerla nella rivalità edipica.
Ma quello che anche è interessante notare è che Sidonie, non abbia mai
più esitato a ricorrere anche al gesto estremo per aderire al suo oggetto
d’amore omosessuale, in una sorta di fedeltà ostinata, tanto ostinata da
mettere in gioco la sua stessa vita. Dalla biografia, infatti, appare come tutta
la storia della vita “vera” della giovane omosessuale continui a ruotare in-
torno a questo primo indimenticabile amore, e alle sue due altre rinnovate
versioni: Wjera Fechheimer, altra donna follemente amata, e quasi alla fine
della vita, Monique.
Leggendo la biografia di Sidonie Csillag5 si può intendere, o almeno a
me è parso così, il refrain, che sottende le variazioni degli eventi come la
ripetizione anacronistica di un resto: la sua predisposizione al coup de
foudre (ha settantadue anni quando al primo sguardo s’innamora perdu-
tamente di Monique) e la sua inalterata tendenza a “prendersi gioco” delle
interdizioni (ancora a novant’anni non paga il biglietto dell’autobus,
“perché pagare per un tragitto così breve?”, piccola presa in giro della
Legge, che le procura un piacere del quale le sue accompagnatrici non
vogliono privarla, magari finanziandole un abbonamento; Rieder e Voigt,
2003, p. 384), ripetizione coerente con l’ipotesi freudiana della fragilità di
una funzione paterna capace d’indicare al soggetto il suo rapporto al desi-
derio e alla Legge, e che si ripresenta proprio come resto intradotto, ine-
laborato, al quale però la soggettività di Sidonie si è ancorata. Non si può
non restare colpiti dall’anacronismo di tali comportamenti e constatare
che sono probabilmente la testimonianza della sopravvivenza di qualcosa
che non ha potuto arricchirsi in un’armonizzazione ulteriore, in un’inter-
pretazione-passaggio a forme più elaborate6.
Ma come suggerisce Laplanche, se il movimento traduttivo si com-
pie non soltanto in avanti, ma anche all’indietro verso il passato, è per-
ché appunto lì c’è sempre una ricerca supplementare da compiere, un
“non ancora tradotto”, che costituisce un punto di fissazione e
5
Il nome inventato è un ulteriore rilancio “fittizio” della storia.
6
Facciamo riferimento al commento di Jean Laplanche in Problématique VI. L’après
coup (2006), a proposito dell’idea di traduzione, “Le sue differenze, le sue ricchezze” (p. 62).

50
d’attrazione nella fluttuante identità del soggetto. Il residuo anacronisti-
co attesterebbe il tentativo di mantenere di quel passato qualcosa che è
stato lasciato cadere, conservato in una regione protetta e, come nel caso
di Sidonie, sistemato in rappresentazioni d’origine erotica e pertanto an-
che fonte di piacere. Forse lo possiamo concepire come un capitale sot-
tratto alla circolazione, spendibile soltanto dal suo proprietario, al quale
tornare ad attingere nelle diverse avventure della vita: restance, per usa-
re un neologismo creato da Derrida, al fine di condensare resto e resi-
stenza e valorizzarne il potenziale creativo, una “resistenza inventiva”
per il soggetto stesso7, perché carica di tutto il pathos della nostalgia,
luogo di un legame, “nodo-cicatrice che conserva la memoria di un ta-
glio”, dal quale il soggetto non può affrancarsi, distaccarsi, sciogliersi,
in definitiva irriducibile all’analisi e come l’ombelico del sogno, anno-
dato all’ignoto. Quanto appunto non può risolversi all’interno di un rac-
conto, nella scrittura del caso che, in psicoanalisi, resta pertanto aperto,
inconcluso.

4. Più di sapere

Se la biografia di Sidonie Csillag non ha smentito Freud, è importante,


infatti, ribadire però che quello che questa storia ci presenta non avrebbe
potuto colmare ciò che vi si sottrae in maniera irriducibile.
La posta in gioco è alta: una verità narrativa “che colma” contro l’al-
terità, il suo enigma, la sua radicale assenza, secondo Laurence Kahn è qui
che si ordinano le nuove linee d’opposizione alla psicoanalisi (Kahn, 2005,
pp. 220-222)8. Dobbiamo al contrario ammettere che i nostri poteri di rico-
stituzione sono circoscritti: “se questa ricostituzione non si realizza mai ad
integrum, l’assenza di padroneggiamento onnipotente ben lungi dall’essere
un freno rappresenta per lo psicoanalista il più efficace motore per mobili-
tare la sua pulsione di ricerca, la Forchertrieb cara a Freud: manca sempre
qualcosa…” (de Mijolla, 2002, p. 118), è questa mancanza che mobilita il
nostro volerne sapere di più.

7
J. Derrida, conferenza pronunciata alla Sorbona, organizzata dal College International
de Philosophie, l’Università di Strasburgo e Toulouse le Mirail, dal 30 ottobre al 6 novembre
1991 su La notion d’analyse.
8
Colmare, cercando invano quello che si sottrae in maniera radicale: principio del
quale fanno parte, secondo Kahn, l’incastro dell’ermeneutica nella post-modernità e
della soggettività nell’empatia per escludere l’estraneità del mondo nella sua consisten-
za più opaca.

51
Ma, in che consiste, in effetti, il “più di sapere”? Non concerne la teo-
ria, come Sophie de Mijolla-Mellor (2008) alla fine della sua riflessione ci
suggerisce9, la sua lezione fondamentale, ella scrive, è piuttosto da intende-
re nel senso di ricordarci che “la vita non si confonde con l’analisi, che
questa non è che una tappa, dove si mescolano l’inconscio dell’analista e
quello del paziente nella ricerca erotica del senso” e che il nostro paziente,
uscito dall’analisi, riprende la sua strada, la sua vita, e non è “semplice-
mente la creatura di carta, fantasma composito dell’incontro transfero-con-
trotrasferenziale”.
Ma anche, possiamo aggiungere, che se continuiamo a cercare e anche
il nostro paziente, si spera, continuerà a cercare anche senza di noi, eroti-
camente, il senso della sua vita, è perché il sapere in più che ci cattura af-
fonda nel desiderio sessuale infantile di trovare la chiave del segreto, che è
lì, in attesa…, e rifornisce con la sua spinta energetica una ricerca che non
ha mai fine.
“E poi? Continua!”, non è così che il bambino in ascolto della storia,
avido del seguito, interroga ancora e ancora chi racconta? Così noi, conti-
nuiamo a metterci in ascolto di una storia che ci seduce con la promessa
che forse un enigma sarà sciolto, un segreto svelato. È con la “freschezza
del bambino” che continuiamo ad accostare i casi di Freud, e forse è questo
il segreto della loro eterna giovinezza.
Sophie de Mijolla-Mellor scrive che i “personaggi” delle storie freu-
diane noi li consideriamo un po’ nostri: “Apprendre ce qu’est devenu la
jeune omosexuelle ou le Petit Hans ne nous est pas indifférent parce que
nous les considerons comme notres” (ivi, p. 22), li consideriamo come no-
stri perché fanno parte delle famiglie inventate, delle famiglie prese in pre-
stito, il cui stile ha formato il nostro modo di essere psicoanalisti.
Sarebbe interessare seguire la pista che ci conduce dalle cinque psico-
analisi di Freud al “romanzo familiare” d’ogni psicoanalista per la loro ca-
pacità di attivare quell’attività fantasmatica che Freud considera come la
maniera peculiare con cui ognuno, confrontato alla questione edipica, rior-
ganizza immaginariamente i suoi legami genitoriali, capacità di creare o in-
ventare “una nuova realtà”, dove la verità, nella sua stessa inaccessibilità e
proprio per questo, nutre e feconda il suo lavoro. Un altro modo di accosta-
re i casi clinici attingerebbe dunque a due testi di Freud Il romanzo familia-
re dei nevrotici e Il poeta e la fantasia, creatività e sogno da svegli, ben al
di là della descrizione di Freud della reverie di una famiglia prestigiosa
dalla quale si sarebbe segretamente nati…

9
Vedi capitolo 3 di questa parte.

52
Bibliografia

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53
5. L’Uomo dei lupi inghiottito
*
dai suoi psicoanalisti?
di Monique Schneider

Il mio scopo non è quello di ricostruire le tappe dell’analisi dell’Uomo


dei lupi, ma, piuttosto, quello di soffermarmi sulla posizione che è stata at-
tribuita al famoso paziente negli incontri successivi all’analisi con Freud,
incontri che furono regolarmente influenzati non da ciò che era si era mani-
festato posteriormente alla prima analisi, ma piuttosto dal desiderio di ritro-
vare ciò che era accaduto con Freud. Michel Schneider, nella sua “Prefa-
zione” di Entretiens avec l’Homme aux loups, pubblicata da Karin Obhol-
zer1, suggerisce un paragone interessante:

Sei o sette lupi sui rami, appostati sulle ramificazioni dell’albero genealogico
della psicoanalisi: Freud, Ruth Mack Brunswick, Muriel Gardiner, K. R. Eissler.
[…] Ha vissuto la sua vita proprio in questo modo, sospeso agli sguardi e al-
l’ascolto muto di questi testimoni della sua storia? (p. 11).

Lista alla quale, possiamo aggiungere Karin Obholzer che certamente


non è psicoanalista ma giornalista. Eppure essa fu comunque sollecitata –
l’Uomo dei lupi glielo fa notare – a occupare un ruolo analogo a quello di
una psicoanalista. Ci si può chiedere se si tratti veramente di una successio-
ne di psicoanalisti ciascuno nella sua singolarità oppure di un’istituzione
preoccupata di riunirsi attorno a un testimone privilegiato. È noto che ci fu
una continuità per quanto riguarda la presa in carico finanziaria del pazien-
te, iniziata, in via eccezionale da Freud, e continuata, a nome dell’As-
sociazione, da Kurt Eissler: 5.000 scellini al mese. Michel Schneider com-
menta così: “Il contributo della psicoanalisi a un paziente d’eccezione”.
Per elaborare sia i fattori di continuità, che quelli di divergenza, non
partirò dal testo di Freud, ma, dopo una breve allusione alle relative violen-
ze interpretative che segneranno la cura con Ruth Mack Brunswick, inizierò
*
Traduzione di Viviana Dore e Floriana Pacelli.
1
Nell’edizione di Gallimard (Paris) del 2001.

54
a descrivere la situazione che si instaura con la giornalista Karin Obholzer.
Infine, farò intervenire, in forma estremamente parziale, un’interrogazione
retroattiva di ciò che fu inaugurato da Freud. Messa a punto finale che terrà
conto di un’annotazione letterale, presente nei testi scritti da Serguéi Con-
stantonivitch Pankejeff: Der Wolfsmann vom Wolfsmann. Il nome dato al
caso svolge quindi la funzione di nome dell’autore, dato che il paziente pre-
ferisce non rivelare il suo nome patronimico.

1. “Un reliquato di transfert su Freud”

Quello che colpisce in ciò che Ruth Mack Brunswick mette in primo
piano riguardo il paziente, è senza dubbio, la decisione, da lei presa, di non
scoprire niente di nuovo, niente che non sia già stato precedentemente ana-
lizzato e teorizzato da Freud:

La seconda analisi conferma la prima in tutti i suoi dettagli, e per di più non
apporta un solo frammento di materiale nuovo. Ci dobbiamo occupare di una cosa
sola, di un reliquato di transfert su Freud (Uebertragungsrest) (p. 309).

Si tratta, quindi, di un “resto” che non è stato (völlig bewältigt) (p.


342), “tenuto totalmente sotto controllo”. La discepola di Freud presuppone
forse, al fine di evitare ogni rivalità con Freud, un divieto freudiano, un or-
dine – pensiamo al Gebot di cui parla Jacques Sedat – che non sia necessa-
riamente stato formulato apertamente? Nell’ultima pagina di Supplemento
alla Storia di una nevrosi infantile (1928), Ruth Mack Brunswick riassume
ciò a cui si limita il suo lavoro: “Si sarà notato che il mio ruolo, durante
questa analisi fu quasi trascurabile: mi limitavo a occupare la funzione di
mediatrice tra il malato e Freud” (p. 312).
Strana aspettativa quella che non debba apparire nessuna nuova forma-
zione; si tratta solamente di “rielaborare” ciò che è stato acquisito grazie a
Freud. Possiamo senza dubbio mettere in rapporto l’imperativo clinico –
liberare il paziente da un “resto” – con l’accanimento corporeo di Serguéi a
crearsi dei “buchi nel corpo”, a togliere, a svuotare, dai suoi denti o dal suo
naso, un’eccedenza, giudicata responsabile del suo male. Quindi, non si
tratterà di riparare il buco, ma di sorvegliare il suo sviluppo:

Aveva uno specchietto tascabile che prendeva per guardarsi ogni cinque minuti
[…]. Dopo esaminava i pori per vedere se si dilatavano, per osservare in un certo
modo il buco in corso di crescita e di sviluppo (p. 270).

55
L’ordine al quale l’analista obbedisce, gli è stato intimato da Freud, op-
pure è stata lei stessa a imporselo? Non è necessario dare una risposta a ciò.
Fatto sta che uno dei sogni offerti da Serguéi procurò alla sua psicoanalista
una particolare soddisfazione:

Ci ricordiamo che aveva numerosi fantasmi, relativi alle discussioni che, se-
condo lui, io e Freud avevamo riguardo al suo caso. Diceva lui stesso di essere il
nostro “bambino” e in uno dei suoi sogni era coricato vicino a me e Freud era se-
duto dietro di lui (ancora una volta si manifesta l’importanza che aveva per lui il
coito a tergo). […] In realtà egli si mette in posizione di avere la sua parte nei rap-
porti sessuali tra i suoi genitori (p. 306).

Serguéi assimila quindi la sua psicoanalista alla moglie di Freud. Ci si


può stupire del fatto che, nel paragrafo che segue l’allusione a questo so-
gno, quest’ultima trasferisca interamente questa femminilità da partoriente
all’Uomo dei lupi: “Il ruolo femminile aveva, ci dice lei, come invaso la
sua personalità”. L’analista si libera di questo ruolo che il paziente le faceva
occupare – essere la partner di Freud all’interno di uno spazio analitico che
funge da scena primaria –, attaccando, in questo modo, il legame privile-
giato che Serguéi rivendica nei confronti di Freud, “sostenendo di essere lui
il ‘figlio’ preferito da Freud”.
Ruth Mack Brunswick ribatte nel modo seguente: “Ecco perché la
mia tecnica consisterà a distruggere con qualsiasi mezzo questa idea del
paziente di essere il figlio preferito da Freud” (Lieblingssohn, p. 320 D).
Per dedicarsi a questo lavoro di estrazione, l’analista ricorre a un ele-
mento della realtà: dopo avergli consegnato, all’inizio del trattamento, un
rapporto sull’Uomo dei lupi, Freud, negli incontri successivi, non avrebbe
più parlato di lui.

Queste parole suscitarono la collera del paziente e gli fecero subire un duro
colpo. Non poteva credere che Freud accordasse così poco interesse al suo (famo-
so) caso. […] Quel giorno il paziente uscì dal mio studio in uno stato di furore nei
confronti di Freud (p. 290).

Attaccandosi in questo modo al fantasma di Serguéi, l’analista non fa


forse tremare lo spazio che sostiene l’analisi da lei condotta con un paziente
che gli è stato realmente inviato da Freud? Sottolineare la gelosia di Ser-
guéi per un rivale era di certo legittimo – basti pensare al rapporto poten-
zialmente conflittuale vissuto da Serguéi nei confronti di sua sorella – ma
non si tratta proprio del suo rapporto con Freud, che la sceglie per affidarle
il suo ormai celebre paziente, che la discepola si impegna a cancellare? A

56
tal riguardo R. Mack Brunswick sembra interpretare il regalo ricevuto da
Freud come se le venisse chiesto di lasciare intatta l’organizzazione psichi-
ca del paziente e di fare in modo che la seconda analisi si limiti a liberare il
paziente da dei resti inopportuni. Si tratterà in una certa maniera di un tran-
sfert posto sotto il segno dell’identità. Da questa situazione nasce la prote-
sta della beneficiaria del regalo, nel momento in cui la stessa si accorge di
non riconoscere più l’Uomo dei lupi: questo accade in particolare di fronte
all’atto di accumulazione di cui il paziente si rende colpevole nel momento
in cui riceve alcuni gioielli di famiglia, procurandosi in tal modo un’entrata
che si aggiunge alla somma versata dall’istituzione analitica; entrata ag-
giuntiva che il paziente mantiene segreta, fatto che gli sarà rimproverato
dalla sua psicoanalista:

Devo confessare che in principio provai delle difficoltà nel credere che la per-
sona che avevo davanti era l’Uomo dei lupi della “Storia di una nevrosi infantile”,
l’Uomo dei lupi che Freud mi aveva più volte descritto: un uomo onorevole, co-
scienzioso, di un’onestà compulsiva. […] Il fatto più marcante per me era il suo
totale accecamento nei confronti della sua disonestà (p. 284).

In queste osservazioni, il transfert non è più considerato come un pro-


cesso psichico vivente, e quindi suscettibile di mobilità, ma potrebbe rap-
presentare lo spostamento sull’asse di una realtà immutata. A partire da ciò,
non sarebbe forse legittimo paragonare l’Uomo dei lupi a un personaggio
del Museo Grévin?

2. Dalla psicoanalista alla giornalista

Tanto la figura dell’Uomo dei lupi si rivela deludente agli occhi


della sua seconda psicoanalista, quanto sembra risollevarsi nel momento
in cui vengono intraprese le interviste con la giornalista Karin Obholzer.
Alcuni analisti come Kurt Eissler e Muriel Gardiner tentarono di opporsi
a queste interviste, animati dalla preoccupazione di sorvegliare l’evolu-
zione dell’ex paziente di Freud, elevato allo statuto di monumento stori-
co nella fondazione della psicoanalisi. Si tratta proprio di questo statuto
d’inamovibilità che Karin Obholzer desidera cambiare, concedendosi
delle libertà che la psicoanalisi non sarebbe capace di rivendicare per se
stessa:

Ho messo tutto in opera per creare un’atmosfera più amichevole di quella che
esiste abitualmente tra l’analista e il suo paziente (p. 41).

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Fin dall’inizio, lei decide di entrare nella storia di Serguéi, incarnando
sua sorella Anna:

Un giorno andai a trovarlo vestita con un abito lungo fino alle caviglie per ri-
creare l’atmosfera dell’inizio del secolo […] in modo da ricordargli sua sorella
Anna […], quella che si suicidò. In seguito, durante diversi anni, mi parlò con en-
tusiasmo della mia eleganza di quel giorno (p. 41).

Il gioco continuò nella forma di una seduta fotografica:

“Gli proposi di scattare delle foto di noi due insieme con la mia macchina fo-
tografica fornita di autoscatto”. Siccome la macchina fotografica non funzionò, de-
cidemmo di fare un altro tentativo. Serguéi immaginò la scena: “È meglio che io
indossi l’abito più sportivo […]; ma lei si deve vestire con eleganza. È deciso: lei
in abito elegante e io in tenuta sportiva” (p. 42).

Si tratta di pura frivolezza oppure dell’invenzione di una terapia di “fotote-


rapia”? In effetti, la giornalista è sensibile a uno dei tratti, da Freud sottolineati,
riguardanti il paziente: “completamente dipendente e incapace di esistere (exi-
stenzunfähig)” (p. 172, citato p. 50). Si tratta forse di conferirgli un’esistenza
ufficialmente riconosciuta, rendendolo visibile e fondando questa immagine?
Nonostante l’apparente disinvoltura che la giornalista si autorizza, le
premesse di un’elaborazione psichica sembrano costituirsi. Per prima cosa,
Serguéi menziona alcuni ricordi, dei quali ammette di non avere mai par-
lato ai suoi psicoanalisti e l’intervista si trasforma in una critica delle inter-
pretazioni fatte dai suoi vari analisti. La persona più contestata appare esse-
re R. Mack Brunswick, da lui nominata “Mme Mack”. È vero che, nella
presentazione preliminare di Serguéi, K. Obholzer critica la visione globale
dell’analisi con Freud proposta da R. Mack Brunswick:

A tal proposito, R. Mack Brunswick scrive: “La fissazione di un termine stabi-


lito ebbe come conseguenza il fatto che il paziente apportò sufficiente materiale per
indurre la guarigione, ma ciò nello stesso tempo gli permise di conservare al suo
interno il nucleo che più tardi fu all’origine della sua decompensazione psicotica”.
La giornalista si chiede se è possibile essere da una parte guarito, e dall’altra porta-
re all’interno di se stesso il nucleo della psicosi (p. 53).

3. “Stiamo forse istruendo il processo contro la psicoanalisi?”

Questa domanda, introdotta da Serguéi, da il tono a una parte delle in-


terviste. Si tratta di un processo a due livelli. Da una parte, vengono conte-

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stati numerosi dettagli che il paziente considera come inventati. Per esem-
pio, per quanto riguarda le sue varie inibizioni:

In un certo numero di resoconti del mio libro, che risalgono al periodo nel
quale ero ancora in trattamento da Freud, si può leggere che non ero capace di ve-
stirmi da solo. È un’assurdità. I giornalisti si copiano a vicenda.

K. Obholzer prende allora le difese dei giornalisti e incrimina gli argo-


menti sostenuti da Mme Mack:

Mme Mack è la prima ad avere iniziato: “L’uomo, che nel passato era arrivato
a Vienna accompagnato dal suo medico, e che era incapace di vestirsi da solo, ora
si sforza di ottenere del lavoro”. Sono gli psicoanalisti che costruiscono la favola.
Lei difende la sua professione. Che questa Mack abbia potuto scrivere una tale
stupidità! Si tratta di una persona estremamente energica. […] In ogni caso Mme Mack
ha scritto che ero affetto da paranoia e può darsi che sia a causa di questo che ho recu-
perato così rapidamente la salute: per dimostrare che lei aveva torto (p. 85-86).

Il motivo che Serguéi mette in primo piano, testimonia di uno dei vettori
che agiscono nel lavoro analitico: dare torto all’analista, contestare l’influenza
che potrebbe esercitare nel processo di guarigione. Questo tema verrà ripreso
da Freud in un testo nel quale l’Uomo dei lupi è presente in maniera velata:
“Analisi terminabile, analisi interminabile”; il “rifiuto della femminilità” può
manifestarsi attraverso il rifiuto di “accettare la guarigione dal medico”.
Le Interviste fanno apparire la dimensione della contestazione; non co-
stituiscono una semplice narrazione, ma prolungano il rapporto di forze che
è stato operante nel corso delle analisi successive. La lotta condotta dal-
l’Uomo dei lupi, include anche gli analisti che Serguéi non ha mai incon-
trato di persona, ma che hanno contribuito all’analisi del suo caso. La gior-
nalista affida al paziente delle fotocopie nelle quali Jones parla del suo ca-
so. Le reazioni di Serguéi sono molto violente: “Ho visto che tutto ciò era
falso”. “Scrive che io avrei corrisposto con lui, precisa il paziente. Ma io
non ho mai corrisposto con lui” (p. 207). Il passaggio che provocò l’ira più
violenta in Serguéi fu quello nel quale gli sono attribuiti dei propositi da cui
trasparirebbe il registro anale e omosessuale:

Ecco il passaggio, dice la giornalista. “Dalla prima seduta del trattamento,


propose a Freud di dedicarsi insieme a delle fornicazioni rettali e in seguito di de-
fecargli sopra la testa” (p. 208).

“Nel nome del cielo, esclama Serguéi, quest’uomo è impazzito o cosa

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per scrivere un tale idiozia”. Prosegue: “Sono delle idee campate in aria. Le
persone fantasticano. Come colui che ha scritto che non potevo più vestirmi
da solo” (p. 209). Tuttavia, ci asterremo in tale contesto dal dedicarci al-
l’istruzione del dossier per sottolineare invece l’emergenza, presente nel
corso di tutte le Interviste, di una tematica ricorrente che riguarda i rapporti
tra il legame psicoanalitico e quello religioso.

4. “Il rimedio che ci vuole. La fede…”

La questione della fede nella psicoanalisi e della fede in Freud è non


solo evocata ma messa in atto nelle Interviste. Il dott. Drosnes, medico
d’Odessa, all’inizio caratterizzò Freud come “colui che ha inventato un
nuovo metodo, un metodo grandioso. Ciò che ha inventato si potrebbe pa-
ragonare a un miracolo”. L’incontro effettivo mantenne le promesse di ciò
che era stato annunciato:

Freud era un genio, L’Uomo dei lupi racconta, anche se non tutto ciò che ha
detto è giusto. Se voi l’aveste visto. Era una personalità affascinante. Aveva degli
occhi molto severi capaci di guardare fino in fondo all’anima. Il suo aspetto ispi-
rava grande simpatia. Ho provato della simpatia per lui. Si trattava giustamente
del transfert. Possedeva un potere di attrazione, oppure, diciamo piuttosto, di ir-
radiamento, che era molto piacevole e positivo […]. Mi ha detto: […] Fino a
questo momento lei ha cercato di trovare le cause della sua malattia nel suo vaso
da notte (p. 64-65).

E più avanti: “Ho trovato affascinante che un medico mi dica: Per la


sua malattia abbiamo il rimedio che ci vuole: la fede…”.
La fede non è solamente designata come operante. Nella parola di
Freud, trascritta da Serguéi, diviene oggetto di un comandamento:

Quando mi ha spiegato tutto gli ho detto che ero d’accordo ma che volevo an-
cora esaminare se era giusto. E lui mi ha detto. “Si tolga questa idea dalla testa.
Perché se lei cerca di considerare le cose in maniera critica, non avanzeremo con la
cura. La cura l’aiuterà in ogni caso, che lei adesso ci creda o meno”. Da allora ho
rinunciato spontaneamente a formulare delle critiche.

La testimonianza di Serguéi presenta essenzialmente l’interesse di poter


considerare Freud nel suo stile di presenza e di intervento. La fede nel-
l’analisi e nell’analista si trova così a essere stabilita di colpo. Sappiamo
che uno dei problemi dell’Uomo dei lupi era essenzialmente questa distan-

60
za ossessiva da lui mantenuta nei confronti di qualsiasi ipotesi. Quello di
cui si protegge è proprio l’accesso alla “convinzione” (Überzeugung).
Freud ricorre allora a un regime di parola caratterizzata dalla sua efficienza
performativa. In una certa maniera, prescrivendo la fede, fa in modo di ef-
fettuare l’equivalente di quel “salto” leonino analogo a quello nel quale
consiste la fissazione di un termine.
Questo impegno di Freud espresso attraverso la sua parola incita a inse-
rire una dimensione di radicalità nella relazione transferale: “Il celebre pa-
ziente, parlando di Freud, dice: ‘In fondo, lo veneravo. Lui era mio padre.
Mio padre mi aveva deluso perché preferiva mia sorella a me’” (p. 66).
D’altronde, il paziente metterà alla prova questo ruolo sacralizzato che ac-
corda a Freud: “Durante la mia infanzia, ho avuto dei pensieri blasfemi, ho
insultato Dio ecc. Un pensiero di questo tipo mi è passato per la mente e
l’ho espresso. Freud è un birbante […]”.
“Ha incassato stoicamente. In fondo, secondo Freud, uno psicoanalista
dovrebbe essere una specie di Dio” (p. 67).
Nella parola che Serguéi indirizza a K. Obholzer, questa dimensione di
fede e di quasi-religione sembra rappresentare l’essenziale di ciò che gli ha
recato l’analisi con Freud; il paziente si trova a dare credito all’opinione del
medico mandato da Muriel Gardiner:

Ha presentato la cosa in maniera tale che avrei adottato la psicoanalisi come


una religione. Pensava che il transfert avesse giocato un grande ruolo su di me,
dato che ero stato molto devoto durante la mia infanzia. Può darsi che sia vero che
il grande miglioramento della mia salute sia imputabile al transfert (p. 175-176).

Si arriva a questa messa a punto in due tempi. Alla domanda posta dalla
giornalista, “Oggi, lei crede ancora nella psicoanalisi”, Serguéi prima ri-
sponde “Oggi non credo più a niente”, per rettificare in seguito: “Mio Dio,
credo nel transfert”.
Una riserva viene tuttavia articolata, questa fede nel transfert è creatrice
di una dipendenza: “Con la psicoanalisi, si vive in genere con la ragione
altrui” (p. 175) Una distinzione viene allora formulata: dipendere da Freud
può costituire una maniera di essere messi in movimento, perché si ha a che
fare con un genio. Serguéi contesta invece la posizione nella quale è messo
dai discepoli di Freud: “In seguito a ciò che è stato scritto da Mme Gardi-
ner, sono stato ridotto a un cavallo da parata. In fondo, il libro è supposto
provare che la psicoanalisi sia capace di guarire un caso di tale gravità…
Lo riconosco, la psicoanalisi mi ha aiutato” (p. 172). Gli eredi hanno forse
il diritto di fare un monumento al caso facendo di lui la prova vivente del-
l’efficacia della psicoanalisi?

61
Restare fedele a questa funzione di legittimazione invita, in maniera
insidiosa, Serguéi a irrigidirsi in una posizione che gli vieta degli even-
tuali progetti di distruzione di se stesso; con la giornalista si mostra co-
sciente della missione che pesa sulle sue spalle. Confrontato al disordine
della sua vita attuale con Louise, presentata come una donna impossibile,
ha forse diritto di suicidarsi? “Che vergogna che sarebbe per la psicoana-
lisi! Commenta la giornalista, il caso più celebre che si uccide! Non le fa-
rà mica questo! – Devo salvare gli psicoanalisti, conclude Serguéi” (p.
225). Parlando del ricovero avvenuto mentre era in fin di vita, K. Obhol-
zer fa il punto della situazione sull’aiuto finanziario fornito a Serguéi: “Le
Dr E. fa pagare l’America per vegliare su questo monumento rovinoso
della psicoanalisi” (p. 290).
Colui che rappresenta nello stesso tempo un “monumento rovinoso” e
un “cavallo da parata” si dibatte contro il pericolo di diventare un oggetto
feticcio, dedicandosi a delle energiche scalciate e protestando vigorosa-
mente contro le esigenze che la sua compagna, Louise, gli fa pesare. Non
entreremo nei dettagli di queste scene a ripetizione e ci accontenteremo di
sottolineare che, se Serguéi fa il dono alla psicoanalisi di rimanere in vita,
ci tiene a mettere in evidenza ciò che, nel quadro che presenta del suo rap-
porto con Louise, costituisce un atto accusatorio: “Invece di farmi del bene,
gli psicoanalisti mi hanno fatto del male” (p. 25).
Accusa tuttavia moderata dallo statuto d’eccezione di cui Freud benefi-
cia. Quelli che in seguito hanno avuto l’onore di ascoltare il “celebre pa-
ziente” devono pagarne il prezzo: “Lei si è associata con un relitto, lancia
alla giornalista, e deve subirne le conseguenze” (p. 166). Queste parole pu-
nitive non rappresentano, tuttavia, che uno degli aspetti del regolamento di
conti al quale si lascia andare Serguéi. Nell’ultimo capitolo delle Interviste,
Serguéi fa un regalo prezioso a K. Obholzer: “Lei ha fatto irruzione nella
mia vita e ha prodotto qualcosa della quale forse non è cosciente. […] Lei
ha modificato completamente la mia attitudine nei confronti delle donne”
(p. 275) e in seguito: “Non volevo essere noto e lei è riuscita a fare la mia
conoscenza. Ho reagito in maniera positiva. […] Abbiamo vissuto insieme
dei momenti interessanti e anche questo costituisce una relazione umana”
(p. 276-277).
Questa confessione può scuotere gli psicoanalisti, invitati a interrogarsi
su ciò che rende possibile un transfert fecondo. Serguéi dà un consiglio di
ordine tecnico che non potremmo riprendere a nostro conto in quanto tale,
ma sul quale è possibile porsi delle domande, nella misura in cui è in rap-
porto con una corrente psicoanalitica che si espanderà negli Stati Uniti: cor-
rente che mette l’accento sull’intersoggettività. “Confidandomi di avere

62
sofferto anche lei di gonorrea, dice Serguéi alla sua interlocutrice, lei ha
provocato in me una rivoluzione” (p. 275).

5. La scelta politica e la Rivoluzione

Serguéi, stranamente, nell’affrontare l’argomento del suo tormentato


legame con Louise, la donna con la quale è attualmente in relazione, si in-
terroga sugli sconvolgimenti politici avvenuti in Russia. L’accento viene
posto su una divisione dei ruoli che caratterizzerebbe il rapporto al potere:
da una parte i padroni, che si confondono con i possidenti, e dall’altra quelli
che subiscono il loro dominio. Frattura che risulta essere operosa nel-
l’attuale coppia: “Louise, Serguéi dice, stima di avere, in una certa maniera,
un diritto morale su di me, emigrato, su di me che sono uno di quelli che
hanno sfruttato il popolo e che attualmente può essere sfruttato nella stessa
maniera. È una comunista” (p. 229). Questa divisione dei ruoli viene a galla
nel momento in cui Serguéi cerca di sposare Louise: “Quindi le dissi: Eb-
bene, sposiamoci!… Lei sobbalzò dal suo letto esclamando: ‘Mamma,
mamma, il Barone mi sposa!’ A quei tempi ero ancora il Barone, nel frat-
tempo ho perso il titolo” (p. 234).
Nel momento in cui Serguéi et K. Obholzer affrontano l’argomento dei
ruoli e dei capovolgimenti provocati dalla rivoluzione, si delinea tra di loro
una fragile complicità. Serguéi non si presenta come militante ma si defini-
sce moderatamente socialista: “Veda, io non appartengo al partito social-
democratico, ma, in fondo, le mie opinioni sono piuttosto socialiste” (p.
151). Dice all’occasione che la sua famiglia è stata trattata bene da parte dei
rivoluzionari, perché era in buoni rapporti con i paesani che lavoravano le
sue terre. Evoca, inoltre, un ricordo enigmatico, del quale avrebbe già fatto
parola nelle sue Memorie, ma che Muriel Gardiner avrebbe soppresso: la
figura di sua sorella con un’amica, le quali coltivavano tra di loro il pro-
getto di “fuggire fino al borgo più vicino, per esercitarvi il mestiere di do-
mestiche”. Anna d’altra parte gli avrebbe dichiarato: “Il miglior mestiere è
quello di donna di servizio” (p. 116). Serguéi esprime inoltre la sua protesta
riguardo la divisione tra padroni e servitori:

Ogni civiltà fa affidamento sul fatto che esistono degli individui che hanno il
tempo di occuparsi di cose elevate. In fondo, mi sento insoddisfatto della mia edu-
cazione. Se si attribuisse tutto alle teorie, ai libri e alla cultura letteraria, non si ac-
corderebbe più alcun valore alle cose pratiche (p. 113).

La linea di divisione separa, quindi, secondo Serguéi, due livelli di

63
culture. I servitori sono estranei alla cultura oppure hanno accesso a un sa-
pere che permetterebbe loro di occupare la loro posizione subalterna? Ser-
guéi insiste sul sapere quasi profetico posseduto dai paesani sull’evoluzione
storica della situazione. Partirò da questa osservazione per poi articolarla
con la scissione che caratterizza Serguéi, nelle fonti culturali che sostengo-
no l’analisi con Freud, la cultura dei maestri e quella che scaturisce dalla
tradizione orale popolare. Se Serguéi dimostra essere un grande conoscitore
dei romanzi russi, nello stesso tempo accorda molta importanza, nelle sue
emozioni d’infanzia, alle fiabe popolari. Sono proprio loro che gli permet-
tono di coabitare con i lupi. Fiabe attinte da una letteratura – orale e lettera-
ria allo stesso tempo – franco-germanica. È cosa nota che i fratelli Grimm
sono stati messi in relazione con Capuccetto Rosso tramite Perrault.
La ripresa, da parte di Freud, della descrizione dei lupi, tale quale Ser-
guéi l’incontra nell’evocazione dell’“immagine di terrore”, sopprime un
elemento di essenziale importanza nelle fiabe popolari che parlano di lupi.
La descrizione di Freud dei lupi interviene a tre riprese nel testo analitico
ed è regolarmente organizzata intorno alle stesse posizioni del corpo. Scel-
go la seconda versione:

Sua sorella maggiore, che gli era molto superiore, aveva l’abitudine di stuzzi-
carlo, tutti i pretesti erano buoni per mettere sotto i suoi occhi questa immagine,
davanti alla quale iniziava a gridare spaventato. In questa immagine, il lupo si driz-
zava, una zampa in avanti, gli artigli in fuori e le orecchie rizzate (p. 28).

Il tedesco rende meglio l’idea della spazialità di questa immagine:


“[…], der Wolf aufrecht dargestellt war, einen Fuss vorgesetz, die Tatzen
ausgestreckt und die Ohren aufgestellt”. Testo scandito dalle ripetizioni di
aus e di auf.
Confesso la siderazione che ho provato a partire dal primo contatto con
il testo, di fronte a ciò che per me rappresenta una mostruosità narrativa: un
lupo senza bocca. Mi era rimasto, dalla mia infanzia, un fascino per le fia-
be, fiabe nelle quali il lupo è in azione. Ho avuto, allora, una convinzione,
pensando al testo nel quale Serguéi stesso avrebbe dovuto raccontare la sua
storia, testo al quale ho avuto accesso in maniera tardiva, soprattutto nella
sua versione tedesca; ero certa di ritrovarvi questa bocca che Freud aveva
deciso di eliminare. Un euréka mi venne in mente quando la lettura di Der
Wolfsmann vom Wolfsmann (Fischer) mi permise di ritrovare questo pezzo
di corpo che Freud – più esattamente Sigmund Freud; per non sottolineare
troppo la presenza della bocca (Mund) nel nome di Freud – aveva eliminato
nella descrizione dell’immagine di terrore (Schreckbild).
Serguéi insiste sull’inganno organizzato da Anna, la quale gli annun-

64
ciava un’immagine raffigurante una “bambina carina”, immagine che lei
ricopriva con un foglio di carta:

Quando tolse questo foglio di carta, vidi, al posto della bambina carina, un lu-
po che si teneva in piedi e che apriva completamente la sua bocca (seinen Rachen)
per divorare Capuccetto Rosso. Mi misi immediatamente a urlare ed ebbi un vero
attacco di rabbia2.

Acclamiamo il ritorno di questa bocca eliminata da Freud. Le due de-


scrizioni si oppongono in maniera radicale. Freud ci mostra un lupo che si
erige con tutte le parti del suo corpo: statura, artigli, zampe. Immagine or-
ganizzata attorno a un eccesso fallico. Manca questo Rachen, che significa
retro-bocca, gola, bocca. Difficile non pensare anche alla gola di Irma.
Si possono esplorare diverse piste per misurare la portata di questa
scelta freudiana, che costruisce una figura antitetica rispetto a quella offerta
dalla letteratura orale, quella trasmessa dai personaggi subalterni ai quali il
bambino è affidato.
Freud, considerando unicamente la pista della lettura fallica del lupo, si
interdice in tal modo l’elaborazione del legame esistente tra la bocca e la
pancia. Pancia che, nella versione di Grimm, deve essere aperta, in modo da
permettere alle persone precedentemente inghiottite, di ritrovarsi all’esterno.
Serguéi reagisce, davanti a questa figura della fiaba, ponendosi delle doman-
de sul sesso del lupo, e chiedendosi – preoccupazione di odierna attualità – se
un individuo di sesso maschile può “avere un bambino all’interno del corpo”
(ein Kind im Leib haben), laddove Leib significa sia corpo organico che ven-
tre. Si orienta, in questo modo, verso un desiderio di gravidanza, gravidanza
che si situa in un’identificazione furtiva con il lupo gravido, mentre Freud
impone un’immagine del lupo esclusivamente fallica.
Rinunciando a esplorare tutte le piste che si presentano, sottolineerei il
possibile legame tra quello che, forse, potremmo nominare una reiezione del
Rachen e il fatto che la scena primaria, da Freud immaginata, convoca la pas-
sione del piacere di guardare, che utilizza la cattura visiva come difesa contro
il terrore provato di fronte alla minaccia di essere inghiottiti. Lo sguardo è
un’arma contro questa “notte” nella quale si situa il sogno dei lupi.
Tuttavia la difesa non è rappresentativa della sola reazione freudiana:
ciò che non può essere rappresentato – questa apertura del vuoto presente
nella gola – rappresenterà, per Freud e i suoi eredi, un agire continuato:
adozione di Serguéi nella gola-pancia della psicoanalisi, dono del denaro,

2
M. Gardiner, L’Homme aux loups par ses psychanalystes et par lui-même, Paris,
1981, p. 24.

65
che rappresenta un mezzo di sostentamento. Il corpo analitico intero assu-
me una funzione forica. Reazione che sembra essere stata adattata, nella
misura in cui prende atto di questo posto incerto nel quale il paziente fu
messo dopo la sua nascita: doppione del Bambino Gesù, e doppione di-
menticato quando, a Natale, giorno che corrisponde al suo compleanno,
“non gli fu dato il doppio regalo”. Il regalo mancante, il solo che sarebbe
stato capace di riparare ciò che, in lui, rimaneva “existenzunfähig”, “ina-
datto all’esistenza”, gli fu offerto, in maniera rituale, fino alla sua morte.
Bisogna, tuttavia concludere, di tutto ciò, che la relazione psicoanalitica
comporta una parte di adozione, oppure, se pensiamo alla figura del lupo,
una sorta di inclusione del paziente all’interno dell’analista? Paziente che,
in qualche modo, si ritroverebbe metaforicamente inghiottito, o almeno, se-
condo il termine impiegato da Freud nel testo La Negazione, “assaggiato”.
La questione può apparire meno assurda di quello che sembra. In effetti,
Freud include nel corpo femminile la presenza di uno “spazio vuoto”
(Hohlraum), spazio che deve essere conosciuto affinché il bambino possa
accedere alla conoscenza del ruolo del padre nella sua concezione. In effet-
ti, è uno “spazio vuoto” che, durante la penetrazione del padre nella madre,
riceve (aufnimmt) il pene, diventando in questo modo Herberge, dimora del
pene, spazio che avrà come funzione anche quella di proteggere il bambino
(ho sviluppato questa lettura del testo freudiano ne Le paradigme féminin e
ne La cause amoureuse). La comunicazione che la fiaba instaura tra il
vuoto caratteristico della gola del lupo e quello che costituisce la pancia,
rende il fascino per il lupo – un lupo che non sarebbe amputato della sua
bocca – una tappa essenziale della traversata analitica.
Se nel rapporto con l’Uomo dei lupi, questa adozione riveste la forma
di un aiuto finanziario, un equivalente di questa operazione può effettuarsi
attraverso l’arte della parola. Serguéi riviene più volte sul modo in cui
Freud celebrò l’“apertura verso la donna” che il paziente realizzò. Espres-
sione ripetuta spesso da Serguéi, che dà l’impressione di rifugiarsi al-
l’interno di questa formula come se essa soltanto potesse legittimarlo della
sua capacità di esistere. Questa espressione diventa, in tal modo, l’equiva-
lente di un’investitura cui si aggiunge l’adozione.
L’analista, offrendo delle formule che favorizzano l’ingresso nel-
l’esistenza – riprendo la distinzione fatta da Amaro de Villanova tra il
nascere e il venire al mondo –, sarebbe forse, esattamente come il lupo,
portatore di uno “spazio vuoto”? Quest’ultima funzione permetterebbe
di fungere da contrappeso al compito che gli è talvolta esclusivamente
assegnato: separare.

66
6. L’epistemologia del caso. Considerazioni
sul processo conoscitivo dell’analista nella seduta
e il “notare, capire e interpretare”
nel contributo di Winnicott
di Vincenzo Bonaminio

1. Il processo conoscitivo dell’analista nella seduta clinica

Allo scopo di avanzare qualche riflessione personale intorno al tema


dell’epistemologia del caso, farò preliminarmente una affermazione molto
semplice, quasi empirica, tesa a esplicitare come intendo io questa espres-
sione, “epistemologia del caso”, che è invece piuttosto complicata.
Premetto che concentrerò la mia attenzione sull’analisi dettagliata di un
breve caso di Winnicott, “La follia della madre che appare nel materiale
clinico come fattore ego-alieno” (1969) – un tema del quale mi sono inte-
ressato da più di vent’anni e sul quale ho anche contribuito con qualche
scritto clinico-teorico (Bonaminio, 1987; 1989; 1992).
Mother’s Madness Appearing in the Clinical Material as an Ego-Alien
Factor (è questo il titolo originale del lavoro di Winnicott) è infatti, a mio
avviso, fulminante come “narrazione di un caso” tanto per l’audacia della
comprensione clinica di Winnicott delle angosce del bambino in consulta-
zione, di nome Mark, quanto per il modello, ricco e articolato, che traspare
da dietro le quinte di una presentazione scarna e a tratti apparentemente in-
genua; quanto, ancora, per l’implicito impianto epistemologico che si rivela
nel suo modo di procedere nel conoscere, comprendere ma prima ancora
quasi nell’appercepire il “materiale clinico” che gli si appalesa di fronte.
Si noterà che ho invertito intenzionalmente la direzionalità della se-
quenza epistemologica classica delle scienze umane: percepire, o speri-
mentare, comprendere, conoscere. È intenzionale questa mia inversione di
direzione in quanto intendo mostrare, attraverso il caso di Winnicott, che in
realtà queste tre fasi – alle quali, in verità, dovremmo aggiungere l’elabora-
zione concettuale, la nascita di una ipotesi interpretativa e la sua organiz-
zazione in una gestalt abbastanza coerente, oltre naturalmente quel fonda-
mentale substrato, quel “fondo” emozionale che è il controtransfert e la
sua funzione conoscitiva (Heimann, 1950; Bollas, 1987), sono tutt’altro che

67
sequenziali; ma invece sono caotiche, imprevedibili, talvolta tumultuosa-
mente affioranti, altre volte – si potrebbe dire – sgomitanti l’una dell’altra,
quasi che ognuna voglia prendere il sopravvento e dirigere o orientare il
vettore dell’intero processo. Il quale, a sua volta, non è nemmeno un pro-
cesso lineare naturalmente, ma forse a spirale, con effetti riverberanti che
ne influenzano l’una o l’altra componente.
Sarebbe bello, invece, poter immaginare il processo conoscitivo psico-
analitico del “caso”, la sua epistemologia, come un tranquillo fluire di sen-
sazioni, emozioni, intuizioni, pensieri, ipotesi, finanche ardite, ripensamen-
ti, che si presentano al cospetto della mente dell’analista o, peggio, della
“funzione analitica della mente” dell’analista – come purtroppo molti ten-
dono a teorizzare, quasi a voler rivendicare che l’analista, dal punto di vista
epistemologico, è detentore non di un metodo di conoscenza specificamente
rivolto al paziente e alla sua relazione con lui, ma è invece detentore esclu-
sivo, diversamente dagli altri umani, di una efflorescenza ipertrofica che
sgorga, come acqua sorgiva, dal suo privilegiato contatto con l’inconscio:
un’analista insomma che l’esercita, questa “funzione analitica”, comoda-
mente seduto sulla sua poltrona e che “ascolta” questo fluire di sensazioni,
emozioni, intuizioni, pensieri, ipotesi, ripensamenti con “la calma e la forza
dei nervi distesi” del tè deteinato “Infrè” – che, come sappiamo dalla pub-
blicità, “fa bene qui e fa bene qui” (al cuore e alla testa) e che “sospen-
dendo memoria e desiderio”, propone “al fin della storia” il “tocco” dell’in-
terpretazione, come una sorta Cyrano che con la punta del suo fioretto poe-
tico “fa contatto” con il suo interlocutore.
È chiaro che sono esageratamente ironico; tuttavia non si può negare
che alcune narrazioni cliniche danno l’impressione di una “composizione”
pensata e ripensata all’uopo, in cui tutte le parti collimano anche quando
con astuzia narrativa alcune parti non vengano fatte collimare apposta, in
maniera che rimangano deliberatamente insature, al fine di creare un qua-
dro più disordinato, ma apparentemente più autentico.
Naturalmente noi tutti sappiamo, invece, che la tempesta che si agita
dietro il lettino, dentro l’analista mentre ascolta il paziente – e ascolta come
lui è stato ascoltato dal paziente (Faimberg, 1981) – è forse più tormentata,
a volte, del pur tormentato, contraddittorio, disperato “dire” del paziente al-
l’analista. Certo i momenti di calma e di tranquillità, di ascolto rilassato e
all’unisono con il paziente, si presentato con altrettanta pregnanza, e tanto
l’analista quanto il paziente ne possono godere, anche se non necessaria-
mente insieme. Ma anche quando la quiete, la calma, l’ascolto silenzioso ed
empatico si inverano nell’analista, essi sono sempre l’esito di un “lavoro
interno”, non il risultato di un ascolto supposto essere puro e naturale. Co-

68
me ho cercato di mettere in evidenza in un precedente articolo (cfr. Bona-
minio e Di Renzo, 2000) è a questo lavoro che si riferiva, implicitamente,
Winnicott con la sua la famosa, e ormai citatissima, affermazione: “Allor-
ché svolgo una psicoanalisi io miro a: Stare vivo. Stare bene Stare sveglio.
Miro a essere me stesso e a comportarmi di conseguenza” (1962, p. 213)
A cosa si riferiva Winnicott, a quali situazioni cliniche alludeva con la
sua sconcertante affermazione, se non vogliamo relegarla a una “petizione
di principio” volontaristica? In altri termini, quali interferenze, quali difese,
quali resistenze, si frappongono, quale “linguaggio pietrificato” si instaura
nella relazione fra analista e paziente, che ostacolano la possibilità per
l’analista di essere se stesso, di stare sveglio, in sostanza di essere vivo per
il paziente? E di conoscerlo? La questione dell’essere vivi, svegli e dello
stare bene è una questione essenzialmente clinica e dobbiamo metterne in
evidenza, precipuamente, la caratteristica di difficile, faticoso, a volte solo
parzialmente realizzabile, processo interno dell’analista.
Esso non può essere dato per scontato, ma è il risultato, se lo è, di un
continuo percorso di elaborazione, caratterizzato, momento dopo momento,
da ciò che H. F. Smith (2000, p. 96) ha definito in termini di “ascolto con-
flittuale” (“conflictual listening”) per sottolineare con ciò che esso non sfug-
ge, come ogni prodotto psichico, alla natura di formazione di compromesso.

2. Il materiale clinico

Altrettanto intenzionalmente ho usato, appena poche righe più su il


termine, ad alcuni forse inviso, di “materiale” clinico: inviso perché ha il
sapore di un che di oggettivizzante di ciò che il paziente dice all’analista,
quasi facendogli perdere quella caratteristica di discorso individuale, sog-
gettivo, di narrazione personale della propria storia. Tornerò più avanti sul
tema della storia del caso: ora intendo sottolineare che l’espressione
“materiale clinico” ha per me, invece, una sua “bellezza” e comunque una
utilità epistemologica per esplorare i processi conoscitivi da parte del-
l’analista della storia del paziente, perché, cioè, l’espressione da bene l’idea
di cosa l’analista si trova di fronte con ogni singolo paziente, di cosa deve
trattare: è il materiale clinico, il paziente che è, per così dire, padrone del-
l’analisi. Il setting, l’ascolto stanno lì per lui, non per l’analisi in se, perché
se ne compia la funzione.
Il materiale clinico, si potrebbe dire echeggiando una delle metafore di
Antonino Ferro (2006), è l’impasto in cui l’analista deve mettere le mani
per poter cucinare un pane che può venire, di volta in volta, fragrante, op-

69
pure bruciacchiato, oppure scotto o addirittura non sufficientemente cotto.
Per questo spezzo una lancia a favore dell’espressione “materiale clinico”
in questo contesto, non tanto per la parola “materiale” – che pure non gua-
sta nel territorio suppostamente etereo delle emozioni, delle sensazioni,
delle consonanze, delle intuizioni, quanto per l’aggettivo “clinico” che ca-
povolge l’analisi rimettendola con i piedi per terra e restituendo al paziente
il suo ruolo centrale, assolutamente centrale nell’analisi. L’analisi è per lui,
il paziente, la storia è la sua storia, l’analista deve conoscerlo con il suo
metodo – e non con l’afflato della sua ineffabile “funzione analitica” – deve
conoscerlo perché lui, l’analizzando, si conosca attraverso di lui, attraverso
ciò che l’analista in quanto altro gli rimanda; non è che l’analista deve co-
noscere il paziente perché lui, l’analista, si possa conoscere tramite e attra-
verso questa “auto-conoscenza” nella quale anche il paziente – secondo
coloro che “abusano” del controtransfert – si riconoscerebbe.
L’aggettivo “clinico”, inoltre, nel suo significato più nobile, da bene
l’idea – riferendosi al κλίνειν (klinein) al giacere del malato sul letto – del-
l’individualità irriducibile del “soggetto ammalato” alla quale il medico de-
ve accostarsi per conoscerlo e curarlo, così come l’analizzando si stende sul
lettino non per il rito ieratico dell’analisi – di cui “la funzione analitica
della mente dell’analista” sarebbe l’officiante – ma perché sta male e si
aspetta, attraverso la libera associazione del suo discorso, di incontrare, di
imbattersi nella parola derivante dall’attenzione liberamente fluttuante del-
l’analista, che sta lì in quanto è supposto poterlo curare, è supposto poter-
sene prendere cura.

3. Una psicoanalisi per il paziente

Come dice Winnicott in una noterella a piè di pagina di un capitolo


della Natura umana1: “Nota per una revisione: la psicoanalisi comincia con
il paziente + →sviluppare il tema del processo di cooperazione inconscia,
di crescita, e di uso dell’intimità, auto rivelazioni, ‘sorprese’”. Vale a dire: è
il paziente colui intorno al quale “gira” il processo dell’analisi, è la sua sto-
ria la barra stabilizzatrice che garantisce che si parli di lui, e non solo della
relazione con l’analista; non perché la relazione non sia centrale, fonda-
mentale, non perché non sia lo specifico del processo psicoanalitico (e
l’esperienza del transfert ne sancisce l’ineludibilità), ma perché la relazione

1
Si tratta del capitolo 3 della Parte terza del libro, intitolato “Vari tipi di materiale psi-
coterapeutico”.

70
è pur sempre un mezzo per raggiungere il fine dell’individualità del-
l’analizzando, non lo scopo del processo terapeutico.

Quando avrò finito l’analisi, questa analisi che, francamente, sta diventando
troppo lunga anche se certo non mi posso lamentare, quello che mi interessa è
che io sia in grado di fare quelle scelte veramente mie che sono sempre mancate
nella mia storia e che qui con lei ho incominciato a poter fare, incominciando a
cambiare il corso della mia vita: È li fuori, quando sarò solo, che si vedrà – mio
caro Dottor Bonaminio – se la cosa ha funzionato almeno un po’ e non qui dentro
e ora. È facile, ora, che le cose vadano piuttosto bene e nella giusta direzione,
quando siamo in due a pensarle, a esaminarle, a vederle da prospettive uguali ma
anche diverse e coniugabili. È certo – come dice la pubblicità del gelato – che
du’ is mej che uan – ma alla fine, potrei correggere il pubblicitario – it is uan che
se la deve get out from the mess2.

Cosi, approssimativamente, mi disse Mario, 42 anni, mentre si stava


avvicinando alla fase di terminazione dell’analisi, una prospettiva che ave-
va rimesso in moto tutte le sue ansie basiche, il senso di tormentata incapa-
cità e di spasmo doloroso verso una soluzione che non trovava mai. Queste
reviviscenza delle sue ansie era stata preannunciata da un sogno rivelatore,
sin dal suo significato manifesto: c’era lui – amante e pratico di vela – che
nel sogno, “angosciante”, rientrava al porto dopo una tre – giorni di cir-
cumnavigazione di Ponza e Ventotene, lasciava via via gli amici sotto casa
(come se li facesse scendere dall’automobile dopo una serata passata in-
sieme – quegli stessi due amici che avevano “turnato” con lui, di giorno e
di notte, al timone e alle vele) e lui si sentiva incapace, impossibilitato – “in
pieno panico” – di fare da solo la manovra di attracco della barca al porto,
cosa nella quale sapeva di essere ben esperto; nel sogno, invece, c’era il ri-
schio che la sfracellasse contro il molo, anche se poi alla fine ci riusciva
senza dover ricorrere per telefono a quelli della Capitaneria di Porto. Si era
svegliato sudato, come da un incubo ma non era stato un incubo, ma quasi
una vera esperienza di “parcheggiare il legno”.
Solo dopo che mi ebbe detto, qualche tempo dopo, la storia del gelato,
fui in grado di capire meglio il sogno, e di interpretarlo non solo in termini

2
Il paziente usa spesso giochi di parole, mescolando all’Italiano anche altre lingue.
In questo caso, elabora ironicamente il testo inglese “maccheronico” di una nota pubbli-
cità, in cui due ragazzi commentano, mentre mangiano un gelato con due gusti, ma in
realtà apprezzando le forme di una ragazza, forse straniera, che ha più di un solo attributo
al posto giusto, che “due gusti sono meglio di uno”: ci aggiunge però l’espressione idio-
matica inglese, corretta, “to get out from the mess”. Con ciò vuol dire “sapersi tirar fuori
dal casino, dal caos, da solo”, mettendo alla prova la mia capacità di catturare immedia-
tamente i suoi significati personali.

71
di potenti angosce di separazione con sensazioni catastrofiche, nel mo-
mento in cui si affacciava dentro di lui, ancora in modo non formulato, il
progetto di terminare l’analisi, ma anche in termini di sua richiesta al-
l’analista di farsi progressivamente da parte, di essere “scaricato”, per sen-
tirsi legittimato a far da solo, senza cooperazione, senza co-costruzione
della manovra, si potrebbe dire, prendendo un po’ in giro i teorici del co-
struzionismo sociale, per i quali ogni realtà, ogni esperienza è co-costruita.
Ma è ovvio, si dovrebbe dire, che sia co-costruita! Nihil novi sub sole! Mica
siamo ai tempi della “capsula autistico – narcisistica”, o a quelli del solipsi-
smo: l’importante è che la co-costruzione non diventi co-ostruzione alla
crescita individuale dell’analizzando!
Non mi soffermerò oltre su questo tema anche perché l’ho trattato con
una certa dovizia di particolari in altri lavori quando, in pieno entusiasmo
“relazional-costruzionista-compartecipazionista”, mettevo in evidenza uno
dei vizi epistemologici di questo modello, progressivamente dominate nelle
sue varie declinazioni: vizio epistemologico che risiede, a mio avviso, nella
confusione fra “luogo” del processo psicoanalitico, in cui si colloca e si
realizza la dimensione intersoggettiva analista-analizzando e, per così dire,
“oggetto” (come aveva già notato Boesky, 1990) o anche “fine”, direi
“utilizzazione” del processo analitico che ha a che fare esclusivamente con
l’individualità del paziente.
Ho dunque sufficientemente chiarito che il mio interesse per l’espres-
sione “epistemologia del caso” è prevalentemente clinico. Avendo già fatto
riferimento e avendo espresso accordo con l’opzione, tutta winnicottiana,
per questo vertice della psicoanalisi, quello clinico cioè, in quanto centro di
ogni discorso psicoanalitico, e non volendo inflazionare troppo con Winni-
cott questo intervento – che riserverà ancora molte citazioni dal suo lavoro
– mi produrrò in un triplo salto mortale, catapultandomi e catapultandovi al
di là dell’oceano, citando un autore contemporaneo che so essere inviso a
un certo schieramento di psicoanalisti per le sue posizione pragmatiche, ma
che io considero, invece, brillante dal punto di vista clinico, pur non condi-
videndone gli estremismi relativistici. Sicché concordo con Owen Renik
(1993; 1998) quando dice “mi occupo delle asserzioni teoriche solo perché
mi aiutano ad aiutare i mie pazienti. La componente teorica per me è solo
un mezzo che tende a un fine…”.
Quali sono le mie libere associazioni suscitate da questa affermazione
netta di Renik, quasi positivistica ed empirista, tanto più sorprendente in
quanto proveniente dal sostenitore dell’“ineludibile soggettività del-
l’analista”, della relatività assoluta di ogni costrutto psicoanalitico e, in fin
dei conti, da un sostenitore della cosiddetta matrice duale della mente?

72
4. La “mente” come “costrutto ipotetico unitario” anche quando
la si intende come “duale” o “gruppale”

Mi sono ricordato che Bion, all’inizio di uno dei Seminari italiani a cui
ho avuto il privilegio di partecipare nel luglio del 1977, fece distribuire al-
l’uditorio dei fogli fotocopiati, in cui “misteriosamente” erano elencate
delle citazioni: alcune psicoanalitiche, la maggior parte – così mi sembra di
ricordare – altre tratte dalla letteratura, dalla filosofia o dalla scienza. Al-
l’inizio dell’incontro si creò un silenzio improvviso e prolungato tra l’udi-
torio e Bion: io mi guardavo intorno e mi sentivo piuttosto imbarazzato e
insulso con questo foglio tra le mani, che molti dei presenti contemplavano
invece in un modo che a me pareva ispirato, in attesa che, come poi Bion
disse, “i pensieri circolanti nella stanza trovassero un pensatore” nel gruppo
come mente. Sto qui implicitamente facendo riferimento al modello bionia-
no della mente come un “sistema aperto”, continuamente in evoluzione
dotato di un “apparato per pensare” i pensieri.
Riassumo schematicamente, per i fini del mio discorso, questa conce-
zione di Bion (1961, 1965, 1967a; 1967b). La funzione alfa caratterizza la
mente per la sua attività di continua trasformazione. La mente, in quanto
apparato di trasformazione, è una relazione fra parti e funzioni in recipro-
ca evoluzione fra loro. La mente è “gruppale” ab inizio e anche la rela-
zione a due (quella madre-bambino, o quella analista-analizzando, per fa-
re due esempi pertinenti, ma anche il gruppo, ovviamente) ne è un caso
specifico, ma tuttavia peculiarmente significativo per descrivere il suo
funzionamento e quindi il modello. Nella concezione bioniana, “modello
della mente” e “modello della relazione” coincidono (si veda il concetto
centrale della relazione contenitore-contenuto ♂♀): naturalmente sono
consapevole che la descrizione che ne sto proponendo a livello di astra-
zione generale (ma spero non generica) non dà conto delle molteplici e
complesse varietà in cui questa “relazione” si declina in modo specifico a
mano a mano che abbassiamo il livello di astrazione; o – per dirla in altra
guisa – a mano a mano che ci dotiamo di una lente di ingrandimento e
cerchiamo di descrivere e comprendere quello che accade, e come accade,
in una configurazione delimitata: in una seduta psicoanalitica, nell’inte-
razione di un gruppo di bambini, mettiamo dell’età di latenza, che hanno
l’intento comune di giocare a un’avventura, in una famiglia raccolta da-
vanti al televisore e che magari racconta questa interazione in seduta, nel
sogno che ci narra un analizzando disteso sul lettino, nella fantasia a oc-
chi aperti che facciamo mentre siamo soli con noi stessi, nella relazione di
una coppia matrimoniale, ovvero in quello spazio privato, ma altamente

73
significativo in termini di crescita e di sviluppo, che è la relazione di un
bambino attaccato al seno della madre che lo cinge con le sue braccia; una
relazione a sua volta contenuta dalla relazione con il padre all’interno
della famiglia, un intero ambiente intorno alla nursing couple nel quale
scorrazzano fratelli, ma anche i “fantasmi della nursery” (Fraiberg, 1975),
i “visitatori dell’Io” (de Mijolla, 1981), presenze “ego-aliene” (Winnicott,
1969), “ombre di oggetti conosciuti ma non pensati” (Bollas, 1987),
“identificazioni alienanti” (Green, 1980) e “narcisistiche” (Faimberg,
1993) e tutto quel repertorio di “presenze” nel mondo interno dell’in-
dividuo e correlativamente nel corso della seduta analitica, che l’ampia
letteratura sul “trans-generazionale” – che per motivi di sintesi sono qui
costretto a sacrificare – ci ha abituato a riconoscere.
Ciò che intendo mettere in evidenza è che in tutte queste configurazioni
delimitate, così come nella concezione più astratta e generale che ho più
sopra riportato, cioè la mente gruppale descritta da Bion, la mente continua
a rimanere per definizione un concetto unitario: cioè una ipotesi, un co-
strutto sull’esistenza di una struttura che ha delle leggi o modalità di fun-
zionamento che possono essere descritte, comprese, facilitate al cambia-
mento per la crescita. Il fatto che l’ipotesi, il costrutto di questa “struttura”
venga descritta in termini relazionali nulla toglie alla sua qualificazione di
essere “unitaria”, ma naturalmente molto aggiunge alla descrizione che
possiamo dare di questa “unità” ipotetica, i cui confini possono essere più o
meno ampi e i cui contorni più o meno flessibili.
Un aspetto in particolare mi interessa chiarire in questo contesto: rife-
rito al concetto di mente, l’aggettivo unitario, individuale non significa
“isolato”, “autosufficiente”, “indipendente” dal contesto e dalla relazione
costante con l’ambiente. È questo fraintendimento epistemologico che, se-
condo la mia opinione, è alla base di quello che io considero uno dei
“tormentoni” del dibattito nella scena psicoanalitica contemporanea: vale a
dire, la critica serrata al “mito” della mente isolata, che sarebbe consustan-
ziale, per così dire, al modello freudiano della mente
In effetti, per esempio, in “Precisazioni sui due principi dell’accadere
psichico” (1911) Freud sostiene in modo inequivocabile – con quelle con-
seguenze cliniche e tecniche che una affermazione del genere comporta – la
priorità della pulsione, della rappresentazione, in breve della realtà interna
rispetto alla realtà esterna che sarebbe secondaria3.

3
“[A causa della] mancanza dell’atteso soddisfacimento [realizzato in guisa allucinato-
ria] l’apparato psichico ha dovuto risolversi a rappresentare a se stesso, anziché le condizio-
ni proprie, quelle reali del mondo esterno, e a sforzarsi di modificare la realtà. Con ciò si è
instaurato un nuovo principio di attività psichica: non più è stato rappresentato quanto era

74
Tuttavia Freud scrive anche che:

Si obbietterà che una simile organizzazione che è schiava del principio del
piacere e che trascura la realtà del mondo esterno, non potrebbe mantenersi in vita
neanche per un breve momento, per cui si dirà che non può essere realizzata affat-
to; l’utilizzazione di una finzione di questo genere – prosegue Freud – si giustifica
tuttavia se si considera che il lattante – purché vi si includano le cure materne –
realizza pressappoco un tale sistema psichico (1911, p. 454).

Non intendo certo sostenere che Freud “aveva detto tutto” e che il suo
modello della mente include già quello che oggi sappiamo e possiamo con-
cettualizzare, anche se va sottolineato che in quell’espressione “utilizza-
zione di una finzione” c’è una impressionante consapevolezza della relati-
vità delle sue affermazioni e del loro carattere di costrutti finzionali e non
oggettivi4.
Ho citato questo passaggio perché quell’inserto di Freud – “purché vi si
includano le cure materne” – è stato “colto” da Winnicott e sviluppato in
modo piuttosto esteso in un saggio su “La teoria del rapporto infante-
genitore” (1961), che è una specie di summa della sua concezione dell’im-
prescindibilità dell’ambiente e della relazione individuo-ambiente per de-
scrivere lo sviluppo, comprendere e spiegare la psicopatologia, dar conto
delle potenzialità terapeutiche e anche di quelle antiterapeutiche della psi-
coanalisi in quanto relazione.
Questo saggio è del 1961 e retrospettivamente include, potremmo dire
porta stratificato dentro di se, quel modello della mente e della relazione
che, tanto per citare, è già chiaramente delineato nel 1945 allorché egli de-
scrive “madre” e “bambino” (in quanto metafora del rapporto analista e
analizzando) come “due fenomeni che non entrano in rapporto l’uno con
l’altro finché non hanno un vissuto comune”: una prima descrizione di quel-
l’area transizionale fra il se e l’oggetto o, se si vuole, tra due soggetti, che
costituisce un allargamento e una ridefinizione del modello della mente a
partire dal modello della relazione, in quanto spazio psichico che include
l’altro, cioè un luogo “tra”, sia nella sua declinazione intrapsichica che
intersoggettiva. Se volessimo retrodatare ulteriormente la descrizione origi-
naria di questo modello della mente generato da un modello della relazione,

piacevole, ma ciò che era reale anche se doveva risultare spiacevole” (Freud, 1911, p. 454
[S. E., p. 220]).
4
Una consapevolezza epistemologica che, paradossalmente, latita spesso nei suoi più
acerrimi critici contemporanei che ipostatizzano, reificano, e ontologizzano proprio quella
relatività di visione “post-moderna” in nome della quale si contrappongono al suo
“scientismo” e al suo “positivismo”.

75
potremmo risalire fino al 1941 quando Winnicott – come egli stesso rac-
conta (1952) – si scoprì a dire: “There is no such a thing as a baby”, “il
neonato è qualcosa che non esiste!”.
Prosegue Winnicott:

In un tono più tranquillo oggi [1952] direi che la situazione che precede la
relazione oggettuale è la seguente: l’unità non è l’individuo bensì una struttura
costituita dall’ambiente e dall’individuo [the unit is an enviroment-individual set-
up]. Il centro di gravità dell’essere non parte dall’individuo. Esso è in questa
globalità [total set-up]. Attraverso un apporto ambientale “sufficientemente buo-
no” [cura del bambino, tecnica della cure materne, holding ecc.] l’involucro pro-
gressivamente cadrà e il nocciolo (che fin dall’inizio noi [in quanto adulti] ab-
biamo continuato a vedere come un piccolo umano) può incominciare a essere un
individuo (1952, p. 1225)

Anche in questo caso, come per Freud e per Bion, mi sono soffermato
su questa citazione tratta da Winnicott per esplicitare la descrizione di un
modello della mente collegato, attraverso una riverberazione reciproca, a un
modello della relazione: in particolare a un relazione terapeutica il cui pa-
radosso, come nel rapporto madre-bambino, consiste nel fatto che la rela-
zione ineludibile con l’altro consente all’individuo di trovare il sé. Relazio-
nalità e individualità sono dunque in un rapporto dialettico e paradossale. Il
passo decisivo compiuto da Winnicott e Bion in questa direzione clinica e
teorica della psicoanalisi deve essere riconosciuto.
Torno brevemente al corso delle mie associazioni libere menzionate al-
l’inizio. Una delle citazioni fatte trovare da Bion su quel foglio distribuito
in quel seminario era tratta da Freud:

Tra la vita intrauterina e la prima infanzia vi è molta più continuità di quel


che non ci lasci credere l’impressionante cesura dell’atto della nascita (Freud,
1925, p. 286).

Evidentemente quella citazione lasciata circolare da Bion ha, per così


dire, lavorato dentro di me se oggi mi sembra che si possa affermare, pa-
rafrasando Freud e passando per Bion, che c’è molta più continuità nel-
l’evoluzione del modello della mente della psicoanalisi di quanto non la-
sci credere l’esagerata enfasi contemporanea sugli aspetti interattivi, rela-
zionali, intersoggettivi, spesso auto-descritti dai suoi sostenitori in termi-
ni di “impressionante cesura” rispetto al “vecchio” e ormai inutilizzabile

5
Traduzione italiana leggermente modificata rispetto a quella pubblicata nell’edizione
presso Armando.

76
modello della mente, supposto essere solipsista e individuale. Il rischio di
questa posizione è quello di gettare via insieme all’acqua sporca anche il
bambino. Il “bambino”, in questo caso, è il concetto di mente come co-
strutto ipotetico di una unità funzionale che si costituisce tramite l’altro,
che lo mette in relazione con l’altro ma anche con se stesso (cfr. Bonami-
nio, 2000)
Più sopra ho sostenuto che il mio interesse per queste questioni è pre-
valentemente clinico. Analogamente ritengo che le trasformazioni che sono
avvenute nel modello psicoanalitico della mente e della relazione siano
state determinata da un progressivo riconoscimento dell’importanza di de-
finire lo statuto di quella dimensione connaturata con la nascita stessa della
psicoanalisi, cioè il transfert, sempre sul punto di essere rimossa: vale a di-
re che la psicoanalisi è fondamentalmente una relazione fra due persone.
È la clinica, vale ha dire la situazione terapeutica, che ha modificato
la psicoanalisi, analogamente a come la clinica fin dall’inizio ha dato ori-
gine al modello di funzionamento mentale elaborato dalla psicoanalisi. Il
ruolo centrale della psicopatologia e della situazione terapeutica come
fonte d’elezione dei dati su cui si è costruito il modello teorico della psi-
coanalisi, tende a essere sottovalutato dopo essere stato oggetto di un
massiccio lavoro di ridimensionamento per correggere quella che è stata
considerata una eccessiva inclinazione “patomorfica” della psicoanalisi
(Bonaminio, 2001, 2008).
Analizziamo, allora, con una certa attenzione, la citazione che segue
che risale al 1949:

Il campo di maggior interesse per la ricerca di… [una] nuova teoria sta nel
comportamento dell’analista nella situazione analitica, o, se vogliamo esprimerci in
maniera più appropriata, nel contributo dell’analista alla creazione e al manteni-
mento e allo sviluppo della situazione psicoanalitica.

Così scriveva, addirittura, appunto, nel 1949, Michael Balint. Uno dei
punti centrali della sua riflessione di quel tempo risiede proprio nella consi-
derazione che il limite delle definizioni dei fenomeni clinici è che esse
“trascurano un aspetto essenziale: che cioè tutti questi fenomeni accadono
in una interrelazione fra due individui… che muta e si sviluppa costante-
mente”. Già allora sottolineava – e già allora era parte della riflessione psi-
coanalitica sul modello della mente – che “è possibile avere un’idea delle
deformazioni che avvengono mentre si descrivono le esperienze della clini-
ca psicoanalitica [cioè una relazione] (two-body psychology) con il lin-
guaggio della psicologia unipersonale (one-body psychology)” quale è la
teoria psicoanalitica classica

77
L’irruzione della dimensione del controtransfert, cioè della qualità della
partecipazione dell’analista – irruzione mobilitata, non è forse nemmeno il
caso di ripeterlo, dall’accoglimento in analisi di un tipo di interlocutori di-
versi da quelli originari freudiani, vale a dire i pazienti cosiddetti borderli-
ne, narcisisti, schizoidi, psicotici e bambini – nella misura in cui ha inco-
minciato a mostrare l’altra metà del cielo dello scenario psicoanalitico, ha
forzato un ripensamento e una profonda ridefinizione dell’intera situazione
analitica e – ma in modo molto meno radicale e più disomogeneo – delle
concezioni sul modello della mente che ne derivano.
È dunque in questa irruzione del controtransfert nello scenario analitico
che io personalmente vedo uno dei principali fattori di cambiamento e di
evoluzione del modello psicoanalitico della mente e della relazione, attri-
buendovi però non le caratteristiche di una impressionante cesura ma di un
lento, progressivo, necessario cambiamento, che parla della vitalità della
psicoanalisi, e delle sue applicazioni come metodo di cura, non dei “ferri
vecchi” del suo armamentario una volta liberatici definitivamente dai quali
“le magnifiche sorti e progressive” ci attenderebbero (Bonaminio, 19**).

5. Di chi è l’interpretazione nella seduta analitica?

Certamente l’interpretazione nella seduta è dell’analista, è lui che le fa al


paziente. Ma la storia non è tutta qui. Troppo scontato! Ho esordito più sopra
specificando – a scopo auto-dichiarativo o di “auto-denuncia” – che avrei
proposto una “affermazione molto semplice” a proposito dell’epistemologia
del caso. Nell’usare la dizione una “affermazione molto semplice” non inten-
do apparire tuttavia falsamente semplicistico. Tutt’altro: mi riferisco a un
precedente autorevole, anzi per me autorevolissimo. È Winnicott infatti che,
con disarmante acume, e con l’intento di “smontare”, per così dire, la costru-
zione ipertrofica stratificatasi nella psicoanalisi intorno al concetto di
“interpretazione”, nell’affrontare questo tema, centrale di tutta la psicoanalisi
stessa (come ha mostrato Paolo Fabozzi nella sua esauriente Introduzione al
libro da lui curato, Forme dell’interpretare), esordisce proprio con questa
espressione: “avanzerò una affermazione molto semplice sull’interpretazio-
ne”, nell’articolo del 1968, “L’interpretazione in psicoanalisi”.
Così scrive Winnicott: “Lo scopo dell’interpretazione deve includere la
sensazione che è stata fatta una comunicazione che necessita un riconosci-
mento […] L’interpretazione dà al paziente l’opportunità di correggere i
fraintendimenti […] [Nell’interpretazione] l’analista riflette (reflects back)
ciò che il paziente ha comunicato” (1968, p. 232).

78
Disarmante: eppure particolarmente pregnante, particolarmente vera, si
potrebbe dire perché è semplice. Si noti, per altro, che dal punto di vista
epistemologico, introducendo forse surrettiziamente, la parola “scopo” –
cioè scopo dell’interpretazione – Winnicott cambia il registro concettuale
del termine che intende discutere, ovvero gli restituisce il suo significato
originario (inter praetium dare, il negoziare tra due persone) perché riesce a
re-includere “in un sol colpo” il paziente, l’analizzando che, anzi, diventa
dialetticamente soggetto dell’interpretazione: l’interpretazione non è più
l’atto supremo dell’analista, non è l’apice della funzione analitica, ma è
fatta per il paziente perché gli venga riconosciuto che qualcosa da lui è
stato comunicato all’analista e che l’analista l’ha recepito. Più avanti, torne-
rò sulla valenza epistemologica di questa affermazione di Winnicott sul-
l’interpretazione, anche in riferimento a un’analoga, per quanto distingui-
bile, asserzione di Bion secondo il quale, come scriverà circa dieci anni do-
po in Seven Servants (1977a): “Le interpretazioni sono teorie che l’analista
fa sulle teorie che l’analizzando fa dell’analista”.
Con la citazione dell’affermazione molto semplice di Winnicott, il mio
intento non è dunque semplicistico o semplificante, ma è piuttosto quello di
porre nella dovuta evidenza la necessità di radicare, quanto più è possibile,
i nostri concetti psicoanalitici, le nostre costruzioni nell’esperienza clinica
che si fa nella stanza di analisi, come unico luogo dal quale siamo legitti-
mati a parlare in quanto psicoanalisti.

6. Che cosa intendo io per “epistemologia del caso”?

Lasciatemi scomporre questa espressione allo scopo di avanzare la mia


“affermazione molto semplice”.
Partirò dalla parola caso: il caso è, per così dire, l’essenza della psico-
analisi, in quanto, facendo riferimento all’individualità irriducibile del sin-
golo paziente in analisi, essa fa del caso clinico la base stessa del suo di-
scorso. L’epistemologia l’intendo come quella riflessione sul processo di
conoscenza che nel caso del caso – mi si passi l’involontaria ma inevitabile
ripetizione della parola – porta a comprendere non solo cosa si conosce, se
lo si conosce, e fino a che punto, ma anche come lo si conosce: quali sono,
cioè le determinanti pre-concettuali che inevitabilmente orientano la cono-
scenza e altrettanto inevitabilmente influenzano le scelte di ascolto del-
l’analista e la sua “tecnica”, nel senso più nobile del termine6 Il nodo cru-

6
Nell’accezione etimologica del termine greco di techne; si veda il lavoro di Vassalli (2001).

79
ciale della questione è l’uso che l’analista fa di queste pre-determinanti
concettuali, nell’ambito di quella dialettica fra teorie pubbliche e teorie pre-
consce private, secondo l’utile distinzione proposta ed esaminata da San-
dler (1983): una dialettica che può prevedere, per iperbole, il caso di
un’analista che professa “pubblicamente” un approccio relazionale e inter-
soggettivista accentuato, ma che privatamente ne fa un uso molto più limi-
tato e che nel lavoro terapeutico con il suo paziente di fatto tiene poco
conto della relazione.
Fatta questa affermazione dichiarativa su cosa io intendo per “episte-
mologia del caso”, una dichiarazione intenzionalmente semplice, posso
solo riuscire, a stento, a tenere a bada, perché non entrino nel palcoscenico
scarno che ho intenzionalmente creato, una serie di evocazioni, veri e pro-
pri fantasmi concettuali che invero si aggirano dietro le quinte e che è co-
munque necessario tener presente, perché una “affermazione molto sempli-
ce” non diventi semplicistica. Se parlo di conoscenza in relazione alla si-
tuazione analitica parlo inevitabilmente di ascolto e di natura dell’ascolto
dell’analista: cosa ascolta l’analista o cosa crede di ascoltare. E allora il
fantasma dell’ascolto dell’ascolto della Faimberg aleggia tra le quinte. E da
esso non si può prescindere in termini epistemologici; ma a maggior ragio-
ne non si può prescindere dal discorso bioniano delle trasformazioni (speci-
ficamente quelle contenute in Transformations, 1965) e dalla potente sug-
gestione epistemologica alla quale la sua argomentazione ci vincola: penso
alla sua teoria del “fatto scelto” (selected facts), o alla sua fulminate intro-
duzione a Second Thoughts (1967a) che sembra fatta apposta per adattarsi
alla nostra argomentazione, e naturalmente per illuminala.
Quello della trasformazione è un concetto che conviene brevemente
trattare, dal punto di vista epistemologico, proprio nel momento in cui la
“storia di vita” che il caso porta in sé, entra in analisi. Del libro in que-
stione, Second Thoughts, mi interessa in questo contesto l’Introduzione
(epistemologica) alle sue “riflessioni a posteriori” su quella serie stupefa-
cente di casi che riguardano appunto, fondamentalmente, l’analisi degli
schizofrenici: sembra, in sostanza, che Bion parli proprio dell’epistemo-
logia del caso e che, anzi, chi ha ordito la trama del Convegno i cui arti-
coli sono riuniti e selezionati in questo volume, e in particolare chi ha
“ordito tout court” di raccogliere7 degli psicoanalisti intorno a un tavolo

7
Mi riferisco in particolare a Maurizio Balsamo che ha co-organizzato il “XX Incontro
Internazionale dell’ASIHP” (Associazione Internazionale di Storia della Psicoanalisi) sul
tema “Storie di casi, storie di pazienti”, e in particolare alla tavolo rotonda su “L’episte-
mologia del caso” cui ho avuto l’onore di partecipare insieme a Domenico Chianese, a Fran-
cesco Conrotto e allo stesso Balsamo.

80
per discutere dell’epistemologia del caso, sembrerebbe aver avuto in
mente proprio questo specifico passaggio di Bion. Non si può fare a meno
di leggerlo abbastanza per esteso, per quanto sacrificando qui e là alcune
importanti capoversi.
Cosi egli esordisce:

Quando si prende in mano una raccolta di articoli di psicoanalisi, ci si prepara


di solito a leggere delle storie cliniche. Questo libro non fa eccezione alla regola: il
lettore vi troverà delle anamnesi, racconti di sedute, associazioni portate dal pa-
ziente, interpretazioni fornite dall’analista. Personalmente, ho sempre sospettato
che questo tipo di resoconto sia passibile di un’obiezione: che narrare un caso o
riferire le interpretazioni datene sono due modi diversi di dire la stessa cosa o due
cose diverse dette sullo stesso fatto. Quello che all’inizio era solo un dubbio, in se-
guito è diventato convinzione; durante questi anni ho cercato di formulare le ragio-
ni di questa mia convinzione in tre opere: Apprendere dall’esperienza, Elementi di
Psicoanalisi, Trasformazioni. In ognuna di esse ho tentato di portare avanti un di-
scorso e di conferire una precisione sempre maggiore alle formulazioni esposte.
Ora che è giunto il momento di pubblicare un’antologia dei miei vecchi lavori, la
consapevolezza che nel frattempo le mie opinioni in materia di metodo psicoanali-
tico sono mutate mi rende poco incline a presentarli senza fare menzione del cam-
biamento intervenuto. Perciò, se si vogliono leggere gli articoli nella presentazione
originale, il volume li riporta tali e quali: ho però ritenuto opportuno di farli seguire
da alcune considerazioni che riflettono la graduale modificazione delle mie vedute.
Io non credo che narrare il caso equivalga a riferire dei dati di osservazione – o che
questi riguardino i quanto fu detto dal paziente o quello che disse l’analista – né
tanto meno che esso dia un resoconto obbiettivo dello svolgersi degli avvenimenti.
[…] in ogni resoconto di seduta, indipendentemente da quanto tempo sia passato e
da chi sia stato redatto, non si dovrebbe considerare il ricordo nulla più che
l’illustrazione di un’esperienza emotiva (Bion, 1967a)8.

Sarebbe fuori luogo, perché scontato, fare riferimento al fatto che la


psicoanalisi è nata con Freud sulla narrazione dei casi. Per altro molti de-
gli autori che contribuiscono a questo volume fanno esplicito riferimento
a questa radice freudiana dell’importanza della “casistica clinica” (cfr. ca-
pitolo 1 di questa parte) delle storie di vita individuale che entrano nella
stanza di analisi e che, entrandovi, si trasformano nel momento in cui
vengono dette all’analista. È solo il caso di ricordare, tuttavia, che i primi
concetti clinici della psicoanalisi, su cui si è fondato inizialmente il mo-
dello della mente – concetti le cui vestigia sopravvivono più o meno le-
gittimamente ancora oggi, per esempio “resistenza”, “rimozione”, “di-

8
Traduzione leggermente modificata nell’ultima parete rispetto a quella del testo italia-
no pubblicato presso Armando.

81
fesa” – sono la trascrizione teorica delle modalità di “funzionamento
mentale” osservato clinicamente nel trattamento delle pazienti isteriche.
Oggi naturalmente siamo in grado di ripensare quei concetti, apprezzarne
la loro ristrettezza o scarsa utilizzabilità con certi pazienti, ma anche di
rintracciarne, svelarne la loro origine dentro la stanza d’analisi: quando
cioè le giovani donne distese sul lettino del Dottor Freud “resistevano” al-
l’ineludibile intrusività del suo metodo di cura, si “difendevano” dalla sua
richiesta di dire tutto ciò che poteva venire loro in mente, “rimuovevano”
ciò che era sgradito fuori dal campo relazionale tra loro e il medico, es-
sendo “più interessate” al rapporto con lui che tuttavia conteneva in una
nuova edizione (il transfert) di qualcosa che era già avvenuto, e che tutta-
via si costruiva, si co-costruiva si direbbe dire oggi, ex novo in quel mo-
mento. “I fenomeni di traslazione – scriveva Freud nel 1912 – … ci ren-
dono il servizio inestimabile di rendere attuali e manifesti gli impulsi
amorosi occulti e dimenticati, dei malati. In effetti, checché se ne dica,
nessuno può essere battuto in absentia o in effigie”.

7. La base “percettiva” o “clinica” dei modelli o delle teorie psico-


analitiche e come agiscono nel processo conoscitivo della seduta

Sul fatto che i modelli psicoanalitici che usiamo rivelano, inevitabil-


mente, le vestigia cliniche da cui si sono originati, così Bollas si esprime, in
una conversazione/intervista con me recentemente pubblicata in inglese e in
italiano:

Gli psicoanalisti pensano ai modelli della mente più recenti come a “progressi”
nel modo sbagliato. Tali nuovi modelli effettivamente aumentano la comprensione
della mente, ma non sostituiscono i modelli precedenti. Questo fuorviante pregiu-
dizio modernista, secondo il quale qualunque sviluppo intellettuale migliora sem-
pre i punti di vista esistenti, ha purtroppo portato all’abbandono di importanti mo-
delli precedenti della mente. Ciò mi ha portato ad apprezzare il valore delle teorie
psicoanalitiche come forme di percezione. Una teoria vede delle cose che le altre
non vedono. La teoria freudiana della logica della sequenza embricata nel flusso
del libero parlare consente di percepire quella logica. Se non abbiamo imparato
come vedere le cose in questo modo, la logica sequenziale passerà inosservata e
mancheremo un campo straordinariamente importante di materiale inconscio. Le
posizioni ps e d della Klein consentono di vedere forme di scissione e di integra-
zione che non sono osservabili altrimenti (Bollas, 2007, pp. 85-87, corsivi miei).

Egli ribadisce con forza il carattere metaforico dei modelli e delle teo-

82
rie psicoanalitiche ma espande ulteriormente questa visione quando affer-
ma, non senza una punta di polemica pungente:

Non mi interessa se le metafore di Freud sono idrauliche o elettriche, tanto


quanto non mi importa che il modello kleiniano-bioniano dell’ingestione, digestio-
ne, metabolizzazione sia di tipo alimentare. Il punto è: si capisce quello che la me-
tafora vuole trasmettere? Questa è la definizione di una metafora: un sistema di tra-
sporto mentale. Quindi, ci dice quello che intende trasmettere o no? (ivi, p. 87).

Non credo che si possa sottovalutare la rilevanza di queste osserva-


zioni. Sempre nella prospettiva di mantenere in tensione dialettica
l’aspetto di “oggettivazione” della teoria con quello di percezione “sog-
gettiva” (partecipata) della realtà, Bollas porta la sua argomentazione fin
dentro il confronto “pratico” di alcuni modelli contrapposti, generalizzati
dai loro sostenitori, e ne mostra, con una certa dose di umorismo caratte-
ristico della sua scrittura, le contraddizioni paradossali che rischiano di
determinare l’emi-paralisi della comprensione di una parte importante del
discorso del paziente, quando, appunto, tali modelli vengono
“universalizzati”. Così prosegue:

In termini geopolitici, il modello strutturale viene associato agli americani e


quello topografico al resto del mondo classico. Si potrebbe addirittura parlare di una
specie di guerra culturale. E in effetti il modello strutturale e la psicologia dell’Io
erano popolari soprattutto tra gli analisti infantili perché questi modelli “vedevano”
lo sviluppo psichico che non era visibile negli altri modelli della mente. Provate a
immaginare lo sviluppo psichico secondo il modello topografico. Vi auguro buona
fortuna. I francesi, in particolare, consideravano spurio il concetto di sviluppo del-
l’Io. Astutamente sottolineavano che se l’inconscio è senza tempo, l’intera nozione di
sviluppo psichico si basa su una premessa psichica fallace. Sì, ovviamente c’è uno
sviluppo – ce ne sono segni interni ed esterni – ma questo sviluppo di per sé non ha
niente a che fare con la vita inconscia. La vita inconscia non fa distinzioni temporali
di nessun tipo, anzi vive in un suo regno temporale privo di sviluppi. L’idea dello
sviluppo psichico… [sarebbe] una favoletta raccontata da quelli che sembrano avere
un’idea più commerciale del Sé come prodotto progressivo (ivi, p. 87, corsivi miei).

Questo tipo di argomentazione si riconnette direttamente, espandendolo, al


tema della “storia”, esposto sia nelle due interviste con me che nei due saggi,
l’uno sul significato della teoria e sulle interpretazioni di transfert nel “qui-e-
ora”, ma già affrontati con impeto discorsivo in Cracking up (Bollas, 1995).
Un tema, quello della “storia” che, per contaminazione con altri titoli di capi-
toli sparsi in libri precedenti, potrebbe anche essere “titolato” come “Che cos’è
quella cosa chiamata storia (del paziente)?”: con il medesimo piglio, infatti,

83
anche qui Bollas prende di petto un tema centrale della pratica analitica con-
temporanea per riformularlo, riesaminandolo radicalmente.

Molti analisti – egli scrive – stanno perdendo il diritto di considerare il mondo


interiore dei propri pazienti, proprio perché sono riluttanti a prenderne sul serio il
passato fattuale e finiscono così per affidare questo compito a veri e propri investi-
gatori. Tuttavia con l’attuale fortuna del concetto di osservazione transferale legata al
qui-e-ora viene proposto un nuovo e ben preciso tipo di ricerca fattuale: si suggerisce
l’idea che possiamo pronunciare una sentenza solo sul fatto clinico (ivi, p. 80).

La critica di Bollas è radicale: “A mio avviso la psicoanalisi sbaglia


quando si distoglie costantemente dalla presentazione del reale, rifugiando-
si o in una teoria dello sviluppo narrativo, o in un empirismo mal fondato
dove i soli fatti riconosciuti sono quelli attualizzati nel transfert”. Non è
questo tema, l’anticipazione di quella pungente critica alle interpretazioni
psicoanalitiche nel qui-e-ora che trova pieno, ma non definitivo, compi-
mento nel saggio contenuto in Il momento freudiano?

8. Un commento dettagliato a “La follia della madre che appare nel


materiale clinico come fattore ego-alieno”: un lavoro di Winnicott
come esemplificazione dell’epistemologia del caso e della seduta

Arriviamo quindi, finalmente, a vedere come la storia di Mark si appa-


lesa a Winnicott che l’ascolta secondo vari vertici, quasi indicati in succes-
sione dal bambino stesso e che, nel momento in cui viene narrata, si tra-
sforma e può essere formulata in una ipotesi coerente, plausibile fino a es-
sere trasmessa verbalmente al bambino.
Si tratta di una unica seduta e di una unica interpretazione alla quale
Winnicott approda per tentativi ed errori, con l’onestà e l’agilità di saper
retrocedere e cambiare direzione nel momento in cui si rende conto – dai
segnali che il bambino in relazione con lui gli rimanda (transfert/contro-
transfert) – che non è quello il sentiero giusto da imboccare per giungere a
scoprire il nucleo, il nodo del problema di Mark, “che si sente un niente” e
che a tratti è invaso dalla pazzia della madre.
Così esordisce Winnicott:

In un mio recente caso l’improvvisa intrusione di materiale “estraneo” dovette


essere notata, capita e interpretata9.

9
Per motivi di chiarezza espositiva – e per evitare un continuo riferimento ai numeri di

84
Si noti subito, per intanto, il significato epistemologico, oltre che tecni-
co, della sequenza “notare, capire, interpretare”.
La velocità con cui Winnicott, in modo fulmineo, condensa i processi
conoscitivi (epistemologici) dell’analista che transitano dentro di lui fino
all’interpretazione per raggiungere il paziente, riassume, per me in modo
mirabile, l’essenza del processo psicoanalitico osservato dal vertice del-
l’epistemologia del caso.
Aggiungerei a queste riflessioni quella sull’insistenza sul verbo non
optativo, ma imperativo “dovette” che ci dice molto, a mio avviso, del
“compito e della responsabilità” dell’analista di fronte al paziente.

Il paziente era un bambino di sei anni che mi fu inviato perché non riusciva a
usare la sua brillante intelligenza e invece mordeva fino a romperli i guanti, il cap-
potto, la cravatta e il maglione e defecava solo in un vaso vicino a quello dei geni-
tori. Inoltre esigeva una routine piuttosto rigida e mangiava solo alcuni tipi di cibi.
Non è necessaria in questa sede una descrizione dettagliata del caso, perché
qui ho solo l’obiettivo limitato di descrivere il colloquio terapeutico con il bambino
l’unica volta che lo vidi.

Winnicott rinuncia alla descrizione del caso per motivi di tempo e spa-
zio ma ci dice contemporaneamente che la storia del caso è nel background
ed è tenuta in gran conto: è l’ossatura di ciò che si può percepire nel qui-e-
ora della relazione.

Il colloquio ebbe effetto positivo perché riuscii a distinguere la confusione


della mente del bambino dalla confusione che era stata introdotta nella sua vita da
alcune caratteristiche della madre. Il lettore può dare per scontato che questo figlio
unico era molto amato dai genitori e che la famiglia non era a rischio di rottura. Il
padre era un professionista e la madre aveva un diploma di insegnante.
Per avere un quadro utile della seduta devo chiedere al lettore di seguire molti
dettagli che debbono essere riferiti solo perché danno continuità al materiale.

I “dettagli che danno continuità al materiale” sono l’anima del caso


clinico e della narrazione di esso e Winnicott non ne trascura l’importanza
ma anzi ne esalta il significato conoscitivo, sia per il lettore che è esterno
alla relazione clinica, e che quindi “non sa” quello che l’analista sa, sia
per l’analista stesso che non solo è immerso nella relazione con il pa-

pagine che appesantirebbe il testo porrò in un formato diverso, “rientrato”, il testo di Winnicott,
e i miei commenti alternati ai passi di Winnicott secondo la formattazione dell’intero capitolo.
Per utilità e convenienza del lettore ricordo l’arco di pagine in cui è compreso il lavoro di Win-
nicott va da 398 a 405 del volume Esplorazioni psicoanalitiche (Winnicott, 1969).

85
ziente ma che contemporaneamente ne è al di fuori, è alla ricerca continua
di quei particolari individuali che diano senso al “materiale”. Torna qui,
nel repertorio terminologico di Winnicott, la parola “materiale”, che ha
appunto uno spessore semantico peculiare come è felicemente illustrato in
un capitolo del libro postumo Sulla natura umana (1954-1967 [1983])
(Human Nature) che credo sia unico, in tutta la letteratura psicoanalitica,
nel trattare e nel distinguere i “vari tipi di materiale psicoterapeutico”.
Motivi di tempo non mi permettono di soffermarmi oltre su questo tema
winnicottiano, particolarmente originale e condensato di significati. Tor-
niamo al testo di Winnicott:

Il bambino e io giocammo al “gioco dello scarabocchio” insieme e fu facile


per me trovare la sua capacità di apprezzare il gioco e di giocare con lui. Questo è
ciò che successe durante l’esecuzione dei disegni: dopo una discussione vaga a
proposito della sua casa e della sua famiglia, preparammo la carta e due matite e io
cominciai con il primo scarabocchio.
1. Mio, e lui l’ha trasformato in un asino, offrendo come alternative maiale, mucca,
cavallo e cane. “Ha un occhio buffo”. Qui, nell’occhio buffo abbiamo già un rife-
rimento all’imprevedibile.

2. Suo, dice che è una testa e io le ho dato un corpo femminile.

86
3. Mio e lui l’ha trasformato in una buffa testa. Notate il ricorrere del tema “buffo”,
che ne indica il significato. Fece un riferimento a me che apparteneva alla valuta-
zione che la madre aveva di me. Sembra che la madre possegga un mio libro e che
il bambino l’abbia visto, quindi disse: “Tu scrivi bene di testa”. Penso che
l’elaborato scarabocchio sulla fronte si riferisse al cervello, come se fosse un ri-
tratto di me visto attraverso gli occhi della madre. “L’uomo ha un buffo naso con
tre narici. Le orecchie sono dietro e non si vedono”.

Mi disse di altre cose che sapeva disegnare tra le quali un autobus e richie-
se di avere dei pastelli colorati. Mi aveva già usato per parlare dell’idea di
qualcosa di buffo a proposito della mente. Io, naturalmente non feci alcuna in-
terpretazione. Le tre narici potevano essere la follia, ma nel-l’area del gioco del
bambino.

Si noti l’impressionante progressione di Winnicott, nell’individuare,


passo dopo passo nell’esecuzione degli squiggles, l’emergere di un ele-
mento “buffo”, “strano”. Si tratta naturalmente proprio di quella determi-
nante pre-concettuale che orienta l’osservazione clinica, ma che rivela chia-
ramente anche, sul piano epistemologico, ciò che Bollas (2007) chiama la
“natura percettiva delle teorie” e che io, più sopra, ho definito nei termini
della loro “derivazione clinica”. Cosi prosegue Winnicott nella sua stringata
elencazione:

4. Qui la carta si strappò per il modo vigoroso di scarabocchiare. Sulle prime non
riuscì a disegnare niente.
5. C’è una sorta di mistero in questo. L’ha disegnato lui e nell’angolo fece un se-
gno. Il segno faceva anche parte di una M ed è un gioco di parole sul suo nome.
Disse: “E un niente”. Aveva raggiunto una difesa estrema, perché se è un niente
non può essere ucciso o ferito dal peggiore dei traumi immaginabili.

87
Il processo conoscitivo di Winnicott incomincia a prendere forma:
esemplare dal punto di vista dell’intuizione clinica è il suo farsi guidare
dal quel “segnetto” incomprensibile al lato dello squiggle che lo porta a
chiedere al bambino cosa sia. “It’s mark”, un segno, “un niente”, dice il
bambino: Mark “si sente un niente”, come quel segnetto (mark) trascura-
bile. Una prima ipotesi interpretativa, una prima gestalt ha già preso for-
ma, ma vari cambiamenti di direzione saranno necessari a Winnicott pri-
ma di imboccare la strada giusta; una prima ipotesi interpretativa che ha
preso forma ma che attende altri sviluppi clinici, altre trasformazioni, per
essere capita e interpretata.

Seguii il tema parlandogli del disegno come di un modo per fare uscire qual-
cosa dalla sua testa e metterlo sulla carta.

“Seguii”, scrive Winnicott, come chi che ha trovato una pista da segui-
re, un sentiero da percorrere perché porta da qualche parte.

Parlò del modo in cui a volte il treno deve fermarsi per far passare un rapido.
Disse: “Il nostro treno è bloccato perché debbono spostare gli scambi e poi pos-
siamo tornare”.

Potremmo dire, con lo sguardo del poi, che è qui, in queste parole

88
del bambino, che il materiale “alieno”, che preme dall’inconscio, inco-
mincia a prepararsi la strada per poter sboccare fuori e fluire. Ma se-
guiamo Winnicott:

Qui riuscì a trattenere la matita dal cadere per terra e questo e altre piccole co-
se sembravano significative, e indicavano che c’era caos e non ordine nelle sue
esperienze immediate.

All’insight di Winnicott del “treno bloccato” si aggiunge un ulteriore


insight che mostra quasi in tempo reale l’epistemologia del caso: caos al
posto dell’ordine, un altro tassello che va ad aggiungersi ai precedenti,
quelli della stranezza dell’occhio, del segno che è un “niente” e appunto
del treno bloccato.

Ora la matita cadde sul pavimento. Ma lui non era spaventato e si potrebbe
dire che aveva trovato una posizione dalla quale guardare il treno rapido che so-
praggiungeva.
A questo punto ci fu un interludio fra di noi. Usai la pausa per chiedergli dei
suoi sogni. Disse: “Non so”. Ora era tornato a fare il n. 4. “E una locomotiva:
questa è una bella finestra. E come la finestra di una vera locomotiva, di un treno
a vapore”.

Piano piano prende forma nel bambino la preparazione, “la galle-


ria”, si potrebbe dire per evocare l’ambito ferroviario, in cui far transita-
re l’elemento “ego-alieno”. Winnicott ha preparato il terremo, ha aiutato
a “scavare la galleria” – per rimanere all’interno della metafora ferrovia-
ria – ma, appunto, nel farlo ha trasformato qualcosa, ha “dato forma” a
qualcosa di caotico e non ancora pienamente rappresentabile e rappre-
sentato nel bambino.

Si stava avvicinando al treno rapido traumatico che evidentemente gli ricorda-


va sua madre. “Al Parco di Battersea c’è un treno che somiglia a un treno a vapore,
ma in realtà è un diesel. Mamma pensa che sia un treno a vapore!”. Continuò a
parlare dei treni a vapore che vede dalla metropolitana. Guarda lo smistamento e ne
ha visto uno vero un sacco di volte in diversi viaggi alla stazione Victoria, avanti e
indietro. “Ho visto sul giornale qualcosa che era andato a fuoco dall’altra parte del
mondo. Non è morto nessuno; be’, non fintanto che il fuoco era piccolo”.

Qui sembra di poter dire che Winnicott, in termini di epistemologia del


caso, affretti i tempi, metta insieme più cose di quante il bambino non dica:
se fino a quel momento ha proceduto con una certa cauta attività, rispettando
un ritmo piuttosto cadenzato del bambino ma comunque “iniziato” da lui

89
stesso, qui sembra che dia un colpo di acceleratore. Quasi che abbia fretta, lui
stesso, di dar forma a ciò che ancora non è pienamente formulato. Il tempo
passa, l’occasione è ora, o mai più. Come analisti non possiamo dire che non
siamo sottoposti continuamente a un simile andamento: flusso più lineare,
improvvise accelerate, scalate di marcia per far risalire i giri del motore
Prosegue Winnicott:

È un’indicazione delle immense potenzialità di pericolo – un commento sul


fuoco nella locomotiva a vapore. “Oh, abbiamo dimenticato il vagoncino del car-
bone”. E cominciò ad aggiungerlo dietro alla locomotiva; molti altri dettagli si per-
sero a questo punto e poi improvvisamente espresse qualcosa di completamente
nuovo ed estraneo all’orientamento generale del materiale.
Arriva l’agente traumatico
A questo punto cominciò a comportarsi in modo del tutto diverso. Quasi non
mi sembrava lo stesso bambino. Era arrivato qualcosa di nuovo che si era impos-
sessato di lui. Questa cosa nuova aveva a che fare con il sentire un buffo rumore,
un suono rimbombante. Forse veniva dal riscaldamento, una specie di suono che fa
quando il gas esce. Andò a esaminare la stufa, ma non mandava nessun odore,
quindi non perdeva. Non era possibile essere sicuri se avesse un’allucinazione o se
ricordasse in termini uditivi.

Il registro della seduta si trasforma improvvisamente. Il bambino


“cambia passo”. Dal punto di vista epistemologico potremmo chiederci se
quello che Winnicott chiama il sopraggiungere dell’agente traumatico, non
sia il risultato di quella pre-formulazione dell’analista che il bambino in
qualche modo deve aver “sentito”, da inconscio a inconscio: “c’è spazio”, –
si potrebbe dire che Mark consideri – per far venir fuori “la cosa” sulla base
del terreno che Winnicott ha preparato, di quell’ambiente di ascolto che fin
dall’inizio attraverso il riferimento dell’analista al “buffo” e allo “strano
dell’occhio” ha dato a Mark la sensazione che questa dimensione del biz-
zarro era notata, capita, accolta. Come il sopraggiungere dei vagoni della
metropolitana, ancora lontani dalla stazioni è preannunciato da una calda
folata di vento, che manda in aria le cartacce sulla banchina e scompiglia i
capelli dei viaggiatori in attesa, così l’arrivo dell’agente traumatico è pre-
annunciato da questo disorganizzarsi della seduta, da questa improvvisa
perdita di coerenza sequenziale.
Si potrebbe però anche inferire, invertendo l’ordine della direzione del
vettore, che è stata l’accelerazione dell’interpretazione interna di Winnicott,
il suo bisogno di dar forma a qualcosa che si stava aggregando, ad aver de-
terminato nel bambino la difesa del caos. Sentiamo Winnicott:

Cercai di esplorare il terreno facendo un’interpretazione riguardo al sentire i

90
genitori nella stanza accanto, al che rispose forte: “No” e disse “Era su in alto sulle
colline oppure proprio alla sorgente del Tamigi”.

Questo passaggio, con quello che segue, merita di essere letto per este-
so perché ci da una visione, in tempo reale, dei continui “errori” e frainten-
dimenti a cui l’analista è esposto e dei continui riaggiustamenti di tiro, an-
che inversioni di marcia, se vuole rimanere aderente al materiale clinico
che lui stesso ha contribuito a trasformare.

Continuai con il mio tema dicendo: “Come se fosse l’inizio di Mark, una cosa
che succede tra mamma e papà”.
Seguì il mio tema nel tentativo di compiacermi dicendo: “Sono cominciato
dentro mamma e poi sono uscito da mamma all’ospedale Non c’era rumore,
bambini piangevano”. Dissi: “Mi domando se c’era un rumore dentro mamma” e
lui disse che aveva gli occhi chiusi così non sentiva. Io stesso ero stupito ed è
probabile che io abbia perseverato con l’interpretazione di questa scena primaria
come se non sapessi cosa fare. Era difficile prendere appunti del modo caotico in
cui appariva il materiale. Faceva rumori che illustravano il tipo di rumori che
sentiva o ricordava e sembravano comprendere la parola “no” e questo tipo di
cosa si ripeté molte volte. Tutto era agitato e sconvolto. Interruppe dicendo: “Che
cosa fai? Scrivi altri libri?” con riferimento agli appunti che stavo prendendo.
Allora scrissi “Mark” molto grande e in diversi modi. Disse: “Non è una bella
scrittura, è uno sgorbio”. Penso che sia stato a questo punto che il n. 4 si sia
strappato mentre Mark faceva quel segno con sempre maggiore forza. Qui scoprì
che aveva perso la matita.

Fra le tante altre osservazioni da sottoporre all’attenzione, dopo la let-


tura di questo passo, si potrebbe mettere in evidenza il modo in cui Winni-
cott offre al bambino la sua interpretazione, preparandola dentro di sé a
mano a mano che il rapporto procede, correggendola mentalmente se nuovo
materiale porta in un’altra direzione, rinunciando a una sua esplicitazione
verbale se avverte che il bambino non è ancora pronto a riceverla (timing
dell’interpretazione). E anche quando l’interpretazione viene proposta al
bambino, non viene meno la consapevolezza di Winnicott che si tratta ap-
punto di una proposta il cui aspetto più importante non è certo il disvela-
mento di una fantasia inconscia, chiusa nella sua fissità dentro il paziente,
ma l’amplificazione dei significati emozionali e relazionali che essa genera
nel bambino che, a sua volta, li rimanda all’analista in una circolarità se-
mantica. Così, Winnicott usa l’espressione idiomatica “I fished around…”
(letteralmente “pescai intorno, qua e là”) che sottolinea l’aspetto di un ten-
tativo discreto di raggiungere il bambino con il riferimento alla scena pri-
maria, dopo l’improvvisa irruzione in seduta dell’esperienza “pazza”.

91
E ci segnala il significato del rimando da parte di Mark alla sua inter-
pretazione allorquando dice che il bambino “seguì il mio tema nel tentativo
di compiacermi”: un esempio questo, in vivo, anche in termini di transfert,
del falso Sé la cui funzione è quella di proteggere il vero Sé dallo sfrutta-
mento e dall’annientamento.

Sembrava un fatto significativo, sebbene per un po’ fosse passato a interessarsi


a un vecchio temperino che era nella scatola delle matite. Insieme lo esaminammo
e lui disse: “a me è permesso tenere un coltello”. Con il temperino colpì la carta e a
volte anche il tavolo e a questo punto fu fatto il danno più grave al n. 4. Più volte il
foglio fu danneggiato e penso che volesse far vedere perché doveva essere “un
niente” se doveva lasciar arrivare la “cosa”. Anche qui c’era il tema della penetra-
zione che avevamo già visto all’origine di Mark.
A questo punto esplorò la scatola contenente matite e colori. “Ho una gom-
ma?” (No) “Santo cielo!” E così via. Il gioco era quasi finito e cominciò a girare
per la stanza alla ricerca di un nuovo tema. Prese qualcosa dalle tasche e se la mise
nelle orecchie e sembrava legittimo immaginare che stesse affrontando i suoni al-
lucinati e inoltre che fosse preparato ad affrontarli e avesse portato i due pezzi di
carta da usare in questo senso.
Stava manifestando uno stato di confusione, ma cambiò subito argomento e
parlò del terrazzo che si vedeva dalla finestra. Parlò di una storia in un giornalino a
fumetti e si domandò dove potesse essere il giornalino. Forse ce l’aveva la mamma
in sala d’aspetto, pensò. In questo modo gli tornò in mente la madre reale e potei
vedere che il rapido era una madre pazza. Non ero ancora tanto sicuro di me, e
quindi rinviai l’interpretazione principale.

Di nuovo cambia il registro della seduta, forse anche potremmo dire per
effetto dell’interpretazione “stereotipata” di Winnicott sulla scena primaria,
della quale si rende conto e che abbandona come un percorso inautentico.
Tuttavia, nonostante che Winnicott decida di non percorrere questa strada,
il bambino si disorganizza ulteriormente.
Questa disorganizzazione è anche il rappresentante della “follia” che di
li a poco fa il suo ingresso, anche verbale, nella stanza. Stupefacente e uni-
co, credo, è il punto che ho appena riportato in cui Winnicott osserva che
“poté vedere che il rapido era la madre pazza”, ma che non era ancora
tanto sicuro e decise quindi di rinviare l’interpretazione. Qui sono evidenti
i processi interni dell’analista, soprattutto quelli preconsci e consci, certo
organizzati sulla pressione inconscia interna, ma è soprattutto evidente
quella distinzione fra intepreting and doing interpretations che rappresenta
uno dei contributi più eccezionali di Winnicott (19**) alla teoria della tec-
nica. In sostanza, rinunciando o rimandando l’interpretazione, ci dice Win-
nicott, che ancora una volta che è al paziente bisogna tornare per essere suf-

92
ficientemente sicuri che ciò che gli si dirà è sufficientemente preciso e pre-
gante, soprattutto, verosimile, anche se non certamente vero. Cioè – sostie-
ne Winnicott – che l’interpretazione del caso deve essere data non solo
quando epistemologicamente il processo di conoscenza è quasi arrivato a
toccarlo, ma che è necessario il “tempo giusto”, e lo stato del sé appropriato
perché il bambino, il paziente lo possa prendere, per quanto inquietante
possa essere l’interpretazione dell’analista. Così prosegue:

L’angoscia apparve ancora più evidente quando disse: “Forse vado a casa pre-
sto oppure subito”. Si riferiva alla paura dei rumori e ci fu un certo divertimento
intorno al fatto che la sedia si muoveva come se volesse prendere a calci la mamma
o cadere.
Feci riferimento alla follia che ciò rappresentava. Fu lui, oppure io a dire:
“Tutto è impazzito” e ridemmo. Dissi, per quanto riguarda la testa: “Ha gli occhi
ma non ha orecchie” e lui disse. Sì, ce le ha, ma è caduta e ora è sottosopra.
Ci fu un momento di mondo pazzo e una specie di suono come “uff, uff” nella se-
dia pazza e poi questo rumore uscì dall’altro lato della sedia. Feci un’osservazione su
un luogo pazzo nella sua testa o forse nella madre e cominciai qui a convincermi che il
bambino mi stava portando un’immagine di sua madre come persona malata.
Continuando sul tema della scena primaria dissi: “E allora mamma fece un
gran rumore e lo chiamò Mark”. Alla fine dissi chiaramente: “La mamma qualche
volta impazzisce quando tu ci sei. È questo che mi stai facendo vedere”.
Si stava distraendo parlando di come si deve stare attenti con le cose elettriche.
Disse: “Sono nato maschio”.
Dissi: “Sei nato un gran rumore!” e lui: “Non è vero!”
Ora voleva andare ma dicendo che non aveva paura, solo che voleva vedere la
mamma, quindi andammo insieme a prenderla.
Commento
Quando vidi la madre mi resi conto che aveva un grave problema personale e
quando gliene parlai ammise che spesso stava male.
In seguito la madre mi disse che era molto contenta che avessi visto, nel modo
in cui il bambino si comportava, che lei a volte impazziva davanti al figlio e sapeva
che questo lo disturbava. Lei ora è in cura per la sua malattia mentale.

È in questo sorprendente commento finale che Winnicott ci riassume


passo passo i momenti cruciali del processo interno, dell’epistemologia del
caso che hanno infine portato all’interpretazione. Cosi riassume per il lettore
quanto è accaduto, o meglio come lui interpreta, decifra ciò che è accaduto,
ma in questa sintesi aggiunge anche qualcosa in più: ci propone un modello
coerente che sta sotto l’interpretazione che alla fine è riuscito a offrire al
bambino (objects presenting). Con la metafora del piccolo treno locale che
deve spostarsi sul binario morto per far passare il treno rapido, la pazzia
della madre, ci offre un modello che, come direbbe Bollas, ha un significato

93
“percettivo” Non è chiaro se Winnicott proponga per intero al bambino que-
sta interpretazione, ma è certo che la metafora che usa per il suo modello tra-
sporta davvero, come dice Bollas, più sopra citato, un significato da un luogo
all’altro, trasformandolo. Concludo lasciando la parola a Winnicott:

In questo esempio di consultazione terapeutica è possibile vedere un bambino


di sei anni che comunica un modello della personalità complesso e dinamico, non
un profilo ma una rappresentazione in profondità, integrata in un continuum spa-
zio-temporale.
Egli percepisce rapidamente le condizioni speciali all’assetto clinico e svilup-
pa la necessaria fiducia in me. A partire da questa premessa gioca con la pazzia
personale, verificando se riesco a sopportare l’occhio “buffo” e le tre narici. Poi
mostra come ha imparato ad adottare le difese estreme del niente o del-
l’invulnerabilità. Non è altro che un segno (mark), un segno che può facilmente
passare inosservato. Il suo nome è Mark e lo usa in un modo giocoso.
Ora la scena è pronta. Sta giocando con me e tutto va bene. Mi avverte che i
treni debbono andare su un binario morto per lasciar passare il rapido. Grazie ai
dettagli, del treno a vapore mi dice dell’immenso potenziale di distruzione: un in-
cendio dall’altra parte del mondo.
Poi improvvisamente impazzisce, ma è più giusto dire che viene posseduto
dalla pazzia. Non è più lui che vedo, ma una persona pazza, completamente impre-
vedibile. Il rapido passa veloce nella stazione mentre il treno locale sta fermo in
attesa. “Niente” non viene distrutto dal “qualcosa” pazzo.
Poi la follia della madre passa e il bambino comincia a voler usare la madre co-
me una madre che si occupa di lui e che gli serve per tornare a casa. Il bambino se ne
va da casa mia felice. Ha fiducia in questa madre di cui mi ha mostrato il suo diventa-
re pazza e che ha oggettivato e delimitato con i suoi confini. Ora Mark è diventato
qualcosa invece che niente e può giocare di nuovo, anche a cose assurde che, sicco-
me fanno parte della sua propria follia, non sono traumatiche ma comiche e ridicole.

È qui che è evidente il processo di trasformazione operato dall’approc-


cio curativo della seduta e dalla curativa attitudine dell’analista: in quella
riacquisita capacità di giocare che è possibile perché da “un niente” Mark è
diventato qualcosa.

Penso di essere stato necessario nella mia qualità speciale di chi poteva ve-
derlo, pensare a lui (cervello intelligente nella testa), entrare in contatto con lui
(comunicazione mediante il gioco), riconoscere e rispettare le sue organizzazioni
difensive (e la difesa estrema di essere “niente”) e poi è testimone del suo essere
posseduto dalla follia della madre, quando lei impazzisce davanti a lui. Aveva an-
che bisogno del mio contatto con la madre, da cui avrei saputo che quando non è
pazza è una madre e una moglie, buona e responsabile.
Dov’è il bambino quando non è niente?

94
Con questo interrogativo che non lascia senza risposta, Winnicott con-
clude questo affascinante caso, non mollando nemmeno per un attimo la
sua presa clinica sul materiale. Così dice:

Penso che nella consultazione si sia affidato al fatto che io avessi un’immagine
mentale di lui nella mia testa, che lui poteva richiamare dopo che il rapido era pas-
sato e il treno locale poteva ritornare dal binario morto.

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97
7. L’autore della Storia
di Franca Munari

La Storia in questione è qui quella del paziente come “caso”, non diario
clinico, vignetta o esempio perspicuo, ma proprio storia di un’analisi. Il
mio scopo è di riflettere sulla trasformazione da parole a parole: dalle pa-
role del paziente che si narra, allo scritto del racconto nel quale il paziente
viene narrato attraverso le forme, gli affetti e le emozioni del transfert e del
controtransfert. In questa opera sono facili l’inizio e la fine, difficilissimo, e
per molte e complesse ragioni, il percorso che li congiunge.

1. Il vincolo della trascrizione: tutto possibilmente di più

Il primo atto verso la scrittura del caso è la trascrizione delle sedute.


Divenute scritti, costrette a prendere forma nella scrittura, queste trascri-
zioni, divengono immediatamente, nella loro nuova condizione di testo, do-
cumenti, e di conseguenza vincoli assoluti. Nulla può essere stato altrimenti
e nulla ormai può essere tolto o modificato.
Inoltre, una trascrizione accurata è già una forma di racconto, o facil-
mente lo può diventare. Divenuto lettore del suo testo, l’analista ne resta
inevitabilmente imprigionato. E come accade per ogni testo letterario, per
ogni personaggio, eroe, protagonista, avviene ciò che così incisivamente
descrive John Banville (2008):

A dispetto di ogni avvertenza, i lettori insistono a credere alla realtà dei perso-
naggi dei romanzi. Don Chisciotte, Emma Bovary, Leopold Bloom possono sem-
brarci più vividamente reali delle persone vere in mezzo alle quali trascorriamo la
nostra esistenza. Il patto che il lettore stipula con il testo narrativo è misterioso e
affascinante. Per quanto duramente lo scrittore metta alla prova la credulità del
lettore e la sua volontà di sospenderla, il contratto resta valido…

Il misterioso patto scatta immediatamente, e ciò che un attimo prima si

98
è scelto di scrivere fra i differenti possibili, diviene a leggerlo, così unica-
mente reale e vero, così vincolante e imprescindibile, da dover essere ulte-
riormente investigato in questa sua nuova dimensione acquisita di definita
autonoma esistenza: per certi versi una anche nuova coppia di protagonisti,
analista e paziente, un’altra relazione con essi, un’altra prospettiva dalla
quale guardare al transfert e al controtransfert.
La scrittura ha questo potere.
Quando uso del materiale clinico di un paziente, tratto da mie trascri-
zioni di sedute, trovo sempre una grande difficoltà a modificarlo. Intendo
una difficoltà nell’apportarvi sia quei cambiamenti che si rendono necessari
per tutelare il paziente e renderlo assolutamente irriconoscibile, sia quelle
trasformazioni indispensabili per chiarire o snellire il testo, o per delimitare
il materiale in modo da renderlo funzionale agli scopi del testo stesso che
va costruendosi.
Salvo poi in fase di rielaborazione, ritrovarmi a operare drastiche tra-
sformazioni, funzionali all’economia dell’opera, perché a quel punto la di-
mensione abitata dalla fantasia, e quella dove il pensiero lavora, è la storia
che vado scrivendo con quelli che ne sono divenuti i personaggi.
Analogamente trovo spesso difficoltà a limitare, o parafrasare, o ancora
di più a riassumere, il pensiero di altri, nel senso che mi pare che la forma
originaria, che mi ha colpita e interessata, rappresenti un così armonioso e
saturo accordo di forma e contenuto, che qualunque sottrazione o cambia-
mento, non renderebbe adeguatamente ragione all’autore che così “perfet-
tamente” l’ha concepita.
Salvo poi in fase di correzione, ritrovarmi a “correggere” in automati-
co, insieme al mio scritto, anche le precedentemente “perfette” frasi di altri.
Dalla trascrizione bisogna uscire, abbandonarla per trasformarla in ri-
cordo, e rilavorarla nel racconto dei suoi “nuovi” protagonisti.

2. Abitare il paradosso della scrittura

C’è un passaggio nella Gradiva, per me straordinario, dove Freud dice:

Probabilmente, noi e lui (il poeta, il Dichter), attingiamo alle stese fonti, lavo-
riamo sopra lo stesso oggetto, ciascuno di noi con un metodo diverso, e la coinci-
denza dei risultati sembra costituire una garanzia che abbiamo entrambi lavorato in
modo corretto. Il nostro procedimento consiste nell’osservazione cosciente di pro-
cessi psichici abnormi in altre persone, allo scopo di poter individuare e formulare
le loro leggi. Il poeta certo procede in modo diverso: rivolge la propria attenzione
all’inconscio nella propria psiche, spia le sue possibilità di sviluppo e ne dà

99
un’espressione artistica, in luogo di reprimerle con la critica cosciente. Così egli
esperimenta in sé quanto noi apprendiamo da altri, e cioè le leggi a cui deve sotto-
stare l’attività di questo inconscio; ma non ha bisogno di enunciare queste leggi, e
neppure di riconoscerle chiaramente: poiché la sua intelligenza critica non vi si ri-
bella, esse si ritrovano contenute e incorporate nelle sue creazioni. Noi seguiamo lo
sviluppo di queste leggi analizzando le sue opere poetiche, così come le ricaviamo
dai casi di malattia reale (Freud, 1906, p. 333, corsivo mio).

Procedimenti analoghi, analoga condizione mentale, analoga dimen-


sione nella quale opera il pensiero. Ma cosa accade quando è l’analista a
scrivere? Dobbiamo supporre che anche nella scrittura scientifica e ancora
di più nella scrittura dei casi, per scrivere si debba in qualche modo ri-
nunciare alla critica cosciente per sperimentare in noi la storia che va
prendendo forma.
Riflettendo su questo passaggio freudiano in un mio recente lavoro, “Il
poeta e il controtransfert” (Munari, 2008), mi era sembrato che, proprio at-
traverso questa descrizione del funzionamento del Dichter, Freud avesse
intuito qualcosa di estremamente importante relativamente al controtran-
sfert e alle sue basilari potenzialità nella comprensione del paziente.
Nutrita dall’assenza la scrittura, deve ricreare l’oggetto: descriverlo,
evocarlo, nominarlo. Lo fa usando strategie antiche e attuali, molto sofisti-
cate; la prima anche che abbiamo conosciuto, quando l’oggetto era una
forma di cambiamento di stato interno e così anche poteva essere evocato,
allucinatoriamente, perché fonte di soddisfacimento.
L’ospitalità data al paziente che diviene protagonista della storia che di
lui narriamo, si basa, io credo prevalentemente, sulle modalità del funzio-
namento dell’identificazione isterica; come del resto avviene, seppure con
regole differenti e con un grado di libertà infinitamente superiore, per il
poeta, il Dichter.
Non affronto qui la complessa questione delle identificazioni proiettive
e delle identificazioni narcisistiche che comunque anche possono interveni-
re nel processo di scrittura o spingere a esso: le identificazioni proiettive
per la necessità di trasformare resti non sufficientemente lavorati e quindi
ingombranti; le identificazioni narcisistiche per l’elaborazione, possibile o
impossibile, di forme di lutto. L’identificazione isterica ci permette, sulla
base del soddisfacimento del desiderio di un moto pulsionale che permane
in stato di rimozione, di dare vita tramite noi stessi, talora addirittura di pre-
stare corpo, all’altro. La dimensione letteraria, scenica, che ci vede con-
temporaneamente registi e spettatori dell’opera che va formandosi, prevede
che a fianco della realtà del ricordo e della fedeltà a esso, noi possiamo an-
che essere liberi di sperimentare una dimensione di fiction, possibilità, po-

100
tenzialità altra, nel regno di mezzo, in quel regno della fantasia che
“presuppone, per affermarsi, che il suo contenuto sia esonerato dall’esame
di realtà” (Freud, 1919, p. 111).
Dimensione che paradossalmente, proprio in virtù della libertà che
l’anima, può permetterci una comprensione del paziente che altrimenti ci
sarebbe preclusa.
In qualche modo anche un’altra storia quindi, rispetto a quella reale,
quella che è stata vissuta nella stanza di analisi e sulla quale poi abbiamo
pensato e riflettuto.
Perché con Pessoa (1931): “Il poeta è un fingitore. / Finge così com-
pletamente / Che arriva a fingere che è dolore / Il dolore che davvero sente”
(p. 165).
O piuttosto non potrebbe trattarsi proprio di parti della vera storia, di-
venuta riconoscibile solo nell’assenza e nella distanza, nel silenzio percetti-
vo, nel rifacimento della fantasia. Insomma con Proust (1913-1927) po-
tremmo dire che: “La vera vita, la vita finalmente scoperta e chiarita, è la
letteratura” (p. 895).
I meccanismi che presiedono a questa diversa possibilità di compren-
sione credo siano fondamentalmente due, e cioè la differente dimensione
temporale, che potrebbe condensarsi nelle due variabili concettuali di re-
gredienza, nel senso in cui ne parlano i Botella (2001), e après coup; e la
dimensione del gioco/narrazione: “facciamo che io ero, che tu eri”. Dare,
darsi, una possibilità altra, quella che la lingua italiana colloca in un tempo,
l’imperfetto, nel gioco transitorio del possibile, dell’interpretare come par-
te, dell’impersonare un ruolo. Dimensione questa del gioco che ripropone
contemporaneamente sia il padroneggiamento e l’elaborazione del trauma-
tico, sia il soddisfacimento del desiderio.

3. Gli autori

L’autore materiale è ovviamente l’analista. L’analista che ha bisogno


della scrittura per chiarire pensieri e percorsi, per riannodare fili e cercare
coerenza, per conservare pensieri e comunicarli, e anche per archiviare i re-
sti e i sospesi delle complesse vicende emotive che ha vissuto con i suoi
pazienti. In accordo con Alain de Mijolla (1981) credo che noi non possia-
mo mai essere spettatori anodini e passivi, ma che anzi siamo sempre for-
zatamente coinvolti nel dover reiteratamente reinterpretare le nostre identi-
ficazioni inconsce e i fantasmi derivanti dalla nostra storia personale e dalla
nostra preistoria familiare. Ritengo quindi che qualunque movimento di

101
controtransfert, di empatia, ma anche di transfert, nei confronti del pazien-
te, abbia un suo tornaconto e una sua necessità. La scrittura luogo della so-
litudine e della restaurazione narcisistica, perché l’analista persona di sé
scrive, scrivendo la storia del suo paziente, aggiunge non solo comprensio-
ne a tutti questi percorsi, ma anche procura, quel “premio di allettamento”
che sempre accompagna sul piano formale la fruizione delle creazioni arti-
stiche. Perché lo scrivere di psicoanalisi, anche di teoria, se non nei suoi ri-
sultati, ma sicuramente per chi lo pratica, è una forma della creatività.
La condizione di libertà della scrittura permette all’analista, come av-
viene per il poeta, di creare il suo protagonista paziente. Intendiamoci, si
tratta sempre di una libertà condizionata, e condizionata non solamente dal
rigore scientifico e dai vincoli sintattici e semantici impliciti nel processo di
scrittura, ma in questa particolare forma di scrittura che è il caso, la storia,
subordinata anche ai vincoli della costruzione di un racconto. E ancora an-
che costretta a confrontarsi con quel processo per il quale i personaggi della
narrazione assumono gradualmente una loro autonomia e indipendenza,
tanto che il poeta ha talora la sensazione di seguirli e spiarli piuttosto che di
raccontarli o inventarli. Siamo di fronte a un paradossale capovolgimento,
che nel nostro particolarissimo caso di narrazione pare ritornare proprio
sulla realtà. Accade cioè che nel momento stesso in cui un paziente diviene
protagonista di una storia, immediatamente anche comincia a sembrarci che
esso e la relazione che con lui abbiamo avuto, divengano a noi esterni – e
questo è anche paradossale – e siano come animati da una loro vita auto-
noma, in una qualche misura anche indipendente dagli elementi di realtà
che abitano il nostro ricordo.
Ritengo che questo avvenga sia per il poeta, sia per l’analista, per
l’attivarsi, il potersi realizzare, di identificazioni isteriche, quelle che sem-
pre silenziosamente operano nei rapporti esterno interno, quelle che ci per-
mettono di conoscere e di sperimentare l’altro, di dargli ospitalità e com-
prensione, di assimilarlo a noi e di assimilarci a lui, nelle infinite potenzia-
lità della nostra fantasia, che continuamente alimenta le forme del nostro
poter essere, possibile e impossibile e le forme del sessuale infantile sempre
alla ricerca di una rappresentazione e di un soddisfacimento.
Su questa base dobbiamo pensare se quel personaggio che prende for-
ma nella scrittura e al quale noi, in una forma diversa da quando lavoriamo
a diretto contatto con il paziente, permettiamo di abitare la nostra mente,
non abbia in realtà molto potere in quanto agente della scrittura della sua
storia. Insomma se, in certi momenti perlomeno, l’autore della storia, in
questa particolare forma della scrittura, sia sì, anche qualcosa dell’analista
che lì può dispiegarsi e si insinua, perché ha finalmente più diritto e libertà

102
di essere, nelle forme transitorie e possibili di se stesso e dell’altro che la
dimensione della scrittura gli consente. Ma ancora invece, se in certi mo-
menti non possa anche essere proprio una forma del paziente, quello vero –
nell’aleatorietà dello statuto del vero, qui messo a dura prova – una forma
fino a quel momento sconosciuta all’analista, che arriva, in certe particolari
circostanze, ad appropriarsi della penna e a determinare e dirigere il perso-
naggio e l’opera.
In questo senso, ritornando al titolo, avevo in mente che l’autore della
storia fosse anche direttamente il paziente, autore materiale della sua vita,
autore del racconto della sua biografia narrata, del suo dirsi, autore del tran-
sfert, che poi anche si appropria della penna dell’analista per scrivere di sé
quanto silenziosamente, nell’inconscio preconscio dell’analista aveva depo-
sitato e però nella realtà dell’incontro, non aveva potuto essere pensato e
detto da lui all’altro. O l’analista, allora, non aveva potuto intendere, al di là,
ma talora anche dentro le parole usate. Parole che ora, quelle del paziente di
allora, decontestualizzate, diversamente disposte nella / dalla trascrizione, dal
ricordo, diversamente di lui dicono. E in quelle parole ormai senza voce, ma
dette o possibili, parole che tornano cambiate dal tempo e dagli strati succes-
sivi di eventi e di pensieri e di tempo, lui diversamente esiste e si muove. In
quelle parole ritrovate il paziente si riracconta, uno dei suoi doppi, uno degli
eìdolon1 del paziente, che fino a quel punto silenziosamente ci ha abitati,
prende forma nella scrittura, nel divenire personaggio della storia.
Insomma come Saramago (2002) fa dire all’insegnante di storia, prota-
gonista de L’uomo duplicato:

appartengo all’area della Storia, dove le sfumature e le sottigliezze non ci sono, Ci


sarebbero se la Storia potesse essere, diciamo, il ritratto della vita […] in tal caso la
Storia non sarebbe la vita, solo uno dei suoi possibili ritratti, somiglianti, sì, ma
mai uguali (p. 129, corsivo mio).

1
Ho scelto il termine eìdolon (immagine, simulacro, fantasma) per la ricchezza e la
fertilità dei rimandi che esso veicola. Con eìdolon infatti nella Grecia arcaica si designava
quella categoria di fenomeni che comprendeva oltre alla psyché, l’anima, l’òneiros, cioè
l’immagine del sogno, la skià, l’ombra, il phàsma, l’apparizione soprannaturale e il kolossòs
un simulacro utilizzato in alcuni particolari riti funebri e nei giuramenti. Nella Grecia arcai-
ca, questi fenomeni appartengono alla categoria psicologica del “doppio” e in quel contesto
culturale un “doppio” è tutt’altra cosa che un’immagine. “Esso non è un oggetto ‘naturale’,
ma non è neanche un prodotto mentale, né un’imitazione di un oggetto reale, né un’illusione
della mente, né una creazione del pensiero. Il doppio è una realtà esterna al soggetto, ma
che, nella sua apparenza stessa, s’oppone, per il suo carattere insolito, agli oggetti familiari,
allo scenario consueto della vita. Esso si muove su due piani contrastanti a un tempo: nel
momento in cui si mostra presente, si rivela come qualcosa che non è di qui, come apparte-
nente a un inaccessibile altrove” (Vernant, 1965, p. 348, corsivo mio).

103
4. Regredienza e après coup

In una conferenza, tenuta in occasione di una sua mostra, siamo nel


1924, Paul Klee si pone il problema di se e, come, sia possibile trasformare
in parole, e trasmettere ad altri, l’esperienza del farsi e dell’essere di una
propria opera. Sono stata colpita dalla similarità delle difficoltà (e delle ri-
flessioni che ne conseguono) che si incontrano quando si cerca di trasfor-
mare in linguaggio un’opera visiva piuttosto che una storia analitica.
Alcuni passaggi in particolare mi sono sembrati incredibilmente inter-
cambiabili:

È difficile abbracciare con lo sguardo un tutto […] sia esso natura o arte, e an-
cor più difficile aiutare altri a farlo.
Ciò dipende dal fatto che per parlare di un’immagine spaziale in modo che ne
risulti una rappresentazione plasticamente chiara ci son dati soltanto dei mezzi
temporalmente distinti. Ciò dipende dall’insufficienza della natura temporale del
linguaggio. Ci mancano infatti gli strumenti per parlare sinteticamente della con-
temporaneità pluridimensionale. […] A ogni dimensione che temporalmente scada,
dobbiamo dire: sì, tu ora divieni passato; ma chissà che nella nuova dimensione,
prima o poi, non ci si imbatta in un punto critico, e forse propizio, che ristabilisca
la tua presenza.
E se, aggiungendosi dimensione a dimensione, dovesse riuscirci sempre più
difficile tenere contemporaneamente presenti le varie parti di questo complesso,
ebbene: ci vuole pazienza, tanta pazienza.
Quel che ormai da tempo è una conquista delle cosiddette arti spaziali, quel
che anche l’arte temporale della musica ha realizzato nella pregnante sonorità della
polifonia, questo fenomeno di simultanea polidimensionalità che consente al
dramma di raggiungere il proprio culmine, purtroppo nel campo del linguaggio di-
dattico ci è sconosciuto. Qui il contatto tra le dimensioni deve realizzarsi dal-
l’esterno, in un secondo momento (Klee, 1924, pp. 36-37, corsivo mio).

La mancanza di pluridimensionalità sensoriale del linguaggio,


“l’insufficienza della (sua) natura temporale” (Klee, 1924) costringe a una
scomposizione degli eventi, dei pensieri e delle percezioni, in percorsi se-
parati. In questa scomposizione forzata degli elementi dell’esperienza che
andiamo a descrivere, acuita dai vincoli della forma imposta dalla scrittura,
opera, io credo, un meccanismo simile a quello che presiede alla formazio-
ne dei sogni e cioè la regredienza2.

2
Questo concetto riproposto dai Botella proviene da un termine utilizzato da Freud nel-
l’“Interpretazione dei sogni” (1899), regredienten, e ha la funzione di evitare le connotazioni
genetiche del termine regressione. Così la descrivono i Botella (2001): “essa sarebbe tanto

104
Il suo stato di movimento in divenire può includere simultaneamente tutti gli
elementi presenti in un momento dato, indipendentemente dalla loro origine: rap-
presentazionale, percettiva o motoria; indipendentemente dalla loro qualità: con-
scia o inconscia; e dalla loro eterogeneità talora radicale: percezione degli organi di
senso, percezione intrapsichica; come della loro eterocronia: un ricordo, un deside-
rio infantile rimosso, un progetto per l’avvenire. Definendosi attraverso la coesi-
stenza simultanea di tutti i costituenti con uguale valore, di tutti gli elementi psi-
chici presenti in un momento dato, la regredienza può in uno stesso movimento,
provocare innumerevoli nuovi legami, anche là dove non ce n’erano, creando così
della nuove causalità. La regredienza tesse il canovaccio (la cui caratteristica, una
volta eseguito l’arazzo, e la sua non-visibilità) sul quale il lavoro della
“figurabilità” (la Darstellbarkeit) ricama delle forme visibili con i fili colorati della
sessualità infantile (Botella e Botella, 2001, p. 1179).

Questa lunga citazione (alla quale non ho potuto rinunciare nella sua
integrità, neppure nelle ripetute revisioni di questo lavoro) mi sembra ren-
dere fedelmente un aspetto di grande importanza di ciò che accade anche in
quel particolarissimo stato mentale che si attiva nella scrittura. Anche per-
ché, proprio in questo modo, essa può far emergere l’accadimento che ha
costituito il sessuale primordiale, riattualizzando così il legame della pul-
sione con l’“oggetto-perduto-del-soddisfacimento-allucinatorio” e permet-
tere di riarticolare passato presente e futuro, in una nuova raffigurazione,
una delle raffigurazioni possibili nel momento presente (Munari, 2004)
Scrive Blanchot (1983):

Prima dell’opera, opera d’arte, opera di scrittura, opera di parola, non c’è arti-
sta, né scrittore, né soggetto parlante, poiché è la produzione che produce il pro-
duttore, facendolo nascere o apparire provandolo (che è, in una maniera semplifi-
cata l’insegnamento di Hegel e anche del Talmud: il fare prevale sull’essere che
non si fa se non facendo – che cosa? forse non importa che cosa: il giudizio sul-
l’importanza di qualunque cosa dipende dal tempo, da ciò che accade o non acca-
de: quelli che vengono chiamati i fattori storici, la storia, senza peraltro cercare
nella storia, il giudizio definitivo). Ma se l’opera scritta produce e prova lo scritto-
re, una volta fatta essa non testimonia che la dissoluzione di esso, la sua sparizione,
la sua defezione e per esprimersi più brutalmente, la sua morte, del resto mai defi-
nitivamente constatata: morte che non può dar luogo alla constatazione (pp. 85-86).

Transitoria, balenante, esistenza, dell’autore, che attraverso il suo corpo


e la sua mente, scriventi, dà vita e consistenza a un’eìdolon del suo paziente

uno stato psichico, quanto un movimento in divenire; un potenziale di trasformazione, una


capacità psichica permanente di risolvere allucinatoriamente la quantità di eccitamento
quando si produce la chiusura della via motoria” (p. 1179).

105
e così lo sottrae, e si sottrae, a quell’“assenza di soggettivazione che va di
pari passo con la presenza del soggetto nella scena” (Laplanche e Pontalis,
1985, p. 78) la scena traumatica, la scena del fantasma. Scrive Pier Luigi
Rossi (2006, p. 1053):

L’osservatore di questa scena ne è escluso, ma può reagire all’evento e questo


viene interrotto o modificato dal suo intervento. Ma, soprattutto, è il bambino che
entra nella dimensione mitica dell’evento (Dayan, 1985, p. 426), ed è allora in que-
sta drammatizzazione delle possibili identificazioni che le proprie origini comin-
ciano a essere rappresentate3.

Sta parlando della scena primaria nel caso dell’Uomo dei lupi e “del-
l’esperienza infantile in quanto esperienza differita” e aggiunge: “Si po-
trebbe certo utilmente discutere sul rapporto fra le due scene, raccogliendo-
ne anche tutto l’allusivo riferimento alla situazione analitica stessa. La sce-
na si offre infatti come un ampio spazio offerto a mutevoli identificazioni:
‘essa è uno scenario a più entrate’” (ivi, p. 1052).
La catena, il vincolo, la mise en abîme, paziente, analista, scrittore, so-
no appunto quelli del trauma e di conseguenza dell’esperienza differita, ma
Pier Luigi Rossi in questo passaggio adombra qualcosa di ancor più com-
plesso, e cioè che è proprio la comunione della dimensione mitica, quella
dei fantasmi originari, che permette poi il passaggio alla soggettività, alla
storicizzazione dell’individuo, tramite le identificazioni4.
Inevitabile quindi riproporre la questione di una traumaticità, insita in

3
Tutto questo lavoro di Pier Luigi Rossi “Diario di viaggio intorno all’Uomo dei lu-
pi” (2006), si muove sulla relazione fra i diversi piani, materiale clinico, teoria, scrittura,
e merita una attenta rivisitazione delle ricche connessioni teorico cliniche che diffusa-
mente propone.
4
Mi sembra che questo processo coincida con l’idea di Bollas (1992) di ciò che lui de-
finisce “genere” quando, a partire dall’etimologia di genere, dal latino gignere, generare,
propone “di creare un uso nuovo, ancorché limitato, in cui ‘genera’ è anche riferito a un tipo
particolare di organizzazione psichica dell’esperienza vissuta che porta a nuove immagini
creative della vita, sia in psicoanalisi che in altri settori della vita. Nel contesto psicoanaliti-
co questo termine si oppone perfettamente a quello di trauma”. (n. 1, p. 66). “Alcuni traumi
psichici di derivazione interpersonale sono travagli mentali in cui il soggetto elabora le
identificazioni proiettive inconsce dell’altro, che necessariamente diventano parte di sé, ma
sono contenute e limitate. Se il trauma viene poi elaborato simbolicamente (nel discorso,
nella pittura, nella letteratura ecc.) l’obiettivo può essere di evacuarne l’effetto disturbante
mediante il lavoro di ripetizione e spostamento, mentre i generi elaborati simbolicamente
creano nuove revisioni della realtà che, per quanto angoscianti, sono il piacere della creati-
vità dell’Io. I generi psichici sono elaborazioni psichiche auspicate che riflettono le scelte
introiettive del soggetto, che si sente libero di seguire le articolazioni inconsce del suo idio-
ma e fanno parte dell’eros della forma” (p. 68).

106
ogni forma di processo di transfert in atto, perché esso dei fantasmi origina-
ri, seduzione, scena primaria e castrazione, si nutre; e inevitabile in questa
prospettiva per l’analista una continua pericolosità, una continua condizio-
ne di esposizione senza riparo, nell’ascolto in presa diretta del paziente.
Ascolto di conseguenza continuamente e inevitabilmente interrotto da pic-
coli sbuffi di angoscia segnale, costanti, parziali/totali colpi di spugna,
l’altra faccia dell’attenzione liberamente fluttuante.
La difficoltà e talora l’inibizione a scrivere sono anche quindi da im-
putarsi all’inevitabile compito di fronteggiare quel traumatico che era stato
evitato e che nel processo di scrittura si ripropone e si impone in après
coup. Il differimento nella scrittura farà quindi sempre la differenza.

5. Conclusioni (scritte da un altro)

Concluderei con un brano tratto dall’ultimo capitolo de l’Inganno di


Philip Roth (1990) molto vicino ad alcuni temi di questo lavoro, ancora una
volta se possibile, a conferma che “Probabilmente, noi e lui (il poeta, il
Dichter), attingiamo alle stese fonti, lavoriamo sopra lo stesso oggetto, cia-
scuno di noi con un metodo diverso, e la coincidenza dei risultati sembra
costituire una garanzia che abbiamo entrambi lavorato in modo corretto”
(Freud, 1906, p. 333).
Anche se in questo caso i ruoli mi sembrano rovesciati e “l’osserva-
zione cosciente” perlomeno nel contenuto manifesto sembra essere proprio
quella del poeta.
Inganno, Deception: A Novel nella forma originaria, è il titolo, sovrasi-
gnificato, e credo, volutamente ambiguo, di un romanzo che è costituito
dalla “trascrizione” dei dialoghi di due amanti durante i loro incontri che
avvengono nello studio di lui. Ogni incontro un capitolo.
Lui è lo scrittore che scriverà la storia.
L’ultimo capitolo, da cui è tratto questo brano, è ancora un dialogo, te-
lefonico questa volta, fra i due protagonisti, dopo che, nella storia, il libro è
stato pubblicato.
Data la straordinaria esplicita chiarezza e profondità del testo il mio
contributo si limiterà al grassetto.

Sai che sono fortemente contraria all’idea di riportare esattamente quello che
dice una persona. Sono fortemente contraria a questo fatto di prendere la vita
di una persona e metterla all’interno di una storia. E così diventare un famoso
autore che si offende con i critici perché dicono che lui non inventa le cose che
racconta.

107
Il fatto che tu abbia avuto un bambino non vuol dire che io non ho inventato
questa storia del bambino; il fatto che tu sia tu non vuol dire che io non ti abbia
inventata come personaggio.
Ma è anche vero che io esisto.
Anche. È vero che tu esisti ed è anche vero che io ti ho inventata. “Anche” è
una buona parola da tenere in mente. È anche vero che tu non esisti solo come te
stessa.
Non più, certo.
Nemmeno prima. Così come ti ho fatta io, tu non sei mai esistita.
E allora chi era quella che stava nel tuo studio con le mie gambe sopra le tue
spalle? … Tutto quello che volevo dire è che ho opinioni molto complesse e confu-
se riguardo a quella faccenda dell’esporsi e dei vari tipi di tradimento, e al signifi-
cato di queste cose.
Quella di tradimento è un’accusa eccessiva, non ti pare? Non avevamo stipu-
lato un contratto in base al quale io avrei dovuto rinnegare la mia professione per
tutto ciò che ti riguardava. Io sono un ladro e nessuno si può fidare di un ladro.
[…]
La conclusione comunque è che una donna va da un uomo per chiacchierare
un po’ con lui, e l’unica cosa che l’uomo ha in testa è la sua macchina per scrivere.
Tu ami la tua machina per scrivere più di quanto potresti mai amare una don-
na.
Non penso che sia stato così, con te. Credo di avervi amate tutte e due allo
stesso modo.
Be’, si dà il caso che io sappia che ogniqualvolta provi una sensazione di tur-
bamento e ambivalenza vuol dire che hai davvero qualcosa su cui scrivere (Roth,
1990, pp. 148-150).

Bibliografia

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Blanchot M. (1983), Après coup, Les Éditions de Minuit, Paris.
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108
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Vernant J. P. (1965), Mythe et pensée chez les Grecs. Etudes de psychologie histo-
rique, Librairie Francois Maspero, Paris (trad. it. Mito e pensiero presso i Gre-
ci, Einaudi, Torino, 2001).

109
8. Trasformazioni e metamorfosi.
Scrittura e pensabilità tra Kafka e Freud
di Marco Francesconi e Dana Scotto di Fasano

Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel


suo letto, in un enorme insetto.

Sono le parole iniziali de La metamorfosi di Kafka (1912), l’avvio della


lenta “morte” psichica e fisica del “commesso viaggiatore”. Poco più avan-
ti, Samsa-scarafaggio scopre un punto del ventre:

coperto di tanti puntini bianchi che lui non sapeva spiegarsi; provò a toccarlo con
una delle zampette, ma dovette ritirarla immediatamente, perché a quel contatto
provò brividi di freddo.

Forse questi brividi di freddo segnalano la doppia “condanna” di Kafka:


una che si rivolge al corpo attraverso i primi segni della malattia che lo
condurrà a morte negli anni successivi1, l’altra che corrisponde a una inter-
dizione edipica, presente da sempre, ma scatenata dalla passione per Felice
Bauer, conosciuta pochi mesi prima.
La nostra ipotesi è che nel confronto con il “brivido di freddo”, Kafka

1
Ci riferiamo alla malattia tubercolare di Kafka. È comunque curioso che non sia
mai stabilita una correlazione fra l’esperienza soggettiva della scoperta di una affezione
allora pressoché incurabile e la condanna senza possibilità di appello che diventa il filo
conduttore del gigantesco apparato letterario che Kafka inizia a comporre, pur essendo
tale correlazione, a nostro avviso, trasparente sia nei testi che nei primi commenti. Scri-
veva (nel 1933, anche se verrà pubblicato molto dopo) E. Neumann che nel tribunale che
non conosce l’assoluzione “il processo si svolge sostanzialmente in segreto anche per lo
stesso imputato: egli cioè ignora, nel vero senso della parola, che cosa stia accadendo a sé
e dentro di sé. Eppure è lui che, occultamente, dirige il processo” (Neumann, 1974, p. 53),
e ancora: “dietro una facciata che […] ha subito ben pochi cambiamenti continua inesora-
bile l’erosione interna, in cui si cela il pericolo di una repentina quanto fatale rivelazione,
di una esplosione. K. scorge anche lui questo pericolo quando afferma che il tribunale
vuole ‘addormentare l’imputato e farlo rimanere indifeso per poi aggredirlo al-
l’improvviso con la decisione’” (ivi, p. 59).

110
reagisca attuando una intenzionalità psichica inconscia distruttiva2, irrazio-
nale, ma vincente, perché “convalida” il destino già scritto di un fallimento
edipico: qui Laio trionfa e uccide Edipo.
È lo scarafaggio kafkiano una fantasia sul corpo capace di estendersi
all’intera condizione umana (come abitualmente è interpretata) o si tratta
della scrittura nel corpo di un verdetto pronunciato da un Super io implaca-
bile, attraverso una malattia destruente?
Dice Josef K. ne Il processo: “un solo boia potrebbe sostituire l’in-
tero Tribunale” e in effetti il boia vince sempre la sua partita, non es-
sendo in Kafka possibile quella autentica trasformazione del destino che
riesce invece a Freud negli stessi anni, quelli intorno alla prima guerra
mondiale.
Di fronte al trauma della scadenza, le autobiografie inconsapevoli se-
guono due vie diverse: Freud riscrive l’Edipo come Storia e lo rilancia nel
tempo, Kafka riscrive l’Edipo come malattia e lo conclude.
Non a caso, in Kafka non domina la Trasformazione, ma la Metamorfo-
si, cioè la condizione in cui il mutamento è totale, non ha legami con
quanto precedeva, cancella il passato. Gregor Samsa non si trasforma, ma
si tramuta nello scarafaggio.
Abbiamo mutamento e violenza ma manca la terza componente ritenuta
necessaria da Bion (1965, p. 18)3 per parlare di trasformazione catastrofi-
ca: l’invarianza: nulla resta del passato a tenere almeno un filo di conti-
nuità. Kafka non desidera cambiare, vuole piuttosto che la realtà faccia un
passo indietro, che tutto torni a posto, come per magia:

mi basterebbe poter considerare come un posto diverso il posto dove sto (Diari,
1922, in Kafka, 1972, p. 613).

Scrive Bleger:

Il termine “metamorfosi” viene dal greco e significa “cambiamento totale”.


[…] Perché si produca la metamorfosi, l’io si deve spostare in segmenti massicci,
condensati, che non si sono sufficientemente dissociati o differenziati, cosicché il
passaggio da un frammento dell’io all’altro costituisce un vero e proprio cambia-
mento di personalità, una metamorfosi. Questo è ciò che io nomino oggetto agglu-
tinato o relazione oggettuale agglutinata (Bleger, 1967, p. 101)

2
Forse nuova forma della pulsione di morte, di antica ma non del tutto superata, memo-
ria (Francesconi e Zighetti, 2004; Francesconi, 2004).
3
Ricordiamo che il mutamento catastrofico è per Bion sì sconvolgente, ma utile e ne-
cessario per accogliere le novità, mentre la catastrofe resta un evento demolitivo.

111
Il cambiamento è vissuto come un disastro, come il crollo del suo io prece-
dente e di tutta l’organizzazione che corrispondeva a questo io. Poi tutto viene ri-
ordinato e acquista un senso nuovo. È una riorganizzazione in cui tutto trova un
diverso ordine e si adegua a un io differente situato a un livello regressivo, magico.
[…] È l’incontro con una immagine interna, idealizzata, e per questo appare con le
caratteristiche della predeterminazione (ivi, p. 102).

Se:

La regressione è troppo intensa, si corre il pericolo di “svanire” e il contatto


con l’altro diventa indispensabile per delimitare la regressione e configurare di
nuovo la personificazione “rispecchiandosi nell’altro”; si tratta cioè, di una ricerca
di limiti (ibidem).

L’oggetto agglutinato concentra e fonde tutte le pulsioni e tutti i li-


velli psichici, così il soggetto prova alternanza fra vissuti claustrofobici e
agorafobici, evita la confusione con l’intensificazione del controllo rigido,
dell’immobilizzazione dell’oggetto e delle relazioni, perdendo il senso
della realtà, dello schema corporeo, delle differenze di genere (ivi, pp.
103 e 107).
In tale assetto emotivo, il contatto sessuale, il lavoro, l’attività in ge-
nerale non sono più forme di realizzazione dello psichico-affettivo, ma
sensazioni prevalentemente fisiche atte a rassicurare il soggetto per mezzo
di modalità autistico-simbiotiche (ibidem). Pressappoco, come dice Citati
di Kafka:

Era una specie di alchimia: abolire la vita dentro di sé e trasformarla in quella


sostanza pura, traslucida, assente, vuota, che si chiama letteratura. Se non l’avesse
fatto, se non si fosse bruciato e sacrificato ai piedi di un altare di carta, il dio della
letteratura gli avrebbe impedito di vivere. “Domani ricomincio a scrivere, mi ci
voglio buttare con tutta la mia forza, sento che se non scrivo c’è come una mano
inflessibile che mi caccia via dalla vita” (Citati, 2007, p. 68-69).

La scrittura di Kafka sembra avere un carattere diverso dalle forme ri-


uscite di elaborazione del lutto, viene piuttosto messa al servizio del dinie-
go della realtà non confacente all’immaginario4.

4
In termini bioniani, siamo nel linguaggio della sostituzione anziché dell’effettività
(Bion, 1970, p. 169). L’effettività corrisponde all’accesso e alla padronanza di capacità,
mentre la sostituzione prevede un esterno “fare al posto di” che non insegna la funzione op-
pure propone soluzioni “magico-onnipotenti” ai problemi.

112
Inquieto, dubbioso, senza fiducia nel proprio avvocato, Josef K. decide di di-
fendersi da solo. Se il Tribunale non rivela l’accusa, lui non dovrà fare altro che
interrogare se stesso, diventando il proprio inquirente e scrivere la propria au-
tobiografia. Così, disperatamente, comincia questo lavoro interminabile, questa
fatica infinita. […] Se vuole difendersi, deve rinunciare a vivere, abbandonando
il lavoro, dimenticando le abitudini e i pensieri, le consolazioni fuggevoli delle
mattine, delle sere e delle notti. La difesa dalla colpa diventa così un sostituto
dell’esistenza: una fatica spossante, condotta scrivendo in nome dell’accusa e
contro l’accusa. […] L’autobiografia, quest’arma dell’io razionale, non ci assi-
cura affatto di raggiungere la verità su noi stessi. Questa verità permette soltanto
l’autodistruzione dell’io o l’impersonale metamorfosi del racconto e del ro-
manzo, dove l’io si scioglie in una trama di rapporti oggettivi (Citati, 2007, p.
169-170, grassetto nostro).

Le enormi capacità di memoria dei sistemi informatici permettono oggi


di mantenere quantità impensabili di informazioni e di metterle a disposi-
zione simultanea a livello globale. Eppure oggi, forse per la prima volta
nella storia dell’umanità, tali tracce della cultura contemporanea sono quasi
integralmente trasferite su apparati di registrazione virtuali o altamente vo-
latili e deteriorabili. La lettura è totalmente condizionata dalla possibilità di
far funzionare una strumentazione soggetta a una metamorfosi radicale, con
il dichiarato intento di escludere l’accessibilità all’informazione, per ragioni
di mercato, a chi non dispone dell’ultimo strumento o dell’ultimo pro-
gramma. Questa scrittura labile contrassegna la nostra epoca, dove la du-
rata è un problema (Bauman, 2005), dove domina la liquefazione (ibidem).
Computer, nastri, dischetti, DVD, CD si ammucchiano, si buttano, ammuf-
fiscono e si sostituiscono a ritmo vorticoso: la scrittura sembra prevalere sul
parlato, ma solo nel presente, sembra aver perso il senso di lascito nel tem-
po, di segno destinato ad altri: la quantità del simultaneo ha totalmente sof-
focato la qualità del permanente.
Come afferma Lorena Preta (2007, p. 10) all’interno della sostanziale
instabilità morfologica dell’essere umano, dobbiamo oggi misurarci con il
cambiamento e cercare di leggerlo con nuovi strumenti e parallelamente
considerare come un dato la metamorfosi incessante dell’uomo, in modo da
non cancellare difensivamente le nuove forme che appaiono sulla scena
dell’umanità, ma neanche esaltarle come il nuovo, stabile fenotipo con il
quale provarsi.
L’impossibilità di sottrarsi a queste nuove angosce origina, forse, una
ricerca inconscia di qualcosa di distruttivo, una identificazione difensiva
attuata in parte nel registro dell’idealizzazione perversa e in parte in quello
dell’immobilizzazione della scuola argentina.

113
Ma non è solo qualcosa di nuovo: nel 1911 Kafka si reca al sanatorio
di Erlenbach, presso Zurigo, dopo aver viaggiato per tutta l’estate con
l’amico Max Brod visitando Lugano, Milano, Parigi. È già malato, ma è
come se della malattia non si potesse parlare: la diagnosi di tubercolosi
polmonare “ufficiale”, dopo una grave emorragia notturna, sarà del 4 set-
tembre 1917. Nel 19115 le “località” sono solo “tappe di vacanze”, i rife-
rimenti al sanatorio compaiono con una continuità “indifferente”, quasi si
trattasse ancora di Parigi… ci vuole una nota di Max Brod, anch’essa un
po’ ambigua, per capire:

Da qui in poi gli appunti furono scritti nel sanatorio di Erlenbach (Svizzera)
dove Franz si recò da solo, mentre io ritornai a casa: la sua licenza era un poco più
lunga della mia (in Kafka, 1972, Nota, p. 1016).

Le parole di Kafka sono sfuggenti, la scrittura deve più tacere che dire,
e, non a caso, l’immagine “d’entrata” è tratteggiata attraverso un non udire
e un non vedere che sono però dell’Altro sebbene rispecchino molto bene il
diniego kafkiano della realtà:

Nella sala di lettura, solo, con una signora tarda d’orecchio alla quale, mentre
guardava dall’altra parte, mi sono presentato inutilmente (ivi, p. 59).

Kafka sembra cercare appiglio, scosso dalla vertigine del vuoto, in un


“doppio” perturbante, “rispecchiandosi nell’altro”:

Pericoli rappresentati da un orefice ebreo. È di Cracovia, poco più che venten-


ne, è stato due anni e mezzo in America, ora vive a Parigi da due mesi […] Ha i
capelli lunghi inanellati, passati soltanto all’occasione fra le dita, un grande splen-
dore negli occhi, il naso leggermente curvo, gli incavi nelle guance, il vestito di
taglio americano, la camicia sfrangiata, i calzini rimboccati (ivi, pag. 60).

Il ragazzo imita “gli austriaci” che portano tutti “una mantellina così”,
giacché, a suo avviso, anche Kafka ne avrebbe una simile addosso:

Mostrando le maniche do la prova che non si tratta di una mantellina, ma di un


pastrano. Ma quello insiste nell’affermare che tutti gli austriaci portano la mantel-
lina. Se la buttano sulle spalle così. Rivolgendosi a un terzo gli mostra come fanno.
Finge di fissare qualcosa dietro, al colletto della camicia, piega il corpo per vedere
se tiene, tira poi questo qualcosa sul braccio destro, poi sul sinistro e si avviluppa
interamente finché si vede che sta ben caldo. I movimenti delle gambe indicano,

5
Lugano, Parigi, Erlenbach, in Kafka (1972).

114
benché stia seduto, con quanta leggerezza e addirittura spensieratezza gli austriaci
se ne vadano avvolti in una mantellina così. E non c’è quasi ironia, anzi la cosa è
esposta come da uno che ha viaggiato e perciò ha visto molte cose. Vi si mescola
un che di puerile.
Mia passeggiata nel giardinetto buio davanti al sanatorio (ivi, pp. 60-61).

Kafka si rispecchia nel giovane, che a sua volta imita Kafka o meglio
riflette ciò che lui è sicuro di vedere in una certa tipologia… un gioco di
specchi, di mise en abîme, in cui ciascuno vede quello che vuole vedere…,
quello che sa già che vedrà…, dove ci si fonde, ci si con-fonde…, ma non
si evita di ripiombare nel giardinetto buio del sanatorio.
In Kafka, nella vita e nella scrittura, l’osservare non è aperto al-
l’accogliere, lo sguardo non è permeabile, non ci sono imprevisti se non
intesi come messa in forma percettibile di disegni tramati altrove – minac-
ce, condanne, verdetti, esecuzioni, che, all’improvviso, colpiscono.
La scrittura non è, almeno per l’autore, strumento di riscatto o di ripa-
razione: non è traccia, percorso possibile per altri. È, piuttosto, quella
perversione dell’osservare, quell’osservare per non vedere che Betty Jo-
seph acutamente mette a fondamento dell’addizione tossicomanica al ri-
schio di morte.
Nel saggio Near Death Addiction, infatti, Joseph (1982) esamina l’as-
suefazione di molti pazienti “sempre più in preda allo sconforto e coinvolti
in attività che sembrano destinate a distruggerli sia fisicamente che men-
talmente” (p. 330), per i quali:

il semplice morire, per quanto attraente, non sarebbe abbastanza. C’è un preciso
bisogno di essere consapevoli della propria distruzione e di assistervi (ivi, p. 331).

Siamo nel campo delle “organizzazioni patologiche” (Steiner, 1987),


caratterizzate dal predominio di un sé cattivo, elemento perverso, ricercato
con sudditanza tossicofilica, che permette all’individuo di mantenere una
posizione che lo protegge dal caos persecutorio della cosiddetta posizione
schizoparanoide, ma anche dal dolore mentale della posizione depressiva.
Un’organizzazione di questo tipo è profondamente refrattaria alla crescita e
al cambiamento e trasforma la condizione equilibrata della mente in uno
stato di equilibrismo dove prevalgono immobilizzazioni, coesistenze con-
traddittorie, attacchi distruttivi alle funzioni pensanti. Le metafore, i sogni,
a volte gli spunti deliroidi hanno spesso come tema la caverna, la prigione,
la tana, elementi quanto mai presenti in Kafka, basti pensare al racconto
“La tana” scritto nel settembre 1923 (in Kafka, 1980), non molti mesi pri-
ma della morte: una costruzione meravigliosa eppure intrisa di incessante e

115
inutile movimentazione difensiva, di angosce persecutorie assolutamente
inaffrontabili, terrorizzante ma indispensabile, dove il protagonista sembra
sparire per implosione in un nulla centrale o essere “fuori scena”, spettatore
estraneo, come scrive Citati:

La salvezza non stava in una qualsiasi soluzione del conflitto: non c’era nessu-
na soluzione possibile, nella guerra che prese il nome di Kafka. L’unica speranza
era che il campo di lotta diventasse quello di un altro, e che egli potesse assistere
alla battaglia come si può assistere a uno spettacolo. […] Aveva un sostegno solo
nella letteratura: nell’“atto ondoso” dello scrivere, dove gli impulsi venivano rap-
presentati come personaggi, dove nasceva la forma perfetta, chiusa e ambigua di
un’architettura narrativa, ed egli stava al di fuori, identico alla totalità del libro, e
assisteva e guardava e forse giudicava (Citati, 2007, p. 38).

Il trionfo sta proprio nell’idealizzare questo ribaltamento perverso:

Noi stiamo costruendo il pozzo di Babele (Kafka, 1972, p. 970, corsivo nel
testo).

Un mondo alla rovescia, consapevole della pretesa di onnipotenza, ma


contrassegnato quasi da un bioniano segno algebrico “meno” che ne capo-
volge senso e direzione, sottomettendosi al primato del “negativo” (Green),
del mortifero:

Sono infatti come di pietra, sono come il mio monumento funebre, e qui non
c’è spazio per il dubbio o la fede, per amore o ripugnanza, per coraggio o paura in
particolare o in generale, ma vive soltanto una vaga speranza non migliore delle
iscrizioni sulle pietre sepolcrali. […] I miei dubbi stanno in cerchio intorno a ogni
parola e li vedo prima della parola, ma che dico? Non vedo affatto la parola,
l’invento (15 dicembre 1910, Diari, in Kafka, 1972, pp. 140-141).

Lui voleva qualcosa in più di un eremo: il sonno profondo della morte, la pace
imperturbabile del sepolcro, dove ogni contatto umano si spegne. Così, diventato
un recluso e un morto, Kafka trovava finalmente la giusta condizione per scrivere
(Citati, 2007, p. 71).

Il linguaggio è lontano dalle faticose caratteristiche dell’indispensabile


tragitto depressivo, invece, come Bleger ritiene avvenga nelle simbiosi pa-
tologiche, esso:

non opera sul piano del suo pieno valore simbolico, ma a un livello regressivo, co-
me se fosse un agìto e al tempo stesso un fattore che stimola l’agìto nell’altro. An-

116
ziché evocare nel recettore un simbolo o un significato, provoca direttamente un
agìto. Il livello simbolico non è in primo piano e le parole mantengono il loro si-
gnificato letterale, concreto (Bleger, 1967, p. 99).

Il dolore mentale può risultare così insostenibile da far preferire un


controllo decisionale onnipotente:

Resta il fatto che io stesso ho da tempo deciso di morire nel 1916 o 1917, ma,
naturalmente, non ne faccio una questione di principio.

A dirlo non è Kafka – lui sì che ne fa una questione di principio – ma


Freud (Freud e Ferenczi, 1993, pp. 129-130, cit. in Balsamo, 1998, p. 58),
in una lettera a Ferenczi del 10 gennaio 1910!
Tuttavia Freud, scrivendo “Il Mosè di Michelangelo”, “Considerazioni
attuali sulla guerra e la morte”, “Caducità”, “Lutto e malinconia”… tra-
sforma il destino, rende l’abisso un margine (Balsamo, 1998, p. 56), fa
della scrittura una traccia che si rivolge al Prossimo (Nebenmensch). Egli si
confronta così con la morte, forse proprio quando la riconosce attraverso il
“non sé simile a sé” (basti pensare al “Mosè”). La pensabilità di qualcuno
che viva oltre noi stessi evita di negare o investire narcisisticamente il mo-
rire: si può lasciare in vita il Sé e trovare una via per la sopravvivenza nel
tempo di un qualcosa di trasformato collegato al Sé, come le opere d’arte o
di ingegno.
Non così Kafka che, tramutandosi nello scarafaggio, si illude di impos-
sessarsi della morte che lo terrorizza, l’idealizza e cerca di toglierle potere
affermando di essere egli stesso a darglielo.

quanto di meglio ho scritto ha il suo fondamento in questa mia facoltà di morire


contento […] il mio lamento è più perfetto che mai e non prorompe improvviso
come un vero lamento, ma si svolge in limpida bellezza (Diari, 1914, in Kafka,
1972, p. 511).

Riuscire a pensare alla morte come ingrediente della vita6, invece, pur
non rendendola necessariamente gradevole – non arriviamo a dire, con
Beckett (1951, p. 227), che quello della morte è “un giorno uguale agli altri,
solamente più corto” –, aiuta a simbolizzarla, a poterla maneggiare con il
pensiero, comprendendone funzione e senso. Resta vero quel che recita un
frammento di Saffo (fr. 201, cit. in Svenbro, 1988, p. 1 55): “Morire è un
male: così hanno deciso gli dei. Perché se fosse bello morire, anche gli dei

6
Rimando, per riferimenti, a Francesconi e Scotto di Fasano (2001).

117
morrebbero”, ma, forse proprio perché non muoiono, gli dei non scrivono:
non ne hanno bisogno?
Kafka opta per l’identificazione fusionale-invidiosa con il divino-
negativo:

[L’agrimensore K. de Il Castello] sogna di abbracciare il divino: forse di fon-


dersi e di perdersi estaticamente nel divino senza difese. […] Quel Dio, che egli
agogna, è una preda da conquistare: forse vorrebbe salire al Castello, prendere il
posto degli dei, strappare i loro segreti, diventare uno di loro (Citati, 2007, p. 295).

Invece gli uomini – ci ricorda Svenbro (1984) – utilizzano lo scrivere


per dar prova della propria mortalità, della propria umanità, come nel-
l’iscrizione di una statua funeraria greca (un sema) del VI secolo a. C. ri-
trovata a Maratona. Il nome stesso della fanciulla defunta – Phrasìkleia
(“colei che conduce il pensiero alla rinomanza”) – si fa preciso messaggio
del significato di permanenza nel tempo, del tentativo di sconfiggere la
crudeltà di una morte precoce.
Leggere, come era uso, a voce alta il nome fa sì che si faccia di nuovo
risuonare, si faccia rinomanza di colei che “si chiamerà per sempre fan-
ciulla”, come è riportato nell’epigramma.
Siamo cioè di fronte a una sorta di rinascita del nome, di filiazione
gettata nel tempo a venire, che Svenbro paragona agli effetti dell’usanza
dell’epiclerato, convenzione finalizzata a permettere che il nome non si
estinguesse e continuasse a risuonare attraverso le generazioni7.
La tradizione “mitica” vede la scrittura come dono all’umanità da parte
di Orfeo – figura simbolo del lutto inevitabile di ciò che non può essere ri-
portato in vita (Detienne, 1989). Orfeo, che perde la donna-madre edipica
per continuare a esistere, mostra un altro sapersi volgere al passato, diven-
tando così artefice della sopravvivenza nel futuro della parola, del pensiero,
trasformati attraverso la scrittura. “Lo scritto è in origine la voce del-
l’assente”, ricorda Freud (1929, p. 581).
Se, per Derrida (1967), si può dire della scrittura quello che Feuerbach
diceva della filosofia: che “parla per non parlare, per pensare”, grazie a
quel tempo supplementare, a quella differenza che la scrittura, nello strin-
gere e costringere di più la parola, possiede, non così Kafka, che, a parte
pochissimi scritti (fra i quali La metamorfosi) pubblicati in vita con il suo

7
Essa, infatti, portava allora, laddove un capofamiglia non vedesse nascere alcun figlio
maschio proprio, a considerare figlio e non nipote un maschio fatto nascere da una delle fi-
glie e da un parente prossimo, espressamente autorizzato dal rituale a compiere questa
“trasgressione”.

118
accordo, alla fine dei suoi giorni pretende da Max Brod la distruzione di
tutta la sua opera letteraria8.
Scriveva a Milena nel 1920:

Come sarà mai nata l’idea che gli uomini possano mettersi in contatto tra loro
per mezzo di lettere? […] Baci scritti non arrivano a destinazione, ma vengono be-
vuti dai fantasmi durante il tragitto (in Citati, 2007, p. 255).

Non per questo vive meglio il presente, colma i vuoti:

è errato dire che ho fatto esperienza della frase “Ti amo”, ho sperimentato soltanto
l’attesa silenziosa che avrebbe dovuto essere interrotta dal mio “Ti amo”: di ciò
soltanto ho fatto esperienza, di nient’altro (Diari, 12 febbraio 1922, in Kafka, 1972,
p. 623).

Siamo d’accordo con Franco Rella quando, anche se un po’ enfatica-


mente, dice:

Forse soltanto con Freud siamo oltre le macerie dei grandi “nomi” e delle
grandi “parole” della ragione classica, siamo dunque sulla via che conduce anche
oltre il silenzio: al di là del lutto e della tragedia per la perdita e il crollo del lin-
guaggio della razionalità classica, verso un nuovo rapporto rappresentativo con il
mondo e con la realtà (Rella, 1981, p. 13)

e con Maurizio Balsamo (1998, p. 45), che ci ricorda, come ha notato La-
planche, che:

Il termine di “riconoscimento dell’inconscio”, titolo dell’ultimo capitolo del


saggio del 1915, in tedesco è die Agnoszierung des Unbewussten. Ora, Agnoszie-
rung è un termine molto raro, d’origine latina, il cui significato è relativo princi-
palmente a una forma particolare di riconoscimento, quello di un cadavere, “alla
morgue per esempio”. […]
Questo fondare il riconoscimento psichico dell’inconscio su di un resto così
particolare come quello del cadavere ha certamente una portata singolare, molto al
di là della questione dell’indiziario a cui pure essa allude. Il riconoscimento così
effettuato difatti, in termini propri, è la premessa di una possibile operazione tra-
sformativa, quella che conduce alla sua presa in carico simbolica: il passaggio,
cioè, dall’estraneità (del cadavere) a un’assunzione che deve nuovamente disloca-
re, con la tumulazione e il lutto, questa alterità altrimenti insopportabile.

8
Interessante sembra il fatto che l’unica opera di cui Freud chiede esplicitamente la di-
struzione (a Marie Bonaparte) siano le lettere a Fliess, il suo “doppio”.

119
È il contrario di quanto accade nel patologico vincolo simbiotico de-
scritto da Bleger (1967, p. 97):

Il vincolo simbiotico è dunque un patto fra le parti morte, distrutte e pericolose


di coloro che lo stipulano, che fanno un “giuramento” di reciproco aiuto per poter
sopportare un cadavere che hanno in comune. Ma è un patto che essi stringono per
poter continuare a vivere. Il segreto della simbiosi sta in questo cadavere vivente
che deve essere conservato, controllato e immobilizzato da coloro che vi sono co-
involti; una perdita del controllo provoca o rischia di provocare la distruzione.

Riteniamo che ciò che Freud accetta e Kafka no possa essere riassunto
da una frase che Michel de Certeau scrisse in una cartolina a Greimas qual-
che giorno prima di morire (Facioni, 2006, p. XI):

Siamo passanti dentro forme che rimangono.

Possiamo dire oggi la stessa cosa? Siamo ancora in grado di preoccu-


parci che qualcosa rimanga o mutazione collettiva è proprio lo scivola-
mento dalla trasformazione alla metamorfosi?
In quest’epoca sembra non interessare più che le forme rimangano, un
po’ come per l’alto funzionario Klamm, del Castello, che: “muta continua-
mente, come Proteo; e la sua perenne metamorfosi è il segno dell’inaffer-
rabilità del divino” (Citati, 2007, p. 278) – e – sembra riposare su una mon-
tagna inarrestabile di pagine scritte, non legge mai i documenti e i verbali:
“Lasciatemi in pace coi vostri verbali!” dice sempre. […] Di cosa è fatta la
sapienza di Klamm? È fatta forse di memoria? Nemmeno di questa. Klamm
dimentica tutto e subito: le donne amate come i documenti. Gli dei vivono
nella tenebra, senza scrittura, senza memoria, senza parola, simili a quel
ronzio altissimo, lontanissimo e infantile, che risuona dentro i microfoni
(ivi, p. 280).
Possiamo concordare con Bleger che si tratti della prevalenza della
non-relazione sulla relazione?
L’autore riteneva che in ogni gruppo esistesse un tipo di relazione che,
paradossalmente, è una non-relazione, una non-individuazione che funzio-
na da matrice fondamentale, detta socialità sincretica per differenziarla
dalla socialità caratterizzata dall’interazione.
Si tratta di una parte dell’identità fondata necessariamente su una certa
immobilizzazione degli stati non discriminati della personalità o del grup-
po, separati da un forte clivaggio che impedisce loro di entrare in relazione
con gli altri. L’immobilizzazione degli aspetti sincretici permette il funzio-
namento degli aspetti più integrati della personalità e del gruppo (Bleger,

120
1970, in Bleger, 1966-1972, p. 187). Tale sottofondo di sicurezza, costituito
dalle parti agglutinate che devono potersi appoggiare in una cornice incon-
scia immobilizzata, funziona proprio quando non si avverte e garantisce il
senso di identità, come un pavimento al camminare dell’essere. Situazioni
critiche sono date invece dall’improvvisa rottura di questo aspetto
“naturalmente” stabile, quasi si aprisse una voragine improvvisa nel suolo,
che porta il sottosuolo in primo piano, trasformando la socialità nota in
un’altra:

del tutto particolare, caratterizzata da una non-relazione e da una indifferenziazione


in cui nessun individuo si distingue da un altro o è discriminato rispetto a un altro,
e in cui non vi è una discriminazione stabilita fra Io e non-Io, fra corpo e spazio,
fra Io e l’altro (ivi, p. 189).

Nel caso di un gruppo, i membri possono:

trovarsi di fronte a una socialità che li destituisca dal loro essere persone e li tra-
sformi in un unico ambiente omogeneo, sincretico, in cui nessuno emerga come
figura (come persona) dallo sfondo, ma ciascuno si trovi immerso, il che implica
una dissoluzione dell’identità strutturata dei livelli più integrati dell’Io, del Sé o
della personalità. La paura nasce in presenza di questa organizzazione e non sol-
tanto dalla disorganizzazione (Bleger, 1970, p. 193).

Paradossalmente, è proprio la paura di un condizione sincretico-


agglutinata9 la condizione che la promuove, facendo così perdere di vista,
come ricordava Bion per i gruppi in assunto di base rispetto al gruppo di
lavoro, lo scopo realistico del lavoro e attuando una:

legge generale delle organizzazioni, secondo la quale in tutte le organizzazioni gli


obiettivi espliciti per cui sono state create corrono sempre il rischio di passare in
secondo piano, mentre acquisisce primaria importanza la perpetuazione del-
l’organizzazione in quanto tale […] [cosicché] qualsiasi organizzazione tende ad
avere la stessa struttura del problema che deve affrontare e per il quale è stata
creata (ivi, p. 195-196).

Kafka, forse, affronta la paura della morte tendendo ad avere la stessa


struttura del problema – diventando il, tramutandosi nel morto, nel piatto e
rinsecchito coso là (lo scarafaggio) di cui non ci si deve più preoccupare
essendo già stato spazzato via dalla solerte cameriera.

9
Rimando ai testi “Ululare con i lupi” di Gaburri e Ambrosiano (2003) e “L’ambiguità”
di Argentieri (2008) per sviluppi del discorso.

121
Possiamo dire che stia accadendo così alla nostra memoria storica, che
si illude di immobilizzare la dissoluzione proprio nel momento in cui opera
inconsciamente per metterla in atto?
Siamo tornati a ritenere vincente l’astuzia proteiforme di Metis al posto
del pensare di Zeus?
Scriveva Vernant (1999) che, nella cosmogonia greca, Terra e Cielo
(Gaia e Ouranòs) costituiscono due piani sovrapposti dell’universo, un pa-
vimento e una volta, un sotto e un sopra che si coprono a vicenda, in una
congiunzione fisica e sessuale ininterrotta che dà origine a una numerosa
prole (i Titani) che però non può uscire dal grembo della madre, mancando
lo spazio che permetta ai figli di venire alla luce e di condurre un’esistenza
autonoma.
Sarà uno dei Titani, Crono, a ribellarsi al padre Urano attraverso la ca-
strazione operata con un falcetto fabbricato dalla madre, provocando la di-
latazione spaziale dell’Universo:

Urano lancia con forza un grido di dolore e, allontanandosi da Gaia, si ferma


per non muoversi più, in alto, lassù sopra al mondo […] da allora in poi tutto ciò
che la terra produrrà, tutto ciò che verrà generato dagli esseri viventi, avrà un luogo
per respirare e per vivere (ibidem).

Come il nome Crono ricorda, la genesi dello spazio coincide con quella
del tempo, ma è da sottolineare la modalità negativa con cui ciò avviene.
Urano, infatti, nell’attimo in cui assegna loro il nome, lancia una maledi-
zione ai figli: “Vi chiamerete Titani perché avete teso le braccia troppo in
alto! (titaino)” e genera con le gocce del suo sangue una progenie aggressi-
va e impregnata di odio: Erinni, Giganti e Meliadi.
Tuttavia, la stessa ferita castratoria fa sì che dal seme di Urano, in-
sieme con la schiuma del mare, nasca Afrodite e con lei compaia il nuovo
Eros, artefice delle strategie amorose, delle conquiste incerte, della me-
scolanza di sentimenti contrastanti, di seduzione, di passione, di accordo,
di scontro, di gelosia.
Si passa (cfr. Francesconi, 2001; Munari, 2008) qui dalle forme che la
psicoanalisi chiama pregenitali a quelle genitali, da forme arcaiche di ac-
coppiamento, generazione e aggressività ad aspetti più evoluti e articolati.
Se infatti il nome dei Titani nasce nell’odio a ricordare la faticosa uscita
dal corpo materno, la successiva progenie, quella di Crono e Rea, potrà
vedere la luce ma, a causa della maledizione di Urano, sarà subito divo-
rata dal padre. Il passo successivo sarà quello di Zeus, che sfuggirà alla
distruzione orale grazie alla sostituzione, operata dalla madre, del neonato
con una pietra. Egualmente con l’astuzia (Metis) figlio e madre faranno

122
bere a Crono una pozione emetica che lo obbligherà a vomitare tutti i figli
che aveva inghiottito, che in tal modo rinascono per mezzo di una specie
di parto maschile.
Ma Metis, dea dell’astuzia e delle infinite metamorfosi, è anche il
nome della prima sposa di Zeus, che resta incinta di Atena. Astuta, sì, ma
femmina: le lusinghe di Zeus, che ne stimola la dimostrazione delle capa-
cità mutative, ottengono il loro effetto, per cui, quando ella diventa una
goccia d’acqua, Zeus può facilmente inghiottirla assieme al prodotto del
concepimento. Sarà così Zeus, e non la dissolta e assorbita Metis, a parto-
rire Atena.
In questo progressivo passaggio dagli aspetti incorporativi concreti a
quelli più tipici dell’ordine simbolico si assiste a una graduale attenuazione
della distruzione irrimediabile a favore della possibilità di porre rimedio, di
recuperare qualcosa di non distrutto, di far (ri)vivere.
Dall’originario corpo materno, pericoloso, che tutto include e trattiene,
si passa a una fantasia di inseminazione orale maschile sia in Crono che in
Zeus, dove però sembra che solo in quest’ultimo si esprima un processo di
assimilazione e di identificazione con le caratteristiche dell’altro piuttosto
che la messa in atto di una semplice funzione di involucro al cui interno re-
stano accumulati e immodificati gli oggetti introdotti.
Zeus si sottrae alla coazione a ripetere perché fa sua, assimila, la
funzione generativa stessa, iniziando con ciò a trascendere le precedenti
modalità incestuose di generazione e mostrando che le capacità tra-
sformative riescono ad avere vittoria sulle magiche capacità metamorfi-
che di Metis.
Sembra invece che le crisi nelle capacità di confronto con lutto, perdita,
caducità stiano portando oggi a un rovesciamento di questo cammino, fino-
ra considerato un progresso, riproponendo le modalità astute e trasformiste
come preferibili al vero lavoro trasformativo e ponendo in grave crisi le ca-
pacità introiettive e di apprendimento.
In una ricerca condotta da quattro laureande in Psicologia dinamica10
nella quale sono stati messi a confronto disegni e storie di bambini, ma-
schi e femmine di tre e cinque anni, negli anni 1984/1985 e 2006/200711
veniva evidenziata, fra le altre osservazioni, una impressionante caduta

10
Stefania Barresi, Patrizia Novellino, Silvia Pedrini, Elisa Pezzi.
11
A ogni soggetto sono state presentate le seguenti consegne: eseguire un disegno a
scelta, un proprio ritratto, l’interno del proprio corpo, descrivere un ricordo, effettuare un
gioco “raccontando una storia” coinvolgente oggetti-stimolo (un bambolotto neonato, un
orso di peluche, una Barbie, un Ken, un Big Jim) e raccontare una situazione di gioco svolta
in ambiente extrascolastico.

123
nella capacità di rispondere al compito sia nei bambini di tre anni che in
quelli di cinque12. Si è rilevata, negli anni, una riduzione della capacità di
verbalizzazione; inoltre, i ritratti eseguiti dai bambini di oggi risultano
molto meno dettagliati e, a volte, persino sfigurati; ciò che emerge è una
sorta di povertà diffusa: di linguaggio, di immaginazione, di simbolismo,
di interazione, di memoria.
Questa differenza tra i soggetti presi in esame non si manifesta tanto
nel numero dei disegni, quanto nella loro qualità: meno colori, meno parti-
colari, meno fantasia. Inoltre, nelle interviste funzionali a raccogliere le sto-
rie inventate dai piccoli, c’è una diminuzione nella capacità di interagire,
inventare, leggere le proprie emozioni, portare un ricordo più distante del
“giorno prima”.
Per esempio Maria, di cinque anni, all’intervistatrice che le chiede se
giochi da sola o con qualcuno, risponde “da sola, perché non vuole giocare
con me il mio papà alle Barbie”.
“Ah, da sola, e che fai?”, domanda l’intervistatrice.
“Faccio andare sul camion la Barbie in giro per casa e poi la fermo e si
tramuta in casa”.
Perché, di fronte alla frustrazione13, Barbie si tramuta in una casa anzi-
ché trovarne una o cercarne una, o, almeno, pensare di poterne cerca-
re/trovare una?
Penso aiutino nella risposta e nella riflessione due saggi di Ogden
(2005). Nel primo, sulle origini (freudiane) della teoria delle relazioni og-
gettuali, l’autore esplora a fondo e in modo innovativo il celebre scritto
freudiano “Lutto e malinconia”, ponendo l’accento in particolare sulla qua-
lità dell’identificazione dell’Io con l’oggetto abbandonato (Freud, 1915b, p.
108), la famosa ombra dell’oggetto:

La metafora dell’ombra afferma che l’esperienza del melanconico di identifi-


cazione con l’oggetto abbandonato ha una qualità sottile, bidimensionale, opposta a
un tono emotivo vivo e robusto. L’esperienza dolorosa di perdita è ostacolata dal-
l’identificazione del melanconico con l’oggetto, negando così la separatezza del-
l’oggetto: l’oggetto è me e io sono l’oggetto. Non c’è perdita; un oggetto esterno
(l’oggetto abbandonato) è onnipotentemente rimpiazzato da un oggetto interno.
[…] Si potrebbe dire che la relazione oggettuale interna è creata allo scopo di evi-
tare il sentimento doloroso della perdita dell’oggetto. L’evitamento è raggiunto at-
traverso un “patto con il diavolo” inconscio: in cambio dell’evitamento del dolore

12
3 anni: nel 1984 il 60%, nel 2007 il 20%; 5 anni: nel 1984 l’87,5%, nel 2007 il 37%.
13
Non vogliamo qui fare riferimento alla scelta del “padre” come elemento di riferi-
mento, mancando gli elementi contestuali per riflettervi.

124
per la perdita dell’oggetto, il melanconico è condannato a fare esperienza del sen-
timento di essere senza vita che è conseguenza del distaccarsi da ampie porzioni
della realtà esterna (Ogden, 2005, p. 43).

Ogden afferma, rielaborando il testo freudiano, che l’identificazione del


melanconico è narcisistica in un certo senso da sempre, perché il melanco-
nico è sempre stato capace di impegnarsi solo in forme narcisistiche di re-
lazione oggettuale (ivi, p. 47); così, se perde l’oggetto, il soggetto perde il
Sé identificato con l’oggetto, perde tutto, e non gli resta che una ricreazione
onnipotente di qualcosa che abbia più il carattere del restauro maniacale
che della riparazione:

L’individuo sostituisce ciò che sarebbe potuto diventare una relazione tridi-
mensionale con l’oggetto esterno mortale e talvolta frustrante con una relazione
bidimensionale (come un’ombra) con un oggetto interno che esiste in un dominio
psicologico fuori dal tempo (e che di conseguenza è protetto dalla realtà della
morte). Facendo così, il melanconico evita il dolore della perdita e, per estensione,
altre forme di dolore psicologico, ma lo fa a un costo enorme – la perdita di buona
parte della sua vitalità (emotiva) (ibidem)

Freud stesso ha forse mostrato qualche inclinazione verso tale registro


quando ha cercato, forse con troppa decisione, di correggere la sua preci-
pitosa reazione euforica allo scoppio della prima guerra mondiale e di ras-
sicurare se stesso oltre che l’amico silenzioso e un poeta già famoso nono-
stante la sua giovane età – Lou von Salomé e Rainer Maria Rilke, secondo
Rella (1981) – cosa che traspare in “Caducità”:

Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni
della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ri-
costruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e
duraturo di prima (Freud, 1915a, p. 176).

Freud riesce però a evitare il rischio di cadere in quella ricostruzione


paranoica del mondo che aveva ritenuto patologica (sebbene parzialmente
sana) in Schreber:

Il paranoico ricostruisce il mondo, non più splendido in verità, ma almeno tale


da poter di nuovo vivere in esso. Lo ricostruisce con il lavoro del suo delirio. La
formazione delirante che noi consideriamo il prodotto della malattia costituisce in
verità il tentativo di guarigione, la ricostruzione (Freud, 1910, p. 396).

Egli può probabilmente riuscirci attraverso la sofferta e complessa ela-

125
borazione visibile in tutti gli scritti di quegli anni, che testimoniano appunto
il lavoro di trasformazione dell’esperienza di vita e lavoro compiuto attra-
verso la scrittura.
È quanto Ogden descrive nel suo secondo saggio, Sulla scrittura psico-
analitica, dove invita a formulare la “fiction” analitica muovendosi conti-
nuamente fra esperienza viva e personaggi:

La persona reale e i personaggi corrono continuamente il pericolo di volar via


in direzioni differenti. Quando ciò accade, tutta la vita fluisce dalla storia; i perso-
naggi non sono più credibili; ciò che dicono suona artificioso.

Dice Ogden che ci sono persone che scrivono quello che pensano, altre
che pensano quello che scrivono e sostiene che Freud appartenesse a questa
seconda categoria.
Ci pare che alla stessa categoria possa appartenere Ike, un giovane uo-
mo che vive a Cascina Rossago, la prima Comunità Agricola Residenziale
per Persone con Autismo, realizzata nell’Oltrepo pavese14.
Sappiamo quanto sia necessaria una sorta di sfida all’ovvietà (Mistura,
2006, p. XL) per raggiungere l’umanità nascosta delle persone autistiche
(ivi, p. XLI), dal momento che “non è facile introdursi là dove tutto fa cre-
dere che non si è necessari né desiderati” (ibidem). Se però si crea lo spa-
zio, mentale prima ancora che fisico, perché questi soggetti possano dirsi,
anziché in una fortezza vuota (Bettelheim, 1967) possiamo entrare, per
esplorarla, in una debolezza piena (Barale e Ucelli, 2006), in contatto con
una vita che, per quanto altra, è senza dubbio vita, al punto da contemplare,
perfino in una patologia grave come quella autistica (la poesia di Ike lo di-
mostra) la voglia di scrivere di sé e la possibilità di pensare, come Freud,
quello che si scrive mediante un prezioso alfabeto introspettivo:

Dico stop a regole e leggi inutili per me e altra gente / Levo mie urla acute verso
il cielo / Stridono ma mia voce voglio che si oda / Dovete ascoltare mie urla / Date
loro giusto significar / Ben son chiaro e dal tono si comprende significato / mio
umore / Se acuto e simile a fischio sono sereno e felice / Se civettoso e a tratti muto
sono agitato / Se simil pianto sono stufo / Come non capite miei gesti / Se mi na-
scondo dietro angoli per meglio ascoltare / voci fastidiose / Se mi metto amorevol-
mente cuscini in testa / proteggo mie emozioni / Se molti cinque do / è per sentirmi

14
Si rimanda alla raccolta di saggi curata da Stefano Mistura Autismo. L’umanità na-
scosta (2006) e, in particolare, al capitolo scritto da Francesco Barale e Stefania Ucelli, “La
debolezza piena. Il disturbo autistico dall’infanzia all’età adulta”, che dà anche conto del-
l’esperienza di Cascina Rossago (pp. 172 e ss.). Si ringrazia la mamma di Ike per aver con-
cesso l’utilizzazione della poesia del figlio per questo lavoro.

126
più partecipe / Se vado sotto le coperte mi sento protetto / Bene vi parlo e sopporta-
te miei bizzarri gesti come io / faccio con voi / quando soffocate con troppe parole /
quando fingete che non ci sono e parlate di me / Io sento anche se non parlo.

Ci pare invece che quanto Kafka ha detto con le sue parole e con la sua
vita, per quanto geniale e prezioso, abbia a che fare con una terza possibilità:
non riuscendo a trovare una casa psicologica, si ritrova nella necessità di fer-
mare la vita emotiva, di fermare la mano inflessibile che lo caccia via dalla
vita e tramutarla in una casa-tana-tomba – un po’ come Maria fa con Barbie –
con una metamorfosi, trovandosi a scrivere quello che non può pensare.
Forse la permanenza nel tempo ci interessa comunque ancora, se pen-
siamo all’esigenza di Randy Pausch, condannato da una malattia mortale a
non veder crescere i suoi bambini, di far pervenire loro – e a tutti – un te-
stamento spirituale intriso di esperienze vive e di ricordi mediante la sua
Ultima lezione (Pausch, 2008).
Va però detto che la storia personale di questo “leone ferito”, che ha
“vinto la lotteria dei genitori”, che sceglie il motto “non sto cercando di
fare finta di niente”, non ha il carattere tipico di molti suoi contemporanei,
avendo avuto una madre “severa” e un padre che “insegna la lealtà”, una
famiglia in cui “non si spendeva molto ma si rifletteva su tutto”, e in cui
“durante la cena può capitare di sentire il bisogno di un dizionario”. Forse
è proprio la mancanza di simili fattori esistenziali a rendere difficile ai più
trovare, come Randy Pausch, un viatico per catapultarsi in un futuro che
non avrebbe vissuto.
Eppure, anche Kafka, nonostante tutto15, è ancora qui, con noi, a farci
pensare, a emozionarci, a mostrarci che c’è stato anche un Kafka (cfr. Cita-
ti, 2007, p. 345 e 352) capace di impedire la derisione di un bimbo goffo
che a una cena inciampa e cade, dicendogli tempestivamente: Come sei ca-
duto bene e come ti sei alzato meravigliosamente! E capace di dire a una
bambina, in lacrime al parco di Stegliz (Berlino) perché aveva perso la sua
bambola, che la bambola era in viaggio e gli aveva appena scritto una lette-
ra; così, per tre settimane, scrive immaginarie lettere della bambola e le
legge alla bambina, finché fa sposare la bambola che, serenamente, prende
commiato dalla bambina, ormai consolata, dicendo: Tu capirai che in futuro
dobbiamo rinunciare a vederci…
Siamo alla fine del 1923, Kafka morirà sette mesi dopo, nel 1924, lo
stesso anno in cui Freud scrive la sua “Selbstdarstellung” (“autoespo-
sizione”, nota come “Autobiografia”).

15
Nonostante certe affermazioni; si veda quella recente dell’opinionista David Brooks
(2008) comparsa sul New York Times.

127
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129
9. Lance: un caso, due scritture, un costrutto
di Riccardo Galiani

Da Freud in poi, l’operazione di scrittura che trasforma una cura in un


caso ha rappresentato in più di un’occasione un indicatore quando non un
promotore dell’avanzare della psicoanalisi stessa lungo strade diverse da
quelle dell’isteria e della nevrosi. In più di una circostanza, la rinominazio-
ne di un paziente ha rappresentato il momento in cui un campo di fenomeni
clinici posto sino ad allora “ufficialmente” al di fuori delle mura psicoana-
litiche, per riprendere una nota immagine di Laplanche, induce a ridisegna-
re il tracciato di queste mura. Dal punto di vista di una storia della psico-
analisi che, seguendo l’indicazione di Freud, sia dunque storia del movi-
mento (Bewegung) psicoanalitico, la costituzione di quella che prima è stata
un’entità nosografica, per poi divenire un elemento di una delle nuove for-
me assunte dal discorso sociale sulla sessualità, vale a dire il transessuali-
smo, resta forse associata più che al nome di George/Christine Jorgensen al
“nome di caso” attribuito a un bambino di circa sei anni, Lance. Questo
nome – e la vicenda che gli è stata associata – rimanda però non a uno, ma
a due trattamenti psicoanalitici e a due scritture: l’una, quella di Robert Jes-
se Stoller, in cui il ruolo della funzione teorica del caso era riconosciuto
esplicitamente; l’altra, quella di Ralph Greenson, limitata nelle intenzioni
dell’estensore alla funzione di un “resoconto”. Cominciamo da quest’ulti-
mo, non solo per una ragione cronologica, ma per restituire alla scrittura di
Stoller quella condizione di culmine che ha occupato nella costruzione
della categoria del transessualismo.

1. Lance nella scrittura di Greenson

Di fatto, il caso di Lance, così come è uscito dalla penna di Ralph Gre-
enson, appare après coup non solo come il presupposto della parte più arti-
colata delle ipotesi di Stoller, la parte cioè in cui ricorre alle categorie psi-

130
coanalitiche messe a sua disposizione da una tradizione in cui è pienamente
iscritto – quella nord-americana –, ma esso è da considerarsi altrettanto or-
ganico al discorso di Stoller, come sembra mostrare già un’analisi dei titoli
attribuiti da Greenson al suo caso. Quando decide di presentare una comu-
nicazione al 24º congresso dell’IPA, nel 1965 ad Amsterdam, il titolo asse-
gnato al proprio contributo è “A Transvestite Boy and a Hypothesis”: il
transessualismo, cioè, è assente nel titolo così come nel lavoro e, soprat-
tutto, esso sembra mancare nell’ipotesi avanzata da Greenson. È solo in un
secondo tempo, nel momento in cui quest’ipotesi rientra in un’ipotesi più
ampia e generale, quella relativa al ruolo del processo di disidentificazione
dalla madre del bambino di sesso maschile, che Lance verrà presentato
come un bambino “travestito-transessuale”. (Greenson, 1968, p. 262)1 Ma
tra il 1965 e il 1967, anno di composizione di questo secondo lavoro di
Greenson, cade anche, come ricorda lo stesso Greenson nella versione del
lavoro su Lance affidata all’International Journal of Psycho-Analysis, la
stesura di “Mother’s Contribution to Infantile Transvestic Behavior”, prima
versione di “Mother’s Contributions to Boyhood Transsexualism”, uno dei
due articoli con cui Stoller, come vedremo, contribuisce, con le proprie
ipotesi sulla relazione tra Lance e la madre, alla fondazione del costrutto
contemporaneo del transessualismo (cfr. Stoller, 1966, pp. 384-395; Green-
son, 1966, pp. 396-403)2.
Quando Greenson lo incontra per un trattamento che sarà molto singo-
lare, Lance è un bambino di cinque anni e mezzo; come annunciato in
apertura della comunicazione, il “trattamento” che Greenson intende “de-
scrivere” è il suo primo tentativo di curare un bambino con la psicoanalisi.
Secondo le affermazioni della madre, Lance presenta il comportamento di
travestitismo sin dall’età di poco più di un anno. Ama particolarmente in-
dossare le scarpe con i tacchi alti della mamma con i quali si diverte a pas-
seggiare ovunque in casa. Indossa anche i vestiti della madre e della sorella,
maggiore di sei anni. Nella sezione “Dati della storia personale”, Greenson,
richiamando le parole dei genitori, presenta Lance come un bambino di in-
telligenza precocissima, con una notevole abilità motoria, che dimostra so-
prattutto nel mettere in atto sequenze di azioni complesse mai attuate in
precedenza. La famiglia è in difficoltà economiche; il padre ha abbando-

1
Occorre notare che anche all’interno del volume Explorations in Psychoanalysis
(Greenson, 1978) il “A Transvestite Boy and a Hypothesis” diviene “A Transsexual Boy and
a Hypothesis”; lo stesso titolo (Un bambino transessuale e un’ipotesi) si trova nella tradu-
zione italiana del testo di Greenson (1999).
2
Per richiamare questi due tempi di composizione del contributo di Stoller vi farò rife-
rimento adottando la datazione 1966/1968.

131
nato da due anni la carriera di artista dedicandosi a un lavoro che lo co-
stringe spesso lontano da casa. È una figura assente. La madre, “donna di
gran temperamento e vagamente mascolina”, riferisce di sentirsi colpevole
per non aver affrontato con tempestività il problema con il figlio. Con la
figlia maggiore ha un rapporto di grande vicinanza e di mutua soddisfazio-
ne. Lance ama tutto ciò che è femminile: abiti, scarpe, gioielli, trucco. Lan-
ce impara molto rapidamente a stare in bilico sui tacchi della madre, con i
quali è in grado anche di arrampicarsi sull’albero. La decisione di intra-
prendere una terapia, rivolgendosi alla “Gender Identity Clinic” all’epoca
attiva presso l’University of California di Los Angeles (UCLA), avviene
nel momento in cui un vicino rimprovera la madre per la sua permissività
rispetto alla propensione al travestimento del figlio; una maestra, inoltre,
riferisce alla madre della tendenza di Lance a coinvolgere anche i bambini
maschi della sua classe nei suoi giochi di travestimento. Prima di quel mo-
mento la madre non aveva avvertito alcuna esigenza di affrontare il bizzar-
ro comportamento del figlio, considerandolo transitorio e naturale, a volte
anche incoraggiandolo.
I “Dati clinici” sono esposti da Greenson in due momenti: una sintesi
generale e una presentazione delle “fasi del trattamento”, durato nel suo in-
sieme quattordici mesi (estate 1964-primavera 1965), traendo dai propri
appunti “gli elementi più rilevanti”. La piscina di casa Greenson sarà uno
degli scenari più significativi di questo trattamento: luogo prediletto da
Lance, vedendo il quale supera rapidamente la paura di restare solo con un
uomo. Le sedute saranno a lungo caratterizzate da giochi acquatici: “dal
momento che il suo problema era una forma di travestitismo, ritenni che
un’attività maschile come l’insegnargli a nuotare potesse dare risultati po-
sitivi” (Greenson, 1966, trad. it. p. 231). Oltre a essere prontamente inseriti
in una prospettiva terapeutica di tipo “rieducativo”, che sarà la direzione di
cura prevalente (non priva di efficacia), questi stessi giochi rappresentano
per Greenson la prima testimonianza degli effetti sul bambino della sua
“fame di identificazioni e imitazioni”: pur non avendo mai nuotato, Lance
sapeva di poterlo fare perché aveva visto altri bambini farlo. Come detto
dalla madre, Lance presentava una notevole “capacità imitativa”. Greenson
subito aggiunge che però Lance “preferiva identificarsi con oggetti e atti-
vità femminili”: Lance ama tutto ciò che è femminile e lo mostrerà ben pre-
sto a Greenson.

Una volta, nelle prime settimane del trattamento, mentre stavamo facendo
una passeggiata, passammo davanti ad alcune bambine che stavano giocando
[…] con alcune Barbie. Lance divenne febbrilmente eccitato e mi chiese con fare
esitante se potevamo “guardarle” giocare […] [nonostante lo scherno, Lance en-

132
tra nel gioco della bambine] Più tardi mi implorò di comprargli una Barbie. Lo
accontentai […] ma pattuii […] che avrebbe giocato con le bambole solo quando
stava con me. Mentre tornavamo a casa, dopo aver comprato la bambola, fui col-
pito dalla sua eccitazione. Il suo viso era arrossato e sudato e le mani gli trema-
vano quando cominciò a tirare fuori la bambola dalla scatola e a vestirla. Non si
curava neppure della bambola Ken (l’amico di Barbie). Occorre rilevare che po-
co dopo l’acquisto della Barbie Lance cessò quasi del tutto di indossare abiti
femminili (ivi, trad. it. p. 232).

Ciò che appare a Greenson come primariamente degno di nota è che in


tutti i suoi giochi con la Barbie Lance sembra “identificarsi” con la bam-
bola, al punto da riconoscersi in quest’ultima: non era Barbie, era “io”.
L’“eccitazione” con cui Lance accoglie l’acquisto da parte di Greenson,
dietro le sue insistenze, di una bambola Barbie per i giochi delle sedute è
totalmente ricondotta da Greenson al possesso di questa sembianza femmi-
nile con cui identificarsi; il valore del dono fattogli da uomo adulto che si
interessa a lui sembra non rientrare per Greenson nelle doti eccitanti di que-
sto oggetto. Ed è così, privo cioè di un rimando all’altro che dona o non
dona, che il legame Lance-Barbie, bambino-bambola diviene un elemento
costante dello scenario transessuale. Nell’après coup del proprio racconto,
ogni transessuale avrà come Lance la sua Barbie; ogni transessuale, come
Lance, sarà eccitato dal trattare questa bambola-pandora privata della sua
natura di dono.
Tuttavia, seppur all’interno di quella prospettiva prima definita “edu-
cativa” (“a questo maschietto serve un valido riferimento maschile che gli
sia da esempio”; questa sembra essere la “pragmatica” idea guida), Green-
son coglie quale sia il valore del posto che egli occupa in rapporto alla rela-
zione immaginaria Lance-Barbie:

godeva nel vestire la Barbie e poi a buttarla vestita in piscina. In piscina era felice e
senza paura. Una volta fece un disegno del giorno più felice della sua vita. Il dise-
gno raffigurava un bambino in una piscina e un uomo che stava fuori e guardava.
Lance mi toccava di rado e sembrava spaventato dal potere avere un contatto fisico
con me […] questo contrastava notevolmente con il continuo toccare la madre […]
La prima volta che si afferrò a me fu nel quinto mese di trattamento, mentre gioca-
vamo insieme in piscina (ivi, trad. it. pp. 233-234).

I giochi con la Barbie vengono così progressivamente sostituiti da


giochi con Greenson e ripresi “regressivamente” da Lance solo quando si
sentirà seriamente a disagio; in quelle circostanze Lance manifesta se-
gnali di regressione, che si esprimono nella richiesta alla madre di tornare
nel suo ventre. I giochi con la bambola continueranno per qualche tempo

133
(fino all’inverno del 1965) a riflettere la difficoltà di Lance a differenziare
l’amare un oggetto e il voler essere l’oggetto: “per lui amare equivaleva a
diventare l’oggetto amato, in una forma primitiva di identificazione e
imitazione” (ivi, trad. it. p. 239). Sarà la possibilità di offrirgli sempre più
frequentemente degli “esempi” di attitudine maschile nei confronti degli
oggetti (“No, non voglio essere la principessa [Barbie]: mi piace, voglio
ballare con lei e tenerla tra le mie braccia”; ivi, trad. it. p. 237) a condurre
gradualmente Lance all’interno di questa distinzione e all’estinzione gra-
duale del comportamento di travestimento, “mezzo per conservare un le-
game con la madre… difesa contro l’angoscia di separazione” (ivi, trad.
it. p. 240). I vestiti femminili, i vestiti della madre erano per Lance “quel-
lo che il marsupio è per il piccolo canguro” (ibidem). In quattordici mesi
di rapporto con un uomo “contento di essere un uomo” (ivi, trad. it. p.
236) Lance comincerà a mostrare “comportamenti fallico-edipici attivi”, a
parlare con orgoglio anche del proprio pene, e non solo della propria ma-
dre, a pensare a “tutto il tempo perduto nella pancia della propria madre”:
“poiché avevo il rispetto e il gradimento della madre, sono diventato una
figura degna di essere assunta come oggetto di identificazione e anche, al
tempo stesso, un rivale da combattere attraverso l’identificazione” (ivi,
trad. it. pp. 240-241). Ma questo Lance non entrerà in quel nascente di-
scorso sul transessualismo che, salvo alcune eccezioni (è il caso per
esempio di Safouan, 1973), faticherà sempre più a distinguersi dal discor-
so del transessualismo; non è questo il Lance che diviene “archetipo del
transessualismo”. Detto altrimenti, questo Lance non è quello che sarebbe
poi diventato un archetipo del transessualismo, l’“enfant transsexuel ar-
chétypique”, come ha scritto Castel (2003, p. 88). Non è questo il Lance
che, nonostante il ruolo attribuito alla categoria (descrittiva) del “padre
assente”, entrerà nella scrittura di Stoller.

2. Nella scrittura di Stoller

Come ricorda Castel, nell’ambito del contesto “positivista”, dominante


negli Stati Uniti sin dagli anni Sessanta del secolo scorso, la psicoanalisi
era, “più che un paradigma interpretativo, una teoria soggetta, nel quadro di
un insegnamento medico ufficiale, alle costrizioni di una giustificazione
empirica”. All’interno di questo tipo di contesto:

Stoller trattava il transessualismo come un tema di ricerca scientifica, metten-


do le teorie sessuologiche e psicologiche di Freud, all’epoca dominanti in psichia-

134
tria, per mezzo di un “esperimento naturale”, rappresentato da individui la cui
identità sessuale si rivelasse sia “falsa” o comunque opposta a ciò che essi crede-
vano sin dalla propria infanzia, sia l’oggetto di un massiccio rigetto, pur in assenza
di chiari segni di follia (Castel, 2005).

Facendo sì riferimento alle anamnesi relative a 85 pazienti transessuali,


seguiti nell’arco di dieci anni, ma inizialmente richiamandosi soprattutto ai
risultati del lavoro svolto con tre bambini “effeminati” e con le loro madri,
Stoller (1966/1968; 1968a; 1968b; 1968c; 1975) ritenne di poter delineare
un definito quadro ambientale e comportamentale, al cui interno prende-
rebbe corpo la “soluzione transessuale”.
Se nell’opera di Stoller c’è un momento che può essere identificato
come quello della chiarezza, il momento in cui l’etiologia del transessuali-
smo gli è apparsa evidente, esso è senza dubbio rappresentato da due capi-
toli del primo volume di Sex and Gender: “Male Childhood Transsexua-
lism” (1968) e “The Mother’s Contribution to Boyhood Transsexualism”
(1966/1968). Anche questi scritti, come la maggior parte della prima opera
di Stoller, fanno riferimento al lavoro svolto dallo stesso Stoller e dagli altri
membri dell’équipe della “Gender Identity Clinic” dell’UCLA; essi però
sono quelli che specificamente ruotano intorno all’“osservazione” di tre
“nuclei familiari” – tre madri, tre figli e le ombre di tre padri –, e al tratta-
mento analitico intrapreso da Stoller con una di queste madri: la madre di
quel bambino che Stoller, scegliendo un nome “con le stesse risonanze eso-
tiche e maschili, nonché con le stesse risonanze eroiche” proprie al vero
nome del bambino, deciderà appunto di nominare Lance. Ripercorrendo il
cammino di Stoller con l’intento di mettere in evidenza la funzione di que-
sto “nome di caso” nella costituzione della nozione di transessualismo, ini-
zialmente vedremo Lance scomparire: ne “Il transessualismo maschile nel-
l’infanzia”, infatti, a dominare la scena sono le tre madri e le considerazioni
nate dall’analisi di una sola di esse, la madre di Lance, per l’appunto. È in
questa scomparsa che Lance diventa caso.
La “condizione osservata” è però per Stoller pur sempre quella dei
bambini e meritava la definizione di transessualismo infantile poiché “la
manifestazione più eclatante è data dal vissuto del bambino di essere una
bambina; le prime manifestazioni si hanno nell’infanzia, con un quadro
pienamente delineato tra i due e i tre anni. Tutto quanto osservato può esse-
re raccolto sotto la voce identificazione con il sesso femminile” (Stoller,
1968a; trad. it. p. 50).
All’origine del transessualismo, che è innanzitutto transessualismo in-
fantile, Stoller individua la qualità del rapporto madre – figlio, e in effetti è
la qualità di questo rapporto, più che il “vissuto del bambino” a essere pro-

135
posta come la condizione “osservata”. Si tratta di un rapporto caratterizzato
da quella che Stoller considera una “simbiosi”, eccessiva per tempi e mo-
dalità, che paralizza il processo di separazione-individuazione (Mahler et
al., 1975). La “simbiosi” descritta da Stoller non è un’ipotetica condizione
psichica, ma una modalità di relazione concreta, fisica, costituita dal tenere
il figlio “a contatto del proprio corpo per molte più ore del giorno e della
notte di quanto non si verifichi nella normale relazione madre-bambino”.
Queste madri continuano a stringere i bambini al proprio corpo, “allo stesso
modo di quando questi erano ancora neonati indifesi […] ed è questo ritar-
do […] che costituisce, a mio avviso, la patologia primaria” (Stoller,
1968a, trad. it. p. 54; corsivo mio). Il problema non è tanto che il bambino è
tenuto, ma “come è tenuto e per quanto tempo”. L’intreccio di sentimenti che
accompagna l’amore straripante e la preoccupazione di queste madri,
“inonda” il bambino. In tutti e tre i casi, il processo psichico innescato nel
bambino da questa “relazione” è una “eccessiva identificazione con la ma-
dre”. Che vi sia qualcosa che trascenda il dato comportamentale è dunque
ben chiaro a Stoller, che si limita però sostanzialmente a farvi segno: “qua-
lunque ne sia la ragione, scrive Stoller, questi bambini hanno un grado di
gratificazione molto vicino a quello proprio della vita intrauterina […]
Qualunque cosa la madre dica a questi bambini, non si direbbe mai che essa
vede il bambino come separato da lei. Tutto è ‘noi’” (Stoller, 1968a, trad. it.
p. 55); la stessa affermazione che, dal lato di Lance, ritroviamo nel testo di
Greenson “lettore di Stoller”.
Tornando al coté materno (distinzione prevalentemente retorica, nel-
l’ottica delle due scritture), potremmo dire che queste tre madri, in procinto
di divenire il prototipo della madre di un futuro transessuale, sembrano in-
tente a sottrarsi al “tragico della vocazione materna”, secondo la definizio-
ne data da Green (1997, trad. it. p. 47) di quell’aspetto della relazione pri-
maria per il quale le madri, dopo aver fatto tutto per la più grande vicinan-
za, devono loro stesse consentire all’allentamento del rapporto con il corpo
del bambino e alla sua radicale trasformazione. La qualità di questa simbio-
si che avviluppa la madre del transessuale al proprio figlio è peculiare, di-
versa anche dal legame esistente tra le madri dei bambini psicotici e i loro
figli, mancando infatti il senso di rifiuto e di “doppia costrizione” che ca-
ratterizza quest’ultima condizione. Si tratta di una “simbiosi di genere”
particolare (Castagnet, 1985): l’insieme del corpo del maschio è investito a
scapito del suo pene dalla madre, che sconfina nel genere del suo bambino
con comunicazioni sottili che stabilisce con tutta la superficie corporea del
maschio a cui è rifiutato l’accesso a un genere indipendente e diverso dal
suo. Il bambino potrà separarsi come persona, ma non potrà separarsi dalla

136
femminilità materna che impregna il suo nucleo di genere3. Nelle persona-
lità di queste madri, due tratti appaiono costanti: il primo è il modo, quasi
“identico” nei tre casi osservati, di “esprimere” la bisessualità. Queste ma-
dri, per quanto femminili, hanno in comune un tratto mascolino e percepi-
scono consciamente il senso della propria identità di genere come una
“condizione di neutralità sulla quale hanno eretto una facciata di femmini-
lità” (Stoller, 1968a, trad. it. p. 54). Al di sotto della loro condizione di
neutralità, tutte e tre percepiscono debolmente un leggero tratto depressivo
come un aspetto costante della loro vita; il trattamento psicoanalitico della
madre di Lance, però, rivela a Stoller una più profonda depressione che
“avrebbe fatto irruzione” se – e qui l’ipotesi torna a riguardare l’insieme tre
madri – “esse non avessero avuto la struttura difensiva appena descritta”. Il
secondo tratto costante in queste tre donne è un profondo senso di vuoto e
di incompletezza. È ancora il trattamento psicoanalitico della madre di
Lance a porre Stoller di fronte a una relazione tra questo senso di vuoto, il
rapporto con la propria madre – “vuota” – e all’improvviso decadimento
dalla posizione di oggetto d’amore del padre, verificatosi, quando la donna
aveva sei anni, a seguito della nascita della sorella (Stoller, 1968a, trad. it.
p. 56). Sul modello dell’“oggetto paterno decaduto” questa madre (queste
madri) sceglierà (sceglieranno) il proprio marito che, divenuto padre, non
entrerà mai nello spazio simbiotico in cui vivono madre e figlio e, conse-
guentemente, non potrà nemmeno proporsi come modello di identificazio-
ne: per gli altri bambini, l’attesa di un proprio Greenson resterà vana.
Anche il terzo dei tratti materni “costanti” mette in evidenza il rapporto
strutturale che esiste tra la costruzione stolleriana del quadro transessuale e
il caso del piccolo Lance, perché, occorre ricordarlo, è in “Male Childhood
Transsexualism”, cioè nello scritto che si propone di definire le condizioni
del transessualismo infantile maschile, che si ritrovano i maggiori riferi-

3
Questa condizione per Stoller si sostituisce, per così dire, allo sviluppo del normale
nucleo di identità di genere, sviluppo che, di per sé, per la sua precocità, non conosce con-
flitti o esperienze traumatiche (di qui l’accostamento con l’imprinting): “[R]itengo che la
prima parte dell’identità di genere (maschile e femminile) possa tranquillamente svilupparsi
– e credo che così accada solitamente – senza trauma o conflitto; questo è quanto ho definito
(Stoller, 1968b) il nucleo dell’identità di genere, il primo e fondamentale senso di appartene-
re al proprio sesso” (Stoller, 1975, p. 33, corsivo mio). È evidente che Stoller, oltre a riferire
ogni parte della sua argomentazione alla scissione tra sesso e genere (salvo poi lasciarsi
sfuggire che il nucleo dell’identità di genere poggia comunque sul proprio sesso…) ha mo-
dificato i confini di quell’area “libera da conflitti” supposta da Hartmann, facendovi rientra-
re, come egli stesso nota, “aspetti post-natali, non costituzionali e psicologicamente deter-
minati” (ivi, p. 38). Così, a seguito di una “confusione” tra il primo e il secondo strato del-
l’identità di genere, dal punto di vista di Stoller nello sviluppo del transessuale mancano del
tutto gli elementi che rendono possibile l’accesso al complesso edipico.

137
menti all’analisi della madre di Lance. Uno dei principali elementi patogeni
della relazione che la madre istituisce con il proprio figlio risiede dunque,
come ricordato più sopra, in quanto Stoller riconosce come la “bisessualità”
di questa madre. Con quest’ipotesi di Stoller, com’è stato giustamente rile-
vato (si veda per esempio quanto scrive Castagnet, 1985), la questione della
bisessualità torna a occupare un posto di rilievo nella psicoanalisi. Tuttavia,
occorre dire che la bisessualità di cui parla Stoller ha poco a che fare con la
fantasmatica, con il sessuale rimosso, dal momento che non sappiamo in
che modo, secondo Stoller, la bisessualità si traduca in una condizione di
neutralità sessuale, comportamentale e consapevole (“… è il modo in cui
percepiscono consciamente il senso della propria identità di genere”). Pur
in assenza di un’argomentazione di Stoller condotta nei termini che seguo-
no, sembra di poter dire che nell’ipotesi stolleriana il “tratto mascolino”
neutralizza la femminilità, piuttosto che mescolarsi a essa, o corroderla,
“contaminarla”, in quanto rimosso, dall’interno4.
Ma entriamo davvero nella ricostruzione stolleriana del “caso” della
madre di Lance che corrisponde alla creazione del caso di Lance così come
è prevalentemente evocato dal discorso sul (del) transessualismo. Per met-
tere meglio in evidenza questo effetto della ricostruzione/costruzione di
Stoller entreremo nel caso della madre dalla sua fine, dal suo esito, richia-
mando cioè prima ciò che, da un punto di vista teorico (che non sarà però
metapsicologico) Stoller ne ricava, e che d’altronde è ben noto. Attraverso
la riconsiderazione non dell’analisi ma dei “dati” desunti da essa, viene fis-
sato, in una maniera che resterà pressoché definitiva, il “contributo della
madre al transessualismo infantile”. Di fatto, lo dicevamo, è questo testo
che, più del “resoconto” offerto da Greenson del proprio lavoro con Lance,
fonda il rapporto tra ciò che proprio questo testo crea come categoria, cioè
il transessualismo infantile, e il “transessualismo” tout court.
Nelle prime righe di questo scritto Stoller ricorda l’obiettivo al-
l’origine della scelta di condurre dei trattamenti psicoanalitici paralleli:
“Pensando che ci avrebbe consentito di comprendere meglio la genesi dei
problemi dell’identità cross-gender, abbiamo stabilito all’interno della
nostra équipe di ricerca di analizzare contemporaneamente la madre e il
figlio di tale tipo di famiglia”; la famiglia è quella “da cui venne fuori un
ragazzo transessuale”. Dunque nessun dubbio: Lance è un transessuale,
reso tale dai “desideri di sua madre”. Le considerazioni che Stoller pro-
pone rispetto alla madre, da lui trattata analiticamente, sono quelle che
abbiamo già richiamato. Vediamo ora come viene presentato da Stoller, il

4
Per questo aspetto rinvio a quanto scritto in un precedente lavoro (Galiani, 2005).

138
piccolo Lance, al cui “materiale clinico” è dedicato il paragrafo centrale
dello scritto. In primo piano troviamo il riferimento all’“accordo unani-
me” nel ritenere Lance “un bambino estremamente carino, affettuoso, spi-
ritoso, brillante, tenero, sensibile, complessivamente, insomma, un bam-
bino affascinante”. Di Lance Stoller ci dice anche che fu un bambino
“desiderato”, sebbene questo desiderio sia di una qualità particolare, che
tuttavia non induce Stoller a porre tra virgolette questo desiderio, cioè a
sospenderne il senso per interrogarlo al di là del suo legame con l’ipotesi
della “neutralità” dell’identità di genere della madre. Tuttavia, in qualità
di analista della madre, Stoller rileva comunque la problematicità della
contemporanea presenza, al tempo del concepimento, dell’odio di
quest’ultima per il marito (odio “già pienamente sviluppato”) e del suo
sentire “dover” avere un bambino. Dover avere “un bambino” all’interno
di un matrimonio che “non era nient’altro che un misto di vuoto e di
odio”; una condizione che avrebbe dato molto da pensare a un’autrice
come Piera Aulagnier (1975). Un bambino nacque; l’allattamento al seno
fu tentato per tre settimane dopo la nascita, ma la scarsa quantità di latte
indusse la madre a ricorrere “praticamente dalla nascita” al biberon, senza
evidenti difficoltà di alimentazione, al contrario: nelle parole della madre
Lance è un “mangione” sebbene non sia mai stato grasso. Nel giro di po-
chi mesi, appena divenne sufficientemente coordinato, rifiutò che fosse la
madre a dargli da mangiare, per cominciare poi subito dopo, in maniera
“estremamente abile”, a usare le posate per mangiare i cibi solidi. Di que-
sta precoce indipendenza “priva di rancore” Stoller offre anche un’ul-
teriore prova, in una sequenza che pare costruita per rendere ancora più
marcata, per contrasto, la condizione di “simbiosi”: già prima di essere
completamente in grado di camminare da solo, Lance tentava di farlo
senza aiuto, respingendo la madre. Stoller, seppur provvisoriamente (in
attesa di “ulteriori dati”) attribuisce la “prontezza ad apprendere” di Lan-
ce alla sua capacità di “intensa identificazione con la madre”; è
un’annotazione significativa, perché attraverso l’“osservazione” del bam-
bino Stoller sembra ricercare una via di uscita da quello che, dal suo
punto di vista “empirista”, può essergli apparso un vicolo cieco per lo
sviluppo di una teoria ridotta fondamentalmente a etiologia: gli effetti
precoci dei “mothers’s unconscious wishes” (Stoller, 1968a, p. 120) sono
di fatto sorretti da una – implicita, a questo stadio – teoria costituzionale.
Lance possiede di per sé una disposizione a intensificare il “primo stadio
operazionale” del processo identificatorio, che corrisponde per Stoller – e
come visto anche per Greenson – a una “imitazione del comportamento
materno”: “in considerazione della chiara identificazione con la madre,

139
Lance può aver sentito di incorporare l’essere una persona adulta (cioè
l’onnipotenza) proprio della madre”. Dopo aver ricordato l’impressione
determinata nella madre dalla “vorace curiosità” di questo bambino,
Stoller si sofferma su quello che sarebbe diventata un’autentica pietra mi-
liare della rappresentazione del transessualismo infantile: la reazione del
piccolo Lance alle immagini femminili. Oltre ai segnali di “profondo pia-
cere” possiamo far rientrare in questa reazione lo stesso inizio delle atti-
vità di travestimento. Il brano è questo:

Quando Lance aveva tra otto mesi e un anno (sua madre non ricorda perfetta-
mente), sedeva sul pavimento con la madre e insieme guardavano delle riviste.
Come lei voltava le pagine, lui la fermava ogniqualvolta comparivano fotografie di
donne che cucinavano o di belle donne ben vestite e, sebbene non fosse ancora in
grado di parlare, cominciava a emettere vocalizzi, esprimenti un profondo piacere.
Quindi, quando aveva quasi un anno, quando cioè erano passati solo pochi giorni
dal suo cominciare a camminare, il travestirsi in pubblico ebbe inizio. Calzò un
paio di scarpe con il tacco alto della madre e non soltanto, con pieno successo, ri-
uscì a camminarci, ma riuscì anche a salire una rampa di scale. Sua madre restò
abbastanza stupita dalle sue capacità e – cosa che indica la grande importanza da
lei rivestita nel determinare la sua eccessiva femminilizzazione – ne fu addirittura
eccitata. Da qui in avanti la vita di Lance si focalizzò sul comportamento di trave-
stimento. Cominciò a indossare gli abiti della madre e della sorella, sentendosi ob-
bligato a farlo almeno per un po’ ogni giorno. Questo bisogno divenne eccessivo
allorquando si impossessò completamente di lui; esso non va confuso con il trave-
stirsi occasionale, mediamente piacevole, che può essere osservato in molti bambi-
ni di entrambi i sessi. Questo comportamento era osservato e continuamente ammi-
rato da entrambi i genitori (Stoller, 1966/1968, trad. it. p. 74).

A questo punto, retta da una teoria fatta di “osservazioni” e “ipotesi”


che, attraverso le due scritture di Stoller e Greenson, aderiscono perfetta-
mente all’illusione di un empirismo psicoanalitico, la scena del transessuali-
smo è pronta. La mission affidata al piccolo Lance e a sua madre, vale a dire
la “dimostrazione” del funzionamento di un quadro infantile di transessuali-
smo, è compiuta. Proprio fondando sull’ipotesi di un transessualismo infan-
tile, nata da un caso di cui Stoller dichiara la funzione teorica senza però ri-
conoscerne la qualità di costruzione determinata non solo dallo stesso in-
tento teorico di Stoller (estendere la portata del modello di relazione madre-
bambino “osservato”) ma dal suo legame con l’ombra parlata di Lance,
come potremmo definire il Lance con cui Stoller si è confrontato, lo psicoa-
nalista californiano sosterrà l’ipotesi di un maschio transessuale che si è
sempre sentito femminile e che, pur riconoscendo di essere un maschio, ri-
fiuta la propria “disgustosa” maschilità. Quella del transessuale è un’identità

140
di genere costantemente invertita, non traumatica e non conflittuale. Stoller,
soffermandosi su uno dei criteri individuati per porre la diagnosi di transes-
sualismo, cioè la persistenza, ritenne infatti in un primo tempo, che è dive-
nuto però un tempo fondante del discorso del transessualismo, di poter indi-
viduare due diverse e distinte sindromi, ugualmente descrittive di una strut-
turata organizzazione mentale, delle quali l’una era necessariamente il pre-
supposto dell’altra: il “transessualismo infantile” e il “transessualismo del-
l’adulto” (Stoller, 1968b). Il transessuale adulto è stato, cioè, un bambino
transessuale, anche se tutto lascia supporre che Lance, il bambino transes-
suale archetipico, non sia diventato un adulto transessuale. Ma Lance è stato
un bambino transessuale? Si dirà che è lo stesso transessualismo infantile a
non esistere come sindrome (cfr., tra gli altri, Castagnet, 1985), e lo stesso
Stoller, in un secondo tempo, finirà per prendere le distanze rispetto al-
l’opportunità di isolare una sindrome transessuale infantile5. Eppure, pur non
essendo Lance stato nemmeno un bambino transessuale, è anche e soprat-
tutto a partire dai “dati” ricavati dal “caso Lance”, che Stoller delineerà il
profilo del vero transessuale, che è stato un bambino transessuale, che ha
sempre sperimentato un piacere intenso ma non eccitato per la possibilità di
indossare indumenti femminili, che quasi sempre ha giocato con le bambole,
che non ha mai dato valore al proprio pene, che non ha manifestato alcun
interesse per le relazioni con le donne e per la sessualità in genere. Sono
queste le principali coordinate che definiscono l’ambito di quanto Stoller ha
identificato come transessualismo vero (Stoller, 1968b) o primario (Stoller,
1985), evoluzione di un quadro di transessualismo infantile il cui modello
sarebbe restato, suo malgrado, il quadro di “Lance”.

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5
Si tratta di una presa di distanza non esplicita, ma segnalata da determinate scelte les-
sicali: cfr. Stoller (1985); Chiland (1988, p. 349).

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Stoller R. J. (1985), Presentations of Gender, Yale University Press, New Haven
and London.

143
Parte seconda

Metodo storico e metodo psicoanalitico


1. Il metodo psicoanalitico è un metodo storico?
di Francesco Conrotto

È un’opinione largamente diffusa tra gli analisti che vi sia una notevole
rassomiglianza tra la metodologia che essi adottano nella pratica della cura
e il metodo storico. Questo convincimento non è stato scalfito neanche
quando le correnti ermeneutiche che si sono manifestate nel pensiero psico-
analitico hanno messo in dubbio la validità della comparazione tra il lavoro
dell’archeologo e quello dello psicoanalista, forse perché, correlativamente,
si era fatta avanti una nuova filosofia della storiografia che, con le parole di
Duby, sosteneva che lo storico “deve sognare, seriamente ma sognare” (Ja-
nin, 1998, p. 162) in quanto, secondo Aron, “i fatti non esistono è solo lo
spirito che costruisce” (Le Beuf, Perron e Pragier, 1998, p. 9). Per cercare
di verificare se questo convincimento abbia un qualche fondamento trala-
scerò inizialmente di prendere in considerazione le caratteristiche della
pratica della storiografia e le filosofie che la sostengono e mi concentrerò
sulla psicoanalisi e sul suo metodo, riservandomi di ritornare sulle prime
più avanti per effettuare una comparazione.
Credo che, effettivamente, dobbiamo riconoscere che in molti punti
della sua opera Freud propone delle analogie tra la pratica psicoanalitica e
pratiche che potremmo definire di tipo storico. Infatti tutto l’impianto
delle teorie eziopatogenetiche dell’isteria e delle neuropsicosi di difesa in
generale si fonda sull’assunto che la malattia sia il prodotto del-
l’espulsione dalla coscienza delle rappresentazioni di un evento traumati-
co e che la cura di queste affezioni consista nel recupero alla coscienza
del “ricordo”. Questo punto di vista è ben sintetizzato nella famosa for-
mula della “Comunicazione preliminare” secondo la quale “l’isterico sof-
frirebbe per lo più di reminiscenze” (Freud, 1892b, p. 179, corsivo nel te-
sto). Questa impostazione colloca le nozioni di memoria, rimozione e
rappresentazione al centro del sistema teorico. Io credo che non dobbia-
mo trascurare, per spiegarci questo approccio, che la neurologia ottocen-
tesca era dominata dal localizzazionismo e dall’associazionismo per cui vi

147
era la tendenza a identificare i luoghi con le idee per cui si potrebbe dire
che, all’epoca, la neurologia era una sorta di psicologia mascherata. Seb-
bene Freud (1891) avesse preso le distanze da questa impostazione avvi-
cinandosi a H. Jackson, come si vede a proposito della sua interpretazione
delle afasie, pure ritengo che non avesse potuto sottrarsi del tutto al clima
culturale nel quale aveva avuto luogo il suo sviluppo intellettuale. Questa
tendenza rimase attiva fino alla fine della sua vita come vediamo a propo-
sito della ben nota comparazione tra il lavoro della psicoanalista e quello
dell’archeologo (Freud, 1937).
Nel pensiero post-freudiano D. Rapaport sembra essere stato l’autore
che maggiormente ha sottolineato la stretta relazione e la prossimità del
metodo psicoanalitico con la metodologia storica. Infatti nel definire il
“metodo clinico”, che, a suo avviso, è specifico della psicoanalisi, propone
la formula “metodo storico-clinico” e afferma che questo dovrebbe dare in-
formazioni sul “passato del soggetto” (Rapaport, 1977, p. 100) precisando
che “il lavoro quotidiano dello psicoanalista è volto a ottenere i ricordi dei
suoi pazienti” (ivi, p. 60). Tuttavia lo stesso Rapaport riconosce che la me-
moria umana è condizionata da elementi affettivi quali “gradimento” e “non
gradimento” (ivi, p. 51). Pertanto deve ammettere che vi è un’influenza
delle emozioni sulla memoria.
Allo scopo di raccogliere dati più precisi, propongo di esaminare ab-
bastanza dettagliatamente le affermazioni fatte da Freud a questo riguardo
per seguire l’andamento del suo pensiero mettendone in evidenza le
oscillazioni, a volte, le contraddizioni. Nella “Psicoterapia dell’isteria”
(1895) Freud, a proposito della memoria del materiale patogeno, afferma
che “costituisce ugualmente in qualche modo un materiale pronto, bene e
rettamente ordinato” (ivi, p. 423, corsivo mio) e che sembra che “era co-
me se si svuotasse un archivio tenuto in buon ordine” (ivi, p. 424) ma poi
aggiunge che “vi è un terzo tipo di disposizione, il più essenziale… Que-
sta disposizione ha un carattere dinamico, in contrasto con quello morfo-
logico” (ivi, p. 425, corsivo mio)1. Questo passaggio anticipa quanto verrà
affermato nella Minuta Teorica M (allegata alla lettera n. 128 del 25 mag-
gio 1897) in cui si dice che:

la costruzione di fantasie avviene per fusione e deformazione, in modo analogo alla


decomposizione di un corpo chimico […]. Il primo tipo di deformazione consiste

1
L’approccio alla memoria in termini dinamici anziché semplicemente topici che viene
qui introdotto ci conduce a comprendere che il “ricordo” non consiste in una struttura psi-
chica stabile ma in una innervazione mobile. Introducendo l’approccio dinamico tutto ruota
intorno al concetto di investimento economico-dinamico di “tracce”.

148
in una falsificazione del ricordo mediante frammentazione, ove sono trascurati i
rapporti cronologici […]. In questo modo non può più essere rintracciata una loro
connessione originaria (Freud 1887-1904, p. 279, corsivo mio).

Qui vediamo chiaramente che Freud riconosce che i “ricordi” sono in


effetti “costruiti” e definisce queste costruzioni “fantasie”. In questa Minuta
vediamo che la teoria della seduzione è ormai matura per essere rigettata.2
Negli anni successivi Freud individuò nei meccanismi della condensazione
e dello spostamento i processi prevalenti di trasformazione delle esperienze
che erano state soggette alla rimozione e riconobbe che essi sono sottomes-
si al principio di piacere-dispiacere per cui sfuggono a ogni riferimento alla
realtà. Ne “L’interpretazione dei sogni” (Freud, 1900) si afferma che “Nel
nostro apparato psichico permane una traccia delle percezioni… traccia che
possiamo chiamare ‘traccia mnestica’. Infatti chiamiamo memoria la fun-
zione che si riferisce a questa traccia” (ivi, p. 491). Io credo che definendo
“memoria” la funzione che si riferisce alla traccia mnestica, di fatto, si di-
stingue quest’ultima da un ipotetico “deposito mnestico” fisso, identifica-
bile con un “ricordo”. Infatti già in “Psicopatologia della vita quotidiana”
oltre a riaffermare che “il materiale mnestico soggiace… alla condensazio-
ne e alla deformazione” aggiunge che “le esperienze fresche agiscono sulla
trasformazione del contenuto mnemonico” (Freud, 1901, p. 293, nota 2).
Infine nel “Notes magico” (Freud, 1924), altro importante testo sulla me-
moria, Freud, pur riaffermando che il nostro apparato psichico mantiene
tracce mnestiche permanenti, aggiunge “anche se non inalterabili”. D’altro
canto nel “Supplemento metapsicologico alla teoria del sogno” aveva di-
stinto le “immagini mnestiche visive”, che sarebbero rivivificazioni di pre-
cedenti percezioni, dalle tracce mnestiche vere e proprie che sarebbero
strutture più complesse prodotte dall’azione del principio di piacere-
dispiacere (Freud, 1915, p. 98).
In realtà, come vedremo più avanti, la svolta teorica degli anni Venti,
con la concettualizzazione dell’Es come il grande serbatoio della libido
(Freud, 1922, p. 493, nota 1), avrebbe dovuto allontanare Freud dalla
preoccupazione ossessiva circa il reperimento, nella cura analitica, di ricor-
di inconsci giacché veniva di fatto teorizzata l’esistenza di un distretto del-
l’apparato psichico costitutivamente vuoto di rappresentazioni e si spostava

2
In realtà un esame più accurato degli scritti precedenti al 1895 mostrano che per Freud
il “trauma” psichico non era necessariamente effetto di una seduzione materiale subita in
epoca prepuberale ma più in generale il prodotto di una difficoltà dell’organizzazione di li-
quidare l’eccitazione, cioè di mantenere un funzionamento psichico costante (Freud 1892a;
1892-1894).

149
il suo asse portante dall’inconscio all’Es, cioè dalla rappresentazione alla
pulsione e all’affetto3.
È infatti legittimo a questo punto porre la domanda se esistano “ricordi
inconsci” ed eventualmente in che cosa consistano.
Una volta abbandonata la tecnica catartica e respinta la teoria della se-
duzione, per Freud, l’accesso ai ricordi inconsci passò attraverso l’analisi
dei sogni. L’indagine sul lavoro onirico mise in evidenza che il sogno con-
sisteva essenzialmente in un processo di trasformazione che avveniva attra-
verso i meccanismi della condensazione, dello spostamento e della presa in
considerazione della figurabilità4 di qualcosa di ignoto, opportunamente,
definito “inconscio”, il cui prodotto finale, il sogno manifesto, era essen-
zialmente costruito con materiali allocati nel preconscio, come i residui di-
urni, e a opera di strutture a esso appartenenti quali il sistema del linguag-
gio e del pensiero verbale. È per questo motivo che sovente, anche se non
sempre, il sogno sembra avere una forma coerente, spesso una vera e pro-
pria struttura narrativa. Il lavoro di decostruzione del sogno manifesto, ef-
fettuato con il contributo non sostituibile delle associazioni del sognatore,
associazioni, non dimentichiamolo, prodotte mediante l’attività del pensiero
verbale, hanno condotto a ipotizzare l’esistenza di un “pensiero del sogno”
che, nella rappresentazione topica dell’apparato psichico, deve necessaria-
mente essere allocato nell’inconscio ove rimane nella forma di un “pensiero
di desiderio”. Le caratteristiche della neurologia ottocentesca, che abbiamo
già ricordato essere il localizzazionismo e l’associazionismo, tendevano a
ipotizzare che le “idee” potessero essere allocate in questa o quella area del
cervello. Questo poteva senza dubbio spingere Freud a ritenere che alcuni
pensieri o idee, e quindi dei ricordi, in altri termini delle “rappre-
sentazioni”, potessero, in quanto tali, essere presenti nell’inconscio. Questa
impostazione aveva agli occhi di Freud l’indubbio merito di collocare la
psicoanalisi nell’ambito delle scienze positive per cui l’interpretazione del-
l’analista poteva essere verificata in base alla maggiore o minore corri-
spondenza al pensiero inconscio dell’analizzando5. Quello che, di fatto, ve-

3
A questo proposito si ricorda quanto Freud scrive in “Psicoanalisi”: “in base alla no-
stra conoscenza odierna, l’apparato psichico si scompone in un Es, latore dei moti pulsiona-
li, in un Io”. (Freud, 1925, p. 226, corsivo mio) e ancora “all’Es ci avviciniamo con parago-
ni: lo chiamiamo caos, un crogiuolo di eccitamenti ribollenti… l’Es si riempie di energie,
ma non possiede un’organizzazione” (Freud, 1932, p. 185).
4
La traduzione italiana delle opere di Freud (OSF) propone la formula “considerazioni
della rappresentabilità” per tradurre Rüchsicht auf Darstellbarkeit ma io credo che la tradu-
zione suggerita da Contardi (2000) cioè “presa in considerazione della figurabilità” sia più
aderente alla lettera e allo spirito del testo tedesco.
5
Io credo che siano stati questo genere di residui culturali e di preoccupazioni episte-

150
niva trascurato era che per portare alla coscienza le “idee inconsce” era ne-
cessario costruire dei legami con il preconscio per cui ci si doveva doman-
dare se i cosiddetti “pensieri del sogno” avessero un effettivo contenuto
ideico o se le “idee” potessero formarsi solo passando attraverso il tratta-
mento del preconscio che le faceva accedere alla coscienza. Infatti, se una
“rappresentazione inconscia” è incapace di penetrare nel preconscio senza
collegarsi a una rappresentazione di parola che è colà allocata, non sapremo
mai quale essa sia nell’inconscio e nemmeno se sia una rappresentazione.
Sappiano soltanto che affinché essa possa penetrare nel preconscio si deve
realizzare una deformazione. In altri termini non sappiamo se lo statuto di
“idea” o di “pensiero” le appartenga già da prima o se lo conquista attraver-
so il lavoro onirico. Vediamo bene che la domanda che ci si impone è: esi-
stono davvero le rappresentazioni inconsce? E, in subordine, che cosa esse
possono essere? Una prima risposta ci viene dalla comprensione delle Ziel-
vorstellungen, “rappresentazioni finalizzate” o “rappresentazioni-scopo”.
Esse ci appaiono come il prodotto dell’incontro di una tensione psichica
con dei “significanti chiave” che l’istituiscono come “affetto” che, in
quanto tale, determina il costituirsi di un percorso associativo che si dirige
verso uno scopo che è connesso al soddisfacimento del desiderio che in
fondo è una scarica energetica. Ecco che allora possiamo vedere che è
l’affetto a guidare e orientare la formazione delle rappresentazioni per cui
possiamo ammettere che sono gli stati affettivi a determinare la formazione
dei così detti ricordi (Rapaport, 1977, p. 76). A questo riguardo dobbiamo
tener conto che ne “Il feticismo” Freud riconosce che la rimozione riguarda
l’affetto mentre la rappresentazione viene denegata (1927, p. 492)6 ma già
in anni assai precedenti vi erano stati importanti ammissioni a sfavore del-

mologiche a indurre Freud a formulare l’ipotesi dei “fantasmi originari”, cioè a postulare
l’esistenza di eventi reali accaduti in epoca preistorica “scene originarie” (Urszene) che si
trasmetterebbero filogeneticamente. Allo stesso modo io credo che sia da comprendere il
puntiglioso tentativo di Freud di stabilire la realtà e la datazione dell’osservazione delle sce-
ne del coito parentale da parte dell’“Uomo dei lupi”. In altri termini anche dopo aver dovuto
rinunciare alla “realtà” evenemenziale delle scene di seduzione infantile egli ha cercato di
fondare la “realtà psichica” su di un evento, altrettanto “reale”, anche se proiettato su di un
passato preistorico.
6
In realtà questa posizione era già stata anticipata, e poi lasciata cadere, nella lettera del
2 maggio 1897 ove scriveva “le strutture psichiche, che nell’isteria vanno soggette alla ri-
mozione, non sono propriamente ricordi, … Quanto piuttosto gli impulsi che derivano dalle
scene primarie” (Freud, 1887-1904, p. 270, corsivo nel testo). Vediamo qui un tipico esem-
pio di intuizione seguita da una rimozione e poi, magari molti anni più tardi, da un ritorno
del rimosso. Secondo Laplanche questo procedimento è paradigmatico del pensiero di Freud
in quanto, se l’oggetto della psicoanalisi è l’inconscio, il movimento della sua teorizzazione
seguirà il movimento del suo oggetto.

151
l’esistenza di memorie sotto forma di rappresentazioni inconsce. Infatti ne
“L’interpretazione dei sogni” è incline a negare alle tracce mnestiche qual-
siasi qualità sensoriale e ne “Il Progetto” (Freud, 1895b) la memoria è con-
cepita semplicemente come una particolare configurazione di facilitazioni.
Più tardi in “Ricordi di copertura” si afferma che il materiale con il quale è
stato forgiato il ricordo falsificato, cioè “il materiale costruito dalle tracce
mnestiche, ci rimane del tutto ignoto”. Forse va persino messo in dubbio
che abbiamo ricordi coscienti provenienti dall’infanzia o non ricordi co-
struiti sull’infanzia (Freud, 1899, p. 452 corsivo nel testo) e, ancora più
chiaramente viene detto che “I nostri ricordi infantili non emergono… ma
si fanno e una serie di motivi estranei al benché minimo proposito di fedeltà
storica contribuisce a influenzare tanto la loro formazione, quanto la loro
selezione” (ivi, p. 453 corsivo nel testo). L’ultimo riferimento di Freud alla
questione dell’esistenza di ricordi inconsci è in “Costruzioni nell’analisi”
(Freud, 1937). Molti analisti italiani, diversamente dai colleghi di area an-
glosassone che sono attratti da una deriva narratologica, tendono a leggere
il testo di Freud come una riaffermazione del suo convincimento dell’esi-
stenza nell’inconscio di una rappresentazione “realistica” dell’esperienza.
Personalmente vedo le cose in maniera alquanto differente. L’opinione di
quanti si oppongono alla lettura “narratologica” del testo si basa sul-
l’analogia tra l’archeologo e lo psicoanalista e sull’affermazione di Freud
che le costruzioni dell’analista sarebbero più obiettive delle ricostruzioni
dell’archeologo perché i “pezzi” che egli rintraccia sono tutti comunque
conservati nell’inconscio. Pertanto le costruzioni analitiche sarebbero più
“corrispondentiste”7. Effettivamente si ha l’impressione che il testo sia teso
ad accreditare la scientificità della psicoanalisi attraverso l’affermazione
che le costruzioni errate sarebbero possibili solo se “non si è lasciato aprire
bocca al paziente” (ivi, p. 546). Non posso, in questa sede, soffermarmi
dettagliatamente su questo scritto di Freud, voglio soltanto far notare che il

7
La questione è resa alquanto più complessa in quanto, in questo testo, Freud, dappri-
ma, sembra usare i termini “ricostruzione” e “costruzione” quasi come sinonimi ma poi uti-
lizza il termine “costruzione” per definire il lavoro dell’analista intendendolo come un lavo-
ro che, servendosi del materiale clinico emerso nell’analisi, tenta di “ricostruire”, cioè di
costruire di nuovo, un frammento di vita infantile così come esso si era effettivamente svol-
to. Pertanto sembra adoperare la “costruzione” in senso non “costruzionista” ma “corri-
spondentista”. Attualmente definiamo corrispondentismo quella posizione epistemica che
afferma che una teoria è vera se corrisponde ai fatti che intende descrivere. A esso si oppon-
gono il coerentismo che ritiene che gli enunciati derivano la loro forza dalla reciproca coe-
renza e il costruttivismo o costruzionismo secondo cui le teorie non derivano direttamente
dall’esperienza ma questa è subordinata a convenzioni implicitamente scelte. Pertanto se-
condo questi approcci epistemologici le teorie non corrispondono ai fatti ma sono utili per
comprenderli.

152
contenuto e il tono di tutta l’argomentazione vengono a essere ribaltati in
un velocissimo passaggio nell’ultima pagina dello scritto ove la costruzione
analitica è equiparata alla “verità storica”, ovvero, a qualcosa che “in un
passato lontanissimo è stato parimente rinnegato” (ivi, p. 552)8. Freud, tra-
sponendo questo concetto dal piano della preistoria dell’umanità a quello
della preistoria dell’individuo, individua la nozione di “verità storica”, su
cui si era già soffermato nel terzo saggio de “L’uomo Mosè” (Freud, 1934-
1938), nelle impressioni ricevute “in un’epoca in cui il bambino non sapeva
quasi parlare” (ivi, p. 446). Si tratta, dunque, di eventi vissuti prima dello
sviluppo del linguaggio. Qui Freud riprende quanto scritto nella lettera a
Fliess del 30 maggio 96 (lettera n 98) ove scrive che “nell’isteria le scene
sessuali accadono durante il primo periodo dell’infanzia (prima dei 4 anni),
nel quale le tracce mnestiche non possono essere tradotte in rappresenta-
zioni di parola” (Freud, 1887-1904, p. 218) e questo “eccesso di sessualità
ha un effetto inibitorio sul pensiero” (ivi, p. 217). Dobbiamo pertanto am-
mettere che, se sono gli eventi vissuti prima dello sviluppo del linguaggio a
costituire la “verità storica”, allora questa non può essere definita come
“pensiero” o “rappresentazione” giacché il vero pensiero è sempre verbale9
e il pensiero visivo, come per esempio il pensiero onirico, è pensiero ver-
bale tradotto in forma visiva a causa della regressione topica e formale e
dell’investimento regressivo del preconscio che si realizzano nel sogno. In-
fatti poiché non abbiamo alcun accesso diretto all’inconscio né allo psichi-
smo infantile non possiamo in alcun modo affermare che il “pensiero in-
conscio” o infantile sia un pensiero visivo e, nemmeno, che possa definirsi
pensiero10. Quello che possiamo dire è che il pensiero visivo onirico è ef-

8
Su questo concetto Freud si è soffermato in più occasioni ma soprattutto ne “L’uomo
Mosè e la religione monoteista” (Freud, 1934-1938). A mio avviso l’interpretazione del-
l’origine della religione e del monoteismo che fa Freud riprende la tematica dell’uccisione
del padre primordiale sviluppata in “Totem e tabù” (Freud, 1912-1913). Si vede lo sforzo di
Freud di collocare l’origine dei fantasmi in eventi realmente accaduti sia pure in epoca prei-
storica. Personalmente ritengo che queste interpretazioni debbano essere recepite come
“miti” che aiutano a comprendere lo sforzo degli esseri umani di spiegarsi, inventandoli,
l’origine e il fondamento dell’uomo.
9
Tra i filosofi soltanto Descartes ritiene che “non solamente intendere, volere, immagi-
nare ma anche sentire è la stessa cosa che pensare”. Per gli altri, pur con delle differenze, il
pensiero è “pensiero discorsivo”, cioè verbale. Quest’ultima caratteristica è stata sottolineata
da Wittgenstein per il quale il pensiero è la “proposizione significante” e la “totalità delle
proposizioni è il linguaggio”.
10
Personalmente credo che affinché una funzione psichica si possa definire “pensiero” è ne-
cessario che si sia sviluppata una funzione riflessiva, ovvero, che l’infans sia in grado di sentirsi
l’autore del proprio pensiero. Questo implica la nascita del soggetto, sia pure del soggetto incon-
scio. Non a caso Fichte identificava il pensiero con l’Io stesso o Autocoscienza infinita.

153
fetto di un processo traduttivo e di una forma di regressione topica. L’unica
cosa che possiamo forse affermare con una ragionevole certezza è che la
“verità storica”, in quanto residuo mnestico delle impressioni ricevute pri-
ma dello sviluppo del linguaggio, è, di fatto, uno “stato affettivo” incon-
scio. Pertanto non è giusto definirla come “rappresentazione” ma piuttosto
come “rappresentante-affetto” (Conrotto, 1995), espressione da me coniata
seguendo un’impostazione di Green (1972), per segnalare che l’affetto in
quanto rappresentante psichico della pulsione contiene in sé una embrionale
valenza rappresentazionale. In questo senso, allora, l’interpretazione-co-
struzione dell’analista è un tentativo di mettere in forma uno stato affettivo
che cerca il suo soddisfacimento o attraverso una scarica motoria o attra-
verso il suo legarsi a una rappresentazione. In questo senso sia il “ricordo di
conferma” che il “sicuro convincimento” hanno valore solo in quanto te-
stimoniano che la “messa in forma” prodotta dall’interpretazione-costru-
zione ha legato sufficientemente le qualità affettive delle tracce mnestiche
(Freud, 1937, p. 549). In questo senso il “delirio” del malato è effettiva-
mente un equivalente delle “costruzioni” dell’analista in quanto entrambi
tentano di mettere in forma delle impressioni affettive che non sono mai
stati pensieri perché finora non lo sono potuti diventare. (ivi, p. 552). Allora
dovremmo arrivare a capovolgere la vecchia espressione di Freud dicendo
che il malato non soffre di reminiscenze ma di un’impossibilità a ricordare.
Io credo che J. Laplanche (1993), proponendo un’audace e spericolata tra-
duzione del termine tedesco Sachvorstellung con “rappresentazione-cosa”,
anziché con la più letterale e canonica “rappresentazione di cosa”, ha ri-
chiamato l’attenzione sul fatto che non sembra plausibile attribuire alla
“rappresentazione” inconscia la qualità di una vera rappresentazione di
qualcosa. Infatti egli precisa che, all’atto della rimozione, la rappresenta-
zione prende tutto il valore della cosa rappresentata per cui in fondo non
rappresenta altro che se stessa. Ma cosa significa che essa assume su di sé
tutto il valore della cosa rappresentata se non che prende il valore affettivo
della cosa? E allora io propongo che in realtà ciò che viene rimosso e,
quindi, persiste nell’inconscio non è altro che uno stato affettivo. D’altro
canto le ricerche più recenti sulla memoria ci dicono che, a livello primor-
diale, la memoria coincide con la stessa organizzazione psichica per cui lo
stesso funzionamento dell’organizzazione psichica coincide con il ricordo
(Garella, 1991, p. 537). Questo comporta che memoria significa ripetizione
e non “ricordo” in forma di rappresentazione. In altri termini “L’orga-
nizzazione registra la traccia mnestica di ciò che essa è e la rievoca nel
metterla in atto realizzandosi” (ibidem). In sostanza l’inconscio non è fatto
da “rappresentazioni di cosa” ma da “schemi senso-motori-affettivi” (ivi, p.

154
555). Pertanto, la memoria inconscia, di per sé, tende soltanto alla scarica
delle tensioni attraverso la ripetizione. Pertanto è necessario che nel lavoro
analitico venga abbandonata ogni referenza all’evenemenziale (Janin, 1998,
p. 151). Nel funzionamento dell’inconscio, dunque, la centralità pertiene al-
l’economico. È soltanto attraverso l’introduzione di un codice che le tracce
mnestiche diventano “segni”. L’introduzione di codici avviene spontanea-
mente nel corso dello sviluppo infantile. Essi provengono dall’anatomia,
dalla fisiologia e dall’ambiente umano in generale (Laplanche, 1998a, p.
28) ma, in ogni caso, l’introduzione dei codici è una funzione dell’Io, sia
pure inconscia, in quanto l’organizzazione dell’esperienza è una funzione
egoica. È, comunque, attraverso l’utilizzazione di questi codici che le trac-
ce diventano “significanti” o, forse, come suggerisce Laplanche, “segni” in
quanto il termine “significanti” è più strettamente connesso all’aspetto lin-
guistico. Sebbene bisogna riconoscere che il processo di significantizza-
zione ha inizio ben prima dell’acquisizione del linguaggio e delle stesse
capacità di comprensione anche embrionali del linguaggio verbale, è pur
sempre l’Io11 a essere implicato in queste operazioni di significantizzazio-
ne. Questo processo evolve fino a creare una articolazione tra i “segni” che
vanno a formare i “miti” o “fantasmi” che, ancorché topicamente inconsci,
non sono parte dell’Es ma sono nella parte inconscia dell’Io. Essi sono una
sorta di protopensieri o di protostrutture in grado di tradurre e decodificare
impressioni sensoriali originariamente soltanto quantitative. A livello di
questo funzionamento, che definirei di protopensiero, troviamo degli af-
fetti alla ricerca di una rappresentazione per esprimersi. Questo genere di
operazioni avviene su base puramente economica, vale a dire che è messa
in moto dall’esigenza di placare la tensione che si produce con la forma-
zione delle tracce mnestiche. Laplanche ritiene che è necessario che sin
dall’origine vi sia un “senso”, sia pure primordiale, in quanto non sarebbe
possibile attribuire un senso a qualcosa che non ne avesse già. Pertanto la
protocomprensione non potrebbe esercitarsi su di una situazione bruta
(Laplanche 1998b, p. 892).
Dovremmo, allora, pensare che gli “schemi senso-motori e affettivi”
siano già dei significanti. Si tratterebbe di una traduzione intersistemica alla
Jackobson (ibidem), operazione questa che nel linguaggio della psicoanalisi
apparterrebbe alle dotazioni biopsicologiche innate del neonato umano ri-
portabili all’Io-realtà dell’inizio. Allora dovremmo pensare che il “recupero
dei ricordi rimossi” e la “messa in forma di racconto” debbano essere con-

11
Ritengo che la funzione di significantizzazione, come quella del linguaggio, sia in-
nata e che poi si sviluppa a contatto con l’ambiente umano nel quale l’infans è immerso sin
dalla nascita. Essa è un prodotto dell’evoluzione della specie.

155
siderati solo espressione dell’“elaborazione secondaria” e della “presa in
considerazione dell’intelligibilità” (ivi, p. 893). Pertanto qualcosa che non
ha a che vedere con alcun recupero del passato ma con una costruzione
dello stesso, costruzione che comporta quindi un processo di deformazione
sia pure normale e inevitabile. Si tratta allora di un’operazione compiuta
dall’Io attraverso il sistema del linguaggio e della significazione, cioè attra-
verso il preconscio.
Una volta chiarita la natura epistemica della metodologia della pratica
psicoanalitica possiamo ritornare alla domanda che abbiamo posta a titolo
di questo scritto. Io credo che, sebbene, come ha dichiarato Pontalis in
un’intervista (Nora, 1977, p. 222), gli storici, a partire dal XX secolo, ab-
biano rinunciato all’ideale di una “resurrezione” integrale del passato e la
nozione di “fatto storico” si sia amplificata fino a sparire per cui si può
dire che la storia è una “memoria costruita” (ivi, p. 224), pure, ritengo che
vi siano delle differenze tra metodo storico e metodo psicoanalitico. Que-
ste differenze segnano il diverso statuto epistemologico delle due disci-
pline e la loro differente pratica. La prassi degli storici è fondata su di un
montaggio di “documenti” di archivio che in quanto tali sono “oggettiva-
mente” presenti. Ormai riconosciamo che il lavoro di selezione di questi
documenti, il loro reciproco montaggio, la maniera con la quale vengono
riempite le “lacune” presenti nel materiale e quindi il contenuto che vi
viene immesso dipendono dalle prospettive culturali, ideologiche e dai
diversi interessi in campo di quanti sono impegnati in questo lavoro. In
altri termini dalla soggettività del singolo storico per cui si può concorda-
re con Viderman che la costruzione storica è invenzione. Tuttavia vi sono
delle differenze con il lavoro dello psicoanalista. Mentre lo storico, sia
pure con tutte queste limitazioni, comunque, lavora su degli indici mate-
riali, l’analista lavora solo sulle parole del paziente e, per quanto riguarda
l’analisi infantile, con il gioco del bambino. Queste sono le sole materia-
lità a cui ha accesso. A ciò si deve aggiungere che, come abbiamo illu-
strato più sopra, il rimosso originario non è “ricostruibile” ma solo
“costruibile”. Questo comporta che anche il rimosso secondario, nella mi-
sura in cui viene risucchiato dal rimosso originario, diventa non più rico-
struibile. Ricordiamo ancora una volta che con la formulazione della se-
conda topica l’inconscio non è più pensabile come archivio ma, dal mo-
mento in cui è stato introdotto l’Es, è divenuto un vuoto di rappresenta-
zioni e, quindi, è solo azione. Potremmo, forse, ipotizzare che solo al li-
vello della porzione inconscia dell’Io possano permanere delle rappre-
sentazioni che, ancorché rimosse, possano essere riportate alla coscienza
in una sorta di processo ricostruttivo. In conseguenza di tutte queste ri-

156
flessioni dobbiamo ammettere che lo psicoanalista deve rinunciare alla
pretesa di recuperare ricordi e che deve riconoscere che tutti i ricordi sono
ricordi-schermo per cui si procede di schermo in schermo. Questo implica
che il lavoro analitico è un lavoro di memoria nel senso che è un lavoro di
creazione o invenzione di un ricordo, il che comporta che l’immagina-
zione creativa debba essere riconosciuta quale funzione specifica del la-
voro analitico in quanto è questa che organizza la costruzione (Janin,
1998, p. 158). Il necessario correlato di ciò è il coinvolgimento della
“strega metapsicologia”, presa nel tripode fatto dallo “speculare, teorizza-
re, fantasticare”. Io credo che in questo lavoro non si crei soltanto uno
“spazio analitico” (Viderman) ma anche una “temporalità” che permette
alla soggettività di porsi storicizzandosi. Infatti è solo nella dimensione
della temporalità che il soggetto si istituisce. Questa è una funzione del-
l’Io, definibile, kantianamente, come una “forma a priori” dell’organiz-
zazione dell’esperienza, che topicamente immaginiamo fare parte della
porzione inconscia dell’Io. Dobbiamo, dunque, ammettere che la creazio-
ne del metodo psicoanalitico ci richiede l’introduzione di una filosofia
della temporalità umana che, senza confondersi con il “tempo” fisico, ri-
conosca che nella realtà psichica essa opera in una dimensione regre-
diente, nel senso che soltanto a posteriori, è possibile storicizzare l’incon-
scio rappresentandolo12. Ma, poiché la rappresentazione-storicizzazione
può avvenire soltanto attraverso il linguaggio, la filosofia della tempora-
lità umana deve contenere anche una teoria del linguaggio in quanto
quest’ultimo vi è strettamente connesso. Seguendo Freud diciamo che, af-
finché il soggetto possa rappresentarsi, è necessario che le “rappre-
sentazioni-cosa” inconsce o i “rappresentanti-affetto”, come vogliamo
chiamarli, si leghino alle rappresentazioni di parola preconsce. In altri
termini, l’inconscio per essere rappresentabile deve diventare dicibile.
Vediamo allora che l’istituzione del soggetto avviene attraverso un doppio
movimento contemporaneo; la dicibilità crea il soggetto ma ciò facendo
lo storicizza. Con il linguaggio di Lacan diciamo che “il soggetto è effetto
di significazione”. Se forzassimo la nostra tesi nella direzione dell’idea-
lismo ci troveremmo quasi a concordare con B. Croce che diceva “i fatti
non esistono, è lo spirito che pensa che costruisce i fatti”. Ovviamente se
ammettiamo che soltanto attraverso il linguaggio la temporalità umana
può istituirsi dobbiamo assumere che al fondo della psiche vi è un quid
che è, e rimane, radicalmente inaccessibile (Guillaumin, 1977, p. 169)
perché fuori dal tempo e fuori dalla rappresentazione.

12
A proposito dell’istituzione della temporalità umana cfr. Laplanche (1992, pp. 317 e ss.).

157
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159
2. Storia, antropologia e psicoanalisi:
questioni di metodo *

di Sophie de Mijolla-Mellor

Quale raffronto si può fare tra l’approccio dello storico, quello del-
l’antropologo e quello dello psicanalista, e come si può tentare di cogliere
le loro rispettive specificità? Il mio discorso, necessariamente molto gene-
rico vista l’ampiezza dei campi coinvolti, prenderà l’avvio da un’unica do-
manda: quali relazioni e quali “interazioni” si possono stabilire tra l’ascolto
dello psicanalista e la raccolta dei fatti da parte dello storico e da parte del-
l’antropologo?
Cominciamo dalla storia e dalla psicanalisi. Trarrò da Paul Veyne e dal
suo saggio d’epistemologia Come si scrive la Storia (Veyne, 1973), alcuni
elementi di confronto tra il metodo dell’analista o almeno con i presupposti
epistemologici che lo regolano. E in primo luogo quest’idea: “La storia è
una pura curiosità per lo specifico”, una formula provocatrice in quanto la
curiosità dovrebbe limitarsi qui allo spettacolo della varietà. Come dice
Veyne più avanti, “la storia è una città che si visita per il solo piacere di ve-
dere gli affari umani nella loro diversità e nella loro naturalezza, senza cer-
carvi qualche altro interesse o una qualsiasi bellezza” (ivi, p. 24). Siamo
confrontati qui a ciò che potremmo chiamare il livello più basso della Sto-
ria, paragonabile all’osservazione di Freud secondo la quale le storie di casi
si leggono “come dei romanzi”. L’interesse si pone qui sull’imprevisto
della vita, il quale ha sempre a che fare con l’effimero, poiché, per essere
tale, l’imprevisto deve rifuggire dalla ripetizione.
Ora, qual è, secondo Paul Veyne, la funzione della ripetizione nella Sto-
ria? Si può dire che è al contempo nulla, poiché è esterna alla Storia pro-
priamente detta, ma anche fondamentale, poiché è su di essa che può pog-
giarsi la costituzione della Storia. In effetti, la ripetizione si fonda sulla dif-
ferenza che crea l’avvenimento.
È avvenimento ciò che non va da sé, vale a dire ciò che non è prevedi-

*
Traduzione di Floriana Pacelli.

160
bile in funzione di un insieme di leggi. Cito Veyne: “Se si prende il fatto
per avvenimento, è perché lo si giudica interessante in sé; se ci si interessa
al suo carattere ripetibile, allora diventa solo un pretesto per scoprire una
legge”. Questo “interesse del fatto in sé” non può essere concepito in fun-
zione della natura stessa del fatto. L’“avvenimento”, che verrebbe assimi-
lato in psicanalisi al “trauma”, può bene definirsi in funzione di considera-
zioni di tipo quantitativo o come differenza rispetto alla ripetizione. Ma non
è così per il fatto storico. Quest’ultimo viene concepito rispetto a una base
di ripetizione che sfuggirebbe alla Storia e che corrisponderebbe a una spe-
cie di fondo comune dei popoli tra loro e rispetto all’osservatore storico,
così come lo esprime per esempio Erodoto quando osserva che “…su que-
sto punto, l’opinione di questo popolo è più o meno simile alla nostra…”.
Non ci sarebbe qui storia ed è ciò che Veyne mostra bene nel paragone
che egli propone con la grammatica:

Non esiste avvenimento in sé se non rispetto a una concezione dell’Uomo


eterno. Un libro di Storia assomiglia un po’ a una grammatica; la grammatica prati-
ca di una lingua straniera non recensisce “tabula rasa” tutte le regole della lingua
ma soltanto quelle che sono diverse da quelle del lettore.

Ma i fatti storici vengono anche concepiti rispetto alla loro situazione


nel tempo.
Queste considerazioni che mirano a porre l’avvenimento in opposizione
con il ripetibile, perdono la loro pertinenza se si considera che per Veyne,
ogni fatto, per via della sua iscrizione in un tempo effimero, prende valore
di hapax.
Scrive Veyne:

Ciò significa semplicemente che l’anima dello storico è quella di un lettore di


fatti di cronaca; i fatti di cronaca sono sempre uguali e sono sempre interessanti
perché il cane che è investito da una macchina oggi è un altro rispetto a quello che
è stato investito ieri e, più in generale, perché oggi non è il giorno prima (1971).

Sarebbe sbagliato pensare che l’attenzione si concentra sulla singolarità


del cane.
Al contrario, questo quadrupede è interessante solo perché l’avveni-
mento infausto che lo riguarda prende posto in un tempo definito. Visto se-
condo questa prospettiva, non c’è un nesso tra la posizione dello storico e
quella dello psicanalista rispetto alla ripetizione, anche se la formula del-
l’interesse per il singolare fa eco in tutti e due i casi.
Per lo psicanalista, l’avvenimento non è l’imprevisto che si definirebbe

161
in opposizione a uno sfondo di ripetizione, ma, al contrario, è ciò che lasce-
rà una traccia e costituirà un richiamo alla ripetizione. Se il “fatto di crona-
ca” o il suo corrispettivo nel discorso del paziente merita di trattenere
l’ascolto dell’analista, è per la possibilità che offre all’interprete di stanare
l’identico dietro il pittoresco di una situazione che è singolare solo formal-
mente. Da questo punto di vista, lo psicanalista non può porsi né dalla parte
dello storico, così come Veyne lo definisce, né da quella del fisico, al quale
Veyne lo oppone.

La vera differenza non è quella tra i fatti storici e i fatti fisici, ma tra la storio-
grafia e la scienza fisica. La fisica è un corpo di leggi e la storia è un corpo di fatti
(ibidem).

Per lo psicanalista, i fatti esistono solo come indizi che permettono di


ricostruire non le leggi, ma delle sequenze che hanno valore causale ri-
spetto ai fatti.
Queste sequenze non sono astratte come delle leggi e possono espri-
mersi unicamente sotto la forma di fatti esemplari, che ne fanno degli equi-
valenti di miti. Tuttavia, laddove lo psicanalista e lo storico convergono, è
rispetto alla necessità di trascendere il contenuto dei fatti senza passare at-
traverso la generalizzazione.
Per lo storico, è la temporalità stessa che ne costituisce il mezzo: tale
fatto è interessante in funzione del tempo in cui si svolge.
Per lo psicanalista, è la possibilità di stabilire tra il passato e il presente
un nesso che permette di ricostituire un’immagine del primo al fine di in-
terpretare il secondo in termini che permettono al soggetto di investirlo co-
me proprio.
Per lo psicanalista, la temporalità è un oggetto solo nella misura in cui
chiarisce una domanda che riguarda l’identità, vale a dire ciò che perdura
attraverso i mutamenti.
Queste posizioni fondamentalmente diverse dello storico e dello psica-
nalista rispetto alla ripetizione si ritrovano faccia a faccia a proposito del
posto che la narrazione occupa per l’uno come per l’altro.
Per lo storico, la narrazione è un atto costitutivo del suo oggetto.
La storia è un racconto d’avvenimenti, colti parzialmente e indiretta-
mente attraverso delle tracce che possono essere a loro volta dei racconti
(testimonianze).
Ma questi racconti che sono le testimonianze non sono di per sé storici,
sono dei documenti, meno fedeli di una registrazione sonora o visiva, ma
dello stesso ordine.
C’è storia dal momento che lo storico costituisce, partendo da questi

162
documenti, la narrazione che obbedisce a un certo numero di regole (stabi-
lire i fatti) e che persegue alcuni scopi: costituzione di un senso intelligibile
e, oltre, di una verità.
Per lo psicanalista, quando è in una situazione d’analisi, e non di scrit-
tore che rende conto di una cura, o di teorico che elabora sulla psiche in ge-
nerale, la narrazione è invece ciò che egli deve decostruire per permettere
che appaia puntualmente il suo oggetto.
La narrazione è l’opera del paziente, e dell’analisi si produce alle spese
di questa trama in un avvicinamento inatteso, incongruo.
L’avvenimento, consegnato in un documento, costituisce per lo storico
un punto di riferimento, comunicabile, verificabile, eventualmente critica-
bile, come farò vedere tra poco.
Un insieme d’avvenimenti giustapposti in una trama cronologica co-
stituisce una rete all’interno della quale la narrazione, sempre soggettiva,
dello storico, può prendere posto.
L’introduzione di un documento “grezzo” non rompe le condizioni nar-
rative, le caratterizza in un determinato stile: l’interpretazione non è espli-
cita, è solamente suggerita dall’autore in funzione della disposizione che
egli propone degli elementi, essi stessi supposti essere oggettivi.
Tuttavia, lo storico moderno non considera l’avvenimento come un
dato primordiale, ma come il punto d’arrivo di una costruzione.
Reciprocamente, il suo compito non si limita all’archiviazione del pas-
sato, per quanto fedele possa tentare d’essere, ma alla sua comunicazione.
Dalla realtà diffusa e dagli avvenimenti che rimarrebbero muti senza
questo lavoro, lo storico trae un’esperienza storica che la rende trasmissi-
bile, vale a dire comprensibile per un moderno.
Questo lavoro è la finzione narrativa costruita dalla storiografia, che è
un lavoro non di ritrascrizione, ma di traduzione destinata a rendere intelli-
gibili i fatti, incapaci di parlare di per sé.
Anche in questo caso, si è tentati di stabilire un’analogia con il lavoro
dello psicoanalista. Tuttavia, quest’analogia non deve fare dimenticare una
differenza fondamentale. Lo storico lavora anche sull’asse longitudinale
che va dal passato al presente e vice versa, e tutte le figure sono immagina-
bili su quest’asse.
Lo psicanalista, dalla sua poltrona, lavora anche dall’asse longitudinale
offerto dal paziente nella sua narrazione auto-storica o attuale, ma introdu-
cendo degli effetti di rottura secondo un asse trasversale che testimonia
precisamente della possibilità di fare intervenire l’interpretazione a partire
dall’inconscio. A questo livello, non c’è narrazione possibile, poiché pas-
sato e presente entrano in collisione nell’istantaneo dell’interpretazione tra-

163
sferenziale. Da quest’istantaneo che è caratteristico dell’effetto-analisi, il
paziente e l’analista traggono qualcosa che reinseriranno in una trama nar-
rativa longitudinale: quella del racconto su se stesso del paziente, quella
della scrittura clinica o dell’attività teorizzante per l’analista. Ma per quanto
poco ingenuo cerchi d’essere lo storico riguardo alla narrazione storica, di
cui negherà la possibilità di ricostruire uno svolgimento completo o di offri-
re una spiegazione genetica dall’inizio o ancora di dare un’immagine
obiettiva del passato, tuttavia è difficilmente immaginabile che vi possa tra-
sporre un funzionamento nell’istante, trasporre l’effetto analogo a quello
degli effetti-analisi così come vi ho accennato, e questo mi sembra essere
uno degli aspetti attraverso i quali appare la specificità epistemologica di
questi metodi. Quindi, lo psicanalista si sentirebbe forse più in sintonia con
l’antropologo quando raccoglie un discorso mitico, e la verità vi avrebbe
forse lo stesso statuto che nella psicanalisi?
Quando Freud incontra i miti – Edipo, Narciso, l’orda primitiva, l’as-
sassinio originario del Padre –, ne fa delle figure emblematiche, dei punti di
riferimento per l’approccio ai meccanismi inconsci. Quando dovrà tentare
di situare i concetti della “Metapsicologia”, sarà in riferimento alla strega
senza la quale non si può fare un passo avanti; quanto alle pulsioni, ele-
menti chiave da questo punto di vista, saranno rivendicate come “nostra
mitologia”. Infine, i casi clinici paradigmatici che sono “L’Uomo dei lupi”,
“L’Uomo dei topi” e altri, costituiscono a modo loro dei personaggi mitici
parallelamente agli individui reali che sono stati: e si sa, per il primo, che
non gli fu facile convivere con questo suo doppio. Questo ci porterebbe a
considerare che la psicanalisi non è dissociabile dalla mitologia che Freud
ha preso in prestito alla letteratura o all’antropologia, e che questa dimen-
sione arcaica, romanzesca, o addirittura speculativa, anche se non piace ai
nostri pretesi attuali valutatori, non è per niente contraddittoria con la Wel-
tanschauung scientifica che continuiamo di rivendicare per essa… In effet-
ti, i miti vi svolgono un ruolo diverso dalle nozioni della teoria che si pla-
smano, si perfezionano e si rifiniscono secondo le esigenze e l’evoluzione
delle forme psicopatologiche alle quali bisogna tentare di dare senso. Non
descrivono un’operazione psichica, e ne danno ancora di meno una spiega-
zione causale. Ma ne disegnano la direzione come una prospettiva aperta a
chi sa intendere e a chi osa arrischiarsi dentro. Come potrebbe essere diver-
samente, se si considera che l’oggetto dei miti è l’enigma per antonomasia,
quello del senso perso con il suolo delle evidenze primordiali, destino ca-
ratteristico del fatto di uscire dall’immediatezza?
Messo al mondo in un universo preesistente a sé, è rassicurante per
chiunque dirsi che la spiegazione di tutto è nel tempo di prima, indietro, in

164
ciò che ci precede e che prende allora la dimensione di un tempo primor-
diale che il mito avrà per funzione di raccontare. Ora, se la visione scienti-
fica rende in parte accessibile l’anteriorità dei fenomeni, è tuttavia votata a
non risalire mai all’origine, ma solamente a ciò che ne deriva. Solo
l’origine come principio o sostrato può veramente raggiungere un aspetto
principale. Ma il corollario, è che può solamente essere posto all’interno di
un discorso che ne fa la sua condizione logica o che cerca di illustrarlo con
queste storie dell’origine che sono i miti.
Così, la messa in “interazioni” della psicanalisi con l’antropologia è
preziosa per diversi motivi. Non intendo con ciò l’applicazione del metodo
psicanalitico al materiale raccolto dagli etnologi, che sarebbe possibile in
questo modo decriptare, ma una “messa in eco” di due discorsi, ognuno
conservando la propria specificità, o addirittura la sua irriducibilità, e per-
mettendo così degli incontri inattesi, delle interrogazioni reciproche.
Come hanno sentito prestissimo Freud, Jung, Rank e alcuni altri, gli psi-
canalisti sono sedotti da quello che portano loro gli antropologi, e per questa
ragione si affrettano a impadronirsene per confermare le loro ipotesi con lo
stesso senso di certezza che capita loro di provare talvolta ascoltando un pa-
ziente. Ne darò un esempio: consapevole del fatto che i miti non sono delle
composizioni narrative ben stabilite e che, essendo trasmessi dalla tradizione
orale, si modificano e si plasmano e talvolta si trasformano in profondità,
Freud propone di interpretarli alla luce della psicanalisi e di ritrovarne in
qualche modo lo stato nascente, quello anteriore alle deformazioni dei pro-
cessi secondari e della rimozione. Il passo del suo carteggio con Jung in cui
evoca un suggerimento che gli ha dato Otto Rank, merita di essere citato,
poiché esprime quella che fu la posizione della psicanalisi nei confronti dei
miti, situata non in apertura rispetto a questi, ma in una prospettiva che sa-
rebbe evidentemente “selvaggia”, se non fosse considerata come un semplice
punto di partenza da verificare. Occorre dire che, chiaramente, questo punto
di vista non era quello di Freud, ma è con fiducia che egli enuncia
quest’ipotesi, che tuttavia non riprenderà in un testo pubblicato:

La creazione d’Eva ha qualcosa di assolutamente particolare e singolare. Rank


mi ha recentemente fatto notare il fatto che nel mito, questo avrebbe facilmente
potuto enunciarsi inversamente. In questo caso, la cosa sarebbe chiara: Eva sarebbe
la madre da cui nasce Adamo, e ci troveremmo confrontati all’incesto materno che
ci è familiare, la cui punizione ecc. Altrettanto strano è il fatto che la donna dà al-
l’uomo qualcosa di fecondante (un melograno) da mangiare. Invece, rovesciato,
questo è di nuovo qualcosa di conosciuto. Che l’uomo dia alla donna un frutto da
mangiare, è una vecchia cerimonia di matrimonio (cfr. ancora il modo in cui Pro-
serpina deve rimanere nell’Ade come sposa di Plutone). In tali circostanze, io di-

165
fendo la proposta che le forme manifeste dei motivi mitologici non sono diretta-
mente utilizzabili per il paragone con i nostri risultati, ma che lo sono solo le loro
forme latenti, originarie, alle quali bisogna riportarle tramite un paragone storico,
allo scopo di eliminare le deformazioni che hanno subito nel corso dello sviluppo
dei miti1.

Freud suppone qui che il mito possa procedere da un altro mito, ma con
la deformazione della rimozione che s’interpone tra i due. Su che cosa si
fonda? Sull’esperienza sensoriale: una donna può dare alla luce un uomo,
ma non il contrario. E su qualcosa che è già una trasposizione mitica vicina
alle teorie sessuali infantili: la gravidanza viene dal fatto che l’uomo dà da
mangiare qualcosa alla donna. Si può tacciare Freud di sacrilegio e d’abuso
epistemologico quando procede in questo modo? Penso che bisogna piutto-
sto considerare che Freud trae dal testo mitico un elemento limitato, quello
dell’atto attraverso il quale il concepimento è possibile. La questione del-
l’origine rimane invece sospesa, poiché se è da Eva che è nato Adamo, co-
me poteva egli procedere all’atto procreatore della sua stessa nascita, of-
frendo a Eva un melograno? Occorre perciò rinunciare a una logica che non
si applica al mito e isolare degli elementi al contempo fermi e mobili, con-
creti anche se non statici, e soprattutto soggetti a trasformazioni.
Ho tentato di mostrare2 che questi elementi costitutivi corrispondono
non a delle immagini primordiali, ma a delle esperienze sensoriali e affetti-
ve vicine agli “engrammi pittografici” nel senso di Piera Aulagnier (La
violenza dell’interpretazione), alle “criptonimie” nel senso di Nicolas
Abraham e Maria Torok, ma che se ne distinguono, così come si distinguo-
no anche dai fantasmi originari freudiani o dagli archetipi junghiani. Così si
costituisce per il soggetto un sapere iniziale, quello sul quale il resto potrà
costruirsi.
Come il pensiero dei bambini sul sessuale raggiunge il mito?

La conoscenza delle teorie sessuali infantili, delle forme che esse prendono nel
pensiero dei bambini, può essere interessante da diversi punti di vista, e, in modo
sorprendente anche per la comprensione dei miti e delle fiabe3.

Quest’osservazione di Freud, nell’articolo sulle “teorie sessuali infan-


tili”, può essere annoverata tra le numerose occorrenze in cui accosta il

1
Freud/Jung, Lettere, Bollati Boringhieri, Torino, 1990.
2
de Mijolla-Mellor S., Il bisogno di credere, Borla, Roma. In ciò che segue, una parte
del mio discorso si rifà a quello che ho sviluppato in questo libro.
3
Freud (1908).

166
pensiero del primitivo e quello del bambino, o ancora, in cui egli ricorda
che l’humus da cui vengono fuori le opere della cultura è lo stesso di
quello da cui nascono i sintomi. Si può anche considerare quest’osser-
vazione da un altro punto di vista e interrogarsi sulla parentela tra queste
teorie e i miti, o addirittura le fiabe, se si prendono queste ultime come una
forma derivata dai miti.
Si tratta quindi di teorie particolari, anteriori in qualche modo alla rot-
tura epistemologica che li costituirà come tali, ponendole più nel mondo
dell’immaginario che non in quello del pensiero ragionante con le sue nor-
me specifiche. I miti magico-sessuali, così come io li definisco, ci immet-
tono in una forma di pensiero specifico, un pensiero arcaico, quello che
Jung aveva ben visto quando scriveva a Freud a proposito della formazione
del simbolo:

La formazione del simbolo mi sembra puntare qui a qualcosa di interamente


diverso da una formazione di concetto. La formazione del simbolo mi sembra
essere piuttosto il ponte necessario verso un altro pensare [sottolineato nel testo]
di nozioni conosciute da molto tempo, alle quali deve essere sottratto un certo
investimento libidico, per deviazione su delle serie parallele, intellettuali (teorie
mitologiche)4.

Freud e Jung condivideranno questa ricerca dell’“arcaico regressivo” e,


nel 1910, il primo scrive al secondo che spera di “impadronirsene per mez-
zo della mitologia e dello sviluppo del linguaggio”5. In effetti, lo stesso an-
no uscirà “Sul significato opposto delle parole primordiali” (1910) e so-
prattutto, Freud comincia una riflessione che lo condurrà a “Totem e Tabù”
(1912-1913). Una costellazione si viene a creare tra il linguaggio, i simboli,
i miti, le leggende, intorno a un punto di convergenza: questo “arcaico re-
gressivo” che costituirà per Jung un punto di fuga al di qua dal sessuale. Ma
Freud non lo seguirà su questo terreno; perciò, opererà da questo punto di
vista una chiusura del suo discorso che è forse responsabile del fatto che gli
accostamenti evocati non si sono prolungati come avrebbero potuto esserlo.
Certo, Freud ritroverà le teorie sessuali infantili nei miti e nelle leggende,
che si tratti dell’androgino, della teoria della castrazione o della testa di
Medusa, ma non si arrischierà in questo “arcaico regressivo” di cui aveva
annunciato la conquista e che lo avrebbe portato ad approfondire la comu-
nità d’origine tra i miti e le teorie sessuali infantili. Questo dominio è
quello del “pensiero animistico” così come egli lo sviluppa non a proposito

4
Lettere fra Freud e Jung, lettera del 19 marzo 1911.
5
Lettere fra Freud e Jung, lettera del 2 febbraio 1910.

167
del bambino, ma a proposito del primitivo in questo intrecciarsi a lui fami-
liare tra l’infanzia individuale e l’infanzia dell’umanità. Ora, la prima con-
statazione che Freud trae dalla lettura dei suoi informatori, gli “storici della
cultura”, è che l’animismo proviene dalla necessità di rendere conto di que-
sto fatto inaccettabile che è la morte6.
Le rappresentazioni relative alle anime che si suppone popolino la natu-
ra negli oggetti inanimati così come in quelli animati, costituiscono il nu-
cleo primitivo del sistema animistico. Freud sottolinea che l’animismo è un
“sistema intellettuale” che permette di concepire il mondo come un vasto
insieme, a partire da un determinato punto, sistema più logico e più com-
pleto degli altri due che lo seguiranno (quello religioso e poi quello scienti-
fico). Ma perché una tale compiutezza, o addirittura una tale perfezione?
Perché questo sistema è un’esternazione, una proiezione dell’organizza-
zione psichica dell’uomo.
In altri termini, la costruzione animistica o mitologica trarrebbe il pro-
prio valore dal fatto che non lascia sussistere nessuno spazio che sia esterno
alla psiche di colui che la concepisce. È un sistema saturo che ignora
l’enigma, nella misura in cui ignora l’estraneo a se stesso7. Tuttavia, Freud
non si accontenta delle affermazioni degli storici della cultura ed egli
s’interroga su “le ragioni che spingono l’uomo primitivo a sostituire le leg-
gi psicologiche alle leggi naturali” (Freud, 1912-1913, p. 98). Questa do-
manda può sorprendere, poiché si considererebbe naturale, perché più faci-
le, che il pensiero umano si proietti all’esterno, invece di attaccarsi al-
l’esterno. Ma allora, è la psiche infantile che servirà da spiegazione, almeno
analogica, per quella del primitivo. Freud accosta la soddisfazione alluci-
natoria del poppante all’“allucinazione motoria” del primitivo, così come
viene a manifestarsi nell’azione magica. Viene così stabilita una catena che
va dall’allucinazione del poppante, tecnica di soddisfazione puramente sen-
soriale che non necessita azione (anche se può essere accompagnata da mo-
vimenti di suzione), al gioco del bambino, che implica una rappresentazio-
ne imitativa, e al suo prolungamento nell’azione magica adulta caratteristi-
ca dell’uomo primitivo. Un prolungamento comune percorre questa catena:
la sopravvalutazione del pensiero, che dà alle rappresentazioni la premi-
nenza rispetto alle cose. I miti magico-sessuali s’integrano in questa serie

6
“La rappresentazione della morte si è formata solo in modo tardivo ed è stata accettata
solo dopo esitazioni anche per noi, è priva di contenuto e difficile da realizzare” (Freud,
1912-1913).
7
“(L’uomo primitivo) sapeva che le cose di cui si compone il mondo si comportano
esattamente come l’uomo, secondo quando gli insegna la sua esperienza” (Freud, 1912-
1913).

168
nella misura in cui, anche in questo caso, una rappresentazione, una parola,
una formula figurano laddove c’era prima dell’enigmatico, o addirittura del
traumatico. Di quale azione magica si tratta? Non, come per il primitivo se-
condo Freud, quella che risponde al bisogno di dominare gli uomini, gli
animali e le cose, ma, diversamente da quanto egli afferma8, è un’azione
che proviene dal bisogno speculativo, dalla sete di sapere per non essere
sommerso dall’ignoto angosciante, di cui si tratta qui. I miti sessuali infan-
tili infiltrano allo stesso modo i giochi dei bambini: giochi del concepi-
mento (il papà e la mamma), giochi di nascita (giocare al dottore) e soprat-
tutto, giochi della morte mimati dal sonno.
L’espressione “sopravvalutazione del pensiero” altera ciò di cui si tratta
qui, poiché il bambino non sopravaluta minimamente il proprio pensiero:
gli chiede di offrirgli i piaceri e le risposte che la realtà non gli dà, favore
che il pensiero è fortunatamente in grado di fargli.
L’azione magica nei miti magico-sessuali e i giochi che li accompagna-
no è di un’altra natura. C’è magia perché i bambini tentano di riprodurre
quello che fanno i genitori nell’atto sessuale, atto al quale per loro si ricol-
legano i misteri della vita e della morte. Il bambino non crede di agire di-
rettamente sul mondo: lui recita, questa volta nel senso dell’azione teatrale,
un personaggio di cui ricostruisce il testo a partire dai propri fantasmi, i
frammenti di cose sentite o indovinate. Ma si trova allora nell’equivalente
di una fantasia diurna, vale a dire che i contenuti rappresentativi rimandano
a delle situazioni possibilmente realizzabili, realizzate di fatto per altri al
posto dei quali il fantasticante desidera istallarsi. Se ci rimettiamo nella si-
tuazione di gioco in cui il bambino evoca da solo o con dei compagni i suoi
miti sessuali, si può capire in che modo essi sono partecipi del pensiero
magico. D’altronde, Freud lo indica brevemente quando osserva, a propo-
sito degli Aïnos giapponesi che provocano la pioggia facendo cadere
l’acqua in un gran setaccio, che sembrano “giocare alla pioggia” (Freud,
1912-1913). Tuttavia, il bambino non cerca qui9 di provocare nella realtà la

8
“Diciamo, scrive Freud, che sarebbe sbagliato credere che gli uomini siano stati spinti
alla creazione dei loro primi sistemi cosmici dalla sola curiosità speculativa, dalla sola sete
di sapere. Il bisogno pratico di sottomettere il mondo ha dovuto avere un ruolo in questi
sforzi” (Freud, 1912-1913), Ne Le besoin de savoir (Dunod, Paris, 2002), a proposito delle
teorie sessuali, ho commentato questa nozione di “bisogno pratico” che Freud contrappone a
un bisogno che sarebbe puramente speculativo.
9
Lo può anche fare, ma in questo caso non gioca più. Ho proposto di vedere nella ri-
correnza degli atti di crudeltà nell’infanzia verso i piccoli animali (dissezione e soprattutto
vivisezione) da parte di coloro che diventeranno omicidi nell’adolescenza o all’età adulta,
l’esercizio di una pulsione di sapere erotizzata e sadica il cui oggetto specifico è il momento
del trapasso. In mancanza di potere cogliere l’istante del passaggio dall’ante-vita alla vita, è

169
nascita o la morte: diversamente da quello che dice Freud, è per questo che
non si tratta di un “bisogno pratico”, ma di un “bisogno speculativo”.
Il bambino si dà a vedere e a sentire, nel senso della comprensione ma
anche dell’udito (poiché egli parla da solo in questi casi), le parole e i gesti
che imitano secondo lui il mistero della vita e della morte.
Magia senza azione, potremmo dire, ma in realtà l’azione è altrove.
Non si tratta di modificare la realtà, cosa che il bambino sa bene di non es-
sere capace di fare, ma di ricreare una neo-realtà ludica sulla quale il suo
ascendente è completo, cosa che gli permette al contempo di mettere a di-
stanza il potenziale traumatico della scena primitiva che viene così evocata.
In questi frammenti di ricordi, il mito è raccolto all’interno di una parola o
di un’immagine. Come quei giocattoli di carta che si spiegano e riprendono
forma a contatto con l’acqua, hanno bisogno di tutta l’intensità emozionale
ritrovata sul divino perché possano pretendere a questa funzione esplicativa
del mito. Tuttavia, possiamo dire per questo che bisogna identificare la
mentalità “primitiva” con quella del bambino piccolo?
Gli antropologi criticano di solito quest’assimilazione che implichereb-
be l’idea che questi popoli non avrebbero rinunciato al sentimento d’onni-
potenza infantile, e si può solo dare loro ragione a questo proposito. Invece,
questi miti hanno buone possibilità di tornare a galla “per effetto dello
smarrimento collettivo prodotto dalle circostanze esteriori” (Juillerat). Si
vede così perché l’uso che la psicanalisi può fare dei miti deve limitarsi a
un eco o un appoggio con le proprie elaborazioni, e non cercare di andare a
ogni costo verso un’interpretazione. Perché nella misura in cui questi di-
scorsi ruotano attorno agli stessi enigmi presentandoli diversamente, ogni
traduzione reciproca può essere solo ridondante e aporetica, mentre il loro
accostamento nelle loro molteplici versioni singolari individuali o collettive
ci mette sulla via del loro senso.

Bibliografia

de Mijolla-Mellor S. (2004), “Le crime d’amour-propre”, Recherches en psycha-


nalyse – Les Cahiers de l’Ecole doctorale, n. 2, 2ème semestre.

il passaggio inverso che raccoglie il fascino ma anche la frustrazione, poiché nessun omici-
dio ne svelerà mai il mistero (de Mijolla-Mellor, 2004).

170
3. Il metodo psicoanalitico
e il soggetto della conoscenza
di Andrea B. Baldassarro

Partirò da molto lontano, dal 1922, l’anno di “Due voci di enciclopedia”


di Sigmund Freud, e arriverò, con un salto logico e cronologico, alla rappre-
sentazione di un soggetto che si inventa e si costruisce a partire da se stesso e
da quello che l’esperienza gli fornisce, autogenerante ed etero-assemblante,
potremmo dire. Questa rappresentazione è quella di un soggetto che, seguen-
do le tracce della propria costituzione soggettiva ed ereditaria e contempora-
neamente annettendosi parti del mondo esterno, si inventa e si crea allo stesso
tempo. E mette in discussione la nozione stessa di rappresentazione.
Nel primo dei due saggi del 1922, intitolato proprio “Psicoanalisi”,
Freud attribuisce a quest’ultima tre significati fondamentali:

Psicoanalisi è il nome: 1. di un procedimento per l’indagine dei processi psi-


chici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2. di un metodo tera-
peutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi nevrotici; 3. di una
serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si as-
sommano e convergono in una nuova disciplina scientifica (Freud, 1922, p. 439).

Quest’ultimo è evidentemente l’aspetto più squisitamente teorico della


disciplina. Quindi il discorso freudiano situa la psicoanalisi, all’epoca del
concepimento della seconda topica – la stesura de “L’Io e l’Es” è difatti
contemporanea a questo breve scritto divulgativo di Freud –, all’in-
tersezione di tre assi: innanzi tutto il metodo di indagine conoscitiva, basato
su processi storico-ricostruttivi; poi il metodo di cura, effetto di questo
stesso metodo d’indagine, volto a reperire soprattutto quanto è andato per-
duto nella memoria soggettiva a opera della rimozione; e infine
l’elaborazione, grazie ai metodi precedentemente definiti, di una teoria del
funzionamento dell’apparato psichico. Questi tre aspetti non sono affatto
disgiunti, anzi si realizzano proprio grazie alla loro compresenza e recipro-
ca necessità: sembrerebbe questo uno scenario particolare di quelle “serie
complementari” così care a Freud stesso.

171
Si tratta, come si può vedere già a uno sguardo sommario, di un’arti-
colazione particolarmente complessa, che fa interagire un procedimento di
natura squisitamente abduttiva – e che ha fatto parlare, a proposito del me-
todo freudiano, di un “paradigma indiziario” (cfr. Ginzburg, 1979)1 – con
un metodo di cura che consente la costruzione di una teoria la quale allo
stesso tempo informa e crea le condizioni perché il processo analitico possa
svolgersi.
Già pochi anni prima, in una pagina esemplare per la sua modernità –
ovvero l’esordio di “Pulsioni e loro destini”, primo dei saggi che andavano
a comporre la “Metapsicologia” del 1915 – Freud aveva tracciato un quadro
assai originale della natura del processo scientifico tout court. Mostrando in
primo luogo come proprio le idee, le “idee astratte”, hanno un ruolo decisi-
vo nella creazione dell’apparato teorico delle scienze, ben più del-
l’esperienza empirica, con la quale pure sono in un rapporto significativo,
ma indiretto. Inconscio, potremmo dire oggi. Arguiva Freud che “a stretto
rigore queste idee hanno dunque il carattere di convenzioni”, dato che nep-
pure i “concetti fondamentali”, anche delle scienze più evolute come la fi-
sica sono “consegnati in definizioni rigorose, ma subiscono un costante
mutamento di contenuto” (Freud, 1915, p. 14-15). In altre parole, già quasi
un secolo fa ormai, Freud sosteneva che anche le scienze più rigorose non
possono assegnare al loro dominio di competenza che una parte solo par-
ziale all’esperienza diretta, empirica, in quanto la maggior parte di quello
che andrà a costituire il loro apparato concettuale proviene soprattutto dalla
riflessione e dall’immaginazione. Il ruolo dell’inconscio e di quello che sa-
rà il phantasieren nella costruzione metapsicologica, prende allora decisa-
mente già corpo in queste pagine.
I tre aspetti citati da Freud pongono dunque la psicoanalisi in una posi-
zione assolutamente particolare per quanto concerne il suo statuto scientifi-
co2. Essa si situa e si colloca contemporaneamente nel novero di quelle che
da Dilthey erano state definite le Naturwissenschaften, le scienze della na-
tura, ma allo stesso tempo anche delle Geisteswissenschaften, le scienze
dello spirito. La psicoanalisi farebbe leva così su di una metodologia di tipo
storico, se vogliamo abduttiva e ricostruttiva, ma allo stesso tempo avrebbe

1
L’abduzione, a differenza dell’induzione e della deduzione, è un modo di procedere
che trae il suo potere di convincimento non tanto dall’esattezza delle conclusioni rispetto
alle premesse, quanto piuttosto dall’assemblaggio intuitivo di una messe apparentemente
incongrua di elementi disparati, che tuttavia, grazie al potere di convincimento che ne deri-
va, rendono ragione del campo di indagine, ne danno senso.
2
Sulla questione la letteratura è ormai sterminata, a partire dal classico Psicoanalisi e
metodo scientifico curato da S. Hook (1967).

172
l’ambizione di costruire una teoria scientifica organizzata sul modello delle
scienze naturali.
Da subito dunque, almeno da quando viene elaborandosi la seconda to-
pica, la psicoanalisi si situa al crocevia di molti saperi, come l’antropologia,
l’archeologia, la storia, la filosofia, l’ermeneutica, la letteratura, di quei sa-
peri che costituiscono il novero delle scienze cosiddette “umane”; ma allo
stesso tempo guarda ai principi maggiormente assiomatizzati delle scienze
naturali. Si situerebbe cioè contemporaneamente per un versante dalla parte
delle scienze cosiddette nomotetiche3, delle scienze naturali che hanno di
mira il generale, l’universale (e che hanno senza dubbio il loro modello
nelle scienze fisico-matematiche); per l’altro versante dal lato delle scienze
cosiddette idiografiche, delle scienze storiche o dello spirito, che viceversa
sono interessate al singolare, alla natura degli eventi unici, irripetibili, e che
hanno nella storia l’oggetto principale del loro interesse.
La questione che viene posta da queste ripartizioni, oltremodo arbitra-
rie, è allora fondamentalmente la questione del metodo: il metodo psico-
analitico è un metodo che per raggiungere l’oggetto della conoscenza pas-
sa necessariamente per il soggetto della conoscenza. Qui sta la sua origi-
nalità, e la sua stessa origine. Il metodo psicoanalitico si applica alla stessa
psicoanalisi.
E il soggetto della conoscenza è oltretutto un soggetto inconscio, è il
soggetto dell’inconscio. Non è il soggetto della coscienza, il pensiero di
colui che sa, e che nell’atto del conoscere discrimina il vero dal falso. Il
pensiero inconscio non distingue radicalmente il vero dal falso, il certo dal-
l’incerto, il passato dal presente: è addirittura senza tempo, o meglio è un
tempo eterocronico, un tempo a più direzioni e a più riprese (Green, 2000).
È una questione che oggi può apparire abbastanza scontata, da quando
l’epistemologia contemporanea ha incluso nel proprio orizzonte anche il
caso, l’indeterminatezza e il ruolo del tempo: anche nelle discipline scienti-
fiche più formalizzate si riconosce il ruolo che gioca l’immaginazione, o
quanto nella costruzione delle teorie scientifiche è dovuto al sogno, alla
fantasia; o ancora quanto pesa l’errore, l’artefatto involontario o intenzio-
nale, ma soprattutto quanto sia decisiva la costrizione dell’osservazione
nelle strettoie della teoria. Però non dimentichiamo che concepire un meto-
do che comporta, che implica la soggettività del soggetto indagante, e che
è una soggettività contaminata, infiltrata, compromessa dall’inconscio, tra-
sforma ancor più radicalmente il discorso scientifico. La potenza “sovver-

3
La definizione di Windelband è del 1894, e non a caso sono proprio questi gli anni
della nascita della psicoanalisi.

173
siva” della psicoanalisi è stata proprio quella di costituire una disciplina che
per descrivere e conoscere il proprio oggetto deve continuamente porre il
soggetto stesso, la sua stessa presenza, al centro della propria indagine. È
così anche nella storia, lo sappiamo, e ormai anche nella fisica: ma quello
che ora appare come un dato scontato, un tempo non lo era affatto. Il sog-
getto della psicoanalisi non è mai stato un artefatto inevitabile, o una neces-
saria interferenza nel libero dispiegarsi dell’indagine analitica, ma al con-
trario un passaggio necessario, uno strumento della capacità conoscitiva.
Il metodo della psicoanalisi si applica dunque non solo al suo ogget-
to, ma anche a se stessa: al paziente e all’analista, alla psiche conscia e
inconscia e alla costruzione scientifica stessa che ne deriva. Certo, c’è
forse della paranoia in questo, nel non lasciare margini che sfuggano alla
presa e alla presenza e dell’inconscio, e allo stesso tempo alla capacità
potenzialmente onnicomprensiva della teoria psicoanalitica. E che tuttavia
designa un limite invalicabile alla conoscenza. E non potrebbe essere di-
versamente: se la realtà da conoscere è quella psichica, la verità materiale
non è mai coglibile. Il reale, à la Lacan, è per sempre sfuggito, perduto:
laddove c’è rappresentazione, sicuramente non c’è più il reale, se per
reale intendiamo non la realtà che conosciamo attraverso il linguaggio,
ma quanto è ed è stato esperito prima e oltre il linguaggio, cortocircuitan-
dolo, in un certo senso4. E che ritroviamo pienamente all’opera nella psi-
cosi e in quegli stati psichici che attraversano l’area della psicosi, o si si-
tuano ai suoi margini, ai suoi limiti. Pur senza essere necessariamente
manifestazioni di sofferenza psichica.
Questo discorso sembra esulare in parte dal rapporto tra metodo storico
e metodo psicoanalitico, eppure allo stesso tempo lo implica, in quanto po-
ne la questione di quale sia il soggetto dell’esperienza analitica e delle sog-
gettività in gioco nella costruzione di ogni storia analitica.
Una difficoltà che è stata significativamente posta da Freud e che è
stata ripetutamente ripresa è stata quella delle costruzioni e delle ricostru-
zioni in analisi (Balsamo e Napolitano, 1994): a questo proposito si è di-
scusso a lungo della parentela e della sovrapponibilità tra il metodo dello
psicoanalista e quello dell’archeologo. È stato lo stesso Freud a parlare
proprio di questo rapporto, dicendo tra l’altro qualcosa di molto interes-
sante ma che in qualche misura gli si è anche ritorta contro: se l’archeologo
in fondo non dispone di tutto il materiale che utilizza per le sue ricostruzio-

4
Così J. B. Pontalis nel saggio “Malinconia del linguaggio” (1993, p. 218): “Perché il
linguaggio non è presa: non coglie nulla della sostanza del reale, nemmeno il minimo pre-
lievo […]. Ma non è nemmeno rinuncia […]. Fa parte della sua stessa natura andare verso
ciò che esso non è”.

174
ni – sostiene Freud in “Costruzioni nell’analisi” (1937) –, esse risulteranno
così in buona parte arbitrarie, frutto di un artefatto. Basti pensare a quei
singolari depliants che accompagnano le guide agli scavi archeologici, e
che mostrano in una pagina il disegno o la foto del luogo così come si pre-
senta ora, con le perdite e i rimaneggiamenti dovuti al tempo, ma che per
mezzo di un trasparente sovrapponibile al disegno consentono di vedere, di
immaginare quanto è andato perduto.
Permettono cioè la visione di come doveva essere quello stesso luogo
un tempo lontano, fornendone così un’immagine completa ma certamente
in buona parte arbitraria. Viceversa, sostiene ancora Freud, il materiale
psichico è sempre potenzialmente a disposizione dell’analista, sempre
potenzialmente recuperabile. Il materiale psichico non è mai del tutto
perduto. Si trova in uno stato potenziale, in gran parte rimosso, ma mai
del tutto cancellato.
In realtà, oggi ci troviamo ad affrontare questioni ben più complesse di
quanto questo semplice, e forse un po’ ingenuo schema ci suggerisce.
L’inconscio non è più pensabile come un archivio, e i ricordi non sarebbero
altro che ricordi-schermo: solo a posteriori è possibile storicizzare
l’inconscio rappresentandolo, renderlo dicibile attraverso il linguaggio. Il
problema cruciale che allora si pone è il seguente: come è possibile recupe-
rare il materiale inconscio?
Molta dell’esperienza originaria, soprattutto degli strati più arcaici
della psiche, sembra davvero perduta del tutto, per sempre: sopravvivono
appunto solo delle tracce, che possono essere riprese solo in ragione di un
lavoro immaginativo, evocativo, da parte dell’analista. Sostengono C. e S.
Botella:

Gli eventi che precedono il linguaggio, e in particolare i loro effetti traumatici,


certe emozioni o affetti, non possono essere “intesi” dall’analista che grazie a una
raffigurabilità, a un percorso preliminare del suo pensiero sulla via regrediente che
implica il suo psichismo ben più ampiamente che la rete delle rappresentazioni di
parola e di cosa, preconsce o inconsce (Botella e Botella, 2001)5.

La “regredienza” e la “regressione formale” del pensiero dell’analista


in seduta, in buona parte inconsapevoli al momento della loro esperienza, e
diversamente dalla “regressione libidica” freudiana o dalla “regressione alla
dipendenza” winnicottiana, possono allora determinare quella “convin-

5
La “regredienza” viene intesa come la capacità psichica dell’analista a risolvere allu-
cinatoriamente la quantità di eccitazione quando si produce l’arresto della via motoria: il
modello, in questo caso, è quello del sogno.

175
zione” per l’analista che il proprio lavoro di raffigurabilità dia accesso,
come per la via allucinatoria del sogno, al sessuale primordiale, al
“vedere”, al “comprendere” il vissuto non rappresentabile dal paziente, di
un tempo altro, prima e fuori del linguaggio.

La posta in gioco sembra essere alta, a questo punto, in quanto si tratta di tra-
sformare una teoria, quella psicoanalitica, ancora troppo ancorata alla nozione di
rappresentazione. Potremmo dire che se la rappresentazione si colloca comunque
sul versante del logos, e attraverso la regressione consente l’accesso al rimosso, la
raffigurabilità rinvia all’iconico, e per mezzo della regredienza si affaccia a quella
che i Botella chiamano la “memoria senza ricordi” della preistoria individuale del
soggetto, a ciò che non è solo prima del linguaggio, ma a tutto ciò che si sottrae
alla storia e alla narrazione, la quale necessita appunto di una qualità rappresenta-
zionale. Questa concezione apre la via a una diversa considerazione della clinica,
soprattutto quella delle patologie “al limite” che possono trarre grande vantaggio
nella loro esplicazione e nel loro trattamento dal “lavoro di raffigurabilità” del-
l’analista (Baldassarro, 2002).

Secondo una prima versione della psicoanalisi, allora, il materiale psi-


chico è, comunque sempre presente, anche se in buona parte inconscio. Vi-
ceversa, secondo le letture più recenti, persistono soltanto delle tracce, dei
resti che non consentono però l’accesso all’archivio della memoria sogget-
tiva, ma solo un lavoro di raffigurabilità, di produzione quasi-allucinatoria
dell’analista che, come nel sogno, può tuttavia attingere dalla memoria
“preistorica” del paziente quanto non può essere narrato o rappresentato.
Da questo punto di vista la questione diventa enormemente complessa,
perché le tracce a partire dalle quali si costruisce, o si ricostruisce la storia
del paziente, ebbene queste tracce conducono verso qualcosa che non è ne-
cessariamente nella condizione di poter essere rappresentato. Il problema è
evidentemente quello di risolvere un’aporia: l’inconscio è sede di rappre-
sentazioni oppure non può esserlo per sua stessa natura? Esistono, insom-
ma, le “rappresentazioni inconsce”? Perché se l’inconscio non è sede di
rappresentazioni, ma queste sono solo delle trasformazioni a partire da
eventi o stati affettivi che possono o scaricarsi nell’azione o legarsi a rap-
presentazioni preconsce o coscienti, ebbene si pone inevitabilmente un’altra
questione: che qualcosa dell’attività psichica probabilmente non è raggiun-
gibile mai, in alcun modo, né ricostruibile. Questione che, come dire, rende
il discorso sicuramente molto affascinante, ma allo stesso tempo assai pro-
blematico. Il rapporto della teoria psicoanalitica con la storia, quindi, e la
possibilità per lo psicoanalista di costruire o ricostruire la storia del proprio
paziente, è un rapporto particolarmente contaminato da quest’aporia.

176
Non penso che la situazione per gli storici sia, o sia stata, molto diffe-
rente. Sappiamo anzi quanto gli storici siano stati influenzati dalla psico-
analisi – basti pensare alla scuola delle Annales in Francia, in particolare ai
lavori di Le Goff (Le Goff e Nora, 1981; Le Goff, 1980) – e come vi sia un
sottile filo continuo, costante, tra la metodologia dello storico e quella dello
psicoanalista. La questione principale anche in questo caso, come per
l’archeologia, è la seguente: il fatto è un documento? È un documento suf-
ficiente a ricostruire una vicenda? O il fatto è troppo contaminato dallo sto-
rico, che non ha neppure il vantaggio di essere stato presente alla vicenda
storica, eppure deve necessariamente ricostruirla con un grado attendibile
di verosimiglianza?
In realtà, come Besançon (1975) aveva sostenuto alcuni anni fa6, anche
il documento storico fa problema, perché quello che interessa non è sol-
tanto quello che dice, ma soprattutto quello che occulta, quello che non di-
ce. E che andrà necessariamente interpretato, ricostruito. Il documento sto-
rico, in altre parole, non può essere letto in senso letterale. Non si trova lì
per risolvere un problema, tutt’al più, è un problema esso stesso: non ciò
che dice, ma il modo in cui parla, o non parla, in cui ci consente di sapere, e
di lasciarci allo stesso tempo nel non sapere, nell’ignoranza. Dunque, fa
problema soprattutto cosa tace.
Certo, sarebbe ambizione di tutti coloro che si occupano di produrre
conoscenza, fare, come diceva Beckett, fare dei buchi nel linguaggio e ve-
dere che cosa c’è oltre, cosa c’è “nascosto dietro”. Ma cosa c’è nascosto
dietro un testo, sia esso il discorso di un paziente o un documento storico?
Credo che ci sia un desiderio di una risalita a un’origine, inevitabilmente, a
un senso primo e dunque ultimo, che renda possibilmente compiuto, per
sempre, il percorso conoscitivo. Però il procedere nella direzione di
“attraversare i buchi” non garantisce della possibilità che qualcosa venga
effettivamente reperito. Qualcosa che abbia davvero a che fare con la verità
materiale, o con la verità storica.
Gli storici hanno le loro difficoltà nel ricostruire le vicende storiche, ma
penso che anche per gli storici, come per gli psicoanalisti, sia molto più in-
teressante rivolgersi non tanto alle grandi questioni, ai grandi avvenimenti
con cui saranno poi scritti i testi di storia, ma a quello che apparentemente è
avvenuto solo marginalmente, che fa leva su documenti minori, su strategie
conoscitive parziali, locali. In questo modo sembra che si possa ricavare
molto più il senso di quello che è realmente accaduto nella storia passata
piuttosto che rivolgendosi ai grandi eventi della storia, alle guerre, ai tratta-

6
Cfr. anche l’interessante presentazione di Sergio Moravia.

177
ti, ai documenti della diplomazia. Così come procede il metodo psicoanali-
tico – prima si accennava al metodo indiziario –, che fa leva sulle tracce la-
sciate dagli scarti, dagli eventi minori, per così dire, della psiche.
Le tracce appaiono allora come delle interposizioni negli interstizi la-
sciati liberi dall’attività psichica più superficiale, come degli spazi lasciati
“a margine” di un testo, e che eppure rivelano saperi e linguaggi non meno
interessanti della lingua principale. Come in una pergamena o in un docu-
mento notarile medievale lo spazio lasciato libero dal testo ufficiale, in lati-
no, veniva a volte occupato da notazioni o componimenti letterari, prime
testimonianze scritte di un volgare arcaico, oggi pressoché sconosciuto, e
che richiedono al paleografo uno sforzo interpretativo supplementare, posto
di fronte agli albori di una lingua in via di formazione, ed estranea rispetto
al testo preesistente.
Queste tracce appaiono allora come sopravvivenze di una lingua poi
trasformatasi nel volgare più recente, unici resti di un discorso che sarebbe
altrimenti definitivamente perduto, e che deve necessariamente essere in
buona parte ricostruito, attraverso l’invenzione di interposizioni che riem-
piano gli spazi perduti, cancellati, rimasti ancora una volta vuoti nel vuoto
del testo principale7.
Certo, questo vale per il linguaggio, ma dobbiamo oggi forse rasse-
gnarci all’idea che l’inconscio non è proprio scritto o parlato come un lin-
guaggio, e che il materiale di cui è composto ha a che fare, più che con una
lingua soltanto, con una pluralità di raffigurazioni, di percezioni, di memo-
rie prive di ricordi e persino di immagini. Una molteplicità di lingue che
sono allora sempre da ricostruire, da inventare.
In fondo anche la costruzione storica non sarebbe altro che un’“inven-
zione”, come sosteneva Viderman, non un semplice recupero del passato,
ma una costruzione che comporta comunque una certa deformazione. Come
il rimosso, allora, che non è mai del tutto recuperabile, ma tutt’al più
“ricostruibile” a partire dalle sue tracce.
Allora, la questione a questo punto diviene quella dell’attendibilità
della ricostruzione storica come di quella psicoanalitica, ovvero se la rico-
struzione storica possa essere considerata credibile, oppure no. In altre pa-
role, se la ricostruzione storica o quella psicoanalitica sia soltanto
un’invenzione. Cosa che non sarebbe a mio parere, comunque, così terribi-
le. Ovviamente non so rispondere compiutamente a questa domanda, anche

7
Le tracce sono state significativamente definite dai paleografi come “un fenomeno
grafico che […] consiste nella scritturazione, all’interno di spazi rimasti vuoti in codici già
compiutamente scritti […], di microtesti di diversa natura ed estensione a opera di scriventi
occasionali” (Petrucci, 1999, p. 981, cit. in Stussi, 2001, p. 6).

178
se mi augurerei che una certa attendibilità delle ricostruzioni storiche, come
di quelle psicoanalitiche, sia indubitabile. Eppure questa domanda pone un
problema molto serio, perché ci costringe a un’interrogazione sul modo di
procedere di una disciplina, come la storia, che solitamente è considerata
poco incline alla deformazione soggettiva.
I fatti sarebbero, appunto, solo dei fatti. Dunque deformabili o trasfor-
mabili solo fino a un certo punto. Ma alla domanda sull’attendibilità della
ricostruzione storica e psicoanalitica io risponderei con un’altra domanda.
Che è questa: perché gli storici e gli psicoanalisti – anche se non solo loro,
ovviamente – sono interessati così tanto al passato?
Perché il soggetto umano si occupa del passato, del suo passato, e an-
che del passato che precede la sua esistenza? Anche se è indubbio che nello
scenario contemporaneo la domanda sul passato sembra sempre meno ne-
cessaria, e che tutto sembra risolversi in un presente che annette a sé molte
porzioni di futuro ma sembra voler cancellare, o ignorare tutto quanto ri-
guarda il passato.
Perché ancora permane allora questo desiderio così profondo, così in-
tenso – non c’è bisogno forse di uno psicoanalista per dirlo –, agitato da
fantasmi arcaici sulla provenienza, sull’origine, che spinge verso questa di-
rezione all’indietro, verso la comprensione di ciò che ci precede – e dun-
que, in una logica che necessita il senso –, che ci determina? C’è sempre un
fantasma, un desiderio inconscio nell’interrogare il passato, sia il passato
di un individuo che di un’altra epoca.
Probabilmente gli psicoanalisti, come gli storici, sono quelli che for-
malizzano, che mettono in forma qualcosa che appartiene profondamente
all’animo umano. Però io credo che laddove c’è un desiderio di conoscen-
za, di risalita e di ripercorso delle tracce, c’è un desiderio, direi, allo stesso
tempo di scoperta dell’origine e di soggettivazione, di radici e di identità
singolari. Di invenzione di sé e di illusione di determinazione del proprio
destino, al limite del delirio di autogenerazione, e allo stesso tempo grazie
all’interposizione, all’annessione di qualcosa che viene da fuori di sé. Ora
io penso che proprio questa sia la modalità di costruzione del soggetto. Che
consista cioè in un’auto-generazione continua di parti che provengono dal-
l’interno, da se stessi, e che originano da passaggi generazionali, da tra-
smissioni ereditarie, le quali possono però anche essere dismesse, o sempli-
cemente disinvestite. Aree di sé che si assemblano a loro volta con altre
parti, con identificazioni, catture, inglobamenti, o spoliazioni, con processi
cioè che annettono, trasformandolo, quello che proviene dall’esterno. Il
metodo psicoanalitico credo miri proprio a questo: a far comprendere come
un soggetto si è costruito, e continui a farlo, grazie a varie annessioni e per-

179
dite, a inglobamenti di tracce ereditarie e a cessioni all’esterno di proprie
stesse componenti. E il metodo analitico – e qui sta la straordinaria potenza
concettuale e terapeutica dell’analisi –, è costituito esso stesso da questo
modo di indagine della costruzione del soggetto. Il metodo analitico, nel
momento in cui indaga i propri oggetti è esso stesso oggetto dell’indagine,
così come il soggetto dell’analisi, nel momento in cui indaga su stesso, usa
se stesso come oggetto, ma usa anche la propria soggettività come stru-
mento di indagine. Che si tratti del paziente o dell’analista, fa poca diffe-
renza. Entrambi sono implicati.
Lo psicoanalista credo si trovi a lavorare continuamente con dei dati
che sono narrativi o storici, se vogliamo, ma che mirano, attraverso il pro-
prio metodo, a costruire un senso, magari dopo averlo smarrito. Ora, questo
senso è dato dal tentativo di ripercorrere delle tracce per giungere a qualco-
sa che, se è perduto, può essere solo raffigurato, o inventato. E dunque la
costituzione del soggetto, così come deriva anche dall’indagine psicoanali-
tica è, in un certo senso, auto-inventata. Si tratterebbe di un’invenzione di
sé, di un’auto-invenzione8. Ma il termine “inventato” non rende ragione del
tutto, secondo me, della questione. L’invenzione è pur sempre un aspetto
del delirare, ma del delirare in senso creativo9, del delirare in senso etimo-
logico, l’uscire dal solco, dal già noto, una costruzione e un’esperienza de-
stinate dunque ad apportare nuova conoscenza piuttosto che a costruire un
senso troppo isolato, troppo soggettivo; come succede a molti, purtroppo,
nella psicosi. E come ogni delirio contiene sempre un fondo di verità: c’è
l’ha insegnato Freud, ma anche il senso comune è molto meno drastico dei
trattati di psichiatria. L’invenzione, e dunque la continua opera di creazione
soggettiva, deve appoggiarsi su un dato storico, tanto inevitabile quanto in
parte perduto nella sua realtà originaria; ma allo stesso tempo deve poter
consentire al soggetto di delirare inizialmente sulla propria stessa origine e
sul proprio destino. Accedendo così, attraverso la prevalenza del-
l’allucinatorio sperimentato in analisi, a quell’oggetto primordiale, al ses-
suale infantile preverbale, che in quanto irriconoscibile dal registro rappre-
sentazionale, non si può ritrovare intatto, ma soltanto percepire, raffigurare.
Per poi progressivamente costruire il senso del proprio essere al mondo, fa-
re la propria storia, passando per il linguaggio, per una lingua condivisa e

8
Queste considerazioni mi sono state, in parte, suggerite dalla visione di alcune opere
di un artista americano di origine lettone, Mark Kostabi, che ringrazio sentitamente, e in
particolare da un suo quadro intitolato significativamente Self-invention, appunto.
9
Così A. Vergine e De P. Silvestris: “L’elaborazione parte ogni volta da un specie di
delirio, lo psicoanalista lo coltiva, lo porta su di sé accogliendo il transfert come qualcosa a
cui dare forma di senso e di parola” (2000, p. 47).

180
comune. Per vivere c’è pur sempre bisogno di un qualche margine di di-
stanza dalla realtà bruta delle cose.
Concludo, a questo punto, riproponendo una distinzione di Kristeva a
proposito del linguaggio, distinzione che riguarda la differenziazione tra
simbolico e semiotico: molto sommariamente, direi che se il simbolo ri-
manda a una significazione univoca, al linguaggio denotativo, semeion è
un concetto molto più complicato, perché rimanda proprio all’idea della
traccia, all’idea di qualcosa che può essere percorso a ritroso e che per-
viene a una sorta di linguaggio originario, al linguaggio dell’infanzia, al
registro dell’infantile. In contrapposizione al linguaggio denotativo, al
linguaggio simbolico, nel registro del semiotico “si dispiega l’infinita
potenzialità del linguaggio poetico dove la significazione è dominata dal
ritmo” (Kristeva, 2006, p. 72), trovando accesso così a una regione più
arcaica e più intima, alla dimensione inconscia, soggettiva, ma riconosci-
bile universalmente. Il termine greco semeion significa appunto segno, ma
più precisamente indica una traccia, una marca piuttosto che un simbolo.
Kristeva riprende un termine platonico, chora, per dire di una modalità di
significazione paragonata a un ricettacolo – la chora appunto –, di un lin-
guaggio che non si è ancora stabilizzato nella significazione univoca, ma
è in uno stato di movimento perenne, fatto di lallazioni, invocazioni, gri-
da, lamenti. Questo linguaggio dell’infantile ha a che fare ovviamente con
il materno, ma è una sorta di gemmazione di qualcosa che proviene da al-
trove, una traccia che non è sottomessa alla legge dell’uno, dell’univoco,
dell’unidirezionale, del lineare.
Io credo che nella ricerca psicoanalitica in fondo si tenda a ritrovare
proprio questa dimensione più originaria del linguaggio, che accade prima
del linguaggio stesso, dimensione che si rivive nell’esperienza analitica
quando l’interpretazione riesce a essere quel gesto che parte dall’interno
dell’analista e attraversa il campo analitico, lo attraversa ed entra all’interno
dello spazio psichico dell’altro, del paziente, o meglio si incontra con esso,
in uno spazio comune. Si tratterà allora, più che di ritrovare, di scoprire, di
creare, o inventare un senso. Ma questo gesto interpretativo si colloca sem-
pre come gesto “terzo”, come qualcosa che si situa fuori della diade del pa-
ziente e dell’analista, che rompe il dualismo assoluto dei soggetti in analisi,
e dei vincoli cui il linguaggio stesso li sottopone, cercando di raggiungere
quelle tracce smarrite o lontane. In questo senso credo che l’aspirazione
dell’interpretazione, e della costruzione analitica, sia quella di ritrovare
questa traccia perduta, o di inventarla. Come del resto cerca di fare da
sempre la poesia, o l’arte, più in generale.

181
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FrancoAngeli, Milano.

182
4. Il mestiere di storico e la soggettività
di Emmanuel Betta

Ricostruire ciò che per definizione non è più, attraverso tracce – le


fonti – che variano nel loro statuto e nella loro significatività ai fini della
ricerca a seconda dello sguardo di un osservatore collocato in uno spazio
e in un tempo presenti. È in questo campo di tensioni, in questa rete di
rapporti di forza che è emerso e si è definito il nodo della soggettività per
la ricerca storica. Nodo essenziale, problematico a partire dal fatto che
chiama in causa la stessa ragione sociale del mestiere di storico, vale a di-
re la possibilità di accedere allo spazio della realtà di un periodo che per
definizione non è più, il passato. La soggettività, in altri termini, è cata-
lizzatore di una serie di interrogativi che chiamano in causa, e problema-
tizzano, la stessa possibilità di accedere a quello spazio dell’esperienza,
già problematico nel presente, ancor più per quanto riguarda il passato;
chiama in causa, cioè, principalmente la dimensione relazionale della ri-
cerca storica, che interroga non soltanto il passato, ma il presente che in-
terroga il passato stesso, a partire dalle condizioni e dagli equilibri nei
quali queste interrogazioni emergono.
Tema complesso, dunque, che mobilita ramificazioni di lungo periodo
che per esigenze di spazio non possono essere esaurite in questa sede. Vor-
rei però circoscrivere questa relazione a un punto problematico e significa-
tivo, emerso piuttosto di recente nella lunga vicenda del mestiere di storico,
vale a dire il rapporto tra l’emergenza della soggettività e la critica del pote-
re. Per circoscrivere i contorni di questo problema, inizierò servendomi di
due testi che di storia non sono, ma che espongono in altra forma alcuni
punti determinanti di questa relazione. Per cominciare, le parole di una
scrittrice italiana, Anna Maria Ortese, che in una raccolta di racconti pub-
blicata nel 1987 scriveva:

Credevo, fino a due anni fa, che il Passato fosse radunato tutto in qualche
parte della vita o del cosmo (incerta se spirito o materia), che là, in quella parte,

183
ci fosse ancora tutto quanto è accaduto e di cui sono stati tramandati documenti e
memoria: la Grecia, Roma, il Medioevo; Cristoforo Colombo, Pizarro, Cortès,
l’antico Perù degli Inca; e così via fino ai grandi poeti e scrittori (e le loro civil-
tà); al Settecento francese, con Voltaire e Rousseau; all’America dei Padri Pelle-
grini e sue prime città alla vicenda del generale Lee; a tutto l’Ottocento america-
no e agli anni Trenta. Non dimenticavo il gesto di Napoleone che prende la coro-
na dalle mani del pontefice, in uno splendore e un fasto di volti e di giorni che a
noi è quasi impossibile immaginare. Né posso escludere il Settecento inglese,
con la sua luminosa vitalità, e l’Ottocento con le sue nubi e quanto ne scrissero
uomini che noi abbiamo cari. Quegli stessi uomini e donne che portano il nome
di Defoe, Dickens, Coleridge, l’incantevole Austen, o la famiglia Bronte (nomi
presi a caso). Bene, io ero tranquilla, guardando il presente sempre più meschino
e confuso e non libero, dicendomi (nella mente sognante): però, ecco, malgrado
tutto, essi – e i loro popoli e templi di luce – sono là. “Là dove, cara?”, avrebbe
potuto dirmi qualcuno, ma io vivevo così al buio che questa domanda triste non
mi si rivolgeva. Ed ecco che un giorno (puro caso – o era qualche genio a gui-
darmi la mano?) prendo e apro un antico libro: Lucrezio, e la verità mi si fa
avanti in modo terribile: in nessun posto, intendi, anima, si trova quel passato a
te caro, né risorgerà mai e poi mai.
Era estate, ben ricordo e le giornate erano dolci: caldo, un vento dolce, una lu-
ce inerte che stendeva una patina di sonno su tutto. E io lì, vicino al camino ormai
deserto di fuoco con questa straziante certezza: che il Passato non è più, non torne-
rà più (Ortese, 1987).

Il secondo testo è invece un film, Memento, con il quale nel 2000 il


regista nordamericano Cristopher Nolan ha messo in scena le contraddi-
zioni del principio di verità. Si tratta di una produzione hollywoodiana,
ascrivibile al genere noir, che presenta una buona dose di sperimentazio-
ne autoriale: c’è un delitto da capire, un colpevole da identificare, una
trama di segni che dovrebbero condurre alla soluzione, la quale, tuttavia,
secondo gli stilemi del genere, non avrà quella funzione rassicurante di
ristabilimento dell’ordine infranto che è propria del giallo. L’ordine è
rotto, e non sarà più quello che si immaginava fosse alle origini del rac-
conto. È la storia dell’assassinio di una donna e dell’indagine compiuta
da suo marito, Leonard Shelby di professione investigatore assicurativo,
per scoprirne il responsabile. L’inchiesta è però complicata dal fatto che
l’uomo soffre della sindrome di Korsakov, patologia descritta da Oliver
Sacks (1985), che gli impedisce di ricordare ciò che ha fatto pochi minuti
prima. Per far fronte al problema il protagonista ha creato un sistema di
segni – foto Polaroid, tatuaggi sul proprio corpo, post-it – per conservare
tracce del proprio passato, per ricordare, per sapere chi è, cosa ha fatto,
cosa deve fare. Ha cioè interamente affidato alla materialità dei segni la

184
possibilità di mantenere un legame con l’esperienza che la sua psiche
traumatizzata gli impedisce di conservare. Si tratta però di un sistema
aperto alle manipolazioni interne ed esterne, intenzionali e non, e so-
prattutto è un sistema completamente inutile in assenza di un quadro di
significati e di riferimenti di senso stabile e consolidato: senza di esso
quei segni sono aperti a una infinita reversibilità dei significati. E Shelby
per la patologia di cui soffre è incapace di interpretare i segni che ha
materialmente costruito, perché non può ricondurre le tracce all’interno
di un ordine di significato articolato di cui abbia un qualsiasi controllo
sedimentato nella diacronia, ancorché minimo. Il tempo della sua espe-
rienza è segnato dal trauma che lo esclude da qualsiasi legame con il
proprio passato. Insieme al protagonista, il regista mette anche lo spet-
tatore in una condizione di spaesamento spazio-temporale. La narrazione
filmica è condotta a ritroso, l’evento traumatico che fonda il racconto è
già accaduto quando questo inizia, è ignoto a tutti coloro che vi si affac-
ciano, dentro e fuori il film. L’unità temporale e la linearità del racconto
sono frantumate da flashback e flashforward, e questa mancanza di un
baricentro temporale unitario è accentuata dai movimenti della macchina
da presa, che fin dalle prime inquadrature privano lo spettatore di punti
di riferimento con i quali orientarsi rispetto all’identità del protagonista,
alla storia, e, soprattutto, alla distinzione del vero dal falso, del reale dal-
l’immaginario. Il passato viene occultato dall’organismo sofferente e
dalla coscienza inquieta che rimuove il trauma, entrambi obbligano il
protagonista – e nello spazio della visione lo stesso spettatore – a rinno-
vare costantemente l’esperienza, senza che essa divenga apprendimento e
significato, e senza quindi alcuna possibilità di accedere a un futuro. Lo
condanna cioè a vivere un eterno inizio.
Questi due testi esemplificano in forma diversa questioni centrali del
mestiere di storico, che coinvolgono in modo diretto la soggettività. Da
una parte, con Ortese, la consapevolezza dello iato incolmabile che separa
il presente e la sua significazione da uno spazio temporale che per defini-
zione non è più. In questa percezione, forse, sta il trauma originario che
promuove la disciplina storica, la quale fa della propria capacità profes-
sionale di colmare tale iato il motivo fondante della propria esistenza e
della propria legittimazione sociale, culturale, e per lungo tempo del pro-
prio ruolo politico. Con il film di Nolan, è la stessa possibilità di una se-
mantica stabile dei segni del passato che viene messa in discussione e
questo dubbio problematizza e complica lo statuto, i caratteri e la stessa
possibilità di accedere all’esperienza passata di cui le tracce sarebbero il
portato presente.

185
L’intreccio tra questi due elementi, la percezione di una dimensione
costruttivista congiunta alla consapevolezza dell’assenza di una metafisi-
ca certa della semantica storica è ciò che fa della soggettività una questio-
ne complessa per la storiografia, a partire dal fatto che essa mette in rela-
zione la soggettività dell’osservatore, prodotto di uno spazio e un tempo
presenti, le tracce dell’esperienza definite in un tempo altro, non più re-
cuperabile, e la ragione statutaria della storia stessa, cioè la pretesa capa-
cità di approdare con una procedura definita e condivisa al reale che è
stato o all’esperienza passata di individui e collettività. Da questo punto
di vista, soggettività e ricerca della verità di una realtà storica possono es-
sere considerati come elementi di un costante campo di tensione irrisolta
– e per certi versi irrisolvibile – tra l’esigenza di restituire una qualche
presenza vera, perché condivisa, al passato e la consapevolezza teoretica
della labilità e della potenziale reversibilità dei segni e delle tracce che ne
sono il fondamento.
Il ruolo dell’osservatore nella costruzione della conoscenza è un pro-
blema comune a tutti i saperi, tematizzato anche dalle scienze considerate
il riferimento classico dell’“oggettività” analitica, quelle scienze fisiche
che già sul finire del XIX avevano cercato nella neutralizzazione del sog-
getto osservante la chiave per recuperare la scientificità del discorso e
della pratica scientifica. Nel campo delle scienze umane, le caratteristiche
proprie dell’oggetto indagato hanno reso fin da subito più complessa
l’aspirazione alla neutralizzazione del soggetto osservante, perché lo stes-
so oggetto di indagine presentava delle caratteristiche che mobilitavano la
soggettività quale presenza pervasiva e costitutiva dell’intero processo
della ricostruzione storica. E si può dire che, in forme differenti, questo
problema era in qualche misura presente già in quell’alternativa tra mo-
dello tucidideo e modello erodoteo che sta all’origine dell’ipotesi di scri-
vere la storia, due modelli che, tra le altre cose, si distinguevano proprio
in ragione del ruolo attribuito all’osservatore e al suo rapporto diretto con
l’esperienza per la costruzione della semantica dei segni storici.
Della presenza di soggettività è peraltro possibile parlare anche in
quelle che possono essere considerate l’archetipo delle fonti storiche, delle
tracce dell’esperienza passata: i documenti d’archivio. Una soggettività, nel
senso di prassi e di intenzionalità particolare, esiste nelle volontà che hanno
redatto quel documento, decidendo di iscrivervi quei dati segni e non altri;
in quelle che hanno deciso che quel documento e non altri dovesse essere
conservato ritenendolo portatore di significati che meritavano di essere tra-
smessi a una posterità; in quelle successive (ivi compresa quella volontà
tutta sui generis rappresentata dal caso) che hanno confermato tale scelta

186
nel corso del tempo, permettendo a quel singolo documento di approdare
allo sguardo di un osservatore contemporaneo che, a sua volta, ha mobili-
tato la propria grammatica pienamente contemporanea e ampiamente sog-
gettiva per decifrarne la semantica.
In prima istanza il mestiere di storico può essere inteso come una re-
lazione binaria tra lo sguardo del soggetto ricercante e le caratteristiche
del fatto indagato, intendendo con il termine fatto quel nucleo di realtà
autoevidente e unico al di là di ogni soggettività1. Questa prima interpre-
tazione trovava la propria espressione nella frase manifesto della storio-
grafia positivista coniata da Leopold von Ranke, che nel pieno ottocento
della moderna nascita della disciplina si proponeva di ricostruire la storia
per come era realmente stata, “wie es eigentlich gewesen ist”. In que-
st’accezione, lo storico era inteso quale mero registratore-osservatore di
una realtà immanente alle fonti, le quali erano considerate capaci di
esprimere tale realtà in maniera esplicita e autoevidente se opportuna-
mente scoperte. Lo storico, dunque, in questa prospettiva aveva solo un
ruolo maieutico, quello di fare disvelare una realtà cui non contribuiva in
alcun altro modo, definendo in questi termini i caratteri di una conoscenza
storica oggettiva. L’interpretazione rankiana, peraltro, era declinata su una
concezione circoscritta e gerarchizzata della storia, per la quale essa era
solo e soltanto la storia politica, vale a dire la sfera temporale costruita e
animata da grandi protagonisti maschili e da eventi politici, militari e di-
plomatici. Le pretese oggettivanti della storiografia positivistica di matri-
ce rankiana ricevettero la critica definitiva dalla rivoluzione delle Annales
di March Bloch e Lucien Febvre, che negli anni Trenta del Novecento tra-
sformarono i canoni del metodo storiografico, aprendo la storiografia al
sociale e all’apporto determinante delle scienze sociali, e demolendo le
gerarchie interne alla storia suggerite dal modello rankiano2. La stessa
idea di fonte storica fu trasformata in maniera definitiva dalla rivoluzione
annalista. L’esistenza delle tracce del passato veniva ora iscritta nella ca-
pacità di chi faceva storia di elaborare una grammatica dei segni storici
adeguata e complessa per identificarli, trovarli e farli parlare. In que-
st’ottica, entrava in gioco l’idea di fonte totale, per la quale ogni segno
era passibile di essere segno storico se opportunamente analizzato.
Nonostante questi illustri e imprescindibili antecedenti, si può dire
che il termine soggettività, prodotto e discusso principalmente dalla filo-
sofia e dalla linguistica degli ultimi due secoli, ha fatto il proprio ingres-
1
Per un inquadramento della nozione di fatto nella ricerca storica cfr. Cerutti e Pomata
(2001, p. 3).
2
Sull’esperienza delle Annales cfr. Burke (1992).

187
so nella storiografia in quanto esplicito tema di riflessione metodologica
ed epistemologica soltanto in tempi più recenti (cfr. Palti, 2004, pp. 57-
82). Ciò è avvenuto grossomodo a partire da quel decennio – tra anni
Sessanta e anni Settanta – che, già considerato dalla storiografia come un
fase periodizzante per diversi cambiamenti macrostorici, è stato il mo-
mento in cui da diversi punti di vista le scienze sociali hanno cominciato
a problematizzare i propri strumenti concettuali e interpretativi, le condi-
zioni del proprio agire, le finalità e il ruolo sociale e culturale della ricer-
ca a partire da una critica degli equilibri di potere di cui esse erano
espressione e prodotto.
Per quanto concerne la storia, l’interesse si è posto su quella relazio-
nalità che sta alla base della ricerca storica, sottolineando come il rap-
porto dell’osservatore con l’oggetto della propria ricerca mettesse in gio-
co la soggettività su entrambi i versanti della relazione, mobilitando ap-
partenenze e caratteristiche diverse che si intrecciavano attraverso la dia-
cronia e investivano la stessa costruzione di una semantica dei segni sto-
rici. Dalla nazione al genere, dalla lingua al condizione sociale, i caratteri
che incidevano sull’interpretazione e sulla significazione diventavano al
tempo stesso limiti di cui tenere conto e risorse euristiche da esplorare per
la riflessione storiografica, sulle quali si imponeva una tematizzazione e
una problematizzazione.
Per la storiografia ciò ha significato mobilitare una critica sulle diverse
componenti del proprio mestiere, che ha riguardato non soltanto le condi-
zioni spazio-temporali nelle quali sono prodotti i segni del passato, cosa
che apparteneva già alle basi del mestiere, ma soprattutto le contingenze
spazio-temporali nelle quali e a partire dalle quali quei segni venivano presi
in carico dall’osservatore e dotati di un senso all’interno di un quadro di si-
gnificati dato.
Tra anni Sessanta e anni Settanta, una parte della storiografia ha comin-
ciato a mettere in discussione l’assetto dell’ordine semantico e della gram-
matica usata per orientare, strutturare e significare la scrittura della storia.
Una riflessione indotta già dall’apertura ai contributi delle scienze sociali –
dall’antropologia alla sociologia, dalla linguistica alla psicanalisi – ma pro-
dotta soprattutto dall’ingresso sulla scena storiografica dell’altro, vale a di-
re di quei soggetti che fino ad allora non avevano avuto parola nella scrittu-
ra della storia, pur essendo stati investiti da processi e fenomeni storici
complessi. Popoli, culture, individui hanno chiesto e ottenuto cittadinanza
storiografica, rivendicando una presa di parola sulla propria storia e sulla
propria memoria che ha messo in evidenza la relazionalità intrinseca al me-
stiere e non ha mancato di avere effetti decisivi sugli equilibri della produ-

188
zione storiografica. Memorie plurime, differenti, prodotte da angolature e
da soggetti diversi: una pluralità di storie non necessariamente coincidenti o
concordanti hanno cominciato ad affacciarsi sulla scena storiografica. E il
rapporto in qualche misura traumatico con l’altro si è fatto portatore di un
altro approdo alla realtà dell’esperienza passata e ha intaccato anche la stes-
sa certezza di poter accedere al reale del passato, incrinando o quanto meno
complicando le pretese di universalismo proprie di un discorso che, pur con
riserve e critiche, manteneva e mantiene una nascosta ambizione oggetti-
vante di rankiana memoria. L’ingresso dell’altro ha illuminato soprattutto il
carattere relazionale della scrittura della storia e il sedimentato delle rela-
zioni di potere che l’attraversavano e componevano: a partire da quella
asimmetria primaria che attribuiva a uno dei due soggetti della relazione il
potere di significare le tracce prodotte dall’altro, per arrivare alla scrittura e
quindi alla produzione di una memoria pubblica. In questo senso, la neces-
sità per l’osservatore storico di assumere esplicitamente il proprio essere
collocato in un tempo e in uno spazio definiti si è configurata come precon-
dizione per produrre una conoscenza storica che fosse in grado di dialogare
con l’altro.
In questa prospettiva, nella semantica dei segni storici – e più in ge-
nerale si potrebbe dire nella grammatica delle stesse scienze sociali – è
entrata in maniera decisa e sempre più incisiva la valutazione che pre-
stava attenzione in prima istanza alle dinamiche di potere delle quali
quei segni erano espressione e sedimentato storico, a partire dai codici
stessi dell’interpretazione storica. All’interno di una progressiva erosio-
ne dei paradigmi fondanti dello storicismo, la critica storiografica ha
cominciato a investire sia il piano della linearità temporale dei processi
storici, sia, soprattutto, il piano della loro unitarietà e universalità, giun-
gendo, come nel caso di Metahistory di Hayden White, pubblicato nel
1973, fino a criticare la stessa possibilità della storia come sapere che
ricostruisce la realtà di esperienze passate, facendone una retorica non
molto dissimile dalla letteratura.
La critica del potere o meglio dei poteri sedimentati nei segni dell’e-
sperienza del passato ha frantumato l’unitarietà della stessa interpretazione
dei processi storici, introducendo la situazione del soggetto osservante, il
suo collocarsi – e riconoscersi come collocato – in un tempo e in uno spa-
zio definiti, intesi come elementi decisivi che interagivano in modo conscio
e inconscio con lo stesso modo di guardare ai segni storici, con le domande
che a essi si ponevano, con gli obiettivi euristici che guidavano l’indagine3.

3
Per una ricostruzione del percorso della soggettività nella storiografia italiana cfr. Di

189
Questo movimento ha mobilitato nel profondo quel radicamento nella con-
temporaneità che, secondo il vecchio adagio crociano, fa di qualsiasi storia
una storia contemporanea, a partire dal fatto che l’osservatore che guarda al
passato è collocato in un presente che gli fornisce non solo gli strumenti
concettuali, ma anche i moventi, consci e inconsci, dell’interrogazione e
della ricerca4.
Ciò che è importante sottolineare qui, è che l’affacciarsi della sog-
gettività nella ricerca storica ha preso le mosse in una prospettiva di cri-
tica del potere e delle relazioni di potere. Mentre altre scienze sociali
che si confrontavano con il passato, tra tutte la psicanalisi, attraverso
l’indagine del passato stesso rivendicavano la capacità terapeutica di ri-
stabilire un equilibrio con il presente, sanando l’illusione patologica che
l’esperienza passata fosse ancora spazio presente e modificabile, la sto-
ria aveva una relazione “terapeutica” con il passato che si definiva at-
traverso la dimensione della politica. Il suo ruolo e la sua legittimazione
sociale e culturale per lungo tempo si sono sostanziati attraverso il rico-
noscimento che essa era in grado di contribuire alla politica fornendo la
conoscenza sulle sedimentazioni storiche di cui il presente era espres-
sione e sulle sue ramificazioni di lungo periodo, che permettevano di ri-
portare i fenomeni umani, individuali e collettivi, a una dimensione di
prodotto del tempo, sottraendoli in questo modo a qualsiasi concezione
naturalizzante o universalizzante. In questo senso, la critica storica della
memoria degli individui e delle collettività fungeva da base per l’azione
politica di rielaborazione, conciliazione, messa in discussione di statuti
ed equilibri considerati immutabili.
Guardata da un altro punto di vista, la relazione triadica tra soggetti-
vità dell’osservatore, metodo e tracce dell’esperienza del passato è mutata
e si è trasformata con un impatto diretto sul modo in cui la memoria stes-
sa, degli individui e delle collettività, si definisce. In un saggio pubblicato
nel 2003 lo storico dei media americano Roy Rosenzweig indagando
l’impatto dell’informatica e di Internet sul mestiere di storico e sulla pre-
servazione del passato e delle sue tracce, ha chiamato in causa la dicoto-
mia tra la scarsità e l’abbondanza dei segni del passato (Rosenzweig,
2003). In un contesto comunicativo sempre più definito dall’economia di-

Cori (1990, pp. 23-44). Vedi anche Di Cori (1987, pp. 77-90).
4
“Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce a ogni storia il
carattere di ‘storia contemporanea’ perché, per remoti e remotissimi che sembrino cronolo-
gicamente i fatti che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla si-
tuazione presente, nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni” (Croce, 1938, citato in
Romanelli, 2005, pp. 189-204).

190
gitale, la conoscenza storica può ormai contare su una sovrabbondanza
crescente di tracce del passato, che costituisce di per sé una novità per la
disciplina della storia che, al contrario, ha sempre dovuto fare i conti con
quella scarsità di segni che rappresentava il punto di partenza di ogni ri-
cerca storica e al tempo stesso costituiva la premessa per l’ipotesi di una
loro analisi esaustiva e approfondita. La sovrabbondanza dei segni, inve-
ce, estremizza il problema, per certi versi pienamente presente anche in
regime di scarsità, della selezione dei segni stessi e della costruzione di
una loro gerarchia di significato ai fini euristici. Rosenzweig richiamava a
questo proposito l’esperienza dello psichiatra sovietico Aleksandr Lurija,
che in un testo pubblicato nel 1968 diede conto di un caso clinico che ri-
guardava un celebre giornalista sovietico, Shereshevskij, dotato di una
straordinaria memoria fotografica (Lurija, 1991). Questi era in grado di
riprodurre complesse tavole numeriche, lunghe liste di nomi o parole che
gli erano state mostrate anni prima. Aveva una straordinaria capacità
mnemonica che tuttavia non si traduceva in capacità di ricordare. She-
reshevskij non riusciva a riconoscere i volti delle persone, in quanto sape-
va registrare ogni più infinitesima variazione del volto identificandone la
differenza rispetto al prima, ma non era in grado di collocare queste va-
riazioni in una linea di tempo consequenziale perché riferita a una stessa
persona. Il che dava luogo a una proliferazione incontrollabile di volti e
persone. Questa caratteristica della memoria, che richiama l’analogo lette-
rario del “Funes el memorioso” scritto da Borges nel 19425, esprimeva in
altra forma il problema centrale del metodo storico, vale a dire i criteri
della selezione delle tracce, sia in regime di scarsità sia in regime di so-
vrabbondanza, e la loro organizzazione in gerarchie di significato e rile-
vanza in relazione a un quadro interpretativo definito dagli obiettivi della
ricerca. O, detto in altri termini, come selezionare (e in alcuni casi trova-
re) le tracce del passato che possano avere un significato per comprendere
quel passato e quei suoi aspetti che lo storico si propone di investigare e
quale gerarchia di significato attribuire loro. Con il problema connesso di
trovare un comune denominatore attraverso il quale impedire la diaspora
dei significati originata dalla capacità di ognuno di accedere alla costru-
zione ed esplicitazione della propria memoria.
Già qui è evidente quanto gli elementi soggettivi si accumulino nel me-
stiere di storico, a partire dalle semplici condizioni di possibilità di una ri-
cerca, che mettono in gioco le istituzioni della ricerca, dell’accademia, della
pubblicistica e dell’editoria, fino alla soggettività stessa del soggetto ricer-

5
Cfr. Borges (1996).

191
cante, il quanto di sé entra in gioco nella scelta di un preciso oggetto di ri-
cerca, e nella conseguente selezione dei criteri dell’esclusione e del-
l’inclusione delle fonti con le quali costruire il proprio lavoro e degli stru-
menti concettuali e analitici attraverso i quali formare il proprio sguardo
sull’oggetto osservato, per terminare con la scrittura, a sua volta terminale
ultimo e pubblico di una soggettività.
In questo contesto, l’emergere della soggettività si è prodotta anche
come una critica all’impersonalità della struttura discorsiva, e più in gene-
rale all’analisi strutturalista della scuola francese, che nell’analisi sociale
avevano sostanzialmente decretato quella che l’epistemologo della scienza
Georges Canguilhem avrebbe chiamato la morte del soggetto, in un com-
mento al manifesto strutturalista di Michel Foucault, Le parole e le cose6. E
la critica del potere e la definizione delle condizioni di pensabilità di una
resistenza al potere stesso che fosse capace di trasformarlo sono alla base
del cambiamento di attitudine dello stesso Foucault verso la soggettività e il
soggetto. L’assenza di una soggettività era stata uno dei caratteri centrali
della sua analisi filosofica, dai primi studi sulla follia fino al primo volume
dell’incompiuta storia della sessualità, La volontà di sapere del 1977, ma
alle soglie della morte nel 1984 era approdato a una riconciliazione con
l’idea di soggetto, che partiva proprio dalla necessità di pensare le condi-
zioni del cambiamento7.
In reazione all’impersonalità della struttura e dell’interpretazione
economicista, e al relativo schiacciamento del singolare sul generale, sul
finire degli anni Settanta la proposta teorico-metodologica della micro-
storia aveva spostato l’attenzione sul rapporto tra singolare e generale,
tra individuale e sociale. Nella dimensione micro veniva identificata la
porta d’accesso per approdare alla conoscenza dei fenomeni macrostori-
ci, o, per usare l’immagine di uno dei fondatori della microstoria,
Edoardo Grendi, raggiungere quella scatola nera dell’individuo, che rac-
chiudeva le modalità di costruzione della mentalità. In quest’ottica, affi-
dando all’empiria del metodo la ricostruzione quanto più esaustiva pos-
sibile della singola realtà, si postulava la possibilità di afferrare la di-
mensione macro concernente la formazione dei processi culturali, delle
mentalità, della formazione del mercato. Per cui Menocchio cessava di
essere un mugnaio friulano del Cinquecento per diventare la mentalità
nel suo costruirsi, così come Santena da Paese del Piemonte tardo se-
centesco diventava il mercato nel suo funzionamento (Ginzburg, 1976;
6
Canguilhem (1967, pp. 599-618), pubblicato come postfazione all’edizione italiana di
Foucault (1988, pp. 417-436).
7
Vedi a questo proposito i testi raccolti in Foucault (1992).

192
Levi, 1985)8. In reazione alla centralità della struttura e più in generale
alle interpretazioni economiciste e seriali che estraevano l’individuale
dal tessuto relazionale in cui era collocato, la microstoria focalizzava
l’attenzione sul caso singolo, non rinunciando all’idea di raggiungere la
comprensione dei fenomeni più generali la cui possibilità era affidata al-
l’uso di una macroermeneutica. In questo senso, l’attenzione esaustiva
alla sincronia si faceva diacronia proprio attraverso l’uso di una ma-
croermeneutica nutrita da un rapporto privilegiato con le scienze sociali,
in prima istanza l’antropologia. Si trattava di un approccio mosso da una
forte istanza realista, e dalla convinzione che la forza dell’empiria del
metodo applicata a una dimensione micro fosse in grado di afferrare la
realtà delle esperienze passate e ricostruire empiricamente la comples-
sità sociale.
Selezione dei segni, costruzione delle gerarchie di rilevanza e di signi-
ficato, relazioni di potere: questi dunque possono essere considerati gli
snodi rilevanti per inquadrare la soggettività, per come essa è stata tematiz-
zata nella riflessione storiografica degli ultimi trent’anni del Novecento.
Per focalizzare questo percorso è utile tornare alla citazione iniziale di An-
na Maria Ortese. Quelle righe comparivano in esergo a un volume intitolato
Storia e soggettività: le fonti orali, la memoria, firmato da Luisa Passerini
(1988), contemporeaneista italiana, formatasi nella stagione dei movimenti
e delle culture del femminismo, e tra le prime a usare la storia orale, in Ita-
lia come all’estero. Si tratta di una raccolta di saggi in cui l’autrice, come
recita il sottotitolo, si propone di esaminare il problema delle fonti orali e
della memoria. In questo contesto, le parole di Ortese simboleggiavano in
forma letteraria una critica di fondo che impostava l’analisi storiografica di
Passerini, la contestazione cioè alla storiografia di non tenere in adeguato
conto il nucleo costruttivista che sta al fondo di ogni pratica storiografica e
le caratteristiche di potere che esso veicolava nel presentarsi come discorso
universalizzante e veritativo, teso a colmare in termini “oggettivi” quello
iato tra passato e presente che straziava l’estate di Ortese. In altri termini, la
contestazione muoveva a una storiografia che non considerava la relazio-
nalità del proprio mestiere, e la necessaria apertura e problematizzazione
delle soggettività che essa mobilitava, sia dal lato dell’osservatore, sia dal
lato del soggetto/oggetto dell’osservazione, sia, in ultimo, dal lato inesplo-
rato della ricezione.
Che una critica di questo genere provenisse dall’ambito della storia

8
Per un inquadramento della proposta microstorica cfr. Revel (1996), in particolare la
traduzione italiana aggiornata (2006).

193
orale e della storia delle donne e di genere non è un caso, perché proprio
questi due ambiti storiografici hanno nei problemi della soggettività, della
memoria storica di individui e collettività, e della relazionalità il centro
della propria identità teorica e metodologica. Le fonti orali, infatti, sono
quelle tracce storiche che esprimono al massimo grado l’interazione attiva e
aperta fra i segni del passato, nella fattispecie incarnato da una memoria in-
dividuale interrogata, l’osservatore che li identifica e interpreta. O, detto in
altri termini, il rapporto complesso tra la memoria e la soggettività delle
tracce – mobile, variabile, lacunosa – e il recupero della realtà di esperienze
che non sono più. La proposta di far interagire attivamente la soggettività
dell’osservatore con quella dell’osservato e trovare nella problematizzazio-
ne critica dei caratteri dell’una e dell’altra il percorso per approdare alla
realtà dell’esperienza trascorsa e ai suoi significati per il presente aveva una
esplicita valenza critica verso il totem delle fonti documentarie d’archivio,
nonché verso le mai tramontate ambizioni di oggettività storica che attra-
versavano e attraversano buona parte della storiografia.
Se la filiera proveniente dalla storia orale è un primo rilevante punto
di emersione della soggettività nella storiografia, perché ha esplicitato al
massimo grado la relazionalità che sostanzia la ricerca storica, l’altro sa-
pere, non meno rilevante, che ha contribuito a una critica delle soggetti-
vità presenti nel mestiere di storico è quello delle culture del femminismo
e più in generale della riflessione della critica di genere e della storia delle
donne (cfr. Guerra, 2005). Qui la dimensione prevalente che introduce la
soggettività è quella della critica agli equilibri di potere fondati sul genere
che hanno definito sia i codici della riflessione storiografica, sia per lungo
tempo i suoi contenuti, lasciando alle donne una cittadinanza relativa e
sporadica nella narrazione storica. Il genere e il femminismo sono proba-
bilmente il versante più significativo attraverso il quale il tema della sog-
gettività è entrato nella riflessione storiografica perché hanno rivendicato
la necessità teorica e politica e l’utilità euristica di un punto di vista non
neutrale sull’osservato. La stessa categoria di genere, infatti, presuppone-
va una dimensione euristica fortemente critica sia della storiografia che
aveva compreso in un universalismo astratto le diverse esperienze stori-
che del maschile e del femminile, sia della stessa differenza sessuale, che
sussunta nella stessa categoria di genere diventava la premessa per critica-
re quanto vi è di costruito e non biologicamente dato nella differenza tra i
sessi. In quest’ottica, la stessa ipotesi di indagare la storia guardando alla
presenza del maschile e del femminile implicava la presa in carico espli-
cita delle relazioni intersoggettive presenti nel mestiere. L’assunzione di
questa presenza imponeva all’osservatore di posizionarsi rispetto a essa e

194
al portato storico di cui era espressione, assumendo la propria peculiarità
soggettiva.
In questo senso, l’introduzione di una categoria quantomeno binaria,
ha problematizzato qualsiasi visione neutralista della scienza storica, ob-
bligando l’osservatore almeno a un confronto con la propria appartenenza
di genere, e dall’altro introducendo a una significazione del ruolo del ge-
nere nella dinamica storica. Da una situazione in cui soggettività e ogget-
tività erano gerarchicamente distinte – l’oggettivo proprio del discorso
scientifico, il soggettivo di quello artistico – si è passati a una situazione
in cui le distinzioni meno nette e la soggettività è diventata un oggetto di
azione e procedure scientifiche (vedi Passerini, 2003). Qui un esempio
può chiarire. Negli ultimi cinquant’anni, o per meglio dire dopo la secon-
da guerra mondiale la cultura occidentale ha dovuto fare i conti con il pe-
so della Shoah e dei totalitarismi che hanno condizionato la prima metà
del secolo scorso9. Domande e dubbi che hanno investito direttamente an-
che la stessa possibilità di usare gli strumenti dell’analisi scientifica, le
categorie, le conoscenze che erano anche state parte di quel processo
composito che nelle sue massime forme aveva contribuito a costruire Au-
schwitz, Hiroshima, a dar fondamento ai razzismi e alle discriminazioni.
O, per dirla con Horkehimer e Adorno, la seconda metà del Novecento ha
preso consapevolezza di quella dialettica dell’illuminismo che stava al
cuore della storia contemporanea e delle sue tragedie. In questo contesto,
la presa di parola di quei soggetti che da questa dialettica modernità erano
stati investiti in maniera spesso tragica ha ulteriormente problematizzato
il carattere di quelle conoscenze e strumentazioni concettuali e analitiche.
Tema ampiamente dibattuto, quello della crisi della modernità occidenta-
le, per poter essere qui sintetizzato compiutamente, ma che qui serve solo
per inquadrare il piano all’interno del quale si situano le concezioni della
storiografia negli ultimi trent’anni. L’accesso alla parola, pubblica e
scientifica, di quei soggetti discriminati, insieme alla consapevolezza di
esser parte di un quadro culturale e mentale che aveva contribuito a questi
piani, non fosse altro, per quanto riguarda la storia occidentale, in quanto
eredi, ha investito le stesse forme dell’epistemologia della storia e del
metodo di ricerca, mobilitando di nuovo la soggettività, e ponendo in
termini anche epistemologici il tema della responsabilità nell’uso di cate-
gorie che erano state anche parte di quei processi.
In quest’ottica, la possibilità di un discorso sul passato, e non soltanto

9
Un denso e sintetico inquadramento dei temi relativi alla violenza nazista in Traverso
(2002).

195
su di esso, che possa essere riconosciuto come vero in quanto condiviso si è
complicata in maniera decisiva a partire dal moltiplicarsi delle soggettività
coinvolte in un discorso storico e nella produzione della memoria e in con-
siderazione delle complesse implicazioni in termini di responsabilità ri-
spetto all’oggetto-soggetto di indagine e ai punti di vista coinvolti. Su que-
sto piano, lo spettro di una reversibilità costante della semantica dei segni,
storici e non, si è palesato come un prodotto peculiare e inevitabile di
un’epoca postmoderna segnata dal crisma della relatività. Ed è proprio in
reazione a questa ipotesi, che di nuovo la riflessione di genere e femminista
proviene una a proposta interpretativa incentrata su questi nodi. In un testo
del 1988, infatti, la filosofa della scienza, femminista e radicale, Donna Ha-
raway sottolineava che il relativismo è “un modo di essere in nessun luogo
mentre si afferma di essere dappertutto in modo uguale. L’uguaglianza del
situarsi è una negazione di responsabilità e di investigazione critica” (Ha-
raway, 1991, p. 115)10. In quest’ottica, esso era il segno di una irresponsa-
bilità, vale a dire di un’incapacità a render conto all’interlocutore del di-
scorso, degli strumenti concettuali e del portato storico del quale essi sono
espressione. In una linea interpretativa molto vicina alla critica del potere di
Foucault, Haraway rilancia la possibilità di una dottrina dell’oggettività
utilizzabile ma non innocente e tale possibilità si fonda sul situare la cono-
scenza e soprattutto la visione del soggetto ricercante. L’autrice sottolinea a
più riprese il ruolo della visione, come punto di vista particolare, iscritto nel
corpo e nello spazio mentale e fisico storicamente sedimentato di ogni sog-
gettività che ricerca e critica. In quest’ottica, l’oggettività che si situa assu-
me anche la critica della sedimentazione diacronica e molteplice di cui essa
è il prodotto e dei rapporti di forza che in essa si sono espressi. La consape-
volezza della non innocenza degli strumenti è in questo senso la condizione
per una loro riutilizzabilità. Da questo punto di vista, dunque, la possibilità
epistemologica del reale, negata da un’analisi decostruzionista che per
molti versi resta efficace, soprattutto nella sua critica degli equilibri di pote-
re, è ribadita in forma diversa attraverso l’assunzione di responsabilità del
soggetto ricercante, che nel situarsi criticamente in uno spazio e in un tem-
po e in riferimento agli strumenti della propria conoscenza, alle sedimenta-
zioni di potere che li hanno costruiti, agli effetti di dominazione che essi
hanno legittimato e permesso, rilancia la possibilità di usare tali conoscenze
in una prospettiva attiva sull’esistente. In questo senso, la soggettività viene
ribadita come strumento euristico efficace perché criticamente consapevole
degli equilibri di potere sedimentati nell’epistemologia, nel metodo e nel

10
Vedi anche le osservazioni a questo proposito di Ginzburg (2000).

196
discorso della storia, senza peraltro rinunciare alla possibilità di costruirlo.
In questo senso, è di nuovo una dimensione politica, in quanto capace di
creare effetti sull’esistente, che viene rilanciata.

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198
5. Il passante e le forme. Michel de Certeau
e la scrittura dell’assenza
di Silvano Facioni

In un famoso racconto del 1942 intitolato “Funes el memorioso”, Bor-


ges immagina la vita di Ireneo Funes, il quale, dopo essere stato travolto da
un cavallo selvaggio, è costretto a trascorrere i suoi giorni immobilizzato in
una stanza perennemente allo scuro. La vera condanna di Ireneo, però, non
consiste nell’immobilità fisica in cui è costretto, ma in una ben più grave
immobilità, in una paralisi più profonda: l’impossibilità di dimenticare.
“Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi
dormiveglia” – scrive Borges. Una memoria infallibile e prodigiosa, un
mondo vertiginoso in cui però – conclude lo scrittore argentino – “Ireneo
non era molto capace di pensare. Nel mondo sovraccarico di Funes non
c’erano che dettagli, quasi immediati” (Borges, 1985).
Indubbiamente il singolare racconto di Borges pone domande che
squarciano la calotta dell’immaginazione narrativa, fantastica, per piantarsi
nel cuore di una più ampia interrogazione sul significato della storia e delle
sue narrazioni: cosa annoda tra di loro l’impossibilità di dimenticare e
quella di pensare? Dove nasce il singolare rovesciamento secondo cui
quanto viene trattenuto non è, ipso facto, salvato, vale a dire consegnato al-
l’elaborazione di un senso possibile? L’utopia che attraversa e sostiene il
lavoro dello storico non consiste, in fondo, nella volontà (o forse nel desi-
derio) di restituire il succedersi degli eventi secondo una meridiana traspa-
renza senza residui, senza resto?
Il problema si annida proprio nel resto, nel residuo, nel “brano” che il
racconto storico non riesce a mordere, a sbranare e che, appunto, resta
come un “fuori” inassimilabile e dunque non restituibile: l’operazione
storiografica – indipendentemente dai saperi da cui attinge la propria linfa
– potrà ricostruire (o produrre o “inventare” nel senso retorico del-
l’inventio) l’evento trascorso solo se si lascerà scavare al proprio interno
da un cunicolo residuale che permetterà all’evento di non saturarsi nel-
l’insieme di significati da cui è portato e che produce. “Cunicolo residua-

199
le” è qui il nome moderno, post-illuminista, di quanto gli antichi chiama-
vano ars oblivionis, presenza di Lethe che, come ci ha insegnato Michele
Simondon (1982, pp. 141-149), in Esiodo era genealogicamente legata a
Mnemosùne: se, dunque, il resto abbandonato, obliato, costituisce
l’impedimento e insieme la possibilità della ricostruibilità storio-grafica
dell’evento storico, se – in altre parole – riconosciamo all’oblio di essere
il proprium (magari nella forma di punctum caecum) di qualunque memo-
ria, allora dovremo necessariamente riconoscere che c’è storia vale a dire
racconto (finzione nel duplice senso di “produzione” e di “inganno”) solo
laddove è all’opera l’irriducibilità di una faglia tra passato e presente.
Una faglia che disocculta l’inafferrabilità dell’origine del racconto storico
nella pratica stessa del racconto storio-grafico: la storia raccontata, in altri
termini, rincorre un’originaria impossibilità di in-scriversi e si consegna
alla strutturale cancellazione dei suoi stessi tracciati, sempre rinviati en
abîme allo scacco della loro insaturabilità o sempre originariamente in
“ritardo” rispetto al loro tracciarsi1.
L’articolata opera di Michel de Certeau orbita intorno a un’inaffer-
rabilità dell’origine che coinvolge il lavoro dello storico fino al punto di
impedirgli il (pro) porsi tetico di un inizio:

La storiografia è una maniera contemporanea di praticare il lutto. Si scrive a


partire da un’assenza e non produce altro che simulacri, per quanto scientifici. […]
Una storiografia non può mai pensare veramente un cominciamento: lo “riduce”
tecnicamente a un intersecarsi di serie, oppure lo constata come un lapsus della
spiegazione; tratta solo regolarità e le loro modificazioni (de Certeau, 1982, pp. 21-
22, trad. nostra).

La spettralità che attraversa (mandando a fondo qualunque idea di


“fondazione”) la pratica storiografica dichiara dunque un lutto ma anche,
in un certo senso, l’impossibilità di elaborarlo: i simulacri che essa pro-
duce/scrive non appartengono, in senso stretto, né all’ordine dell’in-
troiezione né a quello dell’incorporazione (nel senso dispiegato da Nico-

1
Su questa Nachträglichkeit o Verspätung cfr. le importanti pagine di J. Derrida che
– in “Freud e la scena della scrittura” – scrive: “Dunque è il ritardo che è originario. Sen-
za di che, la différance sarebbe la dilazione che una coscienza si concede, una presenza a
sé del presente. Differire non può dunque significare ritardare un possibile presente, rin-
viare un atto, soprassedere a una percezione già fin da ora possibile. […] Dire che essa [la
différance] è originaria, significa nello stesso tempo cancellare il mito di un’origine pre-
sente. Per questa ragione è necessario intendere ‘originaria’ sotto cancellatura, altrimenti
si farebbe derivare la différance da un’origine piena. È la non-origine che è originaria”
(1982, p. 263).

200
las Abraham e Maria Torok)2 proprio a motivo dell’impossibilità di un
“cominciamento” che si proietta sulla perdita rendendone impossibile la
perimetrazione. Implicazione reciproca di estraneità che abita la storia e
lo storico convocandoli entrambi sulla soglia di quella frontiera/cripta – il
linguaggio – che dovrà continuamente ripercorrere i propri tracciati per
scovare il residuo ideologico, la violenza metodologica, la pervertibilità
teorica che troppo spesso credono di poter riportare in vita quanto, conse-
gnato definitivamente alla morte, chiede di essere riconosciuto e restituito
alla propria radicale alterità.
Nel 1970, in un articolo dal programmatico titolo “Quello che Freud fa
della storia”, Michel de Certeau denuncia una deriva scaturita dall’incontro
tra la psicoanalisi e la storiografia:

Un certo numero di lavori, in etnologia come in storia, mostrano che l’uso


dei concetti psicoanalitici rischia di diventare una nuova retorica. Essi vengono
trasformati allora in figure di stile. Il ricorso alla morte del padre, all’Edipo o al
transfert va bene per tutto. Poiché si suppone che questi “concetti” freudiani sia-
no utilizzabili per qualsiasi fine, non è difficile appuntarli sulle regioni oscure
della storia. Purtroppo sono soltanto oggetti decorativi se non servono che a de-
signare o a coprire pudicamente quello che lo storico non comprende. Circoscri-
vono l’inesplicato; non lo spiegano. Confessano un’ignoranza (de Certeau,
2006a, p. 298).

La necessità di smarcarsi dal rischio dell’istituzione di una “nuova reto-


rica” incapace di rendere ragione del proprio metodo caratterizzerà sempre
l’insegnamento di de Certeau, che possiamo in prima approssimazione de-
finire come il tentativo – provvisorio, interminabilmente in fieri, vale a dire
differito rispetto al proprio procedere, sempre sul crinale di un rovescia-
mento – di verificare le condizioni di possibilità di uno statuto epistemolo-
gico terzo tra quello della psicoanalisi e quello della storiografia.
Statuto epistemologico significa, da subito, rifiuto di non meglio preci-
sati sincretismi metodologici o di assenso verso sfocate suggestioni o palli-
de contiguità: la posta in gioco dell’opera di Michel de Certeau è l’indi-
cazione di un “entre-deux”, di un “terzo”, di un terreno altro, mobile e di-
scontinuo, che funzionerà come una rosa dei venti dalle molte punte:
“scienza”, “finzione”, “scrittura”, “soggetto”, “assenza”, “desiderio”, sono
solo alcuni dei nomi di queste punte che dirigeranno il lavoro storiografico
di questo “maestro del rigore” (come dirà Paul Ricoeur) il quale, vale forse

2
Cfr. in particolare “Maladie du deuil et fantasme du cadavre exquis” (1978a) e “Deuil
ou mélancolie, introjecter-incorporer” (1978b).

201
la pena ricordarlo, dopo essere entrato nella Compagnia di Gesù nel 1954
ed essersi formato alla scuola dello storico Jean Orcibal, comincerà la pro-
pria attività di storico con lo studio delle fonti ignaziane e, successivamen-
te, svilupperà un’indagine sui metodi storiografici (in particolare l’Ecole
des Annales e l’opera di Foucault) per approdare poi allo studio della misti-
ca del XVII secolo soprattutto dopo la partecipazione – insieme a Michéle
Montrelay, Cornelius Castoriadis, Felix Guattari, François Roustang e altri
– alla fondazione dell’Ecole freudienne de Paris di Jacques Lacan nel 1964.
Il lavoro dello storico, scrive de Certeau, deve poter considerare:

la mutazione del “senso” o del “reale” nella produzione di scarti significativi; la


posizione del particolare come limite del pensabile; la composizione di un luogo
che instaura nel presente la raffigurazione ambivalente del passato e del futuro (de
Certeau, 2006b, pp. 97-98).

La simultanea compresenza dello “scarto”, del “limite” e della


“raffigurazione ambivalente”, mette in causa l’idea stessa di struttura, di
modellizzazione, perché trascina le concezioni del tempo e della memoria
verso meccanismi in cui la coscienza del tempo si scopre “al tempo stesso
maschera ingannatrice e traccia effettiva di avvenimenti che determinano
l’articolazione del presente” (de Certeau, 2006c, p. 78, corsivi dell’autore)3.
Il ripensamento critico dell’idea di modello, dunque, si produce come ten-
sionalità tra la “maschera” e la “traccia” che, nel loro mobile rinviarsi, im-
pediscono di saturare il sapere storico stabilizzandone i precipitati in una
cattiva scientificità di matrice ideologica e/o istituzionale.
La posizione dello storico è, dunque, riconducibile al costituirsi di una
“differenza”: tra fatto e sua narrazione, tra passato e presente, tra pratica e
riconsiderazione dei presupposti su cui la pratica si innesta e si produce, tra
presenza e assenza. Storia e pratica della ricerca storica, strutturalmente
unite, si scoprono refrattarie a una notomizzazione (uno dei nomi segreti
dell’ideologia) che, pur guadagnando la lucida specificità dei percorsi e
delle discipline, sigillerebbe la carica generativa che impedisce al passato di
tagliarsi via dal presente, di ridursi a semplice “fatto” e, più ancora, di mo-
strarsi come compiuto, risolto, rispetto all’atto ermeneutico che cerca di
comprenderlo: l’assenza del passato non deriva tanto dalla scarsità o lacu-
nosità del materiale documentario e neppure dall’insufficienza degli stru-
menti critici che lo indagano, quanto piuttosto dalla costitutiva fragilità

3
Si tratta dell’importante saggio del 1978 commissionato a de Certeau da Jacques Le
Goff, Roger Chartier e Jacques Revel che stavano preparando un volume (La Nouvelle Hi-
stoire, 1978) sui nuovi approcci metodologici del metodo storico.

202
della storia consegnata alle decisioni degli uomini, vale a dire sempre ac-
compagnata dalla possibilità di un senso come pure di un suo naufragio.
Attento lettore delle novità prodotte dalla semiotica, dalla psicoanalisi,
dalla filosofia, dalla teologia post-conciliare e dall’etnologia, de Certeau
riconosce immediatamente i protagonisti delle nuove avventure del pensie-
ro e tra questi un posto particolare viene riservato a Michel Foucault e a
Jacques Lacan che hanno innestato la ricerca scientifica nel più ampio oriz-
zonte dei fondamenti ideologici (si pensi all’archeologia foucaultiana) o
metafisici (il cartesiano soggetto del sapere così profondamente indagato da
Lacan), fino al punto da invocare un profondo rinnovamento dell’insieme
di paradigmi “trascendentali” che immobilizzano la storia nello schema
“cambiamento-nella-continuità”4 impedendo il riconoscimento di quelle
differenze che – prima ancora di essere comprese dallo storico – si offrono
come nuove forme di esperienza. È dunque lungo la dorsale rappresentata
dal rapporto tra metodo storico ed esigenza di verità che de Certeau intra-
prende la messa alla prova di quella “storia delle idee” che postula un’unità
o una totalità sotto cui ricondurre l’eterogeneo consegnarsi dei fenomeni
storici (prima ancora del loro eventuale distinguersi in “fatti” o “eventi”) e
che “più che essere uno strumento di analisi, rappresenta il bisogno che ne
ha lo storico; significa una necessità dell’operazione scientifica e non una
realtà suscettibile di essere colta nel suo oggetto” (de Certeau, 2006b, p. 37,
corsivo dell’autore): la storiografia che da Michelet giunge fino a Lucien
Febvre o a Robert Mandrou e a tutta l’École des Annales, viene attraversata
da de Certeau a partire da questioni che coinvolgono la posizione dello sto-
rico, vale a dire quel “soggetto” mai compiutamente riconducibile ai pre-
supposti epistemologici che ne orientano la ricerca, “effetto” di una storia
che si sottrae alla pura causalità economica o politica, simbolicamente pre-
sente dentro uno spazio sociale che trascende le stesse coordinate culturali
dentro cui opera5.

4
Mutuo questa formula da Hayden White che rappresenta uno dei bersagli critici di una
parte della storiografia contemporanea (in Italia, per esempio, Carlo Ginzburg) e che viene,
a torto, considerato come l’ultimo rappresentante di una storiografia i cui prodromi sarebbe-
ro de Certeau, Barthes, Foucault. Non è possibile, in questa sede, discutere a fondo le ragio-
ni di tale dibattito, ma per quanto riguarda le posizioni di White si veda la raccolta di saggi
curata da E. Tortarolo Forme di storia. Dalla realtà alla narrazione (2006); per la posizione
di Ginzburg, invece, cfr. “Unus testis. Lo sterminio degli ebrei e il principio di realtà” (1992,
pp. 520-548).
5
Può forse essere utile sottolineare come il percorso di de Certeau, a distanza di
vent’anni dalla sua scomparsa, sembra ancora patire resistenze e non meglio specificati
ostracismi: nella ricostruzione delle vicende che segnarono la nascita e lo sviluppo del-
l’École des Annales, André Burguière dedica a de Certeau una fugace citazione (a p. 247)

203
La proteiforme e per taluni versi ancora difficilmente situabile opera
di Michel de Certeau trova dunque uno dei suoi maggiori fuochi di irra-
diazione proprio nella consapevolezza dell’impossibilità di eliminare
dalla ricerca storiografica le ideologie che l’attraversano: da qui la neces-
sità di una mai concludibile verifica delle presupposizioni epistemologi-
che che scaturirà presto nell’indagine relativa al posto occupato dallo sto-
rico. Un posto che si rivela come l’incrocio di esigenze sociali (il presente
orienta la ricerca sul passato), esigenze metodologiche (il bisogno acca-
demico e istituzionale di produrre nuove ricerche), esigenze politico-
ideologiche (la “politica” della verità che orienta il lavoro dello storico
non può impedirsi di divenire anche istanza critica nei confronti della ve-
rità della politica), esigenze culturali (l’attenzione verso i nuovi “oggetti”
di ricerca quali la follia, la stregoneria, il miracolo, la cultura “selvaggia”,
che testimoniano la “béance aperta davanti alla ragione scientifica sotto
forma di oggetti intorno ai quali essa gira senza poterli raggiungere”, de
Certeau, 2006b, p. 51).
La posizione dello storico, dunque, permette di comprendere a fondo
anche la differenza del senso che si deve attribuire alla nozione di “pratica”
rispetto a Foucault: allo studio delle tracce lasciate dagli esclusi dalla storia
in archivi e biblioteche, de Certeau contrappone una ricerca ancora più ra-
dicale, che si muove in direzione di quanto rimane escluso anche da tali
“supporti” testimoniali, per emergere in maniera impensata e imprevista in
comportamenti apparentemente lontani o eterocliti rispetto agli insiemi co-
dificati (cfr. Di Cori, 2007, pp. 61-63). La “rottura instauratrice” che con-
sente a de Certeau di interrogarsi sulla posizione che occupa rispetto agli
avvenimenti che indaga è, immediatamente, il rovescio epistemologico o il
non-detto di una pratica in cui “… l’ambizione di scoprire la forma in un
passato che, grazie alla quantità di resti sopravvissuta fino a noi, sappiamo
essere esistito una volta, sebbene ora si presenti sotto l’aspetto di rovine,
frammenti e detriti” (White, 2006, p. 173, corsivo mio) non può essere di-
sgiunta dalla consapevolezza che “l’essere esistito una volta” significa an-
che (o forse soprattutto) “il non esistere più”: la singolarità dell’evento dice

che tra l’altro non riguarda il suo impegno di storico (cfr. Burguière, 2006), mentre non è
forse secondario ricordare anche solo a titolo di esempio che, nel 1974, Pierre Nora e Jac-
ques Le Goff decideranno di rivedere il paradigma braudeliano relativamente al-
l’epistemologia storica e affideranno proprio a de Certeau il contributo sui “Nouveaux pro-
blèmes” che apre il primo volume della nota trilogia Faire de l’histoire apparsa da Galli-
mard (e questo contributo, nel passaggio dalla raccolta in cui era apparso la prima volta alla
ripubblicazione in La scrittura della storia, cambierà significativamente il titolo da
“L’opération historique” in “L’opération historiographique”: un cambiamento che potrebbe
essere assunto come indice dell’intero percorso di de Certeau).

204
sempre il suo essere “finito”, vale a dire temporalmente determinato ma an-
che definitivamente passato, concluso.
È nella sfasatura (semantica e ontologica, l’una perché l’altra e vi-
ceversa) che è possibile ritrovare il senso della radicale estraneità del
passato nel presente: l’operazione storiografica volgerà dunque verso
una disappropriazione capace di restituire al passato la propria atopicità
nei residui non dialettizzabili del presente, nei detriti in cui la parola che
li racconta viene raggiunta per absentiam, sempre vigilando contro la
mai superata tentazione di vincere “la perenne lotta contro la finzione”
(de Certeau, 2006c, p. 51)6 ma anche sempre in stato di allerta nei con-
fronti del rimpallo semantico di nozioni come “residuo”, “resistenza”,
“rifiuto” in cui la legge dell’altro inscrive nell’io la traccia di una inde-
finibile irriducibilità. Così:

l’“io” è l’altro del linguaggio. È quanto la lingua “oblia” sempre, e quanto la fa


obliare al locutore […] Il soggetto è l’oblio di ciò che la lingua articola (de Cer-
teau, 1982, p. 210).

Sarà nella scissione fra il soggetto e la lingua che dovrà essere cercato
il senso profondo dell’incontro tra la pratica storiografica e i precipitati
più significativi del “ritorno a Freud” compiuto da Lacan: un “ritorno a”
che “dopo-Freud può essere pensato come un ritorno di Freud, e non sol-
tanto come un ritorno a Freud. I suoi testi non indicano un passato da ri-
trovare; essi articolano ciò che nella psiche, attraverso scenari differenti,
continua a essere il ritorno dell’Altro che costituisce il soggetto in quanto
relazione con un oggetto impossibile” (de Certeau, 2006c, p. 225, corsivi
dell’autore).
Oltre allo studio della mistica che, soprattutto nell’ultima fase della sua
produzione7, si mostra come il polo d’attrazione tra il lavoro storiografico e
la ricerca psicoanalitica, la particolare curvatura impressa da Lacan alla

6
In questo testo de Certeau torna sugli equivoci (che sono con ogni probabilità alla ba-
se delle incomprensioni e degli ostracismi che ne hanno segnato il cammino) legati al termi-
ne fiction, e dichiara che spesso lo storico “scava, per così dire, all’interno del linguaggio
stesso che ha ricevuto, il posto che attribuisce alla propria disciplina, come se, trovandosi in
mezzo alle narrazioni stratificate e combinate di una società – ovvero a tutto ciò che essa si
racconta o si è raccontata – cercasse di eliminare il falso piuttosto che stabilire il vero, quasi
che gli fosse concesso di produrre la verità soltanto determinando la menzogna” (pp. 51-52).
7
L’attenzione alla mistica ha scandito l’intera vicenda intellettuale di de Certeau, però è
possibile individuare dei fuochi tematici che articolano tale vicenda, e dunque è innegabile
che opere come La fable mystique portano dentro i segni (le piaghe?) dell’esperienza analiti-
ca iniziata nel 1964 e mai abbandonata.

205
lettura di Freud interesserà de Certeau lungo la direttrice rappresentata dalla
“scissione del soggetto”, dalla “mancanza-a-essere”, vale a dire a partire
dall’idea che il soggetto non possa essere considerato come una realtà psi-
chica determinata, “piena”, coincidente con se stessa e priva di faglie, ma si
trovi sempre spiazzato, dislocato all’interno di un orizzonte linguistico che
lo trascende e lo disappropria.
Anche la storiografia, dunque, deve liberarsi dall’idea pre-semiotica
di un linguaggio (quello dello storico, dei documenti, degli archivi) che
sarebbe puro strumento di comunicazione a disposizione dell’uomo,
strumento neutrale di una presunta trasmissione di dati che rimangono
preservati in un’oggettività priva di rugosità semantiche, e dovrà piuttosto
riconoscere di essere un’“oscillazione tra ‘fare la storia’ e ‘raccontare
delle storie’ senza essere riconducibile all’uno o all’altro” (de Certeau,
2006b, p. 120): la narratività – che della storiografia è simultaneamente
presupposto ed esito, orizzonte categoriale ed effetto – assume un valore
eminentemente performativo o, secondo la definizione che ne dà de Cer-
teau, essa diviene “metafora di un performativo”, perché rappresenta la
sostituzione di quanto sarà per sempre assente, vale a dire il morto, “la
popolazione di morti” (ivi, p. 119).
La morte è la marca, la presenza dell’altro per sempre assente, e la sto-
ria è il linguaggio che racconta tale morte: la narrazione storiografica è
dunque scrittura che riempie l’incolmabile vuoto che separa il passato dal
presente e l’oralità (la voce degli scomparsi, il corpo, il tangibile segno di
una presenza attraversata dalla precarietà della finitezza) dall’operazione di
scrittura che alla transitorietà della voce oppone la disponibilità di archivi,
materiali documentari, resoconti, memorie, esperienze, cronache, vale a di-
re l’intero armamentario della lotta tra tempo e oblio.
La narrazione storiografica sarà per questo “finzione” nel senso eti-
mologico del termine fictĭo (da fingĕre): “creazione” e “menzogna” che
affidano alla scrittura la responsabilità di scoprire e insieme costruire la
tensione verso il senso che si cela dentro l’accadere degli eventi, nel lo-
ro parlare, nei silenzi che li costeggiano e nelle cesure in cui si costrin-
gono8. L’ancoraggio alla tradizione trova nel linguaggio dei morti il luo-
go di massima condensazione: spettri del presente, i morti insinuano
nello scorrere degli eventi la dissimmetria di un’alterità che anarchica-
mente (nel senso levinassiano) precede l’origine che la scienza suppone
raggiungere e sapere.
Allora la distinzione tra “fare la storia” e “raccontare delle storie” non

8
Cfr. la nota 15.

206
può essere intesa come separazione o, peggio, frattura tra due elementi che
si costituiscono vicendevolmente e si strutturano come implicazione con-
giuntiva di una pratica che mette in relazione:

due termini antinomici: il reale e il discorso. [La storiografia] ha il compito di arti-


colarli e, laddove questo legame non è pensabile, di fare come se li articolasse (de
Certeau, 2006b, p. 3).

L’antinomia è la fenditura, il “clivaggio” che attraversa simultanea-


mente i protagonisti (anonimi o conosciuti) degli eventi e lo storico che
tenta di narrarli da una posizione di cui bisogna indagare i presupposti
ideologici, istituzionali, politici, didattici.
Lo studio del passato e la sua narrazione non possono in alcun modo
essere scissi: la formula “sono come dico il mio passato” potrebbe racco-
gliere sia l’intrinseca inquietudine del sum (magari a partire dal rovescia-
mento di Descartes operato da Lacan), sia la produzione (il “dico” che è
immediatamente narrazione e commento) del rapporto con l’altro (il
“passato”), ma nel caso di de Certeau la formula dovrebbe in ogni caso es-
sere integrata con un “sapendo che il mio passato non è quello che dico”,
vale a dire con la consapevolezza dell’impossibilità di restituire al soggetto
(il presente, il mio presente) una piena aderenza con se medesimo.
L’“entre-deux” in cui consiste l’operazione storiografica, vale a dire lo
spazio tra il linguaggio di ieri e quello dell’oggi, è ancora una volta uno
spazio vuoto, una mancanza, il movimento incessante di una parola in fuga
dal passato da cui proviene ma anche dal presente che tenta di catturarla: un
doppio passo che, come per il Mosè di Freud, fa dello storico un colosso
con i piedi d’argilla o una ballerina in equilibrio su una gamba sola. La sto-
ria è attraversamento, cammino, marcia, mentre la scrittura è tracciato, per-
corso, traiettoria. Lo storico, allora, è preso tra due assenze e:

non appartiene a nessuno. Egli non è qui, preso al laccio del suo stesso discorso
con cui i suoi discepoli credono di tenerlo, imprigionato in un’istituzione e al-
l’interno di una genealogia, fossero anche le sue. Egli parla ed è solo: è la stessa
battaglia. […] Il passante se n’è andato. Non ha mai smesso di andarsene (de Cer-
teau, 2006c, p. 210)9.

Il richiamo al Mosè di Freud non è qui ingiustificato perché al-


l’ultima opera di Freud de Certeau ha dedicato un’analisi in cui è forse

9
de Certeau sta parlando di Lacan, ma come negare che simile ritratto possa in qualche
modo attagliarsi perfettamente anche allo storico francese?.

207
possibile raccogliere il senso ultimo della sua opera (de Certeau, 2006b,
pp. 319-367): a partire dalla considerazione metodologica secondo cui la
psicoanalisi lascia che il passato lavori nel presente, mentre la storiogra-
fia si muove a partire dalla radicale discontinuità (“la prima riconosce
l’uno all’interno dell’altro; la seconda pone l’uno a fianco dell’altro”,
de Certeau, 2006c, p. 79, corsivi dell’autore), de Certeau si avventura
nel problema del soggetto, quello delle masse anonime dei secoli passa-
ti, quello delle singole voci (come nel caso dei mistici o dei viaggiatori),
e anche quello dello storico: labirintico incrocio di identità attraversate
dalla faglia di un’assenza e, insieme, equivocità di una storia sempre sul
crinale della finzione, dell’immaginario (di quella che viene definita in
più occorrenze dell’analisi del Mosè freudiano un’“inquietante estra-
neità”). L’analisi dell’ultima opera di Freud, dunque, si apre con la con-
siderazione che:

l’identità non è uno, ma due. L’uno e l’altro. All’inizio, c’è il plurale. È il principio
della scrittura, dell’analisi (analysis, divisone, scomposizione) e della storia (de
Certeau, 2006b, p. 327, corsivi dell’autore).

Dentro la scrittura freudiana dell’“Uomo Mosè” sarebbe presente una


pluralità di istanze, domande, ipotesi che strutturano il testo decentran-
dolo rispetto al proprio procedere. L’ipotesi freudiana che, come noto, or-
bita intorno all’idea di un’origine egizia di Mosè, sarebbe costruita su “un
ossimoro [che] avvicina i contrari, l’Ebreo e l’Egizio”: all’inizio di
un’indagine sull’origine, Freud dichiara l’impossibilità di un’origine che
si voglia unica, univoca. La scrittura freudiana si fa, dunque, “volume,
cioè viene udito più di quanto non venga visto, come se fosse sempre più
illeggibile man mano che si rende udibile”, perché l’origine impossibile
impedisce allo stesso testo che la narra di lasciarsi depositare nello spazio
di una tradizione che potrebbe restituirlo all’insieme di racconti traman-
dati oralmente o iscriverlo nel registro di una “finzione” fuori dai canoni
della pratica storiografica: la rassicurante binarietà delle coppie scrittu-
ra/parola, Antico/Nuovo Testamento, corpo/parola (ma anche Freud/La-
can) viene dissolta a partire dal “movimento di un qui pro quo (che cosa
viene al posto di che cosa?)”.
Torna, nel “movimento di un qui pro quo”, la differenza tra una certa
modalità di consegnarsi del passato e il sempre inedito strutturarsi del pre-
sente: il Mosè di Freud produce una “rottura instauratrice” all’interno delle
tradizioni storica, religiosa, psicoanalitica, politica (durante la redazione de
“L’uomo Mosè”, Freud è attanagliato dalla preoccupante ascesa di quel-
l’antisemitismo che lo costringerà a riparare a Londra), ed è tale rottura a

208
costituirsi come operazione di scrittura, vale a dire rapporto con la tradizio-
ne che accade nella forma dello spossessamento e della disappartenenza. Se
dunque, come aveva già annunciato nel 1970, de Certeau sostiene che “ogni
fatto storico risulta da una prassi, è già il segno di un atto e dunque
l’affermazione di un senso”, allora l’analisi storiografica dovrà occuparsi
dei linguaggi che sono il prodotto della prassi piuttosto che dei supposti
fatti (come accade al sempre presente positivismo storico da un lato, ma
anche a certe ermeneutiche del passato come quelle di Aron o Marrou):
l’analisi freudiana si articolerà dunque lungo la dorsale rappresentata da un
linguaggio che “non è la ‘casa dell’essere’ (Heidegger), ma il luogo di
un’alterazione itinerante”, un linguaggio che è pluralità di linguaggi (il te-
desco, l’ebraico) ed è immediatamente scrittura, vale a dire esodo, viaggio,
spostamento.
Il testo biblico, dice Freud:

è sufficientemente eloquente sulle proprie vicissitudini. Due trattamenti, opposti


l’uno all’altro, hanno lasciato tracce (Spuren) su di esso. Da un lato è stato assog-
gettato a rimaneggiamenti che, rispondendo a preoccupazioni segrete (Absichten),
lo hanno falsificato, mutilato, ampliato, sino a rovesciarne il senso […] perciò in
molti casi di deformazione del testo (Textentstellung) possiamo immaginare di tro-
vare nascosto altrove, sia pure modificato e avulso dal contesto, il materiale sop-
presso (das Unterdrückte) e ripudiato (das Verleugnete) (Freud, 1934-1938, trad. it.
pp. 51-52).

La Scrittura, in questa pagina centrale dell’operazione di finzione-


storica compiuta da Freud, appare come il luogo di una “deformazione”
che, nella prospettiva di de Certeau, rappresenta il farsi della storia stessa
come produzione di segni alla ricerca di un senso, scrittura che non smette
di scriver(si), “cammino ‘interminabile’ dove si ripete l’avvenimento che
non ha (avuto) luogo”.
La stessa uccisione di Mosè (che, come è noto, Freud riprende da
un’ipotesi formulata e in seguito, a quanto sembra, ripudiata dall’esegeta
E. Sellin nel 1922) che, unitamente all’impossibile origine, produce l’arco
voltaico dell’interpretazione freudiana, attesta, secondo de Certeau, la
strategia del “voler perdere” che sarebbe il cuore nero del rapporto di
Freud con la tradizione: “[la tradizione] ripete quello che c’è all’inizio,
un’uccisione. L’atto che fa traccia tramite la scrittura è rigetto del fonda-
tore” (de Certeau, 2006b, p. 341): rimossa, l’uccisione del fondatore ri-
vela quanto occulta consegnando la storia mosaica al gioco narrativo di
ripetute sottrazioni che rappresentano la tessitura della trama narrativa
dell’ipotesi freudiana.

209
Dunque la pratica dell’Entstellung sarebbe all’opera in Freud esatta-
mente come nel testo biblico: elisione e deformazione che trova nella ri-
sposta divina di Esodo 3,14 alla domanda di Mosè relativa al nome lo
stigma del passaggio dalla voce alla scrittura, perché sia la risposta “Sarò
colui che sarò”, sia la connessa impossibilità di pronunciare il Tetra-
gramma dichiarano:

la traccia di un ritiro. Essa non si pronuncia. È lo scritto di una perdita,


l’operazione stessa di cancellarsi. Questo non può essere voce (segno del corpo che
viene e che parla), ma solo grafo. L’astensione della presenza parlante e del Wesen
divino crea il lavoro di scrivere (ivi, p. 360).

Il legame tra Freud e la tradizione biblica riprende dunque, seppure a


prezzo di ineschivabili Entstellungen, il rapporto che il cosiddetto
“popolo del Libro” ha intrattenuto da secoli con la propria (assente) tradi-
zione: un rapporto letteralmente alterato, tensionalmente sospeso su un
testo (la Scrittura) che dice sempre altro rispetto a ciò che dice, generati-
vamente impegnato nell’elaborazione di interpretazioni che prendono il
posto dell’origine impossibile attraverso una scrittura che muove verso
l’altro perché è da esso sostenuta e prodotta. Ha scritto Lacan a proposito
di questo popolo che:

se esso prende il Libro nella sua lettera, non è per fare di questa il supporto di in-
tenzioni più o meno patenti, ma per – dalla sua collisione significante presa nella
sua materialità: nella misura della vicinanza resa obbligatoria (dunque non voluta)
dalla sua combinazione, e della scelta desinenziale imposta dalle varianti della
grammatica – ricavare un dire altro dal testo: anzi a implicarvi ciò che esso trascu-
ra (come referenza) (Lacan, 1974, trad. it. pp. 32-33, corsivi miei).

La questione del soggetto e la scrittura della storia si embricano vicen-


devolmente come ricerca di senso che si incarna in luoghi, produzioni,
ascolti, che producono il loro essere prodotti.
Un doppio registro che sicuramente riguarda il lavoro dello storico ma
anche, come de Certeau non smette di ripetere, il lavoro dell’uomo che in-
contra l’altro e tenta di comprenderlo e che, nell’incontro, sperimenta lo
scacco di un doppia impossibilità: quella dell’origine che sempre si sottrae
e, insieme, l’impossibilità di chiudere, concludere, determinare in un “per
sempre” il percorso compiuto. Il linguaggio smalta l’impossibile incontro
quasi volesse colmarne il vuoto, ma quanto più intensamente brillerà lo
smalto delle parole, tanto più intensamente apparirà l’orlatura del loro con-
fine, la frontiera che le unisce/separa tra di loro per trasformarle in quel-

210
l’inascoltato racconto senza parole che continuiamo impenitentemente a
chiamare storia:

Così è la storia. Un gioco della vita e della morte prosegue nel calmo dispie-
garsi di un racconto, ricomparsa e denegazione dell’origine, svelamento di un pas-
sato morto e risultato di una pratica presente. Esso reitera, su un regime diverso, i
miti edificati sull’uccisione o sulla morte originaria, che fanno del linguaggio la
traccia permanente di un inizio impossibile tanto da ritrovare quanto da dimentica-
re (de Certeau, 2006b, p. 60).

Bibliografia

Abraham N., Torok M. (1978a), “Maladie du deuil et fantasme du cadavre exquis”,


in L’Écorce et le noyau, Aubier-Flammarion, Paris.
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