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Arethusa

V. Jankélévitch DELL’IMPROVVISAZIONE
Il presente saggio di Jankélévitch, curato da Alessandro Arbo, è uno
dei più significativi compendi della sua posizione filosofico-musicale. In
esso confluiscono alcuni motivi chiave del grande pensatore, dal presque
rien allo stato di verve al tema della morte. Si tratta di una scommessa, di Vladimir Jankélévitch
una sfida provocatoria fra l’essere e il nulla, in cui si manifesta il mistero
primigenio della creazione.
A quanti fenomeni, pratiche, tecniche o dispositivi diversi può
corrispondere in musica il termine «improvvisazione»? Il primo esempio
che viene in mente è quello del jazz, con i suoi svariati modi di sottoporre
il materiale a una continua appropriazione corporale. Ma non è lì il vero
centro d’indagine di una così suggestiva ermeneutica dell’apparenza e
dell’immediatezza.
Jankélévitch, nella sua navigazione in questo vasto arcipelago, è
attratto soprattutto da una piccola, lussureggiante isola nella quale
fioriscono gli esempi di Liszt, Chopin e dell’amatissima musica francese
e russa dei primi decenni del Novecento. Un mondo che ruota attorno ai
valori dell’originalità artistica di un prodotto chiaramente identificato
dalla firma del suo autore, il cui procedere non è mai sistematico e anzi
intenzionalmente rapsodico.
L’edizione che viene qui proposta, la prima ad apparire in volume
nel nostro paese, è arricchita da due interessanti scritti di Arrigo
Cappelletti e di Silvia Peronaci, due modi diversi d’interrogarsi sul tema
dell’improvvisazione, l’uno sulle vedute musicologiche contenute nel
saggio, l’altro sulle implicazioni filosofiche che da esso se ne possono
ricavare.

Vladimir Jankélévitch (1903-1985), pensatore originale e al di fuori degli schemi,


è stato pianista ed esperto di musica. Francese di lingua e di cultura, ha insegnato
Filosofia morale alla Sorbona dal 1951 al 1977. Tra le sue opere più caratteristiche
ricordiamo La cattiva coscienza (1933), Il non-so-che e il quasi niente (1957), La
musica e l’ineffabile (1961), Da qualche parte nell’incompiuto (1978).

DELL’IMPROVVISAZIONE
Copertina di Romolo Di Michele
Solfanelli

€ 9,00

Solfanelli
Titolo originale: De l’improvisation

© Editions Flammarion, Paris 1998

Traduzione di Alessandro Arbo

[ISBN-978-88-7497-854-0]

© 2014, Edizioni Solfanelli


del Gruppo Editoriale Tabula Fati
66100 Chieti - Via Colonnetta n. 148
Tel. 0871 561806 - Fax 0871 446544
Cell. 335 6499393
www.edizionisolfanelli.it
edizionisolfanelli@yahoo.it

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Vladimir Jankélévitch

DELL’IMPROVVISAZIONE

a cura di Alessandro Arbo

con due scritti di


Arrigo Cappelletti e Silvia Peronaci

Solfanelli
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PRESENTAZIONE

A quanti fenomeni, pratiche, tecniche o dispositi-


vi diversi può corrispondere in musica il termine
«improvvisazione»? Il primo esempio che di solito ci
viene in mente è quello del jazz, con i suoi svariati
modi di lavorare sulle griglie, di sottoporre il mate-
riale a una continua appropriazione tattile e corpo-
rea. Un germe di questa idea, guardando al passato,
si trova nelle musiche su basso ostinato che imperver-
savano nel barocco: ciaccone, passacaglie, ruggieri,
passamezzi, romanesche, follie. Se ci spostiamo in
una storia meno remota ma altrettanto canonizzata,
incontriamo le forme libere del romanticismo, a co-
minciare da quella che, per l’appunto, porta il nome
di «improvviso». Ma di improvvisazione si parla
anche nel repertorio contemporaneo, spesso con rife-
rimento a composizioni che alleano la performance
con l’elettronica. C’è poi la galassia delle musiche di
tradizione orale, oggi attraversata dalle impetuose
correnti della globalizzazione. Senza dimenticare,
infine, i generi che hanno conosciuto, fin dall’origine,
una dimensione fonografica e un mercato di massa,
come il rock, il pop, le musiche miste, le contamina-
zioni e via dicendo.
Nella sua navigazione in questo vasto arcipelago
Vladimir Jankélévitch è attratto soprattutto da una
piccola, lussureggiante isola nella quale fioriscono
gli esempi di Liszt, Chopin e dell’amatissima musica
francese e russa dei primi decenni del Novecento. Un

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mondo che ruota attorno ai valori dell’originalità
artistica di un prodotto consegnato a una precisa
forma di notazione e chiaramente identificato dalla
firma del suo autore. In altri termini, si tratta, in
questo saggio del 1953, uno dei più belli e significa-
tivi tra quelli scritti su temi musicali, dell’improvvi-
so in opera o del farsi opera dell’improvvisazione.
Che è anche un modo per parlare della creazione
musicale al suo livello più originario.
Questo centro d’interesse non è esclusivo. Lo si
nota fin dalle prime frasi: ciò che importa all’autore
è cogliere il senso di un certo modo di far fronte
all’evento. È quanto accade in situazioni che ci co-
stringono a prendere decisioni lampo, modificando i
nostri schemi di comportamento. L’improvviso nella
creazione è un simbolo di come la nostra vita potrebbe
apparirci di là dalle pianificazioni razionali e dai
ritmi nei quali tendiamo a rappresentarcela nel
quotidiano: un evento continuamente sorgivo, un
divenire a sorpresa, irreversibile, divagante, sempre
più o meno approssimato — in contrasto, se vogliamo
rientrare nell’alveo della filosofia dell’arte, con quelli
che una certa tradizione ci ha portato a riconoscere
come i tratti dell’opera e, più in particolare, dello
chef-d’œuvre, la sua compiutezza, la sua perfezione
silenziosa e immobile. Penetrando i suoi segreti,
questa prosa scopre invece una sorta di sfida tra
l’essere e il nulla. Continuando a mostrarci che per
«dire» un tale paradosso conviene tentare la via di
una discordanza perenne: un discorso che si presenta
a sua volta come arabesco, fuga di piccole note,
bruma indistinta di un suono di campane.
La scrittura di Jankélévitch è il contrario della
stringatezza e della concisione: si allarga e invade la
pagina attirando il lettore nelle sue spire con un’ine-
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dita inquietudine. Nel suo germinare continuo la
scrittura cerca di avvicinarsi alla fugacità dello
slancio vitale, lo stesso slancio di cui la musica si fa
diretta testimonianza. L’improvvisazione musicale,
ci lascia intendere il filosofo, ha un significato che
sfugge alla presa della ragione concettualizzante; e
tuttavia essa esprime qualcosa di importante per la
vita. Per questo, per essere spiegata, ha bisogno del
paradosso, di un linguaggio che si renda persuasivo
attraverso una discordanza perenne, capace di indi-
care il suo vero luogo in un mistero «cutaneo» che si
compie alla superficie dell’essere.
L’intero saggio di cui ci occupiamo — nel quale
figurano molti temi chiave della prospettiva filosofi-
ca di Jankélévitch, dal presque rien allo stato di
verve al pensiero della morte — si presenta in effetti
come una lunga, magmatica variazione su questo
ossimoro: da un lato, un atto che, per definizione, si
manifesta nel presente circondandosi di quel suo
caratteristico alone di stupore, sorpresa, entusia-
smo, ma anche rischio, passo falso, timore del vuoto,
impossibilità di fare marcia indietro e cancellare
l’errore; dall’altro, un oggetto che ambisce a farsi
riconoscere nella sua natura durevole e compiuta,
sancita dalla firma che l’accompagna, occultando lo
sfondo d’incertezze e di tentativi che ne hanno accom-
pagnato la genesi. Da qui il procedere non sistemati-
co e anzi intenzionalmente rapsodico, insubordinato,
zigzagante di questa prosa che cerca di catturare
l’improvvisazione in opera. La sua stessa strategia
consiste nel mimare quei primi tratti di penna.
Questo andamento non confonde ma anzi fa spes-
so sbalzare in primo piano l’impianto duale ereditato
dalla metafisica bergsoniana. Come la nostra esi-
stenza è divisa fra materia e memoria, fra un presente
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calcolato e razionale e una dimensione più profonda
del tempo vissuto, così ci sarà un’improvvisazione
sofisticamente ordinata in base a formule collaudate
e un’improvvisazione che, al contrario, è autentico
inizio, gesto inaugurale nel quale si manifesta il
senso della vita e della creazione.
A confronto con i casi reali l’alternativa può
apparirci schematica, per non dire imbarazzante. Un
musicista si troverà a chiedersi se o fino a che punto
sia riuscito a imboccare la via giusta: a penetrare
quell’istante senza compromessi che soltanto gli per-
metterà di sfuggire alle maglie della routine e del
buon mestiere. Il fatto è che l’idea di un’improvvisa-
zione come puro inizio sembra più un mito filosofico
che una realtà – perlomeno una realtà musicale, come
si può osservare, del resto, avvicinando lo sguardo
agli esempi radunati (si pensi al campionario di
formule ben riconoscibili nel quale affonda le radici
la creatività lisztiana). Bene o male il fuoco dell’ispi-
razione si accende a contatto con i luoghi comuni: con
essi l’improvvisatore si destreggia nel tentativo di
costruire una linea, una specie di discorso che non
potrà essere solo rapsodia o continuo inizio se non
vuole rischiare di far cadere l’attenzione di chi ascol-
ta.
Ora, Jankélévitch è il primo a rendersene conto.
Sa benissimo che il foglio bianco di chi improvvisa è
già attraversato da pieghe di ogni genere. Si rivolge
così spesso e volentieri — forse più di quanto le
premesse del suo discorso potrebbero farci pensare —
all’esempio classico della retorica o, più precisamen-
te, all’ars dicendi. E coglie con acutezza la messinsce-
na sottesa all’intenzione romantica di farci entrare
nella genesi dell’opera. Si pensi all’esempio supremo
di Ravel: nell’apparente negligenza del rubato, sia-
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mo di fronte al colmo della raffinatezza e della
precisione. Questa consapevolezza fa parte del gioco
di questo saggio o, più precisamente, del gioco della
sua scrittura, irrequieta ed efflorescente insieme.
Parlare dell’improvvisazione come processo in atto di
pura creazione significa non solo parlare di qualcosa
che non s’insegna ma che non si lascerà nemmeno
catturare da un discorso. Tutto assume l’apparenza
di un delizioso scacco ironico. È forse questo che
sollecita una tale abbondanza di esempi e di analogie
virtuose?
In realtà, fin dall’inizio, questo saggio non sem-
bra voler fare dell’improvvisazione il suo oggetto di
studio. Non è solo una questione teorica: ne è troppo
affascinato. S’impegna così a ripeterne il gesto. I suoi
ritmi, quel suo generoso brulicare di esempi e d’im-
magini sono consustanziali al suo oggetto. Essi cor-
rispondono, del resto, a una precisione poetica che è
l’esatto contrario dell’approssimazione. L’intero per-
corso si presenta come un invito a penetrare quella
sottile pellicola che, nell’evento presente, fa aderire il
fisico e lo spirituale; a mantenersi, come l’improvvi-
satore funambolo, sul filo dell’associazione d’idee:
sempre semi-libero, sempre semi-serio. Ed è così che
i momenti più riusciti di questa prosa, insieme così
retorica e così insubordinata nella sua giubilante
esuberanza, sono quelli in cui si manifesta la sensi-
bilità di un finissimo osservatore. Forse il modo
migliore per stringere da vicino queste intense pagine
consiste nel cogliere il balenare di una sensibilità che
si rende visibile oltre i limiti di una certa retorica.
Al di là degli esempi raccolti sulla sua isola felice,
Jankélévitch illustra, con magistrali colpi di pennel-
lo, la delicata ambivalenza dell’atto d’improvvisare:
un ardito abbandonarsi e camminare sul filo delle
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formule note, dove «la mano errante sfiora la tastiera,
ed ecco che i melismi si levano a frotte, dettati insieme
dall’innervazione muscolare e dalla preferenza udi-
tiva, dalle abitudini cinestesiche e dalle reminiscen-
ze, dalle tendenze senso-motorie e dal tropismo asso-
ciativo, dalla fisiologia delle dita e dalla suggestione
dei ricordi». Frasi che espongono insieme il segreto e
il desiderio dell’improvvisatore: quel suo affascinan-
te stare nel mezzo, diviso fra «vigilanza» e «agilità
acrobatica», ripagato dalla beata sensazione di sci-
volare sul presente, di giocarselo sulla punta delle
dita.

Alessandro Arbo

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INDICE

Presentazione di Alessandro Arbo ................................... 5

DELL’IMPROVVISAZIONE

I. DAL CAOS AL COSMO .............................................19


II. «QUASI IMPROVVISATO» .....................................23
III. DALLO STATO DI GRAZIA
ALLO STATO DI VERVE .............................................27
IV. L’ESPLORAZIONE DELLA SCALA.
DEL RUBATO ................................................................33
V. DEL PRELUDIO E DELL’IMPROVVISO.
DELLE PICCOLE NOTE ..............................................41
VI. DELLA BERCEUSE ................................................47
VII. «A PIACERE» .........................................................51
VIII. L’ARPEGGIO E L’USIGNOLO.
IL CHIASSO DELLE CAMPANE ................................55
IX. CE QU’ON ENTEND SUR LA MONTAGNE ........63

Riflessioni di un musicista sul saggio di Jankélévitch


di Arrigo Cappelletti ......................................................69

Frutto d’improvvisazione
di Silvia Peronaci ...........................................................73

L’Autore ...........................................................................91

Il Curatore .......................................................................93

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