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Commenti alle delibere CEI


“Forma del Battesimo
ed età della Cresima”
di Massimo Calvi

Le delibere CEI che prendiamo in considerazione in questa no-


ta si riferiscono al diritto liturgico, cioè al complesso di norme ritua-
li e disciplinari che regolano l’esercizio della funzione sacerdotale di
Gesù Cristo al fine di favorire il raggiungimento dei suoi scopi es-
senziali: la santificazione degli uomini e il culto a Dio (cf c. 834,
par. 1).
Sebbene in genere il Codice di diritto canonico non entri nel
merito dell’ordinamento dei riti (norme rituali: cf c. 2) tuttavia esso
riserva una larga parte al diritto liturgico inteso in senso ampio
(norme disciplinari).
Il principio generale che regola tutta la normativa in materia è
enunciato nei canoni introduttori del libro IV “La funzione di santifi-
cazione della Chiesa”: «Poiché le azioni liturgiche non sono azioni
private, ma celebrazioni della Chiesa stessa, che è “sacramento di
unità”, cioè popolo santo e ordinato sotto la guida dei Vescovi», (c.
837, par. 1), «regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall’au-
torità della Chiesa» (c. 838, par. 1).
Con tale principio si intende non soltanto rivendicare l’esclusi-
va competenza della Chiesa in materia liturgica, sanzionando come
abusi gli interventi posti nelle diverse epoche storiche dall’autorità
civile, ma anche evitare e prevenire gli abusi che pure all’interno
della comunità ecclesiale possono insorgere in questo ambito fonda-
mentale della sua esistenza e della sua attività.
Il Codice del 1917, conservando la rigida impostazione voluta
dal Concilio Tridentino per ovviare ai molti disordini verificatisi nei
secoli, riservava quasi esclusivamente alla Santa Sede il compito di
regolare la materia liturgica e ai Vescovi riconosceva unicamente il
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diritto-dovere di vigilare affinché le leggi emanate dalla Santa Sede


venissero fedelmente applicate ed osservate (cf cc. 1257 e 1261).
Oggi, invece, accogliendo l’aspirazione ad una maggiore decen-
tralizzazione auspicata dal Concilio Vaticano II, il nuovo Codice rico-
nosce alle autorità ecclesiali locali più ampi spazi di adattamento li-
turgico.
In tale contesto si colloca l’articolato intervento normativo del-
l’episcopato italiano che alla materia contenuta nel libro IV del Codi-
ce ha dedicato una decina di delibere applicative.
Alcune di queste sono già state commentate dalla nostra rivista
(delibera n. 28 = Preparazione ed edizione delle versioni dei libri li-
turgici in lingua italiana, in QDE 1991/2; delibera n. 30 = Sede per
le confessioni, in QDE 1990/2; delibera n. 34 = Santuari nazionali,
in QDE 1989/2, pp. 181 SS.); altre (delibera n. 9 = Promesse di ma-
trimonio; delibera n. 10 = Età del matrimonio; delibera n. 31 = Ce-
lebrazione del matrimonio) sono state prese in considerazione com-
plessivamente in quanto fatte sostanzialmente proprie dal decreto
generale sul matrimonio canonico in Italia emanato dalla CEI nel
1991, di cui la rivista ha già offerto una prima presentazione (QDE
1991/1, pp. 97-103 e 1991/2, pp. 197-200). Qui ci soffermiamo sol-
tanto sulle delibere n. 29 = Battesimo per immersione e n. 8 = Età
della cresima; rimandando ad un ulteriore intervento il commento
sulle rimanenti.
La scelta di unire le due delibere in un’unica trattazione ci sem-
bra giustificata dal fatto che ambedue si riferiscono ai sacramenti
costitutivi dell’iniziazione cristiana (battesimo-confermazione-euca-
ristia), cioè alle tappe indispensabili per entrare a pieno titolo nella
comunità ecclesiale, celebrarvi il culto in spirito e verità ed essere
abilitati ad una autentica testimonianza cristiana: «Per mezzo dei sa-
cramenti dell’iniziazione cristiana, gli uomini, uniti con Cristo nella
sua morte, nella sua sepoltura e risurrezione, vengono liberati dal
potere delle tenebre, ricevono lo Spirito di adozione a figli e celebra-
no, con tutto il popolo di Dio, il memoriale della morte e risurrezio-
ne del Signore» (Introduzione generale al Rituale per il battesimo
dei bambini, n. 1).
Come è noto i problemi legati alla celebrazione dei sacramenti
dell’iniziazione, soprattutto quelli in merito all’ordine da seguire nel-
la loro amministrazione e all’età del loro conferimento, sono molto
complessi e spesso hanno registrato il sorgere di vivaci contrapposi-
zioni tra teologi, preoccupati di recuperare il senso profondo dell’ini-
ziazione cristiana nella sua globalità quale cammino unico realizzato
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in tre tappe sacramentali, e pastori, più protesi a salvaguardare e a


sottolineare la maggiore efficacia pastorale della prassi che ha porta-
to a differire l’amministrazione di cresima ed eucaristia all’età della
discrezione, distanziandola così dal battesimo, generalmente confe-
rito nei primi giorni di vita.
Da parte nostra, non potendo addentrarci in questi problemi
nel modo dovuto, ci limiteremo a lasciarli sullo sfondo privilegiando
la descrizione degli aspetti normativi della legislazione vigente .
1

Il battesimo per immersione


La delibera n. 29, adottata dall’episcopato italiano durante la
XXIV assemblea generale straordinaria del 22-26 ottobre 1984 ed
entrata in vigore, dopo la debita recognitio della Sede Apostolica, il
18 maggio 1985, riguarda il sacramento del battesimo:
«Par. 1 = Visto il c. 854 del Codice di diritto canonico, nel rito
romano si mantenga di preferenza la tradizione di conferire il batte-
simo per infusione.
Par. 2 = È consentito il ricorso al rito per immersione soltanto
con l’autorizzazione del vescovo, e nell’osservanza delle istruzioni
che la Conferenza episcopale italiana pubblicherà nelle prossime
edizioni ufficiali del rito del battesimo» (in E. CEI/3, n. 2284).
Nei primi secoli l’abluzione battesimale era strettamente colle-
gata alla professione di fede espressa attraverso la risposta ad una
triplice interrogazione sulle principali verità della fede nella quale i
catecumeni erano stati istruiti dai loro catechisti.
«Il battesimo si conferiva con una triplice immersione accop-
piata ad una triplice infusione. In pratica, l’immersione era limitata
alla parte inferiore delle gambe, che restava sommersa nell’acqua
della piscina fino quasi ai ginocchi, mentre il ministro, imponendo la
mano sinistra sul battezzando, colla destra infondeva per tre volte
dell’acqua sul suo capo la quale rifluiva poi largamente su tutto il
tronco... Con tutto ciò non può escludersi che presso qualche chiesa
l’immersione fosse effettiva di tutto o quasi il corpo del battezzando
o almeno del capo» M. Righetti, Storia liturgica, IV, Milano 1953,
p. 66).
Occorre però ricordare che, già nella Didaché, per i luoghi in
cui vi era scarsità del prezioso elemento naturale, si prevedeva la

Ai problemi relativi ai sacramenti dell’iniziazione cristiana la rivista ha dedicato la parte


1

monografica del n. 2 di questo anno 1991.


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possibilità di amministrare il battesimo anche solo per infusione,


versando per tre volte dell’acqua sul capo del battezzando.
Il battesimo per immersione restò ampiamente in uso durante
quasi tutto il medioevo, mentre l’infusione diventò gradualmente la
forma prevalente dopo i secoli XIV e XV.
A questo proposito si può osservare che l’uso dell’una o dell’al-
tra forma acquista, sebbene non in modo esclusivo, una particolare
rilevanza dal punto di vista simbolico: «... l’immersione meglio signi-
fica l’effetto positivo del battesimo: rinascere dall’acqua e dallo Spi-
rito Santo; mentre il rito per infusione richiama piuttosto la purifica-
zione dai peccati» (A. Nocent, voce Battesimo, in NDL, Roma 1984,
p. 150). Il Codice del 1917, nel c. 758, pur riconoscendo la possibi-
lità di amministrare il sacramento del battesimo per infusione, per
immersione o per aspersione, privilegia le prime due forme, stabilen-
do che l’una o l’altra o tutte e due insieme, siano conservate secondo
le prescrizioni liturgiche contenute nei rituali propri di ciascuna
Chiesa.
Le norme dell’attuale Codice, che non tratta del battesimo per
aspersione, trovano la loro fonte più immediata nei rituali rinnovati
dopo il Concilio Vaticano II, in particolare nell’Ordo Baptismi par-
vulorum del 15 maggio 1969 e nell’Ordo initiationis christianae
adultorum del 6 gennaio 1972.
Nel n. 18, 2 del rituale per il battesimo dei bambini al problema
viene riservato un semplice cenno: «La celebrazione del sacramen-
to... si compie con il lavacro dell’acqua – o per immersione o per in-
fusione, secondo le consuetudini locali – e con l’invocazione della
SS. Trinità» (EV/3, n. 1144).
Nel rituale per gli adulti, invece, vengono aggiunte significative
osservazioni: «... nella celebrazione del battesimo l’abluzione dell’ac-
qua, significando la mistica partecipazione alla morte e risurrezione
di Cristo, per la quale i credenti nel suo nome muoiono al peccato e
risorgono alla vita eterna, abbia riconosciuta tutta la sua importanza.
Si scelga pertanto, fra rito dell’immersione o dell’infusione, quello
più adatto ai singoli casi, perché secondo le varie tradizioni e circo-
stanze, meglio si comprenda che quell’abluzione non è un semplice
rito di purificazione, ma il sacramento dell’unione con Cristo» (EV/
4, n. 1380).
Sebbene i due rituali citati assumano una posizione che po-
tremmo definire “equidistante” rispetto all’una o all’altra forma per
l’amministrazione del battesimo, tuttavia ci pare che nell’Introduzio-
ne generale, (Praenotanda generalia = De initiatione christiana),
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che è identica per ambedue i testi liturgici, si possa intravvedere una


certa preferenza per il rito di immersione, o almeno una sottolinea-
tura della sua rilevanza simbolica. Infatti, al n. 22 si afferma: «Si può
legittimamente usare sia il rito di immersione, segno sacramentale
che più chiaramente esprime la partecipazione alla morte e risurre-
zione di Cristo, sia il rito di infusione» (EV/3, n. 1113).
Il nuovo Codice, pur ponendosi nella linea dei rituali sopra in-
dicati, non fa una semplice ripetizione delle disposizioni in essi con-
tenute, ma introduce una ulteriore determinazione che ha la sua im-
portanza poiché chiarisce che il giudizio circa le consuetudini e le
circostanze locali rilevanti per la scelta della forma rituale del batte-
simo, spetta alle conferenze episcopali.
Il c. 854 è molto chiaro: «Il battesimo venga conferito per im-
mersione o per infusione, osservando le disposizioni della conferen-
za episcopale».
Come già abbiamo visto, la CEI, in ottemperanza alla disposizio-
ni codiciali, ha ritenuto che fosse da preferire e conservare la con-
suetudine ormai ampiamente consolidata di conferire il battesimo
con la semplice infusione dell’acqua.
Per favorire la comprensione e l’applicazione del testo normati-
vo dell’episcopato italiano, proponiamo alcune osservazioni:

1) l’infusione dell’acqua è da ritenersi la forma ordinaria e


usuale per l’amministrazione del battesimo in Italia limitatamente al
rito romano. Le comunità ecclesiali che usano altro rito, ad esempio
quelle di rito ambrosiano, non sono soggette a queste disposizioni: il
rito ambrosiano usa conferire il battesimo con la triplice immersione
soltanto del capo del battezzando.
A questo proposito si deve inoltre notare che le Chiese cattoli-
che orientali esistenti in Italia, essendo regolate dal Codice di diritto
canonico orientale, non sono soggette a queste delibere CEI che, per
loro stessa natura, sono applicative del Codice di diritto canonico la-
tino (cf c. 1).

2) La competenza per accordare l’autorizzazione di ricorrere al


rito per immersione è attribuita al Vescovo e non all’ordinario dioce-
sano (cf c. 134).
È forse utile ricordare che l’obbligo di richiedere l’autorizzazio-
ne sussiste anche per quei gruppi o aggregazioni i cui aderenti a mo-
tivo di una prassi liturgica ritenuta più significativa, sono soliti pre-
ferire il battesimo dei figli per immersione.
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Per quanto riguarda l’Italia si può fare il caso delle comunità


neocatecumenali. Esse, pur avendo ottenuto uno speciale riconosci-
mento della validità del loro cammino formativo (cf Lettera del Papa
Giovanni II a mons. Paul Josef Cordes, Vice Presidente del Pontificio
consiglio per i laici, 30 agosto 1990) e pur godendo di speciali con-
cessioni liturgiche, sono tenute a chiedere l’autorizzazione di usare il
battesimo per immersione.
Infatti, con la Notificazione della Congregazione per il culto di-
vino e la disciplina dei sacramenti, sono stati autorizzati unicamente
a ricevere la comunione sotto le due specie, sempre con pane azzi-
mo, e a spostare, ad experimentum, il rito della pace dopo la pre-
ghiera universale dei fedeli (cf Notificazione del 23 dicembre 1990).
3) Infine, nel caso si ricorra al battesimo per immersione, la de-
libera fa obbligo di seguire le prescrizioni liturgiche inserite dalla
CEI nelle nuove edizioni ufficiali del Rito del battesimo. A tutt’oggi
tali edizioni rinnovate risultano ancora in fase di elaborazione.

L’età per la cresima


La delibera n. 8, entrata in vigore a partire dal 23 gennaio 1984,
fu adottata dalla CEI durante la XXII Assemblea generale straordina-
ria. Essa fa riferimento ad una questione della disciplina sacramen-
tale ampiamente discussa:
«L’età da richiedere per il conferimento della cresima è quella
dei 12 anni circa» (E. CEI/3 n. 1596).
Come già abbiamo avuto modo di accennare, l’elevare a 12 anni
l’età per l’amministrazione di questo sacramento suscita non poche
perplessità in molti teologi e liturgisti che vedono in questa prassi
un pericolo e una minaccia all’unitarietà del cammino della inizia-
zione cristiana e ne contestano soprattutto gli effetti negativi che es-
sa provoca sul tradizionale ordine dei sacramenti della iniziazione.
Nell’antica prassi ecclesiale l’iniziazione cristiana, praticata
quasi esclusivamente per soggetti adulti, prevedeva che all’ammini-
strazione del battesimo facesse immediatamente seguito sia il dono
dello Spirito Santo, attraverso la confermazione, che il dono del Cor-
po e Sangue di Cristo, mediante l’ammissione alla mensa eucaristica:
l’amministrazione congiunta di tre sacramenti non poneva particola-
ri problemi perché l’adeguata crescita nella fede era garantita dal
lungo periodo del catecumenato che, con le sue diverse tappe, con-
sentiva e favoriva la graduale maturazione della fede e il progressivo
inserimento nella vita ecclesiale.
396 Massimo Calvi

Anche nel caso del battesimo dato ai bambini, se era presente il


vescovo, si seguiva la prassi consolidata di celebrare contempora-
neamente i tre sacramenti, rispettando il loro ordine tradizionale:
battesimo-cresima-eucaristia.
All’uso di separare l’amministrazione dei tre sacramenti dell’ini-
ziazione, uso consolidatosi sempre più in occidente a partire dal XIII
secolo, hanno contribuito due importanti fattori: la propagazione del
cristianesimo dalle città nelle campagne, con il conseguente sorgere
di comunità rette da un presbitero locale incaricato dal vescovo; e il
diffondersi dell’uso generalizzato del battesimo dei bambini.
Il primo fenomeno ha avuto come inevitabili effetti la decentra-
lizzazione della celebrazione del culto divino, prima quasi esclusiva-
mente legato alla persona del vescovo, e l’amministrazione differita
della cresima per la quale, almeno nelle chiese occidentali, si voleva
la presenza del vescovo.
Il secondo fenomeno invece, compromettendo la reale possibi-
lità di un cammino catecumenale, ha fatto gradualmente sorgere la
necessità di una adeguata preparazione catechistica dei fedeli bat-
tezzati in tenera età.
Nonostante l’affermarsi di tale prassi, normalmente veniva fatto
salvo l’ordine tradizionale per l’amministrazione dei sacramenti:
l’eucaristia chiudeva e completava il cammino della iniziazione cri-
stiana.
Lo spostamento della cresima a dopo la prima comunione si
manifestava più come una conseguenza della negligenza dei genitori
o del diradarsi delle visite pastorali dei vescovi nella campagne e nei
villaggi.
Il Codice del 1917 ribadisce per la Chiesa latina la prassi di am-
ministrare il sacramento della cresima all’età della discrezione, cioè
intorno ai 7 anni; ma ammette pure la possibilità di anticiparlo, non
solo nel caso di un infante in pericolo di morte, ma anche quando il
ministro del sacramento lo ritenesse necessario per una causa grave
e giusta (cf c. 788).
Per quanto riguarda la normativa attuale, tenendo conto del
nuovo Codice, dei rituali dei sacramenti e delle delibere CEI, mi pare
si possano configurare quattro situazioni-tipo.

1) Nel caso della iniziazione cristiana degli adulti, cioè di colo-


ro che «udito l’annunzio del mistero di Cristo e per la grazia dello
Spirito Santo che apre loro il cuore, consapevolmente e liberamente
cercano il Dio vivo e iniziano il loro cammino di fede e di conversio-
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ne» (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, Introduzione, n. l), il


problema dell’età o del momento per la ricezione della cresima non
si pone perché, secondo l’antico uso conservato nella stessa liturgia
romana, se non si oppongono gravi ragioni, l’adulto riceve la confer-
mazione subito dopo il battesimo.
«Questo legame significa l’unità del mistero pasquale, lo stretto
rapporto tra la missione del Figlio e l’effusione dello Spirito Santo e
l’unità dei sacramenti con i quali il Figlio e lo Spirito Santo vengono
insieme con il Padre a prendere dimora nei battezzati» (idem, n. 34).
Anzi, in questo caso, «tutto si conclude con la celebrazione del-
l’Eucaristia, alla quale i neofiti in questo giorno partecipano per la
prima volta e a pieno diritto e nella quale portano a compimento la
loro iniziazione» (idem, n. 36). Si veda a questo proposito il c. 866.

2) Per l’iniziazione cristiana dei fanciulli, la delibera CEI viene


a confermare una prassi che, consolidatasi negli ultimi tempi, era
stata ampiamente criticata in ragione del fatto che essa sconvolge
l’ordine tradizionale dei sacramenti dell’iniziazione cristiana.
A norma delle vigenti disposizioni, in Italia, in via ordinaria, il
battesimo dovrebbe essere conferito al più presto dopo la nascita (cf
c. 867, par. 1); all’eucaristia dovrebbero essere ammessi i fanciulli
debitamente preparati che abbiano raggiunto l’età della discrezione
(cf cc. 913 e 914) cioè l’età di 7 anni circa (cf c. 97, par. 2); la con-
fermazione dovrebbe essere amministrata intorno ai 12 anni (cf c.
891 e delibera n. 8).
Lo spostamento della cresima non è una novità introdotta dalla
delibera: la possibilità di preferire una età più avanzata era già stata
prevista dall’episcopato italiano nel Direttorio liturgico-pastorale del
27 giugno 1967 (cf n. 48 in E. CEI/1, nn. 1095-1098).
Quanto alla motivazione di tale scelta, pur non essendo enun-
ciata espressamente, si può ragionevolmente ritenere che essa non
sia dissimile da quella prospettata dallo stesso rituale per la confer-
mazione che, al n. 11 della Introduzione, dopo aver confermato l’uso
della Chiesa latina di amministrare il sacramento all’età di 7 anni
circa, ammette che «per ragioni pastorali, e specialmente per incul-
care con maggiore efficacia nella vita dei fedeli una piena adesione a
Cristo Signore e una salda testimonianza le conferenze episcopali
possono stabilire un’età più matura qualora la ritengano più idonea
per far precedere alla recezione del sacramento una congrua prepa-
razione».
Nella celebrazione della confermazione differita fino all’età di
398 Massimo Calvi

12 anni circa, l’unità con gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana


sarebbe garantita da una parte dal rinnovo delle promesse battesi-
mali, dall’altra dal fatto che, in via preferenziale, il sacramento do-
vrebbe essere conferito durante la celebrazione eucaristica.
Nonostante le motivazioni sopra accennate, ci pare continui a
permanere la necessità di trovare una migliore composizione tra la
prassi pastorale adottata e il rispetto dell’ordine tradizionale dei sa-
cramenti dell’iniziazione cristiana. Tale esigenza appare evidente an-
che alla luce delle affermazioni riportate al n. 13 della Introduzione
al Rito della confermazione edito in lingua italiana, che si fondano
sul presupposto che l’eucaristia è il sacramento con il quale si chiu-
de il cammino della iniziazione: «La Confermazione si conferisce
normalmente durante la Messa, perché risalti meglio l’intimo nesso
di questo sacramento con tutta l’iniziazione cristiana che raggiunge
il suo culmine nella partecipazione conviviale al sacrificio del corpo
e del sangue di Cristo. Così i cresimati possono partecipare all’euca-
ristia, che porta a compimento la loro iniziazione cristiana».

3) Una situazione tutta particolare è quella che si configura nel


caso del battesimo di un bambino che ha già raggiunto l’età della di-
screzione.
A norma del c. 852, par. 1 «le disposizioni contenute nei canoni
per il battesimo degli adulti, si applicano a tutti coloro che, usciti
dall’infanzia, hanno raggiunto l’uso di ragione», cioè i 7 anni (cf
c. 97).
Da ciò si deduce che un fanciullo, qualora sia battezzato dopo i
7 anni, dovrebbe ricevere gli altri sacramenti dell’iniziazione in una
unica celebrazione e nel debito ordine (battesimo-cresima-eucari-
stia), come avviene per gli adulti, a meno che non si opponga una
ragione grave (cf c. 866).
La celebrazione congiunta dei tre sacramenti dovrebbe avvenire
anche se il fanciullo non ha ancora raggiunto l’età dei 12 anni: ci
sembra infatti che il carattere unitario della iniziazione cristiana
debba prevalere sulle disposizioni dell’episcopato italiano.
A risolvere il problema in tale direzione ci induce anche il Rito
dell’iniziazione cristiana dei fanciulli nell’età del catechismo, inserito
nel rituale della iniziazione cristiana degli adulti.
Al n. 306 vengono chiaramente individuati i destinatari del rito:
«Questo rito è per quei fanciulli che, non avendo ricevuto il Battesi-
mo nell’infanzia e avendo raggiunto l’età della discrezione e della ca-
techesi, si presentano per l’iniziazione cristiana per iniziativa dei lo-
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ro genitori e tutori oppure spontaneamente, col consenso degli stes-


si genitori o tutori. Essi sono già idonei a concepire e ad alimentare
una fede personale e a conoscere alcuni doveri morali. Tuttavia non
si possono ancora trattare da adulti perché, data la loro formazione
ancora puerile, dipendono dai genitori o dai tutori e sentono molto
l’influenza dei compagni e della società».
In pratica possiamo notare che il problema non è di grande ri-
levanza perché l’itinerario di iniziazione previsto per la formazione
di questi fanciulli si articola in tappe che richiedono un tempo piut-
tosto prolungato che inevitabilmente fa sì che il fanciullo si avvicini
all’età prevista dalle disposizioni CEI.
In questo senso orientano pure le già citate premesse al Rito
dell’iniziazione cristiana dei fanciulli, al n. 310: «... per quanto è pos-
sibile, si deve attendere che i candidati si accostino ai sacramenti
dell’iniziazione quando i loro compagni già battezzati sono ammessi
alla Confermazione e all’Eucaristia».

4) Da ultimo ci resta da prendere in considerazione la situazio-


ne che si crea nel caso del pericolo di morte.
A questo proposito ci limitiamo ad osservare che il Codice, pur
non imponendo tassativamente l’amministrazione del sacramento,
tuttavia la suggerisce in modo inequivocabile, sospendendo per tali
casi sia le prescrizioni relative all’età (cf c. 891) che le condizioni
poste affinché il sacramento sia ricevuto in modo fruttuoso (cf c.
889, par. 2). Anche il Rito della iniziazione cristiana prevede una ce-
lebrazione abbreviata e semplificata nel caso di pericolo prossimo o
imminente di morte (cf nn. 278 SS).