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La colonia dorico-calcidese di Himera.

Dai dati storici di Tucidide


e di Diodoro Siculo all’archeologia.
di Stefano Vassallo

Se si esclude il dettagliato racconto di Diodoro Siculo delle battaglie del 480


e del 409 a. C., si può dire che il contributo su Himera delle fonti storiche, o
almeno di quanto di esse ci è pervenuto, è molto scarso. Si tratta, tuttavia, di
riferimenti ad aspetti della vita della colonia che hanno in alcuni casi trovato
conferma nelle indagini archeologiche realizzate negli ultimi decenni
dall’Università e dalla Soprintendenza di Palermo. Dato storico e risultato
della ricerca sul terreno hanno, quindi, concordemente contribuito a fissare
alcuni punti fermi per la storia di Himera1.
Nel mio intervento oltre che a Tucidide, cui è dedicato questo convegno,
farò riferimento anche a Diodoro Siculo, dal momento che Himera, nello sto-
rico ateniese, è poco presente e se si esclude il riferimento alla fase fondaziona-
le della colonia, la città è citata in pochi altri passaggi e sempre in contesti poco
significativi per la diretta conoscenza storica della colonia.
Nel caso della fondazione della città, da cui inizierò, va comunque detto che
i dati dei due storici si integrano e possono essere letti parallelamente e in
modo complementare; in Tucidide (6,5,1) abbiamo, infatti, un sintetico quadro
sugli inizi della colonia e sulle istituzioni, non si fa, tuttavia, cenno all’anno di
fondazione, riportato, invece, con precisione, da Diodoro Siculo (13,62), il
quale ci informa che al momento della distruzione della colonia, nel 409 a.C.,
la città era in vita da 240 anni, fissando, quindi , la fondazione al 648 a.C.
La conferma archeologica di questa data è relativamente recente; infatti,
dopo i primi decenni di scavo intensivo nella città alta, l’assenza di materiali
databile al terzo quarto del VII sec. a.C., in particolare di ceramica protocorin-
zia, aveva suggerito molta prudenza nell’accettazione della data diodorea, ipo-
tizzando un abbassamento di circa 25 anni2. Pertanto, Himera avrebbe comin-
ciato la sua vita soltanto nell’ultimo quarto del VII sec. a.C. Un chiarimento è
venuto solo con l’avvio degli scavi nella città bassa e nella necropoli orientale,
col rinvenimento di materiali databili intorno alla metà del VII sec. a.C. o negli
anni immediatamente successivi. In particolare, ricordo un frammento di
coppa/calice di tipo euboico, relativo ad una cremazione, che trova un preciso
confronto a Naxos dov’è stata datata ancora prima della metà del VII sec.a.C.,
il vaso è, quindi, da riferire al corredo della tomba di un imerese di prima gene-
razione3. Sempre dalla necropoli proviene un’anfora da trasporto di tipo corin-
zio A, databile nel terzo quarto del VII sec. a.C. e due coppette di fabbrica ime- 1
Stefano Vassallo

rese, ispirate a modelli geometrici anch’essi riferibili agli anni successivi la metà
del VII sec a.C.4
Dall’unico saggio finora condotto in profondità nella città bassa, nell’area
cosiddetta dell’albergo Cancila, provengono frammenti databili in quest’ambi-
to cronologico, come l’ansa di un pithos con cordone plastico, un frammento
di parete di oinochoe protocorinzia medio/tarda, e una serie di coppe di tradi-
zione protocorinzia, di certa fabbrica imerese, che potrebbero costituire la
prima produzione dei ceramisti imeresi, inquadrabili nel terzo quarto del VII
sec. a.C.5
Anche la data storica riferita da Diodoro della violenta distruzione punica
nel 409 a.C. ha avuto una convincente conferma archeologica, fugando le per-
plessità espresse da alcuni studiosi dopo i primi scavi, circa una continuità di
vita della colonia nella prima metà del IV sec. a.C.6 Gli strati di distruzione pre-
senti in quasi tutti i settori di scavo, soprattutto nel settore della città bassa,
sono infatti databili alla violenta conquista cartaginese e dimostrano che il sito
non fu più sede di una città7, lo ricorda anche Cicerone (Verrine, 2, 2, 86):
“distrutta Himera, alcuni cittadini che il disastro della guerra aveva risparmiato,
si insediò a Termae, al confine del territorio e non lontano dalla loro città” .
Veniamo ora al ben noto passo di Tucidide (VI, 5,1) a proposito del primo
nucleo di Imeresi: “Himera fu fondata da Zankle sotto la guida di Euclide, Simo
e Sacone. La maggior parte dei coloni accorsi furono calcidesi, cui si unirono fuo-
riusciti di un partito vinto, i cosiddetti Miletiadi; la loro lingua fu un dialetto
misto tra quello dei Calcidesi e il dorico: la costituzione fu la calcidese”.
Sul primo punto, la partecipazione di cittadini Zanklei alla fondazione della
colonia, non vi sono ancora dati archeologici evidenti, segnalo, comunque, la
presenza, tra le ceramiche arcaiche di produzione imerese, di alcune forme
ispirate a tipologie di recente segnalate come zanklee; è il caso, ad esempio, di
una coppa rinvenuta ad Himera, di fabbrica locale, che trova un buon confron-
to con le cosiddette coppe tipo Zankle8, che potrebbe far pensare che nei primi
decenni di vita ad Himera operarono artigiani formatisi anche nella tradizione
dei ceramisti della colonia madre.
Sul nome degli ecisti vi è invece un dato archeologico di un certo interesse;
si tratta di una base calcarea, probabilmente di un piccolo monumento con
iscrizione EUKLEI, che può essere integrata come Eukleide9. Il luogo di rin-
venimento, il santuario di Atena, e il tipo di iscrizione, celebrativo, rendono
plausibile l’ipotesi di un collegamento di questa base con un monumento in
onore di Euklide, uno dei tre ecisti, attestando, forse, una sorta di culto o di
celebrazione della memoria di uno dei fondatori della colonia, perpetuatosi
almeno fino alla metà del V sec. a.C., quando si data la base iscritta.
In un frammento del Glauco, Eschilo ricorda uyi,crhunoj ~Ime,ra, cioé
“Himera dagli alti dirupi”, fornendo un preciso e vivo riferimento sulle carat-
teristiche del paesaggio coloniale. Grazie alle ricerche degli ultimi anni è stato
2 possibile dimostrare che l’abitato imerese si estendeva sia nella zona collinare
La colonia dorico-calcidese di himera

(città alta) sia nella pianura costiera (città bassa) e che le due parti erano sepa-
rate da un ripido costone, non urbanizzato, che oltre a costituire una fortissi-
ma cesura urbanistica, doveva caratterizzare fortemente l’aspetto del paesaggio
interno alla città10. Mi sembra di un certo interesse, pertanto, notare come il
ricordo di “Himera dagli alti dirupi” possa ben riferirsi ad una peculiarità fisi-
ca del paesaggio imerese che forse Eschilo conobbe per esperienza diretta,
avendo più volte visitato la Sicilia, dove per altro morì, a Gela.
Sui culti imeresi e sulla principale divinità della colonia, Atena, siamo infor-
mati da Diodoro Siculo (Libro V, 3) ” secondo il mito Athena e Artemide e Core
passavano il tempo insieme ed erano fra loro intime, tutte e tre amavano in
maniera straordinaria quest’isola e ciascuna ricevé in sorte una parte del territo-
rio: Athena nella zona di Imera”. La popolarità del culto di Atena ad Himera,
è ben nota, nella documentazione archeologica, fin dal 1962, primo anno di
scavo dell’Università di Palermo, quando emersero significative testimonianze,
tali da fare attribuire ad Atena i templi A e B e quindi l’intero santuario della
città alta11. Ricordo che recentemente Mario Torelli12, ha voluto sostituire ad
Atena, come divinità cui era dedicato il grande santuario della città alta,
Afrodite, ipotesi che allo stato attuale delle ricerche ritengo poco fondata sulla
base della documentazione storica (il passo citato di Diodoro), archeologica
(ricordo tra gli altri il bronzetto di Athena promachos rinvenuto nel tempio
A13) ed epigrafica (e cito una bella dedica in esametro su piede di kylix rinve-
nuto nel temenos “Io, Tripylos, supplice in preghiera, questo dedico alla dea, alla
figlia di Zeus altisonante, ad Athena glaucopide)14.
Insieme ad Atena, Diodoro Siculo (V, 3) ricorda Eracle; nel passo citato
prima si legge che “nella zona di Imera le Ninfe per fare cosa gradita alla dea
(Atena), fecero sgorgare le sorgenti di acqua calda quando Eracle giunse in
Sicilia”. La devozione ad Eracle è bene attestata archeologicamente in ambito
cittadino, alle sue imprese erano dedicate le metope arcaiche del tempio B15,
ma vi sono dati che testimoniano forme di devozione anche in contesti dome-
stici, come documentato dal rinvenimento di alcune statuette fittili dell’eroe in
abitazioni16. Pure nel loro territorio gli Imeresi dovettero favorire il culto di
Eracle, in primo luogo a Termini Imerese, luogo di acque termali cui va riferi-
to il mito riportato da Diodoro, e ricordato, probabilmente, nei tipi di una
importante serie di tetradrammi d’argento, con ninfa sacrificante e sileno che
si bagna ad una fonte17. Circa la diffusione del culto dell’eroe è assai significa-
tiva la scoperta di un’edicola tardo arcaica in un sacello a Colle Madore, cen-
tro indigeno nell’entroterra di Himera, con scena di Eracle alla fontana18.
L’evento storico di maggiore rilievo, che vide protagonista Himera, è indub-
biamente la battaglia del 480 a.C. contro i Cartaginesi, una vittoria di tale rile-
vanza che i Greci associarono questo trionfo della coalizione di Imeresi,
Agrigentini e Siracusani sull’esercito “barbaro”, alle vittorie greche di Salamina
e Platea sui Persiani, collegando il genio strategico di Gelone di Siracusa a
quello di Temistocle. L’importanza dell’evento e delle conseguenze sulla storia 3
Stefano Vassallo

dell’Isola fu tale che la narrazione della battaglia, riportata da Diodoro Siculo,


che attinge a varie fonti (Timeo e Antioco) è particolarmente dettagliata e costi-
tuisce di fatto il brano storico di maggiore ampiezza sulla storia di Himera19.
Nel racconto dello sviluppo degli eventi, Diodoro Siculo riporta numerosi
dettagli anche sui luoghi in cui si svolse la battaglia, tanto che fin dall’inizio del
secolo scorso Luigi Mauceri e Luigi Pareti hanno ipotizzato una dettagliata
ricostruzione dei fatti, basandosi, tuttavia, sui dati archeologici allora noti, che
ponevano la città soltanto sull’area collinare, proponendo una localizzazione
del campo di battaglia e degli accampamenti punici che è, oggi, sostanzialmen-
te da modificare sulla base della topografia della colonia come si è andata via
via definendo ed assestando con le ricerche degli ultimi anni.
Grazie alla scoperta della città bassa e delle fortificazioni è stato infatti pos-
sibile fissare con discreta precisione i luoghi dove si svolsero le azioni di guer-
ra narrate da Diodoro Siculo (XI, 21), fino allo scontro finale, davanti alle mura
cittadine.
Amilcare, comandante dei Cartaginesi, dopo lo sbarco a Palermo: si spinse
con l’esercito contro Imera (e la flotta navigando lo fiancheggiava). Quando giun-
se nei pressi della città che abbiamo prima citato, vi pose due accampamenti, uno
per l’esercito di terra ed uno per la forza navale. Tirò a secco tutte le navi da guer-
ra e le circondò con un profondo fossato e con una palizzata di legno, fortificò l’ac-
campamento dell’esercito di terra che aveva sistemato proprio di fronte alla città,
e aveva prolungato dalla trincea navale fino alle colline sovrastanti.
Il luogo dell’accampamento della flotta non poteva che occupare la fascia
costiera nei pressi della riva orientale del Fiume Torto; sul lato ovest del corso
d’acqua, infatti, la morfologia molto irregolare e la presenza della foce fluviale
tra l’accampamento e la colonia avrebbe ostacolato gli attacchi alla città.
Inoltre, la descrizione dell’accampamento dell’esercito, in continuità con quel-
lo della flotta e fino alle sovrastanti colline, ben si configura con i luoghi fisici
di quest’area, dove la foce del fiume dista circa un chilometro dai rilievi che
chiudono a Sud la pianura. Il grande campo cartaginese verrebbe così ad esse-
re delimitato a Nord dalla spiaggia, ad Ovest dal fiume e a Sud dai rilievi col-
linari, per una profondità verso Est, in direzione della città, non precisabile. Il
rapporto con le mura cittadine era pertanto diretto e Amilcare poté muovere
rapidamente e liberamente verso Himera, senza incontrare ostacoli, così come
narrato dallo storico di Agira.
La descrizione degli scontri nei giorni successivi, fanno bene intendere che
essi si svolsero tra gli accampamenti punici e le mura della città (evidentemen-
te quelle occidentali) cito ad esempio un brano in cui Amilcare “presi poi con
sé i soldati migliori, egli avanzò contro la città, volse in fuga gli Imeresi che usci-
vano contro di lui, ne uccise molti e spaventò quelli che erano in città”.
Tralascio, per brevità, altri particolari del drammatico racconto diodoreo,
dai quali si può dedurre che anche il campo della battaglia finale fu la piana di
4 Buonfornello, ad Ovest della mura, che ben si presta ad uno scontro campale,
La colonia dorico-calcidese di himera

con partecipazione di cavalleria. Mi preme invece dire della testimonianza più


diretta e commovente di questa guerra, il rinvenimento dei resti di alcuni dei
soldati caduti nello scontro.
Nel recentissimo scavo della necropoli occidentale, nel 2008/2009, sono
state infatti localizzate sette fosse comuni, che contenevano da un minimo di 2
a 23 scheletri20.
I cadaveri sono stati rinvenuti allineati, stretti uno vicino all’altro, con cra-
nio ad Est, la loro deposizione avvenne nello stesso momento. Tutti sono di
sesso maschile e di età compresa tra 20 e i 30 anni (quando riconoscibile), tale
da escludere fosse comuni destinate a morti per eventi quali epidemie o terre-
moti; molti di essi presentavano, inoltre, traumi da ferite o avevano ancora con-
ficcate nelle ossa armi (punte di frecce o di lance). La cronologia delle fosse, da
vari elementi, si può fissare nei decenni iniziali del V sec. a.C., gli anni della bat-
taglia. Significativo anche il fatto che l’area delle fosse si concentri nella parte
più occidentale della necropoli, la più vicina alle mura della città, là dove lo
scontro deve essere stato più violento. Tutti questi dati ci portano ad interpre-
tare queste sepolture collettive come quelle dei soldati morti nello scontro con-
tro i Punici.
Alla battaglia del 480 possiamo anche riferire una numerosa serie di sepol-
ture singole e una trentina di tombe di cavalli, tipologia estremamente rara
nelle necropoli greche d’Occidente, che vanno anch’esse ricondotte, a nostro
parere, ai cavalli morti nello scontro e rimasti sul campo di battaglia. Gli ani-
mali furono sepolti nei pressi delle fosse dei soldati, forse anche con intento
celebrativo per il loro sacrificio, dal momento che, come narra Diodoro, la
cavalleria greca svolse un ruolo da protagonista nella battaglia.
Fosse comuni, tombe monosome e cavalli emergono quindi dalla ricerca
archeologica dando sostanza e credibilità alla durezza e alla violenza della bat-
taglia del 480 a.C., finora celebrata soltanto nel racconto degli storici.
A questa guerra possiamo anche riferire la costruzione di un tempio: ricor-
da ancora Diodoro Siculo (XI, 26) che dopo la battaglia “quando …. giunsero
presso di lui (Gelone) da Cartagine gli ambasciatori che gli erano stati inviati, e
che gli chiedevano con le lacrime agli occhi di trattarli con umanità, concesse loro
la pace, riscosse da loro le spese sostenute per la guerra, duemila talenti di argen-
to, e comandò di costruire due templi, nei quali si dovevano depositare gli accor-
di “, è ormai dato consolidato che il tempio dorico di Himera, “della Vittoria”,
sia quello ricordato nel passo storico, e ci piace pensare che grazie al riferimen-
to diodoreo, il più importante monumento di Himera trovi giustificazione alla
sua esistenza nel ricordo della più grande vittoria dei Greci sui Barbari in
Sicilia21.
È sempre Diodoro Siculo a raccontare un altro episodio che ci ha aiutato a
leggere la documentazione archeologica. Narra lo storico, che Terone
d’Agrigento, signore di Himera negli anni successivi alla battaglia del 480,
avendo fatto strage di Imeresi che si erano ribellati a suo figlio Trasideo, ripo- 5
Stefano Vassallo

polò la colonia dando la cittadinanza a quanti Dori lo richiedessero. Dal punto


di vista archeologico questo incremento demografico, sembra documentato sia
da un periodo di intensa vitalità urbanistica attestato in varie zone della città22,
sia dalla scoperta nel santuario di Atena, di una importante lamina bronzea,
databile in quei decenni, pubblicata da Antonietta Brugnone, dov’è attestato il
più antico uso del termine oikopedon, da intendere come lotto edilizio. Tale
eccezionale documento va probabilmente collegato proprio con una politica di
assegnazione di nuovi lotti nella città, che troverebbe una valida motivazione
proprio nelle scelte di Terone ricordate dalle fonti23.
Infine la battaglia del 409 a.C. e la distruzione di Himera per mano del-
l’esercito punico di Annibale; anche su questo evento Diodoro Siculo è prodi-
go di informazioni, noi ci limitiamo a ricordare due soli punti:
1- il rinvenimento della fortificazione Ovest consente, come per la battaglia
del 480 a.C., di localizzare con precisione, sulla base del passo storico, il luogo
della battaglia, che va fissato nello stesso spazio della pianura di quella prece-
dente. La fase della fortificazione messa in luce nel 2007 è databile alla fine del
V sec. a.C., si tratta, quindi, del muro ripetutamente citato nelle fonti24; non
solo, ma diverse anomalie e rifacimenti affrettati di un tratto della cinta, con
elementi architettonici di riuso, potrebbero, forse, essere ricondotti a precisi
episodi della narrazione, quando i Punici distrussero, agli inizi dell’assedio,
parti di muro, immediate ricostruite dagli Imeresi nelle concitate fasi dell’asse-
dio;
2- come documentato per i morti della battaglia del 480 a.C., abbiamo rin-
venuto anche una grande fossa comune, contenente non meno di 59 cadaveri,
databile alla fine del V sec. a.C. Le caratteristiche sono simili a quelle delle
fosse del 480, ma in questo caso la disposizione dei cadaveri avvenne in modo
più disordinato, ammassando anche su più livelli i corpi; secondo la nostra
interpretazione si tratterebbe della deposizione di alcuni dei soldati caduti
nelle fasi concitate dell’assedio finale della città25.
Inoltre, Diodoro ricorda che “la città fu conquistata di forza, e i barbari si
dettero a una lunga, spietata strage di tutti quelli che vi restarono presi, poi ..…il
massacro cessò e iniziò la razzia delle abitazioni”. Nell’estrema parte orientale
della necropoli, la più vicina alle fortificazioni, vi è una vasta area con centina-
ia di sepolture con inumati deposti in grande disordine, in posizioni irrituali
che denotano fretta nei modi e poca cura, prive di corredo, di diversa età e
sesso, spesso sovrapponendosi, che occupano i livelli superficiali della necro-
poli. Tipologie di sepolture non riscontrate in nessun altro settore della necro-
poli ovest, né di quella orientale. Un’ipotesi che riteniamo verosimile è che tro-
vandoci in prossimità della città, probabilmente nei pressi di una porta delle
fortificazioni e quindi di una strada, vennero qui portati, dopo la caduta della
colonia i morti della strage cittadina26.
Con questo termino, leggendo un’ultima citazione di Diodoro Siculo (XIII,
6 62) del drammatico racconto della fine della città, che con lo scavo dei resti
La colonia dorico-calcidese di himera

degli ultimi Imeresi ha trovato la sua più commovente e straziante prova sul
terreno. “La città fu conquistata di forza, e i barbari si dettero a una lunga, spie-
tata strage di tutti quelli che vi restarono presi. Poi Annibale dette ordine di tene-
re in vita i prigionieri: il massacro cessò e iniziò la razzia delle abitazioni.
Annibale fece saccheggiare i luoghi sacri e, strappatine via i supplici che vi si erano
rifugiati, li incendiò e fece radere al suolo la città, abitata da duecentoquaranta
anni. Per suo ordine le donne e i bambini prigionieri vennero tradotti nell’accam-
pamento e posti sotto sorveglianza; gli uomini catturati, circa tremila, furono con-
dotti nel luogo in cui il nonno Amilcare era stato ucciso da Gelone e lì, dopo molti
tormenti, tutti furono trucidati”.

7
Stefano Vassallo

BIBLIOGRAFIA

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Stefano Vassallo

1 Per una bibliografia completa su Himera, fino al 1989 vedi Belvedere – Brugnone 1990;
2 Belvedere 1978, pp. 76-77.
3 Vassallo 2005, p. 20. Per il confronto con Naxos vedi Lentini 1998, pp. 381-382, fig. 18.
4 Per l’anfora vedi Vassallo 2003, p. 32, catalogo n.1. Sulle coppette imeresi: Vassallo 1996,
p. 88, taf. 4, 1-3, da segnalare che in un primo tempo queste coppette sono state considerate di
importazione, tuttavia, con l’accrescersi delle conoscenze sulla ceramica imerese, esse possono
essere inquadrate, oggi, tra le produzioni di questa colonia.
5 Per questi materiali e la conferma archeologica della datazione diodorea nella città bassa,
vedi Vassallo 1996, pp. 85-89. Sulla documentazione nella città alta: Allegro 2008, pp. 212-213.
6 Boehringer 1989, pp. 37-38.
7 Un’analisi dei dati archeologici di questa fase, che tendono ad escludere una continuità di
vita dopo il 409 a.C., è in Allegro 1996, pp. 78-80.
8 Bacci 2002, p. 24; diversi esemplari di questo tipo di coppe sono stati rinvenuti nella città
alta (Allegro 2008, p. 212) sia nella città bassa, nel quartiere cosiddetto Cancila (inediti).
9 Manni Piraino 1970, pp. 348-349.
10 Vassallo 2005, pp. 51-54.
11 Sui culti imeresi vedi Vassallo 2005, pp. 67-70 e ivi bibliografia a p. 156; in particolare, su
Atena, Nuvolari Dudo 1997. Un recente contributo è in Sclafani 2007.
12 Torelli 2003.
13 Di Stefano 1972, pp. 68-72.
14 Manni Piraino 1974, pp. 266-267.
15 Bonacasa 1970, pp. 169-191; Bonacasa 1991.
16 Vassallo 2005, p. 68.
17 Tusa Cutroni 1972, p. 116.
18 Vassallo 1999; Marconi 1999.
19 Vassallo 2011.
20 Vassallo 2011, pp. 24-34.
21 Marconi 1931. Per una bibliografia aggiornata sul Tempio della Vittoria vedi Allegro
2005.
22 Per i più significativi contributi sull’urbanistica imerese vedi la bibliografia riportata in
Vassallo 2005, pp. 155-156.
23 Brugnone 1997; Allegro 1999, pp. 292-293.
24 Vassallo 2011, pp. 21-23.
25 Vassallo 2011, pp. 33-34.
26 Vassallo 2011, pp. 34-35.

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La colonia dorico-calcidese di himera

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Stefano Vassallo

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La colonia dorico-calcidese di himera

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Stefano Vassallo

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