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Azul Rocío Ramírez Vargas

Historia Literaria V

Giacomo Leopardi (Recanati- 1798-Napoli- 1837) fu uno dei grandi rappresentanti del

Settecento insieme a Ugo Foscolo e Alessandro Manzoni. Ma quello che fa diverso al

Leopardi da gli altri rappresentati di questo periodo è che lui è stato un uomo con una fame

impressionante d’imparare, giacchè ai 13 anni aveva già tradotto L’arte poetica di Orazio,

aveva già scritto una Historia de la astronomía e aveva già imparato il latino e da solo il

greco, e ai 17 anni aveva scritto il suo Ensayo sobre los errores populares de los antiguos.

Leopardi fu un uomo che forse sapeva che la sua morte arriverebbe molto presto e perciò

cominciò a scrivere molto giovane.

Le Operette Morali sono una raccolta di prose tra satiriche, filosófiche e fantastiche,

scirtte tra il 1824 e il 1832 dopo la delusione subita nel suo primo contatto con la realtà

esterna alla “prigione” di Recanati. Molte di queste Operette sono dialoghi nei quali gli

interlocutori sono personaggi fantastici o mitici come nel Dialogo di Ercole e Atlante o nel

Dialogo di Malambruno e Farfarello.

Uno dei temi più ricorrenti in questi dialoghi è il tema dell’infelicità dell’uomo, di

fatto nel Zibaldone scritto nel 1826, scrive questo: 1”No los hombres solamente, sino el

género humano fue y será infeliz por necesidad. No sólo los animales sino todos los otros

seres similares. No los individuos, sino la especie , los géneros, los reinos, los globos, los

sistemas, los mundos" Con questi argomenti Leopardi ci fa rendere conto che l’infelicità è

innata nell’uomo come nel Diálogo de la Naturaleza y un alma , in questo dialogo la

1
Rafael Arguillol, Leopardi Infelicidad y titanismo. Antología y crítica,p.36.
Natura dice all’anima: 2”Naturaleza: Ve, hija mía predilecta, que así serás tenida y llamada

por largo orden de siglos. Vive y sé grande e infeliz”, e non soltanto è una questione innata,

diventa anche un bisogno per l’uomo, ma la felicità è anche un bisogno, e qui devo fare una

citazione dello stesso Leopardi su questo punto:3” Naturaleza: (...) tu estás destinada a

vivificar a un cuerpo humano; y todos los hombres, necesariamente, nacen y viven

infelices”. E qui appare il conccetto greco del bisogno, fino dal suo nascimento l’uomo è

infelice ed è inviato ad una essitenza violenta. Trágica con piccoli istanti di felicità.

La voce della Natura è quella di Leopardi e per mezzo di lei è che lui può sprimere

le sue idee sull’infelicità, sulla irragiungibilità della felicità, perchè per lui 4”la existencia en

sí es un mal , y no sólo el hombre es infeliz, sino todo ser vivo”. Non si può “stare felice”

quello che si può, è “essere” felice ma soltanto sono istanti, perchè la felicitá è efimera,

nessuno rimane felice per molto tempo perchè ci sono più momenti nei quali ci sentiamo

infelici per molti raggioni, la felicità è passagera e questo ci rende infelici anche perché

sono cose passate che non torneranno mai.

Nel Dialogo della Natura e un Islandese, il ruolo della Natura diventa più crudele, il

tema continua a essere l’infelicità e la ricerca di una felicità inassibile, La Natura parla

all’islandese del circolo della vita che è pieno di sofferenza: 5”Demuestras no haberte dado

cuenta de que la vida de este universo es un perpetuo circuito de producción y destrucción,

ligadas ambas entre sí de manera que cada una sirve continuamente a la otra, y a la

conservación del mundo, que siempre que cesase una u otra de ellas, llegaría del mismo
2
Giacomo Leopardi,Prosas Morales, p.63.
3
Ibid; p. 63.
4
Ibid, p. 18.
5
Ibid; p. 98.
modo a la disolución. Por lo tanto, resultaría en su daño si hubiese en él cosa alguna libre

de sufrimiento”. Il “male di vivere” come lo chiama Leopardi in tantissime delle sue opere

corrisponde al fatto che, siccome l’uomo tutta la sua vita si trova in cerca della felicità e la

stessa natura di questa fa che la ricerca deluda all’uomo, questo stesso fatto lo facia

infelice.

Questa ricerca della felicità diventa un inganno, bello ma inganno alla fine. Perciò,

si potrebbe dire che la felicità sarebbe raggiungibile soltanto fino la morte, ma questo è

anche, un inganno come fa menzione il poeta nel Dialogo di Plotonio e Porfirio, dove in

uno degli argomenti si fa menzione all’idea de che una forma di raggiungere la felicità è via

il suicidio: 6” Profirio: Tú dudas de que sea lícito el morir sin necesidad: yo te pregunto si

nos es lícito el ser infelices. La naturaleza veda el matarse. Extraño me resultaría que no

teniendo ella la voluntad o el poder de hacerme ni infeliz ni libre de miseria, tuviese la

facultad de obligarme a vivir. (...) ¿Cómo, así, puede ser contrario a la naturaleza que yo

escape a la infelicidad de aquella única manera que tienen los hombres para escapar a ella?,

que es aquella de quitarme del mundo: porque mientras estoy vivo, no la puedo evitar”; così

possiamo vedere che la morte non ci da la felicità però toglie l’infelictà.

Si potrebbe dire che la morte è la soluzione giusta ad un bene che mai arriverà, ad

un bene negato a qualsiasi essere vivente. La Natura diventa “matrigna” come tantissime

volte Leopardi la aveva chiamato, ci da la vita che ci da più dolore che soddisfazione.

6
Ibid, p. 202.
BIBLIOGRAFÍA

Argullol, Rafael, Leopardi Infelicidad y titanismo. Antología y crítica, España,

Montesinos, 1985.

Leopardi, Giacomo, Prosas Morales, México, Cien del Mundo, 1995.


UNIVERSIDAD NACIONAL AUTÓNOMA DE MÉXICO

FACULTAD DE FILOSOFÍA Y LETRAS

Lengua y literatura modernas italianas

L’irragiungibilità della felicità in alcuni dialoghi delle Operette Morali di

Giacomo Leopardi

Historia Literaria V-I

Azul Rocío Ramírez Vargas

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7
“Naturaleza: Vive y sé grande e infeliz”

7
Giacomo Leopardi, Prosas Morales, p. 63.