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FRANCO SACCHETTI

LE TRECENTO NOVELLE

EDIZIONE CRITICA
A CURA DI

MICHELANGELO ZACCARELLO

FIRENZE
EDIZIONI DEL GALLUZZO
PER LA FONDAZIONE EZIO FRANCESCHINI
2014
Volume pubblicato con il sostegno
dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze

Fondazione Ezio Franceschini ONLUS


via Montebello, 7 · I-50123 Firenze
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ISBN 978-88-8450-574-3
© 2014 - SISMEL · Edizioni del Galluzzo e Fondazione Ezio Franceschini ONLUS
SOMMARIO

VII Premessa

INTRODUZIONE
XI I TESTIMONI
XVII LA TRADIZIONE TESTUALE

XVII I. L’opera e le sue coordinate di partenza


XXI II. La recensio di Michele Barbi
XXXI III. Gli emendamenti al testo proposti da Franca Ageno
XXXVII IV. La tradizione borghiniana
LI V. La tradizione non borghiniana
LXI VI. Dopo Borghini: i codici seicenteschi di Antonio
da Sangallo
LXXII VII. L’origine comune della tradizione: originale o
archetipo?
LXXXI VIII. Fenomenologia della censura nei testimoni principali
LXXXIII IX. Linee guida per la costituzione del testo
LXXXVIII APPENDICE. La “forma Sangallo”. Tavola comparativa di C e V

XCV DISCUSSIONE DI PASSI CHE POSSONO MIGLIORARE


IL «TEXTUS RECEPTUS»

CXCI IL PROBLEMA DEL TESTO BASE E I CRITERI DELL’EDIZIONE

CXCI I. Determinazione del testo base


CXCIV II. Criteri di rappresentazione: il testo
CC III. Criteri di rappresentazione: l’apparato

CCV BIBLIOGRAFIA CITATA IN FORMA ABBREVIATA

1 LE TRECENTO NOVELLE

617 INDICI
600 Indice delle rubriche? Incipitario?
600 Indice dei nomi citati nel novelliere
600 Indici dei luoghi annotati nell’Introduzione

v
PREMESSA

Q uesto tentativo di ricostruzione del novelliere sacchettiano


muove dal recupero, ormai oltre un decennio fa, di una nuova
testimonianza manoscritta del tardo Cinquecento presso il
Wadham College di Oxford. La successiva recensio ha evidenziato
una insolita divaricazione fra l’elevato numero delle testimonianze
superstiti e la prassi, assai semplificata, con cui le Trecento novelle
sono state fino adesso edite, sulla base cioè di un unico teste, il
primo fatto trascrivere dallo spedalingo filologo Vincenzio Bor-
ghini (1515-1580), che è giunto a noi smembrato in due lacerti (M
= Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VI 112 + L1 =
Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, XLII 12), ambedue in
uno stato di conservazione assai precario.
Per un’opera di tanto notevole estensione, la collazione integra-
le di tutti i manoscritti a noi pervenuti è al di fuori della portata di
un singolo editore; tuttavia, questa edizione è per la prima volta
basata sulla collazione integrale dei quattro testimoni principali che
compongono i due diversi filoni che ci tramandano l’opera, con il
secondo che – estraneo all’attività di Borghini – è ora per la prima
volta riconosciuto nella sua autonomia e nelle sue coordinate
testuali e culturali. Dei rimanenti, un ampio canone di loci selecti ha
permesso una collocazione sufficientemente precisa anche se stret-
tamente funzionale all’economia della constitutio textus. Dalla recen-
sio è emersa la possibilità di definire il testo di riferimento del prin-
cipale continuatore trecentesco di Boccaccio attraverso il confron-
to dei due rami principali della tradizione, variamente ricostruiti:
ne risulta una migliore approssimazione alla lettera originale, con
la soluzione di molte cruces sacchettiane, e la discussione di passi
finora ritenuti soddisfacenti ma in realtà controversi sul piano
semantico o su quello tradizionale.
I testimoni, spesso parziali e manipolati nel canone e nell’ordi-
namento, risalgono in gran parte a note personalità della filologia
sei- e settecentesca, cui si deve l’accresciuto culto dell’opera come
testo di lingua e fonte inesauribile di voci e modi del buon seco-

VII
PREMESSA

lo. I connessi fenomeni di contaminazione e riscrittura, da non sot-


tovalutare specie in corrispondenza di luoghi problematici del
testo, rendono limitato l’apporto di tali testimonianze in chiave
propriamente ecdotica, ma dal loro esame emergono dati impor-
tanti di storia della tradizione. Se un’indagine puntuale della cir-
colazione manoscritta delle Trecento novelle fra Sei e Settecento
esula senz’altro dai fini propriamente ecdotici di questo volume, è
auspicabile che un rinnovato interesse per l’opera sacchettiana
possa coinvolgere figure quali Antonio Giamberti da Sangallo,
Rosso d’Antonio Martini, Lorenzo Gherardini e altri.
La distanza temporale rende difficile la corretta ripartizione e
direzione della mia gratitudine, ma la prima menzione va a Lino
Leonardi, che fin da un lontano seminario senese ha voluto acco-
gliere il lavoro nella collana Archivio Romanzo delle Edizioni del
Galluzzo. Un aiuto importante in varie fasi del lavoro è venuto da
Veronica Gobbato ed Elisa Treccani, mie dottorande presso l’Uni-
versità di Verona; molto devo agli organizzatori del seminario fio-
rentino Concetta Bianca e Giuliano Tanturli, che più volte hanno
ospitato discussioni in itinere di questo lavoro, e ai molti amici che,
in quella sede o altrove, mi sono stati prodighi di utili consigli:
Francesco Bausi, Giancarlo Breschi, Teresa De Robertis, Alessio
Decaria, Aldo Menichetti, Luca Morlino, Davide Puccini, Stefano
Zamponi. In altre sedi seminariali italiane ed estere ho avuto l’op-
portunità di anticipare varie fasi del lavoro, e sempre con utili indi-
cazioni, grazie a Antonio Corsaro, Paolo Divizia, Andrea Mazzuc-
chi, Dan O’ Sullivan, Wayne Storey, Sylvain Trousselard. Infine, lo
studio diretto dei manoscritti sarebbe stato ben più difficoltoso
senza l’aiuto di valenti bibliotecari quali Ebe Antetomaso (Biblio-
teca dell’Accademia dei Lincei e Corsiniana), Sandra Bailey
(Wadham College), Ida Giovanna Rao (Biblioteca Medicea Lau-
renziana) e gli amici dell’Accademia della Crusca. Le ultime fasi
del lavoro hanno beneficiato della preziosa supervisione redazio-
nale di Vittoria Brancato ed Elisa Treccani, cui si devono gl’indici.

Il libro è dedicato a Greta, mio paziente angelo custode.

VIII
INTRODUZIONE
I TESTIMONI

Per brevità e chiarezza d’esposizione, si anticipa il regesto dei testimoni


citati nell’introduzione e delle sigle che li contraddistinguono; le relative
descrizioni sono ridotte all’essenziale, specie per codici già oggetto di
studi precedenti, e devono intendersi come strettamente funzionali all’ar-
gomentazione sviluppata nelle pagine che seguono. Pertanto, dei testi-
moni miscellanei o compositi sono considerate solo le sezioni e gli aspet-
ti rilevanti alla recensio del novelliere.

A = Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana (BML), Ashburnham


574. Si tratta del notissimo autografo sacchettiano delle opere minori
(tutte quelle conosciute, con l’eccezione della Battaglia delle belle donne di
Firenze con le vecchie, attestata solo da apografi del secolo XV). In questa
sede, il testimone serve ai fini dell’accertamento linguistico: occorre dun-
que astrarre dalle parti in rima, evidentemente non indicative in quanto
l’uso d’autore vi appare condizionato da vincoli metrici, rimici e di gene-
re. Tuttavia, le ampie sezioni prosastiche (Lettere, Sposizioni di vangeli)
offrono una base sperimentale sufficientemente estesa, e improntata a
generi narrativi tutto sommato dimessi, che appaiono non troppo distan-
ti dal presumibile impasto linguistico del novelliere.1

1. Tra i molti contributi sull’autografo laurenziano, si vedano almeno: la


scheda L 51 in Codici romanzi, pp. 49-50 e tav. V; Sacchetti, Il libro delle rime, cit.,
pp. 1-4, e l’intero saggio di Lucia Battaglia Ricci, Tempi e modi di composizione
del Libro delle Rime di Franco Sacchetti (in Battaglia Ricci 1990: 109-137). Le
parti interessate dallo spoglio linguistico sono le cc. 49r-50r: Lettere in volgare a
madonna Franceschina moglie di Niccolò Ubertini (1385), a Rinaldo Gianfigliazzi
(1385), al conte Carlo da Poppi, ad Antonio degli Alberti; c. 54v: Lettera in volgare a
Giovanni Rinuccini per la morte del figlio (1391); c. 55v: Lettera in volgare a Donato
Acciauoli (1391); c. 56v: Lettera in volgare a Michele Guinigi Signore di Lucca (1392);
c. 57r-v: Lettere in volgare a Piero Gambacorti signore di Pisa (1392) con postilla di
Franco; cc. 58v-59v: Lettera in volgare a Iacomo di Conte da Perugia con relativa pre-
messa; c. 60r-v: Lettera in volgare ad Agnolo Panciatichi podestà di Bologna (al tempo
della podesteria di Faenza); cc. 62v-63r: Lettere in volgare ad Astore signore di Faen-
za (1396); cc. 90r-91r: Bestiario moralizzato (a margine, e spesso in latino, la virtù
o vizio corrispondenti); cc. 91v-92r: Ricette mediche e istruzioni varie in volgare;
cc. 92v-93v: Orazioni alla vergine Maria e ordine delle Messe; cc. 97r-145v: Sposi-
zioni di Vangeli suddivise per giorni della settimana.

XI
INTRODUZIONE

AS = Ipotetico manoscritto perduto: è il teste impiegato da Antonio


da Sangallo tanto nella copiatura di C e V (in combinazione con altra
fonte), quanto nel completamento dei codici R (= R’) e M (= M’).
Bi = Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale (BNCF), II II 8, cc. 1r-17v
(bianca la c. 18). Fascicolo autografo di Vincenzio Borghini, contenente
un regesto alfabetico di nomi e voci lessicalmente o fraseologicamente
notevoli del novelliere sacchettiano. Impaginati su due colonne (create
piegando longitudinalmente i fogli), i vari nomi propri, vocaboli e frasi
idiomatiche dell’opera sono citati secondo la paginazione di B; salvo
rarissimi casi, non sono tuttavia oggetto di annotazioni esplicative o com-
menti. Potrebbe trattarsi di un registro realizzato per uso proprio, ma il
nitore della copia fa pensare che si tratti di una trascrizione ‘in bella’,
destinata a una tipografia o ad altri collaboratori.2
B = Prima copia riconducibile all’iniziativa e all’ambiente di Vincen-
zio Borghini, oggi smembrata nelle due sezioni magliabechiana (= M) e
laurenziana (= L1). Le precarie condizioni generali del manufatto carta-
ceo sono particolarmente gravi per il primo lacerto. Una descrizione e
bibliografia delle due parti del famoso codice è leggibile in Codici roman-
zi, pp. 50 e 141-142 rispettivamente; sulla fisionomia del codice e sullo
stato di conservazione si sofferma Marucci 1994: 40-45.3 Costituisce la
base delle edizioni correnti.
C = Roma, Biblioteca dell’Accademia dei Lincei e Corsiniana
(BALC), 43 C 11 (595), Cart., sec. XVII prima metà, mm. 295 ¥ 209, cc.
20 num. mod. + pp. 492 con paginazione originale + 4 cc. num. mod.
(chiude una guardia moderna). Legato in piena pergamena con tassello al
dorso, il codice è interamente di mano d’Antonio d’Orazio da Sangallo,
salvo che le pp. 256 e 258, integrate di mano settecentesca. Al Proemio sac-
chettiano (pp. 4-5) segue un Indice alfabetico delle novelle, pp. 6-19, anch’es-
so di mano dello scriba principale. Il ms. è stato erroneamente catalogato
come un esemplare della Scelta borghiniana ma contiene in realtà 168
novelle, incluse molte di quelle escluse dal florilegio borghiniano per il
loro contenuto vistosamente sacrilego e licenzioso.

2. Sia pure in modo fugace (Barbi 1927: 116 n. 5), la possibilità che il Prio-
re degl’Innocenti fosse in possesso della seconda parte di B anche dopo il suo
smembramento è ammessa da Barbi, anche se in contrasto con la sua tesi gene-
rale, secondo cui M sarebbe stato prestato o altrimenti ceduto prima del 1571,
quando solo l’altra sezione, rilegata alle armi medicee, fu esposta sul Pluteo
XLII della Biblioteca Laurenziana, aperta in quell’anno (si veda oltre, p. XLI).
3. Il lacerto magliabechiano è stato oggetto di un buon restauro, ma occorre
osservare che, nel saggio citato, lo stato assai precario delle due parti di B e di L
(in realtà solo di B), sono attribuite ai danni causati dall’alluvione fiorentina, e le
attuali buone condizioni generali di leggibilità al relativo restauro (Marucci 1994:
40). A chi scrive non risulta che il fondo manoscritti della BNCF, tanto meno la
BML, siano mai stati danneggiati dai ben noti fatti del novembre 1966.

XII
I TESTIMONI

C1 = Roma, BALC, 43 C 12 (596), Cart. sec. XVIII, mm. 318-321 ¥


216-220 (il ms. è in barbe), cc. I-IX (num. romana) + pp. 264 (paginazio-
ne araba). Sebbene presentato fin dal tassello sul dorso come “tomo
secondo” del prec. (titolo ms. «Nov. / di Sacc. / Fior. / To. 2»), il ms. con-
tiene in realtà una scelta del tutto arbitraria di 42 novelle.4
FR = BNCF, Filze Rinuccini 22/1. Silloge di undici novelle (LXIII,
LXIV, LXV, LXVI, LXVII, LXVIII, LXIX, LXX, LXXIV, LXXVI, LXXVII), con
annotazio-
ni di mano del Borghini; cart., mm. 288-90 ¥ 218-9, fascicolo sciolto di 12
carte (n. n., num. mod a lapis nell’angolo inf. destro interno); bianche le
cc. 1-3, verosimilmente in vista di un’aggiunta che non venne mai com-
piuta e/o della redazione di un testo prefatorio. Dei richiami all’interno
dei singoli bifogli manifestano comunque un intento unitario, con la
prima parola del bifoglio successiva scritta in basso a destra del verso della
c. precedente (Agnolo, 4v; facea, 5v; potesse, 6v; il Passera, 7v; amore, 8v; à
mezze, 9v; manca il richiamo a 10v, forse perché a c. 11r seguono solo 18
righe a concludere la nov. LXXVI).5
L = Firenze, BML, Pluteo XLII 11. Seconda copia riconducibile all’ini-
ziativa e all’ambiente di Vincenzio Borghini; si tratta del teste più comple-
to e meglio conservato, dal cui canone e ordinamento derivano anche le
edizioni correnti: occorre infatti sottolineare che queste ultime non seguo-
no B nella numerazione spesso fallace. Trascrivendo le pp. 175-176, ad
esempio, B salta dal numero 69 [= LXXIII] al 74 [= LXXIV], recuperando il
precedente salto dei numeri corrispondenti a novelle mancanti o non
riportate per intero (Zaccarello 2008: 110). Legatura medicea realizzata in
occasione dell’apertura della Biblioteca Medicea Laurenziana (1571).
L1 = Firenze, BML, Pluteo XLII 12. Secondo lacerto di B, contenen-
te le novelle CXXXIX (acefala) e successive, ma con gravi danni e lacune,
specie nelle prime carte. Una pesante rifilatura ha nella quasi totalità dei
casi asportato l’antica cartulazione in alto a destra, che appare corretta (1-
174, resta il numero sul recto dell’ultima carta); permane l’originale
segnatura dei fascicoli, tutti quaderni, in basso a destra: essa parte da y1 e
arriva a vv8 (bianca). Legatura medicea realizzata in occasione dell’aper-
tura della Biblioteca Medicea Laurenziana (1571).

4. Come anche il 43 C 11 non rappresenta la Scelta borghiniana ma un ms.


pressoché completo, così questo non è affatto un ‘completamento’ di essa. Si
tratta di sole 42 novelle, munite di un indice descrittivo con i relativi argo-
menti (cc. IIIr-VIIIr).
5. Anche se qui interessa la sola prima sezione, la diretta pertinenza bor-
ghiniana dell’intero fascicolo è garantita, oltre che da un codice del sec. XVI
contenente Il Novellino (n. 2), dalla sezione n. 3 contenente appunti autogra-
fi del Priore sulla lettura di rimatori antichi da un ms. forse «di mano dell’aba-
te Bartolini», e da un glossarietto pure autografo di voci di italiano antico (n.
9). Nella sezione sacchettiana compaiono inoltre sporadiche ma sicure anno-
tazioni del Priore, già segnalate da Barbi (1927: 119 e n. 10).

XIII
INTRODUZIONE

M = Firenze, BNCF, Magl. VI 112. Primo lacerto di B, contiene le


novelle fino alla CXXXIX compresa (anche se mutila), ma con gravi danni
e lacune. Paginazione originale 1-326 (ma la carta che precede, conte-
nente il Proemio, non è numerata). Alle cc. 1-13 (num. mod.) un indice
alfabetico (Tavola) delle novelle compilato da Antonio da Sangallo, tra-
scrittore della successiva integrazione (pp. 327-555, M’). Chiude il codice
un foglio sciolto, contenente un «Indice delle novelle di Franco Sacchet-
ti che sono di più in un testo nella libreria di San Marco» (cioè appunto
la Laurenziana).6
M’ = Completamento di M, di mano di Antonio d’Orazio da Sangal-
lo, comincia con la nov. CXXXIX (Massaleo in prigione col giudice della
mercanzia), p. 327, e finisce con la CCXXIII (il doppio gioco di Giovanni
da Barbiano, p. 555), la stessa novella con cui finisce C.
N = Firenze, BNCF, II I 25 (già Magl. VI 40), cart. con barbe, mm. 318-
320 ¥ 219-221, sec. XVIII prima metà (anche se la guardia anteriore lo dà
come saec. XVII exeuntis), legatura in piena pergamena con titolo al dorso.
Complessive cc. 615, con il testo che occupa cc. 1-581r (dopo una c. bian-
ca col titolo), 582-585 bianche e un indice alfabetico delle novelle alle cc.
586r-615r (Zaccarello 2008: 152-153).
G = Oxford, Wadham College Library, ms. A.21.24 (già M. 39). Cart.,
sec. XVI ex.-XVII in. (l’unica data presente nel ms. è il 1739, data della
firma di possesso di Richard Warner sul v. della prima guardia), mm. 310
211, pp. 524 (la numerazione, apposta sulle singole facciate in alto a destra,
è corretta), di cui sono del tutto bianche le pp. 76, 436, 447-448, 455, 502-
503 e perlopiù bianche le pp. 456 e 504. Ottimo stato di conservazione,
eccezion fatta per una lieve rifilatura al margine esterno che ha talora com-
promesso la leggibilità di alcune postille e – più raramente – dei numeri di
pagina (per una descrizione dettagliata, Zaccarello 2004: 105-106).
Pal = Firenze, BNCF Pal. 524 (già E. 5. 3. 52). Cart., sec. XVII, mm.
291-92 ¥ 198-99, cc. XVI + pp. 448 (con una guardia ant. recante il tito-
lo «Novelle di Franco Sacchetti», e una post. bianca). Interamente di
mano di Antonio d’Orazio da Sangallo, che redige anche un indice (cc.
I-XII, cc. XIII-XVI bianche). Legatura in piena perg., assai sciupata; dorso
rifatto. Il ms. rivela il progetto di trascrivere una copia della Scelta con
integrazione al relativo canone, sul modello del Riccardiano 2142 (v.
oltre). Ma, forse per motivi di spazio, le novelle sono trascritte in nume-
ro minore: l’appendice di Pal conta infatti 39 novelle contro le 42 di R’
(mancano XIII, LIX e CXX).

6. Vi sono elencate le seguenti novelle, con relativi argomenti: CXI, CXL,


CXLIII, CXLIX, CLI, CLII, CLVII, CLXII, CLXIV, CLXVII-CLXIX, CLXXI, CLXXIII, CLXXXI-
CLXXXIII, CLXXXVI, CXC, CXCVII, CXCIX, CCI-CCV, CCX-CCXII, CCXV-CCXVII-CCXI,
CCXXVIII-CCXXIX, CCXXXI, CCLIV-CCLV, CCLVIII.

XIV
I TESTIMONI

R = Firenze, Biblioteca Riccardiana (BR), 2142. Cart., sec. XVII, mm.


318-19 ¥ 224-25, cc. I + 242 (numerate per pagina, 1-481) + I. Si tratta di
un teste ritenuto già da Barbi (p. 119 e n. 11) uno dei migliori manoscritti
della Scelta borghiniana (trascritta alle cc. 12r-195r da una mano profes-
sionale della prima metà del Seicento), al cui proposito una nota apposta
sulla seconda guardia dichiara: «Questo libro fu di Marcello Adriani, che
lo copiò di sua mano dall’originale e lo rivedde diligentiss(imamen)te».
Alle cc. 1r-11r un indice alfabetico delle novelle, redatto da Antonio da
Sangallo, estensore di R’.
R’ = Completamento di R trascritto da Antonio d’Orazio da Sangal-
lo con un’appendice di 43 novelle (da c. 195v a c. 242r). Queste, tutte a
vario titolo di materia scabrosa e anticlericale, compaiono nell’ordine
sequenziale in cui compaiono nel canone consueto, suggerendo l’impie-
go di una fonte integra: IV, VII, X, XI, XIII, XXII, XXIV, XXV, XXVIII, XXXII, XXXIII,
XXXIV, XXXV, XXXVI, XXXVII, XLI, LIX7, LX, LXXI, LXXII, LXXIII, LXXV, LXXIX,
LXXXIII, LXXXIV, LXXXVII, LXXXIX, XCIII (solo l’argomento e il frammento
iniziale), C, CI, CIII, CIX, CX, CXIII, CXVI, CXX8, CXXI, CXXV, CXXVI, CXXVIII,
CXXXIII, CXXXIV.9

R1 = Firenze, BR, 2143, cart., sec. XVII, mm. 297-8 ¥ 206-8, cc. II +
261 + IV, numerate a macchina nell’angolo in basso a destra (la num. ant.
in alto non tiene conto dell’indice). Si tratta di un testimone della Scelta
nella configurazione tipica (Proemio e 133 novelle), priva di appendici; alle
cc. 1r-4r indice topografico delle novelle, redatto dalla stessa mano che
comincia il testo, una corsiva molto inclinata a destra e con ambizioni
estetiche testimoniate dalla lunghezza di aste e svolazzi. Questa trascrive
fino a metà di c. 115r, poi lascia il posto a una mano di modulo molto più
arrotondato e meno regolare, che completa il lavoro. Sul recto della prima
guardia un’annotazione rinvia a R come «copiato, come dice, da u(n)
testo dell’Originale: ivi sono 171 novelle». Legatura in piena pergamena,
con titolo al dorso Sacchetti / Novelle / Sec. XVII, tagli rossi.

7. L’argomento della novella, acefala, è sostituito dall’annotazione Questa


istoria d’haver fatto sotterrare insieme con un corpo morto di un Pellegrino [un prete
vivo] è attribuita al Conte di Virtù Sig.re di Melano è attribuita al conte di Virtù, signor
di Milano. Quest’ultima, assente dai testimoni borghiniani, si trova solo in G N,
da cui si desume anche la necessaria integrazione fra parentesi quadre.
8. L’argomento, presente nei testimoni principali, è qui mancante e sosti-
tuito dall’annotazione Istoria o novella al tempo del Duca d’Atene, desunta con
tutta evidenza dall’esordio della novella.
9. Si tratta dunque d’una integrazione ben diversa da quella che costitui-
sce la raccolta di Lorenzo Gherardini, che integrò il canone della Scelta a par-
tire da fonti borghiniane: 39 testi desunti da B (o meglio dal suo lacerto
magliabechiano, M) con altri 29 estratti da L. Sulla raccolta Gherardini, la cui
consistenza è ricostruita in dettaglio da Michele Barbi, cfr. ancora Zaccarello
2004: 111 e relativa bibliografia.

XV
INTRODUZIONE

T = Milano, Biblioteca Trivulziana, 192. Cart., sec. XVII (post 1617). Si


tratta del codice più autorevole della Scelta borghiniana, trascritto da una
«copia mandatami dal s(igno)r Giulio Ottonelli l’anno 1617 con sua let-
tera delli 9 d’Aprile; la qual copia egli l’ebbe in Firenze, ed è quella di cui
servironsi quei valentuomini che l’anno 1572 corressero il Boccaccio, e le
quali volevano far stampare» (c. 2r). In questa sede, il codice interessa in
particolare come latore di due elenchi, datati appunto 1572 (cc. 2r-3r): il
primo di 82 testi afferenti al canone della Scelta, «Novelle di Franco Sac-
chetti, che si hanno da copiare per far stampare», il secondo di altre dieci
«da racconciarsi non avendo il num(er)o delle c(art)e» (ambedue gli elen-
chi fanno riferimento alla paginazione di M, e si trovano trascritti in
Barbi 1927: 161-166).
V = Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, it. VIII 15 (prov. Aposto-
lo Zeno, 58). Cart., secolo XVII, mm. 296-97 ¥ 209-10, cc. I + 16 (pagi-
nazione mod. a lapis) + 200 (paginate 1-432 nella num. autografa di Anto-
nio, ma c’è salto da p. 48 a p. 81 per la perdita di un intero fascicolo di 16
cc.) + I. Interamente di mano di Antonio d’Orazio da Sangallo, che dopo
il Proemio (c. [1]r-v), compila di sua mano un indice alfabetico (secondo
l’iniziale del protagonista delle novelle) alle pp. [2]r-[14]v. Le pp. [14]-[16]
sono del tutto bianche. Il testo comincia al recto successivo, donde parte
la paginazione di Antonio, con una grafia più posata e calligrafica del soli-
to, che cede dopo poche carte il posto al consueto tratto corrente e piut-
tosto inclinato a destra.
E = Delle novelle di Franco Sacchetti cittadino fiorentino. Parte prima, in
Firenze [s.t.], 1724: Proemio e novv. I-CXLIII; Delle novelle di Franco Sacchetti
cittadino fiorentino. Parte seconda.10 In Firenze [s.t.], 1724. Prevalentemente
sulla base di L, mediante un’apposita copia che ne venne tratta ed è tut-
tora conservata (Firenze, BML, Acquisti e doni 223), è stata allestita l’edi-
tio princeps del novelliere, promossa e curata da Giovanni Gaetano Botta-
ri (1689-1775), pubblicata con data Firenze 1724, ma stampata in realtà a
Napoli l’anno successivo. L’edizione, il suo diretto antigrafo e i suoi cura-
tori sono ora oggetto del pregevole saggio di Salvatore 2013.

10. La seconda parte, con nuovo frontespizio, precede la novella CXLIV


(Stecchi e Martellino al cospetto di Mastino): la suddivisione non corrisponde
dunque in modo esatto alle due parti in cui è smembrato B.

XVI
LA TRADIZIONE TESTUALE

E’ non basta, acciocché un libro sia da pigliar


sicuramente per buono, l’essere scritto in penna
o che, in un luogo o due, si truovi tale, né anche
in quattro o sei, perché, come non è così buon
libro che non habbia alcun mancamento, così
non sarà facilmente un sì cattivo che non habbia
qualche buon luogo.1

I. L’OPERA E LE SUE COORDINATE DI PARTENZA

C on il titolo tradizionale Trecentonovelle si indica la raccolta di


novelle messa insieme da Franco Sacchetti (Ragusa di Dalmazia
1332 - S. Miniato 1400) nell’ultimo decennio della sua vita, vero-
similmente proprio a S. Miniato.2 Con ogni probabilità rimasta
incompiuta rispetto al progetto espresso dal titolo, l’opera non
doveva comunque essere destinata alla pubblicazione, quanto
all’intrattenimento di una ristretta cerchia di familiari ed intimi
dell’autore, in modo strettamente connesso al valore esemplare
dei racconti e alle relative finalità moraleggianti. In questo aspet-
to, e non nel livello di cultura di Franco, si può vedere un’impli-
cita conferma del topos storiografico dell’autore discolo e grosso,
lontano da reali ambizioni letterarie: in una delle sue rime auto-
grafe, è lui stesso a rifiutare al corrispondente Giovanni d’Ame-

1. Borghini, Annotazioni Boccaccio, p. 17.


2. Stando a quanto lui stesso ne dice nella novella LXXVII, l’opera sarebbe
stata composta proprio nella cittadina dove, prima podestà del 1392 e poi
vicario del Comune di Firenze: «Io era podestà d’una terra dov’io descrissi le
predette novelle» (LXXVII 11). Sulla biografia sacchettiana, e particolarmente
sul problema del luogo di nascita, mi permetto di rinviare a Zaccarello 2010,
con bibliografia ivi citata. Un’inedita e anonima Vita di Franco Sacchetti il vec-
chio sarà pubblicata a breve dal ms. Londra, British Library, Add. 20056, dalla
mia allieva Elisa Treccani, che me ne ha cortesemente anticipato il testo
(Treccani c.d.s.).

xvii
INTRODUZIONE

rigo la consultazione del novelliere, invitandolo piuttosto a occu-


parsi delle «stelle».3
Proprio in quanto manufatto privato, indirizzato non alla pub-
blicazione, ma alla circolazione in un ristretto circolo familiare,
possiamo immaginare con buona verosimiglianza il perduto auto-
grafo del novelliere come tipologicamente omologo del codice
superstite delle opere minori, il notissimo Laurenziano Ash-
burnham 574 (A), manufatto cartaceo e redatto senza particolari
cure estetiche, autentico work in progress che ospita testi di assai
variabile statuto letterario, originali ed altrui, senza un progetto
unitario né una coerente struttura macrotestuale. Come brillante-
mente illustrato da Lucia Battaglia Ricci (1990) a proposito di que-
st’ultimo, un tale circuito interno e privato di scrittura e lettura
implica spesso un’intricata contaminazione di fonti, ponendo inso-
liti problemi di trattamento filologico e resa editoriale.4
Sul piano macrotestuale, il Trecentonovelle rappresenta un’opera
di difficile inquadramento, il cui profilo tradizionale appare per
molti versi esemplare: essa ci giunge incompleta da vari punti di
vista: (a) perché Sacchetti non ne portò mai a termine la compo-
sizione; (b) perché alcune sue parti si sono perdute nella trasmis-
sione manoscritta; (c) perché il testo non è mai stato approntato e
licenziato per la pubblicazione. Una natura tanto sfuggente del
macrotesto avrebbe dovuto imporre da tempo un esame attento
della tradizione superstite, specie in relazione a un testo che per

3. Sacchetti, Rime, CCCVIa-b; cfr. Puccini, p. 29. Ad ogni modo, a una cir-
colazione non solo orale sembrano rinviare pur isolate eco quattrocentesche
del novelliere, ad esempio nelle novelle dello pseudo Gentile Sermini. Nella
recentissima edizione a cura di Monica Marchi (pseudo Sermini), il rap-
porto con il modello sacchettiano sembra particolarmente intenso in alcu-
ne novelle d’ambientazione non toscana. La nov. XX è ambientata a Geno-
va proprio come la CLIV di Franco, di cui condivide pressoché integralmen-
te l’intreccio: un giovane genovese (Spinola in Sacchetti, Salvini nel Sene-
se) si sposa con una bella ragazza, e parte subito dopo lasciandola priva degli
affetti coniugali; quando torna dopo lungo tempo, il matrimonio è ugual-
mente felice (in Sacchetti la moglie resta illibata, nel nostro il genovese
accetta il bimbo della donna come suo).
4. Tali difficoltà, tuttavia, rendono particolarmente interessanti i risvolti
metodologici di tali recuperi, e arricchiscono l’interpretazione del contesto
sociale, comunicativo e culturale di tali manufatti. Tra i molti contributi sul
Laurenziano Ashburnham 574, si vedano almeno: la scheda L 51 in Codici
romanzi, pp. 49-50 e tav. V; Sacchetti, Rime, cit., pp. 1-4; L. Battaglia Ricci,
Tempi e modi di composizione del Libro delle Rime di Franco Sacchetti, in Batta-
glia Ricci 1990: 109-137.

XVIII
LA TRADIZIONE TESTUALE

secoli ha suscitato grande interesse in studiosi e cultori di lettera-


tura: nella vivacità linguistica come nel nitore della rappresenta-
zione, le Trecento Novelle hanno presto rivendicato un posto fra i
classici della narrativa toscana e nazionale.5 Precocemente accolto
nel ristretto canone dei testi citati nel Vocabolario degli Accademici
della Crusca, il novelliere è stato oggetto di un gran numero di
schedature lessicali e note di commento, ma non di cure testuali
adeguate alla sua importanza e alla complessa storia della tradizio-
ne che lo caratterizza.6
Quanto al canone e all’ordinamento, si dispone già di un punto
d’arrivo nelle ultime edizioni, che (a causa del dissesto materiale e
delle numerose lacune di B) si fondano sulla testimonianza più
completa tra le superstiti, il manoscritto L. Rispetto al presumibi-
le progetto originale, anche in quest’ultimo risultano del tutto
mancanti venticinque novelle (I, XLIV-XLVI, LV-LVIII, XCIV-XCVI,
CCXXXIII-CCLIII, CCLVI-CCLVII), della CLXXI e della CCXXXII sopravvi-
vono i soli argomenti, mentre altre sedici sono acefale, mutile o
altrimenti incomplete (XLIII, XLVII, LIV, LIX, LXXV, XCIII, XCVII, CXXI,
CXXVIII, CXXXVI-CXXXVIII, CLXXII, CCLIV-CCLV, CCLVIIII).7 Sul canone
di L si fonda dunque anche la presente edizione, con l’importante
differenza che le novelle mancanti dal testo base G sono edite a
partire dello stesso laurenziano, sia pure con le varianti di B; per-
tanto, sul piano formale e sostanziale presentano anch’esse divari-
cazioni di un certo rilievo nei confronti del textus receptus, per le
quali si rimanda alla Discussione dei singoli passi (pp. XCV-CXC).

5. La editio princeps del novelliere si apre appunto con una nutrita rassegna
di citazioni e apprezzamenti che Franco e la sua opera hanno collezionato
nella critica e storiografia locale, partendo dalla Difesa della città di Firenze e dei
fiorentini di Paolo Mini (1577), e fino all’Istoria degli scrittori fiorentini del gesui-
ta ferrarese Giulio Negri, uscita postuma nel 1722, solo tre anni prima dell’e-
dizione sacchettiana (E, pp. 1-8).
6. All’importanza del testo sacchettiano per l’interpretazione di testi del
buon secolo, e i relativi studi lessicografici condotti a Firenze, nell’ambiente
cruscante, durante la prima metà del Settecento si rivolgono due pregevoli
studi apparsi in tempi recentissimi (Salvatore 2013, Verlato 2014), cui si rinvia
anche per una contestualizzazione bibliografica. Mette appena conto dire che
un’indagine anche sommaria di tali vicende esterne, o al più indirette, della
tradizione avrebbe allontanato dall’obbiettivo di questo volume, che resta
strettamente ecdotico.
7. Per la determinazione del canone delle Trecento novelle, mediante un’a-
nalitica comparazione del canone e ordinamento delle testimonianze princi-
pali, si veda la tavola sinottica in Zaccarello 2004: 132-138.

XIX
INTRODUZIONE

La novità più evidente è che la presente edizione ripristina il


titolo probabilmente originale Le trecento novelle, mentre quello
vulgato Il Trecentonovelle si basa sulla forma univerbata tràdita dai
codici borghiniani («Proemio del CCCnovelle composte per Franco
Sacchetti cittadino di Firenze»). La forma è evidentemente calcata
sul titolo (il) Centonovelle, formula che si afferma solo nel pieno
Rinascimento per indicare il capolavoro boccacciano.8 Un esame
anche sommario poteva indurre a dubitare del mancato accordo
del participio con composte, unanime nella tradizione, che si accor-
da con novelle e non con la presunta forma sostantivata maschile.
Ferma restando l’analogia stabilita da Franco col modello dichiara-
to, la lezione della rubrica d’esordio andrà quindi restaurata nella
forma «Proemio delle Trecento novelle composte per Franco Sacchet-
ti cittadino di Firenze».9
Queste particolari coordinate di produzione rendono indispen-
sabile ricostruire in modo almeno sommario la storia della tradi-
zione del novelliere, oggetto di pregevoli cure editoriali fin dal
Rinascimento ma approdato alle stampe solo nel 1725. La sistema-
zione complessiva dell’ampia e complessa tradizione del testo è
oggetto di alcuni miei studi preparatori (2004, 2008, 2012, 2013) e
viene qui ripercorsa solo per sommi capi, in modo strettamente
funzionale all’edizione e soffermandosi in modo analitico solo su
aspetti rilevanti per l’esposizione.10 Basti per adesso sottolineare
che le difficoltà ecdotiche sono rilevanti, e non solo per la mole e
la natura dell’opera: questa è la prima edizione il cui testo è costi-
tuito non a partire da un singolo testimone, corretto in via con-
getturale o con un minimo e saltuario ricorso alla varia lectio dispo-
nibile, ma secondo una classificazione delle principali testimonian-

8. Lo stesso Sacchetti definisce il Decameron «il libro delle Cento Novelle»


(Proemio, par. 2). Per la dimostrazione completa, si rinvia a Zaccarello 2008:
165-166: il parallelo col titolo boccacciano è sottolineato da Puccini, p. 63.
9. Imposta dalla collazione, la forma è confermata anche dalla tradizione
indiretta del novelliere; ad esempio, nell’inventario della sua biblioteca, un
appassionato copista ed editore dell’opera, Antonio Giamberti da Sangallo
(1551-1636), annota per ambedue le copie in suo possesso: «Delle Trecento
Novelle una gran parte di Franco Sachetti Nostro cittadino fiorentino»
(Firenze, Biblioteca Riccardiana, 2244, c. 54r) e «Le Trecento Novelle di Fran-
co Sacchetti» (ivi, c. 57r). A conferma dell’influsso che sul titolo esercitava
ancora il Decameron, nell’ultimo degli esempi citati, il Sangallo scrive dappri-
ma «Delle cento…», poi corregge con un tratto orizzontale.
10. Per una prima rassegna delle testimonianze, si veda il mio Zaccarello
2008: 151-154. Ad aspetti più propriamente linguistici si rivolgono alcuni più
recenti studi (2012 e 2013).

XX
LA TRADIZIONE TESTUALE

ze, per una succinta descrizione delle quali si rimanda al regesto dei
testimoni che apre quest’introduzione. Si propone in questa sede
un primo esame complessivo delle principali testimonianze, alcu-
ne da tempo note ma raramente compulsate, altre emerse di recen-
te o rivalutate nel loro apporto ecdotico.
Venuta meno l’attesa edizione critica annunciata da Franca
Ageno per i Classici Mondadori negli anni Cinquanta, infatti, la
prospettiva attuale sul novelliere sacchettiano non può ancora gio-
varsi di una sistemazione complessiva della tradizione manoscritta
del testo, e ad oggi l’unico lavoro pubblicato che disegni un profi-
lo complessivo della tradizione è Barbi (1927). Quest’ultimo, sia
pure saldamente basato su un’ ampia indagine del testimoniale,
intendeva illustrare i problemi specifici del testo sacchettiano e
impostarne la deontologia ecdotica in vista di ulteriori approfondi-
menti: immediatamente assunto come paradigma di riferimento,
tuttavia, mai contraddetto né sottoposto ad alcuna verifica, il saggio
barbiano è passato rapidamente in giudicato, e si può oggi dire che
tanto la cautela ivi espressa nell’esporre ricerche parziali e in itinere,
quanto l’auspicio di nuove e più ampie indagini non hanno avuto
il séguito sperato. Priva di successivo e sistematico riesame della
varia lectio, la questione del testo delle Trecento novelle è stata così
posta come discussione puntuale, anche brillante, di singoli passi
problematici, ma non ne ha individuati molti altri che la collazione
avrebbe rivelato bisognosi di restauro o comunque insoddisfacenti.

II. LA «RECENSIO» DI MICHELE BARBI

Anche sulle testimonianze da tempo conosciute, l’attività pro-


priamente filologica ed ecdotica appare estremamente lacunosa in
relazione a un’opera da tempo assurta al ristretto canone dei clas-
sici della nostra letteratura, e da sempre onorata come testo di lin-
gua del buon secolo. Del resto, Barbi concepì il citato studio (1927)
non come passaggio preliminare verso un’edizione critica, ma per
riscattare l’opera dalle «tristi condizioni» (p. 115) in cui essa è stata
tramandata, e al contempo svincolarne la fruizione dalla inaffidabi-
le edizione procurata da Ottavio Gigli a fine Ottocento. Tanto per
l’amplissimo esame della tradizione quanto per le puntuali propo-
ste di emendamento, il lavoro di Barbi ha meritamente costituito il
paradigma di ogni successiva iniziativa editoriale, a partire dall’edi-
zione curata da Vincenzo Pernicone (Firenze, Sansoni, 1946); tut-
tavia, un tale atteggiamento reverenziale ha sostanzialmente soffo-

XXI
INTRODUZIONE

cato ogni dibattito o contraddittorio sulla questione del testo, pro-


muovendo a punti fermi vari aspetti problematici della questione
cui Barbi stesso lasciava margini di dubbio e perplessità.
In particolare, più volte il filologo pistoiese congettura, sulla base
della recensio, l’esistenza di un filone alternativo che ci ha traman-
dato l’opera, cosa fino a quel momento mai ipotizzata: valutando
alcune lezioni accolte dal Gigli, infatti, giunge a giustificarle come
retaggio di una tradizione estranea al cantiere borghiniano sulle
Trecento novelle, che gli appare testimoniata dal solo codice recen-
ziore N. Di fronte alla possibilità di un ramo indipendente di tra-
smissione, occorrerebbe agire di conseguenza nella constitutio textus,
e in modo coerente per l’intero novelliere:
O le varianti […] sono genuine, e allora bisogna che accanto alla tra-
scrizione borghiniana s’ammetta qualche altra tradizione manoscritta
indipendente, che va tenuta nel debito conto non soltanto per quei dati
passi ma per tutto il testo; oppure tutti i codici esistenti derivano, come il
Gigli credé, dalla copia Borghini [B], e allora le varianti che offre la stam-
pa o il codice II I 25 [N] devono tenersi per arbitrarie, o tutt’al più si pos-
sono accogliere – se felicemente dedotte dagli elementi che il testo Bor-
ghini ci conserva – come correzioni congetturali di manifesti errori
incorsi nella tradizione genuina. (pp. 128-129)

Occorre sottolineare che indipendente non indica qui un diverso


punto d’origine della tradizione, dato che lo stesso Borghini testi-
monia che al tempo suo sopravviveva un solo testimone, e solo da
questo singolo manufatto, riscoperto poco prima dallo Spedalingo
degl’Innocenti, si poteva accedere all’opera. Si può invece ipotiz-
zare che il malconcio originale sia stato fruito in modo diverso in
due momenti successivi, e con diversa capacità di lettura e pene-
trazione del senso. Verso questa possibilità sembrano orientare le
macroscopiche varianti presenti in N, di cui Barbi offre un’ampia
campionatura alla fine del suo saggio. Spesso manifestamente
poziori rispetto al testo borghiniano, esse sono inizialmente spie-
gate come derivanti da «una trascrizione indipendente da quella
borghiniana», in cui almeno occasionalmente lo scriba abbia potu-
to aguzzare la vista su un modello ormai pesantemente mutilato e
sfigurato dal degrado materiale:
Per accettare nel testo queste parole in più bisogna credere che un
copista, avendo davanti l’originale che ebbe a sua disposizione il Borghi-
ni, sia riuscito in questo punto (guasto e svanito) a leggere qualche cosa
che all’amanuense del Borghini, e al Borghini stesso nei suoi riscontri,
non venne fatto (p. 129).

XXII
LA TRADIZIONE TESTUALE

Tale ipotesi, più volte riproposta nel corso del saggio, viene infi-
ne abbandonata in favore di un severo giudizio sulle cospicue
varianti offerte dal filone alternativo della tradizione, «lezioni così
evidentemente arbitrarie da poter noi senza scrupolo attribuire ad
arbitrio anche le parole che troviamo aggiunte nella fine della
novella CXXXVIII» (p. 154). Valutando la varia lectio disponibile in
codici non riconducibili all’iniziativa del Priore, del resto, Barbi
aveva accesso a testimonianze seriori (e legate a epoche caratteriz-
zate da una certa disinvoltura nell’accesso alle fonti): più che nor-
male, pertanto, che egli diffidasse di N, manufatto prodotto nelle
immediate vicinanze della princeps E (1725), cioè in una temperie
caratterizzata dalla forte iniziativa editoriale di intellettuali e culto-
ri del Sacchetti e, più in generale, dal gran fermento redazionale e
lessicografico intorno al buon secolo della lingua toscana.11 La ten-
denza a questo genere d’interpolazioni, del resto, era stata già osser-
vata dai curatori della stampa settecentesca, sia pure in modo cir-
coscritto a un caso specifico, attribuito all’iniziativa dell’abate
Lorenzo Gherardini. Sottolineando il credito dato ai soli mano-
scritti laurenziani, la Prefazione afferma: «Solo nella novella 100 vi
sono in fine alcuni pochi versi postivi per conclusione, che sono
copiati da un ms. moderno, che fu del canonico Lorenzo Gherardi-
ni, e che non si leggono in quello di S. Lorenzo. Pure, quando la
diversità c’è paruta notabile, l’abbiamo posta in margine» (E, p. 37,
mio il corsivo). Nella presente edizione, quei pochi versi sono l’in-
tero par. 7 della novella, tràdito dal solo versante non borghiniano,
e nel testo critico conviene riportarlo per intero:

E però conviene che il predicatore sia sì discreto che se predica a una


gente in una terra che sieno ricchi per usure, molto gli riprenda in su
quello; e se predica ai poveri, gli conforti in su la povertà; s’e’ sono macu-
lati di sfrenate concupiscenze, contro a quelle dica; se da storsioni, se da
rubarie o da ingiurie, e così d’altri vizi deve fare il simile, acciò che non
sia ripreso da uno pover uomo come fu colui.

11. Il primo quarto del Settecento segna l’apice della fortuna letteraria di
Franco Sacchetti: basti accennare all’intenso lavoro che svolsero intorno alla
sua opera filologi e poligrafi quali Anton Maria Biscioni, estensore della copia
di tipografia su cui venne esemplata la princeps del novelliere (Napoli,1725; il
ms. è stato ora identificato nel Laurenziano Acquisti e Doni 223 da Salvatore
2013: 195-196, cui si rinvia per descrizione e bibliografia), Giovanni Gaetano
Bottari cui si deve l’edizione stessa, o il cruscante Rosso d’Antonio di Piero
Martini, trascrittore di uno tra i più completi codici delle Rime di Franco, il
Palatino 205 della stessa Nazionale fiorentina, datato 1725-26 (Zaccarello
2008: 153 e n. 8, con relativa bibliografia).

XXIII
INTRODUZIONE

Si tratta di una ‘morale’ che si leggeva forse con difficoltà nel


modello, e poteva anche essere oggetto di censura da parte di scri-
bi particolarmente rigidi nei confronti delle stoccate sacchettiane
contro il clero; quel che è certo è che lo stesso Borghini doveva
ritenerlo autentico, se lo ripristina integralmente di sua mano nel
troncone magliabechiano di B.12
Solo molti anni dopo lo spettro della tradizione non borghinia-
na, esorcizzato da Barbi, ha potuto acquisire maggiore consistenza
in seguito al ritrovamento di una nuova testimonianza: il codice G,
che proprio insieme a N deriva da una perduta fonte comune, e
che caratteristiche grafiche e filigrane consentono di collocare nel-
l’ultimo decennio del Cinquecento.13 Si tratta di una prova che, già
a fine del secolo XVI, esisteva una tradizione parallela, che muove
dallo stesso malconcio manufatto posseduto dal Borghini, ma sem-
bra caratterizzata da un esame più attento di quello, e può essere
collocata prima della confezione di G, cioè immediatamente a
ridosso della copia promossa dal Priore.
Per riprendere e integrare l’esemplificazione di Barbi, è oppor-
tuno elencare i luoghi del testo in cui interi paragrafi sono presenti
solo in questa tradizione alternativa, e che sono atti a dimostrare
come quest’ultima prenda avvio non solo da una lettura più atten-
ta del comune modello, ma soprattutto da un atteggiamento più
appassionato e partecipe, tanto alle vicende narrate quanto agli
aspetti linguistici e fraseologici dell’opera.14 Nella tabella 1 ripor-
tata di séguito, sono riportati i passi più notevoli offerti da G N (e
dunque presenti nel loro antecedente, che chiameremo z), a fron-
te di un testo lacunoso o del tutto omesso in B L, e dunque in tutte
le edizioni correnti:

12. M, p. 241; i curatori di E attingevano naturalmente al solo L, e in tal


senso va letta la precisazione sul credito dato ai manoscritti «di S. Loren-
zo»: eventuali controlli erano dunque possibili sul solo lacerto laurenziano
di B (L1).
13. Si veda la ricognizione materiale del manoscritto in Zaccarello 2004,
dove la datazione è supportata da un parere paleografico di Armando Petruc-
ci; la descrizione del manufatto può leggersi alle pp. 105-107.
14. Si veda l’intero lavoro che ho dedicato a tale tradizione (2008), ma
alcune anticipazioni sono già nel saggio precedente (2004), in particolare alle
pp. 111-115. In tale sede, fra l’altro, sono elencati alcune lezioni derivanti da
fraintendimenti ottici di copia (ad esempio, l’errore paleografico che > de,
facilitato dal nesso tipico dell’antica mercantesca, p. 114) che mal si concilia-
no con l’ipotesi di una rielaborazione autonoma.

XXIV
LA TRADIZIONE TESTUALE

TABELLA 1. Segmenti di testo tràditi dal solo versante non borghiniano

XXXI 16
E perché da qui innanzi non si … ogni ora che vogliono alcuna
diano spesa in mandare ambascia- cosa, mi scrivino e io per lettera (la
dori, ogni ora che vogliono alcuna cospicua omissione sembra dipendere
cosa da me, per loro pace e riposo, da un salto ottico da una lettera a per
scrivino una lettera semplice e lettera) B L
lascino stare l’ambasciate, che io
per lettera risponderò loro. G N

XL 7
E però si vede oggi che, sopra i In B L la novella si chiude con …
poveri et impotenti, tosto si dà rade volte, perché tristo chi poco
iudicio e corporale e pecuniale; e ci puote.
contro ai ricchi e potenti rade
volte, sendo verissimo quel detto:
«Tristo chi poco ci puote». E sem-
pre si vede che la forza opprime la
ragione; e però i giudici d’oggi
tanto sono riputati valentri uomini
quanto con la loro tristizia sanno
vestire la forza con gli abiti della
ragione. G N

XLI 23
Essendo ripreso da Messer Galeot- B L si fermano alla parola Saccio…,
to ch’egli era vecchio senza indicando a seguire lacuna con ampio
figliuoli maschi, e esortato a dover- spazio bianco.15
si rimaritare e che teneva certe
terre altrui, rispose:
– Saccio che ogni cosa ha da ritor-
nare in comune, e però poco
m’importa l’aver figliuoli; e tanto
più che la roba, che dici che io ho
d’altri, sarà di fastidio non a’ miei
figliuoli ma ad altri che poco mi
atterranno; e tu forse sarai uno di

15. B L segnalano un’altra lacuna più breve fra maschi e maritare, al para-
grafo precedente: per evitare di attribuire il verbo rimaritare a Ridolfo da
Camerino, le edizioni correnti hanno l’integrazione «maschi, ‹o figliuole da›
maritare» (Marucci, p. 133). In realtà, dalla consultazione della base dati TLIO
emerge che, nel più raro uso assoluto e intransitivo, il verbo maritare si trova
attribuito anche a soggetti maschili, si veda la nota al passo nella sezione suc-
cessiva (p. CIX).

XXV
INTRODUZIONE

quelli, e vedràssi se saprai così bene


operare spogliandotene, come sai
consigliarmi a lasciargli. G N

LXXXIII 22
benché gli uomini sien signori e om. e sapienti;
sapienti, perché spesso hanno om. e per divertirsi dai negozi più
malinconie, pare che non si disdica gravi … il cervello ottuso e matto
fare simili cose per sollazare la a poterle maturamente disserire B
mente e per divertirsi dai negozi L edd.
più gravi, affinché le materie più
importanti non rendano il cervello
ottuso e matto a poterle matura-
mente disserire. G N

LXXXIX 6
Dice il prete: Oltre che lacunoso, il testo di B L è
– Io fo boto a Dio di castigarti, dubbio per sintassi e senso: Fo boto a
come io sono spedito da questa Dio, che m’uccella. Che dirai?
faccenda et insegnarti a uccellarmi, Scendine, che sia mortaghiado
già che ora non posso dirti se non: (mortagliado, L)
«Scendine, che sia morto a ghia-
do!» G N

CXXXIII 9
I priori smascellavano delle risa, e Io fo bot’a Dio Uberto … tutti
fra quelle (quelli N) riprendevono gl’huomeni p(er) asini, tu troverrai
Uberto; e spezialmente Salvino … che ti farà quello ch(e) ben ti …
che diceva: Dice Uberto B L (spazi bianchi)
– Fo boto a Dio, Uberto, che per la
parte mia, questa azione non andrà
impunita. Tu stimi tutti gli uomini
per asini, e tu troverai di quelli che
ben t’insegnerà (insegneranno N)
il modo di procedere. G N

CXLIII 8
Il minacciare e il rimbrottare del … favellò allo Innamorato, il quale
Piovano fu assai, e stette più coppie non vi diè nulla, dicendo questa
d’anni dinanzi che non favellò a novella… B L16

16. L’omissione dell’intero tratto sfuggendo ancora d’incontrarlo. E l’Innamora-


to, poco di ciò curandosi, andava dicendo è ancora una volta compatibile con la
dinamica del salto da omoteleuto dal primo al secondo Innamorato, con suc-
cessivo tentativo d’integrazione del senso.

XXVI
LA TRADIZIONE TESTUALE

l’Innamorato, sfuggendo ancora


d’incontrarlo. E l’Innamorato,
poco di ciò curandosi, andava
dicendo questa novella e nel con-
tado e nella città, e dando gran
diletto a molti che lo stavano ad
ascoltare. G N

CLXXVII bis 1
Andando un villano di Portove- om. l’intero argomento B L (accorpano
ner[e] a portar asciolvere all’operai la novella alla prec.)
che potavano le vigne, un lupo
entra nella gondolletta e si mangia
di quello che v’era. G N

Ho deliberatamente omesso l’esempio che più tormentava il


Barbi, quello della parte finale della nov. CXXXVIII, in cui Buonan-
no di ser Benizo, disubbidito dalla moglie e dalla servitù, si arma
come in battaglia e corre casa sua per conquistarla. Uno dei pas-
saggi che dànno sale della novella è l’atto simbolico del guerriero
di togliersi le brache lasciandole in bella vista, e invitando poi chi
volesse a indossarle. Leggiamo il passo nella più ampia versione trà-
dita dal filone non borghiniano, con le sole principali varianti di
tale ramo fra parentesi quadre (CXXXVIII 6-8):

E Buonanno ritorna in sala e nel mezzo di quella, cavate le brache, le


posò quivi. La moglie al rumore fassi in capo di scala, e Buonanno così
armato [ornato G] se le fa incontro gridando
– Viva Buonanno –, e dagliene una buona di piatto. La donna disse:
– Sei tu Buonanno? Che vuol dir questo?
E Buonanno croscia un’altra piattonata:
– Viva Buonanno!
Ancora nol disse, onde Buonanno tocca la terza dicendo:
– Io dico: viva Buonanno, o io t’ucciderò.
La donna a mal in corpo dice:
– Viva Buonanno! Viva Buonanno!
Il quale così per tutta la casa per questo modo trascorse, e tornando
verso la moglie e l’altra famiglia disse:
– Ècci nessuno che si voglia metter le mie brache? Elle sono qui in
terra: vada per esse. Io sono il signore, io sono il padrone. Io voglio por-
tare le brache, m’intendete? Io voglio esser ubbidito altrimenti [segue
un’ampia lacuna segnalata con ben 138 puntini]

Nella versione di B L, che siamo abituati a leggere, sembra di


poter ipotizzare un’anticipazione della scena conclusiva, o comun-

XXVII
INTRODUZIONE

que una confusione fra i due passi della novella, quello del mette-
re giù le brache e quello, conclusivo, dell’invitare a prenderle.
Anche se ciò contrasta con l’abituale atteggiamento inerte e passi-
vo degli amanuensi borghiniani, sembra che quanto poteva legger-
si nel paragrafo conclusivo sia stato utilizzato per sanare la prima
lacuna in corpo di novella; si legga ora il passo che da B passa alle
nostre edizioni di riferimento:

E corre nella sala (Buonanno om. B L); e nel mezzo di quella, cavate e
poste le brache, grida vie più forte: Chi vuol portar le brache or ne venga
per esse; e grida: Viva (Viva om. L) Buonanno, facendo intorno alle bra-
che grandissimi colpi e grandissime menature. La moglie … altra fami-
glia disse: Ècci nessuno che si vogli mettere le mia brache? elle sono qui in terra,
vada per esse. Io sono il signore... (ampia lacuna, spazio bianco) B L

Si tenga presente che questo è fra i pochi passi ad aver attirato,


nella parte concusiva del lacerto magliabechiano di B, l’attenzione
diretta di Vincenzio Borghini, che integra di sua mano il passo qui
riportato in corsivo;17 si noti che anche il Priore degl’Innocenti
legge in buona parte le stesse parole che appaiono nella tradizione
concorrente (la moglie … l’altra famiglia). Nulla vieta pertanto di
ritenere che tanto la migliore lettura dell’originale quanto la
sovrapposizione dei due passi (or ne venga per esse che anticipa il
finale vada per esse) siano frutto della diretta supervisione del Prio-
re, verosimilmente rivolta a scorciare il passo per minimizzare il
disagio derivante dalle ampie lacune. Non si esclude certo che, a
fronte di irreparabili danni nel modello, la versione di G N possa
muovere da analoghe intenzioni, che sembra tuttavia perseguire
con maggiore attenzione all’intreccio: fosse anche prodotto di più
intensa attività congetturale, il risultato mi pare indubbiamente più
sapido. Il confronto evidenzia come quest’ultimo corrisponda
meglio all’effettivo svolgersi dell’azione: Buonanno lascia le brache
in mezzo alla sala (l’ampio locale con camino al primo piano delle
case medievali, cui si accedeva dalle scale d’ingresso, dato che al

17. Oggi rifilato in B, Barbi lo ricostruisce dagli apografi della Scelta, traen-
done la lettura dal seicentesco V, oggetto più avanti di specifica indagine in
questa sede: per spiegarne l’origine da B, il filologo pistoiese osserva che «la
raffilatura del codice è posteriore alla numerazione delle pagine fatta da Anto-
nio da Sangallo» (p. 130), che completa il lacerto magliabechiano di B ed è
anche il copista di V. In realtà, quest’ultimo possedeva il testo anche nella ver-
sione non borghiniana, come si vedrà poco più avanti, ed essa tramanda la
nota in forma integra.

XXVIII
LA TRADIZIONE TESTUALE

pian terreno si governavano cavalli e animali da tiro), ed è là che lo


raggiunge la moglie, affacciandosi appunto in capo di scala. La
sequenza degli eventi appare così più plausibile nella sua articola-
zione: è dopo aver imperversato per tutta la casa che Buonanno
ritorna alla ‘famiglia’, cioè a moglie e servitù, ora riunita in sala
attorno alle brache, e solo in quel momento il capofamiglia invita
tutti a indossarle assumendo il comando della casa.
Non si può certo fare una colpa al Barbi se, in presenza di varian-
ti qualitativamente notevoli ma attestate solo in una testimonianza
tarda, ha derogato al monito recentiores non deteriores ed ha finito per
considerarle innovazioni e sviluppi autonomi, improntati alla sua
propria «considerazione sulle vicende della vita» (Barbi 1927: 159); e
poco importa la mole straordinaria di varianti del genere dissemina-
ta lungo il novelliere, dato che «la natura e la frequenza, si può dire
la continuità, dei cambiamenti che troviamo nel codice II I 25 è per
essi la più sicura condanna» (p. 160). Che alcune autonome interpo-
lazioni, frutto della sola iniziativa di un copista-redattore, possano
esserci l’ho suggerito anch’io, ma esse appaiono facilmente ricono-
scibili: è il caso dell’empio prete da Montughi, che nel nuovo fina-
le di novella viene sorpreso e ucciso da una fortissima grandinata.
Ma in questo caso le testimonianze non borghiniane non integrano,
bensì sostituiscono il finale alla chiusa, genericamente moraleggian-
te, attestata dal versante borghiniano, che da parte sua non indica
alcuna lacuna: la si riporta di séguito.18

LXXXIX 8-9
Che diremo che fosse quella ostia Ma non però questo indegno andò
da sì devoto cherico sacrata e por- impunito de’ suoi errori, perché, torna-
tata? Io per me non credo che cat- to a casa e riposto il santissimo nel
tivo arbore possa fare buon frutto, ciborio, si levò una fierissima tempesta
e tutto il mondo n’è pieno di tali, con gragnuola grossissima, la quale pas-
che Dio ’l sa tra cui mani è venu- sando per lo scoperto tetto diede sopra
to! B L alla testa all’indegno prete et ucciselo, sì
come fece in campagna a colui che
coglieva i fichi, il quale rimase anch’e-
gli poco lontano di quivi ucciso dalla
tempesta. G N

18. L’esempio è discusso in Zaccarello 2008: 160-161. Qualche sospetto desta


anche l’ultima parte della morale nella nov. LXXXI: «Più sicuro saria dunque a chi
lo può fare di non s’impacciare, e così non sarà impacciato; e godendo la sua
quiete, fuggirà ogni pericolo» (par. 14), dove la frase e godendo la sua quiete, fuggirà
ogni pericolo, mancante dai borghiniani, potrebbe essere una sorta di glossa suben-
trata al testo, a fronte di una chiusa di tono conciso e sentenzioso.

XXIX
INTRODUZIONE

Si tratta di una riscrittura tanto goffa ed evidente quanto iso-


lata nel testo non borghiniano; del resto, essa si inserisce molto
bene nella tendenza censoria di G N, che sarà ampiamente docu-
mentata più avanti, e che si esprime nell’evitare i nomina sacra ed
alcuni dettagli scabrosi a carico dei chierici. Lo si confronti ades-
so con gli esempi addotti nella tabella 1, di tutt’altra plausibilità
linguistica e caratura letteraria: se mai potesse apparire opportu-
na una valutazione su base assiologica e stilistica, credo che que-
sto sia il caso.19
Rinviando la discussione delle molteplici opposizioni fra i due
versanti della tradizione, giova sottolineare nuovamente l’elevata
qualità del lavoro barbiano sulla tradizione superstite, dal
momento che l’abbondanza e complessità di quest’ultima hanno
finito per inibire ulteriori indagini e collazioni, passando in giu-
dicato la sentenza del maestro anche laddove era essa stessa for-
mulata in maniera cauta e dubitativa. Particolarmente dannosa si
è rivelata l’ipotesi formulata da Barbi di una descriptio della secon-
da copia borghiniana dalla prima (L da B), in quanto prefigurava
una deontologia editoriale assai semplificata: rispetto assoluto
della lezione di B, integrato per le parti mancanti grazie a L o ai
codici della Scelta, oggetto (sempre secondo il Barbi) di frequen-
ti, anche se non sistematici, riscontri sull’originale. In tal modo, a
una ricostruzione ope codicum ridotta all’osso faceva riscontro
un’ampia e complessa attività congetturale, rivolta non solo a
emendamenti e integrazioni corrispondenti a luoghi danneggia-
ti di B, ma anche e soprattutto alle sicure corruttele di quest’ul-
timo, incline a vari tipi di errore meccanico, specie quei salti e
omissioni cui esponeva maggiormente lo stile sacchettiano, con la
sua caratteristica tendenza al poliptoto, e la sintassi fortemente
paraipotattica e tendente agli anacoluti.20

19. Noto per inciso che l’esempio addotto dal Barbi 1927: 158 (LXXXVII
21) non sussiste, in quanto il passo che dovrebbe mancare da B L, in quan-
to inventato dal più tardo revisore, è in quelli regolarmente presente, così
come nelle moderne edizioni. In generale, sembra assai probabile che il
Barbi avesse dinanzi una stampa lacunosa, ma non è dato sapere quale, visto
che anche l’edizione su cui si appunta la sua critica possiede integro il passo:
Gigli, I, p. 221.
20. Su tali caratteristiche dell’opera, da tempo note, è d’obbligo il riferi-
mento a Caretti 1951 e soprattutto Segre 1952.

XXX
LA TRADIZIONE TESTUALE

III. GLI EMENDAMENTI AL TESTO PROPOSTI DA FRANCA AGENO

La comparsa dell’edizione Pernicone (1946) dava corpo alla


ricostruzione barbiana, adottando B come unico teste affidabile del
novelliere, sia pure malconcio e lacunoso, e integrandone la lezio-
ne (come detto, per le sole lacune materiali) con l’aiuto di L e di
alcuni codici della Scelta; il lavoro venne svolto con diligenza e
rigore, ma risultava ancora fortemente insoddisfacente quanto al
trattamento di passi manifestamente corrotti o incongruenti, biso-
gnosi dunque di aggiustamenti e integrazioni congetturali. A tali
questioni aperte dette risposta, in due successivi interventi, la mag-
giore esperta di lessico e sintassi dell’italiano antico che si potesse
trovare nell’Italia dei tardi anni Cinquanta, Franca Brambilla
Ageno.21 Grazie a una profonda conoscenza degli aspetti linguisti-
ci e stilistici del Sacchetti, oltre che del grande bagaglio fraseologi-
co e proverbiale cui attingeva l’autore, l’Ageno propose un gran
numero di emendamenti puntuali al testo, motivati non solo dalle
precarie condizioni materiali di B, ma anche dai caratteri della
copia di cui questo è latore, che evidenzia da parte dello scriba un
atteggiamento frettoloso e distratto.22
In massima parte persuasive, le correzioni proposte dalla Ageno
offrono un’ampia esemplificazione delle più frequenti tipologie di
errori (anticipazione, aplografia, diplografia ecc.) in cui incappa un
copista a prezzo, solitamente disinteressato al senso di quanto tra-
scrive e preoccupato solo di portare a termine il suo lavoro nel più
breve tempo possibile; in buona parte, tali errori hanno origine
nella fase di dettatura interiore, come la stessa studiosa ha in ségui-
to persuasivamente argomentato in relazione alla varia lectio del
Convivio dantesco.23 Se quest’ultima è abbastanza nutrita da isolare
simili accidenti di tradizione, il caso delle Trecento novelle rappre-
senta un’ulteriore dimostrazione della difficoltà di fondare la resti-
tutio textus sull’unico B, prodotto di una trascrizione che la stessa

21. Le rettifiche furono proposte dapprima in una rec. all’edizione delle


Opere di Sacchetti a cura di Aldo Borlenghi (1957), poi nel suo maggiore stu-
dio sulla questione testuale del novelliere sacchettiano (1958). Le ricerche
della studiosa in questi campi, assai note, possono essere esemplificate, per bre-
vità, dai volumi collettanei (1964) e (2000).
22. Al proposito, com’è noto, la studiosa giunge ad affermare che il copi-
sta di B «non è, per disgrazia, una persona intelligente» (1958: 226, si veda in
proposito Zaccarello 2004: 134-135).
23. Il riferimento è all’importante saggio metodologico di qualche anno
successivo, Ageno 1986.

XXXI
INTRODUZIONE

Ageno dimostra essere spesso distratta, assai incline a salti di natu-


ra ottica, e in definitiva poco partecipe della lingua e della sostan-
za narrativa dell’antigrafo.24
Nonostante il marcato interventismo che li caratterizza, gli emen-
damenti sostanziali proposti dalla studiosa passano in giudicato: con
rare eccezioni di carattere involontario, essi sono accolti in tutte le
edizioni successive, e solo nelle più filologicamente avvedute vengo-
no contrassegnati dalle parentesi quadre o aguzze. La collazione inte-
grale dei testimoni, tuttavia, rivela che un gran numero di tali emen-
damenti non sono da intendersi ope ingenii, come tale segno diacriti-
co lascerebbe pensare, bensì rispecchiano lezioni attestate nella tradi-
zione del novelliere. Pur selettiva, la seguente tabella può dar conto
della vastità del fenomeno; come si vede, quanto appare fra parentesi
coincide con la lezione di L e/o di G: la Ageno ignorava naturalmente
quest’ultimo, rinvenuto nel 2002, ma ne conosceva l’affine N (liqui-
dato, come si è detto, da Barbi come oggetto di robusta e autonoma
rielaborazione). Datone l’elevato numero, si raggruppano le proposte
ageniane per novella, riportando il paragrafo prima della lezione; in
questa tabella, con M si indica l’edizione Marucci, che costituisce l’e-
dizione di riferimento per il novelliere ed è sostanzialmente rispec-
chiata anche in quella, più recente, prodotta da Davide Puccini.

TABELLA 2
textus receptus Ageno MSS.
(Pernicone, Borlenghi)

IV 20 se voi non lo se voi non lo se voi non lo credeste


credete, mandatelo crede[s]te, mandatelo L; se non lo credete G
25 come egli era muli- (= M) come egl’era m. L
naro dell’abate; … era [il] mulinaro … era il molinaro de
dell’abate (= M) l’abbate G

IX6 Io lo farò, poi che E] io lo farò … (= M) [Io lo farò (parallelo al


voi lo volete prec. del par. 4 Io il farò,
perché voi volete) L

24. Occorre dire fin d’ora che la presente edizione, ispirata alla strenua dife-
sa della lezione tràdita, è assai più cauta nell’accogliere tali concieri, almeno
quando non supportate dal responso dei codici, e respinge decisamente un’al-
tra serie di interventi che appaiono vòlti a normalizzare la veste linguistica
delle testimonianze, inevitabilmente variegata e oscillante quanto alla rappre-
sentazione dei suoni: sulla inevitabile discrasia fra l’uso linguistico sacchettiano,
documentato da A, e le abitudini grafico-fonetiche degli apografi cinquecen-
teschi, si veda Zaccarello 2012, e qui la sezione conclusiva (pp. CXCI-CCII).

XXXII
LA TRADIZIONE TESTUALE

E io lo farò … G

XII 5 veggendo menare veggendo [Alberto] veggendo Alberto


uno ronzino a mano menare uno ronzino a menare uno ronzino a
mano (= M) mano L G

XVI 18 e tanto con e tanto [e] con pensieri e et tanto et con pensie-
pensieri e con sospiri con sospiri (= M) ri et con sospiri L;
26 e se voi non mi 26 e se voi non mi cre- e tanto con i p. e coi s. G
credete, cercatelo de[s]te, cercatelo (= M) e(t) se voi non mi cre-
dete, cercatelo L G

XVII 44 gli tolse volen- gli tolse [molto] volen- gli tolse volentieri e
tieri e perdonògli tieri e perdonògli (= M) perdonògli L
li tolse molto volen-
tieri e p. G

XXXIV 81 escimi testè escimi testè [fuor] di escimi testè fuor di


di casa casa (= M) casa L
Escimi tosto fuori
(OM. di casa) G

XXXVII 9 e a Neri (ms. e a[l] Neri … (= M) et a Reni si turò la


Reni) si turò la strozza strozza L
et a Neri o Reni si
turò la s. G25
11 luogo comune e e fatto [per] el mestie- com(un)e e fatto p(er)
fatto el mestiero del ro del corpo (= M, per il mestiero (il p barrato
corpo ‹i›l) è agg. in un secondo
momento, s. m.) L

LIV 5 che era di giugno … era di giugno e [’l] di giugno e ’l caldo


e caldo grande caldo grande (= M) grande L; … et il c. G

LXIV 16 Or fostù morto, Or fostù [già] morto, hor fustù già morto
innanzi che vivere con innanzi che vivere … innanzi che vivere … L
tanto vituperio (fustù già … M) Hor fussi già morto…G

25. L’oscillazione fra Reni e Neri è presumibilmente originale, e rientra


in una consuetudine dell’autore: si veda ad esempio l’oscillazione Gabriello /
Ghirello nella novella LIV, pure soppressa da B L: «tornato Ghirello (che così
aveva nome e non Gabbriello) in casa e cominciato a spogliare», par. 5; anche
ai parr. 8-9, G ha «ebbe questione su la piaza del Mercato Nuovo con uno
chiamato Neri o Reni Bonciani», e poco dopo «a Neri o Reni si turò la stro-
za», ma tale alternanza appare livellata dalle edizioni correnti, sulla scorta dei
testimoni borghiniani, che in ambedue i passi hanno solo Reni.

XXXIII
INTRODUZIONE

LXXV 4 aiutatosi da sé e aiutatosi [e] da sé e da’ aiutatosi et da sé et da’


da’ compagni compagni (=M: a‹i›uta- c. L; aiutatosi e da sé e
tosi…) da’ c. G

LXXXI 7 come se mai … mai non avesse come se mai non aves-
non avesse vinto vinto [posta] (= M) se vinto posta L G
(hav-)

LXXXIII 13 E Toso così E [’l] Toso così fece (= E ’l Toso … L G (in


fece M) tutta la nov. usato con
articolo)

LXXXVI 15 che tu mi che tu mi dia [la] che tu mi dia morte L;


dia morte morte … tu mi dia la morte G
20 la mala fe(m)mina … vuole [il] bastone (= vuol bastone … vuole
vuole bastone M) bastone L; vuole il
bastone … alla mala f.
voglia il bastone G

XCI 13 avevano 150 e [l’]uno era cieco e e l’uno era c. L G


anni tra amendue, e l’altro (= M)
uno era cieco e l’altro

CV 8 che mutasse fog- che mutasse [la] foggia che mutasse la foggia
gia de(l)l’animo (= M) LG

CVI 3 di che cominciò di che [un dì] comin- di che cominciò a


a(d) avere parole col ciò… (= M) havere … L; di che un
marito, e tra molte dì cominciò a dire: Tu
parole cominciò a dire hai (saut cominciò …
cominciò) G

CVII 7 ridendosi del ridendosi del suo … del suo costume L


suo costume (par. 8: [s]costume (= M) G
Grande scostume…)

CIX arg. Ella il dà a un Ella il dà [a bere] a un Ella il dà a bere a un


suo divoto frate suo divoto frate (=M) suo divoto frate L G

CX 11 che ’l gottoso ne … ne venne [molto] … ne venne molto


venne presso a morte presso a morte (= M) presso a morte L G

CXII 7 gagliardo; quan- gagliardo; [e] quanto gagliardo; quanto più


to più uso con lei, più più uso con lei… uso con lei… L; gagliar-
ingrasso do; e quanto più …G

XXXIV
LA TRADIZIONE TESTUALE

CXIV 2 Dante disse che … disse che ’l farebbe che ’l farebbe volen-
’l farebbe volentieri [e] volentieri (= M) tieri L;
che ’l farebbe e v. G

CXXXIV 10 pagò a con- pagò a contanti [qui] pagò a contanti qui


tanti quello di che quello … (= M) quello … L; contanti
faceva debitore Cristo quello … G

CXL 24 Uno due e tre, Uno [e] due e tre … uno dua et tre… L;
io mi scompagno da te (= M) uno due e tre … G

CLIV 13 come fosse tor- … da[l] porto Alfino da porto Alfino L G


nato da porto Alfino (= M)

CLVII 11 che debbono … debbono essere e debbono essere e


essere e corpi dannati corpi [de’] dannati (= M) corpi de’ dannati L G

CLIX 7 E detto Giano, E [’l] detto Giano, quasi E ’l detto Giano… L


quasi come smemorato come smemorato (= M) G (= El detto?)

CLXVII 8 e portò l’ori- e portò e l’orinale [e] et portò et l’orinale et


nale l’orciuolo l’orciuolo (= M) l’orciuolo L; e portò
l’orinale e l’orciuolo G

CLXVIII 417 Colui disse Colui disse che [ben] Colui disse che ben
che lo farebbe lo farebbe (= M) lo farebbe L G

CLXXIX 7 se Dio per se Dio per [la] sua pro- se Dio per la sua pro-
sua providenza videnza (= M) videnza L G (-vv-)

CLXXXIII 7 Gallina Gallina dice: [Rinaldo,] Gallina dice: Rinal-


dice: Voi dovete essere voi dovete essere un do, voi dovete essere
un gran maestro gran maestro (= M) un gran maestro L G

CXC 16 però statevi [e] però statevi piana- et però statevi … L; e


pianamente mente (= M) però statevi … G

CXCI 11 sul mattino sul matt[ut]ino mandò sul mattutino mandò


mandò per la fessura per la fessura (= M) … L; sul mattino mandò
…G

CCVI 15 senza favellare senza favellare o l’uno senza favellare o l’uno


o l’uno l’altro [o] l’altro (= M) o l’altro L G

XXXV
INTRODUZIONE

CCXIII 9 nel vero tra nel vero tra pelle e fra pelle et pelle era
pelle e pelle entrata pelle [era] entrata (= entrata L; nel vero
M) pelle pelle era entrata
G (cfr. § 16)

CCXIV 4 e giunti, con e giunti [là] con l’esca e giunti là con l’esca e
l’esca e con gli argo- e con gli argomenti (là con a. L; giunti con
menti con l’esca e con a. M) l’esca e con a. G

CCXXIV 6 credendo per credendo per lo fermo credendo per lo fermo


lo fermo essere Guer- [essi] essere Guernieri essi essere Guernieri
nieri con li suoi con li suoi (= M) con li suoi L; credendo
p(er) lo fermo così
(paleogr.) esser Guer-
nieri con li suoi G

Dato che la maggior parte delle citate divinationes trova riscon-


tro nella lezione di L, appare quantomeno probabile che la studio-
sa non abbia confermato nella sua prassi il credito riposto nell’ipo-
tesi barbiana della descriptio di quel teste, e vi abbia invece attinto
con regolarità per mettere a punto la lezione, spesso malcerta, di B.
Quanto al versante non borghiniano, è verosimile che la studiosa
non ritenesse l’apporto di N manifestamente spurio, secondo le
conclusioni di Barbi, ma frutto di trascrizione maggiormente
interpretativa (e per ciò stesso incline a congetture di elevata qua-
lità su luoghi danneggiati): senza dubbio sensata, dunque, l’idea di
attingervi per emendare il testo, ma del tutto fuorviante il modo in
cui sono stati spesso contrassegnati tali interventi, che indica di
norma l’integrazione o correzione ope ingenii.
Perché la tradizione testuale delle Trecento novelle non sia stata, in
quell’occasione, oggetto di una risistemazione complessiva, sareb-
be forse ozioso chiedersi: il restauro di passi singoli dell’opera era
forse ritenuto più urgente, mentre solo l’annunciata edizione cri-
tica avrebbe dipanato le questioni generali di testo e tradizione. Ma
questa insolita circostanza può oggi bastare a dare un’indicazione
del contributo che, in termini di quantità di passi sanati e qualità
del testo d’arrivo, può venire da un’edizione non appiattita su B
ma aperta al contributo della varia lectio. Sia pure in forma concisa,
e per quanto possibile limitata agli esempi, è dunque opportuno
ripercorrere la tradizione delle Trecento novelle sulla base di una
nuova escussione delle testimonianze, che non muova da pregiudi-
zi derivanti da precedenti indagini prive di puntuale verifica.

XXXVI
LA TRADIZIONE TESTUALE

IV. LA TRADIZIONE BORGHINIANA

Uno dei principali problemi nella restituzione delle Trecento


Novelle è che di un’opera tardotrecentesca possediamo solo apo-
grafi del tardo, anche tardissimo Cinquecento o successivi. Dob-
biamo all’iniziativa di Vincenzio Borghini, all’epoca unico posses-
sore del testo, l’iniziativa di averlo fatto copiare sottraendolo al
pericolo di totale estinzione e proponendolo, se non come novel-
liere paragonabile al modello decameroniano, almeno come docu-
mento di lingua del buon secolo.26 È il Priore degl’Innocenti che
ce ne testimonia il degrado e ne fa trarre due copie a tutt’oggi
conservate: su di esse (B) è fondato il testo che leggiamo, che conta
222 novelle attestate in forma almeno frammentaria. Ancorché
danneggiato, l’antico manufatto era ancora in possesso del Priore
degl’Innocenti, che lo fece trascrivere due volte dai suoi assistenti,
allo scopo di preservare il testo in vista di un’edizione che non vide
mai la luce, nemmeno in una versione antologica (che compren-
deva il Proemio e 133 novelle scelte fra le meno offensive della
morale e della sensibilità controriformista, la cosiddetta Scelta).27
Limitandoci alle testimonianze integrali del novelliere, la prima
trascrizione borghiniana è rappresentata da B, ricomposto dalle
due parti risultanti dall’antico smembramento (M + L1); la secon-
da, di pochi anni posteriore, sopravvive nel ms. L. Sulla scorta di
un’idea del Barbi, si ritiene che quest’ultima sia stata realizzata
presso la Biblioteca Laurenziana intorno all’anno della sua apertu-
ra al pubblico (1571), ma un’indagine diretta mostra che il Borghi-
ni l’ebbe a disposizione annotandola, sia pure in modo sporadico.28
Di grande interesse è la fitta postillatura operata dal Priore sulla
prima parte di B e, assai più sporadicamente, sul lacerto laurenzia-
no: oltre a questioni propriamente testuali, il Borghini sembra inte-
ressato ad aspetti linguistici, in particolare lessicografici e fraseolo-

26. «La lingua de l’Autore, se bene come di huomo sanza lettere non è
tersa né ornata perfettamente, è almanco pura e propria come era in quei
tempi, ch’al mio giuditio visse quest’huomo da ben intorno al MCCCCº», scri-
ve il Priore al granduca Cosimo nel 1559: cit. in Zaccarello 2008, p. 181.
27. Consistenza e ordinamento di quest’antologia borghiniana sono rico-
struiti da Barbi 1927: 119 e n. 11.
28. Ad esempio la nota, certamente autografa del Priore, a CXLIV 1: «Hanno
detto alcuni che quelli che conciò così quelli genovesi fu uno uomo di corte
chiamato Allegrino, et che fu in una festa quando messer Bernabò et messer
Galeazzo Visconti ebbono Pavie, come che sia non fu molto al fatto: o Stec-
chi la fece a Verona, et Allegrino la fece a Melano» (L, p. 337).

XXXVII
INTRODUZIONE

gici, su cui sembra talora intervenire in modo verosimilmente


autonomo, cioè senza preoccuparsi della reale lezione del model-
lo.29 Ciò avviene in conformità a un’altra serie di interventi, di
carattere più spiccatamente grammaticale, in cui il Priore aggiusta
secondo il proprio gusto e sensibilità, per lo più senza che sia
necessario (o ragionevole) ipotizzare un ricorso diretto all’anti-
grafo.30 In tal senso depongono gli esempi raccolti nella tabella
seguente (a sinistra la lezione base di B riprodotta in modo con-
servativo, con la parte eventualmente cancellata riportata in sotto-
lineato, a destra la postilla):

TABELLA 3. Correzioni di mano di Vincenzio Borghini sulla prima parte di B (M)


VIII 1 ma non dovea esser philo- [però che la
sopho come la maggior parte son
hoggi perché la philosofia

XXII 13 niuna differenzia faranno [dal


d(e)l predicar

XLVIII 6 Tu starai dove tu potrai [come

XLVIII 19 poca difficoltà facea [fece

XLIX 15 sono tutti guazzieri [(g)a(vazzieri)31

XLIX 16 per quello Dio, ch’io adoro [cui

XLIX 20 par che fia lecito [(e)ssere – (ma il solo fia è canc.:
Marucci ha: che debba essere)

29. Si considerano solo gli interventi di una certa ampiezza, poiché le cor-
rezioni che hanno apparenza di essere eseguite currente calamo sono di ardua
attribuzione e non appaiono distinguibili dall’iniziativa estemporanea dello
scriba.
30. I seguenti esempi (la correzione borghiniana figura a destra delle
parentesi quadre) sono ad esempio isolati nella tradizione: LIX 1 un peregrino
[pellegrino; LIX 2 il prete porti [rechi; LX 8 e max(ime) con due braccia [mas-
simamente; LXXIV 9 gli fu fatta p(er) altri [altrui. A XXXI 19, inoltre, il Priore
introduce una desinenza tendenzialmente estranea all’uso sacchettiano: scri-
vessono una semplice lettera [-ero (lo dimostra lo spoglio dell’autografo A,
cfr. Zaccarello 2012: 371).
31. Il passo doveva essere poco leggibile nel modello, dato che i non bor-
ghiniani G N hanno un improbabile goccazieri.

XXXVIII
LA TRADIZIONE TESTUALE

LXII 3 Vien qua [cià (la forma è richiesta dalla mime-


si dialettale, Zaccarello 2013: 165)

LXIV 12 a braccia il portorono [lo condussono (Marucci ha una forma


di compromesso: il condussono)32

LXIX 10 domandavonlo donde era [onde

LXXX 11 che molte volte [spesse

LXXXIII 21 avea fatto le cose sopra- [scritte di sopra


scritte

LXXXIV 24 va a lui dicendo la donna [(a lui) et dàgli ’ panni … ve li33


della Stufa vi manda questi panni et
gliene dà

LXXXVIII 7 mai non ne havessino [senti[ssino (ultima parte asportata da


rifilatura)

CX 9 volendo fare cacciar via [fuori

CXXI 9 nobile città de una gran [chiesa


città (antic.)

Fatta salva la toelettatura linguistica (da ritenersi, come detto, in


gran parte autonoma), gran parte degli interventi sono natural-
mente rivolti ad aspetti sostanziali, e tendono alla correzione di
errori incorsi nella copia di B. Stante questa premessa, è lecito pre-
sumere che il Borghini potesse accedere al malconcio antigrafo in
suo possesso per eseguire tali correzioni.34 Mi sembra dunque di
notevole importanza, per avvalorare la tradizione alternativa in cui

32. In alcuni casi, la rifilatura rende impossibile leggere la postilla: a LXX 2,


ad esempio, B ha convenendo che trovasse e la relativa postilla è illeggibile per
rifilatura salvo -asse, l’edizione Marucci ha tuttavia cercasse, certo sulla base di
una lettura della postilla [cerc]asse.
33. Sebbene la variante incida sulla sintassi e possa a buon diritto dirsi
sostanziale, è assai probabile che alla base della riscrittura sia la volontà di evi-
tare l’indeclinabile gliene, che doveva suonare disusato e popolareggiante alle
orecchie del Priore.
34. Che le correzioni borghiniane, non a caso regolarmente accolte a
testo, siano basate sull’originale è punto su cui c’è unanime assenso da parte
degli studiosi fino agli interventi più recenti: Marucci 1994: 41; Rabboni
1999: 96; Puccini.

XXXIX
INTRODUZIONE

il Barbi vedeva fantasiose interpolazioni, che le postille del Priore


coincidano con la lezione di G N (in vari casi contro il responso
di L, che conserva la lezione base di B).35

TABELLA 4

Lezione base di B Postilla

VIII 11 ma non dovea esser philo-


sopho come la maggior parte son
hoggi perché la philosofia [però che la (≠ L G N)

XXI7 Io sono la tua vicina Mona [Don[na] (= G N)


Buona

XLIX 16 serei io sì fuori della mente [memoria (= G N)

LII 8 et menato al Palagio del Podestà [in (= G N)

LIV 11 e praticorono la prova [predicorono (= G N)

LXVII 10 voi dovesti essere un savio [fantolino. (= G N)


fanciullo

LXXXIII 21 però che ’l nimico era [demonio (= G N)


in quelle camere

LXXXIV 18 non scherzar con l’ascia [(ische)rzar (con l’a)scie (= G N)36

CXVII3 se egli medesimo o suo (fa)miglio no(n) a marg. (= G N, che


fa […] dicesso[n] loro hanno però dicesse, come le attuali
edd.)

35. Si escludono naturalmente le molte correzioni di lectiones singulares di


B, frutto di sviste o omissioni: XXII 1 sopra il morto [corpo; XXVI 1 maestro
Tommaso et con maestro Dino da Olena [Tommaso del Garbo; XXVIII 11
Lascia fare a me [Lasciate; XXXII 16 quantità fa perdere la carità [tutta la
carità; XXXIV 29 tutta notte si coricò con Ferrantino (diplogr.) [si rasciugò;
XXXVII 7 e rimase conquiso [confuso; LXII 2 uno ch’era come uno forse a
piede [per fante; LXVI 1 maestri per debito a lui [danari; XCVIII 12 Benci et
gl’altri [om.] trovorono messer Gherardo [altri che e[rano] in c[ucina]
(postilla in parte asportata dalla rifilatura); CII 1 non potendo [om.] appiccar
un porco [mettere et.
36. La desinenza plurale è ben visibile, ma il resto della postilla è in gran
parte asportato dalla rifilatura dei margini.

XL
LA TRADIZIONE TESTUALE

In un caso, inoltre, l’omissione di B non pare doversi all’incuria


o fretta del copista, ma risalire a un passo guasto o poco leggibile
nel modello: a XLVIII 2 «Tanto avea voglia questa contata donna
d’andar drieto al morto marito, quanto ebbe voglia di coricarsi
allato a un morto, in questa novella…», il teste borghiniano ha
un’ampia lacuna in buona parte sanata dall’intervento del Priore:
«di cori[carsi] alato a u[n mor]to in qu[esta] presente». Ebbene,
oggi l’intero tratto può essere ripristinato solo a partire da L, e non
senza sospetto di integrazione congetturale, perché nel versante
non borghiniano la frase manca del tutto.37
La ricognizione fin qui prodotta potrebbe bastare a dubitare dell’i-
potesi barbiana, pressoché passata in giudicato, di una descriptio della
seconda copia borghiniana dalla prima (L da B). Barbi non ignorava,
naturalmente, il dato di fatto: L possiede parti genuine che B non tra-
manda, ma spiegava tale circostanza con danni e perdite materiali
intervenute su B dopo che la trascrizione rappresentata da L era stata
completata. Sul piano della storia esterna dei codici, l’ipotesi è con-
nessa alla presenza di L, insieme al secondo lacerto (L1) della prima
trascrizione, presso la Biblioteca Laurenziana fin dalla sua prima aper-
tura (quando ambedue vengono muniti della caratteristica legatura
rossa alle armi medicee con catena), fatto che poteva giustificare da
parte della biblioteca l’iniziativa autonoma di munirsi di una trascri-
zione completa.38 È importante affermare subito e con decisione che
un esame più esteso di tali fenomeni evidenzia in L la presenza di parti
omesse da B anche in corpo di pagina, o in zone del tutto immuni da
deterioramento materiale. La più vistosa di tali prove è la presenza in
L dell’intera novella di frate Stefano (CXI), che per la materia scabrosa
e anticlericale è saltata da B (nel quarto inferiore della pagina) dopo
che lo scriba ne aveva già trascritto l’argomento.39

37. Ci sono casi in cui lo scriba, incapace di decifrare l’antigrafo, aveva


lasciato uno spazio bianco, dove il Borghini annota la parte mancante: ad
esempio, l’argomento della novella CXXXVII in B, p. 322, si interrompe dopo
le prime parole Come le donne fiorentine…, ma nello spazio vuoto che segue il
Priore completa «senza studiare o apparare leggi han(n)o vinto & co(n)fuso
già co(n) le loro leggi portando le loro foggie, alcuno doctore di legge».
38. Il lacerto magliabechiano di B (M) è naturalmente mancante all’aper-
tura al pubblico della Biblioteca Medicea Laurenziana, e resta irreperibile fino
al pieno secolo XVII quando è in mano del bibliofilo fiorentino Antonio
Giamberti da Sangallo, di cui si dirà più avanti. Su queste varie vicende e ipo-
tesi, cfr. Barbi 1927: 117-120.
39. In B, l’argomento è successivamente biffato con tratto orizzontale (p.
266): si veda Zaccarello 2004: 119 e 2008: 180. Una dimostrazione analitica
dell’indipendenza di L da B vi è condotta, rispettivamente, alle pp. 119-120 e

XLI
INTRODUZIONE

Ad ogni modo, è oggi possibile affermare con certezza che il


Priore degl’Innocenti aveva a sua disposizione B nella sua totalità
anche in una fase successiva all’apertura al pubblico della Lauren-
ziana, cioè presumibilmente verso la metà degli anni Settanta. Nel
codice composito BNCF, II II 8 (Bi), infatti, il primo fascicolo è
costituito da un glossario del novelliere sacchettiano, autografo del
Borghini, che cita le novelle secondo la scansione di B, e la relati-
va paginazione.40 La seconda parte ha infatti l’intestazione: «Sopra
il secondo volume d(e)lle 300 novelle composte da Francho Sac-
chetti, cominciato alla novella 140» (c. 10rb); anche le citazioni del
testo seguono la paginazione di B, sebbene la pesante rifilatura di
quest’ultimo ne comprometta in gran parte dei casi la numerazio-
ne antica in alto a destra.41 Inoltre, le voci sono citate sempre
secondo la lezione di B, con occasionali ulteriori varianti che non

ripresa alle pp. 151-152. Si noti che in tale sede si usa per il codice la sigla L2
impiegata dai precedenti editori, anziché la semplice L che si è poi adottata
(mentre L1 rimane a indicare la seconda parte risultante dallo smembramen-
to di B).
40. Ringrazio Alessio Decaria per la segnalazione di questo importante
manufatto, finora ignoto agli studi sacchettiani anche per l’importanza della
sezione successiva, contenente estratti decameroniani e ora oggetto di una
pregevole scheda ad opera di Marco Cursi (Boccaccio editore e copista, scheda 23,
pp. 139-140). Quanto al nostro fascicolo, l’autografia borghiniana è dimostra-
ta da vari tratteggi caratteristici: la d a serpente (o alambicco rovesciato), la
doppia t squadrata come H maiuscola, il nesso ch con tratto discendente del-
l’h a vela, la r con la caratteristica forma aperta a v, dai lati quasi simmetrici.
Potrebbe trattarsi di un registro realizzato dal Borghini per uso proprio, ma il
nitore della trascrizione fa pensare che potesse essere indirizzato a una tipo-
grafia o ad altri collaboratori. Ordinato alfabeticamente in modo tanto accu-
rato da costituire senz’altro una bella copia, il fasc. contiene su due colonne
(fogli piegati) una sorta di indice di nomi propri, vocaboli e frasi idiomatiche
dell’opera, con la citazione del luogo, ma nessuna spiegazione, salvo rarissimi
casi, come per LIII 20: «Fulli bene investito, c(ioè) li stette bene, ch(e) era
buo(n) compagno» (c. 4ra); o XCVIII 12: «muletta, u(na) d(e)lle parti d(e)l
ve(n)tre» (c. 6ra). In alcuni casi, la funzione grammaticale è esplicitata (ad es.
archimia «v(erbo) attivo», c. 1rb), oppure la connotazione stilistica o geografi-
ca della voce: «laveggio, voce usata a Vinezia» (c. 5rb); per l’onomastica, il caso
è più frequente: «Pietra Sa(n)ta, castello i(n) q(ue)l di Luccha» (c. 6vb).
41. La paginazione originale di L1, nel margine in alto a destra, è oggi quasi
del tutto asportata per la rifilatura, quindi la corrispondenza si può apprezza-
re solo in alcuni casi fortunati (ad es. «brodetto. di u(n) brodetto parea che
uscisse», c. 11rb / p. 94). Per le novelle successive alla CXXXIX, la numerazione
corrisponde al secondo lacerto di B, L1, pure numerato per pagina, ma solo
ogni due facciate (solo il recto): forse per questo motivo, il Borghini accom-
pagna le cit. di questo secondo blocco con un tratto orizzontale sovrastante
il numero.

XLII
LA TRADIZIONE TESTUALE

corrispondono ad altre testimonianze note. In questa sede, interes-


sa solo dimostrare che il Borghini aveva ambedue i tomi a sua
disposizione prima della sua morte (1580) e in un periodo collo-
cabile con ogni probabilità poco dopo che la seconda parte era
entrata a far parte della Biblioteca Laurenziana, dal momento che
i più recenti studi sembrano spostare gran parte dell’attività del
Priore sui testi volgari antichi (con l’ovvia esclusione di Boccaccio
e Giovanni Villani) agli anni Settanta del sec. XVI.42
L’ipotesi è compatibile con le due annotazioni presenti sul teste
trivulziano della Scelta (T), a suo tempo pubblicate e illustrate dal
Barbi (1927: 161-166), secondo cui è il 1572 l’anno di riferimento
per il consolidamento del canone per la Scelta e la relativa prepara-
zione per la stampa. Sebbene T sia del pieno Seicento, infatti, esso
appare trascritto da un perduto manoscritto fiorentino: «Queste
novelle di Franco Sacchetti sono state tratte da una copia manda-
tami dal signor Giulio Ottonelli l’anno 1617 con sua lettera delli 9
d’aprile; la qual copia egli l’ebbe in Firenze, ed è quella di cui servi-
ronsi quei valentuomini [i Deputati], che l’anno 1572 corressero il
Boccaccio, e le quali volevano far stampare» (Barbi 1927: 161, miei i
corsivi).43
La collazione dimostra poi che, all’interno dell’atelier borghi-
niano, l’allestimento di L deve aver contemplato una fase di elabo-
rato riscontro redazionale, grazie al quale sono state riparati errori
ed omissioni commessi durante la copia: con grande regolarità, tali
correzioni hanno l’effetto di riallineare la lezione di L a quella di

42. «Non deve, poi, ingannare la sicurezza con cui Barbi indicava una folta
presenza di testi volgari, sul tavolo del Borghini, già alle soglie degli anni ses-
santa: era ipotesi praticabile per lui, e nel 1889, ma non più per noi, perché
il fondamento di essa, cioè la possibilità che la borghiniana Lettera intorno ai
manoscritti antichi, traboccante di titoli trecenteschi, stesse di poco più in basso
del 1559 è stato decisamente messo in discussione sia da indizi interni che da
nuovi reperti redazionali, coalizzati nello spostare la materiale stesura ai
primi anni settanta» (Drusi 2005: 127-128 e n. 12). Drusi procede poi a riba-
dire come, all’altezza della collaborazione col Vasari per le Vite del 1550, Bor-
ghini non potesse disporre di tutti gli aneddoti su artisti antichi che conflui-
scono nel novelliere sacchettiano (pp. 130-131). Ne consegue che il primo
contatto del Priore con l’unica testimonianza del novelliere va collocata fra
1550 e 1559.
43. Seguono due elenchi di novelle «che si hanno da copiare per far stam-
pare», ambedue datati 1572, che lo scriba secentesco trascrisse con ogni pro-
babilità dall’antigrafo ricordato nella nota iniziale. Il codice T nel suo com-
plesso rispecchia la consistenza e ordinamento della Scelta nella configurazio-
ne tipica, ricostruita puntigliosamente da Barbi 1927: 119 e n. 11.

XLIII
INTRODUZIONE

B.44 Se la squalifica di L è stata certo propiziata dalla sua tendenza


a salti e omissioni, assai più marcata che nel già distratto B, a diffe-
renza di quest’ultimo lo scriba stesso vi svolse un’attenta revisione,
che gli permise di riparare quasi tutti i salti a margine o nell’inter-
linea. Nella tabella seguente, si passano in rassegna tale ampia casi-
stica, limitando gli esempi alle prime cento novelle effettivamente
attestate, ovvero ai nn. I-CX della numerazione tradizionale: si trat-
ta di una porzione più che sufficiente per apprezzare l’incidenza
del fenomeno, che risente senza dubbio dello stile sacchettiano,
incline a ripetizioni e poliptoti. A sinistra compare la lezione criti-
ca con la parte inizialmente omessa in corsivo, a destra quella di L
(che si cita dalla paginazione coeva, riportando eventuali sottova-
rianti del passo ripristinato fra parentesi quadre).

TABELLA 5. Correzioni risultanti da revisione e/o collazione in L


Testo critico L

XXXVI 7 diede degli sproni alla giu- om. a’ detti buoi, non restò mai che
menta, e fuggendo nella terra egli fu dinanzi (saut riparato a marg.)
dinanzi a’ detti buoi, non restò mai che L, p. 72
egli fu dinanzi a’ detti Priori

XXXIX 3 Foscherello da Mattelica om. faceva sua camera in Mattelica


(ch’era gran caporale in compagnia per provvisione che avea Boldrino
d’uno che aveva nome Boldrino), (saut riparato a marg.) L, p. 78)
faceva sua camera in Mattelica per
provvisione che aveva Boldrino e tutta
sua brigata dai figliuoli di France-
sco.

XL 7 Sì che per certo ella ci ha om. ragione chi vuole che, se un


poco corso; et abbia ragione chi vuole poco di forza più è nell’altra parte, la
che, se un poca di forza più è nell’altra (saut, riparato a marg.) L, p. 80
parte, la ragione non v’ha più che
far nulla. E però si vede oggi che,
sopra i poveri et impotenti, tosto si
dà iudicio e corporale e pecuniale

44. Nonostante il modulo assai piccolo renda difficile valutare, è difficile


sottrarsi all’impressione che la mano che esegue tali reintegri sia la stessa del
testo, e uno sguardo più attento a siffatte riparazioni, collocate solitamente a
margine ma in alcuni casi anche a piè di pagina, con opportuni segni di
richiamo, mostra una scrupolosa e prolungata attività collatoria.

XLIV
LA TRADIZIONE TESTUALE

XLI 5 Tornato poi messer Ridolfo nel om. Ridolfo nel cospetto del re, lo re
cospetto del re, lo re gli disse: gli disse (saut, riparato a marg.) L, p.
– Ridolfo, per quanto avresti dato 80
quegli sproni?

LIX 8 e questo credo fosse fattura di om.avendovi di quelli già che


Dio perché quelli prigioni non cominciavono a balenare. Tornato
morissono, che erano stati già qua- ch’e’ fu, ebbero tutti mangiare e
rantadue ore senza mangiare e bere (saut, riparato a piè di pag.) L, p.
senza bere, avendovi di quelli che già 120
cominciavono a balenare. Tornato che
egli fu, ebbero tutti mangiare e bere
come potevano, ringraziando tutti
il loro Creatore.

LXIII 8 Disse Giotto: – E che mi dice- om. – E che mi dicesti tu che io


sti tu che io dipignessi? dipignessi? E quei rispose: – L’arme
E quei rispose: – L’arme mia. mia. Disse Giotto (saut, riparato a piè
Disse Giotto: – Non è ella qui? pag.) L, p. 127
Mancacene niuna?

LXIV 10 E così fu mandato per li om. vennono con essi tutti quelli
suoi panni, che vennono con essi tutti che di lui avevono avuto in (saut,
quelli che di lui avevono avuto in ciò riparato a marg.) L, p. 130
diletto; e giunti a Agnolo, dicono:
– Ohimè, ser Benghi (ché cosí era
chiamato) sei tu vivo?

LXXVIII 12 E Ugolotto dice: om. E Ugolotto dice: – Come dia-


– Come diavolo è morto Ugolotto degli volo è morto Ugolotto degli Agli?
Agli? Ècci piú Ugolotti di me? (saut, riparato a marg.) L, p. 165
– Noi non ne sappiamo nulla, –
risposono coloro – né conosciamo
Ugolotto; noi facciamo quello che
c’è detto.

LXXIX 8 Et oggi si può molto più om. et ancora dirò una cosa di più:
credere questa novella, però che che la signoreggiano (saut, riparato a
sono assai che senza cavallo o asino, marg.) L, p. 168
e senza correrla, la signoreggiano; et
ancora dirò una cosa di più: che la
signoreggiano senza far giustizia.

LXXXIII7 Toso così fece. Marco, e om.e dentro ve la serrarono. E così


Tommaso Federighi, veduto questo, disposto e l’orinale e la gatta (saut,
quando ebbono cenato, segretamen- riparato a marg.) L, p. 177

XLV
INTRODUZIONE

te fecero pigliare una gatta di quelle


della casa; e tolto il cappone, che era
nella cassa, vi messero la gatta, e den-
tro ve la serrarono. E così disposto l’ori-
nale e la gatta, aspettarono il tempo
che la detta loro faccenda ordinata
venisse a quel fine che desideravono.

LXXXVI 20 se le battiture si dànno om. costumi, ma [non] alla buona,


per far mutare i costumi cattivi in perché se ella mutasse li buoni,
buoni, alla mala femmina si voglio- potrebbe pigliare li rei (saut, riparato
no dare perché ella muti i rei costu- a marg.) L, p. 196
mi, ma non alla buona, perché se ella
mutasse li buoni, potrebbe pigliare i cat-
tivi, come spesso interviene: quan-
do li buoni cavalli sono battuti et
aspreggiati, diventano restii.

LXXXVII 12 Dino, rimaso furioso, la om. e che il maestro Dino abbi i


sera medesima va nell’audienza, confini. Metti il partito, e metti e
raguna i compagni, e mette il par- rimetti (saut, riparato a marg.) L, p.
tito, ché era Proposto, di mandare 199
uno bullettino all’esecutore e che il
maestro Dino abbi i confini. Metti il
partito, e metti e rimetti, non si poté
mai vincere.

LXXXVII 16-17 E perdonatemi,


Dino, che io ho udito dire a molti
cittadini che il vostro viso è pro-
prio quello del re Carlo primo. om. Dino a queste parole diede
Dino a queste parole diede fede, et fede, et ancora si racconsolò, senten-
ancora si racconsolò, sentendosi assomi- dosi assomigliare al re Carlo primo.
gliare al re Carlo primo. E stando (saut, riparato a marg.) L, p. 200
alquanto, ritornò sul maestro Dino,
e tiratosi nell’audienza, mette a
partito il bullettino e i confini, e
non si vince, e disperavasene forte.

XCI 2 … niuno suo vicino era che, om. et io più volte il vidi, che mai
se aveva a metter cannella in botte non versava gocciola di vino (saut,
di vino, non mandasse per lo ripar. a marg.) L, p. 209
Minonna che la mettesse; et io più
volte il viddi che mai non versava goc-
ciola di vino. Giuocava a zara et
andava solo senza niuna guida

XLVI
LA TRADIZIONE TESTUALE

XCIII 18 – Hovi recato un ventre, om. che era levato ritto, e stava dal
che voi mi mandaste. lato di fuori: – Guata s’egli è ventre.
Dice il Tosco che era levato ritto, e E levalo suso in alto. Dice la Benve-
stava dal lato di fuori: gnuda: – Ohimè, che vuol dir que-
– Guata s’egli è ventre. sto? Dice il Tosco (saut, riparato a
E levalo suso in alto. marg.) L, p. 222
Dice la Benvegnuda:
– Ohimè, che vuol dir questo?
Dice il Tosco:
– Vuol dir panico pesto!

CI 8 Come ciò vidde, s’immaginò: om. Ohimè, io voleva accendere un


«Se io spengo la lucerna, fuoco non poco di fuoco, egl’è spenta la lucer-
v’è più, et io verrò meglio ad effet- na (saut, riparato a marg.) L, p. 228
to delli fatti miei»; e spenta la
lucerna, dice: – Ohimè, io voleva
accendere un poco di fuoco, egl’è spenta
la lucerna.
Disse la bella romita: – Come ci
farai?

CI 11 Dice Giovanni: om. E accostasi a costei, mettendo il


– Et io ho qui con meco il diavo- diavolo in inferno (saut, riparato a
lo, che tutto il tempo della mia vita marg.) L, p. 229
ho cercato di metterlo in inferno.
Et accostatosi a costei, mise il diavolo in
inferno, come che con le mani un
poco si contendesse.

CII 5 – Che è? che è? – avvisandosi om. avvisandosi fosse un stato un


che fosse stato un lupo, che usava in lupo che usava in quella contrada, et
quelle contrade, et aveva morto assai avea morto assi fanciulli. Dice il bec-
fanciulli. Dice il beccaio: caio: Come che è? (saut, ripar. a
– Come che è? Ho morto questo marg.) L, p. 232
porco, et egli ha presso che morto
me, volendolo appiccare alla cavi-
glia, e mai non c’è passato chi
m’abbia aiutato bene un’ora

CVII 3 li capitarono di maggio certi om. et albergo. Et essendo venuta


Pratesi che andavano verso Arezo; l’ora della cena (saut, riparato a marg.)
et egli per sua cortesia gli ritenne la L, p. 243
sera a cena et albergo. Et essendo
venuta l’ora della cena, e postisi a
tavola, vennono certe testicciuole
di cavretto.

XLVII
INTRODUZIONE

CX 2 E’ fu, non è ancora molt’anni, om. perduto di gotte che quasi mai,
un mio vicino, il quale era tanto di gran tempo, non era possuto usci-
perduto dalle gotte che quasi mai di re del letto; e per questa sua malattia
gran tempo non era possuto uscire del non avea perduto (saut, riparato a
letto; e per questa sua malattia non marg.) L, p. 249
avea perduto la gola, né alcun dente
ancora, ma sempre agognava come
potesse menare le mascelle.

Sempre nel segno di un attento controllo a posteriori del testo,


ancora più interessante è la revisione comparativa cui lo scriba di
L sottopone il suo lavoro, anche se non è sempre possibile stabili-
re che non intervengano altre mani. In un’altra nutrita serie di
interventi, è infatti accertato il ricorso a B per controllare la copia,
e a quest’ultimo viene attribuità una forte autorità, dal momento
che gran parte degli interventi hanno l’effetto di allineare la lezio-
ne di L alla prima copia borghiniana.

TABELLA 6. Allineamento ‘a posteriori’ di L alla lezione di B

Testo critico L

XLI 14 levatisi la mattina con questo om. molto, poi agg. interl. L, p. 83
pensiero, tirarono messer Ridolfo
da parte e dissono che pareva loro
che il campo stesse molto meglio
nel tal luogo

XLVIII 10 palpando il copertoio si l’amico era in terra (ito agg. interl.) L,


fece alla sponda, a piè della quale p. 92
l’amico era ito in terra, e comincia
a dir pianamente

LXX 6 E con questa tenzone, il tenzone, uscito (il porco agg. interl.)
porco uscito loro tra le branche L, p. 144
corre per un androne, e l’altro
porco dietrogli su per una scala

LXXVII 8 e l’offiziale, che aveva questi mercatanti (di bestie agg.


detto della vacca, disse loro che ’gli interl.) L, p. 161
era un proverbio che sempre questi
mercatanti di bestie usavano quan-
do avevano quistione

XLVIII
LA TRADIZIONE TESTUALE

LXXXII 7 Chiamatigli la seconda Date sei bicchieri a ciascuno (a bere


volta, dice: agg. marg. sup.) L, p. 174
– Date sei bicchieri a bere a ciascuno.
E così fanno; poi fa loro ripigliare il
ballo.

LXXXV 3 Ora, come questo Gherar- questa sua donna (sua poi canc.) L, p.
do tolse questa donna, molti suoi 189
parenti et amici, anzi che consu-
masse il matrimonio, dicono

XCI 2 se aveva a metter cannella in di vino om. poi agg. marg. L, p. 209
botte di vino

XCVIII22 Oggi se n’ucciderebbono se n(e) agg. interl. L, p. 223


gli uomini

CIV 3 in fine dànno denari e paga- dànno agg. interl. L, p. 237


no quelli che cantano

Siamo insomma di fronte a un lavoro professionale di riscon-


tro con la prima copia borghiniana, dimostrato dalle molte con-
vergenze in errore che si vengono a creare; naturalmente, laddo-
ve invece si tratta di allineamento alla lezione originale, è impos-
sibile determinare se fu impiegato B, lo stesso manufatto di par-
tenza, o altra copia di servizio. Al momento di licenziare il Proe-
mio alle Annotazioni e discorsi sul Decameron, com’è noto, è lo
stesso Borghini a informarci di non possedere altra redazione del
testo con cui poterne riscontrare la lezione: dopo aver sottolinea-
to l’utilità del novelliere come fonte su «costumi, habiti et molte
usanze di que’ tempi» oltre che, naturalmente, repertorio di
«buone voci assai et di que’ modi di dire di quella età», egli avver-
te che «bisognerebbe un testo più intero, che il nostro è lacero et
appena vi sono mezze et quelle spesso interrotte et spesso in parte
spezzate, né lo scritto ci par così sicuro come vorremo et con altri non s’è
potuto riscontrare»45. Se tale era la situazione nei primi anni Settan-

45. Così nella redazione A del Proemio, che si cita da Borghini, Annotazio-
ni, p. 353 (mio il corsivo); la versione a stampa ha, più concisamente, «Ma ci è
di male che noi habbiamo havuto un testo solo et quel molto lacero et, per
essere stato o a mano di fanciulli o di chi ne ha tenuto poca cura, vi manca
per entro il libro di molte carte et una particella in principio, e la fine tutta,
tal che appena se n’è conservata la metà» (ivi, p. 38).

XLIX
INTRODUZIONE

ta, non pare verosimile che il Priore permettesse che l’unico testo
antico disponibile lasciasse il suo laboratorio, specie dal momen-
to che Borghini aveva, all’epoca, ancora intenzione di pubblicare
il novelliere sacchettiano, in tutto o in parte; che B, al contrario,
fosse prestato o altrimenti ceduto è certificato dal successivo
smembramento del codice, e dalla comparsa in Laurenziana della
sua seconda parte.
Ad ogni modo, il progetto di edizione delle novelle sacchettia-
ne, o almeno di una selezione di esse, doveva essere ben più anti-
co: è ben noto che già nel 1559 Vincenzio spediva un campione di
11 novelle al Granduca (corrispondente a quelle trascritte nel teste
FR), presentandone l’autore come esempio di «favella … pura e
propria», nel contesto della ben nota teoria secondo cui il volgare
era decaduto dopo Boccaccio.46 Nel corso degli anni Sessanta la
preparazione doveva essere progredita con successo, se Baccio Bal-
dini scrive al Borghini in data 14 novembre 1571 raccomandando
il controllo del lavoro editoriale, che cioè sul Sacchetti «lo stampa-
tore ci usasse gran diligenza, acciò che non seguisse di queste come
di Giovan Villani»47. Ciò lascia un’ampia zona d’ombra, con inco-
gnite storiche e materiali che, di difficile ponderazione, avranno
determinato dapprima la rinuncia alla stampa, in séguito l’avvia-
mento del testo in un circuito di scribal edition. Non possiamo sape-
re in quali tempi e modi B fosse disponibile sullo scrittoio del Bor-
ghini, prima e dopo il suo prestito e successivo smembramento;
valutiamo con difficoltà l’accesso al malconcio manufatto origina-
le, nel suo progressivo, certificato deterioramento;48 salvo casi for-
tunati, ignoriamo la stratificazione e direzione delle varie tornate
di revisione, dato che è del tutto probabile che per diverse zone del
testo, o persino per singole novelle, venissero fatti riscontri di segno
diverso, più o meno accurati, rivolti all’antigrafo o ad altri mate-
riali ivi disponibili.
Sul piano della deontologia editoriale, la fitta rete di riscontri
incrociata che si è dimostrata a carico di ambedue le testimonian-

46.Woodhouse 1971: 101-115. Una sintesi della questione, e la citazione del


passo borghiniano, possono leggersi in Zaccarello 2008: 181-182.
47. Il Villani fu stampato per le cure di Remigio Nannini, detto Remigio
fiorentino, nel 1559: sui carteggi con editori e collaboratori in quegli anni si
veda Tapella-Pozzi 1988: 82 e Borghini, Annotazioni Villani, p. 438 e nota.
48. Nulla sappiamo delle circostanze in cui il manufatto venne poi disper-
so: tuttavia, anche se fosse rimasto nell’atelier del Priore, le sue precarie con-
dizioni consigliavano una saltuaria consultazione piuttosto che una trascri-
zione continua e sistematica.

L
LA TRADIZIONE TESTUALE

ze borghiniane, e la loro conseguente stratificazione interna, non


può che contaminarne la lezione, e limitare la validità dell’accordo
di B L: in altre parole, pur restando ferma la loro derivazione dal
comune modello in due diverse e distinte tornate di copia, la costi-
tuzione del testo non può muovere in via automatica dal loro
accordo contro la diramazione non borghiniana.49 La validità delle
singole lezioni, e della loro convergenza, deve essere dimostrata
luogo per luogo, accertando che non si tratti di allineamento
secondario, frutto di incrocio, collazione o altra revisione editoria-
le svolta nell’atelier borghiniano.50

V. LA TRADIZIONE NON BORGHINIANA

Solo pochi anni fa, il filone alternativo ipotizzato da Barbi si è


materializzato nel rinvenimento del codice oxoniense G, che con
N condivide una comune origine, distinta dalle copie conosciu-
te ma direttamente risalente al perduto codex unicus sacchettiano.51
In un secondo momento, e certo dopo la morte del Priore, il
malconcio originale in possesso di questi venne trascritto in una
copia ora perduta ma ricostruibile attraverso gli apografi G e N,
che condividono anche canone e ordinamento delle novelle. Che
questi ultimi discendano da un comune antigrafo (che chiamia-
mo z) è dimostrato da una lunga serie di errori e omissioni
comuni, cui si accompagnano lectiones singulares a carico di ognu-
no dei due. Rinviando per una dimostrazione analitica al saggio
che ho dedicato a questo filone della tradizione (Zaccarello
2008), raccolgo nella tabella seguente alcuni esempi di conver-
genza in errore dei testimoni non borghiniani, scelti fra i più evi-
denti e significativi (l’esemplificazione è come di consueto limi-
tata alle prime occorrenze).

49. A simili conclusioni ero pervenuto in Zaccarello 2012: 301 e n. 38.


50. Le varie e numerose coincidenze in errore di B ed L sono infatti,
non che facilmente dimostrabili e da tempo note, alla base del fatto che il
secondo è stato a lungo ritenuto descriptus del primo, come si è visto sopra
(p. xxx).
51. Delle 222 novelle superstiti, la tradizione borghiniana ne tramanda 201,
oltre al Proemio: una tavola del contenuto del codice, raffrontato al canone
borghininano, è in Zaccarello 2004: 138-144.

LI
INTRODUZIONE

TABELLA 7A. Errori comuni a G N (a sinistra la lezione critica)

IV 21 Quarto mi domandaste quan-


to la vostra persona vale, et io dico
che ella vale ventinove denari ventinove ducati G N

VII4 tra loro essendo messer Unghe-


ro di Sassoferrato, il quale aveva l’in- l’insegna dell’aquila (cens.) G N
segna del Crucifixo

VII 9 d’aver l’insegna, e reale e del-


l’altre solo per una gloria B L (lez. crit.
solo per una vana gloria) solo per vana gloria G N

XX 2 parve che volesse far la cena fare l’accomiatanza con Cristo e


come fece Cristo co’ discepoli suoi con li d. G N

XXII 13 però che piagentano per però che piangentano (prob. influs-
empiersi di quello degli ignoranti so del prec. gente lagrimosa ecc.) G
che vivono N

XXV 8 Messer Dolcibene, aspettando


questo mercante, gli aveva già misal- gli aveva già insalati e asciutti G N
ti et asciutti B L

XXV 11 li figliuoli che nascono loro


nipoti gli batezano, non vergognandosi non av(v)eggendosi G N
di aver ripieni i luoghi sacri di con-
cubine e di figliuoli

XXVIII 5 costui si vestì come una e sossogolato G N


forese, e soggolato che s’ebbe, si messe
paglia e panni in seno

XXXIII 11 fattosi innanzi quanto


potéo, prendendo il vescovo il corpo
di Cristo, e messer Dolcibene esce e messer Dolcibene esso G N (que-
st’ultimo corregge a. m.)

XXXIV 7 Io vegno testeso dal tal non ho fuoco G N


luogo, e sono tutto bagnato, come tu
vedi: in casa mia non ha fuoco

XXXIV 26 Dice la Caterina: – Tu sei


asciutto et haiti pieno il corpo, et

LII
LA TRADIZIONE TESTUALE

ora ci vogli dormire? In buona fe’ tu


non fai biene non fai bene G N

LXVIII7 E volendo spacciarsi e non


potendo, se non voleva lasserare il se non voleva lasciare G N
pezo della guarnacca

LXXIII 9 Se tutti gli pianeti avessino tutti gli parenti G N


disposto che quest’accordo si faces-
se, adoprandosi questo Dino in ciò,
si farebbe discordare

LXXV 2 Chi è uso a Firenze sa che A Giotto dipintore, andando a sol-


ogni prima domenica del mese si va lazo con certi, vien per caso che è
a San Gallo… fatto cadere da un porco: come sa
chi è uso… (diplogr. dal par. 1) G N

LXXIX 4-5 Messer Pino ridea, e dice-


va: – E’ mi darebbe il cuore di cor-
rerla con centocinquanta. E l’altro se ne con quaranta … con quaranta bar-
faceva beffe […]. Risponde il cava- bute … con quaranta lance G N
liere: – Dice che correrebbe Firenze
con centocinquanta barbute. […] non
che messer Pino corresse con cento-
cinquanta lance Firenze, ma che la
correrebbe con un asino…

LXXXIV 23 Quando io avrò assai sof-


ferto, io ti darò a divedere che io non non sono botta G N
sono gatta, soza troia

C 5 Il frate e tutta la predica come e tutta la brigata G N


smemorati guatavano onde questa
voce venia, però che vi era buio che
quasi non vedea l’uno l’altro

CX 7 E così in questa baruffa, pigian- pigliando i porci … e gridando G


do i porci il gottoso, gridando il got- N
toso, ch’aveva di che

CXI 2 Nella Marca, in un castello Santa Maria in Lesciano G N


che si chiama San Mattia in Casciano (Lasciano)

CXL 3 Io accecai forse dodici anni è,


et ho guadagnato forse mille lire forse mille ducati G N

LIII
INTRODUZIONE

CLIII 4 Me e’ ci ha peggio: che li nota-


ri si fanno cavalieri; e più su e’l pen-
naiuolo si converte in aurea coltellesca in aurea coltellessa G N

CLV 6 la spesa non fia come voi v’ima-


ginate, però che del cavallo che voi
terrete, se torrete un poltracchiello se terrete G N

CLV 12 la foggia del cappuccio essen-


do presa da una catena da fuoco, fece
rimanere il cappuccio con tutto il il cappuccio appiccato con tutto il
vaio appiccato B L vaio G N

CLVIII 7 e di questo non me ne stôrrei non me ne starei G N


se già per voi non si facesse una cosa
BL

CLVIII9 Elle furono favole, che non che che non s’accordassono (om. il
s’accordassono, ma elli non s’accozo- secondo che) … non s’accostarono
rono mai insieme che ne ragionasse- mai G N
ro B L

CLX 7 Alla perfine colui di cui egli


erono, tutto uscito di sé con l’ambascia tosto uscito di sé G N
della morte, n’andò là a ripigliargli

Una serie, nutrita e omogenea, di macroscopiche omissioni, di ori-


gine ottica o comunque meccanica, rafforza il valore congiuntivo
degli errori fin qui elencati:

TABELLA 7B. Omissioni congiuntive in G N (a sinistra la lezione critica)

II3 Avenne che questo ser Mazzeo,


venendo nel tempo della vecchiezza, om. venendo nel tempo della vec-
comminciò alquanto a vacillare chiezza G N

III6 – Benedetto sia l’ora e il punto


che qui mi ha condotto, e dove io ho om. e dove io ho sempre desidera-
sempre desiderato, cioè di vedere il più to G N
nobile e il più prudente e il più
valoroso re che sia tra i cristiani

V 1 essendo per combattere, lo fa com- om. et ei è morto G N (G om. anche


battere con un fante che avea l’arme lo fa combattere per saut)
de’ giglio nel palvese, et ei è morto.

LIV
LA TRADIZIONE TESTUALE

VII 6 non poteva aver ragione, però om. l’intero passo in c.vo per ovvie
che quando il nostro Signore Iesu Cristo ragioni di censura G N
fu in questa vita e di carne e d’ossa fu
venduto trenta denari, et ora ch’egli è
dipinto nella pezza e morto et in croce,
che si possa o debba ragionevol-
mente stimar più è cosa vana.

IX 5-6 Fatene un altro che diletti


questa brigata. Disse il buffone: – Et om. Disse il buffone G N
io lo farò poiché voi lo volete

XVI 21 diede la volta, ritornando


passo passo e cheto verso l’albergo om. e cheto G N
donde s’era partito

XVIII9 la mosca subito vi si poneva,


benché gli bisognava durare poca fatica, om. benché gli bisognava durare
però che l’hanno naso di bracchetto poca fatica G N
e volavano tutte verso il Basso

XIX 6 – Che son queste? Son elleno


rosse? Son elleno azzurre? Son elle-
no nere ? Non son elleno bianche?
Qual dipintore direbbe che le fossono om. Qual dipintore direbbe che le
altro che bianche? fossono altro che bianche? G N

XXII 3 tutti gli suoi parenti et uomi-


ni e donne nel pianto e nei dolori,
volendoli fare onore e non essendo vici- om. volendoli fare onore e G N
na ivi alcuna regola di frati, per
avventura passarono due frati minori

XXIV 3 Come addietro è narrato,


messer Dolcibene andò al Sepolcro; e Dolcibene era (h)uomo vago (om.
com’egli era di nuova condizione e vago andò al Sepolcro; e com’egli era di
di cose nuove, venendo però a paro- nuova condizione) G N
le con un giudeo perché diceva
contro a Cristo

XXIX 6 egli seguì la sua ambasciata. E


per averla esposta con due bocche,
ebbe meglio dal Papa ciò che om. ciò che domandò G N
domandò.

XXXVII 1 Bernardo di Nerino, voca-

LV
INTRODUZIONE

to Croce, venuto a questione a uno a om. a uno a uno; om. di per sé G N


uno con tre Fiorentini, confonde cia-
scuno di per sé con una sola parola.

XLI 9 Essendo il detto messer Ridolfo om. il detto; om. che era con l’eser-
andato a visitare messer Jean cito suo fuori di Perogia, et andan-
Auguth, che era con l’esercito suo fuori do poi a vicitare (saut) G N
di Perogia, et andando poi a vicitare l’a-
bate di Monmaiore, che per lo papa
signoreggiava Perogia

XLII 1 Messer Macheruffo de’


Macheruffi da Padova, antico cava-
liere d’anni et anticamente venuto
podestà di Firenze in questa novella om. podestà di Firenze in questa
tiene molto bene la lancia alle rene dei novella tiene molto bene la lancia
messer Ridolfo, però che venendo pode- alle rene dei messer Ridolfo, però
stà di Firenze, come è detto, con un che venendo; om. com’è detto G N
tabarro e con battoli dinanzi

XLVIII 2 Tanto avea voglia questa om. l’intera frase G N


contata donna d’andar drieto al
morto marito, quanto ebbe voglia di
coricarsi allato a un morto, in que-
sta novella

LXIV 3 E messogli l’elmo in testa e


dato l’asta, et appiccatogli un cardo
sotto la coda fu tutt’uno. om. fu tutt’uno G N

LXXI 4 Li Veneziani sono appropiati


a’ porci, e sono chiamati Veneziani om. e sono chiamati Veneziani
porci, e veramente hanno la natura porci G N
del porco

LXXII 4 O come strale che uscisse di


balestro? Più. Come n’andò? N’andò om. Come n’andò (saut) G N
come se mille paia di diavoli ne l’a-
vesse portato.

LXXXIV 4 fu mandato uno con le


chiavi dello sportello, e questo paren- om. e questo parente uscendo fuori
te uscendo fuori lasciò quello delle chiavi lasciò quello delle chiavi dello
dello sportello che l’aspettasse, et andò sportello (saut) G N
a Mino

LVI
LA TRADIZIONE TESTUALE

LXXXVI 2 fu un Imolese, chiamato


fra Michele Porcello, il quale era chia- om. Porcello, il quale era chiamato
mato fra Michele, non perché fosse fra Michele (saut) G N
frate, ma era di quelli che aveva il
terzo ordine di San Francesco

LXXXVII 16 Come, la buona ventura


vi recate voi a noia? Quello viso che om. Quello viso che dite che sia
dite che sia dipinto per voi, fu dipinto, dipinto per voi, fu dipinto (saut) G
già fa più tempo, per lo viso del re N
Carlo primo, che fu magro e lungo

CIII 8 Quando io penso quanta fede om. l’intero paragrafo G N


è, via meno ne truovo che io non
credo […] e noi siamo ben zucche
vòte, e nella fine ciascuno se n’hâ
vedere.

CVI 3 alla donna, o moglie che


vogliamo dire, era la detta cosa
venuta agli orecchi; di che un dì di che un dì cominciò a dire (saut)
cominciò a avere parole col marito, e tra G N
molte parole cominciò a dire…

CXXI 1 levando tutte le candele


dinanzi al Crocifisso, le porta tutte
et appiccale al sepolcro di detto om. detto G N
Dante.

CXXXIII 4 perché veramente sappia- om. sappiamo che G N


mo che egli è più povero che non è
Salvino Beccanugi, che è qui nostro
compagno.

CXLIV 23 – O[h], io l’ho mandato a


sotterrare in sagrato. Dicono i Genove- om. l’intero tratto in sagrato … si
si: – E mandà voi alla ecclesia sì fatte faccia G N
reliquie? Dice Martellino: – Così
comanda il papa che si faccia.

CXLVI 1 essendo scoperto paga lire


ventotto, et ancora lo restituisce a
cui l’ha imbolato; et in tutto gli
costa fiorini dieci, e rende il porco. om. e rende il porco G N

LVII
INTRODUZIONE

CXLVII 3 disse il fante: – E’ si vuol


dare la gabella, però che le quattro om. però che le quattro … gabella
pagano un denaio di gabella. (saut) G N

CLIV 9 – Per lo sangue de Dè, che io lo om. Per lo sangue de Dè G N (per


veddi motivi censori)

CLIX 11-12 percuotendosi e con


busso e con romore, su la Piaza de’
Priori. Li quali priori, e chi era in om. Li quali priori (saut) G N
palagio, veggendo dalle finestre…

A completamento della dimostrazione, si elencano di séguito


alcuni errori singolari di G e di N, che ne certificano l’indipen-
denza: l’esemplificazione è al solito limitata alle prime occorrenze,
nella colonna di sinistra compare la lezione critica.

TABELLA 8A. Errori singolari di G

IV 6 E il signor gli dette termine tutto om. termine G


il dì seguente

V 1 essendo per combattere, lo fa om. lo fa combattere (saut) G


combattere con un fante che avea l’ar-
me de’ giglio

VI4 Basso, io vorrei qualche uccello


per tenere in gabbia, che cantasse bene om. che cantasse bene G

XI 10 a me non bisogna altro a arder- per crederti paterino G


ti per paterino.

XIV 2 di quelle che già udii di lui,


come che molt’altre ne facesse. come molt’altre G

XVII 2 2Nella città di Firenze fu già un


Piero Brandani, cittadino che sempre om. cittadino G
il tempo suo consumò in piatire

XXVII 8 il marchese l’ebbe per da più l’ebbe poi da più prima G


che prima

LVIII
LA TRADIZIONE TESTUALE

TABELLA 8B. Errori singolari di N

XIII 2 questo Alberto, in questa sua nella presente sua novella N


terza novella

XVII 2 Aveva costui un suo figlio d’età costui un figliuolo (om. suo) N
di diciotto anni

XXXIV 12 Prete dei, miserere mei Prete dio N

1 quando entra nella terra s’av-


XLIII
vede essere sghignato essere sgrignato N

LIV 4 la notte e l’ora da tornarsi a casa l’ora del portarsi a casa N


gli partì dal ragionamento

LXVIII3 accostandosegli spesse volte parecchi (om. volte) N


con romore

LXXII3 mangiargli con quel buglione,


che poi gli minestrate col formaggio in bruaggio N

LXXIX 6 l’ha signoreggiata con una


mula già fa cotanti anni – e contò un e cotanto gran numero N
gran numero.

Dimostrata l’esistenza di un comune antecedente per i testi-


moni G N, principali rappresentanti della tradizione non borghi-
niana del novelliere, conviene tracciarne un sommario profilo.
Derivante dal malconcio originale in una fase successiva, e ulte-
riormente mutilata, rispetto a quella in cui vennero trascritti B L,
z doveva contare solo 201 novelle, e possiede caratteri di copia
marcatamente diversi rispetto ai suoi antecedenti: opera di un
cultore della lingua del buon secolo, esso manifesta un atteggia-
mento propositivo di sistemazione redazionale, non si arrende di
fronte ai molti passi danneggiati o di difficile lettura, ma riesce a
decifrare o ricostruire un gran numero di passi in cui gli scribi
borghiniani si erano arresi senza condizioni. Se in molti di questi
casi la lezione di G N è assai convincente sia sul piano sostanzia-
le sia sul piano stilistico, ho già avuto modo di avvertire che
occorre guardarsi da accettare senza esitazione passi che offrono
un dettato piano a fronte di guasti o frasi lacunose tràdite dal ver-
sante borghiniano, per il sospetto di manipolazione e rielabora-

LIX
INTRODUZIONE

zione che deve gravare sistematicamente su siffatte operazioni


(Zaccarello 2008: 158-159). Quel che è certo è che porre in con-
traddittorio due iniziative di copia tanto diverse rende abbastan-
za agevole, nel giudizio del singolo caso, distinguere da un lato la
vasta casistica di accidenti meccanici e guasti di copia, dall’altro
individuare la mano del revisore, spesso chiaramente riconoscibi-
le per i suoi connotati sintattici o lessicali.
Il capostipite z si caratterizza anche per una marcata propensio-
ne alla censura, attuata specie nei confronti dei nomina sacra, come
può esemplificare il passo seguente, CI 10: «– Benedetto sia Iesu Cri-
sto, che sì belli piedi fece. E dai piedi tocca le gambe: – Benedetto
sia tu, Iesu, che sì belle gambe creasti. Va al ginocchio: – Sempre sia
benedetto il Signore, che così bel ginocchio formò. Tocca più su le
cosce: – O benedetta sia la virtù divina, che sì nobil cosa generò…».
Alle parti in corsivo corrispondono in G N le espressioni, ben più
vaghe e rispettose di orecchie controriformate: «Benedetto sia il
cielo … Benedetto cielo … sia lodato il cielo … la virtù del
cielo». Anche imprecazioni come CLXXVIIbis 3 per lo sanghe de Dè
(con mimesi della parlata ligure) sono addomesticate da G N: «per
lo sangue di me». Lo scrupolo censorio di z arriva a compromet-
tere l’intreccio della novella nell’esempio VII 4 «tra loro essendo
messer Unghero di Sassoferrato, il quale aveva l’insegna del Cruci-
fixo» (Tabella 1a): a quest’ultima lezione correttamente tràdita da
L e pesantemente biffata in B, corrisponde in G N un l’insegna del-
l’aquila che rende del tutto immotivato il successivo sviluppo della
novella, in cui Ridolfo da Camerino valuta l’insegna ventinove
denari, uno in meno di quello che Cristo fu venduto in vita (parr.
6-7: gli astanti assegnano la ragione a Ridolfo con molte risa, ma
naturalmente la battuta resta del tutto incomprensibile con aquila).
Analoga perdita si ha con la velenosa stoccata di Bernardo di
Nerino nella novella XXXVII 9 «dicendo contro al detto Bonciani:
– Deh guardate, signori, per cui fu morto Cristo, che è cosa che fa
ch’io non sarò mai più lieto né contento», passo che in G N suona
assai più scialbo: guardate … per cui s’è ragunata tanta gente.52

52. Per altri esempi analoghi in cui il testo dev’essere ricostruito in modo
complesso, incrociando i due rami della tradizione, e in particolare esempi in
cui B L tramandano passi più completi dei riferimenti sacri dell’originale, si
veda Zaccarello 2008: 179-181.

LX
LA TRADIZIONE TESTUALE

VI. DOPO BORGHINI: I CODICI SEICENTESCHI DI ANTONIO DA SANGALLO

Sull’erudito e bibliofilo fiorentino Antonio d’Orazio Giamber-


ti da Sangallo (1551-1636), nipote del più noto architetto Antonio
da Sangallo il Giovane, si dispone di un saggio assai documentato
di Berta Maracchi Biagiarelli (1957). Formatosi a Roma, dal 1574
era stabilmente residente a Firenze, dove ottenne nel 1605 le fun-
zioni di archivista presso l’ufficio delle Suppliche; questo strategi-
co impiego consentì ad Antonio di accedere a una gran quantità di
biblioteche e fondi librari dell’epoca, con prelazione d’acquisto, e
di mettere insieme così un’importante collezione di manoscritti di
autori volgari (oggi in gran parte alla Biblioteca Nazionale Cen-
trale di Firenze ed alla Biblioteca dell’Accademia dei Lincei e Cor-
siniana di Roma). Di grande interesse è il catalogo che il possesso-
re ce ne ha lasciato, dal quale sappiamo che Antonio, interessato
soprattutto ad opere storiche e cronachistiche, collezionava anche
opere letterarie, specie del buon secolo (ampiamente presenti le tre
Corone):53 forse in virtù della particolare combinazione fra pregio
linguistico e testimonianza storica, il Sangallo si dedicò in modo
particolare alle Trecento novelle, presenti in duplice copia nel Libro
de’ libri (nn. 139 e 147: Maracchi Biagiarelli 1957, p. 152).54 La cir-
costanza è di particolare interesse perché Antonio ha lasciato
un’impronta di notevole rilievo nella storia della tradizione del
novelliere, agendo al tempo suo come una sorta di intermediario
privilegiato fra l’opera del Sacchetti, inedita e assai ambìta come
pregevole testo di lingua, e un pubblico evidentemente disposto a
commissionargliene copie e integrazioni.55 Sopravvivono vari
codici almeno parzialmente di sua mano, e già Barbi 1927 ne
segnalava ben quattro: con le sigle qui adottate, si tratta di M’, R’,
Pal, V, che converrà passare brevemente in rassegna.

53. Il catalogo della ricca biblioteca è il Libro de’ libri di Ant. d’Oratio da
Sangallo, Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms. 2244 (Maracchi Biagiarelli 1957,
p. 151 e n. 3).
54. I titoli nel ms., ambedue autografi del Sangallo, sono: «Delle Trecento
Novelle una gran parte di Franco Sachetti Nostro cittadino fiorentino» (n.
CXXXIX, c. 54r [num. ant. 99r]) e «Le Trecento Novelle di Franco Sacchetti»
(n. CXLVII, c. 57r [num. ant. 105r]).
55. Anche il Barbi aveva ben compreso questa particolare funzione del
bibliofilo fiorentino in relazione alle nostre novelle: «Nessuna difficoltà ad
ammettere che il Sangallo abbia fatto altre copie, o messe comunque le mani
in altri manoscritti […], doveva preparar copie del Sacchetti per chi ne voles-
se, e prestarsi con i suoi testi a completar la raccolta per chi avesse soltanto la
Scelta» (Barbi 1927: p. 125).

LXI
INTRODUZIONE

Le appendici R’ e M’ (integrazione l’una della Scelta nella sua


configurazione tipica, l’altra della prima parte di B) sembrano alle-
stite a partire da fonti che mantengono i connotati testuali origi-
nari e possono quindi essere identificate nelle linee generali. Nel
caso di R’, si rileva senza dubbio l’impiego di una fonte collatera-
le a G N, che concorda in errore con questi ultimi contro B L,
anche in omissioni di varia natura che rinviano a un comune ante-
cedente (ad es. X 8). Pur evitando i guasti più evidenti grazie a
riscontri collatori, R’ condivide errori caratteristici di z: nella
Tabella 7a, IV 21, VII 4; XXII 3; XXV 8, XXXIV 7 e 26, C 5, CX 7 ecc.;
nella Tabella 7b ha le omissioni caratteristiche VII 6, XXII 11, LXXII
4, CXXI 1 ecc. Come si è detto avanti, inoltre, la nov. LIX possiede in
R’ un’annotazione iniziale attestata solo dal versante non borghi-
niano della tradizione: «Questa istoria d’haver fatto sotterrare insie-
me con un corpo morto di un Pellegrino [un prete vivo] è attri-
buita al Conte di Virtù Sig.re di Melano è attribuita al conte di
Virtù, signor di Milano» (l’integrazione fra quadre è introdotta
sulla base di G N).
R’ ha naturalmente anche errori suoi, facilmente riconoscibili a
partire dal confronto con G N, fra i quali passiamo in rassegna
quelli più evidenti, ancora scelti fra le prime novelle: IV 31 «E giun-
to al papa, disse dell’altezza del cielo esser trenta voci» / esser trenta
usci R’;56 X 9 «non fu però questo messer Dolcibene sì scelerato
che non componesse in questa andata al Sepolcro in versi volgari
una orazione alla nostra Donna» / om. al Sepolcro R’; XXII 13 «met-
teranno con le loro parole li ricchi usurai in paradiso e sapranno che
mentono per la gola» / che sapranno che R’; XXXIII 5 «Il signore,
che aveva ordinato che il vescovo gli desse che gli dolesse» / om. che
gli dolesse R’; XXXIII 11 «Né mica disse istamane cotestui il pater-
nostro di san Giuliano» / om. cotestui R’; XXXIV 1 «truova al fuoco
di molte vivande et una giovane, nella quale per tre dì sta come gli
piace» / della quale si gode tre dì R’; XXXIV 2 «Ferrantino degli
Argenti di Spoleto, il quale io scrittore e molti altri viddero esecuto-
re di Firenze» / videro uscire di Firenze R’; XXXIV 29 «pareva un
uomo uscito di sé, mandando alcuna volta spie a sapere se Ferran-
tino ne fosse uscito» / om. spie R’ ecc. Dagli esempi passati in ras-
segna si può insomma inferire che R’ attinge alla stessa fonte da cui
discendono G N, ossia il codex interpositus z già ipotizzato per moti-
vare una serie di errori e omissioni comuni ai due testi non bor-

56. La contestuale omissione di esser trenta voci da parte di G lascia supporre


che il passo fosse poco leggibile in z.

LXII
LA TRADIZIONE TESTUALE

ghiniani;57 in questi ultimi, le evidenti lacune in comune con R’


sono evidenziate con vari accorgimenti grafici (puntini o spazi in
G N; asterischi in R’) e lasciano supporre che le perdite, in buona
parte motivate dalla censura, si trovassero materialmente su z.
Analoga dimostrazione può essere condotta per M’, a carico del
quale si trovano altrettanti errori congiuntivi rispetto a G N; ci si
limita ancora ai primi esempi, anche se occorre ricordare che,
naturalmente, si possiede solo l’attestazione della parte del novel-
liere successiva alla nov. CXXXIX. Della tabella 7a, M’ condivide gli
errori caratteristici di z a CLIII 4, CLV 6 e 12, CLVIII 7 e 9, CLX 7 ecc.;
nella 7b le caratteristiche omissioni a CXLVI 1, CXLVII 3, CLIV 9, CLIX
11-12. Fra gli errori singolari di M’, ricordo a titolo esemplificati-
vo (a sinistra della barretta la lezione critica): CXL 3 «ho guadagna-
to forse mille lire» / mille fiorini M’ (cifra del tutto esagerata); CXL
17 «E pigliando la maza sua, dando a tutti di punta» / la mazza, va
dando a tutti M’; CXLV 2 «la coraza e la barbuta con che fu fatto cava-
liere» / barbuta come fu fatto M’; CXLVI 1 «imbola un porco» / un
poco M’ ecc.58
Per la grande differenza, già ricordata, nel canone di novelle
attestate da R’ e M’ non si può andare molto oltre nello stabilirne
i reciproci rapporti, ma appare chiaro che ambedue le appendici
sono state realizzate a partire da una stessa fonte che condivide
alcuni errori caratteristici con G N, aggiungendone naturalmente
di suoi. Possiamo dunque chiamare AS questa fonte deperdita, e
immaginarla a diretto contatto con z, il già dimostrato comune
modello di G ed N. Almeno per le poche novelle attestate in R’ +
M’, AS svolge così un’importante funzione di verifica delle testi-
monianze non borghiniane, permettendo di ricostruire z in regi-
me di recensio chiusa.59
Pur nell’ambito di rapporti intorbidati dalle abitudini contami-
natorie di Antonio, Pal è un probabile descriptus di R, di cui rispec-
chia la costituzione, sia pure con l’eliminazione di alcune novelle
dell’appendice per probabili motivi di spazio: lo suggerisce il fatto
inconsueto che quattro di esse (VII, X, LXXV, XCV) sono recuperate
in calce alla raccolta, fuori dall’ordine consueto (subito prima della
CXXXIV che chiude la silloge). Paiono confermarlo errori peculiari

57. Rinvio ancora a Zaccarello 2008: 157-159.


58. Alcuni altri errori singolari di M’ sono elencati in Zaccarello 2008: 136.
59. In pratica, tuttavia, ciò non è essenziale ai fini della restituzione della
lezione originale, che è solitamente assicurata dalla convergenza di uno dei
tre epigoni di z con il filone borghiniano.

LXIII
INTRODUZIONE

di R’ che passano in Pal e che difficilmente potevano figurare nella


fonte in possesso di Antonio, poiché non si trovano in altri suoi
manufatti (casistica sempre limitata alle prime occorrenze):

TABELLA 9. Errori congiuntivi R’ Pal (a sinistra la lez. crit.)

IV 31 disse dell’altezza del cielo esser esser trenta usci (paleogr.) R’ Pal
trenta voci

IV 32 Altri dicono che l’ultimo que-


sito, per torli ogni modo, fu che egli corlo in ogni modo R’ Pal
dicesse quello che egli pensava [om.
l’intero paragrafo B L]

XXV 8 Messer Dolcibene, aspettando


questo mercante, gli aveva già misal- insalati R’ Pal (in convergenza polige-
ti et asciutti B L netica con G)

XXVIII 20 – O dove è? –, disse ser


Tinaccio. Rispose la fanciulla: – Ista- disse la fanciulla (om. ser Tinaccio.
mane per tempissimo, credo più per Rispose) R’ Pal
vergogna che per altro, se n’andò col
fanciullo.

XXXIII 5 Il signore, che aveva ordinato


che il vescovo gli desse che gli dolesse om. che gli dolesse R’ Pal60

XXXIII 7 pigliando il vescovo e


dicendo a un tratto «‘Et secundum
magnam multitudinem pugnorum’» multitudinem pugnarum R’ Pal

XXXIV 31 dicendo a Ferrantino che si


scusasse d’uno processo che gli aveva
formato adosso formato adesso R’ Pal

Anche per Pal, ad ogni modo, la collocazione relativamente certa


non va intesa come discendenza lineare: è infatti da ritenersi certo il
saltuario ricorso ad altra fonte, come nel significativo caso di XXI 7,
dove a fronte di un’opposizione netta fra i due rami della tradizio-
ne (G N hanno la lezione corretta donna Buona, necessaria al suc-

60. Pal condivide la lacuna di R’, salvo che poi una diversa mano erade il
passo e lo riscrive completo (con modulo più piccolo e stretto).

LXIV
LA TRADIZIONE TESTUALE

cessivo gioco di parole del Basso: «in ottanta anni ch’io sono vissu-
to, mai non ne trovai alcuna buona»; il versante borghiniano ha inve-
ce mon(n)a Buona, forse per fraintendimento di un’abbreviazione),
Pal ha il curioso ibrido «io sono la tua vicina mona Buona don(n)a».
In sintesi, se la documentazione d’epoca evidenzia la presenza di
almeno due diversi codici del novelliere sacchettiano nella biblio-
teca del Sangallo, la collazione delle testimonianze di sua mano
manifesta l’impiego di due fonti di tipo diverso, una di tipo bor-
ghiniano e una strettamente affine a G N, diretta discendente di z.
Queste circostanze devono essere valutate nel contesto di un’am-
pia e qualificata domanda di lettura che in Antonio riconosceva un
sicuro tramite per acquisire copia del novelliere (in forma comple-
ta o quasi), o almeno integrare il diffuso canone della Scelta con
una cospicua appendice. Tutto ciò risulta in un’intensa ed estesa
attività scrittoria, in cui si potevano sovrapporre e incrociare le
fonti disponibili, esercitare varie forme di congettura, per mettere
a punto il testo e prepararlo per i lettori più esigenti: tali preroga-
tive del Sangallo emergono più chiaramente in sillogi di più ampio
respiro, caratterizzate da più attenta revisione e, come si vedrà fra
breve, da una sistematica contaminazione delle fonti disponibili.
Ancora Barbi aveva osservato che un altro codice del Sangallo, il
marciano V, risultava più completo in alcune sue parti, ma finiva per
considerare le copie di Antonio espressione di un medesimo assetto
redazionale. È bene invece dire chiaramente che V non è una delle
copie della Scelta che il Sangallo munì di integrazioni più o meno
lunghe, ma un testimone di un canone diverso e ben più ampio: la
seriazione di V non segue infatti il canone della Scelta, ma quello
compatto dei testimoni primari (se ne veda la tavola di séguito, in
Appendice); si tenga poi presente che alle 160 novelle più il Proemio
che esso contiene sono da aggiungere circa tredici novelle che si tro-
vavano in un fascicolo di 16 carte oggi perduto (fra l’attuale p. 48 e
la p. 81 della numerazione autografa di Antonio). Riassumendo: fra
i codici che si devono alla mano di Antonio, il marciano V è dun-
que spesso assimilato alla tradizione della Scelta borghiniana ma con-
tiene oltre quaranta novelle in più, incluse molte di quelle escluse
dal florilegio borghiniano per il loro contenuto vistosamente sacri-
lego e licenzioso. Inoltre, tali novelle non sono trascritte in forma
d’appendice, come accade per M’ e R’, ma si inseriscono nel punto
d’origine, giusta la seriazione borghiniana.61

61. Non è chiaro il criterio, o forse l’arbitrio, in base a cui dal canone ori-
ginario sono state escluse le restanti sessanta novelle, ma il raffronto con altre

LXV
INTRODUZIONE

Il canone e l’ordinamento di V sono strettamente analoghi a


un’altra testimonianza finora catalogata come copia della Scelta, ma
più ampia e di contenuto radicalmente diverso, il corsiniano C, che
non è mai stato oggetto di studio specifico, tantomeno di escussio-
ne collatoria: non segnalato da Barbi, potrebbe identificarsi col
perduto manoscritto da questi ricordato fra quelli che servirono
per allestire la stampa E.62 Questo codice riflette una più ambizio-
sa editio tanto nell’autonomia codicologica quanto nel lavoro filo-
logico che presuppone, con la redazione di precisi indici alfabetici
(secondo l’iniziale dei protagonisti delle novelle) e una documen-
tabile ricerca della lezione più plausibile mediante il raffronto di
almeno due delle fonti all’epoca note. La contaminazione a carico
di C, nella forma del concorso tra una fonte di tipo borghiniano e
una non borghiniana, è agevolmente dimostrata, anche se l’intensa
attività di emendatio svolta da Antonio lascia solo un numero limi-
tato di errori caratteristici di tipo congiuntivo.

TABELLA 10A. Accordo in errore di C con la lezione non borghiniana (G N)


contro la lez. crit. (colonna di sinistra)

XXV 11 loro nipoti gli batezano, non non a(v)veggendosi G N (= R’);


vergognandosi non veggendosi C

LXXXVII 16 – Come, la buona ventu-


ra vi recate voi a noia? Quello viso che a noia? Già fa più tempo per lo
dite che sia dipinto per voi, fu dipinto, già viso (saut congiuntivo) G N C
fa più tempo, per lo viso del re Carlo
primo, che fu magro e lungo, con lo
naso scrignuto.

CLXIII 16 Il meglio che potete fare è


di guardar ch’alcuno non rechi

testimonianze riconducibili al Sangallo testimonia un’intensa attività collato-


ria e redazionale e fa pensare a soluzioni che tenevano conto della sensibilità
dei committenti. Riporto nell’Appendice le tavole raffrontate dei due codici V
e C, con la numerazione tradizionale in cifre romane e quella del ms. fra
parentesi, contrassegnando con → i testi assenti dalla Scelta.
62. Barbi sottolineava che per comprendere la genesi della princeps del
novelliere occorreva «ricercare quel codice Gherardini, ch’era stato il terzo
codice usufruito dal Biscioni [curatore della stampa], e possibilmente anche il
manoscritto di Antonio da Sangallo da cui il codice Gherardini era stato
estratto», poiché quest’ultimo risulta «oggi perduto o non ancora rintraccia-
to» (Barbi 1927: 93-94).

LXVI
LA TRADIZIONE TESTUALE

inchiostro al banco, e la cappa che la cioppa G N C (G poi corr. roba)


avete fatta nera da piede, fatela
mozare

CLXV 5 Un mercatante chiamato om. Bartolini G N C


Lionardo Bartolini

CLXXIII 16 e ’l podestà veggendoli


tutti gozuti, si maravigliò e fra sé
stesso disse questa essere una cosa disse questa era B L / disse questa
molto strana è una c. C (reazione all’om. del che)

CLXXV 6 che ’l pascessono e Antonio et a Antonio facessono danno G N


facessono smemorare C

CLXXVII 12 aveva avuti di vitigni


dolorosi e tristi, i quali ogni volta si om. i quali ogni volta si poteano
poteano vedere vedere G N C

CLXXVII bis 3 Che per lo sanghe de Dè, per lo sangue di me (cens.) G N C


ti farò appiccare alle forche basse!

TABELLA 10B. Accordo in errore di C con la lezione borghiniana (B L),


contro la lez. crit. (colonna di sinistra)
XXXVII 7 – Io ne sono molto certo,
che è segnale, quando si trovasse un
compratore di me, che io vaglio
qualcosa; ma non mi darebbe già il om. le parti in c.vo B L C; tenendo-
cuore a me di vender te né meno in viti suso … vita mia B L C; que-
sul ponte al Rialto, tenendovisi suso st’ultimo aggiunge l’errore proprio di
tutto il tempo della tua vita, tanto sei vender te → di vederti
tristo, doloroso e disutile. G N

XLI 11 Fu dipinto a Firenze, quando


venne in disgrazia del comune,
impiccato per li piedi, per fargli vergo- om. impiccato per li piedi B L C
gna; et essendogli stato detto, disse: – edd.
Così si dipingono molti santi. Io
sono dunque sì fatto santo. G N

XLVIII 9 Ma egli era come parlasse a


un muro, di che non era per muo- Al muro! (om. Ma egli era come
versi. Di che Lapaccio si comincia a parlasse) B L C edd.
versare, dicendo: – Deh, morto sia tu

LXVII
INTRODUZIONE

a ghiado, che tu devi essere uno


rubaldo. G N

LXXXII 14 L’animo di un signor parrà


talora cheto, et in sé medesimo
combatte con diverse genti et in
diverse parti. Più sicuro saria dunque
a chi lo può fare di non s’impaccia-
re, e così non sarà impacciato; e om. così; om. e godendo la sua
godendo la sua quiete, fuggirà ogni peri- quiete, fuggirà ogni pericolo. B L
colo. G N C edd.

CXIV 10 «Bene ho guadagnato, che


dove per la venuta di Dante io cre-
deva d’esser prosciolto, et io son
condannato doppiamente». Scusato Scusato accusato che si fu B L C63
l’accusato che si fu … Scusato che si fu G N

CXXIV 10 Così trovò, chi senza misu-


ra tranguggiava, chi gli diede ordine
di mangiare consideratamente con una … di mangiare consolatamente B
nuova sperienza. G N L C edd.

CXXVI 5 – È tuo questo figliuolo? E om. figliuolo B L C


quelli risponde: – Io credo di sì
GN

CXXXIV 4 – Io non son pagato dal


debitore che il prete più volte m’ha
assegnato; più non intendo d’aspet-
tare. Per certo conviene che io sap-
pia s’io debbo esser pagato da questo da questo creditore (errore polare) B
debitore che il prete m’ha dato tante L C / ‹debitore› edd.
volte. G N

CXLVIII 4 egli levandosi la mattina


secondo l’uso suo scendeva all’uscio suo om. secondo l’uso suo (aplogr.) B L
e, se passava alcuno, e quelli lo chia- C
mava G N

CLV 6 tutto il dì gli menano in qua e

63. In corrispondenza di questo luogo, forse di difficile lettura sull’origi-


nale, G N riflettono una probabile aplografia di z: «Scusato che si fu, tornasi
a casa, e trovato Dante, dice…».

LXVIII
LA TRADIZIONE TESTUALE

in là e poi riescono i migliori caval-


li e più sicuri che si trovino. G N che si scorgano (ripetiz. dal prec. scor-
gere) B L edd. / che si scorgono C

CLX 5 infino su per li deschi saltando


e traendo ogni cosa corcarono et a assai, ogni cosa cercarono B L N C
e cittadini e tavernai, feciono male. G edd.64

CLXXVII 9 fece porre i detti maglioli,


e messer Vieri similmente fece porre
quegli che gli erono stati lasciati in gli erano stati scambiati B L C
scambio. G N

CLXXVII bis 7 E maestro Ubertino di


Fetto Ubertini, in teologia maestro, om. il secondo maestro B L C
frate eremitano. G N

Di particolare interesse appare la circostanza che fra le due fonti


Antonio non sembra accordare una netta preferenza, anzi oscilla fra
correzioni in favore dell’uno o dell’altro ramo della tradizione; in
C si può infatti osservare una serie di interventi omogenei, opera-
ti dallo stesso Antonio durante la revisione e collazione del testo,
come nei casi che seguono: a VI 9 «Disse Dante: – Purché io ve lo
sappia dare» (G N), C ha la lezione borghiniana dire, poi corretta
in dare, che è la lezione di R’ Pal. A LXXXIV 4 «– Mino, io t’ho detto
più volte della vergogna che moglieta fa a te et a noi, e tu non l’hai
mai voluto credere»: così leggono G N e il testo critico, ma B L
non intendono il possessivo enclitico e hanno «… che mogliera»,
forma anche linguisticamente meno probabile che passa alle nostre
edizioni di riferimento; ebbene C ha che moglieta come lezione
base, poi corretta in che mogliera per collazione con la fonte bor-
ghiniana. In modo altrettanto eloquente, il nostro C contamina le
due lezioni concorrenti in vari casi: a CXVII 7 «Messer Dolcibene,
che ben s’avvedeva, dice al Signore: – De[h], non facciamo tanti
atti» (G N). In C la lezione base di B L, che sedea, è corretta in inter-
linea, in inchiostro più scuro ma dalla stessa mano, s’avvedea (p.

64. Solo corcarono ‘buttarono a terra’ è congruo al senso e pertinente alla


situazione, mentre cercarono è probabile travisamento paleografico. A confer-
ma della probabile poligenesi di questa lectio facilior, anche N ha cercarono. Si
tratta di uno dei pochissimi casi in cui s’impone l’emendamento contro la
convergenza dei due rami della tradizione.

LXIX
INTRODUZIONE

251);65 nella nov. CLV: «E brevemente così fu fatto; et acconce le sue


robe per questa forma, accattò un ronzino e venne in Firenze in
casa un suo pratese che vi stava»; così G N e la presumibile lezione
critica, mentre B L hanno un suo parente, con le edizioni correnti,
ma C ha un curioso ibrido, frutto certo di contaminazione: in casa
un suo parente pratese. Anche nella CLXXIII 2, C riflette la lezione cor-
retta, tràdita dal ramo non borghiniano: «io non trovo, fra tutti i
buffoni che furono mai, sì diverse astuzie e con sì strani modi
usate», con quest’ultimo participio retto da astuzie in iperbato; pur
non adottando l’erroneo usare attestato da B L, che guasta la sin-
tassi e richiede un improbabile reggenza infinitivale a trovo, C
manifesta scarso credito nella lezione inizialmente copiata e ripas-
sa usate in usati.
Il teste corsiniano appare insomma frutto di un’estesa contami-
nazione di una fonte di tipo non borghiniano (con ogni verosimi-
glianza il perduto codice AS, derivante in via diretta da z e già ser-
vito per confezionare le integrazioni M’ e R’), e una di tipo bor-
ghiniano, senza che lo scriba abbia usato sistematicamente l’una o
l’altra come base, ma con un intreccio continuo anche nella singo-
la novella. Si prenda ad esempio la novella CLXV, dove C ha errori
in comune ora con l’uno (nella prima parte), ora con l’altro tipo:

TABELLA 11. Esempio di contaminazione in C: la nov. CLXV

CLXV 2 che non era male il dir male, … che il male era a rapportarlo B
ma che era male il rapportarlo G N LC

CLXV 4 Questo Carmignano consi-


derava molto bene la qualità degli … troppo bene … B L C
uomini e delle donne G N

CLXV 5 Un mercatante chiamato


Lionardo Bartolini om. Bartolini G N C

CLXV 6 trovò a un giuoco di tavole


esser grandissima contesa B L … grandissima questione G N C

CLXV12 mi fa ricordare quanto il


mondo corre oggi in questo errore B L … in questa terra G N C

65. Si tenga presente che, nel contesto narrativo, la lezione che sedea di B
L non dà senso soddisfacente, tanto da aver propiziato la correzione che
s’‹ave›dea nelle edizioni correnti (si veda l’annotazione al passo, p. CXXXVII).

LXX
LA TRADIZIONE TESTUALE

In estrema sintesi, la disponibilità di due fonti afferenti ai due


filoni superstiti della tradizione consentì al Sangallo da una parte
l’integrazione di raccolte già esistenti, dall’altra l’elaborazione di
una propria silloge, ben più ampia di quella censurata rappresenta-
ta dalla Scelta, ma pur sempre ridotta di quasi il 25% rispetto al
canone borghiniano completo testimoniato da L. Sottesa al canone
dei testimoni V e C, questa “forma Sangallo” del novelliere conta
174 novelle più il Proemio, e appare confezionata con l’intento prin-
cipale di reintegrare, almeno in buona parte, le novelle escluse dalla
Scelta, conservando però al macrotesto dimensioni relativamente
maneggevoli: la maggior parte dei tagli proviene infatti dalle novel-
le dopo la CLXXX, suggerendo generiche preoccupazioni di spazio
più che un criterio di selezione. Nell’ultima parte, vengono infatti
tagliate tanto novelle ‘scomode’ (la CXCVII, sulla trascuratezza del
calonaco de’ Bardi; la CCV in cui Ubaldino della Pila riesce a far
prete un suo sottoposto ignorante), quanto altre del tutto innocue,
quali le vicende di gentiluomini fiorentini nell’inospitale Pantano
di Curradino Gianfigliazzi (CCX) o il buffone Gonnella che spaccia
stronzi di cane alla fiera di Salerno (CCXI).66
Sul piano testuale, la principale differenza fra C e V è che que-
st’ultimo, evidentemente copiato a prezzo per un committente,
non reca traccia del lavoro di revisione e collazione che determi-
na gli svariati interventi sul testo che si sono poc’anzi evidenziati.
A titolo esemplificativo, V ha sempre la lezione base di C in pre-
senza di successive evoluzioni e stratificazioni in quest’ultimo. Nel
citato caso di CXVII 7 V ha la lezione «Messer Dolcibene, che sedea»
priva della successiva evoluzione attestata in C; a LXXXIV 4 sia C che
V hanno ancora il testo borghiniano «– Mino, io t’ho detto più
volte della vergogna che mogliera fa a te et a noi», ma il solo C cor-
regge in moglieta, come si è visto; a CXIX 3, a fronte della lezione
critica «della quale villa si partirono per andare ne l’oste otto o dieci
buoni fanti», C ha la crux borghiniana ne l’oste trenta e dieci, coinci-
dente con la lezione di V, ma nel solo teste corsiniano l’incon-
gruenza è notata, con dieci cancellato, soprascritto e infine ancora
cancellato lasciando solo trenta.
Del resto, V si distingue anche per la presenza di errori suoi pro-
pri, cioè estranei a C, che saranno stati introdotti nell’ambito della

66. La configurazione della “forma Sangallo” è ricostruita in appendice


grazie al raffronto sinottico di C e V, che appaiono in origine basate su una
stessa silloge di partenza, salvo brevi salti e la perdita in V di un intero fasci-
colo (pp. 49-80).

LXXI
INTRODUZIONE

trascrizione a prezzo: nella tabella seguente, l’esemplificazione è


naturalmente limitata alle prime occorrenze.

TABELLA 12. Errori singolari di V

XIII5 traendo vento che faceva suo- tremare le f. V


nare le foglie, li pareva aver mille
cavalieri dietro

XIII 6 Tu sei a piedi. Dove è ito il om. ito V


cavallo?

XVII 3 passando una forese o trecca


con un paniere di ciriege in capo, il
detto paniere cadde om. il detto paniere V

XLI 23 et tenea certe terre altrui e tenneci certe terre V

XLII 11 con informazioni e con gran con informazioni e sollecitudini V


sollecitudine

XLVII 4 Per questa donna si può nota-


re leggiermente questi tre versetti om. notare V

VII. L’ORIGINE COMUNE DELLA TRADIZIONE: ORIGINALE O ARCHETIPO?

A seguito delle citate acquisizioni documentarie e della rinno-


vata recensio delle testimonianze, lo scenario che si presenta è quel-
lo di un originale perduto che le copie superstiti rappresentano in
momenti successivi della sua storia, rispecchiandone anche il
degrado fisico. Ma come dobbiamo immaginare questo manufat-
to, punto unico di irradiazione della prima circolazione pubblica
dell’opera? Tra la prima fase cui afferiscono B L (che vi attingono
in modo indipendente, ma sono legate da una strettissima rete di
controlli e revisioni incrociate) e la seconda cui afferisce il comu-
ne capostipite di G ed N, il nostro z, esiste non solo un lasso cro-
nologico intorno ai vent’anni, ma anche un notevole divario nella
tipologia di copia, professionale e distaccata quella commissionata
dal Borghini, attiva e partecipe quella degli altri testimoni. A più
riprese, come si è visto, il Borghini descrive quest’esemplare del
novelliere, sottolineandone in particolare le precarie condizioni di

LXXII
LA TRADIZIONE TESTUALE

leggibilità e il fatto che delle Trecento novelle non si poteva all’epo-


ca trovare una testimonianza alternativa, ma in nessun caso il Prio-
re suggerisce che si tratti dell’autografo, né tantomeno di una copia
coeva all’autore.67
Poiché manca qualsiasi indizio esterno, è opportuno compulsa-
re l’evidenza interna della tradizione per intendere cosa doveva
essere quest’unica testimonianza, comune punto d’irradiazione
della fortuna cinquecentesca del nostro testo. La recensio del novel-
liere ha evidenziato un numero limitato, ma non indifferente, di
errori sicuri a carico dell’intera tradizione superstite (nella tabella
13, a sinistra si trova il testo critico, nella colonna di destra il pre-
sunto errore), tali da suggerire che la diffusione del testo muova da
un manufatto con caratteri di copia, o quantomeno da trascrizio-
ne secondaria d’autore, esposta a fenomenologia di errori non dis-
simile da qualunque altro apografo. Ciò che più conta ai nostri fini
è comunque che tali errori confermano la comune origine del-
l’intera tradizione pervenuta, e l’utilizzabilità della varia lectio a fini
stemmatici. Sia pure con il deterioramento più volte evidenziato,
infatti, sono almeno due i successivi stati del manufatto di parten-
za documentati, rispettivamente dagli apografi borghiniani e dal
successivo, perduto apografo z da cui muove la tradizione estranea
all’iniziativa del Priore.

TABELLA 13. Possibili errori d’archetipo

IV 3 Questo signor nei suoi tempi fu


ridottato da più [più] che altro da’ più che altro B L G N
signor

XXVIII 11 il tempo è cattivo e la notte


è scura, sì che io farò come voi dite. om. scura B L G N

LI 1 non essendo invitato a un con-


vito di Buonaccorso Bellincioni Bellincioni degli Adimari B L G N

LXI 6 Fu menato costui e messo nella

67. Beninteso, si tratterebbe certo dell’ipotesi più economica, per un’ope-


ra che non ebbe alcuna circolazione vivente l’autore, e che anzi quest’ultimo
custodì gelosamente al punto da rifiutarne la consultazione anche a amici e
letterati suoi corrispondenti. Si veda quanto da me più volte osservato: 2004:
124-125 e 2008: 156-157.

LXXIII
INTRODUZIONE

prigione; et indi a pochi dì fu con-


dennato in lire seimila di bolognini lire seicento B L G N (seimila edd.:
la somma deve coincidere con quanto
Bonifazio aveva fin allora guadagnato)

LXXIII 1 Maestro Niccolò di Cicilia, pre-


dicando in Santa Croce, gettò un motto
verso il Volto santo, il qual è [ivi] e fa Breve lacuna dopo è B L G N
rider tutta la gente

LXXVI 7 Molti dei fanciulli erano die- dentro B L G N


tro con le granate, gridando: – Cac-
cial fuori, caccial fuori!

LXXXVII 8 – Nostro Signore vi doni


ciattiva giornea; un poltroniere
venuto in tal magione, che tiensi
esser gran maestro di cerusica, e le sue maestro di musica B L G N [di
parlanze son più da rubaldi che ‹medicina› edd., poiché maestro Dino
vòtono li giardini da Olena, personaggio che ricorre varie
volte nel novelliere, è medico]

CIII 2 Presso a Sieve fu già un prete


il quale aveva nome ser Diodato, et
era piacevole ma non molto catoli-
co, il quale avendo a portare il corpo
di Cristo a uno infermo et essendo … essendo stato venuto B L G N
venuto per lui di là dalla Sieve, e con- [l’errore, che origina da un’oscillazione
venendo che il detto prete, per fra gli equivalenti ‘essendo stato man-
andare a comunicare il detto infer- dato per lui / essendo venuto per lui’,
mo, guadasse l’acqua, disse a quelli è propiziato dall’occorrenza succ. di
che erano venuti per lui. erano venuti]

CXIII3 andandosi a visitare le chiese


et offerire sugli altari ogni maniera
di gente, et oltre a questo molte
compagnie e regole di battuti col
Crocifisso innanzi, avvicinandosi la … avvicinandosi la terza G N / su la
nona, il proposto s’accostò all’altare terza B L [l’errore è sicuro e probabil-
mente originato da un’abbreviazione; l’e-
mendamento è già del Barbi 1927: 140-
141)

CXXVII 3 Quanti giudici vi sono? – E


quelli guatano e cominciano a
annoverare:

LXXIV
LA TRADIZIONE TESTUALE

– Quattro e ‹altri› tre, sette: èvvene Quattro e otto e tre, sette B L G N


sette. [il brillante emendamento è del Barbi,
p. 142, seguito dall’Ageno, e dagli edd.]

CXXXVI 3 e fra l’altre questioni


mosse uno, che aveva nome lo
Orgagna, il quale fu capo maestro
del nobil oratorio di Nostra Donna
di Orto San Michele:
– Qual fu il maggior maestro di
dipingere ch’altro sia stato da Giotto … ch(e) altro che sia stato B L G
in fuori? N [altro è prolettico rispetto a da
Giotto…, con il secondo che rimane
in sospeso]

CXL 5-6 – Bene sta – dice il cieco di


tre anni – che io non trovo niuno
che non abbia fatto meglio di me. E E facendo B L N edd.; E favellan-
favellando così tutti tre insieme, dice do G68
questo cieco

CLX 2 Fammi venire a memoria la


precedente novella d’un’altra che
già io vidi; però che non è molt’an-
ni che in Mercato Vecchio nella
detta città era allevato un corbo,
tanto piacevole animale, quant’altro tanto piacevole a far male B L G N
fusse mai [lezione ispirata dal finale, par. 30 (e
tutte l’opere sue sono a fare et
adoperar male), ma incomprensibile
all’inizio della novella specie abbinato
a piacevole]

CLXIX 9 e fatta che l’ebbe, una mat-


tina per tempo si trovò con Giovan-
ni Piglialfascio om. Piglialfascio B L G N (integr.
Ageno)

CCXXIV 1 Il conte Ioanni da Barbiano fa


un sottil tratt[at]o credendo pigliare una un sottil tratto B L G N; trat‹ta›to
bastia fiorentina edd.

68. La lezione di G, coerente al senso, è frutto più che probabile di con-


gettura ispirata dal contesto situazionale: in mancanza di meglio, e piuttosto
di ricorrere alla divinatio, la si accoglie a testo (cfr. l’annotazione ad locum, p.
CLII).

LXXV
INTRODUZIONE

Sulla falsariga dell’esempio IV 3 in tabella, ulteriori casi sono


congetturabili come aplografie presenti nel modello comune
all’intera tradizione, anche se con un margine ipotetico più consi-
stente.69 Negli esempi che seguono, gli editori riportano il passo
integro senza segnalare il problema né l’origine della congettura,
peraltro facile stante l’ampia esemplificazione di siffatte dinamiche
nella tradizione.

TABELLA 14A. Possibili aplografie d’archetipo

XLI 17 Messer Ridolfo rispose che


ciò faceva perché quando i Fiorenti-
ni l’avevano dipinto, [l’avevano
dipinto] senza calze in gamba om. l’avevano dipinto B L G N

XLVIII 2-3 Tanto avea voglia questa


contata donna d’andar drieto al
morto marito, quanto ebbe voglia di
coricarsi allato a un morto, in questa
novella, [Lapaccio]. Lapaccio di Geri om. il primo Lapaccio B L GN
da Montelupo nel contado di Firen-
ze fu ai miei dì…

CXLVII12 Dice uno di loro: – De[h],


non facciamo vergogna ai cittadini:
paga per ogni danaio [danari] tredici. per ogni danari B L G N70

CLXXVII bis 2 entrando in una gon-


doletta, come hanno d’usanza, per
[andare per] mare, et approdare e om. per andare aplogr. B L G N71
scendere a’ piè delle vigne

69. Si osservi che la lezione di CXXXVIII 2 «era un uomo basso, largo et


grosso et andava con un tabarro sempre scollato, peloso(/pil-) molto nel
collo» B L G N, è stata trattata come erronea ed emendata da Marucci in pela-
to molto nel collo. Ma la lezione tràdita è perfettamente difendibile, solo che
l’aggettivo si attribuisca all’uomo; l’opportunità dell’emendamento nasce inve-
ce dal ritenere l’agg. riferito a tabarro (‘spelacchiato’).
70. L’intera tradizione ha un solo compendio (d, di o simili) per d(anar)o /
d(anar)i a fronte dei due necessari, dato che il frodatore paga in aggiunta ad
ogni denaro altri dodici di multa (Ageno 1957: 375); ma occorre avvertire che
una simile aplografia può anche essere poligenetica, e rientra nell’ampia casi-
stica di errata comprensione di numerali e abbreviature nell’antico originale.
71. Non sarebbe possibile che per mare fosse retto direttamente da entran-
do, in quanto uno dei per regge la sequenza d’infiniti con sfumatura finale,

LXXVI
LA TRADIZIONE TESTUALE

CXCV 6 di che il re se ne dié malin-


conia, come ([come] che fosse un come che fosse B L G N72
valoroso re e questo fosse un nobile
sparviero) tutto dì incontra

In linea teorica, comunque, per simili luoghi non si può esclu-


dere l’incidenza della poligenesi, propiziata dall’incrocio pericolo-
so fra la tendenza sacchettiana al poliptoto, spesso oggetto di ridu-
zione nelle fasi successive, l’esigenza condivisa di limitare le ripeti-
zioni verbali nel testo, e la comune, spiccata inclinazione degli apo-
grafi in questione a cadere in aplografie e salti meccanici vari. Da
sequenze simili, tanto sul piano paleografico quanto su quello foni-
co-auditivo, emerge una casistica da manuale su luoghi sfigurati da
diverse e opposte aplografie, in cui la lezione originale può essere
restituita – in absentia – solo congetturalmente, in analogia con cri-
teri e modalità brillantemente indicati da Ageno 1957 e 1958.

TABELLA 14B. Possibili ulteriori aplografie complesse a livello d’archetipo

XVII 15 guardandosi attorno vide su


l’aia una botte da vino da uno de’ lati, una botte da uno de’ lati B L / una
tutta sfondata di sopra (una botte botte da vino de’ lati G N (aplografie
dall’uno de’ lati, edd.) di tipo opposto sulla sequenza dauino-
dauno, Zaccarello 2008: 163-164)

LXXVI 8 e poi più di sette dì stette più dì stette ch(e) B L; più di sette
ch’ei non sapeva dove egli si fosse. dì ch’ei G N (aplografie di tipo oppo-
sto sulla sequenza disette-distette)

Un caso analogo, ma di ancora più ampia portata, avviene nei


soli B L a CXLVIII 4, quando il protagonista Bartolo Sonaglini
«levandosi la mattina secondo l’uso suo scendeva all’uscio suo»: la tripli-

mentre l’altro fa parte della diffusa locuzione andare per mare. Nel testo tràdi-
to l’unico per assolve quest’ultima funzione, e gl’infiniti approdare e scendere
restano sospesi.
72. L’integrazione appare necessaria, in quanto un come fa parte della locu-
zione, frequentissima nel testo sacchettiano, «come tutto dì / spesso incontra»
o simili (Proemio 5; CLXXXIV 11, e nella stessa novella poco prima: CXCV 3); l’al-
tro è reso necessario dalla frase concessiva ‘sebbene fosse…’; l’accidente sem-
bra motivato dal fatto che la concessiva parentetica è incastonata a metà di
un’altra subordinata pure introdotta da come.

LXXVII
INTRODUZIONE

ce somiglianza dell’ultima sequenza (secondo / scendeva; uso / uscio;


suo-suo) innesca una classica aplografia nelle testimonianze borghi-
niane, che omettono l’inciso secondo l’uso suo, ma il testo è intatto
in G N.
In ogni caso, alcune varianti suggeriscono che gli amanuensi del
Cinquecento avessero di fronte un manufatto antico, la cui lettura
riusciva difficoltosa non solo per il pessimo stato di conservazione,
ma anche per la tipologia grafica, ivi compreso l’impiego di abbre-
viazioni, l’espressione dei numerali arabi e/o romani ecc. Il caso di
maggiore evidenza è quello dei numerali, che dovevano trovarsi
abbreviati in modo poco consueto per amanuensi del pieno Cin-
quecento.73 I luoghi che presentano numerali complessi produco-
no pertanto notevoli differenze (talora con tendenze diffrattorie
che sottolineano le difficoltà interpretative); la tabella 15 che segue
raccoglie gli esempi principali, nella colonna di sinistra il testo cri-
tico con le relative testimonianze, a destra le deviazioni da esso:

TABELLA 15. Divergenze risalenti a probabile equivoco su numerali


nel comune antigrafo

IV 15 egli è di qui lassù trentasei milio- egli è di qui lassù trentasei mila e
ni e ottocento cinquantaquattro mila e set- ottocento cinquanta miglia, e
tantadue miglia e mezzo e ventidue passi cento trentadue passi G N (M’)

[xxxvi et 8liiij e lxxij miglia e mezzo, L’errore di z, che si propaga al ms. di


e xxii passi B L (il tratto soprascritto Antonio da Sangallo, procede certo da
indica solitamente le migliaia, ma si noti errata interpretazione dell’abbreviazio-
la mescolanza di cifre arabe e romane)] ne presente nell’originale.

VII 4 quello ch’aveva l’insegna dice-


va aver caro quel benefizio fiorini … fiorini 200, e tali dicevano fio-
duemila. Altri diceano «Io vorrei inanzi rini 100, e tali fiorini 300 G N
fiorini dugento», e tali dicevano fiorini
cento e tali fiorini trecento; e chi diceva
di meno e chi di più.

XLVII2-3 E brevemente tanto fu com-


battuto che quasi come vinto, o col dire

73. Si osservi che dei molti equivoci su numerali che si osserveranno nella
tradizione, nessuno riguarda le date, che nell’autografo A Franco esprime in
modo tradizionale con cifre romane, ad es. «dat(um) i(n) Bibiena dì X di
febraio MCCCLXXXV» (c. 49r), ma si tratta ovviamente di un indizio molto
tenue.

LXXVIII
LA TRADIZIONE TESTUALE

«sì» con parole o con cenni, il testa-


mento ritornò che lasciasse alla donna
fiorini trecento, e questo fece a grandissi- fiorini duecento B L edd.; scudi tre-
ma pena; e poco stante si morì. cento G N. Sia pure correggendo la valu-
ta, la variante di z è non solo poziore, ma
necessaria perché i parenti della donna rie-
scono infine a convincere il moribondo a
lasciarle più di dugento fiorini.74

LXIX 12 tornati a Firenze, il Passera


trovò aver guadagnato lire quattro e lire 47 (e) soldi… B L; il quantifica-
soldi otto; e trovò avere speso in lui e tore rimane in sospeso e la lacuna non
nel consigliere lire quarantasette. (G N) è segnalata, edd.75

LXI 6 Fu menato costui e messo nella


prigione; et indi a pochi dì fu con-
dennato in lire seimila de’ bolognini, … in lire 600 B L; in lire seicento
per aver voluto turbare lo stato, non G N; in lire sei‹mila› edd.76
che di lui, ma di tutta la sua provincia

CXIX 3 fra gli altri comuni e ville,


andarono alla detta Mattelica una
nuova generazione di gente, d’una
villa che si chiama la Pieve di Bovi-
gliano; della quale villa si partirono
per andare ne l’oste otto o dieci … trenta e X buoni fanti B L; tren-
buoni fanti, e bene armati tutti si ta e ‹cinque› edd. Ma si tratta di

74. Si legga quanto precede: «Ove rimarrebbe la vostra fama? Ché ciascu-
no dirà: ‘Iacopo ha voluto lasciare piú tosto a due medici, che l’hanno forse
sì mal curato che egli ne è morto, che lasciare a una sua moglie che l’ha ser-
vito quarantatré anni, che non gli tocca per anno, lasciandogli fiorini dugen-
to, fiorini cinque’» (par. 2).
75. La dicitura e soldi può essere eco dell’occorrenza precedente, ma l’at-
testazione di tale lezione anche in FR suggerisce che il guasto poteva essere
nell’originale, con z che omette la specificazione dei soldi appunto per non
lasciarla in sospeso senza quantificatore. Si mette a testo quest’ultima, in ogni
caso, che è lezione plausibile da preferire a quella, visibilmente corrotta, che
si legge nelle edizioni di riferimento.
76. L’emendamento è reso necessario dal fatto che il provvisionato era
diventato appunto ricco di seimila lire di bolognini (par. 2, di attestazione con-
corde) e Guglielmo da Castelbarco gli toglie tutto quello che ha: «Convenne
che costui rimettesse ciò che aveva mai acquistato con lui, e quello che egli
aveva a casa sua» (par. 7). L’errore è comune all’intera tradizione, ma la casi-
stica di analoghi fraintendimenti consiglia di considerarlo non un errore d’ar-
chetipo, ma un’abbreviazione mal compresa, dunque in regime di poligene-
si, dai trascrittori cinquecenteschi.

LXXIX
INTRODUZIONE

messono in cammino et arrivorono un’integrazione irricevibile: dato che i


ad una taverna (G N) fanti erano mandati tanti per centi-
naio, attribuirne 35 alla Pieve di
Bovegliano significa attribuire a quel
borgo una popolazione esorbitante.77

CXXII 5 fece legge che per tutto il


suo terreno fosse pena l’avere e la
persona a qualunche facesse dadi, e
che ancora chi gli facesse potesse
esser morto senz’alcuna pena; et a
qualunque fossono trovati addosso,
pena di lire ottanta, o la mano; et a … pena di lire mille, o la mano B
chi giuocasse, dove dadi fossono, pena L edd. Il passo non ha mai destato
l’avere e la persona. G N sospetti, ma si tratta di una cifra esor-
bitante in relazione al fallo commesso,
che ben pochi giocatori d’azzardo
avrebbero potuto pagare.

CXL 12 Dice Salvadore:


– Et io ho annoverato lire tre e
danari due.
Dice Grazia:
– Buono, buono; io ho appunto lire … io ho appunto 47 s(oldi) B; …
dua, soldi quattordici e quattrini sei. XXXXVII s(oldi) L; ‹cinquanta›sette
G (lire dua 14.6 N) soldi (Ageno) edd. L’integrazione è
ancora irricevibile in quanto nel forma-
to consueto dell’epoca 57 soldi erano
‘due lire e 17 soldi’.78

Anche dove non si diano varianti così vistose, il disagio dei


copisti cinquecenteschi di fronte ad espressioni abbreviate o com-
pendiose del loro comune antigrafo è visibile nelle frequenti oscil-

77. Si noti anche che la successiva scena, in cui i fanti assaltano un pagliaio
e vi rimangono impigliati con le gambe, non è comprensibile con un nume-
ro superiore a dieci: «gittansi addosso a detto pagliaio e lanciando forte e bale-
strando verrettoni, facendo gran prove contro al detto pagliaio» (par. 5).
78. La cifra data da G è congruente col contesto precedente della novel-
la, con Bonagrazia che, unico fra i ciechi, si ritrova in grembo dei quattrini;
spesso un passante beffardo gli dava infatti in elemosina un quattrino dicen-
do che era un grosso, moneta di ben maggior valore: «costui fece loro sem-
pre limosina d’un quattrino dicendo: – Togliete questo grosso tra tutti e tre.
Dice colui che lo riceve alcuna volta: – Gnaffé, ei ci ha dato un grosso che a me
par piccolo quanto un quattrino». (parr. 7-8).

LXXX
LA TRADIZIONE TESTUALE

lazioni fra numerale anticipato e posticipato, con quest’ultima, più


antica, formula più spesso preferita da z e dunque accolta nella pre-
sente edizione: ad es. CXLVI 14 «egli pagò di soldi quaranta, e per
ogni danaio tredici: che furono bene lire ventotto» (/ ventotto lire
B L edd.).
Alcuni altri casi inducono a ipotizzare che il manufatto di par-
tenza fosse redatto in una tipologia grafica che propiziasse determi-
nati scambi di lettere, ancora per la scarsa abitudine degli scribi più
tardi a decifrare particolari sequenze. In molti luoghi sono le
sequenze di aste e/o l’insolita prossimità dei caratteri a trarre in
inganno un occhio non avvezzo a scritture più antiche: LXXII 4
Assunzione G B; Asunsione L, ove la lezione critica dev’essere Ascen-
sione; CXXIV 10 consideratamente / consolatamente B L, con la somi-
glianza delle sequenze consid-consol probabilmente accresciuta dal-
l’abbreviazione di der (con d tagliata), possibile motivo dello scam-
bio; CXXVI 5 io non ne sono certo G N / io non ne so altro B L, dove
quest’ultima lezione ignora forse un titulus; CXCIII 20 venire in mise-
ria G N / vivere in miseria B L ecc. A giudicare da ulteriori casi come
LIII (passim) priore Ora G N / priore Oca B L, dove è quest’ultima
la lezione presumibilmente originale, e la prima appare propiziata
da equivoco paleografico; LXXXIV moglieta G N / mogliera B L, con
classico scambio t/r; CLXXXIII 3 discendendo G N / distendendosi B L,
dove è invece il versante non borghiniano che sembra cogliere nel
segno (v. oltre, p. clxviii); sembra di poter affermare che la tipolo-
gia grafica del presunto originale fosse la mercantesca. Gli scambi
ed equivoci sopra evidenziati si spiegano infatti perfettamente in
tale tipologia grafica, e sarebbero del tutto giustificati nell’ambito
della grafia stessa del Sacchetti: nell’autografo ashburnhamiano A la
somiglianza di c, r, e t (nella variante combinatoria dopo lettera
bassa) è davvero notevole, particolarmente nella scrittura più fitta e
minuta delle sezioni prosastiche (si veda ad esempio la c. 59r).

VIII. FENOMENOLOGIA DELLA CENSURA NEI TESTIMONI PRINCIPALI

L’epoca d’origine dei manufatti cui è consegnato il novelliere si


presta a un’incidenza molto ampia, ma in forme assai diverse, della
censura: esperita in modo estemporaneo, frutto di consapevole fil-
tro a priori, o di successivi interventi, la soppressione di elementi
sgraditi all’ambiente controriformato è un fattore da tenere nella
massima considerazione nell’accedere alle testimonianze. Nei
manufatti provenienti dall’ambiente di Vincenzio Borghini, il

LXXXI
INTRODUZIONE

fenomeno si colloca in gran parte al di fuori della diretta influen-


za del Priore, e verosimilmente in un momento in cui questi non
poteva porvi rimedio. Ampie porzioni di B, e in particolare il lacer-
to magliabechiano, recano tracce di cassature che rendono spesso il
testo illeggibile senza l’ausilio di lampade multispetttrali, e il vario
riflesso di tali luoghi nella tradizione induce a supporre che l’ano-
nimo censore abbia avuto accesso non solo a B, ma anche al suo
antigrafo, secondo una prassi non ignota all’epoca.79
Sul versante non riconducibile alla diretta iniziativa del Priore,
anche il perduto z doveva distinguersi per un atteggiamento rigi-
damente, anche se non sistematicamente, censorio nei confronti di
passi che potevano riuscire offensivi della dignità della Chiesa e
delle Scritture, mentre non si registra un’analoga reticenza nel tra-
scrivere passi osceni o pruriginosi sul piano delle situazioni rap-
presentate. Per fare un esempio, nella novella LXXV, l’intera parte
riportata in corsivo nel passo seguente è omessa in G e sostituita
da ben 75 puntini: «guardando, com’è usanza, le dipinture, e veg-
gendo una storia di nostra Donna e Josefo ivi da lato, disse uno di
costoro a Giotto: – Dè dimmi Giotto, perché è dipinto Josef così sempre
malinconoso? E Giotto rispose: – Non ha egli ragione, che vede pregna la
moglie, e non sa di cui?».
Tale pruderie si riflette in G N senza che i copisti possano porvi
rimedio: che essa riguardi testi e personaggi sacri, più che le tante
situazioni scabrose compromettenti in cui il novelliere ci mostra
vari esponenti del clero, lo dimostra l’inclusione di novelle quali la
CXI di frate Stefano o la CI di Giovanni dell’Innamorato detto l’A-
postolo, chiaramente modellata su quella decameroniana di Rusti-
co e Alibech. Proprio in quest’ultima, infatti, le blasfeme motiva-
zioni di cui Giovanni infarcisce le sue avances, vengono significa-
tivamente rimodulate in G N:

Dicea Giovanni:
– Benedetto sia Jesu Cristo, che sì belli piedi fece.
E dai piedi tocca le gambe:

79. Almeno al momento della trascrizione z, è possibile che il manufatto


di partenza non fosse solo assai danneggiato, ma anche cancellato di proposi-
to in parti oggetto di censura (si vedano i vari esempi illustrati in Zaccarello
2008: 115 e n. 11, 117-119, e in generale 2004 e figg. 2-3). La censura operata
direttamente sugli originali, del resto, è prassi che si ritrova due secoli e mezzo
dopo ad opera di monsignor Luigi Tosi, che cancella impietosamente vaste
porzioni degli autografi di Carlo Porta dopo la morte dell’autore (Porta, Poe-
metti: Introduzione del curatore, pp. 12-13).

LXXXII
LA TRADIZIONE TESTUALE

– Benedetto sia tu, Jesu, che sì belle gambe creasti.


Va al ginocchio:
– Sempre sia benedetto il Signore, che così bel ginocchio formò.
Tocca più su le cosce:
– O benedetta sia la virtù divina, che sì nobil cosa generò.

Tutte le parti in corsivo sono rimaneggiate da z, che sembra


intenzionato a mitigare la gravità del discorso di Giovanni, che
impiega nomina sacra per vincere la resistenza della bella romita: in
G N si ha dunque, rispettivamente per i quattro luoghi, sia il cielo;
Benedetto cielo; Lodato il cielo; la virtù del cielo. Ancora una volta, la
possibilità di riscontri incrociati fra diversi atteggiamenti di censura,
che si manifestano in modi e tempi diversi, permette di restituire
facilmente il presumibile testo originale, rivelando il movente che
ha portato a omissioni e sostituzioni.
Per la notevole incidenza, e per la variegata fenomenologia (di
grande interesse nel contesto della ricezione rinascimentale del
testo), si è scelto di dare adeguata rappresentazione in apparato ai
vari modi in cui il testo viene purgato per adattarlo alla mentalità
e sensibilità controriformata: anche se non offre, ovviamente, alcun
contributo alla costituzione del testo, il complesso di tali varianti
manifesta diversi e complementari atteggiamenti di censura: per la
sfera religiosa (anche evocata in modo neutro), per quella sessuale,
per i molti affondi anticlericali caratteristici del tono aspramente
reprensorio di Franco.

IX. LINEE GUIDA PER LA COSTITUZIONE DEL TESTO

Ricapitolando quanto si è argomentato finora, si rivendica alla


constitutio textus del novelliere il contributo indispensabile della varia
lectio: al semplice emendamento di un testo unico (essenzialmente
quello di B) deve subentrare, in sintesi, la necessaria ricostruzione
collatoria, da attuarsi mediante il raffronto tra i due filoni della tra-
dizione; i benefici per il testo sono già ampiamente dimostrabili, e
in vari passi giungono a risolvere notevoli difficoltà rimaste nelle
edizioni moderne, o rimosse a colpi di emendamenti non suppor-
tati dall’evidenza dei codici. Tale ordine di restauri e acquisizioni
può bastare a giustificare l’impresa di una nuova edizione critica del
novelliere, in cui gli aspetti sostanziali del testo vengano puntual-
mente discussi a partire dal responso dei vari testimoni, con il cri-
terio-guida, implicito nell’ipotesi ricostruttiva, di privilegiare le

LXXXIII
INTRODUZIONE

lezioni che compaiono (in forma coincidente o almeno compati-


bile) all’interno di ambedue i filoni della tradizione.80
All’interno di tutti i testimoni principali si è potuto evidenziare
una certa attività redazionale, spesso massiccia e variegata, tanto a
livello interno, nell’adattamento di alcuni passi alla comprensione o
alla sensibilità di un ben preciso uditorio, quanto su quello esterno,
mediante l’utilizzo di fonti alternative almeno per riscontri pun-
tuali. Un siffatto scenario non può che inibire l’applicazione di cri-
teri, per così dire, stemmatici alla restituzione del testo del novellie-
re, e impone al contrario la discussione puntuale delle varianti, spe-
cie per quanto riguarda le frequenti contrapposizioni fra tradizione
borghiniana e non. Ciononostante, episodi di contaminazione sono
accertati solo a carico di determinate parti del testimoniale, prima
fra tutte l’officina di Antonio da Sangallo. È dunque lecito afferma-
re che il confronto fra i due versanti della tradizione, rappresentati
rispettivamente da B L e G N, possa migliorare, rispetto al passato,
l’approssimazione con cui si cerca di rappresentare l’originale
deperdito, limitando i margini di soggettività nella consitutio textus.81
Sul piano operativo, quest’ultima può muovere (almeno nei casi
più fortunati) dalla convergenza di membri di ambedue i rami
della tradizione. Il testo base G è agevolmente corretto laddove sia
smentito congiuntamente dal suo affine N e dai codici borghinia-
ni; d’altro canto, il contraddittorio di G N rivela le deviazioni pro-
prie di B, e la convergenza di L con i primi basta a garantire l’e-
mendamento del textus receptus (fondato su B), come si può vede-
re nel capitolo seguente (ad es. LIII 19, LXIV 17-18, LXXVII 4, LXXXVII
3 ecc.). Solo in casi del tutto eccezionali delle lezioni erronee pos-
sono apparire in ambedue i rami e richiedere pertanto una corre-
zione, come nei casi elencati di séguito, attribuibili a errori intrin-
secamente poligenetici:

80. Il dibattito filologico sul novelliere, ricco di pregevoli contributi, si è


generalmente limitato alla discussione puntuale di passi controversi e, stante
la presunta necessità di produrre l’edizione da testimonianza unica, nel segno
di un largo uso della congettura, come dimostra il taglio dei principali studi
sull’argomento: Barbi 1927, Ageno 1957 e 1958, tutti con lunghe rassegne di
loci di incerta resituzione e/o interpretazione. In epoca più recente, ma sulla
medesima falsariga, si vedano almeno Marucci 1994 e 1999, Rabboni 1999.
81. Le linee guida di una nuova costituzione del testo del novelliere
appaiono condivise da Lanza 2010. In particolare, lo studioso ritiene persua-
siva la dimostrazione dell’«importanza di G nella costituzione di un nuovo
testo» delle Trecento novelle, l’indipendenza di questo da B e la loro comune
discendenza dall’autografo deperdito A (pp. 111-112, la cit. a p. 112).

LXXXIV
LA TRADIZIONE TESTUALE

TABELLA 15. Convergenze illusorie fra i due rami

CX 3 Un giorno fra gli altri, essendo


entrati questi porci nella detta came-
ra, dice il gottoso a un suo maza- … a un suo maz(z)amortone N B
marrone contadino… G L (la lezione di G viene poi riallinea-
ta a questa da mano seriore)

CLX 5 infino su per li deschi saltando


e traendo ogni cosa corcarono et a Ogni cosa cercarono N B L
assai, e cittadini e tavernai, feciono
male. G

CLXXXI 6 egli seppe ben far sì, che


poca pace fu in Italia ne’ suoi tempi.
E guai a quelli comuni o popoli che quelli uomini o popoli G B L82
troppo credono alli suoi pari N

In presenza di casi tanto rari, sia detto per inciso, non si può
nemmeno escludere che la convergenza discenda da un guasto
d’archetipo, e che solo un teste (non a caso, l’attento e compe-
tente G) abbia potuto provvedere a un emendamento congettu-
rale non difficile.83 Ma ciò che conta è che, in vari luoghi la resti-
tuzione del testo assume caratteri pressoché meccanici, cioè
(come si è detto) in presenza di G o N isolati di fronte a conver-
genza di B L con l’altro teste non borghiniano. In molti casi, si
tratta di lezioni sospette, come a XLIX 4: «vegnente la notte, aven-
do ciascun uomo e donna e cenato e ballato, e coricatosi lo sposo e
la sposa, il detto Ribi con una brigata di giovani di buone fami-
glie si partì», dove G ha una lezione scorciata per probabile aplo-
grafia coricatosi la sposa, ma N conferma la lezione borghiniana con

82. Nel linguaggio politico dell’epoca comune e popolo costituiva un’endia-


di per indicare le rappresentanze politiche, amministrative e giudiziarie, citta-
dine: si tratta di un’espressione sintetica che si trova talora esplicitata ulterior-
mente in documenti coevi, come quello senese del 1439 da me pubblicato di
recente: «Signori priori governatori del Com(un)o e Capitano di Popolo de
la ciptà de Siena» (REPERTA. Indagini recuperi ritrovamenti di letteratura italiana
antica, cit., p. 238); ad ogni modo, uomini e popoli rappresenta un travisamento
paleografico decisamente banalizzante.
83. Mazzamarrone è parola non così rara, compare nel Pataffio (v. Glossario,
p. 137) e risale alla combinazione di mazza + marra ‘vanga’, per indicare un
rustico o villano; cercarono è lezione incongrua sul piano del senso, perché
attribuita ai ‘muli’ che abbattono, ‘coricano’ appunto tuttociò che trovano.

LXXXV
INTRODUZIONE

solo una leggera variazione (probabilmente dettata dall’insoffe-


renza per il mancato accordo del verbo anticipato, tipico del fio-
rentino antico): «coricatosi lo sposo con la sposa». Analogamente
a CXCVI 10: «Poi fa questione quelli di cui era la borsa con Begnai,
e dice che vi son meno fiorini cento», contro i dugento del testo base
G; in questo caso, la correzione è necessaria per il senso, dato che
il passo chiarisce che la borsa viene trovata con quattrocento fio-
rini mentre il possessore diceva di averla persa con cinquecento,
ma è indicativo che il restauro possa essere comunque imposto
dalla convergenza di B L N contro G, nel contesto di quegli equi-
voci sui numerali abbreviati già oggetto di ampia esemplificazio-
ne in questa sede (pp. LXXVIII-LXXX).
Ma la possibilità di ricostruire il testo in modo pressoché mec-
canico riesce assai più utile in presenza di lezioni adiafore. Si pren-
da ad es. XXVIII 7 «Io l’aspetterò, ché per la gravezza del corpo non ci
potrei tornare; et anco, se Dio facesse altro di me, non mi vorrei
indugiare»: la battuta si adatta bene al giovane protagonista che
parla, fingendo di essere una forese incinta; G ha per la gravezza del
tempo, ugualmente plausibile dato che l’azione della novella si svol-
ge in «una sera di tempo piovoso, essendo ben tardi» (par. 5), ma la
correzione è doverosa dandosi ancora la convergenza fra B L e N.
Uno scenario analogo si ripresenta a CLXXXIII 3: «Rinaldo da
Mompolieri, il quale, uscendo [(h)avendo, G N] la mattina dall’al-
bergo de’ Macci, dove ei tornava, andava in Orto san Michele a
udire messa o vedere nostra Donna, e poi andava in Mercato
Nuovo»; andava è la lezione garantita dalla convergenza B L N,
contro andare di G, coordinato agli infiniti precedenti (e da essi
certo influenzato). Un ultimo esempio è CXCIX 10: «Come Nutino
è di fuori e segue la gatta, il garzone del mugnaio, come ordinato
era, s’attacca al grano di Nutino il meglio che puote»: in questo caso
G ha un senso comunque scorrevole con la lezione attacca il grano,
certo efficace data l’avidità del mugnaio frodatore del grano altrui,
ma l’emendamento è assicurato per la convergenza di N con il ver-
sante borghiniano B L.
A conclusione del percorso di classificazione e riordino delle
principali testimonianze, conviene esprimere in un grafico l’arti-
colazione dei due filoni tradizionali quali si sono venuti definen-
do: senza alcuna pretesa di rigida utilità stemmatica, il diagramma
intende esprimere da un lato il particolare rapporto che lega le
testimonianze borghiniane, oggetto di un gran numero di riscon-
tri incrociati far loro e con il manufatto di partenza (eseguiti tanto
in corso d’opera quanto in successive revisioni), rapporto che è

LXXXVI
LA TRADIZIONE TESTUALE

pertanto espresso in modo non lineare né unidirezionale;84 dall’al-


tro, la possibilità di ricostruire la lezione del capostipite non bor-
ghiniano con notevole approssimazione, che giunge alla certezza di
una recensio chiusa per le novelle attestate anche da una delle
appendici trascritte da Antonio da Sangallo (figura 1).

O1 O2

B L
z

AS
N

84. Per questo loro particolare rapporto, sia B che L saranno sistematica-
mente rappresentati in apparato, mentre sull’altro versante la presenza di N è
funzionale alla valutazione dell’apporto di G, con l’accordo che indica la
lezione del capostipite z, e il contrasto (espresso con la barra obliqua /, secon-
do i criteri enunciati a p. CCI) che serve a isolare le lectiones singulares del
primo e a definire, nella maggior parte dei casi, il testo di partenza.

LXXXVII
APPENDICE. LA “FORMA SANGALLO”. TAVOLA COMPARATIVA DI C E V

In cifre romane l’identificativo della novella; fra parentesi il numero di


sequenza effettivo. Il segno → indica aggiunta di novella estranea alla Scel-
ta. La colonna di sinistra rappresenta C, quella di destra V, le colonne
unite rappresentano sequenze di novelle identiche nei due.

C V
0. Proemio [0], cc. 4r-5r num. araba rossa mod. (segue
indice alfabetico)
II (1). [Federigo trafitto da Mazzeo]
III (2). [Parcittadino da Linari e Adoardo]
→ IV (3) [Bernabò duca di Milano fa quattro domande om.
impossibili a un abate]
V (4). [Castruccio Interminelli e il fante]
VI (5). [Aldobrandino e il Basso della Penna]
→ VII (6) [Ridolfo da Camerino risolve la questione delle
insegne]
VIII (7). [Dante risponde al genovese]
IX (8). [Giovanni della Lana e il buffone]
→ X (9) [Dolcibene prende posto alla valle di Giosafat]
→ XI (10) [Alberto da Siena richiesto dall’Inquisitore]
XII (11). [Alberto detto e il ronzino]
XIII (12). [Alberto detto e il cavallo]
XIV (13). [Alberto detto e la matrigna]
XV (14). [Azzo marchese e la sorella maritata]
XVI (15). [Il giovane senese alla morte del padre]
XVII (16). [Piero Brandani e il figlio sbadato]
XVIII (17). [Basso della Penna e i genovesi]
XIX (18). [Basso della Penna e i forestieri]
XX (19). [Basso della Penna e il convito senza vino]
XXI (20). [Basso della Penna fa testamento]
→ XXII (21) [Due frati minori predicano nella Marca]
XXIII (22). [Avarizia di Niccolò Cancellieri]
→ XXIV (23) [Dolcibene preso dai Giudei li fa bruttare]
→ XXV (24) [Dolcibene castra un prete a Forlì]
XXVI (25). [Bartolino farsettaio e Tommaso del Garbo]
XXVII (26). [Il marchese Obizzo d’Este e il Gonnella]
→ XXVIII (27) [Ser Tinaccio da Castello e la maschia
donna]

LXXXVIII
LA TRADIZIONE TESTUALE

C V
XXIX (28). [Il cavaliere di Francia dal papa]
XXX (29). [Gli ambasciatori senesi dal papa]
XXXI (30). [Gli ambasciatori casentinesi dal vescovo d’A-
rezzo]
→ XXXII (31) [Un frate predicatore attira gente parlando
dell’usura]
→ XXXIII (32) [Il vescovo Marino ricomunica Dolcibene om. (perdita
con la mazzuola] di un intero
→ XXXIV (33) [Ferrantino degli Agrenti chiude fuori di fascicolo di
casa messer Francesco] 16 cc.)
→ XXXV (34) [Il chericone e il terribile davanti al Papa]
→ XXXVI (35) [Tre fiorentini danno nuovi avvisi ai Priori]
→ XXXVII (36) [Detti di Bernardo di Nerino vocato
Croce]
XXXVIII (37). [Ridolfo da Camerino e i Brettoni]
XXXIX (38). [Agnolino Bottoni da Siena e Ridolfo detto]
XL (39). [Ridolfo detto e il nipote tornato da Bologna]
→XLI (40) [Novellette del detto messer Ridolfo]
XLII (41). [Macheruffo da Padova e i fiorentini]
→ XLIII (42) [Il piccolo cavaliere podestà a Ferrara] (muti-
la)
→ XLVII (43) [Maestro Giovanni del Tasso e il testamento
alla moglie] (acefala)
XLVIII (44). [Lapaccio da Montelupo alla Cà Salvadega]
XLIX (45). [Ribi buffone preso dalla famiglia e l’avanzo del
torchio]
L (46). [Ribi buffone e la pezza di scarlatto]
LI (47). [Ser Ciolo al convito di Bonaccorso Adimari]
LII (48). [Sandro Tornabelli e il messo]
→ LIII (49) [Berto Folchi scambiato per una botta]85
LIV (50). [Ghirello Mancini e la moglie] (mutila)
→ LIX (51) [Il prete vivo sotterrato col morto] (acefala)86
→ LX (52) [Frate Taddeo Dini predica sulle reliquie a
Bologna]
LXI (53). [Guglielmo da Castelbarco e Bonifazio]
LXII (54). [Mastino della Scala e un cortigiano]

85. La novella è replicata in C in calce alla raccolta (posizione 174), forse


perché Berto Folchi è protagonista anche della CXXX.
86. La novella ha l’annotazione iniziale nella forma borghiniana, che si cita
da V: «Questa istoria di haver fatto sotterrare insieme col corpo morto un
prete vivo è attribuito al conte di Virtù sig(no)re di Milano et io la ho in un
libretto ove si ragiona dell’origine delconte sop(r)adetto» (p. 109).

LXXXIX
INTRODUZIONE

C V
LXIII (55). [Giotto dipinge un palvese]
LXIV (56). [Agnolo di ser Gherardo giostra a Peretola]
LXV (57). [Lodovico da Mantova e un cortigiano]
LXVI (58). [Coppo Domenichi e il Tito Livio]
LXVII (59). [Valore dei Buondelmonti e un fanciullo]
LXVIII (60). [Guido Cavalcanti e un fanciullo]
LXIX (61). [Passera della Gherminella va ad arcare al Nord]
LXX (62). [Torello del maestro Dino e i porci]
→ LXXI (63) [Un frate romitano di Quaresima ammaestra
a far guerra]
→ LXXII (64) Un vescovo dei Servi predica di nuove cose]
→ LXXIII (65) Maestro Niccolò di Cicilia predica al Volto
santo]
LXXIV (66). [Bertrando da Imola, il messo e Bernabò]
→ LXXV (67) [Motti di Giotto dipintore] om.
LXXVI (68). [Matteo di Cantino Cavalcanti e il topo]
LXXVII (69). [Questione legale, con un bue e una vacca]
LXXVIII (70). [Ugolotto degli Agli è dato per morto]
LXXIX (71). [Pino della Tosa e Vieri de’ Bardi]
LXXX (72). [Boninsegna Angiolini oratore]
LXXXI (73). [Un senese presta denari a uno dei Rossi]
LXXXII (74). [Un messo genovese e il servo di Bernabò]
→ LXXXIII (75) [Gherardo castiga i costumi della vedova]
→ LXXXIV (76) [Un dipintore senese, la moglie e i croci-
fissi]
LXXXV (77). [Gherardo castiga i costumi della vedova]
→ LXXXVI (78) [Fra Michele Porcelli castiga l’ostessa
vedova]
→ LXXXVII (79) [Maestro Dino da Olena non fa cenare
Dino Tigliamochi]
LXXXVIII (80). [Lamento del contadino da Dicomano]
→ LXXXIX (81) [Il prete di Montughi con l’ostia sacra in
mano]
XC (82). [Il calzolaio da S. Ginegio e messer Ridolfo]
XCI (83). [Minonna Brunelleschi cieco ruba di notte]
XCII (84). [Sogebonel friulano e la frode sul panno]
XCII (85). Maso
om. del Saggio fa
un’adunata di
nasi (mutila)
XCVIII (86). [Benci Sacchetti e il ventre rubato]
XCIX (87). [Bartolino farsettaio e la moglie nera]
→ C (88) [Romolo del Bianco e il predicatore sull’usura]
→ CI (89) [Giovanni Apostolo inganna le tre romite]
CII (90). [Il tavernaio da Settimo e il porco]

XC
LA TRADIZIONE TESTUALE

C V
→ CIII (91) [Un prete attraversa la Sieve con l’ostia in
mano]
CIV (92). [Ridolfo da Camerino motteggia a Bologna]
CV (93). [Valore Buondelmonti e il cappuccio a gote]
CVI (94). [Infedeltà dell’orafo e della moglie]
CVII (95). [Volpe degli Altoviti al tagliere]
CVIII (96). [Testa da Todi getta la carne al cane]
→ CIX (97) [Il podestà, il frate ubriacone e la botte nascosta]
→ CX (98) [Il gottoso e il porco di S. Antonio]
CXII (99). [Salvestro Brunelleschi e la moglie]
→ CXIII (100) [Il proposto di S. Miniato perde l’offerta]
CXIV (101). [Dante corregge il fabbro canterino]
CXV (102). [Dante corregge l’asinaio canterino]
CXVII (103). [Messer Dolcibene si parte da Padova]
CXVIII (104). [Il piovano da Giogoli, il servo e i fichi]
CXIX (105). [Ubriachezza dei fanti di Gentile da Camerino]
CXX (106). [Un
om. e recupera in calce alla raccolta (n. 165) C chierico fa fug-
gire il banditore
di casa Bardi]
CXXII (107). [Giovanni da Negroponte perde a zara]
CXXIII (108). [Vitale da Pietrasanta e il cappone da
tagliare]
CXXIV (109). [Giovanni Cascio a tagliere con Noddo]

→ CXXV (110). [Re Carlo Magno


cerca di far convertire un giudeo]
→ CXXVI (111). [Papa Bonifazio
morde Rossellino della Tosa]
om. → CXXVII (112). [Rinaldello da Metz
in visita a Firenze]
→ CXXVIII (113). [Il vescovo Antonio
fiorentino vieta la sepoltura a un
usuraio]
CXXIX (114). [Marabotto da Macerata e il Tedesco]
CXXX (115). [Berto Folchi ghermito dalla gatta]
CXXXI (116). [Salvestro Brunelleschi e moglie al bagno]
CXXXII (117). [Macerata va a romore per un nubifragio]

→ CXXXIII (118). [Uberto degli


Strozzi rallegra i Priori di Firenze]
om. → CXXXIV (119). [Petruccio da Peru-
gia fa debitore il crocifisso]
CXXXV (120). [Bertino da Castelfalfi e il saccardo]
CXXXVI (121). [Motto di Alberto sulle donne fiorentine]
(mutila)
XCI
INTRODUZIONE

C V
CXXXVII (122). [Le donne fiorentine vincono i giudici]
CXXXVIII (123). [Buonanno di Benizo corre casa sua] (mutila)
CXXXIX (124). [Massaleo da Firenze e il giudice]
CXL (125). [Tre ciechi fanno società e si azzuffano]
CXLIV (126). [Stecchi e Martellino a corte da Mastino]
CXLV (127). [Lando da Gobbio cavaliere e Dolcibene]
CXLVI (128). [Il cleptomane di contado ruba un porco]
CXVII (129). [Il ricco Antonio vuol frodare la gabella]
CXLVIII (130). [Bartolo Sonaglini evita le gravezze]
CL (131). [Un cavaliere de’ Bardi sfidato dal tedesco]
CLIII (132). [Dolcibene morde l’avarizia del cavaliere]
CLIV (133). [Un giovane genovese e la sposa novella]
CLV (134). [Maestro Gabbadeo, il cavallo e l’orinale]
CLVIII (135). [Soldo degli Strozzi capitano a S. Miniato]
CLIX (136). [Il cavallo imbizzarrito di Rinuccio di Nello]
CLX (137). [Un mulo tira calci in Mercato Vecchio]
CLXI (138). [Il vescovo Guido d’Arezzo e Bonamico]
CLXIII (139). [Ser Bonavere notaio e l’inchiostro]
CLXV (140). [Carmignano da Fortune risolve la questione]
CLXVI (141). [Alessandro di ser Lamberto fa cavar denti]
CLXXIII (142). [Gonnella arca dei gozzuti e il podestà]
CLXXV (143). [Antonio Pucci e le bestie nell’orto]
CLXXVI (144). [Scolaio Franchi alleggerito del bicchiere]
CLXXVII-CLXXVII bis (145-146). [Il piovano dell’Antella e i
magliuoli pregiati; un lupo sale su una barca da pesca]87
CLXXVIII (147). [Giovanni Angiolieri e il sasso a Verona]
CLXXIX (148). [Motti delle mogli dei conti Guidi]
CLXXX (149). [Giovanni de’ Medici motteggia Attaviano]
CLXXXI (150). [Giovanni Augut e due frati minori]
CLXXXV (151). [Pietro Foraboschi e l’oca farcita]
CLXXXVII (152). [Dolcibene si vendica del gatto con i topi]
CLXXXVIII (153). [La trota di Ambrosino da Casale e Bernabò]
CLXXXIX (154). [Lorenzo Mancini combina un matrimonio]
CXCI (155). [Bonamico svegliato si vendica di Tafo]
CXCII (156). [Bonamico fa cessare una filatrice]
CXCIII (157). [Valore Buondelmonti al corredo di Pietro]
CXCIV (158). [Massaleo Albizi morde Antonio Tanaglia]
CXCV (159). [Un villano rende lo sparviero a Filippo di Valois]
CXCVI (160). [Begnai e i giudizi di Rubaconte podestà]

87. Poiché le due novelle sono fuse nella tradizione borghiniana, V muni-
sce la seconda di un argomento ‘redazionale’: «Franco Sacchetti andando a
Genova si ferma a Porto Venere, dove un lupo entra in una barca per tôrre l’a-
sciolvere dell’op(er)e [sic] che andavano a potare le vigne. Novella 160» (p. 345).

XCII
LA TRADIZIONE TESTUALE

C V
CXCVIII (161). [Gli occhi mentali del cieco da Orvieto]
CC (162). [Un’orsa suona le campane e sveglia la città]
CCVI (163). [Farinello da Rieti prende la moglie per l’a-
mante]
CCVIII (164). [Mauro da Civitanuova e i granchi pescati]
CCIX (165). [Minestra de’ Cerchi preso per un’anguilla]
CCXIII (166). [Cecco degli Ardalaffi attacca il suo famiglio]
CCXIV (167). [Un nobile ladro ruba un porco e perde
tutto]
CCXXIV (168). [Il conte da Barbiano assale una bastia]
CCXXV (169). [Agnolo Moronti fa vento al Golfo]
CCXXVI (170). [Motto della castellana di Belcari, di passere]
CCXXVII (171). [Motto di una donna fiorentina, di passere]
CCLIV (172). [Motto di un marinaio a un ammiraglio]
(acefala)

CXX (-). [Un chierico fa fuggire il banditore] trascritte in pre-


LIII (-). [Berto Folchi e la forese] cedenza

CCXXII (173). [Giovanni Manfredi sfugge a Egidio cardi-


nale di Spagna]
CCXXIII (174). [Il conte da Barbiano inganna il marchese
di Ferrara].
XLIII (-). Il cavaliere di piccola perso-
trascritta in precedenza na entra podestà a Arezzo (solo il
frammento iniziale, p. 431).

XCIII