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DIPARTIMENTO SCIENZE STORICHE E DEI

BENI CULTURALI

Corso di Laurea in Scienze dei Beni Archeologici

L’EVOLUZIONE DELLA DENTATURA


DALLE ANTROPOMORFE ALL’UOMO

Relatore:

Ch. mo Prof. Mauro Calattini

Candidato: Mickey Scarcella

Matricola n. 013834

Anno Accademico 2013-2014


Indice

Introduzione 4

Capitolo 1
L’evoluzione dei denti 6

1.1 L’uomo e le scimmie antropomorfe 6

Capitolo 2
La dentatura nell’uomo: natura, nomenclatura 11
e forma

2.1 Natura dei denti 12

2.2 Nomenclatura e forma dei denti 20

Capitolo 3
L’evoluzione umana attraverso i denti 36

3.1 Da granivori ad onnivori 37

3.2 La dentizione nelle forme di 38


Australopithecus

3.3 La dentizione nelle forme di Homo 46

3.4 L’usura dei denti: Neanderthal e Sapiens a 55


confronto

Conclusioni 58

Bibliografia 60

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Introduzione

I denti sono gli elementi del corpo umano che si conservano meglio
come record archeologico. Questo è dovuto soprattutto alla loro
particolare natura, che permette una maggiore resistenza ed una
conservazione nel tempo più duratura.

I denti sono dunque un ottimo strumento per approfondire quelli che


sono i processi evolutivi degli animali, poiché ci possono fornire dati
essenziali sul sistema alimentare e sulla struttura di un organismo,
attraverso lo studio della loro conformazione e della loro usura.

Nello studio degli ominidi, i denti sono uno strumento comparativo


importante, in grado di rappresentare e caratterizzare una specie
rispetto ad un’altra e di stabilire, anche se non in maniera del tutto
esauriente, le varie tappe dei processi evolutivi.

Prendendo in esame i primati fossili, si nota come il numero di denti


presenti nelle Proscimmie varia di specie in specie, passando da un
numero di 44, con il Purgatorius, vissuto circa 70 milioni di anni fa,
fino ad arrivare ai 36 denti dei primati vissuti nell’ Eocene.

Con l’avvento delle grandi scimmie antropomorfe, circa 35 milioni di


anni fa, il numero di denti passò da 36 a 32. Questo ovviamente fu un
processo graduale, frutto dell’evoluzione della famiglia degli
Hominini, al quale anche l’uomo appartiene.

La ricerca molto spesso considera questo organo del corpo umano


come oggetto di studio secondario: infatti, molti testi antropologici,
trattano questo argomento in maniera sommaria, centrando la loro
attenzione sulla struttura dentaria dell’uomo o sulla comparazione tra
la dentatura umana e quella delle scimmie antropomorfe.

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Tutto questo va a discapito, molto spesso, dell’aspetto evolutivo che
viene esposto in maniera generica e, in alcune sue parti, lacunosa.

Quest’indagine, dunque, tenterà di mettere in risalto la potenzialità di


quest’organo così importante nel campo dell’archeologia ma per molti
versi ancora poco conosciuto per quanto riguarda l’ambito
dell’evoluzione, cercando di dare, in una forma pressoché esaustiva,
un inquadramento generale dei processi che portarono allo sviluppo
della dentizione nell’uomo.

In prima istanza si prenderà in esame la classe degli Hominini: l’uomo


verrà confrontato con i suoi simili, prestando particolare attenzione
alla sua conformazione dentaria ed a quella delle antropomorfe.

Successivamente verrà esaminata la dentatura attuale: verranno messi


in risalto la struttura di un dente e la sua formazione in ogni singola
parte, per poi passare ad un’analisi dettagliata della funzione di ogni
singolo elemento della dentizione.

Si passerà, quindi, ad un’analisi evolutiva dei denti, cercando di dare


un quadro generale della dentatura dalle forme di Australopithecus
fino al genere Homo, spiegandone struttura ed abitudini alimentari.

Verrà inoltre trattato, in maniera sommaria, il caso dell’usura dentaria


riscontrata soprattutto nelle forme di Neanderthal, ponendola a
confronto con quella dell’Homo Sapiens.

In definitiva si tenterà di dare una visione globale del dente, non solo
come organo corporeo, ma come importante record per l’ambito
evoluzionistico della ricerca archeologica, delineandone i tratti
essenziali della sua struttura fisica, del rapporto con l’alimentazione e
delle modifiche avvenute nel corso dell’evoluzione dell’uomo.

5
Capitolo 1

L’evoluzione dei denti

La cavità orale di un essere umano dispone di 32 denti. Questo


numero non è nient’altro che l’approdo definitivo di un ciclo evolutivo
più ampio che vide la modifica del sistema dentario dei primati nel
corso dei millenni.

Tra i primi mammiferi fossili conosciuti vi è il Purgatorius che visse


circa 70 milioni di anni fa ed era in possesso di ben 44 denti. Un altro
mammifero come il Plesiadapis, vissuto tra i 58 e i 55 milioni di anni
fa, assunse una dentatura a 36 denti. Un altro primate fossile come
l’Adapis, vissuto circa 40 milioni di anni fa, possedeva ben 40 denti.
Altre specie, invece, come il Necrolemur, l’Amphipithecus e il
Pondaungia che vissero durante l’Eocene, stabilizzarono il numero dei
loro denti in 36.

La vera svolta avvenne circa 35 milioni di anni fa con l’avvento delle


grandi scimmie antropomorfe. Queste, durante le loro fasi evolutive,
portarono la dentizione da 36 a 32, fino a stabilizzarla in maniera
definitiva. Questo ovviamente fu un processo graduale che portò a
modificare non solo le caratteristiche fisiche della dentatura, ma anche
le abitudini alimentari.

Le grandi scimmie antropomorfe fanno parte la famiglia degli


Hominini, che è composta sia dall’uomo che da altri primati come il
Pongo, il Pan e il Gorilla.

1.1 L’uomo e le scimmie antropomorfe

Come detto in precedenza, l’uomo moderno fa parte della grande


famiglia degli Hominini: questo è un gruppo di primati che si sviluppò
a partire dal Miocene inferiore. Oltre l’uomo, fanno parte di questa

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categoria altre grandi scimmie appartenenti ai generi Pongo (gli
oranghi), Pan (gli scimpanzé) e Gorilla.

Assieme a questi generi, l’uomo condivide circa il 96% delle sue


caratteristiche psico-fisiche, ma i processi evoluzionistici hanno
affermato una netta supremazia del genere umano, rispetto ai suoi
diretti simili, poiché fornito di capacità intellettive che gli altri primati
non presentano tra le loro qualità.

L’uomo dunque dimostra di essere il più evoluto: questo si deve


soprattutto al rapporto che intercorre tra la capacità cranica e il peso
corporeo dell’essere: questo nell’uomo risulta essere superiore
all’unità, mentre ciò non accade nelle altre scimmie antropomorfe che
vedono decadere questo rapporto a causa della loro struttura corporea.

Ciò ha ovviamente causato uno sviluppo celebrale e psichico


maggiore dell’uomo rispetto ai suoi simili, che lo ha portato a divenire
l’essere vivente più evoluto.

Le differenze tra il genere homo e le altre scimmie antropomorfe non


riguardano solo la capacità celebrale: ci sono infatti grandi differenze
fisiche che intercorrono tra l’uomo e questi generi, come il bacino, più
stretto nelle scimmie che nell’uomo; la brachiazione, che non è più
praticata dall’uomo, la torsione dell’ osso femorale e dell’omero, non
presente nelle grandi scimmie, etc. Tra queste differenze, non è da
meno la dentatura.

I denti dell’uomo sono di gran lunga differenti da quelli di uno


scimpanzé o di un orango e non solo per grandezza: infatti la struttura
del cavo orale dell’uomo si è modificata nel corso della sua storia
evolutiva in una forma che risulta differire da quella delle scimmie
antropomorfe.

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Prendendo in esame uno di questi generi, ad esempio il gorilla, e
mettendolo in contrapposizione con l’uomo, la struttura dentale
risulterà essere per caratteristiche e funzione diversa.

Fig.1 Dentatura del Gorilla e dentatura dell’Uomo a confronto

La prima differenza che si coglie riguarda la forma dei mandibolari:


nell’uomo l’arcata superiore ed inferiore hanno una forma parabolica
mentre nelle scimmie antropomorfe assumono una forma ad “U”.

Un’altra differenza da cogliere tra uomo e scimmie antropomorfe,


riguarda la disposizione dei denti: nell’uomo vi è una serie continua,
senza interruzioni, cosa che al contrario non avviene nel gorilla: infatti
questo presenta dei “diastemi”, cioè interruzioni della serie dentale. I
diastemi sono presenti nell’arcata superiore ed inferiore: nella prima
sono posti tra il secondo incisivo ed il canino, mentre nell’arcata
inferiore tra il canino e il primo premolare. La loro funzione è quella
di consentire ai canini delle scimmie, che sporgono al di fuori del

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piano masticatorio, di inserirsi nella serie dentaria opposta così da
permettere l’occlusione dei mascellari.

Sottoponendo a confronto le dentature del gorilla e dell’uomo si


possono cogliere delle differenze: gli incisivi ad esempio sono più
grandi rispetto a quelli umani, ma a differenza degli ultimi non hanno
forme cosiddette a “pala” presenti in alcune razze umane.

Passando ai canini, si può notare che la differenza non sta solo nella
dimensione, anche in questo caso più piccoli nell’uomo, ma
soprattutto nella forma: infatti se i canini umani sono spatuliformi,
quelli del gorilla sono conici. In questo caso si avrà un’usura
differente, in quanto se in quello umano questa interessa solo gli apici,
nelle scimmie essa formerà una faccia d’usura sulla faccia posteriore
del canino inferiore.

Un discorso a parte bisogna fare per i premolari: innanzitutto il


numero delle radici varia, in quanto l’uomo presenta generalmente 2
radici nei superiori ed 1 agli inferiori; le scimmie antropomorfe,
invece, hanno 3 radici nei premolari superiori e 2 agli inferiori.

La differenza sostanziale, però, risiede nella forma del primo


premolare inferiore: le scimmie antropomorfe possiedono un
premolare monocuspidato, di aspetto caniniforme, in contrasto con il
secondo premolare inferiore dalla forma molarizzata. Per l’uomo,
invece, il primo premolare inferiore è molto simile al secondo: ha una
forma molarizzata ed è bicuspidato, differendo dal secondo per la
maggiore dimensione.

Per quel che riguarda i molari bisogna fare una distinzione per
entrambe le arcate. Per l’arcata superiore, sia l’uomo che il gorilla
possiedono dei molari quadri cuspidati: il primo ha delle cuspidi di
forma conica mentre nel secondo sono piramidali. Solitamente
nell’uomo vi è una tendenza alla diminuzione delle cuspidi,

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specialmente nel secondo e terzo molare, passando da un numero di 4
a 3 cuspidi: tutto ciò nelle scimmie antropomorfe non avviene.

Nell’arcata inferiore delle antropomorfe, invece, si presenta molto più


allungato, con delle cuspidi molto più elevate e ben distinte. Questi
molari sono a 5 cuspidi, cosa che per l’uomo è presente soltanto nel
primo molare inferiore, mentre il secondo e il terzo sono quadri
cuspidati: questo determina una forma più rotondeggiante del molare
oltre che la perdita, sul piano occlusale, della classica forma ad “Y” in
favore di una forma a “croce” per i restanti due molari.

Bisogna inoltre sottolineare la differenza delle dimensioni tra i molari


umani e quelli del gorilla: se per i primi vengono definiti discendenti,
poiché il primo molare ha dimensioni più grandi del secondo che a sua
volta è più grande del terzo, nelle scimmie antropomorfe i molari sono
invece in serie ascendente. Infatti il primo risulta essere sempre il
minore mentre il secondo e il terzo possono essere di egual misura
oppure il terzo molare maggiore rispetto al secondo: entrambi
comunque hanno dimensioni maggiori rispetto al primo molare.

Infine, dato il diverso tipo di movimento nella masticazione, l’usura


dentale per le scimmie antropomorfe, e quindi per il gorilla, avviene
sulla parete esterna del molare, mentre per l’uomo si attua sul piano
occlusale del dente.

In definitiva il passaggio ad una dieta onnivora da parte dell’uomo, ha


fatto si che durante i processi evolutivi, questa modificasse in maniera
sostanziale il cavo orale, creando così delle differenze tra i denti
umani e quelli delle scimmie antropomorfe.

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Capitolo 2

La dentatura nell’uomo: natura, nomenclatura e forma

La dentatura nell’uomo assolve alcune funzioni di varia natura: la


prima e più importante è quella di tagliare e triturare il cibo. Nel cavo
orale, infatti, avviene il primo processo del sistema digerente,
rendendo così le sostanze ingerite più facilmente attaccabili dal
complesso dei succhi gastrici. È dunque direttamente coinvolta nello
sviluppo e nel mantenimento dell’organismo.

Se il processo masticatorio sta al centro della natura della dentizione,


non da meno si può considerare il suo apporto alla fonazione umana.
Nei processi fonetici, infatti, si ha bisogno dell’aiuto dei denti,
soprattutto degli incisivi, per pronunciare alcune lettere: nella lingua
italiana si definiscono in senso stretto consonanti dentali la “d” e la
“t”. Queste lettere hanno bisogno dell’aiuto essenziale dei denti per la
loro pronuncia. In senso più largo rientrano nella categoria anche le
consonanti alveolari, come la lettera “s” (sorda) e la “z” (sonora) ed
infine le consonanti “n” (nasale), “l” (laterale) ed “r” (vibrante): non
vengono giustamente definite dentali perché nella fonesi, l’apporto dei
denti per la pronuncia di queste lettere è in percentuale inferiore
rispetto a quello posto dal processo alveolare. Un’altra categoria che
rientra nella fonesi dentale è quella delle consonanti labiodentali,
composta dalle lettere “f” e “v”: anche in questo caso i denti
assolvono un compito di minore importanza rispetto all’apporto posto
in essere delle labbra nella pronuncia di queste consonanti.

Oltre alla funzione fonetica e masticatoria, i denti esplicano un ultimo


compito nell’uomo: si occupano infatti di adempire alla funzione
estetica. Questo può essere una probabile conseguenza dei processi
evolutivi dell’essere umano, che non utilizza più i propri denti in

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funzione di attacco o difesa dagli altri esseri viventi, come accade con
altre forme di mammiferi o animali di varia natura.

2.1 Natura dei Denti

I denti per loro conformazione sono degli organi con una consistenza
dura e di colore bianco, quanto meno nella loro parte esterna, inseriti
nella struttura ossea dei processi mascellari, superiore ed inferiore, che
in questo caso hanno la funzione di supporto.

Come detto in precedenza sono al primo posto nella scala del sistema
digestivo umano e per la loro particolare composizione non vengono
definiti come struttura ossea, bensì vengono descritti come organo
dell’apparato digerente. Questo perché anche se in alcune loro parti
essi sono costituiti dalle stesse componenti del tessuto osseo, nella
maggior parte della loro struttura la composizione è di origine
ectodermica, cioè è composta da cellule che sono simili a quelle di
unghie o peli o di qualsiasi produzione epiteliale.

Osservando la sezione di un dente si può notare come esso sia un


complesso di materiali di origine e composizione diversa: si inizia da
una struttura esterna più dura, che permette all’organo di compiere le
sue funzioni, regredendo verso l’interno e formando un complesso di
strati fino ad arrivare ad un nucleo di consistenza morbida composto
da vasi sanguigni e terminazioni nervose.

Essendo ancorato alla struttura ossea dei mandibolari, il dente viene


solitamente suddiviso in tre macrosezioni: la prima è la corona, cioè la
parte esterna, quella più a stretto contatto con gli agenti esterni e con
la preparazione e la triturazione del cibo per il processo digestivo. La
seconda è quella del colletto dentario. Il colletto è composto dal dente,
che in questa sezione è molto assottigliato e di conseguenza più

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sensibile, e la gengiva, frutto dei processi alveolari, posta a protezione
della struttura dentaria per evitare che venga danneggiata da agenti
esterni. La terza sezione è denominata radice: essa è la parte meno
esposta del dente poiché si trova all’interno dei processi alveolari ed è
ancorata ai mandibolari, ma è anche la parte più sensibile del dente, in
quanto priva di tessuti protettivi perché già protetta dal tessuto osseo
della mandibola e dalla gengiva.

Fig.2 Sezione di un dente umano

Come precedentemente illustrato, la struttura di un dente è una


sovrapposizione di strati. Il primo strato, quello più esterno e di
consistenza più dura, è denominato smalto.

Lo smalto dentale ricopre l’area esterna esposta ed è considerato tra


gli elementi di consistenza più dura di un essere vivente. La sua natura
è di origine ectodermica come una qualsiasi produzione del tessuto
epiteliale. La matrice dello smalto è formata da due composti: uno di
origine organica, costituito da lipidi e residui proteici, che rappresenta
circa il 4% del complesso dei materiali, mentre il secondo di origine

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inorganica è costituito da idrossiapatite1, che rappresenta circa il 96%
del totale.

La matrice secerne una sostanza simile ad un “gel”, composta appunto


in una percentuale maggiore da materiale inorganico. Questa
secrezione avviene durante la fase eruttiva dei denti ed è strettamente
legata alla reazione di alcune cellule, dette ameloblasti2, che si
occupano di formare e atrofizzare la matrice, creando a livello
strutturale una serie di cristalli raccolti in formazioni prismatiche
poste in maniera ellittica lungo la struttura del dente. Questo processo
di formazione dello smalto dentale viene denominato amelogenesi.

Lo smalto una volta effettuata l’amelogenesi, inizia una seconda fase.


Infatti, essendo lo strato esterno, è soggetto ad alterazioni fisico-
chimiche. Esso può assumere un colore più biancastro e brillante,
sintomo di una giusta mineralizzazione della parete dentale, mentre se
la superficie appare più porosa e opaca è sintomo di un
assottigliamento dello smalto e di una cattiva mineralizzazione del
dente.

Un altro tipo di modifica dello smalto è dato dall’usura che avviene


mediante l’occlusione mandibolare. L’usura solitamente avviene per
via dello sfregamento dei denti e si differenzia secondo l’appartenenza
all’arcata: i denti appartenenti al mandibolare superiore subiscono
un’alterazione dello smalto, dovuto all’usura, nella zona posteriore del
dente, mentre quelli appartenenti all’arcata inferiore, subiscono
un’alterazione nella zona anteriore del dente. Sorte diversa capita alla
dentizione posteriore. Infatti l’usura dentale di entrambe le arcate

1
Idrossiapatite: tipo di minerale presente nel corpo umano. La composizione
dell’idrossiapatite nello smalto è costituita da: Ca(36,4%), P(17,1%), Mg(0,43%),
Co3(3,4%), Na(0,64%), F(0,01%), Ca/P(2% circa). F. MALLEGNI – DENTI (2001)
2
Ameloblasto: Cellula di origine ectodermica atta alla formazione dello smalto.

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avviene in maniera simile, poiché interessa solamente il piano della
superficie masticatoria del dente in ambo i casi. Oltre al piano
occlusale, anche l’alimentazione accelera i processi di usura di un
dente: ad esempio il consumo continuo di sostanze di tipo fibroso, tipo
radici, aumenta il deterioramento dello smalto.

Un'altra modifica che si può cogliere una volta avvenuta la


cristallizzazione dello smalto è la formazione delle “Strie di Retzius”.
Queste non sono altro che delle strisce più o meno regolari, di colore
più scuro rispetto allo smalto che descrivono l’accrescimento dello
stesso. Esse assumono un andamento concentrico verso la cuspide e
una struttura a squame sui lati del dente. Queste striature danno
origine ad un fenomeno sulla superficie dentale detto perikymata, che
si riferisce alla presenza di evidenti scanalature, frutto di
sovrapposizioni di strati successivi di smalto. Esse dunque ci spiegano
la genesi dello stesso durante il processo dell’amelogenesi.

Il secondo tessuto che si incontra dall’esterno verso l’interno è


denominato dentina. La dentina è il secondo strato più duro di questo
organo, ma nonostante ciò esso è molto elastico e fa si che lo smalto
non subisca fratture durante la masticazione.

Anche la dentina, come lo strato sovrastante, è composto da due


elementi di origine differente: la parte inorganica è formata come in
precedenza da idrossiapatite, che rappresenta il 72% della
costituzione; la parte organica è suddivisa tra lipidi, glicoproteine e
collagene che sono circa il 20%, mentre il restante 8% è composto da
acqua.

La formazione della matrice della dentina avviene tramite delle cellule


specializzate dette odontoblasti3. Queste cellule sono fornite di

3
Odontoblasto: cellula di origine ectomesenchimale atta alla formazione della
dentina.

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prolungamenti detti processi odontoblastici che vanno ad occupare
degli spazi detti canali della dentina che sono ricchi di collagene e
fluido tessutale. La loro forma e dimensione è varia, a secondo della
loro posizione.

Successivamente inizia l’odontogenesi: gli odontoblasti si scindono


formando due strati, uno poco mineralizzato, detto predentina, posto
verso l’interno mentre l’altro più mineralizzato posto all’esterno forma
lo strato più resistente. Una volta effettuato questo processo, gli
odontoblasti saranno comunque capaci di riprodurre la dentina.

Un altro elemento presente nella struttura del dente è il cemento. Esso


è un tessuto connettivo specializzato, non eccessivamente duro e poco
mineralizzato che copre la radice dentale.

È composto per un 65% di minerali, quali calcio, fosfati, ecc. in


proporzione alla dieta dell’individuo; il restante 45% è suddiviso tra
materia organica (in questo caso il collagene è il 23% circa) e acqua
per il 12%.

Le cellule che lo compongono vengono definite cementoblasti4. Nel


processo di formazione del cemento, detto cementogenesi, queste
cellule vengono intrappolate nella loro posizione da sostanze
mineralizzate e avviano un processo di accrescimento che avviene in
due fasi: deposizione e riposo.

Al cemento, inoltre, si legano le fibre del legamento periodontale, che


permettono una maggiore stabilità del dente sull’osso alveolare.

Un altro componente della struttura del dente è la polpa dentaria nella


camera pulpare. Questa rappresenta il cuore del dente in quanto è la
zona nucleare dove si concentrano i filamenti nervosi e i vasi

4
Cementoblasto: cellula simile all’osteoblasto (cellula embrionale che elabora il
tessuto osseo) atta alla generazione del cemento dentale.

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sanguigni. Ha una consistenza gelatinosa ed è composta da solo
materiale di origine organica, cioè il 90% da acqua e il 10% da
glicoproteine. È per quasi tutta la sua interezza ricoperta dalla dentina
tranne che in corrispondenza del forame apicale, tramite il quale
comunica con gli altri tessuti.

La polpa dentale si forma grazie alla trasformazione della papilla


dentaria5, che attraverso la proliferazione delle sue cellule forma il
futuro nucleo del dente.

La camera pulpare può subire alterazioni nel tempo: infatti in essa


sono contenute delle fibre di collagene che con il passare dell’età
tendono ad addensarsi e rendono l’ambiente meno reattivo e
funzionale.

Al contrario non si sa con certezza delle modificazioni della papilla


dentaria: essa infatti subisce delle modifiche in maniera molto lenta e
quindi si ipotizza che rimanga invariata nel tempo .

La formazione dei tessuti di ogni singolo dente fa parte di un processo


molto più articolato che coinvolge l’intera cavità orale detto
odontogenesi.

L’odontogenesi inizia già durante la fase embrionale del feto umano,


attorno alla 6-7 settimana dal concepimento. In un primo momento si
forma la cavità orale primitiva e successivamente seguono i processi
che lentamente portano in un primo momento alla formazione della
cosiddetta lamina dentale, che formerà in futuro i mascellari superiore
ed inferiore, per poi iniziare lo sviluppo dei vari denti partendo dalla
zona nucleare, rappresentata dalla polpa dentale fino a giungere allo
smalto. Una volta formatisi i denti inizieranno la loro fase eruttiva che

5
Papilla dentaria: agglomerato di cellule di origine mesenchimale che danno origine
alla polpa dentale.

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inizia dal terzo mese di vita fino ad arrivare al venticinquesimo anno
di età di un individuo.

Il processo di dentizione si divide a sua volta in due fasi: la prima


viene definita dentizione decidua e inizia dal terzo mese di vita di un
essere umano fino ad arrivare ad un massimo di 12 anni.

Fig.3 Dentizione Decidua

In questo periodo di tempo la cavità orale è composta da 20 denti, più


nello specifico da:

• Incisivo centrale: a 6 mesi gli inferiori, intorno i 7 mesi i


superiori;
• Incisivo laterale: i superiori intorno ai 7 mesi, gli inferiori
intorno gli 8 mesi;
• Canino: tra i 16 e i 20 mesi, prima gli inferiori e poi i
superiori;
• Primo Molare: tra i 12 e i 16 mesi, prima gli inferiori e poi i
superiori;
• Secondo Molare: tra i 20 e 30 mesi, prima gli inferiori e poi i
superiori.

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La seconda fase della dentizione nell’uomo inizia intorno ai 6 anni di
vita per terminare attorno ai 21 anni. Durante questa fase avviene una
progressiva sostituzione dei denti decidui che vengono rimpiazzati da
denti che l’individuo terrà per tutto il proprio ciclo vitale: questa
dentizione viene definita permanente.

Fig.4 Dentizione Definitiva

Anche in questo caso l’eruzione assume tempi differenti secondo la


tipologia di dente. Il numero definitivo è di 32:

• Incisivo Centrale: a 7anni, prima gli inferiori poi i superiori;


• Incisivo Laterale: a 8 anni, prima gli inferiori poi i superiori;
• Canino: tra i 9 e i 12 anni con, tempistiche differenti secondo
l’arcata;
• Primo Premolare: tra i 9 e i 12 anni, con tempistiche differenti
secondo l’arcata;
• Secondo Premolare: tra i 9 e i 12 anni, con tempistiche
differenti secondo l’arcata;

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• Primo Molare: a 6 anni i molari superiori, a 7 i molari
inferiori;
• Secondo Molare: a 12 anni, prima gli inferiori poi i superiori;
• Terzo Molare: tra i 18 e i 21 anni, prima gli inferiori e poi i
superiori.

Dunque la seconda eruzione dentale fornisce all’uomo la definitiva


dentizione, la quale verrà usata per tutto l’arco della vita per esaudire
alla funzione estetica, fonetica e di alimentazione dell’organismo che
li possiede.

2.2 Nomenclatura e forma dei denti

Nell’uomo, come in ogni altro essere vivente fornito di dentatura, i


denti hanno forme e caratteristiche diverse poiché cambiano a seconda
della loro funzione.

Basti pensare alle differenze che intercorrono tra un incisivo e un


molare: il primo ha una forma assottigliata e una parete molto ampia e
il suo compito principale è quello di tagliare il cibo; diversamente il
secondo non presenta un asse di incisione, bensì ha un piano occlusale
espanso che serve per la triturazione del cibo. Ovviamente
intercorrono altre differenze, ma verranno illustrate in seguito.

La dentizione nell’uomo viene solitamente suddivisa in due regioni: la


regione anteriore e la regione posteriore. La prima, che comprende la
classe degli incisivi e dei canini, assumendo la funzione di incisione
del cibo. I denti di questa regione sono accomunati da caratteristiche
affini: essi sono provvisti di una sola radice, non presentano un piano
occlusale, poiché inutile per la loro funzione primaria, e si
assottigliano nella zona cuspidale.

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La seconda regione comprende la classe dei premolari e dei molari.
L’azione fondamentale di questa zona delle arcate dentarie è quella
dello sminuzzamento e della triturazione delle sostanze ingerite.
Questi sono di forma tronco-piramidale e sono forniti di piano
occlusale, atto ad esprimere la loro funzione primaria. Il piano
occlusale di questi denti presenta delle salienze di smalto che vengono
definite cuspidi: queste sono tipiche dei premolari e dei molari, in
quanto, come precedentemente detto, la regione anteriore è sprovvista
di piano masticatorio.

Le cuspidi si differenziano in due tipologie: le cuspidi di stampo e le


cuspidi di taglio. Le formazioni riguardanti la prima categoria
rappresentano il 60% della superficie e si assicurano il carico
maggiore del processo masticatorio. Le seconde occupano il restante
40% dell’area e risultano essere più appuntite rispetto alle prime.

Il numero delle cuspidi è variabile, poiché un dente solitamente


presenta 4 cuspidi, ma nel primo molare può esserci una quinta
cuspide mentre è raro che il numero sia maggiore oppure inferiore a
queste.

Dunque sul lato rivolto verso le guance il dente presenta due salienze
dette paracono e metacono mentre sul lato rivolto verso la cavità
linguale protocono ed ipocono; in caso il numero di cuspidi sia
superiore ai 4 si troverà sempre sul lato linguale la salienza detta
ipoconulide. Il piano masticatorio si presenta, quindi, come un’area
composta da escrescenze, dette creste. e depressioni dette fosse.

Una caratteristica comune per la dentizione di entrambe le regioni è la


presenza delle cosiddette facce.

Le facce non sono altro che le aree della corona, la parte libera di un
dente, e a seconda della conformazione di quest’ultima può presentare

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5 facce nei denti della regione anteriore o 6 facce nella regione
posteriore.

Queste vengono definite:

• Faccia mesiale, rivolta verso il dente che la precede;


• Faccia vestibolare, rivolta verso le guancie nel caso della
dentizione posteriore, mentre in quella anteriore è rivolta verso
le labbra;
• Faccia distale, rivolta verso il dente che la segue;
• Faccia linguale, rivolta verso la cavità linguale;
• Faccia occlusale, presente solo nella regione posteriore,
definisce il piano masticatorio;
• Faccia cervicale, corrispondente all’attacco della radice
all’altezza del colletto gengivale.

L’uso delle facce dentali in una descrizione, dunque agevola il


compito di individuazione dell’area del dente presa in esame.

L’intera arcata dentaria, come detto in precedenza, si può suddividere


in due regioni che assolvono a compiti diversi durante il processo di
masticazione; la regione anteriore si occupa dell’ incisione e la
regione posteriore, invece, della frantumazione e triturazione del cibo.

Fanno parte della regione anteriore la classe dentale degli incisivi e


dei canini.

Gli incisivi presenti nel cavo orale sono di due tipi: gli incisivi
centrali, posti al centro della dentizione umana e gli incisivi laterali,
posti al fianco dei centrali. L’uomo possiede due coppie di incisivi
centrali, una posta nell’arcata superiore e l’altra nell’arcata inferiore, e
due coppie di incisivi laterali, anch’esse poste una all’arco superiore e
l’altra in quello inferiore.

22
Fig.5 Incisivo Centrale6

Gli incisivi centrali, di norma, hanno un diametro maggiore rispetto ai


laterali e fanno parte della classe dei denti “succedanei”, cioè di quella
dentizione che prevede lo sviluppo di un dente deciduo e in
successione la formazione di uno definitivo. Assolve 4 funzioni
principali: l’incisione del cibo, la fonazione, l’estetica e costituisce la
cosiddetta “guida incisiva”, cioè è da supporto alla corretta
disposizione dei denti lungo l’arcata dentaria per permettere che
l’occlusione dei mandibolari superiori ed inferiori avvenga in maniera
regolare. A livello morfologico gli incisivi centrali assumo
caratteristiche differenti secondo il punto di vista dal quale vengono
osservati: la norma linguale assume una forma di “S” dovuta alla
conformazione della parete che presenta un rigonfiamento centrale e
due depressioni; la norma mesiale e distale si presentano sottoforma di

6
a: incisivo centrale superiore destro; (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale.
b: incisivo centrale inferiore destro; (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale.

23
cuneo, poiché il diametro del colletto è più ampio dell’ area di
incisione; la norma vestibolare si presenta convessa.

Fig.6 Incisivo Laterale7

Gli incisivi laterali sono molto simili e esaudiscono gli stessi compiti
degli incisivi centrali. Infatti anch’essi adempiono alle funzioni di
fonazione e incisione delle sostanze nutritive; inoltre sono simili dal
punto di vista morfologico in quanto la loro norma distale e mediale
prende forma di cuneo, la norma linguale presenta sempre una
conformazione ad “S” mentre la norma vestibolare appare convessa. Il
loro diametro, come detto in precedenza, rimane minore rispetto agli
incisivi centrali. Anche questi, come i precedenti, sono denti
“succedanei” e quindi prevedono lo sviluppo di un dente deciduo e la
conseguente formazione di uno definitivo.

7
a: incisivo laterale superiore destro; (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale.
b: incisivo laterale inferiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale.

24
Gli incisivi a livello radicale si presentano simili: sia gli incisivi
centrali che i laterali infatti sono monoradicolati, cioè dotati di una
sola radice che si salda ai mandibolari superiore ed inferiore.

A livello occlusale sia gli incisivi centrali superiori che gli incisivi
laterali superiori si posano, rivolgendo la loro norma linguale, sulla
norma vestibolare degli incisivi centrali e laterali inferiori. Questo è
dato dalla posizione del mascellare, rispetto alla mandibola.

Proseguendo l’analisi della regione anteriore della dentizione umana,


la seconda classe di denti che si incontra è quella dei canini. I canini
sono posti a lato degli incisivi laterali, 2 per arcata e quindi 4 totali.
Poiché non presentano una coppia simile, come le altre classi di denti,
vengono definiti unici.

Fig.7 Canino8

8
a: canino superiore destro; (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3) norma
vestibolare, (4) norma distale.
b: canino inferiore destro; (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3) norma
vestibolare, (4) norma distale.

25
Come gli incisivi, anche i canini sono denti succedanei, provvisti di un
dente deciduo e un successivo dente definitivo. Anche questi
adempiono a diversi compiti: si occupano dell’incisione del cibo,
anche se nell’uomo questa funzione l’hanno in gran parte persa; si
occupano della formazione della cosiddetta guida canina, ovvero
permettono una corretta occlusione dei mandibolari e a livello
estetico, tramite la loro radice, disegnano quella che viene definita
bozza canina del mascellare, ovvero delineano e marcano i tratti
espressivi del viso di un essere umano.

Morfologicamente, i canini sono provvisti di una lunga radice che si


inserisce nell’osso mandibolare. La norma distale e mesiale si presenta
molto simile a quella degli incisivi, anche se il distale presenta una
sorta di lobo che preannuncia l’innesto del premolare. Dunque anche
la norma vestibolare, come nei precedenti casi, si presenta convessa e
la norma linguale ha anch’essa una conformazione ad “S”.

Anche l’occlusione avviene in maniera simile, poiché i canini


superiori poggiano la loro norma linguale sulla norma vestibolare dei
canini inferiori.

Con essi si conclude la regione anteriore e si passa dunque alla


regione posteriore.

La regione posteriore della dentizione umana ha il compito specifico


della triturazione e della frantumazione delle sostanze nutritive
ingerite da un essere vivente. Di quest’area fanno parte i premolari ed
i molari.

I premolari sono i primi denti che appartengono alla regione


posteriore. Ogni arcata possiede 4 premolari, 2 a destra e 2 a sinistra,
per un numero totale di 8. Vengono così definiti perché precedono i
molari e possiedono caratteristiche intermedie tra canini e molari.

26
Vengono inoltre definiti denti difisari, ovvero prevedono la
formazione di un solo dente.

Anch’essi assolvono varie funzioni: sono addetti alla triturazione del


cibo, ma sono da supporto ai canini per lo strappo dello stesso e
sempre con i canini adempiono il compito di corretta occlusione e
movimento laterale della mandibola.

I premolari sono solitamente divisi in due classi, primo e secondo


premolare. Tra essi differiscono per la loro forma, il primo è più
grande del secondo, e all’interno della stessa classe, tra arcata
superiore ed inferiore, intercorrono delle differenze.

Fig.8 Primo Premolare9

Il primo premolare differisce tra il superiore e l’inferiore soprattutto a


livello morfologico. La prima differenza sta a livello radicolare: infatti

9
a: primo premolare superiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.
b: primo premolare inferiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.

27
il premolare superiore nel 70% dei casi presenta una doppia radice, a
differenza dell’inferiore che è monoradicolato.

Nella norma distale e mesiale il superiore presenta una forma


trapezoidale. La norma vestibolare è poco convessa, mentre la
linguale presenta una forte convessità. Quello inferiore, al contrario,
presenta una cuspide accentuata simile a quella dei canini e quindi
nella norma mesiale e distale assume forma di losanga; la norma
vestibolare invece si presenta molto convessa al contrario della
linguale che lo è in minor percentuale.

Rispetto alla dentizione anteriore, qui si presenta una nuova norma,


ovvero il piano occlusale. In questo caso il premolare superiore e il
premolare inferiore presentano due cuspidi, una sul lato vestibolare ed
una sul lato linguale; la differenza che intercorre tra loro riguarda
l’inclinazione del piano: il primo premolare inferiore presenta un
inclinazione di circa 45° rispetto al superiore.

Sulla norma occlusale avviene appunto la chiusura del primo


premolare: il superiore si inserisce con la cuspide linguale nella fossa
del premolare inferiore; viceversa l’inferiore con la cuspide
vestibolare si inserisce nella fossa del premolare superiore.

Il secondo premolare sotto alcuni aspetti ha alcune somiglianze con il


primo soprattutto per quel che riguarda il superiore: infatti si presenta
molto simile riguardo le varie norme, anche se a livello radicolare
risulta essere in possesso di una sola radice, ma con una caratteristica
particolare: infatti questa radice, rispetto ad altre presenti in denti
monoradicolati, presenta due canali. Il diametro del secondo
premolare superiore è minore rispetto al primo premolare.

Il secondo premolare inferiore differisce molto dal primo premolare:


infatti se il primo lo si può accomunare per la forma quasi ad un
canino, questo è somigliante ad un molare. Dunque le sue

28
caratteristiche sono molto simili ad un dente della regione posteriore:
norma distale e mesiale assume una forma trapezoidale, mentre la
norma vestibolare e la norma linguale si presentano convesse.

Fig.9 Secondo Premolare10

Il piano occlusale differisce tra superiore ed inferiore: il primo rimane


bicuspidato, con una cuspide linguale ed una vestibolare, mentre
l’altro differisce dal resto dei premolari: infatti il secondo premolare
inferiore presenta tre salienze: una sulla norma vestibolare e due sulla
norma linguale.

L’occlusione di questi premolari avviene come nei precedenti: il


premolare superiore si inserisce con la cuspide vestibolare sulla fossa
del piano occlusale dell’inferiore; viceversa il premolare dell’arcata
inferiore si inserisce nel piano occlusale con le cuspidi della zona
linguale.

10
a: secondo premolare superiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.
b: secondo premolare inferiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.

29
La seconda classe di denti della regione posteriore della dentizione
umana è rappresentata dai molari.

I molari sono presenti su entrambi le arcate, 6 nell’arcata superiore, tre


a destra e tre a sinistra, e 6 nell’arcata inferiore, tre a destra e tre a
sinistra. Sono dei denti atti alla triturazione del cibo, come anche il
loro nome fa intendere, e inoltre si occupano di mantenere verticale il
margine occlusale, ovvero danno una corretta posizione
nell’occlusione al mandibolare superiore ed inferiore.

Come i premolari sono denti cuspidati e presentano un piano


occlusale. Inoltre sono i denti più grandi del sistema dentario umano:
ciò che più li contraddistingue è il loro diametro che è decrescente dal
primo al terzo.

I molari si ricollegano alla classe dei denti succedanei: infatti il primo


e il secondo molare fanno parte della dentizione decidua, che mutando
presenterà successivamente un dente definitivo; al contrario il terzo
molare non fa parte della dentizione decidua e quindi si presenta con
una eruzione definitiva del dente.

Il primo molare è il più grande: morfologicamente presenta una norma


distale di forma trapezoidale mentre sul lato mesiale pur presentando
la stessa forma, questa è più piccola. Anche la norma vestibolare e
linguale presentano una forma trapezoidale, ma si denota una
convessità data dalle norme precedenti.

Tra i due denti (superiore ed inferiore) c’è molta similitudine: le poche


differenze che si possono cogliere riguardano la zona radicolare e il
piano occlusale. Il molare superiore presenta di norma una radice
triradicolata: una radice rivolta verso la zona palatale e due sulla zona
vestibolare dell’arcata dentale; al contrario il molare inferiore è dotato
di una radice biradicolata: una radice sul lato mesiale ed una sul lato
distale. Per quanto riguarda il piano occlusale, il molare superiore è

30
quadricuspidato, cioè è fornito di 4 salienze due sulla norma
vestibolare e due sulla norma linguale; il molare inferiore, invece,
presenta di norma cinque cuspidi.

Fig.10 Primo Molare11

L’occlusione avviene come per i premolari: il molare superiore si


inserisce in norma linguale sul piano occlusale dell’inferiore,
viceversa il molare inferiore si inserisce in norma vestibolare sul piano
occlusale del superiore.

Proseguendo lungo l’arcata si incontra il secondo molare. Esso è il


secondo nella classe dei molari per posizione e per diametro.
Morfologicamente molto simile al primo, presenta sulla norma distale
e mesiale una forma trapezoidale che, come in precedenza, si presenta
più ampia nella zona del colletto e più stretta nella zona cuspidale. La
norma linguale e vestibolare riportano quelli che sono i rigonfiamenti
11
a: primo molare superiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.
b: primo molare inferiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3) norma
vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.

31
del mesiale e del linguale, ma come in precedenza appaiono di forma
trapezoidale.

Fig.11 Secondo Molare12

Anche in questo caso, il molare presenta delle differenze a livello


radicolare e cuspidale. Il secondo molare superiore è triradicolato, con
la presenza di due radici rivolte verso il lato vestibolare e una verso il
palatale dell’arcata. Il molare inferiore, al contrario presenta due
radici, una rivolta verso il lato mesiale e l’altra verso il lato distale.

Il piano occlusale invece può presentare diversità: infatti il molare


superiore nella maggior parte dei casi quadricuspidato, può apparire in
alcuni casi fornito di sole tre cuspidi, due sulla norma vestibolare e
una sulla norma linguale. che modificano leggermente la morfologia
del dente; il molare inferiore, invece possiede sempre quattro cuspidi;
due sulla norma linguale e due sulla mesiale.

12
a: secondo molare superiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.
b: secondo molare inferiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3)
norma vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.

32
L’ultimo dente della serie dei molari è il terzo molare, conosciuto
anche come ottavo o “dente del giudizio”. Rispetto ai suoi
corrispettivi, esso è atipico in quanto non è un succedaneo, ma come i
premolari ha solo una dentizione definitiva che avviene tra i 18 e 21
anni dell’essere umano. Inoltre la sua forma e dimensione varia da
essere in essere.

Fig.12 Terzo Molare13

Le sue caratteristiche morfologiche sono simili ai precedenti molari:


con le norme mesiale e distale di forma trapezoidale così come le
norme linguale e vestibolare, anch’esse della stessa forma, ma con
proporzioni ridotte.

Come nei precedenti molari, anche per questo le differenze sono


strettamente legate alla morfologia del piano occlusale e della radice:

13
a: terzo molare superiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3) norma
vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.
b: terzo molare inferiore destro: (1) norma linguale, (2) norma mesiale, (3) norma
vestibolare, (4) norma distale, (5) norma occlusale.

33
il molare superiore presenta tre radici, una sulla norma linguale e due
sulla norma vestibolare, che in alcuni casi possono essere saldate tra
loro, formando un'unica radice a due canali; nel caso del molare
inferiore, la zona radicale si presenta biradicolata con una radice posta
sulla norma mesiale e l’altra posta sulla norma distale.

Per quanto riguarda il piano occlusale, l’ottavo superiore si presenta di


norma quadricuspidato, anche se in alcuni casi può presentare tre
oppure cinque cuspidi; l’ottavo inferiore, invece, mantiene sempre la
conformazione a quattro cuspidi del piano occlusale. L’occlusione
anche in questo caso avviene come in precedenza con il molare
superiore che si insinua nel piano occlusale dell’inferiore di norma
linguale e viceversa il molare inferiore di norma vestibolare sul piano
occlusale del superiore.

Fig.13 Anomalie del terzo molare

Ciò che più contraddistingue questo dente è la sua eruzione: infatti


non sempre avviene nel modo corretto o addirittura non sempre
avviene.

34
Nel primo caso il dente ha un asse deviato rispetto alla conformazione
dei mandibolari e nella sua eruzione urta con il secondo molare
causando problemi a tutto l’assetto dentario. Il dente dunque può
posizionarsi in maniera orizzontale, rispetto all’asse, oppure può
essere posto in prossimità del secondo molare assumendo posizioni
troppo angolate che non permettono la normale eruzione del dente.

Nel secondo caso, invece, per la conformazione troppo stretta dei


mandibolari, il terzo molare non riesce a trovare spazio sul piano
alveolare, rimanendo incluso, cioè il dente non riesce ad erompere
attraverso la gengiva.

Con il terzo molare, dunque, si conclude la descrizione della cavità


dentaria.

Come visto i denti assumono varia forma e natura, secondo il loro tipo
di specializzazione, ma ognuno di loro è indispensabile all’organismo
che li possiede: infatti come detto anche in precedenza, un essere
umano, senza la propria dentatura, non avrebbe potuto comunicare e
nutrirsi e di conseguenza non sarebbe mai iniziato il processo
evolutivo che ci ha portato ad assumere l’attuale conformazione psico-
fisica.

I denti dunque possono essere posti al centro dell’evoluzione umana e,


come verrà illustrato successivamente, i processi di mutazione, che
partono dall’Australopithecus fino ad arrivare al genere Homo, sono
strettamente legati ai comportamenti alimentari che modificarono,
lungo il corso evoluzionistico, conformazione e funzione della
dentatura dell’essere umano.

35
Capitolo 3

L’evoluzione umana attraverso i denti

L’evoluzione dell’uomo appare complessa e in continua mutazione. I


passi in avanti fatti dalla ricerca archeologica in campo
evoluzionistico, soprattutto negli ultimi decenni, hanno permesso agli
archeologi di fornire notizie più dettagliate e chiare sui processi
evolutivi umani.

Gli archeologi hanno concentrato le loro campagne di scavo in luoghi


che vengono considerati “culle” dell’evoluzione umana, come la Rift
Valley in Africa che è stata oggetto di diversi studi e scoperte che ci
hanno riproposto un quadro diverso della storia dell’umanità.

I record maggiormente raccolti in queste campagne di scavo sono,


senza ombra di dubbio, i denti. Ogni specie, infatti, sia essa
appartenente al genere Australopithecus piuttosto che Homo, hanno in
rappresentanza della loro famiglia almeno un dente da annoverare tra i
loro resti materiali.

I denti dunque sono uno strumento importante nella ricerca


archeologica poiché in mancanza di altri organi, essi possono dare
informazioni utilissime sulla specie alla quale appartenevano, oltre
che descriverci le loro abitudini alimentari.

La dentizione moderna, che si sviluppò con l’avvento dell’Homo


Sapiens (130.000 anni fa circa), è “figlia” di un processo tortuoso che
vide continue e progressive modifiche nel corso del tempo dovuta alle
mutazioni del corpo e alle variazioni della dieta. L’addomesticazione
del fuoco fu poi lo snodo importante che accelerò i processi di
riassetto del cavo orale fino ad arrivare alla forma attuale.
Per dare un quadro di insieme al processo evoluzionistico dentale,
verranno trattate le specie principali, focalizzando l’attenzione
soprattutto sulla loro dentizione e sulle loro abitudini alimentari.

3.1 Da granivori ad onnivori

Attraverso l’alimentazione, l’uomo, fornisce al proprio organismo le


sostanze principali per il giusto funzionamento e il mantenimento del
proprio organismo.

L’uomo nel tempo ha modificato il suo sistema alimentare e


conseguenza di ciò è stata il riadattamento del sistema dentario
durante il corso dell’evoluzione.

Infatti l’uomo non è sempre stato onnivoro: le forme fossili utilizzabili


a questo scopo dimostrano che la dieta attuale è anch’essa frutto di
notevoli cambiamenti: gli Australopithecus, ad esempio, si nutrivano
principalmente di bacche, radici e graminacee. La loro dentatura
dunque doveva essere abbastanza resistente, poiché queste sostanze di
origine fibrosa sono difficili da frantumare.

Con l’avvento del genere Homo l’alimentazione subisce uno


stravolgimento: viene introdotta nella dieta umana la carne. Questa
oltre ad introdurre maggior’apporto di sostanze nutritive
nell’organismo ha modificato sensibilmente la struttura dei denti.
Questi si sono rimpiccioliti e con l’addomesticazione del fuoco e il
consumo di cibi cotti si sono sempre più standardizzati.

La dieta ha apportato nell’uomo modifiche sostanziali al sistema


dentale facendolo adattare alle diverse forme di alimentazione che
questo ha praticato nel corso dell’evoluzione.

37
3.2 La dentizione nelle forme di Australpithecus

Le prime specie accomunabili all’uomo sono le Australopitecine. I


loro denti sono generalmente grandi. Al loro interno si ha un distinguo
tra le dentature delle forme più arcaiche, come l’Ardipithecus
Ramidus e l’Australopithecus Anamensis, accomunabili alle attuali
scimmie antropomorfe, e le forme più tarde, come l’Australopithecus
Afarensis, l’Australopithecus Africanus. Il massimo della
specializzazione sarà raggiunto nel genere Paranthropus, ovvero con
le forme di Paranthropus Robustus, Boisei ed Aethiopicus, che
presentano una dentizione più specializzata.

I tratti comuni di queste specie risiedono nella forma dei loro denti:
generalmente le Australopitecine presentano incisivi e canini più
piccoli, rispetto agli altri denti, mentre i molari posso essere di grandi
dimensioni con cuspidi bulbose e uno smalto molto spesso.

Fig.14 Ardipithecus Ramidus14

14
Mascellare di Ardipithecus Ramidus

38
L’attestazione più antica di denti fossili risale a circa 4,4 milioni di
anni fa: essa viene attribuita all’Ardipithecus Ramidus che è il
precursore delle forme Australopitecine.

Paragonandolo alle attuali forme di scimmie antropomorfe,


l’Ardipithecus Ramidus presenta degli incisivi piccoli e dei canini
grandi. I premolari sono piccoli ed eteromorfi e i molari molto grandi.
In questa specie vi è la presenza dei diastemi per permettere
l’occlusione dei mandibolari, in quanto i canini fuoriescono dal piano
occlusale.

Il suo habitat era principalmente la savana e di conseguenza la sua


dieta era prevalentemente a base vegetariana.

Fig.15 Australopithecus Anamensis15

Tra i 4,17 e i 4,12 milioni di anni fa, fece la sua comparsa


l’Australopithecus Anamensis. Questa è la prima forma che ha dei
tratti accomunabili con quelli dell’uomo soprattutto per quel che
riguarda la forma della dentatura.

15
Mandibola di Australopithecus Anamensis (KNM-KP29281)

39
Di questa specie sono stati rinvenuti numerosi denti e dagli studi
effettuati su di essi si nota che vi è una certa variabilità dimensionale,
forse dovuta al dimorfismo sessuale. Rispetto all’Ardipithecus
Ramidus, l’Anamensis presenta dei canini molto grandi ricoperti da
uno spesso strato di smalto; inoltre ha dei molari molto grandi e
anch’essi inspessiti dallo strato di smalto che li ricopre e da dei
premolari eteromorfi: solitamente il primo e secondo molare inferiore
di questa specie sono della stessa grandezza. Si registra, infine, la
scomparsa di diastemi nella struttura dentale di questa specie.

Anche questo come il precedente aveva una dieta prevalentemente


vegetariana, vivendo in un ambiente aperto come la savana o le foreste
a galleria.

Fig.16 Australopithecus Afarensis16

A partire da circa 3,7 milioni di anni fa, compare un'altra forma di


Australopitecina: l’Australopithecus Afarensis.

La maggior parte dei reperti rinvenuti in Africa centro-orientale,


soprattutto i record di Hadar (in Etiopia) e Laetoli (Tanzania), ci
danno un risultato molto più dettagliato della dentizione.

16
Mascellare di Australopithecus Afarensis (AL-200)

40
Anche in questo caso si presenta una variabilità dimensionale dovuta
ad un marcato dimorfismo sessuale. La dentizione decidua presenta
alcune differenze rispetto ai giacimenti in cui è stata rinvenuta: ad
esempio i primi molari inferiori provenienti da Hadar non sono del
tutto molarizzati e con delle cuspidi non ancora ben definite; al
contrario quelli provenienti da Laetoli si presentano molarizzati e
presentano delle cuspidi più sviluppate rispetto ai primi.

Per ciò che concerne la dentizione permanente, l’Australopithecus


Afarensis presenta degli incisivi centrali superiori molto grandi,
rispetto ai laterali superiori, due canini grandi ed inspessiti dallo
smalto che oltrepassano leggermente il piano occlusale: c’è un ritorno
ai diastemi, anche se più piccoli di quelli già riscontrati
nell’Ardipithecus Ramidus.

I premolari permanenti si presentano asimmetrici, con un piano


occlusale ovalizzato e con un sistema di radici simile a quello delle
scimmie antropomorfe. C’è da sottolineare il dimorfismo presente tra i
primi premolari inferiori: infatti se nella femmina si presentano con
tratti arcaici, nel maschio essi compaiono più evoluti e molarizzati; di
conseguenza anche la zona dei diastemi risulta diversa cambiando
morfologia a seconda del sesso.

Per ciò che concerne i molari, l’Australopithecus Afarensis li possiede


di modeste dimensioni e di forma rettangolare o quadrata: la zona
cuspidale è fornita di 5 cuspidi ben definite che formano la classica
forma ad “Y”.

L’ambiente in cui ha vissuto era diversificato, in quanto frequentava


sia la savana che le foreste a galleria: la sua dieta era principalmente a
base vegetariana.

Circa 3 milioni di anni fa, compare un'altra forma di Australopithecus:


l’Australopithecus Africanus.

41
I principali ritrovamenti di questa specie fossile sono avvenuti in siti
quali Sterkfontein, Taung, Makapansgat, Gladysvale, tutti in
Sudafrica. Rispetto ai suoi predecessori, assume in maniera pressoché
definitiva la stazione eretta e l’andatura bipede.

La dentatura dell’Australopithecus Africanus è caratterizzata da


incisivi piccoli, piuttosto alti e stretti; i canini sono poco dimorfi e si
presentano simmetrici nell’arcata superiore e asimmetrici in quella
inferiore; i premolari hanno una simmetria variabile e infine i molari
sono grandi, di forma quadrangolare, con cinque cuspidi separate da
una fessura ad “Y”.

Fig.17 Australopithecus Africanus17

Rispetto all’Australopithecus Afarensis, la dentizione anteriore si


presenta più grande di quella posteriore e si rimarca un inizio di
molarizzazione dei premolari.

Anche questa specie viveva in un ambiente caratterizzato


principalmente da zone aperte. Nella dieta si ipotizza l’inizio del
consumo della carne.
17
Mascellare di Australopithecus Africanus (Sts52)

42
Da circa 2,5 milioni di anni si sviluppano in parallelo
all’Australopithecus Africanus quelle che gli antropologi definiscono
forme “robuste” di questa specie: l’Australopithecus Robustus,
l’Australopithecus Boisei e l’Australopithecus Aethiopicus.
Attualmente queste forme vengono riunite, per la loro
specializzazione, sotto il genere Paranthropus.

Queste forme rispetto alle precedenti sono fornite di una struttura


corporea e dentale massiccia. Le caratteristiche principali dei loro
denti sono rappresentate da incisivi e canini simmetrici e piccoli, e da
premolari e molari molto grandi con cuspidi ben sviluppate.

Fig.18 Paranthropus Robustus18

Il Paranthropus Robustus, che ha un arco di vita compreso tra i 2,3


milioni e 1 milione di anni, è una delle forme di Australopitecine
appartenenti alle forme robuste. É stato rinvenuto esclusivamente in
Sudafrica, e più precisamente nelle grotte di Transvaal, di Swartkrans
e di Kromdraai.

18
Mascellare di Paranthropus Robustus (SK-23)

43
La sua dentatura è caratterizzata principalmente da incisivi e canini
piccoli e da molari grandi dotati di 6 cuspidi. Gli incisivi inferiori
sono generalmente più piccoli dei superiori: i centrali superiori hanno
una corona a paletta e la radice robusta e ricurva; i laterali, invece,
hanno la corona caniniforme e la radice non in asse con la corona
stessa.

I canini sono generalmente piccoli con una radice bassa e ricurva; i


premolari sono asimmetrici: quelli superiori sono usualmente
bicuspidati; il primo è di forma quadrangolare e il secondo, di forma
ovale, è più piccolo del precedente. Per quel che concerne i premolari
inferiori, il primo è bicuspidato e con 2 radici; il secondo è
molariforme anch’esso con una doppia radice. I molari, sia superiori
che inferiori, sono molto grandi, forniti di 6 cuspidi e con due o tre
radici per far si che ci sia una giusta stabilità sull’osso alveolare.

La dieta di questa specie si basava principalmente sul consumo di


graminacee, anche se data la potente dentatura, si pensa sia alto il
consumo di radici o di tuberi.

Fig.19 Paranthropus Boisei19

19
Mascellare di Paranthropus Boisei (OH5-Olduvai)

44
Il Paranthropus Boisei, anch’esso vissuto tra i 2,3 milioni e 1 milione
di anni fa circa, è un ulteriore specie annoverata tra le forme robuste.

Come nel caso precedente, anche questa specie è localizzata in


un'unica regione, in particolare i suoi resti sono stati rinvenuti in
Tanzania nel sito di Olduvai.

La dentatura del Paranthropus Boisei si presenta molto simile a quella


del Paranthropus Robustus: infatti gli incisivi di questa specie sono
piccoli e con una corona a paletta; i canini sono piccoli e asimmetrici,
così come lo sono anche i premolari. I molari infine sono molto
sviluppati e presentano frequentemente 6 cuspidi.

Come per il Robustus, anche il Boisei ha una dieta di tipo vegetariano


con un consumo di radici e tuberi.

Fig.20 Paranthropus Aethiopicus20

L’altra specie robusta è il Paranthropus Aethiopicus. Sviluppatosi


attorno i 2,5 milioni di anni. Come nelle forme più recenti, presenta
anch’esso una dentatura potente soprattutto nella zona posteriore con

20
Mandibola di Paranthropus Aethiopicus (W-17000)

45
premolari e molari grandi, adatti ad una dieta vegetariana composta
principalmente da radici e tuberi.

Con il genere Paranthropus, si conclude la sequenza evolutiva


riguardante gli Australopithecus e le forme simili. Queste specie
hanno fatto da trampolino al genere Homo che si sviluppa a partire da
2,4 milioni con la comparsa dell’Homo Habilis.

3.3 La dentizione nelle forme di Homo

A partire dal Pleistocene fanno la loro comparsa sulla Terra i primi


esemplari del genere Homo.

Questo genere segna un’accelerazione sul punto di vista


evoluzionistico: infatti si osservano nuovi caratteri scheletrici e
soprattutto si attesta l’evoluzione del cavo orale come, ad esempio,
una riduzione delle dimensioni dei canini e del terzo molare e una
maggiore evoluzione e specializzazione dei premolari che tendono ad
assumere caratteri molariformi.

Queste modifiche sono conseguenza delle nuove abitudini alimentari:


l’introduzione della caccia e successivamente il controllo del fuoco da
parte dell’uomo fecero affermare una dieta che prevedeva il consumo
di carne. Per le forme più antiche, come l’Homo Habilis o l’Homo
Rudolfensis, questa ricopriva un ruolo secondario rispetto al consumo
di vegetali; al contrario, forme più recenti come l’Homo
Heidelbergensis o l’Homo Neanderthalensis, adottavano una dieta
onnivora equilibrata, favorita soprattutto dalla loro forte attività di
caccia e raccolto.

46
Attraverso l’evoluzione del genere Homo dunque leggeremo i
progressi della dentatura che la portarono ad assumere la forma
attuale.

Fig.21 Homo Habilis21

La prima attestazione del genere Homo viene datata all’incirca su i 2,4


milioni di anni con la comparsa dell’Homo Habilis.

I ritrovamenti di questa specie sono avvenuti soprattutto negli scavi di


Olduvai in Tanzania e altri rinvenimenti sono avvenuti in Kenia
presso il sito di Koobi Fora. Viene considerato il capostipite del
genere che porta fino all’Homo Sapiens; inoltre in molti giacimenti si
trova associato stratigraficamente al Paranthropus Boisei, il quale
visse parallelamente a questa specie.

La nuova conformazione psico-fisica lo rende abile nella


fabbricazione di utensili in pietra e, sembra, nella realizzazione di
primi ripari rudimentali.

21
Mandibola di Homo Habilis (OH7)

47
La dentizione dell’Homo Habilis si presenta con notevoli differenze
rispetto alle forme di Australopitecine che hanno preceduto questa
specie.

Questa presenta un’arcata dei mascellari parabolica, con una dentatura


piuttosto equilibrata. Gli incisivi presentano una corona con forma a
paletta; i canini sono grandi e simmetrici; i premolari sono
generalmente grandi e molariformi anche se in alcuni casi possono
essere stretti ed ovaliformi; i molari sono grandi e bulbosi.

L’equilibrio della dentatura è dato dalla dieta onnivora: infatti in molti


casi il tipo di fauna attestato nei livelli di Homo Habilis ne testimonia
il consumo da parte di questa specie anche se, in percentuale, il
consumo di vegetali risulta essere maggiore.

Fig.22 Homo Rudolfensis22

In parallelo all’Homo Habilis si sviluppa un’altra specie annoverata in


questo genere: L’Homo Rudolfensis.

22
Mandibola di Homo Rudolfensis (UR 501)

48
A questa specie è stato attribuito il cranio con sigla KNM-ER 1470
ritrovato a Koobi Fora in Kenia e la sua datazione viene collocata
all’incirca ad 1,88 milioni di anni.

Come l’Habilis, anch’egli è in grado di costruire utensili in pietra con


un grado elevato di elaborazione tecnologica.

Per ciò che riguarda la sua dentatura, presenta a differenza della specie
precedente dei mascellari ad “U”, simile al Paranthropus Boisei, anche
se in proporzione c’è più armonia nell’arcata dentale: incisivi e canini
appaiono piccoli, mentre premolari e molari sono grandi e potenti.

Data la conformazione della dentatura, si ipotizza anche per questa


specie una prevalenza del consumo di prodotti di origine vegetale.

Fig.23 Homo Ergaster23

Da circa 2 milioni di anni si sviluppa in africa il diretto discendente


dell’Homo Habilis: l’Homo Ergaster.

23
Mascellare di Homo Ergaster (KNM-ER3733)

49
Egli è un “parente stretto” dell’Homo Erectus: rispetto a quest’ultimo,
i cui ritrovamenti avvennero in Asia, i resti di Egaster provengono
dall’Africa Orientale, nei siti di Koobi Fora e Nariokotome in Kenia e
nei siti di Swartkrans in Sudafrica. Altri resti sono attestati in Algeria
e nel Caucaso, anche se i reperti più importanti rimangono il cranio di
Koobi Fora con sigla KNM-ER3733 e il cosiddetto “Ragazzo del
Turkana” con sigla WT-15000 che è un ominide fossile, riconducibile
a questa specie, ritrovato a Nariokotome.

Di statura e peso superiore rispetto all’Homo Habilis, l’Ergaster ha


notevoli capacità sul piano culturale, con tecniche di lavorazione
sempre più affinate.

La dentatura risulta più sviluppata a livello anteriore che posteriore:


gli incisivi centrali superiori risultano più piccoli rispetto ai laterali
che presentano inoltre una corona a paletta; gli incisivi inferiori
centrali sono simmetrici, mentre i laterali inferiori risultano
asimmetrici; i canini sono asimmetrici e presentano un piano occlusale
quadrangolare. I premolari sono grandi e bulbosi con delle cuspidi ben
definite; i molari sono di forma quadrangolare o romboidale con
cuspidi molto simili tra loro: in questa specie si registra la riduzione
del terzo molare.

La dieta, ormai attestata con le specie precedenti, resta onnivora con


una predisposizione per il consumo di vegetali, dovuto soprattutto
all’ambiente di savana.

Sempre 2 milioni di anni fa, circa, in Asia si attesta un altro


discendente dell’Homo Habilis: l’Homo Erectus.

I fenomeni che spinsero questa specie alla migrazione non sono ben
documentati così come le sue tappe intermedie.

50
Le prime scoperte di questa specie risalgono all’800 e sono
concentrate per lo più nella zona insulare dell’Asia Orientale,
precisamente tra l’Isola di Giava e il Borneo: il record principale di
questa specie è dato da una calotta cranica denominata
Pithecanthropus I.

Fig.24 Homo Erectus24

Come l’Homo Ergaster, anche l’Erectus si differenzia dall’Habilis per


la sua stazza e per le affinate tecniche di lavorazione di utensili in
pietra.

Per quanto riguarda la dentatura, si nota un netto divario con i suoi


antenati in quanto l’Homo Erectus presenta una riduzione della zona
anteriore della dentizione ed una maggiore omogeneità dell’intero
cavo, quasi ad anticipare le forme che lo succederanno nel tempo.

La riduzione della dentizione anteriore porta ad avere degli incisivi


centrali e laterali a pala, con radici notevolmente ridotte; dei canini
anch’essi notevolmente ridimensionati ed incisiviformi; i premolari ed

24
Mascellare di Homo Erectus (Sangiran 17)

51
i molari appaiono robusti e dal contorno occlusale quadrangolare con
delle cuspidi ben definite.

La dieta dell’Homo Erectus è onnivora, con un consumo prevalente di


carne proveniente dalla caccia.

Fig.25 Homo Heidelbergensis25

A partire da circa 600.000 anni si sviluppa una nuova forma del


genere Homo: l’Homo Heidelbergensis.

In questa specie si ritrovano caratteri arcaici, riferibili sia all’Homo


Erectus che Ergaster, commisti a caratteristiche evolute: le ricerche
archeologiche riferibili all’Heidelbergensis sono avvenute sia in
Africa che in Europa con ritrovamenti significativi nei siti di Broken
Hill in Sudafrica, Petralona in Grecia ed Atapuerca in Spagna.

Rispetto ai suoi predecessori aveva una struttura corporea imponente,


con grandi ossa ed una dentatura molto potente, come dimostra anche

25
Mascellare di Homo Heidelbergensis (Broken Hill-Kabwe)

52
il fossile che caratterizza la specie, ovvero la mandibola di Mauer in
ritrovata Germania.

Confermando quelli che sono i canoni della linea evolutiva, l’Homo


Heidelbergensis presenta una dentatura anteriore piccola in confronto
con la posteriore più grande: gli incisivi sono paliformi e in quelli
superiori vi è un rigonfiamento nella faccia linguale; i canini si
presentano prevalentemente incisiviformi; premolari e molari tendono
ad essere più semplici soprattutto sul piano occlusale anche se
mantengono la forma quadrangolare: il primo premolare presenta nella
maggior parte dei casi un rigonfiamento alla base.

La dieta dell’Homo Heidelbergensis è onnivora con una certa


prevalenza della carne, derivata dall’attività di caccia.

Fig.26 Homo Neanderthalensis26

All’inizio del Pleistocene Medio, circa 130.000 anni fa, compare


l’Homo Neanderthalensis.

26
Mascellare di Homo Neanderthalensis (La Ferassie 1)

53
Presente in Medio Oriente e soprattutto in Europa, viene considerato
la forma evoluta dell’Homo Heidelbergensis, con il quale condivide
alcune caratteristiche: i primi reperti riferibili a questa specie
risalgono alla metà dell’800. I siti principali dove è stato rinvenuto
l’Homo Neandethalensis sono concentrati in Francia, precisamente a
Chapelle-aux-Sanit e Le Moustier; in Germania con il sito di
Neanderthal che ha dato il nome alla specie; in Israele nei siti di Skhul
e Qafzeh ed altri siti mediorientali e dell’Europa Centrale.

La statura di questa specie è più piccola della precedente, ma mantiene


una corporatura robusta e muscolosa: a livello culturale migliora
sensibilmente, rispetto al suo predecessore, sia sul piano tecnologico,
con una perfezione nella lavorazione e di varietà di prodotti
dell’industria litica soprattutto su scheggia, che sul piano psichico con
il ritrovamento delle prime sepolture intenzionali nei siti francesi di La
Ferassie e Regourdou.

Per quel che riguarda la dentatura del Neanderthal i suoi tratti più
significativi sono il tubercolo linguale ed il taurodontismo:
quest’ultimo è dato da un particolare regime masticatorio che
comportò l’aumento di vascolarizzazione della camera pulpare, la
fusione delle radici, lo sviluppo in altezza del tronco radicolare e
l’aquisizione di una forma prismatica del piano occlusale.

L’Homo Neanderthalensis ha degli incisivi a paletta: sono di grandi


dimensioni e si presentano convessi sulla norma vestibolare, mentre
sulla norma linguale presentano il tubercolo linguale; i canini sono
incisiviformi e, come i precedenti, presentano una convessità sulla
norma vestibolare e un tubercolo sulla linguale. I premolari sono di
forma arrotondata e presentano una radice biradicolata; i molari hanno
una forma quadrangolare e sono taurodonti, sul piano masticatorio le
cuspidi sono separate dalla classica forma ad “Y”.

54
La dieta del Neanderthal e di tipo onnivoro derivante dall’intensa
attività di caccia e raccolta in un ambiente che variava sia per
posizione, poiché vi sono attestazioni sia in zona costiera che
nell’entroterra, sia per clima, più o meno freddo.

Il successore di questa specie è l’Homo Sapiens, del quale si attestano


le prime forme da i 130.000 anni da oggi. Rispetto alla forma attuale
di Sapiens, le forme arcaiche non si differenziano molto a livello
dentale: presentano le stesse caratteristiche morfologiche anche se,
nelle forme recenti, si nota la riduzione dimensionale dell’intera arcata
dentale e in particolar modo del terzo molare.

3.4 L’usura dei denti: Neanderthal e Sapiens a confronto

Lo studio della dentizione molto spesso si trova davanti al fenomeno


dell’usura: questo termine si riferisce al consumo del dente, che
avviene nell’arco di una vita di una data specie, durante i processi di
masticazione ed occlusione delle arcate. Questo fenomeno si verifica
in tutte le specie e ci danno conferme sul tipo di alimentazione che
poteva essere di consistenza più o meno dura, di origine fibrosa o
granivora etc.

Esaminando in particolare l’Homo Neanderthalensis, il nostro


predecessore sulla linea evolutiva, è mettendolo a confronto con
l’Homo Sapiens si può notare come i livelli di usura siano differenti:
come detto in precedenza, il Neanderthal possiede una dentatura
potente protesa verso la zona anteriore con incisivi molto grandi e
molari dalle dimensioni corrispondenti a quelle dell’attuale Sapiens.
Questo fa presupporre che l’Homo Neanderthalensis utilizzasse
soprattutto la parte anteriore della dentatura e che oltre all’azione
masticatoria, essa avesse altre funzioni.

55
Fig.27 Confronto tra Homo Neanderthalensis e Homo Sapiens27

A livello macroscopico l’usura dei denti nel Neanderthal è avvenuta in


maniera piatta su tutta la superficie dentaria. Nell’uomo attuale,
invece l’occlusione avviene con l’arcata superiore leggermente
spostata in avanti, di modo che gli incisivi superiori si pongano
davanti gli inferiori e l’usura delle cuspidi dei molari avvenga sulla
norma vestibolare, piuttosto che sulla norma linguale.

Questa specie mostra un’usura maggiore sui denti anteriori: si


presuppone che il Neanderthal, data la loro grande dimensione,
adoperasse gli incisivi un po’ come gli attuali premolari, cioè oltre alla
classica funzione di taglio del cibo avessero la funzione di
triturazione. Inoltre gli incisivi superiori facevano un movimento
verso l’interno per permettere alla mandibola di proiettarsi in avanti
durante i processi masticatori.

Il contatto con i denti contigui avveniva in punti che rapidamente si


trasformavano in faccette: il livello di usura di queste superfici era tale
da far sì che i denti apparissero incastrati con i contigui.

27
A sinistra: Mascellare di Homo Neanderthalensis (Le Mustier I); a destra:
Mascellare di Homo Sapiens (Skhul 5)

56
Nell’uomo i processi masticatori vedono lo spostamento della
mandibola in posizione prima avanzata e poi in senso laterale: questo
permette di occupare una superficie limitata e durante l’occlusione la
forza è impressa su un solo punto. Questo procedimento fa sì che la
superficie dei denti si usuri in maniera irregolare.

Altra cosa da sottolineare riguardo i denti di Neanderthal è la


formazione di solchi regolari sulla norma vestibolare dei denti
anteriori: questi sono orientati verso destra o sinistra a seconda
dell’individuo e si pensa siano dati dall’uso di nutrimenti molto
coriacei. Questi solchi sono stati individuati dagli studiosi anche in
alcune forme recenti di scimmie antropomorfe, ma rispetto al
Neanderthal esse non hanno alcun orientamento obliquo: si pensa
dunque che la direzione, nei vari casi, venga data dall’utilizzo della
mano così se i solchi sono orientati verso destra, l’individuo era
destrorso; viceversa se queste erano in direzione opposta l’individuo
era sinistrorso.

A livello microscopico vengono confermate queste ultime


supposizioni: il Neanderthal infatti consumava cibi di varia natura, ma
al loro interno essi contenevano per lo più particelle di origine silicea,
come ad esempio alimenti cotti sulla brace o prodotti derivanti dal
sottosuolo. Queste, con il movimento masticatorio, usuravano in
maniera continua il dente e creavano così questi solchi sulla parete
vestibolare. Dunque queste striature ci permettono di capire in che
modo avvenivano i processi masticatori in questa specie ed
individuare soggetto per soggetto i movimenti che esso faceva con i
mascellari per triturare il cibo.

57
Conclusioni

I denti, in definitiva, sono un ottimo veicolo di studio dell’evoluzione


dell’uomo: ci forniscono informazioni utilissime non solo sul regime
alimentare, ma, in generale, sulla conformazione fisica dell’individuo
al quale essi appartenevano.

Come si evince dagli studi, l’alimentazione ha giocato un ruolo


fondamentale, non solo nei processi evolutivi dell’uomo ma,
soprattutto, nell’evoluzione del cavo orale.

La dieta, infatti, ha modificato nel tempo quelle che sono le abitudini


alimentari della nostra specie: basti pensare alle prime forme di
Australopithecus, le quali avendo un’alimentazione di tipo
vegetariano, con un gran consumo di graminacee o sostanze dalla
consistenza dura come tuberi o radici, avevano una dentizione
posteriore molto grande e potente di modo da poster imprimere forza
nel processo masticatorio.

L’avvento della dieta onnivora e la conseguente introduzione della


carne ha portato ad un livellamento della dentizione: i denti posteriori
nell’uomo si sono lentamente rimpiccioliti così da creare un
omogeneità tra la regione anteriore e posteriore: i canini si sono ridotti
rientrando nel piano occlusale e si registra la scomparsa in maniera
definitiva dei diastemi. L’introduzione del fuoco ha ulteriormente
modificato la struttura dentaria dell’uomo: infatti con la cottura del
cibo, gli alimenti sono divenuti di facile assimilazione e a livello
strutturale i denti si sono ulteriormente ridotti.

Dunque i cambiamenti di dieta dell’uomo hanno marcato in maniera


netta quelli che sono i processi evolutivi della dentatura: da una
dentatura specializzata si è passato ad assumere una dentizione con

58
funzioni sempre più generiche, date dall’introduzione della carne e
dalla cottura del cibo.

Come visto in precedenza anche i processi masticatori sono stati al


centro della ricerca degli ultimi decenni. Negli ultimi anni gli studi si
sono concentrati a trarre informazioni dalla struttura dentale cercando
di penetrare sempre più in profondità: in questo caso la tecnologia ha
dato un aiuto alla ricerca archeologica.

Infatti l’applicazione di strumenti come le microtac hanno permesso di


raggiungere persino il cuore del dente, cioè la polpa dentaria, senza in
alcun modo intaccare la struttura fisica di quest’ultimo. I dati raccolti
da questo tipo di indagine hanno permesso di cogliere anche la
minima alterazione di questo organo e permettere ai ricercatori di
trarre informazioni sulla tipologia alimentare della specie esaminata o
i tipi di traumi subiti dalla dentizione. Un caso già citato è la presenza
sulla norma vestibolare, dei denti del Neanderthal, di striature
orientate obliquamente verso destra o sinistra: queste erano date a
livello macroscopico dal movimento dei mascellari e a livello
microscopico dalla presenza di particelle di carbonio, presenti nei cibi
cotti a contatto diretto col fuoco, che lentamente formavano questi
solchi sul vestibolo dentale.

In definitiva, l’applicazione della microtac ha permesso alla ricerca di


compiere un ulteriore passo in avanti nello studio dei denti, riuscendo
a ricavare, anche da una piccola parte del nostro organismo,
informazioni utilissime sulla storia evolutiva dell’uomo.

Questa indagine ha voluto dare luce ad un organo del corpo umano


molto spesso sottovalutato dal punto di vista evoluzionistico: i denti si
sono rivelati un ottimo veicolo di informazioni e una buona base per
lo studio dell’evoluzione umana.

59
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