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LA RIPRODUZIONE SESSUALE

Nella specie umana gli individui sono costituiti da migliaia di miliardi di cellule.
La maggior parte di esse è rappresentata da cellule somatiche che formano i tessuti,
gli organi e gli apparati. Una piccola minoranza forma le cellule germinali, dalle
quali originano i gameti, soli elementi cellulari capaci di intervenire nella
riproduzione.

Dall’unione dei gameti si forma lo zigote, quindi l’embrione e il feto. Con la nascita
inizia la vita post-natale caratterizzata dal periodo giovanile (età evolutiva) e dalla
maturità (età adulta), sostanzialmente, si intende, il periodo della maturità sessuale.
Dal punto di vista strettamente biologico il ciclo vitale risulta dalla ripetizione di
queste fasi.

Con riferimento alla trasmissione del patrimonio genetico gli eventi fondamentali,
che caratterizzano il ciclo vitale, indispensabili alla riproduzione, sono:

- perfetta duplicazione del DNA durante la gametogenesi


- modificazione dei cromosomi durante la meiosi
- formazione di un individuo sano, sessualmente maturo e capace di trasmettere,
attraverso i propri gameti, il proprio DNA.

Tutti i meccanismi che controllano le fasi del ciclo vitale sono contenuti nel genoma
e le modificazioni morfologiche, che dallo zigote portano all’individuo adulto, sono
tutte il risultato dell’espressione dei geni e dei loro prodotti.
L’insieme di tutti questi processi costituisce la Biologia dello Sviluppo.

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Il nucleo di ogni cellula somatica ha un corredo diploide costituito da 46 cromosomi:
46, XX nelle cellule dell’organismo femminile e 46, XY nelle cellule dell’organismo
maschile.

Le cellule germinali, per divenire gameti maturi, vanno incontro a particolari


trasformazioni che si realizzano principalmente nelle gonadi.
I gameti sono: gli spermatozoi nel maschio e gli ovociti nella femmina.

L’evento fondamentale nella gametogenesi è la meiosi.

Attraverso la meiosi si determina la riduzione a metà del numero dei cromosomi che,
da diploide (2n = 46), diviene aploide (n = 23).
Gli ovociti possiedono tutti una formula cromosomica 23, X.
Gli spermatozoi costituiscono, a causa della separazione dei due cromosomi sessuali
eterologhi, due popolazioni di formula 23, X e 23, Y.

La meiosi non ha come unico risultato quello di ridurre a metà il numero dei
cromosomi, essa opera anche una ridistribuzione di geni tra cromosomi omologhi, in
maniera tale che ciascuno di essi differisca dal cromosoma originale.

Gli ovociti sono grandi cellule immobili, ricche di riserve citoplasmatiche.

Gli spermatozoi sono piccole cellule mobili, capaci di trasportare il proprio corredo
genetico all’interno dell’apparato genitale femminile, dal sito dell’inseminazione a
quello della fecondazione.

La fecondazione è la fusione di uno spermatozoo con un ovocita, dalla fecondazione


origina una cellula unica, lo zigote.

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Lo zigote è diploide poiché i suoi cromosomi risultano dalla somma dei cromosomi
di origine materna e di origine paterna. Lo zigote ha un sesso genetico dipendente dal
cromosoma sessuale trasportato dallo spermatozoo fecondante.
Dallo zigote, attraverso numerose mitosi successive, origina un individuo completo
che, al termine dello sviluppo, raggiunta la maturità sessuale, diviene capace di
riprodursi. Poiché tutte le cellule somatiche si costituiscono attraverso mitosi da una
stessa cellula, lo zigote, esse possiedono tutte lo stesso patrimonio genetico.

La riproduzione sessuale non è una riproduzione ma una procreazione. La


meiosi e la fecondazione assicurano un rimescolamento genetico che mantiene le
caratteristiche della specie, ma è responsabile di variazioni individuali.
Lo zigote, infatti, dal punto di vista genetico non è mai la copia di uno dei due
genitori.

LA FORMAZIONE DEI GAMETI

I gameti si formano nelle gonadi.


Le gonadi, i testicoli nel maschio e le ovaie nella femmina, svolgono una duplice
funzione: producono i gameti e alcuni ormoni (funzione endocrina).

La Spermatogenesi

Gli spermatozoi si formano nel testicolo dalle cellule capostipite della linea germinale
maschile, gli spermatogoni.
Gli spermatogoni si impegnano in un processo evolutivo lungo e complesso che,
attraverso vari stadi differenziativi, porta alla formazione degli spermatozoi.

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La spermatogenesi si realizza nei tubuli seminiferi del testicolo.
Nell’epitelio seminifero dei tubuli seminiferi si riconoscono vari tipi cellulari
appartenenti alla linea germinale:

• spermatogoni
• spermatociti I
• spermatociti II
• spermatidi
• spermatozoi

Gli spermatozoi sono prodotti continuamente dalla pubertà fino alla morte.

Caratteristiche biologiche degli spermatozoi:

Lunghezza: 65
Durata della spermatogenesi (da spermatogonio a spermatozoo): 73 giorni
Numero: 100 milioni/cm3 di sperma
Efficienza della spermatogenesi: 300 milioni di spz ogni tre giorni
Spermatozoi nell’ejaculato: circa 300 milioni
Forme mobili: circa l’80%
Velocità di progressione nelle vie genitali femminili: 1,5 mm/minuto;
Sopravvivenza nelle vie genitali femminili: 3-4 giorni.

L’Ovogenesi

Gli ovociti (cellule uovo) si formano nell’ovaia a partire dagli oogoni.


Gli oogoni si impegnano in un processo particolarmente lungo e complesso che,
attraverso vari stadi differenziativi, porta alla formazione degli ovociti.

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L’ovogenesi si realizza nella corticale ovarica a livello dei follicoli oofori.
Nella corticale ovarica si riconoscono vari tipi di follicoli oofori:

• follicoli primordiali
• follicoli primari
• follicoli secondari
• follicoli cavitari
• follicoli preovulatori

Gli ovociti giungono a maturazione dalla pubertà alla menopausa.


A ciascun ciclo mestruale corrisponde la maturazione e la espulsione di un ovocita
che diviene fecondabile al termine una particolare meiosi che si realizza,
diversamente dal maschio, in modo ineguale. Questa divisione produce una cellula
uovo molto grande e i globuli polari piuttosto piccoli e costituiti principalmente da
DNA.

Caratteristiche biologiche degli ovociti:

Diametro dell’ovocita maturo: 120 - 140


Numero di ovociti al settimo mese di vita fetale: 7 milioni
Numero di ovociti alla nascita: 1 milione
Numero di ovociti alla pubertà: 400.000
Numero di ovociti che giungono alla ovulazione: 250 – 400
Numero di ovociti nella menopausa: 0
Durata dell’ovogenesi: dalla vita fetale alla fecondazione avvenuta

Sopravvivenza dell’ovocita dopo l’ovulazione: meno di 24 ore

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N.B.:

La durata della meiosi è diversa nei due sessi:


Nel maschio si realizza in pochi giorni dallo stadio di spermatocita primo allo stadio
di spermatide.
Nella femmina la meiosi inizia nella vita fetale e rimane sospesa per decenni
(profase della prima divisione meiotica), si sblocca nel follicolo preovulatorio e si
completa, con l’espulsione del secondo globulo polare, solo se l’ovocita è fecondato.

LA FECONDAZIONE

La fecondazione consiste nella fusione tra la cellula uovo e lo spermatozoo.

Gli Spermatozoi Nelle Vie Genitali Femminili

L’inseminazione consiste nella deposizione di alcuni millilitri di sperma prodotto


attraverso l’ejaculazione. Un certo numero di spermatozoi penetra nel canale
cervicale, nell’utero e nelle tube dove si realizza, eventualmente, l’incontro con
l’ovocita. Durante il transito attraverso le vie genitali femminili gli spermatozoi, se
non vengono distrutti, subiscono le modificazioni che portano alla capacitazione.

- Inseminazione: 200-300 milioni di spermatozoi in vagina.


- Entro mezz’ora una quota di spermatozoi deve impegnarsi nel muco
cervicale
- Attraversamento del muco cervicale entro 2 ore da parte 2-3 milioni di spz.
- Molte ore dopo l’inseminazione molte migliaia di spz mobili sono ancora
presenti nel canale cervicale.
- Attraversamento rapido dell’utero, dopo 24 ore giungono leucociti e
macrofagi.
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- Accumulo degli spz nella tuba, le cui secrezioni viscose, in periodo
periovulatorio, sono favorevoli alla sopravvivenza.
- Liberazione a ondate successive di varie decine di spermatozoi
- Gli spermatozoi giungono in cavità peritoneale dove il liquido peritoneale
assicura un’eccellente sopravvivenza.

La Capacitazione

Gli spermatozoi ejaculati non sono direttamente fecondanti. Nella inseminazione in


vivo il potere fecondante è acquisito durante il transito nelle vie genitali femminili,
tale fenomeno è detto capacitazione:

Il muco cervicale si lascia attraversare solo da spz mobili, viene eliminato il


liquido seminale contenente fattori capaci di impedire la reazione
acrosomiale.
Rimozione di proteine della membrana dello spz da parte di enzimi
proteolitici presenti nelle secrezioni uterine e tubariche.
Riduzione del rapporto colesterolo/fosfolipidi
Aumento della premeabilità agli ioni Ca++.
Costituzione di una regione povera di proteine che faciliterà la fusione con
la membrana esterna dell’acrosoma.
Ingresso di ioni Ca++ e iperattivazione degli spz.

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L’Ovulazione

Nell’ovaia, ad ogni ciclo, circa ogni mese, un follicolo cavitario più grande degli altri,
detto follicolo dominante, si rompe ed espelle, insieme al liquido follicolare, un
ovocita circondato da una certa quantità di cellule follicolari.
La cellula uovo liberata al momento dell’ovulazione è un ovocita II bloccato nella
metafase della seconda divisione meiotica. L’ovocita è circondato dalla zona
pellucida a sua volta circondata da un gran numero di cellule follicolari dissociate in
un gel di acido ialuronico.
L’ovocita è metabolicamente inerte, in assenza di fecondazione ha vita molto breve.
L’ovocita, espulso al momento dell’ovulazione, è raccolto dal padiglione tubarico e
trasportato in direzione dell’utero.

La Fecondazione

La fecondazione si realizza, di solito, nella porzione ampollare della tuba.

Lo spermatozoo penetra nell’ovocita

Gli spz ipercinetici giungono in contatto con le cellule follicolari che


circondano l’ovocita e attraversano il gel di acido ialuronico; l’acrosoma
libera sostanze di tipo ialuronidàsico capaci di fluidificare la matrice
intercellulare relativamente densa.
Contatto, riconoscimento e fissazione alla zona pellucida; alcune
glicoproteine specie specifiche favoriscono il fenomeno.
Reazione acrosomiale: fusione della membrana esterna dell’acrosoma con
la membrana plasmatica dello spz mediata da ioni Ca++.
Attivazione degli enzimi acrosomiali: trasformazione della pro-acrosina in
acrosina mediata da ioni Ca++.
Idrolisi e attraversamento della zona pellucida.

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Penetrazione nello spazio perivitellino e inizio della fusione della
membrana plasmatica dell’ovocita con la membrana dello spermatozoo.
Rilascio di Ca++ da parte del reticolo endoplasmatico liscio.
Attivazione dell’ovocita: modificazione della permeabilità della membrana
agli ioni K+ e fagocitazione completa dello spz.
Reazione corticale: liberazione del contenuto dei granuli corticali nello
spazio perivitellino: impenetrabilità della zona pellucida.

La formazione dei pronuclei

- L’attivazione dell’ovocita permette di completare la meiosi con l’espulsione


del secondo globulo polare.
- Formazione del pronucleo femminile aploide a cromatina condensata.
- Distruzione delle componenti spermatocitarie fatta eccezione per il nucleo.
- Decondensazione della cromatina, ricostituzione dell’involucro nucleare e
formazione del pronucleo maschile a cromatina meno densa di quello
femminile.

L’inizio della prima divisione della segmentazione

- I due pronuclei duplicano il proprio DNA.


- Il citoscheletro trasporta i pronuclei al centro dell’ovocita.
- I pronuclei si affinacano ma non si fondono
- Organizzazione del fuso mitotico
- Gli involucri dei pronuclei scompaiono e i cromosomi si dispongono nella
placca equatoriale.

La riunione del materiale genetico materno e paterno segna la fine della fecondazione
e l’inizio dello sviluppo embrionale.

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LA PRIMA SETTIMANA DI SVILUPPO

LO SVILUPPO PRIMA DELL’IMPIANTO

La segmentazione

Attraverso la segmentazione l’uovo fecondato si divide attraverso mitosi.


Le cellule, le cui dimensioni diminuiscono progressivamente, sono dette blastomeri.

La segmentazione permette di ripartire la grande massa citoplasmatica dell’ovocita


tra più cellule e di ristabilire un corretto rapporto di massa tra nucleo e citoplasma.
I primi fusi mitotici si organizzano in assenza di centrioli.

24-36 ore: prima mitosi di segmentazione, 2 blastomeri


40-48 ore: seconda mitosi, 4 blastomeri uguali.

Le successive divisioni non sono più sincrone

terzo giorno: 6-12 blastomeri


quarto giorno: 16-32 blastomeri

L’embrione allo stadio di 32 blastomeri costituisce una massa cellulare piena, la


morula, circondata dalla zona pellucida. I blastomeri sono tra loro apparentemente
identici.

Le sintesi proteiche sono effettuate grazie alla traduzione di RNA sintetizzati


dall’ovocita. Il genoma embrionale sarebbe trascritto a partire dallo stadio di 4-8
blastomeri. Gli RNA materni saranno tradotti anche allo stadio di blastocisti.

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Il compattamento

Le cellule della morula danno origine non solo all’embrione vero e proprio, ma anche
agli annessi embrionali.
A partire dallo stadio di 8 blastomeri le cellule cominciano a presentare delle
trasformazioni importanti:

Aderiscono tra loro aumentando la superficie di contatto intercellulare.


Formano giunzioni gap e tight puntiformi.
Cominciano a mostrare una polarità citoplasmatica.

I nuclei si situano verso il centro della morula, compaiono sulla superficie esterna
microvilli sottesi da una trama di microtubuli e microfilamenti.
Il compattamento genera la diversità cellulare nelle fasi precoci dello sviluppo
embrionale.
Allo stadio di 16 blastomeri si possono identificare due popolazioni diverse per
fenotipo e per posizione: Il trofoectoderma e la massa cellulare interna.

La formazione della blastocisti

Tra il 5° ed il 6° giorno dalla fecondazione i blastomeri più esterni si appiattiscono


per formare il trofoblasto di aspetto epiteliale. Le cellule del trofoblasto, tra loro
adese per mezzo di giunzioni (compaiono anche piccoli desmosomi), trasportano
fluidi che, accumulandosi, determinano la formazione di una cavità, il blastocele.
La blastocisti presenta il trofoblasto (scomponibile in trofoblasto murale e
trofoblasto polare) e il nodo embrionale o massa cellulare interna.
La massa cellulare interna è costituita da una piccola parte di blastomeri
apparentemente non polarizzati.

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Fino al 6° giorno la blastociti è protetta dalla zona pellucida che svolge funzioni
protettive fisico chimiche.

La migrazione dell’uovo fecondato

L’uovo fecondato è trasportato verso la cavità uterina in maniera discontinua:

- Circa 48 ore nella porzione ampollare della tuba


- 10 ore per attraversare l’istmo (4 – 8 blastomeri)
- 2-3 giorni in utero ( formazione della morula e blastocisti)

L’ambiente uterino, opportunamente preparato dagli ormoni ovarici, fornisce alcuni


nutrienti importanti per lo sviluppo della blastocisti.

Impianto

Alla fine della prima settimana la blastocisti aderisce all’epitelio uterino e penetra
all’interno dell’endometrio.

Le fasi salienti dell’impianto sono:

1. scomparsa della zona pellucida; intorno al 6° - 7° giorno la blastocisti si


libera della zona pellucida attraverso una sorta di “schiusa” operata da
enzimi idrolitici e dall’espansione della blastocisti
2. Orientamento della blastocisti e sua adesione all’epitelio uterino; l’adesione
sarbbe favorita da alcuni residui glicidici presenti sulle membrane; Il
trofoblasto assume fluidi per pinocitosi
3. Penetrazione del trofoblasto nell’endometrio, le cellule del trofoblasto
emettono espansioni che si insinuano tra le cellule epiteliali uterine
dissociate da enzimi litici prodotti dallo stesso trofoblasto.

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4. Espansione e proliferazione del trofoblasto, le cellule trofoblastiche perdono
il loro aspetto pavimentoso e divengono più voluminose ed irregolarmente
poliedriche, le mitosi si attivano grandemente.

Il trofoblasto in rapido sviluppo differenzia due componenti

- Il Citotrofoblasto che è costituito da cellule cubiche del trofoblasto polare


- Il Sinciziotrofoblasto, massa citoplasmatica polinucleata.

E’ il sincizio-trofoblasto che trascina l’uovo fecondato completamente all’interno


dell’endometrio.
Intorno alla 12° giornata la breccia uterina è chiusa da un tappo di fibrina e si
ricostituisce presto la continuità epiteliale.

IMPIANTO NORMALE

IMPIANTO ECTOPICO

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LA SECONDA SETTIMANA

Alla fine della prima settimana la blastocisti si trova allo stadio di nodo
embrionale

Durante la seconda settimana dalla massa cellulare interna si differenziano


successivamente:
o l’entoderma
o l’ectoderma

Nella blastocisti la porzione di nodo embrionale che si affaccia sulla cavità


blastocelica differenzia uno strato di cellule che rappresenta il primo abbozzo
dell’entoderma

All’8° giorno l’entoderma prolifera lungo la membrana di Heuser che delimita


il sacco vitellino primitivo.

Nel nodo embrionale si individua una cavità, la cavità amniotica: delimitata


dall’epitelio amniotico e dall’ectoderma.

Compare il mesenchima extraembionale tra i derivati trofoblastici da una parte e le


vescicole vitellina ed amniotica dall’altra (magma reticolare).

Entoderma \
> Area embrionale bilaminare
Ectoderma /

Alla fine della 2° settimana l’area embrionale è costituita ancora da due soli foglietti.

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Il mesenchima extra-embrionale si condensa in due strati:

1) esterno accollato al trofoblasto

trofoblasto \
> CORION
mesenchima extraembrionale /

2) l’altro interno a ridosso dell’amnios e del sacco vitellino

• Somatopleura
• Splancnopleura

Tra i due strati si trova il celoma extraembrionale.

Il peduncolo embrionale collega l’embrione alla parete trofoblastica.

Alla fine della seconda settimana compare la linea primitiva

Inizia così la gastrulazione.

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TERZA SETTIMANA

GASTRULAZIONE

La gastrulazione consiste nella formazione del terzo foglietto embrionale:

IL CORDO-MESODERMA

La formazione del cordo-mesoderma avviene mediante un processo di


migrazione cellulare:
o le cellule ectodermiche, a livello della linea primitiva, scivolano in
profondità.

La linea primitiva termina anteriormente con il nodo cefalico (di Hensen). Dal
nodo cefalico, in direzione cefalica si sviluppa il prolungamento del nodo
cefalico.

Il prolungamento del nodo cefalico dà origine alla corda dorsale attraverso tre
stadi successivi:

• Canale cordale
• Placca cordale
• Corda dorsale

Il mesoderma occupa tutto il disco embrionale,


rimangono prive di mesoderma le due membrane

• membrana bucco-faringea
• membrana cloacale

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IL DESTINO DEI TRE FOGLIETTI EMBRIONALI

L’EVOLUZIONE DEL MESODERMA

Nel mesoderma si distinguono quattro porzioni:

I. Mesoderma assiale
II. Mesoderma para-assiale
III. Mesoderma intermedio
IV. Mesoderma laterale

I. Il Mesoderma assiale

La corda dorsale è l’organo assile longitudinale primitivo, costituitsce una


sorta di scheletro.

Determina l’induzione del differenziamento del neuroectoderma.

Successivamente guida lo sviluppo delle strutture scheletriche che


costituiscono la colonna vertebrale.

La corda dorsale è destinata a regredire.

II. Il Mesoderma para-assiale

Il mesoderma para-assiale o mesoderma dorsale si segmenta nei somiti.


I primi somiti compaiono nella porzione media dell’embrione, corrispondente alla
futura regione occipitale
La segmentazione prosegue in direzione caudale
Alla fine della 5° settimana i somiti sono 42 circa.

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Dai somiti hanno origine:

• lo sclerotomo
• il dermomiotomo

Lo sclerotomo essenzialmente dà origine agli abbozzi vertebrali

Dal somite si distacca la popolazione sclerotomica che si addensa intorno alla corda
dorsale dove forma gli abbozzi vertebrali.

Il dermomiotomo dà origine ai connettivi dermici e alla muscolatura paravertebrale


della porzione anterolaterale del tronco e degli arti.

III. Il Mesoderma intermedio

Il mesoderma intermedio o peduncolo mesodermico dà origine al cordone


nefrogeno.

Il cordone nefrogeno si segmenta metamericamente in maniera corrispondente alla


segmentazione somitica, ma la segmentazione non giunge nella porzione caudale.

• pronefro
• mesonefro
• metanefro

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IV. Il Mesoderma laterale

Il mesoderma laterale si divide in due foglietti:

1) il primo si accolla all’entoderma e si continua con la splancnopleura extra-


embrionale ricoprendo il sacco vitellino; è la splancnopleura
intraembrionale che darà origine alle tonache muscolari e connettivali dei
visceri

2) il secondo si accolla all’ectoderma e si continua con la somatopleura extra-


embrionale che riveste l’amnios; è la somatopleura intraembrionale che
parteciperà alla costituzione delle pareti laterale e ventrale del tronco.

Tra i due foglietti del mesoderma laterale si estende la cavità celomatica, tale
struttura prende il nome di celoma intraembrionale e dà origine alle grandi cavità
sierose.

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IL DESTINO DEI TRE FOGLIETTI EMBRIONALI

L’EVOLUZIONE DELL’ENTODERMA

L’entoderma rimane un foglietto monostratificato, fino alla delimitazione del


corpo embrionale.

Dall’entoderma, al momento della delimitazione del corpo embrionale, si


costituisce l’intestino primitivo.

• Intestino anteriore
• Intestino medio
• Intestino posteriore

Le ghiandole annesse all’apparato digerente

Il rivestimento dell’apparato respiratorio.

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Membrana bucco-faringea
Scompare all’inizio della 4° settimana

Menbrana anale
o Membrana anale
o Membrana uro-genitale

La membrana anale scompare alla 9° settimana.

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TERZA SETTIMANA

EVOLUZIONE DELL’ECTODERMA

Il principale derivato dell’ectoderma è il tessuto nervoso e la sua


differenziazione rappresenta il processo della neurulazione, attraverso il quale si
costituisce il sistema nervoso nelle sue principali componenti, cioè il midollo spinale,
l’encefalo e i nervi periferici.

Il primo abbozzo è un’area ectodermica situata nella regione dorso-mediana


dell’embrione, intorno al prolungamento del nodo cefalico e al di sopra del cordo-
mesoderma. Quest’area, che si sviluppa al 18° giorno per induzione del mesoderma
assiale, viene chiamata placca neurale. E’ probabile che le strutture mesodermiche
della placca precordale e della notocorda producano sostanze capaci di diffondere nel
soprastante strato ectodermico attivando geni specifici che promuovono la
differenziazione di una spessa placca di cellule neuroepiteliali colonnari
pseudostratificate, il neuroectoderma. Il quale, durante lo sviluppo (stadio della
neurula), si separa dall’ectoderma propriamente detto che, assunto ora il nome di
foglietto corneo, darà origine all’epidermide, agli annessi cutanei e ad alcuni organi
sensoriali.

ECTODERMA 1) placca neurale --------- neurulazione Sistema Nervoso

2) foglietto corneo
• epidermide
• annessi cutanei
• organi sensoriali

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QUARTA SETTIMANA

LA NEURULAZIONE

All’inizio della quarta settimana la placca neurale consiste di una porzione


craniale slargata, il rigonfiamento delle vescicole encefaliche (già visibile prima della
completa saldatura della doccia, darà origine alle strutture encefaliche) e di una parte
caudale ristretta, da cui si svilupperà il midollo spinale. Intorno al XXII giorno la
regione cefalica dell’embrione comincia presentare la flessura mesencefalica in
prossimità della quale origineranno, rispettivamente nelle posizioni rostrale e caudale,
il prosencefalo e il romboencefalo. Quest’ultimo risulta diviso in segmenti che
prendono il nome di neuromeri o rombomeri.
Al XXII giorno (8 paia di somiti) la placca neurale è rappresentata solo per il
25% dalla ristretta porzione caudale che, con un ritmo di crescita superiore a quello
della parte craniale (guidato dalla sottostante notocorda), appena quattro giorni più
tardi ne costituirà circa il 60%.

La neurulazione è quindi la trasformazione dell’ectoderma sopra-cordale (placca


neurale) nel canale neurale affiancato dalle creste gangliari. Questo processo si
svolge in tre stadi:

1. PLACCA NEURALE: compare al 18° giorno per ispessimento dell’ectoderma sopracordale

2. DOCCIA NEURALE: ivaginazione della placca, neurulazione propriamente detta (22° giorno)

3. CANALE NEURALE (o stadio della neurula): avviene la saldatura dei bordi della doccia,
quindi il neuroectoderma si separa dal foglietto corneo
per l’interposizione di elementi mesenchimali.

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Nel medesimo embrione, i tre suddetti stadi coesistono in zone diverse, poiché
la chiusura della doccia dalla porzione centrale, che rappresenta la futura regione
cervicale, prosegue nei sensi craniale e caudale.

I labbri delle pliche neurali dapprima entrano in contatto al XXII giorno nella regione
dei quattro somiti occipitali e del primo cervicale. Il canale neurale così formato
comunica, alle due estremità, con la cavità amniotica, attraverso i neuropori craniale
e caudale che si chiudono rispettivamente al XXIV e al XXVI giorno. La chiusura del
neuroporo anteriore è bidirezionale e avviene in corrispondenza del prosencefalo; il
neuroporo posteriore si chiude solo in senso cranio-caudale a livello del secondo
segmento sacrale.

Anomalie di chiusura del canale neurale sono alla base di quadri patologici
quali la spina bifida, l’anencefalia e la rachischisi.

Il tubo neurale, dopo la chiusura del neuroporo posteriore, termina al 31°


somite. Le porzioni più caudali, ossia quelle sacrale e coccigea, si costituiscono
mediante una neurulazione secondaria guidata dal mesoderma caudale costituitosi
alla fine della gastrulazione. Un cordone di tessuto totipotente dell’eminenza inferiore
(produce anch’essa somiti) forma dapprima una corda neurale solida che
successivamente si canalizza lungo il suo asse centrale congiungendosi al lume del
tubo neurale. Il processo si completa entro l’ottava settimana. Successivamente, però,
il tubo neurale caudale si oblitera e regredisce lasciando il cosiddetto “filum
terminale”.

La cresta neurale (o gangliare), caratteristica dei vertebrati, è una particolare


popolazione cellulare che cresce lungo i margini laterali delle pliche neurali. Durante
la neurulazione queste cellule si staccano dalla placca neurale e migrano, con
direzione cranio-caudale, in diversi distretti dell’organismo dove si differenziano in

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una notevole varietà di strutture. Le creste neurali si sviluppano dapprima nella
regione mesencefalica, si distaccano e migrano già prima della chiusura del
neuroporo anteriore. Nella regione del futuro midollo spinale, le cellule delle creste si
allontanano mentre le pliche neurali gradualmente si fondono; all’estremità caudale,
invece, vengono prodotte delle creste anche dopo il XXVI giorno (chiusura del
neuroporo posteriore).

Principali derivati delle creste gangliari

Creste gangliari del mesencefalo e del prosencefalo caudale

• Ganglio ciliare
• Connettivo perioculare
• Muscolatura dell’iride
• Corpo ciliare
• Mesenchima della testa, superiormente al mesencefalo
• Pia madre e aracnoide della regione occipitale

Creste neurali della regione rombo-mesencefalica

• Scheletro e muscolatura degli archi branchiali


• Derma, muscolature liscia e tessuto adiposo della faccia e della regione
anteriore del collo
• Odontoblasti
• Cellule C della tiroide
• Neuroni e gliociti dei gangli parasimpatici dei nervi cranici VII, IX e X
• Neuroni e gliociti dei gangli sensitivi dei nervi cranici V, VII, VIII, IX e X

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Creste neurali occipitali e spinali

• Gangli annessi alle radici posteriori dei nervi spinali


• Neuroni postgangliari parasimpatici craniali e sacrali
• Catena gangliare paravertebrale dell’ortosimpatico
• Pia madre e aracnoide
• Cellule di Schwann
• Cellule cromaffini della midollare surrenalica
• Cellule neurosecretrici cardiache e polmonari
• Melanociti

Sviluppo dell’ Encefalo

L’encefalo deriva dalla porzione anteriore del canale neurale, che si accresce
sotto l’induzione del cordo-mesoderma anteriore e della placca precordale. Prima del
XXV giorno, quando il neuroporo anteriore è ancora aperto, il tubo neurale, come
detto, si dilata in tre vescicole (prosencefalo, mesencefalo e romboencefalo) separate
da due solchi. Intorno al XXXII giorno la prima e l’ultima delle tre vescicole si
sdoppiano, mentre quella mediana rimane inalterata.

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Evoluzione delle tre vescicole encefaliche

1. Prosencefalo 1. Telencefalo
2. Diencefalo

2. Mesencefalo 3. Mesencefalo

3. Romboencefalo 4. Metencefalo
5. Mielencefalo

Note:

* Il telencefalo e il diencefalo costituiscono il cervello propriamente detto.

** Dalla porzione ventrale del metencefalo si differenzia il ponte, da quella dorsale il


cervelletto. Il mielencefalo darà origine al bulbo o midollo allungato.

*** Bulbo, ponte e mesencefalo costituiscono il tronco cerebrale.

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ANNIDAMENTO

Quando, al 5° giorno dalla fecondazione, la blastocisti si trova nella cavità


uterina, la mucosa uterina, o endometrio, è nella fase luteinica (secretiva) e presenta
le condizioni più opportune per accogliere l’uovo fecondato: spessa circa 5
millimetri, riccamente vascolarizzata, con vasi dilatati, le sue ghiandole producono
attivamente un secreto ricco di proteine, mucopolisaccaridi, glicogeno e lipidi.
Intorno al 6° giorno la blastocisti risulta costituita da uno strato periferico di
blastomeri appiattiti, il trofoblasto; ad un suo polo, sul versante interno, è
organizzato il nodo embrionale o embrioblasto (masserella solida di blastomeri).
La rottura della zona pellucida è l’evento più significativo nella preparazione
dell’embrione all’impianto, consentendo un rapido accrescimento del trofoblasto, che
può così venire a contatto con la parete uterina, proliferare ed erodere la mucosa
sottostante.
La zona del trofoblasto che aderisce e invade l’endometrio è quella che riveste
l’embrioblasto, il trofoblasto polare.
Il trofoblasto polare si presenta come una placca spessa che prolifera e si
differenzia in due strati: uno strato con contorni cellulari ben distinti, detto
citotrofoblasto o strato delle cellule di Langhans, contiguo con la massa cellulare
interna, ed uno strato esterno sinciziale (originato dalla confluenza e fusione di
singole cellule in una struttura unica), detto sinciziotrofoblasto.
Diversi studi hanno dimostrato come durante la fase di adesione vi sia la
progressiva espressione di molecole di adesione, cosiddette integrine, da parte della
superficie cellulare endometriale. Questa espressione è probabilmente regolata
dall’aumento degli ormoni steroidei di origine materna.
I recettori endometriali interagiscono con i rispettivi ligandi espressi sulla
superficie del trofoblasto. In questa fase è stata osservata anche la presenza, a livello
endometriale, di fattori inibenti l’interazione cellula-cellula, come il fattore
mucinico MUC1.
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Il probabile ruolo di questi fattori è quello di regolare l’impianto, forse con un
meccanismo di selezione di embrioni anomali; questa ipotesi sembra supportata
dall’osservazione che in gravidanze umane associate a poliabortività vi è
un’inadeguata differenziazione di questi fattori endometriali, consentendo l’impianto
di embrioni non adatti al proseguimento della gravidanza.
Diversi tipi di integrine vengono espressi anche da parte della superficie
cellulare dell’embrione nella fase di pre-impianto. Queste molecole di adesione
mediano l’interazione con i ligandi extracellulari: si ipotizza che il meccanismo di
adesione coinvolga l’interposizione di ligandi a ponte tra il trofoblasto e l’epitelio
uterino. Tra i ligandi, osteopontina, laminina, fibronectina sono espressi
nell’epitelio uterino e promuovono l’adesione mediata da integrine.
La blastocisti esprime durante la fase dell’impianto un repertorio di integrine
che interagiscono con i ligandi presenti nella decidua e che comprendono
fibronectina, fibrina, laminina, vitronectina e collagene.
Il ruolo dell’interazione tra integrine e proteine della matrice (ligandi) è non solo
quello di agire come “collante”, ma principalmente quello di trasdurre i segnali
provenienti dall’ambiente esterno verso una cellula tramite il suo recettore
(integrina), attivando una risposta a tali segnali.
Questo meccanismo potrebbe essere quindi il modo utilizzato dalla decidua per
controllare il comportamento delle cellule del trofoblasto durante la fase di invasione.
La decidualizzazione, infatti, è un processo tipico di quelle specie con una
placentazione invasiva emo-coriale.
(La decidua è lo strato superficiale compatto della mucosa uterina, che si stacca
e viene espulsa durante il parto (secondamento). La decidua basale, o placentare, è
quella sottostante la base d’impianto della blastocisti; quella che riveste la parte della
blastocisti rivolta verso la cavità uterina è la decidua capsulare, o riflessa; la parte
restante è la decidua parietale).

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Sia l’adesione che l’ulteriore processo di annidamento sono il risultato
dell’attività istolitica del trofoblasto invasivo. In questa fase si osservano molte
divisioni cariocinetiche nel citotrofoblasto ma nessuna nel sincizio.
Lo sviluppo del trofoblasto procede parallelamente alle prime fasi evolutive
dell’embrioblasto e pone le basi per l’organizzazione della futura placenta.
In un primo momento limitata al trofoblasto polare, la differenziazione del
trofoblasto in due strati si estenderà successivamente a tutta la circonferenza della
blastocisti.

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LA PLACENTA

La PLACENTA è un organo transitorio di connessione materno-fetale


funzionalmente piuttosto complesso, dovendo provvedere a svolgere nel suo ambito
molteplici attività che nell’individuo adulto sono realizzate separatamente in diversi
organi.
La sua funzione fondamentale è quella di favorire lo scambio di materiale tra
la circolazione sanguigna fetale e quella materna senza mescolanza o effettivo
contatto fisico fra le due circolazioni.
Coinvolta negli scambi gassosi e nutritivi, fornisce i substrati per il
metabolismo fetale e ne smaltisce i prodotti di rifiuto, dispone inoltre di efficienti
attività enzimatiche ed ormonali che rispondono alle esigenze vitali di crescita e di
benessere dell’organismo fetale; agisce, in modo ancora poco conosciuto, come una
barriera immunologica fra l’organismo “ospite” materno e quello “ estraneo” fetale.
Durante i 280 giorni di una normale gestazione, la placenta si adatta
continuamente alle richieste del feto, subendo rapide modificazioni strutturali e
funzionali, sino a separarsi dalla madre, con l’espletamento del parto, per essere
espulsa senza alcun danno, nonostante la sua estrema vascolarizzazione.

L’unità funzionale fondamentale della placenta è rappresentata dal VILLO


CORIALE: questo è costituito da un asse mesenchimale centrale, nell’ambito del
quale decorrono i vasi sanguigni, rivestito dal trofoblasto.
Il trofoblasto consiste di uno strato multinucleato esterno, il
sinciziotrofoblasto, e da uno strato più interno di singole cellule, il citotrofoblasto.
Tali strutture sono organizzate a costituire una barriera placentare che media
selettivamente gli scambi di sostanze tra madre e feto, rivestendo, quindi, particolare
importanza nel determinare un regolare sviluppo fetale e nel consentire il
mantenimento di una gestazione normale.

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FUNZIONI DELLA PLACENTA

La funzione primaria della placenta è rappresentata dallo scambio dei prodotti


metabolici e gassosi tra le circolazioni sanguigne fetale e materna, senza mescolanza
o contatto fisico effettivo.
E’ un organo che svolge numerose funzioni metaboliche per conto del feto, con
attività di sintesi enzimatiche ed ormonali, di termoregolazione, di assorbimento e
di escrezione.
La placenta compie funzioni paragonabili a quelle degli apparati
gastrointestinale, respiratorio, circolatorio e renale.
La barriera placentare controlla il passaggio di sostanze con differenti
meccanismi, dalla semplice diffusione al trasporto attivo, di cui la fagocitosi per
sostanze solide e la pinocitosi per sostanze liquide sono un esempio.
I gas, come ossigeno e anidride carbonica, attraversano la placenta secondo la
legge fisica della diffusione basata sulle diverse tensioni, così come avviene a livello
polmonare e tissutale.
Il passaggio dell’ossigeno verso il feto è favorito da un gradiente di diffusione di
circa 20 mmHg (di 5 mmHg per la CO2 in direzione opposta), oltre che dalla
maggiore affinità dell’emoglobina fetale per l’ossigeno.
Anche l’acqua e gli elettroliti passano rapidamente per diffusione. La quantità
d’acqua che attraversa la barriera placentare è maggiore di quella effettivamente
utilizzata dai tessuti fetali; verso la fine della gravidanza il feto riceve più di 3 litri
d’acqua all’ora e una quantità quasi equivalente ritorna alla circolazione.
Con l’avanzare della gestazione, in rapporto con lo sviluppo del feto, aumenta il
trasporto di minerali quali calcio e fosforo, la cui concentrazione subisce una
notevole caduta nella seconda metà della gestazione in conseguenza dei processi di
ossificazione dello scheletro.
Per quanto riguarda il ferro fetale, è improbabile che la sua origine sia
l’emoglobina materna, data la diminuita capacità fagocitaria della placenta dopo le

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prime settimane, tuttavia il contenuto fetale (fegato, milza e midollo osseo) è di circa
2 o 3 volte maggiore di quello materno.
Il glucosio è il principale substrato metabolico del feto e attraversa la placenta
con un trasporto attivo; la glicemia nei feti è più bassa che nella madre: oltre
all’utilizzazione da parte del feto si suppone quella da parte della placenta, coinvolta
nella conversione del glucosio assunto dal sangue materno in glicogeno, costituendo
dunque una riserva di carboidrati per il feto.
La lipemia nella madre presenta valori più alti che nel feto, il fabbisogno di
grassi nel feto appare essere costante. Alcuni prodotti del metabolismo lipidico, come
gli acidi grassi liberi, il glicerolo ed i corpi chetonici, sono in grado di attraversare
la placenta direttamente e sono quindi disponibili nel feto senza subire modificazioni
nella placenta. Sebbene l’efficienza del “transfer” placentare sia diversa per ognuno
di questi, il maggior fattore determinante del trasferimento fetale è il gradiente di
concentrazione materno-fetale.
La placenta è in grado di accumulare vitamine del gruppo B, D ed E e di
partecipare al metabolismo dell’acido ascorbico (vitamina C) e del flavin-adenin-
dinucleotide; nei villi è stata dimostrata anche vitamina A, la quale, essendo
liposolubile, passa meno velocemente delle vitamine idrosolubili che attraversano più
facilmente la barriera placentare.
Alcuni composti non passano direttamente la placenta, questo è il caso delle
lipoproteine plasmatiche materne; il loro profilo plasmatico si modifica
notevolmente in gravidanza e, sebbene non vi sia un passaggio diretto dalla
circolazione materna a quella fetale, la placenta possiede dei recettori per le
lipoproteine che consentono il loro “uptake” e metabolismo con successivo rilascio
dei loro prodotti al feto.
Le proteine come tali non passano, il feto utilizza per la sintesi proteica gli
aminoacidi essenziali, che sono più concentrati nel plasma fetale che in quello
materno, il cui passaggio deve perciò avvenire contro gradiente di concentrazione a
spese di energia metabolica tramite un sistema di trasporto attivo transplacentare.

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L’ingresso degli ormoni proteici è bloccato, a differenza di quelli steroidei non
coniugati che, invece, attraversano velocemente la barriera placentare; un’ eccezione
è l’insulina, che l’attraversa in entrambe le direzioni.
La placenta può essere considerata come una voluminosa ghiandola endocrina
che produce ormoni steroidei e proteici.
Le cellule del trofoblasto iniziano in stadi molto precoci a produrre
gonadotropina corionica umana (HCG); la sintesi di tale ormone è di estrema
importanza per il mantenimento della gravidanza, soprattutto nel primo periodo,
poichè stimola la produzione di progesterone da parte del corpo luteo.
Sarà poi la stessa placenta a produrre ormoni estrogeni, che aumentano in
quantità con l’avanzare della gravidanza raggiungendo il livello massimo poco prima
del parto, e progesterone, indispensabile per il mantenimento della gravidanza.
Vengono prodotti ancora androgeni, corticosteroidi e relaxina; quest’ultima
pare che agisca sulle fibre collagene del canale del parto e dei tessuti della pelvi
favorendone il rilasciamento durante l’espletamento del parto.
La placenta produce una gamma assai vasta di altri ormoni (omologhi della
maggior parte degli ormoni ipofisari e ipotalamici, fattori di crescita insulino-simili,
ecc.).
Strettamente coinvolte nel proseguimento della gravidanza e inizio travaglio
sono le prostaglandine, ormoni locali che inducono la luteolisi.
Attraverso la barriera placentare passano vari farmaci e sostanze chimiche,
specialmente gli alcaloidi (come la nicotina) e i barbiturici, i quali entrano nel circolo
fetale e vengono eliminati solo molto lentamente, esercitando un’azione
estremamente dannosa sullo sviluppo fetale. I farmaci con peso molecolare inferiore
a 600 passano facilmente, (la maggior parte per diffusione).
I farmaci includono sedativi, tranquillanti, ipnotici, narcotici, anestetici (locali e
generali) anche se inspirati, miorilassanti, agenti chemioterapici e antibiotici.

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Passano anche i virus (rosolia, varicella, citomegalovirus, HIV), mentre i batteri
vengono generalmente arrestati; fanno eccezione le spirochete (sifilide), molte delle
quali sembrano in grado di attraversare la barriera placentare.
Dal punto di vista immunologico la placenta permette il passaggio al feto di
anticorpi IgG (Immunoglobuline di classe G).
Va ricordato che il feto ed i suoi annessi sono geneticamente differenti dalla
madre, quindi l’unità feto-placentare può essere considerata un allotrapianto che
dovrebbe indurre un rigetto da parte dell’organismo ospite.
Si realizza, invece, uno stato di tolleranza che dal momento dell’impianto
permane normalmente per tutta la durata della gravidanza.

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