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PSICOLOGIA POLITICA

CAPITOLO 1 - AREA DI STUDIO

La psicologia politica studia il modo in cui le persone entrano in relazione con la


realtà politica. Utilizza in larga parte i costrutti della psicologia sociale e li estende a uno
degli ambiti della vita reale in cui le persone operano, quello politico.
1. PSICOLOGIA POLITICA: è un’applicazione di ciò che sappiamo della psicologia umana
allo studio del rapporto che gli esseri umani hanno con la politica. In particolare studia i
processi psicologici che precedono, accompagnano e seguono qualunque azione con
fini di carattere pubblico e collettivo. I temi indagati includono tutti i tipi di azione politica
messi in atto da diversi attori.
2. PSICOLOGIA SOCIALE E PSICOLOGIA POLITICA: la psicologia sociale ha raccolto
negli ultimi anni una massa di dati considerevole sui processi che caratterizzano il
rapporto tra individuo e vita sociale. La psicologia sociale affronta spesso i temi della vita
reale semplificandoli, scomponendoli nei diversi fattori che li compongono per poterli
studiare in ricerche che rispondano a determinati criteri metodologici. Tipicamente, nella
ricerca psicosociale si parte da un problema reale rilevante, se ne individuano alcune
componenti cruciali e si indagano i legami di causa-effetto che le collegano. Al termine della
ricerca si dice come quello che si è trovato potrebbe essere applicato anche a quanto
accade nella vita reale. Si vanno così sviluppando una serie di applicazioni della psicologia
sociale a vari ambiti della realtà in cui le persone operano, incluso quello politico. Questo
consente di indagare i legami tra processi di microlivello e fenomeni di macrolivello, tra
dinamiche psicologiche e aspetti della realtà all’interno della quale quelle persone si trovano
a operare. Fin dalla sua origine la psicologia sociale è stata guidata dal desiderio di
comprendere e risolvere i problemi sociali contemporanei. Gli argomenti studiati hanno
spesso riguardato questioni spinose che caratterizzavano la vita sociale e politica di diversi
paesi, dall’olocausto, che ha motivato la ricerca sull’obbedienza all’autorità, alla crisi urbana,
che ha ispirato studi sulle patologie della decisione di gruppo. Per dare un’idea più precisa di
come questo processo di estensione della psicologia sociale alla psicologia politica può
avvenire, si consideri un tema di ricerca da sempre oggetto di attenzione della psicologia
sociale, la formazione delle impressioni di persona. Numerose ricerche empiriche che
hanno coinvolto persone di genere, età, nazione e razza diversa hanno portato a mettere in
evidenza le dimensioni di personalità alle quali diamo più peso quando ci formiamo le
impressioni di persona, le caratteristiche fisiche e di comportamento che influenzano
maggiormente queste impressioni, come possono cambiare nel tempo e come
tengono invece a rimanere invariate, condizionando il nostro modo di comportarci nei
confronti delle persone. Per limitarci alle dimensioni di personalità, si è visto per
esempio che le due dimensioni principali intorno alla quale ruota la formazione
delle impressioni sono la competenza (tratti come intelligente, deciso, competente) e il
calore (tratti come simpatico, gentile, onesto, sincero, leale). Se dallo studio della
formazione di impressioni un un generico contesto sociale spostiamo l’attenzione sul più
specifico contesto politico, scopriamo che nel formarci un’impressione su un candidato
politico alcuni tratti all’interno delle due dimensioni della competenza e del calore
assumono più importanza rispetto ad altri, per esempio l’essere energico e deciso nel
caso della competenza o l’essere onesto e sincero nel caso del calore. In altre parole
scopriamo che le due sottodimensioni della leadership e della moralità acquistano
particolare rilievo quando si tratta di un politico rispetto a un’altra persona, probabilmente
in relazione alle aspettative e al tipo di rapporto che noi abbiamo con chi intendiamo
eleggere. Quando si studia la formazione delle impressioni in contesto politico è
anche probabile che una serie di variabili intervengano a influenzare questo processo.
Queste variabili potrebbero svolgere un ruolo di mediazione o di moderazione tra il fatto
di vedere per esempio il visto di un politico e l’impressione che ci formiamo su di lui. Una
variabile ha un ruolo di mediazione quando spiega parte del legame fra altre due variabili.
Una variabile ha invece un ruolo di moderazione quando influenza la direzione o la forza del
legame tra altre due variabili. Centrare l’attenzione su un contesto specifico come quello
politico può
indurci a rilevare la presenza di variabili mediatrici e moderatrici che la precedente ricerca
psicosociale aveva trascurato.

Generalità o specificità? Attraverso le loro ricerche, gli psicologi tendono a dare priorità
alla scoperta di principi generali, o addirittura universali, ossia principi che siano ampiamente
applicabili a un’ampia gamma di situazioni. Viceversa gli scienziati della politica pongono
spesso l’accento sulle circostanze specifiche in cui avviene un certo fenomeno. In questo
caso la priorità sembra essere quella di sviscerare le caratteristiche distintive di un
particolare evento o struttura senza necessariamente generalizzare ad altri eventi o
strutture.
Validità interna o validità esterna?
La validità interna si riferisce al grado di certezza con il quale si può dire che due variabili
sono legate tra loro da un rapporto di causa effetto. Il grado di certezza aumenta più il
setting è caratterizzato da variabili intervenienti, cioè variabili che potrebbero correlare sia
con la variabile causa che quella effetto, oscurando quindi il rapporto tra queste.
La validità esterna si riferisce alla misura in cui i risultati di una ricerca si possono
generalizzare a persone, tempi e contesti diversi e propri della vita reale.

CENNI STORICI E FILONI DI RICERCA


Lo sviluppo della disciplina è stato inizialmente ineguale dal punto di vista territoriale, con
una prevalenza di studi nel contesto anglosassone. Mentre in altri ambiti la scienza della
politica si è focalizzata sullo studio dell’ideologia, in ambito statunitense si è posto l’accento
sugli attori, sul sistema di relazioni, creando le premesse culturali favorevoli per il suo
sviluppo . Si è assistito ad una crescita costante dell’interesse anche in contesto europeo.
Ripercorrendo l’evoluzione storica della disciplina, questa può essere schematicamente
suddivisa in alcune fasi principali:
- Anni 40 e 50: fattori di personalità
Gli sviluppi iniziali della psicologia politica hanno riguardato lo studio dei fattori di
personalità, fondati essenzialmente sul patrimonio concettuale e interpretativo offerto dalla
teoria psicoanalitica. Da un lato le opere di Freud gettano le basi per un’estensione della
visione psicoanalitica dalla sfera individuale a quella sociale e politica, dall’altro le
psicobiografie di importanti personaggi passati offrono una metodologia di ricostruzione della
personalità attraverso documenti di archivi applicabile anche al caso dei leader politici.
LASSWELL propone di spiegare per quale motivo alcune persone e non altre
scelgono di impegnarsi nell’attività pubblica.
I leader politici sarebbero caratterizzati da ansie irrisolte relative al proprio io, così come
da una scarsa autostima, e perciò si rivolgono all’ambiente esterno per cercare quella
conferma che non trovano all’interno di sè.
BARBER attraverso l’approccio psicobiografico ha proposto una tipologia di personalità
nella quale collocare i diversi presidenti degli USA e in base ad essa ha spiegato
successi e insuccessi della loro politica presidenziale. Per esempio i presidenti Thomas
Wilson, Richard Nixon apparterrebbero alla categoria dei cosiddetti attivi negativi. Essi
sarebbero leader politici che a causa di una originaria scarsa autostima, avrebbero la
tendenza a non cambiare la propria strategia politica nemmeno quando segnali evidenti ne
suggeriscono l’opportunità, e in questo modo andrebbero spesso incontro a sconfitte.
Le analisi di questo tipo spesso si estendono ai familiari e al percorso di socializzazione del
presidente con particolare riguardo alle cure genitoriali. Nei primi studi sui fattori della
personalità in politica è presente il riferimento al modello motivazionale di Maslow. In
questa luce sono state indagate non solo le elitè politiche ma anche la più ampia categoria
dei militanti di partito: si posto così in rilievo che l’attività politica, in quanto espressione di
bisogni situati in posizione elevata nella gerarchia proposta da Maslow, viene in genere
intrapresa solo quando i bisogni di base sono già soddisfatti. Una persona che si trovi
in questa condizione sarebbe una persona caratterizzata da un’alta autostima e da un forte
senso di efficacia personale.
CRITICITà:
- le differenze di metodo che hanno caratterizzato le ricerche sulla personalità dei leader e
rispettivamente dei militanti politici, con la conseguente difficoltà di confrontare i risultati di
tali ricerche. è evidente che l’approccio psicobiografico utilizzato nel caso dei leader non era
proponibile nel caso dei militanti, con cui sono stati utilizzati maggiormente i questionari.
- accento esclusivo posto sul carattere, quindi sugli aspetti interni senza alcuna
considerazione degli aspetti esterni, delle componenti ambientali.

- Anni 60 e 70: opinione pubblica e comportamento elettorale


I protagonisti della politica non sono solo i leader o i militanti di partito, sono anche cittadini,
la cui influenza si esprime attraverso il voto. In questa 2 fase l’attenzione si sposta dallo
studio della personalità dei leader e dei militanti a quello degli atteggiamenti e del
comportamento di voto.
Nel 1952 l’università del Michigan avvia l’ANES, un’indagine su vasta scala, effettuata da
allora in poi ogni 4 anni negli USA, per monitorare gli atteggiamenti politici dei cittadini e il
loro orientamento nei confronti del voto. L’attenzione è quindi sull’opinione pubblica. L’idea è
che le persone non reagiscono direttamente alla realtà che le circonda, ma si
costruiscono delle rappresentazioni, in genere stereotipate e semplificate, di tale
realtà e sulla base di queste prendono poi delle decisioni. Il processo di
socializzazione e soprattutto la famiglia giocherebbero un ruolo fondamentale nello
sviluppo di una identificazione con il partito che diventerebbe poi la determinante
principale della scelta di voto. Secondo CAMPBELL quindi il voto non sarebbe basato su
un esame obiettivo delle info disponibili in merito a temi politici, partiti e candidati, ma
sarebbe un comportamento sostanzialmente irrazionale, dettato da una spinta interna
che sovrasterebbe i dati provenienti dall’esterno. La gente comune possiede info
davvero scarse sulla realtà politica e nemmeno si preoccupa di raccoglierle. In questa
situazione di povertà cognitiva le persone si limiterebbero ad adattare le poche info di cui
dispongono alle idee preconcette che hanno già, quindi per esempio filtrerebbero nuove
info relative al loro partito in modo tale da renderle coerenti con la visione positiva che hanno
già di quel partito. La visione proposta da Campbell e colleghi è sostanzialmente quella di
un homo politicus irrazionale, e ad essa può essere contrapposta una visione di homo
politicus razionale, proposta da alcuni studiosi che interpretano il comportamento elettorale
a partire dalle teorie economiche della decisione, che ipotizza che l’elettore rimetta ogni
volta in discussione la propria scelta, in modo che questa sia sempre coerente con i suoi
obiettivi, principalmente quello di massimizzare il proprio benessere economico. Quindi
tenendo in considerazione la propria situazione economica e quella della nazione, a
seconda che la situazione peggiori o migliori, il cittadino deciderebbe se sia il caso di
cambiare coalizione o restare.

- Anni 80: conoscenza politica.


L’attenzione della ricerca si sposta dall’esame degli atteggiamenti e dei
comportamenti politici all’esame dei processi mentali di elaborazione delle
informazioni attraverso cui la persona arriva a pensare e a votare in un certo modo.
Negli anni 70 la ricerca svolta nell’ambito della social cognition consente di accumulare un
bagaglio consistente di dati sulle modalità di elaborazione delle conoscenze in ambito
sociale e lo stesso approccio di ricerca viene esteso anche nell’ambito politico. Dalla
psicologia sociale cognitivista la psicologia politica mutua le nozioni acquisite in merito a ciò
che avviene nelle diverse fasi di elaborazione delle informazioni (codifica),
l’organizzazione e il recupero. In questa fase i processi di conoscenza vengono visti come
invariati, indipendenti dai contenuti ai quali si applicano, In queste ricerche si assume un
modello di essere umano come persona attiva, che selezione ed elabora le info
provenienti dall’ambiente esterno e in tal modo costruisce la realtà circostante. Tutto questo
compatibilmente con i vincoli derivanti dai limiti della mente umana nella capacità di
elaborare informazioni. Quindi un essere umano che pensa, razionale ma con una
razionalità limitata. Una visione di essere umano come economizzatore cognitivo: i limiti
nelle capacità di elaborazione fanno si che le persone tendano a economizzare le energie
mentali e ricorrano a scorciatoie e semplificazioni, così da poter assolvere il compito
conoscitivo pur rinunciando a un’elaborazione completa delle informazioni disponibili. Se
confrontiamo questa prospettiva psicologica con quella economica prima descritta,
possiamo dire che mentre in prospettiva economica l’uomo cerca di massimizzare l’utilità
della propria decisione (homo economicus), in prospettiva psicologica l’uomo il più delle
volte si propone di arrivare a una scelta soddisfacente (homo psicologicus).

- Anni 90: motivazioni e fattori psicosociali.


Una prima tendenza di ricerca che emerge negli anni 90 riguarda ancora il tema della
conoscenza politica, gi sviluppato negli anni 80, ma affrontato ora con una più marcata
attenzione per lo specifico contesto in cui i processi di conoscenza vengono messi in atto. Si
afferma che la quantità di info elaborate e la qualità delle strategie utilizzate dai soggetti
varino in funzione di diversi fattori, tra cui le motivazioni, scopi, emozioni, i ruoli ecc.
L’attenzione si sposta sul modo in cui la persona affronta la realtà in funzione di tutto ciò
appena elencato e in generale del modo in cui interagisce con tale realtà. L’uomo è uno
stratega motivato, dispone di diversi modi di affrontare la realtà e sceglie uno o l’altro
di questi modi in funzione dei suoi bisogni, delle sue motivazioni e degli obiettivi che
vuole raggiungere.
Si abbandona inoltre la prospettiva prevalentemente individualistica e se ne assume una più
strutturalmente sociale.

- Anni 2000: fattori nascosti.


Con l’inizio degli anni 2000, l’accento della ricerca sembra porsi soprattutto su fattori
nascosti, quelli difficili da afferrare perchè non immediatamente visibili, difficili da misurare e
classificare. Si tratta dei processi automatici e preconsci, delle emozioni, dei loro correlati
neurofisiologici, di ciò che accade immediatamente a ridosso dell’incontro con una nuova
info politica, di cui spesso quasi non ci accorgiamo e che pure spesso influenza i nostri
giudizi. Se negli anni 90 l’accento era sulla ragionamento motivato, negli anni 2000 l’accento
si sposta sul fatto che questo ragionamento e le motivazioni soggiacenti, non sempre
sono consapevoli. Emerge così un ulteriore definizione dell’homo psicologicus, quella di
attore attivato: l’esposizione all’ambiente sociale attiva i concetti nella mente delle persone
con grande rapidità, senza che le persone ne siano consapevoli e si attivano di
conseguenza una serie di cognizioni, emozioni, motivazioni e comportamenti correlati a quei
concetti.
Oltre a questo vi è un incremento di attenzione per il modo in cui la comunicazione e il
linguaggio influenzano i processi di percezione della realtà politica. Gli studi si sono
focalizzati sull’effetto framing, ossia su come i media, attraverso un linguaggio a volte
anche implicito e indiretto, trasmettono interpretazioni su eventi e temi politici.
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CAPITOLO 2 - CONOSCENZA E ATTEGGIAMENTI POLITICI

Prestiamo un’attenzione selettiva alle informazioni politiche in funzione delle caratteristiche


della nostra mente, delle nostre motivazioni e delle emozioni che le info ci suscitano.
Lo sviluppo esponenziale dei canali di informazione e dell’accesso a questi fa sì che nella
società contemporanea la possibilità teorica che ognuno di noi ha di acquisire info e
conoscenze politiche sia praticamente illimitata. Invece diversi processi di selezioni, in parte
dipendenti e in parte non dipendenti da noi, intervengono a ridurre drasticamente queste
info. E anche nell’ambito di quelle selezionate ci si rivolgerà solo ad alcune.
• Selezione da parte dei media:
Il più delle volte non abbiamo un accesso diretto ai fatti della politica, bensì mediato. I vari
telegiornali e giornali scelgono di dare priorità a certe notizie piuttosto che altre o di
presentarne dettagli di tipo diverso.
• Esposizione selettiva:
Le persone scelgono di accedere solo a un numero limitato di fonti informative e lo fanno per
ragioni sia cognitive, relative al funzionamento della mente umana, sia motivazionali,
relative agli scopi che guidano l’elaborazione delle info. Le persone adottano un
comportamento economico dal punto di vista dell’impegno mentale, coerentemente col
fatto che le energie mentali disponibili a una persona in un momento dato sono limitate. E in
che modo viene fatta questa economia? Di solito scegliendo fonti di informazione coerenti
con la propria ideologia politica.
• Attenzione:
cosa accade una volta che si viene esposti a una certa info politica? Può accadere che si
presti attenzione a quell’informazione. Quindi si tratta anzitutto di capire quali informazioni
attirano la nostra attenzione, ossia quali informazioni sono per noi salienti. La salienza
dipende dalle caratteristiche dell’info e del contesto nel quale viene proposta, e dalle
caratteristiche della persona e dai filtri mentali che mette in atto in quel momento. Nel caso
di un info relativa ad un politico potrebbe essere saliente se:
- il comportamento è diverso dall’abituale (Berlusca troie ma Prodi no);
- il comportamento è diverso rispetto alle aspettative che si hanno rispetto alla categoria alla
quale il politico appartiene (il primo ministro non dovrebbe ricevere mille troie negli
appartamenti);
- il comportamento è diverso rispetto a quello che fanno le persone in genere (non ospitare
mille troie in un colpo solo a casa);

• Codifica:
l’informazione che ha attirato la nostra attenzione può essere poi codificata. La codifica è il
processo attraverso il quale uno stimolo esterno a noi viene trasformato in una
rappresentazione interna alla nostra mente. In questo processo alcuni dettagli dell’info si
mantengono come tali, altri vengono trascurati, altri possono essere percepiti in modo
erroneo. Anche se il processo di codifica è molto rapido, è possibile distinguere due fasi:
- preattenzione inconscia, alcuni stimoli ambientali ci colpiscono prima ancora che ne
diveniamo consapevoli.
- attenzione focale, che conduce all’identificazione e categorizzazione dello stimolo.
Cosa accade quando codifichiamo un’info nuova? La confrontiamo con concetti già noti e in
questo modo le attribuiamo un significato. I concetti e le conoscenze che abbiamo acquisito
attraverso esperienze precedenti vengono richiamati dalla memoria a lungo termine
(MLT), magazzino delle info dalla capienza illimitata. Quando veniamo in contatto con una
nuova info, uno o più concetti vengono richiamati dalla MLT e confrontati con l’info, per
attribuirle significato. L’attività di confronto tra i concetti noti e l’info nuova avviene nella
memoria a breve termine (MBT), un sistema di ritenzione dei dati con capacità limitate. Dal
momento che le info da tenere a mente in un preciso momento cambiano continuamente,
quelle che non servono più escono dalla nostra coscienza per lasciare il posto ad altre, salvo
essere nuovamente richiamate in un momento successivo dalla MLT alla MBT. Spesso una
stessa
info può rimandare a concetti diversi, e il modo in cui essa verrà interpretata dipenderà da
quale concetto stato richiamato nella BT, ossia da quale concetto risulta più accessibile
nel momento in cui avviene la codifica. L’accessibilità di un concetto è la probabilità che
un concetto venga richiamo dalla MLT alla MBT e venga usato in fase di codifica. I
fattori che condizionano l’accessibilità dei concetti sono: Recenza, la frequenza con il
quale è stato richiamato, obiettivi perseguiti nel momento in cui si p chiamati a
esprimere un giudizio.

• Organizzazione:
dopo la codifica le info rimangono nella MBT per un tempo limitato, ma possono essere
conservate nella MLT. Per illustrare il modo spesso si usano modelli delle reti associative.
Secondo questi modelli le conoscenze sono organizzate in una rete costituita da una
serie di nodi, corrispondenti ai singoli concetti, e da una serie di legami tra nodi,
corrispondenti alle relazioni che esistono tra i diversi concetti.
Grazie allo sviluppo delle neuroscienze, si è osservato che alcune aree cerebrali, in
particolare la neocorteccia, sono più coinvolte nell’attivazione di concetti astratti o patterns
complessi di concetti, sarebbe dunque l’area della MLT. Altre aree, l’ippocampo,
presiedono invece all’apprendimento rapido e al ricordo, e questa sarebbe un’area di
memoria intermedia, complementare e in interazione con la MLT.
Il funzionamento del cervello è caratterizzato da processi in parallelo, ossia l’attivazione di
molteplici concetti nella MLT, sia da processi seriali, ossia il passaggio di singoli concetti
dalla MLT alla MBT e viceversa.
Un concetto utile per comprendere tutto il processo è quello di schema. Invece di trattare
ogni nuova info come distinta dalle precedenti, la riportiamo, se possibile, a categorie
preesistenti nella nostra mente, definite come schemi. Uno schema è una sorta di
stereotipo nella nostra memoria che provvede informazioni sulle caratteristiche
tipiche di un oggetto, un evento o una persona. Gli schemi sono collezioni generiche
di conoscenza. Ci dicono cosa accade di solito e li usiamo per categorizzare nuove info e
fare inferenze per andare oltre l’informazione disponibile.

• Ricordo:
il recupero dei ricordi consiste nell’attivazione dei nodi nella MLT. Il recupero delle info
dipende dal fatto di avere stimoli di richiamo adatti. A volte quello che fa scattare il ricordo è
un piccolo indizio, un luogo, un odore che ci aiutano. Più un concetto è stato attivato in
passato ed è accessibile, più avrò collegamenti nella mente e più sarà facile attivarlo.

• Atteggiamenti:
L’atteggiamento è una tendenza psicologica che si esprime valutando una particolare
entità con un certo grado di favorevolezza o sfavorevolezza. Non è direttamente
osservabile. Si può inferire e misurare sulla base di una serie di reazioni osservabili che la
persona ha nei confronti dell’oggetto. Ci sono 3 componenti dell’atteggiamento:
- componente cognitiva (le convinzioni circa l’oggetto di atteggiamento, le associazioni
percepite tra un oggetto di atteggiamento e una serie di attributi positivi o negativi);
- componente affettiva (i sentimenti e le emozioni positive o negative che l’oggetto di
atteggiamento suscita);
- componente comportamentale (le intenzioni e gli effettivi comportamenti rispetto
all’oggetto di atteggiamento).

Come si formano gli atteggiamenti? In vari modi:


1. sulla base dell’esperienza diretta: sono più chiari, più fortemente radicati, le persone
hanno più fiducia in essi e li difendono con più vigore rispetto a quelli per esperienza
indiretta. Grazie all’esperienza diretta le info che si acquisiscono sono più numerose, le
emozioni che si provano sono più intense, e tutto questo rende gli atteggiamenti più
accessibili in memoria e più predittivi del comportamento. Si parla poi dell’effetto
esposizione: la semplice esposizione ripetuta a uno stimolo aumenta la familiarità e la
positività di quello stimolo. Un altro modo attraverso cui si formano gli atteggiamenti è il
condizionamento valutativo: meccanismo che consiste nel proporre uno stimolo neutro,
ossia inizialmente non associato a nessuna reazione insieme a un altro stimolo che
abitualmente produce reazioni positive/negative.
2. sulla base dell’esperienza mediata da individui o gruppi significativi: spesso
osservando come essi vivono la realtà politica, ma il più delle volte in campo politico sarà
quello che le persone ci dicono, oltre a quello che osserviamo direttamente, a influenzare la
formazione dei nostri atteggiamenti. Naturalmente dipende dall’importanza che attribuiamo
alla relazione che intercorre con quelle persone.
3. in base ai mass media: un oggetto che ja l’attenzione dei media è spesso
immediatamente percepito come rilevante indipendentemente dalle sue caratteristiche.

- FORZA DEGLI ATTEGGIAMENTI:


una volta formato l’atteggiamento diventa parte della rappresentazione cognitiva
dell’oggetto. Se abbiamo spesso occasione di evocare quell’atteggiamento, il legame con
l’oggetto diventa sempre più stretto e forte, tanto che l’atteggiamento ci viene subito alla
mente ogni volta che pensiamo all’oggetto. La forza è quindi segnalata dalla sua
accessibilità, poi dalla chiarezza, dalla sua stabilità nel tempo e la confidenza che la persona
ha in esso.
La forza dell’atteggiamento è una componente determinante nella relazione tra
atteggiamento e comportamento. Quando un atteggiamento è molto forte, più probabile
che i comportamenti collegati all’oggetto di atteggiamento siano coerenti. Gli atteggiamenti
sono collegati ai comportamenti in due modi diversi: in maniera diretta o mediante la
formulazione di intenzioni.
A volte il rapporto tra atteggiamento e comportamento non è così immediato. In questi casi
l’atteggiamento è solo una delle determinanti dell’intenzione comportamentale, ossia del
fatto che intendiamo compiere una certa azione. Due fattori sono importanti: la norma
soggettiva (l’aspettativa) e la percezione di controllo del comportamento (la percezione
di quanto facile risulta compiere l’azione).

Le persone non si impegnano nell’elaborazione delle info sempre nello stesso modo. Nel
caso dell’elaborazione approfondita le persone prendono in esame una quantità
consistente di info stabilendone la rilevanza, confrontandole con altre informazioni acquisite
in passato e notando le eventuali incoerenze. Per fare ciò sono necessarie diverse
precondizioni cognitive (disporre di conoscenze pregresse sul tema,dedicare allo specifico
processo energie cognitive adeguate, per esempio non essere stanchi o distratti) ed
emozionali. Quando queste condizioni non ci sono tendiamo a fare un’elaborazione
superficiale, a utilizzare euristiche.

Secondo le Teorie del ragionamento motivato, sono i fattori motivazionali a prevalere


su quelli cognitivi. Secondo queste teorie nell’elaborazione delle info politiche lo scopo
di indirizzo ossia quello di raggiungere giudizi che sono coerenti con opinioni
preferite o preesistenti, domina sullo scopo dell’accuratezza.
In psicologia sociale sono state sviluppate diverse teorie che fanno riferimento al principio
della ricerca di equilibrio e coerenza. Secondo queste teorie le persone si sforzano di
organizzare le proprie cognizioni in modo tale da evitare tensioni e contraddizioni.
Quando si rendono conto che alcuni loro atteggiamenti sono contraddittori, entrano in una
condizione di squilibrio cognitivo. Una conseguenza della ricerca di equilibrio è il
cosiddetto effetto di coerenza o di conferma: gli atteggiamenti preesistenti condizionano
fortemente la percezione, la comprensione e il ricordo delle info, e quelle che contraddicono
opinioni consolidate vengono spesso trascurate o screditate. Questo effetto in ambito
politico si traduce per esempio nella tendenza a:
- cercare e ricordare info sul candidato preferito piuttosto che sul suo avversario;
- cercare informazioni positive relative al candidato preferito e info negative relative al
candidato avversario;
-ritenere più credibili e persuasivi esponenti del partito che si sostiene piuttosto che
esponenti del partito avversario;
- rielaborare in modo critico le info incoerenti con i propri atteggiamenti, trovando contro-
argomentazioni che consentono di arrivare a confermare i propri atteggiamenti iniziali e di
renderli più resistenti al cambiamento.
Dunque ci sono due modi per gestire info incoerenti con i propri atteggiamenti: ignorarle, o
super attenzionarle con lo scopo di arrivare a contraddirle.

L’effetto di conferma è tanto più rilevante quanto più la persona è coinvolta rispetto
all’oggetto di atteggiamento, quindi quanto più l’atteggiamento è forte o quanto più l’oggetto
si presenta come ambiguo e contraddittorio.
In particolare, nel caso che l’oggetto di atteggiamento sia un politico, la variabilità può
riguardare atteggiamenti e comportamenti, che possono modificarsi in due modi:
a) il politico dice cose diverse in circostanze diverse, nel senso che modica e modula le
proprie affermazioni a seconda del pubblico che ha di fronte e del contesto in cui le
affermazioni vengono fatte
b) il politico cambia effettivamente posizione nel tempo. Puo accadere che un politico cambi
addirittura partito o che il partito a cui appartiene cambi orientamento, in funzione di alleanze
con altri partiti o di variazioni nel frattempo intervenute nella realtà politica nazionale o
internazionale.
HEIDER propone la teoria dell’equilibrio:
in riferimento al principio della ricerca di equilibrio e coerenza, le relazioni rappresentate in
questa teoria sono le seguenti:
- il cittadino ha un certo atteggiamento nei confronti del candidato;
- il candidato ha un certo atteggiamento nei confronti del tema politico;
- anche il cittadino ha un certo atteggiamento nei confronti del tema politico;
- infine il cittadino ha una percezione dell’atteggiamento che il candidato ha nei confronti del
tema politico.
La persona tenderebbe per quanto possibile a raggiungere, mantenere o ristabilire una
situazione di equilibrio, e ciò avviene quando tutte le relazioni hanno lo stesso segno
positivo. Generalmente quando non si è in positivo su tutto, si cambia tra gli atteggiamenti
quello che si percepisce come meno importante e più facile da cambiare.

A volte la distorsione della realtà provocata dalla ricerca di equilibrio è più sfumata, nel
senso che non si traduce nel vero e proprio ignorare o trasformare le informazioni così da
ritrovare coerenza, bensì in altri due processi di aggiustamento delle informazioni:
a) l’assimilazione, ossia la tendenza ad accentuare la vicinanza tra noi stessi e ciò verso
cui abbiamo un atteggiamento positivo.Nel caso in cui il messaggio sia in sintonia con il
soggetto, questi tenderebbe a sovrastimare la vicinanza del messaggio alla propria
posizione.
b) il contrasto, ossia la tendenza ad accentuare invece la distanza tra noi stessi e ciò verso
cui abbiamo un atteggiamento negativo. Nel caso in cui il messaggio non è in sintonia con il
soggetto, egli tenderà a sovrastimare la distanza tra quel messaggio e la propria posizione.
SHERIF E HOVLAND hanno indagato in che misura e in quali condizioni compaiono queste
tendenze sistematiche all’assimilazione e al contrasto e hanno messo in evidenza che
queste tendenze sono più forti quando:
a) il soggetto è coinvolto rispetto all’oggetto di atteggiamento
b) tale oggetto si presenta come ambiguo.
Processi di assimilazione-contrasto entrerebbero in gioco anche quando il soggetto è
chiamato a collocarsi rispetto ai candidati politici o ai partiti: il soggetto tenderebbe cioè ad
accentuare la propria somiglianza con coloro che ha scelto di votare e ad accentuare la
differenza rispetto a chi non ha scelto. Quando i cittadini sono chiamati a esprimere un
giudizio su questioni complesse o controverse, la tendenza all’assimilazione può essere
particolarmente accentuata. In questo contesto è comprensibile che le persone si affidino
alla posizione del partito preferito per definire gli elementi in gioco e per maturare un
giudizio. La tendenza ad assimilare la propria posizione a quella del partito o del candidato
preferito pu essere maggiore o minore in funzione di fattori di differenza individuale o di
contesto.

- Differenze individuali nel ricorso alle euristiche:


in diverse ricerche si è dimostrato che gli atteggiamenti, una volta formati, esercitano
un’influenza sulla conoscenza, nel senso che il soggetto tende ad ancorare la codifica di
nuove informazioni su un certo oggetto al giudizio che si è già formato su quell’oggetto.
L’entità di quel fenomeno varia in funzione di diversi fattori e tra questi vi è il grado di
ambiguità e contraddittorietà delle info disponibili sull’oggetto di giudizio e l’importanza che
riveste per il soggetto.
Questa diffusa tendenza alla conversione dei propri atteggiamenti iniziali potrebbe essere
influenzata dall’expertise o sofisticazione politica intesa come misura delle conoscenze
politiche del soggetto. Gli esperti possedendo numerose nozioni non è detto che cadano
meno nella distorsione, anzi trovano più giustificazioni. Anche altri fattori di natura sociale
più che individuale, possono favorire la comparsa di sistematiche distorsioni nel processo
conoscitivo, e tra questi fattori vi sono l’identità di gruppo del soggetto e le relazioni che
questi intrattiene con gli altri.

EMOZIONI E PROCESSI AUTOMATICI:


è difficile parlare di politica senza parlare di emozioni, positive e negative. è difficile pensare
al discorso programmatico o persuasivo di un politico che non si rivolga al loro cuore.
L’euristica affettiva mostra che le emozioni suscitate da un candidato politico possono
orientare la valutazione che l’elettore dà del candidato.
Uno dei motivi della scarsa attenzione dedicata alle emozioni è per la difficoltà a definirle e
misurarle. Le emozioni sono specifiche di un oggetto.
Le emozioni sono state a lungo considerate come antitetiche rispetto alla ragione e alla
cognizione. Tradizionalmente il pensiero occidentale considera le emozioni come viscerali,
irrazionali, contrapposte alla cognizione o al massimo come un ostacolo a questa. Diverse
ricerche si sono proposte di approfondire l’esame di come stati d’animo emotivi/ affettivi
diversi possono influenzare sia l’attenzione nei confronti di certe informazioni sia il modo in
cui le informazioni vengono elaborate. In particolare sono emerse differenze in funzione
del fatto che la persona si trovi in uno stato affettivo:
- positivo: l’attenzione è diffusa all’intero contesto, l’organizzazione cognitiva è flessibile, vi
è la capacità di integrare info di tipo diverso. Prevale una strategia di elaborazione veloce e
superficiale, dipendente dal contesto e da aspetti periferici dello stimolo.
- negativo: l’attenzione è ristretta sullo stimolo, il numero e la varietà di unità informative che
vengono utilizzate nel corso del ragionamento è minore. Le rappresentazioni collegate a
emozioni negative (e magari traumatiche) sono più difficili da modificare.

LA TEORIA DELL’INTELLIGENZA AFFETTIVA


Si ricollega all’idea che certi stati emotivi possano favorire l’elaborazione approfondita delle
info più che di altri. Sostiene che le persone elaborano le informazioni politiche in modo
diverso a seconda che il contesto generale e politico in cui si trovano determini l’attivazione
in loro di:
1) sistema disposizionale: viene attivato quando la persona ha a che fare con
l’informazione politica di routine, la quale suscita emozioni di tristezza o felicità legate ad un
orientamento ideologico consolidato o a una stabile identificazione di partito.
2) sistema di sorveglianza: viene attivato di fronte a info nuove e impreviste, che suscitano
ansia, e questa a sua volta determina uno stato di allerta. Ne deriva un’elaborazione
approfondita per essere in grado di padroneggiare la situazione.
Anche lo stato emotivo della persona condiziona l’elaborazione, ipotizzando in particolare
che uno stato affettivo ansioso acuisca l’attenzione dell’elettore e in generale l’accuratezza
dei suoi processi cognitivi. La teoria rileva come sia l’attenzione a certi stimoli sia la
modalità di elaborazione delle info politiche possono variare in funzione dello stato
affettivo nel quale l’elettore si trova.

TEORIA DEL RAGIONAMENTO MOTIVATO (Lodge e Taber)


Secondo questa teoria incontrare una situazione nuova o inaspettata non porta a un
processo decisionale migliore grazie al fatto che suscita ansia come diceva Marcus. A
differenza di costoro Lodge e Taber utilizzano ricerche sperimentali, e attraverso queste
mostrano che l’emozione influenza e spesso distorce l’interpretazione di una nuova
informazione. Le assunzioni principali dell’approccio sono 3:
- tutti gli stimoli politici sono connotati emotivamente;
- la connotazione emotiva di uno stimolo si attiva automaticamente quando si viene esposti a
quello stimoli;
- quello che una persona sente emotivamente influenza anche la ricezione di nuovi stimoli in
entrata.
Lodge e Taber ipotizzano che le info politiche siano organizzate in forma di reti mentali,
ma assume anche che la dimensione della positività o viceversa della negatività siano
nodi centrali in queste reti.

- Processi deliberati o automatici:


si è già detto che più un atteggiamento verso un oggetto politico è accessibile, più forte è la
sua influenza sui successivi processi di ragionamento e i comportamenti delle persone.
A volte la semplice esposizione all’oggetto fa scattare immediatamente l’atteggiamento
positivo o negativo, prima ancora che la persona ne diventi consapevole. Si parla a questo
proposito di attivazione automatica dell’atteggiamento, e la si distingue dall’attivazione
deliberata che avviene quando si pensa consapevolmente o si riflette sulle proprietà
dell’oggetto. Processi deliberanti richiedono sforzo cognitivo, tempo, attenzione e spesso
una ricerca intenzionale nella propria memoria. I processi automatici sono inconsapevoli,
veloci, consumano poche risorse e a differenza dei processi consapevoli possono essere
attivati persino nel caso in cui l’attenzione consapevole dell’individuo è centrata altrove.
Possono consistere nell’attivazione immediata di associazioni cognitive, affettive oppure di
azioni abituali che non richiedono pianificazione. Perchè un processo si possa definire
automatico deve soddisfare quattro criteri:
- essere spontaneo, ossia il processo o la risposta deve essere attivato anche quando
l’individuo non è coinvolto consciamente;
- deve essere inconscio, cioè avvenire al di fuori della consapevolezza;
- la risposta deve essere incontrollabile, nel senso che una volta attivato il processo deve
svolgersi senza una guida consapevole;
- deve comportare poco o nessun impegno delle risorse cognitive.

- Misure dei processi automatici:


per effettuare ricerche in questo campo non si possono utilizzare strumenti classici come il
questionario ma si deve ricorrere ad altri strumenti che colgano la dimensione automatica e
non verbale dei giudizi affettivi. L’idea soggiacente a queste misure è la seguente:
1) proponendo uno stimolo che è chiaramente positivo o negativo si attiva il nodo della
positività o negatività nella mente della persona
2) di fronte alla proposta di un secondo stimolo, la reazione della persona sarà tanto più
veloce quanto più quello stimolo è vicino al polo positivo o negativo già attivato.
Dunque per la misura dei processi automatici lo stimolo che porta all’attivazione del
processo (prime) e la durata sia dell’esposizione allo stimolo sia della risposta sono
fondamentali. In alcuni casi le misure adottate diminuiscono a tal punto il tempo di rendere
l’esposizione non consapevole. In questo caso si parla di misure di automaticità
preconscia.
Altre tecniche misurano la cosiddetta automaticità postconsapevole, cioè prevedono
l’esposizione delle persone a un prime per un tempo ragionevolmente lungo da far si che la
persona ne sia consapevole e poi misurano la rapidità della risposta data alla persona. Una
misura di questo tipo è il tempo di reazione, ossia il tempo che intercorre tra la richiesta di
esprimere una valutazione su un oggetto e la valutazione stessa. Se la persona risponde in
modo rapido questo può essere un indizio di un’attivazione automatica della valutazione, ma
difficile stabilire il confine tra una risposta automatica e una risposta che ha comportato una
fase di deliberazione consapevole.

4. PERCEZIONE DEI CANDIDATI:


- Tratti dei candidati:
quali sono le caratteristiche dei candidati che colpiscono l’attenzione degli elettori e
verosimilmente contano più nella formazione dei loro giudizi?
In primo luogo si sa ormai con certezza che l’impressione si forma con estrema rapidità ed in
seguito saremo molto riluttanti a modificarla. La ricerca mostra come le impressioni nascano
in base a delle inferenze sui tratti di personalità. Lo stesso accade nel caso dei candidati
politici. Ragionare in termini di tratti ci consente di organizzare le diverse informazioni
intorno a un numero limitato di disposizioni stabili.
Nella sua percezione di un candidato l’elettore utilizzerebbe un’euristica disposizionale: a
partire da alcuni a volte molto pochi, dati sul candidato risalirebbe alle sue
caratteristiche di personalità.

I tratti attribuiti alle persone si possono ricondurre a due gradi dimensioni.


La prima è la dimensione dell’azione: comprende tratti come: competente, intelligente,
preparato, acuto, energico, deciso, efficace, dinamico. Questa dimensione rimanda alla
sfera dell’attività e della creatività del singolo, nonchè dell’affermazione o della supremazia
dell’individuo rispetto ad altri.
La seconda è la dimensione della comunione, comprende tratti come: attento agli altri,
disponibile, socievole, sincero, leale, onesto, affidabile. è più legata alla sfera delle relazioni
sociali, dei legami che l’individuo ha con gli altri e del rispetto delle regole che governano
questi legami.
All’interno delle due dimensioni è possibile individuare altre sottodimensioni di tratti.
Nella dimensione dell’azione è possibile distinguere tra la competenza della persone che
viene valutata e la sua leadership.
Nella dimensione della comunione è possibile individuare due sottodimensioni, l’empatia e
la moralità. Esiste evidentemente un legame stretto tra le due sottodimensioni: chi mostra
attenzione, sensibilità nei confronti degli altri spesso è sincero, trasparente, rispettoso delle
regole condivise.

- E la percezione dei politici?


Si fa riferimento allo stesso insieme di tratti che utilizziamo quando valutiamo una persona
qualunque. In ogni caso emerge come la dimensione della leadership e della moralità
acquistano particolare rilievo quando si tratta di valutare un candidato politico. Sembra
tuttavia che quando giudichiamo un politico, siamo portati a dare più importanza alla sua
leadership che alla sua competenza. Non ci preoccupiamo di valutare quello che la
persona sa ma se sarà in grado di risolvere i problemi del paese.

- Deciso o onesto?
Gli studi hanno mostrato che il giudizio di moralità precede gli altri e pesa maggiormente nel
determinare le relazioni di colui che sta formulando un giudizio.

- Differenze tra sinistra e destra:


La leadership è una caratteristica che spesso gli elettori percepiscono come più propria dei
candidati del centrodestra. Questo è probabilmente dovuto al fatto che l’ideologia di
centrodestra pone un accento più forte sulle capacità di affermazione dell’individuo, sulla
sua forza, sulla sua determinazione nel destreggiarsi in un mercato aperto e competitivo.

- Fattori di contesto:
la rilevanza attribuita ai tratti potrebbe variare anche in funzione di fattori contestuali e
quindi da un’elezione all’altra. In determinati contesti può accadere che non sia in
discussione l’onestà di alcuno dei candidati, che sia data in un certo senso per scontata. In
questo caso l’onestà pur essendo una caratteristica reputata in astratto importante per
qualsiasi leader politico, non diventa saliente per valutare gli specifici candidati contrapposti.
In altri contesti l’onestà può divenire una caratteristica particolarmente saliente. Il contrario
potrebbe accadere se per una serie di ragioni il contesto nel quale si svolgono le elezioni
caratterizzato da un alto livello di incertezza. Nel caso della scelta di voto, un modo di
raggiungere questo obiettivo può essere quello di scegliere il candidato che ci appare più
deciso, più determinato, più abile in modo diretto ed efficace la propria intenzione di risolvere
i problemi del paese.

- Caratteristiche stereotipiche:
una volta chiarito quali sono i tratti base ai quali i politici vengono valutati (competenza,
leadership, moralità,empatia), si tratta di capire quali sono le fonti di queste inferenze di
tratto sui politici. Le fonti sono essenzialmente due:
- gli schemi mentali o stereotipi sui politici, ossia la categoria mentale nella quale
collochiamo il politico che stiamo valutando;
- le informazioni che raccogliamo rispetto a quel particolare politico. Un modo rapido e
veloce per arrivare a una valutazione di un candidato è prendere in considerazione la sua
appartenenza a una certa categoria o gruppo di persone.
Le caratteristiche dei politici che sono state più studiate sono:
• Aspetto fisico: gli elettori valutano più favorevolmente un candidato più attraente rispetto
a uno meno attraente. L’essere di bell’aspetto può favorire solo nel caso che i due candidati
non siano diversi per altre caratteristiche fisiche, come il genere o la razza. Si è visto anche
che in presenza di altre informazioni politiche sui candidati, come il partito di appartenenza o
la posizione su temi, l’attrattiva fisica recede in secondo piano.
Il viso in generale è la nostra principale fonte di informazione sulle caratteristiche delle
persone. Studiando la percezione dei visi si è visto che anche altre caratteristiche fisiche
oltre alla bellezza influenzano le valutazioni delle persone: la maturità del viso è una di
queste. Le persone attribuiscono più onestà e calore alle persone che hanno una
faccia infantile rispetto a quelle che hanno un viso più maturo.
• Genere: tendiamo ad attribuire alle donne candidato caratteristiche tipicamente femminili,
ossia quelli che rientrano nella dimensione della comunione. Anche in questo ambito
interessante rilevare come il viso conti, nel senso che di fronte a visi di candidate androgine
le persone tendono ad attribuire loro caratteristiche più maschili. Questa percezione
stereotipica si estende da portare a far pensare che una donna possa gestire meglio
questioni politiche relative per esempio al social welfare e che gli uomini invece siano più
preparati a gestire questioni economiche o di politica estera.

- Dati individuali e gestione delle impressioni:


la percezione di un candidato può basarsi non solo su un processo di stereotipizzazione, ma
anche su un processo di individuazione, ossia sull’elaborazione di informazioni
relative allo specifico candidato. La storia personale, la reputazione, la posizione su temi
politici, le dichiarazioni del candidato sono tutti fattori che naturalmente possono contribuire
a formare il giudizio sul singolo candidato, moderando o addirittura rovesciando il giudizio
basato su stereotipi. è facilmente immaginabile per esempio che i tratti di personalità
attribuiti a un candidato possano dipendere, tra le altre cose, da quello che il candidato dice
e da quello che gli altri dicono di lui. Questa comunicazione può avere certamente un
impatto sui tratti che l’elettore attribuisce al candidato, così come lo può avere il modo in cui
altri attori politici parlano con il candidato e del candidato.
Sul peso attribuito dall’elettore bisogna fare i conti sull’elaborazione superficiale o quella
deliberata, laddove non vi sarà tempo la vita personale del candidato e le caratteristiche non
politiche faranno da padrone.

5. SPIEGAZIONE DI EVENTI:
le nostre conoscenze e i nostri atteggiamenti politici non riguardano naturalmente solo gli
attori della politica, ma anche i temi e gli eventi politici. Spesso gli atteggiamenti nei confronti
di singoli temi politici, come lo stato sociale, la privatizzazione delle aziende pubbliche o la
normativa sull’immigrazione, sono collegati a modi più generali di vedere la vita e la politica.
- Attribuzione di responsabilità:
Spesso gli eventi negativi stimolano un ragionamento di tipo casuale, ci inducono a chiederci
come mai sia avvenuta una certa cosa e di chi sia colpa. Potremmo pensare che li nostro
conoscente ha perso il lavoro perchè non si impegnava abbastanza, e in questo caso
avremmo individuato una causa interna e controllabile da parte della persona: la ragione
di quanto è avvenuto è qualcosa che la persona ha fatto e che poteva evitare di fare.
Questa spiegazione ci porterà a ritenere che quella persona sia responsabile di quanto
accaduto. Tuttavia potremmo anche attribuire quanto è accaduto a una causa esterna e
non controllabile da parte della persona, come la crisi economica, che potrebbero averlo
sostituito con una persona più giovane per pagare di meno. In questo riterremmo che la
persona non è responsabile di quanto avvenuto, proveremo solidarietà o tristezza, e magari
decideremo di fare qualcosa per aiutare quella persona. Quale delle due spiegazioni è più
probabile? La prima ossia quella che prevede una causa interna e controllabile. Le
ricerche condotte hanno mostrato una diffusa tendenza a interpretare il comportamento
individuale Come un riflesso delle disposizioni e dei tratti personali piuttosto che
come un prodotto della situazione. Si parlato a questo proposito di errore fondamentali
attribuzione. Spesso le situazioni sociali producono un notevole impatto sul comportamento
e l’errore fondamentali implica che tendiamo a sottostimare queste influenze. Uno dei
motivi che ci induce a commettere l’errore fondamentale di attribuzione risiede nella
superiore salienza percettiva delle persone rispetto agli elementi del contesto. è più
facile attribuire la colpa a una persona ben definita che è oggetto del nostro focus di
attenzione in un dato momento piuttosto che a persone o altri elementi del contesto che non
ci sono così vividamente presenti. A questo punto viene naturale chiedersi: cosa sarebbe
accaduto se la persona disoccupata non fosse il nostro conoscente ma fossimo noi?
Quando si tratta di spiegare eventi negativi che coinvolgono gli altri siamo orientati a
ritenere che loro stessi siano le cause di quanto accaduto, se invece l’evento
negativo riguarda noi stessi siamo orientati a cercare le cause all’esterno di noi, in
qualcosa che è al di fuori del nostro controllo (effetto attore-osservatore). Non
possiamo osservare noi stessi come osserviamo gli altri e quindi tendiamo a individuare
negli altri le cause. Di fatto è facilmente evidente anche una ragione motivazionale
dell’effetto attore-osservatore: vogliamo difendere la nostra autostima non
attribuendoci la colpa di eventi negativi.

SPIEGAZIONE DELLA POVERTà’


Quando si chiede alle persone riguardo la povertà le risposte sono ricondotte a:
- cause individuali: pigrizia, mancanza di determinazione, attribuzione di responsabilità;
- cause strutturali: mancanza di posti di lavoro, attribuzione responsabilità alla società;
- cause accidentali: la sfortuna.
Le persone che si collocano lungo una scala ideologica di conservatorismo-progressismo al
poli conservatore, sono più orientate a ricondurre le cause della povertà a motivi individuali.
L’individuazione nelle cause esterne è un processo mentale più sofisticato e richiede più
energie mentali.
Per quanto riguarda la disuguaglianza sociale, le persone meno sofisticate politicamente
sono più orientate a fermarsi alle cause prossimali della disuguaglianza, il fatto che la
persona sia all’origine della propria situazione di svantaggio. Le persone più sofisticate sono
orientate a cause distali come l’impatto di fattori sociali. La diversa tendenza di attribuzione
varia sia in funzione a fattori motivazionali (giudizi coerenti con la propria visione del mondo)
sia di fattori cognitivi (diversa complessità del ragionamento richiesto per individuare le
cause.

L’andamento economico è stato indicato come un importante antecedente della scelta


di voto, supponendo esista un vero e proprio voto economico. In momenti di crescita
economica ci sarebbe la tendenza a rinnovare la fiducia nel partito (ipotesi della
responsabilità). Le spiegazioni sono influenzate dall’ideologia e dal loro livello di
sofisticazione politica.
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CAPITOLO 3 - ORIENTAMENTO IDEOLOGICO E POLITICO

1. IDEOLOGIA:
i sistemi di credenze politiche sono stati classificati secondo una dimensione ideologica
sinistra-destra che ruota intorno a due questioni centrali:
1) richiedere oppure resistere al cambiamento
b) rifiutare oppure accettare la disuguaglianza.
Emergono differenze di personalità e di stili di vita tra persone di sinistra e destra, così come
variabili situazionali che inducono spostamenti verso sinistra/destra nelle opinioni politiche.
Il termine ideologia ha due significati:
1) un significato debole: ideologia indica un insieme di idee e valori riguardanti
l’ordine politico e avente la funzione di guidare i comportamenti politici collettivi
2) un significato forte, che ha origine dal pensiero di Marx, in base al quale ideologia è la
falsa coscienza dei rapporti di dominazione tra le classi, ovvero quell’insieme di idee e
teorie socialmente determinate che giustificano i rapporti di potere esistenti tra le
classi.
Mentre il significato debole è neutro, il significato forte è denotato dalla nozione di falsità e
indica il carattere mistificante delle credenze politiche.
In psicologia si è consolidato un certo consenso su una definizione di ideologia organizzata
attorno a tre concetti centrali:
1) un insieme coerente di atteggiamenti e valori
2) condiviso all’interno di un determinato gruppo sociale
3) che sostiene le azioni di tale gruppo.
Si tratta di una visione interpretativo del mondo e del’luomo che spiega come il mondo e
uomo sono, ma anche come dovrebbero essere, in questo senso l’ideologia non è solo
una descrizione di uno stato di cose, ma indica anche che cosa dovrebbe essere
cambiato, quale stato finale si dovrebbe raggiungere: ha cio una natura prescrittiva.
Molti studiosi convengono che l’ideologia contemporanea possa essere studiata con
particolare riferimento al conservatorismo politico. La definizione di conservatorismo non
facile ma è possibile individuarne due dimensioni:
- Sul piano socioculturale la differenza tra conservatori e progressisti si riferisce alle norme
sociali e soprattutto alle tradizioni che regolano la vita degli individui. Mentre i conservatori
sostengono l’importanza della tradizione e difendono l’etica del lavoro, i progressisti
prendono le distanze dalla tradizione e ritengono che ci siano altre ragioni oltre il dovere per
lavorare.
- Sul piano economico i conservatori si oppongono all’intervento dello stato in economia così
come all’azione dei sindacati e respingono l’idea che le differenze sociali derivino da una
disuguaglianza delle opportunità offerte alle persone; enfatizzano la competizione e
l’iniziativa individuale come essenziali per un buon funzionamento.
Il conservatorismo socioculturale è correlato con l’autoritarismo. Il conservatorismo
economico è correlato all’orientamento alla dominanza sociale.

2. AUTORITARISMO:
Adorno e colleghi.:Intento iniziale della ricerca era di effettuare un esame psicologico
approfondito del fenomeno del pregiudizio razziale, in particolare dell’antisemitismo.
Il pregiudizio consiste nella valutazione (positiva o negativa) di un gruppo nel suo
complesso o di un individuo in quanto membro di un gruppo. L’idea di Adorno era che le
convinzioni politiche, economiche e sociali di un individuo costituiscano un unico modello
espressione di tendenze profonde di personalità, di disposizioni stabili dell’individuo.
Nel caso particolare dell’antisemitismo, l’ipotesi era che chi nutre un pregiudizio nei confronti
degli ebrei avrà di fatto lo stesso atteggiamento anche nei confronti di altri gruppi.
Adorno ha indagato 4 dimensioni principali nell’ipotesi di trovarle tra loro correlate.
1) ANTISEMITISMO: misurato con una scala di accordo/ disaccordo rispetto ad affermazioni
di tipo difficilmente potrei sposare un ebreo
2) ETNOCENTRISMO: misurato attraverso l’accordo/disaccordo rispetto ad affermazioni
come i negri hanno i loro diritti, ma è meglio tenerli nei loro quartieri e nelle loro scuole, ed
evitare che abbiano troppo contatto con i bianchi
3) CONSERVATORISMO POLITICO-ECONOMICO: misurato attraverso
l’accordo/disaccordo rispetto a una serie di affermazioni sulla resistenza al mutamento
sociale, al sostegno dello status quo, alla difesa dei valori conservatori, a idee concernenti
l’equilibrio di potere tra il mondo degli affari, i lavoratori e il governo
4) TENDENZE ANTIDEMOCRATICHE E FASCISMO POTENZIALE: misurati attraverso la
cosiddetta scala F con la quale si passa dal piano dell’ideologia a quello della personalità.
L’autoritarismo è possibile misurarlo attraverso la scala F.
Gradualmente sono emersi una serie di limiti legati a questo approccio.
1) Adorno assumeva che gli atteggiamenti sociali misurati dalla scala F fossero
un’espressione diretta di una soggiacente dimensione di personalità autoritaria e quindi che
la scala potesse essere trattata come una misura di personalità. (deve essere considerata
una scala di misura di atteggiamenti non di personalità).
2) il fatto che la scala F misuri effettivamente un’unica dimensione. (è emerso che misura più
fattori tra loro interrelati).
3) tutti gli item della scala F sono formulati nella stessa direzione, nel senso che un elevato
grado di accordo con un item corrisponde sempre a un livello più elevato di autoritarismo.
è stata quindi proposta la scala RWA, per proporre una nuova definizione di autoritarismo
ALTEMEYER ha fatto riferimento alla teoria dell’apprendimento sociale. Così
l’autoritarismo è visto come insieme di atteggiamenti sociali che le persone apprendono
nell’interazione con i genitori e con i pari a scuola, attraverso i media ecc.
La scala comprende affermazioni relative a temi quali la famiglia, la religiosità, la moralità, il
ruolo della donna da valutare su scala Likert. La scala ha un grado più elevato di coerenza
interna rispetto alla scala F e misura tre principali nuclei di contenuto:
- Convenzionalismo: adesione incondizionata ai valori più condivisi all’interno di una
determinata comunità;
- sottomissione autoritaria: forma di rispetto acritico, non realistico e su base
emozionali, nei confronti di autorità morali idealizzate dal proprio gruppo di
appartenenza;
- aggressività autoritaria: un’ostilità nei confronti di coloro che violano valori
convenzionali e norme prevalenti;

- Relazioni con variabili sociopolitiche


• Variabili sociodemografiche:
ricerche mostrano la presenza di una relazione fra alcune variabili sociodemografiche e
l’autoritarismo. Le relazioni riportate sono:
1) genere. Le donne manifestano un livello di autoritarismo più elevato rispetto agli uomini;
2) età: Con il crescere dell’età aumenta il livello di autoritarismo fino ad arrivare a un livello
massimo oltre i 65 anni
3) istruzione: Il livello di autoritarismo diminuisce al crescere del livello di istruzione
4) occupazione: Gli studenti universitari presentano un livello di autoritarismo molto basso,
mentre un livello molto alto si trova tra i pensionati e le casalinghe.
5) religiosità: crescere in un ambiente coercitivo e chiuso religioso porta all’accettazione
rigida di insegnamenti.

• Atteggiamenti su temi politici:


Diversi studi hanno dimostrato come le persone autoritarie detengano atteggiamenti
conservatori riguardo i temi economici: l’autoritarismo presenta una correlazione
significativa con temi quali l’opportunità di privatizzare i servizi pubblici, di gestire lo stato
come un’azienda o abbassare le tasse. In italia è emerso che l’autoritarismo è un predittore
dell’opportunità di finanziare pubblicamente la scuola privata, ma non dell’opportunità di
privatizzare la sanità
.
• Orientamento ideologico e voto:
diversi studi hanno messo in evidenza la relazione tra autoritarismo e orientamento
ideologico di destra conservatore , in contrapposizione con un orientamento ideologico
di sinistra o progressista.
Domanda: dal punto di vista politico, lei si definirebbe: di sinistra, centrosinistra, centro,
centrodestra, destra oppure nessuna di queste definizioni?
Chi si definisce di destra mostra un livello più alto di autoritarismo rispetto a chi si definisce
di sinistra. Nelle persone che si definiscono di centro si rileva un livello più elevato di
autoritarismo, e lo stesso accade in coloro che si rifiutano di definirsi sulla scala sinistra-
destra, quelli che possiamo definire i non collocati.
3. ORIENTAMENTO E DOMINANZA SOCIALE:
L’orientamento alla dominanza sociale rappresenta il desiderio di consolidare e
mantenere le gerarchie esistenti e assicurare la superiorità a se stessi e alla categoria
sociale alla quale si appartiene.
Il punto di partenza è che nel mondo esiste il conflitto tra gruppi. Allo scopo di ridurre questo
conflitto le società tendono a creare dei miti di legittimizzazione della superiorità di un
gruppo sull’altro. Pregiudizio etnico, nazionalismo e superiorità sessuale sono alcuni dei miti
che enfatizzano l’esistenza di una gerarchia tra le persone e quindi la disuguaglianza. In
questa spiegazione si rimanda al significato forte di ideologia come insieme di credenze
volte a giustificare i rapporti di potere esistenti.
Il contributo psicologico alla nozione forte di ideologia è duplice:
1) esiste una tendenza individuale a classificare i gruppi sociali lungo una dimensione di
inferiorità-superiorità, e a favorire politiche volte a mantenere la disuguaglianza sociale
2) questa tendenza si può riscontrare non solo in chi appartiene a un gruppo ad alto status,
nel qual caso rappresenta una difesa dei vantaggi goduti dal gruppo, ma anche in chi
appartiene a un gruppo a basso status, e in questo caso si configura come una
giustificazione della superiorità del gruppo ad alto status e un rifiuto del proprio.
Variabili socodemografiche:
Le relazioni tra orientamento alla dominanza sociale e variabili sono:
1) genere.gli uomini hanno un livello più alto rispetto alle donne.
2) età: dai 25 ai 34 alto livello, riconducibile al fatto che stanno costruendo la loro posizione
professionale e sociale.
3) istruzione: non vi sono differenze.
4) occupazione: gli impiegati nel settore privato hanno un livello di dominanza più alto
rispetto a quelli nel pubblico.
5) religiosità: chi non frequenta funzioni religiose ha livelli di dominanza superiori. correlato
a posizione di critica nei confronti della religione.

Atteggiamenti su temi politici:


alto orientamento alla dominanza sociale si dimostra favorevole alla pena di morte,
ergastolo, programmi spesa militare e contrario a difesa di diritti donne e gruppi minoritari e
difesa ambiente. A livello economico atteggiamento favorevole verso privatizzazione,
riduzione spesa sociale, indebolimento sindacati. Il tutto si riconduce ad un orientamento
ideologico conservatore.

4. MODELLO DUALE DELL’IDEOLOGIA:


- Basi sociali e psicologiche di autoritarismo e dominanza:
un esame congiunto di autoritarismo e dominanza e delle loro conseguenze sugli
atteggiamenti politici è previsto dal modello duale dell’ideologia. Questo modello si basa
sull’idea che autoritarismo e dominanza abbiano basi o cause psicologiche e sociali
diverse, e che esercitino la loro influenza sugli atteggiamenti e i comportamenti
politici in modi diversi e attraverso meccanismo diversi.
Due diverse visioni del mondo vengono prese in esame:
1) il mondo come pericoloso. Il mondo viene visto come luogo per sua natura pericoloso e
minaccioso.
2) il mondo come giungla competitiva. Il mondo viene visto come una giungla
caratterizzata da una competizione continua, in cui la forza è giusta, i forti vincono e i deboli
perdono.
Queste due visioni del mondo deriverebbero dall’interazione tra la personalità e le
caratteristiche del contesto nel quale la persona si trova a vivere.
Per quanto riguarda la personalità il riferimento teorico è il cosiddetto MODELLO DEI
CINQUE FATTORI sviluppato a partire dal modo in cui le persone descrivono se stesse
scegliendo all’interno di una batteria di tratti di personalità.
- Le persone più predisposte ad avere una visione del mondo come pericoloso sono
quelle caratterizzate da bassa apertura mentale e da alta coscienziosità. La visione
sarebbe favorita anche dal fatto di essere stati esposti a modalità di socializzazione
caratterizzate da un ricorso consistente all’autorità e alla costrizione da parte dei
genitori. Anche determinati cambiamenti nel contesto sociale (marcato incremento di
minaccia sociale).
- Una visione del mondo come giungla competitiva sarebbe invece più propria delle
persone caratterizzate da una bassa gradevolezza. Questa visione sarebbe favorita da
modalità di socializzazione caratterizzate da poca affettuosità e amorevolezza, nonchè
da contesti sociali connotati da forte competitività, disuguaglianza e dominanza di
alcuni gruppi su altri.

- Autoritarismo, dominanza e pregiudizio:


le persone con punteggi elevati di autoritarismo e dominanza hanno anche livelli elevati di
pregiudizio nei confronti di gruppi diversi dal proprio. Considerate le due diverse visioni del
mondo di autoritari e dominanti, un elevato livello di autoritarismo dovrebbe predire
soprattutto il pregiudizio nei confronti gruppi socialmente pericolosi o devianti, in quanto
questi gruppi costituiscono una fonte di minaccia per la sicurezza collettiva; invece, un
elevato livello di dominanza dovrebbe predire il pregiudizio nei confronti di gruppi che
hanno basso status o potere e lo status dei gruppi dominanti.
Per verificare si è indagato come punteggi sulle scale RWA e SDO sono correlati ad
atteggiamenti di pregiudizio nei confronti di diversi tipi di gruppi, operando una distinzione
tra: gruppi pericolosi e minacciosi (criminali, terroristi spacciatori ), gruppi discriminati o
svantaggiati (disabili, obesi, ), gruppi dissidenti (movimenti di protesta, femministe,
omosessuali, ). è emerso che solo un alto livello di autoritarismo predice il pregiudizio
verso i gruppi pericolosi, mentre solo un alto livello di dominanza predice il
pregiudizio verso i gruppi svantaggiati. Nel caso dei gruppi dissidenti il pregiudizio
predetto sia da un alto autoritarismo sia da un’alta dominanza. I gruppi dissidenti
minacciano la sicurezza sociale e questo suscita il pregiudizio degli autoritari, ma al
contempo sfidano le disuguaglianze sociali e questo suscita il pregiudizio dei dominanti.

5. SISTEMA DEI VALORI:


Van Deth e Scarbrough giungono a definire i valori come concezioni di ciò che è
desiderabile (spesso all’interno di un discorso morale), principi astratti che includono
scopi o fini cui l’azione deve conformarsi.
Lo psicologo sociale Schwarz definisce i valori come convinzioni, relativamente stabili,
circa modi ideali e desiderabili di agire o essere, scopi motivazionali che guidano il
pensiero e il comportamento in vari ambiti della vita. I valori deriverebbero dalla
motivazione a soddisfare alcuni bisogni umani fondamentali: la salvaguardia di se stessi
e del proprio gruppo, il controllo e la dominanza, l’affiliazione. Schwarz ha così individuato
un insieme costituito da 10 valori principali che possono essere considerati un elenco
esaustivo e universalmente valido dei principi che le persone riconoscono come criteri guida
della loro vita:

UNIVERSALISMO Scopo di comprendere e proteggere il benessere di tutte le persone, anche quelle molto
diverse o lontane da noi. Si collega al bisogno di sopravvivenza dei gruppi sociali che si
manifesta come 1) consapevolezza che se non accettiamo coloro che son diversi da noi e
non riserviamo loro parit di trattamento, questo può diventare una minaccia per l’esistenza
del nostro come degli altri gruppi e 2) consapevolezza che se non proteggiamo
adeguatamente l’ambiente naturale questo può portare alla distruzione delle risorse dalle
quali dipende la vita di tutti

BENEVOLENZA Scopo di impegnarsi e preoccuparsi per mantenere e accrescere il benessere delle persone
con cui siamo in diretto contatto nella vita di tutti i giorni, connessa al bisogno di affiliazione

TRADIZIONE Scopo di accettare e rispettare costumi o idee che una cultura o una religione impongono.

CONFORMISMO Scopo di limitare e contenere le proprie azioni in modo da renderle coerenti con le norme
socialmente condivise

SICUREZZA Scopo di mantenere la stabilità e l’ordine nelle relazioni interpersonali così come nella società
in generale. legata al bisogno di proteggere e salvaguardare se stessi e il proprio gruppo

POTERE Scopo di raggiungere uno status socioeconomico elevato e di ottenere il controllo delle
risorse, così come una posizione di dominanza rispetto alle altre persone. collegato al
bisogno individuale di dominanza e di controllo, ma discese anche dalle necessità di
funzionamento di molte istituzioni sociali che prevedono al loro interno una differenziazione di
status

SUCCESSO Scopo di mostrarsi competente in base agli standard propri di ogni cultura al fine di
guadagnare l’approvazione sociale. collegato al bisogno di ottenere risorse per la
sopravvivenza

STIMOLAZIONE Scopo di condurre un’esistenza ricca di novità e cambiamenti: questo valore soddisfa il
bisogno, in origine biologico, di mantenere l’organismo in un certo stato di attivazione

EDONISMO Scopo di perseguire la gratificazione dei sensi ed connesso al bisogno primario del piacere:
tipico delle persone che vogliono godersi la vita, colgono ogni occasione per divertirsi e
vogliono coccolarsi assaporando i piaceri dell’esistenza

AUTODIREZIONE Corrisponde allo scopo di essere indipendenti e liberi nel pensiero e nell’azione. Soddisfa il
bisogno di padronanza.

Nella vita quotidiana i valori svolgono svariate funzioni: sono alla base del modo in cui le
persone si presentano agli altri, del modo in cui giustificano e spiegano il loro
comportamento, degli atteggiamenti verso oggetti e situazioni, dei giudizi sugli altri e di molti
comportamenti.

- Struttura gerarchica dei valori:


Schwartz ha rilevato che vi sono relazioni dinamiche di compatibilità o incompatibilità
tra i diversi valori ed è giunto a individuare una struttura psicologica che rende ragione
dei rapporti tra i diversi valori. I valori si collocano nello spazio in modo tale che quelli
compatibili gli uni con gli altri (potere e successo), occupano posizioni adiacenti,
mentre quelli opposti (potere e universalismo) si trovano in posizioni opposte.
Così due valori che si collocano vicini l’uno all’altro sottendono obiettivi motivazionali
coerenti e in qualche caso sovrapponibili. I 10 valori possono essere rappresentati all’interno
di uno spazio organizzato attorno a due dimensioni bipolari:
1) conservazione-apertura al cambiamento: riflette l’opposizione tra il desiderio di
indipendenza nel pensiero e nelle azioni (stimolazione e autodirezione) e il desiderio di
sottomissione ai dettami della tradizione e delle norme sociali (tradizione, conformità e
sicurezza).
2) autoaffermazione/autotrascendenza: rispecchia il conflitto tra l’obiettivo di impegnarsi
per il benessere degli altri (benevolenza e universalismo) e la ricerca del successo
personale e del predominio sui propri simili (potere e successo).
I valori proposti da Schwartz possono essere ordinati secondo una gerarchia in base alla
diversa importanza che le persone assegnano a ciascuno di essi. Complessivamente i
valori ritenuti più importanti sono benevolenza, universalismo e sicurezza.

- Relazione con variabili sociopolitiche: variabili socio-demograche:


1) GENERE: le donne, rispetto agli uomini, tendono ad ascrivere un’importanza
relativamente maggiore ai valori della tradizione, della conformità, della sicurezza e della
benevolenza, e un’importanza invece relativamente minore ai valori del potere, del successo
della stimolazione
2) ETà: con il crescere dell’età cresce l’importanza assegnata ai valori della tradizione, della
conformità, della sicurezza e della benevolenza, mentre diminuisce quella assegnata ai
valori della stimolazione, dell’edonismo, del successo e dell’autodirezione.
3) ISTRUZIONE: con il crescere del livello d’istruzione, correlazioni positive con la
stimolazione, l’autodirezione, l’universalismo e il successo, e correlazioni negative con la
tradizione, la sicurezza e la conformità.

6. PERSONALITà:
nella descrizione del modello duale dell’ideologia si è già visto che i tratti di personalità sono
una delle matrici disposizioni dell’orientamento ideologico e degli atteggiamenti politici.
Diverse ricerche hanno utilizzato come riferimento il modello dei 5 fattori. I cinque fattori
sono: estroversione, amabilità, coscienziosità, stabilità emotiva e apertura mentale. I
cittadini che nella descrizione di se stessi insistono su tratti di apertura mentale (creativo,
innovativo, originale) tendono anche a collocarsi più spesso sinistra, definirsi come
progressisti e a votare per partiti di quell’area ideologia. Chi invece sottolinea i propri tratti di
coscienziosità (affidabile, responsabile, scrupoloso) è anche più orientato a collocarsi sul
polo della destra, a definirsi conservatore e votare per partiti collocati sulla stessa linea.

7. COGNIZIONE SOCIALE MOTIVATA:


le basi psicologiche dell’ideologia politica sono state ricondotte anche alla cognizione
sociale motivata.
- Una prima motivazione di natura epidemica è la riduzione dell’incertezza. Uno dei
bisogni fondamentali degli esseri umani è il bisogno di controllo o di certezza, conoscere
la realtà che ci circonda per muoverci agevolmente al suo interno e poter prevedere con
buon margine di probabilità ciò che accadrà in futuro. Dunque la motivazione a ridurre
l’incertezza è presente in tutti noi. Sono state osservate correlazioni significative tra il
bisogno di ridurre l’incertezza e la scelta di partiti di centrodestra o conservatori.
- Una seconda motivazione che è risultata correlata a scelte ideologiche di natura più
esistenziale, ed è stata definita come gestione della minaccia. Anche in questo caso si
tratta sostanzialmente di garantire certezza a se stessi, ma si tratta di una certezza pi
esistenziale appunto, legata quindi alla paura della morte o di qualunque evento o situazione
minacciosa ci faccia percepire di non essere abbastanza sicuri.

8. RELAZIONI TRA AUTORITARISMO, DOMINANZA, VALORI E PERSONALITà:


la dimensione ideologia sinistra-destra è caratterizzata da due sottodimensioni distinte,
anche se tra loro correlate: quella della conservazione/cambiamento e quella
dell’uguaglianza-disuguaglianza. Se tutti questi fattori sono apparsi correlati alle scelte
politiche delle persone, dovrebbero anche essere correlati tra loro. La prima dimensione si
centra sulla polarità conservazione-apertura al cambiamento e trova riscontro sul polo della
conservazione nell’autoritarismo, nei tratti di personalità della coscienziosità e nei valori
propri della conservazione. Una seconda dimensione si centra invece sulla polarità
disuguaglianza-uguaglianza ed è caratterizzata da un alto orientamento alla dominanza
sociale e da un accento sui valori dell’autoaffermazione, oltre che da una relativamente
minore importanza attribuita ai tratti dell’onestà/umiltà e della gradevolezza.
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CAPITOLO 5 - COMUNICAZIONE POLITICA

DISCORSO POLITICO:
l’attenzione non è più rivolta al testo in quanto tale ma alle produzioni discorsive, intese
come espressione di un parlante mosso da motivazioni e scopi che presuppone sempre la
presenza di un altro.
L’attenzione viene posta su colui che parla, sul modo in cui motivazioni, scopi, emozioni,
cognizioni, strategie orientano la persona nella produzione del discorso e da questa
vengono a loro volta influenzate. Il discorso non viene inteso come espressione dell’essenza
del parlante ma come intenzione comunicativa realizzare nel contesto particolare
dell’interazione.
La comunicazione svolge due funzioni principali:
1) funzione preposizionale = la comunicazione serve per informare ed essere informati sui
fatti esterni e sul mondo. Trasmette conoscenze.
2) funzione relazionale = la comunicazione presiede alla costruzione al mantenimento e
alla gestione del rapporto con gli altri.
In questa sede l’accento verterà soprattutto sulla funzione relazionale del discorso politico e
quindi sul modo in cui motivazioni, scopi, emozioni, cognizioni e strategie orientano gli
interlocutori nelle produzioni discorsive. Date queste premesse, si considerino i politici come
parlanti caratterizzati da specifici obiettivi, definiti qui:
1) i politici si rivolgono a un grande numero di persone con l’obiettivo di persuaderle sulla
validità della propria posizione e del proprio programma
2) i politici rappresentano un gruppo e parlano in nome degli obiettivi di questo gruppo,
spesso anche in sua difesa
3) i politici si contrappongono ad altri gruppi di avversari e concorrenti e questo significa che
la natura argomentativi del linguaggio ne viene esaltata.

VINCOLI PRAGMATICI DEL DISCORSO POLITICO:


quando si impegnano in un discorso, i politici devono tener conto di una serie di vicoli
pragmatici, ossia condizionamenti e regole presenti nel contesto di produzione del
discorso. I vincoli sono:
1) discorso mediatizzato = il discorso politico essenzialmente mediatizzato nel senso che
passa attraverso i media. Ne deriva che più delle volte non vi è un’interazione diretta, bensì
mediata fra alcuni degli interlocutori.
2) discorso pubblico = il discorso politico ha natura pubblica nel senso che è inteso per
essere ricevuto da un pubblico. Questo carattere pubblico del discorso politico ha delle
conseguenze su ciò che può essere detto e su ciò che invece non si può dire, così come sul
modo in cui dirlo. Ad esempio non è contemplato il silenzio da parte di un politico.
3) discorso conversazione = il modello di discorso politico fonologico, prevalente dagli
anni 50 no agli anni 80 non è più considerato appropriato in molti contesti occidentali. Si è
andato affermando un processo di conversazionalizzazione che è tipico dei media e che
applicato al discorso politico ha portato a una pseudo democratizzazione di tale discorso. Il
discorso trasmesso attraverso i media colma il gap tra i due ambienti privato e politico,
seguendo le norme del discorso informale. Dal momento che i media devono intrattenere
spesso accade che la discussione politica venga subordinata a un contesto gladiatorio e di
pura contesa.
4) discorso regolato = nonostante il processo di conversazionalizzazione nel discorso
politico mediatizzato restano vive alcune caratteristiche essenziali che contraddistinguono le
forme dei discorsi istituzionali: i turni del discorso e la distribuzione dei ruoli sono
assegnati a priori. Il discorso mediatico è infatti ancorato da un lato ai compartecipanti di
primo livello (quelli in studio), che sembrano interagire come se i messaggi fossero destinati
a loro soltanto, dall’altro ai compartecipanti di secondo livello (pubblico a casa), che
interpretano i messaggi dalla prospettiva di un ascoltatore che non prende parte alla
conversazione.

I vincoli della rappresentazione televisiva dei dibattiti politici possono avere


conseguenze sui processi di elaborazione delle informazioni, in particolare
sull’adozione di euristiche, ossia di processi di ragionamento semplificati. I media non
incoraggiano un ragionamento sistematico e approfondito sui temi politici. Al contrario
accentuano o assecondano la tendenza ad avvalersi di euristiche nella formulazione del
giudizio politica. Di seguito sono elencate le caratteristiche del discorso politico mediatizzato
che favoriscono il ricorso alle euristiche:
- semplificazione: un corpus consistente di studi ha messo in evidenza che la
rappresentazione televisiva delle vicende e del dibattito politico è vincolata dalla necessità di
comunicare le notizie in breve tempo e a un ritmo predefinito. Per esempio non si fa luce su
rapporti di potere, forze economiche in gioco, eventuali interconnessioni tra più vicende,
mentre si da troppa importanza ai protagonisti umani.
- Frammentazione: le vicende politiche sono rappresentate come storie separate le une
dalle altre, le interconnessioni tra varie vicende sono oscurate. Un altro aspetto della
semplificazione è rappresentato dal ricorso avrei frasi ad effetto quasi degli slogan per
esporre la posizione di un leader politico su un determinato problema
- Personalizzazione: viene data molta importanza ai protagonisti umani, ai leader politici
coinvolti. Le loro caratteristiche individuali piuttosto che una spiegazione chiara della loro
linea politica.
- drammaticità: vengono accentuati gli aspetti drammatici e conflittuali della politica.
L’enfasi posta sulla competizione tra gli attori politici, con la probabile conseguenza di
sviare l’attenzione su aspetti marginali del contendere. Ad esempio la campagna elettorale è
spesso presentata con metafore sportive.
- negatività: vi è un’accentuata tendenza a diffondere informazioni negative sui leader
politici, vale a dire a dedicare ampio spazio ai loro errori, eventualmente alle loro gaffes o
agli scandali in cui possono essere coinvolti.

EFFETTI DEI MEDIA - TEORIE:


1) potere assoluto dei media su un pubblico passivo e inerte:
la teoria del proiettile magico secondo la quale un messaggio diffuso dai media è come
un proiettile magico che colpisce i membri del pubblico provocando una risposta
immediata. Si tratta di una teoria elaborata in un momento in cui la sociologia sottolineava
come il problema fondamentale della società fosse il mantenimento dell’ordine sociale a
scapito delle esigenze individuali, mentre la psicologia, come il comportamentismo,
concepiva il comportamento umano come risposta a uno stimolo ambientale evitando di
indagare le mediazioni legate al funzionamento della mente umana.
2) potere limitato dei media su un pubblico già orientato:
la teoria degli effetti limitati, atteggiamenti individuali profondamente radicati quali
l’identificazione con un partito oppure interpretazioni fornite dagli opinion leaders
all’interno di reti di relazioni interpersonali possono ridurre di molto l’influenza dei
media. Il pubblico è selettivo e ascolta solo info provenienti dal proprio leader.
3) potere condiviso: interazione tra media e suoi fruitori:
Il pubblico viene concettualizzato come un insieme di persone attive che rivolgono la
loro attenzione a ciò che le interessa e che reinterpretano attivamente i messaggi in
relazione alle conoscenze già organizzate nella loro mente.
L’opinione condivisa è che i mass media modificano i parametri in base ai quali le persone
esprimono un giudizio sui leader politici e non direttamente il giudizio su di loro.

- AGENDA SETTING:
è il processo di decisione in merito allo spazio che deve essere dato alle diverse
notizie in tv. Questo processo può avere un’influenza sui cittadini potendo condizionare la
loro percezione di cosa è importante e cosa non lo è, di cosa costituisce un problema
politico, e dunque necessiti un intervento del governo, e di cosa invece non costituisce un
problema . Si può riassumere come un’elevata copertura di un tema da parte dei media
determina un’accresciuta importanza percepita del tema e questo a sua volta fa si che il
tema diventi uno standard di giudizio per la scelta di voto.

- PRIMING:
parlando del processo di elaborazione delle informazioni si è già detto che il priming consiste
nel presentare uno stimolo che favorisce l’attivazione di un concetto. Una volta richiamato
dalla memoria a lungo termine in quella a breve termine il concetto attivato influenza i giudizi
successivi che la persona esprime. Dunque per diventare criterio di giudizio e influenzare le
valutazioni politiche un tema deve essere non solo importante ma anche accessibile ossia
essere presente alla mente della persona quando viene formulato il giudizio. Si è già detto
che le persone hanno una capacità di attenzione e di elaborazione delle informazioni
limitata, per cui si avvalgono di scorciatoie mentali o euristiche. Una di queste euristiche
consiste proprio nel basarsi sull’informazione più accessibile. Leffetto priming si può
riassumere come segue: una recente copertura di un tema da parte dei media
determina un’accresciuta accessibilità del tema e di conseguenza il tema diventa un
criterio di giudizio per la scelta di voto.

FRAMING - DEFINIZIONE:
i news frame sono le cornici interpretative che i media adottano quando riportano una
notizia, il cui esito è quello di inserire gli eventi di cui si parla entro specifiche strutture di
significato. Rispetto all’agenda Setting e al priming, dove si ipotizza una correlazione tra lo
spazio dedicato alla notizia e l’importanza attribuita a tale notizia dal pubblico, il framing più
che con limportanza, ha a che fare con il contenuto vero e proprio della notizia e con
il modo in cui un evento viene presentato. I frames sono l’effetto dell’incorniciamento che
i media fanno di una storia, un evento o un personaggio. Non c’è un’automatica
corrispondenza tra il modo in cui i media rappresentano le cose e il modo in cui lo fa
l’individuo o il pubblico. I frames forniti dai media vengono infatti confrontati con gli schemi
interpretativi che le persone già possiedono, a partire da conoscenze o esperienze
precedenti. Secondo una nota definizione, il framing implica essenzialmente selezione e
salienza. Fare frame è selezionare alcuni aspetti della realtà percepita e renderli più salienti
in un testo comunicativo, in modo da promuovere una particolare definizione del problema,
interpretazione causale, valutazione morale e/o indicazioni del trattamento per l’elemento
descritto. Il framing così inteso suggerisce implicitamente interpretazioni e giudizi
sulle cause, sulle responsabilità o sulle possibili soluzioni di un problema.

- CONTENUTO E VALENZA:
Un primo filone di studi si è concentrato sul contenuto dei frames, e in particolar modo
sull’individuazione dei tipi di frames che i media utilizzano più frequentemente per trattare un
determinato tema. Di ogni avvenimento possono essere accentuati, selezionati o esclusi
alcuni aspetti che ne connotano la rappresentazione e la letteratura da parte dei destinatari.
Attraverso il new framing, I giornalisti veicolano implicitamente interpretazioni della realtà e
suggeriscono ai cittadini non solo a cosa pensare, ma anche come pensare. Se da un lato
queste cornici interpretative servono a semplificare la comprensione degli avvenimenti e
delle questioni politiche di cui i cittadini non hanno, nella maggior parte dei casi dall’altro
contribuiscono a dare gerarchia e priorità alle notizie e propongono precise visioni del
mondo. Alcuni frames arrivano a solidificarsi, trasformandosi in cornici interpretative
fisse e diventando così dei veri e propri filtri attraverso cui la realtà viene comunicata.

- COSTRUZIONE ED EFFETTI DEI FRAMES:


è possibile individuare due principali filoni di ricerca sui frames:
- il primo riguarda la costruzione dei frames da parte dei mass media;
- il secondo riguarda gli effetti dei frames sulle persone che vi sono esposte (frame setting).
A proposito del secondo filone, è importante la teoria del prospetto che si è occupata di
analizzare come le decisioni degli individui sono influenzate dal modo in cui si
prospettano i diversi possibili esiti delle alternative decisionali. Vi è infatti una
fondamentale distinzione che vede contrapposto il frame basato sulle perdite al frame
basato sui guadagni che possono derivare da una decisione. Le persone sono portate a
scegliere in modo differente a seconda che una stessa situazione venga presentata in
termini di guadagno o di perdita. Si è più propensi a rischiare se la situazione viene
presentata in termini di perdita.

CATEGORIE SOCIALI:
si detto che i politici hanno 4 obiettivi principali quando comunicano con i cittadini. In primo
luogo il politico deve ottenere consenso. Quale modo migliore?
L’attivazione di un processo di identificazione è una premessa importante perchè il politico
possa raggiungere gli scopi persuasivi che si propone. Lo scopo è quindi far includere se
stesso e i potenziali elettori in un’unica categoria (primo obiettivo). Poichè lo scopo è quello
di ottenere un ampio consenso, questa categoria di appartenenza sarà il più possibile
inclusiva, connotata positivamente, una categoria nella quale gli elettori possono identificarsi
facilmente della quale il politico si presenta come portavoce. Se il consenso più ampio
possibile è il punto d’arrivo, naturalmente il politico deve prima presentare la posizione
propria e del proprio gruppo di appartenenza (secondo obiettivo). Anche in questo caso sarà
essenziale parlare in termini di comune appartenenza a una categoria sociale e sottolineare
l’omogeneità del gruppo. Una volta definita la posizione del proprio gruppo, il politico
cercherà di presentarla come quella migliore per il maggior numero possibile di persone. Ma
quasi sempre per definire la posizione del proprio gruppo come meta migliore, il politico la
presenterà confrontandola con quella di avversari politici, valorizzando la propria posizione a
discapito di quella degli altri (terzo obiettivo). In questo caso sarà la contrapposizione tra le
categorie dell’ingroup e dell’outgroup a essere utilizzata nella comunicazione. Infine deve
essere efficace tenendo conto dei vincoli propri della mediatizzazione della politica (quarto
obiettivo).

POLITICI COME IMPRENDITORI DELL’IDENTITA’


I politici possono essere definiti come dei veri e propri imprenditori dell’identità in quanto:
definiscono un noi inclusivo di tutti coloro che vogliono mobilitare; selezionano le
caratteristiche dell’ingroup consonanti con i loro progetti; confezionano la loro immagine in
modo che sia coerente con quella specifica declinazione del noi che hanno plasmato.
L’identità acquisisce senso e funzione in quanto concretamente situata e contestualizzata
all’interno di un discorso. Categorizzare è qualcosa che facciamo nel parlato per compiere
azioni sociali, come persuadere, biasimare, smentire, accusare, rifiutare e così via. Studiare
l’identità nel discorso politico significa osservare in che modo i leader politici
organizzano il mondo in categorie, come le usano e le caratteristiche che vi
associano.
L’appartenenza a una categoria viene ascritta e ammessa in luoghi e momenti specifici. Le
persone infatti non hanno questa o quella identità in modo passivo o latente, bensì creano
questa o quella identità, per se stesse e per gli altri.
A questo scopo il politico può usare delle strategie retoriche:
1) naturalizzazione = la propria versione dell’identità collettiva viene presentata come il
risultato inevitabile di caratteristiche psicologiche naturali del gruppo (gli italiani sono per loro
natura solidali)
2) eternalizzazione = la propria versione dell’identità collettiva viene presentata come
permanente e immutabile nel tempo, e le vicende storiche del gruppo sono lette in modo da
supportare questa continuità. (gli italiani sono da sempre legati ai valori della famiglia)
Queste strategie permettono ai leader politici concorrenti di presentare, nelle loro
argomentazioni, la stessa identità sociale come predefinita e immutabile, di presentarla
secondo valori e interessi della propria parte politica, di creare consenso attorno a quella
identità utilizzando i meccanismi di identificazione.

CATEGORIE SOCIALI INCLUSIVE:


per i leader politici è fondamentale l’adozione di una categoria inclusiva. Quando un leader
utilizza queste strategie per proiettare sulla categoria inclusiva le caratteristiche, i valori e la
progettualità della propria parte ci troviamo di fronte al tentativo di rendere il proprio ingroup
prototipico di un raggruppamento più inclusivo, e di favorirne così gli scopi. In effetti i
contenuti individuati e le caratteristiche della categoria sovraordinata non sono neutri,
mentre il richiamo a un sistema di valori favorisce questo processo di proiezione: l’ingroup
viene posto così al vertice di una categoria più ampia e generale, di cui diventa il modello,
l’espressione più efficace e rappresentativa.

CATEGORIE SOCIALI CONTRAPPOSTE:


il confronto tra categorie è parte integrante del processo di categorizzazione, e in contesto
discorsivo questo significa che il riferimento a un noi implica anche un riferimento a un
loro. Naturalmente così come le categorie di appartenenza, anche i confini tra una categoria
e l’altra non sono fissi e stabiliti una volta per sempre, ma possono variare in funzione degli
scopi e delle necessità del momento. Tuttavia accade spesso che nel discorso politico le
differenze e i confini tra categorie vengano presetanti come naturali e immutabili, così
da rendere la costruzione della contrapposizione categoria più persuasiva. In altre
parole una peculiarità del discorso politico è quella di non evidenziare la flessibilità del
processo di costruzione categoriale, bensì di presentare la contrapposizione ingroup-
outgroup come se esistesse davvero nella realtà, fosse qualcosa di dato e non di costruito.
Così i leader politici presentano la loro versione dell’identità del gruppo e della
contrapposizione ingroup-outgroup come se fosse l’unica legittima e veritiera. A questo
scopo utilizzando spesso le tecniche della naturalizzazione e dell’eternalizzazione.
Usano anche strategie come la criminalizzazione e la demonizzazione.

CATEGORIE SOCIALI COESISTENTI:


In questo caso il valore di riferimento è l’universalismo, ossia la convinzione che tutti
dovrebbero avere le stesse opportunità nella vita e lo stesso trattamento, che si dovrebbe
promuovere la pace nel mondo e avere cura della natura. Quando un valore come
l’universalismo viene presentato come centrale per la categoria della quale il politico si fa
portavoce, l’unico modo per affermare e consolidare la categoria di appartenenza consiste
non nel chiuderne e definirne i confini, ma al contrario nell’aprirli accettando di includere
nella categoria anche membri che prima non vi appartenevano.

RETORICA:
Aristotele la definiva come la facoltà di scoprire il possibile mezzo di persuasione riguardo a
ciascun soggetto e riteneva che l’abilità retorica fosse una dote essenziale dei politici.
Nell’analizzarne l’uso e l’efficacia è importante tener conto dei vincoli pragmatici legati ai
contesti in cui la retorica viene utilizzata, in particolare quelli derivanti dalla mediatizzazione
del discorso politico. Verranno ora considerate brevemente alcune delle strategie retoriche
più usate in politica.
- interpretare gli eventi:
si detto che uno degli scopi principali del discorso politico è costruire un ingroup il più ampio
possibile, persuadere e mobilitare un gran numero di persone nella direzione voluta. Si
possono usare tecniche specifiche e puntuali, come l’analogia e la metafora all’interno dei
discorsi, oppure strategie più articolate come la retorica del futuro. Forse il terreno sul quale
più si giocano le capacità retoriche dei politici è proprio quello della rappresentazione non di
eventi reali, bensì di eventi possibili. Gli attori politici attraverso il discorso mirano a
proiettare le loro assunzioni e visioni del futuro. In un certo senso si impadroniscono del
futuro, che viene presentato non più come luogo del possibile ma come luogo
dell’inevitabile. è possibile riconoscere due componenti del discorso politico relativo al futuro:
1) affermazioni e descrizioni relative al futuro = la cosiddetta componente epistemica
del discorso, si dice che il futuro sarà in un determinato modo. Questa rappresentazione di
una realtà potenziale costituisca di volta in volta una premessa o una giustificazione per
l’intrapresa di determinate azioni. Ne deriva quindi la seconda componente.
2) proposte relative al futuro = la cosiddetta componente deontica del discorso, si indica
che cosa si dovrebbe fare. In alcuni casi questa componente è così marcata che il discorso
e le istituzioni politiche arrivano a svolgere un ruolo simile alle istituzioni religiose, in quanto
orientano le aspettative sul futuro e lo fanno rivendicando autorevolezza in merito. Il discorso
politico fa spesso leva su ansie e incertezze delle persone sul futuro, e proprio per
l’indeterminatezza del futuro fa si che sia possibile influenzarne le percezioni in modo
rilevante. Spesso in un discorso politico: si proiettano diversi scenari futuri in competizione
tra loro; uno scenario futuro viene privilegiato rispetto ad altri; il pubblico viene coinvolto in
questa rappresentazione del futuro.

AUMENTARE LA PROPRIA CREDIBILITà:


perchè si crei una rappresentazione consensuale degli eventi è importante non solo
presentarli in maniera coinvolgente e convincente ma anche presentare se stessi come
fonte credibile e autorevole. Questa presentazione di se stessi risponde a un altro degli
scopi principali che i politici hanno nei loro discorsi, quello di presentare un’immagine
positiva sia di sè sia del proprio gruppo.
• Citazioni di fonti esperte: fonti esperte sono più persuasive di fonti inesperte.
Poichè spesso i parlanti con eccellenti credenziali presentano argomentazioni ricche e
strutturate, le persone sviluppano una regola euristica di giudizio in base alla quale gli
esperti sanno quello che dicono. Chi usa questa euristica non considera tanto quello che
viene detto, quanto la competenza di chi lo dice.
• Uso di numeri e dati statistici: è stato osservato che numeri, graFIci, equazioni creano
un’atmosfera di obiettività scientiFIca e hanno un buon effetto persuasivo. Anche in questo
caso probabilmente si attiva un ragionamento euristico perchè il pubblico spesso non ha nè
il tempo nè la competenza per analizzare i dati presentati nelle tabelle, ne per veriFIcare
l’attendibilità di dati numerici e statistici.
• Citazione in discorso diretto: l’utilizzo di questa tecnica serve a comunicare
l’impressione che il parlante non è il solo a sostenere una certa posizione. Quindi viene
allargata la categoria di coloro che lo appoggiano, si comunica un’impressione di ampia
condivisione di quelle idee. Si fa appello qui al confronto sociale grazie al quale le persone
valutano la correttezza delle loro posizioni confrontandosi con quelle degli altri, e si fa leva
sui processi di influenza sociale, per cui le persone sono indotte ad accettare una posizione
quando pensano che sia condivisa dalla maggioranza.
• Proverbi: introducono una voce corale, rappresentano la conoscenza comune. In questo
caso il parlante non parla più a nome suo personale ma a nome della saggezza popolare,
di intere generazioni. I proverbi sono: molto difficili da confutare, molto facili da ricordare,
riaffermano una comune appartenenza di gruppo con gli ascoltatori.
• Suscitare l’applauso: quando riesce a strappare un applauso il politico aumenta la
sintonia con il pubblico e il giudizio positivo nei suoi confronti.
• I contrasti: presentano un punto di vista e lo pongono immediatamente a confronto con il
punto di vista contrario. La reazione del pubblico è più vivace quando emerge il lato
conflittuale della politica.

DEFINIRE LA RELAZIONE CON L’INTERLOCUTORE:


nel discorso politico fare ricorso all’umorismo o all’ironia può essere molto vantaggioso per il
perseguimento degli scopi del discorso. Anzitutto uno dei modi migliori per avvicinarsi,
creare intesa come interlocutore è sicuramente quello di ridere insieme. Usando battute
umoristiche e ironia sono anche molto utili a perseguire con successo due scopi non sempre
facili del discorso politico, quello di presentare positivamente se stessi e quello di mettere
in una luce negativa gli avversari. Sono entrambi scopi difficili perchè esposti a dei rischi
per quanto riguarda l’idea che chi ci ascolta si farà di noi. Chi vuole presentare un’immagine
positiva di se stesso rischia di incorrere nell’autoadulazione e per questo essere criticato.
Chi attacca gli altri può a sua volta essere percepito come aggressivo e ingiusto. Umorismo
e ironia possono essere modi più leggeri e indiretti di parlare sia di se stessi sia degli altri,
ottenendo gli scopi che ci si prefigge.

COMUNICAZIONE NON VERBALE:


la persuasività di un discorso politico non dipende solo da quanto il politico dice, dalla scelta
dei contenuti, dei dispositivi retorici. L’effetto di un discorso dipende anche in larga misura
da chi lo fa, e se il politico comunica molto di se stesso attraverso quello che dice, comunica
a volte anche di più attraverso quello che non dice, attraverso la sua immagine, il suo viso, il
suo corpo. Si tratta della cosiddetta comunicazione non verbale, una vasta gamma di
segnali di vario tipo che spesso tutti noi usiamo in modo inconsapevole, e che possono
fornire ai cittadini molte informazioni sui politici e su come questi si rapportano agli altri.
il tono della voce, i movimenti del corpo, i gesti delle mani (gesti deittici e gesti emblematici).

CONFLITTO, ATTACCHI E DIFESE


• Conflitto mediatizzato:
non vi è uomo politico senza avversario politico. La dimensione conflittuale, la
contrapposizione tra posizioni opposte, è una dimensione tipica della politica. Spesso nei
dibattiti televisivi non viene dedicato ampio spazio al conflitto come dialettica e
confronto democratico tra le parti, e si lascia invece spazio al conflitto come scontro
e scambi di accuse più o meno personali tra politici. Nel dibattito politico sembra di
assistere a una conversazione in salotto, ma in realtà si è di fronte ad una scena, rivolta ad
un pubblico che non è direttamente coinvolto nell’interazione ma è comunque protagonista e
nella quale ben poco è lasciato al caso. Nei talk-show televisivi l’interazione conduttore-
ospite è asimmetrica, nel senso che il conduttore gestisce l’interazione e decide i contenuti
del discorso. Tutto questo è condizionato dalla presenza del terzo polo comunicativo, il
pubblico, che è destinatario della comunicazione. In considerazione di questo l’obiettivo
principale non è necessariamente quello di costruire uno scambio approfondito e far fluire la
conversazione in modo armonioso. L’obiettivo perseguito piuttosto sembra essere
quello della spettacolarità. In funzione di questa, il conduttore spesso regola la
comunicazione in modo da avere una semplificazione e dicotomizzazione del discorso:
controllo degli argomenti introdotti e del modo in cui devono essere trattati; continua messa
in scena di almeno due poli discorsivi antagonisti in modo da assicurare la polemicità
dellinterazione; accento su temi o interventi che colpiscono perchè scandalosi, provocatori e
così via. L’obiettivo di semplificare e dicotomizzare viene spesso raggiunto attraverso:
- interruzioni che possono servire ad abbreviare il turno di parola dell’ospite;
- disconferma delle intenzioni comunicative dell’interlocutore come per esempio se l’ospite
sta facendo un intervento moderato e sfaccettato il conduttore può intervenire con una
domanda secca per far schierare l’ospite.
• Conflitto ad rem e ad personam:
è possibile distinguere due tipi di conflitto:
1) il conflitto ad rem riguarda i contenuti, ha a che fare con la funzione preposizionale
della comunicazione, ossia il fatto che la comunicazione serve a informare ed essere
informati.
2) conflitto ad personam riguarda la relazione tra gli interlocutori. I contenuti
funzionano spesso da pretesto per un conflitto che si gioca invece a livello di relazione. Le
situazioni di conflitto relazionale sono quelle in cui nella discussione si mettono in gioco temi
più ampi del contenuto di ciò che si sta discutendo, tali da sfuggire alle specifica finalità della
discussione.
Il focus sulla competenza facilita il conflitto ad rem, mentre il focus sulla modalità di
comunicazione conflitto ad personam.
Una delle strategie argomentative nello sferrare attacchi ad rem o ad personam è mettere in
evidenza la presenza di un divario fra quello che l’interlocutore ha fatto o detto e quello che
avrebbe dovuto fare o dire.
• Effetti dei dibattiti sui cittadini:
quando vengono richiesti di dire perchè guardano i dibattiti politici in televisione i cittadini
dicono di farlo fondamentalmente per apprendere le posizioni dei candidati sui principali temi
politici, mettere a confronto i candidati e dunque ottenere le informazioni necessarie per la
loro decisione di voto. Nella valutazione dei dibattiti sembra entrare in gioco quell’effetto di
conferma in base al quale le persone tendono a esporsi selettivamente a informazioni
che confermano i loro atteggiamenti preesistenti. La tendenza a incorrere nell’effetto di
conferma è tanto maggiore quanto più le circostanze in cui si svolgono le elezioni sono
percepite come normali e prevedibili. Infatti quando il contesto è positivo, non ci sono
minacce alla propria sicurezza e non si prevedono cambiamenti contrari a quanto si
preferisce, è naturale abbassare la guardia, elaborare in modo superficiale i messaggi, e
mantenere invariate le proprie opinioni preesistenti. Capita allora che il cittadino sia
passivo di fronte a un messaggio politico, nel senso di accettare per buono quello che già
pensava. Non solo. Diverse ricerche condotte in vari contesti hanno mostrato che in
generale le persone hanno difficoltà ad individuare chi le inganna. oltretutto, in ambito
politico non è frequente che gli elettori indaghino a fondo per scoprire chi mente, sono
orientati a farlo di più gli elettori competenti politicamente, ma anche costoro lo fanno
soprattutto quando il politico sospetto dice cose contrarie a quelle che loro pensano. Il
compito di svelare le bugie dovrebbe essere facilitato dalla natura conflittuale del dibattito
politico, in base al quale gli avversari avrebbero tutto l’interesse a smascherarsi l’un l’altro.

I politici dedicano buona parte del loro impegno nella comunicazione proprio alla gestione
della faccia: evitare il pericolo di perdere la faccia; dire cose che gli facciano assumere una
faccia positiva; attaccare la faccia degli avversari. Nelle interviste la gestione della faccia è
molto difficile proprio per il meccanismo di attribuzione dei turni. Lo stile delle interviste è
cambiato e ora l’elettorato è divenuto audience.
Poi ci sono le domande minacciose e il politico di solito risponde con l’utilizzo della
comunicazione equivoca, definita come una comunicazione non diretta, ambigua,
contraddittoria, tangenziale, oscura o evasiva. Nella quotidianità è ritenuta disfunzionale, in
politica non sempre. (GUARDA TUTTI GLI EFFETTI SULL’ALTRO LIBRO).
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CAPITOLO 7 - SCELTA DI VOTO

Secondo i primi modelli di predizione del voto (USA anni 50) la scelta di voto può essere
ampiamente predetta da alcune caratteristiche sociodemografiche dell’elettore, come la
classe sociale, il luogo di residenza, la religione e l’appartenenza etnica. Su queste variabili
si fonda l’indice di predisposizione politica, ma negli anni si è testata la sua insufficienza.
In alcuni paesi, compresa l’Italia, la forza delle appartenenze sociali come determinanti del
voto, rimane più a lungo. Questo non significa che le variabili sociodemograche non
vengano considerate a tutt’oggi un importante predittore del voto.
In primo luogo si mette in rilievo che queste variabili riescono a spiegare solo una
percentuale significativa ma limitata della scelta di voto, comunque minore rispetto al
altri fattori. In secondo luogo, negli attuali sondaggi elettorali vengono utilizzate misure in
parte diverse rispetto a quelle impiegate nei primi studi, capaci di cogliere con maggiore
precisione la composizione sociale dell’elettorato.
Un altro modello di voto che si è sviluppato è quello basato sull’identificazione con il
partito, intesa come un attaccamento emotivo nei confronti di un determinato partito,
molto stabile e resistente al cambiamento. Secondo la teoria psicoanalitica, alla quale
questo modello fa riferimento, il soggetto sviluppa diverse forme di identificazione durante la
sua fase evolutiva. Tra queste vi sarebbe anche l’identificazione con un partito. Nello
sviluppo dell’identificazione con il partito giocherebbe un ruolo determinante l’ambiente, e
in particolare la famiglia nella quale la persona vive. Proprio perchè sviluppata
precocemente, si tratterebbe di una scelta caratterizzata da notevole stabilità, nel senso
che difficilmente si modificherebbe nel corso dell’età adulta. L’identificazione con il partito
consentirebbe di spiegare la scarsa conoscenza e l’incoerenza spesso mostrata dalle
persone in ambito politico: le persone non si impegnano in un esame razionale dei dati
provenienti dalla realtà politica, poichè le loro scelte politiche sono basate su una
matrice affettiva.
La nozione di identificazione con il partito appare caratterizzata da alcuni limiti di cui uno
importante di tipo metodologico. L’identificazione viene vista come causa del voto, ma poi
operazionalmente viene misurata proprio attraverso il voto: una forte identificazione
dovrebbe portare a votare sempre lo stesso partito, ma è proprio questa stabilità nel voto
che viene assunta come misura dell’identificazione. Non vi è insomma sufficiente
distinzione concettuale tra variabile indipendente e variabile dipendente, e di
conseguenza la prima non può essere assunta come esplicativa della seconda. In ultima
analisi il modello originario dell’identificazione con il partito non appare poi così diverso da
quelli sociologici rispetto ai quali intendeva prendere le distanze, nel senso che si riduce più
che altro alla messa in evidenza della famiglia come variabile determinante della scelta di
voto.

SCELTA RAZIONALE:
a partire dalla ne degli anni 60 si assiste a un vero e proprio declino dell’immagine dei partiti
e del relativo senso di appartenenza, confermato da una diminuita stabilità nelle scelte di
voto dei cittadini. In occasione di specifiche consultazioni elettorali si osservano sempre più
frequente deviazioni del soggetto dalla sua scelta partitica abituale, e queste deviazioni,
magari inizialmente occasionali, finiscono in alcuni casi per trasformarsi in definitivi
cambiamenti nella scelta del partito.

• Temi politici e valutazione dell’economia:


intorno agli anni 70 emerge un approccio alla spiegazione della scelta elettorale che mette
definitivamente in crisi il modello dell’identificazione di partito, il modello del voto basato
su temi politici. Nel volume The changing American voter si mette in evidenza che l’elettore
americano sta cambiando rispetto a quello degli anni precedenti. Si tratta di un elettore da
un lato più sofisticato politicamente, dall’altro meno incline a sviluppare
un’identificazione stabile con uno specifico partito politico. Si assiste secondo gli
studiosi a un graduale processo di disallineamento, nel senso che gli elettori perdono
gradualmente il loro attaccamento ai partiti per diventare elettori indipendenti. Diminuisce
dunque l’importanza dei partiti mentre cresce quella delle posizioni che i partiti hanno
su temi politici più rilevanti. Le persone prendono in esame i vari temi e le posizioni dei
partiti e arrivano a scegliere l’uno o l’altro in funzione di ciò che può risultare per loro
vantaggioso. Le posizioni dei partiti prese in esame sarebbero quelle più rilevanti per
l’elettore stesso, per esempio le politiche per l’occupazione, le misure di stato sociale o le
normative in tema scale.
Il voto basato sui temi si può definire come un voto prospettico, ossia un voto che si
fonda su una valutazione probabilistica relativa all’operato di una parte politica una volta
eletta. Ma la valutazione da parte dell’elettore dei pro e dei contro legati alla vittoria di una
certa parte politica può derivare anche da considerazioni relative al passato, a come i partiti
hanno agito relativamente a determinate questioni politiche quando sono stati al governo. In
questo caso si parla di voto retrospettivo, ossia di un voto che dipende da
considerazioni relative a come quella parte politica ha operato in passato. è un tipo di
ragionamento che riguarda soprattutto i partiti già al governo al momento del voto, li
avvantaggia nel caso che l’operato del loro governo venga giudicato positivamente e li
svantaggia in caso contrario. Rientra in questa categoria di voto basato sulla prestazione del
governo il voto economico, ossia la scelta di voto basata sull’andamento
dell’economia, nel momento in cui si va a votare. Una valutazione positiva di questo
andamento dovrebbe portare a votare per la parte politica che è già al governo, mentre una
valutazione negativa dovrebbe portare a punire il governo votando per l’opposizione.

• Presupposti teorici:
la teoria della scelta razionale è stata sviluppata inizialmente in ambito economico. Si
muove l’ipotesi che la decisione di voto sia sostanzialmente un interesse di tipo
economico. Di conseguenza si comporterebbe in modo razionale un elettore che prenda in
esame tutte le informazioni necessarie a capire quale possa essere la scelta di voto migliore
per massimizzare il proprio benessere economico. Di fatto accade che nella vita quotidiana
l’elettore non disponga di tutte queste informazioni. Ciò anzitutto perchè spesso non ha
familiarità con gli indicatori economici in grado di fornire tali informazioni; ma anche nel caso
che abbia tale familiarità, rimane il fatto che l’elettore non dispone in genere di informazioni
di prima mano, bensì di informazioni mediate e quindi non scevre da possibili manipolazioni.
Se si aggiunge che la situazione economica e politica di un paese dipende comunque anche
da complicati equilibri internazionali, risulta evidente che il soggetto non dispone mai di fatto
di tutti gli elementi necessari a decidere, e dunque non ha la possibilità di prevedere con
esattezza quali saranno le conseguenze della decisione presa. Nonostante si trovi in questa
condizione, l’elettore avrebbe ugualmente la possibilità di comportarsi in maniera razionale,
e potrebbe farlo grazie all’applicazione della statistica, e in particolare della teoria della
probabilità, che consente di tradurre in cifre gli esiti delle alternative decisionali,
anche quando questi esiti siano incerti e di scegliere le alternative tra quella migliore
in termini di probabilità di perseguire l’obiettivo che ci si propone. Un’indicazione da
seguire per compiere una scelta razionale è la teoria dell’utilità attesa soggettiva, in cui la
decisione viene scomposta in termini di valori o utilità che il soggetto attribuisce a ciascuno
dei possibili esiti della decisione, e di probabilità soggettiva che ciascuno di questi esiti si
possa effettivamente verificare. Non ha intenti descrittivi ma normativi.

• Aspetti critici: con il diffondersi della psicologia cognitivista emergono diverse critiche
alla possibilità di usare la metafora dell’homo economicus nello studio della scelta di
voto e si delinea la possibilità di riferirsi in alternativa alla metafora dell’homo
psicologicus. Vengono messi in discussione due dei principali presupposti della scelta
razionale:
A. La razionalità: l’essere umano è un attore pienamente razionale, esamina tutte le
informazioni a sua disposizione per prendere la migliore decisione possibile, ossia quella
che minimizza i costi e massimizza i benefici;
B. l’interesse: l’essere umano persegue nella decisione la propria utilità personale, che è
fondamentalmente un’utilità di tipo economico o di potere.
L’approccio psicologico propone una visione diversa di entrambi questi presupposti:
A. La razionalità: l’essere umano ha una razionalità limitata, che lo porta a considerare in
un momento dato solo un certo numero delle informazioni di cui dispone, a fare leva su una
serie di euristiche nel processo di ragionamento e a cercare di prendere una decisione
soddisfacente in relazione agli obiettivi salienti nel contesto decisionale
B. l’interesse: l’essere umano può perseguire nella decisione obiettivi di vario tipo, a volte
più strumentali ed egoistici, a volte più espressivi e altruistici.

SCELTA PSICOLOGICA
1. Fattori cognitivi:
nella scelta di voto l’elettore non fa riferimento a tutte le informazioni utili di cui
teoricamente dispone o alle quali potrebbe accedere, bensì alle informazioni che sono
accessibili alla sua mente quando si impegna nel processo di scelta. L’applicazione
dell’approccio psicologico allo studio della scelta di voto consente di esaminare in modo per
la prima volta approfondito il cosiddetto voto basato sul candidato, trascurato dai primi
modelli di spiegazione del voto, e oggi considerato invece come rilevante, anche a causa del
più volte citato fenomeno della personalizzazione politica. La presenza di processi di
spiegazione della realtà che non sempre sono accurati e obiettivi, ma a volte semplificati e
distorti, mette in discussione l’utilità euristica di modelli in base ai quali il cittadino valuta con
attenzione tutte le informazioni che ha disposizione prima di scegliere. Nel capitolo sulla
comunicazione si parlato di framing. All’origine degli studi sul framing vi è la teoria del
prospetto, una teoria sul processo decisionale che ha messo in discussione un assunto
della teoria della scelta razionale secondo il quale tutte le persone dovrebbero decidere nello
stesso modo. L’assunto centrale della teoria del prospetto è che nella vita reale la
decisione del soggetto è fortemente condizionata dal modo in cui gli si prospettano i
diversi possibili esiti delle alternative decisionali. A parità di altre condizioni il soggetto
sceglierà in modo differente a seconda che questi esiti si prospettino in termini di guadagno
o di perdita rispetto alla situazione di partenza.

2. Fattori ideologici, valorizzi e motivazionali:


che nelle nostre scelte possa prevalere spesso l’obiettivo di perseguire il nostro
interesse personale è facilmente immaginabile a anche ricerche effettuate in ambito
politico hanno offerto dati in questo senso. Richiesti di definire l’importanza dei temi politici, i
cittadini generalmente affermano che temi di politica estera sono più importanti per la
nazione, mentre altri temi di politica interna come il sistema sanitario o le tasse sono
più importanti per loro personalmente. Sono proprio le posizioni su temi politici
personalmente importanti a essere evocate più spesso, a essere più stabili nel tempo e
predittive delle preferenze di voto. Si è visto che in molti casi le scelte di voto degli elettori
sono predette, pùi che dalla loro posizione su singoli temi politici, da riferimenti più astratti
come l’ideologia o i valori.

Fattori psicosociali:
vi è una possibilità di presupporre che esista un’interazione tra fattori psicologici individuali e
fattori sociali strutturali: nel voto il soggetto agisce in quanto per sua natura essere sociale,
profondamente radicato nella realtà di persone e di gruppo di cui fa parte, al punto che
questa realtà finisce per costituire parte della sua stessa identità, identità sociale. Potrebbe
portare ad un soggetto politico radicalmente e costantemente egoista, volto unicamente al
perseguimento di un interesse personale economico o di potere.
Si fa distinzione tra valori strumentali, per le decisioni basate sul bisogno di perseguire un
benessere materiale, economico (bisogno di cui parla teoria scelta razionale); oppure valori
espressivi, decisioni basate su bisogni di altro tipo, legati all’espressione, alla conferma o al
consolidamento della propria identità.

DIMENSIONI E MISURE:
Il dialogo tra approcci che si basano sull’homo economicus e homo psicologicus è
cominciato e offre modelli integrati che possono essere di grande utilità al ricercatore che si
proponga di predire il comportamento di voto. In base a quanto detto i fattori che
influenzano la scelta di voto possono essere classificati secondo due dimensioni:
1) dimensione macro-micro = un continuum che individua a un estremo le caratteristiche
del sistema politico e dall’altro estremo le caratteristiche dell’elettore
2) dimensione distante-prossimo = un asse di prossimità temporale all’atto del voto, che
corre dai processi di socializzazione familiare e individuale dell’elettore alle caratteristiche e
modalità della decisione individuale di voto.
La scelta elettorale risulta dall’interazione di una costellazione di fattori che si possono
collocare nei 4 quadranti formati dall’interazione tra le due dimensioni. Vediamo quadrante
per quadrante:
1. Fattori macrodistanti: le caratteristiche del sistema politico e le trasformazioni di
carattere politico, sociale o territoriale che in qualche modo risultano esogene all’elettore
2. Fattori macroprossimi: le condizioni politiche nella specifica arena elettorale: il tipo di
competizione interpartitica, le condizioni dell’economia, le tematiche emergenti nella
campagna elettorale, le candidature nel collegio, la leadership di coalizione.
3. Fattori microdistanti: i valori politici, l’identificazione di partito, gli orientamenti ideologici
dell’elettore
4. Fattori microprossimi: i fattori cognitivi, motivazionali e psicosociali che sono collegati
allo specifico processo di scelta dell’elettore.

FATTORI DELLA SCELTA DI VOTO

Variabili sociodemografiche: Queste variabili comprendono caratteristiche dell’elettore


ascritte (et o genere) oppure no (come la residenza o il titolo di studio) anche se non
necessariamente frutto di una libera scelta. Il legame tra queste variabili e la scelta di voto
andata a diminuire nel tempo
Autocollocazione politica: la posizione dei cittadini lungo la dimensione sinistra-destra.
Per misurare questa posizione si continuano a usare scale continue oppure scale lessicali,
nelle quali si chiede all’elettore di scegliere l’espressione che meglio risponde alla sua
posizione politica.
Vicinanza a un partito/ coalizione: “perch voto liberale? è semplice, perchè mi sento, sono
liberale, appartengo a una famiglia che ha sempre votato liberale e io a mia volta ho sempre
votato in questo modo”.
Percezione dei candidati: perchè ho votato Alleanza Nazionale? Perchè ritengo che Fini
sia attualmente il miglior leader politico di cui disponiamo, quello più preparato, quello più
capace di destreggiarsi nel difficile gioco della politica.
Valutazione della situazione economica e della prestazione del governo: In questo
modello la scelta di voto vista come legata alla valutazione di come un partito o un governo
si comportato nel passato più o meno recente; infatti il riferimento al passato la fonte più
importanti per poter effettuare eventuali previsioni, almeno parziali sul futuro.
Posizioni su temi politici: Nella scelta di voto l’elettore può basarsi anche sulla posizione
che i partiti o le coalizioni in competizione hanno relativamente ad alcuni temi che egli ritiene
importanti. I temi possono essere vari.