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CAPITOLO 10

OBIEZIONI DI COSCIENZA E QUESTIONI BIOETICHE

LE OBIEZIONI DI COSCIENZA: PREMESSA, PROFILI TEORICI E AREE APPLICATIVE.

Il tema dell’obiezione di coscienza per molto tempo è stato ricondotto all’ipotesi del servizio militare. Tale fattispecie
ha difatti segnato la nascita dell’istituto con la prima legge sull’obiezione di coscienza ossia la legge n. 772 del 1972,
poi riformata con la legge n.230 del 1998. Tuttavia l’attenzione a questo tema è declinata in virtù del passaggio
dell’organizzazione delle Forze Armate da prima su base obbligatoria ora su base obbligatoria e volontaria.
L’attenzione si è dunque spostata su altri temi, primo tra tutti sulla cd bioetica.
Vi è una stretta connessione tra obiezione di coscienza e libertà di coscienza ove l’obiezione è una delle espressioni e
dei modi di esercizio di questa libertà. Questa connessione trova fondamento giuridico nella giurisprudenza della
CEDU che ha riconosciuto l’obiezione di coscienza come diritto fondamentale dell’uomo attratto nel sistema di
protezione delineato dall’art. 9 CEDU ossia quello relativo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, anche se
in tale art. non esplicito ma implicito.
La libertà di coscienza è il diritto dell’individuo a comportarsi in modo coerente e conforme ai propri convincimenti,
che possono essere di natura filosofica, ideologica religiosa o etica. Ove i propri convincimenti sono elementi che
vanno a costituire l’identità personale riconosciuta e tutelata dall’art. 2 della Costituzione.
In capo ai cittadini-fedeli e ai cittadini-non credenti possono generarsi i cd conflitti di lealtà- e l’obiezione di coscienza
descrive proprio questa condizione di conflitto di chi si interroga se osservare il proprio imperativo morale o
rispettare gli obblighi giuridici imposti dall’ordinamento statuale. Proprio l’ipotesi di tale interrogativo costituisce
l’obiezione di coscienza detta contra legem.
Tuttavia non tutti gli imperativi morali costituiscono un’obiezione di coscienza ma solo quelli che si riconducono a
una concezione generale dell’esistenza dell’individuo che la invoca.
Nell’ipotesi in cui è il legislatore stesso a risolvere i conflitti di lealtà offrendo al soggetto la facoltà di scegliere se
osservare o meno il precetto legislativo avremo invece l’obiezione di coscienza detta secundum legem o opzione di
coscienza (come ad esempio nel caso dell’aborto ove il medico ha la facoltà di scegliere se attuare o meno la
prestazione).
L’art. 10.2 della Carta di Nizza espressamente menziona il diritto di obiezione di coscienza affermando “il diritto
all’obiezione di coscienza è riconosciuto secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio).
Per quanto riguarda invece la nostra Carta Costituzionale la tutela della libertà di coscienza e quindi della correlata
obiezione di coscienza si può ricavare dalla lettura sistematica degli art. 2,3,19 e 21 primo comma che tutelano i
principi dei cd diritti della coscienza.
Ovviamente però la tutela dell’obiezione di coscienza non è illimitata e incondizionata. Il legislatore italiano ha
disciplinato fino ad oggi 4 ipotesi di obiezioni di coscienza:
- Al servizio militare
- All’interruzione della gravidanza art 9 Legge n. 194 del 1978
- Alla sperimentazione animale Legge n. 413 del 1993
- Alla procreazione medicalmente assistita Legge n. 40 del 2004

Per ciò che concerne l’obiezione di coscienza al servizio militare oggi l’istituto ha perso la sua originaria
problematicità in quanto il reclutamento oggi è su base volontaria. Tutta via l’obbligatorietà non è soppressa ma
sospesa a tempo indeterminato e l’obiezione di coscienza quindi rivivrà qual ora ci sia insufficienza di organico in
caso di guerra o di gravi crisi internazionali che coinvolgano anche l’Italia.

LE OBIEZIONI DI COSCIENZA CODIFICATE NEI TRATTAMENTI SANITALI: ABORTO E PROCREAZIONE MEDICALMENTE


ASSISTITI
L’interruzione della gravidanza (Legge n. 194 del 1978) e la procreazione medicalmente assistita (Legge n. 40 del
2004) sono quasi coincidenti. Difatti i soggetti interessati sono il personale medico e chi esercita attività ausiliarie ad
esempio infermieri, levatrici ecc. cioè il personale para-medico.
Affinché possa essere esercitata l’obiezione si necessita di una dichiarazione preventiva al medico provinciale e, per
quanto riguarda il personale ospedaliero, una dichiarazione al direttore sanitario. Tale dichiarazione esonera
l’obiettore dal compiere le procedure e le attività dirette a determinare l’interruzione della gravidanza sia
chirurgicamente che attraverso la somministrazione farmacologica, o ad applicare le tecniche per la procreazione
medicalmente assistita. Ma NON esonera invece dall’assistenza antecedente e successiva a tali interventi e non
esonera in ogni caso in cui vi sia un imminente pericolo per la vita della donna. L’obiezione costituisce dunque
un’eccezione all’obbligo di apprestare le cure e soggiace però alle limitazioni sopradette.
Nel caso in cui un obiettore partecipi a procedure o interventi abortivi ciò comporterà la revoca della sua obiezione
con effetto immediato, a meno che ciò non sia stato indispensabile per salvare la vita della donna che era in
imminente pericolo. E inoltre la revoca può comunque in qualsiasi momento essere revocata.
Vi è però un lato critico dell’obiezione di coscienza causato dal fatto che vi è un importante diffusione di questo
fenomeno da parte del personale medico delle strutture ospedaliere pubbliche e delle case di cura autorizzate.
Difatti la dottrina vorrebbe che il legislatore stabilisca una soglia minima di personale non obiettore.
Un segnale positivo è stato dato da una sentenza del giudice amministrativo che ha stabilito una sfera di operatività
dell’obiezione nell’iter abortivo: durante l’attività di assistenza/consulenza riservata ai consultori familiari non può
essere invocata, nella fase invece atta a mettere in pratica le procedure dirette ad interrompere la gravidanza può
essere invocata. Segnale meno positivo invece è stato dato da una recente pronuncia con la quale nella fase riservata
ai consultori è stata sospesa l’efficacia di un decreto che prevedeva che i medici obiettori fossero obbligati a
rilasciare la certificazione necessaria per interrompere la gravidanza.
Al giudice tutelare invece (che è chiamato ad autorizzare la richiesta abortiva di una minorenne nei primi 90 giorni
nei casi in cui vi sono seri motivi che impediscono o sconsigliano la consultazione di chi esercita la potestà sulla
minore oppure perché si rifiutano a dare l’assenso) non è riconosciuto il diritto di obiezione pervia del fatto che non
ha potestà co-decisionale in quanto la decisione è rimessa solo alla responsabilità della donna, il giudice tutelare solo
si limita a determinare se la minore è in grado di prendere una scelta consapevole e libera.
AGGIUNTA ULTIMO PARAGRAFO: ABORTO E PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA
Per quanto concerne l’aborto dunque vi è il sacrificio del bene-vita del concepito a favore dei diritti della madre, e ciò
è giustificato dal fatto che si vuole salvaguardare chi è già persona rispetto all’embrione che persona deve ancora
diventare. Tuttavia ancora molto critica risulta essere la definizione legale di inizio della vita umana e della fissazione
del momento in cui acquista rilevanza giuridica. Sostanzialmente è fatto coincidere con il momento fecondativo cioè
con la formazione dell’embrione.
La CEDU riconduce l’interruzione della gravidanza nel profilo della “vita privata” tutelata dall’art 8 CEDU “diritto al
rispetto della vita privata e familiare” che afferma che ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e
familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza, precisando però che da qui non discende un diritto
all’aborto ma piuttosto un diritto di scegliere se avere o meno dei figli o scegliere se diventare genitori biologici.
Ovviamente ci sono dei criteri da rispettare che variano in base al periodo della gravidanza. Difatti nei primi 90 giorni
dall’inizio di essa l’aborto è consentito in presenza di varie circostanze quali ad esempio di natura familiare, sociale,
economica, di salute del feto. Dopo 90 giorni invece le possibilità sono più limitate e può essere praticato solo in caso
di grave pericolo per la vita della donna o in caso di patologie che determinano un grave pericolo per la sua salute
psico-fisica come ad esempio anomalie o malformazioni del feto.
Per quanto concerne invece la procreazione medicalmente assistita le nuove tecniche di fecondazione artificiale, in
vivo o in vitro, hanno da un lato consentito alle coppie sterile o infertili di operare una scelta nell’ambito della
genitorialità, dall’altro lato hanno inciso sul concetto di atto procreativo non più lasciato soltanto alla causalità
naturale.
L’originaria legge n.40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita racchiudeva importanti limitazioni che
facevano si che si escludesse che la fecondazione assistita fosse un’opzione alternativa alla nascita naturale bensì che
invece si trattasse di un rimedio d’eccezione alle cause di sterilità o infertilità attestate da un atto del medico. E
inoltre l’accesso a tale pratica era ed è consentito solo a coppie coniugate o conviventi di sesso diverso, dunque
restano escluse le coppie omosessuali.
Nel corso di questi anni la Corte Costituzionale e la Corte di Strasburgo hanno riscritto significativamente la legge 40
del 2004.
I principali divieti della legge 40 del 2004 oggetto di modifiche o di perdita di efficacia sono stati:
- Il divieto alla fecondazione eterologa (ossia si ricorre all’utilizzo agli ovuli di un’altra donna in cui vengono
impiantati gli spermatozoi della coppia e dopo essere stati fecondati vengono trasferiti gli embrioni nella
donna richiedente)
- Il divieto di crioconservazione (vengono conservati ovuli/sperm a bassissime temperature) e di soppressione
degli embrioni e di produzione di embrioni superiore al numero strettamente necessario a un unico impianto
o comunque non superiore a 3
- Il divieto di diagnosi pre-impianto degli embrioni prodotti in vitro
Divieti riconosciuti illegittimi.

LE QUESTIONI BIOETICHE: PREMESSE


Il termine bioetica deriva dai termini bios: vita e ethos: etica ed è una disciplina recente. La nostra indagine si
concentra sul piano della biomedicina settore che, per via dei rapidi progressi tecnologici, ha particolarmente
accentuato il secolare conflitto tra scienza e morale.
Comunque col termine bioetica si vuole intendere quello studio sistematico della condotta umana nel campo della
scienza della vita e della cura della salute, e la condotta viene esaminata in base ai valori e ai principi morali.
Spesso si contrappongono una bioetica-laica e una bioetica-cattolica.
Ora ci concentreremo sulle fattispecie che hanno generato i maggiori conflitti e tensioni nel rapporto bioetica e
diritto.

I TRATTAMENTI SANITARI: PRINCIPI GENERALI E FONTI


Con il termine trattamenti sanitari si intendono i trattamenti praticati con qualsiasi mezzo per scopi connessi alla
tutela della salute, per fini terapeutici, fini diagnostici, fini palliativi e fini estetici.
Distinguiamo due tipi di trattamenti volontari:
- Volontari, che costituiscono la regola
- Obbligatori, che costituiscono l’eccezione. L’obbligatorietà può essere disposta unicamente per legge e in
nessun caso però può violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Può essere imposta ad
esempio in caso di malattie mentali o di malattie infettive.
La salute è riconosciuta come un vero e proprio diritto soggettivo assoluto e primario, volto a garantire l’integrità
psico-fisica delle persone bisognose di cura ed è assicurato nel suo nucleo irriducibile di ambito inviolabile della
dignità umana anche allo straniero, regolare o irregolare che sia.
Ove per salute si intende una condizione di completo benessere fisico, psichico e sociale dell’essere umano.
Per quanto riguarda i trattamenti volontari non vi è una regolamentazione legislativa organica e completa. Tuttavia
nel sistema normativo sono stati individuati alcuni principi cardine e indiscussi.
Principio fondamentale dei trattamenti sanitari è il diritto fondamentale all’autodeterminazione terapeutica che è
espressione della libertà dell’individuo di compiere scelte consapevoli nella vita.
Il principio del diritto all’autodeterminazione terapeutica si sostanzia sia nella facoltà di scegliere tra i diversi
trattamenti medici ma anche nella facoltà di rifiutare una terapia e di interromperla consapevolmente.
Il presupposto necessario a questo principio è il consenso valido informato alle cure o, contrariamente, il dissenso
valido e informato. L’essenza del consenso informato (o del dissenso) risiede nel rapporto di “alleanza terapeutica”
tra medico e paziente. E presuppone il dovere giuridico del medico di informare il paziente, con un linguaggio idoneo
alle sue capacità di comprensione, sulla natura dell’intervento medico o chirurgico o della terapia, sulla sua portata,
sui suoi rischi, sui possibili risultati conseguibili e sulle possibili conseguenze negative. A seguito di ciò il paziente sarà
così in grado di compiere una scelta terapeutica responsabile.

IL DISSENSO ALLE TERAPIE CD SALVA VITA O AI TRATTAMENTI SANITARI FINE-VITA


Nei casi di rifiuto o di interruzione di un trattamento sanito la questione bioetica è molto più complessa.
Nel nostro ordinamento non vi è spazio per un diritto a morire ma piuttosto per un diritto ad una morte dignitosa, ed
uno spazio libero per quanto riguarda le cd dichiarazioni anticipate di trattamento.
Nello specifico esaminiamo:
- Il rifiuto di terapie salvavita
- Il rifiuto o l’interruzione di cure nella fase terminale dell’esistenza anche dette “scelte di fine-vita”

Per quanto riguarda il RIFIUTO DI TERAPIE SALVAVITA


Assumiamo la fattispecie concreta del rifiuto alle trasfusioni di Sangue dei Testimoni di Geova qual ora la trasfusione
rappresenti l’unica terapia salvavita. Questo rifiuto rappresenta un dissenso alla cura motivato religiosamente. Nel
caso in cui il soggetto è capace di intere e volere varrà la regola per la quale vi è il diritto a non curarsi anche quando
tale scelta espone il paziente a rischio per la propria vita. Bisogna precisare che nel caso in cui il pericolo è immediato
e grave il dissenso da parte del soggetto interessato deve essere oggetto di una dichiarazione espressa inequivoca
attuale e informata che, per i testimoni di Geova, è data dal cartellino “no sangue”; nel caso di incoscienza invece la
dichiarazione spetta da un soggetto diverso dal paziente stesso indicato come rappresentante.
In questo senso se n’è occupata anche la Corte di Strasburgo che è in linea con la nostra giurisdizione affermando
che prevale in questi casi la scelta libera e autodeterminata del paziente con l’unico limite però che la scelta non
riguardi anche la salvaguardia di terze parti. Per tanto lo Stato non può interferire.

Per quanto riguarda invece il RIFIUTO O L’INTERRUZIONE DI CURE NELLA FASE TERMINALE DETTE SCELTE FINE-VITA
In tal senso vi sono pareri contrastanti, da un lato vi è chi ritiene che prevalga la sacralità e indisponibilità assoluta
del bene vita. Dall’altro lato chi invece afferma che bisogna considerare la qualità della vita e la dignità della persona.
Le scelte fine-vita possono essere espresse da un soggetto capace di intendere e di volere ma privo di autonomia
fisica (ad esempio se attaccato ad un respiratore artificiale). L’orientamento giuridico è simile a quello del rifiuto
delle terapie salvavita. E la giurisprudenza della CEDU ha affermato che non si può imporre a una persona adulta e
consapevole un trattamento di sostentamento vitale o la protrazione coatta di esso perché sarebbe un’illegittima
interferenza al diritto alla vita privata. Ciò perché vivere è un diritto non un dovere e la salute è un diritto e non un
obbligo di curarsi forzatamente.
Nel caso in cui invece il dissento o la volontà di interrompere le cure di sostegno vitale (esempio nutrizione
artificiale) riguardino soggetti che versano in una condizione di incapacità assoluta perché, ad esempio, si trovano in
stato vegetativo permanente. Ci si dovrebbe attenere a disposizioni impartite anticipatamente ma, in mancanza di
tali disposizioni, la Cassazione ha affermato che bisogna condurre una ricostruzione in via presuntiva della volontà
del malato attraverso l’acquisizione di elementi prova chiari, univoci e convincenti che si desumono da precedenti
desideri e dichiarazioni dell’interessato, dal suo stile di vita ecc. un esempio emblematico è il caso di Eluana Englaro
nel 2009.
Importante è non confondere però queste scelte fine-vita con l’eutanasia. Perché l’interruzione o il rifiuto di cure
nella fase terminale, anche nel caso in cui conducano alla morte, esprimono un rifiuto del malato che si concretizza
nella scelta che la malattia faccia il suo corso. Nel caso di eutanasia invece il rifiuto rappresenta un comportamento
che intende abbreviare la vita causando positivamente la morte.
Nel caso di eutanasia e di suicidio assistito la CEDU si è espressa come negli altri due casi. Ma solo 4 Stati membri
della CEDU ad oggi prevendo l’istituto giuridico del suicidio assistito attraverso la prescrizione medica al paziente di
una dose letale di farmaci.

LE DICHIARAZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO TERAPEUTICO (DAT) E L’AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO


Le DAT sono correlate all’istituto dell’amministrazione di sostegno. Questo collegamento è giustificato dal fatto che
l’istituto dell’amministrazione di sostegno è mirato alla protezione dei soggetti deboli. L’art 404 del cod.civ. dispone
che “la persona che per effetto di un’infermità fisica o psichica si trova nell’impossibilità anche parziale o
temporanea di provvedere ai propri interessi può essere assistita da un amministratore di sostegno nominato dal
giudice tutelare del luogo in cui la persona risiede o ha domicilio.
Le dichiarazioni anticipate di trattamento terapeutico devono essere redatte per atto pubblico o scrittura privata
autentica pena la nullità. E contengono la designazione di colui che sarò tenuto a darne attuazione in modo
assolutamente conforme. Hanno la funzione di individuare e rendere attuabile concretamente la volontà, che è
sempre revocabile, del soggetto a sottoporsi o meno, in qualunque modalità, a terapie o interventi sanitare che sono
necessari nel caso il soggetto si trovi in uno stato di incapacità dovuto a qualsiasi causa e orientano l’intervento del
sanitario.
Il giudice tutela può nominare un amministratore di sostegno diverso da quello indicato dal soggetto solo per casi
gravi e può discostarsi dalle DAT solo per gravi motivi.
Si è acceso un dibattito relativo al fatto se un soggetto può nominare un amministratore di sostegno quando è
ancora pienamente capace. La corte di cassazione si è espressa negativamente affermando che non si può aprire un
procedimento “ora per allora” perché si viola il presupposto su cui si fonda l’istituto dell’amministrazione di sostegno
cioè il presupposto dell’attualità dello stato di infermità. E ha precisato che le DAT vincolano l’amministrazione di
sostegno e orientano l’intervento del sanitario.
Ovviamente mai si può prescindere dalla verifica dell’attualità della volontà del soggetto incapace, anche nel caso più
grave di perdita assoluta della cap. di intendere e di volere quale ad esempio uno stato vegetativo permanete.
CAPITOLO 11

IL LAVORO

IL QUADRO COSTITUZIONALE
Lo stato tutela anche le garanzie dei lavoratori per ciò che concerne la religione.
Abbiamo difatti lo Statuto dei Lavoratori introdotto con la legge n. 300 del 1970.
L’art. 1 dello Statuto dei lavoratori tutela il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero sul luogo di lavoro
senza che vi siano distinzioni di fede religiosa.

LE TUTELE DELL’ASPIRANTE LAVORATORE


Per quanto riguarda il periodo che precede la stipulazione del rapporto di lavoro e durante il suo svolgimento lo
Statuto dei lavoratori dispone:
- Art. 8  sancisce il divieto di indagini sulle opinioni religiose dell’aspirante lavoratore e del lavatore. Questi
ultimi non possono essere sottoposti a colloqui, interrogazioni, questionari finalizzati a raccogliere
informazioni in merito alla religione, né possono compiere monitoraggio informatico sul posto di lavoro per
quanto riguarda gli accessi a Internet e l’uso della posta elettronica (quest’ultimo divieto si riconnette al
diritto alla riservatezza tutelato dal codice sulla privacy)
- Art. 15  è ritenuto discriminatorio il comportamento del datore di lavoratori o di un suo preposto che
compia atti o che tenga un comportamento che produce effetti pregiudizievoli discriminando, anche
indirettamente, i lavoratori.
Nb. ricorda discriminazione diretta e indiretta (principio di uguaglianza)
Poi il testo unico sull’immigrazione e sulla condizione dello straniero dispone che non si può discriminare, tra gli altri
motivi, neanche per motivi religiosi per quanto riguarda l’accesso al lavoro pubblico o privato e vieta distinzioni,
esclusioni, restrizioni o preferenze fondate sulla religione e sulle convinzioni personali

LE TUTELE NELLO SVOLGIMENTO DEL RAPPORTO DI LAVORO


La tutela dei diritti fondamentali e il divieto di discriminare si applicano anche durante lo svolgimento del rapporto di
lavoro.
La cassazione ha stabilito che se il datore di lavoro minaccia un diritto fondamentale del lavoratore tra cui anche
l’uguaglianza e la libertà di religione e convinzioni, il lavoratore può ricorrere alla cd auto-tutela non eseguendo la
prestazione lavorativa.
L’art. 15 dello Statuto dei lavoratori dispone che sono nulli gli atti o gli accordi diretti a subordinare l’occupazione, il
licenziamento, l’attribuzione di qualifiche o mansioni, i trasferimenti, i provvedimenti disciplinari basati sulla
religione e sono vietati per tale ragione anche i trattamenti economici di favore, quest’ultimo divieto stabilito da art.
16 dello statuto.
Il legislatore poi per tutelare ulteriormente il lavoratore ha stabilito che è nullo il licenziamento per motivi religiosi.
Ovviamente però la libertà religiosa non esime il lavoratore dall’obbligo di adempiere alla prestazione del contratto.
Inoltre la CEDU ha stabilito che per quanto riguarda l’osservanza delle pratiche religiose ci sono delle restrizioni, ad
esempio in ambito di abbigliamento non si considera violata la libertà del lavoratore nel caso in cui abbia
l’opportunità di cambiare lavoro.

IL RIPOSO SETTIMANALE E LE FESTIVITA’


L’art. 36 terzo comma della Cost. stabilisce che “il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali
retribuite e non può rinunciarci”
Le direttive comunitarie hanno inoltre stabilito che il lavoratore ha diritto ogni 7 giorni a un periodo di riposo
settimanale di almeno 24 ore consecutive e che di regola coincide con la domenica. Sono ammesse però deroghe
affinché si stabilisca che il giorno di riposo avvenga in un giorno diverso dalla domenica.
Per quanto riguarda i minori è assicurato un periodo di riposo settimanale di almeno 2 giorni, possibilmente
consecutivi, comprendente la domenica salvo che si tratti di lavoro part-time.
La legge n.260 del 1940 attribuisce al lavoratore il diritto di astenersi dal lavoro durante le occasioni di festività
infrasettimanali celebrative di ricorrenze civili e religiose.
Con l’Accordo del 1984 con la Chiesa Cattolica sono stati riconosciuti come giorni festivi tutte le domeniche e altre 7
festività religiose a data fissa che determinano, e sono le uniche a farlo, il cd calendario comune.
Per via della crisi economica dal 2012 poi il Governo ha stabilito che di anno in anno indicherà con un decreto le date
delle festività, le celebrazioni nazionali e le festività dei santi patroni a esclusione del 1° maggio, 2 giugno.
Per quanto riguarda le confessioni diverse da quella cattolica, attraverso le intese le varie confessioni come quella
ebraica, ortodossa, islamica ecc. comunicheranno i calendari delle loro festività entro dei termini prestabiliti al
ministro dell’interno il quale emanerà un apposito decreto.
Questo inciderà anche sul calendario scolastico e dunque le assenze saranno giustificate e la fissazione degli esami e
dei concorsi pubblici verrà stabilita tenendone conto.

LE ORGANIZZAZIONI DI TENDENZA
Si tratta dei “datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fine di lucro attività di natura politica, sindacale,
culturale, di istruzione, ovvero di religione o di culto”. 
Il rapporto di lavoro subordinato prestato alle dipendenze di questa particolare categoria di datori di lavoro, in
quanto condizionato dalla natura dell’attività svolta e dai fini perseguiti in particolare quelli religiosi per quanto ci
riguarda, risulta caratterizzato da rilevanti deroghe alla normativa generale, prima fra tutte quella inerente alla
inapplicabilità dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Può così accadere che un cambiamento di linea o di “fede”, sia da parte del lavoratore che del datore, finisca col
determinare una condizione di incompatibilità tale da impedire la prosecuzione del rapporto, sempre che si tratti di
prestazione lavorativa rispetto alla quale la “tendenza” del lavoratore assuma un peso determinante e dunque non
troverà applicazione la norma sulla nullità del licenziamento.
E inoltre in questo rapporto di lavoro, per verificare la compatibilità ideologica del datore e del lavoratore sono
ammesse le indagini che generalmente sono invece vietate cioè quelle dell’art.8 dei lavoratori.

I DOCENTI DELL’UNIVERSITA’ CATTOLICA DEL SACRO CUORE


Una specifica deroga al principio di non discriminazione per motivi di religione è data dal regime che si applica ai
docenti in servizio all’università Cattolica del sacro cuore. L’ateneo è ovviamente caratterizzato da una specifica
“tendenza” e ciò comporta che i suoi docenti ottemperino all’indirizzo religioso della scuola e non tengano condotte
contrarie ai principi da esso accolti. 
L’Accordo del 1984 stabilisce che la nomina di questi docenti è subordinata al gradimento sotto il profilo religioso
della competente autorità ecclesiastica.
Mentre il Concordato estendeva il gradimento anche al punto di vista morale. L’accordo invece si limita solo a
richiamare sotto il profilo religioso e dunque richiede una condivisione meno estesa da parte dei docenti della
tendenza dell’università.
CAPITOLO 12

L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE NELLA SCUOLA PUBBLICA

L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA NELLA SCUOLA PUBBLICA


L’insegnamento della religione nella scuola pubblica ha risentito molto del mutare degli anni. Nel diciannovesimo
secolo si è passati dall’obbligo della materia salvo dispensa a un sistema che invece richiedeva un’esplicita domanda
di partecipazione all’insegnamento da parte dei genitori. Poi nei primi anni del ventesimo secolo con la riforma
Gentile si è ritornati istruzione religiosa obbligatoria salvo esenzione limitatamente alla scuola privata. Il Concordato
del 1929 poi estese tale obbligo anche alla scuola media e i genitori, tramite apposita domanda, potevano ottenere
però la dispensa.
Infine con l’Accordo poi del 1984 ha reiterato l’impegno dello Stato ad assicurare l’insegnamento della religione
cattolica nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado riconoscendo i principi del cattolicesimo come parte del
patrimonio storico del popolo italiano. E ha garantito inoltre il diritto di poter scegliere se avvalersi o meno di tale
insegnamento. La scelta deve essere espressa all’atto dell’iscrizione dai genitori degli alunni (o da chi esercita la
potestà) e ha efficacia per tutto l’anno scolastico, si può modificare per l’anno successivo sempre entro il termine
dell’iscrizione. Mentre gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado possono esprimere la scelta essi stessi
anche se minorenni.
Ovviamente la scelta se avvalersi o meno dell’insegnamento non può costituire discriminazioni, neanche per ciò che
concerne le formazioni delle classi, la durata dell’orario scolastico e la collocazione dell’insegnamento nel quadro
dell’orario delle lezioni, né si può pretendere che l’autore della scelta manifesti la propria convinzione religiosa. (in
virtù dell’art 19 della costituzione sulla libertà di manifestare la propria religione e la precisazione fatta dalla CEDU).
L’insegnamento deve essere conforme alla dottrina della chiesa ma non può assumere carattere di proselitismo o di
catechesi. I libri adottati nelle scuole devono essere provvisti del nulla osta della conferenza episcopale italiana
(assemblea dei vescovi)

I PROBLEMI POSTI DALLA DISCIPLINA DI DERIVAZIONE PATTIZIA


Ovviamente il diritto di non avvalersi dell’insegnamento religioso si riconnette anche al fatto che gli altri
insegnamenti devono essere preservati da forme di religiosità. Quindi lo stato deve sviluppare l’istruzione pubblica in
modo obiettivo e pluralista.
Inoltre occorre che l’insegnamento religioso non avvenga in orari che siano discriminanti per gli alunni che non se ne
avvalgono, si ritiene comunque di evitare che avvenga durante la prima e l’ultima ora per non discriminare neppure
chi invece se ne avvale.
Inizialmente, per garantire a tutti gli alunni e quindi anche chi non si avvaleva dell’insegnamento religioso, furono
introdotti gli obblighi didattici alternativi per i non avvalentisi. Tuttavia questi obblighi scatenarono un acceso
dibattito e si richiese quindi l’intervento della corte costituzionale. In una prima pronuncia la Corte affermo che
l’ipotesi di questi obblighi fosse discriminante per chi non si avvaleva dell’insegnamento religioso perché è come se
ricorresse un’obbligazione alternativa.
Allora il Ministero dell’istruzione agì prevedendo in alternativa all’ora di religione la possibilità di scegliere se
frequentare attività didattiche e formative, se svolgere ore di studio e ricerca individuale insieme al personale
docente, oppure di non fare niente ma senza poter però allontanarsi da scuola.
La Corte allora si pronunciò una seconda volta affermando che invece la possibilità di poter allontanarsi o assentarsi
da scuola.
Ad oggi quindi, se non ci si avvale è possibile scegliere tra attività didattiche e formative, tra attività di studio e
ricerca individuali con o senza la presenza del personale docente oppure uscire da scuola. Ove però per la possibilità
di uscire da scuola, per evitare inconvenienti, è necessaria l’indicazione per iscritto da parte dei genitori. E la
domanda della scelta su cosa fare si presenta separatamente rispetto alla domanda relativa alla scelta se avvalersi o
meno dell’insegnamento religioso.

LA CURRICULARITA’ DELL’INSEGNAMENTO
Il passaggio dall’insegnamento obbligatorio quello della libera scelta ha posto la questione in merito alla natura
curriculare dell’insegnamento della religione cattolica, cioè del suo inserimento col medesimo valore tra le materie
che delineano il curriculum scolastico dello studente.
La corte costituzione per risolvere questa questione ha stabilito che la scelta di avvalersi dell’insegnamento religioso
crea l’obbligo scolastico di frequentarla. Per tanto l’insegnamento religioso integra per chi se ne avvale il curriculum
scolastico. Il giudizio però verrà espresso su un foglio separato dalla pagella.
Vi è invece chi ritiene che l’insegnamento abbia natura extra-curriculare, la giurisprudenza amministrativa è di
questa teoria sottolineato che il giudizio non fa parte della pagella.
Infine, gli insegnanti di religione (così come quelli delle attività didattiche alternative per chi non se ne avvale)
prendono parte agli organi scolastici come ad esempio ai consigli di classe e hanno gli stessi diritti e doveri degli altri
insegnanti e partecipano alle valutazioni periodiche e finali degli alunni che se ne avvalgono.

GLI INSEGNANTI DI RELIGIONE


L’insegnamento della religione cattolica è affidato a chi è in possesso di uno dei titoli di qualificazione professionale
rilasciati dall’autorità ecclesiastica.
Per insegnare nelle scuole secondarie di primo e secondo grado è richiesto il conseguimento del titolo accademico in
teologia conferito da una facoltà approvata dalla Santa Sede oppure del compimento del corso di studi teologici in
un seminario maggiore o la laurea magistrale in scienze religiose presso un istituto approvato dalla santa sede.
Nelle scuole dell’infanzia e primarie l’insegnamento può essere impartito o dagli insegnanti con i titoli sopra detti o
da sacerdoti, diaconi o religiosi con qualificazione riconosciuta dalla conferenza episcopale italiana (CEI) o da
insegnanti disposti a svolgerlo che siano provvisti di un master di secondo livello per insegnare la religione approvato
dalla CEI. L’insegnante deve poi, per poter insegnare, essere riconosciuto idoneo deve cioè essere in possesso della
certificazione di idoneità rilasciata dall’ordinario diocesano (che può essere revocata)
La nomina di tali insegnanti deve dunque essere effettuata dall’autorità scolastica, previo possesso da parte del
docente del riconoscimento della suddetta idoneità rilasciata dalla competente autorità ecclesiastica. 
Tale quadro normativo è stato profondamente modificato dalla l. 186/2003. 
Questa legge ha infatti introdotto l’equiparazione di detti docenti alla condizione giuridica degli altri insegnanti statali
ed ha previsto l’assunzione degli stessi tramite concorso, sebbene con alcune particolarità legate sia all’oggetto dei
programmi d’esame, sia ai requisiti richiesti per l’accesso al primo inquadramento di ruolo. 

L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA NELLE REGIONI DI CONFINE


Nelle regioni di confine quali Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e alcune aree della provincia di Belluno
l’insegnamento della religione non si svolge secondo la disciplina pattizia.
In Alto Adige l’insegnamento è impartito da appositi docenti, salvo manifestata rinuncia del docente nell’esercizio
della propria libertà di coscienza.
In Trentino si utilizza il sistema della libera scelta utilizzato nel resto del territorio nazionale. Sia in provincia di Trento
che di Bolzano l’insegnamento è impartito da sacerdoti, religiosi o laici riconosciuti idonei dall’ ordinario diocesano.
In Friuli Venezia Giulia invece la normativa di riferimento è quella in vigore all’epoca dell’annessione al territorio
italiano e cioè è prevista l’obbligatorietà della materia salvo revoca.

L’INSEGNAMENTO RELIGIOSO E LE CONFESSIONI DIVERSE DA QUELLA CATTOLICA


La legge sui culti ammessi (la numero 1159 del 1929) non lasciò molto spazio alle confessioni diverse dalla cattolica.
Tuttavia qual ora il numero di scolari lo giustifichi e qual ora non possa essere adibito un tempio, i padri di famiglia
che professano culti diversi da quello cattolico possono ottenere che sia messo a disposizione un locale scolastico per
l’insegnamento religioso dei propri figli. In caso di diniego da parte dell’autorità scolastica la decisione sarà rimessa
al Ministro dell’istruzione e al Ministro dell’interno.
Gli insegnamenti andranno ad inserirsi nell’ambito delle attività culturali facoltative previste dall’ordinamento
scolastico finalizzate all’ampliamento dell’offerta formativa. Infatti ogni istituzione scolastica, quando predispone il
piano dell’offerta formativa, può attivare discipline di progettazione extra curriculare in grado di rispondere alle
esigenze di ciascuna realtà locale.
CAPITOLO 13

L’ASSISTENZA SPIRITUALE NELLE COMUNITA’ SEPARATE

CONTENUTI E FINALITA’
L’appartenenza di un individuo a una cd comunità separata quale ad esempio forze armate, corpi di polizia e servizi
assimilati, oppure la permanenza in istituti di detenzione e di pena, o ancora la degenza in ospedali o case di cura
comporta delle restrizioni della libertà personale che tutta via non possono incidere incondizionatamente
sull’esercizio dei diritti fondamentali quali ad esempio la libertà religiosa.
Per soddisfare gli interessi religiosi di chi si trova in queste situazioni, sia stabilmente che temporaneamente, vi è
l’assistenza spirituale che è un servizio garantito dallo stato laico a chiunque ne voglia usufruire rispettando ogni
credo. Tale assistenza è però garantita in modalità differenti per via ad esempio del numero di persone appartenenti
ad una certa confessione o per via del riconoscimento o meno di una confessione e dei suoi ministri. Pertanto
l’assistenza generalizzata è interamente garantita solo per chi appartiene alla Chiesa Cattolica essendo questa la
religione più diffusa

L’ASSISTENZA SPIRITUALE NELLE FORZE ARMATE e NEI CORPI DI POLIZIA


Per quanto riguarda l’assistenza religiosa per i cattolici nelle forze armate è disciplinata unilateralmente dal “Codice
dell’ordinamento miliare” ossia legge 66 del 2010, si attende che venga stipulata un’intesta.
L’assistenza religiosa, con questo Codice dell’ordinamento militare, è riconosciuta come un servizio pubblico che ha
lo scopo di garantire l’esercizio della libertà di religione e all’adempimento alle pratiche di culto.
L’assistenza è svolta da sacerdoti cristiani detto CAPPELLANI MILITARI i quali seppure designati dall’autorità
ecclesiastica, fanno parte delle forze armate. Difatti l’ordinamento giuridico svolgerà attività che hanno ad oggetto
ad esempio la carriera o l’ordinamento gerarchico dei cappellani, la Chiesa invece ad esempio il nulla osta o la revoca
ecc. La sua nomina è conferita a chi ne fa domanda, che non abbia superato 50esimo anno di età, servizio di
anzianità di almeno 2 anni con la qualifica di ottimo.
Questo servizio è diretto, PER l’Italia, dall’ORDINARIO MILITARE che ha dignità arcivescovile e viene assimilato al
grado di “generale di corpo d’armata”. Nella sua direzione è coadiuvato da una CURIA comporta da un VICARIO
GENERALE (assimilato a grado di maggiore generale) e da 3 ISPETTORI (assimilati a brigadieri generali). La loro
nomina è disposta con decreto del presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio in accordo
con i ministri della difesa e dell’interno previa però designazione dell’autorità ecclesiastica.
I CAPPELLANI MILITARI quando sono assunti prestano giuramento con la formula prevista per le forze armate e, una
volta nominati, la nomina dà luogo a un rapporto di pubblico impiego.
Questa integrazione così forte però di personalità appartenenti alla chiesa cattolica non appare coerente col
principio di laicità dello stato sia per ciò che concerne la disparità di trattamento della chiesa cattolica rispetto ad
altre confessioni, sia per quanto riguarda la distinzione degli ordini tra Stato e Chiesa.
Il codice dell’ordinamento militare prevede anche che i militari che appartengono ad altre confessioni religiose
possano esercitare il proprio culto e ricevere assistenza spirituale ma tuttavia per loro non è prevista una figura
stabile come quella del cappellano, né sono adibiti appositi locali e il servizio non è a cura e spese dello Stato il quale
si limita solo a garantirlo a chi ne fa richiesta, l’onere della sua organizzazione spetta poi alle varie confessioni.
Se non vi sono attività religiose nella località dove il militare risiede per servizio è riconosciuta la possibilità di
esercitarlo in locali messi a disposizione dal comando militare e di ottenere il permesso di frequentarle nel luogo di
culto più vicino.
Per la polizia di Stato il servizio di assistenza spirituale è analogo pur non facendo parte, la polizia, delle forze armate.
In questo caso la disciplina è regolata bilateralmente attraverso l’intesa stipulata tra il ministro dell’interno e la
conferenza episcopale italiana.
L’assistenza è garantita da sacerdoti in via però autonoma a prescindere dall’instaurazione di un rapporto di pubblico
impiego, non sono dunque incardinati nella struttura delle forze di polizia.
I CAPPELLANI vengono incaricati attraverso decreto del ministro dell’interno su designazione dell’autorità
ecclesiastica. L’incarico è su base provinciale, annuale e si intende tacitamente rinnovato alla scadenza di ogni anno.
Hanno dignità pari a quella dei funzionari direttivi di polizia. Possono essere nominati i cappellani che hanno
cittadinanza italiana e di età non inferiore a 30 anni e non superiore a 62.
La direzione è affidata ad un CAPPELLANO COORDINATORE NAZIONALE che ha dignità pari a quella dei dirigenti di
polizia e viene nominato anch’esso con decreto del ministro dell’interno su designazione dell’autorità.
Per gli agenti di polizia appartenenti a confessioni diverse dalla cattolica anch’essi hanno il diritto all’assistenza
spirituale ma solo alcune intese fanno esplicitamente riferimento a corpi di polizia e assimilati. E il servizio e
garantito come quello delle forze armate, ovviamente subordinato alla disponibilità di un ministro di culto.
Nb lo stesso vale per l’accademia navale e l’istituto di studi militare marittimi

L’ASSISTENZA SPIRITUALE NEGLI ISTITUTI DI DETENZIONE E PENA


Anche ai condannati e agli internati e riconosciuto il diritto all’assistenza religiosa, sempre con differenziazioni in
base a se si tratti di appartenenti alla confessione cattolica o a confessioni diverse. Lo Stato riconosce a tutti i soggetti
interessati il diritto all’assistenza religiosa purché i riti non siano contro legge e siano compatibili con l’ordine e la
sicurezza interna e esterna all’istituto. Sono consentite anche le partiche individuali purché non sfocino in
comportamenti molesti per la comunità. E’ consentito anche esporre nella propria stanza immagini e simboli
religiosi.
Per quanto riguarda gli appartenenti alla confessione cristiana, la celebrazione dei riti è garantita a prescindere che
se ne faccia richiesta e le strutture sono dotate di una o più cappelle, e l’assistenza e garantita da uno o più
cappellani i quali oltre a svolgere attività religiose svolgono anche attività amministrative ad esempio la custodia
della biblioteca o la distribuzione dei libri. I cappellani vengono incaricati con decreto del Ministro della Giustizia,
sentito il parere dell’ispettore dei cappellani e dell’ispettore distrettuale degli istituti di prevenzione e di pena previa
nulla oste del diocesano.
Il rapporto tra cappellani e amministrazione penitenziaria e un rapporto di pubblico impiego non di ruolo. Affinché
un cappellano possa essere designato è necessario che possieda la cittadinanza italiana, goda dei diritti politici, abbia
buona condotta, dotato di sana costituzione fisica e non deve superare i 70 anni di età.
Per chi invece appartiene a una confessione religiosa diversa l’assistenza religiosa è garantita ma condizionata al
fatto che i ministri di culto devono rientrare tra quelli indicati dal ministero dell’interno, al fatto che la pratica del
culto non sia molesta per la comunità, e la presenza del ministro di culto è subordinata alla richiesta del fedele.
Il culto può essere esercitato in locali messi a disposizione dall’istituto anche in assenza dei ministri di culto.
Per gli istituti penali per minorenni che appartengo alle confessioni religiose che hanno stipulato intesa con lo stato,
è riconosciuta l’assistenza spirituale sia a richiesta dei detenuti o dei familiari ma anche per iniziativa stessa dei
ministri di culto che hanno il libero accesso nelle carceri senza la necessità di autorizzazione.
Per chi professa la religione islamica è concesso il diritto al vitto e al consumo dei pasti dopo il tramonto durante il
Ramadan e, quando possibile, sono disposte per esse apposite sale per la preghiera islamica.
La partecipazione alle funzioni religiose è garantita anche ai condannati all’ergastolo in isolamento diurno, ai
detenuti del regime detentivo speciale del 41 bis previa però adozione di opportune cautele.
E il diritto è riconosciuto anche a chi si trova a misure detentive alternative.

NEGLI OSPEDALI E NELLE CASE DI CURA


Anche ai pazienti è garantita l’assistenza religiosa e anche qui ci sono delle disparità tra i fedeli cristiani e quelli di
altre confessioni.
Per chi appartiene alla religione cristiana è garantita la presenza di cappellani ospedalieri, legati alla struttura
sanitaria attraverso rapporto di pubblico impiego.
Per le richieste di assistenza religiosa di qualsiasi altra fede, il personale ospedaliero sarà tenuto a trasmetterle alla
direzione sanitaria che poi si occuperò di reperire i ministri di culto.
L’onere economico di entrambi è a carico dell’ente ospedaliero (ma solo cappellani hanno rapporto di pubblico
impiego).
Anche nelle strutture sanitarie private è garantita l’assistenza religiosa. Gli ospedali evangelici invece non sono tenuti
disporre il servizio di assistenza religiosa ma garantiscono comunque la libertà religiosa a ogni loro utente.
Infine per gli agnostici e gli atei alcune strutture ospedaliere garantiscono un “assistenza morale non confessionale”.

NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA PER IMMIGRATI


Anche nei centri di accoglienza la libertà personale è limitata. I centri sono gestiti dalle prefetture che garantiscono
servizi di assistenza alla persona tra i quali anche attività dedicate all’espletamento delle funzioni religiose.