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Il mathnawī (poema d’amore)

- il mathnawī è un antico genere letterario persiano, composto di un numero indefinito di versi indipendenti e autonomi definiti da una
monorima interna (rima baciata) e da una serie di 11 metri canonici; caratterizza componimenti estremamente lunghi che possono
comprendere fino a 50.000 distici (anche se la media è di ca. 20.000 distici); genere letterario molto comune nelle letterature araba,
persiana, turca e urdū;

- poema composto in distici (unità poetica che consiste in due versi), che seguono uno schema di monorima aa bb cc dd ecc.;

- genere letterario usato principalmente per poemi di contenuto/natura eroico, erotico, storico e didattico (sufi); permette esposizione
e descrizione estremamente dettagliata ed elaborata;

- metro più comunemente impiegato in Sudasia è quello detto mutaqārib; come (quasi) tutti i metri persiani usati per questo genere
letterario consiste in 11 sillabe per ciascun emistichio, secondo lo schema unico ˘ - - /˘ - -/ ˘- - / ˘- (breve lunga lunga/breve lunga
lunga/ breve lunga lunga/breve lunga); metro utilizzato anche, nella letteratura persiana, per i celebri poemi Shāhnāma (L’epopea dei
Re) di Abū’l-Qāsim Firdawsī (940-1020) e Būstān (Il giardino profumato), quest’ultimo composto nel 1257 dal poeta Sa‘dī al-Shirāzī
(1210-1291);

- l’opera che costituisce sin dal titolo la opera somma di questo genere letterario è il Mathnawī al-ma’nawī (Il Poema dall’intrinseco
significato spirituale) del grande maestro fondatore della Mawlawiyya, Jalāl al-Dīn Rūmī (1207-1273); opera monumentale di
didattica spirituale in 6 volumi che riassume la saggezza divina (ḥikma) di un intera civiltà, riassunta per proporre l’intero pensiero
umano e il palcoscenico del mondo in un’ottica spirituale;

- ritmo dettato dal metro risulta molto scorrevole e regolare, adatto ai componimenti lunghi, la narrativa e opere di contenuto didattico,
etico e/o spirituale, in cui ogni singolo distico (con-)fluisce nell’altro, in una sequenza ritmica che ‘galoppa’ attraverso la narrazione
seguendo una dinamica interna inerente allo schema metrico;

- ogni mathnawī si apre con alcuni versi in lode ad Allāh, detti ḥamd, seguiti di norma da un numero di versi composti per lodare il
profeta Muḥammad (na’t); questi sono a loro volta succeduti da un numero di versi composti in onore o dei quattro califfi ben guidati
(khulafā al-rashīdūn), ovvero Abū Bakr al-Ṣiddīq, ‘Umar al-Fārūq, ‘Uthmān e ‘Alī ibn Abū Ṭālib, detto manqaba, o, se l’autore è di
fede sciita, dei membri della famiglia del profeta, ovvero ‘Ali ibn Abū Ṭālib, genero del profeta Fāṭima, la moglie del profeta, e i due di
‘Alī, Ḥasan e Ḥusain; a questi veri segue la componente detta madḥ, ovvero una serie di versi dedicati all’elogio del sovrano presso la
corte del quale il poeta autore sta esercitando la sua professione;

- nella letteratura urdū (hindī), si distinguono tre fasi storiche per la produzione di mathnawī: antica (seconda metà 1300-1700),
intermedia (1700-1880), moderna (1880-oggi).
Origine e caratteristica del mathnawī

- in origine, soprattutto nel mondo persiano, ma anche in Sudasia, il mathnawī era stato usato
quasi esclusivamente per veicolare idee e concetti di ordine religioso e spirituale; fu proprio nei
regni del Deccan, fra il ‘500 e il ‘700, luogo in cui questo genere letterario, influenzato
dall’ambiente culturale indiano, subì una graduale trasformazione accogliendo un’ampia gamma
di temi diversi e così (ri?)-trasformando le narrazioni metaforiche sino ad allora utilizzate a scopi
didattici per delineare il viaggio iniziatico dell’anima verso la meta della realizzazione interiore in
storie di amore eroico a sfondo erotico; questi ultimi furono in gran parte adottati da tematiche
coltivate dalla letteratura di corte del kāvya indiano; diventa uno dei generi della letteratura di
corte per eccellenza; l’amore, da popolar-folcloristico si nobilita nella forma trasferendosi in un
ambiente sociale aristocratico, ma al contempo s’impoverisce in quanto sposta la prospettiva da
un amore celeste a un amore terrestre; i confini rimarranno tuttavia fluidi e senza chiari confini;

- tema centrale è l’amore (‘ishq) che funge da forza dinamica per lo sviluppo dell’intero poema:
l’eroe del poema, mosso dalla passione che si è sprigionato nell’intimo del suo cuore a seguito di
un incontro preliminare (spesso accidentale) con l’amata, non trova pace se non nello spingersi
alla ricerca dell’oggetto del suo amore; a causa di circostanze avverse di diversa natura
(disuguaglianza sociale, disaccordo fra le famiglie, lontananza dei rispettivi regni), i due
protagonisti non possono consumare il loro amore, ma costretti a fare esperienza di uno stato di
separazione (skr.: virah, ar.-pers.: firāq) dal quale scaturisce la dinamica dell’attrazione
reciproca; la storia descrive percorso intrapreso per superare questo stato di separazione e
giungere, infine, alla vicinanza (qurba) e all’unione (waṣl), che corrisponde al raggiungimento del
fine (maqṣad); ambiguità fra valenza simbolica del percorso iniziatico e narrativa atta al diletto
mondano, eroico ed erotico, di un pubblico aristocratico presso le corti, rimane presente, sebbene
l’indulgere in dettagli della vita e degli incontri amorosi suggerisce predominanza di uno
sull’altro;

- a differenza dell’amore descritto nell’altro grande genere del mondo letterario urdū, la ghazal, il
mathnawī può contenere anche elementi di descrizione dell’amore conseguito da parte di un
amante eroico (‘āshiq, sovrapponibile al nāyak della tradizione letteraria sanscrita), che va alla
conquista della sua amata (ma’shūqa): prevale atteggiamento attivo per ottenere lo scopo; nobiltà
d’animo è insito in nobiltà della classe sociale (‘ashrafī): eroe e eroina sono sempre principe e
principessa, semmai storia d’amore parallela anche fra protagonisti subalterni.
Periodo antico (seconda metà 1300 - 1700 d. C.)

- periodo di maggiore produttività nel campo del mathnawī, coincide con il periodo dakhanī, durante il quale il mathnawī
costituisce il singolo genere letterario più comunemente coltivato presso le corti; equivalente al romanzo pre-moderno presso le
corti medioevali europee;

- molte opere di quel periodo imitano modelli persiani precedenti, proponendone una versione indianizzata, mentre altre presentano
adozioni e adattamenti alla tradizione letteraria indiana, sviluppatasi dal kāvya della tradizione poetica del sanscrito; rappresenta sia
dal punto di vista stilistico-formale sia dal punto di vista della trama e del contenuto perfetto esempio della sintesi culturale
adoperar in seno alla civiltà indo-islamica, in cui si fondono elementi pervenuti dal mondo persiano-islamico con quelli prettamente
indiani, sia appartenenti alla tradizione cosmopolita del sanscrito sia a quelle regionali e locali trasportate dal vernacolo e dal
folklore popolare;

- due tipologie distinte: mathnawī di ordine secolare (dunyāwī dal pers.: ‫ دﻧﯿﺎ‬duniyā: mondo) e di ordine religioso/spirituale (dīnī,
agg. derivato da Dīn, termine equivalente al concetto indiano di dharma, ma spesso tradotto sommariamente come ‘religione’); il
primo fa riferimento esclusivamente all’ambiente delle corti, il secondo si pone a metà fra le corti (darbār) e gli ospizi sufi
(khānaqāh); nell’ordine del secondo rientrano le già menzionate premākhyān della letteratura awadhī (prima opera pervenuta:
Chandāyan, 1379); sincronismo nella comparsa della tradizione narrativa del mathnawī in molteplici regioni del Sudasia; tuttavia,
le storie narrate da entrambi sono intrise di elementi che, in linea di massima, si prestano a essere interpretate in entrambi i sensi;

- regno Bahmanī, fondato nel 1347 da Ḥasan Gangū Ẓafar Khān, ex generale e governatore di Dawlatabad sotto Muḥammad
ibn Tughluq, il quale come sovrano indipendente da Delhi assunse il titolo di Alā al-Dīn Bahman Shāh (r. 1347-1358); regno
Bahmanī fu governato da 14 sovrani (sultani); capitale dapprima a Gulbarga (Hasanabad) e, più tardi, nel 1432 trasferita da
Aḥmad Walī Shāh (r. 1422-1436), grande patrono della cultura e delle arti a Bīdar; regno raggiunse il suo apice sotto il regno di
Muḥammad Shāh III Lashkarī (r. 1463-1482) e il suo primo ministro Maḥmūd Gawan; quest’ultimo fu responsabile per la
costruzione della famosa madrasa nella capitale Bidar; regno si estese dalla Baia del Bengala fino al Mare Arabo; la morte di
Gawan segnò l’inizio del declino e entro il 1526, il Sultanato Bahmanī cessò di esistere, succeduto da 5 regni, conosciuti come i
sultanati del Deccan: Ahmadnagar, Bijapur, Berar, Golkonda e Bidar.

- fra questi cinque regni, i principali centri di produzione letteraria in dakhanī sono il regno di Bijapur, governato dai sovrani
della dinastia ‘Ādil Shāhī (1489-1686) e il regno di Golkonda-Hyderabad, governato dalla dinastia dei sovrani Quṭb Shāhī
(1512-1689).
Legame fra letteratura d’ispirazione sufi e letteratura di corte
Il grande santo sufi della Chishtiyya, Khwāja Bandanawāz ‘Gīsudarāz’ (‘dai riccioli lunghi’, 1321-1422), il quale su ordine del suo
shaikh nel 1398 migrò da Delhi a Gulbarga su invito del sovrano Bahmanī e diventandone il santo patrono di quel regno; a Gulbarga
compose un trattato dottrinale (risāla), intitolato Mi‘rāj-al ‘āshiqīn (L’ascesa celeste degli amanti) e scritto in dakhani. Si tratta del
primo trattato sufi a essere composto interamente in quel vernacolare, imitato nei secoli a seguire da molte altre autorità spirituali in
seno al sufismo della regione.

Fakhr-i Dīn Niẓāmī (XV secolo), considerato il primo poeta di corte (presso la corte bahmanide di Gulbarga) ad aver composto
opere letterarie (mathnawī) in vernacolo hindī-urdū nella variante dakhanī;

- unica opera giunta a noi, è incompleta e ora preservata presso la biblioteca dell’Anjuman Taraqqī-yi Urdū (Associazione per il
sollevamento della lingua urdū) di Karachi (Pakistan); le è stato dato il titolo Kadam Rā’o Padam Rā’o, dal nome dei suoi due
protagonisti; opera che costituisce il nesso fra diversi filoni narrativi e tematici (sufi-corte hindu-musulmano, nord-sud): in essa
prevalgono linguaggio e temi indigeni, tipici del mondo culturale dell’India centrale; consiste in 1032 distici (shi‘r), ovvero 2064
versi o emistichi (miṣra’), mancano ampie parti dell’introduzione, l’intero poema dev’essere stato più lungo; anche se la studiosa e
critica letteraria Sayyidah Ja’far sostiene che gli idiomi e i proverbi usati da Nizami nell’opera sono con alcune variazioni minime
ancora ben comprensibili e utilizzati nel Deccan rurale al giorni d’oggi, Kadam Rāo Padam Rāo è un’opera estremamente difficile da
capire perché il linguaggio usato è ricolmo di parole e termini derivate da diverse lingue dell’India meridionale (Kannada, Marathi,
Telugu) oltre che di vocaboli tatsama provenienti dal sanscrito;

- opera, composta verosimilmente fra il 1421-1434, mostra maturità dal punto di vista metrico e lessicale, nonché fluidità nel tessuto
della trama, il che suggerisce esistenza di opere precedenti, di cui, però, non vi è traccia giunta a noi;

- opera narra variante dell’antico tema indiano di un Re Kadam Rāo, il quale è desideroso di imparare i misteri dello spirito (amar
ved) e per questo motivo vuole dedicarsi alla disciplina dello yoga; chiama alla sua corte uno yogī ingannevole di nome Aghor Nāth,
figlio di Matsyendra Nāth (il legame con la tradizione settentrionale dei nāth-yogī è palese!), il quale s’impossessa dell’anima del re e
la imprigiona nel corpo di un pappagallo, mentre lui stesso s’impadrona del corpo del re per regnare in sua vece; tuttavia, l’astuto
primo ministro (vazīr) Padam Rāo, il quale è caratterizzato da tratti tipici di Vāsukī, il sovrano dei serpenti (nāgarājā), s’accorge,
cerca il re e infine lo trova e lo libera dall’incantesimo;

- storia tratta verosimilmente da ciclo narrativo folcloristico diffuso nel Konkan (regiona intorno a Goa) e nel Karnataka sotto il
regno della dinastia pre-islamica Kadamba, dinastia feudataria dei Chālukya e dei Rāṣtrakūṭa i cui sovrani venerarono i nāga come
divinità tutelarie; costituisce il nesso fra le tradizioni ascetiche dell’India settentrionale, riscontrate nelle premākhyān awadhī, in cui
il serpente e gli yogī e la conoscenza alchemica della trasformazione del ferro in oro e la scienza dell’immortalità figurano come
poteri straordinari (sīddhi) tramandati in ambienti iniziatici siddha e nāth;
Kadam Rāo disse: Oh, mia signora onorata,
vieni e ascolta ora me attentamente:

ho sentito dire che le donne all’inganno sono inclini,


e io oggi ebbi occasione di vedere qualcosa dei loro trucchi;

da quando ho potuto constatare tali sottili inganni,


perpetrati nella vita reale, assai stupito sono rimasto;

ciò che fino ad allora soltanto per sentito dire avevo saputo,
ora potei constatare con i miei occhi propri;

due serpenti ebbi l’occasione di scorgere:


uno femmina, di alta nascita, l’altro maschio, di rango basso;

insieme questi due immersi furono


nel gioco d’amore, colmo di gesti erotici e di desiderio;

poiché Iddio mi ha fatto nascere Re, come avrei potuto


essere testimone di tanta iniquità nell’accoppiarsi?

su di loro saltai all’improvviso, a spada tratta,


per farla finita con entrambi, lì per lì;

la donna, veloce, se ne scivolò via, portando con sé


la propria vita, lasciando a me soltanto la sua coda inerte.
La produzione di mathnawī a Bijapur sotto il regno della dinastia ‘Ādil Shāhī (1489-1686)

- nel XVI e XVII secolo, sotto il patrocinio della dinastia sciita degli ‘Ādil Shāhī, fondata da Yūsuf ‘Ādil Shāh (1450-1510), Bijapur
diventa centro culturale fiorente, meta di intellettuali e artisti provenienti da tutta India e dalla Persia, in fuga dalle persecuzioni dei
sunniti nell’impero Safavide; la sua fortuna raggiunge apice dopo l’ascesa al trono di Sultan ‘Alī ‘Ādil Shāh I (r. 1558-1579), in grado
di competere con le città settentrionali di Agra e Delhi; la vittoria di questo sovrano nella Battaglia di Talikota nel 1565 e altre
campagne militari nelle regioni fluviali del Krishna-Tunghabhadra portarono enormi ricchezze alla città e al regno.

- città famosa per due grandi santi sufi poeti, tutti affiliati alla Chishtiyya: Shāh Mīrānjī Shams al-‘Ushshāq (‘Sole degli amanti’,
m. 904/1499), originario della Mecca si era recato in India dopo un sogno propiziatorio, dapprima a Bidar poi a Bijapur dove si
insediò nella khānaqāh sul colle di Shahpur; discepolo e khalīfa di Sh. Gīsūdarāz, fu autore di tre brevi mathnawī allegorici in dakhinī,
con forti inflessioni di panjābī (gujrī): Shahādat al-ḥaqīqa (Testimonianza diretta della Realtà divina, 1100 versi), Khūsh-nāma (Il
poema della felicità, 350 versi), Khūshnaghẓ (La soddisfazione di Khush), quest’ultima storia di una fanciulla di 17 anni di nome
Khush, che rinuncia il mondo per trovare la felicità nella ricerca spirituale; Burhān al-Dīn Janam (m. 1582), figlio del primo, autore
di alcuni brevi poemi in forma di dialoghi fra maestro e discepolo; opere in metro indiano; mathnawī in 5000 versi, intitolato Sukh
Sahelā (Suhelā contento), in cui prevale un atteggiamento di devozione (bhakti) e amore per Dio come mezzo per ottener lo
svelamento dei misteri divini; autore anche dell’Irshād-nāma (Poema della retta guida), opera che in fora di versi delinea gli
insegnamenti spirituali perpetuati all’interno dell’ordine sufi a cui apparteneva;

Mirzā Muḥammad ‘Muqīmī’ al-Bījapurī (1665)

- Qiṣṣa-yi Chandarbadan o Māhyār (La storia della principessa Chandarbadan ‘dal corpo di luna’ e del principe Mahyār ‘compagno
intimo della luna’); narra in forma letteraria la tragica storia d’amore di un mercante musulmano per la figlia di un sovrano hindu;
rimarrà la storia d’amore popolare fra coppia della città di Kadirikot (Andhra Pradesh), di cui esistono numerose redazioni e versioni
in tutta l’India centro-meridionale; il giovane mercante, dopo vedersi rifiutare la proposta d’amore da parte della principessa recatasi a
Kadirikot in pellegrinaggio, si ritira nella foresta per dedicarsi a penitenze; dopo un anno si ripropone all’amata, ma è di nuovo
rifiutato; a questo punto, il giovane commette suicidio e il sovrano, commosso, decide di offrirgli un funerale d’onore; quando la
processione passa dinnanzi alla dimora di Chandarbadan, la principessa si commuove e si converte, perdendo posto sulla bara
funeraria accanto al cadavere di Māhyār; non potendo essere rimossa, viene seppellita insieme a lui e commemorati con epitaffio
comune.
Kamāl Khān Rustamī (XVII secolo), figlio del segretario del sovrano Sulṭān Muḥammad ‘Ādil Shāh (r.
1626-1656) e suo poeta di corte:

- Khāwar-nāma (Il poema dell’Oriente, 1059/1649): opera in dakhinī, considerato il primo poema epico
composto in hindī/urdū; scritto su commissione di Khadīja Begam, moglie del sovrano, fu modellato sul
ciclo narrativo della Dāstān-i Amīr Hamza, un ricco e popolare ciclo narrativo importato in India dalla
Persia di cui esistono innumerevoli varianti, in imitazione di opera omonima in persiano di Ibn Ḥusām
composta nel 1470; uno dei mathnawī più lunghi prodotti nel Deccan, consiste in 24.000 versi ed è
corredata da numerose illustrazioni-miniature; opera che affianca episodi tratti dal Shāh-nāma di Firdawsī
e alcuni temi tratti dai cicli di narrativa eroica rāsau attribuiti a Chand Bardāī; si tratta, dunque, di un
poema dal tono eroico, in cui si elogiano le gesta eroiche di guerrieri e di sovrani, assistiti da numerosi
agenti dotati di forze sovrannaturali;

Muḥammad Nuṣrat ‘Nusratī’ (m. 1664), poeta del tardo periodo del regno di Bijapur, poeta di corte
presso ‘Alī ‘Ādil Shāh II (r. 1656-1672)

- Gulshan-i ‘ishq (Il roseto dell’amore passionale, 1657): rinarra in quasi 5000 distici la storia d’amore
fra Manohar e Mādhumālatī, già oggetto della premākhyān di Shaikh Mañjhan nel 1545 in Awadh; usa
linguaggio colloquiale tipico delle narrative orali e fornisce animate descrizioni della natura (bārahmāsa),
come il giardino di rose nel mese di Bhādan (stagione delle piogge), le notti di luna piena (pūrṇimā),
mondo popolato di fauna e flora indiane (koil, mango e papaya); eroina si abbandona a lunghi lamenti a
causa della sofferenza inflitta dalla lunga separazione (dare voce alle pene d’amore vissute dall’eroina è
elemento prettamente indiano, sconosciuto nei canoni culturali e letterari persiani, dove è l’uomo a
piangere l'infelicità di un amore non realizzato (ghazal); principe figlio del re di Kanak Nagar viene rapito
di notte da fate, che lo portano nel palazzo del re di Mahāras Nagar, a cospetto della principessa
Mādhumālatī; il giorno dopo si trova di nuovo nel palazzo di suo padre e parte per ritrovare la bella
principessa incontrata di notte; serie di avventure in cui intervengono anche il principe Chandra Sen e la
principessa Champāvatī; quest’opera costituisce un classico esempio della trasformazione da opera
metaforica in opera di diletto per la corte; opera eccelle per riuscita combinazione di elementi stilistici
persiani e elementi descrittivi indiani.
La produzione di mathnawī a Golkonda sotto il regno della dinastia Quṭb Shāhī (1489-1686)

Anche a Golkonda (Telangana) s’insedia dinastia di origine turcomana, persianizzata, di fede sciita; fondata da Sulṭān
Qulī Quṭb al-mulk (r. 1512-1543, che era migrato da Hamadan (Iran) a Delhi, già a servizio degli ultimi sovrani
Bahmanī, sconfisse i raja hindu di Warangal e dell’Odissea per creare un ampio regno comprendente quasi tuttoi gli
stati moderni dell’Andhra Pradesh e Telingana; dinastia di sovrani illuminati grandi mecenati delle arti, poeti essi
stessi (Muḥammad Qulī Quṭb Shāh, Muḥammad Quṭb Shāh, ‘Abd Allāh Quṭb Shāh), promuovono unica cultura in
cui si mescolano elementi di cultura persiana e indigena, di stano telugu; perennemente in conflitto con gli ‘Ādil
Shāhī di Bijapur, nel 1687 a seguito delle campagne di riconquista dell’imperatore Mughal Aurangzeb perdettero la
loro indipendenza

I principali poeti di corte furono:

Muḥammad Qulī Quṭb Shāh ‘Ma’ānī' (r. 1580-1612), quinto sovrano della dinastia, tollerante e generoso, si
adoperò per rafforzare i rapporti fra sudditi hindū e musulmani; promosse numerosi hindū ad alte cariche
nell’amministrazione dello stato e concesse loro grande libertà di esercitare i riti e i costumi della loro religione;
proficuo poeta in urdū, persiano e telugū, applicò tecniche poetiche della reparto letterario persiano alla lingua
indigena; raccolse lui stesso i suoi versi in un voluminoso dīwān, ma il mathnawī non era fra i genere a lui congeniali
prediligendo, invece, la poesia lirica delle ghazal e gli encomi (qaṣīda); il suo stile diventa quasi sionismo di stile
indo-persiano, nei suoi componimenti integra numerosi elementi indiani tratti dalla vita quotidiana, quali cibi, vestiti,
musica, animali ecc.; versi lirici brillano per descrizioni di erotismo malizioso;

al-Ghawwāsī (Il tuffatore): poeta di corte sotto Sulṭān ‘Abd Allāh Quṭb Shāh (r. 1675)
Sa’if al-muluk o Badī’ al-jamāl, mathnawī in 14000 versi, inserisce in tema tratto dalle 1001 notti la storia d’amore
romantico fra principe Sa’if al-muluk (spada dei regni) e principessa Badī’ al-jamāl, ciclo narrativo folcloristico di
tradizione orale; stile abbonda di parole sancite, marathi, telugu e kannada, reminiscenze della premākhyān; unione
fra Oriente e Occidente, in quanto i protagonisti originari da Cina e Egitto; autore anche di un poema intitolato Ṭūṭī-
nāma (Il libro del pappagallo), che riprende modello kāvya del Śukasaptati (70 storie del pappagallo), narrate da una
donna nel corso di altrettante notti al suo pappagallo addomesticato appartenenti alla tradizione narrativa sanscrita
delle kathā e entrata a far parte del reparto letterario di diversi vernacoli indiani durante il periodo del dominio
musulmano;

Mullā Wajhī, poeta di corte di ben quattro sovrani della dinastia Quṭb Shāhī, autore del famoso mathnawī

Quṭb Mushtarī (La stella polare e Giove, 1609), opera in 2000 versi narra le avventura d’amore del sovrano in un
poema in cui tutti i protagonisti hanno il nome di pianeti e stelle; autore elogia le bellezza del Deccan assimilando
numerosi termini dialettali ella struttura linguistica del dakhini; focalizza sull’amore di Ibrāhīm Quṭb Shāh per
principessa bengali Mushtari dopo averla vista in un sogno; immagine trasmessa dal pittore di corte che dipinge i
ritratti di entrambi per farsi riconoscere; dopo lunghe perizie avviene il matrimonio e il sovrano porta la principessa a
Golkonda; trama storica, ma probabilmente narra in forma travestita l’amore nutrito dal sovrano mecenate del poeta
per una famosa danzatrice (tawā’if) della sua corte di nome Bhāgmati.