Sei sulla pagina 1di 8

2.

Il problema dell’immigrazione nella tradizione degli studi criminologici


Questa lunga premessa alla tutela dei diritti umani in relazione ai fenomeni migratori, diviene assai
importante per comprendere se e come è possibile gestire i fattori di devianza rispetto alla legalità
connessi alle migrazioni, sovente legate alla negazioni dei diritti. D’altronde, il fenomeno non può essere
gestito se non attraverso il rispetto rigoroso della legalità, mediante scelte che si devono ricondurre a
quanto previsto dalle leggi e non al mero arbitrio.
Il principio di legalità, che nel nostro ordinamento ha peraltro rango Costituzionale, sottomette al governo
delle leggi anche gli organi dello Stato ed esprime una scelta garantista verso i diritti della persona; nella
sua accezione più prettamente giuspenalistica, il principio di legalità si riassume plasticamente nel
brocardo latino di origine illuministica nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali. Viene quindi
riaffermata con forza, nei sistemi giuridici occidentali, la fiducia tutta liberale nello stato di diritto, dove
tutti indistintamente ma inderogabilmente sono sottoposti al dominio delle legge e perciò stesso sono
liberi. La libertà dei liberali,com’è noto, ha un significato negativo e si identifica infatti con il diritto di
fare tutto ciò che non è vietato e quindi è permesso dalle leggi. Il rispetto della legalità è la condizione di
base, parallela alla tutela dei diritti dell’Uomo, perché possa parlarsi correttamente di integrazione.
Non c’è possibilità di integrazione senza il rispetto della legalità, sia nell’ingresso nella comunità
nazionale ospitante sia nel rispetto delle sue regole normative di convivenza e del suo ordinamento
giuridico.
Il pensiero criminologico ha sempre analizzato con interesse il problema migratorio e le devianze ad esso
connesse, legate a situazioni di illegalità.
Nel 1894, nella terza edizione de "l’Uomo Delinquente", Lombroso, a proposito dei rapporti fra densità di
popolazione e delinquenza, osservava:
"Vero è che fra l’Italia e la Francia abbiamo veduto un vero contrasto, una completa contraddizione che
ripullulerà anche per la ricchezza, in quanto che da noi l’omicidio decresce regolarmente colla densità e in
Francia invece si innalza straordinariamente col massimo della densità, per quanto Parigi sia alquanto
inferiore della Senna Oise che la circonda. Ma questa contraddizione (…) è dovuta alla speciale
condizione in Francia di un elemento nuovo, mancante fra noi che è la immigrazione che aumentavi, sì,
ma sinistramente, la densità, portandovi più di 1.200.000 stranieri dell’età e delle condizioni più proclivi
al reato, - e ciò in pochi punti. (…)" "Quanto meno poi l’immigrazione è stabile, tanto più dà delitti.
I Belgi che si naturalizzano in Francia vi commettono molto meno delitti degli emigranti Spagnuoli che
quasi vi sono accampati (…). L’emigrante, dettavo già io nella 2a di questo libro (1876), rappresenta
quella specie di agglomero umano che ha la massima facilità ed incentivo al delitto associato: maggiori
bisogni, minore sorveglianza, minore vergogna; maggior agio di sfuggire alla giustizia, maggior uso del
gergo; ed i ladri sono quasi sempre nomadi (…). Ed ecco una nuova causa per cui differisce nel rapporto
degli omicidi colla densità, l’Italia dalla Francia, che ha nell’ultimo decennio 1880-90 una quota media di
soli 11.163 emigrati, mentre l’Italia giunge, nel 1892, a 246.751…" (Lombroso, 1894).
Queste riflessioni lombrosiane manifestano una sorprendente attualità ed anche un valore quasi profetico,
ove si tenga conto che maturano in epoca in cui l’Italia era esclusivamente terra d’emigrazione, e trovano
un corollario sul versante sociologico nel pensiero di Durkheim, che, tra la fine del 1800 e gli inizi del
1900, esaminando anche in relazione alla devianza degli immigrati le problematiche connesse al suicidio,
osservava una più elevata percentuale di suicidi e tentati suicidi fra questi ultimi, che fra gli autoctoni.
Analoghe considerazioni sono state svolte in relazione agli immigrati quali autori di reati, per elevati
fattori di rischio, che, alcune commissioni d’inchiesta istituite negli USA tra il 1888 e il 1931 hanno
individuato nella prevalenza di soggetti maschi di giovane età, a basso reddito e concentrati in aree
metropolitane, con problemi di comunicazione linguistica e spiccate differenze culturali, tutte variabili
che generavano evidenti aree sottoculturali.
Nel 1931 la National Commission On Law Observance and Enforcement (commissione Wickerman), ha
tracciato delle interessanti e precise linee di demarcazione dei fenomeni criminologici, rilevando che per
gli immigrati prevalevano reati predatori c.d. "a sangue freddo", mentre tra gli americani prevaleva la
criminalità ispirata a premeditazione e pianificazione, come pure è stato constatato come certamente
erano più propensi a delinquere i gli immigrati di seconda generazione, che per motivi linguistici e
conoscitivi erano in grado di esprimere maggiore efficienza del sistema americano e subivano in modo
particolare la marginalizzazione e la mancanza del benessere riservato ai cittadini.
Anche l’Europa ha manifestato a cicliche riprese flussi migratori al proprio interno (dai paesi meno
sviluppati dell’area mediterranea a quelli più sviluppati del Nord Europa) e dall’esterno (con particolare
riferimento alle ex colonie, specie inglesi e francesi).
La reazione dei diversi Paesi fu molto differenziata sia sotto il profilo delle politiche sociali che delle
analisi dei fattori di devianza.
In generale, con riferimento al fenomeno verificato tra gli anni ’50 e gli anni ’60 del ventesimo secolo, si
è constatato che la prima generazione di immigrati era animata da virtuose condotte sociali e forte
impegno lavorativo, e presentava un tasso di criminalità inferiore a quello dei cittadini, mentre la seconda
generazione era maggiormente incline al crimine per motivazioni essenzialmente di tipo socio-
psicologico, in conseguenza di un certo disadattamento sociale, di sentimenti di esclusione e frustrazione.
Tra le varie teorie elaborate in materia si possono evidenziare:
a. la teoria del conflitto culturale. La nozione di sottocultura, in senso criminologico, consiste in quella
suddivisione della cultura,composta da una combinazione di situazioni sociali fattoriabili, quali
l’educazione, la condizione sociale, l’ambiente etnico, la residenza regionale, rurale e urbana e
l’affiliazione religiosa, che costituiscono un’unità funzionale che determina un effetto integrato sugli
individui che vi partecipano (Gordon). La sottocultura si manifesta attraverso l’interazione con quelle
persone che già condividono ed hanno interiorizzato,nelle loro opinioni e nelle loro azioni il modello
culturale del sottogruppo (Cohen), e non ha necessariamente un connotato negativo, bensì si contrappone
ai sistemi di valori accettati come dominanti nella società di cui fa parte. è tuttavia frequente che la
sottocultura orienti la sua devianza in senso criminale, ed in tal senso si è parlato di sottocultura della
violenza (Wolfgang-Ferracuti), e si è proposta una classificazione delle sottoculture delinquenziali nelle
forme criminali, conflittuali ed astensioniste (Cloward-Ohlin). In quest’ottica, la criminalità si origina dal
contrasto fra la cultura d’origine dell’immigrato e quella del Paese di accoglienza;
b. la teoria della mobilità, che si collega alla prima perché valorizza i legami interni tra l’immigrato e il
proprio gruppo etnico di appartenenza che valuta l’influenza degli stessi quali cause di insorgenza di
contrasti con la comunità ospite;
c. la teoria della devianza come risposta alle frustrazioni, che ricollega la criminalità al disadattamento
sociale particolarmente accentuato nel processo di migrazione;
d. la teoria dell’anomia o del conflitto tra norme sociali, che si ricollega alla perdita dei punti di
riferimento etico-sociali propri della comunità di origine senza una correlata interiorizzazione dei valori
espressi dalla nuova società di accoglienza. L’assenza di norme di riferimento determina uno squilibrio
nella condotta individuale, ovvero una incertezza circa i comportanti corretti secondo le aspettative sociali
della comunità d’accoglienza, con assoluta confusione degli obiettivi individuali.
Su tale scenario si inseriscono "dell’etichettamento" (labelling theory) e sulla "reazione sociale",
sviluppatesi negli anni ’60 in area anglosassone (Lemert, 1981) che vuole la reazione sociale nei confronti
degli stranieri quale conseguenza non tanto di reali comportamenti devianti (Goffman, 1970) quanto della
stigmatizzazione e dell’etichettamento degli stessi come "diversi e pericolosi".
Il fenomeno è bivalente, con un profilo decisamente negativo in quanto stigmatizzante e ostativo ad un
recupero del reo, e un profilo positivo legato alla difesa sociale e alla capacità della società di identificare
e difendersi da soggetti devianti e pericolosi. Sotto il primo approccio, si è rilevato che il comportamento
criminale non occasionale conseguirebbe, in modo evidentemente non voluto e paradossale, proprio alla
reazione delle collettività e delle istituzioni, in quanto attribuendo l’etichetta di criminale all’autore di un
reato si genera un effetto, determinato dalla diffidenza, disistima e stigmatizzazione sociale, ed esclusione
sociale idoneo a trasformare l’autore vero o presunto di un singolo reato in un delinquente cronico.
L’etichettamento produrrebbe quindi conseguenze deleterie sia a livello di rappresentazione sociale e di
auto percezione, sia di opportunità e di frequentazioni. Questo processo può dare il via alla carriera
criminale, rendendo anche possibile il passaggio dal reato originario a forme di devianza anche più gravi,
oltre che ad un’ostilità ed ad un distacco dal corpo sociale (Howard S. Becker, Outsiders).
Secondo la teoria dell’etichettamento ne sarebbero vittime soprattutto coloro che compiono reati che
suscitano allarme sociale e che non dispongono di mezzi materiali né di una reputazione o di uno status
consolidato in grado di contrastare la penetrazione dell’etichetta di criminale. Di conseguenza la reazione
sociale non è attivata in maniera uguale per tutti i tipi di reato ma, al contrario, è più severa e dannosa nei
confronti della microcriminalità e dei reati associati alle minoranze, ai poveri, ai presunti recidivi, o a chi
ha un determinato aspetto. Secondo questa teoria la reazione sociale sarebbe quindi un fattore
criminogeno, da mitigare attraverso la parsimonia nella somministrazione della sanzione penale da
riservarsi ai fenomeni più gravi e optando invece per l’adozione di misure alternative al carcere
finalizzate al reinserimento del detenuto ed alla cancellazione dell’etichetta.
Conclusivamente comunque, buona parte degli studi criminologici indicavano che il tasso di criminalità
degli immigrati sembrava uguale e talvolta anche inferiore a quello della popolazione di accoglienza e che
semmai il problema poteva insorgere nella seconda generazione. In tal senso Ferracuti affermava
recisamente che il "pregiudizio dello straniero più criminale del nativo è la conseguenza di una reazione
xenofoba" (Ferracuti, 1970), mentre Ponti annotava: "... la scarsa criminalità fra gli immigrati, inferiore a
quella teoricamente prevedibile per la concentrazione di fattori ambientali sfavorevoli, è anche da riferirsi
a una selezione di personalità con doti positive che può caratterizzare coloro che si accingono a emigrare
all’estero: maggior maturità della personalità, iniziativa personale, alto livello di aspirazione, capacità di
affrontare situazioni nuove, buona tolleranza alla frustrazione, spirito di sacrificio" (Ponti,1990).
La condizione di straniero non doveva dunque essere valutata come causa diretta di criminalità, ma come
uno dei tanti fattori da analizzare nello studio della delinquenza di un dato Paese (Montero, Carranza,
1988).
A partire dalla fine degli anni ’80 e, in misura assai più netta, nel corso degli anni ’90, si è assistito ad un
mutamento nelle caratteristiche e nella rilevanza della criminalità degli immigrati in Europa.
Ciò è coinciso con un profondo cambiamento nella natura e nella direzione dei flussi migratori: si può
affermare, semplificando e schematizzando la questione, che da una migrazione determinata
principalmente dalla domanda, caratterizzata da fattori di attrazione (la necessità di mano d’opera non
qualificata nei Paesi più industrializzati) si è passati ad una di offerta, contraddistinta da fattori di spinta
(miseria, disoccupazione, guerre nei Paesi d’origine dei flussi migratori).
Già dalla metà degli anni ’70, i principali Paesi europei hanno reso più restrittive le loro politiche nei
confronti degli immigrati, mentre il moltiplicarsi di fattori di crisi demografici, economici e politici nei
Paesi in via di sviluppo dell’area mediterranea e nell’Europa Orientale e balcanica (si pensi alle guerre
degli anni ’90) ha accentuato la pressione all’espatrio. Alcune nazioni, come l’Italia, la Grecia, la Spagna
e il Portogallo si sono trasformate da zone di transito o fonte di emigrazione, a mete di immigrazione.
Nell’arco dell’ultimo ventennio negli Stati Europei le statistiche hanno evidenziato un progressivo
aumento della quota di reati commessi da stranieri, che riguarda gli stranieri senza permesso di soggiorno
- la cui presenza nei diversi Stati si è fortemente incrementata - ma anche gli immigrati regolari, che
sembrano aver iniziato a commettere più reati degli autoctoni.
Permane inoltre il problema della criminalità degli immigrati di seconda generazione, la cui pericolosità
era stata denunciata sin dalla fine degli anni ’80 da alcuni criminologi tedeschi ed olandesi (Kaiser, 1996).
Il tasso di criminalità, peraltro, varia molto in rapporto alla provenienza degli immigrati.
Occorre peraltro ricordare sempre gli ostacoli di fondo che si incontrano nello studio del comportamento
deviante di una popolazione straniera: la difficoltà maggiore, al riguardo, resta quella di definire la
componente irregolare e clandestina straniera che le varie fonti ufficiali disponibili, concepite per fini
diversi, non riescono a fornire in misura attendibile.
All’inizio degli anni ’90 uno studio svolto da ricercatori Istat su popolazione straniera e devianza in Italia,
basato sul raffronto fra numero annuale dei permessi di soggiorno (considerato come indicatore del
numero di stranieri presenti) e numero degli entrati nelle carceri dallo stato di libertà, aveva evidenziato
che, nel periodo 1970-1989, ad un incremento di circa tre volte e mezzo del numero dei permessi di
soggiorno corrispondeva una crescita della devianza (misurata dal numero degli entrati nelle carceri), di
sette volte e mezzo, con un raddoppio del tasso di devianza specifica. Nello stesso periodo, l’indice
specifico di devianza degli italiani (numero degli entrati per 100mila abitanti) era cresciuto del 46%.
Osservavano gli autori dello studio che l’incremento della devianza degli stranieri era proporzionalmente
superiore al loro numero e sembrava crescere a ondate in base all’area di provenienza dei nuovi arrivati
ed al grado di integrazione raggiunto dall’ondata precedente.
A livello territoriale la delinquenza straniera si sviluppava nelle regioni ad alto tasso di immigrazione ed
in particolare nelle aree metropolitane del Centro Nord, dove erano maggiori le possibilità di delinquere
(Caputo, Putignano, 1992).
Sempre per quanto riguarda l’Italia, un recente saggio di Marzio Barbagli, docente di Sociologia
nell’Università di Bologna, basato su una rigorosa disamina comparativa di dati anche inediti ricavati da
interessanti e complesse ricerche, ha fornito preziose indicazioni sulla criminalità degli immigrati,
evidenziando che nell’ultimo decennio il coinvolgimento degli stranieri nelle attività delinquenziali è
certamente aumentato in misura significativa come pure è aumentata la loro presenza negli Istituti di pena
(dal 16% del 1991 al 28% del 1996); infine, assai significativamente, è cresciuta esponenzialmente la
quota degli stranieri,sia irregolari che con permesso di soggiorno, sul totale dei condannati e sul totale dei
denunciati per reati vari.
Gli stessi detengono alcuni monopoli criminali, il 30% dei condannati per la produzione e il commercio di
stupefacenti sono stranieri e la tendenza tende ad amplificarsi; inoltre, osserva Barbagli, l’aumento della
quota di condanne degli stranieri è avvenuta "per tutti i reati, lievi e gravi, strumentali (rivolti cioè a
raggiungere un utile economico) ed espressivi (nati cioè da azioni impulsive e fini a se stesse): furti e
rapine, ricettazione, produzione e commercio di stupefacenti, lesioni volontarie, violenze carnali e
omicidi" (Barbagli 1998).
Le attività criminose risultano diversificate e concentrate in base alle nazionalità, con un fenomeno di
vera e propria specializzazione criminale. I furti e i reati predatori in genere vengono statisticamente
compiuti soprattutto dagli ex jugoslavi di entrambi i sessi (spesso minori nomadi), oltre che da
marocchini, algerini e tunisini; lo spaccio di eroina da marocchini e tunisini; il traffico di marijuana da
albanesi, quello di cocaina da sud americani, lo sfruttamento della prostituzione da albanesi e nigeriani.
Anche se per questi reati la crescita della quota degli stranieri condannati si è verificata in tutta l’Italia,
valori eccezionalmente elevati sono stati registrati nelle grandi città del Centro-Nord.
Ricordiamo che già nel 1992 il citato studio dell’ISTAT aveva indicato come aree di provenienza a
maggior rischio di devianza quelle dell’ex Jugoslavia e dell’Africa, rispetto all’Asia ed ai Paesi
economicamente avanzati (Caputo, Putignano 1992). Ancora prima, Bandini e colleghi avevano osservato
con lucida preveggenza: "Tutti questi dati testimoniano come gli stranieri, e in particolare gli jugoslavi (la
maggior parte dei quali è costituita da nomadi) e gli africani, abbiano ‘preso il posto’ (letteralmente) dei
meridionali all’interno delle istituzioni segreganti per adulti e minori (…).
Anche il nostro Paese, alle soglie degli anni Novanta, sembra quindi iniziare ad essere contraddistinto
dagli stessi problemi sociali che affliggono molto altri Paesi dell’Europa occidentale, in cui al tradizionale
contrasto economico sembra sovrapporsi un contrasto etnico e culturale di dimensioni molto marcate"
(Bandini, Gatti; Marugo, Verde, 1991).
Barbagli, infine, rileva come il mutamento nella qualità e nell’incidenza della devianza degli immigrati
riscontrato in Italia, ma anche nel resto d’Europa, va posto in relazione al già richiamato mutamento delle
caratteristiche dei flussi migratori recenti rispetto al passato, con il peggioramento della situazione sociale
ed economica, ma anche ai cambiamenti nei progetti migratori e nei gruppi di riferimento, al rapporto tra
le aspirazioni degli immigrati e le possibilità che hanno di realizzarle effettivamente.
Correlativamente va segnalato anche un fenomeno di grande interesse legato all’incidenza del fattore
etnico/culturale, ma sotto il profilo opposto della vittimalità.
è assolutamente rilevante infatti la predisposizione degli immigrati a subire condotte criminali in misura
assolutamente e significativamente maggiore rispetto agli altri cittadini, in ragione delle medesime
motivazioni sottoculturali che determinano effetti vittimogeni, consequenziali all’appartenenza a gruppi
culturali ove la violenza è accettata e praticata a danno dei soggetti deboli, all’esposizione a fattori di
emarginazione e sfruttamento, di particolare gravità nell’attuale fase di crisi economica.
Questo fenomeno, che vede la qualità di migrante come una vera e propria predisposizione vittimogena,
esige una particolare attenzione e dovrà essere reso oggetto di studi e analisi statistiche specifiche e
accurate.

3. La percezione sociale di criminalità e immigrazione


Il pensiero sociologico individua nello studio della devianza un fertile terreno di analisi dei fatti migratori,
in relazione alle trasformazioni della società. Le teorie e le ricerche sociologiche sul punto, sviluppatesi
sin dalla fine del 1700 si ispirano a paradigmi di stampo utilitarista e positivista.
Nell’ottica utilitarista il crimine è visto non come reazione a fattori o influenze esterne ma come il
risultato di una libera determinazione individuale e razionale, con cui il soggetto agisce per ottenere
benefici, ponderandone i rischi l’illiceità e le sanzioni. Questo approccio più recentemente è stato ripreso
dalle teorie della scelta razionale della devianza che pongono al centro del formarsi delle preferenze
devianti l’interesse predatorio ed il calcolo economico, ma anche quelle della deterrenza che si prefiggono
di prevenire il crimine attraverso un inasprimento delle pene.
L’approccio positivista vede invece il comportamento criminale come determinato da fattori ambientali e
sociali che influenzano in modo determinante il soggetto, condizionandone in modo decisivo le scelte.
Nella ricerca criminologica, peraltro ai vecchi modelli monofattoriali di causalità lineare sono subentrati
strumenti interpretativi più sofisticati e articolati, basati sulla pluralità dei fattori eziologici interagenti tra
loro, e i fatti criminali vengono sottoposti ad una visione sistemica e globale, come il frutto di una
complessa interazione fra modalità e finalità degli atti criminosi, caratteristiche dei soggetti attivi e delle
vittime e reazione sociale agli stessi.
La reazione sociale, che si fonda in modo significativo anche sulla percezione che l’opinione pubblica si
forma degli eventi delittuosi, è fondamentale per l’evoluzione della condotta deviante, e per tale motivo
ormai da anni, si susseguono nel mondo occidentale ricerche ed indagini condotte su opinione pubblica e
devianza: particolare importanza in tali ambiti rivestono le ricerche sulla c.d. "paura del crimine"(5)#
(fear of crime), ossia sul problema delle conseguenze sociali e culturali del timore indotto dalla crescita
della delinquenza, come pure sul ruolo svolto dalle informazioni diffuse dai mezzi di comunicazione di
massa. Il fenomeno è di una gravità assoluta, anche perché in questi anni si deve notare un esasperato e
patologico interesse dei mass-media su determinati eventi criminosi proposti con forme di
spettacolarizzazione esasperata degli accadimenti, che alimentano una curiosità morbosa e malata di parte
dell’opinione pubblica, e con la malsana prassi di celebrare indagini criminalisti che e processi mediatici,
che inquinano l’attività delle forze di polizia e della magistratura.
Si aggiunga altresì che, proponendo i media solo messaggi di violenza e di perversione, si alimenta nella
società civile un clima di paura del crimine che genera effetti estremamente negativi sulla qualità di vita
delle persone.
Sono molteplici gli effetti nefasti di questo pessimo costume culturale tristemente imperante:
- si crea la percezione per cui tutta la società civile è malata e contaminata irreversibilmente dal male,
annichilendo tutte le valenze positive che vi albergano;
- si alimenta una malata curiosità, assimilabile a quella delle casalinghe durante la Rivoluzione francese,
che andavano a fare la maglia comodamente sedute con le amiche in piazza, davanti alle ghigliottine che
tagliavano continuamente le teste degli oppositori del regime (le famose tricoteuses);
- si diffonde un clima di diffidenza e della sfiducia nei confronti delle istituzioni, percepite come incapaci
di arginare i fatti criminali, con conseguente contrazione della partecipazione alla vita sociale e al
controllo sociale informale che i cittadini socialmente impegnati svolgono "naturalmente nel territorio di
residenza.
Eventuali esperienze di vittimizzazione talvolta accentuano ed aggravano queste situazioni, ma la paura
del crimine è ampiamente diffusa anche indipendentemente dalle stesse. Solo le esperienze di
vittimizzazione cui è risultata associata una forte reazione del sistema di giustizia, hanno determinato un
sensibile abbassamento della paura del crimine, avendo la vittima constatato in prima persona le
conseguenze del fatto criminoso e la reazione sociale allo stesso.
I diritti dei migranti, imperniati sul rispetto della dignità umana e della legalità, vanno coniugati con
un’attività corretta di informazione ed educazione all’integrazione: infatti le indagini criminologiche più
recenti fanno emergere lo spaccato di una società senza dubbio fortemente allarmata per una delinquenza
connessa ai fenomeni migratori, che viene percepita in crescita in quanto acuita dalla crisi economica.
La paura del crimine viene amplificata dall’informazione fornita dai media sulla criminalità e ai costanti e
immediati richiami alla nazionalità dei rei, se immigrati, onde il ruolo mediatico nella percezione dei
problemi criminali non deve essere sopravvalutato, a fronte invece dell’esperienza diretta del contesto di
vita e dell’eventuale esperienza di vittimizzazione.
Talvolta anche fomentate da motivazioni di stampo politico, la società civile manifesta tuttavia un
notevole diffidenza nei confronti delle istituzioni nonché in merito alla efficacia della reazione ai
criminali da parte dell’Autorità: la maggioranza delle vittime si dichiara infatti poi parzialmente o
totalmente insoddisfatta del comportamento delle Autorità e non adeguatamente tutelata dalle Forze
dell’Ordine.
La reazione strumentale è si prevalentemente indirizzata in senso sostanzialmente repressivo, con una
richiesta di pene più severe o di un maggior rigore applicativo di quelle già esistenti, senza però trascurare
l’importanza di un approccio di tipo "preventivo" al problema, con il potenziamento delle Forze
dell’Ordine e attraverso la previsione di una riforme sociali, che i cittadini richiedono insistentemente ai
poteri pubblici.
Davanti al fenomeno migratorio la società civile appare consapevole di trovarsi di fronte ad una
trasformazione sociale inevitabile.
Le adesioni a giudizi totalmente negativi o positivi, con una forte polarizzazione delle opinioni si
riscontra ragionevolmente laddove vi sia una esperienza ancora limitata del fenomeno, mentre la presenza
protratta nel tempo di un numero importante di stranieri induce tendenzialmente una valutazione più
pragmatica.
La difficile convivenza con l’immigrazione clandestina ha influenzato anche il giudizio sulla politica
ufficiale nei confronti dell’immigrazione, talvolta incapace di risposte rapide, in termini di
programmazione dei flussi e lotta alla clandestinità, a fronte dell’escalation dei problemi, per es. in
relazione ai movimenti di rivolta connessi alla cd. primavera araba.
L’aumento della criminalità viene percepito in modo netto dalla società civile e posto in diretta relazione
ai fenomeni migratori, generando una forte domanda di sicurezza.
La trasformazione sociale in senso multiculturale e/o multietnico è un dato ormai accettato come
irreversibile ma che necessita d’essere gestito attraverso sagge politiche, poiché ricomprende molte
situazioni che sfuggono al controllo legale, specie ove il migrante sia manovrato da associazioni criminali
o sia abbandonato a se stesso, in condizioni di totale abbruttimento e povertà.

4. Un tipico reato culturalmente motivato: la violenza domestica


Una situazione assai paradigmatica, in cui i connotati della società multietnica determinano una rilevante
influenza dei valori culturali nella configurazione di condotte penalmente illecite è quello della violenza
domestica e dei reati familiari in genere.
Per violenza domestica, si intende, secondo l’accettata definizione della World Health Organization, "ogni
forma di violenza fisica, psicologica o sessuale e riguarda tanto soggetti che hanno, hanno avuto o si
propongono di avere una relazione intima di coppia, quanto soggetti che all’interno di un nucleo familiare
più o meno allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo". (WHO, 1996).
Può costituire affermazione "politicamente scorretta", ma appare inoppugnabile come i conflitti familiari
trovino un fattore detonante di rilievo nei contrasti culturali. I diversi modelli culturali possono generare
conflitti di culture legati a diversi patrimoni di valori dei membri del sistema familiare: costituiscono un
elevato fattore di criticità in relazione alle condotte di violenza domestica, specie nei casi in cui il sistema
familiare sia composto da soggetti di diversi ceppi culturali.
Thorsten Sellin, studiando la criminalità degli immigrati, si è occupato in modo assai perspicuo dei
"conflitti culturali" partendo dal presupposto che ogni società possiede proprie "norme di condotta’’, che
prescrivono i comportamenti che le persone devono tenere in determinate situazioni e che vengono
tramandate da una generazione all’altra. Mentre nelle società semplici, omogenee sul piano culturale,
queste norme di condotta tendono a diventare leggi e a godere di un consenso generale, nelle società
moderne, disomogenee sul piano culturale, è molto frequente la possibilità di conflitti tra le norme dei
diversi gruppi.
"I conflitti culturali sono il risultato naturale di un processo di differenziazione sociale, che produce
un’infinità di raggruppamenti sociali, ciascuno con la propria impostazione o situazione di vita, la propria
interpretazione delle relazioni sociali, la propria ignoranza o interpretazione sbagliata dei valori sociali
degli altri gruppi.
La trasformazione di una cultura da un modello omogeneo e ben-integrato ad un modello eterogeneo non-
integrato è perciò accompagnata da un aumento delle situazioni conflittuali. Viceversa, le operazioni
connesse ad un processo di integrazione porteranno ad una riduzione delle situazioni conflittuali’’.
Su tali premesse emerge un’area di condotte che se il soggetto agente, in virtù del proprio patrimonio
culturale, non percepisce come illecite, mentre costituiscono reato per l’ordinamento giuridico ospitante.
Tale situazione genera una forte problematicità, in bilico tra l’elemento soggettivo e la buona fede
dell’agente da un lato, e il rispetto della legge penale dall’altro, sovente a fronte di condotte di rilevante
gravità e pericolosità.
Un reato è "culturalmente motivato" se coesistono i seguenti fattori:
- il motivo culturale. L’eziologia della condotta, cioè la causa che ha determinato il soggetto a commettere
il reato, che trova spiegazione nel bagaglio culturale di cui è portatore l’agente;
- la coincidenza di reazione. è necessario che la motivazione culturale dell’individuo abbia una
"dimensione oggettiva’’, per cui,in altre parole, il motivo culturale non fa solo parte dell’etica individuale
dell’agente, ma è anche espressione del bagaglio culturale ben consolidato del gruppo etnico di
appartenenza, per cui tutti gli appartenenti allo stesso vi si conformano e agirebbero in modo analogo;
-  il divario tra culture. La cultura del gruppo etnico a cui appartiene l’agente dovrà essere infine messa a
confronto con quella del Paese ospitante, in modo da individuare le differenze di considerazione e di
trattamento tra i due sistemi: se il divario è consistente, anche questa verifica si intenderà superata e si
potrà concludere per la sussistenza di un reato culturalmente motivato.
Il reato culturalmente orientato (o motivato) può essere pertanto definito come il comportamento
realizzato da un soggetto appartenente ad un gruppo etnico di minoranza, che è considerato reato dalle
norme del sistema della cultura dominante.
Lo stesso comportamento, nella cultura del gruppo di appartenenza dell’agente, è invece condonato,
accettato come normale, o è approvato, o, in determinate situazioni, è addirittura imposto.
Le motivazioni criminogenetiche che conducono ad un reato culturalmente motivato, in relazione ai
diversi valori che caratterizzano la cultura dell’agente, possono essere molteplici:
-  motivazioni religiose: celebre il caso, risalente agli anni ’80, della famiglia Oneda, in cui i genitori di
una bambina talassemica, testimoni di Geova, si rifiutarono di sottoporla alle necessarie terapie
emotrasfusionali, così cagionandone la morte, pur di ottemperare ad un precetto della loro religione;
ovvero il caso assai frequente, del marito che minaccia e percuote la propria moglie che si rifiuta di
indossare il burka;
-  motivazioni di coscienza o convinzione, che si fondano su filosofie di vita del gruppo;
-  motivazioni inerenti una particolare concezione dell’onore o della morale familiare: genitore che
impone con violenza o minacce alla giovanissima figlia uno sposo da lui prescelto, o abusa dei mezzi di
correzione;
-  motivi legati a consuetudini o tradizione, di tipo sociale o tribale, proprie della cultura del soggetto
agente.
Diversificate possono essere, a fronte di reati di questo genere, le possibili risposte dell’ordinamento
giuridico.
Una prima tipologia di reazione viene detta risposta assimilazionista(6): la stessa nega ogni rilevanza alle
differenze multiculturali, con reazione legale egualitaristica (cd. modello francese, di totale indifferenza al
fattore culturale) o iperpunitiva (ad es., la legge 7/2006 sulle mutilazioni genitali femminili, in relazione
alle quali il fattore culturale aggrava il trattamento sanzionatorio).
Vi è poi una risposta multiculturale forte (cd. modello inglese) che valorizza l’atteggiamento
multiculturale sino a quasi scardinare il sistema vigente e si impernia sulla c.d. cultural defense(7)
(esimente culturale).
Infine, si pone la risposta multiculturale debole(8), che tende ad armonizzare il fattore culturale con il
sistema vigente, interpretandone gli istituti (valutazione dell’elemento soggettivo, configurabilità di
scriminanti, attenuanti etc.), ove possibile, pro reo.
Ogni soluzione offre pregi e difetti.
Mentre la prima appare ideologicamente molto rigida e intollerante verso le differenze culturali e
l’atteggiamento soggettivo dell’agente, la seconda rischia di generare una disapplicazione di norme
imperative inderogabili.
La terza soluzione pare la più percorribile, giacché il perno dell’impostazione multiculturale è la cultural
defense (difesa o scriminante culturale), intesa come una causa di esclusione o diminuzione della
responsabilità penale, invocabile da un soggetto appartenente ad una minoranza etnica con cultura
costumi e usi diversi, o addirittura in contrasto con quelli della cultura del Paese d’accoglienza; la cultural
defense, tuttavia, attualmente non costituisce un istituto giuridico autonomo, ma opera solo all’interno di
altri istituti, quali l’elemento soggettivo del reato, l’errore di diritto, la legittima difesa, lo stato di
necessità, la coscienza e volontà della condotta, il vizio totale o parziale di mente, lo stato emotivo, la
provocazione.
Tuttavia, parrebbe ancor più adeguato un modello ibrido di stampo vittimologico. Infatti:
-  un efficace modello deve essere riferito alla capacità di creare integrazione, perché essa riduce i
conflitti: la Commissione CE con la Comunicazione 1° settembre 2005, intitolata "Un’agenda comune per
l’integrazione. Quadro per l’integrazione dei cittadini di paesi terzi nell’Unione europea", individua una
serie di "principi fondamentali comuni"che si ispirano alla logica del modello multiculturalista, ma sul
dichiarato presupposto per cui "l’integrazione implica il rispetto dei valori fondamentali dell’Unione
europea": si tratta di pilastri invalicabili;
-  tale modello dovrebbe prevedere l’introduzione normativa di una serie di fattispecie di reati culturali, da
un lato, e la valorizzazione di circostanze esimenti/attenuanti dall’altro, peraltro nell’assoluto rispetto dei
diritti fondamentali, umani e costituzionali, posti a tutela della vittima, in quanto il diritto penale segna la
linea di confine e di ammissibilità dei costumi delle minoranze culturali rispetto a valori imprescindibili
come la tutela della persona, dell’uguaglianza e dei diritti delle vittime.
Ne discendono alcune conseguenze conclusive:
-  il fattore culturale non deve mai prevalere sulla tutela dei diritti fondamentali della vittima: si può
scriminare in talune situazioni un uso rituale di allocinogeni, o il portare in luogo pubblico da parte di un
sikh il coltello tradizionale al collo, non invece la lesione di beni costituzionali, quali l’integrità fisica e la
libertà fisica e sessuale della vittima;
-  la componente culturale deve inserirsi un progetto di integrazione, che resta lo strumento che consente
di coniugare i diritti del migrante con quelli della società civile e dell’ordinamento ospitante: in tale
ambito, debbono essere elaborati modelli di prevenzione e comunque di contrasto al fenomeno, idonei a
salvaguardare i diritti di tutte le parti sociali.