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Geotecnica - Riassunto degli appunti presi a lezione integrati


con slide del professore.
Geotecnica (Università di Pisa)

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COMPORTAMENTO MECCANICO DEI TERRENI

Un terreno si può defi i e o e l’i sie e di ta ti ele e ti di volu e del te e o stesso. Vedia o di seguito
alcune caratteristiche del comportamento dei terreni.

PECULIARITÀ DEL COMPORTAMENTO DEI TERRENI


1. I terreni sono comprimibili. Le variazioni di volume sono dovute essenzialmente alla
riorganizzazione spaziale delle particelle.
Il terreno è un aggregato di particelle, con un significato geologico, che si scambiano degli sforzi; se
comprimo questo aggregato di particelle noto che il suo volume si riduce. In realtà le variazioni di
volume degli aggregati, dovute alla compressione, non sono causate da una riduzione del volume
delle particelle ma da una loro riorganizzazione nello spazio. Le particelle, infatti, si spostano
andando ad occupare i vuoti presenti e questo è ciò che accade se applico un carico (la costruzione
di un edificio, un terremoto, ecc.).
2. Il comportamento del terreno sotto azioni di taglio è essenzialmente attritivo.
Quello che accade durante una frana può essere interpretato attraverso il modello di un blocco, di
peso W, su un piano inclinato.
- In assenza di attrito il blocco scivola sul piano.
- In presenza di attrito se N > T il blocco rimane fermo, se
N T il lo o s ivola o a velo ità osta te o a ele a do
verso il basso = oefficiente di attrito, N=sforzo normale).

Nel caso di una frana, analogamente, il pendio ha una


massa di terreno di peso W che perde stabilità. Il
movimento del volume di terreno, però, non è di
scorrimento come nel caso precedente, ma di rotazione
lungo una superficie circolare. Il peso del volume di terreno
induce degli sforzi di taglio su tale superficie, indicati con
una tensione tangenziale τ. Se τ > σ σ=N la assa di
terreno non è in equilibrio. Dal punto di vista fisico tra i due
modelli non vi è differenza, ci sono invece molte differenze
dal punto di vista matematico.

Per un blocco su una superficie orizzontale con applicato uno sforzo normale N, se T > N si muove.
Componendo N e T si ottiene una forza risultante R, che può essere più o meno inclinata. Con =tanϕ:
tanϕ < T/N < ta α, ui di ta ϕ < ta α. Se α < ϕ il blocco non si muove, se α > ϕ il blocco si muove.

Dire che il terreno ha comportamento attritivo significa dire che:


− finché τ < σ il pendio è in equilibrio
− se τ > (tanϕ)σ allora si ha scivolamento.

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Per misurare e quindi ϕ si applica un certo sforzo normale N e si misura il valore di T che fa muovere
il corpo, a seguito di varie prove si costruisce un grafico T-N.
3. La igidezza dei te e i au e ta all’au e ta e della p essio e di o fi a e to.
Considerando uno stesso materiale, si nota che in superficie è più semplice spostare il terreno,
mentre andando in profondità questa azione risulta sempre più difficile. Questo si verifica perché più
si va in profondità e più cambia lo stato tensionale del terreno, in particolare aumenta lo stato di
confinamento.
4. La deformazione volumetria e distorsionale non è in genere restituita in modo completo in un ciclo
di carico e scarico.
Il terreno ha un comportamento plastico e non elastico lineare.
5. Le fasi (solida, liquida ed aeriforme) interagiscono tra loro scambiandosi degli sforzi.
Il terreno inteso come aggregato di particelle è un materiale multifase. Le diverse fasi scambiano
delle azioni con le particelle del terreno, modificandone il comportamento meccanico. La pressione
di contatto tra le diverse porzio i di te e o dipe de a he dalla p essio e dell’a ua presente.

PRINCIPIO DELLE TENSIONI EFFICACI


Il principio che consente di mettere insieme le fasi solida e liquida è il principio delle tensioni efficaci. Si può
notare che se prendo un peso e lo applico a un terreno saturo, nel momento in cui viene applicato non è
subito sorretto, poiché gli effetti dell’appli azio e del peso insistono a he sull’a ua. Qua do, invece,
l’a ua si spostata e il te e o defo ato si ito a i e uili io e tutto il peso viene sorretto dal terreno.

Il principio delle tensioni efficaci enunciato da K. Terzaghi è il seguente: lo stato di tensione di un punto può
essere definito tramite la conoscenza delle tre tensioni principali totali σ1, σ2 e σ3. Se lo spazio intergranulare
è riempito da acqua avente pressione u, le tensioni totali possono scomporsi in due parti. Una di esse,
chiamata tensione pressione neutra u, agis e sull’a ua e sui g a i i og i di ezio e o uguale i te sità.
Le differenze σ1 – u, σ2 – u, σ3 – u, rappresentano le tensioni, in eccesso rispetto alla pressione neutra, che
hanno sede nella fase solida. Queste frazioni delle tensioni totali sono definite tensioni efficaci. Tutti gli
effetti misurabili prodotti da un cambio dello stato di sforzo, quali una compressione, una distorsione e una
variazione di resistenza al taglio, sono dovuti esclusivamente a un cambio delle tensioni efficaci. Di
conseguenza ogni indagine di stabilità di un mezzo saturo richiede la conoscenza sia delle tensioni totali sia
delle pressioni neutre.

σ’ = σ − u → τ’ = τ

DEFINIZIONE DI VOLUME ELEMENTARE RAPPRESENTATIVO


Se nella scienza delle costruzioni possiamo parlare di punto, nel caso del terreno ci si riferisce a qualcosa di
dimensioni finite. Il volume elementare rappresentativo si definisce, infatti, come l’agg egato di pa ti elle
minime che ha le proprietà meccaniche di quel materiale. Esso è legato alla dimensione della singola
pa ti ella: il volu e ele e ta e di u ’a gilla i o e del volu e ele e ta e di u a ghiaia.
U ’alt a defi izio e di volu e ele e ta e app ese tativo si può da e t a ite la porosità:

Vv volume dei vuoti Vv volume dei vuoti


𝑖 à: = = 𝑖 𝑖 𝑖: = =
V volume totale V volume della fase solida

I u volu e ele e ta e app ese tativo pi olo l’i to o di u pu to pot e e apita e de t o u a


particella quindi la porosità varrebbe 0, poiché dentro alla particella non ci sono vuoti, capitando in un vuoto
la po osità va e e . Au e ta do la di e sio e dell’i to o la po osità assu e valo i i te edi t a e ,
all’au e ta e della di e sio e del volu e rappresentativo la porosità tende a stabilizzarsi. Questo limite
dimensionale è indicato come il volume elementare rappresentativo.

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TENSIONI GEOSTATICHE/LITOSTATICHE
Si definiscono geostatiche o litostatiche le tensioni nel terreno dovute al peso proprio. Lo stato tensionale
inziale di un terreno è quasi sempre quello litostatico e rappresenta la condizione iniziale σ0. Esso è
fondamentale da conoscere in quanto il terreno non si comporta come un mezzo elastico lineare, quindi in
un grafico σ- o si ha u a etta e o si può agio a e solo sulle variazioni di stato tensionale.

Supponiamo di avere un semispazio con un materiale


omogeneo e isotropo, con un peso proprio e un certo valore
di ≠ ; il peso dell’u ità di volu e per un terreno
va da 15 a 21 KN/m3). In un punto qualsiasi è possibile
calcolare lo stato tensionale e individuare le giaciture
principali, ovvero quelle giaciture in cui gli sforzi di taglio si
annullano. La giacitura orizzontale è una giacitura
principale; se o side assi l’asse ve ti ale passa te pe u
pu to e o togo ale alla gia itu a o izzo tale, l’asse sa e e
asse di simmetria. Se su tale asse ci fosse uno sforzo di taglio
τ, la p ese za di uesto sfo zo o t aste e e o l’ipotesi
di asse di simmetria, quindi la τ= .

Lungo l’asse verticale si ha solo σv, che è la tensione normale alla giacitura che sto considerando. Per ricavare
σv considero il cilindro di materiale fino al piano limite del semispazio e pongo che sia in equilibrio: la
sommatoria delle forze è nulla e in particolare è nulla lungo la direzione verticale.

𝜎 = 𝑧 → 𝜎 = 𝑧

Non intervengono altre forze perché, essendo quella verticale una direzione principale, le altre direzioni
principali sono ortogonali tra loro. Non sono entrate in gioco le proprietà meccaniche del materiale, se
cambia il materiale cambia solo gamma.

Lu go l’asse orizzontale è presente la tensione σh e in questo caso non si può fare


a meno di considerare le proprietà meccaniche del materiale attraverso le
equazioni di congruenza. Quando si considera un cubetto di materiale con applicata
una σv esso si abbassa e si allarga. Se il cubetto è immerso in altri cubetti non può
allargarsi ma si può deformare solo in verticale, quindi deve esserci uno sforzo
orizzontale che impedisce al cubetto di allargarsi.

La σh dipende dalle proprietà meccaniche del materiale. Ipotizzando che il materiale sia elastico lineare per
calcolare σh si ricorre alle equazioni di congruenza imponendo la deformazione orizzontale nulla:

ε = [σ − (σ + σ )] =

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L’asse ve ti ale di si et ia, quindi: σ = σ


Essendo una quantità costante diversa da zero, pe h l’e uazio e si annulli si devono annullare i termini
nella parentesi quadra:

σ − σ +σ = → σ − − σ = → σ − = σ → σ = σ

Quando = , il materiale è incomprimibile e σ = σ . La σ cresce linearmente con la profondità, quindi


è proporzionale a z. Siccome ≠ lo stato tensionale cresce con la profondità. Se il materiale è omogeneo
cresce linearmente, se non è omogeneo crescerà con una legge a tratti lineare dipendente dal valore di . Al
crescere dello stato tensionale il materiale diventa più rigido.
𝜈
L’esp essio e σℎ = σ vale per i materiali elastici lineari; per i terreni, i ve e, l’esp essio e dive ta:
−𝜈

σℎ = σ

TERRENI SATURI
Nel caso di un terreno saturo di acqua si ha un mezzo bifase composto da una fase solida e una fase liquida.
Si definisce 𝑎 o e il peso pe u ità di volu e di u te e o satu o d’a ua e si esp i e o la
relazione:
𝑎
𝑎 = =

TENSIONI VERTICALI
Consideriamo un cilindro di materiale in un semispazio con 𝑎 ≠ e
una certa σv applicata in un punto. Dentro al cilindro sono presenti sia
terreno che acqua, quindi:

𝜎 = 𝑎 𝑧 → 𝜎 = 𝑎 𝑧

Applicando il principio delle tensioni efficaci, conoscendo la tensione totale e potendo ricavare la pressione
dell’a ua, possia o al ola e la te sio e effi a e. La p essio e dell’a ua u i u te e o satu o a
profondità z è data dal peso spe ifi o dell’a ua pe l’altezza della olo a d’a ua, ovve o dalla Legge di
Stevino:
= 𝑧

Dalla differenza tra la tensione totale σv e la pressione neutra u, si ottiene:

𝜎’ = 𝜎 − = 𝑎 𝑧− 𝑧= 𝑎 − 𝑧 → 𝑎 − = ′

Poiché 𝑎 per ipotesi è costante e anche dell’a ua osta te, la te sio e effi a e a h’essa
costante e varia linearmente con la profondità z. ′ è il peso per unità di volume immerso in acqua. Alcuni
valori di plausibili sono: ~ / , 𝑎 ~ / , = / , ′~ / .
A parità di terreno se non è presente acqua (u=0) la tensione totale e la tensione efficace coincidono. Quando
nello stesso terreno si mette acqua, la tensione totale aumenta e la tensione efficace diminuisce. In generale
la presenza di acqua nel terreno porta ad una riduzione dello stato tensionale, della rigidezza e dello sforzo
di taglio massimo applicabile.

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TENSIONI ORIZZONTALI
È oto he la p essio e dell’a ua u uguale i tutte le di ezio i e he tutti gli effetti isu a ili sul te e o
sono legati alle tensioni efficaci. Nel momento in cui è presente acqua σh va applicata alle tensioni efficaci
relative esclusivamente allo scheletro solido:

𝜎′ℎ = 𝜎′ 𝜎′ℎ = 𝜎′

Per ottenere la tensione totale orizzontale in presenza di acqua si procede nel seguente modo:
1. Dalla tensione totale verticale σv e dalla p essio e eut a u i avo la te sio e ve ti ale effi a e σ’v
tramite il principio delle tensioni efficaci.
2. Si moltiplica la σ’v per k0 otte e do la te sio e o izzo tale effi a e σ’h: σ′ = 𝜎′ℎ
3. Dalla somma della tensione orizzontale efficace 𝜎′ℎ e della pressione neutra u si ottiene la tensione
totale orizzontale σh:
𝜎 ′ ℎ − = 𝜎ℎ

STORIA GEOLOGICA E TENSIONALE – VALORE DI K0


Per trovare il valore di k0 si considera un processo di deposizione ed erosione e si valutano le conseguenze
di questi sulle variazioni di stato tensionale del terreno.

Nella situazione A il punto in analisi si trova sul fondo di un lago o del mare. Il cilindro di materiale da
o side a e si este de fi o alla supe fi ie dell’a ua e si ottiene:

𝜎 = 𝑧 + 𝑎 𝑧 acqua + terreno saturo

= 𝑧+𝑧 solo acqua

𝜎′ = 𝑎 𝑧 − 𝑧 → 𝑧= → 𝜎′ =

Il punto è collocato sul piano limite del fondo del lago o del mare, si ha z=0 e quindi la tensione efficace σ’v=0.
Nella situazione B si ota he, o il passa e del te po, il livello dell’a ua s eso e uello del te e o
salito, quindi la pressione neutra è diminuita e lo stato tensionale efficace è aumentato. Siccome il terreno
vie e o p esso il volu e dei vuoti di i uis e e di o segue za di i uis e l’i di e dei vuoti.
Nella situazione C a seguito di una grande deposizione il lago si è riempito di sedimenti. Lo stato tensionale
au e tato otevol e te e l’i di e dei vuoti si idotto uova e te.
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Nella situazione D a ausa dell’e osio e si ito a esatta e te alla o figu azio e i B. Lo stato te sio ale
to a ad esse e lo stesso p ese te i B; l’indice dei vuoti, invece, è inferiore al precedente, poiché il terreno
non è un mezzo elastico lineare. Si nota quindi che in un ciclo chiuso di carico e scarico si ha una deformazione
permanente che è data dalla differenza di ordinate tra B e C ed è formata da due parti: una componente
reversibile elastica nel percorso da C a B e una componente irreversibile plastica che è data dalla variazione
dell’i di e dei vuoti t a B e D. Nella situazione B il terreno è normalconsolidato, nella situazione D è
sovraconsolidato. La differenza tra i due terreni è che in B il terreno non ha conosciuto stati tensionali
maggiori di quelli che sta avendo in quel momento, in D anche se lo stato tensionale è lo stesso il terreno ha
sperimentato nella sua storia geologica una tensione maggiore.

T a B e D olt e l’i di e dei vuoti a ia a he la te sio e o izzo tale, ovve o a ia il valo e di k 0.


Sperimentalmente si è visto che il valore di k0 è dato dalla relazione:

K NC ≅ − sen φ′ con φ′ = angolo di attrito interno del materiale

In un terreno normalconsolidato la tensione orizzontale è sempre minore di quella verticale e k 0 < 1; per un
terreno sovraconsolidato la tensione orizzontale può essere maggiore di quella verticale e k0 > 1.

Nel punto C la tensione è quella massima che il terreno ha mai sopportato nella sua storia geologica e viene
chiamata tensione di preconsolidazione (σ’p).

Conoscendo la tensione litostatica e la tensione di preconsolidazione si può definire il rapporto tra la tensione
assi a e la te sio e attuale del te e o, uesto appo to aggio e dell’u ità e si hia a grado di
sovraconsolidazione (OCR).
𝜎′
=
𝜎′

Attraverso questa espressione si ricava il valore di k0 per un terreno sovraconsolidato:

𝛼
= ∙ 𝛼= , → = ∙ √

Il valore di k0 per i terreni sovraconsolidati è ben maggiore di k0 per i terreni normalconsolidati.

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CONDIZIONI DI DRENAGGIO

APPLICAZIONE DI UN CARICO SU UNO STRATO OMOGENEO


Si suppone di applicare un carico su un semispazio di terreno. A seguito di questa applicazione si avrà una
variazione dello stato tensionale, ovvero sul punto P generico ci sarà una variazione Δσ che produrrà una
deformazione distorsionale e volumetrica. Se il terreno è privo di acqua, a seguito del carico, le particelle si
sposteranno per occupare i vuoti e la tensione totale applicata sarà uguale alla tensione efficace. In presenza
di acqua gli spazi t a le pa ti elle so o o upati dall’a ua stessa e per ridurre il volume dei vuoti è necessario
sposta e l’a ua t a ite u a va iazio e di uota piezo et i a. La va iazio e di te sio e totale Δσ p odotta
dall’appli azio e del a i o, i u e to o e to, si divide i u a Δσ’ che insiste sullo scheletro solido e in
una Δu che i siste sull’a ua; tale Δu fa i odo he l’a ua si sposti e di o segue za he il te e o possa
diminuire il suo volume. Per i terreni a grana grossa come le sabbie e le ghiaie è più facile spostare acqua in
quanto hanno vuoti grossi che pe etto o all’a ua di sposta si eglio; i uesti te e i, i olt e, il p o esso
di va iazio e di te sio e totale e va iazio e di p essio e eut a avvie e o testual e te all’appli azio e del
a i o. Pe i te e i a g a a fi e o e l’a gilla uesto p o esso olto le to, poi h l’a ua si uove o
estrema difficoltà e per essere espulsa completamente servono anche decenni: questo processo viene detto
processo di consolidazione.

Supponendo di costruire un rilevato che insiste su un terreno


(come rappresentato in figura), si nota che inizialmente
l’a ua ell’a gilla va i p essio e, io si ge e a u a Δu. I
al u e o dizio i la Δu oi ide o la Δσ totale he vie e
appli ata dall’este o, o e se tutto il a i o fosse so etto
dall’a ua. Se il rilevato insiste su una sabbia si assume che
l’a ua si uova osì fa il e te he la Δu o se ta all’a ua
di a da e via. Se il ilevato i siste su u ’a gilla el te e o
au e ta la te sio e dell’a ua e la tensione efficace non
cambia, ovvero tutto il carico vie e soste uto dall’a ua he
ha aumentato notevolmente la sua pressione e non è più in
equilibrio con le condizioni idrauliche al contorno. Di
o segue za, l’a ua si sposta i zo e dove la p essio e
minore producendo una variazione delle tensioni efficaci e
portando il carico a gravare anche sullo scheletro solido.

Si immagina di avere un sistema costituito da un pistone a tenuta con sotto una molla elastica e acqua
o e i figu a . L’a ua può us i e dalla a e a sottosta te il pisto e solo att averso un rubinetto (R).

Se con il rubinetto chiuso si applica una forza ΔF: il pistone non si


a assa pe h l’a ua i o p essi ile, la olla o si a i a e la
fo za ΔF i ide sola e te sull’a ua, la uale a ia la sua
p essio e Δu pa i al appo to t a ΔF e la supe fi ie del pisto e.
Successivamente se si apre il rubinetto l’a ua o i ia ad us i e a
causa della differenza di pressione tra quella atmosferica esterna e
quella nella camera sotto al pistone molto più elevata; il volume
dell’a ua sotto al pistone si riduce, questo si abbassa e la molla si
comprime. Se o i fosse la olla la p essio e dell’a ua sotto al
pistone sarebbe sempre pari alla Δu i iziale; poi h la olla
p ese te e si o p i e, pa te della fo za ΔF appli ata vie e
assorbita dalla molla stessa.

∆ ∆ ′ 𝑎𝑧𝑖 𝑎 𝑎
∆𝜎 = ∆𝜎′ = =
𝑧𝑖 𝑖
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Quando il rubinetto è chiuso: ΔF’=0, ΔF è e uili ata dalla Δu. Quando il rubinetto viene aperto l’a ua
esce, il pistone si abbassa e ΔF’≠0, poi h la olla o i ia a o p i e si. All’au e ta e della o p essio e
della molla ΔF’ au e ta e Δu di i uis e.

Nella realtà la molla rappresenta lo scheletro solido e il rubinetto rappresenta la capacità che ha il terreno
di fa si att ave sa e dall’a ua. Se il terreno è rigido si deve espellere poca acqua e quindi il processo è più
rapido, se il terreno è compressibile si deve espellere molta acqua e si ha più cedimento. Per i terreni a grana
fine, che so o olto o p essi ili e si las ia o att ave sa e o diffi oltà dall’a ua, il te po he i piega il
terreno a manifestare questo processo di consolidazione è molto lungo.
Il processo di consolidazione è un processo idrodinamico indotto da un carico ed è diverso dal
consolidamento. Le condizioni non drenate si verificano inizialmente quando si suppone che il volume non
a i e so o a atte izzate dal fatto he l’a ua i t appolata el te e o, il volu e o può a ia e, a
il terreno può cambiare la sua forma. Il processo termina quando ΔF= ΔF’ e Δu= , ovve o ua do la olla si
è caricata abbastanza da reggere il carico ΔF e l’a ua to ata in equilibrio con le condizioni idrostatiche al
contorno, tale condizione è detta drenata.

FILTRAZIONE IN UN MEZZO POROSO


Osse va do il ovi e to dell’a ua a ausa di va iazio i di p essio e, i pa ti ola e di uota piezo et i a,
si nota che la portata è proporzionale alla variazione di quota piezometrica per unità di lunghezza.


=− ∙𝑖 = − ∙

Dove v è la velocità, i è la variazione di quota piezometrica per unità di lunghezza, detto anche gradiente
idraulico o cadente piezometrica, k è una costante fenomenologica detta permeabilità idraulica che non si
può ricavare analiticamente, ma va misurata. Il segno meno ell’esp essio e dovuto al fatto he la
variazione di quota piezometrica si calcola quota a valle meno quota a monte e siccome la quota a valle è
minore la differenza è negativa, ma essendo la velocità una quantità positiva i segni devono concordare.

PERMEABILITÀ IDRAULICA K
Per misurare la permeabilità idraulica k si ricorre al seguente metodo rappresentato in figura:
si ette del te e o i u ili d o e si fa flui e dell’a ua
attraverso esso in una determinata direzione; alle estremità del
volume di terreno si applicano diversi valori della quota
piezometrica ℎ ; la cadente piezometrica i è la differenza di
uota piezo et i a pe u ità di pe o so fatto dall’a ua:

𝑖=
Il valore della portata è noto, poiché si conosce la sezione del
tubo si può dividere la portata per il valore della sezione e si
trova la velocità. Avendo sia la velocità che la cadente
piezometrica si può ricavare il valore di k.
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La permeabilità idraulica k è una costante dimensionale e ha le dimensioni di una velocità, poiché il


gradiente idraulico è adimensionale. Essa varia da terreno a terreno ed è in geotecnica il parametro che ha il
più grande intervallo di variazione.

VELOCITÀ DI APPLICAZIONE DEI CARICHI


U alt o pa a et o i po ta te pe l’a alisi del o po ta e to dei ate iali la velocità di applicazione
del carico. Nel caso di applicazioni di carico lente: in una sabbia le variazioni di volume sono contestuali
all’appli azio e del a i o, i u ’a gilla le va iazio i di volu e i piega o olto più te po a ve ifi a si.
Quando le applicazioni di carico sono veloci a he u te e o olto pe ea ile si o po ta o e u ’a gilla
e si hanno delle variazioni positive di pressione neutra. Aumentando la pressione neutra le tensioni efficaci
diminuiscono e diminuisce anche la capacità di resistere del materiale. Il terreno in questo modo diventa
improvvisamente un mezzo liquido che non è capace di resistere a sforzi di taglio.

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APPARECCHIATURE E PROVE DI LABORATORIO

PRINCIPALI CARATTERISTICHE DELLE PROVE MECCANICHE


• Controllo indipendente di tensioni totali e pressioni neutre (tensioni efficaci note)
• Possibilità di instaurare a piacimento le condizioni drenate o non drenate
• Possibilità di applicare uno sfo zo di o fi a e to , pe e a e di ip odu e i la o ato io iò he
accade nel sottosuolo
• Possibilità di applicare uno sforzo di taglio
• Possibilità di controllare gli sforzi o le deformazioni, ovvero fare prove a carico controllato o a
deformazione controllata

APPARECCHIATURA EDOMETRICA
Nella prova edometrica viene applicato un carico e misurato lo spostamento, è quindi una prova a carico
controllato. Tale carico viene applicato sulla testa di un cilindro attraverso una leva che amplifica lo sforzo
die i volte ta to uello posizio ato sull’asta. Lo sposta e to vie e isu ato sulla testa del ili d o att ave so
dei comparatori centesimali, che misurano appunto il centesimo di millimetro. Il terreno (giallo in figura) è
posizionato in un cilindro e nel cilindro esterno maggiore è presente acqua. Le aree di colore rosso sono dei
filtri costituiti da un materiale che può essere metallico o vitreo, molto po oso he o se to o all’a ua di
uscire dal terreno.

Il terreno è chiuso lateralmente da un anello metallico olto igido e può defo a si solo lu go l’asse
verticale; queste condizioni di deformazione vengono chiamate condizioni edometriche e riproducono le
condizioni litostatiche. Attraverso questa apparecchiatura si riproducono le condizioni di carico e scarico con
l’o iettivo di studiare il comportamento alla compressione del materiale. Per minimizzare gli sforzi di taglio
sulla superficie laterale del provino il rapporto tra diametro e altezza deve essere almeno 2-2,5.

Quando si applica il carico questo diventa una σa su ogni giacitura orizzontale. In seguito, si misura lo
spostamento verticale della testa, ovvero il . A parità di sforzo N ci sono terreni più rigidi con un più
piccolo e terreni più compressibili con un più grande. Il rapporto tra lo spostamento misurato e il valore
i iziale dell’altezza e uivale alla deformazione assiale a.

𝜎𝑎 = 𝑎 =

Questo strumento misura lo spostamento nel tempo e non istantaneamente. Una volta applicato il carico, si
inizia a misurare e si aspettano 24 ore, dopo le quali si applica il carico successivo. Inizialmente le pressioni
sono basse, 12,5 KPa, poi vengono aumentate con una progressione geometrica di ragione due per arrivare
a carichi elevati, fino a 3200 KPa. Una prova correttamente eseguita impiega almeno tre settimane.

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EDOMETRO CON MISURA DELLA TENSIONE ORIZZONTALE


Nell’appa e hiatu a edo et i a con misura della tensione orizzontale vengono effettuate misure in più
ispetto all’edo et o t adizio ale, tuttavia essa usata pe fi i di i e a e o ad uso o e iale.

Il filtro he o se te il passaggio dell’a ua, i uesto aso, sta solo sopra al provino di terreno che quindi
impiegherà più tempo per abbassarsi. In questa apparecchiatura sono presenti dei sensori: un sensore misura
la pressione sulla base inferiore ovvero la tensione totale, un altro misura la p essio e dell’a ua; con
queste due misure si può ricavare la tensione efficace. Un ulteriore sensore è la cella di carico posta sopra al
provino che consente di misurare la forza applicata.

Per misurare la tensione orizzontale p ese te, t a l’a ello etalli o este o e il te e o, u controanello
pieno di olio siliconico, u ate iale po o o p essi ile. L’olio sepa ato dal te e o da u a e a a
metallica sottile, che è collegata con un filo al sensore laterale di deformazione. Quando si applica il carico
verticale il terreno tende ad allargarsi late al e te, l’appa e hiatu a pe epis e la defo azio e o izzo tale
e pe iò au e ta la p essio e dell’olio ipo ta do a ze o la defo azio e. La p essio e dell’olio app ese ta
quindi la tensione orizzontale in condizioni edometriche. Potendo misurare sia la tensione orizzontale, sia
quella verticale si può misurare il valore di k0 che lega le due tensioni.

Nel diagramma si nota che inizialmente, dove la


tensione orizzontale è maggiore di quella verticale, si
hanno valori di k0 elevati. All’au e ta e del a i o, fino
al valore della tensione verticale efficace del terreno in
sito, osserviamo che si ha il valore minimo di k0. Da
uesto pu to i poi all’au e ta e del a i o il apporto
tra tensione verticale e orizzontale resta lo stesso.
Questo conferma che 𝑲 = − 𝐞 𝛗′ è costante per
i terreni normalmente consolidati. Quando si scarica
l’appa e hiatu a il valo e di k0 aumenta.

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APPARECCHIATURA DI TAGLIO DIRETTO


L’apparecchiatura di taglio diretto è una prova a deformazione controllata, si ile all’edo et o a o
alcune differenze: il provino oltre ad essere compresso assialmente subisce uno sforzo di taglio lungo la linea
tratteggiata nella figura. La parte inferiore del provino si può spostare e la parte superiore è bloccata con un
vincolo esterno a un trasduttore di sforzo.

Qua do si appli a lo sfo zo di o p essio e il te e o si o p i e o e ell’edo et o, dopo le 24 ore si


applica una velocità di spostamento alla parte inferiore del provino, mentre quella superiore resta ferma.
In questa prova si applicano diversi sforzi verticali, di solito tre, e si misura lo sforzo orizzontale che occorre
applicare per deformare il materiale.
In sintesi: lo sfo zo di o p essio e oto poi h vie e appli ato o il siste a di leve o e ell’edo et o,
lo sforzo di taglio si misura con il trasduttore, lo spostamento è noto perché si applica con una certa velocità
di deformazione e lo spostamento verticale della testa viene misurato. Lo stesso materiale in certe condizioni
può diminuire di volume, comportamento contraente, e in altre può aumentare di volume, comportamento
dilatante. Il difetto di uesta appa e hiatu a he, esse do il te e o o isot opo, l’esito della p ova può
va ia e i ase alla di ezio e; pe te e i i ui l’a isot opia evide te la p ova o si effettua.

CELLA TRIASSIALE
Questa apparecchiatura consente di applicare sforzi di confinamento e sforzi di taglio in modo più
sig ifi ativo ispetto all’appa e hiatu a di taglio di etto. Essa posta i u a p essa he se ve ad appli a e lo
sforzo verticale.

Nell’apparecchiatura è presenta u ’i te apedi e ollegata o l’este o att ave so u a ale e riempita di


acqua con lo scopo di applicare una pressione esterna al provino. Il terreno ollo ato all’i te o di u a
membrana di lattice he lo sepa a dall’a ua fissata con delle guarnizioni nella parte superiore e inferiore ed
è chiuso sulla base e sulla testa con due membrane rigide, una in plexiglass e una in alluminio. Il provino
poggia su un filtro he fa passa e l’a ua a o il te e o ed ollegato a h’esso all’este o t a ite u
canale. Una volta saturato tutto il canale e il provino si può egola e la p essio e dell’a ua de t o al p ovi o

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regolando la pressione nel canale. Sia la tensione totale, che la pressione neutra sono applicate e si possono
regolare, quindi in base al principio delle tensioni efficaci è possibile regolare anche la tensione efficace. Per
applicare uno sforzo di taglio p ese te u ’asta ollegata all’este o t a ite la uale si può au e ta e la
tensione verticale. Essa viene fatta scendere a velocità costante, cioè con deformazione controllata, e si
misura lo sforzo che occorre per farla scendere.

Il volumometro se ve a isu a e il volu e dell’a ua he e t a ed es e dal p ovi o du a te la defo azio e.


Siccome le variazioni di volume sono a spese del volume dei vuoti che in questo caso sono pieni di acqua,
l’a ua he e t a e he es e app ese ta la va iazio e di volu e del p ovi o. Qui di isu a do le va iazio i
di volume del provino e conoscendo il volume iniziale si conosce il volume in tutti i momenti della prova. Per
riprodurre le condizioni non drenate vie e hiuso il u i etto di d e aggio, l’a ua osì va ia la sua p essio e
che viene misurata con un sensore posto lungo il circuito. Con queste misure è possibile conoscere sempre
lo stato tensionale applicato al terreno.

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COMPRESSIONE E RIGONFIAMENTO

Si parla di compressione quando il terreno riduce il proprio volume, mentre si parla di rigonfiamento se il
volume aumenta, il terreno rigonfia assorbendo acqua. Lo strumento di verifica per la compressione è
l’edo et o, l’o iettivo di a iva e a u a fo ulazio e ate ati a he leghi le tensioni e le deformazioni.
Si definisce la compressibilità come la relazione tra variazione delle tensioni efficaci e variazioni di volume,
seguendo percorsi tensionali che non portano a rottura il terreno. La compressione è un aspetto del
comportamento meccanico che è associato ai terreni a grana fine, poiché questi sono più compressibili di
quelli a grana grossa. Sulle sabbie e sulle ghiaie quasi mai si fanno prove edometriche, sia perché raramente
è necessario, sia perché servirebbe uno strumento molto grande. I risultati delle prove sono ottenuti su un
terreno rimaneggiato, ovvero il materiale viene preparato in laboratorio anche se è naturale, quindi non ha
una storia geologica. Alcune grandezze da considerare sono:

Vv
𝑖 𝑖 𝑖 =
V
V vol. totale V + Vv V Vv
𝑖 𝑖 = = = = + = +e
V vol. fase solida V V V
∆Vv
∆V variazione di vol. ∆Vv V ∆e
𝑎𝑧𝑖 𝑖 𝑎 = = = = =
V vol. iniziale V + Vv Vv V e+
+
V V

Sul provino di terreno di altezza H0≈2 cm, messo in un edometro, si applica un carico verticale σa e si ipotizza
che la testa distribuisca in modo uniforme lo sforzo N applicato sul provino. Il terreno si trova in condizioni
non drenate, ui di l’a ua o può us i e su ito. I izial e te, i seguito all’appli azio e di σa, le
deformazioni orizzontali so o i pedite dall’a ello etalli o e a he le defo azio i ve ti ali so o i pedite
in quanto siamo in condizioni non drenate. La p essio e dell’a ua all’i te o del p ovi o va ia o σa e le
tensioni efficaci non cambiano. Successivamente l’a ua si t ova a una pressione maggiore rispetto alla
p essio e este a e o i ia ad us i e. Nel te po si osse va he sotto l’effetto del a i o σa il provino riduce
il suo volu e fi o a he la p essio e dell’a ua o è to ata i e uili io o l’a ua he si t ova all’este o
e la σa coincide con la σ’v, la tensione efficace verticale applicata sul terreno. Il processo si ferma quando il
terreno prende tutto il carico N applicato e la tensione efficace è variata di una quantità pari a σ’v. Dopo le
24 ore il valore dell’altezza del p ovi o H1, la variazione tra H0 e H1 è il cedimento misurato dal sensore
posto sopra la testa.

La deformazione assiale a è data dal rapporto tra e H0:

𝑎 ≅
La deformazione volumetrica v legata alla va iazio e dell’i di e dei vuoti dall’esp essio e:

≅− = 𝑎
+
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La deformazione volumetrica in condizioni edometriche è pari alla deformazione assiale, poiché le


defo azio i o izzo tali so o ulle. Nelle due esp essio i l’u i a i og ita p ese te l’i di e dei vuoti dopo
l’appli azio e del a i o.
Sul diagramma è rappresentato il volume specifico in relazione alla tensione verticale applicata sul terreno,
i diversi punti rappresentano le deformazioni dopo le 24 ore di applicazione del carico.

Nel punto A è presente solo il peso della testa quindi circa 0. Man mano che si applica il carico si vede che il
volume diminuisce secondo una certa curva; se il terreno fosse un mezzo elastico lineare nel diagramma ci
sarebbe una retta. Ciò che si nota nel grafico è che all’appli azio e del a i o il volu e si idu e, poi o il
passare del tempo il terreno diventa più rigido e il volume si riduce meno; cioè a parità di incremento di
tensione otteniamo una variazione di indice dei vuoti minore e la curva diventa meno pendente.
Se dal punto A si carica fino al punto B e poi si scarica non si ritorna nel punto A, come si avrebbe in un mezzo
elastico, ma si va nel punto D. Quando dal punto D si carica nuovamente si torna nel punto B e poi si va in C.
Nel tratto da B a D il terreno può essere assunto come mezzo elastico, poiché le deformazioni in questo
tratto vengono restituite. Nel punto D il terreno è sovraconsolidato, in quanto la sua tensione è più bassa
della tensione massima che il materiale ha sperimentato. In sintesi, si può affermare che i terreni
sovraconsolidati, finché rimangono tali, possono essere considerati elastici; i terreni normalmente
consolidati (curva ABC) non sono né elastici né lineari.

Passando ad un grafico con semipiano logaritmico si nota che la curva ABC diventa una retta, come anche il
ciclo di scarico e ricarico.

Ripetendo tale operazione un certo numero di volte su materiali diversi si riconosce che il comportamento è
sempre lo stesso. La retta ABC può essere percorsa solo nel verso delle tensioni crescenti, se decrescono le
situazioni presenti in BD sono tutte parallele tra loro.
In generale si può affermare che: il legame indice dei vuoti con il logaritmo della tensione verticale efficace
è una retta nelle situazioni di terreno normalconsolidato e questa retta si chiama linea di
normalconsolidazione, indicata con la sigla NCL. Quando invece il terreno è sovraconsolidato il
comportamento è descritto dal fascio di rette parallele dipendenti dalla storia tensionale.
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Per il tratto AC si può scrivere la seguente equazione:

𝜎′𝑎
̅̅̅̅ → = − 𝑐 ∙
𝜎′𝑎

Dove v0 e σ’a0 sono le coordinate di un punto qualsiasi; Cc è l’i di e di o p essi ilità, equivale al
coefficiente angolare della retta, è un parametro da misurare sperimentalmente e varia da terreno a terreno.
L’e uazio e di uesta etta si può otte e e solo spe i e tal e te.
Per il tratto DB si scrive la seguente equazione:

𝜎′𝑎
̅̅̅̅ → = − ∙
𝜎′𝑎

Dove vp è l’indice dei vuoti o il volume specifico in corrispondenza del punto B; σ’ap l’ascissa del punto B.

In questo caso il terreno è rimaneggiato, ma quando si costruisce non lo è. Su un diagramma come questo la
curva della prova edometrica di un terreno naturale con storia geologica parte dal punto D e forma una
curva. Da questa curva si può ricavare la pendenza della retta ABC, la sua posizione nel piano e quindi la sua
equazione. Tramite una costruzione grafica convenzionale si può ricavare anche il punto B, che nel grafico è
prossimo al massimo della curva DC. La costruzione grafica è la seguente:
− Sulla curva si individua il punto di massima
curvatura
− Da questo punto si tracciano la linea
pa allela all’asse delle as isse P e la ta ge te T alla
curva nel punto scelto
− Dell’a golo fo ato dalle due ette si t a ia
la bisettrice
− L’i te sezio e t a la isett i e e la NCL il
punto B.

L’as issa del pu to B dice quale è il massimo carico che il terreno naturale ha sopportato nella sua storia
geologica. A questo pu to si può al ola e l’OCR del te e o:

𝜎′
=
𝜎′

Se OCR=1 il terreno è normalmente consolidato, se OCR > 1 il terreno è sovraconsolidato.


Dove la σ’p è la tensione massima che il terreno ha sentito nella sua storia geologica, la σ’v0 è la tensione
verticale attuale in funzione di e z.

La curva di consolidazione nel grafico volume specifico-tempo sembra presentare un asintoto orizzontale.
Se però si mette il tempo in scala loga it i a si osse va he l’asi toto o p ese te, la u va o ti ua o e
se il materiale continuasse a cedere.

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In questo grafico si nota che il terreno si comporta anche in modo viscoso. La consolidazione effettivamente
pa te dall’appli azio e del a i o, l’a ua va i p essio e e vuole us i e dal te e o; poi uesto p o esso
te i a, l’a ua va i e uili io o le o dizio i id auli he al o to o e lo s helet o solido p e de il a i o
applicato. Da questo momento il terreno è anche viscoso, a carico costante ha una deformazione. Nella
maggior parte dei terreni questo fenomeno è trascurabile. Per distinguere la deformazione volumetrica da
quella viscosa si procede nel seguente modo: si traccia la tangente al flesso presente nel grafico e la retta che
i te pola gli ulti i pu ti, l’i te sezio e di ueste due ette app ese ta o ve zio al e te il momento in
cui finisce la consolidazione e comincia il fenomeno viscoso (linea rossa in figura).

APPARECCHIATURA DI TAGLIO DIRETTO

Nella prova di taglio diretto si distinguono le seguenti fasi:


• FASE 0: inizialmente si ha 𝜎 ≅ , ≅ 𝜎′ = , poi si applica la tensione verticale.
• FASE 1a: 𝜎 = 𝜎𝑎 , si è in condizioni non drenate quindi = 𝜎𝑎 e il provino al momento in cui applico
il carico non si deforma e 𝜎′ = .
• FASE 1b: dopo le 24 ore 𝜎 = 𝜎𝑎 ; il te e o ha o solidato, l’a ua stata espulsa e uella i asta
nel terreno è in equilibrio con le condizioni idrauliche al contorno quindi ≅ e 𝜎′ = 𝜎′𝑎 .

Dello stesso terreno si preparano tre provini in cui si applicano tre σa diverse: σa1, σa2 e σa3. Dopo le 24 ore,
quando si ha sulla superficie di taglio una tensione nota, si vincola la parte superiore a un vincolo esterno e
si inizia a spostare la parte inferiore a velocità costante. La velocità è scelta in funzione del fatto che deve
essere sufficientemente lenta da consentire lo spostamento di acqua senza variare la pressione.

Se si sposta la parte inferiore e quella superiore sta ferma, è


ovvio che il vincolo deve avere una sua reazione vincolare R,
che si misura tramite un sensore. Nota la R si ricava lo sforzo
di taglio τ sulla superficie di taglio:

𝜏=

Dopo aver eseguito le tre prove sullo stesso terreno con tre sforzi diversi posso riportare i risultati su un
diagramma sforzo di taglio-spostamento. Si ottengono tre curve diverse in cui si nota che: man mano che la
parte inferiore si sposta cresce la reazione vincolare R e di conseguenza cresce lo sforzo di taglio τ fino a un
determinato punto. Si definisce infatti la rottura attraverso il massimo sforzo applicabile al terreno. Se gli
stessi risultati si rappresentano in un grafico sforzo di taglio-tensione verticale applicata si vede che il
materiale è veramente attritivo. I tre punti ottenuti dalle tre prove si allineano su una retta che mostra la
p opo zio alità t a τ e σ’v.

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Per misurare il coefficiente di attrito si misura la pendenza della retta rappresentata nel grafico:
𝜏
=
𝜎′
Di solito si usa scrivere che:
𝜏 = ′ + 𝜎′ tan 𝜑′

Dove ϕ’ è l’a golo di att ito i te o del ate iale. I ealtà uesta etta o se p e passa pe l’o igi e,
quindi il terreno non è puramente attritivo e per questo è presente il te i e oesivo ’. Il criterio di
resistenza afferma che: se 𝝉 ≤ 𝒄′ + 𝝈′ 𝐚 𝝋′ il materiale non si rompe.
Le argille sovraconsolidate e le sabbie cementate hanno valore di ’ dive so da 0. Nel caso delle sabbie
e e tate evide te he le pa ti elle sia o i ollate t a lo o. Pe u ’a gilla la oesio e data da u
fenomeno chiamato dilatanza, presente anche nelle sabbie molto dense.
Per le argille sovraconsolidate e le sabbie molto addensate il
grafico τ- p ese ta u valo e assi o e u a su essiva
diminuzione. Questo andamento indica che prima il materiale
ha una certa resistenza, poi diminuisce. Una spiegazione si
trova se andiamo a osservare lo spostamento verticale della
testa. Inizialmente la testa si abbassa e poi comincia a
sollevarsi, questo significa che la forza orizzontale e quella
verticale interagiscono tra di loro attraverso il materiale. La
forza che spinge la parte inferiore della scatola compie un
lavoro positivo sul materiale, quando la testa si abbassa vuol
dire che anche lo sforzo normale sta compiendo un lavoro sul
ate iale. L’att ito i te o del te e o dissipa il lavo o dato
dalla somma del lavoro svolto dalla forza orizzontale e dal
lavoro svolto dalla forza verticale. Arrivata al minimo la testa
si solleva e ui di ’ u lavo o egativo e la fo za o izzo tale
deve es e e pe supe a e l’att ito i te o del ate iale più il
lavoro che serve a tirare su la testa. Il lavoro è massimo quando la velocità di risalita della testa è massima,
ovvero nel flesso della curva. Quando la curva tende a diventare orizzontale il lavoro che deve compiere la
forza orizzontale per spostare quella verticale si riduce e quindi si riduce la forza orizzontale. Alla fine, la testa
o si uove più, ui di la fo za o izzo tale deve vi e e solo l’att ito i te o al ate iale. I uel punto la
testa dell’appa e hiatu a fe a e o devo pe de e e e gia a sposta la, ui di tutto il lavo o della fo za
orizzontale va in attrito interno del materiale. Il fenomeno della dilatanza è dovuto al fatto che le particelle,
o pe u ’a gilla sov a onsolidata o per una sabbia cementata, sottoposte a taglio per potersi spostare si
devono allontanare e perciò aumentano di volume.
La rottura del materiale non significa che il sistema che stiamo considerando è rotto, perché il sistema si
rompa si deve rompere il materiale in una quantità di punti tale da creare un meccanismo. Se il materiale è
intatto considero i punti di massimo, se invece considero un pendio che in passato si è già rotto considero i
punti di minimo.

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RICHIAMI DI SCIENZA DELLE COSTRUZIONI

CERCHIO DI MOHR
Il e hio di Moh è u o st u e to g afi o e o ate ati o pe l’a alisi dello stato te sio ale di u
sistema he si diseg a se pli e e te pe ezzo di u a iga e u o passo. Pe pote t atta e l’a go e to
si deve dapprima dare una definizione di stato tensionale. Si considera allora un corpo generico e un punto
Q interno ad esso e dividiamo il corpo in due parti per mezzo di un taglio che passa proprio attraverso
questo punto. Se si prende poi in considerazione una sola di queste due parti si deve andare a mettere una
dist i uzio e di te sio i sulla supe fi ie di taglio MN i odo tale da o odifi a e l’e uili io della pa te
esta te e sostitui e l’effetto he aveva su di essa la pa te eli i ata. Nel pu to Q posso fa e u u e o
infinito di tagli perché per uno e un solo punto passa una stella di piani, ovvero un numero infinto di piani.
Mi accorgo, quindi, che la tensione che definisco per il punto Q non dipende solo dal punto, ma anche dal
taglio e dalla sua direzione, ovvero la sua giacitura. Nel punto Q posso, di conseguenza, definire infinite
tensioni a seconda della giacitura con cui effetto il taglio. La tensione si definisce come quel vettore che io
otte go po ta do al li ite pe l’i to o he te de a ze o del pu to Q su u a determinata giacitura, ovvero:

ΔF
t = lim
Δ → ΔS

Nel simbolo della tensione aggiungo il pedice n che va ad indicare la direzione normale al piano che è quella
che decido di andare a considerare. Questa tensione tn ha nel dettaglio tre componenti che sono tnx – tny – tnz
rispetto ad un sistema di riferimento esterno xyz. La stessa tensione tn può avere, invece, le tre componenti
rispetto ad un sistema di riferimento locale formato dalla normale alla giacitura che sto considerando e da
due assi ortogonali ad essa, quindi che giacciono nella giacitura. Esiste una relazione, detta relazione di
Cauchy, che permette il passaggio da un sistema di riferimento ad un altro. Tale espressione vale:
tnx = σxαx + τyxαy + τzxαz
tny = τxyαx + σyαy + τzyαz
tnz = τxzαx + τyzαy + σzαz

σ e τ so o le o po e ti el siste a di ife i e to lo ale dove σ la o po e te o ale e τ la


componente tangenziale, ovvero quella parallela alla giacitura che stiamo considerando. αx - αy - αz sono i
coseni direttori della normale alla giacitura che stiamo considerando. Tale sistema di equazioni si può
scrivere in maniera sintetica come tn= T dove il vetto e fo ato da αx - αy - αz, T è il tensore delle tensioni
ed dato da σ e τ he devo o ave e si et ia i odo da ga a ti e l’e uili io le σ posso o esse e dive se,
a le τ t a lo o o togo ali devo o esse e uguali al e o i odulo .
Per mezzo del cambio di sistema di riferimento si può definire anche una particolare terna, e quindi una
particolare direzione, lungo la quale la componente tangenziale è nulla e si ha solo la componente normale
alla giacitura. Questa particolare direzione si trova andando semplicemente a dire che il vettore che mi
rappresenta la tensione ha la stessa direzione del vettore che mi rappresenta la normale e, quindi, deve
esse e p opo zio ale alla o ale i di ata dai ose i di etto i α. A livello ate ati o o ispo de ad ave e
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u a oltipli azio e t a u o s ala e e i ose i di etto i α. Posso a uesto pu to sostitui e α alle o po e ti


σ e τ s itte i p e ede za i odo tale da t ova e u siste a he pe ezzo dell’a ulla e to del
dete i a te i pe ette di t ova e p op io il valo e di . I valo i di so o le direzioni principali e di
conseguenza anche le tensioni principali e sono tnx= αx tny= αy tnz= αz.

DEFINIZIONE Riassumendo si può dire che si ha una direzione principale quando la tensione tangenziale è
nulla e anche viceversa, ovvero se la tensione tangenziale è nulla si ha una direzione principale.

Tornando alla definizione di cerchio di Mohr, Mohr nota


che se si considera il sistema di riferimento locale (quello
legato alla giacitura) e tutte le giaciture che formano un
fascio proprio di piani (quelle che si appoggiano ad una
stessa retta che hanno in comune), il vettore che mi
rappresenta la tensione al variare della giacitura cambia
e descrive un cerchio con il suo movimento. Il cerchio lo
posso andare a disegnare facilmente conoscendo il centro
del cerchio, il suo raggio e la legge che mi lega la giacitura
che sto considerando ad un particolare punto del cerchio.
A o B sono i punti particolari del cerchio che mi aiutano a
disegnarlo perché hanno τ=0 e σ ꓕ alla giacitura che sto
considerando. Sono quindi le direzioni principali.

I TRE CASI PRINCIPALI DEL CERCHIO DI MOHR

LEGGE DI CORRISPONDENZA
Pe t ova e il sig ifi ato degli alt i pu ti del io e hio ho isog o di u ’alt a legge che mi leghi la posizione
del punto sul cerchio con la posizione della giacitura. Tale legge si trova facilmente per mezzo della prova
triassiale. Si prende un provino con un certo volume V che viene sollecitato per mezzo di diverse forze. La
prima sollecitazione che si applica è quella della p essio e dell’a ua σc sulla superficie laterale del mio
provino che risulta essere uguale in tutte le direzioni p op io pe h vie e appli ata att ave so l’a ua. I
uesto aso o si ha o τ lu go l’asse o izzo tale lu go l’asse ve ti ale e ui di so o e t a e delle
direzioni principali. Tali direzioni sono inoltre tra di loro uguali, hanno raggio nullo e si ha quindi che dal punto
di vista grafico il cerchio di Mohr si riduce semplicemente ad un punto.
Vado, in seguito, a schiacciare il provino assialmente att ave so l’asta verticale, ovvero applico una
variazione di carico assiale. Le di ezio i p i ipali t alas ia do i fe o e i he va o a a atte izza e l’a ua
non cambiano perché non sono nati degli sforzi di taglio sulle giaciture verticali e orizzontali. Si ha però che
la tensione verticale a differenza di quella orizzontale non è rimasta uguale, ma è aumentata. Chiamiamo
allo a σa la te sio e ve ti ale data dalla so a della σc i iziale e dalla va iazio e appli ata pe ezzo dell’asta
verticale. In questo caso, dal punto di vista grafico, si hanno due pu ti disti ti he so o appu to σc e σa

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ollo ati sull’asse delle σ. Il e t o del e hio , di o segue za, il pu to edio del seg e to he ollega
questi due punti (o anche la somma delle tensioni diviso due) e il raggio è la metà di questo segmento. Tutti
i punti del cerchio di Mohr che vado a disegnare sono legati ad una giacitura per mezzo di una relazione che
prende il nome di legge di corrispondenza.
LEGGE DI CORRISPONDENZA Tale legge si ealizza t a l’a golo formato dalla giacitura rispetto alle direzioni
p i ipali e l’a golo fo ato da u asse ispetto all’asse σ e afferma che esiste un punto speciale del cerchio
chiamato POLO attraverso il quale, se vi riporto la parallela rispetto alla giacitura, ottengo un punto (o più
punti) sul cerchio che mi rappresenta proprio lo stato tensionale nel volume che sto considerando. In questi
pu ti, i olt e, vuol di e he o ho solo le σ o p essio e , a a he delle τ sfo zi di taglio .

Se il appo to τ/σ > µinterno con µinterno=tangϕ si ha una giacitura con obliquità massima e il materiale
considerato, essendo di tipo attritivo, va in crisi. Tale giacitura ha un angolo ben preciso che nel caso di
ta ge za e di solle itazio e ve ti ale vale α=9 + ϕ → α= + ϕ/2 rispetto all’o izzo tale o e si può vede e
i figu a. Se si vuole o os e e, i ve e, lo stato te sio ale su ualsiasi alt a gia itu a si isu a l’a golo o il
goniometro e si tracciano le parallele alla giacitura scelta. Non si ha invece crisi quando si ha la tensione
massima sulla nostra giacitura, perché il comportamento del materiale è, come abbiamo già detto,
st etta e te e u i a e te legato all’i li azio e della gia itu a.

ESECUZIONE E RISULTATI DI UNA PROVA CON CONTROLLATA


P e dia o il p ovi o di te e o, lo i se ia o ella ost a appa e hiatu a e lo isolia o dall’a ie te
esterno per mezzo di una membrana in lattice. Andiamo poi ad applicare una prima pressione di
o p essio e pe ezzo dell’a ua o te uta ella ella he spinge sulla membrana precedentemente
i di ata o e σc. La σc è uguale in tutte le direzioni e permette di parlare di uno stato tensionale idrostatico

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esterno. Att ave so, poi, u i uito di d e aggio possia o appli a e u a p essio e all’i te o del p ovino
u0. U0 si applica sempre per garantire la saturazione del provino e dei circuiti, ovvero serve a portare in
soluzio i eve tuali olle d’a ia o te ute all’i te o di uesti ele e ti e ga a tis e u o stato tensionale
idrostatico interno. È importante che tutto il i uito sia satu o d’a ua pe h o side ia o l’a ua o e
i o p essi ile e o i g ado di e t a e all’i te o dell’appa e hiatu a he se ve pe fa e le ost e
misurazioni. Le misurazioni riguardano il valore delle tensioni efficaci. La tensione efficace in questo caso è
di o p essio e se za api e pe h esiste solo uesta i ua to l’a ua o i g ado di po ta e te sio i
di taglio ed data dalla diffe e za t a ueste due p essio i, io σ’c=σc-u0. Su ogni giacitura si ha anche che
la σ=σ’c perché si ha uno sforzo di compressione uguale in tutte le direzioni e si parla di stato di sforzo
idrostatico o sferico. Come in precedenza, se voglio disegnare il cerchio di Mohr ho solamente un punto.
Si va, in seguito, ad applicare uno sforzo assiale σa. A questo punto devo decidere se fare la prova con il
rubinetto del circuito aperto o chiuso. Per il momento si decide di lasciare il rubinetto aperto e di far scendere
l’asta a velo ità p efissata olto le ta e te i odo da esse e si u i he il valore di u0 rimanga costante
considerando le variazioni di pressioni causate dalla variazione di volume del provino come trascurabili
rispetto a u0. Parlando in termini di tensioni efficaci, ciò vuol dire che la tensione orizzontale efficace rimane
la stessa ed è uguale a σ’c, e t e la te sio e ve ti ale effi a e au e ta di σa e dive ta σ’a=σa + σc – u0. La σa
si i ava o e σa=F/A con A che è la sezione del provino (tralasciato il fatto che la geometria del provino si
modifica leggermente quando si applica lo sforzo). A questo punto posso disegnare il cerchio di Mohr per
ezzo di due pu ti disti ti he so o σ’c e σ’a.
Con il sensore posto a fianco della cella posso misurare anche altre grandezze come la defo azio e del
provino (che in questo caso è un accorciamento avendo una pressione di compressione) che corrisponde
all’a assa e to lu go l’asse dell’asta ve ti ale o os e do l’altezza i iziale h0, ovve o =Δh/h0. Dal punto
di vista grafico si può diseg a e l’a da e to di tale fu zio e i avata spe i e tal ente allo stesso modo
dello sfo zo di taglio i fu zio e dello sposta e to o izzo tale dell’appa e hiatu a di taglio di etto,
sostituendo però le grandezze rispettivamente con la variazione di tensione normale verticale e con la
deformazione assiale del mio provino. Anche il risultato è uguale dal un punto di vista qualitativo a quello di
una prova di taglio diretto, perché si ha che lo sforzo di taglio cresce fino ad un valore massimo Δσf che
rappresenta la rottura del materiale, ovvero il limite oltre il quale il materiale che considero non ha più
nessuna capacità di trasmettere gli sforzi e che corrisponde allo sforzo massimo che il materiale può
soppo ta e. I o ispo de za di uesto Δσf si ha un cerchio di Mohr che è il più grande che posso disegnare
e oltre il quale non vi sono altri cerchi. Corrisponde, quindi, nella prova di taglio diretto al blocco che scorre
ad una velocità costante quando è sottoposto ad uno sforzo orizzontale che ha raggiunto il suo valore
assi o supe a do la eazio e dell’att ito e dove la rottura è la capacità massima di attrito.

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ALTRE CONSIDERAZIONI SULLA PROVA


1. Andiamo adesso a vedere cosa succede agli
altri provini (in quanto devono essere minimo
3), che dobbiamo necessariamente prendere
dello stesso materiale, e li sottoponiamo a degli
sfo zi di ella aggio i he i di hia o o e σc1
– σc2 ecc supponendo però di avere una u0 che
si mantiene costante e il rubinetto del circuito
aperto. Au e ta do le σ devo appli are delle τ
assialmente maggiori in modo tale da
raggiungere il massimo attrito e avere una
deformazione indefinita. Dal punto di vista
grafico, prendendo il diagramma relativo
all’a da e to della te sio e effi a e, ho he le
u ve elative alla σ’c1 e alla σ’c2 sono
si u a e te sop a a uella elativa alla σ’c vista i p e ede za e he le σ’c sono crescenti passando dalla 1
alla . Co lo stesso agio a e to si ha o a he delle Δσf crescenti, ovvero le dimensioni massime del
diametro degli altri cerchi che vado a disegnare e che sono anche essi in condizioni di rottura. Tali cerchi,
partendo da valori di σ’c più grandi, so o spostati ve so dest a ispetto al io e hio σ’c iniziale. Essi
descrivono una condizione di plasticità perfetta nella quale il materiale considerato si sta deformando in
maniera indefinita, ma il suo stato tensionale ha ormai raggiunto il suo valore massimo e rimane costante.
Questa condizione corrisponde a quella di rottura nella quale gli stati tensionali rappresentati attraverso i
cerchi sono quelli massimi σf e devono soddisfare il cosiddetto criterio di resistenza. Nel caso di materiale
att itivo il ite io vale τ= ’ + σ’ta gϕ e corrisponde graficamente ad una retta inclinata di un angolo ϕ
ispetto all’o izzo tale e t aslata ispetto all’o igi e di u a e ta dista za ’. Pe affe a e he il ite io
dimostrato i tre cerchi devono essere tangenti a questa retta inclinata. I valori di ϕ e di ’ el aso i ui
uest’ulti o sia p ese te si t ova o pe ezzo dell’appa e hiatu a t iassiale. Si ha, i fatti, u valo e di ’=0
nel caso delle argille normalmente consolidate e nel caso delle sabbie sciolte e un valore diverso da 0 nel
caso di argille sovraconsolidate e sabbie molto dense a causa del fenomeno di dilatanza che porta
all’au e to del volu e del p ovi o du a te il suo s hia ia e to.

2. Andiamo, infine, a valutare i nostri provini in condizioni non drenate, ovvero nel caso in cui si decida di
mantenere il rubinetto del circuito chiuso perché si ottengono risultati ben diversi da quelli appena valutati.
Chiudere il rubinetto, infatti, equivale ad aggiungere un vincolo al terreno perché obblighiamo il volume a
rimanere costa te. I alt e pa ole, stia o appli a do u a o dizio e di o g ue za he e uivale ad vol=0.
La o dizio e i iziale se p e la stessa e o ispo de a a i a e il io p ovi o o u a σ c e u a σa. Vado
però in seguito a chiudere il rubinetto e a caricare il mio provino assialmente. A differenza di prima ho, in
questo caso, un a ia e to della p essio e dell’a ua i te a u0, ovve o si ge e a u a Δu. La presenza
di u a Δu i te a fa sì he la te sio e o izzo tale effi a e o i a ga più osta te, a di inuisca
ell’ipotesi he Δu au e ti e he tale te sio e assu a u valo e pa i a σ’c1= σc1 – (u0 + Δu . Dal pu to di vista
g afi o vuol di e he il pu to σ’c1 si sposta in questo caso verso sinistra contrariamente a quanto visto in
precedenza e anche i cerchi di Mohr che si vanno a disegnare a partire dalle tensioni. I cerchi in condizioni
non drenate sono tangenti sempre alla stessa retta e presentano lo stesso criterio di resistenza così da
dimostrare che il comportamento del materiale terreno a rottura è sempre lo stesso nonostante le due
diverse condizioni possibili. Lo spostamento, in questo caso verso sinistra, indica che lo stato tensionale
edio all’i te o del te e o sta di i ue do, ovve o se di i uis e la te sio e effi a e o izzo tale vuol di e
che va a diminuire anche la tensione efficace totale e, di conseguenza, la resistenza del mio materiale. Le
u ve he va o a app ese ta e l’a da e to della te sio e effi a e so o i uesto aso più asse ispetto
alla σ’c i iziale a ausa della Δu he si ge e a all’i te o del p ovi o du a te lo svolgi e to della p ova.

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N.B.: In generale si deve sapere che la prova in condizioni non drenate può essere effettuata ad una velocità
aggio e pe h , ave do hiuso il u i etto, il volu e o a ia e l’a ua o si può spostare. Sono quindi
prove da preferire rispetto a quelle in condizioni drenate perché i risultati si ottengono prima e permettono
anche di ottenere un numero maggiori di informazioni riguardo il provino che si sta utilizzando.
CONCLUSIONI Attrave so le p ove t iassiali ius ia o a i ava e i pa a et i di esiste za ’ e ϕ’ dal p ovi o
di terreno una volta disegnati i cerchi di Mohr. Per ogni prova si hanno 3 provini e quindi si possono disegnare
3 cerchi di Mohr. Si disegna poi la retta che è tangente a questi 3 cerchi la cui pendenza, misurata con il
goniometro, corrisponde al valore di ϕ. L’i te etta o l’asse delle τ se ’ i dà il valo e di ’.

VERIFICA CRITERIO DI RESISTENZA CON E SENZA LA PRESENZA DI ACQUA


a. Co side ia o u ate iale o oge eo a atte izzato da u e to valo e di , ’ e ϕ’ ha ui di u suo peso
ed una sua resistenza). Per un materiale soggetto al suo peso nel caso di non presenza di acqua, per un suo
punto qualsiasi si può calcolare la tensio e ve ti ale σv pa i a σv=σ’v= z e la te sio e o izzo tale σo pari a
σo=k0σ’v. K0 è dato sperimentalmente dalla relazione k0=(1-senϕ’ OCRα o α= . Se il ate iale
normalmente consolidato k0<1. Dal momento che la tensione verticale litostatica e quella orizzontale sono
di ezio i p i ipali posso a da e a diseg a e il io e hio di Moh e dal o e to he o os o a he ’ e
ϕ’ posso a da e a diseg a e a he il ite io di esiste za. I o dizio i litostati he, il ate iale o si o pe
perché gli sforzi di taglio non sono sufficienti ad innescare il fenomeno e quindi il criterio di resistenza non è
tangente ai cerchi di Mohr ma è spostato molto al di sopra di essi senza avere nessun contatto con essi.
Vado in seguito ad applicare un carico sul terreno, costruendo ad esempio una casa, che va a modificare lo
stato tensionale. Nel mio punto qualsiasi scelto in precedenza ho un incremento di tensione verticale e anche
di tensione orizzontale. In base però alla posizione del punto che scelgo l’i e e to della tensione verticale
Δσv è e aggio e del Δσo almeno in un certo volume di terreno che sta sotto la fondazione della mia casa.
Devo adesso andare a verificare se le modifiche che sto applicando al mio terreno sono compatibili con il
criterio di resistenza ovvero, preso un punto sotto la mia fondazione, devo verificare che il cerchio di Mohr
he vado a diseg a e dopo l’appli azio e del a i o posto se p e sotto il ite io di esiste za il ate iale
non si rompe e il carico è compatibile) o si è spostato sopra il criterio di resistenza (il materiale si rompe e il
carico non è compatibile).
b. Consideriamo adesso un materiale soggetto al suo peso nel caso di presenza di acqua. L’a ua idu e lo
stato tensionale verticale e si passa dal valo e di a uello di ’ o ’= sat – w e > ’. Dal pu to di vista
grafico il cerchio di Mohr disegnato inizialmente è più vi i o all’o igi e e deve essere traslato di una quantità
pa i alla p essio e u he ho all’i te o del te e o. Il e hio si t ova, du ue, più vicino all’o igi e degli assi
cartesiani e anche al criterio di resistenza perché gli sforzi di compressione sono più bassi. Dal momento che
la distanza tra cerchio e criterio di resistenza dal punto di vista geometrico mi rappresenta il margine di
sicurezza, in presenza di acqua tale margine è più piccolo perché parto da uno stato di confinamento minore
(che è quello litostatico iniziale) e quindi da una disponibilità di attrito del materiale più bassa.

CONSEGUENZE
Quando applico il carico il mio materiale tende conseguentemente a deformarsi volumetricamente. Se il
te e o satu o d’a ua, affi h il te e o si o p i a l’a ua si deve sposta e. Nel aso della sa ia,
l’a ua o si a o ge del a i o appli ato pe h i a e i e uili io o le o dizio i id auli he al o to o

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e tutto il a i o assu to dallo s helet o solido del te e o. Nel aso dell’argilla, i ve e, l’a ua o ies e a
defluire facilmente ma ci vuole moltissimo tempo perché il terreno risente solo una volta terminata la
costruzione della mia casa del carico effettivamente applicato. Quando l’a ua inizia finalmente a muoversi
p ovo a u a Δu che si va a sommare alla u già presente nel terreno. Posso andare a isu a e Δu nel caso di
provo non drenata, ma non di una casa. La devo allora andare a calcolare per mezzo di una formula che mi
permetta di andare a disegnare il cerchio di Mohr e di verificare la compatibilità con il criterio di resistenza.

Δu = B ∙ [Δσ + A Δσ – Δσ ]

Tale formula si ricava per via teorica e permette di al ola e la Δu i og i pu to del te e o per mezzo delle
tensioni totali e delle variazioni di tensione totale che conosco dal momento che sono io a decidere il carico
sul terreno. Le tensioni con pedice 1 e 3 sono quelle principali e corrispondono rispettivamente a quella
massima e a quella minima. A e B sono delle costanti dette parametri delle pressioni interstiziali. B=1 nel
aso i ui il te e o sia satu o d’a ua. A si deve, invece, determinare sperimentalmente e si ricava dalle
prove di laboratorio tra cui in particolare dalla prova triassiale consolidata e non drenata che permette di
isu a e la Δu du a te la fase di s hia ia e to lu go l’asse ve ti ale.

VALUTAZIONE PER UNA FONDAZIONE


Consideriamo una fondazione, ovvero una struttura appoggiata sul nostro terreno, caricata con un certo
carico Q. Si vuole verificare che in ogni punto del terreno sottostante la struttura non sia violato il criterio di
resistenza. Per ogni punto (prendiamo ad esempio il punto P) il cerchio di Mohr (e le tensioni efficaci che lo
caratterizzano) deve essere collocato sotto la retta che rappresenta il criterio di resistenza perché ciò vuol
dire che gli sforzi di taglio sul punto P, qualunque sia la giacitura che sto considerando, sono più piccoli di
quelli che il materiale può sopportare (che sono proprio rappresentati dalla retta di resistenza) e che quindi
il terreno è in grado di sopportare il carico Q che gli viene applicato. Se si ha invece un cerchio di Mohr che
supera la retta di resistenza vuol dire che il terreno non è in grado di sopportare il carico Q e non si può
realizzare la fondazione prevista in questo caso specifico. Nel punto P siamo in grado di calcolare:

Stato tensionale totale – σV= satz con il terreno saturo fino al piano di campagna
– σ’v=σv-u e σ’o=k0σ’v per il principio delle tensioni efficaci con u= wz

Variazione dello stato tensionale È dovuta all’appli azione del carico Q in superficie e si calcola facendo
riferimento alla teo ia dell’elasti ità li ea e. Secondo tale teoria la variazione dello stato tensionale
verticale è una funzione che dipende dalla sola geometria (forma), dal carico Q applicato e dalla posizione
del punto P che sto considerando rispetto al carico applicato (sopra, sotto) Δσv=f(geometria;Q). Le costanti
elastiche del materiale non entrano in gioco nella formula. Per quanto riguarda, invece, la variazione dello
stato tensionale orizzontale, essa è funzione della variazione dello stato tensionale verticale e del
coefficiente di Poisson Δσo=f(Δσv; e ui di dipende da una costante elastica. Il coefficie te si dete i a
facilmente perché in generale ha un valore molto piccolo e se si considera un terreno argilloso in condizioni
non drenate (nelle quali il volume non varia) esso vale =0,5 che è il limite superiore teorico che si può avere
per tale coefficiente. Per calcolare lo stato tensionale e poter disegnare il cerchio di Mohr in seguito
all’appli azio e del a i o Q devo o os e e la va iazio e dello stato te sio ale e a he la va iazio e di
pressione neutra perché sono in condizioni non drenate. Le prime le ho appena calcolate, mentre trovo Δu
per mezzo della formula di Skempton Δu=B[Δσ3 + A(Δσ1 – Δσ3 ]. σ1 e σ3 sono le tensioni principali che
ell’appa e hiatu a t iassiale o ispo do o alla te sio e ve ti ale assi a e alla te sio e o izzo tale
i i a . Nell’esp essio e si ha o pe ò le va iazio i di te sio i p i ipali e dal o e to he la p essio e
di ella dovuta all’a ua esta osta te si ha he la tensione orizzontale totale non varia e vale Δσ3=0, mentre
varia solamente la tensione verticale totale. Prendendo poi in considerazione un terreno saturo, ovvero con
B= l’esp essio e si se plifi a i a ie a otevole e dive ta Δu=AΔσ1. In teoria per un terreno elastico
lineare A=1/3, ma non è così perché il suo comportamento cambia durante la deformazione.

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MODELLO DI MEZZO MONOFASE EQUIVALENTE E CRITERIO DI RESISTENZA ALLA TRESCA


Una volta trovate le tensioni efficaci in ogni punto, posso andare (in teoria) a disegnare il rispettivo cerchio
di Mohr e a verificare se il materiale rispetta il criterio di resistenza. Tale procedimento è estremamente
complicato perché ancora oggi esistono numerose incertezze che non vengono risolte nemmeno attraverso
i software. Nel caso, quindi, di terreno in condizioni non drenate (con = , dove l’a ua o si può uove e
ed lo ata all’i te o dello s helet o solido si ipotizza he il ezzo - in questo caso il terreno, ma come
può essere anche per il calcestruzzo – sia un unico materiale senza distinzione tra acqua e particelle, ovvero
un mezzo monofase equivalente. A questo punto quando si va a studiare questo mezzo monofase:
• non si deve distinguere tra tensioni neutre e tensioni efficaci perché esistono solamente le tensioni
litostatiche totali che calcolo con la formula σv= satz;
• le variazioni di stato tensionale le calcolo, come in precedenza, per mezzo della teo ia dell’elasti ità.
Con queste due solo grandezze si riesce a disegnare immediatamente il cerchio di Mohr, ma non posso
andare a disegnare la retta relativa al criterio di resistenza perché è espressa in termini di tensioni efficaci
che in questo modello semplificato non esistono. Devo allora andare a scrivere il criterio di resistenza del
te e o i te i i di te sio i totali se p e sotto l’ipotesi di te e o i o dizio i o d e ate . P e do allo a
un provino di terreno che porto in laboratorio e lo sottopongo a prove che mi permettono di calcolare la sua
resistenza al taglio. Le prove possono essere quelle realizzate con una apparecchiatura di taglio diretto o con
u a appa e hiatu a t iassiale. Ave do l’esige za di ga a ti e le o dizio i o d e ate, ovve o he l’a ua
rimanga o fi ata all’i te o del te e o, si deve usa e l’appa e hiatu a t iassiale pe h o il suo
u i etto hiuso i pedis e all’a ua di fuo ius i e dal p ovi o. Si può, i olt e, toglie e il filt o e i se i e u
dis o di plasti a i pe ea ile all’a ua pe migliorare le condizioni di saturazione del provino. Una volta,
quindi, inserito il provino nella prova triassiale si eseguono le stesse procedure viste in precedenza, ovvero si
appli a u o stato di o fi a e to, u a p essio e di ella dovuta all’a ua e, infine, una deformazione
verticale. Nel caso visto in precedenza di terreno con possibilità di drenaggio il grafico ottenuto (e riportato
di seguito) mostrava un comportamento puramente attritivo del materiale, un aumento delle σc all’
aumentare delle tensio i totali, u au e to della defo azio e all’au e to delle σc dalla 1 alla 3 e un
amento del diametro del cerchio di Mohr Δσv all’au e ta e dello stato te sio ale i te i i di te sio i
efficaci. Quando, invece, la prova viene fatta in termini di tensioni totali su un terreno con impossibilità di
drenaggio, anche se abbiamo applicato sui provini tre pressioni di cella differenti si ha uno sforzo Δσv da
applicare al terreno per romperlo che rimane praticamente costante.

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Per quanto riguarda il grafico relativo al cerchio di Mohr per questo secondo caso, si ottengono tre cerchi di
Mohr a rottura che hanno lo stesso diametro, ma partono da tensioni diverse perché le tensioni di cella che
noi abbiamo applicato sono diverse (σc1 – σc2 – σc3). Il criterio di resistenza che noi individuiamo per questo
tipo di comportamento è u a etta pa allela all’asse delle σ, tangente ai tre cerchi di Mohr e che ha una
i te etta o l’asse delle τ. Tale intercetta è detta cu con c perché ha il significato di una coesione e u per
indicare le condizioni non drenate. Il criterio appena proposto è utilizzato anche per il calcestruzzo e si tratta
di un criterio tipico di un materiale puramente coesivo che prende il nome di criterio di resistenza alla
Tresca. Si vede, infatti, che la resistenza al taglio dei materiali con questo tipo di comportamento è costante
indipendentemente dalla σ e i a ie a o t a ia di ua to avvie e pe u ate iale att itivo.

CRITERIO DI RESISTENZA ALLA TRESCA τ=cu

Cu è un parametro che prende il nome di coesione non drenata e che viene misurato sperimentalmente
attraverso delle prove triassiali speciali che sono dette prove triassiali non consolidate e non drenate.

OSSERVAZIONI
1. Il terreno è un materiale attritivo in termini di tensioni efficaci, ma cambiando le variabili e il punto di vista
in quello delle tensioni totali cambia anche il modo di descrivere il comportamento meccanico del materiale.
Inoltre, in condizioni drenate, lo stato tensionale cambia perché il terreno è in grado di espellere acqua e
sente le diverse forze di pressione che gli vengono applicate, mentre in condizioni non drenate lo stato
tensionale non cambia. Quando applico, infatti, una pressione qualsiasi al provino essa viene assorbita
dall’a ua o fi ata all’i te o del te e o e le pa ti elle he ostituis o o lo s helet o solido o si
accorgono in alcun modo del carico che è stato applicato al terreno. Il comportamento puramente coesivo è,
quindi, legato esclusivamente alla procedura sperimentale perché anche se il terreno ha una risposta attritiva
al a i o ve ti ale he gli vie e appli ato, essa isulta esse e osta te dall’i izio alla fi e della p ova.

2. Le condizioni non drenate sono importanti per la possibilità che si ha di prendere il terreno dal sottosuolo
e portarlo in laboratorio. Dal momento che il terreno non è un materiale elastico lineare ho bisogno di
conoscere le condizioni iniziali che sono lo stato tensionale e anche la sua geometria (la disposizione delle
particelle). Nel caso della sabbia questa operazione di analisi in laboratorio è impossibile perché si ha il
cambiamento della posizione reciproca delle particelle, mentre nel caso di una argilla o di un terreno a grana
fine tale operazione è possibile perché se prendo il materiale in maniera delicata riesco ad estrarre un cilindro
compatto di questo materiale dal sottosuolo. Il cilindro, ad esempio di argilla, presenta sicuramente dei
co to i este i o le pa eti i pa te ovi ate dall’ese uzio e del p elievo, a all’i te o le pa ti elle so o
i aste ella lo o posizio e. L’a gilla u ate iale a he esso att itivo, a i a e o patto. Qua do il
cilindro di argilla è nel sottosuolo esso è soggetto allo stato tensionale del sottosuolo, ma in seguito quando
lo porto in superficie esso non è più soggetto allo stato tensionale. La sua tendenza è quella di aumentare di
volu e, a o può pe h o i g ado di asso i e l’a ua e l’a ia dal momento che si è formata una
e a a all’i te fa ia a ia-acqua dei pori capillari (di dimensioni piccolissime) con una tensione capillare
elevatissima e la pressione necessaria per poter rompere tale membrana è molto maggiore di quella
atmosferica esiste te. Esse do i o dizio i di d e aggio, l’a ua e l’a ia o te uta all’i te o del te e o
rimane intrappolata e non permette allo scheletro solido di aumentare il suo volume nonostante la riduzione
dello stato tensionale. Tale fenomeno può avvenire solo nel momento in cui il cilindro viene inserito
ell’a ua ed i g ado di asso i la dall’este o. T a ite l’appli azio e della fo ula di Ske pto he o
si di ost a i uesta sede si di ost a he l’i possi ilità di espa sio e i t appola u o stato tensionale
all’i te o del te e o he olto p ossi o allo stato te sio ale litostati o pe h la Δu che si genera e si
oppo e all’espa sio e del te e o dipe de dallo stato litostati o del te e o el sottosuolo. Questa
condizione rende i terreni a grana fine campionabili perché si conserva la geometria e lo stato tensionale.
Quanto detto fino ad ora non è assimilabile ai terreni a grana grossa (sabbie e ghiaie) perché i pori sono più
g ossi e l’a ia e l’a ua posso o e t a e all’i te o dei po i. Pe questo motivo i terreni a grana grossa non
sono campionabili perché i cilindri non si possono portare in laboratorio e non vi si possono fare delle prove.
Si può, in realtà, ricostituire il campione, ma esso risulta comunque essere diverso rispetto a quello prelevato

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in loco perché si è persa tutta la storia geologica del materiale e la disposizione esatta delle particelle.
Esistono, poi, delle tecniche per portare in laboratorio il terreno a grana grossa rendendolo campionabile.
ma sono, tuttavia, molto costose e si usano raramente solo quando sono finanziate a scopo di ricerca o per
grandi interventi. Nel momento in cui si possano utilizzare tali tecniche e si riesca a prelevare un campione,
si hanno, però, anche dei problemi per le apparecchiature e le prove perché il REV per questi materiali è
notevolmente più grande e devo utilizzare provini di grandi dimensioni affinché siano rappresentativi.

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INDAGINI IN SITO

Le indagini in sito hanno carattere geologico e geotecnico. Quelle che ci interessano sono quelle a carattere
geotecnico che hanno lo scopo di studiare il comportamento meccanico del terreno e in parte anche di
ricavare informazioni su alcuni aspetti geologici. Tra le indagini in sito, una parte di esse sono funzionali a
prendere il terreno dal sottosuolo e portarlo in laboratorio (terreni a grana fine) e una parte sono funzionali
ad analizzare in sito quei terreni che non possono essere portati in laboratorio o che vi possono essere portati
solo per fare una analisi relativa alla granulometria (terreni a grana grossa). A monte di tali analisi vi sono,
tuttavia, quelle già ricavate dal geologo come la storia geologica del volume che mi interessa in quanto mi
permettono di pianifi a e la o etta a pag a di i dagi i pe l’ope a he voglio ealizza e sul te e o
considerato. In generale, in base alla campagna di indagini pianificata, cambierà la quantità di terreno da
prelevare. Il compito di tale indagini è nelle mani del progettista strutturale, ma per situazioni molto
o plesse può avvale si dell’aiuto di u o spe ialista geote i o he deve o u ue esse e u i geg e e. Lo
scopo delle indagini geotecniche è quello di assegnare dei valori ad ogni prisma sedimentario relativamente
all’a golo di esiste za al taglio, alla igidezza, alla o p essi ilità, e . utili a ealizza e i ost i al oli e a he
di prelevare, el aso dei te e i o e l’a gilla, dei campioni da analizzare ulteriormente in laboratorio.

TERRENI A GRANA FINE (ARGILLA E LIMO)


Prove di laboratorio con parametri che ricavo sperimentalmente:
− Parametri di resistenza in condizioni drenate ’ e ϕ’ (TX con CD o CU; TD) con la scelta tra queste tre
prove che dipende dal tempo e dai soldi a disposizione, anche se la CU è la migliore perché è la prova
che ci dà il maggior numero di informazioni con il giusto compromesso nei costi;
− Resistenza non drenata (TX con UU);
− Parametri di compressibilità edometrica (EDO) che sono la pendenza della retta di scarico e carico,
la pende za della etta di o al o solidazio e, l’OCR e la defo azio e vis osa del ate iale;
− Parametri delle pressioni interstiziali (TX con CU).

CAMPAGNA DI INDAGINI
L’ele e to fo da e tale pe u a a pag a di i dagi i il sondaggio geotecnico. È una operazione che si
fa in sito e che consiste nel recuperare nel sottosuolo – di solito lungo una verticale – una carota di terreno,
ovvero si prende una colonna di terreno i odo he gli st ati i a ga o ell’o di e o il uale gli
incontriamo a partire dalla superficie e andando in profondità. Tale operazione consente di ricavare la
stratigrafia, ovvero si possono riconoscere i vari strati con il loro spessore e la loro profondità, ma anche di
prelevare dei campioni rappresentativi di terreno da portare in laboratorio. I campioni che posso recuperare
sono generalmente di due tipi: INDISTURBATI (quelli su cui faccio le prove di laboratorio ricavati dai terreni
a grana fine) o RIMANEGGIATI uelli su ui fa io alt e p ove i avati da te e i a g a a g ossa . All’i te o
del u o he ho eato posso fa e alt e p ove he posso o esse e p ove i sito o l’i stallazio e di u a
strumentazione come un piezometro (anche nel caso della presenza di acqua nel sottosuolo).

Tutto quello che viene realizzato nel sondaggio viene


registrato sotto forma di informazioni in uno schema
predefinito. Per quanto riguarda le informazioni relative alla
strumentazione, esso sono espresse in termini di profondità.
La parte più importante di questo schema risulta, tuttavia,
essere quella relativa alla descrizione del terreno. Essa viene
fatta con criteri soggettivi ad occhio nudo solo guardando,
toccando ed eventualmente assaggiando il terreno e
richiede la presenza di una persona esperta sul campo.
Permette di distinguere il terreno in 4 categorie.

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CAMPIONAMENTO CON CAMPIONATORE


Si realizza per mezzo di uno strumento che permette di ricavare i campioni
dal terreno che prende il nome di campionatore. Tale strumento è
costituito da un tubo metallico detto fustella collegato a delle aste per
mezzo di un raccordo sempre metallico. Il tubo è inserito nel terreno per
mezzo di un motore idraulico che lo mette in rotazione e di un apporto
osta te di a ua all’i te o del u o pe ezzo di u tu o di plastica.
Arrivati alla profondità desiderata (ovvero quando troviamo finalmente i
terreni a grana fine) si iniziano a prendere i campioni. Il modello base di
campionatore (e anche quello più utilizzato) è quello che prende il nome di
campionatore a pareti sottili le cui pareti, visto il poco spessore,
disturbano poco il terreno. La fustella ha da un lato un
o do affilato, e t e dall’alt o lato p ese ta t e o
quattro buchi di grosso diametro nei quali è inserita una
vite che permette di bloccare il tubo alla punta delle altre
aste. All’i te o del a o do vi , poi, u a valvola sfe i a he pe ette di eli i a e l’a ua
che ha riempito il foro del campionatore che altrimenti, essendo un materiale
i o p i i ile, o pe ette e e l’i g esso di essu alt o ate iale. L’a ua può
essere quella trovata direttamente nel terreno o quella che ho inserito per poter
raffreddare le superfici che si trovano a contatto con lo strumento al momento
dell’ope azio e. La valvola è detta sferica in quanto è una valvola di non ritorno perché
pe ette all’a ua di us i e dal a pio ato e, a o di ie t a e all’i te o. U a volta
riempito tutta la fustella, posso riportare in superficie il campionatore perché la valvola
o fa ie t a e l’a ua e tie e i t appolato il te e o all’i te o dello spazio i izial e te
vuoto. A questo punto smonto il tubo, lo sigillo alle estremità e lo porto in laboratorio. Man
mano procedo in profondità devo armare le pareti del foro in modo tale da mantenerlo aperto con tubi in
acciaio di dimensioni maggiori e con margini filettati per poterli avvitare tra loro. Il campionatore può essere
di diverse tipologie. Tra di esse, oltre a quello visto in precedenza a pareti sottili detto Shelby, esiste il
campionatore Osterberg che si utilizza per i terreni meno consistenti/morbidi. Ha la particolarità di avere un
funzionamento automatico e di non dover essere manovrato per mezzo delle aste in modo tale da riuscire a
ricavare delle carote non disturbate anche nel caso di terreni molto molli. La macchina ha la capacità di
est a e la fustella se za s hia ia e il te e o g azie alla sola p essio e dell’a ua u a volta he stata
i se ita el te e o e si fe ata da sola aggiu ta la p ofo dità p efissata fa e do us i e l’a ua dal fo o.
Una volta estratta la fustella le estremità vengono sigillate per mezzo della paraffina sciolta con un fornello
da campeggio e solidificatasi a contatto con il campione in modo da poterla trasportare in laboratorio.

CAMPIONAMENTO CON CAROTIERE


Esiste a he u ’alt a tipologia di campionamento. Esso si realizza per mezzo di aste dette aste di
perforazione che hanno dimensioni più piccole (lunghezza di 1,5 m), un peso elevato che può raggiungere
anche i 30 kg, una filettatura di forma tronco-conica e una robustezza maggiore (soprattutto in presenza delle
filettature) rispetto a quelle viste in precedenza per il campionatore a pareti sottili perché hanno il compito
di movimentare e sostenere il tubo che mi preleva il terreno dal sottosuolo (e con un diametro maggiore)
detto carotiere e sopportare i continui movimenti di montaggio e smontaggio della macchina. Il carotiere
presenta una corona zigrignata con delle incastonature realizzate in un materiale molto più duro (acciaio con
elevato contenuto di carbonio) di quello utilizzato per le altre parti dello strumento in modo tale da tagliare
anche la roccia. Durante il suo utilizzo, però, questo materiale sviluppa molto calore ed è necessario garantire
un apporto costate di acqua ferma nel foro (e non nel carotiere) per abbassare la sua temperatura. Il terreno
entra dentro al carotiere solo per 1,5 m e per procedere in profondità devo ogni volta smontare e rimontare
la macchina aggiungendo una nuova asta di perforazione con dei tempi molto lunghi. Il campionatore visto
in precedenza, invece, si monta solo una volta e le filettature sono meno sollecitate. Il carotiere può essere
el aso di u te e o he p ese ta ate iali olto du i ostituito da due pa ti he va o ad u i si. L’
operazione di inserimento del carotiere e anche di rotazione dello stesso disturba in parte il terreno a

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differenza dello strumento visto in precedenza, ma permette di mantenere la successione stratigrafica. Nel
momento in cui il carotiere è estratto dal terreno, per studiare il suo contenuto devo inserire le carote
all’i te o di u a cassetta catalogatrice e dividerle in base alla profondità alla quale sono state estratte. Per
espellere queste carote dal tubo deve utilizzare acqua in pressione ed eliminare le parti disturbate.

N.B: Nel caso di un terreno a grana grossa si utilizzano campionatori di dimensioni notevolmente maggiori
che non penetrano nel terreno per mezzo della pressione, ma per mezzo di una rotazione accentuata dalla
estremità zigrinata. La rotazione provoca, però, il rimescolamento del terreno e per questo motivo si inserisce
all’i te o del a pio ato e u contro tubo poggiato su cuscinetti a sfera che rimane fermo (mentre il tubo
più esterno ruota) e non permette la torsione del terreno. Il terreno di questa tipologia viene spesso trattato
con azoto liquido i odo tale da a da e a o gela e l’a ua o te uta al suo interno. Anche in questo caso,
nonostante il terreno sia congelato, vi è la necessità di raffreddare il campionatore perché si produce energia
e ui di alo e. No si può, tuttavia, utilizza e l’a ua dal o e to he a he essa o gele e e a ausa
dell’azoto liquido e quindi bisogna utilizzare un liquido refrigerante (come quello utilizzato per le automobili).
Una volta estratto il provino congelato, viene tagliato delle giuste dimensioni con una sega circolare e inserito
all’i te o di u a s atola di polistirolo per trasportarlo in laboratorio anche con un lungo percorso. Si tratta,
tuttavia, di campionatori molto complessi, molto costosi e poco diffusi sul territorio.

TERRENI A GRANA GROSSA (SABBIE E GHIAIE)


Nel caso delle sabbie si può inserire il campio e all’i te o del o te ito e dell’appa e hiatu a di taglio
diretto, ma il terreno non è lo stesso di quello preso in sito. Si tratta, infatti, di un terreno rimaneggiato perché
o si può o ta e sulla apa ità dell’a ua di i a e e ella stessa posizione e si ha uno spostamento delle
particelle rispetto alla loro posizione reciproca. Nonostante, quindi, il terreno del provino sia lo stesso dal
pu to di vista g a ulo et i o a uello he ollo ato el sottosuolo si pe de l’esatta posizio e delle
parti elle e di o segue za l’i di e dei vuoti, la po osità, e . La soluzio e pe uesto tipo di te e i , allo a,
quella di fare delle indagini e delle prove in sito. Non posso utilizzare una apparecchiatura triassiale, ma mi
serve comunque uno strumento che mi produca delle deformazioni di taglio. Le prove in sito sono regolate
da delle o e o te ute all’i te o delle Specifiche Tecniche della regione. Tra le prove in sito vi sono:

− STANDARD PENETRATION TEST (SPT) Si tratta di una prova nata negli Stati Uniti tra gli anni 30-40.
Inizialmente serviva per prelevare il terreno per realizzare delle prove di laboratorio, ma visti gli scarsi
risultati ottenuti si decise di utilizzare le caratteristiche accessorie di tale prova. Per prima cosa
abbiamo bisogno di un foro di sondaggio e facciamo quindi una perforazione nel terreno. Arrivati ad
una certa profondità caliamo nel foro di sondaggio quello che è un campionatore a pareti grosse con
il rapporto tra il diametro esterno del tubo (51 mm contro i 10 cm di quello a pareti sottili) e lo
spessore delle pareti (8 cm contro i 2 mm di quello a pareti grosse) molto piccolo. Il diametro del
tu o i te o di e o ispo de al dia et o dell’appa e hiatu a t iassiale pe sa do di pote
ricavare 3 provini indisturbati). Il campionatore inserito nel terreno martellando sulle aste per mezzo
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di un maglio di 63,5 kg che cade da una altezza di 76 cm.


L’e e gia di og i olpo elevata e il a pio e di te e o isulta
quindi essere fortemente disturbato e inutilizzabile per i calcoli
p evisti. La p ova si utilizza adesso o u ’alt a fu zio e i
quanto permette comunque di ricavare informazioni su terreni
che non si possono portare in laboratorio. Tra di esse vi è il
numero dei colpi (uno ogni 2 secondi per avere un andamento
regolare) che occorrono per fare tre avanzamenti successivi di
15 cm. Il risultato finale che si calcola è, tuttavia, la somma del
numero di colpi necessari a fare il secondo e il terzo
avanzamento, ovvero gli ultimi 30 cm (in realtà 30,5 cm perché
corrispo de all’u ità di isu a a glosasso e del piede . I p i i
15 cm vengono eliminati dal calcolo perché si ritengono che
siano disturbati dalle operazioni di perforazione necessarie per
fare il foro, ma devono essere percorsi per imporre un limite
massimo di colpi da poter realizzare durante la prova. Se,
infatti, durante il primo avanzamento il terreno è così resistente
che, nonostante il disturbo applicato dalla perforazione iniziale,
richiede un numero di colpi >50, si rinuncia alla prova perché
non si ries e a ealizza la o l’att ezzatu a a disposizio e e si
prova in un altro punto del volume di terreno che si sta
valutando. Se il fenomeno si verifica nuovamente si ricava,
comunque, una informazione importante relativa alla
granulometria e durezza del terreno considerato. In generale
un terreno si dice omogeneo se il numero di colpi aumenta
con la profondità perché aumenta lo stato tensionale e la
resistenza del terreno. Il numero di colpi corrisponde
all’e e gia he o o e pe ave e u ava za e to di 0 cm e
dipende dalla resistenza del terreno. Si possono, quindi,
mettere in correlazione queste due grandezze (riferendosi
all’a golo di esiste za al taglio pe ua to igua da la
resistenza) per mezzo di una relazione empirica che si ricava
sperimentalmente conoscendo il comportamento meccanico
del terreno e la granulometria. In generale, a parità di terreno
e di angolo di resistenza al taglio, se vado in profondità
aumenta lo stato di confinamento e la durezza del terreno. La
granulometria la conosciamo perché con questa prova
possiamo sempre recuperare il provino di terreno e portarlo in
laboratorio per realizzare una analisi granulometrica anche se
il provino è disturbato (è necessario, infatti, che il campione sia
intero in tutte le sue parti) e trovare l’a golo di esiste za al
taglio. Tra le altre informazioni da conoscere per poter scrivere
la relazione vi è lo stato tensionale (litostatico) che si ricava
dalla profondità alla quale facciamo la prova;

− PROVA PENETROMETRICA CON PUNTA CONICA (CPT) Questa prova viene realizzata senza
l’effettuazio e di u fo o di so daggio dive ta do olto e o o i a ispetto alla p ova vista i
precedenza (un foro costa infatti 70-100 euro per metro, mentre questa prova costa solo 8-10 euro

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al metro). Il difetto principale di questa prova è,


tuttavia, il fatto che quando inserisco la mia asta
metallica strumentata nel terreno e la riporto in
superficie una volta fatte le mie misure non posso
andare a recuperare il campione di terreno e
rimango con delle incertezze che posso comunque
colmare con i sondaggi (almeno uno) che
accompagnano la mia prova CPT durante una
campagna di indagini. Nello specifico, tale prova
o siste ell’i se i e u ’asta o pu ta el te e o
a pressione fino a quando non entra in contatto con
un terreno molto resistente e, non riuscendo a
procedere in profondità, la prova si deve fermare.
La punta è inserita nel terreno con una velocità di 2
cm/s e quindi in 30 secondi riesco a percorrere la
distanza di 1 m. Ogni volta che ho percorso 1 m,
p o edo all’avvita e to di u a se o da asta he i pe ette di au e ta e la p ofo dità della prova.
L’est e ità i fe io e di tale asta, ovve o la pu ta, st u e tata elett o i a e te. Vi , i fatti, u
avo he po ta i supe fi ie i dati a olti dalla st u e tazio e i se ita all’i te o di solo di
asta. All’i te o del tu o ollo ato un sensore che misura la resistenza offerta dal terreno sulla
supe fi ie del o o, ovve o l’i teg ale degli sfo zi sulla supe fi ie late ale del o o. Tale g a dezza
prende il nome di resistenza alla punta qc. Il dia et o dell’asta e a he uello di ase del cono) è di
circa 36 mm in modo tale da avere una sezione di 10 cm2. La misura della resistenza è di tipo locale
e si assume che il terreno si rompa, quindi la resistenza alla punta è anche una misura della resistenza
del materiale. Non esiste, tuttavia, un modello numerico che consenta di rappresentare questo
fe o e o i a ie a hia a, sop attutto el o e to i ui il te e o satu o d’a ua he si può
muovere, e bisogna allora affidarci a relazioni di tipo empirico. Oltre al tubo abbiamo anche un filtro
i di ato o il o e di piet a po osa , he vie e satu ato p i a di i se i e l’asta el te e o i odo
tale he i sia u a o ti uità id auli a o l’a ua o te uta el te e o, o lo s opo di isu a e la
p essio e dell’a ua. La pressione è quella però non relativa ad un terreno a riposo, ma piuttosto ad
un terreno deformato dopo l’i se i e to della pu ta al suo i te o o e il se so e della p ova
t iassiale . Se a ia o u te e o sa ioso, l’a ua si sposta fa il e te e la p essio e he isuriamo
p op io uella dell’a ua he o ti ua a sta e i e uili io o le o dizio i id auli he al o to o.
o dizio i id ostati he dell’a ua e p essio e he si isu a he o ispo de a uella id ostati a . Se
abbiamo, invece, un terreno argilloso, la pu ta defo a l’a gilla o u ava za e to velo e he
pe ette di pa la e di te e o i o dizio i o d e ate l’a ua o si sposta e di ave e u au e to
della p essio e dell’a ua he isu o o il io se so e. Co ti ua do o la des izio e della punta,
sopra il filtro troviamo un manicotto metallico, cioè una superficie cilindrica esterna del tubo
collegata alle celle di carico, fatta in maniera tale da misurare l’i teg ale degli sfo zi di taglio e
l’att ito fs che si generano sulla superficie laterale quando il terreno viene deformato dalla punta e
te de ad alza e ve so l’alto il a i otto. I fi e, se p e all’i te o della pu ta, vie e i se ito u
inclinometro che misura la possibile deviazione del terreno rispetto alla verticale i essendo il
terreno un materiale non omogeneo. È necessario sapere se vi è la presenza di una deviazione, in
quanto questo fenomeno fa sì che si abbia una indicazione errata della effettiva profondità del
terreno e un aumento dei momenti flettenti di queste aste avvitate insieme. Questa seconda
conseguenza, in particolare, porta alla rottura delle aste e all’i possi ilità di e upe a e la punta dal
sottosuolo. L’i li o et o ha, ui di, lo s opo di i di a e ua do devo i te o pe e la p ova o e
una sorta di indice di sicurezza) perché mi sto allontanando troppo rispetto alla verticale e vi sono

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delle azioni importanti che possono rompere il mio strumento. Solitamente le aste vengono montate
su un camion che ha al suo interno un sistema di spinta che permette di inserire la punta nel terreno
attraverso la pressione. La punta procede fino ad un punto nel quale il terreno produce una forza di
contrasto maggiore rispetto alla forza esercitata dal camion con il suo peso (6-7 tonnellate). Per
procedere oltre, si deve ancorare il camion al terreno aumentando notevolmente i costi della prova
e idu e do l’utilizzo di uesta att ezzatu a a asi olto a i. I ge e ale si utilizza u alt o
penetrometro di dimensioni più piccole prodotto in Italia che riesce a spingere fino ad un massimo
di 10 tonnellate. Dal momento che, però, con il suo peso ridotto non riesce a fare da contrasto, deve
essere ancorato al terreno per mezzo di viti. Una volta ancorato il sistema di spinta entra in funzione
e i martinetti idraulici spingono le aste nel terreno che iniziano le misurazioni. Le misure sono
realizzate dal computer ogni secondo (ovvero ogni 2 cm) e sono quelle relative alla resistenza alla
pu ta, gli att iti late ali al a i otto, la p essio e dell’a ua e il rapporto tra gli attriti del manicotto
e la resistenza alla punta che è il dato più utile per avere una prima classificazione del terreno.
Quando, infatti, il rapporto tra gli attriti del manicotto e la resistenza alla punta è elevato (>2%) si ha
un terreno a grana fine, mentre se tale rapporto è basso (<2%) si ha un terreno a grana grossa.

RISULTATI DELLE PROVE E CORRELAZIONI EMPIRICHE


Una volta fatte le prove in sito, si hanno come risultati il numero di colpi NSPT per la prova SPT e la resistenza
alla punta qc per la prova CPT. Tra gli altri risultati che si possono ricavare vi sono la granulometria e la
p ofo dità pe la p ova SPT e l’att ito pe la p ova CPT he pe etto o di i ava e i fo azio i igua do lo
stato di addensamento e i parametri di resistenza del terreno. Per quanto riguarda i terreni a grana fine (limi
e argille) questi due ultimi dati (stato di addensamento e parametri di resistenza) si possono ricavare dai
campioni che vengono analizzati con delle prove di laboratorio, mentre per quanto riguarda i terreni a grana
grossa (sabbie e ghiaie) bisogna andare ad utilizzare altri strumenti. In generale, per questo tipo di terreni, le
correlazioni empiriche utilizzate passano attraverso la stima della densità relativa DR. Si tratta di un
parametro che mi definisce lo stato di addensamento del terreno (ricco o povero di vuoti). Se la densità
relativa è bassa vuol dire che il terreno è sciolto e poco resistente, mentre se la densità relativa è alta vuol
dire che il terreno è addensato e molto resistente. Da tale parametro si ricavano poi le informazioni relative
all’a golo di esiste za al taglio pe i te e i a g a a g ossa. Bisog a tuttavia i o da e he esse do
correlazioni empiriche hanno un certo margine di incertezza: esse sono di solito poco affidabili nel caso delle
prove SPT dal momento che non si può controllare la velocità di deformazione, mentre sono ben più affidabili
per le prove CPT perché la velocità in questo caso è costante.
N.B: Il fenomeno della penetrazione di questi strumenti è di tipo non drenato nel caso dei terreni a grana fine
uali li o e a gilla e l’u i o isultato he si può otte e e uello elativo alla coesione interna cu assumendo
che il terreno segua il modello di calcolo del mezzo monofase equivalente.
Di seguito i se ito u diag a a he si tetizza la elazio e t a la de sità elativa, ollo ata sull’asse delle
as isse, e l’a golo di esiste za al taglio, ollo ato sull’asse delle o di ate al va ia e della g a ulo et ia. Da
tale grafico si nota che in base proprio alla granulometria l’a golo di att ito tende a variare e in particolare
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au e ta all’au e ta e della de sità elativa ette i li ate ve so l’alto o oeffi ie te a gola e positivo .
Se, inoltre, aumenta la granulometria (intesa come la di e sio e edia delle pa ti elle au e ta l’a golo
di attrito. Attraverso, poi, un gran numero di prove di laboratorio su terreni appartenenti alle diverse classi
granulometriche preparati in laboratorio con diverse valori della densità relativa, Schmertmann ha ricavato
sperimentalmente una correlazione tra queste grandezze appena elencate. Attraverso questa correlazione
abbiamo, tuttavia, delle informazioni mancanti quali la mineralogia e la forma.

RELAZIONE DI SCHMERTMANN ϕ=f(DR, GR)

Per poter ricavare la densità relativa DR si utilizza u ’alt a o elazio e di tipo e pi i o he lega la de sità
elativa, ollo ata sull’asse delle o di ate, ad u pa a et o he o tie e c, sull’asse delle as isse, ovve o ai
dati che sono stati ricavati attraverso la prova CPT su terreni sabbiosi preparati in laboratorio. Ciò corrisponde
a dire che è stata utilizzata una camera di calibrazione. Si tratta di una apparecchiatura triassiale con un
provino di terreno di grandi dimensioni (2 m di altezza e 1,20 di diametro) al quale è applicato uno stato
tensionale orizzontale + verticale a mio piacimento. La parte superiore è aperta (non ci è nessuna asta) e una
volta appli ati i a i hi posso i se i e all’i te o dello st u e to u pe et o et o dal dia et o di e
misurare la mia resistenza alla punta qc. Dal momento che però il provino è stato preparato in laboratorio, si
conosce la sua densità relativa e lo stato tensionale di un materiale indicato con il nome generico di sabbie
così che posso mettere in relazione tutte queste grandezze e scrivere la relazione che prende il nome di

RELAZIONE DI JAMIOLKOWSKI
𝐪𝐜
DR= -98 + 66log10[ −
𝝈 ,𝟓 ]
𝒗

Anche in questo caso, tuttavia, mi mancano numerosi dati quali la forma delle particelle, la granulometria e
altri fattori che non compaiono direttamente nella correlazione proposta, ma che hanno un certo peso. Dal
punto di vista grafico tali fattori mi provocano una dispersione notevole dei singoli punti (corrispondenti ad
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una prova penetrometrica realizzata) creando una fascia di pu ti dell’o di e del 20% della DR. L’esp essio e
proposta rappresenta la linea media di tale fascia collocata ad una distanza del 10% dai bordi. Per ridurre
l’i e tezza o vie e ui di, i uesto caso, fare il numero maggiore di prove possibili. Alla fine, tuttavia, il
parametro di resistenza deve essere scelto dal progettista seguendo criteri di ragionevolezza e cautela. La
relazione di Jamiolkowski si utilizza pe le p ove CPT, a esiste u ’alt a correlazione simile ad essa che si
utilizza per le prove SPT. Essa rappresenta il legame tra il parametro CD (che è legato al numero di colpi NSPT)
con il parametro e he app ese ta la diffe e za t a l’i di e dei vuoti assi o e l’i di e dei vuoti i i o
con cui si può indicare il materiale che stiamo considerando. Tale correlazione, che prende il nome di
relazione di Cubrinowski e Ishihara, è stata ricavata su provini di grana grossa indisturbati ottenuti per mezzo
della tecnica del campionamento (e qui di e essa ia e te satu i d’a ua e su u i te vallo g a ulo et i o
molto più ampio che comprende tutti i materiali a partire dalle sabbie limose fino ad arrivare alle ghiaie.

RELAZIONE DI CUBRINOWSKI E ISHIHARA


𝟗 𝑵
CD= 𝐞 𝐚𝐱−𝐞 𝐢 .𝟕 =
𝑫𝒓

Si sa anche sperimentalmente che emax – emin=0.23 + (0.06/D50) con D50 che è il diametro medio delle particelle
(quel diametro per il quale si ha un passante pari alla metà del nostro terreno). N1 si ricava come nel caso
precedente di qc utilizzando lo stato tensionale litostatico come N1=NSPT√𝜎′ 𝑎 con pa=pressione atmosferica.
RIASSUNTO INDAGINI IN SITO
Esistono due tipologie di terreno, divise in base alla granulometria:
1. Terreni a grana fine si possono campionare. Il campionamento significa conservare le stesse
caratteristiche che il terreno aveva nel sottosuolo, anche le caratteristiche meccaniche e quindi lo
stato tensionale.
2. Terreni a grana grossa non sono facilmente campionabili. Non è possibile mantenere lo stato
tensionale, in quanto le dimensioni delle particelle e dei vuoti non consente di effettuare questa
operazione. È possibile portare i terreni a grana grossa in laboratorio con la tecnica del
congelamento, che non conserva lo stato tensionale ma conserva la disposizione delle particelle.

Per ricavare informazioni sul comportamento meccanico del materiale si devono seguire due strade diverse
a seconda che si abbia un terreno campionabile (argilla o limo) o non campionabile (sabbia o ghiaia):
1. CAMPIONABILE
Resistenza: ricavabile con le prove di taglio diretto o le prove triassiali. Esse permettono di ricavare
i pa a et i di esiste za: ’, ϕ’ e Cu.
Compressibilità/deformabilità: per la compressibilità si attua la prova edometrica, per la
deformabilità si ricavano informazioni dalle prove triassiali. I parametri che ricavo dalla prova
edometrica sono: la storia tensionale (OCR), i parametri di compressibilità Cc (pendenza della retta
di normalconsolidazione) e Cs (pendenza del ramo di scarico e ricarico). Dalla prova triassiale si può
stimare il modulo di Young E. Nei terreni campionabili le misure sono molto accurate, ma il difetto è
che sottoponiamo a prova piccoli volumi di terreno, tuttavia i terreni a grana fine hanno una buona
omogeneità.
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2. NON CAMPIONABILE
In laboratorio non si può portare il terreno, quindi ci si deve affidare a prove in sito.
Resistenza: i pa a et i di esiste za so o solo ’ e ϕ’, poi h i te e i a g a a g ossa o ha o le
condizioni non drenate. Tuttavia, se i terreni sono sciolti e no e e tati la oesio e ulla, ’= . Il
valore di ϕ’ si i ava da p ove SPT oppu e CPT utilizza do o elazio i e pi i he, io elazio i
costruite mettendo a confronto i risultati delle prove con misure fatte in modo indipendente sullo
stesso terreno. In ogni caso gli elementi componenti queste relazioni sono: lo stato tensionale
litostatico σ’v0, la granulometria, il numero di colpi della prova SPT (Nspt) oppure la resistenza alla
punta (qc) nella prova CPT.
Compressibilità/deformabilità: si usano delle correlazioni empiriche dirette.
Le correlazioni che usiamo per le prove SPT e CPT sono essenzialmente due: dal numero di colpi della
prova SPT alla densità relativa e dalla resistenza alla punta nella prova CPT alla densità relativa. Una
volta ottenuta la de sità elativa suffi ie te vede e il lega e t a uesta e l’a golo di esiste za al
taglio. Per definire la densità relativa si ricorre a due diverse correlazioni empiriche:
− Per la prova CPT si ha il profilo della resistenza penetrometrica e la profondità. Da questa
relazione possiamo calcolare direttamente la densità relativa e abbiamo una stima della
densità relativa ogni 2 cm.
DR= -98 + 66log10[ −
𝜎 ,5 ]
𝑣

− Per la prova SPT si ha il numero di colpi e la curva granulometrica.


𝑎 − = . + . /D conoscendo questa differenza si può ricavare il valore
9 𝑁 𝑁 a
di = a − i .7 = → =√ → = 𝑃 √σ′ v
𝐷

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OPERE GEOTECNICHE – OPERE DI SOSTEGNO

Con il termine opere geotecniche si intende tutte quelle strutture che in qualche modo interagiscono con il
terreno. Tra quelle più importanti ve ne sono principalmente due: le opere di sostegno e le fondazioni
superficiali. Le altre (che non trattiamo) sono le opere in terra e le fondazioni profonde.

OPERE DI SOSTEGNO
Si fa sostanzialmente riferimento a queste tre classi di opere:
− Opere di sostegno rigide Sono i muri di sostegno che possono essere a gravità, a mensola, a
o t affo ti, e . Il o e de iva dal fatto he l’a alisi stati a he si utilizza uella del o po igido e
consiste nel verificare se le forze che sono applicate a questo corpo sono in equilibrio;
− Opere di sostegno flessibili Sono le palancole metalliche e i diagrammi in cls, ovvero strutture
solitamente realizzate a protezione di uno scavo. Devono il loro nome al fatto che sono strutture la
cui caratteristica principale è la loro capacità di resistere agli sforzi di flessione che subiscono;
− Strutture miste Sono la terra armata, la terra rinforzata e i muri cellulari. Sono dette miste perché si
utilizzano dei materiali e lo stesso terreno per realizzare un oggetto che resista alla spinta del terreno
(come un muro di sostegno). In base a come sono fatte, ricadono nelle due categorie precedenti.
So o olte diffuse al gio o d’oggi g azie alla lo o fo te atte zio e agli aspetti a ie tali ed esteti i.

a. OPERE DI SOSTEGNO RIGIDE


Se parliamo di un muro di sostegno, il suo funzionamento è quello di opporsi alla spinta del terreno con il suo
peso proprio. Si realizza nel momento in cui si vuole creare un dislivello o regolarizzare il piano campagna. Si
deve andare a modificare il profilo del pe dio fa e do da u a pa te u o s avo e dall’alt a u te apie o
ipo ta do dall’alt a il te e o eli i ato. Dal o e to he il te e o o può sta e i u a posizio e ve ti ale
da solo, isog a i se i e u oggetto he lo fa ia sta e i uesta posizio e. L’oggetto che si utilizza è proprio
il muro di sostegno. Il terreno spinge con una forza S sul muro di sostegno che ha un proprio peso W. Queste
due forze vengono equilibrate dalla reazione R del te e o o dell’ele e to sottosta te al u o. I
generale, infatti, si realizza un muro di sostegno in cls che ha una base simile ad una soletta sulla quale poggia
e fa leva un blocco di terreno. Il terreno sulla soletta contribuisce al peso totale del muro di sostegno.

A questo punto, come visto in precedenza, si deve fare semplicemente l’e uili io di t e fo ze per verificare
che la reazione R sia in grado di bilanciare le forze W ed S. Il problema, tuttavia, esiste comunque perché non
si conosce il valore di S in quanto si deve realizzare prima il muro con il suo peso W e poi il terrapieno che
produce proprio la spinta S. Il muro è inizialmente realizzato a sezione rettangolare, ma nel momento in cui
il terrapieno viene riempito sente una spinta sul lato rivolto proprio verso questa parte di terra e,
indipendentemente dal materiale con il quale viene realizzato (pesante o leggero), si deve muovere perché
adesso è soggetto non solo al peso proprio ma anche ad una spinta orizzontale (non avviene solo nel caso in
cui il muro sia stato fondato su una roccia rigidissima). Il muro subisce, quindi, una rotazione nella maggior
parte dei casi (anche se non sempre). Per nascondere tale fenomeno (nel caso in cui vi sia effettivamente
una rotazione) da un punto di vista di estetica e di stabilità, il paramento viene inclinato verso monte.

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La presenza di una rotazione del muro è significativa perché ci informa sulla condizione nella quale ci
troviamo. Non siamo, infatti, in quelle che possiamo definire condizioni edometriche perché in quel caso
potremmo definire la tensione orizzontale come prodotto tra la tensione verticale e k0 e calcolare la spinta S
ave do il u o fisso o o u ue ollegato ad u ’alt a st uttu a he lo e de tale. Di solito, pe ò, il u o di
sostegno non è vincolato ad altre strutture ed è libero di muoversi perché semplicemente appoggiato a terra
e non vincolato così che quello che è posto sotto ad esso si deforma facilmente.
Per il calcolo della spinta S dobbiamo, quindi, fare un altro ragionamento. Immaginiamo di partire dalla
situazione litostatica dove la tensione verticale è pari a σv= z e la tensione orizzontale è pari a σo=k0σv con
k0<1 e in mancanza di acqua. In questa situazione possiamo disegnare il cerchio di Mohr perché la tensione
verticale e quelle orizzontali sono direzioni principali (e ortogonali tra di loro) e il mio criterio di resistenza.

A questo punto immaginiamo di eliminare la porzione a sinistra della parete AB di questo semispazio che
stiamo considerando e collochiamo sulla parete la tensione orizzontale in modo tale che la parte che resta
non si accorga di questa sostituzione. Disponiamo, tuttavia, di una manopola attraverso la quale possiamo
modificare in maniera proporzionale lo stato tensionale orizzontale e proviamo a ridurlo. Se riduciamo σo, la
parete AB non si trova più in equilibrio e si sposta verso sinistra, ovvero proprio sul lato dove è collocata la
mia tensione σo. Dal punto di vista grafico ho un aumento del diametro del cerchio di Mohr, ovvero degli
sforzi di taglio. Tale operazione ha però un limite: posso farla, infatti, fino a quando il cerchio di Mohr non è
tangente al criterio di resistenza perché a quel punto il terreno si rompe. La relazione di proporzionalità
diretta che intercorre tra la tensione verticale e la tensione orizzontale in condizioni di rottura, cioè con il
cerchio tangente, si può ricavare geometricamente dal triangolo rettangolo individuato dalla retta del
criterio di resistenza inclinata di un certo angolo ϕ, dal aggio del e hio di Moh e dall’asse delle as isse.

− φ
R=OCsenϕ → σo= kaσV con ka= + ϕ
costante se il terreno è omogeneo perché dipende da ϕ

con il raggio del cerchio è la semidifferenza delle due tensioni ed OC che è la semisomma delle due tensioni.
In queste condizioni il terreno si rompe subito anche con un piccolo spostamento. Se il muro si sposta quando
lo carico lateralmente, vuol dire che la tensione orizzontale non è quella litostatica vista in precedenza, ma
nello spostarsi si riduce fino ad un valore pari a σa=ka z (lineare rispetto alla profondità).

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La spinta S che calcolo sul mio muro di sostegno, è data dal


diagramma triangolare delle tensioni la cui σo è la mia
σa=ka z, e corrisponde all’i teg ale dello sfo zo sull’altezza H,
ovvero S= kaH2 applicata ad H/3 avendo un diagramma
triangolare. Della struttura conosco poi il peso W perché lo
scelgo io e lo vado a collocare nel baricentro. Conoscendo,
quindi, le forze W e S e i loro punti di applicazione, posso
a da e a t ova e la posizio e ella uale apita la ia fo za
risultante R. Se R ha il suo punto di applicazione al di fuori
della base del muro di sostegno, la parete si ribalta perché
vuol dire che W<<S. Per risolvere il problema devo, allora,
aumentare il peso facendo però attenzione a non rompere il
terreno sottostante perché non ho altro che una un oggetto
solamente appoggiato al mio terreno. Se R ha, invece, il suo punto di applicazione interno alla base, il muro
non si ribalta ma vi può comunque essere la rottura del terreno sottostante se il peso W è troppo elevato.
Un altro fenomeno che si può verificare al posto della rottura è lo scivolamento orizzontale del muro di
sosteg o a ausa dell’attrito. Si deve allora andare a verificare che lo sforzo di attrito disponibile sulla
superficie di contatto sia Wµ>S con µ=tangϕ se si ha lo stesso terreno.

b. OPERE DI SOSTEGNO FLESSIBILI


Queste opere hanno un funzionamento completamente diverso rispetto a quello visto in precedenza per le
opere di sostegno rigide. Esse sono delle pareti che vengono realizzate quando ci troviamo in una situazione
di superficie pianeggiante o inserendo una palancolata nel terreno (insieme di elementi metallici
prefabbricati di solito a forma di U che composti insieme danno una struttura che ha una sezione simile a
quella di una lamiera grecata) con un vibroinfissore, ovvero un apparecchio che applica uno sforzo normale
e contemporaneamente una vibrazione, o realizzando un diaframma in cls armato facendo tanti buchi
etta gola i u o di seguito all’alt o i odo tale da fo a e u a lu ga pa ete el te e o e u ’alt a ad essa
spe ula e i odo tale da ave e u a oppia he deli ita l’a ea del te e o he i i te essa el uale
i se ia o l’a atu a e facciamo il nostro getto di calcestruzzo. La parete, dal momento che è ferma e di
conseguenza in equilibrio, è soggetta agli sforzi litostatici σo=k0σv da e t a i i lati. L’o iettivo , tuttavia,
non solo quello di inserire una parete nel terreno, ma anche quello di realizzare uno s avo ell’a ea
circoscritta tra queste pareti tra di loro opposte e speculari. Di solito, quindi, prendendo in considerazione
per il momento una sola palancola, si rimuove il terreno da uno dei suoi due lati. Se tolgo il terreno, tolgo
una parte del diagramma relativo agli sforzi litostatici, diminuisco anche la tensione verticale σ’v in quanto
era data dal peso del terreno che ho eliminato e modifico notevolmente il diagramma del terreno ancora
presente creando una situazione nella quale la mia parete non si trova più in equilibrio (vedi figura sotto).

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La parete finisce allora per muoversi verso sinistra per cercare una nuova condizione di equilibrio dal
momento che ho tolto del terreno sul lato sinistro (in precedenza si muoveva verso sinistra perché avevo
aggiunto del terreno a destra). Per spostarsi verso sinistra deve avere, infatti, una diminuzione dello stato
tensionale (vedi figura del caso precedente di opera di sostegno rigida). Contemporaneamente, però, il
terreno rimasto alla sinistra della parete sotto il mio scavo si sposta verso destra a schiacciare il terreno
perché aumenta il suo stato tensionale. In termini di aumento di stato tensionale è, quindi, aumentata la
tensione orizzontale diventando σo=k0σv → σa=kaσv. Graficamente si può vedere una iniziale riduzione del
diametro del cerchio di Mohr (che non sono altro che gli sforzi di taglio) a causo di uno spostamento verso
destra e un miglioramento della condizione a rottura del materiale allontanandosi dal criterio di resistenza.

Continuo, poi, a spingere orizzontalmente fino a quando la tensione orizzontale non assume lo stesso valore
della tensione verticale σo=σv e il cerchio di Mohr si riduce semplicemente ad un punto. Se continuo ancora
a spingere la tensione orizzontale ricomincia ad aumentare diventando maggiore di quella verticale e mi
fermo nel momento in cui il cerchio di Mohr diventa così grande da essere tangente al criterio di resistenza.
Anche in questo caso posso andare a scrivere una relazione tra la tensione orizzontale e la tensione verticale
che risulta essere uguale a quella precedente con un cambio di posizione tra le due tensioni pari a σv=kaσo.
Dal momento che mi inte essa al ola e la te sio e o izzo tale l’esp essio e dive ta:

+ ϕ
σo= 𝑎σv con = p= reciproco di ka
𝑎 − ϕ

Ka e kp rappresentano due situazioni limite perché io posso ridurre la tensione orizzontale sulla parete AB
fino ad arrivare a quella condizione che descrivo attraverso il coefficiente ka oppure posso aumentare la
tensione orizzontale fino ad arrivare alla condizione che descrivo attraverso il coefficiente kp. Essendo dei
limiti il materiale non può andare al di sotto del valore ka e non può andare al di sopra del valore kp. La
situazione descritta in precedenza con riferimento al valore ka prende il nome di stato di spinta attiva o stato
attivo da cui deriva proprio il pedice a, mentre la situazione descritta adesso con riferimento al valore kp
prende il nome di stato di spinta passivo o stato passivo da cui deriva il pedice p. Nel caso attivo è il terreno
che sposta la parete e che compie in qualche modo un lavoro, mentre nel caso passivo il terreno subisce un
lavoro perché è la parete che schiaccia il terreno e compie il lavoro del quale esso risente. In base a quanto
abbiamo visto possiamo anche dire che ka<k0<kp, cioè in altre parole la tensione orizzontale a riposo è
intermedia tra queste due situazioni fino ad adesso analizzate con la ka che è la tensione più bassa (sempre
<1) che possiamo avere per quel materiale e kp che è la tensione più alta (sempre >1) che possiamo avere
per quel materiale. Si vede, tuttavia, che gli sforzi che ho disegnato non sono ancora in equilibrio, perché si
ha una distribuzione di sforzi sulla parte destra triangolare con la risultante che in questo caso chiamiamo SA
(essendo la risultante della spinta attiva) collocata ad 1/3H complessiva di questo triangolo, mentre si ha una
distribuzione sulla parte sinistra sempre triangolare ma con la risultante che in questo caso chiamiamo S P
(essendo la risultante della spinta passiva) collocata ad 1/3H complessiva di uest’alt o t ia golo la ui H
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bel diversa da quella del triangolo sulla destra della mia parete. Le due spinte non sono, quindi,
apparentemente allineate per il momento. In realtà a causa del cinematismo non si ha una semplice
traslazione, ma si ha anche una rotazione della parete con la parte superiore che si muove verso sinistra e la
parte inferiore che fa un movimento verso destra che va a schiacciare il terreno. La parte a destra costituisce,
dunque, una zona di spinta attiva, mentre quella a sinistra costituisce una zona di spinta passiva.
N.B: Riassumendo i dati fino ad oggi raccolti, in entrambe i casi analizzati le pareti si muovono perché non
possiamo azzerare gli spostamenti anche se esistono dei metodi tecnologici che permettono di operare per
ridurre al minimo gli spostamenti. Il problema si complica ulteriormente in presenza di acqua nel terreno.

IPOTESI DI PIANO CAMPAGNA INCLINATO – TEORIA DI COULOMB


Le analisi fino ad ora condotte, sono tuttavia sottoposte ad una ipotesi di tipo geometrico, cioè che il piano
campagna abbia un piano limite orizzontale. In realtà il caso comune è quello che vede la presenza di un
piano campagna inclinato dove la direzione verticale non è più una direzione principale e non si possono
più utilizzare le formule fino ad ora studiate. Dal momento che, quindi, si ha una situazione geometricamente
diversa dobbiamo cambiare approccio che paradossalmente è più semplice rispetto a quello visto in
precedenza di semplice analisi dello stato tensionale del terreno. In questo caso si va, invece, ad analizzare
l’e uili io di u o po igido se o do la teo ia di Coulo , il quale non conosceva le tensioni e che per
questo motivo si basa sul concetto di forze. Durante i suoi esperimenti, egli osserva che quando un muro di
sostegno crollava trascinava con sé a valle anche un certo volume di terreno sotto forma di cuneo e che la
superficie di scivolamento che rimaneva era di forma sostanzialmente piana e con una certa inclinazione
variabile da caso a caso. Il muro ha la funzione di sopportare una spinta dovuta alla potenziale instabilità del
cuneo di terreno che a sua volta è soggetto a delle forze che lo tengono fermo, uali la fo za peso, l’att ito
lungo la superficie di appoggio del muro e la spinta stabilizzante (reazione) generata dalla presenza del muro.
Queste tre forze devono equilibrarsi affinché il muro non si rompa e lo devono fare graficamente.

αA u a supe fi ie i og ita, a se o do Coulo pia a e ui di può esse e defi ita dall’angolo che passa
per il piede del muro di sostegno perché così era avvenuto per i muri crollati durante i suoi esperimenti.
L’i li azio e ui di l’i og ita del p o le a, ma se decidiamo di fissarla a nostro piacimento possiamo
utilizzarla per conoscere (per ognuna di esse) l’area del triangolo in figura e di conseguenza il peso W. Una
volta trovata W, la vado a disegnare a fianco del mio triangolo in una opportuna scala grafica. Riguardo alle
altre forze so che la forza F, poi h dovuta all’att ito he ’ sulla supe fi ie di scivolamento, è inclinata di
un angolo ϕ rispetto alla normale (con ϕ noto perché conosco la resistenza del materiale) e ha una certa
direzione. Posso, allora, disegnare sul grafico posto di fianco al triangolo e a partire dalla estremità della
freccia di di ezio e di W, la etta d’azio e di F he i li ata di u a golo αA-ϕ rispetto a W e che corrisponde
alla parallela di F stesso. La stessa cosa si può realizzare per la spinta PA: se ipotizzo la mancanza di attrito
sulla superficie, la spinta è ortogonale alla superficie stessa che non è necessaria che sia verticale, ma può
avere una inclinazione qualsiasi, mentre se ipotizzo la presenza di attrito (con dei mattoni ad esempio) essa
può esse e pa i a e ha u a etta d’azio e ota. P e do allo a uesta direzione e la disegno nel grafico di
fia o a pa ti e dall’est e ità della f e ia i di a te la di ezio e di F osì da a da e a hiude e il triangolo
delle forze. Tale costruzione mi permette di andare a vedere quali sono i moduli delle forze in gioco in scala
g afi a pe u e to α s elto a pia e e all’i izio della ost uzio e. Ca ia do il valo e di α mi cambia di
conseguenza la forza F e la forza PA e procedo a tentativi fino a che non trovo il valore più grande possibile
della PA. Posso, infine, costruire attraverso questi punti il diagramma PA-α.

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Questo diagramma ha un massimo in corrispondenza di un certo


valo e di αA da cui ricavo il mio valore di progetto di PAP. Il valore
massimo di PA che si accetta è PAP che ho calcolato per tentativi, ma
he l’u i o possi ile pe h l’u i o valo e di spi ta eale all’i te o
di un grande insieme di valori immaginari utili semplicemente al mio
calcolo. Come nel caso precedente, parto da una spinta più alta che va
a ridursi man mano che il muro si muove perché ipotizzo una
superficie del terreno inclinata e al limite della rottura essendoci su di
essa una forza F a sua volta inclinata di un certo angolo ϕ. Sulla
supe fi ie ho, ui di, utilizzato tutto l’att ito dispo i ile e il terreno
risulta essere rotto. Lo stesso ragionamento vale per la spinta passiva,
ovvero quando è la parete a spingere sul terreno., anche se cambia la direzione della spinta F che non è più
alla sinistra della normale (ovvero con la componente tange ziale ve so l’alto a ollo ata alla dest a della
normale (ovvero con la componente tangenziale verso il basso). Come altra differenza vi è un notevole
cambiamento del triangolo delle forze con la spinta passiva che aumenta notevolmente il suo modulo come
si era già visto dal fatto che kp>>k0. La geometria può essere, inoltre, più complessa perché il paramento può
esse e i li ato di u a golo θ e il te apie o può esse e i li ato di u a golo β. Se a dia o ad a alizza e
analiticamente il ragionamento fatto fino ad ora, ovvero a trovare la funzione di SA o SP i elazio e ad α,
possia o t ova e il valo e assi o di α o e il pu to dove si a ulla la de ivata p i a. Nell’ipotesi di
oesio e ulla ’= :

SPINTA SECONDO LA TEORIA DI COULOMB S= kH2

con k che in questo caso ha una formula molto più complessa perché la sua geometria è più complessa. Nella
fo ula o paio o va i pa a et i uali θ he l’i li azio e del pa a e to he o più ve ti ale, he
l’att ito u o-terreno che può essere dive so da e β he l’i li azio e del te apie o.

DIAGRAMMA SPERIMENTALE DI ROWE


Esso riporta una esperienza di laboratorio che
consiste nel misurare la spinta che la sabbia applica su
u a delle pa eti di u a s atola all’i te o della uale
è contenuta. La parete presa in considerazione è
strumentata (in modo tale da misurare la spinta) e
può esse e spostata ve so l’i te o o l’este o della
scatola attraverso delle viti che venivano allentate. Il
diag a a p oposto a seguito dell’espe i e to
ipo ta il appo to i pe e tuale ΔH/H sull’asse delle
as isse o H he l’altezza della pa ete e ΔH he lo
sposta e to i testa della pa ete e sull’asse delle
ordinate i coefficienti k che hanno il significato di kA o
kP a seconda che stiamo allontanandoci o
avvicinandoci dal/al terreno. K si ricava facilmente
dall’esp essio e della spi ta S i ua to oto
perché il terreno è messo direttamente da colui che
fa l’espe i e to all’i te o della s atola, H oto
perché la scatola è costruita a mano sempre da colui
he fa l’espe i e to, S isu ata dai se so i della pa ete he può essere in movimento e quindi k rimane
l’u i a i og ita he si i ava att ave so la fo ula i ve sa k= . Nelle condizioni di riposo che si possono
H
definire come litostatiche e anche edometriche, la parete misura lo sforzo orizzontale e permette di ricavare
quello che corrisponde ad un k =0,5. Nel momento in cui poi si decide di aprire la scatola, la spinta si abbassa.
Nel caso della sabbia sciolta si passa da una linea verticale ad una linea praticamente orizzontale con un

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valo e osta te ΔH/H= , % he va ad i dicare che il mio materiale si è rotto immediatamente. Nel caso
della sabbia densa si ha, invece, una linea verticale che raggiunge un minimo e poi tende nuovamente ad
aumentare per effetto della dilatanza portando anche in questo caso ad una rottura veloce ΔH/H= , % . Le
opere di sostegno rigide vengono progettate facendo riferimento alla spinta attiva. Nel momento in cui si
porta, invece, la parete verso il terreno si parla di spinta passiva e si hanno valori molto più alti rispetto a
quelli relativi alla spinta attiva (come si era già visto nella trattazione di Coulomb). Tali valori, tuttavia, fanno
riferimento ad una scala grafica diversa rispetto a quella precedente. In questo caso il massimo della spinta
passiva e l’a ia o pe sposa e ti elativi dell’o di e del - % dell’altezza H p ovo a do o segue ze el
caso delle opere di sostegno flessibili (non quelle rigide perché non utilizzano la spinta passiva). Nel caso di
queste opere, infatti, la spinta passiva ha bisogno di grandi spostamenti (e non più piccoli) per potersi
sviluppare e non può essere utilizzata nella sua totalità. Quando vado a valutare gli equilibri decido, allora, di
fare affidamento ad una aliquota della spinta passiva in modo tale da ridurre gli spostamenti della struttura.

SOLUZIONE MATEMATICA PER IL CALCOLO DELLA SPINTA


Tra le opere di sostegno abbiamo visto le paratie, ovve o uelle ope e he ealizzo all’i te o del te e o e
che hanno lo scopo di permettere la realizzazione di uno scavo. Solitamente sono in coppia e vanno a
p otegge e lo s avo su tutti i suoi lati si ha ui di l’u io e di oppie . Nel o e to i ui faccio lo scavo e
tolgo il te e o dall’a ea i os itta dalle pa atie si p odu e u o s uili io di spi ta e si ge e a u o stato
attivo dalla parte dove vi è ancora il terreno (destra della figura) e uno stato passivo nella parte dove non vi
è più il terreno (sinistra della figu a . Fa e do ife i e to alla teo ia di Ra ki e o all’a alisi dell’e uili io del
corpo rigido alla Coulomb sappiamo determinare questa spinta e sappiamo che per arrivare allo stato attivo
è sufficiente un piccolissimo spostamento, mentre per arrivare allo stato passivo è necessario uno
spostamento ben più grande e non sempre realizzabile nella sua totalità. Dal momento che siamo noi a
s eglie e le di e sio i dell’ope a, si fa allo a i odo he l’ope a a ia isog o di u a f azione della spinta
passiva piuttosto che del totale e si abbiano degli spostamenti accettabili. Per poter valutare a livello
ate ati o l’e uili io di uesta st uttu a a ia o isog o di u odello se plifi ato. Sappia o già he
questi diagrammi di spinta triangolari non permettono di trovare un equilibrio perché hanno delle risultanti
che non possono essere allineate e che quindi le forze in gioco non sono solamente due, ma devono essere
almeno tre. Per trovare le altre grandezze in gioco abbiamo bisogno di un modello e di ipotesi.

IL MODELLO RIGIDO PLASTICO


Sappiamo che il terreno è un materiale che si deforma per effetto delle variazioni dello stato tensionale, ma
il nostro scopo è quello di vedere se la struttura si sposta e addirittura si rompe. Non ci interessa, quindi,
l’evoluzio e dello sposta e to, a voglia o sape e se gli sfo zi appli ati sulla st uttu a posso o o e o
essere in equilibrio. In generale sappiamo, tuttavia, che se prendiamo una frazione della spinta passiva gli
spostamenti sono dello stesso ordine di grandezza di quelli della spinta attiva e sono relativamente piccoli.
Detto questo ci andiamo adesso a concentrare sulle equazioni di equilibrio trascurando gli spostamenti. Un
modello che mi permette di trascurare totalmente gli spostamenti è il cosiddetto MODELLO RIGIDO
PLASTICO. Tale modello simula in parte il comportamento elastico lineare del terreno affermando che fino
a quando lo sforzo non arriva al valore di rottura σf la deformazione è nulla per cui il materiale è rigido.
Quando poi si arriva allo sforzo di rottura σf, la deformazione diventa indefinita per cui il materiale risulta
essere rigido perfettamente plastico (perfettamente perché poi lo sforzo rimane costante). La linea rossa è
una semplificazione del comportamento tipico del terreno elastico lineare. Dal momento che per calcolare
l’e uili io a oi i te essa la pa te te i ale del ost o diag a a, utilizzo la se plifi azio e elativa alla
linea rossa di deformazione nulla e quella relativa alla riduzione della spinta passiva di una buona percentuale
in modo che gli spostamenti che vado a considerare siano piccoli come quelli della spinta attiva.

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Fatta questa semplificazione, la situazione che vado a studiare prevede la presenza di una rotazione e non di
una semplice traslazione in quanto nel caso di semplice traslazione i diagrammi triangolari degli sforzi non
sono equilibrati. La rotazione avviene intorno ad un punto he appa tie e all’asse della struttura ed è di tipo
rigido. Gli spostamenti he e seguo o p esa H l’altezza della st uttu a so o pa i a 0,002H. Facciamo passare
pe il io e t o di otazio e he l’u i o pu to della st uttu a he o si sposta u a linea orizzontale che
divide il mio sistema in due parti distinte. La tensione orizzontale sulla parte destra dove vi è ancora il terreno
nella sua totalità si riduce perché la struttura si sposta sulla destra facendo sì che la parte a sinistra vada in
stato attivo e si passi dal parametro k0 al parametro ka. La parte di terreno che è collocata, invece, sulla destra
viene compressa dal terreno e va verso lo stato passivo (anche se non è quello completo perché ci dobbiamo
fermare prima per non avere spostamenti troppo elevati). Analogamente (ma in modo contrario) la parte
collocata sulla sinistra, ma sotto la linea orizzontale passante per il centro di rotazione viene compressa dalla
coda e va in stato passivo, mentre la parte a destra e sotto la linea orizzontale va in stato attivo.

σ’a = k a σ’v = k a γz
ANALISI STATO TENSIONALE { ′
σ = k σ′ v = k γz

con ka e kp che possono essere scritte utilizzando la formula di Rankine nel caso più semplice o quelle ricavate
dall’e uili io del o po igido del u eo el aso più o plesso aga i o l’att ito . Tale fo ula i di e
semplicemente che σ’a e σ’p variano linearmente con la profondità. Dal punto di vista grafico ho un
diagramma per la spinta attiva più piccolo perché ka (con k che è il coefficiente angolare) ha una intensità
minore e un diagramma per la spinta passiva più grande perché kp ha una intensità maggiore. Devo però fare
atte zio e all’altezza a pa ti e dalla uale al olo la ia te sio e ve ti ale pe h la z si ife is e a due pia i
campagna diversi per la parte sinistra e per quella di destra e anche alla pendenza dei diagrammi triangolari
che è la stessa per la parte sinistra e per quella di destra anche se sono di dimensioni diverse. A questo punto
vediamo che in questa situazione i quattro diagrammi che abbiamo disegnato si possono fare equilibrio se
scegliamo i giusti valori delle due incognite H e la posizione del centro di rotazione x che rimangono. Oltre a
queste due incognite abbiamo anche due equazioni che sono l’e uazio e di e uili io alla t aslazio e e
l’e uazio e di e uili io alla otazio e. I quattro diagrammi devono essere, allora, equilibrati alla traslazione
e alla rotazione, cioè le risultanti devono essere allineate. Il fatto che nella parte in basso a sinistra vi sia una
forza passiva molto grande fa sì che la risultante di questo diagramma sia trascinata verso il basso mentre,
viceversa, il fatto che nella parte in alto a destra vi sia il diagramma della forza passiva più grande di quello
posto sotto fa sì he la isulta te di uest’alt o diag a a sia t as i ata ve so l’alto. Da uesto schema si
può partire per fare altri calcoli, ma nel nostro caso interessa solo trovare il valore di H e di x soprattutto per
il fatto he da H dipe de il osto dell’ope a he si vuole a da e a ealizza e. U a volta t ovato il valo e di H
posso andarmi a calcolare lo spostamento 0,002H. Gli spostamenti sono, infatti, sempre presenti ma possono
e devo o esse e li itati il più possi ile el o e to i ui sop a il io te e o ’ ual osa di vul e a ile
come uno o più edifici. In questo caso bisogna allora per prima cosa valutare gli spostamenti e la loro
accettabilità con modelli più sofisticati e, nel caso in cui non risultino essere accettabili, bisogna o rinunciare

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a fa e lo s avo o i se i e u a zeppa sotto l’edifi io se lo s avo o può esse e evitato (metropolitana Napoli).
La zeppa o siste i u a i iezio e di e e to he può esse e fatta a he i più fasi he solleva l’edifi io.

CASO DI PRESENZA DI ACQUA NEL TERRENO


L’a ua può ea e p o le i pe due otivi i u a
situazione di scavo con paratie di questo tipo. In
generale quando si deve realizzare uno scavo in un
terreno contenente acqua bisogna prestare attenzione
pe h l’a ua vuole passa e e vuole esse e li e a di
muoversi creando ulteriori problemi ad una situazione
già complessa. Se prendiamo in considerazione un
terreno omogeneo (solo sabbia per esempio) saturo
d’a ua e voglia o fa e u o s avo sotto il livello
dell’a ua, devo eli i a e il te e o e a he l’a ua i
esso o te uta. A uesto pu to, pe ò, l’a ua o si
trova più in equili io e te de a uove si dall’este o
ve so l’i te o dello s avo alla i e a di u a uova
condizione di equilibrio. Si genera, quindi, un moto di
filtrazione praticamente verticale dal momento che
l’a ua si i u ea i o ispo de za del lato i o e
delle due paratoie (vedi fig.).

Si può andare ad analizzare, tuttavia, lo stesso fenomeno con un esperimento controllato costituito da un
cilindro di te e o ve ti ale pe o so dall’a ua, he vie e spi ta da u a pompa, con un movimento dal basso
ve so l’alto. Suppo ia o he i u p i o o e to la po pa he fa passa e l’a ua dal asso ve so l’alto sia
spe ta e he ui di l’a ua sia fe a pe h o vi essu a po tata. Sia o i o dizio i id ostati he. I
questa situazione abbiamo sulla base superiore la p essio e dell’a ua u= wz= wh1, mentre sulla base
inferiore si ha la tensione verticale σv che per rispettare la condizione di equilibrio deve essere uguale e vale
σv= satz + wh1 perché deve equilibrare la u moltiplicata per il peso del cilindro. Graficamente si possono
disegnare due diagrammi triangolari distinti con uno di piccoli dimensioni nella parte alta che fa riferimento
alla pressione u e uno di dimensioni e pendenza maggiore che fa riferimento alle σv. La pendenza di questo
secondo triangolo è maggiore perché la σ cresce con una maggiore velocità essendo il coefficiente angolare
sat> w. Se voglio trovare la tensione efficace isolvo l’esp essio e σ’v=σv-u e graficamente corrisponde alla
distanza tra il prolungamento del triangolo di u e la pendenza del triangolo di σv.

A questo punto accendo la pompa e fa io flui e l’a ua all’i te o del ili d o o u a e ta po tata Q. Il
livello dell’a ua o te uta all’i te o del ili d o sale di ual he illi et o a i a ie a i i flue te osì
che i può tralasciare tale differenza e si considera lo stesso livello di acqua. I diagrammi sopra disegnati si

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modificano solo in parte. La pressione u rimane la stessa con il suo diagramma triangolare, il peso del cilindro
rimane lo stesso e anche la σv. L’a ua si sta uove do all’i te o del te e o dal asso ve so l’alto pe il
fatto che vi è un aumento della pressione sulla base inferiore. Graficamente tale aumento di pressione
corrisponde a spostare la linea tratteggiata verso destra e a ridurre la tensione efficace σ’v per il fatto che è
la distanza tra le due linee. La riduzione delle σ’v corrisponde ad una riduzione della capacità del terreno di
sopportare sforzi di taglio. Se i punti del diagramma coincidono si hanno le tensioni efficaci pari a σ’v=0.

Ritornando al caso del terreno, l’a ua o i ia a uove si ve so l’alto idu e do la te sio e effi a e pe
due motivi. Si riduce perché abbiamo tolto parte del terreno con lo scavo (e quindi abbiamo tolto parte del
peso e pe h vi l’a ua he si uove ve so l’alto. Tale fe o e o di filtrazione può addirittura portare
all’a ulla e to delle te sio i effi a i i ve e he alla lo o se pli e iduzio e se il pu to si sposta a tal pu to
sulla destra da andare a coincidere con la tensione totale e al crollo della struttura che si appoggia su un
te e o o ai p ivo di apa ità di esiste e a ualsiasi sfo zo. Il ovi e to ve ti ale dell’a ua o ie tato dal
asso ve so l’alto p e de il o e di sifonamento e si verifica solitamente nel caso di uno scavo sotto falda
che va ad abbassare il livello dell’a ua. Si t atta, ui di, di u fenomeno artificiale i es ato dall’uo o.
Esistono, tuttavia, diverse soluzioni a questo problema. Tra le principali vi sono:
− Inserimento di pozzi all’este o dello s avo pe eli i a e l’a ua p i a he a ivi all’i terno dello
scavo e ridurre la spinta che essa applica sulla parete che fa da recinzione al mio scavo;
− Progettazione delle strutture di sostegno tenendo conto del fenomeno di filtrazione, ovvero sapendo
he il flusso di a ua ve so l’alto he va a idu e la resistenza del terreno nella zona considerata, e
che consiste nel ridurre al minimo le sollecitazioni su questo terreno. Si deve, quindi, realizzare una
paratoia di una lunghezza maggiore in profondità in quanto avendo una maggiore superficie che
spinge sul terreno con il quale si trova a contatto lo sforzo unitario si riduce. Allo stesso tempo, una
pa atoia di lu ghezza aggio e fa pe de e e e gia all’a ua e fa pe de e i te sità al fe o e o di
sifo a e to i ua to l’a ua deve pe o e e u a dista za aggiore per entrare nello scavo.
Nonostante tutti questi vantaggi si deve tenere conto del costo più elevato dell’ope a di sosteg o;
− Inserimento di un tappo, ovvero si fa un
trattamento del terreno per renderlo
impermeabile prima di procedere con lo scavo. Il
trattamento può essere realizzato iniettando del
cemento nel terreno he ha o tatto o l’a ua
dive ta u a so ta di alta i pe ea ile. L’ope a,
una volta realizzata, prende il nome di tappo di
fondo. Al di là del osto dell’ope azio e he può
anche essere nullo nel caso in cui il sottosuolo sia
fatto proprio in modo tale da avere uno stato
impermeabile ad esempio con argilla) tale

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p o edi e to può fu zio a e se si sta atte ti ad u alt o fe o e o. L’a ua ollo ata sotto il tappo
spinge con una propria pressione u= wh se si trova in condizioni idrostatiche. Se la risultate di tale
pressione supera il peso del tappo e il suo attrito, ovvero W<U, il tappo si rompe. Tale verifica di
equilibrio (che in termini positivi corrisponde a valutare se W>U) vale nel caso in cui si vadano a
trascurare gli attriti sulle pareti verticali dal momento che lo spessore dello scavo è piccolo rispetto
alle sue effettive dimensioni e va a vantaggio della sicurezza della struttura perché stiamo
trascurando una resistenza. Tale fe o e o di ottu a del tappo, pe il uale o ’ essu
fe o e o di filt azio e o e el aso p e ede te i ua to l’a ua o te uta el te e o fe a,
prende il nome di sollevamento del fondo scavo.

N.B: Spesso il termine sifonamento viene usato impropriamente. In geotecnica il sifonamento è la riduzione
dello stato tensionale efficace dovuto al moto di filtrazione che ha una componente significativa verticale o
subverticale che fa aumentare le pressioni neutre a tensioni totali costanti. Non vi è nessun trasporto di
materiale in questo caso. Tale riduzione di tensioni efficaci corrisponde alla riduzione della capacità del
terreno di sopportare sforzi di taglio perché il cerchio di Mohr si sposta a sinistra ve so l’o igi e e si avvi i a
al ite io di esiste za he seg a la ottu a del ate iale. I geologia, i ve e, il sifo a e to ha tutt’alt o
sig ifi ato e i di a il fe o e o di e osio e i te a pe il uale l’a ua he passa att ave so l’a gi e po ta via
in maniera molto lenta il materiale che vi si era depositato fino al momento in cui arriva la piena che accelera
il t aspo to del ate iale fi o a ea e dei u hi all’i te o degli a gi i he fa o olla e tutta la st uttu a.

FONDAZIONI SUPERFICIALI

P e dia o u te e o sul uale voglia o ost ui e u edifi io dove p i a o ’e a ie te. L’edifi io ha u


proprio peso che provoca delle variazioni di stato tensionale nel terreno. Preso un generico punto, quindi, ho
nella configurazione iniziale la mia σ’v0 e nella configurazione finale la mia σ’v0 + Δσ. Δσ va ad incrementare
lo stato tensionale e produce una deformazione in tutti i punti che stanno sotto la mia fondazione andando
ad a assa e il livello del io te e o e a he dell’edifi io. L’integrale di questa deformazione mi dà come
risultato un cedimento. L’i e e to dello stato te sio ale i dotto dal a i o può, tuttavia, provocare anche
la rottura del terreno, ovvero che il Δσ faccia sì che lo stato tensionale nel terreno sia incompatibile con il
criterio di resistenza e che la struttura non sia più in equilibrio andando a sprofondare nel terreno.
Sotto all’edificio è collocata la nostra fondazione che immaginiamo simile ad una lunga soletta rettangolare.
Per la fondazione disegniamo il diagramma cedimento in funzione del carico dove all’au e ta e del a i o
aumenta il cedimento in quanto il terreno non è un materiale elasti o li ea e. L’au e to del edi e to
più che proporzionale: la rigidezza tende, infatti, a diminuire fino ad arrivare alla situazione nella quale la
rigidezza incrementale si annulla perché il carico W produce un aumento degli sforzi di taglio sotto la
fondazione e nel singolo elemento di volume succede quello che noi vediamo nella apparecchiatura triassiale.
Il peso W0 dell’edifi io p odu e u e to edi e to 0 he deve esse e o pati ile o l’edifi io. Dopo uesta
prima verifica bisogna analizzare se il margine di sicurezza (solitamente parziale) sia adeguato, ovvero che
risponda alle richieste della normativa di Wmax>W0. Con questo comportamento si può inoltre notare che più
W0 si avvicina a Wmax più il cedimento aumenta. Il cedimento può, tuttavia, avere un valore elevato e non
essere più accettabile se la curva del diagramma cedimento-carico a parità di Wmax è collocata più in basso
rispetto a quella precedente a causa di un diverso valore della compressibilità del terreno (e non dalla sua
resistenza). La prima condizione (che risulta essere accettabile) corrisponde a quella di un terreno più rigido
e meno compressibile, mentre la seconda condizione (che risulta non essere accettabile) corrisponde a
quella di un terreno meno rigido e più compressibile. A parità del margine di sicurezza, abbiamo quindi
situazioni diverse in corrispondenza del carico di esercizio W0. Nel secondo caso appena proposto il problema
non è la sicurezza, che è adeguata perché Wmax è sufficientemente più grande di W0, ma il problema è il
cedimento che può raggiungere valori eccessivamente elevati (anche se alla fine non crolla).

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Il fenomeno è tuttavia molto complicato e non esiste un unico modello che è in grado di rispondere
contemporaneamente alla questione relativa alla sicurezza e anche a quella relativa al cedimento. Si fa allora
u a se plifi azio e he p evede l’utilizzo di due modelli diversi che rispondono in maniera distinta alle due
diverse questioni in gioco. Il primo modello permette di trovare il valore di Wmax e consente di rispondere
alla richiesta della normativa di avere un adeguato margine di sicurezza dal momento che W0 lo scelgo io. Il
secondo modello, invece, permette di trovare il valore del cedimento e decretare sulla sua affidabilità. Il
cedimento varia, tuttavia, notevolmente in base al tipo di struttura che si prende in considerazione. I modelli
si dividono anche in base a quelli che analizzano la situazione di rottura e quelli che analizzano la situazione
di esercizio, ovvero lo stato limite ultimo e lo stato di esercizio.
N.B: In una situazione nella quale il cedimento è elevato, ma il margine di sicurezza è ragionevole e soddisfa
i requisiti di normativa, una delle soluzioni che si può adottare è quella di cambiare la tipologia di fondazione.

FONDAZIONI SUPERFICIALI
Sono strutture appoggiate al terreno che trasferiscono il carico al terreno attraverso delle σ, ovvero delle
pressioni di contatti ortogonali alla superficie di appoggio. Tali strutture posso essere, tuttavia, prolungate
realizzando dei pilastri nel terreno che chiamiamo pali di fondazione che hanno la funzione di andare a
cercare il terreno più rigido che è collocato in profondità in quanto la rigidità aumenta lo stato tensionale. I
pali possono avere diverse lunghezze in base alla situazione e consentono di trasferire carichi molto più
elevati al terreno. Funzionano essenzialmente per attrito laterale, cioè la superficie laterale che è a contatto
con il terreno trasferisce attraverso sforzi essenzialmente di taglio lo sforzo al terreno che vanno ad irrigidire
notevolmente la fondazione proprio perché vanno a cercare il terreno più confinato e rigido. I pali sono
solitamente realizzati in cls, sono costosi, sono più difficili da realizzare, presentano un numero maggiore di
rischi e richiedono un numero maggiore di verifiche così che vengono utilizzate raramente.

Per quanto riguarda il problema della rottura di questo tipo di fondazioni, si utilizza il modello di un materiale
rigido plastico per trovare Wmax. Per quanto riguarda, invece, il cedimento nel caso di terreni come quelli a
grana grossa si può decidere di utilizzare anche il modello elastico lineare perché siamo in una condizione di
giusta lontananza dalla rottura e graficamente corrisponde ad approssimare ad una retta una linea curva. In
questo caso, inoltre, non si ha rottura perché nel caso elastico il materiale è infinitamente resistente.

DIMENSIONAMENTO FONDAZIONI SUPERFICIALI

Quando progettiamo una fondazione dobbiamo definire tre cose:


1. Profondità del piano di posa, ovvero del livello di appoggio della mia struttura. Esso implica di
superare la porzione di terreno vegetale (dello spesso e dell’o di e di pe h si t atta di u a
fascia compressibile e variabile nel tempo per le sue caratteristiche meccaniche a causa della
presenza di sostanza organica. La fondazione è, quindi, collocata ad almeno 1 m di profondità nel
caso di struttura fuori terra e ad almeno 3 m nel caso ad esempio di una autorimessa. Vi sono,
dunque, una serie di vincoli anche architettonici definiti nella normativa che si devono rispettare;

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2. Forma e dimensioni in pianta anche se solitamente si realizza una piastra rettangolare a contatto con
il terreno. La fondazione è la parte della struttura in elevazione che è a contatto con il terreno e che
ha la funzione di trasferire il carico degli altri elementi che vi si costruiscono (muri, pilastri) al terreno;
3. Forma e dimensioni (sezione e collegamenti).

SOLUZIONI PER IL CALCOLO DEL Wmax


a. FORMULA DI BRINCH-HANSEN
Sappiamo che Wmax è il vettore risultante dei carichi, ma in questo caso viene chiamato qlim ed è la tensione
unitaria che io posso applicare sulla mia fondazione. Le ipotesi che sono alla base di questa formulazione
sono: il materiale (che per noi è il terreno) è rigido plastico e anche privo di peso =0 (per poter ricavare
parte di questa soluzione proposta) e vale il criterio di resistenza di Mohr-Coulomb rettilineo con un valore
di ’ e ϕ’ dive si da ze o. =0 perché cerca di risolvere il problema di punzonamento dei metalli, ovvero cerca
di trovare lo sforzo che la pressa doveva applicare su un metallo per inciderlo. La soluzione analitica che si
trova in questo caso non è adatta al caso del terreno in quanto presenta un valore di notevole e significativo
a definire il suo comportamento. Per questo motivo si va ad adattare tale espressione al caso del terreno
aggiungendo un addendo a quelli già presenti. Ogni addendo tiene infatti conto di qualcosa:

qlim= BNys i b g + cNcscdcicbcgc + qNqsqdqiqbqgq → qlim= BN + cNc + qNq

q rappresenta il carico sul piano di fondazione, ovvero il peso del terreno. c è la coesione del materiale. Nc e
Nq sono ricavati analiticamente. Gli addendi che presentano questi due grandezze sono quelli relativi alla
soluzione originaria di Prandtl. Si tratta di una soluzione unica e analitica. N è un parametro ricavato
numericamente imponendo diverse ipotesi tutte diverse che portano ad un elevato numero di soluzioni
possibili (oltre 16). Nel nostro caso si è scelto il valore ricavato dai due studiosi che danno il nome proprio
alla formula, ovvero si prende l’N riferita a Brinch-Hansen. Nel terzo addendo compare e B che
rappresenta la larghezza della fondazione e quindi entra in gioco la geometria. Il valore finale che si ricava
da questa espressione non è solo funzione del terreno attraverso le sue caratteristiche meccaniche quali il
peso, la oesio e e l’a golo di att ito, a a he fu zio e della geo et ia della fondazione. Non si può,
ui di, di e he u e to te e o ha u a i o li ite pe h l’i sie e te e o + fo dazio e he ha uel
valore di carico. B entra in gioco direttamente e al suo aumentare aumenta il carico limite unitario.
Bisogna, tuttavia, ricordare che la soluzione trovata è quella base ed è relativa ad uno stato di deformazione
piana dove il a i o ha u a sezio e he si ipete pa allela e te a s stessa all’i fi ito. La fo dazio e
costituita da una striscia di larghezza B sulla quale è applicato il carico limite qlim. Il carico limite rappresenta
il carico che porta a rottura il sistema secondo questo meccanismo di rottura descritto in figura.

Il meccanismo di rottura che viene fuori dalla soluzione analitica e che quindi è la soluzione delle equazioni
i defi ite dell’e uili io p evede he il cuneo di terreno posto direttamente sotto la fondazione si abbassi,
che le superfici curve che corrispondono a delle spirali logaritmiche dette ventagli di Prandtl ruotino con uno
spostamento essenzialmente orizzontale del materiale e che le altre porzioni più esterne sempre a forma di
cuneo si sollevino. Se, infine, andiamo a moltiplicare qlim per la superficie troviamo Wmax, quindi Wmax=qlimA.
Gli altri coefficienti fanno riferimento alla geometria della fondazione (quella più generica e che non ha una
fo a etta gola e e all’a golo di esiste za al taglio del te e o. So o s (detti coefficienti di forma), i
(inclinazione del taglio), b (inclinazione della base della fondazione) e g (inclinazione del terreno) detti
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coefficienti di inclinazione e d che sono dei coefficienti di profondità che tengono conto della maggior
resistenza che abbiamo grazie al fatto che sopra abbiamo del terreno e non una distribuzione uniforme di
forze. Sono tutti parametri >1 e che bisogna tener di conto nel caso di un terreno.
La soluzione finale è frutto della soluzione di un sistema di equazioni differenziali che combina le equazioni
i defi ite dell’e uili io s itte pe u aso di defo azio e pia a o il ite io di resistenza per definire
l’e uili io plasti o del io ate iale te e o i u i ide te stato di ollasso. Pe p i a osa si ha o le
espressioni che fanno riferimento ai parametri N che sono detti fattori di capacità portante. Tali parametri
sono funzio e es lusiva e te dell’angolo di resistenza al taglio ϕ e sono valori esatti nel caso di Nq ed Nc,
e t e si t atta di u valo e he va ia a se o da dell’auto e e delle ipotesi el aso di N

+ ϕ′
Nq= − ϕ′
eπ a gϕ′
Nc=(Nq-1)cotanϕ’d N =1,5(Nq-1)tanϕ’d

La fu zio e ta ge te u a fu zio e dive ge te he au e ta all’au e ta e di ϕ. All’au e ta e di ϕ


aumenta qlim sapendo che ϕ au e ta all’au e ta e della g a ulo et ia vedi g afi o di S h e t a . I
terreni a grana grossa, quindi, dal momento che sono quelli che hanno l’a golo di att ito più elevato sono
quelli che creano più problemi nella determinazione di ϕ perché bisogna ricorrere a delle correlazioni
empiriche che hanno delle incertezze. Per i terreni a grana fine, invece, dal momento che ho un angolo di
attrito basso posso misurare ϕ con grande precisazione grazie alle prove di laboratorio e ai cerchi di Mohr.
Si hanno, poi, i coefficienti di forma s che sono funzione delle grandezze geometriche B ed L del rettangolo
di fondazione. B è sempre il lato minore del nostro rettangolo di fondazione ed L è il lato maggiore. Sono
parametri che dipendono proprio dal rapporto B su L, ovvero dal rapporto di forma. Se L-> ∞ il coefficiente
tende a 1 e si torna al caso di striscia indefinita. Nel caso invece di forma non molto allungata s>1 perché
au e ta la supe fi ie a disposizio e pe sviluppa e l’att ito e, ui di, la resistenza.

B + ϕ′ B + ϕ′
sq=s =1+1,01 sc=1+0,2
L − ϕ′ L − ϕ′

Seguono i coefficienti di profondità d. Nel caso di una fondazione superficiale D è piccolo rispetto a B e
spesso non compare nemmeno nella trattazione. Vi sono, infine, i coefficienti di inclinazione i con V che è la
componente orizzontale del carico ed N quella verticale. In questo caso, per come è strutturata la formula,
aggio e il a i o o izzo tale, più pi olo il oeffi ie te i. T a gli alt i pa a et i vi so o l’i li azio e del
pia o di posa data dall’a golo α. Maggiore è il valore di α e ui di l’i li azio e del pia o di posa, ta to più
asso il a i o li ite pe h si idu e la supe fi ie utile a sviluppa e l’att ito. Stessa osa vale pe
l’i li azio e del pia o a pag a data dall’a golo ω.

CASO DI CARICO ECCENTRICO


Come ultima informazione bisogna dire che il carico può essere
ECCENTRICO. Il carico fino ad ora trattato è un carico uniformemente
distribuito sull’a ea di fo dazio e e ui di la isulta te o può he
essere applicata nel baricentro. Nella realtà si possono avere dei
momenti di fondazione e la risultante che arriva sulla fondazione e
che dipende dalla sovrastruttura può non essere centrata e può,
quindi, essere eccentrica. Se vogliamo allora andare a calcolare il
carico limite di qualcosa che non è centrato sulla fondazione,
dobbiamo sempre fare finta che tale carico sia centrato. So, infatti,
che la reazione al carico che sto applicando sul terreno deve essere
uniformemente distribuita. Vado allora a considerare una fondazione
efficace di una dimensione tale da far coincidere il baricentro con il
punto di applicazione del carico applicato, cioè anziché considerare la
larghezza reale della fondazione B considero una larghezza finta pari
a B*=B-2e. e il valo e dell’eccentricità e graficamente corrisponde
alla distanza tra il baricentro e il carico. Vado in poche parole a

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centrale la fondazione sotto il carico Q che applico soprattutto nel caso di un carico Q permanente. La
presenza di un carico eccentrico è, tuttavia, penalizzante perché vado a ridurre le dimensioni della
fondazione e dell’a ea di carico che voglio effettivamente realizzare. Nel caso in cui Q sia così eccentrica da
stare sul bordo della mia fondazione ho B*=0 e vuol dire che la fondazione non si può realizzare.
L’e e t i ità può a he esse e dovuta ad u a i o t a sito io o e il vento, ma in questo caso non vado a
realizzare una fondazione centrata con il carico Q. Nel caso, invece, di eccentricità eccessiva con il carico fuori
dalla fo dazio e o più possi ile l’e uili io o u a fo dazio e supe fi iale e devo o ealizza e u a
fondazione profonda con i pali che si aggrappano al terreno e che possono controllare in base al momento.

CEDIMENTI DI UNA FONDAZIONE SUPERFICIALE

L’alt o ele e to fo da e tale pe ua to igua da u a fo dazio e supe fi iale l’aspetto elativo ai


cedimenti in quanto se la loro progettazione è corretta è sicuramente rispettato il limite di sicurezza richiesto
dalla normativa. Il loro calcolo è, tuttavia, complicato e non sempre si può utilizzare questo elemento come
criterio di dimensionamento di una struttura. Vediamo, adesso, quali sono le cause dei cedimenti:
− Deformazioni di natura distorsionale, quindi legate alla variazione di forma dell’ele e to di volu e,
che ci fa pensare ad un materiale che si trova in condizioni non drenate dove il volume non cambia;
− Compressione del terreno per quanto riguarda quelli a grana fine, ovvero il terreno varia di volume
andando a costituire un ulteriore elemento di deformazione verticale e quindi un cedimento;
− Rottura e/o deformazioni dei grani per i terreni a grana grossa dove abbiamo stati tensionali più
elevati perché i minerali che costituiscono i grani sono più deboli e meno resistenti. Questo
fenomeno è molto complesso e irreversibile a differenza delle altre tipologie di cedimenti.

Di seguito è proposto lo schema convenzionale, cioè il comportamento tipico che noi attribuiamo ad una
fo dazio e pe ua to igua da i edi e ti. Vi so o due diag a i he ha o l’asse delle as isse su ui
rappresentato il tempo) in comune. Il tempo è, infatti un elemento caratteristico di un cedimento in quanto
questo fenomeno si sviluppa nel tempo e non è, per così dire, istantaneo e costante.

Il diag a a supe io e ipo ta il a i o sull’asse delle o di ate e si i po e i uesto aso fi dall’i izio u a
prima ipotesi, ovve o u a app ese tazio e della ealtà. L’ipotesi è che durante il periodo associato alla
ost uzio e dell’ope a tcostr si ha un incremento di carico che in questo caso è rappresentato lineare anche
se non è necessario che sia tale. Dopo essere aumentato si assume che tale carico rimane costante nel tempo
Questa semplificazione ha, però, delle conseguenze perché per tener conto della variabilità si deve ricorrere
alla normativa. La normativa suggerisce di utilizzare, per i fenomeni che portano a deformazioni irreversibili
che si sviluppano nel tempo come in questo caso, la combinazione di carico quasi permanente. Come altre

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semplificazione si assume anche che l’appli azio e dei a i hi sia uasi stati a e che avvenga in un tempo
sufficientemente lungo da non introdurre fenomeni dinamici.
Nella pa te i fe io e app ese tata, i ve e, l’evoluzio e del edi e to el te po o il edi e to sull’asse
delle ordinate. Si ha una parte del cedimento che si sviluppa durante il tcostr che prende il nome di cedimento
immediato o di fine costruzione 0. Vi è poi una parte molto ampia che è quella relativa al cedimento di
consolidazione e che è presente nel caso di terreni a grana fine perché sono terreni poco permeabili e che
convivono con la presenza di acqua. La consolidazione è il fenomeno di espulsio e dell’a ua o essa e he
dà o igi e alla va iazio e di volu e. Esso te i a el o e to i ui la p essio e dell’a ua el te e o he
si sta deformando ritorna in equilibrio con le condizioni idrauliche al contorno perché la sovrapressione che
si genera per effetto del carico si dissipa Δu=0. Nel caso di un terreno a grana grossa, tale parte di grafico
non esiste perché questo tipo di terreno non è sottoposto al fenomeno di consolidazione. Nel caso di una
sabbia, ad esempio, le deformazioni volumetriche e quelle distorsionali avvengono contemporaneamente
durante la costruzione diversamente da quello che avviene per una argilla perché il tcostr che si considera è
sufficientemente lungo. Infine, dal momento che il terreno ha un comportamento viscoso, anche se Δu si
annulla il cedimento continua con una velocità minore rispetto a quella delle deformazioni sopra descritte.
Si può quindi confermare che il legame tensioni-deformazioni nel terreno dipende dal tempo. La rigidezza e
la resistenza del terreno sono influenzate anche dal tempo. Per il calcolo dei cedimenti bisogna distinguere
due metodi in base al tipo di terreno (a grana fine o grossa).

1. TERRENI A GRANA FINE


Per i terreni a grana fine si utilizza il metodo edometrico, che fa riferimento appunto alla prova edometrica
e alla possibilità di fare delle prove di laboratorio solo sui terreni con particelle di piccole dimensioni. La
p ova edo et i a o siste ell’i se i e il ost o p ovi o di te e o all’i te o di u a appa e hiatu a he
simula le condizioni litostatiche a causa della presenza di un anello metallico che non permette la
defo azio e del te e o lu go l’asse o izzo tale. Le uniche deformazioni che si hanno sono quelle che
avvengono lu go l’asse ve ti ale. La prova è, inoltre, a carico controllato e quando si applica N si misura, per
ezzo di due filt i he p oteggo o le due asi del p ovi o, l’a assa e to della testa. Co os e do il valo e
dell’a assa e to della testa e la sua altezza iniziale H0 possiamo stimare la deformazione verticale come
. Co te po a ea e te si va a app ese ta e la p ova o u g afi o dove si ha l’i di e dei vuoti e dato dal
appo to t a il volu e dei vuoti e il volu e della fase solida e sull’asse delle o di ate e=Vv/Vs e la tensione
verticale efficace σ’v sull’asse delle as isse. Si può isu a e l’i di e dei vuoti i iziale pe h o os ia o il
volume totale iniziale della fustella che dà origine al provino, il volume della fase solida perché possiamo
misurare il peso e la densità e il volume dei vuoti come differenza tra il volume totale e il volume della fase
solida. No sappia o l’i di e dei vuoti i iziale, a sappia o he le va iazio i dell’i di e dei vuoti so o legate
alle va iazio i dell’altezza pe h Δe=ΔV/Vs. La tensione verticale efficace è data dal rapporto tra lo sforzo
applicato e la sezione del provino σ’v=N/A con A (meglio il diametro) che rimane costante grazie alla presenza
dell’a ello etalli o ell’appa e hiatu a utilizzata pe la p ova. Pe og i valo e di N siamo, quindi, in grado
di misurare il valore del cedimento e ottenere la curva edometrica sperimentale (di seguito) che si ottiene
att ave so l’appli azio e di carichi N di intensità maggiore ogni 24 ore per fare in modo che si sviluppi il
fenomeno della consolidazione. La forma che ci dobbiamo aspettare è sempre simile a quella proposta.

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Se si trovano curve con forme diverse vuol dire solitamente che il laboratorio ha fatto degli errori: quello
tipi o o siste ell’appli a e al p ovino delle deformazioni indesiderate durante la sua creazione che danno
origine a una curva rettilinea priva delle informazioni che ci servono. Per mezzo di questa curva si passa,
infatti, al modello edometrico. Graficamente si ha la linea di normalconsolidazione NCL data dall’e uazio e
σ′
e=e̅ - cclog̅̅̅v con cc che è il coefficiente angolare della curva e σ’v sono le coordinate di un punto qualsiasi
σ′v
Vi è poi un fascio improprio di rette di scarico e carico tra di loro tutte parallele e con la stessa pendenza cs
σ′
la ui e uazio e di ife i e to data dall’esp essio e e=ep – cslogσ′v . Il punto che mi rappresenta il termine
p
noto ep ha pedice p che sta per preconsolidazione in quanto conviene individuare su quale retta (delle infinite
che abbiamo) ci stiamo muovendo attraverso la tensione di preconsolidazione. Il valore della tensione di
p e o solidazio e del te e o si t ova att ave so l’appli azio e di u a i o ella p ova edo et i a e,
graficamente, si trova con un metodo non scientifico, ma ormai universalmente accettato. Tale metodo
consiste in una costruzione grafica: si prende il punto di massima curvatura ad occhio e senza nessun tipo di
al olo, si o side a la pa allela all’asse delle σ e la tangente della curva per prendere la isett i e dell’a golo
fo ato da ueste due ette. L’intersezione tra la bisettrice e la linea di normalconsolidazione che abbiamo
estrapolato dai punti del tratto rettilineo individua la tensione di preconsolidazione attraverso la sua ascissa.

In seguito, voglio sapere se il terreno è sovraconsolidato o normalmenteconsolidato devo confrontare la


tensione di preconsolidazione del terreno che ho trovato attraverso la prova edometrica con la tensione
litostatica relativa al campione dal quale ho prelevato il mio provino (e alla profondità alla quale si trovava il
mio campione nel sottosuolo). Il rapporto tra queste due grandezze prende il nome di OCR. Se questo
appo to p ossi o all’u ità, ovve o OCR=1, il terreno è normalmenteconsolidato. Se, invece, questo
appo to aggio e dell’u ità, ovve o OCR>1, il terreno è sovraconsolidato.

APPLICAZIONE DEL METODO EDOMETRICO


Riassumendo prendo la mia fondazione e vi applico un carico Q. Per ognuno dei punti che la costituiscono
per effetto dell’appli azio e del a i o Q ho u a va iazio e di stato te sio ale Δσv. Il metodo edometrico
o siste ell’ipotizzare che in ognuno di questi punti la deformazione sia edometrica. Se il carico Q è
applicato sulla superficie, man mano che aumenta la profondità alla quale si fanno i calcoli diminuisce il suo
effetto sul terreno e varia anche il valore di Δσv fino ad una profondità H alla quale tale incremento diventa
trascurabile. In ogni punto ho comunque una variazione di stato tensionale che produce una deformazione
verticale z. Posso, allo a, i dividua e lo st ato di te e o di altezza H all’i te o del uale le defo azio i
o so o t as u a ili e o l’ipotesi he il te e o sottostante non risenta in alcun modo di tali deformazioni)
H
e andare a porre il mio cedimento uguale all’i teg ale della defo azio e ve ti ale W=∫ ε dz. Si raggiunge
un limite di profondità nel quale le deformazioni sono nulle con z=0 (o comunque trascurabili) quando
Δσv<0,2σ’v0. Tale regola si può verificare sperimentalmente e ha una sua spiegazione nel fatto che il terreno

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naturale (e non più ideale come quello utilizzato nelle prove di laboratorio) ha un comportamento viscoso
che lo porta a compattarsi nel tempo a causa del suo peso proprio e ad essere leggermente sovraconsolidato
i a ie a e pi i a o esisto o ui di eal e te i atu a dei te e i he so o pe fetta e te
normalconsolidati perché vi è sempre una preconsolidazione iniziale per tutti i materiali). Con questa
espressione si ricava il valore di H, ma ho bisogno del valore di Δσ che, per ipotesi, affermo di poterlo calcolare
per mezzo della teo ia dell’elasticità. Trovo anche le soluzioni per le tensioni verticali perché sono
indipendenti dalle costanti elastiche, cioè dipendono solamente dalla geometria e dal carico applicato. Se
voglio app ese ta e g afi a e te i asse alla fo dazio e l’a da e to delle te sio i, ho u a da e to
de es e te o l’au e ta e della p ofo dità. A questo punto prendo nuovamente in considerazione il
diagramma e-logσ’v visto in precedenza e che mi rappresenta il mio modello edometrico. Preso un punto
generico, conosco la sua tensione iniziale σ’v0 che corrisponde a quella litostatica (e che calcolo con il valore
della p ofo dità H e alla as issa a livello g afi o. No o os o pe ò l’ordinata del punto che può trovarsi
sopra la linea NCL o sotto di essa in relazione al fatto di essere normalmenteconsolidato o sovraconsolidato.
Nel caso di terreno normalmenteconsolidato il punto si trova sulla retta NCL, mentre nel caso di terreno
sovraconsolidato per sapere la posizione esatta del punto che lo rappresenta devono utilizzare la prova
edometrica e ricavare OCR dove OCR=σ’p/σ’v0. Dal momento che ho fatto la mia prova in laboratorio etichetto
tutto il mio terreno come OCR=x, ovvero con un certo valore x. Dal momento che tale ipotesi viene estesa a
tutto il te e o, pe og i pu to la σ’p si t ova sulla NCL e si i ava appli a do la defi izio e di OCR σ’p=xσ’v0.
Il pu to he app ese ta le o dizio i di pa te za σ’v0 del mio terreno si deve, allora, trovare su una retta di
s a i o e a i o he passa pe σ’p. La dista za t a i pu ti σ’v0 e σ’p è proprio x. Faccio, quindi, il percorso
inverso rispetto a quello della p ova edo et i a pe h t ovo il valo e di σ’v0 e di x a pa ti e dall’OCR.

A questo punto vado ad applicare il carico Q in superficie e compare Δσv così che la tensione non è più quella
i iziale σ’v0, a a ia he o ispo de a di e he g afi a e te di sposta e dive ta σ’v0 + Δσ=σ’ he
o ispo de alla te sio e fi ale. Δσ può esse e pi olo e i a e e sulla etta di a i o e s a i o o può esse e
molto grande e ritrovarsi sulla retta NCL. Nel primo caso la tensione finale risulta essere minore della tensione
di preconsolidazione (<σ’p) e il terreno rimane sovraconsolidato a he dopo l’appli azio e del a i o.
Possono in questo caso andare a calcolare l’i di e dei vuoti fi ale pe ezzo dell’esp essio e he segue he
o alt o he l’e uazio e della etta di a i o e s a i o:

σ′
e=ep – cslogσ′v
p

Nel secondo caso in cui, invece, la tensione finale risulta essere maggiore della tensione di preconsolidazione
(>σ’p) il terreno diventa normalconsolidato dopo l’appli azio e del a i o. Pe i ava e l’i di e dei vuoti
fi ale, utilizzo l’esp essio e della etta di o al o solidazio e NCL:

σ′
e=e̅ - cclog̅̅̅v
σ′v

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Le situazioni appena descritte sono tipiche degli strati di terreno posti più in profondità e con Δσ più piccoli
nel primo caso e di quelli superiori e più vicini alla fondazione dove Δσ è più grande nel secondo caso. In
entrambi i casi, tuttavia, conoscia o l’i di e dei vuoti i iziale ei e l’i di e dei vuoti fi ale ef dei rispettivi punti.
Da queste due quantità, calcolandone la differenza e quindi la variazione di indice dei vuoti, e rapportando
questo alla situazione iniziale cioè al volume iniziale trovo la z:

i− f
= z.
i+

Δδ
Tale espressione deriva dalla definizione di z= ΔH, a se oltipli o tali valo i pe l’a ea del p ovi o e sia o
ΔV ΔVv
i o dizio i edo et i he l’esp essio e dive ta z=
V
= Vv +Vs
. A questo punto dividiamo il numeratore e il
ΔVv
Vs Δ i− f
denominatore per il volume della fase solida Vs e si ottiene z= Vv Vs = =
+ + i+
Vs Vs

Dal o e to he o fa ile al ola e l’i teg ale di tale oeffi ie te si va a se plifi a e il tutto assi ila do
l’i teg ale ad u a sommatoria degli accorciamenti di tanti dz. Si prende quindi lo spessore H, lo dividiamo
in tanti elementi di altezza dz il cui numero sia comunque <10 (sapendo che più piccolo è il valore di dz
maggiore è la precisione del risultato che si ottiene) e in ognuno di questi elementi andiamo a calcolare la z

H
W=∫ εzdz = ∑ε i ⋅ Δzi

2.TERRENI A GRANA GROSSA


Si fa riferimento a metodi empirici basati sullo studio di fondazioni superficiali già realizzate delle quali erano
note le misure dei cedimenti e le prove in sito.
1. METODO DI BURLAND E BURBIDGE (1985), BASATO SU PROVE SPT
Metodo puramente empirico in cui furono studiate circa 200 fondazioni esistenti di cui si disponeva
della misura del cedimento. Per misurare i cedimenti si fa riferimento alla livellazione: si mettono dei
punti di riferimento sulla struttura e si considera un punto di riferimento esterno, dopo di che si va a
vedere nel tempo come varia il dislivello tra il punto di riferimento esterno fisso e i punti. Il cedimento
s si misura in millimetri ed è dato dalla formula:

.7 .7
= 𝐻 [𝜎′ ∙ + ′ − 𝜎′ ∙ ]

B è la dimensione minima della fondazione in metri supposta rettangolare. σ’v0 è la tensione


litostatica sul piano di fondazione in KPa. ’ è il carico applicato sul piano di fondazione in KPa,
quello che la fondazione trasmette al terreno. IC è un indice di compressibilità:

. ±
= .
𝐴𝑉

1.706 stato i avato dall’a alisi statisti a, SD è una deviazione standard, NAV è il numero medio di
colpi delle prove SPT fatte nella fondazione considerata. Quanto più è elevato il numero di colpi
tanto più è basso il cedimento. Nella formula del cedimento sono presenti due addendi poiché anche
i terreni a grana grossa quando andiamo a scaricare e ricaricare il materiale si comportano in maniera
più rigida. Fino a che non si ripristina il peso precedente il terreno si comporta in maniera più rigida:
pe uesto l’i di e di o p essi ilità IC viene diviso per 3. Quando si supera la tensione
precedentemente applicata sul piano di fondazione il terreno è più compressibile ed IC è preso per
intero. Il termine fH serve a correggere il cedimento calcolato per lo spessore dello strato
deformabile, fs tiene conto della forma della fondazione e ft tiene conto del tempo.

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.
/
𝐻 = ( − ) =( ) =( + + )
𝑧 𝑧 / + .

Il coefficiente R3 vale 0.3 se il carico è costante o poco variabile e 0.7 se il carico varia dinamicamente;
t la vita utile dell’ope a esp essa i a i.
2. METODO DI SCHMERTMANN (1970), BASATO SU PROVE CPT
Metodo che si può considerare semi-empirico. Schmertmann fe e u ’a alisi pa a et i a, u g a
numero di simulazioni al computer facendo variare i parametri, e dopo utilizzò una correlazione
e pi i a pe ta a e l’a alisi pa a et i a. Il edi e to s è dato dalla formula:

𝐻
∙ ∆𝑧
= ∆ ′∑

Δ ’ è il carico applicato alla fondazione, Δz è lo spessore dello strato che sto considerando, E’ è la
rigidezza del terreno, C1 è il coefficiente di approfondimento e C2 è il coefficiente del cedimento
secondario. Si fa il calcolo della sommatoria andando a dividere in strati il sottosuolo.
Nelle analisi parametriche Schmertmann ha verificato che la deformazione verticale in funzione della
profondità in asse a una fondazione: su u ’a gilla u a u va o assi o sotto la fo dazio e he
di i uis e o la p ofo dità, su u te e o a g a a g ossa l’a da e to p i a es e te e poi
decrescente.

Questo è dovuto alla minore compressibilità dei terreni a grana grossa. Quando siamo vicini alla
fondazione le deformazioni sono principalmente volumetriche, quindi i terreni a grana fine lì hanno
la massima deformazione e i terreni a grana grossa hanno deformazioni più basse. In questo metodo
si tiene conto di questo fenomeno attraverso il coefficiente Iz.

Nel grafico che relaziona Iz con la profondità si nota che: se la fondazione è quadrata o circolare
(L/B=1) a una profondità maggiore di 2B non ci sono deformazioni, se la fondazione è un rettangolo
molto allungato (L/B 10) l’i fluenza della fondazione arriva fino a 4B.

L’e pi is o del etodo sta ella defi izio e della igidezza del te e o E’, i ua to legata alla
resistenza alla punta durante la prova CPT:

′= . 𝑐 𝑎 𝑎𝑧𝑖 è 𝑖 𝑎 𝑎 𝑎𝑎
′= . 𝑐 𝑎 𝑎𝑧𝑖 è 𝑎 𝑎 𝑎 𝑎𝑎

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In sintesi, si ha la fondazione e la prova penetrometrica, quindi


si va a dividere il terreno in strati. A seconda della forma della
fondazione ci si ferma a una certa profondità, in ogni strato in
relazione alla profondità sul diagramma si ricava Iz. Si ha poi il
valore Δz he lo spesso e dello st ato, E’ i avato da c
moltiplicato per 2.5 o 3.5 o il valore interpolato in funzione della
forma della fondazione e Δ ’ he il a i o appli ato. Si ipete
questa operazione per ogni strato e si sommano i vari contributi
ottenendo il cedimento. Le unità di misura devono essere
coerenti ma non sono prefissate.

3. METODO DI TERZAGHI E PECK (1948), BASATO SU PROVE SPT


Non è un vero e proprio metodo per il calcolo dei cedimenti. Essi propongono un diagramma che a
seconda del numero di colpi e della geometria della fondazione permette di ricavare il carico che
produce un cedimento di 2.5 cm, ovvero il cedimento è fissato e in base alla prova SPT si ricava il
carico tale da avere quel cedimento.
Il diag a a ipo ta sull’asse delle ascisse la dimensione caratteristica B della fondazio e e sull’asse
delle ordinate il a i o a issi ile i elazio e al u e o di olpi. Pe i te e i a g a a g ossa ’
un legame lineare tra carico e cedimento. Il numero di colpi è il valore medio tra D che è la profondità
del piano di fondazione e D+B.

La prova SPT è dinamica e quindi in alcuni casi, tipo le sabbie fini,


produce delle deformazioni in condizioni non drenate, per questo
va corretto il numero di colpi con la relazione: 𝑐 = +
𝑃 − / 𝑃 >
Se il numero di colpi è minore di 15 le sabbie sono sciolte e quindi
la sovrapressione che si crea per effetto della battitura è positiva
e va a ridurre lo stato tensionale. Se il numero di colpi è superiore
a 15 vuol dire che la sabbia è densa e produce delle Δu negative
che vanno ad aumentare artificialmente lo stato tensionale di
confinamento.

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