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Diritto alla lingua in Europa

Diritto alla lingua in Europa (Università degli Studi di Torino)

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DIRITTO ALLA LINGUA IN EUROPA

LINGUA E DIRITTO NELLA COMUNITA’ INTERNAZIONALE


Il problema linguistico a livello internazionale: l’esperienza della Società delle Nazioni e dell’ONU
La crescente globalizzazione ed interazione tra ordinamenti nazionali, infatti, ha conferito al tema
linguistico un rilievo che trascende il semplice livello interno.
Al riguardo, invero, si deve rilevare come la centralità del tema linguistico sul piano internazionale
risalga già alla seconda metà del XIX secolo, con i moti risorgimentali e le guerre di liberazione.
È stato infatti il problema dello status giuridico e dei diritti degli appartenenti a gruppi minoritari,
spesso caratterizzati da una identità linguistica diversa dalla restante comunità statale, ad aver
maggiormente attirato l’attenzione dei governi nazionali nei rapporti con i Paesi vicini.
Così, pur nella generale conferma dell’impostazione liberale di identificazione tra Stato e nazione,
all’interno di diversi accordi bilaterali i cosiddetti kin States avevano spinto per una primigenia
enunciazione dei diritti linguistici dei propri gruppi nazionali presenti all’interno di una comunità
statuali confinanti.
Una prima significativa presa di posizione da parte della comunità internazionale nel suo
complesso, invero, si verifica solo con la conclusione del secondo conflitto mondiale. È, infatti,
all’interno del trattato istitutivo dell’ONU che si possono trovare alcune prime disposizioni di
portata universale.
Così, dopo aver proclamato nel preambolo la volontà di “riaffermare la fede nei diritti
fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei
diritti degli uomini e delle donne”, la Carta del 1945 sancisce tra i fini principali della nuova
organizzazione la promozione del “rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per
tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione” (art. 1 comma 3), individuando
successivamente proprio tale garanzia come strumento essenziale per la creazione di rapporti
pacifici ed amichevoli tra le nazioni (art. 55).
Il dato più interessante ai fini della presente analisi, peraltro, è rappresentato dal fatto che,
indipendentemente dalla natura individuale o collettiva dei diritti fondamentali legati alle
minoranze, in questi primi documenti la sfera linguistica non rappresenta l’oggetto di un diritto
soggettivo autonomo ma costituisce unicamente un elemento strumentale alla piena tutela del
principio di uguaglianza nel godimento dei diritti.
Nella Convenzione contro la discriminazione nel campo dell’insegnamento, siglata in seno
all’UNESCO nel 1960, ad esempio, si sottolinea l’opportunità di garantire il diritto degli
appartenenti a minoranze nazionali di perseverare nel sistema scolastico l’uso o l’insegnamento
della propria lingua.
È solo con il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, però, che i diritti linguistici
trovano una prima ed autonoma sanzione ufficiale.
Una prima vera affermazione dei diritti linguistici, però, è contenuta, sempre nel Patto del ’66, nel
successivo art. 27, in forza del quale “negli Stati ove esistono minoranze etniche, religiose o
linguistiche, le persone appartenenti a tali minoranze non possono essere private del diritto, in
comune con gli altri membri del loro gruppo, di avere la loro propria vita culturale, di praticare o
professare la loro propria religione o di impiegare la loro propria lingua”.

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La lettura tradizionale della disposizione, insistendo sul dato testuale della formulazione adottata,
pone in evidenza la portata esclusivamente negativa della garanzia internazionale.
Sotto il diverso profilo della sfera d’azione della norma, poi, assumono rilievo due ordini di
riflessione. In primo luogo, si deve osservare l’impostazione eminentemente individualista del
sistema di tutela adottata dalla comunità internazionale.
Ad ogni modo, come è stato generalmente rilevato dalla dottrina, la soluzione adottata
rappresenta un primo tentativo di cambiamento dell’impostazione tradizionale.
Proprio la consapevolezza della genericità del testo approvato sia in merito ai contenuti delle
tutele delineate che ai titolari ultimi delle stesse, ha successivamente portato l’Assemblea
generale a avviare un confronto volto ad individuare in modo più puntuale l’ambito di efficacia
della disposizione. Solo con la Dichiarazione adottata nel 1992 sui diritti delle minoranze nazionali,
etniche, religiose e linguistiche, si è tentato di chiarire in modo ufficiale e definitivo i termini della
questione.
La formulazione prettamente negativa del dettato del Patto cede il posto ad un’impostazione più
articolata.
Più in particolare, oltre ad un generale dovere di cooperazione, i governi nazionali sono chiamati
non solo ad adottare le misure necessarie per assicurare il pieno ed effettivo esercizio dei diritti
umani e delle libertà fondamentali degli appartenenti alle minoranze, ma anche a creare le
condizioni favorevoli per lo sviluppo della cultura e delle tradizioni delle medesime (art. 4).
L’aspetto più innovativo, peraltro, riguarda il compito degli Stati di incoraggiare, all’interno del
sistema educativo, la conoscenza di tradizioni, storia, cultura e lingue delle rispettive minoranze
interne.
Ancora, significativi cambiamenti possono osservarsi proprio in relazione alla configurazione dei
singoli diritti. La Dichiarazione, infatti, non si limita a riconoscere il diritto ad avere una propria vita
culturale, di praticare o professare la propria religione e di impiegare la loro propria lingua, ma
specifica che tali diritti debbono poter essere esercitati liberamente in privato ed in pubblico (art.
2).
Anche l’individuazione dei destinatari ultimi dei diritti enucleati diviene più complessa.
La Dichiarazione, infatti, riconosce agli appartenenti alle minoranze la possibilità di esercitare i
propri diritti sia individualmente sia unitamente agli altri membri del proprio gruppo (art. 3).
Proprio l’identificazione delle minoranze interessate dalla previsione del Patto, tuttavia, è
destinata a restare un nodo irrisolto.
In assenza di indicazioni specifiche, quindi, la classificazione ultima della natura delle comunità
presenti al proprio interno continua a risiedere nella libera valutazione degli Stati.
Un primo tentativo di superamento di tale impostazione restrittiva si può ritrovare nel successivo
parere reso dal Comitato per la tutela dei Diritti umani nel 1994. In tale documento, in primo
luogo, il Comitato sottolinea la necessità che la presenza in uno Stato contraente di una
minoranza, i cui membri debbano essere tutelati, non possa dipendere dalla valutazione
discrezionale del governo nazionale ma debba essere accertata sulla base di criteri oggettivi.
La novità maggiore, peraltro, risiede proprio nell’individuazione dei soggetti destinatari della
tutela.
Più in particolare, secondo il Comitato, non è rilevante determinare la natura del legame esistente
tra gli individui del gruppo e la comunità nazionale, ben potendo questi essere residenti nello
Stato solo in via temporanea.
La portata innovativa del parere è evidente, laddove si consideri che, sulla base delle predette

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valutazioni, l’interpretazione proposta potrebbe aprire il sistema di protezione del Patto del ’66
anche ai componenti delle nuove minoranze che, in forza dei recenti processi migratori, sempre
più caratterizzano la composizione delle comunità statuali.
Sulla scia di quanto già affermato dalla Dichiarazione del 1992, il Comitato supera definitivamente
l’impostazione negativa, sottolineando l’obbligo per gli Stati di adottare misure positive a tutela
dei diritti sanciti dal Patto.
L’effettiva portata delle novità rinvenibili nella Dichiarazione e, soprattutto, nel parere è tuttavia
estremamente ridotta.
In tale contesto, le letture dell’art. 27 riportate nella risoluzione del 1992 e nel parere del 1994
possono solo assumere un valore di soft law, contribuendo eventualmente al consolidamento di
una opinio iuris generale da cui possa in futuro derivare una fonte consuetudinaria.

Gli strumenti internazionali regionali


Notevoli sono i dubbi sollevati dagli studiosi sulla reale portata normativa ed efficacia vincolante di
molta parte delle misure adottate, potendo le stesse essere unicamente configurate come fonti di
soft law; e ciò anche in considerazione dell’assenza di efficaci sistemi sanzionatori per le eventuali
violazioni perpetrate.
Sin dall’Atto finale di Helsinki, adottato nel 1975 in seno alla Conferenza per la Cooperazione e lo
Sviluppo in Europa (CSCE), si può infatti osservare un’impostazione più complessa rispetto a quella
assunta in seno all’ONU.
Principio n. VII, in forza del quale “gli Stati partecipanti rispettano i diritti dell’uomo e le libertà
fondamentali inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo, per tutti senza distinzione
di razza, sesso, lingua o religione … Gli Stati partecipanti nel cui territorio esistono minoranze
nazionali rispettano il diritto delle persone appartenenti a tali minoranze all’uguaglianza di fronte
alla legge, offrono loro la piena possibilità di godere effettivamente dei diritti dell’uomo e delle
libertà fondamentali e, in tal modo, proteggono i loro legittimi interessi in questo campo”.
Assumono un rilievo non secondario le dichiarazioni in tema di lavoro ed educazione. In merito al
primo aspetto, le Parti contraenti sottolineano l’importanza di un nuovo approccio verso il
problema dei lavoratori migranti che porti, tra l’altro, a prevedere misure atte a favorire, da un
lato, la tutela dell’identità linguistica di tali soggetti e dei rispettivi nuclei familiari e, dall’altro,
l’integrazione all’interno del Paese ospite anche attraverso l’insegnamento della sua lingua.
In relazione al campo educativo, gli obbiettivi sono ancor più considerevoli. Nell’Atto, infatti, si
afferma l’idea che la diffusione della conoscenza delle lingue straniere sia uno strumento
fondamentale per rafforzare la comunicazione e la cooperazione tra i popoli e si auspica uno
sviluppo ed un miglioramento nell’insegnamento delle lingue, anche con riguardo a quelle meno
diffuse e studiate.
Analoghe valutazioni si possono ritrovare nelle conclusioni del successivo Documento finale di
Madrid del 1980, ove si punta ancora l’accento sull’importanza del tema dei lavoratori migranti e,
in generale, dei migranti di seconda generazione, sottolineando la necessità di fornire loro idonee
misure di protezione dei diritti fondamentali, anche attraverso la promozione di adeguate forme di
insegnamento della cultura e della lingua dei Paesi di origine.
In questi documenti si apre la via verso una nuova possibile impostazione. Da un lato, l’attenzione
si sposta sui nuovi processi migratori che sono destinati a influenzare sempre più la composizione

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delle comunità nazionali. Dall’altro, si accende una luce non solo sulla tutela dei diritti linguistici di
alcuni individui, ma anche sull’importanza della salvaguardia della diversità linguistica come
patrimonio “comune” dell’intera comunità politica statuale.
Previsioni simili possono ritrovarsi altresì all’interno del documento conclusivo del vertice di
Vienna del 1986.
Il mutamento di clima appare in modo ancor più evidente dalla Dichiarazione finale del vertice
Copenaghen del 1990. In tale documento, infatti, viene definitivamente meno ogni riferimento sia
ai diritti linguistici dei migranti sia all’importanza della diffusione della conoscenza delle lingue
straniere come strumento di comunicazione e cooperazione tra i popoli.
Così, oltre ad affermare il generale diritto di usare liberamente la propria lingua materna nella vita
privata nonché in quella pubblica (punto 32.1), gli Stati si impegnano a tutelare l’identità etnica,
culturale, linguistica e religiosa delle minoranze nazionali presenti al proprio interno (punto 33),
anche attraverso l’inserimento della lingua minoritaria nei programmi educativi (punto 34).
Il cambio di impostazione e, per così dire, l’appiattimento verso le soluzioni adottate a livello
universale emerge anche dal tenore della Convenzione stipulata nel 1994 in seno alla Iniziativa
Centro-Europea.
Il dato di maggiore importanza, tuttavia, risiede nella chiara e precisa delimitazione della sfera di
azione dell’accordo alle sole minoranze nazionali, ovvero a gruppi di “persone numericamente
inferiori al resto della popolazione di uno Stato, i cui membri, essendo cittadini dello stesso Stato,
hanno caratteristiche etniche, religiose o linguistiche diverse dal resto della popolazione e sono
guidati dalla volontà di salvaguardare la loro cultura, tradizione, religione o lingua” (art. 1)

L’apporto della Convenzione quadro sulle minoranze nazionali


Superando o, per meglio dire, tenendo conto dei reciproci veti, nel 1995 gli Stati giungono
all’adozione, in seno al Consiglio di Europa, della Convenzione quadro sulla protezione delle
minoranze nazionali.
L’interesse per l’impostazione generale e le singole soluzioni adottate è ancor maggiore se si
considera che la Convenzione rappresenta il più recente provvedimento sul tema, a cui sia
attribuita una portata normativa prescrittiva.
Ancora una volta le parti contraenti pongono sostanzialmente in secondo piano i problemi
dell’integrazione delle società complesse, rivelandosi principalmente sensibili ai rischi di una
possibile deminutio della propria sovranità, sia in termini di possibili effetti destabilizzanti causati
da rivendicazioni politiche da parte di comunità interne.
Alla luce dei veti provenienti da più parti, infatti, gli Stati contraenti optano per l’adozione di
soluzioni “cornice” e l’individuazione di principi di portata generale, per non dire generica,
lasciando espressamente alla legislazione interna ed alla discrezionalità dei singoli governi
nazionali l’attuazione e l’implementazione stessa della Convenzione.
Nella deliberata assenza di una più precisa definizione generale, in fase di sottoscrizione
dell’accordo molti governi hanno precisato che un elemento imprescindibile per la possibile
applicazione delle garanzie della Convenzione è rappresentato dalla cittadinanza “interna” dei
membri dei gruppi minoritari.
Se è vero, infatti, che il preambolo esprime manifestamente l’interesse comune di “proteggere
l’esistenza delle minoranze nazionali sui loro rispettivi territori”, ritenendo la loro tutela

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“essenziale alla stabilità, alla sicurezza democratica ed alla pace del continente”, è anche vero che
le disposizioni insistono sulla tutela “dei diritti e delle libertà delle persone appartenenti a queste
minoranze” (art. 1), attribuendo a questi ultimi la titolarità ultima delle medesime.
Ancora, specifica tutela viene riconosciuta alla libertà di espressione e comunicazione nella lingua
minoritaria, così come al diritto all’uso del nome e del cognome nel medesimo idioma e,
analogamente alla previsione dei Patti ONU del ’66, al diritto di essere informato in una lingua
conosciuta delle ragioni del proprio arresto, della natura e causa delle accuse rivolte al diritto alla
difesa con l’ausilio di un interprete.
Così, in tema di rapporti con le strutture amministrative, la Convenzione afferma che “nelle aree
geografiche di insediamento rilevante o tradizionale delle persone appartenenti a minoranze
nazionali, allorché queste persone ne fanno richiesta e quest’ultima risponde ad un reale bisogno,
le Parti si sforzeranno di assicurare, in quanto possibile, delle condizioni che permettano di
utilizzare la lingua minoritaria nei rapporti tra queste persone e le autorità amministrative” (art.
10, comma 2). Analogamente, in relazione all’istruzione si dispone che, nelle medesime aree, “se
esiste una sufficiente domanda, le Parti si sforzeranno di assicurare, in quanto possibile e nel
quadro del loro sistema educativo, che le persone appartenenti a queste minoranze abbiano la
possibilità di apprendere la lingua minoritaria o di ricevere un insegnamento in questa lingua” (art.
14, comma 2).
Analogamente a quanto potuto osservare in relazione agli interventi operati dalla comunità
internazionale a livello universale, il sistema delineato dalla Convenzione presenta meccanismi di
controllo e sanzione del tutto inadeguati a garantire una piena efficacia ai diritti codificati.
Ora, in assenza di disposizioni che prevedano altre forme di sanzione, è chiaro come non solo
l’individuazione delle misure di protezione ma anche l’attuazione della Convenzione sia
demandata unicamente alla libera determinazione dei governi nazionali, potendo i pareri del
Comitato dei Ministri di assumere valore solo come soft jurisprudence nell’individuazione degli
standard internazionali sui livelli di tutela delle minoranze ovvero come elemento di valutazione
all’interno di più ampie controversie internazionali.

Il tema linguistico tra innovazione e continuità: il contributo della Carta europea delle lingue
regionali o minoritarie
All’interno dell’analisi sui più recenti strumenti internazionali che hanno affrontato il tema
linguistico, accanto alla Convenzione quadro sulle minoranze nazionali si deve porre la Carta
europea delle lingue regionali o minoritarie, stipulata nel 1992 e entrata in vigore nel 1998.
Analogamente alla Convenzione quadro del 1995 e diversamente dalla generalità degli interventi
della comunità internazionale, infatti, il documento si segnala per la sua natura giuridicamente
vincolante.
In secondo luogo, la Carta prevede espressamente la possibilità per le Parti contraenti di
individuare e selezionare specificamente le lingue a favore delle quali si intendono adottare le
misure di protezione prescelte (art. 3, comma 1), non imponendo ai governi nazionali di
impegnarsi in modo generale per tutelare tutte le minoranze linguistiche presenti al proprio
interno.
Per un altro verso, l’impianto sanzionatorio è del tutto assente.
Malgrado la natura formalmente vincolante dello strumento internazionale, quindi, l’efficacia

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dell’azione di controllo continua ad essere quella della soft jurisprudence già delineata per la
Convenzione sulle minoranze nazionali.
Per la prima volta, infatti, si può osservare un radicale cambiamento di impostazione nella
individuazione dell’oggetto della tutela.
L’oggetto della tutela non sono i diritti e le aspettative di singoli individui o intere comunità,
quanto la protezione e promozione delle lingue, intese come patrimonio linguistico proprio dei
diversi ordinamenti costituzionali.
Anche nelle disposizioni sulle singole misure di tutela adottabili, il testo insiste generalmente sulla
protezione e promozione delle lingue, non sulla salvaguardia dei diritti delle persone parlanti un
determinato idioma.
Per la prima volta, quindi, il tema dei diritti soggettivi passa in secondo piano.
Altro elemento di novità è rappresentato dalla, seppur timida, apertura verso le identità
linguistiche caratterizzate da un ridotto livello di concentrazione territoriale delle comunità di
riferimento.
Su tale punto, però, si deve ritenere che le preclusioni non siano in via di principio definitive e
assolute. Da un lato, infatti, pur non potendo approfondire in questa sede l’argomento, bisogna
osservare come nulla osta a che delle varianti dialettali di una lingua vera e propria. Dall’altro lato,
può in linea teorica ipotizzarsi che le lingue degli odierni migranti possano rientrare un giorno nel
novero delle lingue tutelate dalla Carta.
In altri termini, a mero titolo esemplificativo, non è da escludere che un domani in Italia la lingua
cinese o araba, attualmente ancora inquadrabile come lingua di migranti, possa essere inquadrata
come lingua “non territoriale” o, per alcune aree, addirittura come lingua regionale o minoritaria,
in quanto riferibile a specifiche comunità di cittadini italiani.
Oltre alle considerazioni svolte sul tenore generale di alcune disposizioni e sul sistema
sanzionatorio delineato, infatti, bisogna osservare come, analogamente a quanto inserito negli
altri strumenti internazionali precedentemente analizzati, la Carta europea delle lingue regionali o
minoritarie ribadisce in più punti la coerenza con il quadro normativo desumibile dagli altri
documenti, sancendo il divieto di ogni azione contraria al principio di sovranità e integrità
territoriale degli Stati (art. 5).
A più di vent’anni dalla sottoscrizione, dei 47 Stati del Consiglio d’Europa, solo 25 hanno proceduto
alla firma e alla ratifica della Carta. Tra i Paesi che ancora non hanno proceduto alla firma o anche
solo alla ratifica possiamo trovare Stati come il Belgio, la Francia, l’Italia e le Repubbliche baltiche,
dove il tema linguistico rappresenta ancora un problema non del tutto risolto.

Verso nuove prospettive a livello regionale? La tutela delle lingue nell’attività dell’Alto
Commissario per le Minoranze Nazionali
Assume particolare importanza l’attività dell’Alto Commissario per le Minoranze Nazionali (High
Commissioner on National Minorities – HCNM). Creato con il documento finale del vertice di
Helsinki del 1992, tenutosi in seno alla CSCE, nelle intenzioni dei Paesi aderenti tale istituzione
doveva rappresentare uno strumento importante di diplomazia preventiva, volto a prevenire
conflitti e indicare possibili soluzioni su controversie che coinvolgessero la tutela di minoranze
nazionali interne agli ordinamenti aderenti alla Conferenza.
Almeno inizialmente, l’attenzione dell’HCNM si rivolge esclusivamente alle problematiche

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connesse alle minoranze nazionali, circoscrivendo a queste ultime l’operatività delle soluzioni
individuate.
Più in particolare, il sistema d’istruzione dovrebbe essere strutturato in modo tale da
contemperare l’insegnamento delle due lingue, graduando la combinazione a seconda del livello di
istruzione.
Ancora più specificamente incentrate sui diritti linguistici sono, poi, le linee guide di Oslo del 1998.
Così, dopo aver sottolineato la possibilità che lo Stato prescriva l’uso della lingua ufficiale nelle
circostanze in cui lo richieda l’interesse pubblico, l’Alto Commissario riconosce il diritto dei membri
di minoranze nazionali presenti su una determinata area territoriale, di interagire con gli uffici
pubblici nella propria lingua di appartenenza, spettando allo Stato non solo l’onere di rendere
possibile il rilascio di documenti nella lingua minoritaria, ma anche garantire l’esercizio dei pubblici
servizi nell’idioma delle predette minoranze.
Proprio in relazione alla sfera della giustizia, peraltro, l’analisi dell’Alto Commissario pone le
premesse per il superamento dell’identificazione del tema linguistico con la questione minoritaria.
Se è vero, infatti, che il testo insiste prevalentemente sull’obbligo dei governi nazionali di adottare
misure positive volte a tutelare e favorire nel settore delle telecomunicazioni l’uso delle lingue
delle minoranze nazionali presenti al proprio interno, in diversi passaggi le segnalazioni assumono
un respiro più ampio.
Tutti gli individui, e non solo gli appartenenti a minoranze nazionali, infatti, devono avere il diritto
di preservare e sviluppare la propria identità culturale, anche attraverso l’uso della propria lingua
nei mezzi di comunicazione.
In ogni caso, si evidenzia, l’utilizzo di una lingua minoritaria nei mezzi di comunicazione regionali o
locali non giustificherebbe l’esclusione dell’uso delle lingue minoritarie nella programmazione
nazionale, ciò anche a tutela delle minoranze disperse.
Così, nelle Raccomandazioni di Lubiana del 2012 sul tema dell’integrazione delle società diverse,
l’analisi compiuta dall’Alto Commissario propone una profonda revisione dell’impostazione sino ad
allora assunta.
Tale approccio, però, non è da solo sufficiente ad evitare possibili tensioni. Da qui l’idea centrale
dell’importanza di politiche inclusive atte a promuovere l’integrazione e la coesione delle società
“diverse e multietniche”.
Tale processo, estremamente dinamico e variabile, potrebbe portare anche a cambiamenti
profondi nelle culture delle minoranze, così come della maggioranza.
Il cambiamento rispetto all’impostazione tradizionale è di tutta evidenza laddove si prefigura un
percorso che coinvolga non solo i membri di gruppi minoritari ma anche la maggioranza della
comunità statale. Il mutamento più radicale, peraltro, consiste nell’abbandono definitivo del
concetto di nazionalità per un più neutro e onnicomprensivo concetto di “comune e inclusiva
identità civica”.
L’Alto Commissario, quindi, da un lato chiama in causa maggioranze e minoranze, richiamando la
necessità di un mutuo impegno in un cammino di avvicinamento reciproco, e dall’altro sottolinea
la complessità delle società contemporanee, all’interno delle quali i gruppi da proteggere non solo
quelli composti da cittadini connotati da una comune identità “etnica” e territorialmente
concentrati, ma anche nuove forme di minoranze.
L’Alto Commissario sottolinea come ogni Stato debba essere consapevole non solo della
complessità della composizione della società interna, ma anche della possibilità che, a causa dei
rapidi e continui cambiamenti demografici, le singole identità individuali siano esse stesse

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“multiple, multilayered, contextual and dynamic”.


Il riferimento all’approccio inclusivo, secondo le linee guida in oggetto, dovrebbe trovare sanzione
ufficiale del livello costituzionale, unitamente al riconoscimento del pluralismo sociale e alla sua
tutela e promozione.
Così, da un primo punto di vista si afferma che le politiche statali dovrebbero bilanciare la
necessità della previsione di una o più lingue ufficiali, garantendo la possibilità di apprendere tali
idiomi, con l’obbligo di salvaguardare e promuovere la diversità linguistica, ivi compresi i diritti
delle minoranze.
Dall’altro lato, la tutela delle diverse identità linguistiche interne allo Stato, attraverso il
riconoscimento dell’uso, in pubblico ed in privato, delle lingue minoritarie presenti, rientra tra gli
standard imposti dalla comunità internazionale.
L’abbandono della politica di mera conservazione delle enclaves esistenti e la scelta decisa verso
un approccio inclusivo trova conferma nella promozione del plurilinguismo.
Molta parte nel possibile successo finale di siffatto percorso di avvicinamento delle molteplici
realtà presenti all’interno delle comunità statuali dipende dalle soluzioni adottate dai governi
nazionali in campo educativo.
Sembra però che tale attività sia estremamente importante per una progressiva affermazione della
necessità di adeguare l’impostazione tradizionale al segno del mutare dei tempi.

I DIRITTI LINGUISTICI NELLA CONVENZIONE EUROPEA PER LA SALVAGUARDIA DEI DIRITTI


DELL’UOMO
La “lingua” nel testo della Convenzione
La dottrina ha prevalentemente centrato l’attenzione sul quadro delineato dalla Convenzione
europea per i diritti dell’uomo siglata nel 1950. Diversamente dagli altri strumenti internazionali,
infatti, quest’ultima si connota per la possibilità riconosciuta ai singoli individui di ricorrere contro
gli Stati contraenti avanti ad un organo giurisdizionale, per ottenere tutela contro la lesione dei
diritti sanciti dalla Convenzione medesima.
Al riguardo, però, bisogna preliminarmente osservare come, analogamente agli altri documenti
internazionali dell’epoca, anche nella CEDU il tema della lingua non assuma un ruolo autonomo.
Così, il primo riferimento al problema linguistico si può rinvenire nelle disposizioni sulla libertà
personale e sul diritto alla difesa (artt. 5 e 6).
All’interno delle garanzie sull’equo processo, poi, è ulteriormente previsto il diritto all’assistenza di
un interprete per coloro che non comprendano o non parlino la lingua utilizzata nel giudizio.
Nella visione della Corte, gli Stati sono altresì tenuti a assicurare che, per l’individuo che non
comprenda l’idioma utilizzato nel processo, il ricorso all’interprete sia gratuito.
Nel corso degli anni, la lettura di tali disposizioni fornita dalla Corte ha subito una lieve ma
progressiva evoluzione.
Sotto diverso profilo, la giurisprudenza ha sottolineato come la comunicazione del contenuto delle
dichiarazioni e degli atti debba avvenire in una lingua semplice e di facile comprensione per
l’accusato, in modo che possa esercitare efficacemente il proprio diritto alla difesa.
Pur senza rinnegare i propri precedenti, peraltro, i giudici hanno in più occasioni delimitato la
portata delle disposizioni in oggetto. Così, sotto un primo aspetto, si è più volte rilevato come
l’intervento dell’interprete non comporti automaticamente l’obbligo della traduzione completa dei

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documenti processuali. Nell’opinione della Corte, infatti, la ratio della norma richiede
esclusivamente che l’individuo sia posto nella condizione di assumere quelle conoscenze che gli
consentano di proporre la propria versione dei fatti di causa.
Sotto un secondo aspetto, sin dall’inizio, la giurisprudenza ha in modo costante sottolineato come
l’intervento dell’interprete debba essere garantito solo ed esclusivamente alle persone che non
siano in grado di comprendere la lingua processuale.
In altri termini, da un lato la posizione assunta dalla Corte consente di tutelare tutti coloro che,
indipendentemente dalla cittadinanza, non abbiano la padronanza della lingua utilizzata nel
giudizio. Dall’altro lato, la linea ermeneutica assunta non garantisce in modo automatico una
tutela dei soggetti che appartengano a comunità minoritarie caratterizzate da una propria identità
linguistica; tali individui, infatti, sono garantiti solo nel caso in cui sia provata la loro ignoranza
della lingua processuale.
Il tema della tutela delle minoranze linguistiche è parimenti del tutto trascurato anche nella
formulazione dell’altra disposizione in cui si fa espressamente menzione della lingua: l’art. 14 sul
divieto di discriminazioni. Diversamente da quanto operato nella Carta ONU e negli altri strumenti
internazionali, infatti, il principio di uguaglianza codificato nella CEDU non ha portata generale ed
assoluta ma si limita a proibire distinzioni arbitrarie in relazione ai diritti previsti dalla
Convenzione. Da qui, l’assenza di adeguate forme di tutela delle minoranze. L’impostazione
prettamente individualista del catalogo dei diritti, da un lato, e la mancanza di un valore autonomo
della proibizione di discriminazioni basate sul fattore linguistico, dall’altro, portano anche in
questo caso ad escludere la configurabilità di una, seppur generica, protezione generale delle
comunità linguistiche.

Il fattore linguistico nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo sui diritti della Convenzione: il
caso del diritto all’istruzione
Un primo ambito in cui i giudici di Strasburgo hanno affrontato i problemi legati al fattore
linguistico, innanzitutto, è quello dell’istruzione. Secondo quanto dispone l’art. 2 del Protocollo
addizionale alla Convenzione, il diritto all’istruzione non può essere negato a nessuno e gli Stati
contraenti devono rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione secondo le
proprie convinzioni religiose e filosofiche. Ora, se è vero che, ancora una volta, nessuna menzione
è fatta ai diritti linguistici, la Corte ha sin dall’inizio ammesso la profonda connessione tra il sistema
educativo ed il profilo della lingua veicolare di insegnamento.
Nella sua ricostruzione del quadro normativo posto dalla Convenzione, la Corte osserva come il
testo dell’art. 2 del Protocollo aggiuntivo non contenga previsioni analoghe agli artt. 5 e 6, ma si
limiti semplicemente a riconoscere il diritto all’istruzione, senza ulteriori specificazioni sulla lingua
in cui l’istruzione debba essere impartita.
In alcun modo, quindi, si può configurare l’obbligo degli Stati a garantire un sistema pubblico di
istruzione che preveda la possibilità di scegliere la lingua veicolare dell’insegnamento. Né, rileva la
Corte, tale scelta rientra nelle prerogative riconosciute ai genitori per assicurare ai figli un
insegnamento conforme alle proprie radici culturali: la disposizione del Protocollo, infatti, limita
alle convinzioni religiose e filosofiche di padri e madri, tacendo del tutto sulle radici linguistiche.
Così, secondo i giudici di Strasburgo, diversamente dal richiamo espresso alle convinzioni religiose
e filosofiche, il riferimento alla lingua era stato escluso dalla formulazione dell’art. 2 del Protocollo

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in quanto si riferiva a problemi legati alle minoranze nazionali, politicamente molto più delicati di
quelli legati alla tutela generale della libertà di fede.
È qui evidente l’avallo dell’impostazione fortemente individualista che aveva permeato la
redazione della Convenzione.
Sulla base di tale analisi, puntando sulla natura multilingue dell’ordinamento belga e la sua
suddivisione in diverse aree caratterizzate da comunità linguistiche differenti, la decisione in
esame esclude che la normativa vigente, seppur improntata ad un ferreo monolinguismo ,
determini una violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione.
Tale impostazione, lungi dall’essere discriminatoria, si basa su elementi oggettivi di
differenziazione.
Pur giungendo ad un responso finale opposto, la Corte conferma l’impostazione assunta nel caso
belga anche nel successivo giudizio Cipro vs Turchia del 2001. Nella decisione viene riconosciuta
l’avvenuta lesione, da parte della Turchia, del diritto dei cittadini ciprioti di lingua greca residenti
dell’area nell’area autoproclamata Repubblica Turca di Cipro.
Secondo quanto ricostruito dai giudici, invero, i genitori che avessero voluto far continuare il
percorso di studi dei propri figli in istituti che utilizzassero il greco come lingua veicolare,
avrebbero dovuto inviare gli stessi presso plessi scolastici situati nella zona sotto la giurisdizione
della comunità grecofona, con la conseguente violazione del diritto alla vita familiare.
Sotto diverso profilo, nonostante oggetto del ricorso siano le lesioni perpetrate dal governo turco
a danno della comunità grecofona residente nell’area settentrionale di Cipro, la Corte non sembra
mai prendere in considerazione la dimensione collettiva dei diritti della Convenzione ovvero la
circostanza che alcune libertà possano rappresentare un interesse non solo degli individui, ma
anche della collettività, unitariamente intesa, a cui i singoli appartengono.
A differenza di quanto affermato nel caso belga del 1968, i giudici negano che la violazione della
Convenzione sia esclusa dalla circostanza che gli studenti possano proseguire i propri studi
iscrivendosi presso istituti grecofoni collocati nella parte meridionale dell’isola posta sotto la
giurisdizione dello Stato di Cipro. Secondo quanto previsto dall’ordinamento della Repubblica
Turca di Cipro, infatti, trasferendosi nell’altra parte dell’isola, tali studenti non potrebbero più
ritornare definitivamente a casa e anche i permessi per soggiorni temporanei sarebbero soggetti a
restrizioni.
A ben guardare, però, anche sotto questo diverso profilo, non assume interesse la tutela della
specificità di una comunità minoritaria, ma la garanzia dei singoli individui colpiti da siffatte misure
normative avverso la lesione di diritti della sfera personale che trascendano il problema
dell’identità linguistica.
In tale cornice generale, un seppur timido segnale di cambiamento dell’impostazione assunta dalla
Corte sui rapporti tra lingua e sistema di istruzione, si può osservare solo nel recente caso Catan
and Others vs Moldova and Russia del 2012.
La controversia riguarda la chiusura, da parte delle autorità che materialmente esercitavano il
potere pubblico nella zona moldava della Transnistria, delle scuole che non si fossero adeguate
all’obbligo di utilizzo dell’alfabeto cirillico e avessero continuato ad usare i caratteri latini.
Pur riprendendo i propri precedenti sull’assenza di previsioni specifiche sulla lingua utilizzata nel
sistema d’istruzione, in questo caso la Corte sottolinea come non si possa prescindere da
un’interpretazione sistematica del quadro delineato dalla Convenzione e dallo spirito che la anima.
Se, quindi, da un lato non si può affermare il diritto a scegliere la lingua veicolare
dell’insegnamento, dall’altro, la protezione posta dal secondo comma a tutela delle scelte dei

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genitori risponde all’esigenza di garantire il pluralismo del sistema educativo. Sotto diverso profilo,
come già riconosciuto in precedenza, eventuali misure restrittive in campo educativo potrebbero
arrecare seri pregiudizi al diritto di ognuno alla vita privata e, pertanto, alle relazioni familiari.
Né, secondo i giudici, tale restrizione potrebbe essere giustificata dalla politica russificatrice
condotta dalle autorità locali. In un’ottica di bilanciamento, infatti, l’educazione assume
un’importanza primaria rispetto ai semplici obbiettivi separatisti promossi dalle autorità che
esercitavano materialmente il governo della zona in questione.

Il tema linguistico nell’ambito del diritto alla vita privata e familiare


Pur nella difficoltà di rendere una lettura organica e sistematica della giurisprudenza della Corte,
alcune aperture verso la tutela dei diritti linguistici si possono osservare anche nelle pronunce che,
sotto diversi profili, si occupano del diritto alla vita privata e familiare sancito all’art. 8 della
Convenzione.
Nella recente decisione Mehmet Nuri Ozen and Others vs Turchia del 2011, la Corte affronta il
particolare caso del diniego da parte delle autorità turche di inoltrare lettere scritte in lingua curda
da alcuni detenuti appartenenti a tale minoranza.
Riconosciuta la possibilità di limitare la libertà epistolare dei detenuti laddove possano
determinarsi pericoli per l’ordine pubblico, nella sentenza si osserva come, nella fattispecie in
esame, il rifiuto opposto dalle autorità nazionali trovasse fondamento unicamente in ragioni di
ordine economico e organizzativo, non avendo le strutture detentive in questione risorse per
tradurre la corrispondenza e verificare la pericolosità delle comunicazioni ivi contenute. Da qui,
l’illegittimità non solo del rifiuto di inoltrare le lettere scritte in lingua diversa da quella ufficiale,
ma anche della prassi, adottata in alcune strutture detentive, di far sostenere agli interessati le
spese di traduzione.
Al riguardo, leading case in ordine di tempo ed importanza è la decisione del 2004 nel ricorso
Mentzen vs Lettonia. La controversia riguarda una cittadina di nazionalità lettone che aveva
sposato un cittadino tedesco. Avendo assunto il cognome del marito, la donna aveva chiesto alle
autorità del proprio Paese di voler emettere un nuovo passaporto con il nuovo cognome,
richiedendo espressamente di volerlo inserire senza alcuna modifica. In ottemperanza alle
disposizioni interne sulla trascrizione dei cognomi e dei nomi, in forza delle quali i nomi stranieri
devono essere trascritti secondo le regole fonetiche e grammaticali della lingua lettone nel modo
più possibile vicino alla pronuncia della lingua di origine, le autorità locali avevano trascritto il
cognome Mencena al posto dell’originario Mentzen. La versione originale del cognome, peraltro,
era stata riportata in una pagina secondaria del passaporto.
Tale constatazione, tuttavia, non porta automaticamente i giudici a concludere per l’illegittimità
dell’operato delle autorità lettoni. Nel valutare, infatti, se le restrizioni imposte rientrino nelle
limitazioni che gli Stati possono legittimamente operare, la Corte osserva come, sebbene la libertà
linguistica possa essere compresa tra i diritti “governati” dalla Convenzione, quest’ultima non
preveda espressamente il diritto di usare una determinata lingua nei rapporti con le
amministrazioni pubbliche, con la conseguente possibilità per le Parti contraenti di regolare
liberamente l’uso della lingua nella vita pubblica.
Esclusa, in forza di tali osservazioni, una giurisdizione generale della Corte sulle normative interne
in tema di trascrizione di nomi e cognomi, la pronuncia afferma come, pur determinando

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un’interferenza nella vita privata della ricorrente, le misure impugnate rientrino nella sfera della
discrezionalità riservata agli Stati.
Se da un lato, quindi, i giudici riconoscono espressamente che la sfera linguistica rientri nel campo
di azione della Convenzione, dall’altro, non solo ribadiscono che nessuna disposizione specifica
tutela il diritto all’uso della propria lingua, ma affermano anche chiaramente che le politiche di
alcuni Stati a salvaguardia e promozione delle lingue ufficiali devono ritenersi in via di principio
legittime, in quanto preordinate alla protezione di valori costituzionali fondamentali.
La posizione brevemente esposta è richiamata nelle successive pronunce in tema di diritto al
nome. Così nella decisione Baylac-ferrer et Suarez vs Francia del 2008, ove si affronta il tema della
trascrizione di un nome di origine catalana secondo le regole ortografiche della lingua francese, e
nella più recente pronuncia del caso Kemal Taskin et Autres vs Turchia del 2010, ove si afferma il
tema della traslitterazione nell’alfabeto turco di nomi di origine curda, la Corte riprende le
osservazioni svolte nella decisione Mentzen, aggiungendo come le restrizioni in tema di utilizzo
della lingua nei documenti pubblici rispondano anche all’interesse legittimo di ogni Stato di
assicurare un funzionamento ordinato del proprio sistema istituzionale.
Un richiamo più diretto al tema della tutela dei componenti di comunità minoritarie si può
rinvenire nella decisione Bulgakov vs Ucraina del 2007. Il caso riguarda la trascrizione del nome di
un cittadino ucraino di origine russa. Il ricorrente contestava la decisione delle autorità locali di
redigere il suo passaporto inserendo il nome nella forma propria della lingua ucraina, non
limitandosi ad operare una traslitterazione fonetica delle lettere dell’alfabeto cirillico.
Anche in questo caso la Corte riprende espressamente la posizione delineata nel caso Mentzen
sull’assenza di uno specifico diritto all’uso della propria lingua nella vita pubblica e, anche in
considerazione del valore costituzionale rappresentato dalla lingua ufficiale, sulla conseguente
libertà di azione del legislatore nazionale in tema di politica linguistica.
Parallelamente, però, la Corte riconosce come il nome non sia solo un elemento importante di
auto identificazione, ma uno strumento fondamentale di identificazione dell’individuo come
componente di una determinata comunità.
Simile apertura verso la tutela del diritto all’uso di nomi legati a minoranze etnico-linguistiche
particolari è ancor più evidente nel successivo caso Guzel in Gozel.
Pur facendo salva l’impostazione assunta nelle pronunce precedenti, la Corte sottolinea come la
tutela della sfera privata e familiare prevista dall’art. 8 non si concretizzi unicamente in un divieto
di interferenza dello Stato nella vita privata degli individui ma comporti anche degli obblighi di
intervento in cui siano adeguatamente bilanciati gli interessi dell’individuo e quella della
collettività.
Anche in assenza di una specifica salvaguardia dei nomi estranei alla cultura linguistica
maggioritaria dei singoli Paesi, la Corte sembra quindi essere consapevole dell’importanza di un
corretto bilanciamento tra l’interesse pubblico alla difesa e promozione dell’idioma ufficiale e gli
interessi dei singoli ad un’adeguata tutela dei profili linguistici legati ai nomi personali.
Nella medesima direzione, peraltro, si era mossa la precedente decisione del caso Johansson vs
Finlandia del 2007, nel quale i ricorrenti avevano lamentato il rifiuto delle autorità civili finniche di
trascrivere nel registro civile il nome che gli stessi avevano deciso di dare al proprio figlio, in
quanto non pronunciabile correttamente in finlandese e non rispondente alle prassi interne in
tema di attribuzione di nomi. Pur riconoscendo che la regolamentazione sui nomi costituisca parte
integrante della politica linguistica dello Stato, in relazione alla quale si ribadisce l’ampio margine

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di apprezzamento riservato dalla Convenzione, la Corte osserva come quest’ultima imponga


un’adeguata tutela degli interessi legittimi dei singoli.

I diritti linguistici nei diritti della sfera politica


La necessità di un bilanciamento tra interessi della collettività nazionale e esigenze di singoli
individui è costantemente richiamata anche nelle pronunce sui diritti della sfera politica previsti
dall’art. 3 del Protocollo n. 1. In tale ambito, peraltro, la posizione della Corte appare molto più
sensibile alle motivazioni addotte dagli Stati a sostegno della propria libertà di azione, ponendo su
un piano del tutto secondario le ragioni “linguistiche” dei ricorrenti.
Così, sin dalla decisione del caso Mathieu-Mohin and Clerfayt vs Belgio del 1987, si afferma che,
sebbene la disposizione in questione configuri dei veri e propri obblighi di intervento degli Stati
per garantire elezioni democratiche, il diritto di voto e di essere eletti non sono assoluti.
Nell’opinione della Corte, la formulazione utilizzata nel Protocollo ammette la possibilità di limiti
implicati a tali libertà, in relazione ai quali le Parti contraenti hanno un ampio margine di
apprezzamento.
In tale contesto, la Corte rigetta il ricorso di due parlamentari belgi, residenti in una circoscrizione
interna all’area regionale fiamminga ma appartenenti al gruppo linguistico francofono, i quali
lamentavano l’esclusione, disciplinata dall’ordinamento interno vigente dell’epoca, dall’assemblea
rappresentativa della Comunità fiamminga, la quale aveva competenze normative anche sull’area
in cui i ricorrenti erano stati eletti. La misura, infatti, rispecchiava il processo evolutivo che stava
trasformando il Belgio da Stato unitario a Stato federale.
La posizione assolutamente secondaria dei diritti dei singoli connessi alla propria sfera linguistica
emerge con ancor maggiore chiarezza nella più recente decisione Podkolzina vs Lettonia del 2002.
Il caso riguarda l’esclusione dalle liste elettorali di una candidata, cittadina lettone appartenente
alla minoranza russofona, per la non adeguata conoscenza della lingua lettone, unica lingua
ufficiale del Paese.
Richiamando il precedente del 1987, la Corte sottolinea come, in campo elettorale, gli Stati
abbiano ampia libertà di regolamentare lo status dei parlamentari e determinare i criteri di
eleggibilità sulla base dei propri peculiari fattori storici e politici, con il solo limite di dover
garantire la libera espressione del voto da parte dei cittadini. Conseguentemente, non può essere
contestata la legittimità della scelta dell’ordinamento di richiedere la conoscenza della lingua
nazionale, laddove ritenuta essenziale per assicurare un corretto funzionamento dell’assemblea
parlamentare. Né possono essere ritenute illegittime le disposizioni, evidentemente dettate da
ragioni storico-politiche, sulla lingua di lavoro delle singole istituzioni.

Lingua e libertà di informazione


Nel recente caso Birk-Levy vs Francia del 2010, infatti, si affronta l’impugnazione promossa da un
membro dell’assemblea rappresentativa della Polinesia francese contro la decisione delle autorità
centrali di escludere la possibilità per i membri della predetta assemblea di esprimersi in tahitiano.
Ribadita la stretta correlazione tra la disciplina sul funzionamento degli organismi istituzionali e il
contesto storico-politico di ogni Paese, la Corte sottolinea come le scelte operate in siffatto ambito
rientrino nell’esclusiva giurisdizione degli Stati.

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Nell’opinione dei giudici, invero, la CEDU non garantisce il diritto di utilizzare nei rapporti con la
pubblica amministrazione la propria lingua di elezione, qualunque essa sia; né tale possibilità è
attribuita ai soggetti che rivestono cariche elettive per esprimere il proprio voto all’interno delle
istituzioni di cui fanno parte.
Così, sempre nell’ambito della libertà di espressione in campo politico, la recente pronuncia
Sukran Aydin and Others vs Turchia ha sanzionato il governo di Ankara per violazione dei diritti di
alcuni attivisti di etnia curda. La fattispecie riguarda la condanna di alcuni candidati alle elezioni
politiche per avere, nel corso di alcune manifestazioni elettorali, utilizzato la lingua curda. Anche
se la scelta era stata motivata con la necessità di farsi comprendere dalla popolazione locale, le
autorità giudiziarie avevano ritenuto illegittimo il ricorso ad una lingua diversa da quella ufficiale.
Discostandosi dalla linea difensiva del governo turco, il quale sosteneva che le norme sindacate
fossero preordinate a garantire l’ordine interno e, in quanto tali, dovessero essere considerate
legittime, i giudici contestano la necessarietà di simili misure in un ordinamento democratico,
ritenendole non rispondenti a impellenti esigenze sociali.
Nonostante la conclusione possa indurre a ipotizzare un cambio di impostazione, peraltro, la Corte
muove ancora una volta dalla constatazione dell’assenza nella Convenzione di un vero e proprio
diritto all’utilizzo di una lingua di elezione nei rapporti con la pubblica amministrazione.
In tale contesto, l’illegittimità delle misure impugnate risiede nell’aver sanzionato l’utilizzo di una
determinata lingua all’interno di rapporti tra privati.
Anche al di fuori di controversie su vicende legate ai diritti politici, il tema del bilanciamento tra
interessi pubblici della collettività statuale e interessi dei singoli e la delimitazione del margine di
libertà di azione degli Stati sono al centro di altre decisioni che insistono sulla tutela della sfera
linguistica personale come parte essenziale del diritto all’informazione e della libertà di
espressione.
Tra le altre, si può ricordare la decisione Khurshid vs Svezia del 2008. Diversamente dai casi finora
analizzati, la fattispecie in oggetto riguarda una controversia giudiziaria tra privati in tema di
locazione, conclusasi con la risoluzione del contratto e l’ordine di rilascio dell’immobile da parte
degli inquilini. Il thema decidendum insisteva sul diritto dei locatari, persone immigrate di
nazionalità irachena, di installare nell’appartamento degli strumenti di ricezione satellitare di
trasmissioni radiotelevisive nella propria lingua materna. Il rigetto operato dalle autorità
giudiziarie locali delle difese avanzate dagli inquilini aveva comportato, nella ricostruzione dei
ricorrenti, una lesione del proprio diritto all’informazione da parte dello Stato svedese.
Appurato il coinvolgimento “attivo” degli Stati nella tutela della libertà di informazione, la Corte
osserva come l’importanza del suddetto diritto all’interno dei sistemi democratici imponga di
circoscrivere il margine di apprezzamento tradizionalmente riconosciuto ai governi nazionali.
Simile posizione assume particolare rilievo in quanto, nella ricostruzione dei giudici, la limitazione
della libertà di azione degli Stati non mira unicamente a garantire il diritto di comunicare e, in
questo caso, ricevere notizie relative alla sfera politica e sociale dell’individuo. Nella decisione,
infatti, si afferma chiaramente come, soprattutto nei casi di persone straniere che intendano
mantenere vivo e comunicare ai propri figli il contatto con la cultura e la lingua di origine, la libertà
di informazione investa inevitabilmente anche il campo culturale e dell’intrattenimento.

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Lingua e CEDU: alcune osservazioni conclusive


La breve esposizione della giurisprudenza della Corte di Strasburgo suggerisce alcune riflessioni sul
ruolo che la Convenzione ha svolto, continua a svolgere e potrà svolgere in futuro, nella tutela dei
diritti linguistici.
Come si è potuto osservare, anche per i veti posti da alcuni membri del Consiglio d’Europa, il testo
non contiene alcuna disposizione specifica in tema di lingua; né analoghe previsioni sono
contenute in uno dei diversi protocolli aggiuntivi che sono stati approvati nel corso degli anni.
Ciò non ha però impedito che la Corte abbia gradualmente inserito il tema linguistico nel proprio
spettro d’azione, tanto da giungere ad affermare che i diritti linguistici rientrano nei diritti e libertà
“governati” dalla Convenzione. E tali diritti appartengono tanto alla sfera privata quanto alla vita
pubblica dell’individuo.
In particolar modo nelle pronunce più recenti, peraltro, il margine di discrezionalità riconosciuto ai
governi nazionali, ivi compreso quello relativo alla difesa della lingua nazionale, è sottoposto ad un
severo scrutinio di ragionevolezza da parte dei giudici.
Sotto diverso profilo, bisogna rilevare come, nonostante l’impianto fortemente individualista della
Convenzione, la giurisprudenza più recente ha compiuto importanti aperture sulla possibile
dimensione collettiva e comunitaria di taluni diritti. Così, se è vero che il diritto all’istruzione
riguarda unicamente i genitori e i figli direttamente coinvolti dal percorso formativo, è altresì vero
che con sempre maggiore frequenza le pronunce su tale diritto pongono in rilievo non solo le
pretese dei singoli ma anche gli interessi generali delle comunità di cui questi facciano parte.
Ora, la struttura della CEDU segue un’impostazione del tutto differente. Anche nei casi in cui il
diritto dell’individuo assume rilievo in quanto esponente di un interesse comunitario, la collettività
di riferimento non è sempre e solo identificabile come una minoranza nazionale. A tacer d’altro,
nell’ultimo caso citato la controversia insiste sulla tutela di diritti linguistici di una famiglia di
migranti. Da qui l’apertura verso una potenziale espansione del raggio di tutela dei diritti
linguistici.
Ciò detto, considerato il peso che un numero sempre maggiore di carte costituzionali riconosce ai
vincoli derivanti dall’adesione alla Convenzione e, di conseguenza, dalla giurisprudenza della
Corte, si può ritenere che, pur nei limiti descritti, le posizioni assunte dai giudici di Strasburgo
possano rappresentare dei sicuri punti di riferimento per l’evoluzione futura delle singole
esperienze costituzionali europee.

IL TEMA LINGUISTICO NEGLI ORDINAMENTI COSTITUZIONALI DELL’EUROPA CENTROMERIDIONALE


GRECIA
L’esperienza ellenica e il fattore linguistico tra nation building process e apparente indifferenza per
il tema
La Carta ellenica del 1975, infatti, rappresenta uno dei pochi documenti europei in cui il numero di
riferimenti al tema è quasi nullo. Invero, solo in relazione alla definizione dei diritti fondamentali
alla vita, all’onore e alla libertà personale il Costituente ha disposto il divieto di discriminazione su
base dell’identità etnica o linguistica (art. 5)
L’unica eccezione al quadro di generale silenzio è riferibile alla minoranza mussulmana di origine
turca presente nella zona della Tracia occidentale. In forza del Trattato di Losanna, concluso nel

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1923 al termine del primo conflitto bellico mondiale, infatti, la Grecia ha riconosciuto, in via di
reciprocità con la Turchia, il diritto del gruppo mussulmano presente nel proprio territorio di
creare scuole e istituti di istruzione ove venga utilizzata la propria lingua madre.
Il tema linguistico, invero, ha rappresentato e rappresenta tuttora un aspetto di particolare rilievo
nella vita della comunità politica nazionale. Se è vero che il testo costituzionale non affronta il
problema delle minoranze linguistiche e nazionali interne, non appare corretto concludere
semplicisticamente nel senso della insensibilità del legislatore ellenico per tali profili. Più che
indifferenza e disinteresse per le comunità allofone presenti al proprio interno, infatti, l’esperienza
greca sembra seguire un approccio di vera e propria diffidenza e chiusura verso le identità
linguistiche minoritarie.
A tacer d’altro, le cronache giudiziarie riportano come, ancora in tempi relativamente recenti,
siano state penalmente sanzionate attività di propaganda del pluralismo linguistico interno al
Paese; nella visione comune, fatta propria dai giudici, simili iniziative contengono informazioni
false e in grado di generare ansietà nella popolazione, con chiare ripercussioni sull’ordine
pubblico.
La costruzione del moderno Stato ellenico all’indomani della fine della dominazione ottomana,
invero, si caratterizzò per un complesso processo di rimpatrio forzato delle comunità etniche
minoritarie stanziate all’interno del territorio greco e di accoglimento delle comunità greche
presenti in altri Paesi limitrofi.
Diversamente da quanto operato con gli altri gruppi, il Governo ellenico decise di accordare, in
condizioni di reciprocità, uno status speciale alla comunità mussulmana.
Si deve quindi ritenere che fosse stato l’interesse a tutelare le radici identitarie religiose della
comunità politica nazionale e la necessità di proteggere la propria minoranza nazionale presente in
Turchia a spingere per il parallelo riconoscimento di particolari forme di tutela al gruppo
mussulmano di lingua turca presente in Grecia.
Con la nascita dello Stato ellenico indipendente, infatti, nel 1830 si presentò il problema della
scelta della lingua della nuova realtà politica. In linea di continuità con quanto aveva caratterizzato
la vita della comunità greca già a partire dal IV secolo a.C., il quadro che si presentava all’inizio del
XIX secolo era quello di una sostanziale diglossia. Da un lato, infatti, si poneva la lingua culta, detta
anche katharevousa, fortemente influenzata da forme arcaiche risalenti alle tradizioni del passato
e, durante la dominazione ottomana, utilizzata soprattutto nella sfera religiosa. Dall’altro, si
potevano trovare le formule linguistiche e lessicali utilizzate nella vita quotidiana. Tale varietà
linguistica divenne sin da subito oggetto di contrasto politico. In simile contesto, proprio il tema
identitario fece propendere per la lingua tradizionale.
Così, nel 1891 la preminenza della lingua katharevousa trovò sanzione ufficiale.
Ancor prima che a livello giuridico, le idee liberali iniziarono a far breccia nel panorama culturale
ed economico. Si poté allora osservare una graduale ma crescente diffusione della demotiki,
ovvero della lingua volgare, anche a livello letterario.
Tuttavia, solo nel 1977, con la fine dell’esperienza autoritaria dei colonnelli, la scelta della lingua
comune trovò un definitivo consolidamento giuridico.
Si può quindi ritenere che il problema del regime linguistico nello Stato ellenico non sia stato
ancora definitivamente superato.

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PORTOGALLO
L’omogeneità linguistica del Portogallo tra protezionismo nazionalistico e timide aperture al tema
delle minoranze
Da un punto di vista specificamente linguistico il Paese si caratterizza per una sostanziale
omogeneità. Prescindendo dall’identità linguistica delle non rilevanti comunità di immigrati,
l’unico gruppo allofono storicamente presente nel territorio è quello di lingua mirandese posto al
confine orientale.
Causa la carenza di significative minoranze nazionali, quindi, almeno per quanto riguarda l’oggetto
della presente indagine, il quadro normativo del sistema lusitano ha tradizionalmente assunto un
rilievo secondario.
Nonostante l’assenza di minoranze di rilievo, tuttavia, il tema della lingua rappresenta un
elemento importante tanto nella storia quanto nell’attuale sistema costituzionale lusitano.
Ciò detto, il peso del fattore linguistico nel quadro attuale sembra strettamente legato ad un altro
elemento che ha fortemente caratterizzato la storia del Portogallo: il colonialismo.
Ad oggi, infatti, tale idioma, parlato da più di 250 milioni di persone, rappresenta la terza lingua
europea maggiormente diffusa a livello mondiale.
Simili elementi storici hanno influito in modo rilevante nella definizione del vigente impianto
costituzionale. Da un primo punto di vista, si può osservare come la Carta del 1976 non contenga
alcuna disposizione in tema di minoranze nazionali.
Lasciando da parte l’aspetto minoritario, peraltro, si deve sottolineare come il Costituente lusitano
abbia riconosciuto al fattore linguistico un ruolo fondamentale nella costruzione dell’intero
sistema costituzionale.
In verità, il testo non si limita a proclamare il portoghese come lingua ufficiale (art. 11), ma pone
espressamente tra i compiti fondamentali dello Stato la protezione e lo sviluppo del patrimonio
culturale del popolo lusitano e, più specificamente, la salvaguardia dell’uso della lingua nazionale e
la promozione della sua diffusione a livello internazionale (art. 9 e-f)
La centralità dell’identità nazionale arriva, quindi, ad assumere i toni di un protezionismo
linguistico e culturale. Così, da un lato, in campo educativo la Carta costituzionale afferma l’obbligo
dello Stato di assicurare che i figli di stranieri immigrati ricevano l’insegnamento del portoghese e
abbiano accesso alla cultura lusitana (art, 74). Dall’altro, nella definizione del diritto alla cultura, la
legge fondamentale pone in capo allo Stato l’obbligo di sviluppare le relazioni culturali con tutti i
popoli stranieri, in particolare con quelli di lingua portoghese, così come di difendere e
promuovere la cultura lusitana all’estero (art. 78).
Il quadro complessivo del sistema portoghese, peraltro, appare ancora più articolato. Nonostante,
come accennato, la Costituzione non ne faccia cenno, in tempi relativamente recenti il legislatore
ha approvato una legge di tutela della lingua mirandese.
In questo senso, si riconosce tanto il diritto all’insegnamento del mirandese nelle scuole di primo
e secondo grado, quanto la possibilità per le istituzioni locali di affiancare i propri documenti
ufficiali con una versione in lingua mirandese.
L’impianto di fondo della legge, tesa più ad ammettere e legittimare l’iniziativa di enti e
associazioni culturali che ad assicurare l’effettivo utilizzo della lingua minoritaria anche a parziale
danno della lingua nazionale, sembra quindi muovere in linea con l’approccio nazionalista
ricavabile dalla Carta costituzionale. Proprio in considerazione del ridotto numero di persone

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interessate, peraltro, non si può trascurare l’importanza del riconoscimento formale e


dell’apertura operata verso la lingua minoritaria in oggetto.

FRANCIA
Il peso dei miti fondativi nell’impostazione francese sul tema linguistico
Come si è avuto modo di accennare, infatti, storicamente è in Francia che si colloca la prima
manifestazione di una vera e propria politica linguistica ascrivibile ad uno Stato in senso moderno.
Volendo sintetizzare il complesso rapporto tra lingua e diritto nel processo di costruzione
dell’esperienza costituzionale francese, sembra possibile richiamare l’idea, ancor recentemente
sostenuta, di un doppio movimento, nel quale il consolidamento dello Stato e della lingua
nazionale si influenzano vicendevolmente alla creazione di una lingua nazionale per mezzo
dell’intervento statale, infatti, si affianca specularmente il processo di unificazione dello Stato,
sostenuto e favorito proprio dall’implementazione di un patrimonio linguistico comune.
In primo luogo, fallace appare l’immagine di una Francia tradizionalmente caratterizzata da un
granitico monolinguismo. Sul punto, infatti, il quadro reale risulta prima di tutto essere fortemente
condizionato dalla storia coloniale del Paese; e ciò sotto un duplice ordine di fattori. Da un lato,
anche in virtù di una lettura “aperta” e inclusiva del concetto di nazione, i possedimenti coloniali
hanno nel tempo favorito l’attribuzione della cittadinanza a soggetti, per lo più allofoni,
provenienti dall’esterno dell’area “metropolitana”. Simili individui, talvolta interi gruppi, si sono
gradualmente integrati nel contesto sociale francese, acquisendone il bagaglio linguistico
nazionale, senza però rinunciare alla propria identità, linguistica e culturale, originaria.
Dall’altro lato, un’importanza non secondaria nella definizione del panorama generale rivestono le
comunità presenti nei possedimenti d’oltremare poste ancora sotto la giurisdizione transalpina.
Pur sottostando all’applicazione estensiva degli interventi normativi adottati dal governo
nazionale, già nel testo originario del 1958 il Costituente pone in evidenza l’alterità di tali
collettività rispetto alla nazione francese. Secondo quanto previsto dal dettato originario del primo
articolo della Carta costituzionale, infatti, tali realtà non fanno parte del popolo francese ma sono
unite ad esso in una comunità.
L’immagine di una società composita sotto il profilo socio-linguistico, a dire il vero, emerge anche
dall’osservazione del quadro metropolitano.
Così, tralasciando i gruppi più ridotti e le varianti dialettali di minore consistenza, attualmente si
possono annoverare formazioni corse, alsaziane, bretoni, occitane, basche e catalane. A dispetto
della visione comunemente diffusa, i gruppi linguistici minoritari rappresentano tuttora quasi il
10% della popolazione nazionale.

La politica linguistica francese dalle origini alla V Repubblica


Come accennato in precedenza, sin dai primi provvedimenti del XVI secolo, la politica linguistica
francese non mira direttamente e semplicemente alla totale assimilazione delle diverse comunità
allofone, ma assume una finalità di consolidamento della struttura statuale.
Per altro verso, la lingua rappresenta uno degli elementi fondanti del mito identitario della
nazione, su cui sin dalle origini si erige l’intera costruzione statuale francese.

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In questo contesto, i particolarismi identitari sono inevitabilmente considerati cedevoli rispetto


all’interesse e, talvolta, alla urgenza di tener vivi e, eventualmente, rilanciare gli elementi di unità.
Ora, tra questi, la lingua assume rilievo non solo in via autonoma, ma anche come cartina di
tornasole di altri fattori unificanti.
Così, per riprendere quanto esposto in precedenza, le ordinanze regie del XVI secolo non
sembravano mirare all’assimilazione linguistica del Paese, quanto alla creazione delle condizioni
per un funzionamento efficiente dell’apparato burocratico nazionale e, sotto diverso profilo, alla
soppressione delle ultime vestigia dell’originaria sudditanza verso realtà politiche, quella imperiale
e quella pontificia, considerate “aliene.
Anche l’evoluzione dell’approccio rivoluzionario, del resto, sembra rispondere alle dinamiche
esposte. Se in un primo tempo si prevedeva la traduzione di tutte le leggi e i provvedimenti
pubblici nelle diverse lingue regionali, nell’asserito intento di assicurare una corretta applicazione
delle decisioni assunte a livello centrale, la successiva scelta giacobina di prevedere
esclusivamente l’uso del francese nella vita pubblica trovava fondamento nella volontà di
garantire un più efficiente funzionamento dell’apparato burocratico e, parallelamente, nella
necessità di dare, attraverso il ricorso al mito della nazione, nuova legittimazione ad un sistema
che rischiava di implodere.
Così, nonostante il terrore termidoriano, il variegato bagaglio linguistico delle comunità territoriali
riprese linfa e si mantenne immutato fino alla fine del XIX secolo.
Fu solo con la nuova crisi politica che aprì le porte all’esperienza della III Repubblica che il tema
linguistico tornò ad assumere un rilievo particolare.
Così, nell’intento di rinsaldare le basi dei legami associativi debilitati da una crisi economica e
politica di natura sistematica, si istituì un’istruzione laica e obbligatoria.
Fu in simile contesto che si pose non solo la previsione dell’insegnamento della lingua nazionale,
ma anche la chiara e ferma proibizione dell’utilizzo di ogni forma linguistica differente.
L’istruzione pubblica, così come le successive crisi sociali legate alle due guerre mondiali, furono
sicuramente importanti per il consolidamento della lingua nazionale. Esse, infatti, favorirono non
solo una maggiore diffusione del francese, ma cimentarono anche il sentimento di identità
nazionale, con il dato linguistico ad essa connesso.
Mutato il contesto politico generale, fu lo stesso governo nazionale a prendere atto della presenza
di un pluralismo linguistico interno e a cercare di disciplinarlo in coerenza con i valori di fondo del
patrimonio costituzionale ereditato dal passato.
Secondo tale provvedimento, non più in vigore, il Consiglio superiore dell’educazione nazionale
doveva individuare gli strumenti migliori per “favoriser” lo studio delle lingue regionali.
Più in generale, l’insegnamento delle lingue regionali doveva essere facoltativo e limitato ad
un’ora posta al di fuori dell’orario previsto per gli insegnamenti curriculari.
Il provvedimento normativo in questione appare di estrema importanza, in quanto rappresenta il
primo intervento in cui, a far data dalle ordinanze regie della fine del XV secolo, il legislatore
disciplina l’uso di alcune lingue minoritarie nella sfera della vita pubblica.
In questo senso, si è parlato di un’asimmetria strutturale tra il francese e le altre identità
linguistiche regionali, con un rapporto di coesistenza e, per così dire, concorrenza, nel quale le
seconde non possono sostituire la lingua nazionale.
Il riferimento a tale limite assume rilievo, relativamente al dato linguistico, non solo per la tutela
della lingua nazionale, ma anche per la salvaguardia di principi, quali l’uguaglianza, l’unità e
l’indivisibilità della nazione e l’unitarietà del concetto di popolo francese, che potrebbero essere

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messi a rischio dal riconoscimento espresso di una diversità culturale e identitaria.


Il testo normativo, infatti, parla unicamente di lingue e dialetti “dans les regions ou ils sont en
usage” o di “zone d’influence” di un particolare idioma.
Chiamato nel 1991 a pronunciarsi sulla legittimità della legge contenente lo statuto della Corsica, il
Consiglio ritiene contraria a Costituzione l’affermazione dell’esistenza di un “peuple corse” come
“composante du peuple francais” contenuta nell’art. 1 dello statuto. Richiamato il valore
costituzionale del concetto di “popolo francese” desumibile dai numerosi riferimenti testuali,
rimarcata la solenne sanzione dei principi di indivisibilità della Repubblica e di uguaglianza dei
cittadini, il giudice delle leggi afferma chiaramente come il concetto di popolo francese non possa
che essere inteso in senso unitario, come insieme di tutti i cittadini francesi, senza distinzione di
origine, razza o religione.
Secondo il giudice delle leggi, infondate appaiono le censure sulla presunta violazione del principio
di uguaglianza laddove tale insegnamento, previsto all’interno di una convenzione tra collettività
territoriale interessata e Governo centrale, non assuma un carattere obbligatorio e non comporti
la sottrazione degli alunni ai diritti e doveri propri della comunità studentesca unitariamente
intesa.
Sullo stesso solco tracciato dalla pronuncia del 1991, infatti, si pongono le ulteriori decisioni del
1996, 2001 e 2004, sulle previsioni statuarie della Polinesia francese e, ancora, della Corsica.

La non lineare coabitazione della lingua nazionale e delle lingue regionali nell’attuale Carta
costituzionale
A rafforzare l’assetto normativo brevemente descritto e la linea argomentativa sostenuta dal
giudice delle leggi si inserisce successivamente la riforma operata con la legge costituzionale n. 92-
554 del 25 giugno 1992, con la quale l’art. 2 della Carta costituzionale viene solennemente sancito
che “la lingua della Repubblica è il francese”.
Alla base dell’intervento del Parlamento, infatti, non vi è tanto un intento assimilazionista o,
comunque, negativo verso le minoranze interne, quanto la preoccupazione di proteggere il
patrimonio linguistico nazionale dai rischi legati alla crescente diffusione della lingua inglese come
lingua franca; ciò, soprattutto in considerazione della coeva ratifica del Trattato di Maastricht
sull’Unione Europea e, quindi, della più stretta integrazione dei sistemi politici del vecchio
continente. All’interno di un simile quadro, il tema delle lingue regionali è semplicemente omesso.
Il legislatore costituzionale, infatti, si mostra chiaramente refrattario verso l’inserimento di una
benché minima forma di tutela del pluralismo linguistico interno.
Adottato in attuazione della riforma del 1992, il provvedimento in questione sostituisce la loi Bas-
Lauriol con una nuova e più organica disciplina dell’uso della lingua francese. Secondo l’art. 1, oltre
a rappresentare un legame privilegiato con gli altri Stati della comunità francofona, il francese è un
“element fondamental de la personnalité et du patrimoine de la France” ed è la lingua
dell’insegnamento, del lavoro, degli scambi e dei servizi pubblici.
Nel settore della manifestazione e pubblicazioni culturali e scientifiche, poi, la norma prevede il
diritto di utilizzare il francese e l’obbligo di predisporre una traduzione in francese di documenti e
contributi presentati in una lingua straniera.
Il Consiglio chiarisce come il provvedimento normativo in oggetto chiami in causa una pluralità di
principi di valore costituzionale. Da un lato, infatti, il dato linguistico è inscindibilmente legato ad

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uno dei diritti umani più preziosi: la libertà di manifestazione del pensiero.
Dall’altro lato, la riforma dell’art. 2 Costituzione ha formalizzato il riconoscimento della lingua
francese tra i principi costituzionali fondamentali, determinando così per il legislatore la necessità
di compiere, in caso di conflitto, un adeguato bilanciamento.
In una specie di linea discendente che, senza soluzione di continuità, parte da Villers-Cotterets e
passa per le prescrizioni giacobine, il Consiglio sottolinea quindi ancora una volta il valore
identitario e funzionale della lingua nazionale, attribuendole all’interno dell’ordinamento una
posizione seconda solo alla tutela della più intima sfera personale privata.
Secondo i giudici, infatti, il riferimento all’ufficialità del francese non può che comportare il suo uso
obbligatorio da parte di tutti i soggetti pubblici e quelli privati incaricati di funzioni di pubblico
interesse; rendendo così residuale la “possibilità” del ricorso agli idiomi locali.
Lo spirito che anima la pronuncia sulla loi Toubon permea successivamente la valutazione
compiuta dal Consiglio costituzionale in merito alla ratifica della Carta europea sulle lingue
regionali o minoritarie.
Le preoccupazioni adottate dall’esecutivo con le dichiarazioni interpretative vengono ritenute
inadeguate da parte del Consiglio, in quanto prive di una forza normativa autonoma.
Parimenti, nelle relazioni dei privati con la pubblica amministrazione, il diritto dei primi di scegliere
la lingua con cui comunicare, rinveniente dalla libertà di espressione, deve essere ritenuto
cedevole rispetto all’utilizzo obbligatorio della lingua nazionale, imposto ai soggetti pubblici dal
dettato dell’art. 2 Costituzione. Conseguentemente, la previsione contenuta nel preambolo della
Carta europea, la quale riconosce a ogni persona un “diritto imprescindibile” di utilizzare una
lingua regionale o minoritaria sia nella vita privata che in quella pubblica, così come il
riconoscimento formale di diritti specifici a gruppi linguistici minoritari sono, per il giudice delle
leggi, contrari alla Carta costituzionale francese.
Ancora una volta, quindi, il Consiglio chiude verso la possibilità di un riconoscimento formale di
una tutela delle minoranze linguistiche.
In sostanza, la decisione rappresenta l’ennesima manifestazione dell’idea che, lungi dall’essere
disconosciuta o combattuta, la diversità linguistica del tessuto sociale francese è ammessa, o
meglio tollerata, nei limiti del rispetto degli elementi identitari enucleati in Costituzione e posti a
fondamento dell’intero sistema.
L’effetto pratico di maggior rilievo della pronuncia esaminata è stato sicuramente quello di aver
chiarito in modo definitivo come l’eventuale tutela delle lingue minoritarie richieda
inevitabilmente un intervento sulla Carta costituzionale. Simile occasione si è presentata solo con
la riforma del 2008 sull’ammodernamento delle istituzioni della V Repubblica.
In realtà, l’inserimento del tema linguistico nella più ampia riforma istituzionale non rientrava nei
progetti originari dell’esecutivo.
Così, negli anni successivi, il legislatore si era limitato a coordinare le diverse disposizioni in tema
di insegnamento, senza peraltro introdurre particolari novità. Come accennato, anche in occasione
della riforma costituzionale del 2008 il Governo non aveva compiuto alcun riferimento alle lingue
regionali, ma si era limitato a esprimere parere favorevole alla proposta di alcuni deputati
provenienti dalle comunità territoriali interessate dal tema. L’emendamento originario proponeva
di integrare la disposizione sull’ufficialità della lingua francese con la menzione del rispetto delle
lingue locali.
Tale soluzione aveva suscitato tra l’altro la forte reazione dell’Académie francaise, secondo la
quale il testo attentava all’identità nazionale, rinnegando il ruolo che la lingua francese aveva

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svolto per cinque secoli nel “forgiare” la Francia.


A fronte dei timori posti alla base della chiusura opposta dal Senato, in seconda lettura
l’Assemblea nazionale aveva approvato una soluzione di mediazione, inserendo il riferimento alle
lingue regionali nel Titolo XII sulle collettività territoriali, lontano dai principi fondamentali
dell’ordinamento.
Sebbene la misura rappresenti il primo riconoscimento formale, a livello costituzionale, delle
lingue minoritarie presenti nel sistema francese, la dottrina ha comunemente osservato la portata
estremamente riduttiva della novella costituzionale.
Più in generale, anche a prescindere dalla collocazione all’interno della Carta, le stesse scelte
lessicali compiute rivelano la volontà di mantenere intatta l’asimmetria strutturale tra la lingua
nazionale e le lingue regionali. Diversamente da quanto affermato, nella loi Toubon, ove il francese
viene inquadrato come elemento costitutivo del patrimonio della nazione, il legislatore
costituzionale ha più semplicemente affermato che le lingue regionali “appartengono” al
patrimonio francese. Diversamente dall’identità linguistica nazionale, quindi, più che la natura viva
e vivificante del bagaglio linguistico minoritario, il legislatore costituzionale del 2008 sembra aver
voluto valorizzare l’aspetto “museale” delle diversità culturale.
Ancora una volta, poi, l’intervento della giurisprudenza costituzionale sembra aver definitivamente
chiuso ogni possibile dubbio interpretativo. Attivato in via incidentale sulla presunta e
“sopravvenuta” illegittimità costituzionale dell’art. L.312-10 del Code de l’education, sulla
possibilità di prevedere l’insegnamento di una lingua regionale sulla base di una convenzione con
lo Stato, il Consiglio si limita sinteticamente ad affermare che l’art. 75-1 Costituzione “n’institue
pas un droit ou une liberté que la Constitution garantit”.
In questo quadro di sostanziale subalternità delle lingue regionali rispetto alla lingua nazionale,
interessanti appaiono i più recenti sviluppi del dibattito politico.
Richiamando il dettato costituzionale, la nuova formulazione dell’art. legge n. 312-10 afferma che
le lingue e culture regionali “appartengono” al patrimonio francese e “leur enseignement est
favorisé prioritairement”. La stessa disposizione prevede poi l’obbligo di informare le famiglie sui
diversi tipi di offerta didattica.
Ora, sebbene le modifiche introdotte possano apparire come un’apertura verso il consolidamento
delle lingue regionali, un’analisi complessiva del provvedimento induce a ridimensionare la portata
innovativa. Sotto un primo profilo, infatti, il “favore prioritario” verso le lingue regionali sembra
essere revocato in dubbio dalla previsione, confermata e ribadita in più parti, della natura
meramente facoltativa del loro insegnamento. Da un altro punto di vista, il riferimento alla
diversità linguistica e alle lingue parlare in famiglia è contenuto in una disposizione dedicata
all’insegnamento delle lingue straniere.
Anche sul versante della riforma costituzionale necessaria per poter procedere alla ratifica della
Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, poi, si deve registrare come le critiche mosse da
più parti abbiano determinato una sospensione sine die del proposito governativo.
Nell’intento di superare le possibili censure mosse contro l’originaria proposta, il Governo aveva
inserito nella novella costituzionale un espresso riferimento alle riserve interpretative operate al
momento della sottoscrizione del documento internazionale.
Nonostante tali precauzioni, volte ad escludere a priori ogni rischio di attentato ai principi fondanti
del sistema, sia il Senato che il Consiglio di Stato hanno riscontrato una incoerenza di fondo tra la
nuova disposizione e i vincoli derivanti dal testo della Carta costituzionale, così come illustrati nella
decisione del Consiglio costituzionale nel 1999.

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La sensazione che si trae dall’analisi dell’articolata evoluzione del quadro normativo francese sul
tema della lingua è, quindi, quella di un sistema che da quasi cinquecento anni ha posto al centro
della costruzione stessa del legame politico una identità linguistica unitaria, che è stata dapprima
faticosamente forgiata e, da ultimo, tenacemente difesa contro ogni possibile attacco, interno o
esterno.
Simile assetto, del resto, emerge in modo ancor più vivido laddove si consideri che, nonostante gli
stravolgimenti storici, ancor oggi il motore di ricerca delle leggi francesi riporta i due articoli delle
ordinanze di Villers-Cotterets sull’uso del francese mentre, nonostante si affermi ufficialmente che
il sistema valorizza le lingue regionali, dopo più di quindici anni non si è ancora concluso il
processo di ratifica di un documento internazionale contenente prescrizioni di portata generale.

ITALIA
Il problema linguistico dall’unità al fascismo
A un primo sguardo, come si è potuto notare in precedenza, sia in Francia sia nel regno sabaudo i
primi provvedimenti di politica linguistica appaiono sostanzialmente coevi. Parimenti, similare
appare il contesto di pluralismo linguistico che caratterizzava in quel momento storico entrambi i
Paesi. Le analogie, tuttavia, finiscono qui. Le due esperienze, in verità, muovono da punti di
partenza profondamente differenti e la diversità della loro storia, politica e costituzionale, ha
fortemente influito, e tuttora influisce, ance sulla disciplina del fenomeno linguistico.
A ben guardare, la prima e più importante differenza tra Italia e Francia emerge con evidenza già
dall’analisi del primo aspetto riportato. Da un lato, le ordinanze emanate da Francesco I si
inserivano all’interno di un processo di costruzione di uno Stato nazionale e, seppur
indirettamente, con l’eliminazione dell’uso del latino nella vita pubblica puntavano
all’implementazione di una identità linguistica, unitaria per tutto il Paese, che fosse in grado di
cimentare e consolidare l’erigendo apparato statuale. Dall’altro, i provvedimenti adottati da
Emanuele Filiberto riguardavano una realtà politica ancora lungi dall’assumere velleità “nazionali”
e prevedevano espressamente l’utilizzo paritario di due lingue; in tale contesto, il fine ultimo non
era tanto l’affrancamento dalle due auctoritates universali del medioevo e la costruzione di uno
Stato nazionale, quanto l’assicurazione di un più efficiente funzionamento di aree geografiche
caratterizzate da identità linguistiche differenti.
Ancora all’epoca dell’unificazione, l’italiano appariva come una “lingua straniera in patria”.
L’unificazione politica del Paese, infatti, non aveva portato ad una unione sociale.
Da un punto di vista linguistico, bisogna rilevare come l’italiano non venisse considerato di uso
comune; e ciò, non solo a livello di conversazione, ma anche nella vita pubblica.
In questo contesto, sulla scia del motto “fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”, le misure
adottate dal governo sabaudo mossero verso una progressiva unificazione sociale del Paese.
L’elemento linguistico non fu assunto tra i valori fondamentali dell’identità unitaria del neonato
Stato nazionale.
In ambito linguistico, l’approccio sembrava quindi caratterizzarsi per un’ambiguità di fondo.
Ancor più rappresentativo dell’opacità di fondo appare l’approccio verso le minoranze linguistiche
“nazionali”.
Prima ancora dell’esito vittorioso delle guerre d’indipendenza, invero, le aspirazioni “nazionali” del
governo sabaudo portarono, almeno formalmente, ad un mutamento dello storico regime

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linguistico del regno.


Senza intervenire espressamente sullo status delle due lingue del regno, l’art. 62 dello Statuto
affermava espressamente che “la lingua italiana è la lingua ufficiale delle Camere. È però
facoltativo di servirsi della francese ai membri, che appartengono ai paesi, in cui questa è in uso, o
in risposta ai medesimi”. È qui evidente come il progetto di unificazione della nazione
comportasse, almeno prima facie, il sacrificio di una parte dell’eredità culturale sabauda.
Ad un’analisi più attenta, peraltro, emerge come il nuovo sistema statuario non avesse apportato
cambiamenti rivoluzionari, perpetuando sostanzialmente le garanzie storiche della comunità
francofona del regno.
Le premesse per un più deciso cambiamento furono deluse anche con l’approvazione della legge
Casati del 1859 sulla pubblica istruzione. Il provvedimento, infatti, prevedeva l’ufficialità
dell’italiano come regola, con l’uso facoltativo del francese a livello universitario, ma continuava
ad ammettere l’uso esclusivo del francese nelle province in cui storicamente si attestasse l’uso di
tale lingua.
Un’attenzione verso il tema delle minoranze interne può essere rintracciata anche nell’originario
approccio successivamente manifestato verso le terre dell’Alto Adige e della Venezia Giulia,
acquisite in seguito alla conclusione della prima guerra mondiale.
La sensazione che emerge da una più complessiva lettura dell’intero periodo che va dall’unità
d’Italia al primo conflitto bellico, tuttavia, non è tanto quella di una sensibilità per i diritti delle
minoranze, quanto dell’incapacità del governo di portare avanti con forza una politica volta a
consolidare un’identità linguistica unitaria.
Anche l’evoluzione della disciplina sull’uso della lingua francese nell’istruzione pubblica appare
non del tutto lineare. L’espansione del regno, con la contemporanea cessione alla Francia di Nizza
e della Savoia aveva indotto alcuni esponenti politici a chiedere di limitare l’insegnamento del
francese anche nella restante area francofona della Valle d’Aosta.
l’atteggiamento verso le minoranze, quindi, sembra essere stato quello di tolleranza, piuttosto che
quello di una convinta protezione e salvaguardia.
In questo modo, la diffusione dell’italiano nella vita comune della collettività politica, invero, deve
essere ascritto ad altri fattori. Come è stato autorevolmente rilevato, l’unificazione linguistica del
Paese è legata maggiormente a fenomeni sociali e demografici, quali l’emigrazione interna,
l’industrializzazione e l’urbanizzazione, che avevano portato ad un diradamento della parte di
popolazione più legata alle proprie radici dialettali.
In un quadro di simile indeterminatezza nell’approccio verso il tema linguistico dovuta alla
debolezza endemica dell’esecutivo, un cambiamento radicale rispetto al passato si può riscontrare
solo nel periodo fascista. Sin dalla prima fase, infatti, Mussolini pose in atto una chiara politica
linguistica di impostazione nazionalistica.
In tale contesto, la tutela o, meglio, la tolleranza della diversità di parlate e dialettali cedette
inevitabilmente il posto ad una espressa politica di assimilazione delle minoranze alloglotte e ad
un rinnegamento delle forme dialettali.
Anche se con una gradualità differente a seconda dei territori e delle diverse fasi storiche, il
governo fascista portò avanti una politica di italianizzazione dell’intero territorio nazionale, con
particolare riguardo alle aree storiche di insediamento di minoranze nazionali.
Analogamente, i provvedimenti legislativi adottati nell’ambito dell’onomastica e della
toponomastica prescrivevano il recupero delle radici latine e dell’originaria forma italiana dei nomi

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e paronimici, così come dei nomi dei luoghi, che si ritenevano aver subito alterazioni sotto la
dominazione austroungarica.

Il problema linguistico dalla caduta del fascismo all’entrata in vigore della Carta costituzionale
Nonostante il chiaro intento assimilazionista della politica autoritaria del regime fascista, le misure
adottate non riuscirono completamente a debellare i dialettalismi né a snazionalizzare le
minoranze alloglotte.
Nel contesto della restaurazione del regime democratico, consapevole dell’urgenza politica di
eliminare gli effetti più nefasti del fascismo, ancor prima dell’avvento della Repubblica, il Governo
nazionale provvide immediatamente a esprimere la propria sensibilità verso il tema linguistico
delle minoranze nazionali. Già nel 1945, quindi, vennero assicurate prime forme di autonomia
politica per le popolazioni della provincia di Bolzano e della Valle d’Aosta. Da un punto di vista
linguistico, tali misure prevedevano il ripristino dell’insegnamento nella e della lingua minoritaria e
l’uso della medesima, unitamente all’italiano, nei rapporti con le pubbliche autorità e, più in
generale, nell’azione della pubblica amministrazione locale.
In questo contesto, si pose la scelta di non inserire nella Carta alcun riferimento espresso allo
status della lingua italiana.
Tale elemento rappresenta un fattore importante di differenziazione rispetto all’esperienza
francese. Se è vero infatti che in entrambe le Carte costituzionali postbelliche non era stata fatta
alcuna menzione alla lingua nazionale, le ragioni di tale scelta sono profondamente diverse.
Simile lettura sembra trovare conferma nel fatto che, in realtà, la stessa Assemblea costituente
aveva sentito la necessità di chiarire lo status di ufficialità della lingua italiana, ma aveva preferito
spogliare tale riconoscimento ogni possibile valore nazionalistico. Così è solo nello Statuto speciale
della Valle d’Aosta, approvato con legge costituzionale n. 4 del 26 febbraio 1948, che si afferma
implicitamente lo status ufficiale della lingua italiana sancendo che in tale Regione “la lingua
francese è parificata a quella italiana” (art. 38). La stessa impostazione si può ritrovare nella
formulazione del coevo Statuto speciale per il Trentino Alto Adige, ove si afferma il diritto di uso
della lingua tedesca, “fermo restando il principio che nella regione la lingua ufficiale è l’italiano”
(legge costituzionale n. 5 del 26 febbraio 1948, art. 84).
Un siffatto valore, invece, venne espressamente attribuito al patrimonio linguistico delle singole
realtà territoriali.
Fu solo con il passaggio del testo in Assemblea costituente che, in seno al dibattito sulla disciplina
delle autonomie regionali, l’onorevole Codignola propose un emendamento, secondo il quale “la
Repubblica garantisce il pieno e libero sviluppo, nell’ambito della Costituzione, delle minoranze
etniche e linguistiche esistenti sul territorio dello Stato”. Nell’intento del proponente, simile
emendamento avrebbe dovuto sostituire la creazione di Regioni a statuto speciale nelle aree di
confine in cui si era palesata l’esigenza di tutelare adeguatamente la specificità linguistiche e
culturali storicamente presenti.
Contro tale proposta, si schierò il Presidente della Commissione dei settantacinque, l’onorevole
Ruini, il quale la reputava superflua, ritenendo sufficiente la tutela fornita dal divieto di
discriminazione per ragioni legate all’identità linguistica.
L’opposizione, tuttavia, venne superata dal plenum dell’Assemblea e, su proposta dell’onorevole
Tosato, la disposizione, emendata dal riferimento alla natura etnica delle minoranze, fu inserita tra

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i Principi fondamentali della Costituzione con la seguente formulazione: “la Repubblica tutela con
apposite norme le minoranze linguistiche” (art. 6).
Lo spirito chiaramente identitario sotteso alla disposizione in esame, del resto, emerge con
evidenza laddove si pensi che, diversamente da quanto generalmente operato nei testi
costituzionali e nei documenti internazionali dell’epoca, la formulazione adottata dal Costituente
non insisteva sui diritti individuali dei membri di determinati gruppi, né puntava sull’aspetto più
propriamente culturale del patrimonio linguistico, ma centrava l’attenzione direttamente sulle
minoranze e sugli aspetti connotativi delle stesse.
Ora, proprio la scelta per un sistema di autonomie politiche territoriali si pose come ulteriore
barriera all’affermazione di una identità costituzionale unitaria di impronta francese.
Volendo, per quanto possibile, semplificare e sintetizzare la complessità del quadro delineatosi
con l’affermazione del nuovo regime costituzionale, si può quindi dire che, anche per reazione al
più recente passato e in risposta alle più urgenti pressioni politiche territoriali, il Costituente non
aveva avuto la forza di affermare l’importanza di una identità linguistica comune e, per contro,
aveva riconosciuto e tutelato il fattore linguistico come elemento connotativo delle diverse realtà
politico-territoriali di cui il Paese era composto. Nonostante le novità introdotte, però, la cultura
costituzionale più comune rimaneva fortemente ancorata ad un impianto statocentrico e unitario,
non molto sensibile alle istanze, anche identitarie, delle comunità territoriali.

L’evoluzione della disciplina della lingua nell’ordinamento repubblicano: la tutela delle minoranze
superprotette nelle Regioni a statuto speciale
L’ambiguità di fondo che si può ricavare dall’assetto brevemente descritto sembra connotare
l’intera evoluzione dell’esperienza repubblicana. La sostanziale indeterminatezza e non linearità
delle decisioni assunte, invero, hanno indotto molta parte della dottrina a concludere nel senso
dell’assenza di una vera e propria politica linguistica italiana.
Il dato, a ben vedere, riguarda sia la disciplina relativa alla lingua nazionale sia la tutela e
protezione delle minoranze linguistiche.
Sotto il primo punto di vista, si è detto come la stessa Assemblea costituente avesse ritenuto di
inserire un riferimento diretto allo status di ufficialità dell’italiano non nella Carta costituzionale
ma in una fonte, quella degli statuti speciali di alcune Regioni, che pur avendo pari grado fosse
“meno evocativa”.
Tuttavia, nonostante l’inclinazione favorevole della cultura politica dell’epoca, data dalla generale
maggiore sensibilità per l’impostazione unitaria e centralista di derivazione francese, le novità
introdotte dal Costituente sulle minoranze linguistiche e la memoria ancora viva del più recente
passato avevano rappresentato un freno per la successiva politica di valorizzazione e
consolidamento della lingua italiana.
Con l’eccezione della disciplina in campo di istruzione pubblica, le norme adottate nel tempo
sull’utilizzo dell’italiano appaiono quindi settoriali e, soprattutto, rispondono unicamente a
esigenze di natura funzionale.
Relativamente al tema delle minoranze linguistiche il discorso appare maggiormente articolato. Sul
punto, infatti, si possono delineare diverse fasi evolutive.
Un primo momento vede l’implementazione delle scelte di fondo operate dall’Assemblea
costituente nel processo di approvazione degli Statuti delle Regioni a statuto speciale.

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In tale quadro, il modello più spinto in termini di garanzie per talune comunità linguistiche
minoritarie appare, per certo, quello adottato in Trentino Alto Adige / Sudtirol.
Da un punto di vista generale, la formulazione vigente dello Statuto, come accennato, parifica la
lingua tedesca all’italiano (art. 99) e riconosce parità di diritti ai cittadini di qualunque gruppo
linguistico (art. 2).
Anche a causa della maggior delicatezza politica del quadro sociale esistente, l’attenzione
maggiore è stata storicamente rivolta all’area provinciale di Bolzano e alle comunità di lingua
tedesca e ladina ivi residenti. Di importanza fondamentale, al riguardo, appare
l’istituzionalizzazione dei gruppi linguistici, con la divisione del Consiglio regionale e di quello
provinciale di Bolzano in gruppi che rispecchino l’appartenenza linguistica.
Relativamente alla Provincia di Bolzano, in verità, la divisione per gruppi riguarda anche struttura
amministrativa.
Tutto, in realtà, appare preordinato a creare condizioni adeguate affinché ogni membro di gruppo
linguistico possa integrare con l’amministrazione utilizzando la propria lingua e vedere
rappresentati i propri interessi.
Dal punto di vista dell’istruzione si può osservare una impostazione separatista, per cui lo Statuto
preveda una divisione tra scuole che utilizzano la lingua tedesca e quelle che usano la lingua
italiana. Al fine di favorire le condizioni per una graduale integrazione tra le diverse anime della
comunità territoriale, comunque, la norma prevede che la lingua non veicolare sia insegnata come
seconda lingua a far data dal secondo o terzo anno della scuola elementare (art. 19).
Marginali, in questo contesto, appaiono le misure insistenti sulla disciplina delle minoranze
linguistiche nella diversa Provincia di Trento.
Tale quadro articolato, come accennato, è stato nel corso degli anni implementato attraverso le
misure di attuazione dello Statuto speciale contenute in decreti legislativi del Governo adottati in
accordo con la Regione e le Province autonome interessate, così come mediante un complesso
intervento normativo posto in essere autonomamente dagli organi regionali e provinciali.
Per quanto riguarda i rapporti con gli uffici giudiziari, le norme di attuazione dello Statuto
affermano il diritto per i cittadini della Provincia di Bolzano di utilizzare la propria lingua madre,
prevedendo all’uopo la possibilità che i procedimenti giudiziari si sviluppino in modalità bilingue
(artt. 18 e 20 D.P.R. 574/1988).
Profondamente diverse, rispetto al modello del Trentino Alto Adige / Sudtirol, sono le linee di
fondo delineate nello Statuto della Valle d’Aosta. Le regioni di tale differenza sembrano risiedere
nei peculiari rapporti storicamente intercorsi tra la comunità regionale e il governo nazionale.
Analogamente a quanto disposto per il Trentino, come osservato, l’art. 38 dello Statuto regionale
prevede la piena parificazione della lingua francese rispetto a quella italiana, disponendo che gli
atti possano essere redatti “indifferentemente nell’una o nell’altra lingua”. Anche in questo caso,
obbiettivo ultimo del nuovo ordinamento sembra essere la garanzia effettiva della libertà dei
cittadini di scegliere quale lingua utilizzare nella vita pubblica.
La lunga storia di relazioni “amichevoli” con l’apparato statuale, infatti, ha sin dall’origine portato
ad una diversa percezione del livello di integrazione tra comunità minoritaria e maggioranza
nazionale. In questo senso, allora, l’approccio al tema linguistico è sempre stato diretto ad un
bilinguismo diffuso più che alla perseverazione delle originarie sfere di azione dei due diversi
gruppi.
In questo senso si spiegano le scelte operate in ambito politico, giudiziario ed educativo. Sul primo
aspetto, invero, si può osservare come nella fonte statuaria non sia rinvenibile alcuna specifica

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misura di protezione o garanzia della comunità di lingua francese in tema di composizione o


funzionamento degli organi di governo.
Dal punto di vista giudiziario, poi, simile rifiuto dell’impostazione separatista porta ad affermare
già a livello statuario che la lingua processuale è unicamente l’italiano.
Parimenti, sotto il profilo dell’istruzione, lo Statuto rifugge dalla previsione di un doppio sistema di
scuole volte a preservare le identità linguistiche originarie degli alunni, ma dispone che in tutte le
scuole di ogni ordine e grado dipendenti dalla Regione sia dedicato un pari numero di ore
all’insegnamento di entrambe le lingue. A garanzia di una migliore trasmissione della lingua
minoritaria, poi, si prevede che in alcune materie le stesse possa essere usata come lingua
veicolare (art. 39) e, più in generale, si afferma che i programmi e le regole di insegnamento
devono essere adattati alle necessità locali (art. 40).
Il quadro brevemente esposto sembra contraddire l’idea dell’indeterminatezza di fondo della
politica linguistica del sistema italiano. Seppur tra loro differenti, infatti, entrambi i modelli
analizzati rappresentano esempi di una decisa e forte tutela del pluralismo linguistico interno.
In entrambi i casi, infatti, in linea con le misure adottate all’indomani della fine del conflitto bellico,
il riconoscimento di forme particolari di autonomia, tra cui si collocano le disposizioni in ambito
linguistico, sembra rispondere principalmente alle pressioni politiche provenienti anche dalla
comunità internazionale. Nonostante entrambe le Regioni siano storicamente caratterizzate dalla
presenza di una pluralità di comunità alloglotte, l’attenzione dell’Assemblea costituente in sede
statuaria si era rivolta primariamente alle minoranze “nazionali”, ovvero a quei gruppi la cui tutela
appariva politicamente più urgente.
Un’ulteriore conferma di simile lettura può essere altresì desunta dalla differente soluzione
adottata in relazione alle altre tre Regioni a statuto speciale. Nonostante la presenza al proprio
interno di gruppi allofoni, infatti, sia per la Sardegna che per la Sicilia la formulazione originaria
dello Statuto non riporta particolari misure di salvaguardia per il proprio pluralismo linguistico
interno.
Anche l’esperienza del Friuli Venezia Giulia sembra muoversi secondo le medesime linee di fondo.
In questo caso, tuttavia, il quadro si rivela più complesso. Atteso il contenzioso internazionale che
riguardava la zona di Trieste e Gorizia, l’Assemblea costituente decise di rinviare in una seconda
fase l’approvazione dello Statuto della Regione.
Da un punto di vista materiale, espunte dall’ordinamento le più aspre misure di italianizzazione
forzata introdotte dal fascismo, la tutela specifica delle diverse comunità linguistiche era
contenuta negli accordi internazionali siglati dal Governo e dalla normativa settoriale di attuazione
degli stessi.
Di conseguenza, nonostante il tema delle minoranze, soprattutto nell’area di confine, fosse di
particolare rilievo, l’unica previsione espressa dello Statuto sul tema linguistico consisteva, e
tuttora consiste, nell’affermazione, ripresa dal dettato dell’art. 2 Statuto Trentino Alto Adige /
Sudtirol, che “nella Regione è riconosciuta parità di diritti e di trattamento a tutti i cittadini,
qualunque sia il gruppo linguistico a cui appartengono, con la salvaguardia delle rispettive
caratteristiche etniche e culturali” (art. 3).
In assenza di particolari forme di garanzia assicurate dal legislatore costituzionale, diversamente
da quanto si è potuto osservare per la Valle d’Aosta e il Trentino, nel corso degli anni si è quindi
potuto osservare, negli interventi di attuazione dell’autonomia speciale, la stessa indeterminatezza
di fondo che ha caratterizzato gli interventi normativi sulla lingua nazionale.

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L’attuazione incerta del dettato costituzionale nel lavoro della Corte costituzionale
L’esperienza del Friuli Venezia Giulia pone in evidenza come, nonostante la chiara presa di
posizione assunta dal Costituente, il quadro costituzionale non contenga prescrizioni e vincoli tali
da indirizzare l’azione dei diversi attori istituzionali. In tale cornice, data l’indeterminatezza di
fondo storicamente palesata dal legislatore nazionale, la Corte costituzionale ha dovuto svolgere
un ruolo fondamentale non solo nella definizione dei parametri di legittimità delle politiche
linguistiche, ma anche nell’implementazione stessa del dettato costituzionale.
Per quanto riguarda il primo aspetto, la Corte ha preso le mosse proprio dal sostanziale vuoto
normativo relativo alle minoranze linguistiche presenti in Friuli.
La prima, storica, decisione che interviene sul punto è la sentenza n. 28 del 1982. Chiamata a
giudicare sulla legittimità dell’applicazione, nei confronti della minoranza di lingua slovena
residente nel territorio di Trieste, del vecchio art. 137 C.P.P., che prescriveva l’uso della lingua
italiana per gli atti del giudizio penale e sanzionava il rifiuto di esprimere in tale lingua per chi la
conoscesse, la Consulta cerca prima di tutto di chiarire la natura delle disposizioni costituzionali
menzionate.
Pur nell’impossibilità di configurare specifiche garanzie in capo agli appartenenti ai singoli gruppi
minoritari, tuttavia, la Corte ritiene che in talune circostanze si possa delineare una “operatività
minima”.
Ora, proprio da tale qualifica i giudici fanno discendere la conclusione di una limitata efficacia
diretta delle prescrizioni costituzionali, in forza della quale appare “incompatibile, prima ancora
logicamente che giuridicamente, qualsiasi sanzione che colpisca l’uso della lingua materna da
parte degli appartenenti alla minoranza stessa”.
Tale lettura aveva permesso di salvare nella sostanza sia la previsione dell’italiano come lingua
processuale, in quanto unica lingua ufficiale del sistema nazionale, sia la discrezionalità
tradizionalmente rivendicata dal legislatore.
La decisione in esame, tuttavia lasciava irrisolti alcuni aspetti. In primo luogo, infatti, la pronuncia
non chiariva in modo risolutivo i criteri in base ai quali poter definire “riconosciuta” una comunità
minoritaria. In secondo luogo, la Corte non aveva precisato i margini operativi delle garanzie
discendenti dall’attribuzione di simile qualifica.
Proprio su tali questioni è intervenuta la successiva sentenza n. 62 del 1992.
Rispetto alla decisione del 1982, in questo caso la Consulta evidenzia con maggior chiarezza come
la qualificazione di minoranza riconosciuta si ricolleghi a disposizioni di rango superiore, in quanto
contenute in fonti di natura costituzionale o discendenti da vincoli assunti a livello internazionale.
Così, appunto nell’ipotesi della minoranza slovena, nonostante il silenzio della legislazione
speciale, per i giudici dal dettato della disposizione costituzionale deve farsi discendere la
configurazione di un diritto all’uso della lingua materna. Rispetto alla pronuncia del 1982, i margini
di azione di simile tutela si fanno più ampi.
Confermato l’ampio margine di autonomia e discrezionalità del legislatore, il collegio osserva
come i membri delle comunità interessate possano fondare vere e proprie pretese soggettive,
giuridicamente azionabili, laddove siano già presenti le “necessarie strutture organizzative o
istituzionali”. In altri termini, pur in assenza di un intervento ad hoc da parte del legislatore, la
Corte ritiene che la tutela delle minoranze riconosciute possa passare anche attraverso il ricorso a
risorse e strumenti finalizzati ad altri scopi.
Con simile conclusione, ancora una volta, i giudici tentano di dare una lettura operativa del dettato

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costituzionale, senza restringere eccessivamente i margini di azione del legislatore nazionale.


Se possibile, ancora maggiore circospezione nell’approccio al tema, può essere rinvenuta nella
posizione assunta dalla Corte in merito al riparto di competenze tra i diversi livelli di governo.
Nonostante l’origine del dibattito in Assemblea costituente sulla tutela delle minoranze, la sua
definitiva collocazione tra i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, aveva indotto il
giudice delle leggi a propendere per l’attribuzione al solo legislatore nazionale del potere di
regolamentazione di tale ambito.
Tale lettura viene parzialmente superata solo in una seconda fase. Facendo leva sulla nuova
formulazione introdotta nell’art. 4 dello Statuto speciale del Trentino Alto Adige / Sudtirol, infatti,
la Corte afferma che la tutela delle minoranze rappresenta un interesse nazionale posto tra i
principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale “che si pone come limite e al tempo stesso
come indirizzo per l’esercizio della potestà legislativa (e amministrativa) regionale e provinciale nel
Trentino Alto Adige”. Da semplice materia, la tutela delle minoranze diventa quindi un valore
destinato a informare di sé l’attività di ogni organo istituzionale. Da qui, la possibilità di
configurare, all’interno del proprio raggio materiale di azione, una competenza linguistica
“regionale”.

Il tema delle lingue minoritarie nelle Regioni a statuto ordinario e nell’intervento quadro del
legislatore nazionale
Complice la lettura restrittiva operata dal giudice delle leggi in tema di competenze linguistiche
degli attori territoriali, il Governo nazionale ha storicamente adottato un atteggiamento di
chiusura verso le proposte di intervento promosse dai singoli legislatori regionali interessati.
In tal senso, si possono ricordare i casi di Piemonte, Veneto, Molise, Basilicata, e Calabria. Al
riguardo, appare interessante rilevare come, in massima parte, le previsioni adottate nelle Regioni
menzionate insistessero non tanto sull’aspetto della tutela dei gruppi minoritari, quanto sul
diverso, e politicamente più agevole, profilo della valorizzazione del patrimonio linguistico come
parte integrante in un patrimonio culturale della regione.
Anche in sede di legislazione ordinaria, le Regioni interessate a promuovere un adeguato livello di
tutela delle proprie minoranze avevano trovato la sostanziale opposizione del Governo nazionale,
il quale aveva fatto estesa applicazione del proprio potere di rinvio dei progetti legislativi regionali.
Analogamente a quanto osservato per gli statuti, poi, anche le leggi ordinarie approvate
sembravano insistere più su aspetti propri del patrimonio culturale che su profili legati alla tutela
dei diritti linguistici dei membri dei gruppi minoritari presenti sul territorio.
In sostanza, come è stato rilevato, lungi dal prevedere interventi di natura ordinamentale in grado
di incidere sulla vita delle singole comunità territoriali, le norme regionali si limitavano
generalmente a prevedere forme di sostegno economico a iniziative locali.
Dopo alcuni anni di sostanziale stallo, dall’inizio degli anni novanta si è potuto registrare un
graduale risveglio dell’interesse per il tema linguistico.
Tra gli elementi più importanti, si possono menzionare la sottoscrizione da parte del Governo
italiano dei principali documenti internazionali sulla protezione delle lingue e dei gruppi minoritari.
L’intervento più rilevante in materia, tuttavia, è sicuramente rappresentato dall’approvazione
della legge n. 482 del 15 dicembre 1999. La norma si presenta come la prima misura di attuazione
organica dell’art. 6 Costituzione sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche. In realtà, la

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formulazione adottata dal legislatore sembra prospettare un avanzamento del livello di intervento,
passando dalla dimensione della protezione a quella della promozione. Così, secondo l’art. 1, la
Repubblica è chiamata a promuovere “la valorizzazione delle lingue e delle culture” delle comunità
minoritarie individuate.
Per quanto riguarda più specificamente le minoranze linguistiche, il provvedimento individua
diverse aree di intervento. Riprendendo in molta parte le misure di tutela individuate nella Carta
europea sulle lingue regionali o minoritarie, la legge prevede una serie di diritti in campo di
istruzione. In particolare, si prevede la programmazione di corsi di insegnamento delle lingue
minoritarie, attivabili per singoli gruppi di scolari su richiesta dei genitori, o di usi e tradizioni
culturali delle minoranze, organizzati autonomamente dalle scuole (artt. 4-6). Per quanto riguarda
i rapporti con l’amministrazione pubblica, la legge prevede la possibilità dell’uso orale e scritto
delle lingue tutelate non solo nei rapporti diretti, ma anche nella pubblicazione di atti ufficiali o
nell’attività degli organi collegiali degli enti locali interessati (artt. 7-10).
Gli aspetti più salienti della legge in oggetto, tuttavia, sono altri. In primo luogo, la norma individua
espressamente le minoranze in favore delle quali sia destinato ad operare il sistema di garanzie
descritto. Più specificamente, il legislatore ha circoscritto il proprio operato alla tutela della lingua
e cultura delle “popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle
parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”.
In secondo luogo, la legge si segnala per la scelta di demandare alle comunità interessate
l’attivazione dell’impianto di garanzie previste. Secondo quanto dispone l’art. 3, infatti, sono i
consigli provinciali a intervenire, sentiti i comuni interessati, sulla base di una richiesta proveniente
da almeno il quindici percento dei cittadini iscritti alle liste elettorali dei medesimi o un terzo dei
consiglieri comunali
L’assenza di meccanismi effettivi di controllo sulla sussistenza dei requisiti, tuttavia, può
rappresentare un vulnus. Come è stato rilevato, infatti, può darsi il caso che alcune comunità
territoriali si attivino per il riconoscimento di forme di intervento anche in caso di assenza di vere e
proprie esigenze di tutela.

La questione linguistica nella più recente evoluzione del sistema tra attese, illusioni e nuove
prospettive
Per quanto riguarda le Regioni a statuto speciale, gli interventi hanno mirato soprattutto ad un
sostanziale adeguamento del livello di tutela offerto alle minoranze non espressamente tutelate
dalle fonti statuarie. In tal senso, si può ricordare la legge provinciale Trento n. 6 del 2008, con la
quale sono state inserite disposizioni a salvaguardia delle popolazioni ladina, mochena e cimbra
presenti sul territorio provinciale.
Parallelamente al processo che ha portato alla legge quadro nazionale, in verità, si deve registrare
un crescente interesse per il fenomeno linguistico anche in capo alle Regioni Sardegna e Sicilia. Nel
1997, infatti, il legislatore sardo ha approvato una legge organica di recupero e promozione della
cultura e lingua della Sardegna (legge regionale n. 26 del 1997), nella quale si prevedono numerosi
interventi a sostegno di iniziative scolastiche e culturali, così come misure volte a favorire l’utilizzo
della lingua locale nei rapporti con la pubblica amministrazione e nella toponomastica. Nel 1998,
invece, si colloca la legge siciliana volta a tutelare le popolazioni locali di origine albanese e le altre
minoranze (legge regionale n. 26 del 1998).

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Relativamente all’attività legislativa ordinaria si possono ricordare la legge regionale Basilicata n.


40 del 1998 (riformata con legge regionale n. 17 del 2004) e legge regionale Campania n. 14 del
2004 di tutela della comunità arberesche, legge regionale Calabria n. 15 del 2003 di promozione
dei medesimi gruppi e di quelli di lingua greca e occitana, legge regionale Molise n. 15 del 1997 di
valorizzazione del patrimonio culturale delle comunità di lingua albanese e croata.
Ora, nonostante il rinnovato interesse politico e sociale per il tema linguistico e gli importanti
elementi di cambiamento rispetto al passato, il giudizio complessivo sul quadro normativo interno
in ambito linguistico appare ancora sostanzialmente ambiguo. Diversi, infatti, sono i fattori che
inducono ad un atteggiamento di cautela.
In primo luogo, bisogna rilevare come le stesse comunità linguistiche possano risultare
destinatarie di un diverso livello di tutela a seconda dell’area geografica in cui risiedano.
Così accade, per esempio, al gruppi di lingua ladina.
Bisogna poi osservare come, nella generalità dei casi, l’approccio dei legislatori regionali e delle
istituzioni locali verso il tema del pluralismo linguistico interno continui a privilegiare l’aspetto
della valorizzazione del patrimonio storico-culturale del territorio più che la tutela dei diritti
linguistici di una determinata comunità.
Proprio in relazione a tali casi, tuttavia, l’intervento quadro del legislatore nazionale è stato
opposto dal Governo come un limite invalicabile all’autonomia legislativa regionale, ottenendo
l’avallo sostanziale da parte della più recente giurisprudenza costituzionale.
Prima di entrare nel merito delle questioni sollevate, richiamando la propria giurisprudenza più
consolidata, i giudici affermano che “la tutela delle minoranze linguistiche costituisce uno dei
principi fondamentali della nostra Costituzione, dal momento che non soltanto ad essa è dedicato
l’art. 6, ma questa speciale tutela concretizza il principio pluralistico ed il principio di eguaglianza,
“essendo la lingua un elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare”.
Interessante, in questo contesto, appare il rinvio allo status della lingua nazionale. Secondo la
Corte, infatti, la consacrazione dell’italiano come lingua ufficiale “non ha evidentemente solo una
funzione formale, ma funge da criterio interpretativo generale delle diverse disposizioni che
prevedono l’uso delle lingue minoritarie, evitando che esse possano essere intese come
alternative alla lingua italiana o comunque tali da porre in posizione marginale la lingua ufficiale
della Repubblica.
Sulla base della lettura proposta, la Corte ritiene non conformi al quadro costituzionale le misure
di protezione più avanzata prevista a favore del friulano da parte del legislatore regionale,
salvando unicamente le disposizioni che contengono forme di sostegno economico.
Ora, una lettura d’insieme delle pronunce richiamate sembra spingere verso un approccio sul tema
delle minoranze linguistiche non molto distante dallo spirito che ha animato il legislatore
costituzionale francese del 2008, inquadrando il pluralismo linguistico più come una ricchezza
culturale che come un fattore identitario. Anche da un punto di vista letterale, tuttavia, evidente
appare la diversità dell’impostazione sottesa all’art. 6 della nostra Carta costituzionale rispetto a
quella dell’art. 75-1 Costituzione francese.
Sotto diverso profilo, molto distante rispetto alla Francia appare l’atteggiamento del legislatore
italiano verso la lingua nazionale.
Un primo fattore può essere rinvenuto nei tentativi finora compiuti di inserire nella Carta
costituzionale un riferimento espresso all’ufficialità della lingua italiana.
Il fatto che, nonostante il sostegno bipartisan di tali progetti, ad oggi non sia ancora stato possibile
arrivare alla modifica della Carta appare emblematico dell’incapacità del Parlamento di trovare un

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punto d’incontro su un tema, peraltro, apparentemente condiviso. L’indeterminatezza di fondo,


del resto, emerge con chiarezza laddove si osservi che non vi è chiarezza nemmeno sulla reale
natura dell’intervento: da un lato la soluzione di introdurre un riferimento esclusivamente alla
lingua nazionale o ad essa e ai dialetti e, dall’altro, la scelta di collocare tale richiamo
alternativamente negli artt. 12, 6 o 9 Costituzione rispondono a intenti politico-costituzionali
profondamente differenti.
Un secondo fattore che induce a pronunciarsi nel senso di una ambiguità di fondo dell’approccio
italiano al tema può ulteriormente essere rinvenuto nell’atteggiamento avuto dal governo
nazionale nei confronti delle lingue straniere.
La questione è giunta da ultimo all’attenzione della Corte costituzionale.
È qui evidente, ancora una volta, la differenza rispetto all’esperienza francese. Da un punto
materiale, il tessuto sociale dei due Paesi presenta alcune affinità. Sia la Francia che l’Italia, infatti,
registrano un pluralismo linguistico territoriale. Al riguardo, però, la tradizione costituzionale
transalpina, connotata da un forte accento sull’identità nazionale e sull’unitarietà del sistema, ha
portato ad una politica di salvaguardia e valorizzazione della lingua nazionale e di semplice
tolleranza della diversità linguistica interna, mentre la frammentazione sociale, prima ancora che
politica, delle comunità territoriali italiane ha portato nel tempo al riconoscimento di specifiche
forme di tutela.

SPAGNA
Le origini storiche dell’approccio al tema
Rispetto all’impostazione nazionalista dell’esperienza transalpina o alla indeterminatezza di fondo
dell’ordinamento italiano, l’approccio al tema linguistico da parte del sistema iberico appare sin
dalle disposizioni costituzionali più chiaro ed equilibrato.
Esso, infatti, da un lato sancisce la natura ufficiale su tutto il territorio nazionale dell’idioma
castigliano, usualmente identificato in via semplificativa come “la lingua spagnola”; dall’altro
prevede la possibilità che le diverse Comunità Autonome, costituitesi all’indomani dell’entrata in
vigore della Costituzione, possano prevedere nei propri statuti forme più o meno ampie di tutela
degli idiomi parlati dalle rispettive comunità locali; a mo’ di chiusura del sistema, poi, riconosce il
pluralismo linguistico come elemento caratterizzante del proprio patrimonio culturale, in quanto
tale oggetto di particolare protezione da parte dei pubblici poteri (art. 3 CE).
Proprio nella storia del Paese si possono ritrovare i fattori principali che hanno portato all’attuale
sistema. Analogamente a quanto accaduto in Francia, anche in Spagna la formazione dello Stato
nazionale si accompagnò ad una politica di omogeneizzazione linguistica. Contro tale processo di
uniformazione si schierarono i movimenti di rinascita culturale delle comunità di alcune aree
territoriali del Paese, le cui istanze erano riuscite a far breccia nel dibattito politico della fine del
XIX secolo.
Sulla base delle rivendicazioni avanzate in particolar modo dalle comunità di Cataluna, Galizia e
Pais Vasco, accanto al riconoscimento di forme di autonomia politica territoriale, la Costituzione
repubblicana del 1931 aveva introdotto anche una prima tutela delle lingue minoritarie.
Sebbene rappresentasse un passo in avanti rispetto alla precedente politica assimilazionista,
l’assetto delineato dalla Costituzione del 1931 poneva ancora le lingue minoritarie su un piano
secondario e, sostanzialmente, subordinato rispetto al castigliano. Da un lato, infatti, l’art. 4

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negava l’obbligo di conoscenza e di utilizzo degli idiomi diversi dal castigliano. Dall’altro, in tema di
istruzione, pur ammettendo la possibilità per le regioni autonome di prevedere l’insegnamento
nella propria lingua di riferimento, l’art. 50 affermava che il castigliano doveva essere inserito nel
piano di studi di ogni istituto di formazione primaria e secondaria non solo come materia di
insegnamento, ma anche come lingua veicolare.
Ad ogni modo, indipendentemente dal livello di apertura contenuto nel testo, l’esperienza
autonomica repubblicana era destinata ad esaurirsi senza una reale implementazione a causa della
guerra civile e dell’ascesa al potere di Franco.
Così, partendo dall’impianto generale della Carta repubblicana del 1931, il Costituente del 1978 ha
posto il tema linguistico e territoriale tra i pilastri fondamentali dell’intera costruzione politica del
nuovo Stato.
Per quanto più specificamente interessa la presente indagine, si può osservare come, sin dal
preambolo, la Costituzione affermi tra gli obbiettivi del nuovo sistema la protezione non solo degli
spagnoli, ma anche dei popoli della Spagna, nell’esercizio delle proprie lingue.
La lingua, quindi, assume una dimensione tanto individuale quanto collettiva.
Così, in prima istanza si sancisce solennemente il castigliano come lingua ufficiale dello Stato,
prevedendo in capo a tutti gli spagnoli il dovere di conoscerla ed il diritto di usarla (comma 1).
Parallelamente, si riconosce anche alle Comunità Autonome la possibilità di prevedere all’interno
delle proprie giurisdizioni la natura ufficiale di altri idiomi spagnoli, attraverso specifiche
disposizioni dei rispettivi statuti (comma 2). Da ultimo, si afferma come la ricchezza delle diverse
“modalità linguistiche” presenti in Spagna costituisca un patrimonio culturale oggetto di
particolare cura e protezione (comma 3).
La scelta operata sembra dunque, da un lato, voler ancora una volta garantire l’unitarietà
dell’ordinamento (assicurata dalla previsione dell’ufficialità del castigliano e dall’obbligo della sua
conoscenza) e, dall’altro, aprire ad un criterio di flessibilità in grado di rispondere alle differenti
esigenze delle diverse comunità presenti nel Paese.

La valorizzazione delle identità linguistiche minoritarie nell’ordinamento regionale: le esperienze di


coufficialità nelle tre Comunità “storiche”
Il riconoscimento delle istanze identitarie compiuto dalla Carta del 1978 sia in riferimento
all’autonomia politica territoriale sia in relazione al pluralismo linguistico spagnolo, ha sin
dall’inizio determinato un intenso confronto sulla reale portata delle disposizioni costituzionali;
dibattito che continua ancora oggi ad animare la vita politica spagnola.
All’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione, le Comunità di Cataluna, Galizia e Pais Vasco,
non solo hanno inserito nei propri statuti la previsione della natura ufficiale rispettivamente di
catalano, gagliego ed euskera, ma hanno altresì attribuito ad esse la natura di “lingua propria”
delle rispettive comunità.
Come riconosciuto anche recentemente dal Tribunal Constitucional, infatti, tale qualifica risulta
essenziale per l’eventuale attribuzione della coufficialità all’idioma regionale.
È in forza di una simile concezione che le tre Comunità autonome hanno successivamente
adottato leggi di “normalizzazione” della lingua dichiarata coufficiale.
Obbiettivo di tali interventi legislativi, pertanto, non è stato solo, genericamente, il recupero e la
promozione dell’idioma regionale, quanto l’elaborazione di soluzioni volte a favorire il suo impiego

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tanto a livello istituzionale quanto a livello sociale. A tal fine, le norme hanno insistito soprattutto
sul settore educativo e della pubblica amministrazione, così come sul settore dei mezzi di
comunicazione, in modo da rendere “normale” l’utilizzo delle lingue autonomiche; ed è
nell’intento di recuperare il gap, storicamente creatosi, tra lingua nazionale e lingue minoritarie
“riconosciute” che nella giurisprudenza costituzionale avevano trovato giustificazione le misure,
idealmente di natura transitoria, che in qualche modo disponevano un uso privilegiato degli idiomi
regionali rispetto al castigliano.
I principali modelli di tutela sono quelli delineati dalle due Comunità, nelle quali storicamente il
fattore linguistico ha assunto un maggiore peso politico nei rapporti con il governo centrale: la
Cataluna e il Pais Vasco.
Per quanto riguarda il primo caso, si può rilevare la scelta per un modello di congiunzione
linguistica. Sin dalla legge di normalizzazione linguistica del 1983, il legislatore autonomico si è
mosso nella direzione del raggiungimento di una parità di fondo tra la lingua castigliana e quella
catalana.
Il traguardo finale, invero, consisteva nel recuperare il patrimonio linguistico regionale e,
superando le storiche linee di frattura rispetto alla comunità nazionale grazie ad un uso congiunto
dei due idiomi ufficiali, raggiungere il risultato ultimo di una società bilingue.
Dopo il primo periodo, ad ogni modo, pur non rinnegando apertamente lo schema che aveva
ispirato le prime misure, la politica linguistica della Comunità catalana si è mossa verso un più
chiaro obbiettivo di nazionalizzazione linguistica della popolazione regionale.
Un intento ancor più decisamente nazionalista emerge dall’impianto di separatismo linguistico
sotteso agli strumenti normativi adottati dalla Comunità del Pais Vasco. Riprendendo lo statuto
repubblicano del 1936, l’attuale statuto di Euskadi sancisce la coufficialità dell’euskera,
attribuendole il carattere di lingua propria della Comunità autonoma.
Anche la legge di normalizzazione linguistica del 1982, di poco precedente alle altre leggi
autonomiche, si connotava originariamente per l’obbiettivo di limitare l’uso della lingua nazionale,
prevedendo, ad esempio, che in talune realtà territoriali le amministrazioni locali potessero
utilizzare l’euskera in modo esclusivo, salvo il rispetto dei diritti individuali dei cittadini.
A tutela della lingua regionale, peraltro, ancora oggi la legge n. 6 del 1989 sulla funzione pubblica
prevede il sistema dei profili linguistici per l’assunzione nei ruoli della pubblica amministrazione,
richiedendo la necessaria conoscenza dell’euskera per l’attribuzione di taluni incarichi.
Più ambiziosa rispetto alla primigenia scelta catalana di congiunzione linguistica, si presentava
anche, almeno sulla carta, l’organizzazione dell’istruzione. L’impianto, infatti, prevedeva, e
prevede tuttora, la divisione del settore educativo in tre reti differenti. Il primo modello contempla
l’utilizzo del castigliano come lingua veicolare, con l’uso dell’euskera limitato all’insegnamento
della lingua e letteratura regionale. Nel secondo modello, i ruoli sono invertiti, con la lingua
regionale posta a centro di gravità del percorso formativo e la limitazione del castigliano alle ore di
insegnamento della lingua e letteratura nazionale. Infine, informato ai canoni di bilinguismo, il
terzo modello presenta l’uso di entrambe le lingue nell’articolazione dell’intero percorso
formativo.
In questo quadro, minore è tradizionalmente l’attenzione rivolta all’ultima delle tre comunità
regionali a cui storicamente il sistema abbia riconosciuto forme di autonomia politica: la Comunità
della Galizia. Da un punto di vista sociologico, bisogna rilevare come in questa regione si possa
riscontrare la più alta percentuale di popolazione che parla la lingua autoctona.
Invero, nonostante la peculiarità dell’idioma gagliego, molto vicino agli schemi linguistici del

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portoghese, la codificazione all’interno dello statuto autonomico della sua coufficialità rispetto al
castigliano (art. 5 statuto), così come la legge di normalizzazione linguistica del 1983 non hanno
portato ad una decisa politica di protezionismo linguistico. Anche in materia di istruzione, il livello
di promozione della lingua regionale appare più basso di quanto osserva nelle altre due Comunità
autonome.
Più che un impianto di congiunzione linguistica o di separatismo, il sistema galiziano si informa ad
un criterio di bilinguismo “armonico”.
Nonostante la generale capacità di comprendere e, in minor grado, parlare la lingua regionale,
tuttavia, nelle aree urbane si deve registrare un graduale ridimensionamento dell’uso della
medesima come ordinario strumento di relazione; ciò, con una conseguenziale regresso delle
abilità nella scrittura del gagliego.
In via incidentale, è opportuno osservare come, anche se in un contesto sociale differente, in
posizione similare a quella del galiziano si trova la lingua catalana parlata nella Comunità delle
Isole Baleari. Anche in questo caso lo statuto afferma espressamente la natura “propria” della
lingua regionale, a cui si collega l’attribuzione, unitamente al castigliano dello status di ufficialità.
Nonostante ciò, la dimensione ristretta dell’area regionale, la peculiarità della posizione insulare e
gli stretti rapporti di scambio con la comunità catalana, hanno garantito una buona perseverazione
del patrimonio linguistico ordinario.
Al momento, comunque, non è ancora possibile immaginare le possibili linee evolutive
dell’identità linguistica delle Comunità in questione.

Gli ulteriori modelli autonomici tra sistema di coufficialità imperfetta e promozione del multiforme
patrimonio linguistico interno
Lo sviluppo del sistema di autonomia territoriali delineato dal Costituente del 1978 si è connotato
per un chiaro interesse delle comunità locali verso la tutela e promozione delle diverse identità
linguistiche presenti al proprio interno. Così come si è potuto osservare per le Comunità autonome
storiche, anche le soluzioni adottate dagli altri attori regionali si differenziano profondamente tra
loro.
In una sorta di gradazione dell’intensità delle forme di tutela, si può partire da quella esperienza
che più si avvicina al sistema di coufficialità piena analizzato in precedenza. Al riguardo si può
prendere lo spunto dalla Comunità forale di Navarra.
Sin da principio, i rapporti tra il governo nazionale e le istituzioni territoriali si sono sviluppati
secondo un approccio pattizio volto alla riproposizione, all’interno del quadro costituzionale
unitario, delle antiche prerogative della comunità territoriale.
All’interno di una più ampia definizione dei rapporti, trova espressa regolamentazione anche la
questione linguistica. In un quadro di mutuo riconoscimento, se è vero che si identifica il
castigliano come lingua ufficiale, è parimenti vero che lo stesso status viene attribuito anche al
basco (art. 9).
Per espressa previsione normativa, infatti, l’ufficialità della lingua regionale è destinata a valere
solo nelle zone “bascoparlanti” della regione.
In tale contesto, in via analoga a quanto osservato per la Comunità galiziana, il minor peso politico
del fattore linguistico in chiave identitaria ha di fatto portato, rispetto al vicino Pais Vasco, ad un
ulteriore ridimensionamento delle politiche di valorizzazione e sviluppo delle peculiarità

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linguistiche della regione.


Sebbene in un contesto differente, il modello della Navarra trova spazio anche nella Comunità
valenciana.
Più limitata, rispetto a quanto operato nella Comunità valenciana e a Navarra, appare essere la
tutela delle lingue regionali adottata nel Principato delle Asturie, nella Comunità di Aragona e in
Castilla y Leon.
In riferimento al primo, si può osservare come il testo dello statuto, da ultimo riformato con la L.O.
1/1999, menzioni espressamente il bable come lingua oggetto di tutela e salvaguardia, ma non
pervenga all’attribuzione ad esso dello status di coufficialità. Al contrario, il legislatore statuario
non solo rinvia ad una legge regionale la sua promozione e protezione, ma ridimensiona la sua
posizione, facendo salve le varianti locali eventualmente rinvenibili e, soprattutto, codificando il
principio volontaristico in relazione al suo insegnamento.
Da un punto di vista legislativo, in verità, ancor prima della riforma statuaria il governo asturiano
aveva manifestato la propria sensibilità sul tema della protezione del patrimonio linguistico locale
attraverso l’approvazione della legge n. 1 del 1998 di promozione e uso del bable. In essa si
prevede il diritto di utilizzare la lingua regionale anche nei rapporti con l’amministrazione
territoriale e si punta sulla promozione dell’uso del medesimo idioma nel sistema educativo locale.
Accanto al predetto idioma, poi, la stessa legge prevede anche misure di tutela a favore della
variante linguistica del gagliego/asturiano.
Da un’analisi complessiva dell’esperienza asturiana, tuttavia, emerge come l’implementazione
degli strumenti legislativi sia stata sostanzialmente elusa.
Un senso di indeterminatezza connota in modo ancor più evidente il quadro normativo di Aragona.
In questo caso, in verità, lo statuto affronta il tema linguistico in modo generale, richiamando sia il
concetto di lingua propria che quello di modalità linguistiche, ma non procede all’individuazione
degli idiomi o parlate oggetto di tutela (art. 7 L.O. 5/2007).
Il legislatore statuario, infatti, si limita a rinviare ad un legge generale dell’assemblea legislativa
regionale tanto per l’identificazione delle zone interessate da un pluralismo linguistico, quanto per
la definizione del regime giuridico di tali lingue o varianti linguistiche e dei relativi diritti dei
cittadini.
L’incertezza di fondo della disciplina della Comunità in oggetto, del resto, emerge anche
dall’attuazione del dettato statuario operata prima con la legge n. 10 del 2009 e, poi, la legge n. 3
del 2013. Il primo provvedimento, invero, individua nell’aragonese e nel catalano le lingue proprie
originali e storiche della Comunità.
Nell’arco di un breve periodo, tuttavia, le scelte operate sono state messe nuovamente in
discussione. Con la legge n. 3 del 2013, infatti, non solo è stata attribuita all’esecutivo autonomico
la definizione discrezionale delle aree di insediamento delle comunità linguistiche minoritarie, ma
si è operata una sostanziale regressione delle misure di tutela precedentemente enucleate.
Ambiguo appare anche l’approccio adottato nel riformato statuto di Castilla y Leon. Il documento,
infatti, contiene un espresso riconoscimento dell’asturiano/leonese come oggetto specifico di
protezione.
Diversamente da quanto operato in relazione al castigliano e al gagliego, anch’esso menzionato
nel testo, lo statuto non chiarisce la natura del leonese, lasciando aperta la porta alla sua
configurazione come semplice modalità linguistica.
Un livello ancor più labile di tutela del pluralismo linguistico interno si può da ultimo ritrovare nel
tenore delle disposizioni contenute negli statuti di Andalusia, Extremadura e Melilla.

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Nella stessa direzione sembra muovere lo statuto della Extremadura, da riformato con la L.O.
1/2011. Con una formulazione semplice e generica, infatti, lo statuto inserisce tra i principi rettori
della Comunità il dovere dei pubblici poteri di valorizzare l’identità regionale anche attraverso la
diffusione delle peculiarità linguistiche e culturali locali (art. 7.2). Per quanto più specificamente
riguarda l’aspetto linguistico, il legislatore statuario conferma la scelta verso un modello di tutela
più labile, astenendosi dall’inquadrare alcuni idiomi regionali come lingue ufficiali, ma limitandosi
a inserire tra le competenze esclusive della Comunità autonoma la protezione delle “modalidades
linguisticas propias”.

La garanzia dell’identità linguistica nazionale nella dottrina del Tribunal Constitucional


All’interno di un quadro giuridico regionale così complesso, il governo centrale ha costantemente
manifestato il proprio interesse per la preservazione dell’identità linguistica nazionale.
In tale quadro, nel corso degli anni il Tribunal Constitucional è stato chiamato a chiarire i numerosi
profili lasciati più o meno volutamente ambigui dal Costituente.
Così, con una prima decisione che ha poi influenzato tutta la successiva giurisprudenza, l’alto
giudice ha precisato innanzitutto la portata del Tribunal osserva come, nel silenzio della Carta
costituzionale, l’elemento dell’ufficialità di una lingua non debba derivare tanto dal suo impatto
come fenomeno sociale, quanto dal riconoscimento operato dai poteri pubblici, i quali la utilizzino
come strumento normale di comunicazione verso l’esterno, così come all’interno, attribuendo
all’uso di essa piena validità ed effetto giuridico.
All’ampia apertura operata nei confronti del pluralismo linguistico interno alla comunità spagnola,
peraltro, il Tribunal fa seguire una serie di precisazioni volte a tutelare il castigliano come
elemento di unificazione ed identificazione dell’intero Paese. Così, pur osservando le profonde
garanzie riconosciute dalla Carta alle lingue autonomiche e la sostanziale diversità con
l’impostazione della Costituzione repubblicana del 1931, il Tribunal sottolinea come il dettato
costituzionale contenga una rilevante differenza tra il castigliano e gli altri idiomi, in quanto solo in
riferimento al primo è espressamente previsto l’obbligo di conoscenza da parte di tutti gli spagnoli.
Tale previsione comporta da un lato un vero e proprio obbligo individuale in capo a tutti i cittadini
e, dall’altro, la presunzione da parte degli attori pubblici, che tutti effettivamente conoscano la
lingua nazionale.
Tale ricostruzione dell’assetto delineato dalla Costituzione viene successivamente ripreso e
sviluppato dal Tribunal. Così, in una pronuncia immediatamente successiva sulla legge di
normalizzazione della lingua gagliega, si ribadisce l’incostituzionalità della norma che imponeva
l’obbligo di conoscenza dell’idioma da parte di tutti i gaglieghi.
In tal senso, in una successiva decisione si chiarisce che, mentre non ha alcun valore la
dichiarazione di non conoscenza del castigliano, è pienamente legittima la semplice allegazione di
ignoranza dell’idioma autonomico, ancorché operata da un residente in una comunità che abbia
riconosciuto la coufficialità del predetto idioma.
In tal senso, appaiono coerenti con il dettato costituzionale eventuali disposizioni che individuino
la conoscenza dell’idioma coufficiale come elemento essenziale, o come criterio preferenziale,
nelle procedure di accesso ai ruoli della pubblica amministrazione.
Richiamato il fondamento costituzionale delle misure volte a garantire piena uguaglianza tra il
castigliano e le altre lingue territorialmente riconosciute come coufficiali, il Tribunal ha

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riconosciuto come il dovere di conoscenza del castigliano previsto dall’art. 3 comma 1, CE non
comporti l’utilizzo obbligatorio del solo castigliano come lingua veicolare dell’insegnamento.
Nell’autonomia politica riconosciuta ai legislatori regionali, poi, secondo il Tribunal, appaiono
legittime tanto soluzioni ispirate al bilinguismo separatista di matrice basca, quanto misure volte a
realizzare una congiunzione linguistica di impronta catalana. Sempre al legislatore autonomico va
altresì ricondotta la scelta su quale sistema adottate a livello territoriale, restando escluso, ove
non previsto dalla normativa locale, un diritto dei genitori di richiedere l’utilizzo di un particolare
idioma veicolare nell’insegnamento dei propri figli.
In sostanza, nel corso degli anni il Tribunal ha sottolineato l’esigenza di garantire un equilibrio tra
le lingue presenti nel Paese, osservando come a tale compito siano chiamati in egual forma sia il
legislatore nazionale sia quelli autonomici.

La questione linguistica come banco di prova dei rapporti centro-periferia: la più recente
evoluzione del caso della Catalogna
Nonostante la moderazione predicata dal Tribunal Constitucional, dopo quasi quarant’anni
dall’entrata in vigore della Costituzione, l’equilibrio tra la lingua nazionale e le molteplici varietà
linguistiche del Paese predicato dal Tribunal sembra essere ancora instabile.
In particolare, assume un rilievo fondamentale la politica linguistica portata avanti dalla Cataluna
con l’approvazione del nuovo statuto del 2006 ed i successivi interventi normativi in tema di
istruzione.
All’interno di un quadro complessivo di rivendicazioni identitarie volte ad ottenere una maggiore
autonomia, le disposizioni del nuovo statuto sul tema linguistico sembrano non solo voler
“costituzionalizzare” il quadro normativo vigente, ma anche porre le basi per il superamento
dell’assetto delineato dallo statuto precedente e plasmato dagli interventi del Tribunal
Constitucional.
Sotto diverso profilo, nell’intento di garantire la piena uguaglianza delle lingue ufficiali della
Comunità e l’effettivo esercizio del diritto di opzione linguistica di ogni cittadino, l’art. 33 dello
statuto si stabilisce obblighi in capo alle amministrazioni ed alle istituzioni statali. Così, da un lato si
prevede che tutto il personale dell’amministrazione della giustizia, compresi i magistrati, i notai e i
conservatori dei pubblici registri debbano “attestare, nella forma stabilita dalle leggi, di essere in
possesso di un livello di conoscenza adeguato e sufficiente delle lingue ufficiali, che li renda idonei
all’esercizio delle funzioni” del proprio incarico. Dall’altro, si riconosce il diritto dei catalani di
“rivolgersi per iscritto in catalano agli organi costituzionali e agli organi giurisdizionali di ambito
statale, ai sensi di quanto disposto dal procedimento stabilito dalla corrispondente legislazione.
Anche nel settore dell’istruzione, lo statuto sembra da un lato ribadire quanto già disposto dalla
normativa ordinaria e, dall’altro, porre le basi per un ulteriore sviluppo della lingua locale. In forza
dell’art. 35, infatti, tutte le persone hanno diritto a ricevere l’insegnamento in catalano e
quest’ultimo “deve essere utilizzato normalmente come lingua veicolare e di apprendimento
nell’istruzione universitaria e in quella non universitaria”.
L’obbligo di conoscenza del catalano, del resto, appare strumentale ad una piena partecipazione
dei singoli alla vita della comunità.
All’interno di tale quadro, lo statuto rivendica una competenza esclusiva della Comunità in
relazione al catalano, soprattutto per quanto attiene alla “determinazione della portata, degli usi e

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degli effetti giuridici della sua ufficialità” così come la sua normalizzazione linguistica (art. 143),
assegnando al governo centrale il compito di appoggiare e sostenerne la sua promozione (art. 50).
Come accennato, le soluzioni statuarie sul tema linguistico si inseriscono all’interno della scelta
della Comunità catalana di portare avanti rivendicazioni identitarie volte ad ottenere un maggiore
grado di autonomia.
Così, in primo luogo, l’alto giudice ha dovuto affrontare la legittimità delle disposizioni statuarie
che inquadrano il catalano come lingua di uso normale e preferenziale e dispongono il dovere di
conoscerlo.
Sul primo punto, richiamata la propria dottrina sullo status di ufficialità di una lingua, il Tribunal
osserva come l’inquadramento del catalano come lingua ufficiale e “propria” della comunità
catalana non possa determinare uno squilibrio a danno del castigliano.
In tal senso, configurare uno dei due idiomi come lingua di uso non solo normale, ma anche
“preferenziale” si pone contro il dettato costituzionale, in quanto inquadra suddetto idioma come
strumento tendenzialmente esclusivo, o comunque di uso “prioritario”, di interazione delle
amministrazioni pubbliche.
Se la previsione della natura preferenziale del catalano viene dichiarata costituzionalmente
illegittima, l’intento di mediazione che muove il Tribunal, porta a rendere una interpretazione
costituzionalmente orientata dell’obbligo di conoscenza del catalano.
Analogamente a quanto operato per la disposizione sul dovere di conoscenza del catalano, il
Tribunal adotta una decisione interpretativa anche in relazione alle altre previsioni sul tema
linguistico.
Dopo aver ribadito con forza l’impostazione strettamente territoriale del pluralismo linguistico
spagnolo, limitando la sfera di operatività dei diritti linguistici ai confini regionali, il Tribunal
osserva come lo statuto possa essere considerato conforme al dettato costituzionale in quanto
rimanda alla legislazione di settore la disciplina di attuazione della norma in questione.
Parimenti, costituzionalmente conforme viene giudicata la norma sull’obbligo dei concessionari
pubblici e delle amministrazioni pubbliche catalane di interagire, tanto all’interno quanto
all’esterno, in lingua catalana. Infatti, pur richiamando quanto detto in precedenza sull’illegittimità
di previsioni volte a configurare una lingua come strumento di comunicazione preferenziale e
nonostante la chiarezza del tenore letterale della disposizione in questione, il Tribunal ritiene che
essa rientri nelle misure di “promozione” della lingua regionale e che non vada contro la Carta
costituzionale se interpretata nel senso che la scelta dei cittadini per la lingua castigliana non
comporti formalità ed aggravi procedimentali.
Nel quadro generale, in verità, proprio il settore dell’istruzione continua a rappresentare un banco
di prova per il delicato equilibrio istituzionale sul tema linguistico. Nonostante la mediazione
operata dal Tribunal con la decisione analizzata, infatti, negli ultimi anni i rapporti tra il governo
centrale la Comunità catalana sono diventati sempre più conflittuali; e proprio in tale contesto il
problema delle lingue nell’insegnamento ha rappresentato uno dei temi principali del confronto.
Da un lato, prima ancora della pronuncia del Tribunal, nel 2009 il governo di Barcellona aveva
approvato la nuova legge sull’educazione. Facendo leva sul nuovo statuto, il testo spinge in modo
ancor più deciso per una valorizzazione della lingua catalana, passando dall’originario impianto di
congiunzione linguistica ad un progetto di “immersione” linguistica.
Più in generale, come accennato, al fine di assicurare che il catalano possa costruire la lingua di
riferimento, rappresentando così un fattore coesione sociale, la nuova disciplina prevede una vera
e propria strategia educativa volta a garantirne un uso intensivo sia come lingua veicolare sia come

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materia di studio (art. 15).


In modo ancor più netto rispetto al passato, si individua in esso l’idioma da utilizzare per tutte le
attività ed i materiali didattici, così come per le prove di valutazione delle diverse materie, ad
eccezione di lingua e letteratura castigliana e lingua straniera.
Pur rispettando formalmente la dottrina del Tribunal sulla necessità che il castigliano non sia
escluso dai piani didattici, pertanto, il nuovo sistema relega la lingua nazionale in posizione
chiaramente secondaria; il tutto, sembra, in un’ottica di sostanziale nazionalizzazione linguistica
della popolazione residente.
Sulla scorta della posizione assunta dal Tribunal nella decisione sullo statuto del 2006, invero, a
partire dal 2011, il Tribunal Supremo ha cercato di arginare la centralità del catalano, recuperando
il ruolo attribuito dal sistema alla lingua castigliana.
Per parte sua, il governo centrale ha recentemente approvato la legge organica n. 8 del 9
dicembre 2013 sul miglioramento della qualità dell’educazione (LOMCE) con la quale si riforma
profondamente la precedente legge sull’istruzione (L.O. n. 2 del 3 maggio 2006, LOE) anche in
tema linguistico. Oltre ad intervenire profondamente sulla individuazione dei piani curriculari delle
diverse fasi scolastiche, la legge prevede che nelle Comunità autonome in cui siano previste lingue
coufficiali, l’insegnamento della lingua e della letteratura locale e di quella nazionale debbano
avvenire nelle rispettive lingue di riferimento.
In generale, la legge prevede che le autorità didattiche debbano garantire un’offerta formativa in
cui il castigliano sia usato come lingua veicolare con una “proporcion razonable”. Il Ministero
dell’Educazione è chiamato a vigilare su tale obbiettivo. A tal fine, in assenza di un’organizzazione
pubblica adeguata, ha la possibilità di assumere integralmente i costi della scelta dei genitori per
un percorso educativo presso centri privati che assicurino gli obbiettivi in questione, imputando la
spesa alle Comunità autonome inadempienti (nuova disposizione addizionale trigesima octava
LOE).
Il diritto dei genitori di richiedere l’uso del castigliano come lingua veicolare nell’educazione dei
propri figli ha trovato poi successiva implementazione attraverso un regolamento governativo del
2014 (RD 591/2014).
Tra le norme impugnate si possono ritrovare anche le disposizioni riportate sulla disciplina dell’uso
delle lingue.
Tenuto conto del rischio di deflagrazione delle istanze secessioniste, tuttavia, è ipotizzabile, oltre
che auspicabile, che ancora una volta l’alto giudice si richiami al suo approccio di mediazione tra il
riconoscimento di una tutela delle identità linguistiche territoriali patrocinata dalle autonomie
regionali e la difesa della lingua nazionale costantemente promossa dal legislatore centrale.

MALTA
Prestigio politico e sociale di una lingua forestiera vs tutela giuridica della lingua nazionale: il
bilinguismo zoppo dell’esperienza maltese
Rispetto alle esperienze finora analizzate, il sistema maltese si caratterizza per la peculiare
previsione di uno status di coufficialità nazionale in capo a due lingue differenti.
A dire il vero, il caso di Malta viene solitamente annoverato tra i sistemi costituzionali caratterizzati
da lingue nazionali in posizione di debolezza rispetto ad altre lingue non nazionali. Simile giudizio
deriva dal ruolo di forza esercitato dalla lingua inglese in forza del governo coloniale britannico

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avutosi tra il 1800 e il 1964.


Complice la vicinanza al continente africano, l’idioma maltese è l’unica lingua europea del ceppo
afroasiatico: il dominio arabo esercitato fino alla cacciata operata dai normanni nel XIII secolo
influenzò fortemente la nascita della lingua moderna.
Il successivo passaggio sotto la signoria siciliana portò un profondo cambiamento nell’assetto
linguistico del Paese. Da un lato, infatti, la lingua maltese si arricchì di vocaboli e strutture lessicali
italiane; dall’altro, si poté osservare una vera e propria diffusione della lingua italiana, che venne
assunta quale lingua del ceto nobiliare e, di conseguenza, dell’amministrazione.
La situazione cambiò solo nel 1934, allorquando la resistenza al tentativo di annessione operato
dal regime fascista portò a recidere ogni legame formale con l’Italia. Fu in questo frangente che si
ebbe la prima affermazione dell’inglese e del maltese come lingua ufficiali.
La scelta del bilinguismo si innesta nel processo di costruzione dell’identità nazionale avviatosi
durante il XIX secolo, allorquando, il maltese iniziò ad essere usato anche come lingua letteraria.
Il composito panorama linguistico che così si venne a creare si è mantenuto anche all’indomani
della fine dell’esperienza coloniale. La Costituzione del 1964, infatti, delinea un sistema bilingue.
Sulla scorta del modello tratteggiato nella Carta costituzionale irlandese, il testo individua il
maltese come lingua nazionale; parallelamente, però, riconosce la coufficialità dell’inglese (art. 5).
Rispetto al modello irlandese, peraltro, la Carta maltese sembra prevedere misure in grado di
garantire una più effettiva tutela della lingua nazionale. Pur all’interno di un impianto
sostanzialmente bilingue, infatti, salvo deroghe espressamente disposte dal Parlamento, il maltese
viene individuato come lingua di riferimento in ambito giudiziario.
Anche a livello educativo il sistema si caratterizza per un modello di istruzione bilingue. Previsto
come obbligatorio sin dal 1946, l’insegnamento del maltese è posto sullo stesso livello dell’inglese.
Spetta quindi agli istituti adottare delle linee di sviluppo che garantiscano pari importanza sia
all’inglese che al maltese. Pur nella parità di status, il sistema sembra riconoscere al maltese la
funzione di strumento volto a maturare un senso di identità nazionale mentre all’inglese,
comunemente riconosciuto come mezzo di comunicazione internazionale, viene attribuito il
compito di permettere l’accesso ad una conoscenza e una cultura universale.
L’intento di promuovere la conoscenza della lingua nazionale come elemento identitario emerge
chiaramente anche dal Maltese Language Act del 2005 (Act V of 2004, Chapter 470). Nel
provvedimento si afferma espressamente, infatti, che il maltese costituisce un elemento essenziale
del patrimonio nazionale che differenzia la popolazione maltese da tutti gli altri popoli.
Proprio l’impianto della legge sulla lingua nazionale, tuttavia, pone in luce, sotto il profilo
normativo, la complessità e delicatezza del quadro linguistico locale. Se è vero, infatti, che il
provvedimento enuclea chiaramente la centralità del maltese nella definizione dell’identità
nazionale e richiede l’intervento dello Stato per la sua protezione, bisogna comunque rilevare
come lo stesso provvedimento privi di tali disposizioni di una efficacia sostanziale, escludendone
l’applicazione davanti agli organi giudiziari.
La maggior importanza dell’inglese come lingua di comunicazione a livello internazionale, unita
alle caratteristiche del sistema produttivo maltese, ha portato non solo ad un uso preferenziale
della stessa nella vita pubblica, ma anche alla convinzione, diffusa soprattutto nelle classi sociali
medio alte, dell’opportunità di apprendere e utilizzare tale idioma anche nelle relazioni familiari.
Così, nonostante il maltese sia lingua madre del 98% della popolazione, nella scrittura solo il 43%
utilizza la lingua nazionale, mentre il 44% preferisce ricorrere all’inglese.
Più che di un bilinguismo perfetto, sembra quindi potersi parlare di un bilinguismo bilanciato. In

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sostanza, nonostante l’assenza di prescrizioni specifiche, pur nella consapevolezza del valore
identitario del maltese, si può scorgere una sorta di colonialismo culturale e linguistico britannico.

CIPRO
Il bilinguismo nel sistema costituzionale cipriota: tra fattori di divisività e aspirazioni verso una
maggiore integrazione
Molti degli elementi che caratterizzano il caso maltese possono essere ritrovati nell’analisi
dell’esperienza cipriota.
Da un punto di vista strettamente linguistico, i due sistemi costituiscono gli unici due modelli
dell’area centro-meridionale dell’Unione europea a riconoscere, senza ulteriori specificazioni,
l’ufficialità di due lingue.
Come Malta, Cipro è stata storicamente terra di conquista e ha visto il sovrapporsi di molteplici
dominazioni che hanno lasciato il segno nel quadro linguistico del Paese. In questo contesto,
anche la dominazione britannica ha avuto delle conseguenze importanti.
Rispetto all’omogeneità etnica e culturale della popolazione di Malta, infatti, la prossimità
dell’isola cipriota alla Grecia e alla Turchia portò al consolidamento della posizione di egemonia
delle comunità rispettivamente di origine greca e turca.
La giurisdizione britannica sull’isola prese avvio solo nel 1878 come forma di protettorato, ma solo
nel 1914, con l’ingresso della Turchia nel primo conflitto mondiale al fianco della Germania, il
Regno Unito procedette all’annessione dell’isola nei propri domini. Il regime coloniale così
instaurato perdurò fino all’acquisizione dell’indipendenza e all’approvazione della Costituzione del
1960. Ora, la complessa composizione sociale, da un lato, e il delicato status giuridico dell’isola,
dall’altro, indussero le autorità britanniche ad adottare un atteggiamento di laissez-faire
linguistico, lasciando alle due comunità di riferimento la gestione sostanziale del tema. Solo con la
piena introduzione del regime coloniale il Governo di Londra avviò un percorso di inserimento
della lingua inglese nel funzionamento degli uffici pubblici, nel settore dell’istruzione e, in
generale, nella vita pubblica della comunità locale.
Simile assetto di trilinguismo di fatto si protrasse anche dopo l’entrata in vigore della Carta
costituzionale del 1960. Diversamente da quanto accaduto a Malta, infatti, il Costituente non
aveva riconosciuto alla lingua inglese lo status di ufficialità ma, per esigenze di continuità tra
vecchio e nuovo regime, aveva preveduto un periodo transitorio di 5 anni, nei quali, per un verso,
le norme approvate in inglese e non abrogate trovassero comunque applicazione e, per altro
verso, la stessa lingua potesse essere utilizzata in tutti i procedimenti giudiziari (art. 189).
Complice la delicatezza del quadro politico interno, il definitivo superamento di tale periodo
transitorio è avvenuto solo verso la fine del secolo scorso con l’approvazione della traduzione
ufficiale delle leggi ancora vigenti redatte in inglese.
Come accennato, diversamente da Malta, Cipro si caratterizza per la presenza, su due aree
distinte, di due gruppi politici di riferimento, quello greco e quello turco, i cui insediamenti
risalgono storicamente alle epoche di dominazione da parte della comunità di fede cristiana
ortodossa e di quella mussulmana ottomana. L’aspetto religioso di tali gruppi rappresenta un
elemento fondamentale per poter comprendere l’evoluzione e, in ultima analisi, il quadro vigente
dell’esperienza cipriota.
Le divergenze religiose, da un lato, e la diversa sistemazione geografica all’interno dell’isola,

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dall’altro, rappresentarono sin dall’inizio degli ostacoli alla nascita di una identità nazionale.
Ciò si ripercosse non solo sull’unità “politica” della comunità nazionale, ma anche sulla tutela e
valorizzazione dei profili identitari propri delle due formazioni sociali locali.
In questo quadro, il riconoscimento dell’indipendenza e l’approvazione della Carta costituzionale
del 1960 sembravano voler aprire una fase nuova.
Sotto un primo profilo, la Carta costituzionale muove verso un bilinguismo paritario. Così, l’art. 3
non solo riconosce la coufficialità della lingua greca e di quella turca, ma dispone che tutti gli atti
amministrativi, esecutivi e legislativi devono essere redatti e, se prescritto, pubblicati in entrambe
le lingue.
Diversamente da quanto accade a Malta, per esempio, in caso di contrasto tra le due differenti
versioni linguistiche di un medesimo documento, la disposizione costituzionale in esame prevede
in generale l’attivazione di un procedimento avanti ad un organo giudiziario indipendente.
Sotto un diverso profilo, diversamente da quanto riscontrabile in altre esperienze costituzionali
caratterizzate da similare complessità sociale, forse anche a causa della relativamente ridotta
dimensione territoriale e della presenza di membri di entrambe le comunità su tutto il territorio
nazionale, la Carta costituzionale sembra optare per un modello di tipo personalistico. In questo
senso operano in primo luogo le previsioni dell’art. 2, in forza delle quali ogni cittadino deve
obbligatoriamente far parte della comunità turca o di quella greca.
La natura personalistica del modello emerge dal riconoscimento che i principali diritti linguistici,
quali quello di utilizzare la propria lingua nei procedimenti giudiziari e nei rapporti con la pubblica
amministrazione, seguono l’appartenenza ad una determinata comunità e non la residenza in un
determinata area territoriale. Analogamente, il diritto all’istruzione nella propria lingua materna è
garantito sull’intero territorio insulare attraverso il riconoscimento di precise competenze
normative e amministrative in capo alle assemblee rappresentative delle comunità (artt. 20 e 87).
A ben vedere, però, nonostante il rifiuto della soluzione puramente territoriale, l’impianto
complessivo della Carta costituzionale palesa un timore di fondo per la convivenza delle due
principali anime del corpo sociale all’interno della nuova struttura costituzionale. In questo senso
si può spiegare la scelta di articolare le strutture istituzionali secondo un bilanciamento in grado di
rispecchiare la consistenza demografica delle due comunità, assicurando rispettivamente il 70%
delle cariche alla comunità greca e il 30% a quella turca. Nella stessa direzione muove la riserva di
competenze normative e amministrative alle assemblee direttamente rappresentative delle due
comunità.
La circostanza trova espressa conferma nell’art. 108 della Carta costituzionale, in forza del quale le
due comunità hanno diritto di ricevere sostegni economici dai governi nazionali di riferimento per
le proprie istituzioni educative e culturali, così come possono richiedere a questi stessi governi il
distacco di un numero di professori e responsabili culturali necessari per poter svolgere le attività
proprie di tali uffici.
All’indomani dell’entrata in vigore della Carta costituzionale, simile assetto inevitabilmente
favorisce la perpetuazione del modello di rapporti consolidatosi nel corso dei secoli.
La mancata rappacificazione “nazionale” porta in breve tempo al riacutizzarsi del conflitto tra le
due comunità di riferimento in un crescendo che si concretizzò nella guerra civile, nell’invasione da
parte delle forze armate turche e nell’instaurazione di fatto di un nuovo Governo di Ankara.
In questo stato di eccezione che perdura ancora oggi, anche il modello linguistico delineato dal
costituente vide una profonda trasformazione.
Eccezion fatta per alcuni aspetti marginali, l’impianto personalista venne sostituito da un approccio

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marcatamente territoriale. Se è vero che nella parte meridionale dell’isola le leggi e i principali atti
pubblici sono pubblicati in entrambe le lingue nazionali, così come l’utilizzo della lingua turca è
presente nei procedimenti giudiziari e, almeno in parte, nel settore dei media, bisogna tuttavia
rilevare come il distacco della parte settentrionale abbia determinato una semplificazione della
composizione della base sociale favorendo la concentrazione territoriale delle relative comunità
etnico-linguistiche.
Così, mentre la parte meridionale dell’isola si caratterizza per la difesa e promozione dell’uso della
lingua greca nell’istruzione così come nel funzionamento dell’apparato amministrativo e, più in
generale, nella vita pubblica, la parte sotto il controllo di fatto del governo filo-turco si connota per
un uso pressoché esclusivo della lingua turca.
Ancora una volta, quindi, si può assistere alla sistematica recezione delle versioni vernacolari
standardizzate e, più in generale, delle politiche culturali dei Paesi di riferimento; il tutto con
conseguente svalutazione delle peculiarità storiche dell’isola, sia linguistiche che culturali, e con
evidente limitazione del margine di tutela delle, seppur ridotte, minoranze linguistiche presenti
sull’isola.
Solo negli ultimi anni si è potuto osservare un lento ma progressivo movimento per il recupero del
patrimonio linguistico proprio dell’isola. Così, da un lato sia il greco che il turco cipriota hanno
fatto la loro graduale apparizione nei curricula scolastici e in alcuni media locali.
Dall’altro lato, il processo di avvicinamento all’Unione europea ha visto la ratifica della
Convenzione quadro sulla protezione delle Minoranze nazionali e della Carta europea sulle lingue
regionali o minoritarie e la individuazione di limitate forme di tutela per le comunità linguistiche
allofone. Il dato appare di particolare interesse in quanto, attraverso il recupero di un patrimonio
linguistico culturale storico, potrebbe concretamente rappresentare il primo passo di un percorso
di avvicinamento delle due componenti sociali dell’isola, pur nel rispetto delle proprie peculiarità
culturali.
Ad oggi, tuttavia, sembra che tale traguardo sia ancora lontano. Da uno sguardo complessivo
infatti emerge come, piuttosto che il frutto di due visioni nazionali, proprie di comunità
storicamente radicate nel territorio, l’attuale assetto sia ancora il portato di politiche linguistiche
nazionaliste dei due kin States di riferimento. Più che di pluralismo o nazionalismo linguistico,
allora, per l’esperienza cipriota sembra più corretto parlare di un caso di colonialismo linguistico.

IL “POSTO” DELLA LINGUA NEGLI STATI DELL’EUROPA SETTENTRIONALE


DANIMARCA
L’identità linguistica danese tra indifferenza storica della Carta costituzionale e apertura verso
patrimoni culturali alieni
Collocata in una posizione periferica, più vicina alle realtà dell’area scandinava che alle limitrofe
esperienze dell’Europa continentale, all’interno della sua evoluzione millenaria la Danimarca si è
caratterizzata per una sostanziale conservazione del tessuto sociale ed una fondamentale
omogeneità etnica e culturale.
Gli unici fattori di differenziazione riguardano le parti periferiche del Paese. Da un lato, infatti, si
può osservare come l’area settentrionale dello Schleswig, posizionato nella parte meridionale della
penisola dello Jutland, storicamente caratterizzata da un dato demografico composito e posta

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definitivamente sotto la giurisdizione danese alla fine del primo conflitto mondiale, veda la
presenza di un’apprezzabile comunità di origine tedesca. Dall’altro lato, il processo di
trasformazione e ridimensionamento che ha caratterizzato il regno danese nel corso degli ultimi
secoli ha visto restare sotto la giurisdizione ultima di Copenaghen le Isole Far Oer e la Groenlandia.
Da un punto di vista puramente demografico, invero, l’impatto di tali aree sulla composizione
etnico-linguistica del Paese risulta essere fortemente limitato. All’interno di una popolazione di più
di 5 milioni di abitanti, infatti, la comunità di lingua tedesca residente nell’area meridionale conta
indicativamente cinquantamila membri.
In questo contesto, il tema del regime linguistico ha svolto storicamente un ruolo del tutto
secondario. Nella Carta costituzionale danese, invero, non vi è riferimento alcuno al problema
della disciplina dell’uso delle lingue; sia il tema della lingua nazionale sia il problema delle
minoranze linguistiche è del tutto assente dal quadro costituzionale.
Per quanto riguarda la comunità Inuit presente in Groenlandia e quella stanziata sulle Isole Far
Oer, sebbene a livello internazionale il governo nazionale abbia sinora rifiutato di impegnarsi per
una loro protezione, l’ordinamento prevede una tutela forte.
In tale quadro, è stata inserita la previsione sulla piena autonomia in tema di scelta sull’uso della
lingua nella vita pubblica. In questo modo, accanto alla lingua danese, in entrambe le aree si può
osservare un diffuso utilizzo degli idiomi locali nella vita pubblica quotidiana.
Per quanto riguarda, invece, lo status della comunità di lingua tedesca presente nella parte
meridionale del Paese, la scelta operata dal governo danese è stata storicamente quella di
concordare con il kin State di riferimento le misure da adottare; ciò nell’ottica di una
collaborazione reciproca per la soluzione dei problemi delle rispettive comunità nazionali poste al
di fuori dei propri confini. Così, sin dal 1955 le comunità di origine tedesca e quella di origine
danese rispettivamente presenti in Danimarca e in Germania sono tutelate da una dichiarazione
congiunta resa dai due Paesi.
Proprio la previsione di una connessione stretta con il kin State rappresenta il perno del sistema di
tutela della comunità germanofona. Da un punto di vista pratico, infatti, le misure di maggior
rilievo sono garantite grazie anche, e soprattutto, al contributo del governo tedesco.
Per converso, nei settori in cui il contributo del governo tedesco è assente, il livello di tutela della
comunità germanofona appare sostanzialmente limitato. Così, appare fortemente circoscritto il
ricorso all’utilizzo del tedesco in campo toponomastico e, più in generale, nell’attività della
pubblica amministrazione.
In una simile cornice di fondo, peraltro, è un altro il dato che sembra caratterizzare l’esperienza
danese più di altri sistemi costituzionali.
Diversamente da quanto accade nella generalità degli altri Paesi del continente, la politica
linguistica del governo danese non solo non assume un’impostazione nazionalistica, ma muove
verso la trasformazione di una consolidata identità linguistica autoctona nel senso di una spinta
integrazione con una lingua estranea al patrimonio culturale storico del Paese. Così, non solo i
provvedimenti governativi non tentano di sostituire parole inglesi di uso comune con vocaboli
danesi equivalenti, ma spingono verso un’adeguata conoscenza dell’inglese; ciò, da un lato,
attraverso l’insegnamento obbligatorio di questa lingua a partire dal primo anno di istruzione e,
dall’altro, con misure di sostegno alla trasmissione in lingua originale dei programmi televisivi
stranieri.
Il dato sociologico, tuttavia, non è l’unico elemento di rilievo. Per un altro verso, infatti,
l’individuazione delle misure linguistiche adottate risiede in regioni prevalentemente di ordine

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economico. All’interno di un quadro caratterizzato da una dimensione demografica limitata e da


un tessuto economico produttivo di rilievo secondario rispetto ad altre realtà europee, complice
una posizione geopolitica importante, il governo danese ha puntato sul rafforzamento del Paese
nelle dinamiche delle relazioni e degli scambi internazionali.
La circostanza che la lingua venga vissuta più come mezzo di integrazione della comunità danese
nel contesto economico internazionale che come strumento di integrazione delle diverse identità
linguistiche del Paese, trova del resto conferma nel fatto che, prescindendo dai pochi istituti
scolastici attivati dalla comunità germanofona, nonostante la sua posizione qualificata nel tessuto
sociale per la presenza di una comunità minoritaria e la vicinanza con la Germania, proprio il
tedesco viene scelto solo come seconda lingua straniera (accanto allo svedese e al francese),
restando ben salda la preferenza comune per lo studio dell’inglese come prima lingua da
affiancare a quella materna.

OLANDA
Il peso delle relazioni internazionali nella politica linguistica olandese
Rispetto all’esperienza danese il quadro olandese presenta una complessità maggiore. Da un lato,
in virtù della storia coloniale del Paese e della tradizionale apertura verso i flussi migratori, il peso
delle componenti etniche allogene sulla composizione della popolazione nazionale è ancor più
evidente rispetto al dato danese. Dall’altro lato, complice anche la diversa densità demografica, la
dimensione delle comunità autoctone con identità linguistica differente da quella nazionale
appare sicuramente più importante.
Alla luce di tali elementi, la politica linguistica nazionale si è tradizionalmente mossa in una duplice
direzione. Per un verso, infatti, si possono ritrovare soluzioni, analoghe a quelle adottate in
Danimarca in tema di istruzione e di mezzi di comunicazione, volte a favorire la diffusione della
lingua inglese come lingua franca; e ciò, come affermato per l’esperienza danese, non solo e non
tanto con il fine di permettere una maggiore integrazione della componente straniera nel tessuto
sociale nazionale, quanto con l’intento di accrescere la diffusione della lingua inglese presso la
comunità nazionale al fine di agevolare una maggiore attrattività del Paese sul piano
internazionale.
Per un altro verso, il sistema olandese offre un modello composito di tutela delle minoranze
linguistiche presenti al proprio interno.
In particolare, gli idiomi in relazione ai quali il Paese ha assunto specifici obblighi di protezione
sono il frisone, il limburghese, il basso sassone, il romanì e l’yiddish. Il livello di tutela e di
diffusione di questi idiomi nella vita comune è tuttavia altamente differenziato. Nel corso degli
ultimi anni, infatti, il governo centrale ha adottato misure organiche e strutturali solo in relazione
alla lingua frisone.
Pur all’interno di un sistema di governo centralizzato, invero, gli interventi normativi che si sono
susseguiti nel corso degli ultimi anni hanno cercato di sviluppare e valorizzare le competenze del
livello di governo provinciale della Frisia.
La collaborazione tra il governo nazionale e provinciale ha insistito sin dall’inizio sul sostegno e
finanziamento di mezzi di comunicazione radiotelevisiva che offrissero una programmazione nella
lingua minoritaria e sulla predisposizione di un sistema di istruzione in grado di migliorare la
diffusione del frisone.

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I dati più recenti, in particolare, rivelano come il 30% delle strutture di istruzione materna e il 10%
delle scuole primarie dell’area provinciale abbiano optato per il modello di istruzione plurilingue.
All’ampia utilizzazione della lingua frisone nel settore comunicativo e dell’istruzione, peraltro, non
si è accompagnata una pari diffusione nell’attività delle pubbliche amministrazioni.
A fronte delle richieste della comunità provinciale, tuttavia, il 4 giugno del 2013 il Parlamento
olandese ha approvato una legge sull’uso della lingua frisone. Nell’intento di rendere più effettivo
l’utilizzo della lingua minoritaria in questione, la norma afferma come, all’interno del territorio
provinciale tale idioma assuma, insieme all’olandese, lo status di lingua ufficiale.
In assenza di garanzie di livello costituzionale a favore della lingua minoritaria in questione,
peraltro, le misure di tutela adottate non sembrano essere al sicuro da possibili cambiamenti nella
politica linguistica del governo centrale. Seguendo linee elaborate anche in altre esperienze
costituzionali, infatti, negli ultimi anni il governo olandese ha avviato un processo di accorpamento
delle realtà locali e un’opera di razionalizzazione dei servizi che potrebbe portare, tra le altre
misure, alla centralizzazione della gestione del sistema di comunicazione radiotelevisiva e alla
ridefinizione dei numeri minimi per l’attivazione delle strutture scolastiche.
Da un lato, infatti, l’accentramento delle competenze sul sistema radiotelevisivo potrebbe
comportare una riduzione dei finanziamenti in favore dell’emittente provinciale che nel corso degli
ultimi anni ha progressivamente realizzato una programmazione in lingua frisone complessa e
organica. Dall’altro lato, l’accorpamento di tribunali e municipalità, così come la razionalizzazione
degli istituti scolastici, potrebbero limitare la diffusione e l’effettivo utilizzo del frisone nella vita
pubblica locale.
Complici l’impostazione prettamente territoriale del sistema di protezione e la scelta di limitare
l’applicazione delle garanzie ai soli soggetti in possesso della cittadinanza olandese, nonostante gli
impegni assunti a livello internazionale, si può sostanzialmente rilevare l’assenza di forme
concrete di tutela in capo alle comunità di lingua yiddish e romanì.
Da ultimo, per quanto riguarda il limburghese e il basso sassone, diversamente da quanto operato
con il frisone, il governo olandese ha essenzialmente delegato ogni responsabilità ai livelli locali di
governo. Ciò ha determinato non solo una evidente limitazione delle risorse economiche da
destinare alla promozione e salvaguardia di tali identità linguistiche ma anche un quadro
normativo ancor più incerto.
In questo contesto, nella provincia limburghese, l’utilizzo della lingua regionale è assicurato
unicamente dalla conoscenza diffusa della medesima in seno alla comunità locale; ancora più
debole è la protezione del basso sassone, assicurata unicamente dalla predisposizione, in alcune
realtà municipali, di mediatori linguistici. In ogni caso, in entrambe le aree l’unica lingua utilizzata
nella redazione di documenti e provvedimenti amministrativi rimane quella nazionale.
Analogamente, a livello educativo né il limburghese né il basso sassone sono utilizzati come lingue
veicolari. Il loro insegnamento non solo è facoltativo, ma è erogato unicamente in un numero
limitato di strutture e molto spesso da personale docente non adeguatamente formato.
Il dato assume ancor più rilievo soprattutto in relazione alla tutela della lingua limburghese, se solo
si considera la dimensione della popolazione potenzialmente interessata. Diversamente dal
frisone, parato da circa 450.000 persone, l’identità linguistica limburghese accomuna più di un
milione di persone, delle quali una percentuale altissima ha piena padronanza della lingua
minoritaria.
In tal senso, allora si può conclusivamente osservare come, nonostante il silenzio della Carta
costituzionale, analogamente a quanto osservato per la Danimarca, l’approccio del sistema

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olandese al tema linguistico non sia neutro ma dipenda in ultima analisi dalle scelte di politica
internazionale del governo centrale.

REGNO UNITO
Il fattore linguistico nel Regno Unito tra tendenze devolutive e radici coloniali
Complice la sua dimensione coloniale, l’interesse del legislatore nazionale è stato tradizionalmente
attratto dal problema dell’integrazione tra la comunità nazionale e le comunità originarie delle
aree coloniali storicamente poste sotto l’influenza del regno.
Il tema delle competenze sull’utilizzo e valorizzazione del patrimonio linguistico interno ha, infatti,
accompagnato il percorso devolutivo del sistema britannico.
Più in generale, la regionalizzazione del tema linguistico ha portato ad una differenziazione del
livello di garanzie. Il modello più efficace riguarda sicuramente l’area del Galles. Già prima
dell’avvio del processo devolutivo, infatti, il Welsh Language Act del 1993 aveva attribuito al
gallese lo status di lingua ufficiale al fianco dell’inglese. Da ultimo, nel 2011 il governo regionale ha
ulteriormente rafforzato l’impegno verso la valorizzazione del gallese con l’approvazione del
Welsh Language Measure.
Così, oltre ad un’impostazione sostanzialmente bilingue dell’attività del governo regionale, il
sistema mira a rendere possibile ricorrere al gallese non solo nei rapporti con le amministrazioni
pubbliche territoriali ma anche nel settore dei servizi pubblici.
Il punto di forza della politica linguistica regionale, peraltro, risiede nel sistema educativo. Nel
corso degli anni, infatti, si è potuto assistere ad una progressiva diffusione di istituti in cui fosse
previsto l’insegnamento in o del gallese.
Meno sicuro appare il quadro scozzese. Se da un lato, infatti, nel corso degli ultimi anni la
questione identitaria a livello regionale ha assunto un peso sempre crescente, culminato con il
referendum del 2014 sulla secessione e con l’attuale processo di ulteriore devoluzione di poteri,
dall’altro lato, il tema linguistico non sembra essere stato al centro dell’agenda politica del
Governo e del Parlamento scozzese ha approvato il Gaelic Language (Scotland) Act del 2005 nel
quale è stata, da un lato, prevista la creazione di un organismo di vigilanza (il Bord na Gaidhlig) e,
dall’altro, la definizione di una serie di piani linguistici volti a implementare l’uso del gaelico nelle
amministrative locali e regionali.
Anche da un punto di vista educativo, sebbene negli ultimi anni il Governo abbia spinto per la
valorizzazione del gaelico nei piani curriculari, ancor oggi si può osservare un certo livello di
discontinuità tra i cicli di istruzione che ostacola una piena diffusione della lingua regionale.
Ancor più problematico rispetto al modello scozzese, appare il contesto nordirlandese. In questa
regione, infatti, il tema linguistico si intreccia inevitabilmente con la più complessa e delicata
questione religiosa. Così, nonostante l’impiego verso il definitivo superamento della fase
conflittuale tra le due anime della regione, tradotto nell’accordo di Belfast del 1998 e in quello di
St. Andrew del 2006, l’atteggiamento difensivo delle parti in campo ha sostanzialmente portato ad
uno stallo del sistema che ha riguardato anche il dato linguistico e culturale. Invero, l’accordo da
ultimo menzionato impegnava espressamente il governo ad adottare una legge sulla lingua
irlandese che rispecchiasse il modello gallese e, più in generale, a proteggere e sviluppare non solo
l’irlandese ma anche il patrimonio linguistico e culturale proprio dell’Ulster Scots.
In questo contesto, la politica linguistica regionale a favore dell’irlandese si sostanzia

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essenzialmente nel finanziamento della programmazione radiotelevisiva e nel tentativo di


allargare il bacino di utenza interessato dall’utilizzo delle lingue minoritarie all’interno del sistema
educativo.
Da un punto di vista demografico, anche in virtù del fatto che solo negli ultimi anni i flussi
migratori hanno visto una forma di regolamentazione, i gruppi di individui originari di aree o Paesi
stranieri che hanno subito l’influenza britannica costituiscono talvolta realtà molto più grandi delle
minoranze nazionali “autoctone”. In tale cornice, un elemento di non secondaria importanza è
rappresentato dal fatto che queste comunità contengono molto spesso al loro interno soggetti
appena entrati nel territorio nazionale, e quindi in posizione non dissimile da quella degli stranieri
o, se inquadrati in una prospettiva collettivistica, delle nuove minoranze, e individui oramai
radicati nel tessuto sociale locale, e quindi oramai equiparati in tutto e per tuto ai cittadini
britannici.
Ora, mentre per le identità minoritarie del cornico e del gaelico dell’isola di Man il sistema prevede
alcune forme minime di tutela (molto spesso consistenti in finanziamenti di attività culturali e
programmi di insegnamento della lingua), la disciplina relativa alle minoranze “non autoctone”
mira sostanzialmente a garantire l’apprendimento della lingua inglese (o, talvolta, della lingua
regionale) nell’intento di portare ad una effettiva integrazione dei soggetti allofoni nella più ampia
comunità nazionale.
A partire dal 2008, infatti, il sistema locale di istruzione prevede la possibilità di inserire nel
curriculum dell’insegnamento delle lingue moderne anche idiomi non europei che possano
rispondere ad un interesse diffuso dei membri delle comunità locali appartenenti a minoranze
etniche allogene. In questo senso, quindi, aprendo anche all’insegnamento di lingue proprie delle
nuove minoranze, la scuola si pone non solo come momento di conservazione delle identità
linguistiche originarie di parte della comunità territoriale, ma anche come strumento di
integrazione tra anime e identità differenti della stessa collettività.

GERMANIA
L’unità come limite all’autonomia linguistica dei Lander in Germania
Da un punto di vista demografico, invero, la Germania rappresenta il Paese più grande dell’Unione.
Le pur apprezzabili minoranze linguistiche storicamente presenti al suo interno, quali quelle di
lingua soraba, frisone, danese e romanì, con una consistenza complessiva di circa 250.000
individui, costituiscono una parte estremamente esigua di una popolazione nazionale che si
attesta attorno a 80 milioni di persone.
Senza contare i soggetti naturalizzati, infatti, le ultime statistiche parlano di circa 7 milioni di
stranieri stabilmente residenti sul territorio tedesco.
Simile quadro sociale si inserisce in un sistema fortemente influenzato dal modello federale
enucleato nella Carta del 1949 e, più in generale, dalla lettura del fenomeno politico proprio della
cultura costituzionale tedesca. Così, all’interno di un federalismo profondamente connotato
dall’idea ottocentesca di nazione, la Legge Fondamentale ha optato per lasciare ai singoli Lander
ogni valutazione sulla regolamentazione complessiva del fenomeno linguistico; ciò anche in
considerazione della intima connessione del tema con i profili più propriamente culturali. La Carta
costituzionale si limita quindi ad affermare il divieto di discriminazioni basato su motivazioni
linguistiche (art. 3), individuando in esso una sorta di norma di chiusura atta a garantire l’unità del

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sistema.
In questo contesto, si può quindi osservare, una pluralità di modelli adottati dai diversi governi
regionali interessati. Invero, la diversa composizione demografica delle rispettive comunità
regionali, unitamente a fattori diversi come i rapporti di cooperazione con realtà statuali
confinanti, hanno finora influito in modo rilevante sulle politiche linguistiche adottate nei diversi
Lander.
Così, per un verso, si possono riscontrare Lander, quali la Bassa Sassonia, ove il fattore linguistico è
inserito nella definizione del principio di uguaglianza analogamente a quanto fatto dal Costituente
federale. In altre regioni, come Sassonia-Anhalt, Meclemburgo-Pomerania e Renania-Palatinato, il
legislatore statuario ha invece optato per l’inserimento di un generico riconoscimento delle
minoranze etniche e di un semplice dovere di rispetto da parte del governo regionale.
Per contro, nei Lander maggiormente interessati dalla presenza di comunità territoriali connotate
da un’identità linguistica minoritaria, le disposizioni statuarie si fanno più precise e gli impegni più
dettagliati. In tal senso, si possono menzionare le esperienze di Sassonia e Brandeburgo, ove la
presenza, storicamente datata, di piccole comunità con una significativa rappresentanza di lingua
soraba ha indotto a prevedere nelle carte statuarie espresse garanzie.
Ancor più complessa appare la linea elaborata dal legislatore statuario dello Schleswig-Holstein.
Regione costiera posta al confine meridionale della Danimarca, il Land in questione si caratterizza
per la compresenza, al suo interno, di comunità linguistiche differenti. Da un lato, infatti,
analogamente a quanto osservato con riferimento al sistema danese, il riassetto geopolitico
conseguente alla fine del primo conflitto mondiale ha lasciato sotto la giurisdizione tedesca
un’area popolata da un gruppo di lingua danese. Dall’altro lato, la regione rientra storicamente
nell’area propria dell’insediamento della popolazione di lingua frisone.
Così, dopo aver affermato che l’appartenenza ad un’identità minoritaria è frutto di una libera
scelta e che la salvaguardia dell’autonomia culturale delle minoranze nazionali è compito di tutti i
livelli di governo interni alla regione, la Costituzione regionale riconosce espressamente il diritto
della minoranza danese e di quella frisone ad essere tutelate e sostenute (art. 6).
Tale garanzia trova seguito nella previsione del diritto dei genitori di scegliere se iscrivere i propri
figli ad una scuola di una minoranza nazionale (art. 12).
Il maggior peso politico esercitato dal gruppo di lingua danese in forza dei rapporti di cooperazione
con il relativo kin State, infatti, hanno portato a dare idonea copertura costituzionale al
finanziamento delle scuole di tale comunità. Diversamente, per il frisone si può rinvenire
unicamente un generico impegno alla promozione del suo insegnamento nelle scuole pubbliche.
Un livello di protezione e promozione sicuramente più elevato viene riservato ai gruppi di lingua
soraba presenti in Sassonia e Brandeburgo.
Soprattutto nel primo Land, il legislatore regionale ha nel corso degli ultimi anni adottato una
politica di sostegno alla diffusione della lingua minoritaria nel sistema educativo.
Analogamente a quanto riscontrabile nelle altre realtà regionali, peraltro, l’approccio risulta essere
fortemente territoriale. In entrambi i Lander menzionati, tale circostanza assume un rilievo non
secondario per gli effetti che la scelta ha prodotto, o rischia di produrre. Da un lato, infatti, sono
state generalmente respinte le richieste volte ad estendere l’applicazione delle misure di tutela
anche al di fuori delle aree caratterizzate dalla presenza storica della comunità soraba; dall’altro, la
crisi del settore minerario ha portato ad una depressione economica proprio delle zone di
insediamento del gruppo, con un suo conseguente lento ma progressivo spopolamento.
Sulla base della soluzione delineata nella carta statuaria, il modello di salvaguardia più solido si

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può invero ritrovare nello Schleswig-Holstein in relazione alla minoranza di lingua danese. Anche
in forza degli impegni assunti dal Governo federale con la sottoscrizione della dichiarazione
congiunta Germania-Danimarca del 1955, infatti, tale comunità appare godere di buone forme di
tutela soprattutto nel campo educativo.
Come accennato, significativamente differente appare il livello di tutela della lingua frisone.
Nonostante la presenza di accordi multilaterali di cooperazione per la salvaguardia e promozione
della lingua regionale, infatti, giusta la diversa previsione statuaria, il governo ha escluso l’utilizzo
dell’idioma regionale come lingua veicolare, inquadrandolo come semplice materia di studio,
obbligatoria solo in alcuni istituti scolastici di livello primario e secondario.
All’interno di un quadro generale così composito, su due aspetti specifici si deve rilevare una
insolita omogeneità di impostazione tra le diverse realtà regionali. In primo luogo, appare
singolare l’assenza di indicazioni specifiche sull’utilizzo delle lingue minoritarie nei rapporti con la
pubblica amministrazione e davanti agli organi giurisdizionali.
Per altro verso, nonostante la rilevanza del fenomeno migratorio nella conformazione dell’assetto
demografico, le politiche regionali e quella federale non prevedono forme particolari di tutela e
valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale delle nuove minoranze, anche allorquando si
possano identificare nuclei di insediamento oramai consolidatisi nel tempo.
Ora, sebbene tali elementi sembrino collidere con l’apertura dei sistemi regionali verso il tema del
pluralismo linguistico interno, a ben vedere la non linearità dell’approccio è solo apparente. La
complessità del quadro brevemente delineato, infatti risponde in ultima analisi ad un elemento
connotativo dell’esperienza costituzionale tedesca.
Come autorevolmente affermato, il modello tedesco appare connotato da una “Kulturnation
germanica” in cui l’autonomia culturale delle singole realtà regionali, pur costituendo un valore
fondante dell’intero sistema, è chiamata a coordinarsi con lo spirito unitario proprio del modello
federale alemanno. In tal senso, davanti a questioni identitarie così come a esigenze di
funzionamento del sistema che trascendano il livello esclusivamente territoriale locale, la tutela
delle identità linguistica di singoli e gruppi risulta inevitabilmente cedevole, anche in assenza di
espresse previsioni normative, rispetto alla lettura unitaria del vincolo politico statuale.

AUSTRIA
Il sistema di tutela delle minoranze linguistiche in Austria tra illusioni e delusioni
L’elemento imperiale che aveva caratterizzato il Paese fino alla conclusione del primo conflitto
mondiale, infatti, aveva portato ad un sistema multietnico e multilingue. A fianco della lingua
tedesca, la Costituzione del 1867 riconosceva l’uguaglianza delle etnie e delle identità linguistiche
presenti nell’Impero. Nei fatti, tuttavia, il predominio culturale e politico della comunità
germanofona aveva portato ad una sostanziale elusione del dettato costituzionale, negando non
solo l’uguaglianza degli idiomi nei rapporti con la pubblica amministrazione, ma anche la
possibilità di una istruzione bilingue delle comunità minoritarie.
Analogamente a quanto avvenuto in altre realtà statuali originariamente incorporate nell’orbita
imperiale, la ridefinizione dell’assetto geopolitico europeo derivante dalla fine del conflitto e dalla
definitiva dissoluzione dell’Impero portò anche in Austria alla formazione di uno Stato nazionale
caratterizzato dalla presenza di alcune enclaves etniche e linguistiche minoritarie.
Invero, il tema delle minoranze linguistiche è espressamente affrontato già nel Trattato di pace di

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Saint Germain del 1919. Non solo, infatti, viene disposto un generale divieto di discriminazione,
ma si afferma da un lato il diritto delle comunità minoritarie di istituire scuole in cui venga
utilizzata la lingua minoritaria di riferimento e, dall’altro, impregiudicata l’obbligatorietà
dell’insegnamento della lingua nazionale, l’impegno del governo austriaco ad assicurare la
diffusione delle medesime lingue anche nella scuola pubblica primaria e a sovvenzionare
finanziariamente le attività delle diverse comunità (artt. 67-68).
Tale assetto trova sostanziale conferma nella Carta costituzionale del 1920, ove il Costituente da
un lato attribuisce valore costituzionale alle disposizioni contenute nel trattato (art. 149, comma 1.
Costituzione) e, dall’altro, individua nella lingua tedesca l’unica lingua ufficiale (art. 8).
Più di recente, con una riforma operata nel 2000, il legislatore costituzionale ha novellato l’art. 8
della Carta del 1920, riconoscendo come compito della Repubblica la tutela della diversità
culturale e linguistica del Paese e, più in particolare, affermando il dovere di rispettare,
salvaguardare e promuovere la lingua e la cultura dei gruppi etnici storicamente radicati sul
territorio nazionale.
In questo contesto, chiara appare la differenza di impostazione rispetto alla vicina esperienza
tedesca. Nonostante la comune struttura federale, infatti, il sistema austriaco vede un più diretto
intervento anche del livello di governo centrale. Ciò, peraltro, non accade solo per la definizione
del quadro normativo costituzionale, ma anche per l’individuazione della disciplina legislativa di
riferimento e per lo stanziamento delle risorse economiche di sostegno.
Per quanto riguarda il primo aspetto, bisogna osservare come sin dal 1976, il legislatore abbia
adottato la Volkesgruppengesetz, nella quale sono state inserite le misure generali di riferimento.
Parimenti, interessante appare l’approccio inclusivo connesso alla stessa scelta di rifuggire
dall’utilizzo del concetto di “minoranza” e di individuare le comunità destinatarie delle misure di
tutela semplicemente come “gruppi etnici”.
Nonostante il chiaro mandato derivante dalle disposizioni di rango costituzionale, infatti, le
politiche linguistiche adottate dal governo austriaco rivelano un orientamento per lo meno
riduttivo verso il tema del pluralismo identitario del Paese. Così la decisione di rendere
obbligatorio l’insegnamento dello sloveno nella regione della Carinzia all’indomani della
conclusione della seconda guerra mondiale deve essere ascritta ai delicati rapporti in allora
intercorrenti con la Jugoslavia di Tito e, più in particolare, con il blocco sovietico, piuttosto che alla
volontà di valorizzare il patrimonio linguistico proprio dell’area in questione.
Nonostante le garanzie di livello costituzionale, infatti, si può osservare un tendenziale sviluppo
dell’istruzione bilingue slovena solo nella regione della Carinzia. Molto meno consolidato appare il
ricorso alle altre lingue minoritarie, sia come materie d’insegnamento sia come idiomi veicolari,
nelle altre regioni del Burgenland e Stiria, così come nell’area di Vienna.
Ancora, rappresentative della reale inclinazione del sistema austriaco verso il tema linguistico
paiono essere la gestione e la soluzione di una controversia legata alla disciplina della
toponomastica nel Land della Carinzia. Con una sentenza del 13 dicembre 2001, infatti, il Tribunale
costituzionale austriaco ha dichiarato l’illegittimità della normativa che prevedeva l’utilizzo della
lingua slovena nella segnaletica stradale solo nelle aree in cui tale comunità rappresentasse
almeno il 25% della popolazione. Richiamando la ricostruzione data in una precedente pronuncia
del 4 ottobre 2000 sull’uso ufficiale delle lingue dei gruppi etnici, il giudice delle leggi spinge verso
un’attenuazione dei requisiti previsti dalla legge, essere valutata all’interno delle rigide
demarcazioni comunali e, secondariamente, deve tenere conto della variazione della
composizione demografica dell’area.

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Ciò detto, contro tale decisione si è sollevato un ampio dibattito politico. Nonostante la chiarezza
della valutazione espressa dal giudice delle leggi, quindi, il Governo federale ha omesso di
prendere provvedimenti normativi. Solo nel 2011 è stato raggiunto un accordo con i
rappresentanti della comunità slovena che è stato ratificato in un emendamento alla
Volkesgruppengesetz. L’intesa, però, differisce dalla soluzione individuata dal Tribunale
costituzionale, in quanto individua il limite di applicazione delle misure di tutela nella soglia
minima del 17,5% della popolazione locale.
Quanto affermato in tema di istruzione e segnaletica stradale, trova sostanziale conferma anche in
riferimento al più generale utilizzo delle lingue minoritarie nei rapporti con la pubblica
amministrazione. Nonostante, infatti, le disposizioni di rango costituzionale assicurino lo status di
ufficialità dello sloveno e del croato nelle regioni storicamente caratterizzate dalla presenza di tali
comunità, nella prassi si continua a registrare una non adeguata presenza di personale che abbia
una padronanza sufficiente dell’idioma interessato e, conseguentemente, la tendenza degli
operatori pubblici a non stimolare il ricorso a tali lingue.
In questo contesto, sembra quindi che la posizione affermata dal Tribunale costituzionale, secondo
il quale con la Costituzione del 1920 il legislatore ha compiuto una scelta assiologica in favore della
tutela delle minoranze, non abbia trovato pieno ed effettivo riscontro nella realtà dei fatti.

SVEZIA
Lingua e minoranze in Svezia: storia di una rinnovata sensibilità
Rispetto alle altre esperienze analizzate nel presente capitolo, un rilievo sicuramente più centrale
per il tema del pluralismo linguistico si può ritrovare in Svezia e in Finlandia. I due Paesi sono in
verità profondamente legati tra loro non solo per la vicinanza geografica, ma anche per le vicende
storiche che ne hanno caratterizzato la nascita e l’evoluzione.
L’unità della giurisdizione ha invero favorito l’arrivo di una numerosa colonia svedese in Finlandia
e, viceversa, l’insediamento di gruppi di origine finnica all’interno del territorio svedese.
Nonostante la sostanziale analogia nella composizione sociale, peraltro, proprio gli storici rapporti
di dominazione hanno influito in modo rilevante sul diverso atteggiamento che i due sistemi hanno
tradizionalmente manifestato verso la ricchezza dei rispettivi patrimoni linguistici.
In questo senso, solo con l’approvazione delle Institutions of Government del 1974 viene sancito
tra i principi fondamentali l’impegno a combattere ogni forma di discriminazione basata, tra l’altro,
su origini nazionali o etniche o, ancora, sull’eventuale affiliazione linguistica (art. 2).
La disposizione in questione sintetizza l’approccio tradizionalmente avuto dal governo svedese sul
tema linguistico. La clausola sul divieto di discriminazione e la scelta di lasciare ai gruppi interessati
la possibilità di attivarsi per sviluppare le proprie identità rivela l’impianto sostanzialmente liberale
del sistema.
Tuttavia, seppur a Costituzione invariata, il cambiamento del contesto sociale e politico degli ultimi
anni, ha spinto verso un cambiamento di impostazione dell’azione del governo, riportando il tema
linguistico nell’agenda politica nazionale. Il primo forte segnale di innovazione può essere
rinvenuto a cavallo tra il 1999 e il 2000, allorquando il Governo nazionale ha proceduto alla
sottoscrizione e ratifica della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali e
della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie e, parallelamente, ha spinto per
l’approvazione delle prime leggi nazionali sull’uso delle lingue sami, finlandese e meankieli.

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Anche a livello educativo, la politica linguistica dell’esecutivo aveva aperto all’uso delle lingue
minoritarie come materie o come veri e propri veicoli di insegnamento, prevedendo che nelle aree
abilitate dai gruppi di lingua sami o finlandese tali idiomi dovessero essere utilizzati “almeno in
parte” all’interno del percorso educativo. Complice il non adeguato livello di preparazione
linguistica del personale docente, tuttavia, il sistema ha visto una sostanziale elusione delle
garanzie disposte a livello legislativo.
Lo stesso ambito di applicazione delle misure di tutela delle comunità minoritarie, peraltro, era
fortemente ridotto. Da un lato, infatti, per l’inserimento delle lingue minoritarie nei percorsi
formativi scolastici la legge non solo esigeva un numero minimo di richieste di studenti interessati,
ma postulava anche la necessità che i medesimi utilizzassero già la propria lingua madre nella vita
familiare. Dall’altro, nell’attività di classificazione generale delle diverse aree linguistiche, il
governo aveva tenuto fuori dal raggio di applicazione delle garanzie alcune realtà municipali con
una significativa presenza di gruppi allofoni.
La mutata sensibilità verso il tema, peraltro, ha spinto il governo nazionale a tornare sulla politica
linguistica intrapresa. In questo contesto, si colloca per un verso la revisione delle Institutions of
Government operata nel 2011, con il riconoscimento espresso del popolo sami tra le minoranze
etniche e linguistiche tutelate. Più in generale, nel 2009 il Riksdag ha approvato una nuova legge
sulle minoranze nazionali, sulla base della quale è stato ampliato il novero delle realtà municipali
in cui sia riscontrabile una presenza significativa di gruppi minoritari e, conseguentemente, la sfera
territoriale di applicazione delle misure di tutela.
Sempre nel 2009, il Riksdag ha approvato il nuovo Language Act nel quale si elencano
espressamente le lingue minoritarie tutelate dal sistema e si afferma solennemente la “particolare
responsabilità” dell’intero apparato statuale per la loro protezione e promozione.
Tale provvedimento, peraltro, si segnala non solo per il rinnovato impegno verso la questione
minoritaria, ma anche per la scelta del legislatore di affermare espressamente la posizione della
lingua nazionale.
In questo quadro, la legge riconosce espressamente lo svedese come lingua principale dello Stato
(art. 4). In quanto tale, esso deve essere la lingua di uso comune in ogni settore della società (art.
6) e la sua natura di lingua ufficiale dello Stato e dell’Unione europea deve essere salvaguardata
(art. 13).
Ciò, tuttavia, non ridimensiona l’impegno verso gli idiomi minoritari, ma rivela la complessità e
l’ampiezza della politica linguistica perseguita dal governo nazionale da alcuni anni. Se da un lato,
infatti, si afferma espressamente che ogni residente deve avere la possibilità di apprendere e usare
lo svedese, altrettanto esplicitamente si riconosce l’opportunità che ogni membro di una
minoranza nazionale possa apprendere, sviluppare e usare la propria lingua materna (art. 14).
Nonostante gli interventi legislativi, le misure adottate non hanno risolto completamente i
problemi legati ad una effettiva diffusione e protezione delle identità linguistiche minoritarie
presenti nel Paese.
Sotto diverso profilo, la carenza di personale con adeguate competenze linguistiche e la ancora
ridotta sensibilità di alcune amministrazioni locali verso il tema minoritario sono alla base di una
ancora non piena applicazione delle misure di salvaguardia e promozione. Da un’analisi
complessiva, tuttavia, emerge un chiaro cambio di direzione nella politica linguistica nazionale.

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FINLANDIA
L’approccio promozionale del sistema finlandese per una valorizzazione del pluralismo linguistico
interno
Più ancora della Svezia, all’interno del panorama europeo l’esperienza finlandese rappresenta un
unicum per la sensibilità verso il tema linguistico e, più in particolare, la protezione e salvaguardia
delle identità delle minoranze storiche presenti all’interno del Paese.
Come accennato, causa la peculiare storia costituzionale, che ha visto la Finlandia passare, nel
1809, dalla plurisecolare dominazione svedese alla giurisdizione russa, poi conclusasi solo nel 1917
con il conseguimento dell’indipendenza, il Paese si caratterizza per la presenza di una significativa
comunità di lingua svedese, pari a circa il 6% della popolazione e di un più ridotto gruppo
russofono di circa 50.000 persone.
Ora, nonostante la popolazione nazionale, con il 93% dei cittadini di lingua madre finlandese,
presenti una sostanziale omogeneità identitaria, la Carta costituzionale vigente prevede un
complesso sistema di tutela del pluralismo linguistico interno. Tralasciando il divieto di
discriminazioni per ragioni legate all’identità linguistica (art. 6), invero, la legge fondamentale
riconosce come lingue nazionali sia il finlandese che lo svedese, sancendo altresì il diritto di
ognuno di utilizzare uno dei due idiomi davanti agli uffici giudiziari e nei rapporti con le pubbliche
amministrazioni, così come il diritto di ricevere documenti nella stessa lingua (art. 17). L’assoluta
equiordinazione delle due identità linguistiche è ulteriormente confermata dalla previsione
costituzionale sui lavori parlamentari, ove per l’appunto si afferma un uso paritario dello svedese e
del finlandese (art. 51).
Sempre in riferimento alle due lingue nazionali, la Carta costituzionale delinea il compito dello
Stato di provvedere in modo paritario alle necessità educative, culturali e sociali dei membri delle
relative comunità, anche intervenendo sull’organizzazione dell’apparato burocratico (artt. 17 e
122).
In attuazione del dettato costituzionale, il legislatore ha disposto la ripartizione delle realtà
municipali in monolingui o bilingui.
La natura bilingue della comunità, comporta che tutti i servizi debbano essere resi in entrambe le
lingue ufficiali in modo paritario.
A differenza della generalità delle esperienze costituzionali, tuttavia, tale soluzione non circoscrive
in modo assoluto la tutela dei diritti linguistici alle sole realtà bilingui. Da un lato, infatti, ogni
autorità può valutare liberamente il ricorso alla seconda lingua nazionale anche laddove non sia
prescritto dalla legge; dall’altro, nel caso in cui l’azione amministrativa coinvolga un diritto
fondamentale di un cittadino appartenente ad un gruppo linguistico minoritario vi è un vero e
proprio obbligo di utilizzare la lingua di riferimento del soggetto interessato (art. 10).
L’impianto generale del sistema, volto a garantire una protezione delle diverse identità linguistiche
dei cittadini finlandesi anche al di fuori delle aree di insediamento delle singole comunità di
riferimento, emerge anche dal modello delle Isole Aland.
Oltre al diritto all’autogoverno, la legge sull’autonomia della regione prevede espressamente che
la lingua ufficiale sia esclusivamente lo svedese (Act on the Autonomy of Aland, art. 36), sancendo
altresì che tale idioma costituisca non solo la lingua di lavoro dell’amministrazione, ma anche lo
strumento veicolare della scuola pubblica (art. 40). Ciononostante, la stessa legge afferma il diritto
di ogni cittadino di usare il finlandese davanti agli organi giudiziari ed alle amministrazioni statali
presenti nella regione (art. 37).

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Diversamente dalle altre esperienze costituzionali europee, infatti, il sistema di istruzione prevede
espressamente l’insegnamento obbligatorio di finlandese e svedese per tutti gli studenti,
indistintamente dalla propria identità linguistica.
Diversamente da quanto osservato nella generalità delle esperienze finora analizzate, infatti, la
politica linguistica perseguita sembra volta non tanto a tutelare una comunità minoritaria rispetto
alla popolazione nazionale, quanto a rendere effettiva la coufficialità dei due idiomi principali
garantendo una pari diffusione degli stessi.
In un’ottica inclusiva, la Carta costituzionale prevede il diritto degli altri gruppi storicamente
presenti nel Paese di proteggere e sviluppare la propria identità linguistica e culturale (art. 17). In
questo contesto, particolare rilievo assumono la comunità di lingua sami e la popolazione di etnia
rom. Per quanto più specificamente riguarda il primo gruppo, infatti, la stessa Costituzione deroga
all’impianto generale di governo unitario, riconoscendo in favore di tale popolazione un diritto di
autogoverno in materia linguistica e culturale nell’area regionale di insediamento (art. 12).
Analogamente a quanto osservato per le Isole Aland, il Language Act del 2003 prevede un regime
speciale per l’uso della lingua sami (art. 8). Tale disciplina è stata inserita principalmente nel Sami
Language Act (1086/2003).
Diversamente da quanto riguarda le Isole Aland, però, in questo caso non si rinvengono le
problematiche internazionali che erano alla base dell’autonomia alandese. In secondo luogo,
contrariamente al dato demografico delle Isole Aland, la comunità sami costituisce una minoranza
anche all’interno della regione in cui è storicamente insediata.
In questo contesto, l’impianto torna ad essere quello della tutela di una lingua minoritaria. Così, il
diritto all’insegnamento della e/o nella lingua sami, così come il diritto di interagire con le
pubbliche amministrazioni nella propria lingua di riferimento, sono garanzie riconosciute ai
membri di tale gruppo per tutelare l’identità linguistica originaria, e non disposizioni generali ed
astratte finalizzate ad assicurare una sostanziale parità di trattamento di due identità linguistiche
asseritamente equiordinate.
Ancora una volta, però, l’impianto del sistema di garanzie appare non esclusivamente legato al
dato territoriale. L’organo rappresentativo, infatti, esercita importanti funzioni consultive e
operative sia sulle iniziative a tutela della comunità residente nella regione storica di insediamento
sia sulle esigenze dei membri che siano usciti dalla sfera territoriale di riferimento.
Accanto alla popolazione di lingua sami, l’ultima riformulazione del testo costituzionale ha inserito
un riferimento espresso alla comunità d’etnia rom. Il dato assume un particolare interesse, in
quanto, nonostante la dimensione di tale gruppo rispetto alla popolazione nazionale,
proporzionalmente più ridotta in paragone a quanto riscontrabile in altri Paesi dell’area europea
orientale, il Costituente ha inteso attribuire allo stesso una specifica garanzia, mentre ha riservato
una indicazione generica a gruppi potenzialmente ben più numerosi.
Analogamente a quanto osservabile nelle altre esperienze europee, infatti, anche in Finlandia la
popolazione in questione si caratterizza per una dispersione sull’intero territorio nazionale;
circostanza ancor più impattante se ponderata alla luce dell’esigua consistenza del gruppo.
Se è vero, infatti, che la scelta della equiordinazione tra svedese e finlandese ha determinato
l’obbligatorietà dell’insegnamento della lingua minoritaria anche ai membri di identità linguistica
finnica e al di fuori della tradizionale area di insediamento, bisogna tuttavia rilevare come la
misura non abbia di per sé favorito la diffusione dell’idioma svedese né sia stata in grado di evitare
un graduale processo di diminuzione del numero di soggetti in grado di parlare tale lingua.
Negli anni, la circostanza ha portato ad una lenta ma progressiva perdita di capacità dei funzionari

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pubblici di interagire mediante simile idioma minoritario, con una conseguente contrazione
dell’ambito di utilizzo della lingua in questione.
Il dato assume un rilievo particolare all’interno della presente indagine in quanto rivela come,
talvolta, anche politiche linguistiche di tipo promozionale non siano di per sé in grado, non solo di
valorizzare una determinata identità linguistica, ma anche di proteggerla da un naturale processo
di declino.

IRLANDA
La questione linguistica in Irlanda: il problema della lingua nazionale debole
Nel quadro europeo, l’esperienza irlandese assume sfumature quanto mai singolari. Idioma del più
ampio gruppo celtico, la lingua irlandese risulta infatti essere presente nel territorio insulare già a
far data dalla prima età cristiana.
La crescente pressione esercitata dall’Inghilterra, culminata con la sottomissione della comunità
irlandese al governo britannico ha determinato di fatto un processo di erosione del patrimonio
linguistico interno.
Complice la diminuzione demografica avvenuta in occasione della grande carestia della metà
dell’ottocento, il numero di persone di lingua irlandese aveva continuato a contrarsi
gradualmente, fino a raggiungere all’inizio del XX secolo una percentuale di circa il 10-12% della
popolazione nazionale.
A dire il vero, solo questa parte del gruppo utilizzava la lingua locale nella vita quotidiana; i
membri della comunità che vivevano sparsi nel resto del territorio nazionale parlavano l’irlandese
unicamente come seconda lingua, con differenti gradi di padronanza della medesima.
Tale declino della lingua storica divenne elemento di lotta politica nel processo che ha portato al
distacco dal Regno Unito ed alla nascita del nuovo Stato indipendente di Irlanda. Peraltro,
diversamente da altre esperienze costituzionali, quali quella spagnola, in cui la rivendicazione
dell’identità linguistica aveva costituito un elemento centrale della battaglia per l’autonomia o
l’indipendenza, all’interno del movimento irredentista irlandese la posizione sulla questione
linguistica appariva tutt’altro che omogenea.
In questo senso, proprio in riferimento all’esperienza irlandese è stato utilizzato il concetto di
lingua nazionale debole. In simile contesto, sin dalla nascita dello Stato libero di Irlanda del 1922 il
regime linguistico è stato volutamente quello del bilinguismo ufficiale.
Secondo quanto previsto dall’art. 8 del testo costituzionale del 1937, tuttora vigente, infatti,
l’irlandese è la lingua nazionale e prima lingua ufficiale del Paese, mentre l’inglese, parimenti
riconosciuta lingua ufficiale, non è considerata lingua nazionale.
I fattori di primazia dell’idioma locale, tuttavia, si esauriscono in tale riconoscimento formale. Da
un punto di vista sostanziale, il dettato costituzionale risulta essere del tutto carente di forme
adeguate di garanzia delle due identità linguistiche. Lo stesso art. 8, invero, apre la porta ad una
elusione del bilinguismo appena affermato, laddove riconosce la possibilità che la legge disponga
l’utilizzo anche solo di una delle due lingue in tutto lo Stato o in singole aree per uno o più scopi
ufficiali. Dalla lettura dell’art. 25 Costituzione, poi, emerge come la stessa attività legislativa del
Parlamento possa essere svolta in una sola delle due lingue ufficiali, restando obbligatorio solo
predisporre una traduzione della legge nell’altra lingua ufficiale.
L’assenza di specifiche forme di tutela della lingua irlandese, in verità, sembra rispondere in modo

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fedele all’intento di compromesso perseguito dal Costituente: creare le basi per la costruzione di
una società bilingue.
Le disposizioni costituzionali appaiono piuttosto strumentali alla realizzazione di una politica di
mantenimento della lingua irlandese come idioma proprio delle comunità stanziate nell’area
costiera occidentale e, secondariamente, di incremento del numero di soggetti in grado di usare la
lingua nazionale come mezzo di comunicazione ordinario.
In questo quadro, da un lato, storicamente la politica linguistica perseguita dal governo nazionale
ha portato all’individuazione del distretto geografico del Gaeltacht, caratterizzato da una maggiore
diffusione dell’irlandese come lingua di uso comune, e all’adozione di misure volte a preservarne il
livello di penetrazione all’interno del tessuto sociale. Dall’altro lato, gli interventi normativi si sono
mossi nella direzione di promuovere una più capillare diffusione della lingua irlandese e di
riconoscere espressamente il diritto di ogni cittadino di usare indistintamente entrambe le lingue
ufficiali.
Ora, sebbene abbiano effettivamente favorito una maggiore diffusione della conoscenza della
lingua nazionale, le misure menzionate non hanno portato ad un cambiamento sostanziale del
quadro sociale. Nonostante l’inserimento dell’irlandese nel curriculum scolastico abbia portato alla
crescita della parte di popolazione in grado di comprendere ed interagire nella lingua nazionale,
invero, l’idioma prevalentemente utilizzato sia nella vita familiare che in quella pubblica ha
continuato ad essere l’inglese, ritenuto comunemente più utile nella vita di relazione.
Complice tale stato delle cose, nel tempo il legislatore irlandese non è apparso irremovibilmente
fermo sulle proprie posizioni originarie. Al riguardo, si può menzionare la decisione del 1980 di
non procedere ulteriormente alla pubblicazione delle leggi in entrambe le lingue ufficiali, ritenuta
troppo dispendiosa, a cui è seguita la circolare del 1988, in cui si restringe ai soli casi di grave
necessità e urgenza la previsione della traduzione in irlandese dei regolamenti. Ancora, nella
stessa direzione sembra muovere l’esclusione, operata nel 1973, dell’irlandese dalle materie degli
esami di stato.
All’interno di questo quadro, la giurisprudenza ha nel corso degli anni fatto discendere dal testo
costituzionale vincoli direttamente esecutivi nei confronti del legislatore. Così, nel caso The State
(Mac Fhearraigh) vs Mac Gamhna (1983), il giudice O hAnnluain afferma il diritto di ogni cittadino
di utilizzare la lingua irlandese, come prima lingua ufficiale, nei rapporti con lo Stato. Nella
successiva pronuncia O Beloain vs Fahy (2001) non solo si riconosce come contrario allo spirito
della Costituzione il generale ricorso alla lingua inglese nei rapporti tra pubblica amministrazione e
privati cittadini, ma si afferma anche l’obbligo per lo Stato di procedere alla traduzione ufficiale
delle leggi pubblicate unicamente in inglese.
Con l’approvazione dell’Official Language Act e, tra il 2003 ed il 2008, dei regolamenti di
attuazione, non solo si dispone il recupero della prassi di tradurre e pubblicare i testi legislativi in
entrambe le lingue ufficiali nei tempi più brevi possibili (art. 7), ma si disciplina altresì l’uso dei due
idiomi nella sfera giudiziaria e nell’azione amministrativa. Così, resta nell’autonomia di ogni parte
processuale la scelta della lingua da utilizzare nelle varie fasi processuali, prevedendo l’obbligo per
lo Stato di adeguarsi a tale decisione.
Più in generale, la legge prevede l’obbligo, per tutte le amministrazioni di volta in volta individuate
dall’esecutivo, di procedere all’elaborazione di piani che evidenzino i servizi forniti in irlandese,
quelli erogati in inglese e quelli bilingui (art. 11).
Accanto alla nuova legge sulle lingue ufficiali, nel 2006 il Governo irlandese ha pubblicato le linee
guida della propria politica linguistica. Nel documento programmatico si ribadisce l’impegno per la

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tutela e la salvaguardia dell’irlandese, ritenuto elemento fondamentale per la società, la cultura e,


in ultimo, l’identità nazionale. Da un punto di vista pratico, tuttavia, bisogna notare come gli
obbiettivi concreti individuati si concretizzino nel sostegno alla creazione di percorsi prescolastici o
universitari in cui sia utilizzato l’irlandese e nell’aumento dell’offerta di istituti di istruzione che
offrano un piano di immersione linguistica. Tali obbiettivi risultano confermati nell’ultimo
documento, adottato nel 2010, contenente un piano di sviluppo ventennale.
Nella sostanza, quindi, l’esecutivo irlandese non sembra mirare ad attribuire alla lingua nazionale
una posizione di reale preminenza nella vita pubblica del Paese, quanto sensibilizzare la
popolazione sulla valenza culturale del patrimonio linguistico storico. L’impianto di fondo del
sistema, invero, continua a puntare sull’importanza dell’inglese. Nell’ultimo documento
menzionato, infatti, il Governo “recognises the tremendous advantage to its citizens of fluency in
English, the most widely used language in international affairs”.
Ciò detto, tuttavia, come evidenziato in precedenza in merito al tendenziale ridimensionamento
dello svedese in Finlandia, in un contesto, nel quale l’irlandese, da un lato, risulta essere parlato
abitualmente da poco meno del 3% della popolazione nazionale e, dall’altro, non trova diffusione
presso altre realtà statuali, tale approccio di bilinguismo soft rischia inevitabilmente di portare ad
un declino irreversibile della lingua nazionale in questione.

LUSSEMBURGO
Il caso del Lussemburgo tra lingua nazionale debole, trilinguismo e bouquet linguistico
Il panorama linguistico nazionale vede tra le lingue tradizionali della comunità statuale il
lussemburghese, il francese e il tedesco, con il primo idioma apparentemente relegato in una
posizione di subalternità per la minore diffusione internazionale. Il ruolo assunto dal Paese come
snodo istituzionale europeo e centro di riferimento di importanti operatori commerciali, poi, fa sì
che il Lussemburgo abbia progressivamente visto crescere il peso della popolazione di origine
straniera. Di conseguenza, accanto alle lingue nazionali si può osservare la presenza significativa di
altre identità linguistiche.
Per una migliore comprensione sembra utile risalire alle radici storiche del sistema attuale.
Comunità dalla tradizione millenaria, il Lussemburgo aveva consolidato la propria dimensione
statuale con il Congresso di Vienna del 1815, seppur in posizione di subalternità rispetto ai Paesi
Bassi, ai quali era rimasto legato fino al 1890 dalla unione personale delle due Corone. È nello
stesso periodo che si può osservare il consolidamento del lussemburghese come lingua autonoma.
Proprio il tentativo di rafforzare la propria identità nazionale, infatti, aveva spinto verso la
codificazione di un primo nucleo dell’idioma, con l’attribuzione della veste evocativa di vera e
propria lingua.
Complice la vicinanza geografica e il maggior prestigio internazionale, il francese aveva da sempre
rappresentato la lingua ufficiale di corte; così la lingua francese è sempre stata quella del
legislatore e dell’amministrazione.
In una situazione così articolata, la scelta del Costituente del 1868 riprende il vicino modello belga,
sancendo che l’impiego del tedesco e del francese è facoltativo ed il loro uso non può essere
limitato (art. 29 Costituzione).
In tale contesto, il lussemburghese gradualmente ha assunto un valore distintivo ed identitario; a
tale trasformazione, tuttavia, non si è accompagnata una pari evoluzione dello status giuridico e

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delle strutture dell’idioma in questione.


Solo nel 1912 si può assistere al suo inserimento all’interno dei percorsi formativi della scuola
primaria. Più in generale, però, indipendentemente dall’opera di codificazione avviata, il suo uso
continuava a rimanere prevalentemente orale.
Il quadro che si presentava, quindi, appariva assolutamente peculiare: più che una compresenza di
comunità caratterizzate da identità linguistiche differenti chiamate a coesistere, sembra possibile
parlare di una pluralità di registri linguistici a cui la popolazione ricorreva nei diversi momenti della
propria esistenza.
Ad un esame complessivo, simile impostazione pare permeare il sistema anche all’indomani della
riforma costituzionale del 1984. Il consolidamento del lussemburghese come elemento di
riferimento dell’identità nazionale porta ad una revisione del dettato costituzionale.
Ciò non vuol dire che il legislatore abbia ritenuto di dover assumere un atteggiamento meramente
passivo. In linea essenziale continuità con il passato, sempre nel 1984, viene approvata la nuova
legge sul regime linguistico. Coerentemente con la funzione identitaria sin dall’origine assunta, il
lussemburghese viene definito la “lingua nazionale” dei lussemburghesi (art. 1). Tale
riconoscimento non comporta tuttavia l’attribuzione di uno status privilegiato. Secondo quanto
espressamente affermato, infatti, la lingua del legislatore continua ad essere il francese (art. 2).
Ancora, nonostante il silenzio sul loro status di lingua nazionale, francese e tedesco
rappresentano, unitamente al lussemburghese, le lingue dell’amministrazione e della giustizia (art.
3).
L’assetto peculiare brevemente descritto trova ulteriore conferma nella linea seguita dal governo
lussemburghese sia a livello interno che sul piano internazionale.
Relativamente a quest’ultimo profilo bisogna in primo luogo rilevare come, nonostante la
posizione espressa da tutti i Paesi membri dell’Unione europea e pur essendo uno dei sei Stati
sottoscrittori dei primi Trattati, il Lussemburgo non abbia mai chiesto l’inserimento del
lussemburghese come lingua ufficiale dell’Unione.
Per quanto più da vicino riguarda la politica linguistica interna, l’attenzione maggiore è stata
tradizionalmente rivolta al settore dell’istruzione. Così, l’affermazione del lussemburghese come
lingua nazionale ha portato ad una maggiore diffusione dello stesso nella fase prescolare e
all’introduzione del suo insegnamento nelle scuole primarie e nei primi anni delle scuole
secondarie. Ciò, tuttavia, non ha determinato un ridimensionamento delle altre due lingue.
Il tedesco, quindi, assume un ruolo preminente nella prima parte dell’excursus formativo degli
studenti, con il francese in posizione di subalternità. I ruoli sono destinati ad invertirsi solo negli
ultimi anni dei percorsi secondari maggiormente selettivi, ovvero nelle scuole che preparano ad un
certo tipo di profilo professionale.
La linea politica seguita, invero, ha mirato sostanzialmente a garantire una pari diffusione delle tre
lingue principali della comunità nazionale, promuovendo non tanto un impianto multilingue ma un
assetto plurilingue, nel quale i diversi registri linguistici sono liberamente usati e compresi dalla
popolazione a prescindere dalla sede tradizionale di impiego.
Alla prova dei fatti, tale scelta si è rivelata proficua anche per la maggiore attrattività che il Paese
ha manifestato verso l’ingresso di nuovi soggetti. Il plurilinguismo, infatti, ha facilitato
l’integrazione di nuove componenti sociali, dando la possibilità di scegliere tra una pluralità di
idiomi parimenti utilizzati.
Così, nell’assenza di una irregimentazione nell’uso delle lingue, si può osservare come, in forza
delle nuove componenti etniche che hanno fatto ingresso nella popolazione nazionale spinte dal

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processo di globalizzazione, nella vita quotidiana i rapporti commerciali vedano sempre più spesso
fare ricorso alla lingua inglese o, in parte minore, alla lingua portoghese.
Ciò detto, sebbene tali nuove identità non sembrano operare secondo le dinamiche di
interscambiabilità e di pluralità dei registri proprie delle tre lingue “nazionali”, bisogna comunque
rilevare come lo spirito del sistema stia portando gradualmente ad un ulteriore arricchimento del
già complesso e articolato bouquet linguistico lussemburghese. Il dato più interessante, in questo
processo, pare essere l’apparente terzietà e neutralità dell’apparato.

BELGIO
Il caso del Belgio: dal bouquet linguistico al multilinguismo in salsa separatista
Insieme alla Spagna, nel panorama europeo, il Belgio rappresenta tradizionalmente uno dei
sistemi maggiormente connotati per l’impatto esercitato dal fattore linguistico nelle dinamiche di
funzionamento dell’intera struttura. Più ancora dell’esperienza spagnola, il tema linguistico
coinvolge i più diversi aspetti della vita politica e, soprattutto, ogni singola parte del territorio
nazionale, rappresentando un elemento di tensione costante.
La situazione attuale, però, è il frutto di precise scelte, operate sin dagli albori della sua storia
costituzionale, che hanno influito sull’evoluzione del sistema.
Diversamente da quanto accade nel Paese vicino, però, la ricchezza degli idiomi non rappresentò
un elemento identitario comune a tutto il corpo sociale, ma prese la forma di una distinzione
comunitaria tendenzialmente territoriale. Il sistema si caratterizzò per la presenza di un’area
settentrionale prevalentemente abitata da persone di lingua fiamminga ed un’area meridionale
popolata per la maggior parte da soggetti francofoni.
Nel processo di formazione dello Stato nazionale, quindi, tali caratteri differenziali non assunsero
rilievo. La storia, infatti, racconta di un sentimento unitario che animò il tentativo di resistenza
all’espansione rivoluzionaria francese e, successivamente, la lotta per l’indipendenza dai Paesi
Bassi.
La circostanza trova conferma nella stessa Carta costituzionale del 1831, ove le scelte sul tema
linguistico furono informate al più classico spirito liberale. Così, analogamente a quanto visto per il
Lussemburgo, l’art. 23 si limitava a sancire che “l’impiego delle lingue usate in Belgio è
facoltativo”. Unica deroga a tale regime di laissez faire linguistico era rappresentata dalla
successiva previsione che legittimava l’intervento del legislatore per disciplinare la sfera giudiziaria
ed amministrativa.
In questo senso, però, la scelta del costituente di non intervenire sul fattore linguistico fu
all’origine stessa della frattura sociale che portò, nel novecento, al divorzio belga. Il
riconoscimento di fatto del francese come lingua ufficiale dello Stato, infatti, alimentò la
distinzione tra le due comunità presenti nel Paese e diventò vero e proprio elemento di frizione tra
la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, allorquando l’evoluzione economica e sociale del Paese portò
ad un superamento delle originali linee di conflitto, tra cattolici e liberali, che avevano
contraddistinto la dialettica politica del primo periodo. La diffusione del francese, ritenuto idioma
del ceto intellettuale e della borghesia vallona, venne vista come ostacolo al riconoscimento ed
alla tutela degli interessi della comunità fiamminga, tradizionalmente più rappresentata nella
classe operaia.
All’indomani della fine del primo conflitto mondiale, l’emancipazione sociale ottenuta con

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l’introduzione del suffragio universale e dell’istruzione obbligatoria, da un lato, e la profonda


riorganizzazione degli assetti interni conseguenti alla crisi economica della regione vallona e alla
crescita dell’economia delle Fiandre, dall’altro, portarono ad un ulteriore cambiamento nelle
dinamiche di funzionamento del Paese.
In questo quadro si colloca il processo di riforma del 1920-1921 che, unitamente alla revisione
della Carta costituzionale, portò all’approvazione di una serie di misure legislative con le quali si
riconobbe l’esistenza di vere e proprie “regioni linguistiche”. In un contesto, nel quale la lingua
francese presentava ancora un maggiore prestigio sociale, l’impianto scelto per tutelare la
comunità di lingua nederlandese fu quello del “monolinguismo territoriale”.
In tal senso, le successive leggi di riforma del sistema scolastico e della giustizia del 1932 e 1935
realizzarono due regimi, rispettivamente monolingui, chiamati ad operare nelle due diverse aree
geografiche del Paese. In realtà, l’impianto originario del sistema poneva l’accento unicamente sul
dato demografico, facendo dipendere la scelta del regime linguistico dalle risultanze dei
censimenti decennali e non dalle radici storiche dell’insediamento di un determinato gruppo
linguistico.
In tale contesto, le dinamiche di funzionamento del sistema rispondevano non più, e non solo, a
ragioni di ordine geografico ma a esigenze di natura identitaria.
La preminenza dell’aspetto identitario rispetto a quello demografico o territoriale trovò conferma
nel complesso di riforme approvato all’inizio degli anni ’60. Con le leggi del 1962 e 1963 si
procedette alla cristallizzazione delle aree linguistiche e alla sua applicazione in campo educativo e
amministrativo. Unica deroga alla rigida ripartizione territoriale dei regimi linguistici risultò essere
l’area di Bruxelles.
La necessità di governare la progressiva radicalizzazione delle linee di conflitto spinse
inevitabilmente a intervenire sull’intero assetto istituzionale del Paese. Tale azione fu resa ancor
più complessa dal fatto che il dibattito politico si polarizzò su idee influenzate da visioni identitarie
completamente differenti.
La prevalenza nella comunità fiamminga di un’idea di popolo fortemente debitrice della
concezione germanica di nazione spingeva verso un’articolazione dell’intera struttura istituzionale
che rispondesse alle radici etnico-linguistiche dei diversi gruppi costitutivi della comunità
nazionale. In tale quadro, la divisione territoriale dei poteri appariva strumentale ad una tutela
effettiva delle diverse identità presenti nel Paese.
All’opposto, la concezione volontaristica dell’elemento nazionale, maggiormente diffusa nella
comunità francofona, portò quest’ultima a esprimersi in favore di un modello di ripartizione
territoriale dei poteri rispondente a esigenze di natura più semplicemente sociale ed economica.
Il confronto tra questi due modi di concepire la finalità ultima dell’esperienza statuale ha condotto
alla realizzazione di un modello unico. La scelta del paradigma federale, infatti, è stata declinata in
modo originale: il sistema belga non è semplicemente un esemplare di federalismo disgregativo,
ma anche di superposizione.
In tale contesto, la centralità del tema linguistico nel disegno della struttura dello Stato appare
chiaro sin dalla lettura dei primi articoli della Carta costituzionale riformata nel 1993. Accanto alla
previsione delle 3 Comunità, rispettivamente francese, fiamminga e germanofona, e delle 3
Regioni, rispettivamente vallona, fiamminga e bruxellese, l’art.4 afferma la presenza di 4 regioni
linguistiche: la regione di lingua francese, quella di lingua nederlandese, la regione germanofona e
quella bilingue di Bruxelles-Capitale.
In questo tentativo, infatti, l’elemento linguistico rappresenta un parametro universalmente valido

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in tutto il territorio. È attraverso questo elemento, quindi, che i due gruppi di articolazioni
governative possono essere ricondotti ad unità.
Assunto quale fil rouge dell’esperienza politica belga, l’elemento linguistico condiziona l’intera
struttura statuale.
In primo luogo, diversamente da quanto riscontrabile in altri ordinamenti europei caratterizzati da
forme di autonomia politica territoriale, in Belgio la lingua assume la dimensione vera e propria di
materia all’interno del riparto di competenze tra centro e periferia. Così, in forza dell’attuale art.
129 Costituzione, le Comunità francese e fiamminga hanno competenza esclusiva per
regolamentare l’uso delle lingue nel settore amministrativo e nel sistema di istruzione, così come
nelle relazioni sociali tra lavoratori e datori di lavoro e nei documenti e atti delle imprese
disciplinati da leggi e regolamenti.
Oltre alla previsione espressa di una competenza legislativa sull’impiego delle lingue, bisogna
rilevare come il tema linguistico entri con forza anche nella concreta definizione di aree materiali
apparentemente autonome.
Prescindendo dal profilo del riparto di competenze, si deve osservare come il testo della Carta
costituzionale individui chiaramente il piano su cui il fattore linguistico sia chiamato ad operare.
Il processo di federalizzazione avviatosi negli anni ’70 per tentare di dare vita ad una soluzione in
grado di ricondurre ad unità un sistema oramai profondamente polarizzato, ha spinto verso
un’accezione marcatamente territoriale delle linee di divisione del Paese. Sebbene, quindi, la
riforma del sistema prenda spunto dall’accezione fortemente identitaria dei gruppi linguistici, nel
disegno istituzionale consolidatosi con la riforma del 1993 tale valore appare inevitabilmente
posto in una posizione di subalternità rispetto al tema del radicamento storico su un determinato
ambito geografico.
In questo contesto, i soggetti che vengano a trovarsi in una regione linguistica diversa dalla
propria, pur non facendo parte di un gruppo tradizionalmente definibile come “minoritario” sono
in una posizione particolarmente delicata. L’impianto monolingue regionale, infatti, comporta che
questi ultimi vedano fortemente circoscritti i propri diritti linguistici.
L’impostazione personalistica, si badi bene, non si sostituisce al criterio territoriale, ma lo integra.
Infatti, la previsione di un sistema linguistico differenziato trova spazio solo all’interno dell’area
territoriale della capitale, in quanto storicamente connotata dalla compresenza di due comunità
linguistiche sostanzialmente equivalenti.
La centralità della dimensione territoriale del fattore linguistico influenza non solo l’impianto
istituzionale, ma anche il peso dei diritti linguistici individuali. Al riguardo bisogna rilevare come la
riforma del 1993 abbia lasciato immutata l’originale disposizione sulla libertà nell’impiego delle
lingue con la relativa limitazione rappresentata dalla possibile regolamentazione legislativa della
sfera giudiziaria ed amministrativa (art. 30 Costituzione). Ora, all’interno di un quadro
costituzionale profondamente mutato, tale previsione assume un valore profondamente diverso
da quello primitivo. Se, infatti, in origine il precetto mirava a circoscrivere l’intervento del
legislatore nell’intento di garantire la più ampia libertà possibile delle diverse componenti del
sistema, nell’attuale strutturazione istituzionale i termini del problema sembrano essere ribaltati.
La spinta verso il consolidamento delle identità regionali proprio dell’esperienza costituzionale
belga fa sì che il fattore linguistico non si esaurisca nell’articolazione dei livelli di governo e
nell’individuazione di una più o meno ampia possibilità del legislatore di circoscrivere la libertà
linguistica dei cittadini.
In tal senso, si può ricordare in primo luogo la suddivisione interna delle due camere del

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Parlamento federale e le procedure previste per l’approvazione di determinati provvedimenti


legislativi. In forza dell’art. 43 Costituzione, invero, sia i membri della Camera dei Rappresentanti
che quelli del Senato sono divisi in un gruppo linguistico francese e uno fiammingo. Tale
suddivisione risulta essenziale per la modifica dei confini delle regioni linguistiche previste dall’art.
4 Costituzione e per una serie di altre leggi che inevitabilmente insistono su interessi primari delle
due principali comunità linguistiche del Paese.
Ancora a garanzia sia della comunità linguistica francese sia di quella fiamminga si può ricordare la
previsione di una composizione paritetica del Consiglio dei Ministri e della stessa Corte
costituzionale.
Prescindendo dalle previsioni sulla composizione degli organi istituzionali, una forma di tutela degli
interessi delle due principali comunità linguistiche è rappresentata dal sonnette d’alarme (art. 54
Costituzione). Istituto di applicazione generale, tale strumento prevede la possibilità per ognuno
dei gruppi linguistici presenti in Parlamento di dichiarare, a maggioranza dei tre quarti dei propri
componenti, che un determinato progetto di legge dell’esame dell’assemblea minaccia
gravemente i rapporti tra le comunità. In tal caso, l’esame del provvedimento è sospeso e la
questione viene deferita al Consiglio dei Ministri, il quale deve esprimersi con un parere e,
eventualmente, fare proposte di emendamento, entro i successivi trenta giorni.
Proprio l’intervento del Governo rappresenta in questa fase l’elemento ultimo di tutela delle
istanze comunitarie.
Pur in assenza, quindi, di previsioni di maggioranze qualificate, l’attivazione del “campanello
d’allarme” costituisce un forte strumento di pressione, rischiando di mettere in mora la
responsabilità del Governo e, in ultimo, la governabilità interna.
Gli strumenti di tutela predisposti dall’ordinamento, infatti, variano a seconda dei gruppi. Al
riguardo, bisogna in primo luogo prendere in esame la posizione della comunità germanofona.
Composto da circa 70.000 abitanti e collocato lungo il confine con la Germania, tale gruppo è stato
definitivamente annesso al Belgio solo alla fine della seconda guerra mondiale.
Riconosciuta come Comunità culturale, autonoma solo con l’avvio del processo di riforma degli
anni ’70, la collettività germanofona gode di poteri più circoscritti e forme di tutela minori rispetto
a quelle previste per i fiamminghi e francofoni. Sotto un primo profilo, la Carta costituzionale
attribuisce alla Comunità germanofona una competenza sull’impiego della lingua solo in
riferimento all’insegnamento (art. 130 Costituzione). Sotto diverso profilo, l’ordinamento non
prevede una partecipazione qualificata del gruppo germanofono all’interno degli organi
istituzionali centrali.
Sebbene non equiparabile a quella dei francofoni e fiamminghi, la posizione della comunità di
lingua tedesca appare comunque adeguatamente tutelata. La circostanza assume ancor maggiore
rilievo se si confronta lo status dei germanofoni con quello di altre comunità linguistiche presenti
nel Paese. Non viene qui in analisi il tema delle nuove minoranze, ma quello di comunità che,
seppur non presenti sin dall’origine, possono provare la propria preminenza nel territorio
nazionale da diverse generazioni.
In questo sembra risiedere un’ulteriore prova dell’assoluta peculiarità dell’esperienza del Belgio.
Diversamente da molti altri ordinamento europei, il sistema belga non solo tutela espressamente
ma pone al centro dell’intera struttura statuale il fattore linguistico. A ben vedere, però, tale
operazione non risponde al puro intento di riconoscere l’importanza della ricchezza del patrimonio
linguistico identitario del Paese.
Più che per un approccio plurilingue o multilingue, in realtà, il modello belga sembra caratterizzarsi

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per un separatismo linguistico diffuso, con la compresenza di due aree monolingui che, con
l’eccezione di Bruxelles e la ridotta area germanofona, interessano la quasi totalità del territorio
nazionale.
In questo contesto, la posizione degli altri gruppi linguistici appare inevitabilmente destinata alla
subalternità.
Per quanto possa apparire paradossale, il sistema sembra quindi seguire maggiormente il
protezionismo nazionalista di fondo nell’impianto francese piuttosto che le linee inclusive di
esperienze come quella lussemburghese o finlandese. Nella consapevolezza che tale impianto sia
l’unico in grado di garantire una certa stabilità al sistema nazionale, l’ordinamento sembra infatti
animato dall’obbiettivo di proteggere con ogni mezzo la, seppur composita, identità linguistica
ereditata dalla propria storia costituzionale, più che la tutela delle identità linguistiche presenti nel
Paese.

LA QUESTIONE LINGUISTICA NEL PROCESSO DI TRANSIZIONE DEMOCRATICA DEGLI STATI


DELL’EUROPA CENTRORIENTALE
LITUANIA
La fine dell’esperienza sovietica e il problema delle lingue nazionali deboli nei Paesi dell’area
baltica: l’esperienza lituana tra formali aperture al pluralismo linguistico e effettive misure di
stampo protezionistico
In modo più significativo rispetto agli Stati dell’area occidentale, i Paesi dell’Unione dell’area
centrorientale si caratterizzano per una forte presenza, al proprio interno, di gruppi linguistici
alloglotti.
In molti casi, si può invero osservare come, ad un tempo, la comunità “nazionale” propria dei
singoli Stati conviva all’interno dei conflitti nazionali con gruppi discendenti da comunità
originariamente sotto la giurisdizione di Paesi limitrofi e, viceversa, all’interno di Stati confinanti
risiedano stabilmente comunità originarie del proprio Paese.
Questo elemento è rimasto sostanzialmente in secondo piano fino al crollo del regime sovietico.
Con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’esperienza socialista, si è quindi potuto assistere ad
un lungo e complesso processo di transizione, nel quale sono riemersi tutti i fattori di conflittualità
reciproca, tra i quali un peso di rilievo ha assunto proprio la composizione multietnica delle
rispettive basi sociali.
In questo contesto, la risposta data dai diversi sistemi costituzionali assume sfumature differenti.
Da un’analisi complessiva delle singole esperienze, tuttavia, emerge un dato comune. La necessità
di porre solide fondamenta al nuovo corso costituzionale ha indotto i diversi ordinamenti a
puntare sui fattori identitari “storici”. In questo senso, in modo più marcato rispetto alla generalità
delle esperienze già analizzate, si può osservare una diffusa attenzione alla tutela e valorizzazione
dell’identità linguistica autoctona.
All’interno di questa cornice, la delicatezza dei processi di transizione, talvolta resi ancor più
difficili dal risveglio di antiche ostilità, ha portato ad un materiale ridimensionamento, se non a
una sostanziale elusione delle garanzie inserite nelle carte costituzionali in forza della pressione
esercitata dalla comunità internazionale.
Al riguardo, si possono in primo luogo menzionare i modelli di disciplina adottati dagli ordinamenti

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costituzionali dell’area baltica.


Nel quadro generale dei Paesi europei dell’area orientale, infatti, un posto particolare deve essere
attribuito ai sistemi di Lituania, Lettonia ed Estonia.
Causa la particolare posizione geopolitica storicamente ricoperta all’interno dello scacchiere
europeo, peraltro, il contesto sociale e politico appare profondamente diverso da quello degli altri
Paesi già collocati nella sfera di influenza sovietica. Più di altri Stati già satelliti dell’URSS, infatti,
Lituania, Lettonia ed Estonia hanno subito un forte processo di russificazione.
Rispetto a esperienze come quella irlandese, lussemburghese o maltese, però, i tre Stati dell’area
baltica si caratterizzano per una più decisa tutela e valorizzazione della propria identità linguistica
“autoctona”.
Partendo dall’esperienza lituana, si può osservare come, in virtù della sua collocazione geografica,
la composizione demografica di questo Stato baltico si connoti per un minor peso percentuale
della componente etnica russa ed una significativa presenza di un gruppo di lingua polacca.
All’interno di una popolazione di circa tre milioni di persone, i membri con identità linguistica russa
e polacca costituiscono rispettivamente l’8% ed il 6% del totale.
Tale circostanza ha sicuramente influito sulle scelte operate dal Costituente e dal legislatore
lituano nella prima fase del processo di transizione.
In tale contesto, prima ancora dell’approvazione della nuova Costituzione, il tema della con una
legge sulle minoranze nazionali ed una sulla cittadinanza.
Anche il testo della Costituzione del 1992 si caratterizza si caratterizza per un delicato
bilanciamento tra la volontà di recuperare e tutelare le proprie radici etniche e culturali ed il
riconoscimento delle componenti minoritarie della comunità nazionale.
Ancora, nella parte sugli elementi costitutivi dello Stato si afferma esplicitamente che la lingua
ufficiale è il lituano (art. 14). D’altro canto, l’art. 29 vieta espressamente ogni forma di
discriminazione su base linguistica o nazionale. Gli artt. 37 e 45, poi, riconoscono ai cittadini
appartenenti a gruppi minoritari di sviluppare le rispettive identità linguistiche e culturali,
garantendo alle comunità medesime una autonomia ed un sostegno nella gestione delle questioni
riguardanti i propri ambiti di interesse.
A più di vent’anni dall’approvazione della nuova Carta costituzionale, tuttavia, l’effettiva
implementazione delle garanzie per i gruppi nazionali allofoni appare ancora lontana dall’essere
raggiunta.
La stessa Corte costituzionale ha assunto posizioni di forte difesa della lingua nazionale,
ridimensionando la portata delle garanzie in favore delle comunità minoritarie inserite nel testo
costituzionale. Tra le numerose pronunce, si può menzionare una decisione del 1999, nella quale i
giudici erano chiamati a esprimersi sulla possibilità di inserire nei documenti di identità personali
nomi propri appartenenti a idiomi linguistici non presenti nella lingua nazionale.
In tal senso, il legislatore è chiamato ad assicurare l’uso generalizzato della lingua lituana nella vita
pubblica. La decisione, quindi, di prevedere l’obbligatorietà della traslitterazione nella lingua
lituana di nomi propri di altri idiomi non rappresenta una lesione dei diritti delle minoranze
linguistiche, alle quali è riconosciuta la libertà di utilizzo della propria lingua in altre sfere della vita,
né costituisce una violazione del divieto di discriminazione per ragioni linguistiche. Al contrario, in
un Paese caratterizzato da un centinaio di identità linguistiche, l’inserimento di nomi di lingue
differenti nei documenti pubblici di identità, oltre a porsi in contrasto con il principio costituzionale
sulla lingua ufficiale, determinerebbe anche notevoli problemi di funzionamento dell’apparato
pubblico, con evidenti ripercussioni sulla tutela dei diritti e l’uguaglianza dei cittadini.

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A dieci anni di distanza, nel 2009 la Corte è tornata sullo stesso tema con una, seppur minima,
apertura in favore delle identità linguistiche minoritarie.
In tal modo, on si avrebbe alcuna violazione delle norme a tutela della lingua nazionale, in quanto
tale integrazione non avrebbe pari valore legale. Anche in questo caso, però, l’attribuzione al
legislatore della pura discrezionalità in merito alla scelta da effettuare e la riserva del differente
valore delle due trascrizioni, mette in luce come l’attenzione della Corte insista più sull’importanza
della perseverazione della lingua nazionale che sulla tutela delle ulteriori identità linguistiche
presenti nel Paese.
Riprendendo l’idea che la lingua nazionale sia fattore di unione ed elemento fondamentale della
dimensione statuale, i giudici sostengono che una piena conoscenza della stessa sia condizione
necessaria per una piena partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato. Considerato, poi, che lo
stesso fattore della cittadinanza dovrebbe informarsi ad uno “spirito pubblico” di condivisione e
contribuzione alla vita comune, la non conoscenza della lingua nazionale denoterebbe l’assenza di
quel senso civico richiesto per la partecipazione alla vita del Paese. Dall’altra parte, si afferma
l’assenza di norme costituzionali che prevedano facilitazioni per garantire la partecipazione di
cittadini che non conoscono la lingua nazionale; né, a tal fine, si può richiamare il dettato degli artt.
37 e 45 Costituzione, in quanto le garanzie ivi previste non possono andare a detrimento dei
comuni interessi dello Stato.
Sebbene l’art. 1 faccia espressa riserva di ulteriori interventi legislativi a tutela delle minoranze
linguistiche, la legge disciplina in modo organico l’utilizzo della lingua lituana nella vita pubblica,
lasciando ben pochi margini di azione alle strutture amministrative per promuovere e tutelare la
ricchezza linguistica del Paese. La norma, infatti, dispone un uso generalizzato della lingua
nazionale in tutte le relazioni e, più in generale, in tutti i campi di attività dei molteplici livelli
dell’apparato burocratico, affermando l’obbligo di garantire l’erogazione di tutti i servizi nella
lingua lituana.
Sempre nella lingua nazionale devono essere riportati i nomi proprio, le informazione topografiche
e qualunque tipo di cartello o segnale pubblico.
Sotto un secondo profilo, è ancora importante ricordare la recente legge del 2011 di riforma del
sistema scolastico. L’intervento legislativo, infatti, ha inteso rafforzare la posizione della lingua
lituana all’interno di tutti gli istituti scolastici e prescolastici che utilizzano lingue minoritarie,
prevedendo non solo un aumento delle ore del suo insegnamento, ma anche l’obbligatorietà del
suo utilizzo per l’insegnamento di alcune materie. Parallelamente, nell’intento di promuovere il
raggiungimento di un adeguato livello di conoscenza della lingua nazionale, è stato introdotto un
esame finale di conoscenza del lituano unico per tutti gli studenti delle diverse realtà scolastiche:
A fronte di questi interventi a tutela dell’identità linguistica nazionale, si deve constatare un
sostanziale vuoto normativo in materia di protezione delle minoranze linguistiche.
Nel corso degli anni, il dibattito politico ha più volte affrontato il tema della sua riforma organica.
Prescindendo dall’efficacia delle misure di volta in volta proposte, bisogna osservare come tale
norma sia stata annullata nel 2010 e da allora il Parlamento non sia stato in grado di approvare un
nuovo testo.
Pur prescindendo dalla difficoltà di trovare un consenso parlamentare maggioritario, del resto,
anche l’ultimo progetto presentato nel 2012 sembra non cogliere in pieno le esigenze di tutela
delle minoranze linguistiche presenti nel Paese. La versione più recente del disegno legislativo,
infatti, prevede il diritto di utilizzare una lingua minoritaria nei rapporti con le amministrazioni
locali solo in quelle realtà in cui i membri dei gruppi interessati rappresentino almeno il 25% della

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popolazione.
Ancora, controversa appare l’attuazione dell’apertura compiuta dalla menzionata pronuncia della
Corte costituzionale del 2009, nella parte in cui ammette la possibilità dell’inserimento, in una
pagina secondaria dei documenti personali di identità, dei nomi propri secondo le regole
dell’alfabeto delle lingue minoritarie di appartenenza degli interessati. Ad oggi, infatti, nessuna
misura regolamentare è stata adottata per dar seguito alla decisione dei giudici. La stessa Corte,
del resto, in una recente pronuncia del 2014 ha riconosciuto che, nel caso volesse operare in tale
direzione, il legislatore dovrebbe comunque attenersi alle indicazioni della Commissione nazionale
sulla lingua lituana che, come si è accennato, ha come compito primario la salvaguardia della
lingua ufficiale più che la tutela delle identità linguistiche minoritarie.
Da ultimo, problematica appare l’implementazione delle misure volte a garantire la diffusione
dell’uso delle lingue minoritarie in campo educativo sia come veicolo che come materia di
insegnamento.
Sotto diverso profilo, il menzionato intervento legislativo del 2011 potrebbe avere effetti negativi
sulla qualità della formazione educativa degli alunni iscritti in istituti bi/multilingui. Nonostante la
previsione di un periodo transitorio, infatti, l’articolazione del percorso formativo in tali realtà
scolastiche e la non adeguata preparazione degli insegnamenti coinvolti in tale processo di riforma
sono state alla base di risultati non soddisfacenti nelle prime esperienze di esame. Ciò,
naturalmente, ha costituito un ulteriore fattore di tensione tra le diverse componenti della realtà
sociale.
Ciò detto alcuni spiragli di un possibile cambiamento d’impostazione possono riscontrarsi nel
crescente peso politico che i partiti rappresentativi delle comunità minoritarie stanno acquisendo.
Oltre, infatti, ad una partecipazione all’interno di organi consultivi, i gruppi nazionale minoritari
riescono ad ottenere una propria rappresentanza parlamentare. In particolare, negli ultimi anni la
formazione legata alla comunità polacca è entrata a far parte della coalizione di maggioranza. È
quindi ipotizzabile che nel prossimo futuro i temi legati alla protezione delle comunità nazionali
alloglotte possano trovare spazio nell’agenda di governo.

LETTONIA
L’approccio nazionalista del sistema lettone come soluzione necessaria per il recupero della
propria identità storica
Rispetto all’esperienza lituana, come accennato, la realtà delle altre due repubbliche baltiche si
caratterizza per un peso maggiore della componente di lingua russa all’interno del tessuto sociale
del Paese. In Lettonia, ad esempio, la comunità russofona rappresenta quasi il 34% dell’intera
popolazione nazionale.
In tale quadro, al recupero della sovranità ed indipendenza al termine del regime sovietico si è
collegata sin dall’inizio la necessità di recuperare e rafforzare le proprie radici storico-culturali.
Così, diversamente dagli altri Stati dell’area, si è deciso di ripristinare la propria Carta
costituzionale del 1922 e di riconoscere la cittadinanza solo a coloro che fossero cittadini lettoni
nel periodo tra le due guerre mondiali ed ai relativi discendenti.
Da un punto di vista cronologico, il primo intervento risale al 1998, allorquando in Costituzione
viene inserito tra le disposizioni generali il riconoscimento della natura ufficiale della lingua lettone
(art. 4). Peraltro, in un’ottica almeno formale di bilanciamento, l’inserimento in Costituzione del

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capitolo VIII, dedicato alla tutela dei diritti, porta alla previsione del divieto di ogni forma di
discriminazione (art. 91) e del diritto dei membri di gruppi etnici minoritari di preservare e
sviluppare la propria lingua ed identità culturale (art. 114).
L’urgenza di provvedere una copertura costituzionale forte alla tutela della lingua nazionale, ad
ogni modo, spinge ad un secondo intervento di riforma della Carta del 1922. Nel 2002, pertanto, il
capitolo sui diritti si arricchisce della previsione del diritto di ognuno di rivolgersi ad
un’amministrazione pubblica e di ricevere risposta nella lingua nazionale. Più in generale, la stessa
riforma introduce l’uso della lingua lettone come lingua di lavoro delle amministrazioni locali e del
Parlamento (artt. 21 e 101).
A rendere ancor più forte il tema della tutela della lingua nazionale, da ultimo, è giunto il recente
intervento di riforma costituzionale del 2014, con il quale la Carta costituzionale è stata arricchita
di un preambolo. Nell’enunciazione dei pilastri stessi dell’intero ordinamento nazionale, il testo
approvato dal Parlamento riconosce in primo luogo che la stessa nascita dello Stato lettone nel
1918 risiede nella volontà di garantire e sviluppare nei secoli la cultura e la lingua lettone.
All’interno di questo quadro costituzionale, la politica linguistica adottata nel corso degli anni del
legislatore nazionale ha puntato in modo quasi esclusivo sul recupero e la valorizzazione della
lingua lettone. Così, dopo una fase iniziale in cui, in forza della legge sulla lingua adottata nel 1989
prima della caduta del regime sovietico, ai cittadini era riconosciuta la possibilità di usare sia il
lettone che il russo nei rapporti con la pubblica amministrazione, l’approvazione nel 1999 della
legge sulla lingua, tuttora vigente, ha reso obbligatorio l’utilizzo generalizzato ed esclusivo della
lingua nazionale in tutte le sfere della vita pubblica.
Sebbene nelle dichiarazioni iniziali si riconoscano i diritti dei membri delle comunità minoritarie di
usare le proprie lingue di riferimento, la legge afferma espressamente che gli idiomi diversi dal
lettone sono da considerare come lingue straniere (art. 5) e le uniche sfere espressamente escluse
dall’applicazione delle disposizioni sull’uso della lingua ufficiale sono solo quella privata e quella
religiosa (art. 2).
Anche nei casi in cui venga utilizzata una lingua diversa da quella lettone, la normativa prevede in
via generale l’obbligo di predisporre una traduzione dei discorsi e dei documenti.
Nell’intento di garantire un pieno perseguimento degli obbiettivi di tutela e promozione della
lingua nazionale sottesi a tutto l’impianto normativo, il legislatore ha da un lato previsto l’obbligo,
per tutti i soggetti incardinati nelle amministrazioni pubbliche o chiamati a svolgere attività e uffici
di pubblico interesse, di avere una conoscenza della lingua nazionale adeguata alle funzioni svolte.
Dall’altro lato, analogamente a quanto previsto nell’esperienza lituana, la legge attribuisce ad un
Centro sulla lingua di Stato, al cui interno è chiamata ad operare una commissione di esperti,
importanti funzioni di regolamentazione della lingua lettone e di controllo e sanzione in relazione
alla concreta applicazione della normativa vigente (artt. 23-26).
Nel corso di questi anni, la politica linguistica nazionale ha infatti insistito sull’esigenza di
consolidare un sistema di istruzione che assicurasse un ruolo centrale all’insegnamento dell’unica
lingua di Stato. Così, dopo il primo periodo post-sovietico, nel quale era possibile creare istituti
scolastici in cui, accanto all’insegnamento obbligatorio del lettone, l’istruzione fosse impartita in
otto delle lingue minoritarie presenti nel Paese, dal 1995 il sistema ha vissuto un graduale ma
continuo cambiamento.
La legge sull’istruzione approvata nel 1998, infatti, aveva previsto che nelle scuole secondarie
l’istruzione dovesse essere erogata solo nella lingua lettone. A seguito di numerose proteste, tale
previsione ha lasciato il posto alla diversa soluzione della possibile articolazione del rapporto 60%-

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40% nell’utilizzo della lingua ufficiale e delle lingue minoritarie come strumenti veicolari
dell’insegnamento.
Il rischio di un’ulteriore riduzione dello spazio lasciato all’insegnamento delle e nelle lingue
minoritarie non pare essere del tutto superato. Ancora nel 2010, infatti, si colloca una iniziativa
popolare volta all’indizione di un referendum per la modifica dell’art. 112 Costituzione, nella quale
si prevedeva l’obbligo per le istituzioni scolastiche primarie e secondarie pubbliche di erogare
programmi educativi esclusivamente nella lingua nazionale.
Diversamente dalla prima iniziativa, la seconda è giunta a termine con il voto popolare del 18
febbraio 2012. Complice anche l’impossibilità di partecipare al voto dei soggetti alloglotti privi
della cittadinanza lettone, la proposta referendaria è stata respinta con una maggioranza di quasi il
75% dei votanti. L’alta percentuale dei cittadini che hanno partecipato alla consultazione, pari al
71% del corpo elettorale, dimostra come, nonostante il fallimento dell’iniziativa del 2010, anche
nell’esperienza lettone, il tema della tutela e valorizzazione del patrimonio linguistico nazionale
svolga tuttora un ruolo fondamentale e la protezione delle comunità linguistiche allofone, per
quanto radicate nel tessuto sociale, rappresenti un fattore problematico nel consolidamento
dell’identità nazionale.
Sulla stessa linea, poi, si colloca la politica linguistica del governo nel settore radiotelevisivo e dei
mezzi di comunicazione. L’esecutivo ha infatti recentemente introdotto la previsione che i mass
media elettronici che emettono programmi radio debbano trasmettere esclusivamente in lingua
lettone.
Tale provvedimento è stato portato all’attenzione della Corte costituzionale per violazione del
diritto alla libertà di informazione.
Il dato, in realtà, sembra porsi in linea con l’atteggiamento assunto dal giudice delle leggi sul tema
linguistico. Dall’analisi della giurisprudenza costituzionale, infatti, emerge come, nelle singole
questioni sottoposte alla propria attenzione, la Corte abbia insistito quasi esclusivamente
sull’importanza della protezione e salvaguardia della lingua nazionale come valore costituzionale,
omettendo costantemente ogni riferimento alla tutela dei diritti dei membri di comunità
alloglotte.
In particolare, riprendendo anche espressamente la lettura data dalla Corte costituzionale lituana
del 1999, nella decisione in oggetto si sottolinea come la tutela e promozione della lingua
nazionale, tuttora a rischio sopravvivenza, rappresenti un valore costituzionale strettamente
collegato alla tenuta democratica del sistema.
La stessa linea interpretativa pare emergere dalla decisione del 2005 sulla legittimità delle
disposizioni normative che limitavano il finanziamento pubblico per le scuole private ai soli istituti
che prevedevano l’utilizzo esclusivo della lingua lettone. Accertato infatti che, nonostante la
disposizione costituzionale sulla lingua ufficiale, il lettone è tuttora in una situazione di pericolo, lo
Stato ha l’obbligo di creare le condizioni perché tale lingua sia utilizzata in modo efficiente anche
dai cittadini con una identità linguistica differente. Sotto diverso profilo, a un siffatto dovere dello
Stato corrisponde uno speculare diritto dei cittadini di utilizzare la lingua ufficiale non solo in
privato ma anche nella vita pubblica.
Nel 2013, infatti, il giudice delle leggi è stato chiamato a sindacare le disposizioni che richiedono il
possesso, da parte dei consiglieri di assemblee locali, di una conoscenza della lingua lettone pari al
livello C1 del quadro europeo. Nella sua costruzione, la Corte insiste sulla ratio della previsione del
lettone come lingua di lavoro delle amministrazioni locali (art. 101 Costituzione), sostenendo che il
consolidamento dell’utilizzo di tale idioma come unica lingua ufficiale dello Stato persegua il fine

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ultimo di garantire un corretto funzionamento del sistema.


Indipendentemente dal fatto che, secondo la normativa in vigore, gli stessi siano qualificabili alla
stregua di dipendenti pubblici, infatti, se questi ultimi non possedessero un’adeguata conoscenza
della lingua di lavoro, difficilmente potrebbe essere assicurato un corretto funzionamento del
sistema. Né, a parere dei giudici, un corretto funzionamento della macchina pubblica potrebbe
essere raggiunto mettendo a disposizione dei rappresentanti privi di una adeguata conoscenza del
lettone un servizio di interpretariato. Il principio di rappresentanza e di responsabilità politica,
infatti, comportano che gli eletti svolgano in prima persona le proprie funzioni senza alcun filtro
intermedio e siano direttamente responsabili presso i loro elettori per le decisioni assunte.

ESTONIA
L’assetto linguistico estone tra politiche di integrazione unidirezionale e rinnovata vitalità delle
politiche allofone
Da un punto di vista puramente normativo testuale, l’esperienza estone sembra porsi in una
posizione intermedia tra i due modelli delineati nelle carte costituzionali degli altri due Paesi
dell’area baltica.
In questo contesto, la Costituzione estone sembra appunto voler delineare in modo chiaro il livello
di bilanciamento tra le due contrapposte esigenze. Così, da un lato, nei principi fondamentali del
sistema si continua a ritrovare l’affermazione della lingua estone come unica lingua ufficiale del
Paese (art. 6). Sulla stessa linea, poi, si pone la previsione del diritto di ognuno di ricevere
l’educazione in estone (art. 37), così come il diritto di interagire con le pubbliche amministrazioni
nella lingua nazionale (art. 51).
Dall’altra parte, la Carta costituzionale non si limita a vietare in modo assoluto e generale ogni
forma di discriminazione, ma bandisce espressamente ogni disparità che si fondi su motivi
linguistici (art. 12). Ancora, al fine di garantire un reale diritto di difesa, ogni provvedimento che
limiti la libertà personale di un individuo deve essere comunicato al diretto interessato in una
lingua dal medesimo conosciuta (art. 21). Per quanto riguarda il diritto all’istruzione, poi, il dettato
costituzionale precisa che, a prescindere dall’obbligo per lo Stato di erogare percorsi educativi
nella lingua nazionale, i genitori hanno diritto di scegliere il modello educativo per i propri figli e la
decisione ultima sulla lingua veicolare di istruzione, nelle istituzioni chiamate ad attivare percorsi
formativi per comunità minoritarie, spetta alle singole realtà scolastiche interessate (art. 37).
La parte in cui si può notare meglio la posizione intermedia del modello estone rispetto a quella
degli altri ordinamenti baltici, peraltro, riguarda i rapporti con la pubblica amministrazione.
Secondo quanto dispone l’art. 51 Costituzione, infatti, ribadita la scelta per l’utilizzo generalizzato
della lingua nazionale, nelle aree in cui comunità minoritarie rappresentino più della metà della
popolazione locale ognuno ha diritto di ricevere risposte nella lingua di appartenenza.
Ora, soprassedendo da ogni valutazione sul rispetto degli standard internazionali, tale quadro si
differenzia tanto dal modello lettone, che punta espressamente sull’uso generalizzato ed esclusivo
della lingua nazionale, quanto da quello lituano, che prevede in modo più generico ma anche più
generale il diritto di sviluppare le identità minoritarie. Attraverso l’individuazione del 50% della
popolazione locale come soglia minima per la tutela degli interessi delle comunità alloglotte,
infatti, il Costituente sembra ad un tempo voler riconoscere la legittimità delle istanze provenienti
da tali anime della comunità politica nazionale e delimitarne la concreta salvaguardia ai soli casi in

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cui i gruppi minoritari rappresentino, a livello locale, la maggioranza della base sociale,
circoscrivendo così i potenziali rischi per il consolidamento della lingua estone a livello nazionale.
A riprova di tale indirizzo di base, si può menzionare la decisione del 2007 di intervenire sul testo
costituzionale per inserire nel preambolo il riferimento all’obbligo dello Stato di preservare
attraverso i secoli il polo estone, la sua cultura e la sua lingua.
Più in generale, le analisi condotte a livello internazionale rivelano come, nonostante un approccio
apparentemente inclusivo sul tema delle minoranze linguistiche e della loro integrazione nel
contesto sociale della comunità nazionale, la politica linguistica seguita dal governo abbia
sostanzialmente mirato a valorizzare e promuovere la conoscenza della lingua estone anche
presso le comunità alloglotte, più che salvaguardare l’identità originaria di tali gruppi.
Analogamente a quanto riscontrabile nelle altre esperienze baltiche, siffatta impostazione trova
concreta espressione nel sistema delineato dalla legge sulla lingua, approvata nel 1995 e riformata
nel 2011. Pur presentandosi come un documento normativo sulla regolamentazione dell’uso della
lingua in generale, e non esclusivamente di quella ufficiale, il testo afferma in modo chiaro che
l’intervento legislativo mira principalmente a sviluppare, preservare e proteggere la lingua estone
ed assicurarne l’uso come principale mezzo di comunicazione nella vita pubblica (art. 1). In tale
contesto, chiarito che l’estone è l’unica lingua ufficiale dello Stato, tutte le altre lingue sono
considerate come lingue straniere (art. 5) e la loro protezione è ammissibile in quanto non rechi
nocumento alla lingua nazionale (art. 2).
La lingua delle pubbliche amministrazioni è quella nazionale e, conformemente al dettato
costituzionale, solo dove una minoranza nazionale rappresenti la maggioranza della popolazione
locale i cittadini a essa appartenenti hanno diritto di rivolgersi agli uffici pubblici nella propria
lingua originaria e questi ultimi devono fornire loro risposta nella medesima lingua, oltre che in
estone (art. 9). Alle stesse condizioni soggiace la possibilità di affiancare all’estone una lingua
minoritaria come lingua di lavoro di amministrazioni locali (art. 11).
All’uopo, la legge delega il Governo a disciplinare in modo dettagliato il sistema, la struttura
organizzativa e le modalità di valutazione delle conoscenze linguistiche.
Da ultimo, sulla corretta applicazione dei dettami della legge e sulle effettive capacità linguistiche
dei soggetti incardinati nelle realtà pubbliche è chiamato a vigilare l’Ispettorato linguistico, il quale
ha la possibilità di imporre sanzioni amministrative per la violazione delle disposizioni sull’uso della
lingua nazionale, così come di revocare eventuali certificati di conoscenza dell’estone e richiedere
alle strutture pubbliche interessate di licenziare o, comunque, interrompere il contratto di lavoro
con coloro che non siano in possesso di una adeguata conoscenza della lingua nazionale.
Tale approccio si è riverberato anche sul lato educativo. Formalmente, infatti, la Costituzione
prevede l’obbligo di rendere accessibile percorsi formativi in lingua estone ma non esclude la
possibilità di attivare istituti o singole classi in cui la lingua utilizzata per l’erogazione degli
insegnamenti sia una lingua minoritaria. Di conseguenza, sia l’amministrazione statale o quelle
locali interessate, sia singole associazioni o enti privati, possono strutturare istituti scolastici in cui
una parte più o meno cospicua del curriculum formativo sia erogata in una lingua “straniera”.
Parimenti, la legge sull’educazione prevede che un gruppo di genitori di almeno 10 studenti possa
richiedere l’attivazione di percorsi formativi di insegnamento delle lingue minoritarie.
Così, per il sistema di istruzione secondaria è stato imposto l’obbligo di garantire l’insegnamento di
almeno il 60% delle materie nella lingua nazionale.
In questo contesto, quindi, il ruolo dell’insegnamento delle lingue minoritarie all’interno del
percorso formativo ha subito un inevitabile ridimensionamento.

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Da un punto di vista più generale, si deve osservare come le stesse misure di tutela delle istanze
minoritarie siano molte volte rimaste sulla carta. Così, anche in zone ove le comunità alloglotte
rappresentano la netta maggioranza della popolazione locale, difficilmente è stato disposto
l’utilizzo della lingua minoritaria come strumento di lavoro degli uffici amministrativi o come lingua
per le indicazioni topografiche e le segnalazioni stradali.
Ad ogni modo, quanto l’approccio brevemente descritto possa influire sugli sviluppi futuri
dell’identità linguistica del popolo estone, rimane ancora non del tutto scontato. Nonostante i
ridotti margini di applicazione delle garanzie costituzionali a tutela delle comunità alloglotte,
infatti, si può osservare come queste ultime abbiano intrapreso iniziative volte a preservare il
proprio patrimonio culturale e linguistico.
Dall’altro lato, se la politica linguistica del governo volta a rafforzare il livello di conoscenza della
lingua nazionale ha materialmente fatto aumentare la competenza linguistica estone dei gruppi
minoritari, la stessa non ha, almeno apparentemente, messo in pericolo le altre identità
linguistiche. Al contrario, da alcuni documenti emerge come alla maggiore integrazione dei gruppi
minoritari si sia accompagnata una crescita di interesse e sensibilità degli estoni verso la
conoscenza delle altre lingue, in special modo di quella russa. Il dato assume particolare interesse
in quanto rivela gli inevitabili limiti di efficacia che, talvolta, possono avere le politiche linguistiche
nazionali.

BULGARIA
La Bulgaria tra protezionismo e assimilazionismo linguistico
In linea con quanto caratterizza altri Stati dell’area, il tessuto sociale bulgaro è la risultante di
ripetuti mutamenti dei confini geografici e di continui processi di emigrazione ed immigrazione.
Così, attualmente l’84% della popolazione è di lingua ed etnia bulgara, mentre la restante parte è
formata da una pluralità di comunità nazionali storicamente legate al territorio. All’interno di
questi, i gruppi demograficamente più rilevanti sono quello di identità turca e quello di etnia rom.
Dal testo della Costituzione approvata nel 1991, infatti, emerge un approccio sostanzialmente
passivo e restrittivo verso i diritti delle minoranze linguistiche.
Ponendosi in linea con i documenti costituzionali del secondo dopoguerra, anche la Carta bulgara
manifesta piena adesione ai valori fondamentali della tutela della dignità umana e della tolleranza.
All’interno di questa cornice, però, l’aspetto dell’identità linguistica di individui e comunità non
assume un’importanza primaria. Non solo, infatti, nel riconoscere il generale diritto di ognuno di
sviluppare la propria dimensione culturale l’art. 54 fa riferimento esplicito solo all’identità etnica e
non linguistica, ma anche lo stesso art. 6 sul principio di eguaglianza non riporta alcun cenno alla
lingua nell’elenco delle cause di discriminazione bandite in modo assoluto dal sistema.
In realtà, la legge fondamentale prevede una tutela dei diritti linguistici nell’art. 36, ove afferma
che i cittadini la cui lingua madre sia diversa dal bulgaro hanno diritto di studiare e di usare il
proprio idioma. L’approccio, tuttavia, è estremamente riduttivo. Per un verso, infatti, la
Costituzione si limita ad affermare la possibilità di usare una lingua diversa da quella nazionale, ma
non codifica un vero e proprio obbligo per lo Stato di garantire l’utilizzo delle lingue minoritarie
nella vita pubblica; né il testo costituzionale riconosce particolari obblighi e limiti nella
organizzazione del sistema educativo.
Ciò, in aderenza alla scelta del Costituente del 1991 di riconoscere il bulgaro come sola lingua

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ufficiale della Repubblica e di porre tale previsione tra i principi fondamentali dell’intero sistema
(art. 3).
Il quadro costituzionale delineato ha trovato conferma, nel corso degli ultimi anni, nell’approccio
manifestato dalla comunità sociale e nelle politiche adottate da parte del governo bulgaro. Sotto il
primo punto di vista, si può riportare il crescente allarme della comunità internazionale per
l’aumento di un atteggiamento sostanzialmente discriminatorio nei confronti di gruppi minoritari,
con particolare riguardo ai membri di etnia rom, agli esponenti della comunità macedone e ai
migranti.
Dal punto di vista delle politiche governative, poi, si può osservare come, pur in presenza di una
composizione multietnica e multilinguistica, diversamente da quanto accaduto in altri Paesi
dell’area balcanica, nel processo di transizione preordinato all’ingresso nell’Unione Europea, il
Governo nazionale non abbia sottoscritto la Carta europea sulle lingue regionali o minoritarie.
Nel 1999, invero, è stata ratificata la Convenzione quadro sulle minoranze nazionali. In attuazione
di tale accordo, nel corso degli anni il Governo ha formalmente rivisto alcuni provvedimenti
discriminatori, quali il divieto di usare nomi di origine non slava, e ha adottato alcuni programmi
volti a tutelare alcuni gruppi, quali quello di etnia rom.
Per quanto riguarda, poi, l’utilizzo delle lingue diverse da quella bulgara con le pubbliche
amministrazioni, il Governo nazionale non ha adottato provvedimenti normativi né amministrativi
volti a garantire la reale possibilità per i bulgari alloglotti di interagire con i soggetti pubblici, anche
solo locali, nella propria lingua materna; né è stata promossa la diffusione di indicazioni
topografiche negli idiomi minoritari radicati su una determinata area geografica. Parimenti,
profondamente carente risulta essere la politica di sostegno e finanziamento della produzione e
diffusione di programmi radiotelevisivi e di strumenti di comunicazione a mezzo stampa nelle
diverse lingue presenti nel territorio nazionale:
Ancor più delicato, peraltro, risulta essere l’approccio verso il tema dell’educazione. Anche
facendo leva sul tenore letterale della Carta costituzionale, infatti, il legislatore nazionale ha
previsto solo la possibilità che le lingue minoritarie siano inserite tra le materie elettive dei
programmi curriculari e che le stesse siano esclusivamente oggetto di insegnamento e non
strumento veicolare dell’insegnamento di altre materie.
Le più recenti relazioni redatte da organismi internazionali, infatti, riportano una diffusa pressione
verso i componenti dei gruppi minoritari che hanno determinato non solo una forte diminuzione
della richiesta di servizi e misure di tutela, ma anche una sensibile riduzione del numero di persone
che manifestino pubblicamente la propria identità etnica e linguistica.
Nonostante le espresse garanzia previste a livello costituzionale, l’esperienza in esame si connota
per una chiusura di fondo verso il tema del, pur significativo, pluralismo linguistico interno e un
approccio protezionistico dell’identità nazionale maggioritaria.

CROAZIA
Il nazionalismo linguistico come frutto di conflitti bellici intestini: il caso della Croazia
Un impianto di fondo di tipo nazionalistico emerge anche dall’analisi dell’ultimo Stato che in
ordine di tempo ha fatto ingresso nell’Unione: la Croazia.
La popolazione alloglotta, infatti, rappresenta complessivamente solo il 5% della comunità
nazionale. Di tale componente, la parte più significativa è costituita dal gruppo di origine serba, da

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solo pari al 4% della comunità del Paese.


Rispetto al percorso che ha connotato altri Paesi dell’area orientale, tuttavia, il distacco tra la
Croazia e la Serbia si inserisce all’interno di una guerra civile caratterizzata da gravi episodi di
genocidio e, più in generale, dolorose e profonde violazioni dei diritti umani. In questo contesto,
l’assestamento del nuovo sistema costituzionale è segnato da una sorta di epurazione della
componente serba che dal 12% scende attuale 4% della popolazione nazionale.
Il trascorrere del tempo, invero, non sembra ancora aver consegnato all’oblio la memoria delle
ferite subite.
L’impostazione generale emerge sin dalle disposizioni preliminari sulle fondamenta del sistema
costituzionale croato laddove si rivendica la natura millenaria dell’identità nazionale croata e si
afferma che la Repubblica croata è lo Stato nazionale della nazione croata e lo Stato delle altre
minoranze nazionali presenti al suo interno, alle quali è riconosciuta piena uguaglianza rispetto ai
cittadini di etnia croata.
Il forte peso esercitato dalla componente etnica maggioritaria riemerge ancora nell’art. 10
Costituzione ove, in linea con le scelte operate in altre esperienze dell’area orientale, oltre ad
affermarsi il compito della Repubblica di proteggere i propri cittadini residenti all’estero
promuovendo il loro legame con la madrepatria, si attribuisce alla medesima il compito di
garantire e dare particolare protezione alle “porzioni di nazione croata” presenti negli altri Paesi.
Così, accanto all’enunciazione del divieto di discriminazioni per ragioni linguistiche e al
riconoscimento dei diritti linguistici dell’individuo legati al processo penale (artt. 14 e 29), si
sancisce l’ufficialità della lingua croata e dell’alfabeto latino, affermando la possibilità che, a
determinate condizioni, la legge ammetta in singole realtà locali l’uso, accanto a questi e non in
loro sostituzione, di altri idiomi e alfabeti (art. 12). Più in generale, il Costituente ha previsto la
garanzia della libertà dei membri di minoranze nazionali di esprimere la propria nazionalità ed
esercitare la propria autonomia culturale, compreso l’utilizzo della propria lingua madre (art. 15).
Infatti, se da un lato le disposizioni costituzionali menzionate delineano essenzialmente un sistema
di protezione dei gruppi minoritari, dall’altro bisogna rilevare come la stessa Carta costituzionale
affidi al legislatore la concreta attuazione di tale disegno. Il dato assume un rilievo ancor più
importante, se si considera che la disciplina dei diritti delle minoranze nazionali deve essere
adottata con legge organica, approvata dai due terzi dei membri del Parlamento (art. 83). Se è
vero che la previsione di una maggioranza qualificata rappresenta ordinariamente una garanzia nei
confronti della minoranza, è altresì vero che la necessità di una maggioranza così ampia, in un
Paese in cui le componenti minoritarie non solo rappresentano una parte minima della base
sociale, ma talvolta scontano anche pregiudizi negativi da parte della comunità politica
maggioritaria, rischia, prima di tutto, di costituire un limite all’effettiva implementazione delle
garanzie affermate in Costituzione.
Il dato trova puntuale conferma nella legge sui diritti delle minoranze nazionali adottata nel 2002.
Accanto a disposizioni che richiamano espressamente i documenti internazionali sulla tutela dei
gruppi minoritari o, comunque, affermano l’importanza fondamentale che la diversità
multiculturale ed etnica e lo spirito di tolleranza hanno per lo sviluppo del Paese (art. 3), si
collocano le norme che rinviano al legislatore speciale la definizione del margine di azione delle
garanzie, così come la previsione che, in via generale, limita il diritto di utilizzo di una lingua
minoritaria nei rapporti con le amministrazioni locali alle sole realtà in cui il gruppo interessato
rappresenti almeno un terzo della popolazione di riferimento (art. 12), quando proprio nei
documenti internazionali si indica generalmente una ben più ridotta percentuale che va dal 10% al

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20%.
Rispetto alla Bulgaria, però, il modello croato si distingue per due elementi. Per un verso, anche se
in forza di processi di “allontanamento”, la composizione della comunità politica appare
linguisticamente più omogenea. Per un altro verso, l’atteggiamento generale di chiusura pare
ammorbidirsi e lasciare il posto a timide aperture nei confronti di quei gruppi che, ancorché
dimensionalmente più piccoli, nella più recente transizione non hanno giocato un ruolo
conflittuale.
Un’ambiguità di fondo del modello croato sul tema linguistico e minoritario emerge ulteriormente
dall’implementazione del dettato legislativo a livello amministrativo.
Un’analisi complessiva, peraltro, mette in luce non solo una sostanziale carenza di materiale
didattico in lingua per il ciclo secondario di istruzione, ma anche la tendenziale elusione degli
interessi della comunità di lingua romanì. Nella pratica, infatti, l’insegnamento di tale idioma è
fondamentalmente assente dal sistema educativo. Accanto a ciò, i rapporti internazionali
evidenziano altresì come la scarsa padronanza della lingua croata da parte degli studenti di tale
gruppo sia alla base della diffusa abitudine di iscrivere gli stessi in classi speciali, caratterizzate da
una riduzione del curriculum formativo.
Analogamente, luci e ombre emergono dall’applicazione del diritto di utilizzo delle lingue
minoritarie nei rapporti con la pubblica amministrazione. Pur prescindendo dalla considerazione
della cautela del legislatore croato, riscontrabile nella previsione di una soglia limite ben più alta
rispetto agli standard internazionali, bisogna infatti osservare come in alcune realtà locali i diritti
riconosciuti dalla legge siano sostanzialmente disattesi.

REPUBBLICA CECA
Il fattore linguistico nei processi di dissoluzione pacifica: le aperture al pluralismo nel contesto
dell’omogeneità linguistica dell’esperienza ceca
Com’è noto, la conformazione di questo Paese è il frutto di un articolato percorso di formazione
che si è concluso solo di recente. Per quasi un secolo, infatti, l’attuale Stato ha fatto parte, insieme
alla Repubblica slovacca, di una realtà politica più grande: la Cecoslovacchia.
L’esperienza si connotò, infatti, per una spiccata dimensione plurinazionale. Oltre al gruppo
maggioritario di identità ceca, una parte importante della popolazione era formata dalle comunità
di origine slovacca, tedesca, ungherese e polacca e dalle diverse comunità di etnia rom diffuse nei
Paesi dell’area centrorientale.
La difficile convivenza ha dato vita, nel corso della storia cecoslovacca, a numerosi tentativi di
“semplificazione”. Il primo prese avvio all’indomani della fine della seconda guerra mondiale,
allorquando il governo Benes sostanzialmente ordinò la espulsione di quasi tre milioni di membri
della comunità di lingua tedesca dei sudeti. Tale fenomeno di semplificazione forzata del dato
etnico ha poi trovato il suo culmine nel 1993 con la pacifica dissoluzione dello Stato cecoslovacco e
la nascita dei due nuovi Stati.
In forza di simili misure, quindi, attualmente la Repubblica Ceca si connota per una sostanziale
omogeneità linguistica. All’interno di una popolazione di dieci milioni di abitanti, infatti, i gruppi
minoritari presenti nel Paese rappresentano unicamente il 4%, circa la metà dei quali è di origine
slovacca.
Anche in forza delle pressioni esercitate dalla comunità internazionale per cercare di governare la

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delicata fase di transizione politica e garantire un pacifico distacco tra la comunità ceca e quella
slovacca, all’interno del processo costituente del 1992 il tema dei diritti linguistici e minoritari
assume un autonomo rilievo. In particolare, il problema è affrontato nell’elaborazione della Carta
dei diritti e delle libertà fondamentali.
Tra le disposizioni generali, la Carta prevede il riconoscimento dell’uguaglianza di tutti nei diritti e
nella dignità (art. 1). Il principio egualitario è successivamente declinato con la previsione del
divieto di discriminazioni sulla base dell’identità linguistica e dell’appartenenza a una minoranza
etnica o nazionale (art. 3).
L’importanza del fattore minoritario, in verità, emerge in modo ancor più evidente dalla scelta di
dedicare al tema un capitolo specifico della Carta. Centrale, al riguardo, è il dettato dell’art. 25, che
stabilisce il diritto dei membri di tali gruppi ad un pieno sviluppo, tanto in una dimensione
individuale quanto collettiva, della propria cultura.
Per garantire una più efficace integrazione tra le diverse componenti della comunità nazionale,
poi, si riconosce il diritto dei cittadini appartenenti a gruppi minoritari ad una piena partecipazione
nella risoluzione dei problemi concernenti la propria comunità di riferimento.
In attuazione del dettato costituzionale, nel 2001 è stata adottata la legge sui diritti dei membri di
minoranze nazionali.
Tra le soluzioni individuate, vi è la previsione della creazione di un Consiglio per le minoranze
nazionali, composto in modo maggioritario di rappresentanti di comunità minoritarie, chiamato a
operare come organo consultivo del Governo (art. 6). Per garantire una maggiore partecipazione
attiva, accanto a tale Consiglio, la stessa disposizione prevede la creazione di comitati per le
minoranze nazionali nelle singole realtà locali ove tali gruppi siano radicati.
Sotto diverso profilo, il legislatore del 2001 individua nello sviluppo culturale uno degli aspetti
fondamentali per mantenere vive le diverse identità linguistiche presenti nel Paese. In questo
senso, da un lato, si afferma il diritto delle comunità minoritarie di avere un sistema educativo che
preveda l’utilizzo delle lingue minoritarie non solo come materia di insegnamento ma anche come
strumento veicolare di istruzione a partire dalla fase prescolare (art. 11). Dall’altro lato, la legge
enuclea un vero e proprio obbligo per il Governo nazionale di supportare anche finanziariamente
le iniziative volte a preservare e sviluppare cultura, tradizioni e idiomi dei diversi gruppi
storicamente residenti nel territorio statale, all’uopo sostenendo anche la realizzazione e la
diffusione di pubblicazioni periodiche e programmi radiotelevisivi (artt. 12 e 13).
Se, infatti, il quadro normativo riportato rivela una sicura sensibilità del legislatore, bisogna
rivelare come, per un verso, alcune soluzioni appaiono non pienamente rispondenti ai parametri
internazionali e, per altro verso, l’implementazione delle misure delineate non sia sempre
effettiva.
Sotto il primo punto di vista, appare non del tutto piana la formulazione dell’art. 37 della Carta dei
diritti e delle libertà fondamentali in tema di tutela giudiziale. Secondo la disposizione, infatti
all’interno dei procedimenti giudiziari, la tutela delle identità linguistiche soggettive consiste
esclusivamente nella possibilità, riconosciuta solo a favore di coloro che dichiarino di non aver
padronanza della lingua utilizzata, di utilizzare servizi di interpretariato.
Il testo, infatti, non produce garanzie specifiche per i membri di gruppi linguistici minoritari, ma
subordina l’utilizzo della propria lingua materna (attraverso l’ausilio dell’interprete) alla
dichiarazione di non conoscenza del ceco.
Sotto il secondo punto di vista, le misure di protezione in campo scolastico e in campo
amministrativo non risultano pienamente attuate.

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Una delle cause della ridotta implementazione delle misure in campo educativo risiede nella
limitata attuazione del sistema di Comitati per le minoranze nazionali che dovrebbero operare a
livello locale. Secondo quanto prevede la legge n. 128 del 2000 sugli enti locali, tali organismi
dovrebbero obbligatoriamente essere creati laddove almeno il 10% della popolazione locale fosse
costituito da membri di comunità minoritarie.
Proprio alla presenza di tali organismi la legge sull’istruzione subordina l’applicazione delle misure
di tutela delle minoranze in campo scolastico. Dai dati più recenti, però, emerge come simili
Comitati siano stati costituiti solo in 72 dei 261 Comuni in cui ricorrono le condizioni menzionate.
Anche nelle zone in cui i Comitati siano stati costituiti, peraltro, il livello di utilizzo delle lingue
minoritarie nella vita pubblica risulta essere circoscritto. Da un lato, infatti, oltre ad una ridotta
pubblicizzazione delle possibilità riconosciute dalla legge, i membri delle diverse comunità presenti
nel Paese sono tendenzialmente bilingui e quindi tendono ad utilizzare la lingua nazionale, con la
convinzione che ciò renda più agevole i rapporti con gli uffici pubblici. In questo senso, un profilo
particolare riguarda il caso della comunità slovacca.
Dall’altro lato, da un’analisi ad ampio spettro, emerge come in molti casi i gruppi minoritari siano
accompagnati da una percezione negativa da parte della comunità in cui sono insediati. Così, per
un verso, la comunità di lingua tedesca continua ad essere ricondotta negativamente alle vicende
della seconda guerra mondiale. Per un altro verso, nonostante i numerosi programmi elaborati nel
corso degli ultimi anni, la comunità di etnia rom continua ad essere oggetto di atteggiamenti
discriminatori. A tacer d’altro, bisogna ricordare la condanna inflitta alla Repubblica Ceca dalla
CEDU per la pratica, analoga a quella osservata in Croazia, di inserire i bambini appartenenti a tale
gruppo in “scuole speciali”, ovvero in istituti caratterizzati da percorsi formativi studiati per
soggetti affetti da particolari problematiche di apprendimento.
Ora, tale diffuso atteggiamento di chiusura sembra aver influito sullo stesso esito dell’ultimo
censimento effettuato nel 2011. Nonostante la possibilità di indicare una doppia identità
linguistica o etnica, infatti, quasi un terzo della popolazione ha preferito non esprimere alcuna
dichiarazione.
Anche a seguito delle pressioni esercitate dalla comunità internazionale, in verità, la politica
linguistica è attualmente in fase di rielaborazione. Alcune recenti proposte legislative, infatti,
mirano a valorizzare il contributo delle associazioni rappresentative dei diversi gruppi minoritari,
permettendo loro non solo di richiedere alle amministrazioni comunali la realizzazione di iscrizioni
e indicazioni bilingui, ma anche di attivare la procedura per la costituzione di quei Comitati per le
minoranze nazionali attivi a livello locale, dalla cui presenza la legge fa dipendere
l’implementazione di numerose misure di tutela.
Tali misure , tuttavia, non sembrano da sole in grado di cambiare l’impostazione di fondo.

SLOVACCHIA
La sensibilità per la tutela del patrimonio linguistico autoctono nel più frammentato quadro
slovacco
Diversamente da quanto osservato per il sistema di Praga, la posizione di subalternità della
comunità slovacca all’interno dell’esperienza cecoslovacca aveva precluso ogni tentativo di
politiche assimilazionistiche o comunque di semplificazione del tessuto etnico-linguistico locale.
Già da un punto di vista demografico, quindi, l’omogeneità linguistica che caratterizza la

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Repubblica ceca lascia spazio in Slovacchia ad una realtà sociale più composita, nella quale il
gruppo slovacco costituisce poco più dell’80% della comunità nazionale. In conseguenza del
dominio storicamente esercitato dall’Ungheria, infatti, la comunità di stirpe magiara continua ad
avere un peso importante, rappresentando quasi il 10% della popolazione nazionale. Accanto a
tale gruppo, concentrato nella parte meridionale del Paese, in aree differenti si possono poi
osservare altre comunità legate linguisticamente e culturalmente ai Paesi vicini, a cui si
aggiungono i gruppi di etnia rom, che da soli costituiscono il 2% della popolazione slovacca.
Da un lato, invero, le comuni origini con l’esperienza ceca hanno portato ad un riproposizione, con
una formulazione sostanzialmente analoga, delle soluzioni adottate nella Carta dei diritti e libertà
fondamentali del Costituente praghese. In tal senso, tra l’altro, il richiamo al divieto di
discriminazioni per motivazioni di ordine linguistico e la libertà di scelta della propria identità
nazionale previsti dall’art. 12 Costituzione, così come il diritto all’interprete per coloro che
dichiarino di non conoscere la lingua nazionale, riprendono quasi testualmente il dettato degli artt.
3 e 37 della Carta ceca.
Ancora, formulazioni similari disciplinano il diritto dei cittadini appartenenti a gruppi minoritari di
sviluppare, come singoli e come collettività, la propria cultura, partecipare alle decisioni su temi
che riguardino i rispettivi gruppi, ricevere l’istruzione nella propria lingua madre ed utilizzare la
stessa nelle relazioni con i pubblici uffici e per ricevere informazioni (rispettivamente artt. 34
Costituzione slovacca e 25 Carta ceca).
Dall’altro lato, il differente contesto sociale rispetto all’esperienza ceca, con la minore omogeneità
linguistica e, soprattutto, la minore solidità della componente slovacca della popolazione, hanno
indotto il costituente a ritenere opportuno codificare maggiori garanzie per la lingua nazionale.
Così, tra i principi fondamentali della Carta costituzionale si afferma che la lingua statale della
Repubblica è lo slovacco e l’uso di idiomi differenti nella vita pubblica è disciplinato dalla legge
(art. 6). A conferma della centralità del ruolo della lingua nazionale, nella stessa disposizione in cui
si disciplinano i diritti linguistici dei gruppi minoritari, si afferma che questi affiancano il diritto alla
piena conoscenza della lingua di Stato e che, in ogni caso, il loro esercizio non può determinare
rischi per la sovranità e l’unità della Repubblica o ingenerare una discriminazione verso i membri
della maggioranza nazionale. La circostanza che la tutela della lingua nazionale rappresenti un
elemento fondamentale dell’intero sistema, peraltro, si può desumere anche dallo specifico
mandato che l’art. 7 Costituzione rivolge ai soggetti pubblici di supportare la coscienza nazionale e
l’identità culturale degli slovacchi che vivono al di fuori del confine nazionale e di favorire i contatti
tra questi ultimi e la madre patria.
Con legge n. 270 del 1995, da ultimo modificata nel 2009, il legislatore ha normato l’uso della
lingua di Stato, prevedendone un uso generalizzato e preferente rispetto alle lingue minoritarie
protette da provvedimenti normativi speciali. Solo con la legge n. 184 del 1999, il legislatore ha
successivamente provveduto a regolamentare l’uso delle lingue delle minoranze nazionali nei
rapporti con i soggetti pubblici.
La concreta applicazione di tali tutele, però, è stata sin dall’inizio fortemente circoscritta.
Sin dalla sua originaria formulazione, infatti, la legge prevede che le misure menzionate operino
solo nelle realtà locali ove i membri di una determinata minoranza nazionale rappresentino
almeno il 20% della popolazione della comunità locale medesima (art. 1).
Secondo quanto ancora recentemente riportato dallo stesso Governo slovacco, infatti, in molti
distretti regionali le comunità ungheresi e rom, pour consistenti da un punto di vista numerico,
non raggiungono la soglia richiesta dalla legge. Sotto diverso profilo, la legge ammette l’uso delle

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lingue minoritarie solo ed esclusivamente nei rapporti con le amministrazioni locali o con gli uffici
locali delle amministrazioni regionali.
Sulla base delle osservazioni rivolte dalla comunità internazionale, nel 2011 il legislatore slovacco
ha inserito due ipotesi di deroga volte a permettere una più ampia applicazione dei diritti
linguistici in questione.
Ora, tali soluzioni non paiono in grado di superare le delimitazioni poste dal quadro normativo
previgente. Da un lato, infatti, si lascia alla completa valutazione discrezionale dei singoli uffici
amministrativi il soddisfacimento di interessi di esponenti di comunità minoritarie. Dall’altro lato la
percentuale del 15%, seppur più bassa di quella ordinaria, non solo resta più alta degli standard
internazionali, ma è altresì destinata a spiegare i suoi effetti solo a partire dal 2021 (data del
secondo censimento successivo all’intervento legislativo) e, in ogni caso, non è di per sé in grado di
risolvere i problemi attuali di comunità che, sebbene consistenti da un punto di vista numerico, a
causa delle ripartizioni amministrative del sistema non riescono a raggiungere il requisito in
questione.
Ulteriori profili problematici, poi, emergono dalla disciplina del sistema scolastico. Se è vero,
infatti, che la legge n. 248 del 2008 sull’educazione ha previsto la creazione di un sistema organico
di istruzione nella lingua della minoranza, bisogna rilevare come, anche a causa dei numeri assoluti
non rilevanti di alcuni gruppi linguistici, solo per i membri della minoranza di lingua ungherese sia
realmente configurabile una continuità nell’utilizzo e insegnamento della propria lingua madre nel
percorso formativo, che parte dal livello prescolare ed arriva al livello di formazione secondaria.
In un contesto di pluralismo linguistico più accentuato, infatti, si può assistere ad una più espressa
attenzione solo verso la tutela dell’identità linguistica nazionale, con l’attuazione di un adeguato
sistema di garanzie esclusivamente per la comunità di lingua ungherese, la cui influenza sulla vita
della popolazione slovacca è risalente nella storia.

POLONIA
L’approccio polacco al pluralismo linguistico interno tra impianto antidiscriminatorio e timide
aperture verso politiche promozionali
Dagli ultimi censimenti emerge come quasi il 97% della popolazione abbia una identità linguistica
polacca.
Il dato attuale è tuttavia il risultato di processi in parte divergenti da quelli che hanno
caratterizzato le vicende ceche. Per un verso, infatti, era stata l’assenza di confini ortografici ad
aver storicamente portato a insediamenti importanti di comunità alloglotte provenienti dalle aree
limitrofe, tanto da raggiungere a rappresentare quasi il 30% della popolazione nazionale.
La fase finale del processo di semplificazione del quadro etnico-linguistico, però, non è legata ad
una ridefinizione di confini territoriali, come invece accaduto per l’esperienza ceca, ma dipende
direttamente dalla conclusione del regime di matrice socialista e, in modo ancor più evidente,
dall’apertura dei confini conseguente all’ingresso nell’Unione Europea.
La dimensione demografica complessiva del Paese, peraltro, fa sì che, nonostante le proporzioni
ridotte da un punto di vista percentuale, il problema della tutela ed integrazione delle minoranze
allofone rappresenti un tema importante della vita nazionale.
In questo contesto, allora, all’interno del delicato processo di transizione democratica sostenuto
dalla comunità internazionale, si colloca la scelta operata dal Costituente del 1997, il quale,

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affermata la natura ufficiale della lingua polacca e fa salvi i diritti delle minoranze nazionali
riconosciuti negli accordi internazionali ratificati (art. 27). A ciò si aggiunge la peculiare
formulazione del principio di uguaglianza, il quale discostandosi dalle soluzioni generalmente
adottate nelle altre carte costituzionali, bandisce ogni forma di discriminazione in modo assolto
senza specificare ulteriormente ipotesi particolari di divieto (art. 32).
Per quanto più specificamente riguarda il fattore linguistico e nazionale, l’art. 35 riconosce ai
cittadini polacchi appartenenti a comunità minoritarie il diritto di preservare e sviluppare la
propria lingua, cultura e tradizioni, garantendo la possibilità di creare istituzioni educative e
culturali così come di partecipare, in via generale, alla decisione di questioni concernenti la propria
identità culturale.
Il tenore ampio del dettato costituzionale e, per così dire, la natura assoluta delle garanzie
delineate, invero, hanno indotto il legislatore ad estendere formalmente le varie misure di tutela a
tutte le comunità di cittadini presenti all’interno del Paese, indipendentemente dalla loro
consistenza demografica.
Passi importanti nel processo di attuazione del mandato costituzionale si sono successivamente
avuti con l’approvazione della legge sulle minoranze etniche e nazionali e sulla lingua regionale del
2005, la legge sul cambio del nome del 2008 ed i regolamenti ministeriali del 2007 e 2008 sul
sistema di istruzione.
Così, sotto un primo aspetto, è stata prevista la possibilità di procedere alla registrazione di nomi e
cognomi propri di lingue minoritarie, prevedendo anche l’utilizzo di segni diacritici non presenti
nell’alfabeto polacco. Più in generale, la legge sulle minoranze nazionali del 2005 ha previsto la
possibilità, per le realtà municipali ove le comunità minoritarie rappresentino almeno il 20% della
popolazione locale, di essere inseriti in un registro ufficiale dei Comuni che prevedono l’utilizzo di
lingue ausiliarie, permettendo così ai membri di tali gruppi di utilizzare la propria lingua materna
nei rapporti con la pubblica amministrazione.
Sotto altro punto di vista, a livello educativo, i regolamenti ministeriali del 2007 e 2008 hanno
delineato un complesso sistema di tutela e promozione della ricchezza linguistica e culturale del
Paese. Da un lato, infatti, sono state approvate misure di finanziamento volte a favorire, all’interno
di tutto il ciclo di istruzione, l’attivazione di classi in cui le lingue minoritarie siano usate come
strumento di insegnamento o, più semplicemente, come materia. Dall’altro, all’interno di una
revisione dei programmi scolastici, è stato previsto l’insegnamento, rivolto non solo agli alunni
appartenenti a comunità minoritarie, della storia, cultura e tradizioni delle minoranze presenti nel
Paese.
Da ultimo, la legge sulle minoranze nazionali ha disposto la creazione di una Commissione formata
da rappresentanti dell’esecutivo e esponenti di tutte le comunità etniche e linguistiche
riconosciute.
Ciò detto, analogamente a quanto finora osservato per altri Paesi dell’area orientale, le misure
adottate non hanno finora portato ad una piena valorizzazione e tutela delle diverse identità
linguistiche presenti. Oltre a non rispondere pienamente agli standard internazionali, complice la
non completa affidabilità dei dati prodotti dai censimenti sulle reali dimensioni delle comunità
allofone, la scelta di circoscrivere la possibilità di utilizzare le lingue minoritarie nei rapporti con le
amministrazioni municipali alle sole realtà in cui tali gruppi rappresentino almeno il 20% della
popolazione interessata ha limitato eccessivamente il numero di Comuni in cui tali garanzie siano
effettivamente operative.
Relativamente all’istruzione, causa una scarsa promozione degli interventi a garanzia delle lingue

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minoritarie, la percezione di una ridotta utilità di una educazione bilingue da parte dei genitori ha
notevolmente limitato le potenzialità di sviluppo dell’insegnamento delle lingue diverse dal
polacco. Tale circostanza ha influito anche sulla scelta del modello di istruzione. Con l’eccezione
delle comunità ucraina e lituana, infatti, gli altri gruppi hanno ritenuto opportuno insistere
unicamente sull’insegnamento delle proprie lingue madri come materia all’interno del curriculum
formativo.
Sempre in tale ambito, si deve ancora rilevare come, analogamente a quanto riscontrato nelle
altre esperienze dell’area orientale, la comunità di lingua romanì sia priva di ogni forma effettiva di
tutela. Da un lato, infatti, in nessun istituto scolastico e prescolastico è garantito l’insegnamento di
tale idioma. Dall’altro, anche a causa di una mancata integrazione linguistica con il resto della
comunità, una percentuale di bambini di tale gruppo molto più alta rispetto alla media nazionale
viene inserita in istituti scolastici per persone con disabilità mentali, con conseguenti effetti
negativi anche sul successivo processo di integrazione sociale degli stessi interessati.
Nonostante le importanti funzioni attribuite dalla legge del 2005, la Commissione congiunta
Governo/minoranze nazionali ha finora incontrato numerosi problemi di funzionamento, per lo più
dovuti a complicate procedure di elezione degli esponenti delle comunità minoritarie che hanno
causato la vacanza di alcune posizioni per lunghi periodi.
Sotto diverso profilo, l’esecutivo ha più volte disatteso le indicazioni ricevute da tale organo anche
senza esplicitarne le motivazioni.
Prescindendo dalla formazione del Senato, per il quale opera un sistema maggioritario puro, il
sistema di elezione della Camera bassa (Sejm) esonera i partiti rappresentativi di minoranze
nazionali dall’obbligo di superare la clausola di sbarramento del 5% a livello nazionale.
Ora, simili considerazioni pongono in luce, da un lato, una ridotta consapevolezza della società
civile della ricchezza delle identità culturali e linguistiche del Paese e delle misure di salvaguardia
delineate a livello legislativo e, dall’altro, un approccio dell’esecutivo al tema delle minoranze
nazionali e linguistiche attento soprattutto a debellare situazioni di discriminazione piuttosto che a
finalità di promozione e valorizzazione del patrimonio culturale del Paese.
Così, nella fase attuale si possono osservare proposte di legge volte a modificare il quadro
normativo vigente per agevolare e promuovere, nelle aree interessate, il consolidamento di un
sistema educativo bilingue o per garantire una maggior diffusione dell’utilizzo delle lingue
minoritarie nei rapporti con le amministrazioni municipali.

ROMANIA
L’impianto promozionale dell’ordinamento romeno
Un livello di attenzione ancora maggiore per le problematiche linguistiche si può riscontrare,
almeno sulla carta, nell’esperienza della Romania.
Oltre al gruppo ungherese e a quello di etnia rom, che rappresentano le due comunità
dimensionalmente più importanti, infatti, nel Paese si possono ritrovare forti enclaves di origine
tedesca, ucraina, turca e russa.
In questo contesto, la politica linguistica romena si è finora distinta non solo per misure di tutela,
ma anche di promozione dell’identità linguistica delle comunità allofone presenti al proprio
interno. Con un percorso avviatosi alla fine del regime socialista con l’approvazione della nuova
Carta costituzionale del 1991 e perfezionatosi, anche in forza della successiva adesione agli

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strumenti internazionali adottati in seno al Consiglio d’Europa, con la revisione costituzionale del
2003, il modello romeni si caratterizza per un sistema complesso, nel quale ad una forte tutela
della lingua nazionale si accompagna un’ampia tutela delle ulteriori identità linguistiche presenti
nel Paese.
Così, da un lato, dopo aver affermato l’unitarietà del Paese (art. 4 comma 1), la Costituzione non
solo afferma solennemente che la lingua ufficiale dello Stato è il romeno (art. 13), ma pone tra i
suoi principi fondamentali l’impegno a rinforzare i legami con i romeni che siano cittadini di altri
Paesi e a sviluppare e difendere la loro identità etnica, culturale e linguistica (art. 7).
Dall’altro lato, accanto a tali previsioni di tutela dell’identità della comunità nazionale “storica”, il
sistema non solo sancisce il divieto di ogni forma di discriminazione sulla base della nazionalità e
dell’identità linguistica (art. 4 comma 2), ma sancisce solennemente che la dignità umana e il
libero sviluppo della personalità sono valori supremi di tutto l’ordinamento (art. 1).
In questa cornice, poi, si colloca l’ulteriore disciplina prevista dalla Carta fondamentale in merito al
fenomeno linguistico. In un primo settore si pongono le disposizioni che più propriamente
rispondono a finalità antidiscriminatorie, quali il diritto ad essere informati in una lingua
conosciuta delle accuse rivolte e delle motivazioni dei provvedimenti di limitazione della propria
libertà personale (art. 23), ovvero il diritto all’interprete per gli stranieri che non conoscano il
romeno (art. 128). In un secondo settore si ritrovano le misure di tutela e, financo, promozione
delle minoranze linguistiche presenti nel Paese. Così, sotto un primo profilo si possono menzionare
il diritto dei membri di gruppi minoritari di esprimersi nella propria lingua madre davanti agli uffici
giudiziari (art. 128) e la previsione dello strumento della legislazione organica come tipologia di
fonte necessaria per disciplinare lo status delle minoranze nazionali (art. 73).
Sotto un secondo profilo, la Carta costituzionale contiene previsioni volte a promuovere una
partecipazione effettiva delle comunità linguistiche minoritarie nella vita pubblica col fine di
raggiungere una più stretta integrazione tra le diverse componenti della collettività.
Il sistema prevede in particolare una articolazione del modello sulla base delle esigenze
manifestate, partendo da un’ipotesi minima di insegnamento della lingua minoritaria per passare
ad un livello successivo di utilizzo congiunto di tale idioma e del romeno come lingue veicolari o
all’ipotesi di istruzione completamente erogata nella lingua minoritaria.
Un secondo aspetto di particolare rilievo è dato dalla formulazione dell’art. 120 conseguente alla
revisione costituzionale del 2003, nella quale si prevede che laddove le comunità minoritarie
assumano un peso importante a livello territoriale, la legge riconosca il diritto di utilizzare la lingua
minoritaria nelle relazioni, non solo con le pubbliche amministrazioni locali, ma anche con i servizi
pubblici decentralizzati. In realtà, tale previsione rappresenta unicamente la costituzionalizzazione
di un modello già adottato dal legislatore ordinario con la legge n. 215 del 2001
sull’amministrazione pubblica locale.
Nella stessa direzione di promuovere e mantenere viva l’identità linguistica delle diverse
minoranze presenti nel Paese, la legge n. 504 del 2002 sui sistemi audiovisivi ha ulteriormente
previsto che, sempre nelle aree in cui le comunità minoritarie rappresentino più del 20% della
popolazione locale, le emittenti pubbliche debbano garantire la trasmissione di programmi
radiotelevisivi nella lingua minoritaria.
Rispetto agli altri Paesi dell’area orientale finora esaminati, tuttavia, la spinta verso un maggior
livello di integrazione tra le componenti della società emerge soprattutto dalle misure volte a
promuovere una più attiva partecipazione dei gruppi minoritari alla vita politica della comunità
nazionale.

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Secondo quanto dispone l’art. 62 Costituzione, infatti, le organizzazioni di rappresentative delle


minoranze nazionali (con il limite di un’organizzazione per ogni minoranza) che non riescano ad
ottenere un numero di voti sufficiente ad eleggere propri rappresentanti in Parlamento, nominano
di diritto un deputato ognuna. Il dato è particolarmente interessante se si pensa che attualmente
le diverse comunità minoritarie hanno una rappresentanza pari a circa il 10% dei seggi.
Dal quadro brevemente delineato, quindi, emerge la grande attenzione del legislatore nazionale
verso il problema dell’integrazione delle diverse componenti della realtà sociale. Da un’analisi più
prudente, peraltro, si può prevenire a risultati, almeno parzialmente, differenti. Un primo profilo
problematico riguarda invero la dimensione demografica richiesta per il riconoscimento dei diritti
linguistici nei confronti delle amministrazioni locali. Se è vero, infatti, che la comunità di lingua
ungherese si caratterizza per una forte concentrazione territoriale, raggiungendo talvolta l’84%
della popolazione locale, gli altri gruppi, compresi quelli di etnia rom, sono molto spesso più
dispersi, con una conseguente difficoltà a raggiungere i requisiti richiesti dalla normativa.
Un ulteriore profilo di particolare complessità, poi, riguarda l’effettività delle misure previste dalla
legge in relazione alla comunità di lingua romanì. Come e più che in altri Paesi della stessa area,
ragioni di ordine storico e sociale hanno portato ad una sostanziale emarginazione del gruppo in
questione, con una conseguente inefficacia degli strumenti di tutela della sua identità linguistica e
culturale.
Pur all’interno di tali difficoltà, peraltro, l’esperienza romena si rivela estremamente interessante
per la natura e l’impostazione delle misure assunte.
Da uno sguardo di insieme del sistema, infatti, emerge come il modello adottato si presti ad una
tutela non solo di collettività nazionali che siano caratterizzate da una presenza storica secolare e
da una concentrazione territoriale. A conferma, si può osservare come, oltre alle comunità
storicamente più importanti, tra i gruppi linguistici espressamente tutelati rientrino anche la
comunità italo-parlante e quella di lingua yiddish. Pur caratterizzandosi per un insediamento in
Romania piuttosto recente (risalente agli inizi del XX secolo) e per una tendenziale dispersione dei
componenti dei rispettivi gruppi, entrambe le comunità godono delle principali misure di
salvaguardia adottate in favore dei gruppi linguistici più rilevanti.

SLOVENIA
L’approccio inclusivo della Carta costituzionale slovena e i limiti alla sua implementazione nella vita
politica ordinaria
La disciplina del fattore linguistico in Slovenia si connota per un approccio, almeno sulla carta, più
inclusivo. Il dato assume particolare rilievo se posto in comparazione con l’esperienza croata.
Nonostante la vicinanza geografica ed i legami storici legati alla comune partecipazione
all’esperienza costituzionale jugoslava, il quadro giuridico e sociale presente in Slovenia appare in
molti aspetti diverso da quello croato.
Lubiana, infatti, è stata la prima a procedere al distacco unilaterale dalla federazione, riuscendo a
limitare la durata e l’intensità del conflitto con le altre comunità federate. Questo ha permesso di
evitare una guerra civile interna tra le diverse componenti etniche e linguistiche che abitavano il
Paese e la conseguente frammentazione e divisione della base sociale. Ad oggi, la composizione
della comunità nazionale risulta alquanto composita, con il gruppo maggioritario di etnia e lingua
slovena che rappresenta solo l’83% della popolazione.

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Tale circostanza, peraltro, non ha impedito il consolidamento di una sostanziale omogeneità


linguistica della società. Le minoranze più rilevanti, rappresentate dalle comunità linguistica serba
e croata, costituiscono infatti solo il 5-6% della popolazione.
Proprio l’assenza di una guerra intestina sembra marcare la differenza tra il sistema sloveno e
quello croato, ponendo su un secondo piano il tema dei rapporti tra le diverse componenti
etniche.
Tale approccio, in realtà, emerge già dalle scelte operate nel preambolo della Carta costituzionale.
Ora, affiancando il termine “we Slovenes” al concetto di identità nazionale il testo costituzionale
pare voler insistere sull’apporto costitutivo di tutti i membri della comunità, indipendentemente
dalla rispettiva identità etnica e/o linguistica, e sulla dimensione unitaria e onnicomprensiva
dell’idea di nazione. Una conferma di simile lettura sembra altresì emergere dal tenore del
successivo art. 3, ove si dichiara che la Slovenia è lo Stato di tutti i suoi cittadini ed è fondato
sull’inalienabile diritto di autodeterminazione della nazione slovena.
Così, gli artt. 61 ss. non solo riconoscono il diritto di ognuno di esprimere liberamente la propria
nazionalità ed usare la propria lingua madre anche davanti agli uffici pubblici, ma dichiarano
l’incostituzionalità di ogni forma di incitamento all’odio ed alla discriminazione su base etnica e
linguistica.
All’interno di questo quadro generale, in virtù di un modello di convivenza consolidatosi già nella
precedente esperienza costituzionale di stampo socialista, le comunità italiana ed ungherese
beneficiano di un trattamento speciale rispetto all’impianto generale. In tal senso, all’interno delle
disposizioni fondamentali, non solo si prevede l’obbligo di tutela dei diritti di siffatte comunità
autoctone (art. 5), ma si riconosce che l’italiano e l’ungherese sono lingue ufficiali, al pari dello
sloveno, nelle zone tradizionalmente abitate dalle comunità di riferimento (art. 11).
Ciò detto, l’apertura del testo costituzionale verso il tema linguistico e minoritario non preclude la
scelta, analoga a quella operata in altri Paesi dell’area, per un chiaro sostegno della lingua
nazionale.
In tal senso si pone non solo il riferimento alla lingua slovena come lingua ufficiale dello Stato, ma
anche l’impegno a curare e preservare i rapporti con le comunità slovene presenti in Paesi limitrofi
e con gli sloveni emigrati all’estero, rafforzando i loro rapporti con la madrepatria. In tale contesto,
si riconosce la titolarità di particolari diritti per colore che, pur privi della cittadinanza,
appartengono alla comunità slovena e si trovino all’interno dello Stato (art. 5).
A ben vedere, tuttavia, le misure concrete di applicazione del dettato costituzionale rivelano come
il modello sia ancora lontano da una piena ed effettiva implementazione. Da un’analisi
complessiva, infatti, emerge un approccio sostanzialmente riduttivo. Per un verso, nonostante la
presenza storica delle due popolazioni e la risalente decisione di provvedere alla loro tutela, il
livello di protezione delle comunità italiana ed ungherese non appare conforme a quanto
delineato dal Costituente. Per entrambi i gruppi, invero, sono stati realizzati un sistema di
istruzione bilingue e un modello di interazione con le autorità amministrative volte a consentire il
normale utilizzo delle lingue minoritarie nella sfera pubblica.
I rapporti internazionali, peraltro, rivelano come in molte occasioni, con particolare riferimento
alle zone ove risiede la comunità italofona, le capacità linguistiche dei funzionari pubblici locali non
siano effettivamente tali da permettere l’uso ordinario della lingua minoritaria.
A tale scenario, si affiancano poi le misure di razionalizzazione dei finanziamenti tradizionalmente
destinati al settore della comunicazione e, da ultimo, una crescente diffusione di espressioni di
intolleranza.

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Il giudizio sul sistema di protezione e promozione del pluralismo linguistico del Paese diventa
ancor più chiaroscuro in relazione alle altre comunità allofone. Nonostante il maggior peso da un
punto di vista demografico, i gruppi serbi e croati godono di minime forme di tutela.
In sintesi, ancora oggi, l’approccio inclusivo del Costituente appare lungi dall’essere raggiunto.
Prescindendo dalle misure di autogoverno riconosciute a talune comunità, infatti, gli idiomi propri
dei gruppi alloglotti storicamente presenti nel territorio nazionale non sono considerati come
lingue regionali o minoritarie o, comunque, come espressione della ricchezza culturale del Paese.
Esse, invero, continuano ad essere prevalentemente percepite come lingue straniere o di
immigrazione o come elementi identitari dei cittadini della, ormai conclusa, esperienza jugoslava e
la promozione di iniziative a tutela di tali realtà passa inevitabilmente anche e soprattutto da
finanziamenti e interventi sostenuti dai kin States che abbiano sottoscritto accordi di
collaborazione con le autorità slovene.

UNGHERIA
Il quadro normativo ungherese sul tema linguistico tra assolutezza dei valori identitari e apertura
ad una concezione relativistica del vincolo nazionale
Nel quadro generale dei Paesi dell’Unione dell’area centrorientale, l’Ungheria costituisce, in
ambito linguistico, un’esperienza assolutamente peculiare.
Parte costituente dell’impero austroungarico, infatti, fino alla conclusione del primo conflitto
bellico ed alla successiva ridefinizione del quadro geopolitico europeo, il Paese era stato
caratterizzato da una forte presenza di gruppi nazionali differenti, tanto che le minoranze
rappresentavano nel loro complesso la maggioranza della popolazione. La sconfitta bellica aveva
comportato la cessione di numerose aree territoriali in favore delle nuove esperienze statuali nate
nell’area centroeuropea.
La diaspora conseguente alla ridefinizione dei confini nazionali, infatti, aveva lasciato fuori dal
Paese quasi un terzo della popolazione di etnia ungherese. Collocati in realtà politiche “aliene”,
simili gruppi risultavano quanto mai bisognosi di proteggere le proprie radici identitarie e, a tal
fine, spingevano per preservare e consolidare i legami con la comunità politica d’origine. In questo
senso, uno degli sforzi maggiori del governo ungherese è tradizionalmente stato quello di
sostenere le comunità di etnia magiara poste fuori dalla giurisdizione interna e rafforzare per
quanto possibile i contatti tra le stesse e la madrepatria.
Il dato emerge in modo chiaro dalle ultime rivelazioni demografiche. Sebbene, infatti, nell’ultimo
censimento solo l’85% della popolazione abbia indicato la propria appartenenza al gruppo etnico
magiaro, solo il 6,5% ha dichiarato una identità nazionale differente. All’interno di questo quadro, i
dati sull’identità linguistica appaiono ancor più rilevante con solo l’1,5% della popolazione che ha
dichiarato di essere di madre lingua differente rispetto a quella ungherese.
Così, già la Carta del 1949 non si fermava alla generale enunciazione del divieto di discriminazione,
ma riconosceva il diritto di ogni comunità nazionale di ricevere l’istruzione nella propria lingua
materna e di preservare e rafforzare le proprie radici culturali (art. 49).
Analogamente a quanto accaduto negli altri Paesi attratti dalla sfera di influenza sovietica, i
potenziali rischi legati alle linee di frattura che caratterizzavano un quadro etnico e sociale così
composito risultavano comunque depotenziati dalle ambizioni internazionaliste, ma soprattutto
dall’impostazione di un sistema di governo centralista e autoritario propri del regime socialista.

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In questo contesto, le riforme costituzionali approvate tra il 1989 e il 1990 ribadirono l’intenzione
di tutelare le istanze delle comunità minoritarie interne, riconoscendole espressamente come
parti costituenti dello Stato e prevedendo a favore di esse forme particolari di autogoverno e di
partecipazione alla vita politica del Paese (art. 68). A tali misure, peraltro, si accompagnava
l’affermazione, posta tra i principi fondamentali del nuovo assetto costituzionale, della
responsabilità dello Stato per il destino delle comunità ungheresi presenti all’estero, ponendo in
modo espresso l’imperativo di promuovere e rafforzare i loro rapporti con la madrepatria (art. 6
Costituzione).
Tale impianto non è andato indenne dal più recente processo di riforma ultimato con
l’approvazione della nuova Costituzione nel 2011. Nata nel contesto di un profondo cambiamento
nella maggioranza politica di governo, la Carta si ispira al recupero e alla valorizzazione dei valori
tradizionali della comunità ungherese.
La dichiarazione continua affermando l’imperativo di salvaguardare e promuovere l’eredità ed il
patrimonio culturale nazionale, nella ferma convinzione che tale identità rappresenti un
contributo importante per la diversità propria dell’esperienza dell’Europa unita.
In linea con la dichiarazione iniziale, tra i principi fondamentali dell’intero sistema, il Costituente
precisa la natura unitaria dell’identità nazionale ungherese e rafforza la dichiarazione, già presente
nella Carta del 1990, sulla responsabilità verso il destino dei magiari residenti oltre i confini
nazionali e l’impegno per la tutela e sviluppo di tali comunità e il sostegno per le misure volte a
promuovere forme di autogoverno, stimolare rapporti di cooperazione con il governo ungherese
e, in generale, preservare la loro identità nazionale (art. D).
Sempre nella parte sulle fondamenta del nuovo sistema costituzionale, infatti, non solo si afferma
l’ufficialità della lingua ungherese, ma viene anche sancito il dovere dello Stato di “proteggere”
tale identità linguistica (art. H).
Parallelamente alla forte difesa dei valori insiti nell’identità linguistica nazionale, il testo rivela
un’attenzione non secondaria verso il tema delle comunità minoritarie. Già nel National avowal,
infatti, si afferma che le nazionalità presenti all’interno del territorio formano parte della comunità
politica ungherese e sono parti costituenti dello Stato e si sancisce l’impegno per la difesa e
promozione dell’unica lingua ungherese e della sua cultura, ma anche delle lingue e culture delle
comunità nazionali presenti nel Paese.
Il concetto è ripetuto e sviluppato nella parte sui diritti fondamentali laddove si riconosce che i
cittadini ungheresi appartenenti a una particolare comunità nazionale avranno il diritto di
esprimere e tutelare la propria identità e di utilizzare, sia individualmente che collettivamente, la
propria lingua madre. A maggior garanzia della posizione di tali gruppi sociali, poi, la Carta
costituzionale riconosce un vero e proprio diritto delle diverse comunità a forme di autogoverno
locale e nazionale (art. XXIX), così come garanzie di partecipazione all’attività dell’organo
legislativo (art. 2).
Sotto un primo profilo, è stato sottolineato l’approccio di tendenziale chiusura derivante dalla
scelta di non includere i gruppi minoritari presenti nel Paese nel concetto di nazione ungherese.
Nonostante i dubbi espressi, l’attuazione del nuovo assetto costituzionale ha confermato
l’attenzione del governo magiaro verso i fattori identitari dei gruppi minoritari tradizionalmente
presenti nel territorio ungherese. Pur nella chiara volontà di preservare le radici storiche della
propria identità nazionale, il legislatore ha rivelato sin dalla prima fase di applicazione della nuova
Carta costituzionale un approccio inclusivo. Così, nella legge organica sui diritti delle minoranze,
approvata sempre nel 2011, si può in primo luogo osservare un cambiamento significativo rispetto

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alla precedente disciplina, con l’utilizzazione del termine “nazionalità” in sostituzione del
precedente concetto di “minoranze etniche e nazionali”.
Da un punto di vista operativo, tra le altre misure, la riforma perfeziona il sistema di autogoverno
delle comunità nazionali già previsto nella prima legge del 1993. Il modello vigente prevede la
possibilità per i gruppi nazionali di eleggere organismi di autogoverno, locali e regionali, che
affianchino le attività delle istituzioni dei diversi livelli di governo. I requisiti demografici minimi per
la creazione di tali organismi sono relativamente bassi: a livello locale è sufficiente la presenza di
trenta cittadini residenti che nell’ultimo censo abbiano dichiarato la propria appartenenza ad un
medesimo gruppo nazionale; a livello regionale l’organismo può essere creato se è prevista la
creazione di almeno dieci organismi di livello locale nella regione interessata.
Le garanzie per una maggiore partecipazione alla vita politica del Paese, poi, vedono il
riconoscimento di forme privilegiate di rappresentanza politica all’interno del corpo legislativo
nazionale. Infatti, secondo quanto disciplinato dalla legge sull’elezione del Parlamento, approvata
sempre nel 2011, i gruppi minoritari possono eleggere un proprio rappresentante nell’assemblea
legislativa laddove riescano a raggiungere un sostegno pari a un quarto dei voti necessari per la
generalità delle liste per partecipare alla distribuzione dei seggi.
Complice il fatto che la presenza delle comunità minoritarie a livello territoriale assume forme
differenti, l’impostazione assunta dal legislatore magiaro si connota per un certo livello di
eterogeneità. Diversamente da quanto previsto nella maggior parte delle esperienze statuali, ove il
quadro normativo delinea generalmente un sistema territoriale di tutela dei diritti linguistici, il
legislatore ungherese sembra optare per un approccio di tipo tendenzialmente personalistico.
Sempre improntato al criterio personalistico sembra essere la previsione a livello centrale di
organismi di autogoverno delle singole comunità minoritarie che si affianchino al lavoro svolto
dalle organizzazioni regionali e locali. In questo modo, infatti, il sistema pone le premesse non solo
per un’adeguata tutela di minoranze disperse su tutto il territorio nazionale, ma anche per una più
efficace azione su aspetti identitari che trascendono inevitabilmente i livelli periferici di governo.
La stessa struttura concentrica di organismi di autogoverno, in realtà, risponde alla volontà di
creare un modello che sappia contemperare l’esigenza di tutelare aspetti più prettamente
individuali o legati all’identità nazionale in senso generale con quella di rispondere a necessità
proprie delle singole comunità locali.
In particolare, nelle comunità locali ove un gruppo minoritario rappresenti almeno il 10% della
popolazione, il rispettivo organismo di autogoverno può chiedere ed ottenere che i formulari delle
procedure amministrative, così come i provvedimenti generali e le comunicazioni ufficiali siano
pubblicati anche nella lingua minoritaria (art. 6).
Laddove, poi, la percentuale della popolazione appartenente ad una determinata nazionalità
raggiunta la soglia del 20%, la legge prevede che le minute e le decisioni degli organi di governo
locale siano redatte anche nella lingua minoritaria (art. 5) e, soprattutto, dispone l’inserimento
nell’organico degli uffici pubblici di personale che abbia padronanza dell’idioma interessato.
Partendo dalla considerazione che, anche a causa della dispersione territoriale dei gruppi
minoritari, nel corso del tempo si è registrato un forte ridimensionamento dell’uso delle lingue
minoritarie nella vita di tutti i giorni, nel corso degli ultimi anni il governo magiaro ha sempre più
attribuito al settore educativo un ruolo centrale nel processo di integrazione nazionale,
assumendo direttamente i costi di tale operazione.
Seguendo un criterio territoriale, la legge prevede l’istituzione e gestione di complessi scolastici
interessati da simili percorsi possano essere svolte direttamente, o per delega, da parte dei locali

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organismi di autogoverno delle minoranze nazionali presenti (art. 24). In un’ottica più affine
all’impostazione personalistica, peraltro, il sistema prevede che nel caso non sia possibile
raggiungere la, pur minima, soglia per l’attivazione di istituti o classi “dedicate”, gli organismi di
autogoverno di livello nazionale possono richiedere l’organizzazione di percorsi scolastici
supplementari volti a garantire l’insegnamento e la diffusione degli idiomi più deboli (art. 22).
Ora, alla luce dei fatti, si può ritenere che, nonostante talune perplessità ingenerate da alcuni
punti della nuova Carta costituzionale, pur nel profondo cambiamento del contesto politico del
Paese, sin dalla fine dell’esperienza sovietica il governo magiaro abbia agito per lo sviluppo di un
complesso sistema di recupero delle radici identitarie magiare e tutela e valorizzazione del
possibile contributo delle realtà minoritarie. Come del resto emerge da una lettura sistematica del
testo costituzionale, il modello attuale si caratterizza per un delicato equilibrio tra la volontà di
preservare e recuperare la centralità del patrimonio culturale nazionale e la consapevolezza che
una reale integrazione delle diverse parti della comunità politica nazionale non possa prescindere
dalla salvaguardia delle radici identitarie di alcune componenti “storiche” della base sociale.
In altri termini, sembra che l’attuale assetto costituzionale punti sulla centralità dei valori
nazionali, ponendo tra questi il fattore linguistico, ma al contempo apre ad una relativizzazione
dell’idea di nazione come fondamento unico della realtà statuale, ponendo come pilastro centrale
l’idea di un mutamento continuo degli elementi identitari e delle forme di aggregazione che sia in
grado di rispondere ai processi di cambiamento del corpo sociale.
In tale contesto, i maggiori nodi da affrontare riguardano, da un lato, l’estrema cautela con cui il
legislatore individua il campo di azione delle misure di tutela e salvaguardia e, dall’altro, la limitata
attivazione delle misure adottate da parte delle stesse comunità minoritarie interessate. Sotto il
primo profilo, bisogna rilevare come, secondo quanto dispone la legge sui diritti delle nazionalità,
tale qualifica possa essere conferita solo ai gruppi etnici che possano vantare una presenza stabile
in Ungheria da almeno cento anni (art. 1). Parallelamente, l’art. XXIX della Carta costituzionale, nel
riconoscere i diritti linguistici delle minoranze fa espresso riferimento ai cittadini ungheresi che
dichiarino un’appartenenza ad una differente identità nazionale. Ora, sebbene al momento attuale
il sistema copra quasi tutte le comunità alloglotte presenti nel Paese, le delimitazioni indicate
potrebbero costituire degli elementi di criticità nell’attuazione del quadro integrazionista ed
evolutivo tratteggiare pocanzi.
Sotto diverso profilo, si è accennato come, nonostante solo l’85% della popolazione dichiari la
propria identità magiara, solo il 6,5% abbia da ultimo espresso l’appartenenza ad una diversa
comunità nazionale. Quasi l’8% della popolazione, pertanto, non ha dichiarato alcuna identità
nazionale. Si stima che molta parte di tale percentuale sia in realtà costituita da persone
appartenenti a gruppi minoritari che abbiano ritenuto più opportuno omettere nel censimento
tale indicazione identitaria. La circostanza appare particolarmente rilevante in un sistema, nel
quale molteplici forme di tutela possono essere attivate da organismi di autogoverno che possono
essere costituiti solo nelle realtà locali in cui sia “certificata” la presenza apprezzabile di una
comunità nazionale minoritaria. In tal senso, allora, appare opportuna da parte delle autorità
ungheresi un’ulteriore attività di sensibilizzazione delle popolazioni interessate per un pieno
sfruttamento delle garanzie delineate dal costituente e attuate dal legislatore.

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