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Paleografia latina appunti 11/03/2020

Tra I sec. a.C e I sec. d.C la capitale corsiva acquisì un aspetto normalizzato, come la
tendenza alla quadrilinearità (le aste sforano sia al di sopra sia al di sotto del rigo). Si tratta
di una forma preminuscola. La capitola corsiva si usava in ambito privato, ed è influenzata
dalla capitale delle epigrafi ufficiali.
Capitale romana di uso librario : fino a tempi recenti definita ‘’rustica’’ in
contrapposizione ad una capitale elegante (stilizzazione più artefatta della stessa tipologia
grafica). Si può vedere il DUCTUS sulle lettere (successione dei tratti e la direzione del
tratteggio). Caratt: rigida separazione delle lettere, verticalità , uniformità del modulo,
assoluta bilinearità , questa capitale è pienamente inserita nel sistema binario. Vi è una
tendeza a trasformare gli angoli da retti a curvi.
MSS vat lat. 3867 = esempio di capitale romana, conservato nella biblioteca
apostolica romana, noto come virgilio romano. Contiene frammenti bucoliche, georgiche,
eneide. Si tratta di un manufatto di lusso, pergamena lavorata finemente, scrittura chiara. E’
uno dei pochissimi manoscritti miniati di età classica sopravvissuti. Tutti i manoscritti
conservati dall’origini fino al 800 sono stati conservati dal lowe, codici latini antiquiores. Il
lowe ha iniziato questa opera nel 1934 a Oxford, opera ora compiuta dal 1972, si tratta di
12 volumi con riproduzione parziale. Datazione incerta , sec. guglielmo cavallo manoscritto
copiato a ravenna, sec. wright luogo di copia a Roma. Il codice rimase in italia fino al 9
secolo, ma fu poi conservato in francia fino all’abbazia di saint denis fino al 1400, come
testimoniano le note ai margini. Non si sa come sia arrivato in vaticana, ma sappiamo che il
codice doveva già essere lì nel 1975 quando fu realizzato un inventario della biblioteca
vaticana. Carta 3V = questa carta contiene una minatura inserita dentro un riquadro e in
particolare abbiamo davanti uno dei 3 ritratti di virgilio presenti nel codice. Virgilio è in
cattedra, con un rotolo tra le mani. Sulla destra c’è una capsa dove erano conservati i rotoli.
POETA CORYDON, nel margine sinistro si ritrova POE in colore rosso. Testo:
FORMONSUM CORYDON PASTOR ARDEBAT ALEXIN. (leggerissimo sforamento delle
lettere, F iniziale sfora leggermente verso l’alto, come la B in ardebat e nell’ultimo riga la L
sfora al di sotto del rigo e va inglobare la lettera seguente). DELICIAS DOMINI NEC QUID
SPERARET HABEBAT. TANTUM INTER DENSAS UMBROSA CACUMINA FAGOS ADSIDUE
VENIEBAT IBI HAEC INCONDITA SOLUS.

APPUNTI – RUSSO 11/03/2020

Letteratura arcaica: è una prospettiva classicista che prevale in questa denominazione che
considera la fase precedente al periodo augusteo una fase di preparazione. La letteratura latina
arcaica è invece moderna, attenda alle contemporanee esigenze e modelli greci. La letteratura
latina arcaica fu molto abbondante, anche se noi ne conserviamo ben poco (plauto, terenzio e
catone); di molte altre opere abbiamo solo citazioni da parte di altri autori.

La letteratura arcaica è moderna perché risponde alle esigenze della civiltà contemporanea e
ha anche degli aspetti quasi avanguardistici perché fu una letteratura di rottura con la
tradizione precedente: quando Ennio nel proemio del 7° libro degli annale polemizza con il suo
predecessore Nevio trattandolo come un vecchio trattatista (enio muore nel 169 a.c; nevio è
del 200 a.c.) à ennio sta polemizzando con un lontano predecessore, ma con un autore di
pochi decenni prima.
Vediamo un caso concreto, cioè l’opera di Ennio: abbiamo detto che nasce nel 239 e muore nel
169 a.c.; la sua opera principale sono gli annales (poema in 18 libri in esametri); fu autore di
opere teatrali (abbiamo circa 20 titoli a lui attribuiti); ebbe anche una produzione di operette
(da noi oggi considerate minori). Tutta l’opera di ennio è raccolta nell’edizione Ennianae Poesis
Reliquae curata da Vahlen (1903) à annales + frammenti degli annales + opere teatrali (in
frammenti) + operette (Varia). L’edizione di Vahlen esiste anche in formato digitale (che
abbiamo in pdf) à vediamo le pagine che riguardano un’opera raggruppata fra i “varia”. È
un’opera di Ennio che si chiama Euhemerus sacra historia à nel testo riportato da Vahlen in
apparato abbiamo la testimonianza di Cicerone presa dal de natura deorum (45 a.c) che ci
parla di questa opera di Ennio. Nell’opera di cicerone c’è un personaggio che fa una lotta
contro la boria dei filosofi epicurei rimproverandoli pe la loro presunzione pensando di essere
gli unici a avere una posizione spregiudicata nei confronti delle credenze religiose. Il
personaggio di Cicerone (cotta) dice: “quelli che tramandano che uomini forti o illustri o
potenti dopo la morte sono arrivati fra gli dei e che quegli stessi che noi siamo soliti pregare e
venerare e adorare, tuti quelli non sono del tutto estranei a ogni forma di religione? Questa
teoria è stata trattata soprattutto da Evemero che il nostro Ennio ha sia (interpretatus=)
tradotto letteralmente sia (secutus=) seguito (nel senso di aderire alla sua dottrina) (praeter
ceteros=) più di altri (riferito a Ennio, cioè al soggetto; ma un’altra traduzione può essere “ha
seguito più di tutti gli altri evemero” à qui è riferito al complemento oggetto). A seconda di
come lo interpretiamo ricaviamo un’importante informazione su Ennio: se lo riferiamo al
complemento oggetto, preso da cicerone che conosceva direttamente tutta l’opera di Ennio,
vorrebbe dire che Ennio era un seguace di un autore cosi particolare come Evemero. Secondo
Russo praeter ceterus determini il complemento oggetto: ennio è un sostenitore convinto della
posizione filosofica di evemero.

Cicerone ci dice che evemero era sostenitore della tesi secondo la quale le divinità erano in
realtà in origine erano dei mortali che grazie alle loro straordinarie virtù erano diventate
oggetto del culto divino dopo la morte.

“e infatti da evemero vengono documentate sia le morti che le tombe degli ddei” à vuol dire
che presunte divinità non avevano natura divina in origine visto che si trovano le loro
sepolture. Perché cicerone viene a parlare di evemero e di ennio in questa sua opera? Per
dimostrare come in passato ci siano state figure di pensatori che avevano assunto posizioni più
radicali degli epicurei che si atteggiavano a pensatori liberi da preconcetti e quasi “illuministi” e
che invece in quest’ottica sono scavalcati da pensatori più radicali, proprio come Evemero che
pensava che le divinità non avessero nessuna divina.  

Cosa sappiamo di Evemero? Vediamo i frammenti di Jacobi che riporta tutti i frammenti
dell’autore greco Evemero di messene (del Peloponneso o Messina?). Di lui sappiamo che è un
autore menzionato da Callimaco come ancora vivente quindi è da collocare fra fine 4° secolo e
primi decenni del 3° secolo a.C. quando ennio traduce la sua opera quindi sta traducendo
l’opera di un autore greco di un secolo scarso precedente.

La Messene è quella siciliana, come è stato sostenuto in base a una considerazione legata a
ennio à ennio nelle sue opere ha particolarmente presente la letteratura greca di origine
siciliana. Abbiamo infatti gli “edifagetica”, traduzione latina dell’opera greca di Archestrato di
Gela (vicino a argigento) e abbiamo anche un’opera di epicarmo, che sappiamo essere
connesso alla sicilia.

Di evemero non possediamo nulla direttamente, ma solo testimonianze antiche che ce ne


parlano e grazie alle quali sappiamo il titolo dell’opera IERA’ ANAGRAPHE’ = registro sacro.

Ateneo: evemero nel terzo libro della anagrafè racconta questo à da questa testimonianza
abbiamo nozione del titolo e del fatto che l’opera fosse costituita almeno da 3 libri.

Da cicerone sappiamo che ennio ha tradotto l’opera di evemero e poi abbiamo un’altra
testimonianza di Varrone (de re rustica à sta trattando le parti che costituiscono la spiga del
grano) che dice “i nomi barba e chicco sono termini noti quasi a tutti, mentre il termine gluma
= pellicola che ricopre il chicco = pula è noto a pochi; e infatti io so che il termine gluma so
che è scritto solo in Ennio nella traduzione dei libri di Evemero”. Da varrone quindi sappiamo
che l’opera di ennio su evemero era un’opera in più libri. Questa traduzione latina dell’opera
greca si inserisce nella tendenza di fondo dell’epoca di importare la cultura greca nella cultura
latina.

Dell’opera di Evemero abbiamo due riassunti conservatoci da Diodoro Siculo (I secolo a.c.): il
primo è di interesse geografico; il secondo è di interesse teologico (sono segnate con il
numero 2 e 3 da Jacoby)

1. Diod (VI 1) à è un libro perduto e ci è conservato da Eusebio di Cesarea

2. Diod

Evemero racconta in prima persona di aver compiuto un viaggio nell’oceano indiano e di


essersi messo in viaggio dopo aver attraversato l’arabia fino a arrivare a una lontana isola,
chiamata Panchea, e da’ un ampio resoconto di quello che incontra delle usanze delle
popolazioni che incontra sull’isola, della loro organizzazione sociale e raccontava che di aver
trovato lì un tempio che secondo i sacerdoti locali era stato fatto costruire da Giove stesso
quando da uomo mortale si trovava sull’isola. Evemero riferisce di aver trovato al suo interno
un’iscrizione, anche questa fatta da Giove, in cui era raccontata la sua genealogia raccontando
il modo in cui lui (giove) sarebbe arrivato al potere dai suoi predecessori (urano e crono = cielo
e saturno).

In evemero si raccontava anche della morte di Giove e ci viene riferito la dea Afrodite fu in
realtà una ninfomane che aveva introdotto la pratica della prostituzione per saziare le sue
voglie. Nei confronti di Evemero c’erano infatti strali lanciati da Callimaco, che lo denomina “il
vecchio imbroglione che scrive empi” e d’altra parte c’erano figure come cicerone che vede
come Evemero in ambito religioso si comportò in modo più spregiudicato di altri filosofi.

Abbiamo visto la testimonianza di cicerone, la menzione a questa traduzione da parte di


Varrone (37 a.C.) à tra l’altro queste due traduzioni non ci danno molte informazioni sull’opera.
Poi non abbiamo altre informazioni, citazioni o testimonianze antiche su quest’opera, dopo il I
secolo a.c fino a quelle di Lattanzio (IV d.C)
Nell’edizione di Vahlen abbiamo testimonianze di una certa consistenza: abbiamo frammento,
poi apparato intermedio che riporta la fonte del frammento (TESTIMONIA) e poi in basso
l’apparato critico vero e proprio.

Vediamo la sezione dei testimonia: la fonte è sempre Lattanzio, le divinae istitutiones e talvolta
anche l’Epitome. Le divinae istitutiones sono l’opera principale dell’autore cristiano Lattanzio
(III-IV d.C); l’opera è databile fra 310-320 d.C. ed è in 7 libri con un chiaro intento: 1. Attaccare
la religione pagana 2. Giustificare la religione cristiana.

L’altra opera di Lattanzio, l’Epitome, è un riassunto delle stesse divinae istitutiones. Questo
spiega perché molti dei passi di evemero che Lattanzio cita nelle D.I. si ritrovano in forma più o
meno rimaneggiata nell’epitome.

Abbiamo quindi un intervallo di oltre 3 secoli in cui non si hanno testimonianze dell’evemero
di Ennio. Perché abbiamo questa tradizione? Il silenzio sull’opera di evemero e sulla sua
traduzione enniana è dovuta al fatto che un autore cosi prestigioso nella letteratura latina
come Ennio, considerato il fondatore della letteratura latina, riprendeva e condivideva questa
teoria sulle divinità pagane; l’interesse per l’evemero di Ennio rinasce in epoca cristiana perché
gli scrittori cristiani trovavano nell’opera di Ennio un potente alleato in campo nemico: le
divinità pagane non avevano natura divina lo diceva già il pagano Ennio, e questa era uno
prova schiacciante contro i sostenitori del paganesimo.

Per molti studiosi è apparso inverosimile che Lattanzio agli inizi del IV secolo d.C. (cioè a più di
5 secoli di distanza dall’epoca di composizione originaria) avesse ancora a disposizione il testo
di Ennio e hanno quindi sostenuto le tesi più varie a partire da questo: nell’Ottocento si
pensava che Lattanzio si fosse inventato tutto riguardo alle citazioni di Ennio o che il testo che
lui citava credendolo la traduzione enniana, in realtà fosse un falso realizzato ad hoc nel II
secolo d.C..

Le testimonianze di Lattanzio vengono tutte dal primo libro delle D.I. e introduce la citazione
da Ennio con le parole “haec enni verba sunt” à sono parole chiarissime e Lattanzi si premura
di precisare che quella è una citazione testuale da Ennio.

In relazione al frammento 5° à è sempre preso da Lattanzio dicendo “reliqua historia sic


contexitur” à “la trama del resto della storia è la seguente” à vuol dire che si sta limitando a
dare un riassunto della storia, senza riprendere le parole testuali. [vahlen dovrebbe usare due
caratteri diversi per indicare il testo effettivamente citati letteralmente da Ennio e quelli che
invece sono di Lattanzio, come i riassuntià distinguere quindi citazioni testuali e parafrasi].

Se noi appuriamo che qui Lattanzio almeno in alcuni casi sta riportando le parole autentiche di
Ennio, allora abbiamo a che a fare con quella che è la più antica prosa letteraria latina. 
APPUNTI MEDDA FILOLOGIA 9 MARZO

Hutchinson 2004 = combina il papiro di ossirinco (parte sinistra) con quello


Mitchingan (parte destra). L’ hypotesis ricostruita riserva un certo spazio a personaggi di
rango servile, infatti proprio nel punto in cui comincia il papiro di ossirinco notiamo ‘’ton’’
(riga prima, papiro Michingan, ke) = ipotesi è che ci fosse scritto ‘’oiketon’’ (servo,
familiare). Nella ricostruzione al rigo 9, nella parte destra della riga, si legge ‘’ton d
ippolutou doulon, si parla di servi anche al v. 17. Di solito in questo tipo di ipoteseis i
personaggi servili sono menzionati molto di rado, c’è una menzione (la nutrice), ma altri
personaggi servili in genere sono passati sotto silenzio. La loro frequenza in questa ipotesis
fa sospettare un loro ruolo di importanza nella tragedia. All’inizio di michigan si legge
‘’enep’’ prob. relitto di enepese , con menziona del piptein (cadere) in amore. Poi si legge
‘’usa de lo zethse’’ = si tratta del v. Zetein che Luppe ricostruiva come tentativo di
convincere Ippolito, un tentativo realizz. Con discorsi, per cui è possibile che nella parte
prec. Del regi LO che compaiono prima della lacuna fossero il resto della parola logos , o
acc. O dat. E invece le lett che precedono il de potrebbero essere il resto di un participio
femminile OUSA, Luppe pensa a prosferousa de logous (avanzando dei discorsi). Po isi
legge un ‘’tuxein’’ (fedra non riusciva a ottenere ciò che desiderava), poi si legge al rigo
successivo ‘’emfane’’ (visibile) = fedra ha paura che il suo innamoram. Verso ippolito possa
essere divenuto visibile; nel rigo successivo si menziona la tessaglia, è la regione dove si
trova teseo dove avvengono i fatti, ci sarebbe una differenza notevole rispetto al secondo
ippolito; noi sappiamo dalle fonti del mito ma sopr da ovidio che teseo fu assente per lungo
tempo per un viaggio nel quale era andato a trovare il suo amico pirito e poiché pirito è
collegato alla tessaglia è molto verosimile che in questa versione tragica teseo sia andato in
tessaglia; ad un certo punto si può ipotizzare teseo tornasse dalla tessaglia e venisse
informato di ciò che era accaduto e credesse poi alle accuse mosse da fedra e procedesse
alla maledizione di ippolito. Poi si legge ‘’katesfaz’’ un verbo che presuppone ci sia un ‘
uccisione (katasfazein), è difficile dire chi sia l’assassino chi la vittima, molti hanno pensato
di connettere questo verbo con la parola precedente ‘’oiketes (al gen. Plurale)’’ ; si può
immaginare un pronome caduto in lacuna (uno degli oiketoi) ; a ciò avevano pensato già i
primi editori del papiro Michingan, quando fu poi pubblicato il papiro di ossirinco questa
ipotesi fu rafforzata; conclusione cui giungono : Fedra arriva a uccidere un servo. Il termine
katesfaz non si può interpretare come riferimento ad un suicidio di fedra = il suicidio di
fedra è escluso , come si desume anche dalla lettura dei frammenti, perché si sa che Fedra si
uccide solo nella parte finale; l’idea di Luppe era che appunto ci fosse l’uccisione di un
servo, che costituirebbe un salto di qualità notevole: non soltanto avremmo una fedra
sessualmente sfrenata, ma addirittura un’assassina, una donna che ‘’uccide’’ un servo
perché quest’ultimo si mette in mezzo, funge da ostacolo ai suoi piani. La cosa non è
impossibile, ma sarebbe strano che un personaggio come fedra, al centro poi di numerose
critiche da parte di autori successivi, non sia citata come un ‘assassina (se è vero che fu
un’assassina come si ricaverebbe da questa tragedia perduta ricostruita dai papiri). Nella
tradizione successiva non si parla mai infatti di un’uccisione di un servo da parte di Fedra.
Soluzioni Alternative: Magnani in un articolo su eikasmò s del 2004, in cui cerca di
ricostruire la trama della tragedia, prova strade diverse, in una prima ipotesi pensa che
questo katesfaX possa avere a che fare con un sacrificio animale, anche ciò non può essere
escluso, anche se non è facile cmq venire a capo del contesto di svolgimento del sacrificio.
Magnani ipotizza che l’uccisione del servo sia compiuta da Ippolito stesso : ippolito posto di
fronte a una proposta immorale della matrigna, cerca di fuggire via, viene ostacolo da un
servo della casa e reagisce violentemente uccidendolo. Si tratta soltanto di una ipotesi, di
cui non si parla mai , e ad Ippolito, personaggio che E presenta in luce positiva (sia pure nel
secondo ippolito con certe limitazioni) sembra difficile attribuire un omicidio di cui non si
fa menzione altrove. Prob. questa uccisione di un servo o di più potrebbe non esserci stata
affatto; ricostruzione di tipo diverso = potrebbe basarsi su un dato conosciuto dal mito.
Sappiamo che teseo aveva dovuto abbandonare la città di atene in seguito all’omicidio da
lui stesso compiuto. ( omicidio dei pallantidi da parte di Teseo)--- IPOTESI CASANOVA ==
vedere gli appunti sul quaderno per il continuo

FILOLOGIA 11 MARZO

Dalla ricostruzione dell’ipotesis ottenuta attraverso la comparazione fra


papiro michingan e oxioniense si evincono alcune cose. La prima cosa che si nota è che
ci sono una serie piuttosto nutrita di eventi. All’inizio si parla di un tentativo di seduzione,
di uno scontro avvenuto tra Ippolito e Fedra, verosimilmente nella sua camera, si accenna
poi ad una uccisione (dato molto problematico – se si tratta dell’uccisione di un servo o più
di uno come qualcuno ha pensato, ci si può chiedere che spazio occupava tale episodio), si
parla poi di una lettera, della falsa accusa a Ippolito di violenza, poi del ritorno di Teseo
dalla tessaglia a Trezene, si allude alla maledizione scagliata da teseo contro il figlio, poi si
parla di un cambiamento di parere di teseo che ad un certo punto apre un’indagine nei
confronti di fedra, in questo ambito va incluso anche l’inganno del travestimento di
qualcuno che si veste come Ippolito; lo smascheramento di fedra, l’agone tra fedra e teseo e
infine il suicidio di fedra. La domanda è se tutto questo potesse essere parte di una tragedia
unica, bisogna fare i conti con la distribuzione materiale di tutti questi avvenimenti :
potevano rientrare nello spazio di una sola tragedia? Non siamo sicuri che la tragedia greca
sia stata sempre costantemente omogenea nel trattamento delle questioni legate al tempo
drammatico. E’ noto che eschilo nell’agamennone ha un trattamento del tempo drammatico
estremamente libero, ma non possiamo sicuro che questo trattamento fosse anche adottato
da euripide, ci potrebbero essere state differenze fra i due autori. Ci sono dei casi in cui si
presuppone che una persona si sia spostata tra un luogo che non è quello della
rappresentazione e un altro a una certa distanza, come nelle Trachinie di Sofocle x Eracle,
opp. C’è un caso nell’andromaca di euripide in cui Oreste percorre una certa distanza. Si
tratta però in generale di distanze abb tollerabili, non part problematiche, mentre invece
nell’ifigenia in aulide si ha un meccanismo affine a quello dell’ ippolito primo, infatti vi si
parla di una lettera, un ‘’problema’’ di interpretazione. O si può ipotizzare che questa
tragedia avesse una struttura molto particolare, ma che ad alcuni come ad hatchinson è
sembrata troppo raffazzonata , goffa con tutti quest’accumulo di eventi, oppure si può fare
un ‘altra ipotesi: non tutti i fatti elencati nell’hypotesis apparterrebbero all’azione
drammatica della tragedia, alcuni fatti apparterebbero al ‘’prologo’’, cioè sarebbero
anteriori all’inizio del dramma, cosa che avviene non raramente nell’ipoteseis. Per quel che
possiamo vedere la nostra ipotesis potrebbe occupare circa la metà dello spazio con gli
eventi anteriori all’inizio del dramma e poi il dramma comincia con l’arrivo di teseo a
trezene. Si trova uan situazione simile in un’altra tragedia, conservata molto male ma di cui
sopravvive l’ipotesis e il prologo: si tratta della stenebea. E’ una tragedia molto vicina
all’ippolito perché appartiene al gruppo delle tragedie legate al motivo di POTIFA, anzi è il
modello più puro del motivo di POTIFA. Nella ipotesis della Steneba abbiamo il racconto di
una serie di eventi. Sono molto ricche di eventi le tragedie ‘’finali’’ di euripide come le
fenicie, ma sappiamo anche che le tragedie iniziali potevano presentare questa
caratteristica, si veda Stenebea dove si parla dei lunghi e continui viaggi di Bellerofonte.
Il frammento 61 della Stenebea, curato da Kannicht, fa pensare x esempio che
Bellerofonte stia parlando di una serie di avvenimenti precedenti l’azione drammatica,
come quando parla delle proposte da parte della nutrice di sedurre la padrona (Stenebea).
La stenebea sarebbe dunque inizia con il ritorno di Bellerofonte dal viaggio : questo
sosterrebbe l’ipotesi di Hatchinson, secondo cui parte degli avvvenimenti narrati
nell’Ippolito kaluptomenos sarebbero avvenuti ‘’precedentemente’’ l’azione drammatica.
Mentre nell’Ippolito conservato siamo sicuri che il centro dell’attenzione era la storia della
seduzione di Fedra e poi l’accusa contro Ippolito e la sua rovina, in quest’altra tragedia ci
sarebbe stato qualcosa di diverso che comprendeva una sorta di seguito.
Nell’ ippolito conservato sappiamo qual è la trama, in quest’altra tragedia ci sarebbe
stato qualcosa di diverso che comprendeva una specie di seguito, quindi hatchinson
sostiene che in queste due tragedie avremmo la manifestazione di un fenomeno riscontrato
in altre tragedie: uno stesso autoreagico tr poteva sviluppare uno stesso ‘’tema’’ in modo
diverso (viene citato l’Oreste di Euripide, che rappresenta il seguito dell’Orestea di Eschilo).
Dall’hypoteseis si evince che una parte molto ampia della tragedia perduta era dedicata ai
fatti ‘’precedenti’’ e non ‘’seguenti’’ della trama;
fr. 435 Kannicht: è stata interpretato in relazione ad una violazione possibile del
giuramento. E’ chiaro che il giuramento ha senso soltanto in relazione alla fase in cui fedra
seduce ippolito e ottiene da lui il giuramento di non rivelare nulla. I due stavano dibattendo
fra loro forse, oppure il giuramento va collocato dopo il ritorno di teseo a trezene; in tal
caso fedra potrebbe starsi rivolgendo al falso ippolito; questo frammento è estremamente
problematico perché presenta un uso strano del v. Luo ( che non è usato generalmente per
indicare lo sciogliersi di un giuramento) sia x il senso di diaballo (calunniare in qst caso).
Resta il problema della lettera, che potrebbe appartenere anch’essa all’antefatto,
potrebbe essere stata mandata prima dell’inizio della tragedia x avvertire teseo, che quindi
sarebbe arrivato dopo la lettera.Hatchinson vuole dimostrare che non dovremmo
necessariamente al primo ippolito come una tragedia che ripercorre le linee delle seconda
con delle modificazioni; potrebbe essere qualcosa di diverso in cui il motivo focale non era
tanto lo smascheramento dell’amore colpevole di fedra, ma il seguito’’, cioè il modo in cui
teseo si accorge della verità e arriva a punire la moglie adultera. In questo quadro andrebbe
poi collocata la morte di Ippolito, prob. Teseo maledì Ippolito nell’immediatezza, il figlio si
sarebbe allontanato, la sua morte rivelata circa alla metà della tragedia, poi avviene lo
smascheramento di Fedra. La cosa che colpisce di più è che Ippolito sembra aver contenuto
uno stratagemma, cioè un ‘’elenkos’’, una ‘’prova’’ ricercata da teseo, un’indagine x scoprire
se le accuse di fedra erano false; a quel punto poi fedra si smaschera, e cerca di convincere
fedro che lei non è colpevole. Hatchinson trae conclusioni di forte impatto sulla
ricostruzione della tragedia perduta e sul rapporto con l’ippolito II, cioè Hatchinson arriva
a mettere in dubbio, presumendo la diversità delle due tragedia, che il rapporto
cronologico delle due fosse quello indicato nell’YPOTESIS, del papiro; già uno studioso
(GIBERT) prima della pubblicazione del papiro aveva messo in discussione il rapporto
cronologico delle due tragedie (introduzione al commento all’Ippolito di Barrett, sec. cui la
modificazione tra il primo e il secondo Ippolito riguardava principalmente il personaggio di
fedra, la sua caratterizzazione); l’ypotesis ci dice che questo dramma aveva ‘’vinto’’;
GIBERT aveva già cercato di smentire l’osservazione di Aristofane sulla cronologia-
datazione della tragedia nella sua opera ‘’DIDASKALIE’’

PALEOGRAFIA LATINA 13/03/2020


Origine dell’onciale tra III e IV secolo, ultima delle scritture romane ad essere impiegata sia in
occidente sia in oriente (abbiamo già letto brevi testi in onciale di età carolingia, quando la
scrittura onciale era usata solo in funz. Distintiva), ora si parla di scrittura onciale per la copia
di interi codici. Teorie sull’origine dell’onciale molte e discordanti: l’aspetto dell’onciale è
ambiguo,misto (un po’ maiuscolo un po’ minuscolo) = questo è l’aspetto che ha più creato
problemi rispetto alla sua origine. Tipologicamente l’onciale è una scrittura maiuscola in cui
compaiono elementi minuscoli. Il nome ‘’onciale’’ è stato usato dai paleografi fin dall’inizio, già
alla fine del 700, anzi anticamente erano usati anche dei derivati di onciali, di cui alcuni sono
rimasti in uso (semi-onciale, una variante), ma per esempio Mabillon parlò anche di quarto di
onciale (oggi non più chiamata così). Il nome onciale deriva da un noto passo di San girolamo
(oncialibus litteris = sicuramente san girolamo non voleva riferirsi a codici in scrittura onciale,
ma sicuramente si riferiva a una scrittura maiuscola usata in codici di lusso, lo si capisce dal
contesto, nel suo scritto san girolamo contrappone i codici scritti ‘’oncialibus litteris’’ alla
scrittura, sicuramente minuscola, da lui usata nei suoi quaderni di lavoro). Problema della
presenza di elementi minuscoli, che potrebbero essere stati importati in una scrittura sost.
Maiuscola oppure potrebbero deriva da un’evoluzione continua e spontanea della scrittura;
allo stato attuale della ricerca non siamo in grado di rispondere alla domanda sull’origine di
questa scrittura, perché non abbiamo esempi di onciali tanto alti da consentirci di indagare
questi fenomeni nel momento in cui essi apparvero.
IPOTESI CLASSICA (cristiana) : formulata dal traube e poi ripresa/aggiornata da cavallo.
Traube mette in relazione l’origine dell’onciale con le prime traduzioni latine della bibbia dal
greco e vi sarebbe secon traube un tentativo di creare forme maiuscole x il testo biblico in
un’epoca in cui la scrittura usuale è minuscola . Quando l’onciale nasce e si afferma la srittura
più comune nel mondo romano è la minuscola. Secondo traube l’ambiente di gestazione è
quello della chiesa africana ed in effetti proprio dalle comunità cristiane attorno a cartagine
proviene uno dei codici in onciale che tramanda le epistole di san cipriano. L’ipotesi cristiana
fu poi ripresa da cavallo nelle sue ricerche sulla maiuscola biblica; la sua ipotesi è piuttosto
raffinata, l’onciale secondo lui è una scrittura nuova elegante autorevole che si sarebbe
formata nelle officine librarie su imitazione dei modelli greci per competere con la capitale
libraria e che era in fase di decadenza; questa scrittura nuova sarebbe stata scelta di volta in
volta in armonia con le attese e le preferenze del pubblico; cavallo sostenitore dell’ipotesi
cristiana, ma stempera la posizione di traube. L’onciale è una scrittura viva che può andare
bene anche per i testi classici; virgilio ormai è un testo fossile e quindi si adatta a una
conservazione ‘’sclerotica’’; gli autori cristiani che a loro volta diventano classici possono
essere scritti in capitale (come succede generalmente per gli autori classici). Secondo Bishoff
l’onciale sarebbe nata in italia, mentre per Cedar (1974) l’onciale sarebbe nata proprio come
scrittura del tuto originale nel mondo giuridico greco-romano ( i cosìdetti libri legales
avrebbero creato una sorta di usuale libraria con elementi maiuscoli e minuscoli che
avrebbero caratterizzato le scritture di stampo giuridico e amministrativo nel mondo greco-
latino). L’adozione da parte della chiesa sarebbe stata più tarda; per ora non si è in grado di
stabilire quale di queste teorie; dopo il V secolo l’onciale diventa la scrittura più diffusa per la
copia di codici, e a tutti gli effetti l’onciale può essere considerata la scrittura della civiltà e
della cultura romano-cristiana; nell’alto medioevo verrà utilizzata per copiare testi scritturali
patristici-liturgici e rimarrà con un’amplissima diffusione geografia in tutta europa fino al IX
secolo solo con una funzione distintiva. Si distinguono due stili di onciale, la prima vitale nel
IV / V secolo, la seconda dal VI all’ VIII (onciale old style /onciale new style); la prima
caratterizz da tracciato morbido, ariosità , un chiaroscuro appena accentuato (contrasto tra
pieni e filetti, cioè tra tratti piu grossi e piu sottili), una certa regolarità grafica, in cui sono
assenti elementi pronunciati al di sopra e al di sotto del rigo). Oggi si vede un esempio di
onciale old style. VAT LAT 10696 = frammento di Livio Ab urbe condita, è un esempio di
conservazione del tutto fortuita, il frammento era stato tagliato e poi ricomposto come si vede
dalle righe che segnalano i tagli della pergamena, ricomposta al momento del ritrovamento.
Questi quattro foglietti di pergamena, in realtà sono 6, erano stati tagliati per avvolgere alcune
reliquie custodite in un’arca lignea nella cappella del sancta sanctorum in laterano; i
frammenti scoperti solo nel 1905 con l’apertura dello scrigno. Ai margini notiamo una
scrittura più scura e più tarda (di diff datazione, prob intorno al 7 secolo), molto faticosa,
evidentemente tracciata da uno scrittore poco esperto e che doveva essere il prete che si
occupò di conservare quelle reliquie.

TRADIZIONE MANOSCRITTA
Sulla tradizione manoscritta di petronio sono utili anche gli analecta rubiniensa, una serie di
favole compilate da elias rubens tripolanensis (contiene una serie di allusioni al satyricon,
anche alla cena). Elias rubens era di un villaggio vicino Cambridge; Cockler ne ha curato
un’edizione. Anche guido de grana conosce Petronio (anche la cena) e anche due frammenti,
attribuiti a petronio; si leggono in un manoscritto due citazioni di petronio assolutamente
attendibili; guido de grana doveva conoscere più di quanto conosciamo. Petronio confluisce
anche nei gesta anglorum pontificum di guglielmo di malsmbury. Pierre pithou parla di un
manoscrittot autissiodorensis, questo ci fa pensare che auxerre sia stato un luogo di copia di
un manoscritto di petronio.

Appunti- paleografia
Nell’onciale old style abbiamo occhielli pronunciati in p ed r, il trattino di e è spostato verso
l’alto, la G ha il tratto mediano appena accennato, tant’è che si confonde con C. La scrittura è
poco abbreviata. Il segno abbreviato viene spostato leggermente a destra della lettera (caratt.
Dell’onciale old style). Sui margini del vat. Lat di Livio si notano delle didascalie, scritte da un
prete. In alto a sinistra si legge una scrittura di stile onciale (che era la grafia
dell’insegnamento) = terra de flumen iurd annis; terra de presipit domini -- ( in alto a sinistra)
SOTTO --- terra de sepulcris domini; terra de sepulcro domini. Lowe nel 1922 potè collocare il
passaggio da old style a new style nel periodo tra IV e V secolo grazie ad un manoscritto
contenenti le lettere di plinio il giovane. L’old style è una scrittura più ariosa dal contrasto
morbido; la new style è invece una scrittura fortemente chiaroscurata. La old style è sempre
molto regolare anche nell’inclinazione, l’old style essendo sostanzialmente bilineare; mentre
negli sviluppi più tardi tende ad un evidente sforamento rispetto al binario centrale.nella new
style tutte le lettere occupano uno spazio più ampio, come la M, N, S, T. A questi mutamenti
morrfologici si accompagnano altri di natura per così dire codicologica che non riguardano
soltanto i manoscritti in onciale ma investono a livello più generalae tutti gli aspetti della
produzione libraria tra tardo antico e medioevo. Nella new style viene introdotta una
primitiva forma di ornamentazione, aumentano le abbreviazioni, nonché gli inizi di un sistema
di punteggiatura. La stilizzazione più importante dell’ onciale new style è l’onciale romana:
manoscritti in onciale prodotti a Roma (centro propulsore di produzione manoscritta), che
viaggiano poi in tutta europa. I libri accompagnano i missionari che dall’urbe migrano per
evangelizzare le regioni d’europa. Caratt. Dell’onciale romana = la t presenta delle forcellature
per es, c’è uno schiacciamento delle forme attraverso un’esecuzione rettilinea della parte
inferiore e superiore degli occhielli (P, B, R, D). L’esecuzione della A è molto caratteristica,
l’occhiello assume una forma angolare (a foglietta)mentre normalmente è tondeggiante. La L
gemina. Fu usata fino agli inizi del IX secolo. Manoscritto in onciale romana scannerizzato,
datato a inizio VIII secolo (grazie a Petrucci) si tratta dell’omiliario di Agimondo. La scrittura è
molto artificiosa, irrigidita, dal tracciato incerto. È evidente lo sforzo di agimondo di imitare
codici romani di lusso; questa scrittura ha una strettissima parentela con la scrittura dei
manoscritti biblici in greco; l’importanza del manoscritto risiede anche nel fatto che i testi
tramandati sono uno dei più antichi esempi di omelie in latino. Ad Agimondo non è imputabile
solo la scrittura del testo, ma anche l’ornamentazione, non dovuta all’intervento di un altro
artista. Ad agimondo non è imputabile però la raccolta dei testi, perché il livello esecutivo e
compositivo della sua sottoscrizione non è tale da farci pensare che agimondo fosse in grado
di allestire una raccolta del genere. Le aste discendenti si assottigliano in una forma tipica dei
mansocritti greci (detta a ‘’chiodo’). Il tratto mediano della E è sceso ed è molto pronunciato in
lunghezza; il chiaroscuro è fortemente pronunciato (scrittura ‘’contrastata’’). Un’altra
canonizzazione nota dell’onciale è la cosìdetta onciale BR, le cui caratteristiche B (alta sul rigo,
occhiello superiore molto piccolo, più alta delle altre, come una B a due piani) e la R con
occhiello piccolo e la traversa orizzontale sul rigo (canonizzazione adoperata a bisazio nel Vi
secolo nel periodo di giustiniano), fu adoperata molto in italia meridionale e a ravenna, vi è un
esempio molto famoso rappresentato dalle pandette fiorentine, usata soprattutto per testi di
natura giuridica. Scrittura canonica per la diffusione della legislazione giustinianea..

APPUNTI – STORIA DELLA LINGUA LATINA 17/03/ 2020


Evemerus Ennio = opera conosciuta innanzittutto grazie alla testimonianza di Cicerone;
Evemero autore greco di Ierà anagraphé, conosciuta solo con testimonianze indirette, di cui le
principali sono costituite da due ampi riassunti contenuti in Diodoro siculo. Evhemerus è il
racconto di un viaggio verso un’isola lontana nell’oceano, il protagonista si imbatte in un
tempio dove è conservata un’iscrizione in cui si conserva una genealogia di Giove. Dopo la
testimonianza di Cicerone relativa all’Evemero di Ennio abbiamo solo una rapidissima
menzione nel De re rustica di Varrone (pochi anni dopo Cicerone); per lungo tempo cala il
silenzio sull’Evemero di Ennio finché non lo ritroviamo in una citazione di Lattanzio. Ipotesi :
evemero avrebbe scritto la sua opera in versi, ripresa poi da ennio. La forma in prosa di
lattanzio è una rielaborazione di epoca successiva. In caso contrario (cioè nel caso anche
ennio avesse scritto in prosa) avremmo a che fare con il più antico esempio di prosa letteraria
latina

FR. 3 (FAHLEN): attribuito ad Ennio: tramandato da Lattanzio (nella sezione dei testimonia,
primo Libro delle Div. Institut, introdotta da Haec Enni verba sunt; Lattanzio è l’unico a riferirci
che esistevano due traduzioni in latino del titolo dell’opera di Evemero era 1. Evemerus 2.
sacra historia; Lattanzio usa il testo di Ennio come un testo da contrappore alle ineptias
poetarum; l’espressione Haec Enni verba sunt è inequivocabile = sta riportando le esatte
parole del testo enniano)
.. Il frammento inizia con “Exim Saturnus..”
Analisi linguistica:
Exim = forma che alterna con Exin, Exinde. Exim non è attestato altrove nell’ Evhemerus (unica
occorrenza). Se si allarga lo sguardo ad altre opere di età arcaica, si può constatare per es.
come negli Annales di Ennio troviamo due volte Exim, 3 volte Exin e mai Exinde. La forma
Exim si trova in Accio, e troviamo qualche caso di Exin e Exim in Plauto. TLL (thesaurus
linguae latinae) : exim ed exin non si trovano se non davanti a consonante al posto di deinde.
Exin si trova frequentemente in Tacito, ed è attestato anche nei versi di Cicerone
sopravvissuti. Le poche occorrenze di Exim in Cicerone sono in una citazione del Divinatione,
ripresa da Celio antipatro (uno storico arcaico). Un altro esempio di Exim si trova in Livio =
anche in questo caso un passo ricondotto allo storico arcaico Celio Antipatro. Abbiamo alcune
ricorrenze, pochi esempi dell’uso di Exim al di fuori dell’ Evhemerus di Ennio in prosa arcaica
di tipo letterario, che potrebbe essere vista come un’anticipazione dell’uso tacitiano. Quel
frequente uso di Exim ed Exin nello storico tacito sembra riprendere e continuare un uso in
prosa letteraria arcaica. Quale uso ne fa Lattanzio? In Latt. (thesaurus) si trova sempre Exinde
(6 casi complessivi). C’è un passo delle Divinae institutiones in cui ricorre la forma Exin= in
questo unico caso, esso è tramandato da uno solo dei codici (un’eccezione molto circoscritta).
Exim doveva perciò caratterizzare la lingua dell’Evhemerus di Ennio e distinguere la lingua
della sua fonte, Lattanzio, che di norma usa exinde. Il frammento che Lattanzio cita rispecchia
usi linguistici che non sono di lattanzio e che sono del tutto compatibili con un uso arcaico,
quale bisogna presupporre. Il brano riportato da fahlen è costituito da 16 periodi. Di
questi 16 periodi 8 iniziano con un avverbio temporale (Exim, Ibi, tum). Altre iniziano
con avverbi diversi (Item, Itaque); questo andamento stilistico ha toni monotoni . Nei
frammenti dell’evhemerus di ennio abbiamo 5 casi di UT e 4 casi di UTI. Di questi 5 casi di UT,
4 davanti a vocale, 3 UTI davanti a consonante e un UTI davanti a vocale. Si può trovare un
Usus enniano nell Index sermonis costruito da Vahlen. UT in ennio è la forma preferita, usata
indistintamente davanti a vocale e consonante. Al di là fuori dell’evemero UTI si trova in Ennio
solo 3 volte e sempre davanti a consonante; l’uso di UTI , che abbiamo visto nell’evemero,
appare del tutto in linea con l’uso enniano.
Uso di Ibi in senso temporale (attestato anche negli Annales di Ennio) = A quel punto (si
consulti il TLL). C’è un’occorrenza di Ibi temporale anche nell’Amphitruo di Plauto.
UTI NE REGNARET = (il latino classico usa il semplice NE per indicare la finale negativa). La
proposizione finale introdotta dal NE si trova in 40 casi, mentre troviamo 5 casi di finali
introdotte da UT NE. UTI NE è un arcaismo già in Ennio, è attestato soprattutto in testi di
carattere giuridico/ leggi (conservatorismo).
Qui facie deterior esset quam Saturnus = proposizione relativa, a cui viene aggiunta una
seconda prop casuale ‘’et quod videbat’’. Abbiamo due proposizioni causali connesse tra di
loro, di tipo diverso.
IDCIRCO = può essere considerato analettico (che riprende la proposizione “Qui facie deterior
esset..); oppure altra ipotesi è che sia da considerarsi prolettico (in questo caso idcirco et
sarebbe un’anastrofe per et idcirco)
Anziché la congiunzione ET (la più comune), non marcata stilisticamente, si trova la
congiunzione ATQUE e l’enclicitica QUE.
La congiunzione ET ricorre 8 volte nell’Evemero di Ennio, mentre l’ enclicitica QUE ricorre 19
volte e davvero notevole è l’occorrenza della congiunzione ATQUE (15 casi complessi); a cui si
possono aggiungere 2 casi della congiunzione AC. L’analisi del De agricultura di Catone svela
la preferenza per ET; nelle Origines 12 occorrenze di ET, l’enclitica QUE ha altre occorrenze,
ATQUE 21 occorrenze.
ATQUE è un arcaismo ripreso da Frontone (leggere testimonianze “Hoc etiam ipsum atque
unde putas?’’). L’uso di atque era sentito come un segno caratteristico della prosa catoniana;
un uso che trova una corrispondenza nell’Evemero di Ennio.
Il confronto tra il De agricultura (Dove prevalgono gli ET) e le origines (dove prevalgono gli
ATQUE) mostra che ATQUE era la congiunzione più adatta alla prosa di livello alto, raffinato.
La troviamo infatti nell’Evehmerus di Ennio. L’enciclitica QUE e la congiunzione ATQUE
prevalgono nel passo dell’Amphitruo di Plauto dove si parla della spedizione tebana (Plauto
imita lo stile epico, usa un tono più alto).
SI QUID LIBERUM = come si spiega? QUID sarebbe il soggetto , mentre VIRILE SECUS sarebbe
apposizione di QUID (Se qualcosa di figli di Sesso maschile gli fosse nato); virile SECUS
regolarmente usato in funzione appositivia. SECUS sarebbe un antico nominativo usato in
funzione APPOSITIVA, poi diventato avverbio.
NE QUID EDUCARET = uso di un neutro riferito ad un neonato; il feto non è ancora
considerato ancora un essere umano. LIBERUM = genitivo PLURALE (qualcosa di figli), si
tratta di un tipo di genitivo frequentissimo nel latino arcaico (genitivo partitivo).
REDIRET non deve essere inteso col significato di ritornare, perché i figli che non erano
ancora nati = CHE il potere andasse ai figli (non ritornasse)
Appunti storia della lingua latina 24 =
FILIUS QUI.....TUM..eum necaverunt = struttura sintattica particolare; in questo periodo la
frase che ci si attenderebbe “tum saturno necaverunt filium, qui primum natum est”. In
questo caso abbiamo ‘’FILIUS’’ (al nominativo per attrazione con QUI...) = un esempio
di attractio inversa; ( es. urbem quam statuo vestra est, si vede urbem è attratto nel
caso del relativo, esempio tipico di VIRGILIO). Nell’attractio inversa l’antecedente è
richiamato nella proposizione RELATIVA con un pronome. Troviamo questa
costruzione sintattica con ‘’ripresa’’ nella principale anche in plauto
“nam unum conclave, quod concubinae dedit miles, quo nemo nisi eapse inferret pedem, in eo
conclavi ego perfodi parietem” (v. 140)”
Questa costruzione appare del tutto legittima nella prosa arcaica (come si evince anche dal
confronto con alcuni passi delle origines catoniane).
TUM = nei frammenti dell’evemero tramandati da lattanzio troviamo due volte ‘’tum’’ e mai la
variante ‘’tunc’’ (che è composta da tum e la particella CE). E’ vero che le testimonianze
dei manoscritti riguardo tum e tunc sono da trattare con cautela ( le due forme
possono oscillare per variazioni introdotte dai copisti), tuttavia nel latino arcaico nel
suo complesso si può affermare che TUM prevale nel latino arcaico su TUNC... Di ciò si
può trovare conferma facendo ricorso all’index sermonis di vahlen
NECAVERUNT: FORMA CLASSICA DELLA terza persona plurale del perfetto. E’ la forma più
attestata nei frammenti dell’evhemerus di ennio. Le forme di perfetto in ERUNT
attestate in ennio sono la metà di quelle in ERE (rapporto 1 : 2). Alla fine dell’esametro,
dove il metro non condiziona la scelta tra le due forme, in quel caso ennio usa sempre
la forma ERUNT. Erunt quindi è già la forma ritenuta normale da Ennio, mentre la
forma in ERE sarebbe determinata da esigenze metriche. Nell’evemero dunque risulta
facilmente spiegabile come prevalgano le forme di perfetto in ERUNT (con un rapporto
rovesciato rispetto a quello che si vede in altre opere enniane). E’ interessante fare un
confronto tra la prosa di ennio e quella di catone = da questa indagine risulta che nelle
origines di catone prevale il perfetto in ERE (13 in ere, 2 in erunt, di cui uno dei due si
trova all’interno di un discorso). Negli annalisti successivi a catone emerge una
preferenza per i perfetti in ERUNT.
DEINDE POSTERIUS = forma pleonastica (poi dopo), troviamo anche POST HAEC DEINDE,
sempre in Ennio, ‘’Ibique in eo monte’’ = niente che ci debba indurre a ritenere spurio
questo latino.
CELANTES SATURNUM = si sa che in latino i participi hanno valore verbale quando sono
determinati da un complemento o possono avere valore di aggettivo. Secondo
l’opinione vulgata il participio con forza verbale, determinato da un complemento, non
è comune in epoca arcaica; mentre quindi lo abbiamo determinato da un complemento,
quindi con v. Verbale . Nell’evemero troviamo un altro caso di participio verbale, nel
frammento sesto: ‘’idque iuppiter quod aether vocatur placans, primus caelum
nominavit’’ = IDQUE PLACANS (la tradizione manoscritta di lattanzio riporta non
placans ma precans). Nell’evemero abbiamo due participi presenti, entrambi con
valore verbale = ciò in contrasto con quanto si dice, che il participio verbale diventa
comune a partire dalle opere tarde di cicerone. Effettivamente in plauto i casi di uso
verbale del participio presente sono rarissimi, in catone abbiamo una occorrenza sola
nelle Origines, e si dice che il participio presente con valore verbale inizia a diffondersi
con terenzio. Questo crea una difficoltà nella valutazione storico-linguistica di questi
frammenti; se si va a vedere i frammenti di Ennio si nota che l’uso verbale del
participio presente è molto frequente (non cauponantes bellum, sed.....); “ multa tenens
antiqua” o ancora al v. 294 ‘’tonsam tenentes’’ o al v. 398 ‘’ tela manu iacentes’’. Si può
pensare a una differenziazione in base al genere letterario; il participio presente con
funzione verbale era già ammesso nei generi alti, in epoca arcaica, come si vede negli
Annales e nelle tragedia = una costruzione ammessa sotto influenza greca, questo
spiega come invece sia così raro il participio presente con funzione verbale nella
commedia di Plauto (due soli casi...di participio verbale). Questa costruzione si è
diffusa ulteriormente in epoca successiva
CLAM ITEM SATURNO OPIS PARIT = CLAM + SATURNO (in questo caso CLAM fungerebbe da
preposizione più ablativo). CLAM viene usato anche come ‘’preposizione’’ (Thesaurus
linguae latinae) = cum accusativo et ablativo (vengono date le testimonianze dei
gramm. Antichi nel thesaurus). CLAM più accusativo = molte attestazioni in Plauto,
terenzio, bellum hispaniense. La prima testimonianza di clam più ablativo è una lettera
di Cicerone ad attico e poi lucrezio. IN EPOCA ARCAICA è previsto solo l’uso di clam con
l’accusativo. L’uso di clam con l’ablativo è attestato solo a partire da età tardo-
repubblicana con cicerone e lucrezio. IL thesaurus registra ‘’Ex Enni evhemero’’ la
nostra occorrenza; considera questo un’attestazione di CLAM con l’ablativo; ma cita
Lattanzio, non ENNIO, non ritenendolo le parole citatea da lattanzio il testo originale di
ENNIO (bensì una riformulazione da parte di lattanzio). Lattanzio avrebbe adattato la
sintassi agli usi del suo tempo. Gli studiosi hanno ricavato un argomento x dimostrare
che questo testo non può risalire all’epoca di ENNIO (sarebbe un anacronismo); i
tentativi di salvare l’autenticità del passo hanno seguito due strade : 1. Lattanzio citava
sì l’originale ennio, ma avrebbe modernizzato inconsapevolmente la sintassi originaria
del testo 2. CLAM SATURNO sarebbe un cambiamento dovuto alla tradizione
manoscritta. Ma esiste un’altra possibile spiegazione (3) si potrebbe considerare
DATIVO (parimenti a saturno opi partorisce nettuno..). SI tratterebbe quindi un CLAM
Avverbiale se si accetta l’ipotesi di SATURNO Dativo. Si trova un perfetto parallelo di
questo costrutto nell’ecyra di terenzio = uxor clam peperit ( la moglie partorì di
nascosto ) = non si tratterebbe quindi di un ANACRONISMO, se saturno è dativo
CLANCULUM abscondit = la forma clanculum è il neutro dell’aggettivo CLANCULUS.
Clanculum forma avverbiale, attestata 29 volte in PLAUTO; si attribuisce ancora una
volta a lattanzio il passo citato dell’evemero ‘’ ex enni evemero..’’ .(il redattore del
thesaurus sostiene una posizione che nega l’autenticità del passo enniano).. in realtà
CLANCULUM è elemento probante che il passo citato è un esempio di prosa arcaica =
clanculum è attestato fino a lucilio..)
HAEC UT SCRIPTA SUNT...= 2 INTERPRETAZIONI 1. Haec da interpretare come singolare di
genere femminile riferito a STIRPS ATQUE COGNATIO (un’endiadi che è inteso come
singolare = questa è la stirpe familiare); da ciò dovremmo chiederci qual è il soggetto di
SCRIPTA SUNT? (non c’è......) 2. PLURALE NEUTRO... : HAEC è il soggetto, che
riprenderebbe tutto ciò che è stato detto prima (anche sostantivi di genere e numero
diverso) (questo particolare uso del neutro trova altri riscontri in prosa latina
arcaica) ; de agricultura di catone (id imponas....) = catone sta fornendo indicazioni
sull’uso della BRASSICA... il pronome neutro ID richiama la brassica, di genere
femminile (gli esempi si potrebbero moltiplicare). HAEC nel passo dell’evemero
sarebbe dunque da intendere come NEUTRO PLURALE;
IUNONEM SATURNO IN CONSEPCTUM DEDERE :
25 marzo storia della lingua latina
Problema : che cosa attribuire a ennio e cosa a lattanzio? Questo dubbio ha coinvolto
soprattutto la parte finale del frammento. Jacobi per esempio, noto in particolare per
l’edizione dei frammenti degli storici greci (si è occupato perciò anche di evemero),
sostieen che l’ultima frase ‘’in hunc modum...’’ non sia una traduzione dell’originale
greco di evemero, ma un’aggiunta fatta da ennio alla sua traduzione; in questo modo, se
la intendiamo così, noi dovremmo ricavare che ennio, a conferma della genealogia di
giove appena descritta in questo lungo frammento, avrebbe citato l’opera di Evemero
(‘’ in hunc modum ex sacra iscriptione traditum est’’) = viene chiamata a testimone
l’opera di evemero stesso, ennio fa un ‘ aggiunta personale. Ennio qui designa l’opera di
evemero usando l’espressione ‘’SACRA SCRIPTIO’’,questa sarebbe secondo Jacobi la
traduzione latina dell’originale ‘’IERA ANAGRAPHE’’ (tesi Jacobi). Si è visto che
lattanzio, ogni volta che cita l’evemero di ennio, designa l’opera con il titolo ‘’SACRA
HISTORIA’’. Queste sono tutte le testimonianze in cui l’opera viene indicata con questo
titolo. Ovviamente Jacobi non mancava di porsi il problema, allora perché ennio usa
‘’sacra historia’’? = sacra historia non era il termine originale riferito a ENNIO,sacra
HISTORIA sarebbe un termine adoperato da LATTANZIO, lattanzio scrittore cristiano
che voleva presentare questa come un’opera storica. Subito dopo Jacobi è stata fatta
un’altra ipotesi, GIORGIO PASQUALI = Questa frase ‘’Haec ut scripta sunt..... in hunc
modum traditum est....’’ non sarebbe parte dell’Evemero di Ennio, indipendentemente
dla fatto che fosse traduzione; ma sono parole da attribuire a LATTANZIO stesso, non a
Ennio. La citazione di ennio si concluderebbe alla parola EMORITUR; effettivamente
queste parole si prestano ad essere attribuite a lattanzio; qui avremmo un lattanzio che
dopo aver elogiato i meriti di evemero e del suo traduttore ennio, come demistificatore
della ‘’religione pagana’’, prosegue affermando ‘’queste come sono scritte sono la stirpe
e la parentela....in questo modo ci viene tramandata dalla sacra scriptio’’.
Evemerus SACRA SCRIPTIO = nella letteratura latina arcaica era frequente, x imitazione della
letteratura greca, l’uso di segnalare nel titolo anche il nome dell’ autore originale (si
pensa a Epicarmo, noto commediografo greco); oltre al passo delle Divinae
institutiones da cui si è ricavato il frammento dell’ Evhemerus, bisogna chiamare in
causo il passo dell’Epitome, il riassunto che lattanzio fece in un solo libro dei sette libri
che costituivano le divinae institutiones. Anche qui lattanzio ha occasione di
menzionare Evemero, ricorda che la sua opera è stata tradotta da ennio ‘’in latinam
linguam’’ e dice ‘’cuius haec verba sunt’’ (cuius riferito a ENNIO...) – ‘’Haec ut scripta
sunt....’’ (Lattanzio nell’epitome riporta come PAROLE DI ENNIO quella frase che
pasquale riteneva un ‘aggiunta dell’autore cristiano’). Il confronto con l’epitome di
lattanzio dovrebbe risultare definitivo; la conclusione che ricaviamo da questa
testimonianza è che non ci sono DUBBI : lattanzio riporta il frammento che aveva
citatoa nelle Divinae institutiones in forma abbreviata, e attribuisce queste parole in
maniera inequivocabile a ENNIO. Questa testimonianza dell’epitome di lattanzio è certo
fondamentale e utilissima, non perché qui lattanzio sembra attribuire in maniera
inequivocale le parole a ennio, ma per un’altra ragione indipendente dal filo del
discorso. Lattanzio nell’epitome riassume le divinae institutiones e lo fa per ovvie
ragioni di praticità = lattanzio non ripete mai sé stesso, neanche per una breve frasetta,
cioè riformula sempre, varia sempre, oltre a sintetizzare; questo è un argomento,
l’unico argomento FORTE, che ci permette di stabilire con assoluta sicurezza che
questa frase ‘’Haec ut scripta.....’’ appartiene al citato e non al citante (cioè a Ennio e
non alla sua fonte); ora restano aperte varie questioni introdotte dal pasquali e dallo
jacobi; pasquali non era stato così sprovveduto da trascurare la testimonianza dell’
epitome. Le varie questioni riguardano sia aspetti storici culturali sia linguistici : ‘’che
rapporto ci sarebbe tra le espressione sacra scriptio e sacra historia e l’originale IERA
ANAGRAPHE’?’’.
Come si spiega l’ipotesi dello Jacobi? Per jacobi il titolo SACRA HISTORIA, che si ricava da
lattanzio, non sembra una traduzione corretta dell’originale greco (IERA Anagrafè),
mentre secondo jacobi una traduzione adatta, corretta, sarebbe proprio ‘’sacra
scriptio’’; questa la traduzione corretta e l’originale traduzione di ENNIO. La tesi di
Jacobi è stata poi ripresa da uno studioso, morto in epoca recente – Courtney – che ha
sostenuto , d’accordo con Jacobi, ‘’sacra scriptio’’ è la traduzione più corretta; il titolo
originale però sarebbe stato ‘’ sacra historia’’ (ennio avrebbe usato questo termine
come titolo e poi avrebbe usato sacra scriptio nel corpo del testo). Domanda : perché
Ennio avrebbe usato due termini diversi per tradurre la stessa espressione greca (ierà
anagrafè)? Perché Ennio avrebbe scelto di intitolare l’opera latina con un titolo ‘’ sacra
historia’’, che si presume avere un significato diverso rispetto all’originale greco?’’ è
un’ipotesi che russo non condivide (quella di courtney), ma l’ipotesi ha un pregio,
perché segnala una difficoltà reale, cioè qual è la corrispondenza tra sacra historia e
l’espressione greca ierà anagrafè? Bisogna preliminarmente rispondere poi ad un altro
problema tutt’altro che banale; ierà anagrafe farebbe riferimento all’iscrizione nel
tempio, sito nell’isola di panchea, dove venivano riportate la genealogia di giove e le
imprese. Questa iscrizione, scritta su iniziativa di zeus, era sicuramente uno dei pezzi
forti del racconto fatto da evemero, e tuttavia questa interpretazione si presta a due
obiezioni tra loro complementari. 1. Anagraphé di per sé non significa mai iscrizione,
ma più in generale significa testo scritto, spesso con valore di documento ufficiale e in
forma di elenco, e quindi di registro. Anagraphè si può trovare riferito a un testo, in
greco, a prescindere dal suo supporto materiale, quindi può fare riferimento anche ad
un’iscrizione, ma questo riferimento non è necessario. 2. L’iscrizione nel tempio di
panchea aveva un ruolo importante nell’economia dell’opera di evemero, tuttavia essa
non era l’unica iscrizione di cui parlava evemero nella sua opera; infatti al frammento
11 là dove si racconta la morte di zeus si legge ‘’inque sepulcrum...’’ – epigrafe
sepolcrale sulla tomba di ZEUS. Nell’ottica evemeristica si trattava di un’epigrafe ben
più importante, perché dichiarava di aver visto visto la tomba di ZEUS. L’opera di
evemero era costituita da almeno 3 libri (ateneo ci parla di un terzo libro); sappiamo
da varrone ‘’ In evemeri libris versis apud Ennium.’’ (quindi parlava al plurale) :
nell’ambito di quest’opera l’iscrizione di panchea occupava solo una piccola parte del
racconto, x ciò che possiamo vedere NOI.
Dalle testimonianze sull’opera di evemero (diodoro siculo) sappiamo che la narrazione delle
imprese di urano, crono, zeus veniva fatta su un ‘ISCRIZIONE anc’essa.. DIODORO
conferma che l’iscrizione nel tempio di panchera non era l’unica.
La iera anagraphé indicava dunque l’opera di EVEMERO nel suo complesso (che conteneva
varie iscrizioni), non faceva riferimento specifico all’iscrizione sul tempio di panchera,
che viene citata da ennio. Per valutare adeguatamente il termine, bisogna tener conto
di un dato e cioè che noi abbiamo testimonianze in cui si parla espressamente di ierai
anagraphai e fatto ancora più significato queste testimonianze si trovano in uno storico
‘’Ecateo di Abdera’’, che era un contemporaneo di Evemero = ecateo usa il termine per
designare le cronache redatte e conservate fin da epoca remota a cura dei sacerdoti
egiziani. Conclusione inoppugnale : evemero quando intitolava la sua opera iera
anagraphé, VOLEVA CHE I SUOI LETTORI RICONOSCESSERO UN RICHIAMO PRECISO
AL MODELLO EGIZIANO DI TESTI SACRI.
Iera anagraphé può essere inteso come un riferimento all’iscrizione di Zeus o a tutta l’opera di
evemero; a favore dell’ipotesi 1 (secondo la quale in iera anagraphé sarebbe da vedere
un riferimento all’iscrizione di zeus) bisogna ricordare che alcune testimonianze di
ierai anagraphai si presentano come nudi elenchi di re e delle loro opere (questo
risulta dalla testimonianza 1, 63, 1
Ma ci sono testimonianze che suffragano anche la 2 ipotesi (cioè che IERAI ANAGRAPHAI si
riferisca all’opera di Evemero nel suo complesso) = ‘’infatti in epoca antica l’egitto
aveva 18.000 importante villaggi e città , come è possibile vedere nei loro registri
sacri)= notizie di questo tipo (sulle città ) erano effettivamente contenute nell’opera di
evemero, ma non nell’iscrizione, bensì nel racconto in prima persona fatto dal
narratore. Resta aperta la questione se iera anagraphé volesse designare l’intera opera
o solo una sua parte.
Appunti – tradizione manoscritta 27/03/2020

OPUS PROSODIACUM di micone saint riquier (da Munk Olsen)


Il manoscritto più antico è B (Bruxelles). Ci sono exempla auctoris, con lemmi segnati accanto
per fini didattici. E’ stato definito un SUPER TESTO, testimonianza dell’attività
culturale dei monaci di Saint- Riquier = contiene una raccolta poetica di carmina
centulensia (poesie composte o raccolte dai monaci di saint riquier). Il manoscritto
contiene anche dei trattati (per la lettura della lunghezze delle sillabe)
STORIA LINGUA LATINA
In hunc modum è usato tre volte da lattanzio , ciò ha indotto jacobi a ipotizzare che questa
parte di testo fosse da attribuire a lui. D’altro canto troviamo il sintagma alternativo
HOC MODO in un frammento dell’evhemerus. HOC MODO (fr. 10) = uno dei casi in cui
lattanzio non afferma di riportare il passo di ennio in maniera testuale (CONTRO-
OBIEZIONE); IN HUNC MODUM dopo Ennio lo troviamo usato in un frammento delle
Historiae di Sallustio; frequentissimo in Livio; anche tacito lo usa in modo molto
frequente. Sembra un sintagma preferito dagli storici e in particolare da storici
arcaizzanti.
STIPRS ATQUE COGNATIO si trova molto frequente in Cicerone (lattanzio è stato definito il
cicero christianus); quest’espressione è l’emblema dello stile arcaico perché prevede
l’accumulo di sinonimi (tratto tipico della letteratura arcaica), un argomento a favore
per l’attribuzione di questo passo all’evemero di ennio. Il brano così come è può essere
considerato una citazione testuale dell’evemero di ennio, anche la parte conclusiva lo è.
Ennio avrebbe potuto usare il termine ‘’annales’’ per tradurre gli ierai anagraphai .
Perché usare ‘’HISTORIA’’ e non ‘’ANNALES’’ (scelto anche come titolo della sua
opera)? Ci viene un soccorso una testimonianza di servio, che ci parla di una differenza
fra historia e annales. Gli annales sarebbero una narrazione di fatti a cui l’autore non ha
potuto assistere di persona, perché avvenuti in epoche a lui precedenti e viceversa la
storia sarebbe narrazione di fatti che l’autore ha potuto conoscere direttamente e
quindi di vicende a lui contemporanee. Questa distinzione però non può essere
applicata né alla historia né agli annales di ennio, perché negli Annales abbiamo una
storia che parte dalle origini mitiche di roma, ma già dal VII si parlava della 2 guerra
punica fino ai fatti più vicini alla vita di ennio. D’altra parte anche ‘’sacra historia’’ non
si può spiegare con la definizione di servio, perché il racconto non riguarda solo fatti
contemporanei. Spiegazione : HISTORIA è un grecismo, percepito come tale dallo
stesso servio, mentre annales è un termine che si richiamava volutamente alla
tradizione preletteraria latina. ENNIO oscilla tra titoli di tradizione latina e titoli di
tradizione greca, come sacra historia, ma ci sono anche altre opere come pancratiastes;
nella scelta dei titoli ennio si trova a metà strada tra plauto e terenzio; TUTTI I TITOLI
DELLE OPERE PLAUTINE CHE NON SIANO COSTITUITE DA NOMI PROPRI SONO IN
LATINO, MENTRE TUTTI I TITOLI DELLE COMMEDIE DI TERENZIO SONO
RIGOROSAMENTE IN GRECO. Ennio si colloca a metà , in una fase di passaggio.
Nell’ultima fase della sua vita ENNIO sembra essersi orientato verso una produzione di
tradizione latina, come segnalano anche i titoli delle opere scritte (ANNALES;
SATURAE); annales e saturae sono opere molto innovative soprattutto se confrontate
con le imitazioni di opere greche (PROTREPTICUS; SOTA; HEYDPHAGETICA), verso cui
si rivolge l’attenzione di Ennio all’inizio della sua produzione letteraria.
USO DEI SINONIMI IN LATINO ARCAICO = (appunti 7/04/2020)
ANNALES = Circum sos quae sunt magnae gentes opulentae
ESEMPIO DI DUE SINONIMI collegati per asindeto (MAGNAE OPULENTAE) =
Carmina = forma intermedia tra prosa e poesia; non è poesia perché non è riscontrabile un
preciso schema metrico; e non è prosa per alcune sue carattere stilistiche. I carmina
sono divisi in COLA e COMMATA; all’interno del testo si possono istituire particolari
rapporto tra le parti che compongono il testo; rapporti di parallelismo, di significato, di
struttura grammaticale, di lunghezza e infine gli effetti fonici. All’interno dei COLA
vengono individuati dei commata, incisi minori, spesso costituiti da sequenze di due o
tre sinonimi (come nelle suovetaurilia precor quaesoque // conregione conspicione
cortumione) = sinonimi in senso molto lato (parole di significato e valore stilistico
eguali, o parole di significato simili ma non uguali e di specificità /intensità crescenti).
PROHIBESSIS, DEFENDES, AVERRUNCESQUE = (suovetaurilia) IL TERMINE
AVERRUNCESQUE è Più INTESO RISPETTO AI PRECEDENTI, C’è UNA SORTA DI
CLIMAX.
ANCHE IN ‘’VOLENS PROPITIUS’’ = PROPITIUS è PIU INTENSO DI VOLENS, PIU LEGATO
ALLA SFERA MAGICO-SACRALE.
QUESTI COMMATA POSSONO ESSERE INDIVIDUATI ANCHE PER GRUPPI ‘’URBES
AGROSQUE’’= SONO PAROLE COMPLEMENTARI
Patres conscripti = inizialmente due termini separati (poi conscripti inteso come
aggettivo di patres).
Grandire beneque evenire = un altro esempio di COMMA (crescere e venire bene).
Precor veneror veniam peto=
Questi termini sono parti del discorso uguali (o sostantivi o verbi o aggettivi). I casi più
frequenti di associazioni riguardano i sostantivi; un po’ meno frequenti sono le
associazioni di due o tre verbi. Ancora meno frequenti, rimanendo nell’ambito dei
carmina preletteraria, sono le associazioni di aggettivi e quando si parla di aggettivi, si
includono anche i participi con valori aggettivali. Tra i partiti sono da includere sia
quelli attributivi sia predicativi
1 particolarità = frequenza dell’ASINDETO; è un termine ricavato dai trattatisti antichi a
indicare la coordinazione di parole o frasi in maniera paratattica (senza l’uso di
apposizioni). VOLENS PROPITIUS
A questo fenomeno si stilistico si accompagna anche quello dell’allitterazione = un effetto
fonico di cui gli antichi non avevano coscienza (il termine risale a Pontano). Un altro
effetto fonico che crea un legame tra le parole è costituito dalle rime od omoteleuti.
OMOTELEUTO E ALLITTERAZIONE si notano in CONREGIONE CONSPICIONE
CORTUMIONE.
Così anche in vineta virgultaque si ha un’allitterazione abbinata a omoteleuto (senza
considerare l’enclitica QUE) = vineta virgultaque è preceduto da frumenta.
L’allitterazione e l’omoteleuto nei carmina preletterari sono usati parcamente, con
meno frequenza che in Nevio, Ennio.
SALVA SERVASSIS = allitterazione fra verbo e complemento oggetto. Nella lingua poetica
latina si nota la tendenza dell’allitterazione a svincolarsi dall’USO di unire due termini
sinonimici, come frequente nell’età classica.
ASINDETO più antico rispetto alla CONGIUNZIONE COORDINANTE; se si guarda ai carmina
preletteraria gli asindeti sono in numero minore rispetto ai casi di associazioni che
prevedono l’uso dell’enclitica QUE. Questi carmina riflettono direttamente o per
conservazione una fase in cui QUE era l’unico nesso puramente copulativo; ciò è
dimostrato dall’indagine linguistica. Questo ‘’QUE’’ è di eredità indoeuropea, trovando
il suo parallelo nella congiunzione greca TE. ET aveva il significato di ‘’ANCHE’’ (come il
greco ETI) e ATQUE (derivato da ADQUE) aveva ancora il suo significato di ‘’e per di
più e in aggiunta’’
Nei carmina più antichi l’asindeto è ancora frequente, ma pare già un arcaismo che sta
perdendo terreno a favore della forma con congiunzione. Nei carmina antichi sembra
resistere l’asindeto TERNARIO, mentre l’asindeto binario sembra perdere terreno. Nei
testi tramandati da Macrobio abbiamo un solo caso di asindeto bimembre che è
POPULO CIVITATI; MENTRE ABBIAMO 18 CASI DI ASSOCIAZIONI DI DUE TERMINI,
legati dalla congiunzione enclitica QUE. Sempre all’interno dei testi riportati di
macrobio abbiamo due casi di asindeto trimemebre. La formula augurale conservata da
VARRONE = due associazioni bimembri e tutte e due legate dall’enclitica QUE.
Mentre abbiamo un’associazioni trimembre legata per asindeto. Sembra che resista in questi
testi l’asindeto ternario, mentre l’asindeto binario perde terreno a favore delle
associazioni con QU (testi di macrobio e varrone). Negli altri testi non si trovano
differenze tra associazioni bimembri e trimembri; prevale sempre l’uso della
congiunzione QUE. Prevale l’uso della congiunzione QUE unita solo all’ultimo termine
nel caso delle associazioni trimembri; per quanto concerne la modalità ‘’MAGNAE
GENTES OPULENTAE’’= più raro, anche se non del tutto assente, è il caso del
POLISINDETO come ci viene documentato nella preghiera di Scipione
CARMEN FRATRUM ARVALIUM= allitterazione pressoché assente, come sembra la struttura
di associazioni di termini omologhi tipica del carmen preletterario. L’unico caso di
associazione sembra essere quello di ‘’lue rue’’ da intendere come due sostantivi
indicanti pestilenza e rovina. Ed è un’assenza che crea problemi.
Alcuni tra cui eduard norden ritenevano che il carmen arvale fosse il PRECEDENTE del
saturnio; l’ipotesi di una linea genealogica tra carmen arvale e saturnio è problematica;
perché nel saturnio sono presenti allitterazioni; l’allitterazione non sembra
compatibile con versi cantati
STORIA DELLA LINGUA LATINA – 8/04/2020
Virum versutum = allitterazione a vocale interposta variabile (livio andronico). Il testo di livio
andronico secondo perutelli avrebbe dovuto essere corretto in ‘’Vorsutum’’ = il gruppo
vor/vorsus è passato a ver solo a partire dalla metà del II secolo a.C, in un’epoca
successiva a livio andronico.
Quanto ad allitterazioni e ad associazion di termini correlati tra loro, il carmen arvale nella
storia dei piu antichi testi latini è un caso isolato nell’ambito della produzione
preletteraria latina. IL passaggio dal carmen arvale al saturnio si svolge secondo un
percorsor non unilineare; allitterazioni e associazioni di termini correlati sembrano
caratteristiche dei carmina piu antichi e che quindi il saturnio di livio andronico
recupera dalla tradizione precedente al carmen arvale associazioni e allitterazioni.
Quando in livio andronico troviamo associazioni di termini correlati e allitt. , livio
andronico sembra usare stilemi già arcaici alla sua epoca; patina ‘’arcaizzante’’ del
testo; ciò vale anche per il ‘’lessico’’; livio andronico usa un tipo di lessico già arcaico ai
suoi tempi. Queste caratteristiche presenti nella produzione in saturni, che erano una
ripresa di moduli arcaici, sono aspetti STILISTICI ripresi e svilluppati anche dalla
poesia scenica arcaica e anche in ennio.
Circum sos que sunt magnae gentes opulentae = secondo leo le associazioni di due aggettivi o
termini correlati sarebbero state tipiche delle lingue italiche, mentre le associazioni
terniarie sarebbero state tipiche dell’uso poetico e della prosa d’arte che erano state
teorizzate da aristotele; da ciò dipende l’uso dei tricolon in cicerone, sallustio, seneca.
Questo quadro di Leo in realtà non ‘’torna’’, i tricolon ifatti si trovano pure in plauto (vd
miles gloriosus di me adiuvant augent amant). Certametne i poeti arcaici hanno
impiegato con piu frequenza i tricolon; Plauto trasforma in asindetiche un ‘espressione
che nei carmina preletterari presentava l’ enclitica (Plauto amphitruo 196).
Tendenza attuali = si considerano tutte le correlazioni binarie e ternarie INDIPENDENTI da
influsso greco (a differenza di quanto sosteneva LEO). L’asindeto era già raro nel
carmen e diventa ancora piu raro in poesia e prosa arcaico; inoltre tra le rare
associazioni binarie asindetiche, le piu rare sono quelle formate da aggettivi.
Nell’amphitruo di plauto si contano 9 nove coppie asindetiche, costituite da termini
non aggettivali (verbi sostantivi avverbi), poi 9 coppie di aggettivi uniti da congiunzioni
copulative; non si trova nessun caso di due aggettivi in asindeto e neppure di asindeto
di tre aggettivi; conclusione : la coppia asidentica di aggettivi è usata da plauto
raramente. In Livio andronico troviamo una coppia di aggettivi in asindeto ed è il caso
del SUMMUS ADPRIMUS ed una coppia di AVVERBIO E AGGETTIVO (topper citi) e due
associazioni ternarie sempre in ASINDETO (SANCTA PUER SATURNI FILIA)

Appunti – storia della lingua latina 28/04/ 2020


Nevius – Bellum poenicum – Frammento 25 (lib. 3) “Postquam avem in templo aspexit
Anchisa, sacra (vasa) in mensa (= ara) Penatium ordine ponuntur, immolabat auream
victimam pulchram’’.
Auream pulchram= es. di due aggettivi sinonimi in asindeto, si noti il sostantivo interposto
(victimam); il contesto sacrale spiegherebbe l’uso della figura stilistica (una
continuazione/un residuo di linguaggio sacrale). Questo potrebbe valere a proposito
dell’altro frammento (15), dove si trova una preghiera rivolta a Giove; parole che
ricorrono in ambito augurale. Fenomeno di inerzia conservativa (si conservano residui
di un linguaggio sacrale). TUTTAVIA, in nessuno di questi casi si può parlare di
linguaggio sacrale cristallizzato. Il nesso supremum optumum, infatti, è una variazione
della formula tradizionale OPTUMUS MAXIMUS (degli aggettivi tradizionalmente
attribuiti a Giove). Per quanto riguarda il fr. 25 PULCHER è certo termine tecnico-
sacrale, legato alla tecnica augurale, ricorrendo con l’accezione ‘’di buon augurio’’
(bello nel senso di favorevole). Nel lessico dei sacrifici pulcher in particolare ha il
significato di ‘’senza difetti’’ e quindi ‘’gradita agli dei’’. Si tratta in entrambi i casi di
‘’formule tradizionali’’ rivisitate; Nevio non si limita a recepire formule precedenti nella
tradizione.
Ritornando al magnae gentes opulentae = in che posizione si colloca Ennio rispetto alla
tradizione precedente? Otto Skutch = Ennio limita l’uso dell’asindeto, in ciò non
mostrandosi per nulla un autore arcaizzante; Ennio si sarebbe ‘’emancipato’’ da questo
procedimento stilistico ritenuto troppo arcaico. Ora se per uso limitato da parte di
Ennio, si intende che il suo fu moderato, si tratta di una tesi accettabile. Se invece si
intende che Ennio ha fatto un uso più ristretto dell’asindeto, la tesi non è
comprovabile/accettabile. Ennio appare in linea con la produzione letteraria coeva.
Nella tradizione precedente a Ennio, l’asindeto binario – e in particolare l’asindeto
binario fatto con “aggettivi” – era già raro in Livio Andronico e Nevio (ne abbiamo visto
casi sporadici); l’asindeto binario essendo già in disuso nei carmina preletterari. Altra
osservazione: nella tradizione successiva ad Ennio restano comunque tracce di asindeti
binari, anche in autori classici. CONCLUSIONE: Ennio non rappresenta alcuna ‘’svolta’’
nell’uso stilistico degli asindeti binari, rientra cioè in una tendenza generale della
lingua latina arcaica. Le coppie di aggettivi in asindeto in Ennio sono rare (non
possiamo però affermare che Ennio ha cercato di ridurne l’uso, perché egli ha
semplicemente seguito una tendenza in uso nella letteratura arcaica).
Prendere posizione su questo uso stilistico ha delle ricadute anche sulla constitutio textus e
sull’interpretazione di alcuni frammenti enniani.
Quam prisci casci populi tenuere Latini (Ennius, fr. 24 Vahlen) = l’edizione di Skutch (1985)
riporta ‘’Quam prisci, casci populi, tenuere Latini” (differenza fra l’ed. Di Vahlen e
Skutch). Skutch interpreta ‘’Prisci Latini” come nome proprio, come espressione
tecnica atta a designare un popolo in particolare, non è un semplice epiteto esornativo.
Per Skutch quindi Ennio userebbe un iperbato (Prisci, separato con casci populi, a
Latini) = una terra che occuparono i Prisci Latini, popoli antichi (cascus = antico).
Questo è il frammento come risulta dall’interpretazione di Skutch.
Che Prisci Latini abbia valore tecnico sembra risultare da numerose testimonianze antiche. Si
discute quale popolo indicasse esattamente il termine ‘’Prischi latini’’ = gli storici
moderni ritengono che indicasse i Latini anteriori al foedus cassianum (493 a. C.). In
effetti in Tito Livio si parla di guerre contro i Prisci Latini in relazione all’epoca
monarchica e all’inizio dell’età repubblicana. Altre fonti antiche ci presentano i Prisci
latini come gli abitanti originari del Lazio, prima della fondazione di Roma (non quindi
già nell’età monarchica, dove li collocava Livio). Una volta riconosciuto questo, bisogna
chiedersi che cosa intendeva Ennio con quest’espressione. Per Ennio, prisci latini
doveva essere un’espressione per indicare gli abitanti del Lazio, prima dell’arrivo di
Enea e prima della fusione tra Troiani e Latini in un solo popolo. Un popolo che, come
apprendiamo dal XII libro dell’Eneide, era destinato a prendere il nome di Latini. In
Ennio Prisci non era un semplice aggettivo esornativo, ma un aggettivo differenziante,
cioè serviva a distinguere i Latini prima della loro fusione con i Troiani, in contrasto
con i Latini che continuarono ad esistere dopo la fondazione di Roma. Prisci Latini
all’epoca di Ennio non era un’espressione così irrigidita da impedire che Ennio
chiamasse i Latini con due aggettivi in asindeto (prisci casci), cascus essendo già un
termine arcaico per Ennio. Prisci casci sarebbe stato un espediente ‘’stilistico’’ con cui
veniva intensificata la connotazione di primitività del popolo originario = questa è
l’interpretazione presupposta dall’edizione di Vahlen, respinta invece dallo Skutch.
L’intensificazione della primitività di quei popoli, che si avrebbe dall’abbinamento dei
due aggettivi prisci casci, è accentuata dal fenomeno dell’omoteleuto (sci), che sembra
marcare il parallelismo , cioè mettere in relazione i due aggettivi (prisci, casci).
L’interpretazione di Skutch è collegata alla sua posizione sull’uso ristretto dell’asindeto
in Ennio.
Altro verso di Ennio (91) “Pulcherrima praepes laeva volavit avis” = Volò un uccello di buon
augurio (praepes) da sinistra (laeva). Sempre nello stesso frammento si legge
“Praepetibus sese pulchrisque locis dant’’ (v.94) = (si mostrano in luoghi fausti e
benauguranti).
Fr. XVI v. 498 : Brundisium pulchro praecinctum praepete portu (Brindisi circondata da un bel
favorevole porto).
Nel De divinatione Cicerone riporta il frammento di Ennio, che riguarda la contesa augurale
per stabilire chi tra Romolo e Remo dovesse fondare la nuova città . Si trattava di un
rito molto antico = era considerata di buon augurio la comparsa di uccelli da oriente.
L’augure guardava verso SUD, e quindi aveva l’Oriente a Sinistra (erano di buon
augurio quindi gli uccelli o altri segnali premonitori, come fulmini, provenienti da
sinisa). I Greci guardavano i segni auguranti in direzione NORD, per loro l’oriente era a
destra, l’occidente a sinistra = deXios (destro) era ciò che era favorevole. Nella storia
della lingua latina sinister, sinonimo di laevus, assume un significato negativo per
influsso greco. All’interno dello stesso autore lo stesso aggettivo SINISTER è usato
come vox media con due significati opposti, di buon auspicio e di cattivo auspicio. La
gara non si risolve con un auspicio favorevole x uno dei due contendenti= entrambi
ottengono un auspicio favorevole.
Pulcherrima praepes laeva volavit avis = auspicio favorevole x Remo. I tre aggettivi sacrali
indicano il buon augurio (pulcherrima, praepes, laeva). Praepetes e pulchri sono definiti
anche i luoghi in cui si posano gli uccelli apparsi a Romolo. La contesa è vinta da chi ha
visto il n. Maggiore di uccelli, cioè Romolo. Dal v. 93 sappiamo che Romolo vede ben 12
uccelli (cedunt de caelo ter quattuor corpora sancta avium), mentre Remo aveva visto
un uccello solo.
v.81 Remus auspicio se devovet atque secundam solus avem servat, at Romulus pulcher in alto
quaerit Aventino. Come interpretare ‘’at’’? Si vuole contrapporre il fatto che Romolo si
trova in un altro luogo (sull’Aventino)? (Ipotesi) oppure si vuole contrapporre il
diverso tipo di segno premonitore cercato da Romolo?

Storia della lingua latina 29/04/2020

Fr. XVI v. 498 : Brundisium pulchro praecinctum praepete portu (Brindisi circondata da un bel
favorevole porto).
Portu è determinato da due aggettivi pulcher e praepes. Skutch ritiene che questo caso di
asindeto si giustificherebbe in quanto formula SACRA (Ennio di fatto ripete per inerzia
conservativa una formula sacra). E’ vero che l’aggettivo praepes e pulcher sono termini
di linguaggio sacrale – pulcher, anche se di etimologia ignota, designa la bellezza
soprattutto come prestanza fisica, e, come termine sacrale, ha varie sfumature. Può
avere il significato ‘’Di buon augurio’’ ‘’ fausto ‘’, come in pulcherrima avis nel passo
sopra analizzato, ma può avere anche il significato di ‘’perfetta’’, riferita alle vittime
sacrificali (Auream victimam pulchram). Pulcher può indicare anche un luogo di buon
augurio, come nel v. 94, dove indica i luoghi in cui compaiono gli uccelli visti da
Romolo. “porto felice, di buon augurio’’, in questo caso.
Se si fa un confronto tra le tre occorrenze enniane del sintagma ‘’praepes – pulcher’’, si può
concludere che :
1. Ennio sta riprendendo una formula sacrale
2. Ennio riprende la formula e la varia , non presentandola mai nella sua forma fissa e
cristallizzata.
La formula originaria avrà avuto i due aggettivi di grado positivi ( in pulcherrima avis abbiamo
un grado superlativo x es, in ciò rivelandosi una importante variatio).
Al v. 94 notiamo che l’ordine dei due aggettivi (pulcher e praepes) è invertito (praepetibus
pulchrisque): anch’essa è una variatio. In Annales 498 i due aggettivi (pulcher e praepes) sono
entrambi di grado positivo, viene mantenuto l’ordine tradizionale (prima pulcher e dopo
praepes), però anche in questo caso è da rilevare che Ennio altera la fissità della formula,
perché inserisce in iperbato ‘’praecinctum” (tipologia delle coppie di sinonimi in asindeto con
parola interposta).
Ennio ci lascia pure un Ritratto dell’amico di Servilio Gemino, conservato da Gellio. Secondo la
traduzione erudita antica (gellio cita Elio stilone) nel ‘’ritratto dell’amico’’ si nasconderebbe
un ritratto di Ennio stesso. Si discute sulla figura di Servilio Gemino, quando collocarla; il
frammento da alcuni è collocato nell’VIII libro degli Annales, che tratta dei temi della II guerra
punica. Gellio lo colloca in ‘’Annali Septimo’’ (gli editori oscillano nella collocazione fra VII e
VIII libro). Siamo nell’ambito di una battaglia, come si desume dal verso finale (hunc Servilius
compellat sic inter pugnas). L’amico viene definito con una serie di aggettivi (fancundus,
suavis, doctus, fidelis); Skutch respinge la lezione ‘’Fancundus’’ (perché sarebbe in contrasto
con verborum paucorum); in realtà la facundia è il ‘’saper parlare nella maniera adeguata al
momento opportuno’’, non presenterebbe dunque problemi esegetici tali da dover respingere
facundus, come fa skutch (sostituendolo con iucundus). Gli aggettivi sono in asindeto, ma non
formano un gruppo tra di loro – cioè non sono correlati. Gli editori saggiamente separano gli
aggettivi con virgoli. Ma ‘’suo contentus beato’’ è un caso a parte; è da ritenere infatti che
‘’suo’’ dipenda sia da contentus sia da beatus; sono le qualità ideali del confidente. In questo
quadro beatus, da solo, non può indicare da solo una virtù del confidente (non si sta infatti
parlando della beatitudine del saggio). Si tratterebbe di due aggettivi (contentus, beatus)
correlati fra loro, entrambe determinano Suo. Climax ascendente.
Tragedia dell’Alexander di Ennio: in un frammento Cassandra predice la caduta di Troia (il
passo è tramandato nel De divinatione di Cicerone come esempio di delirio profetico ispirato
dalla divinità ). Intervengono prima Ecuba e poi la figlia Cassandra. Ecuba si rivolge a
Cassandra, che ha appena avuto un invasamento profetico, dicendole:
“Sed quid oculis rapere visa est derepente ardentibus? Aut ubi illa paulo ante sapiens virginali
modestia?’’(Vahlen v. 54-55). Vahlen è molto conservativo rispetto al testo
1. bisognerebbe emendare rapere con rabere (essere in preda al furore) (in tal caso quid
avrebbe il significato di cur).
2. E’ più attendibile la forma ‘’visa es’’ (2 persona singolare) = si tratterebbe di una
battuta rivolta da Ecuba a Cassandra, che è inequivocabilmente presente nella scena,
come risulta dai versi successivi.
3. Il testo andrà corretto in ‘’virginalis modestia’’. Vahlen intende virginali modestia come
un ablativo di qualità , ma non è plausibile. La grafia virginali riprodurebbe il dileguo
della s finale tipico della poesia arcaica; una seconda ipotesi è che virginali sia un
volgarismo tardo dovuta alla corruzione manoscritta. Beatus quindi apparirebbe qui in
asindeto con virginalis, riferito a modestia.
Nella risposta di Ecuba si leggono i due aggettivi in asindeto ‘’dementem invitam’’. Cassandra
qui vuole esaltare i due aggettivi in asindeto, a indicare come la possessione divina sia subita
da Cassandra e non voluta. (Neque me Apollo fatis fandis dementem invitam ciet).

Appunti
Tragedia di Andromaca aechmolatis, Ennio. Il brano analizzato è il lamento di Andromaca
per il regno perduto (l’edizione di riferimento è i fragmenta scenica di Ribbeck)
v. 95 = celatis laqueatis (1 asindeto)
v. 96 = auro ebore (2 asindeto)
Siamo in un contest solenne, lo stile è elevato.
Sempre dai fragmenta scenica si può confrontare il verso 403. E’ un frammento di opera
tragica incerta, in settenari trocaici. E’ un’invocazione alla fede, definita alma e apta pinnis e
ius iurandum Iovis. Asindeto bimembre (alma e apta pinnis); in tragedia abbiamo casi più
numerosi di asindeti bimembri ma sono asindeti che non si spiegano come conservazione di
linguaggio sacrale formulare. Si trovano in brani lirici o declamati. Anche quest’ultimo caso,
dove si parlare di un giuramento, la rappresentazione della Fides è un’immagine poetica, non
sacra. La tragedia sarebbe un genere meno legato all’area sacrale rispetto all’epica? Questa
distinzione si può ipotizzare , anche se con riserve, legate a una questione metodologica
(conosciamo questi testi solo parzialmente, per scarni frammenti di tradizione indiretta,
quindi non possiamo stabilire delle statistiche fondate). Ciò che si può osservare è che Ennio
non mette un veto riguardo l’uso dei due aggettivi in asindeto; Ennio non sembra mostrare
alcuna intenzione di circoscrivere al minimo l’impiego di questo mezzo stilistico.
Nell’edizione di Ribbeck fr. 27 della Peribea (una tragedia) o verso 310. I templa sono definiti
scuprea e saxea (aspri e sassosi). Varrone cita questo passo per dimostrare una particolare
accezione del termine templum (qui sarebbe uno dei casi in cui templum ha il significato di
una delle regioni celesti in cui gli auguri dividevano il cielo per le osservazioni). Visto il
contesto però sembrerebbe più probabile che il significato di templa sia quello di recessi.
scuprea e saxea = asindeto bimbembre. Di asindeti bimembri troviamo un esempio in un fr. Di
Accio, due nei frammenti lirici di Lucilio, alcuni casi in Lucrezio, uno in Catullo notevole
(lepidum novum libellum). Quest’ultimo asindeto bimembre sarà da considerare non un
arcaismo, bensì un esempio di linguaggio colloquiale, che continua un uso arcaico. In Sallustio
si trovano numerosi casi di asindeti composti da tre o quattro membri, ma spesso anche di
due membri. Sallustio sviluppa una caratteristica dello stile di Catone. Per rimanere nel campo
della storiografia si possono trovare esempi di asindeto bimembre in Livio;
Servio formula più volte, nel suo commento a Virgilio, una teoria già espressa a partire dal
retore del I secolo d. C, Quintiliano. Secondo questa teoria vi sarebbe un divieto di riferire ad
un solo sostantivo duo epiteta in asindeto; proprio questo divieto è quello che uno studioso
illustre di Ennio, come Otto Skutch, vuole far risalire già ad Ennio.
Non solo i dati non ci permettono di far risalire a Ennio questo divieto, ma è altamente
sconsigliabile farlo risalire a Virgilio anche. Anche in Virgilio si trovano esempi di asindeti
bimembri. Libro III, v. 619 = al sostantivo domus vengono riferiti i due aggettivi opaca e
ingens. Abbiamo un solo caso di asindeto bimembre nelle Georgiche (libro 4, v. 370). Nessun
caso nelle bucoliche. Virgilio nell’Eneide sembra mostrare la volontà di avvicinarsi alla
tradizione enniana.
Nella poesia arcaica troviamo anche asindeti con parola interposta. Certi aspetti che agli occhi
classicisti di Orazio sembravano delle rozzezze, sono da attribuire allo sperimentalismo che
cartterizzò appunto la letteratura arcaica latina; sperimentalismo che si può apprezzare
nell’abbondanza di figure stilistiche come l’allitterazione e l’omoteleuto. All’interno di questo
gusto sperimentale si può giustificare l’asindeto bimembre con termine interposto.
“immolabat aurea victimam pulchram” (Nevio, bellum poenicum) esempio di asindeto
bimembre con termine interposto. In terenzio e nei frammenti comici non abbiamo altri
esempi di asindeto con parola interposta. In Plauto la figura stilistica dell’asindeto bimembre
con termine interposto si spiega considerando la ricchezza espressiva e stilistica della lingua
plautina, che sarà appianata invece da terenzio. Ma Plauto potrebbe anche star attingendo
alla tradizione letteraria delle tragedie, in una mescolanza di stili fra commedia e tragedia, con
finalità comiche e parodistiche.

Appunti 6/05/2020 Storia della lingua latina


Infit, o cives quae me fortuna ferocis
Contudit, indigno bello confecit acerbo
(Ennius, ed. Vahlen, fr. 394)
Il testo tradito è ‘’ cives quae me fortuna fero sic’’, con un monosillabo finale. Vahlen
congettura ‘’ferocis’’, sostituendolo a ‘’fero sic’’. Ferocis pone però problemi esegetici. Vahlen
interpreta ‘’fortuna quae solet esse ferocis’’, cioè ferocis come un genitivo di pertinenza (la
sorte che è propria di chi è tracotante).
Proprio i monosillabi in fine di esame sono una caratteristica di Ennio, ripresa sul modello
dell’esametro omerico, dove i monosillabi finali di verso sono molto frequenti. Non
bisognerebbe quindi toccare il ‘’sic’’ finale di verso, perché è caratt. tipicamente enniana. Tutte
le correzioni che implicano il cambiamento del monosillabo sono sconsigliabili. C’è un’altra
proposta di congettura, cioè ‘’ferox’’, un’emendazione già proposta da Girolamo Colomna. Nel
passaggio dal latino all’italiano i due aggettivi ferox e ferus incrociano il loro significato; cioè
ferus e ferox hanno significato opposti a quelli che avranno la loro continuaazione italiana.
Ferox significa ‘’fiero’’, al massimo può avere un’accezione negativa (nel senso di tracotante),
mentre l’aggettivo ferus (da cui l’italiano fiero) ha il significato di crudele. Quindi anche la
congettura ferox sic appare poco adatta al contesto. Tutte queste proposte servono a evitare
l’ipotesi di un FERO (col suo pieno significato di crudele), riferito al sostantivo bello, staccato
dal suo termine di riferimento, con un notevole iperbato. Fero dunque sarebbe agg in asindeto
legato a indigno e acerbo, tutti e tre riferiti a bello: prova dello sperimentalismo della lingua
arcaia latina, dello sperimentalismo enniano. E’ un verso audace dal punto di vista della
costruzione sintattica. Ma si tratta di difendere un testo tradito, che presenta caratteristiche
tipicamente enniane, come il monosillabo in fine di verso (sic). E’ stato proposto di correggere
‘’fero sic’’ in ‘’foro sic’’, proposta del filologo Otto Skutch = Quale sorte avversa mi ha abbattuto
con una decisione del foro?’’ = si presuppone un’interpretazione diversa del testo, non
starebbe parlando Antioco di Siria, dopo la sconfitta nella battaglia di Magnesia, ma Publio
Cornelio Scipione, vincitore di Zama, che si starebbe lamentando in seguito ai processi che
l’avevano coinvolto in seguito alla battaglia di Zama. Si tratta dei famosi processi agli scipioni,
datati al 184, che avevano costretto i due fratleli all’esilio. L’uso di foro a indicare una
decisione presa dal tribunale non trova paralleli, quindi è poco probabile. Skutch sostiene non
possano essere parole di Antioco III, perché qui vedremmo un monarco orientale, come
Antioco III, che si rivolge ai suoi sudditi, chiamandoli col termine di cives. Questo sarebbe
l’argomento che secondo Skutch dovrebbe dissuadere dal riferire queste parole al discorso di
Antioco III, dopo la disfatta subita a magnesia. E’ notevole che un monarca orientale si rivolga
ai suoi sudditi usando il termine cives, ma qui se ci pensiamo bene siamo di fronte ad una di
quelle costanti di fondo del processo di ‘’trasposizione’’ della cultura greca a Roma, che
avviene anche attraverso la traduzione di testi greci (romanizzazione del contenuto). Il
processo di romanizzazione si trova anche nei frammenti tragici di Ennio (Achille per
esempio, nel rivolgersi ai soldati greci, li interpella col nome di cives, oppure vediamo
Cassandra rivolgersi ai Troiani, chiamandoli cives; in Plauto nell’ Amphitruo, in un brano che
racconta in stile solenne una battaglia, i comandanti vengono chiamati imperatores, e gli
eserciti legiones. E’ un procedimento che trova un parallelo anche nei testi greci, lo stesso
Eschilo nei Persiani fa dire al coro che Dario era stato benefico nei confronti dei polietais
(cittadini). Quindi l’obiezione di Skutch non è legittima.
CONCLUSIONE : FERO sic è un esempio di asindeto con parole interposte. Non vi è da vedere
una goffaggine stilistica, ma un’intenzionalità nello stilema. C’è un intreccio di sinonimi (fero,
indigno, acerbo), tutti esprimenti sconfitta e lutto: la sorte avversa ha sconfitto (contudit) con
una guerra feroce, indegna (per il suo esito negativo rispetto agli sforzi compiuti) e dolorosa
(acerbo). L’interpretazione del frammento ci fa cogliere aspetti stilistici che andavano persi
con tutti i numerosi tentativi di correzione proposti.
Altro fr. Enniano (XII libro Annales, v. 367 e ss): Prisciano lo cita in riferimento ad un’anomalia
linguistica (acris al posto di acer come nominativo maschile).
Omnes mortales victores cordibus vivis laetantes (esultanti) vino curatos (sotto l’effetto del
vino), somnus repente in campis passim perculit mollissimus acris (entrambi aggettivi riferiti al
sonno, mollissimus , dolcissimo, acris : vigoroso). Questa è l’interpretazione di Prisciano, cioè
‘’acris’’ nom. Singolare maschile. Abbiamo a che fare con un due aggettivi in asindeto
(mollissimus, acris) riferiti al sost somnus. I due aggettivi sono separati da parola interposta
(perculit). Si può pensare che Prisciano stesse fraintendendo la sintassi; infatti alcuni studiosi
hanno postulato una sintassi alternativa, x cui acris sarebbe accusativo plurale (con desinenza
arcaica is) riferito a victores omnes mortales. Quest’interpretazione poggia su una
considerazione di morfologia storica: acris nominativo singolare maschile sarebbe impossibile
in Ennio. Le forme in -ris, utilizzate sia per il maschile sia per il femminile sono giustificate, si
tratta di una forma ‘’arcaica’’. L’origniario acris si sarebbe poi evoluto distinguendosi in un
acer maschile. Troviamo un acer utilizzato anche al femminile in Nevio (dove compare il
sintagma fames acer). Questa distinzione è secondaria tra un acer maschile e un acer
femminile, una distinzione successiva cronologicamente. In Ennio ,a proposito dell’alacer,
troviamo il sintagma cetus alacris (nominativo con uscita in -is in riferimento a un sostantivo
maschile), ma troviamo anche la forma alacer in altri sintagmi: fenomeno di oscillazione
morfologica in un periodo in cui la lingua latina non si è ancora stabilizzata.
Nell’interpretazione del frammento data da Prisciano (che cmq non bisogna assumere
aprioristicamente sia vera, ma ci sono buone ragioni per ipotizzare che prisciano potesse
attingere all’originale enniano), ne ricaviamo un frammento bello dove mollissimus e acris
sono due aggettivi in asindeto, di significato opposto, a designare un sonno mollissimo,
dolcissimo, dopo la vittoria, e nello stesso tempo forte (acer) cioè irresistibile, anche a causa
della stanchezza per la battaglia e per l’effetto aggiunto del vino. E’ un sonno pericoloso,
perché prende i vincitori prima del contrattacco, quando i soldati si illudono di aver già vinto.
v. 621: Machina multa minax minitatur maxima muris= è evidente la caratteristica allitterante
che investe ogni parola. Come interpretarlo sintatticamente? Come interpretare multa (che ha
la a breve, caratteristica del nominativo singolare femminile o del neutro plurale). Gli studiosi
divergono sull’interpretazione di multa. Vahlen interpreta multa come neutro plurale, oggetto
di minitatur e considera maxima attributo di machina= la grandissima macchina minacciosa
minaccia moltissimo (o molte cose) alle mura. L’altra interpretazione è quella di Skutch,
secondo cui multa non è neutro plurale, ma singolare femminile riferito a machina, dove
machina multa sarebbe da intendere come un singolare collettivo a designare un equivalente
dell’espressione machinae multae. In questo caso maxima verrebbe ad essere il terzo attributo
machina (tre aggettivi in asindeto: multa, minax, maxima). Comunque si voglia intendere
multa, si può concludere che, in ogni caso, abbiamo un caso di asindeto con parola interposta.
Secondo l’interpretazione di Vahlen l’asindeto è costituito da minax e maxima, secondo quella
di Skutch l’asindeto è costituito dagli aggettivi multa minax maxima. Questo verso ha avuto
una curiosa ripresa da parte di Catullo 115, 8, che ne ha fatto una parodia: mentula magna
minax. Nella parodia catulliano ritroviamo l’allitterazione, però viene eliminato l’asindeto con
parola interposta, ma probabilmente a Catullo nella ripresa del verso enniano ha fatto più
effetto l’allitterazione insistita, un fenomeno stilistico che Ennio aveva portato agli estremi.
Per ego deum sublimas subiices umidas, unde oritur imber sonitu saevo et spiritu (Ennius,
Scaenica, v. 10)
Io per le eteree umide vie lastricate (subiices) == una perifrasi per indicare le nubi
Da dove cade la pioggia con un terribile rimbombo e con vento.
Aggettivi in asindeto con parola interposta sublimas e umidas: siamo in un contesto di
giuramento, è una formula solenne, probabilmente pronunciata da Achilles. E’ da vedere un
rifiuto di rientrare in battaglia espresso da Achille all’ambasceria. Il contesto è quello della
formula di giuramento, ma non è una formula sacrale. Forse l’unico elemento che può
ricordare le formule sacrali è il per staccato dal suo termine di riferimento subiices. La divinità
chiamata a testimone da Achillo non è una divinità tradizionale, ma una divinità in senso
filosofico-naturalistico, ricordando di più le div di stampo euripideo. Non è una formula
sacrale, quindi. L’asindeto con parola interposta, indubbiamente, ricorre in un contesto
solenne.
Thyestes, naufragio pereat Atreus v. 362 (scaenica); abbiamo due coppie in asindeto, la prima
(fixus, evisceratus) la seconda (summis, aspris). Queste due coppie sono, inoltre, intrecciate
tra loro = intreccio di due coppie asindetiche. Ciò in un contesto di pathos veemente (Tieste
lancia una maledizione ad Atreo, che gli ha servito da mangiare i suoi stessi figli).
In un frammento dal Telefo di Ennio, tragedia ricavata dall’opera euripidea, rimastaci in
frammenti, leggiamo:
Telephus, re della Misia, giungeva ad Argo, travestito da mendicante, per cercare di
recuperare l’oggetto che l’aveva ferito e che secondo un oracolo poteva curarlo. Il frammento
in questione
Cedo et caveo cum vestitus squalida saeptus stola. il frammento è tramandato da Nonio e
dall’epitome di Paolo Diacono (Paulus festus). Il testo di Festo ci è giunto, nella sezione
finale,in maniera particolarmente corrotta e lacunosa (qua ve------- stola). Con Nonio invece il
frammento è tramandato intero, completo. Gli editori più recenti pongono tutta la sezione del
testo tra cruces, ritenendo irrimediabilmente corrotto questa sezione di testo (Cedo et caveo
cum vestitu). La forma cedo et caveo appare strutturalmente assai verisimile, perchè è un tipo
di coordinazione tipica del latino arcaico (che può essere considerata un equivalente
dell’espressione cedo caute, cioè cedo cautamente). Si può dubitare se cedo abbia il significato
di avanzo, vengo avanti (cedo il passo) oppure ‘’mi ritiro in disparte’’. Il “cum vestitu” come si
può giustificare? Fahlen, conservativo, riprende il testo di Nonio, e non mette la CRUX anche là
dove il testo appare inspiegabile, corrotto. Festo ci conserva soltanto le parole Quam ve, ma ci
dà la possibilità di ipotizzare una congettura: CONVESTITUS, una parola unica (congettura di
girolamo colonna). Cedo caveo convestitus. I copisti medievali avrebbero sostituito, per
ipercorrezione, tutte le forme CON con la forma originario CUM oppure QUOM, per cui
CONVESTITUS è diventato CUM VESTITU. Il testo andrà ricostruito ‘’Cedo et caveo convestitus
squalida septus stola’’ = avanzo e sto attento circondato da una stola squallida. Anche qui
quindi avremmo due aggettivi in asindeto con parola interposta (convestitus saeptus)