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di Emilio Pasquini

DEL VIRGILIO, Giovanni. - Nacque a Bologna, secondo l'accessus del codice XIII. G. 33 della Biblioteca
naz. di Napoli ("natione Bononiensis, habitans in Porta Nova ante ecclesiam Sancti Salvatoris"), da famiglia
probabilmente di origine padovana (secondo altri, emiliana), in anno anno anteriore al 1300.
"Del Virgilio" sembra essere un soprannome, con riferimento a un vero e proprio culto del poeta latino da
parte di chi, in un documento del 16 nov. 1321, è chiamato "magister Iohannes, quondam magistri Antonii, qui
dicitur de Vergillio"; più ambigue le dizioni "Iohannes Virgilianus natione Bononiensis, habitans in Porta
Nova ante ecclesiam Sancti Salvatoris" (in Pietro da Moglio, o meglio nel commentatore del ms. M.C.F.I. 16
della Bibl. dei Gerolamini di Napoli [cfr. Billanovich, 1963, pp. 227 s]), e, peggio ancora, "Iohani Faventino ...
Virgilian ... dicto" nella Leandreide di G. G. Nadal; parlante, invece, l'autodefinizione di "vocalis verna
Maronis" nel carme di proposta a Dante (v. 36). Un'ulteriore conferma, sia pure indiretta, ci viene dall'inizio
della sua attività letteraria, appena dopo il 1314, quando il nome suonava semplicemente "magister Johannes
qui postea dictus est de Virgilio". Tale è infatti la rubrica del Diaffonus, sua corrispondenza poetica col
marchigiano ser Nuzio da Tolentino (conservataci dal Vat. Rossiano 1007): cinque epistole in distici nel
genere della "tenzone", se al carattere di canto amebeo allude anche il titolo (giusta l'etimo diaphonia "canto a
due voci", come suggerisce il Martellotti).
Formatosi allo Studio di Bologna, dopo un periodo di "lezioni private", nel novembre 1321 fu incaricato dal
Comune, su richiesta degli studenti, di tenere corsi sugli auctores prediletti (Virgilio, ma anche Stazio, Lucano,
Ovidio), in qualità di "magister ad poesim versificaturam et auctores legendos"; ed è questa, proprio nell'anno
della morte di Dante, "la prima prova scritta dell'insegnamento umanistico nelle università italiane dei tardo
medioevo" (Kristeller).
Peraltro, il suo prestigio di grammatico ben fondato sulla tradizione, ma ormai aperto alle nuove istanze
preurnanistiche, doveva già essere largamente riconosciuto se - fra il 1319 e il '20 - non si peritò di entrare in
corrispondenza poetica nientemeno che con Dante, che allora risiedeva nella vicina Ravenna presso Guido
Novello da Polenta. Più precisamente, la sua epistola di proposta (Pyeridum vox alma ...) oscilla fra l'inizio del
'19 e la metà del '20, la prima egloga dantesca (Vidimus in nigris ...) fra giugno e dicembre '20, fra la tarda
primavera e l'autunno del '20 l'egloga responsiva del D. (Forte sub inriguos ...); fra il settembre del '20 e quello
del '21, cioè negli ultimi mesi di vita, la seconda egloga dantesca (Velleribus Colchis ...), che giunse solo
postuma al corrispondente.
L'insegnamento a Bologna s'interruppe fra il '23 e il '24, forse per più ragioni: almeno, il ritardo nel pagamanto
dello stipendio universitario e il ferimento del D. ad opera di un lucchese, certo Banduccino di Banduccio
Bergognoni, non debitamente punito dalle autorità locali. Sta di fatto che fra il novembre '24 e il marzo '25 noi
troviamo il D. trasferito a Cesena; è in questo periodo che egli scrive un'egloga ad Albertino Mussato,
completata però e trasmessa al destinatario solo nel 127. Frattanto, nel '25 il D. era stato soddisfatto nei suoi
crediti come professore dello Studio bolognese; s'aggiunga che un documento del marzo 1326 attesta di nuovo
la sua presenza a Bologna.

Nulla invece risulta circa un suo ritorno all'insegnamento, anche perché col '27 cessa ogni notizia di lui; e che
sia questo l'anno della sua morte, proverebbe anche la matricola dei notai, che sotto il '27 registra un "Virgilius
Iohannis Virgilii", il quale ha tutta l'aria di essere suo figlio. Resta dunque incerto l'anno della morte come
quello della sua nascita.
La produzione più interessante del D. ci è stata salvata in blocco da un codice prestigioso, il Laurenziano
XXIX, 8, dovuto a un amanuense d'eccezione, Giovanni Boccaccio, che questi testi avrà avuto da ambienti
romagnoli vicini allo stesso D., si pensa intorno al 1345-48 (anche se il Quaglio ha rilevato echi delle egloghe
dantesche nella Comedia delle ninfe fiorentine, dunque verso il 1341-42). Ed è proprio questa unilateralità
della tradizione manoscritta la ragione prima di certe vicissitudini critiche del suo corpus (come delle due
egloghe dantesche). D'incerta datazione sono, nello stesso codex unicus, un frammento epico di 43 esametri;
gli altri 15 esametri con cui il D. rispose alla proposta (in 13 esametri) di un ignoto; i 5 distici in risposta ai 4
di Guido Vacchetta, un medico ravennate legato - anche attraverso il notaio Pietro Giardini, "valente uomo
ravignano ... lungamente discepolo stato di Dante", come ricorda il Boccaccio nella biografia dantesca,
ripetendosi nelle Esposizioni - non solo allo stesso Boccaccio ma già prima all'Alighieri, entro la piccola
cerchia dei suoi clientes a Ravenna: nutti artisti e nessun legista", osserva il Campana, che della minuscola
corrispondenza ha procurato la prima edizione critica. Inoltre, l'egloga dialogata diretta al Mussato (Tu modo
Pieriis ...), i cui primi 252 esametri risultano anteriori all'estate del 1325 in base ai rapporti biografici fra Dafni
(cioè Rinaldo de' Cinzi) e Meri (l'autore stesso); mentre i versi finali (253-280) furono aggiunti dopo il marzo
1327, data della deposizione e uccisione di Rinaldo, che si era fatto tiranno di Cesena. Il Martellotti ha
osservato che nell'egloga al Mussato lo sviluppo del dialogo e di certi elementi mimici dimostra una
maturazione della tecnica bucolica dovuta proprio all'esempio di Dante; alla scuola padovana rinvia invece il
rifacimento - inserito nella stessa egloga - di 6 versi del carme di Lovato Lovati su Isotta e Tristano.

Di tutto l'insegnamento universitario del D. sopravvivono (in un unico codice, XIII. G. 33 della Nazionale di
Napoli) una mutila e purtroppo scorretta Ars dictaminis, riscoperta ed edita dal Kristeller; un'isolata chiosa alle
Georgiche, I, 432, citata da Benvenuto da Imola nel suo commento virgiliano. più notevoli, due commenti alle
Metamorfosi ovidiane (le Allegorie e le Esposizioni), attestati da numerosi manoscritti e ancora inediti (pur
dopo lo studio del Ghisalberti), che denotano l'influsso degli anteriori commenti francesi, di Arnolfo d'Orléans
e Giovanni di Garlandia. A parte va una curiosa parafrasi in volgare di Metam., XIII, 789-809, incastonata nel
latino delle Esposizioni; fantomatica impostura, invece, è la "cronaca" De Regno catholico Romanae
Ecclesiae, redatta in latino verso i primi del Trecento, intorno a cui ragguagliò il Firpo sulla scorta del
Ghirardacci. Ma il nucleo più importante (quello, infine, a cui è affidata la fama del D.) è rappresentato dal
materiale di pertinenza dantesca. In primo luogo, lo splendido epitaffio in sette distici scritto in morte del
poeta (Theologus Dantes, nullius dogmatis expers ... Gloria Musarum, vulgo gratissimus auctor ..."), che però
non fu mai inciso sul marmo della tomba (ci è conservato anch'esso dal Boccaccio, che lo prescelse fra molti
altri, nella biografia di Dante, ma ebbe una diffusione manoscritta in parte indipendente entro alcuni codici
della Commedia e altrove), e che alla lode della Commedia, della Monarchia e delle Egloge ("qui loca
defunctis gladiis regnumque gemellis Distribuit, laicis rhetoricisque modis. Pascua Pieriis demum resonabat
avenis ...") associa la polemica antifiorentina ("Huic ingrata tulit tristem. Florentia fructum, Exilium, vati
patria cruda suo") e l'esaltazione della cortesia dei Polentani nei confronti del magnanimo esule, asceso "ad
sua ... astra" dalla quiete ravennate. In secondo luogo, e con tutt'altro rilievo culturale, le due egloghe, che
costituiscono la sua corrispondenza con Dante vivo.

Sull'autenticità di queste, come dell'epitaffio (oltre che dell'egloga al Mussato), un tempo si era dubitato solo
da parte di pochi (il più esplicito fu P. Meyer). Poi A. Rossi, con una serie di interventi ricchi di dottrina e di
sottigliezza cercò di dimostrarne la falsificazione boccacciana, motivata dall'intento di fabbricare per Dante -
contro le note riserve del Petrarca - un certo prestigio di poeta latino. L'ipotesi trovò accaniti e non sempre
pazienti oppositori nei maggiori specialisti del settore, a volte tentati di liquidarla, come assurda, in poche
battute; più spesso indotti a un riesame approfondito dei vari aspetti della questione, e cioè a smontare gli
ingranaggi molteplici di "un congegno cosi perfetto" (Cecchini). Sul piano strutturale è giocoforza riconoscere
(col Martellotti) che la corrispondenza, articolata com'è "in quattro componimenti cosi diversi tra loro, sembra
attestare il formarsi occasionale di essa in quattro momenti successivi". In secondo luogo, un controllo
sistematico sullo stato dei testi nell'autografo del Boccaccio (il cosiddetto Zibaldone Laurenziano), mediante
un'analisi ai vari livelli (glosse, quindi cultura; prosodia e metrica, lessico, specie per i micronessi sintattici),
fondata su saldi presupposti metodologici, ha condotto il Cecchini a "dichiarare decisamente l'impossibilità
della falsificazione della corrispondenza Giovanni del Virgilio-Dante, e dei testi ad essa connessi, da parte del
Boccaccio".

A ciò si aggiungano le conferme che vengono dalla tradizione manoscritta: otto codici, che si possono
raggruppare in tre famiglie, α (Laur. XXIX. 8 della Bibl. Laurenziana di Firenze, appunto lo Zibaldone
Laurenziano, col tardo collaterale Vienna, Nationalbibl., 3198), κ (Laur. XXXIX. 26 di mano di fra Iacopo
Martini da Volterra, esemplato su un perduto codice del Boccaccio posseduto dal convento fiorentino di S.
Spirito; e Kynzvart, Zamecka Knihovna, Bibl. dei Castello Metternich, cod. 2.D.4 mebr. trascritto da un nipote
del Boccaccio, ambedue con omissione del primo carme del D. a Dante perché non veramente bucolico;
inoltre, Siena, Bibl. com., H.VI.23 e Parigi, Bibl. nat. Lat. 650 in parte vergato da Marsilio Ficino) e β
(Modena, Bibl. Estense, cod. Estense 676 e Napoli, Bibl. stat. dei Gerolamini, M.C.F. I.16, dipendenti dal
codice di Pietro da Moglio, che sulla corrispondenza tenne dopo il 1360 un corso universitario). In sostanza,
un materiale derivato per intero dalla biblioteca del Boccaccio (come ha dimostrato ilBillanovich); o più
precisamente, tre subarche tipi da identificare con diverse "edizioni" del Boccaccio, tutte risalenti a un
archetipo costituitosi nella cerchia emiliano-romagnola di Giovanni Del Virgilio. La natura stessa di questa
trasmissione esclude, cioè, la possibilità di un falso otecnologico" ad opera di un trascrittore in fondo
"ingenuo" come il Boccaccio: il quale avrebbe dovuto adulterare l'intera tradizione manoscritta, procurandone
la diffusione "in più subarchetipi, tutti da lui programmati con errori meccanici e ideologici ad ognuno di essi
peculiari" (Brugnoli-Scarcia).

I fatti costruibili - lontani ormai i fumi della polemica - costituiscono insieme un compatto sistema; e questo
non consente di scendere fin oltre il 1350, tempo in cui teoricamente Boccaccio avrebbe potuto fabbricare un
simile "falso". A eseguire questa acrobatica retrodatazione dell'iniziativa bucolica a Dante, troppi dati egli
avrebbe dovuto inventare per trasmettere un tale sapore di verità (o di autenticità); e per di più egli avrebbe
dovuto spogliarsi delle ormai acquisite competenze bucoliche - sue proprie e dell'amico Petrarca per ricreare
con tanta verosimiglianza incertezze e oscillazioni connaturate, se non alla genesi, certo al ritorno di un
"genere" abbandonato per secoli. Né stupisce, d'altra parte, anche alla luce della Questio veronese, che Dante
si sia distolto dalla fatica del Paradiso (ormai verso la conclusione) per accettare la sfida con un rappresentante
del gusto preumanistico che faceva capo ai padovani Mussato e Lovato; tanto meno, che il D. abbia tentato di
catturare alla "causa latina" (dei carmina) l'esponente più insigne della nuova letteratura in volgare. E la natura
nobilmente "propagandistica" della sua iniziativa non sfuggiva a Pietro da Moglio: "Ecloga Ioannis Virgiliani
ad Dantem, reprehendentis stilum et vulgarem sermonern Comediae ipsius ... Est autem ista quasi epistola,
quae quinque partes continet: videlicet exordium, narrationem, confutationem, confirmationem et
conclusionem" (dall'accessus a Pyeridum vox alma ...). Tutto corrisponde bene, insomma, da un lato alla
carriera del D. (coi suoi addentellati culturali), dall'altro alla biografia dantesca, coi suoi punti fermi nel
solenne tramonto ravennate.

Nell'epistola d'avvio (in 51 esametri) il D. esorta Dante a poetare in latino, e non più in volgare (carmine laico,
quel sermo forensis rimasto estraneo ai suoi autori, con precisa allusione a Inf., IV, 101-102); a comporre anzi
un carmen vatisonum (V. 24), un poema di stile alto e di argomento epico. Per questo, addirittura gli propone
quattro temi di storia contemporanea, tendenzialmente "ghibellini": le imprese dell'aquila imperiale o meglio
la spedizione di Arrigo VII ("quo petiit Iovis armiger astra volatu"), la sconfitta dei Fiorentini ad opera di
Uguccione Della Faggiuola o (per altri) di Carlo di Valois ("quos flores, que lilia fregit arator"), la vittoria di
Cangrande Della Scala sui Padovani ("Frigios damas laceratos dente molosso"), e infine l'assedio di Genova
con la guerra fra Roberto d'Angiò, re di Napoli e i ghibellini di Marco Visconti ("Ligurum montes et classes
Parthenopeas"). L'invito è motivato dall'opportunità di abbandonare il facile successo fra la gens ydiota, per
estendere invece la propria fama attraverso il pubblico dei dotti riluttanti al volgare. Lui per primo, clericus
Aonidum, vocalis verna Maronis, ma - di fronte a Dante - "oca sfrontata" (temerarius anser), offre di farsi
banditore a Bologna della gloria del "cigno arinonioso" (argutusolor), fra quelle mura atteso da accoglienze
trionfali ("promere ginmasiis te delectabor ovantum Inclita Peneis redolentem tempora sertis"). Nulla, dunque,
in questo carme di proposta, che possa richiamarsi alla poesia pastorale, anche se un commento antico (fra i
vari strati di giosse che accompagnano i quattro testi) riconosce al parlare per ambages, cioè
"allegoricamente", un carattere precipuo dello stile bucolico. Si deve dunque a Dante la "trasformazione di un
carteggio poetico in tenzone bucolica" (Scarcia); ma è anche vero che nel complesso "la corrispondenza
poetica fra Giovanni del Virgilio e Dante è qualche cosa che non ha precedenti nella tradizione letteraria. Essa
è fondamentalmente una tenzone, che si svolge in quattro battute: la prima di queste è rappresentata da una
"epistola" metrica, le tre seguenti sono carmi bucolici" (Martellotti).

Dante infatti rispose con un vero e proprio carme bucolico dialogato (o amebeo), intessendo un sapiente
controcanto alla proposta del Del Virgilio. Intendeva, così, polemicamente rifiutare lo stile tragico del poema
di imitazione classica (stava scrivendo, anzi concludendo, ben altro poema, in volgare che proprio sul
plurilinguismo o sulla mescolanza degli stili fondava rivoluzionariamente una tradizione) e colmare invece un
vuoto nella nuova letteratura latina tardomedievale (o preumanistica), quello della pastorale in stile umile o
elegiaco, il corrispondente esatto delle tenzoni volgari in sonetti. Nei 68 esametri le battute vengono affidate a
due personaggi, Titiro (l'autore stesso), che ha ricevuto la missiva da Mopso (il D.), e Melibeo (il notaio
fiorentino Dino Perini, esule, amico di Dante), incuriosito da quella novità epistolare. Titiro si mostra riluttante
ad accogliere gli inviti di Mopso, sia quello di recarsi a Bologna (egli invece desidera - come già aveva
confessato nell'esordio del XXV del Paradiso - l'incoronazione poetica a Firenze), sia soprattutto quello di
abbandonare i comica verba e la locutio vulgaris; disposto invece al dono di decem vascula ("dieci vasetti")
del latte di una sua ovis gratissima (per alcuni, 10 bucoliche a imitazione delle virgiliane; per altri, ma con
assai minore fondatezza, dieci canti del Paradiso).

Nella sua replica (97 esametri), e sia pure in chiave di patetica arcadia, il D. ormeggia da vicino la seconda
bucolica virgiliana, abbandonando la proposta del poema epico e affidandosi invece a un monologo di Mopso
(sua controfigura) per rinnovare a Dante -divinesenex, lodato come secondo Virgilio per i suoi versi latini che
stimolano all'emulazione - il suo pressante invito a Bologna: venga Dante a godere della sua rinomanza e
dell'affetto di devoti discepoli, tutti in ammirazione di fronte al Virgilio redivivo, restauratore della poesia
pastorale. Molti (e fra questi il Mussato) i personaggi via via evocati con i nomi fittizi della tradizione
bucolica; ma il componimento resta ben lontano dalla "disinvoltura" pastorale di Dante, assai meno
preoccupato di sottili giochi allusivi.

Tale maestria trova conferma nell'ultima egloga, in 97 esametri come la precedente, ma più vicina agli schemi
virgiliani. Titiro-Dante e Alfesibeo-Fiduccio de' Milotti (un medico certaldese, amico di Dante a Ravenna)
ascoltano da Melibeo i versi di Mopso. Titiro, pregato da Alfesibeo di non lasciare i pascoli noti di Ravenna
per gli antri insidiosi di Bologna, risponde che egli cederebbe all'invito se non temesse la crudeltà di Polifemo
(personaggio di ambigua interpretazione, ma forse figura di un generico pericolo "guelfo"); mentre l'idillica
ospitalità di Iolla-Guido Novello gli garantisce a Ravenna la quiete necessaria alla creazione poetica.

A questo punto, certo, la corrispondenza non poteva avere un seguito, neppure da parte del D.; ma, nella sua
incompletezza, rappresenta un crocevia non eludibile nella cultura del primo Trecento. Quanto al retore
bolognese, l'incontro con Dante ha funzionato proprio nel senso di stimolare in lui una compiuta arte allusiva;
e in ogni caso le due egloghe del D. restano il vettore più ricco e sicuro per ricostruire le principali coordinate
della sua cultura. Non alludiamo soltanto alla tormentatissima glossa della lectura Terentii ("Davus et ambigue
Sphyngos problemata solvet") o alle altre allusioni terenziane in funzione polemica contro lo stile comico o
volgare, su cui è tornata da ultimo persuasivamente la Villa; e neppure agli auctores rituali (Ovidio, Orazio
ecc.) perpetuamente citati in chiosa alle Egloge. Si schiude infatti un ventaglio assai più largo di modelli anche
peregrini (come quelli riemersi grazie all'energia filologica di G. Velli), riconducibili insieme al magistero
professionale cui si legano i commenti ovidiani e soprattutto gli scritti retorico-grammaticali studiati
recentemente dall'Alessio. Proprio quest'ultimo, sondando un nuovo codice (Siviglia, Bibl. capitular
Colombina, ms. 81.6.6) delle opere grammaticali del D., composte a Cesena dal 1324 al 126, ne ha messo
definitivamente in luce i rapporti con l'officina padovana di Lovato, Rolando da Piazzola e Albertino Mussato,
nella rilettura e fruizione ma anche nel superamento del Tractatus modorum significandi di Martino di Dacia e
delle altre opere dei "modisti" (Boezio di Dacia, Roberto Kilwardby, Simone di Dacia ecc.), nonché della
tradizionale grammatica normativa (Prisciano, Donato, Pietro Elia ecc.), per l'abbondanza di citazioni
classiche accanto all'impiego saltuario di citazioni in volgare.

Alle "fonti" già indicate da F. Ghisalberti per le Allegorie ovidiane del D. (Arnolfo d'Orléans, Giovanni di
Garlandia coi suoi Integumenta Ovidii, Fulgenzio, i mitografi vaticani ecc.) e da P. O. Kristeller per l'Ars
dictaminis (Donato, De inventione ciceroniano con la Rethorica ad Herennium, Sallustio e Livio, l'apocrifa
corrispondenza fra Seneca e s. Paolo, Boezio e Marziano Capella, Pier Della Vigna ecc.) - modelli confermati
attraverso l'analisi delle egloghe a Dante e al Mussato e degli scritti minori del D. - si aggiungono così incroci
con altri e non meno prestigiosi autori, che non potrebbero davvero dirsi scontati. Oltre alla Parisiana poetria
dello stesso Giovanni di Garlandia, al canonico Isidoro di Siviglia e all'onnipresente Virgilio, si allineano
dunque l'Ovidio dei Tristia, Lucano, il Laborintus di Eberardo Alemanno, l'Anticludianus di Alano di Lilla; e
poi gli antichi poeti cristiani: Iuvenco, Draconzio, Prudenzio, Sedulio, Ennodio, Boezio.

Il risultato è spesso (per cedere la parola al Velli) quello di "una pronunciata intensità di effetti espressivi, una
semanticità plurima ... conseguita dietro assorbimento di multipli livelli della tradizione letteraria": non tanto
per letture di prima mano, quanto piuttosto per "sollecitazioni provenienti dalle frequentazioni professionali
(poetrie, artes, repertori e manuali)". Una tecnica espressiva che agisce tanto sul significante quanto sul
significato dei modelli, con una spiccata tendenza verso un "manierismo" a volte enigmatico: dove tuttavia il
perseguimento della variatio ad ogni costo non si esaurisce nella mera ricerca formalistica, né tanto meno in
una ricetta contro il rischio del centone. Quel ruminamento di testi guidava insomma a una nuova percezione
storica di certi generi letterari. Così, nella ripresa della forma pastorale, dove Dante "si è limitato ad assumere
il codice virgiliano per res", quasi emotivamente, e il D. ha proceduto invece verso "una linea di distanziazione
e di consapevole artificio" rispetto al modello predominante (riletto anche alla luce di Servio e dei continuatori
Calpurnio e Nemesiano). Dunque un'apertura umanistica, su cui agì in modo determinante la lezione padovana
di Lovato e Mussato, con quella loro capacità di "avvicinamento recondito di passi dei modelli classici", con
quel "caricare di straordinaria forza evocativa un termine solo del contesto antico" (citiamo ancora dal Velli).

Non è un caso che, assieme alle egloghe del Petrarca, quelle del D. e di Dante siano state oggetto delle lezioni
di retorica che fra il 1369 e il 1371 tenne a Bologna Pietro da Moglio, discepolo dalla bella scuola padovano-
bolognese e anello importante nella diffusione della corrispondenza del D. con Dante; e pare istruttivo che
testimone di questo "commento" sia quel Francesco da Fiano - per un quarantennio scrittore nella Cancelleria
papale, nonché autore dell'invettiva Contra ridiculos oblocutores et fellitos detractores poetarum - che proprio
in Pietro da Moglio riconobbe il suo maestro. t un episodio di notevole spicco, la cui scoperta si deve alle
appassionate esplorazioni di G. Billanovich: grazie anche ad esso, la saldatura fra la prima stagione della
bucolica e la successiva dell'egloga umanistica (poi anche in volgare) sembra ormai definitivamente assicurata.

Fonti e Bibl.: P. Scheffer Boichorst, Aus Dantes Verbannung, Strassburg 1882 (rec. di P. Meyer, in Romania,
XI [1882], pp.614 ss.); Ph. H. Wicksteed-E. G. Gardner, Dante and G. D., Westminster 1902 (rec. di E. G.
Parodi, in Giornale dantesco, X [1902], pp. 51-63; M. Barbi, in Bullett. d. Soc. dantesca italiana, X [1903], pp.
400 ss.; e di A. Belloni, in Giorn. stor. d. letter. ital., XLII [1903], pp. 181-89); Dantis Eclogae, Iohannis de
Virgilio carmen et Ecloga responsiva, a cura di G. Albini, Firenze 1903; ristampato con aggiunte e adattamenti
a cura di G. B. Pighi (La corrispondenza poetica di Dante e G. O., Bologna 1965), ma già ormeggiato con
poche varianti grafiche da E. Pistelli nel testo critico delle Opere di Dante (Firenze 1921, pp. 454-63); R.
Sabbadini, Un testo volgare di G. D., in Bullett. d. Soc. dantesca italiana, XXI (1914), pp. 55 ss.; E. Carrara, Il
"Diaffonus" di G. D., in Atti e mem. d. R. Deputaz. di storia patria per le provincie di Romagna, s. 4, XV
(1925), pp. 1-50; E. Lidónnici, Il "Diaffonus" ed altri frammenti poetici di G. D., in Giornale dantesco,
XXVIII (1925), pp. 266-73; p. O. Kristeller, Un'"ars dictaminis" di G. D., in Italia medioevale e umanistica,
IV (1961), pp. 181-200; E. Bolisani-M. Valgimigli, La corrispondenza poetica di Dante e G. D., Firenze 1963
(traduzione e commento da adoperare con cautela); D. Alighieri, Egloghe, a cura di E. Cecchini, in Opere
minori, II, Milano-Napoli 1979, pp.645-89; Le Egloghe, testo, traduzione e note a cura di G. Brugnoli (per i
due pezzi danteschi) e R. Scarcia (per i due delvirgiliani), Milano-Napoli 1980. Cfr. inoltre: G. Alvini,
L'egloga di G. D. ad Albertino Mussato, in Atti e mem. d. R. Deputaz. di storia patria per le provincie di
Romagna, s. 3, XXII (1905), pp. 246-83; E. Carrara, La poesia pastorale, Milano 1908, pp. 68-85; C.
Marchesi, Le allegorie ovidiane di G. D., in Studi romanzi, VI (1909), pp. 85-135; G. Lidónnici, La
corrispondenza poetica di G. D. con Dante ed il Mussato, e le postille di Giovanni Boccaccio, in Giornale
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Giornale dantesco, XXV (1922), pp. 193-205; G. Albini, G. D., in Dante e Bologna, Bologna 1922, pp. 45-65;
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(1924), pp. 79-90; Id., L'epistola dantesca di G. D. e l'igloga al Mussato, ibid., XXVIII (1925), pp. 324-35; Id.,
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XXXIV (1933), pp. 1-110; G. Mazzoni, Dante e il Polifemo bolognese (1938), in Almae luces malae cruces,
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221; A. Rossi, Dante nella prospettiva del Boccaccio, in Studi danteschi, XXXVII (1960), pp. 63-139 e Dante,
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Boccaccio, I (1963), pp. 517-40); G. Billanovich-F. Čáda, Testi bucolici nella biblioteca del Boccaccio, ibid.,
IV (1961), pp. 201-21; Id., Il carme di G. D. a Dante, in Studi danteschi, XL (1963), pp.133-278 e Boccaccio
autore della corrispondenza Dante-G.D., in Miscell. stor. della Valdelsa, LXIX (1963), pp. 130-72 (rec. di G.
Padoan, in Studi sul Boccaccio, II [1964], pp. 475-507): il secondo ristamp. in Scritti su Giovanni Boccaccio,
Firenze 1964, pp. 20-62; G. Billanovich, G. D., Pietro da Moglio, Francesco da Fiano, in Italia medioev. e
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E. Cecchini, Contributi al testo e all'interpretazione del "Diaffonus", in Quaderni urbinati di cultura classica, V
(1968), pp. 136-49; G. Reggio, Le egloghe di Dante, Firenze 1969, specie pp. 55-82; G. Padoan, Un figliodi G.
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Appunti su un'attribuzione controversa, in Italia medioev. e umanistica, XIV (1971), pp. 25-56; G. Padoan,
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(poi nel vol. IlBoccaccio, le Muse, il Parnaso e l'Arno, Firenze 1978, pp. 151-98); G. Billanovich, Petrarca,
Pietro da Moglio e Pietro da Parma, in Italia medioev. e umanistica, XXII (1979), pp. 370 ss.; C. Villa,
Un'ipotesi per l'"Epistola a Cangrande", ibid., XXIV (1981), pp. 48-59; G. Velli, Sul linguaggio letterario di G.
D., ibid., pp. 137-58; G. C. Alessio, I trattati grammaticali di G. D., ibid., pp.159-212; Enciclopedia Dantesca,
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