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ITALO SVEVO (1861-1928).

La vita.

Come emerge nell’opera Profilo autobiografico (1928), Aron Hector Schmitz (Italo Svevo è uno pseudonimo italiano)
nacque il 19 dicembre 1861 a Trieste in un’agiata famiglia borghese di origini ebraiche. Nel 1873 iniziò a studiare in
collegio in Germania, successivamente, dal 1878, entrò nell’Istituto Superiore per il Commercio a Trieste. Data la
sua aspirazione di diventare scrittore, iniziò a scrivere alcuni testi drammatici, che però non furono mai pubblicati, e
a partire dal 1880 scrisse articoli di argomento letterario e teatrale per il giornale triestino “L’Indipendente”.
Politicamente, era vicino alle posizioni irredentistiche ed era interessato al socialismo. Nel 1880, il padre fallì e si
ritrovò a vivere in condizioni di ristrettezza economica, perciò iniziò a lavorare in banca. Il lavoro da impiegato, però,
era arido e opprimente per Svevo, che cercava un’evasione nella letteratura. si dedicò quindi alla stesura delle
prime opere narrative, ovvero delle novelle e il primo romanzo, Una vita, che pubblicò a sue spese nel 1892, senza
ottenere però successo.

Nel 1896 sposò una cugina, Livia Veneziani, con cui l’anno seguente ebbe una figlia. Il matrimonio segnò una svolta
fondamentale nella vita di Svevo, sia perché gli permise di superare molte fragilità e insicurezze personali, sia
perché migliorò le sue condizioni economiche, dato che Svevo assunse un incarico prestigioso nella ditta del
suocero. Il nuovo impiego gli permise di entrare nel mondo dell’alta borghesia e di viaggiare molto in Francia e
Inghilterra. Nel 1898 pubblicò il suo secondo romanzo, Senilità, ma anch’esso ottenne uno scarso successo. Per
questo motivo Svevo decise di abbandonare la carriera letteraria, che avrebbe potuto compromettergli la carriera.
Questa decisione riflette il senso di colpa tipico dell’intellettuale di quest’epoca, che si sente superfluo e inutile a
causa del trionfo industriale.

Tuttavia, Svevo non abbandonò mai definitivamente il suo interesse per la cultura e la letteratura. infatti, continuò a
scrivere testi autobiografici, narrativi e teatrali. Dopodiché, si verificarono due eventi fondamentali per Svevo: nel
1906 conobbe Joyce, scrittore irlandese da cui prese lezioni di inglese e con cui instaurò una solida amicizia, e nel
1910 scoprì le teorie psicoanalitiche di Freud e decise di approfondirne la conoscenza.

Quando allo scoppio della Prima guerra mondiale la fabbrica presso cui lavorava fu requisita, Svevo riprese la sua
carriera letteraria. Nel 1919 cominciò a comporre il suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno pubblicato poi nel 1923.
Anche questa volta il romanzo non ebbe successo in Italia, ma Svevo decise di inviarne una copia all’amico Joyce, che
lo diffuse negli ambienti intellettuali francesi. L’opera fu apprezzata e tradotta in francese e ben presto la fama di
Svevo si diffuse in tutta Europa, tanto che nel 1926 una nota rivista letteraria francese gli dedicò un intero numero e
fu organizzato un convegno in suo onore a Parigi. Questi riconoscimenti lo spinsero a continuare a scrivere, perciò
stese una serie di racconti, alcuni testi teatrali e iniziò a progettare un quarto romanzo. Nel 1928 Svevo morì a causa
di un incidente in auto nei pressi di Treviso.

Microsaggio: Freud e la nascita della psicoanalisi.

Nei primi anni del Novecento Freud fondò la psicoanalisi, attraverso la pubblicazione dell’opera L’interpretazione dei
sogni (1899), in cui propose una teoria generale della personalità, che contribuì a cambiare la concezione dell’uomo
e della società e che ebbe influenza in ambito artistico e letterario.

La maggiore rivoluzione consiste nella scoperta dell’inconscio, livello inconsapevole e profondo della psiche, in cui si
collocano i contenuti psichici, che vengono allontanati dalla coscienza. I processi inconsci, inoltre, secondo il principio
del determinismo psichico, influiscono sul funzionamento della mente, quindi determinano atti coscienti.

Per quanto riguarda la composizione della psiche, Freud elaborò due teorie. Nella prima sosteneva l’esistenza di tre
zone psichiche:
 Conscio  sfera della consapevolezza;
 Preconscio  zona che contiene pensieri e sentimenti che sono facilmente recuperabili;
 Inconscio  zona nascosta e potente, i cui contenuti sono inaccessibili senza un aiuto adeguato.
Nella seconda formulazione, invece, egli parlò di tre processi psichici o istanze:
 Es  componente primitiva e irrazionale della psiche, inaccessibile alla coscienza e sede delle pulsioni; essa
obbedisce al principio del piacere e non segue le leggi morali e sociali;
 Io  componente consapevole e razionale, che fa da mediatore tra le richieste dell’Es e le esigenze di
adattamento alla realtà, cercando di “domare” l’es;
 Super-io  moralità sociale o etica che si forma a partire dall’infanzia attraverso l’assimilazione più o meno
consapevole (introiezione) delle regole imposte dai genitori.

Secondo Freud, i contenuti coscienti sono solo una piccola parte della nostra psiche, che egli paragona a un iceberg,
di cui è visibile solo la punta. Inoltre, esiste un forte legame tra inconscio e rimozione, ossia l’operazione attraverso
cui il soggetto allontana dal pensiero cosciente i contenuti psichici che lo turbano, che hanno radici nell’infanzia e
sono prevalentemente sessuali.

Per capire le cause delle malattie psichiche, Freud adotta processi diversi:
 Ipnosi  tecnica utilizzata nel primo periodo;
 Metodo delle libere associazioni  in cui il soggetto viene invitato a esprimere liberamente ogni pensiero che
gli venga in mente, senza alcun controllo;
 Sogni  sono un prodotto del vissuto individuale del soggetto e degli impulsi provenienti dall’inconscio;
 Atti mancanti  piccoli e innocui errori, come sviste, lapsus linguistici e dimenticanze, che rappresentano un
fallimento del meccanismo della rimozione.

Secondo Freud, quindi, per comprendere davvero un soggetto è necessario scavare nel profondo della sua psiche e
nel suo passato. La psicoanalisi ha fatto emergere il ruolo delle motivazioni inconsce nei processi psichici, mostrando
l’importanza della sessualità, dei meccanismi di difesa e delle esperienze infantili nella formazione della personalità
adulta.

La cultura di Svevo.

Svevo possiede una fisionomia intellettuale diversa da quella degli altri letterati italiani di fine ‘800. Innanzitutto, egli
visse a Trieste, città di confine, in cui convergevano la cultura italiana, quella tedesca e quella slava. Lo scrittore
stesso usò uno pseudonimo, Italo Svevo, che sottolinea l’influenza di Italia e Germania. Inoltre, egli proveniva da una
famiglia ebraica, perciò conobbe anche la cultura israelita. Questi aspetti fecero sì che egli avesse una prospettiva
più ampia di quella di tanti scrittori italiani contemporanei, e soprattutto gli consentì di avere uno stretto rapporto
con la cultura mitteleuropea. Un altro aspetto importante, è che egli ebbe una formazione commerciale (non
umanistica come gli altri letterati) e si accostò ala letteratura come autodidatta. Egli lavorò, infatti, come impiegato
di banca, come dirigente d’industria e come uomo d’affari, mentre scriveva solo per diletto.

Alla base della sua produzione letteraria vi è una solida cultura filosofica e un forte interesse scientifico. Egli fu
influenzato dal pensiero irrazionalistico e dal pessimismo radicale di Schopenhauer; conosceva il pensiero di
Nietzsche, da cui trasse la visione del soggetto come pluralità di stati in continua trasformazione; e considerava
come punto di riferimento anche la teoria evoluzionistica di Darwin. Pur ammirando questi “maestri”, nelle sue
opere li utilizzava in modo critico, sfruttandoli come strumenti conoscitivi che fornissero risposte alle sue personali
esigenze. Per esempio, di Schopenhauer non condivise tutte le teorie, ma solo alcune, apprezzava, fra l’altro, il
tentativo di smascherare gli autoinganni, infatti, nelle sue opere Svevo mira a smontare gli alibi che i personaggi fi
costruiscono per nascondere ai propri occhi le vere e inaccettabili motivazioni che li hanno portati a compiere
determinati atti. Analogamente, di Darwin critica l’idea secondo cui il comportamento umano fosse un prodotto di
leggi naturali immutabili; Svevo, infatti, credeva che i comportamenti potessero avere radici nei rapporti sociali e
nella storia, mettendo così in luce la responsabilità individuale nell’agire e applicando un atteggiamento
acutamente critico verso la coscienza borghese.

Questo atteggiamento critico dipende in parte dall’influenza del pensiero marxista (egli simpatizzò per il socialismo),
da cui trasse la percezione del conflitto di classe e la consapevolezza che tutti i fenomeni sono condizionati dal
contesto storico e sociale. Di conseguenza, nei suoi romanzi Svevo si concentra sull’analisi di un particolare tipo di
coscienza, ossia dell’uomo borghese tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. L’autore, però, non condivideva le
proposte politiche marxiste e preferì prospettive di tipo utopistico. Problematico fu anche il rapporto di Svevo con
Freud e la psicoanalisi, per cui egli provava un fervido interesse. Ciononostante, egli non apprezzava la disciplina
come terapia, bensì come strumento conoscitivo e narrativo.
Sul piano letterario, Svevo fu influenzato dai grandi romanzieri realisti francesi, in particolare da Flaubert
(condividono eroi che rappresentano la miseria della coscienza borghese, e l’atteggiamento di irrisione fredda e
corrosiva nei confronti delle caratteristiche psicologiche e delle componenti culturali dei personaggi romanzeschi),
dai romanzieri naturalisti, soprattutto da Zola (segue il modello della ricostruzione minuziosa degli ambienti), da
Paul Bourget e dal romanzo “psicologico”, dai romanzieri russi, principalmente Turgenev (personaggi sognatori e
inconcludenti, i cosiddetti “inetti”) e Dostoevskij (si addentra nelle zone più nascoste della psiche), e negli anni della
maturità dai grandi umoristi inglesi (si percepisce umorismo nella Coscienza di Zeno). Nonostante l’amicizia con
l’irlandese Joyce, che contribuì a rafforzare in Svevo la fiducia nelle sue capacità letterarie e che lo convinse a
riprendere la scrittura, non ci sono prove della sua influenza nella produzione letteraria di Svevo.

Per lungo tempo la critica ha sostenuto che Svevo “scrivesse male”, dato che non utilizzava un lessico preziose,
ornamentazioni retoriche e non ricercava armonie musicali, ma adottava la lingua quotidianamente parlata dallo
scrittore, cioè il dialetto triestino con tracce di costrutti della lingua tedesca. La sua prosa, in realtà, è efficacissima
nel rendere le tortuosità labirintiche della psiche e nel riprodurre il modo di esprimersi dei protagonisti delle sue
opere, che sono borghesi triestini. Ciò avviene sia nei primi due romanzi, che sono narrati in terza persona, ma in cui
domina il discorso indiretto libero, che per La coscienza di Zeno, in cui gli eventi sono narrati in prima persona. La sua
scrittura, pertanto, nonostante non lo sembri apparentemente, è frutto di una ricerca stilistica estremamente
sofisticata.

Il primo romanzo: Una vita (1892).

Svevo cominciò a scrivere il suo primo romanzo nel 1888 e lo pubblicò nel 1892. Il titolo originale sarebbe dovuto
essere Un inetto, ma l’editore lo cambiò in Una vita. Questo romanzo, però, non ottenne grande attenzione né dalla
critica né dal pubblico.

L’opera tratta della storia di Alfonso Nitti, un giovane che decide di abbandonare il paese natale e la madre per
trasferirsi a Trieste, dove trova lavoro presso la banca Maller. La sua carriera, però, è insoddisfacente e dato il suo
interesse per la letteratura e la cultura umanistica, vive costruendosi “sogni da megalomane” e contemplando la
gloria letteraria. Un giorno viene invitato a casa di Maller, dove conosce Macario, giovane brillante e sicuro di sé che
prende come modello, e Annetta, figlia del signor Maller, anch’essa con ambizioni letterarie e che chiede aiuto nella
stesura dei suoi scritti ad Alonso. Il protagonista, anche se non è innamorato di lei, riesce a sedurla e ha l’opportunità
di cambiare la sua vita, grazie al matrimonio con la giovane, che è ricca. Tuttavia, viene preso da un’inspiegabile
paura e decide di ritornare al suo paese di origine e di accudire la madre malate. Quando lei muore, Alfonso ritorna a
Trieste e decide che per vincere la “lotta per la vita” occorre cadere nella rinuncia e nella contemplazione (ripresa
delle teorie di Schopenhauer), ma non riesce a non farsi travolgere delle passioni, infatti, quando scopre che Annetta
si è fidanzata con Macario, Alfonso è invaso da una dolorosa gelosia e si sente ferito dal disprezzo e dall’odio. Egli
cerca di affrontare Maller, che gli ha proposto un incarico lavorativo minore, e scrive ad Annetta, ma in entrambi i
casi viene frainteso, tanto che il fratello di quest’ultima lo sfida al duello. Alla fine, Alfonso decide di suicidarsi.

L’impianto narrativo dell’opera rivela un legame con i romanzi della scalata sociale, in cui il protagonista di origine
provinciale cerca di ottenere il successo in un ambiente cittadino, e con i romanzi di formazione, che narrano il
processo attraverso cui un giovane si forma alla vita. Si può notare anche l’influsso di Zola e del Naturalismo
francese, per la presenza di descrizioni minuziose, del gusto documentario e dell’indagine sociale. Tuttavia, ciò fa
solo da cornice al romanzo, al centro del quale si colloca, invece, l’analisi della coscienza del protagonista.

Il protagonista incarna la figura dell’inetto, ovvero un uomo incapace di vivere a causa della sua debolezza e
insicurezza psicologica. Lo scrittore individua le radici di questo atteggiamento nella diversità di Alfonso rispetto ala
società borghese; egli, infatti, è un piccolo borghese, che è stato declassato a causa della tragica perdita del padre, e
la sua formazione si basa su materie umanistiche. Queste caratteristiche lo differenziano dell’individuo energico e
dominatore che caratterizza la realtà borghese e lo spingono a trasformare la sua impotenza sociale in impotenza
psicologica. Da ciò nasce in Alfonso il bisogno di crearsi una realtà compensatoria, dei “sogni da megalomane” che
gli permettono di evadere dalla realtà e dal senso di frustrazione che prova. Questo è causato dall’impossibilità di
identificarsi con una figura forte ed è aggravato dalla presenza di due antagonisti, ovvero Maller, che incarna la
figura del padre forte e possente, e Macario, che rappresenta per il protagonista un vero e proprio rivale, che alla
fine della storia, dato che ostacola il suo matrimonio, è colui che gli impedisce realmente di realizzare la scalata
sociale che tanto desidera. Questo antagonismo tra l’inetto e il “lottatore” adatto alla vita borghese è presente
anche negli altri due romanzi di Svevo.

Per quanto riguarda l’impostazione narrativa, la narrazione è condotta da una “voce fuori campo”, che narra gli
avvenimenti in terza persona, ma ha una focalizzazione interna al protagonista (= il lettore vede le cose come le
vede Alonso). Questa rigorosa soggettivazione del racconto è un segnale del passaggio dal romanzo realistico e
naturalistico a quello psicologico. Una vita, però, si differenzia ancora da questo genere perché non segue una
logica chiara e lucida, bensì rappresenta la coscienza come un labirinto di tortuosità indistricabili. Un’altra
caratteristica è la sovrapposizione di più piani della psiche e l’intreccio tra il punto di vista del protagonista e quello
della voce narrante, che nonostante non sia onnisciente, talvolta esprime giudizi, corregge delle affermazioni,
smentisce alcune interpretazioni o smaschera gli autoinganni e gli alibi creati dal protagonista. Da quest’opposizione
di due punti di vista emerge l’atteggiamento critico dell’autore verso il suo personaggio.

Senilità (1898).

Il romanzo fu pubblicato nel 1898 e ottenne anch’esso un successo quasi nullo.

In quest’opera viene narrata la storia di Emilio Brentani, trentacinquenne triestino che lavora per una società di
assicurazioni e che gode di una certa reputazione per aver pubblicato un romanzo. Egli conduce un’esistenza
appartata, evitando pericoli e piaceri, e avendo relazioni esclusivamente con la sorella Amalia, che vive insieme a lui
e lo accudisce, e con l’amico Stefano Balli, uomo forte e abile seduttore, che assume una figura paterna. Un giorno
Emilio conosce Angiolina, una ragazza di umili origini e decide di soddisfare la propria esistenza mediocre attraverso
un’avventura amorosa. Nonostante non sia il suo intento, il protagonista si innamora della ragazza e inizia a
idealizzarla. Scopre, però, che lei lo tradisce e la sua gelosia esplode. Dapprima, interrompe il rapporto, ma cade in
uno stato di prostrazione profonda, che lo priva della recente energia vitale; allora, decide di riallacciare la relazione,
ma l’immagine idealizzata della ragazza è svanita e prova solo disprezzo nei suoi confronti. Inoltre, l’amico Stefano e
Angiolina si sono conosciuti e si sono innamorati e ciò causa in Emilio una gelosia patologica. Nel frattempo, la
sorella Amalia vive una relazione (immaginaria) con Stefano; quando Emilio se ne accorge, allontana l’amico e la
sorella si sente distrutta dal dolore e prova a cercare consolazione nell’etere, ma si ammala. Il fratello si prende cura
di lei, ma alla fine muore ed Emilio torna a rinchiudersi nel guscio della sua “senilità”, guardando alla sua avventura
come un ricordo della sua “gioventù” e fondendo nei suoi sogni le figure di Amalia e Angiolina, che diventano
simbolo dell’utopia socialista.

Inizialmente il romanzo doveva intitolarsi Il carnevale di Emilio, perché la maggior parte delle scene si verificano nel
periodo di carnevale e per indicare la fugacità del momento di gioia, per poi ritornare alla noiosa normalità.

A differenza del romanzo Una Vita, Senilità si concentra esclusivamente sulle vicende dei quattro personaggi centrali
(non più sul quadro sociale) e su un’analisi della dimensione psicologica del protagonista. Emilio è un piccolo
borghese e un intellettuale, psicologicamente debole e un inetto, che a causa della sua paura di affrontare la realtà
si costruisce un nido protettivo e conduce un’esistenza tranquilla. Si tratta di una condizione di sospensione vitale e
di chiusura, definita dall’autore “senilità”. Pur rifugiandosi, però, in questo sistema di rinunce, Emilio non riesce a
liberarsi del desiderio irrefrenabile di godimento e di piacere, per questo motivo si “butta” nell’avventura con
Angiolina, che rappresenta per il protagonista un simbolo di salute e pienezza vitale. Grazie a lei, egli riesce a uscire
dal guscio che si è creato ed entra in contatto con il mondo esterno, scoprendo però la sua inettitudine. Essa
coincide soprattutto con la sua immaturità psicologica. Emilio ha paura della donna e del sesso, per questo motivo
instaura una relazione con una donna idealizzata, che coincide con una creatura angelica e purissima. Questa
idealizzazione è causata dal suo bisogno di dolcezza materna.

La figura del protagonista rappresenta la crisi dell’uomo borghese; infatti, nonostante egli si compiaccia di recitare
un ruolo “paterno” nei confronti di Angiolina, Emilio non incarna l’immagine virile, forte, sicura, energica e attiva che
era diventata uno stereotipo culturale dell’epoca. Egli, infatti, incarna piuttosto la figura dell’uomo in crisi, la cui
impotenza sociale (piccolo borghese declassato e costretto a svolgere un lavoro che non lo soddisfa) si trasforma in
impotenza psicologica (incapace di affrontare la realtà al di fuori del suo nido). Anche Stefano, uomo
apparentemente forte e virile, in realtà cela un modo di nascondere questa percezione di crisi; egli, infatti, cerca di
tradurre la sua impotenza in onnipotenza (i loro atteggiamenti ricordano rispettivamente il “fanciullino” pascoliano
e il “superuomo” di d’Annunzio). Il ritratto di Emilio, quindi, si configura come un’indagine sociale inserito in un
contesto molto preciso, ovvero la piccola borghesia della fine dell’800.

La figura di Emilio utilizza filtra la realtà seguendo degli schemi culturali che caratterizzarono gli anni della stesura
dell’opera. In ambito letterario, egli dimostra di essere dipendente dalla tradizione culturale umanista (donna
idealizzata  Stilnovismo; femme fatale  letteratura del secondo Ottocento), da schemi filosofici (studia
freddamente Angiolina positivismo; pessimismo  Schopenhauer; approssimativo superomismo  Nietzsche) e
politici (sostiene idee socialiste). Questi principi, però si dimostrano falsi, dato che il protagonista professa idee
diverse da quelle che realmente guidano il suo agire (es. sostiene gli atteggiamenti freddi e scientifici, ma si
innamora perdutamente; disprezza la morale comune, ma in realtà segue un moralismo tradizionale e perbenista).
Inoltre, il suo pessimismo filosofico schopenhaueriano non è altro che diffidenza e paura della realtà e,
analogamente, il suo socialismo rivoluzionario non è altro che un sogno evasivo di un “letterato ozioso”, che si cela in
un atteggiamento aristocratico e sdegnoso piuttosto che impegnarsi nell’azione. Il romanzo, quindi, mette in luce
come Emilio utilizzi questi schemi come delle maschere, adoperate per celare la sua debolezza.

L’atteggiamento critico dell’autore nei confronti del protagonista si manifesta attraverso una serie di procedimenti
narrativi; il romanzo, infatti, è narrato in terza persona, ma con focalizzazione interna alla coscienza di Emilio, perciò
le vicende appaiono filtrate secondo la sua visione. Ciononostante, il lettore percepisce che la sua visione è distorta
e il suo punto di vista è inattendibile. Per fare ciò, Svevo ricorre ad alcuni “trucchi” narrativi:
 La voce del narratore interviene con commenti e giudizi impliciti, posti in maniera più o meno evidente, per
smentire e correggere ciò che viene affermato da Emilio e per smascherare i suoi autoinganni;
 Talvolta, invece, il narratore tace di fronte alle menzogne e agli alibi del protagonista, però la prospettiva viene
falsata dal contrasto tra ciò che viene affermato dal personaggio e ciò che si verifica effettivamente; per fare
ciò Svevo ricorre all’uso di un’ironia oggettiva/implicita;
 Inoltre, Svevo utilizza un linguaggio stereotipato, pieno di espressioni enfatiche, melodrammatiche e ad effetto,
ma che al tempo stesso sono banali e appaiono chiaramente estrapolate dalla letteratura romanzesca. Questo
escamotage è utilizzato per denunciare la limitatezza degli schemi mentali e degli orizzonti culturali di Emilio.

Questo romanzo, pertanto, offre una testimonianza dell’atteggiamento critico di Svevo nei confronti del suo eroe.
L’autore inizialmente concentra la sua critica solo verso l’immaturità del protagonista, ma alla fine ne denuncia
l’inettitudine, offrendo un’analisi lucida di una mentalità e di una cultura che ha caratterizzato la sua
contemporaneità.

Analisi del testo “Il ritratto dell’inetto” (tratto da Senilità, capitolo I).

In questo testo viene presentato il protagonista e fin dal principio si percepisce che la vita del protagonista calamita
intorno a una serie di menzogne e falsi alibi che Emilio crea per compiacere se stesso e le persone che lo circondano,
in particolare Angiolina. In questo passaggio, il protagonista sta passeggiando per Trieste in compagnia della donna e
cerca di farle capire che lui vuole una relazione breve, facile e non seria (cosa non vera perché dimostra in realtà di
essere molto romantico idealizzando la figura della donna), a causa dei suoi impegni familiari (in realtà vive con sua
sorella, che non costituisce un grande peso per lui) e della sua carriera (ha un lavoro da impiegato in una società di
assicurazioni, da cui trae un profitto che gli basta per vivere decentemente e si è costruito una sorta di reputazione
in città grazie a un romanzo pubblicato qualche anno prima). Inoltre, cerca di apparire come un seduttore e un
libertino esperto, quando in realtà non ha mai avuto alcuna relazione amorosa. Attraverso questo testo si percepisce
la paura di Emilio di affrontare la realtà per come è realmente; egli, infatti, si crea una maschera superomistica e
vive in un mondo lontano da tutti i pericoli e cercando di allontanare ogni forma di piacere e godimento.

La figura della donna viene descritta seguendo due schemi letterari: ovvero la tipica donna idealizzata di impianto
stilnovistico e la femme fatale dei romanzi della seconda metà dell’800. Inoltre, vi è un evidente opposizione tra
malattia (intesa in merito al modo di vivere “malato” del protagonista) e salute, incarnato dalla figura di Angiolina.

Per smentire le menzogne enunciate dal protagonista, Svevo fa uso di u narratore eterodiegetico (=il narratore non
fa parte dei personaggi della storia), che non si eclissa e interviene per giudicare e commentare ciò che fa e dice
Emilio. Il narratore diventa, quindi, l’incarnazione di una prospettiva superiore e più lucida rispetto a quella del
protagonista, che invece distorce la realtà per compiacere se stesso.