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IL DOPOGUERRA IN ITALIA E L’AVVENTO DEL FASCISMO.

Le tensioni del dopoguerra.

Nonostante l’Italia fosse uscita vincitrice dal conflitto, il periodo del dopoguerra fu caratterizzato da problemi
politici e tensioni sociali, in forma più acuta degli altri paesi vincitori, data l’arretratezza del Paese. Durante questo
periodo si verificarono diverse forme di protesta, come tumulti contro il caro-viveri, ondate di scioperi e lotte dei
lavoratori agricoli, che spesso venivano repressi con atti di violenza.

Per quanto riguarda le lotte agrarie, nella Val Padana le “leghe rosse” controllate dai socialisti avevano il monopolio
della rappresentanza sindacale e miravano alla socializzazione delle terra; nelle regioni centrali le “leghe bianche”
cattoliche si battevano per lo sviluppo della piccola proprietà contadina; mentre nel Centro-sud molti contadini
poveri (spesso ex combattenti) occupavano le terre incolte e i latifondi.

Un altro fattore di agitazione furono le clausole delle trattative di pace. L’Italia, infatti, nonostante un rafforzamento
territoriale, grazie all’annessione di Trento, Trieste e delle “terre irredente”, era stata ostacolata dagli Stati Uniti in
seguito alla richiesta da parte del presidente del Consiglio Orlando e del ministro degli Esteri Sonnino
dell’annessione della città di Fiume (località abitata per lo più da italiani). Questo insuccesso segnò la fine del
governo di Orlando e l’inizio di quello di Nitti.

Questo evento suscitò un sentimento di ostilità verso gli ex alleati e d’Annunzio coniò il termine “vittoria mutilata”.
La situazione sfociò in un enorme atto di protesta: nel settembre 1919 alcuni reparti militari ribelli, guidati dal poeta,
occuparono la città di Fiume e ne proclamarono l’annessione all’Italia. Nella città fu instituita una “reggenza
provvisoria”, che fu repressa dopo 15 mesi.

La crisi politica e il “biennio rosso” (1919-20).

Le prime elezioni politiche del dopoguerra si tennero nel novembre 1919 e si svolsero attraverso il nuovo metodo
della rappresentanza proporzionale con scrutinio di lista. I partiti che ottennero il maggior numero di seggi furono i
gruppi liberal-democratici (200 seggi), i socialisti (156 seggi) e il Partito popolare italiano (100 seggi). Quest’ultimo
era stato fondato nel 1919 da un sacerdote siciliano, don Luigi Sturzo, e aveva un’ispirazione cattolica. L’unica
alleanza possibile per la maggioranza consisteva nella coalizione tra liberal-democratici e Ppi (dato che i socialisti,
che erano massimalisti, erano ostili alle correnti borghesi).

A causa dell’esito delle elezioni, il ministero Nitti cadde nel 1920 e risalì al potere Giolitti. Per quanto riguarda la
politica estera, egli ottenne un successo firmando il trattato di Rapallo con la Jugoslavia (novembre ‘20), in cui venne
stabilito che l’Italia conservava Trieste e l’Istria, la Jugoslavia otteneva la Dalmazia (eccetto la città di Zara) e la città di
Fiume fu dichiarata libera.

Un campo più difficoltoso fu la politica interna. Tra il 1919 e il 1920, infatti, si verificò l’agitazione dei
metalmeccanici, che occuparono le fabbriche del triangolo industriale, appoggiati dal sindacato Fiom. A Torino e in
altri centri industriali si svilupparono, inoltre, nacquero i Consigli di fabbrica, ispirati ai Soviet e animati da un gruppo
di giovani intellettuali, tra cui Gramsci. La Fiom presentò agli industriali una serie di richieste economiche e
normative, ma essi non accettarono; allora il sindacato ordinò l’occupazione delle fabbriche (a settembre oltre 400
mila operai occuparono gli stabilimenti metallurgici ed economici del Nord). I dirigenti della Cgl, collaborando con il
governo giolittiano, ottennero miglioramenti salariali e aperture in merito al controllo sindacale sulla gestione delle
aziende.

Queste polemiche si intrecciarono con le fratture interne al Partito socialista, che a partire dal ’21 si divise tra la
maggioranza massimalista e la minoranza di estrema sinistra, che istituì il Partito comunista d’Italia (Pcd’I), che
seguiva rigorosamente il programma leninista.

Così terminò il “biennio rosso”. L’Italia si presentava indebolita a causa sia delle lotte operaie, che dalle divisioni
interne. Allo stesso tempo iniziava a svilupparsi il movimento fascista.
Lo squadrismo fascista.

Il 23 marzo 1919 l’ex socialista rivoluzionario Benito Mussolini fondò a Milano i Fasci di combattimento, movimento
di sinistra a favore di audaci riforme sociali e sostenitore della repubblica, caratterizzato da un forte nazionalismo e
una feroce avversione nei confronti del Psi.

Tra il ’20 e il ’21 il movimento subì un rapido mutamento, organizzandosi in formazioni paramilitari, chiamati
squadre d’azione, che si impegnavano nella lotta spietata contro i socialisti. La trasformazione in partito armato
radicato nelle campagne, il cosiddetto “fascismo agrario”, fu una scelta di Mussolini per reagire all’ondata socialista
del “biennio rosso”. Il primo episodio di offensiva fascista si tenne a Bologna il 21 novembre 1920, quando gli
squadristi cercarono di impedire la cerimonia di insediamento della nuova amministrazione comunale socialista e vi
furono scontri e sparatorie presso il Palazzo d’Accursio (municipio d Bologna).

I fascisti utilizzarono l’evento come un pretesto per scatenare una serie di ritorsioni contro i socialisti. I proprietari
terrieri vedevano i Fasci come uno strumento per abbattere i socialisti e, perciò, iniziarono a sovvenzionarli. Nel giro
di pochi mesi lo squadrismo divenne un fenomeno esteso in tutta la penisola.

Gli obiettivi delle squadre non erano solo le sedi amministrative e dei sindacati socialisti, ma anche le persone stesse
(dirigenti e militanti socialisti), che furono costretti a dimettersi a causa delle violenze nei loro confronti. Le
amministrazioni “rosse” della Valle Padana furono in buona parte costrette a dimettersi. I motivi del successo furono
non solo i fattori militari e gli errori da parte dei socialisti, ma soprattutto l’appoggio della classe dirigente,
attraverso compensi economici, e degli organi statali. Giolitti, infatti, aveva sfruttato il movimento fascista per
ridurre le pretese dei socialisti.

Mussolini alla conquista del potere.

Alle elezioni del maggio 1921 alcuni candidati fascisti entrarono nei blocchi nazionali, cioè nelle liste di coalizione. I
fascisti avevano ottenuto la legittimazione dalla parte dirigente e sfruttarono la campagna elettorale per intensificare
le intimidazioni e le violenze contro gli avversari. Ciononostante, i risultati delle urne delusero i fascisti, dato che i
socialisti subirono perdite limitate, i populisti si rafforzarono e anche i gruppi liberal-democratici migliorarono. La
maggior novità fu l’ingresso di 35 deputati fascisti, tra cui Mussolini.

All’inizio di luglio Giolitti si dimise e gli succedette l’ex socialista Bonomi, che nell’agosto del 1921 firmò il patto di
pacificazione tra socialisti e fascisti, con lo scopo di fermare la lotta tra i due gruppi. Al congresso dei Fasci, che si
tenne a Roma a novembre, però, Mussolini sconfessò il patto e annunciò la nascita del Partito nazionale fascista
(Pnf), che contava oltre 200 mila iscritti.

Nel febbraio del 1922 il governo Bonomi cadde e seguì quello guidato da Facta, che però era debole e non riuscì a
opporsi alla violenza fascista, che era diventata la protagonista della scena italiana in quegli anni. Ad agosto i
sindacati proclamarono uno sciopero generale legittimato, a cui reagirono i fascisti attraverso una violenta offensiva
contro il movimento operaio. Una volta sconfitto il movimento, il Pnf doveva occuparsi della conquista dello Stato.
Mussolini giocò su due tavoli; da un lato, infatti, stipulò trattative con i più autorevoli esponenti liberali, rassicurò la
monarchia sconfessando le simpatie repubblicane e si guadagnò il favore degli industriali; dall’altro, invece, preparò
un apparato militare in grado di compiere un colpo di Stato.

Iniziò a prendere forma il progetto di una marcia su Roma, ossia una mobilitazione generale di tutte le forze fasciste
per conquistare il potere centrale, che si tenne il 27 ottobre 1922. Il piano, però, non avrebbe avuto successo senza
l’aiuto dato dalla debolezza del governo e dalla neutralità della monarchia. Decisivo fu, infatti, l’atteggiamento del
re Vittorio Emanuele III che, spaventato dal potere dei fascisti, si rifiutò di firmare il decreto per la proclamazione
dello stato d’assedio (28/10). Questo rifiuto aprì la via a Mussolini, che il 30 ottobre incontrò il re per chiedere di
formare un nuovo governo e il sovrano accettò la proposta.

Verso il regime.

Quando Mussolini salì al potere, non aveva la maggioranza alla Camera (solo 35 deputati fascisti). Nel dicembre 1922
fu istituito il Gran consiglio del fascismo, che aveva il compito di indicare le linee generali della politica fascista e
serviva da raccordo tra partito e governo. Nel gennaio del ’23 le squadre fasciste furono trasformate in Milizia
volontaria per la sicurezza nazionale e la repressione di qualsiasi forma di opposizione al Pnf fu resa “legale”. Le
conseguenze furono disastrose per il movimento operaio e gli scioperi diminuirono e anche i salari scendevano.

La compressione salariale fu una componente importante della politica economica del governo mussoliniano.
Durante questo periodo fu alleggerito il carico fiscale sulle imprese, privatizzato il servizio telefonico e contenuta la
spesa statale attraverso uno sfoltimento dei dipendenti pubblici. Questa politica liberale ottenne diversi successi tra
il ’22 e il ’25, come l’aumento della produzione e il bilancio dello Stato tornò in pareggio. Questi risultati rafforzarono
il governo e rinsaldarono i legami tra economia e fascismo.

Mussolini ottenne anche l’appoggio della Chiesa cattolica. Papa Pio XI, infatti, gli diede il merito di aver allontanato
la minaccia socialista. Mussolini, intanto, nel 1923 varò la riforma scolastica, che prevedeva l’insegnamento
obbligatorio della religione nelle scuole elementari. Nello stesso anno, inoltre, Mussolini impose le dimissioni dei
ministri popolari del governo.

Per ottenere la maggioranza parlamentare, Mussolini varò una nuova legge elettorale nel ’23. Questo decreto
permise ai fascisti, dopo aver sciolto la Camera (inizio ‘24), di vincere alle elezioni del ’24. Oltre alla legge, fu
fondamentale per la vittoria la violenza nei confronti degli avversari politici, sia durante la campagna elettorale che
nel corso delle votazioni. Il 6 aprile 1924 le “liste nazionali” ottennero, così, il 65% dei voti e più di tre quarti dei
seggi.

La dittatura a viso aperto.

Il 10 giugno 1924, il deputato socialista Giacomo Matteotti fu rapito e ucciso da un gruppo di squadristi; ciò perché
dieci giorni prima il politico aveva denunciato alla Camera le violenze dei fascisti durante le elezioni e la validità della
loro vittoria. Questa dichiarazione e la sua successiva scomparsa crearono sussulto nell’opinione pubblica e un senso
di indignazione verso il Pnf e Mussolini.

L’opposizione, però, era stata drasticamente ridimensionata durante le elezioni e l’unica iniziativa possibile per i
gruppi antifascisti fu quella di riunirsi separatamente, nella cosiddetta “secessione dell’Aventino”, che però
nonostante il significato ideale, era priva di efficacia pratica. Questi partiti, infatti, agitavano esclusivamente
l’opinione pubblica in merito alla “questione morale”, sperando in un intervento della corona e nello sfaldamento
della maggioranza fascista. L’ondata antifascista, però, si attenuò gradualmente.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini tenne un discorso in cui assunse la colpa dell’omicidio di Matteotti e minaccio di usare
la violenza contro qualsiasi forma di opposizione. Nei giorni successivi ci furono arresti, perquisizioni e sequestri
verso gli oppositori del fascismo. Questi eventi segnarono il passaggio a una vera e propria dittatura fascista. I
maggiori esponenti antifascisti, come Amendola e Gobetti, furono mandati in esilio e i quotidiani vennero
“fascistizzati”. Inoltre, nell’ottobre del 1925 fu firmato il patto di Palazzo Vidoni, con cui la Confindustria si
impegnava a riconoscere solo i sindacati fascisti per la tutela dei lavoratori.

Seguì un periodo caratterizzato dalla formazione di nuove leggi, le cosiddette “leggi fascistissime”, il cui maggiore
artefice fu il ministro della Giustizia Alfredo Rocco. Grazie ad esse furono rafforzati i poteri del capo del governo
(dicembre ‘25), ci fu una riforma delle amministrazioni locali che prevedeva l’abolizione dell’elettività dei sindaci e
dei consigli comunali (febbraio ‘26) e fu proibito lo sciopero attraverso la legge sindacale (aprile ‘26). Inoltre, in
seguito a un fallito attentato alla vita di Mussolini (novembre ‘26), aumentarono le misure repressive. Fu
reintrodotta la pena di morte e instaurato il Tribunale speciale; nel ’28 fu varata una nuova legge elettorale, che
prevedeva un sistema a lista unica e fu “costituzionalizzato” il Gran consiglio. Questa serie di riforme diede vita a un
regime a partito unico, in cui non vi era più la separazione dei poteri.

Il contagio autoritario.

Il successo del fascismo in Italia non fu un caso isolato. Negli anni ’20, infatti, il regime mussoliniano venne preso
come modello, alternativo a quello democratico-liberale, da parte di alcuni paesi europei. Primo tra tutti fu il caso
dell’Ungheria, in cui l’ammiraglio Horthy nel 1920 instaurò un regime rappresentativo, limitando fortemente le
libertà politiche e sindacali. In Polonia, invece, nel ’26 salì al potere l’ex socialista Pilsudski, che assunse
atteggiamenti autoritari. Anche in Austria ci fu un’involuzione autoritaria da parte di Dollfuss, che nel 1934, dopo
aver represso una rivolta operaia a Vienna varò una nuova costituzione.
Per quanto riguarda gli Stati balcanici, in Grecia fu istituito un regime repubblicano nel ’24; in Bulgaria ci fu colpo di
Stato militare nel ’23; e nella Jugoslavia, a causa di contrasti tra i diversi gruppi etnici, il re Alessandro I attuò nel
1929 un colpo di Stato, che però aggravò le tensioni sociali.

In Spagna tra il ’23 e il ’30 il generale Miguel Primo de Rivera, appoggiato dal re Alfonso XIII, impose un governo
semidittatoriale; anche in Portogallo Antonio de Oliveira Salzar instaurò un regime autoritario, interrotto dai militari
nel 1926.

Lo Stato fascista.

In Italia lo Stato fascista si era radicato nelle strutture giuridiche, fondate sulla negazione di ogni principio
democratico, e nelle sue manifestazioni esteriori. La caratteristica essenziale del regime era la sovrapposizione dello
Stato e del partito, al cui vertice vi era Mussolini, che era sia capo del governo che “duce” del fascismo.
Contrariamente agli altri regimi totalitari, il fascismo si era fin da subito inserito nell’apparato dello Stato. Per
trasmettere la sua volontà, inoltre, Mussolini si servì dei prefetti, funzionari pubblici che rappresentavano il governo,
della Polizia di Stato per controllare l’ordine pubblico e reprimere i dissensi, e della Milizia, che aveva funzione
decorativa e “ausiliaria”. Tutto ciò contribuì a estendere, fin dagli anni ’20, le dimensioni del partito e la sua presenza
nella società, a tal punto che l’iscrizione al partito era diventata una pratica di massa.

Oltre a ciò, il Pnf usava anche altri organismi, come l’Opera nazionale dopolavoro (organizzava attività per il tempo
libero dei lavoratori), i Gruppi universitari fascisti e l’Operazione nazionale Balilla (per i ragazzi tra 8 e 18 anni).
Tutte queste strutture contribuirono all’opera di fascistizzazione del paese.

Il fascismo, però, incontrò degli ostacoli, in particolare la Chiesa. Il 99% della popolazione era, infatti, cattolica e per
governare il fascismo doveva cercare un accordo per eliminare lo storico contrasto tra Chiesa e Stato. Le trattative,
condotte in segreto, culminarono con la firma dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, che si articolavano in tre
sezioni:
- Trattato internazionale  la Santa Sede riconosce lo Stato italiano e la sua capitale e lo Stato riconosce la
sovranità della Chiesa sullo “Stato della Città del Vaticano”;
- Convenzione finanziaria  l’Italia si impegnava a pagare al papa annualmente la somma stabilita dalla “legge
delle guarentigie” (1871).
- Concordato  regola i rapporti interni tra Chiesa e Regno d’Italia, intaccando il carattere laico dello Stato
(istruzione, matrimoni, esonero dal servizio militare per i sacerdoti, esclusione dei preti spretati dagli uffici
pubblici…).

I Patti Lateranensi rappresentarono per il Pnf un successo propagandistico, dimostrato dal risultato delle elezioni
plebiscitarie del marzo 1929, in cui l’afflusso fu del 90% e la vittoria del partito del 98% (anche se la libertà di scelta
dei votanti era assai limitata). Anche per la Chiesa l’accordo portò a un successo; infatti, nonostante avesse
rinunciato al potere temporale, l Chiesa acquisì una posizione privilegiata nei confronti dello Stato e rafforzò la sua
presenza nella società.

Un altro ostacolo per il fascismo era rappresentato dalla monarchia. Il re, infatti, continuava ad avere, per lo meno
sulle carte, l’autorità maggiore. Ciò significa che se il partito fosse entrato in crisi, le cariche maggiori sarebbero
automaticamente passate dalle mani di Mussolini a quelle del monarca.

Il totalitarismo italiano e i suoi limiti.

Durante il periodo fascista, l’Italia continuò a muoversi e svilupparsi come gli altri Stati dell’Europa occidentale, ma
con un ritmo più lento rispetto al ventennio presedente. La popolazione era incrementata, l’urbanizzazione si era
accentuata e i lavoratori agricoli erano in calo, mentre quelli dell’industria e del settore terziario crescevano. Ma
ciononostante, l’Italia rimaneva un paese fortemente arretrato, con un reddito medio inferiore a quello degli altri
paesi europei.

L’arretratezza civile ed economica della società italiana fu funzionale al regime fascista e alla sua ideologia. Il
fascismo, analogamente al nazismo, infatti, predicava il ritorno alle campagne e spingeva verso la ruralizzazione.
Inoltre, in accordo con la Chiesa, esaltava il matrimonio e la famiglia e incoraggiava l’incremento della popolazione.
Il fascismo si impegnò anche nell’ostacolare il lavoro delle donne e si oppose all’emancipazione femminile;
ciononostante, esistevano strutture organizzative (es. Massaie rurali) che si impegnavano nel ribadire la centralità
delle virtù domestiche e nell’esaltare l’immagine tradizionale della donna.

Benché il fascismo fosse legato ai valori tradizionali, era al contempo proiettato al futuro, impegnandosi nella
creazione di un “uomo nuovo”. Per realizzare questa utopia, il ritardo economico e culturale rappresentava un
ostacolo.

La scarsezza delle risorse impediva al regime si conquistare il consenso delle classi lavoratrici. Nel ’27 fu varata la
Carta del lavoro, che era un provvedimento stipulato per celare la scomparsa dei sindacati, la perdita di autonomia
organizzativa e contrattuale e il calo del 20% dei salari.

Per questa serie di motivi, la maggior parte dei consensi derivavano dallo strato medio della società. I ceti medi
potevano, infatti, trovare canali di ascesa sociale nella burocrazia e i loro valori coincidevano con quelli esaltati dal
fascismo. Perciò, si può affermare che la fascistizzazione fu un processo ampio, ma riguardò principalmente le classi
intermedie della società. Il regime, quindi, era riuscito a cambiare i comportamenti pubblici e le forme di
partecipazione collettiva, ma non aveva trasformato profondamente la mentalità e le strutture sociali.