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Presentazione

I modi e i luoghi del panico sono i più diversi: la paura dell’altezza,


della folla, dei luoghi chiusi, la paura di volare, di perdere le persone
care, degli ascensori, del proprio aspetto fisico. Questo libro spiega
l’innovativo modello terapeutico di Giorgio Nardone, che si è
dimostrato sul campo il più efficace tra quelli finora elaborati, e svela
i meccanismi che portano a questo tipo di patologia: una finestra
aperta sugli enigmi della mente umana. Il metodo si basa su un’idea
semplice ma efficace: conoscere un problema partendo dalla sua
soluzione. Invece di interessarsi al perché i disturbi vengono a
formarsi, Nardone si è interessato al come tali problematiche
funzionano e ha concentrato il suo lavoro sulle soluzioni.
Il protocollo si basa su raffinate tecniche di suggestione ipnotica,
trabocchetti comportamentali e «benefici imbrogli» che aggirano la
resistenza al cambiamento del paziente. Con risultati sorprendenti
per efficacia, brevità e bassi costi economici. La metodica viene
applicata in questo libro agli attacchi di panico, una patologia,
purtroppo, tra le più diffuse e invalidanti, che minaccia e
compromette la vita quotidiana, lavorativa o famigliare di moltissime
persone.

Giorgio Nardone, fondatore, insieme a Paul Watzlawick del Centro di


Terapia Strategica, è considerato l’esponente di maggior spicco della
Scuola di Palo Alto, conosciuto tanto per la sua creatività quanto per
il suo rigore metodologico, che gli ha permesso di inventare decine
di tecniche innovative e protocolli specifici di trattamento attraverso i
quali è giunto a finalizzare due suoi personali Modelli di intervento.
La Terapia Breve Strategica ©, per il trattamento di gravi patologie
psichiche e comportamentali; il Problem Solving & Coaching
Strategico ©, che si distingue per la sua capacità di effettivo
intervento ove la razionalità e le tecniche ordinarie non funzionano
nella soluzione di problemi manageriali, aziendali o di performance
sportiva.
Autore di numerose opere tradotte in molte lingue straniere, dirige
per Ponte alle Grazie la collana dei saggi di Terapia in tempi brevi.
Tra i suoi libri: Cavalcare la propria tigre; L’arte del cambiamento;
Paura, panico e fobie; Correggimi se sbaglio; Il dialogo strategico;
Cambiare occhi, toccare il cuore; Solcare il mare all’insaputa del
cielo; Gli errori delle donne; Problem solving strategico; Cogito ergo
soffro.
Saggi di Terapia Breve
collana diretta da Giorgio Nardone
Il nostro indirizzo Internet è:
www.ponteallegrazie.it

Per essere informato sulle novità


del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita:
www.illibraio.it

Ponte alle Grazie è un marchio


di Adriano Salani Editore S.p.A.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

In copertina: illustrazione di Peter Holt, In Two Minds


Grafica: GrafCo3

© 2003 Ponte alle Grazie srl - Milano


© 2012 Adriano Salani Editore S.p.A. – Milano
ISBN 978-88-6220-683-9

Prima edizione digitale 2012


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Prologo
Immaginate di essere da soli in mezzo a tanta gente: di colpo, come
fosse l’imboscata di un acerrimo nemico, sentite la vostra mente
sfuggirvi. Il cuore impazzito scalpita come uno stallone al galoppo.
La gola, riempita dall’aria come dalla piena di un fiume, soffoca. La
testa come sul ciglio di uno strapiombo oscilla di vertigine. La paura
dilaga in voi, volete fuggire ma non si può fuggire da se stessi, dalle
proprie sensazioni. La paura vi avvolge, vi strangola, cercate di
controllarla ma è lei che controlla voi. Vi sembra di impazzire e di
morire al tempo stesso. Di colpo una mano amica vi batte sulla
spalla: «Ciao amore, scusami per il ritardo». Come nuvole penetrate
dal sole il panico svanisce, ma ancora il sudore gelido sulla pelle vi
ricorda che non è stato solo un brutto sogno.
Benvenuti nel mondo del panico.
La paura di questo nemico d’ora in poi vi accompagnerà come
un’ombra sinistra, e più cercherete di cancellarla più vi ci perderete
dentro.
Ho utilizzato questo stratagemma letterario per far calare il lettore
nella drammatica realtà delle persone che soffrono di attacchi di
panico. Di solito, il problema viene minimizzato: «Non è niente, sei tu
che ti costruisci tutto. Non è una malattia fisica, è solo la tua paura».
Questa affermazione di buon senso popolare non tiene conto del
fatto che un male immaginario è peggiore di uno reale e può
diventare, nei suoi effetti, più reale di qualunque realtà.
La paura, essendo la più primitiva tra le nostre emozioni, quando
raggiunge i suoi estremi è la più concreta e reale delle nostre
sensazioni e coinvolge mente e corpo in una sequenza reattiva così
rapida da anticipare qualunque pensiero. Proprio per questo, quando
si è colti dal panico, come scrive E. Cioran, «i sotterfugi della
speranza sono altrettanto inefficaci degli argomenti della ragione».
Il fatto che questo tipo di patologia dilagante sia così pervasiva e
discriminante per il soggetto che ne è afflitto non sta tuttavia a
significare che sia una condanna dalla quale sia impossibile liberarsi.
L’obiettivo di questa esposizione è presentare al lettore in modo
chiaro e accessibile le conoscenze attuali relative al funzionamento
delle patologie da panico e, soprattutto, la terapia dimostratasi
concretamente efficace e rapida per il loro superamento.
La mia esperienza personale con migliaia di casi di panico tra i
quali molti pazienti con forme dichiarate «inguaribili», insieme ai
risultati della ricerca empirico-sperimentale, e il fatto poi che i modelli
di Terapia breve dei disturbi di ansia, fobie e ossessioni, messi a
punto presso il C.T.S. di Arezzo, siano utilizzati da anni con
successo in tutto il mondo, mi inducono a scrivere ancora una volta
sul tema. Lo scopo è di spiegare al grande pubblico che, per
risolvere questo drammatico problema che a volte persiste per tempi
lunghissimi, non sono necessarie costose e prolungate forme di
terapia ma può essere sufficiente un intervento terapeutico così
rapido e strategico da apparire quasi magico. Del resto, con le
parole di Arthur C. Clarke, «una tecnologia molto avanzata nei suoi
effetti non è dissimile da una magia».
Capitolo 1

La mente che si intrappola:


anatomia del panico

«Non può vivere senza timore chi è causa del suo timore».

Epicuro, Scatti morali

«Utopia nera, l’ansia soltanto ci fornisce ‘precisazioni’


sull’avvenire».

E. Cioran, Sillogismi sull’amarezza

Psicofisiologia del panico


Il panico, in quanto reazione psicofisiologica, può essere definito la
forma estrema della paura. Si tratta di una reazione innescata dalla
percezione attraverso i nostri sensi o, cosa da non sottovalutare, da
immagini mentali di tipo realistico o fantastico, che coinvolgono
l’intero organismo. Dalle zone più arcaiche del nostro cervello fino
alle componenti più evolute della nostra mente; dalle parti più
viscerali alle zone più periferiche del nostro corpo. I parametri
generalmente utilizzati per misurare l’attivazione dell’organismo –
battito cardiaco, ritmo respiratorio, sudorazione, riflesso
psicogalvanico – vanno alle stelle. Di solito è proprio questa rapida
escalation di eventi che porta alla sensazione di perdita totale di
controllo. A questa esperienza, che come una lama affilata apre uno
squarcio nel senso di sicurezza del soggetto, si associa
immediatamente la paura di morire o di impazzire o, comunque, di
essere posseduti da una forza oscura che conduce a fare cose al di
là della propria volontà. La combinazione tra le sensazioni concrete
propriocettive e le attribuzioni di senso nella loro reciproca e
circolare interazione conduce gradatamente allo strutturarsi del
circolo vizioso della paura patologica. In altri termini, le sensazioni di
alterazione che la persona prova innescano pensieri e convinzioni
minacciosi, questi retroagiscono veicolando nell’organismo ulteriori
reazioni di allarme che conducono ad ancora maggiori alterazioni
psicofisiologiche; queste ultime alimentano ulteriormente le
terrorizzanti forme di attribuzione di significato a ciò che sta
accadendo. Tale dinamica circolare conduce al «tilt» mentale e
psicofisiologico che è l’attacco di panico.
Oltre che attraverso i puntuali resoconti dei pazienti, i quali
descrivono lucidamente tale escalation dalla paura al panico,
recentemente questo processo di interazione tra la mente e le
reazioni fisiologiche è stato osservato anche grazie alle misurazioni
in laboratorio delle attività cerebrali sottoposte a impulsi terrorizzanti.

Il grafico di Dennis S. Charney, ricercatore del National Institute of


Mental Health, il centro all’avanguardia mondiale per lo studio dei
fenomeni mentali, descrive chiaramente cosa avviene durante una
manifestazione di intensa paura.

L’anatomia del panico


COSA LA SCATENA Quando i sensi colgono un pericolo – un
rumore improvviso, una immagine paurosa, una sensazione
sgradevole – le informazioni prendono due diverse strade
attraverso il cervello:

A. LA SCORCIATOIA Il cervello attiva automaticamente un


dispositivo di emergenza, la amigdala. Una volta attivata, essa
invia l’equivalente di un bollettino che allerta tutte le altre
strutture cerebrali. Il risultato è la classica reazione di paura:
sudorazione delle mani, tachicardia, aumento della pressione
sanguigna e una scarica di adrenalina. Tutto questo accade
prima che la mente si renda conto di aver sentito o toccato
qualcosa. Prima di sapere perché hai paura, tu la provi.
B. LA STRADA PRINCIPALE Solo dopo che la risposta alla
paura è attivata, la mente cosciente entra in funzione. Alcune
informazioni sensorie, piuttosto che viaggiare direttamente
verso l’amigdala, prendono una rotta più circolare, fermandosi
prima al talamo – il centro che elabora i sintomi sensori – e poi
alla corteccia – lo strato esterno delle cellule cerebrali. La
corteccia analizza i dati grezzi che entrano attraverso i sensi e
decide se essi richiedono una risposta di paura. Se sì, la
corteccia manda un segnale all’amigdala e il corpo viene
allertato.

1 Stimoli uditivi e visivi reali o immaginari


Le visioni e i suoni sono elaborati dal talamo, che filtra gli
impulsi in entrata e li devia direttamente all’amigdala o alle
appropriate parti della corteccia.

2 Stimoli olfattivi e tattili reali o immaginari


Le sensazioni olfattive e tattili attraversano il talamo dirigendosi
direttamente verso l’amigdala. Quindi gli odori possono
provocare ricordi o sensazioni più forti di visioni e suoni.

3 Il talamo
Analizza gli impulsi visivi in entrata per dimensione, forma e
colore, e gli impulsi uditivi per volume e contrasto, quindi invia il
segnale alle relative parti della corteccia.
4 La corteccia
Dà il naturale senso della visione e del suono, permettendo al
cervello di diventare cosciente di ciò che viene visto o udito.
Agendo su una regione, la corteccia prefrontale, si può
interrompere la reazione dell’ansia.

5 Amigdala
Centro emozionale del cervello, l’amigdala ha il ruolo primario di
avviare la reazione della paura. Le informazioni che
l’attraversano hanno un significato emozionale.

6 Nucleo base del terminale striato


Se l’amigdala scatena un’immediata esplosione di paura, il
nucleo perpetua quella reazione, causando il disagio di lunga
durata tipico dell’ansia.

7 Locus coeruleus
Riceve segnali dall’amigdala ed è responsabile di molte
manifestazioni tipiche dell’ansia: tachicardia, aumento della
pressione, sudorazione e dilatazione delle pupille.

8 Ippocampo
È il centro della memoria, vitale per immagazzinare le
informazioni provenienti dai sensi, caricate dal bagaglio
emozionale ricevuto durante il loro percorso attraverso
l’amigdala.
...E COME REAGISCE IL CORPO
Mettendo il cervello in allerta, l’amigdala scatena una serie di
cambiamenti chimici e ormonali che mettono l’intero organismo
nella modalità di allerta.

Incremento dell’ormone stress


Rispondendo ai segnali dell’ipotalamo e della ghiandola
pituitaria, le ghiandole surrenali secernono alti livelli di cortisolo.
Troppo cortisolo mette in cortocircuito le cellule dell’ippocampo,
rendendo difficile l’organizzazione della memoria di un trauma o
di un’esperienza stressante. I ricordi perdono coerenza e
diventano frammentari.

Aumento del battito cardiaco


Il sistema nervoso simpatico del corpo, responsabile del battito
cardiaco e del respiro, compie un superlavoro: il cuore batte più
forte, la pressione del sangue aumenta, i polmoni iperventilano.
Aumenta la sudorazione e persino le terminazioni nervose sulla
pelle entrano in azione, provocando la cosiddetta pelle d’oca.

Aggressione o fuga
I sensi diventano iperattivi, alla ricerca di nuove potenziali
minacce. L’adrenalina si scarica verso i muscoli preparando il
corpo a combattere o a fuggire.

Arresto della digestione


Il cervello smette di pensare alle cose che danno piacere,
concentrandosi sui potenziali pericoli. Per evitare di perdere
energie nella digestione, induce il corpo a svuotare il tratto
digestivo attraverso il vomito involontario, l’urinamento e la
defecazione.

Queste ricerche – con tutti i limiti dell’ancora scarsa conoscenza


del funzionamento del sistema nervoso centrale e delle sue
complesse funzioni – mostrano come i centri deputati alle reazioni
emozionali, ovvero la mente più arcaica e primitiva, e i centri
deputati al ragionamento e alle decisioni logiche, ovvero la mente
più moderna ed evoluta, interagiscano durante la reazione di panico.
Tuttavia le reazioni psicofisiologiche di allarme dell’organismo tipiche
della paura scattano prima, e in maniera autonoma, dell’attivazione
delle zone più evolute del cervello. Ciò significa che la prima
sensazione di paura è molto più rapida di ogni nostro pensiero ed
elaborazione mentale. Questo, come ci insegnano i biologi, di fronte
a un pericolo scatena quelle reazioni immediate che spesso ci
salvano la vita, ed è quindi un dispositivo naturale che sarebbe
decisamente rischioso non possedere. Quando la nostra mente
moderna ed evoluta scambia tale sano dispositivo per qualcosa di
pericoloso, poiché scatta al di fuori del suo controllo, ecco innescarsi
l’escalation che conduce al panico. La mente intrappola se stessa. Al
punto che di solito dopo le prime esperienze di panico all’organismo
non sono più necessari stimoli esterni per innescare quella catena di
eventi psicofisiologici e la nostra mente può fare tutto da sola. È
sufficiente un’immagine mentale per indurre le emozioni e le reazioni
fisiologiche che conducono all’attacco di panico. La mente, in altri
termini, scava la trappola nella quale poi si infila e dalla quale non
riesce più a uscire: diviene vittima e aguzzino al tempo stesso.
Come scrive Rawling, «legàti da vincoli invisibili alle nostre paure,
siamo, al tempo stesso, burattini e burattinaio, vittime delle nostre
aspettative».

La trappola mentale
Molti sono gli studi che cercano di spiegare tale fenomeno,
all’apparenza bizzarro ma così devastante nei suoi effetti. Come
sempre, i ricercatori si dividono tra le prospettive biologiste e quelle
ambientaliste, ossia tra coloro che ritengono la paura patologica
un’ineluttabile caratteristica ereditaria del soggetto, dovuta alle sue
particolari dotazioni biologiche, e coloro che ne indicano la causa nel
contesto socio-familiare dell’individuo.
Questa contrapposizione si ritrova nella spiegazione della
maggioranza delle caratteristiche umane, come l’intelligenza o il
carattere, ma anche in questo caso le due antitetiche posizioni
teoriche appaiono più ideologiche che scientifiche.
Ciò che appare evidente è che nel disturbo da panico sono
implicate sia dinamiche puramente psicologiche sia reazioni
biologiche e fisiologiche, come accade per qualsiasi interazione con
noi stessi e con il mondo che ci circonda. Cercare di trovare una
causa primaria per un processo interattivo complesso è quindi una
forma di fuorviante riduttivismo che di scientifico ha ben poco, anche
se può stimolare l’umana illusione di trovare una spiegazione
definitiva a tutto. Inoltre, il più delle volte la conoscenza delle cause
di un problema non aiuta a trovare la sua soluzione, poiché
quest’ultima non scaturisce dallo studio di cause pregresse ma
dall’osservazione del problema nel suo funzionamento (Nardone,
1993). Il passato non si può cambiare, né in termini biologici né
psicologici. Questo tema sarà esaminato nei capitoli dedicati al
trattamento dei disturbi da panico.
Inoltre chi soffre di attacchi di panico ha paura di ciò che può
accadere, non di ciò che è accaduto: la fobia influenza azioni e
pensieri riguardanti il futuro, piuttosto che il passato.
Il fobico cerca continuamente di controllare o evitare le condizioni
nelle quali si può scatenare l’escalation dalla paura al panico, ed è
proprio questo tentativo di controllo che paradossalmente conduce
alla perdita di controllo. Nell’intento di controllare le proprie reazioni,
il soggetto rivolge continuamente la propria attenzione all’ascolto dei
parametri fisiologici che indicano l’innalzarsi del livello dell’ansia
(battito cardiaco, ritmo respiratorio, senso di equilibrio, lucidità
mentale, ecc.), ma poiché essi sono funzioni spontanee
dell’organismo, il loro controllo razionale ne altera la naturale
espressione. Il soggetto percepisce questa alterazione e si
spaventa; i parametri fisiologici si alterano ulteriormente, la paura
aumenta e, se questo circolo vizioso di interazione disfunzionale tra
mente e corpo non viene interrotto, si giunge all’attacco di panico.
Per rendere più chiaro tutto ciò invito il lettore a provare ad
ascoltare attentamente il proprio battito cardiaco con l’intento di
regolarizzarlo: dopo un po’ questo, invece di regolarizzarsi, si
altererà, dando una sensazione pressoché immediata di leggera
paura. Oppure, mentre scendete una rampa di scale, concentratevi
sul mantenimento dell’equilibrio, facendo attenzione a non tenervi
troppo in avanti o indietro, mettendo bene i piedi in sequenza un
passo dopo l’altro: presto avvertirete una sensazione di vertigine e di
perdita dell’equilibrio. Con questi semplici esperimenti chiunque può
constatare che un tentativo di controllo volontario di funzioni
fisiologiche o di azioni divenute spontanee per ripetizione, induce
minacciose alterazioni, le quali a loro volta innescano l’escalation
della paura.
Questa dinamica traspare ancora più chiaramente quando si
effettua una controprova sperimentale: se durante l’episodio di
panico accade qualcosa di esterno al soggetto, come ad esempio un
tamponamento tra due auto o più semplicemente l’arrivo di una
persona inaspettata, l’escalation si blocca. In altri termini, se accade
qualcosa di sorprendente che attira l’attenzione dell’individuo
spostandola dall’ascolto di sé e delle proprie reazioni a qualcosa di
esterno, il circolo vizioso che conduce all’attacco di panico si
disinnesca. Come vedremo, questa rilevazione fu, già quindici anni
orsono, fondamentale per la messa a punto delle prime forme di
terapia breve focale di questa patologia (Nardone, 1988).
Quarantadue pazienti affetti da forme gravi di attacchi di panico con
agorafobia – l’incapacità di stare in un luogo o di muoversi da soli –
furono guidati a superare il loro disturbo semplicemente tramite un
programma terapeutico basato sulla graduale esposizione a
situazioni spaventose affrontate grazie a stratagemmi terapeutici che
spostavano l’attenzione del soggetto sull’esecuzione di particolari
sequenze di azioni rituali: il «solcare il mare all’insaputa del cielo»
dell’antico libro cinese degli stratagemmi.
Da allora i casi studiati e poi trattati con successo da me e dai miei
collaboratori presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo sono
oltre 4000, di età, provenienza sociale e nazionalità diverse.
Ciò che emerge chiaramente dal resoconto dei soggetti è che la
paura patologica scatta non appena essi concentrano la loro
attenzione sull’ascolto di se stessi e sul controllo delle proprie
funzioni e reazioni. Sono persone che cadono costantemente nella
trappola paradossale del controllo che fa perdere il controllo: la
mente non può controllare il proprio funzionamento mentre sta
funzionando, gli occhi non possono guardarsi mentre stanno
guardando.
Ulteriore, anche se sorprendente, riprova di ciò è l’effetto positivo
di una delle strategie terapeutiche messe a punto per il trattamento
dei disturbi connotati da attacchi di panico: il paradosso di
amplificare la paura per limitarla, cioè lo sforzo mentale volontario
del soggetto per aumentare, invece di ridurre, le sensazioni che lo
spaventano.
Il prodotto di tale paradossale reazione nei confronti della paura,
infatti, è l’annullamento della stessa. Ciò può apparire al lettore
decisamente illogico ma, come sarà spiegato ancora più
chiaramente nei capitoli dedicati alla terapia, l’utilizzo volontario di
una reazione paradossale nei confronti dei momenti di panico blocca
l’escalation della paura, poiché questa, come precedentemente
descritto, è provocata dal fallimentare tentativo di controllo operato
dal soggetto. In altre parole, un paradosso viene annullato da un
altro, volontario paradosso. È ciò che già Ippocrate 2500 anni fa
descriveva con la massima «similia similibus curantur», e che nel
Libro cinese degli stratagemmi viene definito metaforicamente
«spegnere il fuoco aggiungendo la legna».
Del resto questo fenomeno appare estremamente limpido nella
sua apparente assurdità, poiché, così come la mente inganna se
stessa quando innesca il circolo vizioso di percezioni minacciose e
reazioni paurose che si alimentano a vicenda sino al panico,
l’autoinganno terapeutico di alimentare volontariamente ciò che
verrebbe spontaneamente da ridurre cortocircuita il processo in
corso azzerandone gli effetti. Ciò significa che per annullare un
autoinganno patogeno è necessario un autoinganno terapeutico che
conduca il primo, esasperandolo parossisticamente,
all’autodistruzione. Certo, come vedremo, non è assolutamente
facile indurre un soggetto terrorizzato dagli attacchi di panico ad
alimentarli per ridurli, ma proprio a questo fine è stato messo a punto
un programma terapeutico specifico e graduale, che verrà illustrato
più avanti.
Per quanto riguarda l’argomento di questo capitolo, cioè
l’anatomia funzionale degli attacchi di panico, è importante
sottolineare che una soluzione che funziona descrive il problema che
ha risolto. Se poi la stessa tipologia di soluzione viene applicata a un
gran numero di individui con lo stesso problema e, come accade alla
nostra équipe, funziona da anni nella gran parte dei casi, la sua
struttura indica, empiricamente e sperimentalmente, la struttura del
problema affrontato e risolto.
La metodica del «conoscere un problema mediante la sua
soluzione» rappresenta la punta di diamante della ricerca scientifica
avanzata, poiché garantisce rigore e al tempo stesso efficacia nella
messa a punto delle tecniche orientate alla soluzione di particolari
problemi. Questo è il metodo che mi ha guidato sin da principio nello
studio della paura patologica e del suo trattamento e che ha
condotto, durante un decennio di duro e meticoloso lavoro, alla
definizione di terapie rapide, efficaci, e contemporaneamente a una
conoscenza approfondita del fenomeno.

La trappola delle reazioni

Possiamo dunque definire l’attacco di panico come una paradossale


escalation di sensazioni di paura e tentativi di controllo che nella loro
interazione finiscono per intrappolare la mente, che si costruisce
essa stessa i mostri dei quali ha paura.
Ma purtroppo il problema non si limita di solito a questa già
complicata e invalidante condizione, poiché la persona intrappolata
nella paura patologica, tentando di limitarne gli effetti, mette in atto
un repertorio di scelte che finisce per complicare ulteriormente il
problema e gli effetti del disturbo. L’osservazione empirica e
l’esperienza clinica riportano due tipici copioni comportamentali che
si abbinano al già descritto circolo vizioso di percezioni e reazioni
interne: la tendenza a evitare la situazione associata all’attacco di
panico e la costante ricerca di aiuto e protezione da parte di altre
persone. Come sarà chiaro al lettore, lungi dal ridurla, queste due
modalità di gestione della paura la alimentano in maniera altrettanto
forte quanto le dinamiche precedentemente descritte.
Se una persona associa la paura dell’attacco di panico a una
situazione, che sia per esperienza diretta o semplicemente per la
supposta pericolosità della circostanza, di solito tende a evitarla. Ma
il fatto stesso di aver evitato la situazione temuta conferma sia la sua
pericolosità, sia la sensazione di inadeguatezza del soggetto,
aumentando la paura della volta successiva. Ciò significa che ogni
sviamento ne prepara uno successivo, sino al costituirsi di una
catena di sviamenti che conduce l’individuo alla completa incapacità
di esporsi a situazioni prefigurate come minacciose. Anche in questo
caso abbiamo a che fare con l’irrigidirsi in una strategia che provoca
un doppio effetto: dapprima dà la sensazione di salvezza dal panico
incalzante, poi alimenta l’idea di non essere in grado di affrontare la
situazione evitata. Questo secondo effetto, fuga dopo fuga, produce
una sfiducia generalizzata del soggetto rispetto alle proprie risorse.
Sulla base di questa disistima delle proprie capacità, egli eviterà
sempre più di esporsi a situazioni di eventuale rischio, sino alla
totale inazione.
Siamo ancora una volta di fronte a un circolo vizioso di percezioni
minacciose seguite da reazioni fallimentari di gestione della paura,
che conduce al costituirsi della patologia. Inoltre, anche in questo
caso una reazione naturalmente sana come l’evitare il pericolo, se
accompagnata dalle distorsioni nella percezione prodotte da un
controllo scorretto della paura, si evolve in un quadro patogeno e
patologico di cognizioni e comportamenti. È il tentativo razionale di
controllare e gestire la paura che finisce per alimentarla. In altre
parole, dal logico si giunge all’illogico.
Non è dunque un caso che, come vedremo, le più rapide ed
efficaci tecniche terapeutiche prevedano un percorso inverso:
dall’«apparentemente illogico» al logico (Da Costa 1989, Elster
1979-85, Vaihiinger 1986).
La riprova empirica la offrono gli studi di Barlow (1990). Questo
autore, ritenuto uno dei maggiori studiosi delle patologie fobiche,
dopo aver analizzato tutte le ricerche relative ai trattamenti afferma
che ad accomunare tutte le terapie che funzionano è il fatto che
queste obbligano il soggetto affetto da attacchi di panico a esporsi a
tutte le situazioni che normalmente evita, insegnandogli a calarsi
volontariamente nelle peggiori fantasie fobiche per imparare a
gestire le proprie reazioni.
Ancora una volta lo studio attento di ciò che è efficace per
risolvere un problema ci permette di comprenderne il funzionamento.
Tuttavia, gli studiosi di tradizione puramente cognitivo-
comportamentale, come appunto Barlow e Marks (1978-1998), che
restano comunque punti di riferimento essenziali per lo studio della
paura e del panico, tendono a rimanere troppo rigidamente legati a
una visione della paura patologica come disturbo da affrontare
grazie a forme di addestramento prevalentemente razionale e
consapevole. Ma, abbiamo visto, il problema della paura scatta
prima e indipendentemente dalla volontà del soggetto. Essi tendono
inoltre a sottovalutare l’altro fondamentale copione patogeno messo
in atto dai soggetti affetti da attacchi di panico: cioè la costante e
reiterata richiesta di aiuto sino alla totale dipendenza da altri
individui, che diventano il fondamento del loro senso di sicurezza e
di protezione.
Il soggetto che ha completamente perso la fiducia nelle proprie
capacità di fronteggiare le situazioni che considera critiche addossa
ad altri la responsabilità di aiutarlo, intervenendo prontamente nel
caso di un attacco di panico o rassicurandolo con la loro presenza
per prevenire l’innescarsi del fenomeno. Così, in genere, chi è affetto
da questo disturbo struttura legami affettivi morbosi e relazioni
amicali fondati sul fatto che l’altro, conoscendone i limiti, si ponga nei
suoi confronti in maniera protettiva. La relazione con gli altri risulta
perciò viziata dalla paura e dalla conseguente necessità di sentirsi
protetto. Il soggetto, delegando ad altri la sua sicurezza personale,
rinuncia a confrontarsi con i propri limiti.
Questa tipologia di relazione offre sì immediata protezione, ma al
tempo stesso conferma al soggetto la sua incapacità e
inadeguatezza. Il crescente senso di sfiducia nelle proprie risorse fa
crescere anche la paura, che gradatamente si generalizzerà
divenendo la percezione dominante della realtà. È chiaro che man
mano che tale percezione si amplifica, maggiori saranno le richieste
di aiuto e protezione e queste, retroagendo come descritto,
alimenteranno ancor di più il terrore di essere soli. Se non viene
interrotta, tale spirale perversa di interazione tra il soggetto e le
persone intorno a lui conduce alla totale dipendenza e incapacità sia
di stare da soli che di affrontare qualunque ostacolo. Come afferma
Honoré de Balzac, «la rinuncia è un suicidio quotidiano».
Anche in questo caso, se si riesce, sempre mediante sottili
stratagemmi terapeutici, a indurre il soggetto iperdipendente dagli
altri a bloccare tale tendenza, questi riscoprirà rapidamente le
proprie capacità. Iniziando ad affrontare autonomamente situazioni
sino ad allora gestite grazie alla protezione altrui, si renderà conto di
avere più risorse del previsto. Questa esperienza, emozionalmente
sorprendente, come un effetto valanga che innesca una catena di
eventi progressivamente più ampi e irrefrenabili, normalmente porta
sino al recupero dell’autonomia personale.
Ciò detto, dovrebbe apparire chiaro che il disturbo da panico
coinvolge non solo meccanismi psicofisiologici ma anche strategie di
azione personali e tattiche di interazione sociale. Ne consegue che
questa patologia non può essere descritta come un fenomeno da
laboratorio, composta semplicemente da stimoli e risposte. Né può
essere valutata come un puro fenomeno comportamentale o
cognitivo, in quanto il suo innescarsi muove da percezioni e reazioni
antecedenti alle funzioni cognitive. Queste ultime, semmai,
costituiscono degli ulteriori fattori di complicazione del problema, se
vanno nelle direzioni descritte.
Pertanto una valutazione attenta, frutto di una prolungata ricerca
empirica sperimentale comprovata dai risultati della sua
applicazione, indica che la paura patologica è un complesso
processo interattivo che implica sia la sfera della relazione tra il
soggetto e se stesso che la relazione tra questi, gli altri e il mondo
circostante. Le tre dimensioni sono connotate da specifici modelli
dello stesso tentativo disfunzionale di controllare la paura, che
finisce per alimentarla invece di ridurla. La sommatoria interattiva
delle tentate soluzioni fallimentari nelle tre sfere della vita del
soggetto, nella loro ripetizione, conduce alla costituzione della
sindrome da attacchi di panico.
Come già illustrato dieci anni fa a seguito di un rigoroso studio di
152 casi (Nardone 1993), il disturbo prende avvio dal primo e di
solito piccolo momento critico che schiude al soggetto la percezione
di perdita del controllo. A quello seguono i tentativi di controllo delle
proprie reazioni, che incrementano, invece di ridurle, tali sensazioni
iniziali.

Modello circolare della persistenza della sindrome da panico

Sulla base di ciò la persona inizia a mettere in atto il copione di


elusione e la tattica della richiesta di aiuto diretta o indiretta. Queste
strategie, alimentando il senso di insicurezza del soggetto rispetto
alle proprie risorse, rafforzano piuttosto che diminuire la percezione
delle minacce. Se la persona procede per qualche mese con questa
sequenza circolare di modalità di percezioni e reazioni
autoconvalidanti, giungerà alla costruzione della trappola dalla quale
non potrà più uscire con le proprie forze.
Il disturbo da attacchi di panico, pertanto, si costruisce
gradatamente, in seguito alla interazione prolungata di strategie
ridondanti messe in atto per combattere la paura e che
paradossalmente finiscono per renderla più forte e dilagante. Ciò
sfata la convinzione popolare e letteraria che ogni paura patologica
derivi da un grave trauma realmente vissuto. Come scrive E. Cioran,
«il pauroso prima edifica i suoi timori, poi vi ci si installa sopra».
Tuttavia, a questo punto il lettore può legittimamente domandarsi:
Come mai l’individuo mette in atto tale processo autodistruttivo?
Come mai, avvertendo che la situazione peggiora, non interrompe
il circolo vizioso?
In altri termini, se «errare è umano, ma perseverare è diabolico»,
a uno sguardo ingenuo può apparire stupido che il soggetto insista
nel mettere in atto un dispositivo che non funziona.
Questo è anche il dilemma che la descrizione meramente
fisiologica e biologica del panico non riesce a risolvere. Dopo aver
individuato i canali cerebrali del fenomeno e il suo processo
sequenziale, gli studiosi di questo orientamento non riescono a
spiegare perché la mente si intrappoli dentro false percezioni che
innescano l’escalation, sino all’estremo «tilt» rappresentato
dall’attacco di panico.
L’osservatore ingenuo e lo scienziato riduttivista non riescono a
cogliere le dinamiche di autoinganno della mente umana, e la sua
capacità di costruire realtà fittizie che producono effetti concreti. Se
si assume questa prospettiva, che contempla non solo sequenze
logiche ordinarie ma anche fenomeni paradossali e dinamiche di
logica non ordinaria, la spiegazione del «come» il soggetto si
costruisce la trappola dalla quale non riesce più a uscire appare
piuttosto chiara.
Quando l’individuo ha la percezione della paura, le sue reazioni
immediate e naturali sono quelle orientate all’autopreservazione: la
fuga da ciò che lo minaccia, la ricerca di protezione, la lotta contro
ciò che lo spaventa. Queste reazioni sono strategie efficaci contro la
paura; è il loro esasperarsi e il loro generalizzarsi che le rende
patogene. In altri termini, qualcosa che fa bene si trasforma, per
sovradosaggio, in qualcosa che fa male. Il paradosso logico
rappresentato dalla paura patologica, come apparentemente
inspiegabile fenomeno della mente che inganna la mente stessa, sta
proprio in ciò. Reazioni naturali di regolazione dell’emozione
«paura», irrigidendosi come copione strategico, si trasformano in ciò
che la sregola, sino alla perdita del controllo.
Per essere ancora più chiari, ciò che induce la persona a
generalizzare le strategie del controllo razionale delle proprie
reazioni, dell’elusione e della richiesta di aiuto, è il fatto che
inizialmente o nell’immediato queste funzionano bene. La loro
efficacia a breve termine si trasforma poi, grazie alla loro reiterata
esasperazione, nel contrario. Il soggetto percepisce le tre soluzioni
come benefiche e non pericolose. Inoltre, si deve considerare che
chi vive nella paura raramente riesce ad avere una visione strategica
a lungo termine. Egli combatte nell’immediato, tamponando
continuamente le falle che si aprono nella sua capacità di controllare
se stesso e il mondo circostante. La sua ottica è focalizzata sul
breve termine, e ciò gli impedisce di vedere che le sue strategie per
combattere la paura, se generalizzate come modello percettivo e
reattivo, si trasformano da riduttore in alimentatore della sua
percezione fobica.
Quindi, la risposta alle due domande precedenti è che la mente,
reagendo rapidamente alla paura, tende a utilizzare ciò che ha già
funzionato altre volte per ridurla. Purtroppo tali reazioni immediate,
proprio per la loro momentanea efficacia, tendono a irrigidirsi come
copione di risposta. Come già illustrato, le ripetizioni prolungate di
tale pattern di percezioni e reazioni conducono alla paradossale
trappola del panico, laddove è proprio il tentativo esasperato di
avere il controllo a far perdere il controllo.
In altri termini, chi soffre di attacchi di panico è vittima
dell’apparente successo delle sue strategie per combattere la paura.
Non è uno stupido che non capisce che si sta scavando da solo la
fossa, ma una persona che cade nella trappola creata dalla sua
intelligenza.
Non a caso, la maggioranza delle persone che soffrono di disturbi
da panico sono molto intelligenti e sensibili, nonché decisamente
capaci nella vita personale e professionale, se si escludono i
momenti di crisi. Ed è proprio il loro essere persone dotate che ne
rende spesso difficile il trattamento, poiché, come è ben noto, più
una persona è intelligente meno è disposta a cambiare le proprie
strategie di azione, spesso anche quando sono divenute
controproducenti. Si affida raramente alla guida altrui e cerca di
gestire comunque le situazioni, e questo incrementa la sua
resistenza al cambiamento. È per questo che la terapia realmente
rapida ed efficace di un disturbo da panico prevede nelle prime fasi
di aggirare la resistenza al cambiamento tipica del complesso circolo
vizioso emotivo, mentale e comportamentale che sostiene e
alimenta il problema.
Per concludere questo capitolo dedicato alla descrizione di come il
disturbo da attacco di panico si innesca e funziona, è importante
un’ultima osservazione che potrà apparire altrettanto sorprendente
quanto alcune affermazioni esposte sin qui: l’attacco di panico, come
puro fenomeno fisiologico a sé stante, non esiste. In altri termini
esso non è una realtà distinta da altre realtà, ma appare solo e
soltanto in relazione ad altre dimensioni dell’esperienza umana.
Ciò significa che il processo fin qui descritto, che conduce alla
formazione e alla persistenza del disturbo, richiede, per innescarsi,
che la persona percepisca l’allarme iniziale che scatena tutta la
sequenza di tentate soluzioni disfunzionali. Questa prima
esperienza, così come le successive, prodotte dall’interazione tra i
tentativi fallimentari di soluzione e l’alimentarsi del problema, sono
sempre frutto di una dinamica interattiva tra soggetto e realtà,
esterna e interna. Pertanto l’attacco di panico è prima di tutto un
fenomeno percettivo che innesca una catena di eventi interattivi tra
le percezioni e le reazioni messe in atto dall’individuo per difendersi
dal pericolo. Il prodotto finale di questa sequenza a spirale è una
realtà virtuale che però produce effetti reali, uno spaventoso mostro
mentale costruito e poi subito, un male immaginario che nei suoi
effetti è più concreto dei mali reali concretamente tangibili.
L’attacco di panico quindi non è nemmeno un disturbo specifico
frutto di una singola patologia, ma piuttosto l’estrema espressione
sintomatica di tutta una serie di patologie diverse. Come vedremo
nel prossimo capitolo, infatti, gli attacchi di panico possono essere
causati da una singola fobia come da una patologia fobica
generalizzata, da una ossessione come da una paranoia, da una
fissazione ipocondriaca come da una crisi depressiva. Questo
elenco potrebbe essere molto più esteso, tanto che la diagnosi
differenziale di attacchi di panico non esiste nemmeno nel manuale
diagnostico dei disturbi mentali (D.S.M. IV T.R.), proprio perché
questo disturbo appare sempre in relazione ad altre patologie, anche
di tipo non prettamente fobico. Tuttavia, il termine è divenuto così
popolare che, non solo si rileva sempre più sovente la generica
diagnosi di attacco di panico come etichetta per tutta una serie di
differenti disturbi, ma se ne fa ormai uso comune tra le persone per
riferirsi a momenti di crisi. Persino l’Organizzazione Mondiale della
Sanità ha definito gli attacchi di panico la più importante patologia
umana, dichiarando che circa il 20% delle persone ne soffre o ne ha
sofferto. Il paradosso diagnostico è dunque rappresentato dal
riferimento costante a una patologia come se questa fosse qualcosa
a sé stante, che nasce, si sviluppa e si mantiene indipendentemente
da altre realtà. Invece, il disturbo da attacco di panico è l’effetto di
una catena interattiva di eventi collegati e interdipendenti. Tale
ingenua e superficiale valutazione non crea solo problemi di rigore
diagnostico, ma soprattutto pericolose credenze in merito al
trattamento terapeutico. Se infatti assumo questa prospettiva
riduttiva posso illudermi di superare il disturbo con momentanei
tamponi sedativi delle mie reazioni, mentre se ne considero la
complessità devo prendere in considerazione un trattamento che
coinvolga cambiamenti nel modo di percepire e gestire la realtà, da
un punto di vista personale e interpersonale. Non è un caso che il
termine «attacchi di panico» sia stato introdotto nella letteratura
psichiatrica dopo che una potente casa farmaceutica aveva messo a
punto un farmaco per l’appunto definito antipanico, che è poi
diventato il best-seller mondiale dei farmaci.
Purtroppo, sulla scia di tutto ciò, il più delle volte il trattamento
iniziale di un disturbo da panico è proprio il ricorso a farmaci
tampone della reazione. Come mostrano le ricerche sulla efficacia
terapeutica (Marks 1998, Barlow 1990, Nardone 1993, Rovetto
1995, Hubble, Duncan, Miller 1999), tale intervento, se non
associato a una terapia psicologica mirata, il più delle volte è
efficace solo inizialmente, per poi perdere pressoché totalmente i
suoi effetti terapeutici. L’uso del tampone farmacologico per l’ansia si
trasforma anch’esso dopo qualche tempo in una tentata soluzione
che alimenta piuttosto che ridurre il problema, poiché abitua la
persona a delegare al farmaco la sua capacità di resistere alle
reazioni di panico. La paura, o si supera in prima persona, o non si
supera. Nessuno può affrontare la paura che proviamo al posto
nostro, nemmeno un farmaco. La ripetizione nel tempo di tale
processo di delega, infatti, funziona come la dinamica della richiesta
di aiuto e protezione precedentemente descritta, incentivando la
sfiducia nelle proprie risorse personali. Quindi, ancora una volta, ciò
che dapprima riduce il disturbo, in seguito nel suo ripetersi nel tempo
ne produce l’incremento. È davvero importante tenere presente che
il disturbo da panico deve essere considerato un fenomeno effetto di
una sequenza interattiva tra percezioni e reazioni fisiologiche e
mentali, seguite da copioni di azione e pensiero. Una volta
costituitosi il circolo vizioso di reciproca interdipendenza tra questi
fattori, ognuno diviene al tempo stesso causa ed effetto della
escalation che conduce al panico.
Questo grafico, come il precedente, offre una rappresentazione
visiva della dinamica circolare e autoriverberante tra fattori
psicologici e fisiologici della paura. Ciò che conduce quest’ultima a
trasformarsi da emozione sana in patologica non è la singola
reazione, ma il ripetersi ridondante del copione di tentativi di
soluzione che dapprima funzionano e poi si ritorcono su se stessi.
Capitolo 2

La mente in lotta con se stessa:


le forme del panico

«Viviamo nella paura ed è così che non viviamo».

Gotayama Buddha

«Chi vi cede non si ritroverà mai, e nei confronti di se stesso


passerà di tradimento in tradimento, finché soffocherà la
morte sotto la paura stessa che questa gli incute».

E. Cioran, Squartamento

Caratteristiche generali della paura patologica


Dopo aver analizzato l’anatomia e la dinamica della paura che
diviene panico, il secondo passo espositivo, al fine di una chiara
comprensione del fenomeno, è la descrizione delle sue forme di
espressione. Esporremo quindi le tipologie di disturbo che
conducono alla reazione di panico o che su questo sono basate.
Se si utilizza una prospettiva che considera la patologia una
dinamica interattiva1 tra soggetto e realtà, la prima osservazione è
che le forme di disturbo fobico possono essere suddivise in due
grandi categorie:

– le patologie che si esprimono con l’attacco di panico


– le patologie nelle quali il disturbo è rappresentato da ciò che
l’individuo fa o non fa per evitare di cadere nel panico.
Nel primo caso il soggetto manifesta frequentemente la perdita di
controllo e la reazione di panico; questa può avvenire in determinate
e prevedibili situazioni o, talvolta, in maniera imprevedibile. Nel
secondo caso la persona non ha, e spesso mai, avuto attacchi di
panico, ma si difende continuamente da tale minacciosa eventualità
mettendo in atto copioni di pensiero e azioni altrettanto patologici e
invalidanti.
Ad esempio, appartiene alla prima categoria il soggetto che prova
una sensazione di battito cardiaco accelerato, cerca di controllare
tale spaventosa sensazione ma, sentendo di non riuscirci, viene
travolto dalla paura sino alla estrema reazione di panico e, di solito,
alla corsa al Pronto Soccorso.
Appartiene, invece, alla seconda colui che, per evitare di cadere
preda della paura, evita costantemente di rimanere solo o di
allontanarsi dal luogo che vive come sicuro, imprigionandosi così in
una gabbia protettiva.
Nel primo caso ciò che rende la persona invalidata è l’attacco di
panico, nel secondo è la strategia adottata per evitarlo.
Come risulterà chiaro dalla descrizione delle più frequenti forme di
disturbo fobico-ossessivo nessuna delle due situazioni è più
auspicabile dell’altra. Inoltre, esse sono in rapporto di
complementare sequenzialità: di solito, nella fase iniziale della
patologia si osserva la presenza di reali episodi critici, poi
un’alternanza delle due situazioni, e infine, dopo un certo tempo, il
costituirsi della condizione del secondo tipo. In altri termini, i veterani
della paura patologica sono, nella maggioranza dei casi, coloro che
per evitare il panico finiscono per costruirsi una trappola forse
peggiore. Chi invece non vive nel terrore da anni ma solo da poco
tempo si sforza, affronta, lotta e si imbatte nei reali attacchi di
panico.
Si può quindi assumere che la patologia, nella sua persistenza
prolungata, conduce la persona ad «adattarsi» alla situazione
attraverso limitazioni e rinunce, volte a proteggerla dall’eventualità
dell’attacco di panico. Si tratta della invalidante paura della paura.
Un secondo aspetto da sottolineare prima di passare alla
descrizione delle forme più frequenti di paura patologica è che
questo disturbo è decisamente «democratico»: colpisce persone di
ogni ceto sociale, di ogni livello culturale, uomini e donne senza
alcuna distinzione. Come vedremo, però, l’evoluzione della civiltà,
della società e delle abitudini ha trasformato le tipologie di disturbo
fobico. Per esempio: la zoofobia più frequente sino all’ultimo
decennio era la paura dei serpenti, oggi è la paura dei piccioni. Del
resto questa rilevazione apparentemente sorprendente appare quasi
lapalissiana, poiché oggigiorno l’incontro con serpenti è per la
maggioranza delle persone insolito, mentre quello con i piccioni è
decisamente quotidiano.
Il terzo aspetto è che la paura patologica è la patologia in assoluto
più «creativa». Si può essere affetti da paura invalidante di
praticamente qualsiasi cosa. Esistono tante paure quante se ne
possono inventare. Non c’è bisogno di un fenomeno o di una
situazione pericolosa per sviluppare una fobia, ogni circostanza così
come ogni cosa animata o inanimata può divenire oggetto di una
fissazione fobica e, pertanto, condurre al panico.
Nella mia ventennale esperienza di studio e trattamento dei
disturbi fobico-ossessivi ho avuto modo di incontrare forme di fobia
talmente creative da farmi pensare che nemmeno la più fervida
immaginazione rende merito alla realtà. Alcuni esempi: una persona
che aveva la fobia degli angoli e che, per non andare nel panico alla
loro vista, portava occhiali con lenti deformanti, che rendevano curva
la percezione visiva di ogni spigolatura. Un altro aveva il terrore del
vento al punto da essere spaventato anche dalla corrente d’aria di
una finestra aperta, ed era quindi condannato a vivere rintanato in
una casa ermetica. Il medico che aveva contratto la paura di essere
contagiato «a vista» dai pazienti affetti da tumore e perciò evitava di
incrociare lo sguardo con loro, o elaborava dei rituali di
«decontagio», rappresentati dallo scambiarsi lo sguardo per un po’
con persone sane. O ancora, la donna afflitta dall’ossessione di
rubare i tappi a tutte le bottiglie, per poi spargerli ogni sera attorno
alla propria casa come protezione da oscure sostanze contaminanti.
Per non parlare dell’uomo che temeva di aver commesso o di poter
commettere, in stato di raptus incosciente, atti efferati come stupri di
bambine e omicidi, e che voleva essere tenuto sempre sotto
controllo, oppure si rivolgeva alla polizia dichiarandosi colpevole per
avere la certezza di non poterlo essere.
Questi casi testimoniano il fatto che la nostra mente ha la capacità
di costruire una paura patologica sulla base di qualunque realtà e,
sulla spinta di tale «realtà inventata», produrre gli «effetti concreti»
dell’attacco di panico o delle strategie talvolta ancor più sofferte per
evitarlo.

Le moderne paure patologiche

Molti sono gli studiosi che si sono occupati negli ultimi anni delle
tipologie di problemi che conducono al panico, e molte sono le
classificazioni diagnostiche a disposizione, ma tutte riflettono
pesantemente la prospettiva teorica adottata dal ricercatore. Spesso,
infatti, sembra che confermare le proprie ipotesi sia più importante
che conoscere effettivamente un problema. Persino la «bibbia» della
diagnosi psichiatrica, il D.S.M. IV T.R., che si propone come il puro
prodotto della osservazione clinica, a un’analisi critica appare
decisamente ideologico. Si pensi che per quanto riguarda il disturbo
da panico la sua classificazione nell’arco degli ultimi 15 anni è
passata da effetto di «nevrosi fobiche» a «disturbo di ansia», con un
chiaro scivolamento da una prospettiva psicologica a una biologista.
Un mutamento occorso, guarda caso, nel decennio del furore della
psichiatria biologista e, come abbiamo discusso nel capitolo
precedente, senza alcuna definitiva prova scientifica. Pertanto, al di
là delle dispute teoriche che richiederebbero un intero volume per
essere esaurientemente discusse, la mia scelta espositiva è
presentare una sorta di classifica di quelle che sono state rilevate
come le più frequenti forme di disturbo da panico, descrivendone il
funzionamento. Ciò significa che, al contrario di ciò che ho fatto in
altri testi sull’argomento (Nardone 1993, 2000), eviterò di seguire i
tradizionali criteri diagnostici psichiatrici, preferendo descrivere
«come» funzionano determinate forme di paura patologica, cosa che
sarebbe impossibile se seguissi la rigida classificazione presente nel
D.S.M., una rappresentazione statistica di meri indicatori che,
sommati tra di loro, dovrebbero condurre alla corretta diagnosi in
un’ottica riduttivista di tipo puramente osservativo-statistico. Come
già chiarito, invece, la prospettiva da me assunta deriva dalle
effettive strategie di intervento applicate ai problemi in discussione,
ed è quella di capire il problema attraverso la sua soluzione.
Chiarito ancora una volta questo non sottovalutabile aspetto
metodologico, è importante dichiarare che, nel descrivere la forma
delle tipologie contemporanee dei disturbi basati sulla paura e sulla
reazione di panico, mi pare opportuno procedere in ordine di
frequenza piuttosto che di intensità della patologia. Questo per dare
al lettore un’immagine di quanto queste tipologie di problemi siano
diffuse e affinché chi ne soffre non sia così isolato e nemmeno
originale nel suo soffrire di qualcosa apparentemente assurdo.
Inoltre, come vedremo più in dettaglio, non esiste una forma di paura
patologica che possa essere definita la peggiore o la più sofferta,
poiché sulla base di qualsiasi paura il disturbo può generalizzarsi e
divenire una grave sindrome fobica.
La classifica qui presentata documenta ciò che appare nella
letteratura relativa ai disturbi di ansia e panico, nonché la rilevazione
empirica condotta nel nostro Centro di Terapia Strategica di Arezzo,
presso il quale negli ultimi 15 anni sono stati osservati oltre 4.000
casi. Questa osservazione longitudinale ha permesso anche di
cogliere l’evoluzione delle forme del panico che, come vedremo,
appare negli ultimi anni basata prevalentemente non sulla, per così
dire, «naturale» paura di morire, ma sulla «virtuale» paura di perdere
il controllo di se stessi, delle proprie funzioni vitali o delle circostanze
nelle quali ci troviamo. È come se ciò che più spaventa fosse oggi
l’incertezza sul controllo di se stessi e degli eventi, piuttosto che il
proprio naturale limite di sopravvivenza. Ma a un’attenta riflessione
ciò non dovrebbe stupire, poiché, come è stato illustrato in
precedenza, il panico è una reazione di allarme esasperato tesa a
tamponare ciò che spaventa nell’immediato, piuttosto che il proprio
naturale limite di vita. In altri termini, è la sensazione di perdita di
controllo il primo campanello di allarme, anche quando la paura di
morire può essere il suo effetto finale. Inoltre, nella maggioranza dei
casi le persone sanno bene che non si muore di panico, ma vivono
nel terrore delle travolgenti e incontrollabili sensazioni che questo
scatena.

Le forme del panico:


la classifica delle paure patologiche

La paura di perdere il controllo


La forma più frequente di sindrome da panico è rappresentata dalla
paura di perdere il controllo di se stessi e delle naturali funzioni del
nostro organismo: diventare improvvisamente rossi e
contemporaneamente sudare copiosamente in pubblico; rimanere
bloccati mentre si parla a un singolo o a un gruppo; non avere il
controllo del proprio intestino e farsela addosso in pubblico, o
uscirsene con un sonoro e incontrollabile meteorismo; essere colti
da un raptus di cui poi ci si vergogna; commettere atti inconsulti, colti
da raptus di follia; perdere la lucidità e impazzire totalmente; perdere
il controllo alla guida e provocare un incidente.
Come il lettore può ben comprendere, questa forma di paura può
avere tante espressioni diverse ma tutte basate sul fatto che il
soggetto teme la perdita di controllo totale o di alcune delle sue
funzioni naturali. Talvolta questo disturbo si presenta dopo un
episodio di rischio che ha aperto alla persona la finestra sul panico.
Ma nella maggioranza dei casi il costituirsi progressivo del problema
sino al primo episodio di panico scaturisce dal semplice dubbio di
poter perdere il controllo in determinate situazioni, che innesca la
catena di reazioni patogene descritte nel capitolo precedente: la
trappola dell’eccesso di controllo che fa perdere il controllo. Queste
persone, come marionette rotte con gli occhi rivolti in dentro, sono
costantemente impegnate a tenere sotto stretta vigilanza tutte le loro
funzioni naturali, alterandole proprio grazie all’effetto paradosso del
tentativo di controllare razionalmente ciò che funziona bene
spontaneamente. È il serpente che si morde la coda sino a mangiare
tutto se stesso. Le migliori intenzioni producono gli effetti peggiori.
Il più delle volte questo tipo di disturbo tende a generalizzarsi in
una forma di paura patologica invalidante, che conduce chi ne soffre
a vivere nel terrore del possibile evento di panico; ne consegue un
comportamento di elusione delle situazioni minacciose, pena il
presentarsi dell’irrefrenabile sintomo ogniqualvolta ci si esponga alle
temute circostanze.
È bene ribadire che tale invalidante escalation può presentarsi sia
nel caso dell’apparentemente banale paura di arrossire, sia
dell’evidentemente minacciosa paura di impazzire e commettere atti
efferati. Ciò che rende una forma di paura una fobia che scatena il
panico non è il suo contenuto semantico o il suo effettivo significato,
ma proprio l’escalation di tentativi fallimentari di soluzione che
aggravano la situazione. In altri termini, non è la paura in sé che
conta, ma le interazioni che il soggetto stabilisce con essa. La
differenza tra chi vive una paura e la supera e chi ne rimane
intrappolato sta proprio nell’interazione tra la paura e le reazioni che
questa può innescare. Pertanto non è il tipo di paura in sé che
determina il panico, ma la percezione e la reazione del soggetto.
Avere paura di farsela addosso in pubblico, per il terribile
imbarazzo che ne deriva, appare piuttosto ragionevole, ma in sé non
costituisce certo una fobia. Evitare tutte le possibili situazioni in cui
questo potrebbe accadere significa rendere reale ciò che è solo
lontanamente ipotetico. Se si aggiunge l’ascolto costante e la
vigilanza focalizzata sul proprio intestino e sfintere anale si finisce
per trovare ciò che si cerca, ovvero le sensazioni di possibile perdita
di controllo. Tutto ciò conduce alla costruzione della fobia.
In tutte le fobie da perdita di controllo, l’effetto finale è che il
soggetto giunge a somatizzare ciò che teme. Nel caso specifico,
molte persone che soffrono della fobia di farsela addosso
necessitano di più evacuazioni giornaliere, e il loro apparato
intestinale risulta davvero irritato. Del resto è ben noto anche al
grande pubblico che gli stati di ansia producono somatizzazioni. La
profezia minacciosa si autorealizza. Questo conduce, per ovvi
motivi, alla ulteriore esasperazione del disturbo e alla disperazione
del soggetto che, nella fattispecie, necessita di avere sempre a
portata di mano, o meglio di sfintere, una toilette libera.
Al di là dell’aspetto grottesco, credo che sia comprensibile la
drammaticità della condizione di chi soffre di questo disagio. Lo
stesso vale per tutte le paure di perdere il controllo, se radicalizzate.
Se vogliamo, a questo punto, possiamo chiederci perché tante
persone si ammorbino di tale apparentemente assurda forma di
paura patologica. Per rispondere, si deve considerare che la più
ingannevole illusione di massa della società moderna è quella di
poter controllare e gestire tutto in base alle conoscenze scientifiche
e tecnologiche. Questa convinzione illusoria conduce
all’applicazione di una rigida razionalità a ogni fenomeno, compresi
quelli che si annidano minacciosamente nel nostro corpo e nella
nostra mente.
Purtroppo tale illusione naufraga violentemente se viene applicata
ai fenomeni complessi che funzionano sulla base di logiche non
ordinarie, spesso paradossali o di autoinganno, come nel caso della
paura. Qui, come già ampiamente descritto, il naufragio dell’illusione
conduce alla disfunzionalità e all’edificazione della sindrome da
attacchi di panico.

La paura di volare
Nella classifica delle forme moderne di disturbi fobici, la monofobia
più frequente è espressione della evoluzione dei tempi, poiché
ovviamente fino a pochi decenni orsono non poteva sussistere. La
paura di prendere l’aereo si manifesta in concomitanza con il fatto
che questo mezzo di trasporto oggi è il più efficiente e popolare
veicolo per i viaggi verso destinazioni lontane. Appare altresì
evidente che questa forma di paura possa essere ritenuta
decisamente più ragionevole di quelle precedentemente descritte, in
quanto riferita a una modalità innaturale di rapporto con lo spazio.
Inoltre, a essa si abbina un’altra ben nota forma di paura, l’acrofobia.
Anche la paura dell’altezza, come vedremo, entra nella «top ten»
delle situazioni che conducono al panico. A queste due prerogative
si deve aggiungere anche la terza componente relativa a possibili
incidenti o attentati che nell’immaginario collettivo rappresentano
una minaccia costante durante l’esperienza del volo aereo. A questo
riguardo, le statistiche che mostrano come volare sia di gran lunga
meno rischioso che viaggiare in auto servono a ben poco. Come mi
disse un simpatico paziente, non è il numero dei morti che spaventa
– in questa comparazione infatti l’aereo risulta essere più sicuro
dell’auto – ma la percentuale di feriti, che nel caso degli incidenti
aerei è pressoché pari a zero. Mentre in auto c’è una buona
probabilità di ferirsi ma non morire, in aereo risulta il contrario.
Infine, l’aereo, essendo uno spazio ristretto e dal quale è
impossibile uscire a piacimento, espone anche alla sensazione di
essere imprigionati. Tale caratteristica innesca in chi ne è sensibile
un’altra forma di paura frequente: la claustrofobia, il terrore di
rimanere in spazi ristretti dai quali è impossibile uscire rapidamente.
Credo che, a questo punto, possa essere decisamente chiaro
perché la paura di volare rappresenti la più frequente tra le
monofobie: essa somma quattro tipologie di esperienza
possibilmente minacciose.
Si deve considerare tuttavia che nella maggioranza dei casi
questa singola paura rimane una percezione fobica isolata, che
raramente conduce a forme generalizzate di disturbo da panico. In
altri termini, al contrario di quanto descritto nel paragrafo
precedente, chi soffre di paura di volare può mantenere tale
handicap senza che questo si estenda ad altre aree della sua vita.
Pertanto la sua proprietà invalidante è limitata, in quanto si può
vivere bene anche senza volare.
Da non sottovalutare, poi, è il fatto che il trattamento del panico da
aereo risulta più facile di quello rivolto a forme generalizzate di
disturbo fobico.

Acrofobia: la paura dell’altezza


Il lettore ricorderà le immagini nelle quali vengono ripresi gli operai
che costruiscono i grattacieli a New York o in altre metropoli, i quali
si muovono agevolmente su travi sospese a centinaia di metri dal
suolo. Al solo vedere tali immagini, chi soffre di acrofobia inizia ad
avere reazioni di paura irrefrenabile, tanto da dover distogliere lo
sguardo. Come tutte le fobie, infatti, la paura dell’altezza se
generalizzata come sindrome da panico non necessita
obbligatoriamente per innescarsi dell’esperienza diretta di trovarsi
sul ciglio di un precipizio o al vertice di una torre, ma può scattare
semplicemente alla vista di un’immagine filmata o fotografata. Anche
questo fa capire quanto la nostra mente possa intrappolarsi nel
panico in presenza di situazioni che non sono reali ma solo virtuali, e
come una paura di situazioni concrete possa divenire fobia solo
immaginando tali realtà. L’acrofobia è la più frequente tra le forme di
paura situazionale e può manifestarsi come monofobia o associata
ad altre manifestazioni fobiche parallele come l’agorafobia, ovvero la
paura degli spazi aperti e dell’allontanamento da luoghi ritenuti
sicuri. Di solito questo problema conduce le persone che ne sono
vittima a gravi limitazioni esperienziali ogni qualvolta corrono il
rischio di trovarsi con il vuoto sotto o intorno. Tali limitazioni
giungono al punto di impedire persino di salire al secondo piano di
una rampa di scale o di attraversare un viadotto – non solo a piedi,
ma persino in auto – o, ancora, di guardare un panorama dall’alto.
La caratteristica curiosa, rilevata dall’analisi dei resoconti dei
pazienti, è che questa forma di paura non è riferita soltanto alla
reazione di vertigine e alla possibile caduta nel vuoto, ma anche
all’idea bizzarra di essere attratti dal vuoto e rapiti dal raptus
gettarvisi.
Questa seconda tipologia di acrofobia risulta sempre più frequente
e, come il lettore può ben intendere, appare collegata con la già
descritta paura di perdere il controllo e fare cose contro la propria
volontà, come per l’appunto buttarsi nel vuoto. Questa tipologia è
chiaramente, nei suoi effetti, ancor più devastante di quella basata
sulla sensazione di vertigine: in quest’ultimo caso infatti basta evitare
le situazioni specifiche e, per quanto possa essere limitante, non lo è
quanto il terrore di essere rapiti dal desiderio di lanciarsi nel vuoto e
spinti a cercare, in una sorta di «trance», il luogo dal quale spiccare
il salto. Oltre a evitare qualunque esposizione all’altitudine, le
persone affette da tale forma di panico sono costrette ad avere
sempre qualcuno con loro, pronto a intervenire in caso di raptus.
Anche in questo caso una forma naturale e atavica di paura –
quella di cadere nel vuoto – si è trasformata in fobia.
Ma, a questo riguardo, si deve tener presente che sono proprio
l’evoluzione della società e i cambiamenti esperienziali dovuti alle
trasformazioni dei nostri ambienti vitali che creano nuove condizioni
per nuove fobie situazionali. Fino a non molto tempo fa la
maggioranza degli esseri umani aveva ben poco a che fare con
l’esperienza dell’altezza, che rimaneva patrimonio quasi esclusivo
della gente di montagna, mentre oggi in ogni città ci sono edifici alti e
numerosissimi ponti e corsie sopraelevate. Inoltre chi è abituato sin
dall’infanzia a esporsi al vuoto dall’alto raramente matura la
sensazione di vertigine e la paura di cadere; i migliori operai per la
costruzione di grattacieli sembrano essere i nativi nordamericani,
abituati a vivere in alta montagna con la vista costante di profondi
canyon. Questo vale per tutte le forme di panico da situazione
specifica: più si è abituati a vivere certe circostanze, meno queste
hanno probabilità di spaventarci e viceversa. Quindi, come vedremo
nel capitolo relativo alla prevenzione del panico, l’amplificazione del
nostro spazio esperenziale contrasta l’emergere di paure
situazionali, mentre il contrario le alimenta.

La paura di perdere persone care


Al quarto posto, in ordine di frequenza, troviamo la prima forma di
paura basata non soltanto su esperienze individuali ma sui rapporti
affettivi, ovvero la paura di essere abbandonati dal partner o il
terrore di perdere le persone care a seguito di incidenti o malattie.
L’idea insopportabile di rimanere privi degli oggetti di affezione più
importanti tiene inchiodate queste persone ai loro cari, nello sforzo di
proteggerli ed esserne protetti. Molto spesso ciò li rende
insopportabilmente oppressivi con i partner o i figli. Con questi ultimi,
tale asfissiante e ansiogena tipologia di relazione conduce
all’emergere nei bambini di vere e proprie sintomatologie fobiche,
indotte dall’eccesso di attenzioni protettive che fanno vivere il mondo
e la gente fuori dalla famiglia come davvero pericolosi. Come
esempio possiamo citare l’usanza molto recente di fornire il bambino
che va a scuola di telefono cellulare, così che possa chiamare i
genitori in caso di qualunque difficoltà. Come il lettore può capire,
questo induce il figlio a chiedere aiuto per risolvere qualunque
problema, che invece dovrebbe affrontare autonomamente per
acquisire fiducia nelle proprie risorse. Il risultato sarà che il bambino
svilupperà una dipendenza patogena dal genitore e un’incapacità di
affrontare gli ostacoli della vita utili a farlo crescere psicologicamente
sano.
Per quanto riguarda il partner, con le sue opprimenti attenzioni la
persona iperdipendente tende a renderlo desideroso di altro, e non è
raro che questi lo cerchi altrove. In altri termini, il soggetto che, per
ridurre la paura di perdere il compagno, gli sta troppo appiccicato
finisce per trasformare la relazione amorosa in una relazione
unicamente di aiuto e sostegno. Tale realtà di solito rende
insoddisfatto il partner, che spesso si rivolge ad altri per costruire un
rapporto stimolante e non asfissiante come il precedente.
Ancora una volta il tentativo di ridurre la paura patologica finisce
per alimentarla o, come in questi casi relazionali, per realizzare
proprio ciò che era più temuto. Purtroppo, quando questo tipo di
condizione si è instaurata a nulla valgono le discussioni e i consigli di
famigliari e amici, poiché il soggetto, come negli altri casi di paura
che conduce al panico, tende prima di tutto a evitare le proprie
terrorizzanti sensazioni e, a questo scopo, a insistere in ciò che gli
appare efficace nell’immediato. Nelle forme relazionali di disturbo
fobico e ossessivo la persona, pur di mettere a tacere la paura, può
esercitare vere e proprie torture nei confronti delle persone care. Ciò
conferma come la paura sia l’emozione più atavica e pervasiva e,
per questo, in grado di sottomettere qualunque altra emozione,
amore compreso. Infatti, per limitare la propria sofferenza, il fobico
non esita a costringere il partner o il figlio a tormentate rinunce. I
moralisti definiscono ciò egoismo ma sottovalutano che, come
afferma Nietzsche, «l’egoismo è solo la visione prospettica della
realtà»: ciò che è più lontano si restringe nella nostra percezione,
mentre ciò che è più vicino si ingigantisce. Pertanto, è naturale che
un’emozione radicata offuschi la capacità di sentire le emozioni
altrui, in questo caso persino quelle delle persone che amiamo e la
temuta perdita delle quali scatena il panico.

La paura di animali
La zoofobia, ovvero la paura esasperata sino al panico innescata
dall’incontro con certi animali, rappresenta la più chiara espressione
dell’evoluzione delle fobie in conseguenza di cambiamenti
socioambientali. Infatti, questa categoria di paura era sicuramente
una delle più frequenti sino al periodo dell’industrializzazione, col
conseguente esodo dalla campagna e la costituzione dei grandi
centri urbani. Da allora in poi si è ridotta la possibilità di incontrare
animali temibili come il lupo, il serpente velenoso e altri
potenzialmente pericolosi abitanti dei boschi e degli spazi aperti.
Tuttavia, la vita cittadina ha portato con sé nuove forme di zoofobia,
rivolte ad esempio ai piccioni, ai ratti e ai cani. Questi scatenano
reazioni di panico perlopiù diverse da quelle prodotte dall’incontro
con il lupo, il serpente o l’orso: questi ultimi sono temuti per la loro
effettiva pericolosità, mentre ciò non vale certo per piccioni e topi; e
se la paura appare giustificabile nei confronti dei cani aggressivi, in
realtà deriva da altre cosa. In particolare, dei piccioni spaventa
l’imprevedibilità dei movimenti, unita al fatto che si avvicinano
tranquillamente all’uomo, provocando in chi li teme la sensazione di
essere perseguitato. Il rumore delle ali che sbattono, il fatto che
sporcano e che sono portatori di parassiti e possibili infezioni
completa il quadro fobico. Ciò vale anche per i topi, con la differenza
che nel caso delle grandi pantegane il timore di essere aggrediti
risulta giustificabile. Ciò che fa scatenare il panico, però, il più delle
volte non è la loro aggressività – e questo vale anche per i cani – ma
la loro incontrollabilità e l’essere potenziali portatori di sporco,
infezioni e malattie.
Appare invece del tutto intatta l’atavica paura dell’aggressione da
parte di insetti: zanzare, vespe, calabroni, per non parlare dei ragni
che probabilmente detengono il primato delle zoofobie. Per gli
insetti, come per i topi e i piccioni, i cambiamenti socioambientali
spesso sono risultati vantaggiosi, e il loro numero si è fortemente
incrementato negli ultimi anni. Basta pensare alla tropicalizzazione
del clima degli ultimi anni, che ha notevolmente incrementato il
numero degli insetti, o all’annidarsi dei ratti nelle reti fognarie, che
sembrano essere il loro ecosistema preferito. Inoltre, insetti e topi
possiedono una capacità di adattamento e resistenza ai veleni
davvero incredibile, e questo li rende ancor più temibili.
Tuttavia, fortunatamente, le zoofobie tendono a rimanere forme
monofobiche che solo raramente si trasformano in patologie
invalidanti. Il più delle volte i soggetti convivono con la paura
semplicemente evitando il più possibile il rischio di incontri, e
giungono a chiedere l’aiuto terapeutico solo nel caso in cui le
circostanze li obblighino a confrontarsi frequentemente con l’oggetto
del loro panico. In certi casi, però, la fobia può essere talmente acuta
da ingenerare il panico anche solo alla vista di fotografie o riprese
dei temuti animali.

Agorafobia e claustrofobia
Tra le forme di disturbo da attacco di panico più citate nella
letteratura specialistica troviamo l’agorafobia: la paura di stare da
soli o di allontanarsi da soli da luoghi ritenuti sicuri. La presenza o
meno di agorafobia è addirittura utilizzata nei manuali diagnostici
come criterio distintivo tra le forme di attacco di panico. Si può, in
altre parole, affermare che essa rappresenta una delle forme
essenziali di fobia associata al disturbo da panico e tra esse, forse,
la più frequente tra quelle gravemente invalidanti: di solito
generalizzata, costringe la persona che ne è affetta a una vita di
limitazioni per evitare l’attacco di panico oppure a cercare la
presenza rassicurante di qualcuno pronto a intervenire. Il più delle
volte questi soggetti strutturano letteralmente la propria vita in modo
da non rimanere mai soli quando escono di casa, o da luoghi ritenuti
rassicuranti in virtù della presenza di persone al corrente del loro
problema, e pertanto vissute come protezione.
Di solito, anche la vita affettiva risulta fortemente influenzata da
questo tipo di disturbo fobico. La coppia appare come una relazione
sbilanciata, di dipendenza da parte del soggetto disturbato e di aiuto
da parte del partner. Oppure la persona agorafobica mantiene un
legame di stretta dipendenza dalla famiglia di origine, laddove i
genitori rappresentano i suoi punti di riferimento e aiuto costante.
Non di rado sia il coniuge sia i genitori sono vissuti come protettori
che si alternano con la loro presenza. Il disturbo da attacchi di
panico con agorafobia rappresenta una patologia così pesante da
limitare la vita non solo di chi ne è affetto ma anche delle persone a
cui è affettivamente legato. A questo riguardo, credo che non esista
migliore definizione delle parole con le quali Fernando Pessoa
descrive il proprio stato: «Porto addosso le ferite di tutte le battaglie
che ho evitato».
Molto spesso all’agorafobia si associa la paura apparentemente
opposta: la claustrofobia, il timore degli spazi chiusi dai quali non si
può uscire immediatamente nel caso in cui sopraggiunga l’attacco di
panico. Chiaramente è proprio la paura di non avere facile via di
uscita a scatenare il panico ogniqualvolta il soggetto si trova in
queste situazioni. Spesso la fobia non riguarda solo i luoghi chiusi –
ascensori, banche con porte di sicurezza – ma anche situazioni in
cui l’allontanamento potrebbe esporre il soggetto a figure
imbarazzanti agli occhi di altri: riunioni professionali, pranzi o cene al
ristorante, proiezioni cinematografiche, concerti e via dicendo.
Talvolta, nella sua associazione con l’agorafobia, il disturbo
coinvolge anche le autostrade, che non possono essere
abbandonate a piacimento. Per non parlare dei tunnel, nei quali si
aggiunge la realtà di ambiente chiuso e opprimente.
Tuttavia, non sempre la claustrofobia è associata all’agorafobia,
anzi molte volte può esprimersi come singola e specifica forma di
disturbo da panico. In questo caso, evidentemente, le possibilità di
cadere preda del terrore si riducono alle situazioni specifiche. Ma
anche quando questo tipo di paura patologica non è associata ad
altre fobie può divenire davvero limitante per la vita di chi ne soffre,
poiché la percezione claustrofobica può generalizzarsi ed esplodere
anche in circostanze all’apparenza non giustificate, come
passeggiare in una strada affollata o fare la coda a uno sportello. Nel
caso della claustrofobia, come nel caso dell’agorafobia, la persona
tende a evitare le situazioni temute e nella forma più esasperata non
riesce ad affrontarle nemmeno con la presenza rassicurante di altri.

La paura del rifiuto sociale


Una delle forme moderne del panico, talmente in espansione da
essersi meritata un posto a sé nei manuali diagnostici, è la
cosiddetta fobia sociale. A mio parere, tuttavia, questo tipo di
disturbo, che conduce nella sua esasperazione ad attacchi di panico
in concomitanza con l’esposizione al contatto sociale, è più una
forma di ossessione del rifiuto e del giudizio da parte degli altri che
una vera e propria paura. Del resto, come già detto, la reazione di
panico può essere indotta non solo dalla paura ma anche da
ossessioni o da altre forme di percezione alterata di se stessi, degli
altri o del mondo circostante. Ciò che mi fa propendere per una
matrice ossessiva, piuttosto che fobica, è il fatto che chi soffre di
questo disturbo da panico non ha il dubbio e, quindi, la paura del
giudizio o del rifiuto altrui, ma ne è assolutamente certo. In altri
termini, il «fobico sociale» si sente comunque rifiutato o giudicato
male dagli altri; non ha soltanto paura che questo possa avvenire, ne
è sicuro in partenza. Pertanto, egli si pone nei confronti degli altri in
maniera sempre diffidente e circospetta, creando, proprio mediante
tale atteggiamento difensivo, quella disposizione nei suoi confronti
che gli conferma il rifiuto o il giudizio negativo. Tale copione
interpersonale conduce, nel suo ripetersi, all’evoluzione dei rapporti
sociali.
Questa patologia provoca quindi effetti davvero drammatici di
isolamento sociale, che possono inficiare gravemente la vita di una
persona, rendendola incapace di relazionarsi con gli altri e con il
mondo circostante. I casi più severi conducono a una vita limitata ai
contatti con la propria famiglia di origine; nella maggioranza dei casi
il disturbo non giunge a tali tragiche esasperazioni, ma rappresenta
comunque una sorta di «spada di Damocle» sospesa in permanenza
sopra la testa del soggetto ogni qualvolta questi si espone a contatti
sociali nuovi o vissuti come rischiosi. In questi casi la persona limita
la sua vita di relazione al rapporto con le persone con le quali si
sente al sicuro, perché conosciute da molto tempo e di comprovata
fiducia; il terrore scatta nei confronti delle situazioni interpersonali
ove si sente sotto osservazione o giudizio, e pertanto il fobico
sociale vive nella costante vigilanza, o tende all’elusione delle
situazioni di rischio, oppure si protegge con la compagnia di persone
fidate. Questa strategia protettiva però non lo salva dal sentirsi
osservato, giudicato e spesso rifiutato dagli altri, e nel momento del
disagio l’unica strategia possibile per evitare il panico è
rappresentata dalla fuga. Possiamo addirittura affermare che il
fobico sociale vive nell’«elogio della fuga» (Laborit 1990).
Come sarà chiarito nel capitolo successivo, questa tipologia di
disturbo richiede un trattamento decisamente diverso da quello
richiesto dalle forme di paura pura, poiché qui è necessario lavorare
sulla convinzione di essere giudicati e/o rifiutati dagli altri, piuttosto
che nel superamento della paura di affrontare situazioni vissute
come spaventose.

La paura delle malattie: le fissazioni ipocondriache


Una delle moderne illusioni, prodotto diretto del grande sviluppo
della scienza nell’ultimo secolo e del suo sospingere la medicina alla
conoscenza approfondita dell’organismo umano e delle sue
patologie, è quella di poter guarire qualunque malattia. Purtroppo
l’illusione è rimasta tale: nonostante l’incremento della ricerca
medica sia stato più efficace negli ultimi cinquant’anni che in tutti i
millenni precedenti, la battaglia contro certe malattie – il cancro,
l’AIDS, l’infarto, la sclerosi multipla – è ancora aperta. Tuttavia, la
fede di massa nei confronti della medicina resta inviolata, ogni nuova
scoperta o promessa viene giustamente salutata da ovazioni e
speranze. Uno dei dettami della medicina moderna è l’attenzione
alla prevenzione e alla diagnosi precoce, in particolare nei confronti
delle già citate patologie, poiché ciò può ridurre le possibilità di
ammalarsi e, nel caso ciò avvenga, rende più efficace la terapia.
Purtroppo, così come ogni medicinale se usato in sovradosaggio
diviene un veleno, anche la prevenzione e la ricerca diagnostica se
si trasformano in fissazione e furore analitico avvelenano la salute
dell’individuo. Come il lettore avrà capito, ci riferiamo alle persone
costantemente preoccupate per la propria salute, che si controllano
di continuo richiedendo frequenti analisi e consulti medici e, al primo
minimo segnale d’allarme, cadono nel panico.
La trappola in questo caso è del tipo «chi cerca trova». Infatti, di
solito l’eccesso di attenzione ai segnali del proprio organismo fa
trovare gli indicatori di alterazioni che poi spaventano. Il fenomeno
paradossale tipico dell’attacco di panico, cioè il tentativo di controllo
che fa perdere il controllo, trova in questo caso la sua più
conclamata espressione. La persona affetta da ipocondria – questa
è la definizione psichiatrica per la fissazione di avere malattie
inesistenti – vive nel costante ascolto del proprio corpo per essere
pronta a rilevare anche i più precoci sintomi al fine di intervenire il
più presto possibile. Di solito, quest’attenzione è focalizzata su certe
patologie: un esempio è la paura di scompensi cardiaci che si
traduce nel continuo ascolto del cuore e dei suoi ritmi; questi,
alterandosi proprio a causa di tale controllo volontario, fanno
scattare il panico. Oppure, il controllo costante delle feci alla ricerca
di possibili indicatori di patologie intestinali che potrebbero
sottendere un tumore, e il panico che insorge di fronte a ogni leggera
e naturale variazione di colore, consistenza o odore degli
escrementi. Gli esempi potrebbero essere davvero tanti, ma il
meccanismo è sempre lo stesso e il suo effetto finale il medesimo:
l’attacco di panico e la conseguente corsa dal medico.
Gli ipocondriaci instaurano vere e proprie relazioni intime con i loro
medici e, il più delle volte, non si limitano a uno specialista ma ne
contattano diversi. Per loro un solo consulto non è abbastanza
rassicurante, e le analisi spesso vengono ripetute per essere certi
del loro esito.
È come se la persona comprasse più copie dello stesso giornale
per leggere più volte la stessa notizia e renderla così più vera.
Purtroppo spesso la medicina di base è complice di questo
meccanismo, e i medici prescrivono con zelo queste
apparentemente rassicuranti analisi cliniche. Non è un caso che nei
costi del servizio di assistenza sanitaria pubblica la voce degli esami
clinico-diagnostici sia la più significativa. Il problema in questo caso
è che la persona che vive nel terrore di avere una malattia grave
rinforza tale dubbio a ogni analisi diagnostica, in quanto la negatività
di questa la rassicura solo momentaneamente, alimentando poi
un’ossessiva esigenza di controllo che sospinge il suo furore
diagnostico. Dopo ogni rassicurante esito negativo di un esame
clinico, infatti, la tregua dal dubbio fobico dura ben poco, e tutto
ricomincia da capo.
A ciò si aggiunge, oggi, la possibilità di ottenere notizie e
consulenze «on line», mediante internet, che offre a queste persone
un’ulteriore formidabile opportunità di avere, in tempo reale, consulti
medici e notizie sulle ultime scoperte della medicina.
Di nuovo un miglioramento dovuto al progresso si trasforma in un
riverberatore dell’ossessione: non è raro sentire dire dai pazienti che
trascorrono ore in rete per consultare specialisti «on line».
Per l’ipocondriaco la migliore intenzione preventiva si trasforma
nel peggiore effetto della ossessiva e torturante ricerca diagnostica.
Purtroppo, quando il disturbo si protrae nel tempo, si osservano delle
reali somatizzazioni, effetto del continuo stress da ansia elevata a
cui il soggetto sottopone il proprio organismo. La furia mentale nel
cercare un problema fisico inesistente può letteralmente produrre
quel tipo di disagio organico. La persona, come già evidenziato,
costruisce, mediante gli effetti della sua fissazione fobica, ciò che poi
subisce. Il virtuale diviene reale.

Il controllo troppo riuscito: le ossessioni compulsive


Una trappola mentale tra le più antiche, ma sempre attuale perché
onnipresente nella storia dell’uomo, è la ragionevole idea che se ho
un dubbio posso risolverlo mediante risposte adeguate. Purtroppo,
come faceva notare Kant nella Critica della ragion pratica, spesso i
problemi non derivano dalle risposte che ci diamo, ma dalle
domande che ci poniamo. Se la domanda è formulata in modo
patogeno, qualsiasi risposta diverrà patologica. Questo è il caso
della domanda: «Posso essermi infettato passando vicino a un
pronto soccorso?» Nel dubbio sarà bene che io mi disinfetti, così
evito qualunque possibile rischio.
E così, ogni volta che avrò il dubbio di essermi infettato o
contagiato per il contatto o la vicinanza con una fonte di eventuale
contagio o contaminazione, procederò a disinfettarmi. Ma più lo
faccio, più mi viene da farlo, poiché se ci penso bene la possibilità di
contatto con sostanze contagianti è pressoché infinita: l’aria stessa
porta con sé pericolosi corpuscoli! Pertanto, conviene procedere
sistematicamente a disinfettarmi per evitare terribili infezioni. Così
trascorrerò la maggior parte del mio tempo a disinfettarmi, a meno
che, per non sottopormi a tale necessaria tortura, io non eviti il
contatto con le fonti di possibile contagio. Ma siccome anche l’aria è
contaminata, devo rinchiudermi in un luogo decontaminato e che si
mantenga tale. Ogniqualvolta dovrò uscire da questo luogo
rassicurante, al rientro sarò costretto a disinfettami per non violarne
l’asetticità.
Questo esempio di catena di eventi potrà apparire eccessivo, ma
posso assicurare che, per chi ha trattato e studiato centinaia di casi
di disturbo ossessivo-compulsivo, questo non è assolutamente un
caso eccezionale, ma piuttosto usuale. Tra le varie forme di
patologia fobica, infatti, questa rappresenta la tipologia più bizzarra e
all’apparenza irragionevole, ma in realtà scaturisce, come descritto,
dalla rigida e reiterata applicazione di una logica corretta.
Come affermava John Locke, «da premesse scorrette con una
logica corretta si giunge a effetti erronei». L’ossessivo-compulsivo
risponde con una logica «corretta» a domande «scorrette»,
costruendo un circolo vizioso dentro il quale finisce per perdersi. Nei
fatti, il suo tentativo di controllare una realtà minacciosa gli appare
talmente ragionevole ed efficace da non poterlo più interrompere.
Anche in questo caso una buona intenzione si trasforma in una
pessima soluzione.
Questa interazione patogena tra la mente e la mente conduce ad
azioni e comportamenti rituali che divengono gradatamente
inevitabili. La presunta soluzione al primo problema si trasforma in
un nuovo, più torturante problema.
Per chi soffre di questa micidiale patologia, infatti, il vero disturbo
diviene l’incapacità di interrompere quei rituali inizialmente tesi a
sedare la paura, trasformatisi poi in irrinunciabili azioni che vengono
ripetute o per propiziare una realtà o per fronteggiare eventuali
pericoli.
Nella maggioranza dei casi le persone dichiarano di essere
consapevoli dell’assurdità di tutto ciò, ma i loro sforzi di limitare le
compulsioni sono fallimentari come il tentativo di chiedere a una tigre
affamata di non mangiare un succulento pezzo di carne. Pertanto,
come vedremo, il trattamento efficace di questo disturbo prevede il
ricorso a stratagemmi talvolta decisamente creativi, in grado di
riorientare terapeuticamente i meccanismi che intrappolano la
volontà dei soggetti.
Per fortuna non tutte le forme di disturbo compulsivo giungono a
effetti così severi; spesso si limitano a particolari realtà, vissute
come responsabilità. È il caso del professionista che controlla e
ricontrolla la correttezza del proprio lavoro per essere sicuro
dell’assenza di errori, anche quando tale controllo era già stato
eseguito, o di colui che ricontrolla più volte la chiusura delle porte,
dei rubinetti, dei fornelli prima di andare a letto.
Gli esempi potrebbero essere così numerosi da riempire interi
volumi, ma ai fini di questa esposizione è importante aver messo in
risalto la struttura dinamica del disturbo ossessivo-compulsivo, che
rimane la stessa anche nelle forme più «creative»: per evitare il
panico, il soggetto si costruisce delle sequenze di azioni rituali
riparatorie o propiziatorie, che poi diventano compulsioni irrefrenabili.
Ciò che doveva proteggere diviene ciò che aggredisce e tortura.

La dismorfofobia: la fobia del proprio aspetto


L’ultimo nella «classifica» dei disturbi che si esprimono con micidiali
attacchi di panico appare decisamente moderno o, potremmo dire,
postmoderno, poiché è strettamente legato al crescente sviluppo del
senso estetico come fenomeno sociale e all’evoluzione della
chirurgia estetica, connessi all’idea postmoderna di poter cambiare
anche l’apparentemente immutabile, come l’aspetto esteriore.
Sino a vent’anni fa, chi avesse smanie di rendersi più attraente
doveva accontentarsi della palestra o delle cure estetiche
tradizionali, in grado di migliorare ma non certo di cambiare l’aspetto
di una persona. Ma da quando la medicina estetica in tutte le sue
branche, chirurgiche e non, è divenuta una delle più richieste, estese
e tecnologicamente avanzate, è realizzabile ciò che prima era
impensabile.
Purtroppo, anche in questo caso ciò che può far molto bene può al
tempo stesso fare molto male. La medicina estetica in sé è
certamente una cosa buona, utile e preziosa, ma l’uso eccessivo o
improprio può renderla decisamente dannosa e pericolosa. È per
l’appunto ciò che succede quando una persona si fissa su una
peculiarità estetica che rifiuta, che vive come un tormento in grado di
scatenare reazioni di panico al solo incrociare uno specchio o uno
sguardo indiscreto, e ripone quindi nella medicina estetica le sue
speranze di superare il problema. Vale la pena di precisare che nella
maggioranza di questi casi il difetto estetico o non esiste affatto o è
davvero trascurabile. L’idea patogena di possedere un’inaccettabile
deformità estetica è soltanto una fissazione mentale, il più delle volte
connessa a problemi di relazione con gli altri e a una profonda
insicurezza. La mente si aggrappa alla spiegazione di un difetto
estetico come fondamento di quei problemi, e all’illusoria speranza
che, tolto quello, come per miracolo tutto si risolverà.
Purtroppo non di rado zelanti quanto scorretti professionisti della
medicina estetica caldeggiano, per ovvi motivi di guadagno
personale, tali visioni patologiche. Si dà così inizio a una catena di
interventi correttivi, mai risolutivi, che esacerbano la patologia
psichica del soggetto; questo infatti troverà sempre qualche altra
cosa da aggiustare nel proprio aspetto. Il lettore pensi a quanti finti
Michael Jackson o imitazioni di Tom Cruise, prodotti di una chirurgia
estetica davvero selvaggia, vagano per la terra. Oppure quante
persone iniziano con un semplice intervento estetico al naso per poi
passare alla bocca e successivamente agli occhi, in un perverso
gioco senza fine.
In questi casi l’illusione della soluzione chirurgica e il successivo
intervento innescano una sorta di reazione a catena che rapisce
totalmente i pensieri del soggetto, il quale vive nel costante bisogno
di sedare la reazione di panico scatenata dall’idea del difetto
estetico. Come nel caso delle ossessioni compulsive, anche per la
dismorfofobia la soluzione si trasforma in un nuovo problema che
richiede una nuova soluzione, la quale costruisce un ulteriore
problema e così via in una escalation che spesso conduce a effetti
concreti davvero tragici: reali deformità, prodotte dalla serie di
interventi correttivi estetici che magari aggiustano un dettaglio ma
scompensano l’armonia dell’insieme. Per non parlare degli effetti
devastanti di interventi estetici malriusciti e dei tentativi ulteriori che
rendono più disastroso il fallimento precedente.
Ciò che rende quasi inevitabile questa catena di eventi è il fatto
che dapprima il dismorfofobico, sulla scia della propria convinzione,
tende a isolarsi dal contatto con gli altri per evitare la sofferenza e le
crisi di panico scatenate dal sentirsi osservato e giudicato.
Dopodiché, chiede disperatamente aiuto ai famigliari e propone loro
quella che per lui è l’unica soluzione del suo problema e della sua
sofferenza. Anche se capiscono chiaramente che il problema è
psichico e non fisico, i famigliari prima o poi cedono alla richiesta,
poiché la sofferenza espressa dai soggetti è realmente estrema.
Inoltre, il dismorfofobico rifiuta la psicoterapia, essendo convinto di
avere un reale difetto estetico e non un’erronea e patogena
percezione di sé. Tutto ciò rende difficile il trattamento di questa
grave patologia e spesso il paziente giunge in terapia solo a disastro
compiuto.
Capitolo 3

La mente che si libera:


vincere la battaglia contro il panico

«Guarda la paura in faccia e questa cesserà di turbarti».

Sri Yukteswar

La terapia del panico


«La necessità aguzza l’ingegno» suona un antico proverbio: così è
stato per lo studio della terapia per il panico. Poiché questo disturbo
è divenuto una sorta di epidemia sociale degli ultimi decenni, è stato
oggetto di centinaia di studi focalizzati sul suo trattamento
terapeutico. Oggi è disponibile una vasta gamma di efficaci terapie in
grado di aiutare chi ne soffre (Nardone 2000, Rovetto 2002).
Tuttavia, solo poche di esse garantiscono non solo la reale efficacia
del trattamento – ovvero il fatto che, una volta superato, il panico
non si ripresenti – ma anche una buona efficienza – ovvero la
capacità di produrre effetti in tempi brevi. Questo secondo fattore
risulta molto più importante di quanto si ritenga a livello teorico,
poiché c’è una bella differenza tra guarire dal panico in tre mesi o in
tre anni. Ci sono due anni e nove mesi di qualità della vita di
differenza, e chi soffre di paura patologica sa bene cosa significhi
questo in concreto. Una terapia è tanto più efficace quanto più è
efficiente (Sirigatti, 1994).
Ciò che risulta chiaramente dalle ricerche empiriche sui trattamenti
realmente efficaci ed efficienti dei disturbi da panico, come già
indicato nel primo capitolo (Cagnoni 2000), è che essi devono
guidare il paziente a interrompere la sua tendenza all’elusione,
bloccare le richieste di aiuto e protezione da parte di altri e, infine,
renderlo capace di immergersi volontariamente nella paura sino ad
annullarla. Infatti, come recita un antico motto islamico, «la paura
guardata in faccia si trasforma in coraggio».
Per ottenere questi cambiamenti da parte del paziente affetto da
sindrome da attacchi di panico esistono due approcci risultati
particolarmente efficaci: il primo è quello cognitivo-comportamentale,
il secondo quello strategico.
L’approccio cognitivo-comportamentale guida il paziente a
comprendere e a razionalizzare la disfunzionalità delle sue
rappresentazioni, e da lì ad affrontare gradualmente le situazioni
temute sino a padroneggiarle.
L’approccio strategico si basa sull’utilizzo di stratagemmi
terapeutici che conducono il paziente, a sua insaputa, a
sperimentare concretamente il superamento del panico. Solo
successivamente, dopo la rapida scomparsa dei sintomi, il soggetto
verrà condotto alla piena consapevolezza delle sue risorse
personali.
In pratica i due approcci adottano opposte processualità
terapeutiche: nel primo caso l’acquisizione di consapevolezza del
funzionamento del problema conduce al cambiamento, nel secondo
è il cambiamento ottenuto mediante stratagemmi terapeutici a
condurre alla consapevolezza personale.
Molto spesso i due modelli teorico-applicativo vengono confusi e
sovrapposti, in quanto possiedono molte caratteristiche in comune:
entrambi sono focalizzati su cambiamenti concreti e alcune delle loro
tecniche si somigliano. La differenza «che fa la differenza» è che il
ricorso a stratagemmi terapeutici in grado di aggirare la naturale
resistenza al cambiamento della mente umana risulta di gran lunga
più efficiente nei suoi effetti terapeutici del cercare di convincere
razionalmente la persona a cambiare le proprie rappresentazioni e
azioni. Del resto, come illustrato nel primo capitolo, il panico come
reazione patologica è una sorta di inganno che la mente gioca a se
stessa, e quindi risulta chiaro che per produrre un rapido
cambiamento è necessario un controinganno terapeutico, in grado di
cortocircuitare il meccanismo disfunzionale in atto.
Questa è la motivazione per cui quasi vent’anni or sono, cercando
le tecniche più efficaci ed efficienti per la terapia della paura
patologica, mi sono orientato verso l’approccio strategico piuttosto
che quello cognitivo-comportamentale.
Negli anni successivi la mia ricerca si è focalizzata sulla messa a
punto di specifiche strategie, composte da particolari stratagemmi e
sequenze di azioni terapeutiche, per le diverse ed evolute varianti di
disturbo fobico ossessivo. Ne è risultata la formulazione di rigorosi
protocolli di trattamento (Nardone 1988, 1990, 1993, 1997, 2000)
dimostratisi concretamente i più efficaci ed efficienti per combattere
quelle patologie.
Per offrire soltanto un dato statistico, la misurazione dei risultati
delle terapie svolte presso il Centro di Arezzo che io dirigo mostra
che nel decennio dal 1989 al 1999 oltre il 90% dei disturbi da panico
trattati sono stati condotti a completa guarigione nell’arco di una
media di sette sedute (Nardone, Watzlawick 2002). Inoltre negli
ultimi anni, grazie a ulteriori affinamenti ed evoluzioni dei trattamenti
derivanti dalle ricerche in corso, tali già entusiasmanti risultati si
sono incrementati e spesso le persone sbloccano la loro patologia
sin dalle prime sedute del trattamento.
Al di là dei meri dati, utili per raffronti scientifici, ciò che mi sembra
davvero importante sottolineare è il fatto che, per quanto i disturbi da
panico siano sofferti, invalidanti e persistenti, la loro terapia può non
essere altrettanto sofferta, faticosa e prolungata, bensì rapida e non
drammatica, anzi: talvolta persino divertente.
Chiariti questi, a mio avviso, cruciali punti per differenziare ciò che
verrà esposto dalle tante proposte terapeutiche per gli attacchi di
panico, ho scelto di descrivere in modo accessibile, non pedante, le
differenti forme di trattamento strategico della paura patologica
ricorrendo alla narrazione di casi esemplari di reali terapie effettuate.
Chiedo scusa in anticipo al lettore interessato a un’esposizione più
rigorosa e scientifica dei protocolli terapeutici, e lo rimando ai testi di
questo tipo già pubblicati (Nardone 1993, Watzlawick, Nardone
1997, Nardone, Watzlawick 2002). Ritengo la narrazione dei casi più
idonea a un testo rivolto al grande pubblico, e di più piacevole lettura
anche per lo specialista del settore.
Tuttavia, prima di esporre questi casi, è bene tratteggiare
perlomeno le fasi di un intervento strategico sui disturbi da panico:

Prima fase: individuare il tipo specifico di paura patologica che


conduce al panico, e al tempo stesso introdurre nelle visioni del
paziente elementi che lo inducano a cambiare prospettiva
rispetto al suo problema.
Seconda fase: suggerire, condurre o prescrivere direttamente azioni
o pensieri che inducano la persona a compiere esperienze di
cambiamento. In altre parole applicare gli stratagemmi terapeutici
indicati per far sì che la persona interrompa le sue disfunzionali
tentate soluzioni: ovvero il controllo che fa perdere il controllo,
l’elusione e la richiesta d’aiuto nelle sue varie forme.
Terza fase: condurre la persona a incrementare le sue esperienze di
successo nella gestione delle sensazioni e situazioni spaventose.
Al tempo stesso renderla consapevole delle risorse personali
attivate e delle capacità dimostrate nel fronteggiare e superare
ciò che prima la bloccava.
Quarta fase: chiusura dell’intervento e ridefinizione del risultato
come piena responsabilità dell’ormai ex paziente.

Per quanto la descrizione delle storie terapeutiche sia sotto forma


narrativa, credo che il lettore riuscirà a riconoscere sempre le quattro
fasi citate. Anche dietro la pura creatività di alcune soluzioni
terapeutiche costruite «ad hoc» per il singolo caso, vi è sempre un
rigore procedurale. Come indicava Gregory Bateson, «non c’è nulla
di più pratico di una buona teoria».

Esempi di «tecnologica magia»

Caso 1: Agorafobia
Era una tra le donne più belle che avessi avuto la fortuna di
incontrare. Capelli neri lucenti, pelle bianca come porcellana,
sfavillanti occhi neri e un sorriso mozzafiato. Carriera da top model
alle spalle, abbandonata per dedicarsi alla sua passione: la
decorazione di interni, divenuta una vera e propria professione. Una
storia famigliare complicata: dopo la morte del padre, Elisa era
tornata a vivere con la madre, con cui intratteneva una relazione
ambivalente del tipo amore/odio. Aveva un fidanzato del quale non
appariva per niente entusiasta, tanto che aveva riallacciato una
relazione con un compagno precedente; tuttavia, lui rappresentava
una presenza rassicurante. Infatti il suo problema era l’assoluta
incapacità di allontanarsi da sola dai luoghi per lei sicuri, ovvero
posti in cui Elisa trovava persone affidabili pronte a intervenire se si
fosse sentita male. Questa splendida donna soffriva da undici anni di
attacchi di panico ogniqualvolta si trovava da sola; e questo le
accadeva persino a casa sua. A causa di ciò si era organizzata la
vita in modo da non rimanere mai senza almeno una persona che
potesse materializzarsi immediatamente alla prima richiesta di aiuto,
quindi alla distanza massima di pochi minuti da lei.
Come si può ben immaginare la sua vita, all’apparenza fortunata
viste le sue doti personali, artistiche e professionali, era invece
totalmente condizionata dal suo problema. Durante il nostro primo
incontro il suo stile impeccabile e il suo incantevole sorriso si
trasformarono in un pianto compulsivo; incalzata dalle mie domande,
si trovò a contemplare lo «splendore dei propri disastri». Per la prima
volta Elisa realizzò con lucidità quanto della sua vita avesse
sacrificato alla paura patologica. Questa constatazione provocò in lei
un misto di disperazione e rabbia, e soprattutto la paura di non poter
cambiare.
Il lettore, ricordando quanto già esposto, si renderà conto che tutto
ciò è stato deliberatamente provocato per indurre la paziente a
«mettere la sofferenza più grande contro la sofferenza più piccola»,
a trasformare la sua paura da limite in risorsa.
Raccontò anche di aver tentato più terapie, sia farmacologiche sia
psicologiche, senza alcun risultato. L’ultima si era trasformata in una
sorta di «amicizia»: il terapeuta era diventato uno dei suoi affidabili
accompagnatori o pronti soccorritori. Fu proprio lui che, avendo
compreso di essere divenuto niente di più di un «umile cavalier
servente», le suggerì la lettura di un mio libro; così lei si era decisa,
nonostante la notevole distanza, a rivolgersi a me come «ultima
spiaggia». Io procedetti facendole rilevare, attraverso
un’argomentazione apparentemente razionale, come il suo tentativo
di gestire il terrore di rimanere da sola fosse proprio ciò che finiva
per alimentare la sua sindrome da panico.
«Vorrei che tu riflettessi, adesso, sul fatto che ogniqualvolta chiedi
aiuto direttamente o indirettamente per non rimanere da sola o per
non cadere nel panico tu ricevi contemporaneamente due messaggi.
Il primo è rassicurante: ‘ti aiuto, ti proteggo, quindi stai tranquilla’; il
secondo è patogeno: ‘ti proteggo perché tu non sei in grado di
farcela da sola’. Questo secondo messaggio, ripetendosi nel tempo,
non solo mantiene il tuo problema, ma tende a farlo peggiorare,
poiché ogniqualvolta tu chiedi aiuto e lo ricevi confermi a te stessa
che senza di quello saresti stata male, e rafforzi così il tuo senso di
incapacità personale. Pertanto io voglio che tu pensi che
ogniqualvolta chiedi aiuto e lo ricevi fai peggiorare il tuo disturbo,
anche se al momento hai la sensazione di sentirti salva. Io so bene
che non sei in grado di non chiedere aiuto, ma pensa che quando lo
fai incrementi il tuo problema. Pensaci e basta. So che non sei in
grado di smettere di chiedere aiuto in determinate situazioni ma
pensa che quando lo chiedi e lo ricevi stai contribuendo ad
aumentare la tua paura».
Questa suggestiva «ristrutturazione» è il modo, elaborato e
formalizzato grazie a una prolungata sperimentazione, per mettere la
paura contro la paura, ovvero la paura più grande di un futuro
peggioramento contro la paura attuale di affrontare determinate
situazioni. Ma la cosa importante è che ciò non viene prescritto, ma
viene indotto come percezione: alla persona non si chiede di agire
diversamente, ma di tenere in considerazione gli effetti delle sue
azioni.
Insieme a questa manovra, alla fine della seduta venne prescritto
a Elisa un compito da svolgere durante le due settimane successive.
La prescrizione, anch’essa parte integrante del protocollo di
trattamento specifico per il disturbo da panico con agorafobia, fu di
monitorare le situazioni critiche annotandole prontamente in un
apposito taccuino nel momento in cui queste si presentavano. Il
cosiddetto «diario di dordo» è composto da una serie di voci ordinate
in colonne da riempire esattamente nel momento in cui il panico
comincia a innescarsi. La persona deve avere sempre con sé il
diario, in modo da annotare subito gli episodi. Di solito la
prescrizione viene suggerita come un procedimento conoscitivo e
diagnostico, ma in realtà è uno stratagemma per far sì che durante
l’innescarsi dell’attacco la persona sposti la sua attenzione dal
tentativo di controllarlo alla compilazione delle voci contemplate nel
diario. Così fu fatto anche per Elisa.
Al successivo appuntamento i suoi occhi brillavano come stelle
nella notte e il suo sorriso appariva più smagliante che mai. Si
sedette con una sorta di concitata agitazione, dicendomi di essere
venuta da sola. Aveva percorso con la sua auto oltre 300 chilometri
da sola, e senza alcun problema. Disse che durante le due
settimane il tarlo che le era stato inserito nella mente aveva lavorato
a fondo, che quasi subito dopo la nostra seduta aveva cessato di
chiedere aiuto e aveva sperimentato che dopo un attimo di
smarrimento non succedeva niente. Nei giorni successivi aveva
cominciato a spostarsi autonomamente e le era anche capitato di
avere dei sussulti di paura, ma mentre li annotava accuratamente
nel diario questi si erano sciolti come neve al sole. La cosa sulle
prime l’aveva parecchio sorpresa, poi, da persona intelligente qual
era, aveva capito il trucco. Ma l’aver capito il trucco, ossia che
bastasse annotare in un taccuino le sensazioni evocate dal panico,
l’aveva portata a ridimensionare la sua paura di esserne travolta.
Sulla base di questa «esperienza emozionale correttiva», Elisa
aveva svolto per la prima volta tutte le sue attività quotidiane senza
chiedere aiuto a nessuno, ma portando sempre con sé il suo «diario
di bordo» nel quale aveva diligentemente annotato le sensazioni
minacciose. La seconda seduta trascorse facendole constatare
quante risorse personali avesse dimostrato grazie ai due
stratagemmi utilizzati, dapprima inconsapevolmente e poi vieppiù
lucidamente, e le fu prescritto di utilizzarli coscientemente.
Parallelamente a ciò le fu indicato di procedere alla seconda
importante parte del trattamento, necessaria per riuscire a superare
definitivamente la paura patologica. Questa fu la prescrizione: «Da
oggi a quando ci rivedremo, tra due settimane, ritirati tutti i giorni alla
stessa ora in una stanza dove puoi rimanere da sola, punta una
sveglia in modo che suoni mezz’ora più tardi, abbassa la luce, mettiti
comoda e volontariamente, deliberatamente richiama alla mente le
tue peggiori fantasie. Pensa di essere sola, lontana dai tuoi luoghi
sicuri, che stai per perdere il controllo di te stessa, che il tuo cuore
comincia a battere all’impazzata. Lasciati andare a tutto quello che ti
viene in mente. Se ti viene da urlare, urla. Se ti viene da piangere,
piangi. Se ti viene da saltare, salta. Quando suona la sveglia, stacca
la soneria; è tutto finito! Vai a sciacquarti il viso e torna alle tue
abitudini quotidiane».
Con gli occhioni spalancati Elisa obiettò: «Ma come! Sono stata
così bene in queste due settimane, e adesso lei mi vuole far star
male facendomi immergere nelle mie paure?» La mia replica fu:
«Potrai avere delle strane sorprese, quindi fallo. Credo di essermi
meritato un po’ della tua fiducia, per cui ti chiedo di provare».
Due settimane dopo raccontò di aver trascorso le due settimane
più belle della sua vita fino ad allora; si era sempre mossa
autonomamente senza più chiedere aiuto, per il suo lavoro di
decoratrice era andata a visionare delle ville nei dintorni della sua
città e anche più lontano. Aveva avuto la piena sensazione di sentirsi
libera, in quanto aveva sempre portato con sé il suo taccuino ma non
aveva annotato nulla, benché avesse fatto cose che da anni non si
sognava di fare.
Inoltre aggiunse che il minaccioso compito che le era stato
assegnato le era risultato tutt’altro che sgradevole, anzi le era
apparso rilassante. Infatti cercando di provocare volontariamente il
panico attraverso le peggiori fantasie aveva provocato esattamente il
contrario: i fantasmi evocati svanivano al solo toccarli. La sua
reazione era rilassatezza e serenità nel guardare in faccia ciò che
prima la terrorizzava. Disse anche che era andata a rileggere il mio
libro sul panico e che aveva trovato la spiegazione a tutto ciò, ma
che sperimentarla concretamente era tutt’altra cosa.
Durante la nostra conversazione, cercammo di renderla sempre
più consapevole delle sue capacità e delle sue risorse finalmente
sbloccate grazie alla sperimentazione di una nuova maniera di porsi
di fronte alle paure. Su questa scia procedemmo suggerendole il
passo successivo: far divenire l’«aumentare la paura per ridurla»
una reazione automatica. A tal fine avrebbe dovuto più volte al
giorno, a certi orari prefissati, senza isolarsi, guardare l’orologio e
per cinque minuti evocare i suoi fantasmi e toccarli per farli svanire.
Al successivo appuntamento la paziente riferì di aver proceduto
all’«addestramento paradossale» e di aver avuto ancor più la
sensazione che se andava a caccia dei suoi fantasmi questi
scappavano. Aggiunse che in due o tre occasioni, trovandosi lontano
da casa, aveva pensato: «E se ora mi succede qualcosa?» e aveva
provato l’innescarsi delle vecchie sensazioni; a quel punto, aveva
applicato la tecnica dell’incrementare le sensazioni per ridurle. In
quel modo le sue peggiori fantasie avevano completamente inibito
l’innescarsi delle reazioni di panico e ciò l’aveva resa davvero felice.
Era consapevole di possedere un’arma davvero efficace contro le
sue paure e i loro effetti.
Le fu spiegato che in quelle occasioni lei aveva già messo in atto
quello che sarebbe stato il passo successivo del suo addestramento:
superare i suoi limiti e acquisire la fiducia nelle risorse personali
anche nel caso di emergenti sensazioni di panico. A questo punto le
fu suggerito di procedere come aveva già sperimentato, ovvero,
ogniqualvolta avesse provato qualche sensazione minacciosa,
avrebbe dovuto guardare l’orologio e alimentarla per ridurla.
L’appuntamento successivo fu fissato dopo un tempo più lungo,
ossia un mese, con lo scopo di darle modo di sperimentare le sue
capacità e di allentare l’effetto della relazione terapeutica nella
direzione dell’incremento dell’autonomia personale.
Dopo un mese, Elisa in forma smagliante dichiarò di essere stata
completamente libera da qualunque sensazione di paura, di aver
vissuto attimi meravigliosi, di pienezza personale mai sperimentata
prima. Affermò che l’unico «problemino» era la relazione con il suo
fidanzato, del quale si era resa conto di non essere mai stata
innamorata e che ora, da punto di riferimento protettivo, si era
trasformato in una sorta di pesante palla al piede.
Purtroppo questo è un fenomeno tipico nella storia delle persone
che, dopo molti anni di panico, si liberano dalle loro catene. Questa
riflessione fu fatta anche con lei. Elisa è stata rivista dopo tre mesi,
poi sei mesi, un anno dalla fine della terapia, per i controlli a distanza
di tempo. Nell’arco di questo periodo non è stata rilevata nessuna
ricaduta nei sintomi fobici, né alcuna presenza di altri disturbi. Elisa
un anno dopo era persino andata a vivere da sola, rendendosi
autonoma anche dall’ambivalente relazione con la madre e,
godendosi la libertà e la responsabilità recuperate, aveva, dopo mesi
di sofferta esitazione e sensi di colpa, lasciato anche il fidanzato.
Questo caso è solo un esempio di trattamento di disturbo da
panico con agorafobia, ma rappresenta la narrazione del trattamento
di protocollo specifico applicato con successo negli ultimi dieci anni a
migliaia di casi. Come il lettore può ben intendere, anche se il
disturbo persiste da molti anni la terapia può essere rapida ed
efficace.

Caso 2: La paura di uccidere il marito


Si presenta una giovane donna, disperata perché ossessionata dalla
paura di essere colta da un raptus di follia che la conduca a uccidere
il suo amato marito.
Appariva sconvolta e in preda al panico anche al solo riferire che,
da qualche mese, tale idea l’accompagnava come un’ombra sinistra.
Più cercava di scacciarla, più questa la pervadeva con immagini di
cruente aggressioni. Vedeva se stessa afferrare un coltello da cucina
e sgozzare il marito nel sonno; oppure mettere del potente veleno
nel suo cibo; o ancora, spingerlo giù dal balcone della loro casa.
Eppure Giulia amava il partner che era stato il suo primo e unico
uomo, con il quale aveva condiviso tutte le sue gioie e con il quale
da due anni era felicemente convolata a nozze. Appariva davvero
come la compagna perfetta, intelligente e sensibile, bella e gentile,
pianista di successo dotata di tutta la grazia che questo esercizio
artistico richiede. Pertanto, era ancora più sconvolta dalle folli
immagini che si erano impadronite della sua mente e che la
facevano sprofondare in frequenti baratri di panico.
Il tutto era iniziato dopo che aveva letto su un quotidiano la notizia
di una moglie che senza alcun sintomo di preavviso aveva
accoltellato ripetutamente l’amato compagno sino a ucciderlo. Tale
sorprendente accadimento l’aveva indotta a riflettere sulla possibilità
che lei stessa facesse una cosa del genere. Da quel momento,
nonostante le riflessioni razionali e i conclamati sentimenti che si
opponevano a tale efferata eventualità, la paura di poterlo fare si era
impossessata della sua mente fino a travolgerla.
Giulia ne aveva ovviamente parlato con il marito, il quale dapprima
aveva cercato di sdrammatizzare ma poi, constatato lo stato di
alterazione da panico della moglie, si era spaventato. Questa sua
reazione naturalmente aveva confermato alla moglie la propria
potenziale pericolosità, incrementando il suo terrore di essere colta
da raptus omicida. Tutto ciò l’aveva indotta a ricorrere a una pesante
cura farmacologica, la quale, però, aveva soltanto sedato le sue
reazioni di ansia senza intaccare minimamente la sua fobia.
Durante la prima seduta, dopo aver «rassicurato» Giulia
affermando che il suo disturbo non era affatto «originale», ma
apparteneva a una categoria sempre più frequente di problemi da
panico di perdita di controllo delle proprie facoltà mentali, procedetti
con le consuete manovre terapeutiche.
Prima di tutto le suggerii di interrompere qualunque conversazione
in merito al suo problema con chiunque, compreso il marito,
giustificando ciò con l’argomento che parlare della sua ossessione
rappresentava uno dei modi per alimentarla. Più si discute di una
paura e più la si rende vera. Infatti, parlare non sempre è terapeutico
come il «buon senso popolare» indicherebbe; anzi, nel caso di una
fobia si rivela patogeno.
Giulia comprese al volo la cosa e affermò che ne avrebbe taciuto
con tutti all’infuori di me. Io allora le prescrissi l’usuale diario di bordo
per monitorare esattamente i suoi episodi critici, e infine le proposi
una domanda che doveva porsi giornalmente: «Cosa faresti se
volessi incrementare, invece di ridurre, il tuo problema? Cosa
dovresti pensare per renderlo più acuto? Portami tutte le risposte
che ti vengono, poiché ‘per raddrizzare una cosa prima si deve
imparare come storcerla di più’».
Un po’ spaventata e sorpresa dallo strano quesito, lei mi chiese se
non rischiasse di indurla a «farlo davvero». Sorridendo le risposi che
si trattava di un compito teorico, non pratico.
Alla seduta successiva Giulia giunse con un «diario di bordo» che
sembrava un’enciclopedia, tanto era voluminoso e tanto numerosi
erano gli episodi di panico riportati. Tuttavia riferì che annotare i
momenti critici seguendo lo schema prestabilito l’aveva aiutata a
tenerli a bada; comunque, aveva trascorso più tempo a scrivere che
a fare qualunque altra cosa.
Inoltre, alla strana domanda non era riuscita a trovare alcuna
risposta soddisfacente, in quanto ogni ipotesi finiva per scontrarsi
con il suo immediato rifiuto di ciò che le veniva in mente.
Le feci notare come tale effetto era il contrario di ciò che le
accadeva ogniqualvolta si negava di pensare alla perdita di controllo.
Questa considerazione la colse come una scoperta imprevista, che
apriva nuove prospettive.
«Quindi per scacciare le mie ossessioni dovrei cercare di averne
ancora di più?» chiese.
Aveva capito il meccanismo. Io risposi: «Proprio così, ma prima
devi imparare a usare bene questo trucco, e per questo è necessaria
una sorta di addestramento. I fantasmi che noi evochiamo, se li
tocchiamo, svaniscono, se scappiamo ci inseguono e ci spaventano
a morte. Ma, come ripeto, per imparare ci vuole un po’ di ‘pratica
particolare’».
Fu così che, dopo aver ribadito insieme alla giovane donna il fatto
che in realtà era vittima delle sue stesse costruzioni, le fu prescritto il
rituale giornaliero della «mezz’ora di peggiori fantasie» come
procedura specifica per imparare ciò che lei stessa aveva sentito
funzionare. Venne mantenuta anche la prescrizione del «diario di
bordo», che l’aveva aiutata a non cadere nel panico.
Alla terza seduta Giulia raccontò che all’inizio aveva un po’ di
paura ad applicare il rituale giornaliero delle «peggiori fantasie», ma
mettendolo in pratica si era resa conto che, mentre immaginava se
stessa afferrare il coltello o mettere la stricnina nel cibo, invece di
terrorizzarsi finiva per sorridere come se stesse guardando un
ridicolo film. Inoltre dopo qualche minuto, più cercava di vedere le
immagini e meno queste venivano, più si sforzava di elaborare
fantasie terribili, più le venivano alla mente immagini di scene felici e
divertenti.
Infine dichiarò che durante l’arco della giornata aveva continuato
ad annotare i momenti in cui i fantasmi minacciosi la aggredivano,
ma che quelli si erano radicalmente ridotti, tanto che il «diario di
bordo» questa volta non era enciclopedico ma conteneva poche
annotazioni. Giulia dichiarò che la situazione appariva decisamente
migliorata, anche se si sentiva ancora dentro il problema.
Come di consueto, la terapia procedette passando alla fase delle
peggiori fantasie distribuite in cinque appuntamenti giornalieri a orari
fissi, senza isolarsi ma continuando a svolgere le attività consuete.
Questa prescrizione fu indicata come ulteriore addestramento ma di
livello superiore, poiché doveva essere svolto senza interrompere
l’andamento delle giornate.
Due settimane dopo la paziente riferì di essere stata decisamente
molto meglio, al punto da non aver mai utilizzato il «diario di bordo»;
i cinque appuntamenti giornalieri con i suoi fantasmi mentali erano
stati sufficienti. Ma – e la cosa continuava a sorprenderla, anche se
aveva compreso la strategia – durante quei momenti la paura
cercata non veniva trovata. Anzi, come puntualizzò, aveva quasi
cominciato a sentirsi capace di fronteggiarla.
La successiva prescrizione, come prevedibile, fu di utilizzare «la
tecnica della peggiore fantasia» solo nel caso in cui la paura si fosse
presentata: nel momento in cui avesse sentito innescarsi le
sensazioni di panico avrebbe dovuto cercare di aumentarle per
ridurle.
Prima però le fu fatto rilevare come fosse stata capace, in così
poco tempo, di applicare alla lettera le prescrizioni che l’avevano
condotta a sbloccare le sue risorse inceppate dai meccanismi
patologici nei quali si era involontariamente infilata. In questo modo
davo alla paziente la responsabilità dei cambiamenti in atto, facendo
emergere la fiducia nelle sue capacità piuttosto che in «magiche
prescrizioni».
Alla quinta seduta dichiarò di non aver avuto alcun episodio di
panico; tuttalpiù qualche immagine le era affiorata alla mente, ma lei
l’aveva scacciata prontamente mediante lo sforzo volontario di
alimentarla. Tutto ciò l’aveva fatta sentire come prima che il suo
problema si presentasse: aveva ripreso a usare i suoi affilati coltelli
da cucina anche con il marito nelle vicinanze, era tornata a sporgersi
tranquillamente con lui dall’alto balcone della loro casa e così via, e
mai le era passato per la testa di essere presa da un raptus omicida.
Tutto l’incontro fu speso a mettere in risalto come era stata capace,
da sola, di rovesciare la sua drammatica situazione e come fosse
bastato così poco per ottenere così tanto, mettendo in azione le sue
risorse personali.
Alla fine dell’incontro le fu proposta una domanda finale, una sorta
di cornice da mettere all’opera conclusa, con la richiesta di dedicarle
qualche minuto al giorno per un mese. La domanda era la seguente:
«Giulia, se tu volessi rovinare tutto quello che abbiamo fatto insieme,
come potresti riuscirci? Se volessi tornare esattamente quella di
quando ci siamo conosciuti, cosa dovresti fare o non fare?»
La «perfetta mogliettina» mi salutò con un intrigante sorriso,
dichiarando che ci avrebbe pensato su.
Dopo un mese tornò riferendo prima di tutto di essersi sentita
come se il «periodaccio» non fosse mai esistito, come se fosse stato
un brutto incubo notturno, tanto che aveva ripreso a pieno ritmo la
sua attività artistica. Riguardo alla famosa domanda, riferì che si era
resa conto, pensandoci, che forse sarebbe bastato ricominciare a
cavalcare i dubbi cercando di scioglierli razionalmente, ovvero
cercando la certezza assoluta del controllo di sé, per incappare di
nuovo in qualche trappola mentale. Poi, sorridendo, aggiunse che
era stata anche un po’ birichina, poiché, dopo aver riflettuto bene sul
mio quesito e incuriosita da ciò che avevamo fatto, era andata a
comprare qualcuno dei miei libri e aveva letto tutte le spiegazioni.
Concluse dichiarando che le era piaciuta in particolare
quest’affermazione: «Il segreto è che non ci sono segreti, e che
l’unica forma di certezza che si può avere è l’essere sicuri nella
propria insicurezza». Per una come lei, che aveva incentrato tutta la
propria vita su indiscutibili certezze, era stata, dopo l’esperienza
vissuta, una sorta di «illuminazione Zen».
Caso 3: L’ipocondria ribelle
Un uomo di mezza età accompagnato dalla moglie, come il padrone
che porta il suo fidato cane al guinzaglio, entrò nel mio studio e
ancor prima di sedersi iniziò a «vomitare» la sua terrificante paura di
ammalarsi di mali oscuri. Ingegnere di professione, il soggetto
manifestò la sua fobia di potersi ammalare di tumore poiché il suo
lavoro di supervisore lo portava a frequentare ospedali e istituti di
sanità in cui si trovavano malati di cancro. Come tutti gli ipocondriaci,
si rendeva conto che la sua fobia era decisamente irragionevole,
tuttavia ne era travolto. Essa lo costringeva a continui controlli
medici e analisi cliniche alla ricerca di eventuali sintomi precoci del
male oscuro. Purtroppo, avuto l’esito negativo dei rilievi diagnostici o
dopo essere stato rassicurato dal medico, la sua pace durava ben
poco, poiché al minimo segnale del suo organismo scattava il
panico, e tutta la sequenza ripartiva da capo.
La moglie, psicologa di professione, cercava senza successo di
farlo ragionare sull’assurdità delle sue paure, ma finiva sempre per
essere tutt’al più un’affidabile consolatrice e accompagnatrice nelle
processioni diagnostiche.
Erano state tentate terapie farmacologiche senza alcun esito
definitivo, anche perché tra le sue fobie l’uomo aveva anche quella
degli effetti indesiderati degli psicofarmaci e dopo un po’ ne
interrompeva l’uso. Riguardo alle psicoterapie, riferì che dei dottori
incontrati fino a quel momento aveva scarsa stima, in quanto nel giro
di poche sedute si era reso regolarmente conto di avere di fronte
persone non in grado di gestire il suo problema. Raccontò anche di
uno di questi, maestro della moglie, che dopo qualche incontro gli
aveva rivelato di essere anch’egli ipocondriaco, e di ritenere
perfettamente ragionevoli le sue preoccupazioni e necessità di
continui controlli medici.
Come si può capire, il caso si presentava tutt’altro che semplice.
Tuttavia, dopo aver analizzato la situazione e i fallimentari tentativi di
gestione del problema, «inchiodai» il paziente alla sua responsabilità
di collaborare alla terapia, calcando la mano sulla dichiarazione che
la nostra prassi prevedeva un limite massimo di dieci sedute per
risolvere il problema. Se entro tale termine non si fossero visti esiti
positivi concreti, avremmo interrotto il trattamento.
Tale accordo, a lui molto congeniale perché gli consentiva
l’illusione di controllare l’efficacia della terapia, in realtà lo mise in
condizione di non poter rifiutare di eseguire nessuna delle
prescrizioni che gli sarebbero state indicate, per quanto potessero
apparire banali o illogiche.
Dopo tale «negoziazione» gli furono prescritte le seguenti
indicazioni:

1. Impegnarsi per le due successive settimane a evitare qualunque


contatto con un medico, nonché a mantenere la «congiura del
silenzio» intorno al suo problema. In altri termini doveva evitare di
parlarne con chiunque, medici compresi, sino alla seduta
successiva. Tuttavia, considerato il peso di tale ingiunzione, gli era
concesso di lamentarsi di tutte le sue paure per mezz’ora ogni sera
dopo cena. La mezz’ora sarebbe stata calcolata caricando una
sveglia; la moglie sarebbe dovuta rimanere in religioso silenzio ad
ascoltarlo.
2. Tre volte al dì – al mattino, dopo pranzo e prima di andare a
dormire – la consegna era di andare in bagno e, davanti allo
specchio con carta e penna, procedere a un’attenta ispezione di
tutte le sensazioni provenienti dal proprio organismo, segni sicuri di
una patologia emergente, specificando bene il sintomo indicatore e il
tipo di malattia ipotizzata.
Il materiale raccolto sarebbe stato molto utile per la terapia, visto che
lui poteva ormai essere considerato uno «specialista» del settore e
sicuramente le sue rilevazioni erano le più attendibili.

Il paziente e la moglie, decisamente sbalorditi da tali bizzarre


indicazioni che però non potevano essere contestate, se ne
andarono attoniti. Due settimane dopo, riapparvero rilassati e
sorridenti. L’ingegnere affermò che non capiva come potesse essere
accaduto, ma dopo qualche giorno la sua condizione era
decisamente migliorata; ulteriormente, poi, le sue ispezioni allo
specchio non gli avevano fatto rilevare alcunché di preoccupante. Le
sue «orazioni ipocondriache» serali si erano trasformate in racconto
delle attività svolte durante la giornata. Certo, i primi giorni aveva
riempito intere pagine con rilevazioni di sintomi minacciosi, e la sera
la sua mezz’ora di «palcoscenico del panico» era stata totalmente
riempita da lamentazioni di paure, ma poi tutto si era gradualmente
stemperato.
La moglie psicologa confermò le dichiarazioni del marito,
affermando che sembrava fosse avvenuto un vero e proprio
miracolo: era come se «per magia» tutti i problemi precedenti
fossero scomparsi.
Senza dare alcuna spiegazione dell’accaduto prescrissi loro di
procedere nello stesso modo ma riducendo l’«orazione serale» a
quindici minuti e le «ispezioni» da tre a due, eliminando quella dopo
pranzo. Presi in consegna i fogli con le annotazioni sintomatiche e
mi congedai dalla coppia ancora una volta sbalordita e attonita, in
questo caso dal fatto che apparentemente non avevo dato gran peso
ai cambiamenti avvenuti.
Questo atteggiamento quasi «squalificante» era in realtà una
deliberata scelta terapeutica, orientata a produrre ancor più
collaborazione da parte di un soggetto, lui sì, così «squalificante» nei
confronti delle terapie. Puntualizzare con lui il successo delle
manovre terapeutiche sarebbe stato decisamente controproducente.
Al successivo incontro i due apparvero ancora più soddisfatti;
dichiararono che la situazione non solo si era mantenuta positiva,
ma era ulteriormente migliorata. Durante gli incontri serali il marito
non si era quasi mai lamentato, e quando lo aveva fatto era in merito
a problemi di lavoro o di relazione con altre persone. Inoltre
l’ingegnere, consegnandomi i suoi rapporti di rilevazione, mi fece
notare che vi erano annotate solo alcune «sciocchezze».
Curiosamente i due apparivano desiderosi di plauso e
considerazione per il buon lavoro svolto ma, ancora una volta,
furono rapidamente liquidati senza alcun commento, con
l’indicazione di procedere semplicemente riducendo l’«incontro
serale» a dieci minuti e le «ispezioni» a quella del mattino. La coppia
se ne uscì «con la coda tra le gambe» e l’espressione di chi si sente
quasi rifiutato, come se non fosse ancora in grado di meritare la
giusta considerazione.
Al quarto appuntamento l’ingegnere e la psicologa dopo essersi
seduti dichiararono: «Tutto è andato non bene ma benissimo. Però
adesso lei ci deve delle spiegazioni!» Con un sorriso e
un’espressione disponibile replicai: «Come ve lo spiegate voi, quello
che è accaduto in questi due mesi?» Fu così che mi illustrarono le
loro spiegazioni del cambiamento avvenuto e degli stratagemmi da
me utilizzati. Devo ammettere che, benché si fossero trattenuti dal
leggere i miei libri per paura di inficiare il trattamento, le loro
spiegazioni risultarono perfettamente calzanti. Discutendone,
avevano anche realizzato lo scopo del mio «squalificante»
atteggiamento nei confronti dei loro apparentemente magici
miglioramenti e dichiararono: «Lei ci ha frustrato per ottenere di più;
forse era l’unico sistema che poteva usare con noi. Però dobbiamo
proprio dirle che lei è stato davvero antipatico e irritante».
Questo caso è quindi un buon esempio del fatto che non sempre i
pazienti devono «amare» i propri terapeuti per essere curati
efficacemente.

Caso 4: Il mio cuore è pazzo


Arrivò da me una donna di mezza età, accompagnata dal marito, il
quale, assai preoccupato per lei, l’aveva spinta a incontrarmi per
risolvere il suo problema. Da alcuni anni, dopo la morte del padre
avvenuta per un improvviso infarto cardiaco, la signora era caduta
nel panico. Si era convinta che sarebbe accaduto anche a lei, aveva
iniziato a focalizzare costantemente la propria attenzione sull’ascolto
e il controllo del ritmo cardiaco. Naturalmente il risultato era che
sentiva segnali minacciosi e variazioni del battito; queste rilevazioni
autoindotte scatenavano il panico e provocavano regolarmente una
corsa al Pronto Soccorso. La donna era così divenuta la
disperazione dei cardiologi dell’ospedale della sua cittadina, che
cercavano di rassicurarla, senza riuscirci: lei pretendeva sempre un
elettrocardiogramma.
I medici le avevano somministrato una terapia a base di ansiolitici
e antidepressivi, ma questa aveva soltanto sedato le sue reazioni
senza intaccare minimamente la fissazione fobica. Inoltre, facendola
sentire fisicamente abbattuta, la sedazione paradossalmente aveva
incrementato in lei il panico che il suo cuore potesse fermarsi di
colpo. Lei infatti temeva sia il battito accelerato sia il battito
rallentato, poiché nella sua rappresentazione mentale entrambi
erano segnali di pericolo.
Iniziai ad assecondarla, affermando che era importante sapersi
ascoltare e monitorare i segnali del proprio corpo e in particolare del
nostro organo fondamentale: il cuore. Però, ciò doveva essere fatto
in modo rigoroso e puntuale, affinché le rilevazioni fossero davvero
utili. Detto questo, prescrissi alla donna il «metodo» e la sua
applicazione concreta per le due successive settimane. In realtà,
come il lettore avrà già ben presente, tale prescrizione aveva uno
scopo diverso dal semplice monitoraggio metodico delle variazioni
del battito cardiaco; si trattava invece di introdurre nella mente del
soggetto qualcosa in linea con la sua prospettiva ma capace di
sovvertirne il patologico equilibrio. Questa la prescrizione: «Da oggi
a quando ci rivedremo lei dovrà, allo scoccare di ogni ora – alle 8,
alle 9, alle 10 eccetera – effettuare la rilevazione del suo battito
cardiaco misurandolo dal polso. Ma per essere rigorosi dovrà
eseguire tre misurazioni di un minuto, intervallate da un minuto di
attesa. Annoti su un taccuino tutte le rilevazioni, così avremo
un’effettiva osservazione del comportamento del suo ‘cuore
pazzerello’. Da tutto ciò capiremo cosa fare per tenerlo a bada».
La prescrizione fu data come una pratica di indagine conoscitiva,
ma in realtà era una potente prescrizione terapeutica.
Il lettore che ha qualche preoccupazione riguardo al proprio cuore
può fare l’esperimento di rilevare il battito cardiaco tre volte ogni ora;
proverà più o meno ciò che constatò la «terribile» paziente.
Due settimane dopo la donna affermò soddisfatta di aver eseguito
alla lettera il compito e che la cosa le era risultata davvero utile e
rassicurante, in quanto si era resa conto che il suo cuore si era
comportato decisamente bene. Difatti, dalle sue annotazioni il cuore
risultava regolare e con un ritmo pressoché perfetto. Lei mi fece
notare anche che quando aveva avuto delle sensazioni preoccupanti
rilevando tre volte il battito con un intervallo di attesa di un minuto tra
le rilevazioni il suo cuore era parso capace di rientrare in parametri
rassicuranti.
Per la prima volta dopo parecchio tempo la donna non era ricorsa
al Pronto Soccorso né al medico. Mi disse che dopo la prima
settimana talvolta aveva trovato faticoso eseguire le rilevazioni ogni
ora, visto che non si sentiva preoccupata.
Tuttavia le fu prescritto di continuare nel sistematico lavoro di
controllo del cuore, ma allentando un po’ il ritmo: «solo» ogni due
ore, ma sempre per tre volte come in precedenza.
Al successivo appuntamento, calma e sicura come non mai, la
paziente dichiarò che tutto andava bene e che «stranamente» il suo
cuore da un mese stava «facendo il bravo». Sorridendo affermò che
aveva iniziato a sospettare che la mia prescrizione fosse molto più di
una semplice e innocua rilevazione delle variazioni del suo battito
cardiaco.
Le suggerii di scoprire cosa ci fosse dietro tale apparentemente
innocua indicazione continuando a metterla in atto, ampliando però
lo spazio tra una rilevazione e l’altra a tre ore.
La terapia è proceduta per altre sedute sino alla naturale
estinzione della consegna e alla piena consapevolezza da parte
della donna di come tale indicazione avesse ribaltato la sua
patogena percezione del battito cardiaco, conducendola a una sorta
di «eutanasia».
Nel linguaggio degli antichi stratagemmi questo sarebbe stato
definito «sbattere l’erba per far scappare i serpenti».

Caso 5: Il panico da aereo e da claustrofobia


Alcuni anni fa aprii la porta della sala di attesa del mio studio e vidi
una persona a me «piacevolmente» nota. Era la «chef» del mio
ristorante preferito, una nobildonna che per diletto aveva utilizzato
una proprietà di famiglia, un piccolo e meraviglioso antico borgo
nelle colline toscane, per ricavarne un ristorante esclusivo nel quale
serve con sobrietà ed eleganza i frutti delle sue ricette segrete.
La donna dichiarò di essersi decisa a venire da me per risolvere il
problema che da anni le impediva di fare la cosa che le piaceva di
più: viaggiare e visitare paesi esotici. Infatti da un certo momento in
poi aveva sviluppato il terrore di volare; prima di allora l’aveva fatto
tranquillamente, trascorrendo splendide vacanze in luoghi
incantevoli, raggiungibili solo con l’aereo. Il disturbo aveva
cominciato a farsi vivo dopo un lungo viaggio durante il quale, per
problemi tecnici, era rimasta insieme agli altri passeggeri ferma per
ore a terra, in un piccolo aeroporto caraibico senza poter scendere
dall’aereo. In quella situazione aveva avvertito la sgradevole
sensazione di essere rinchiusa e impossibilitata a fuggire; questo le
aveva provocato quasi una crisi di panico, un’agitazione
inarrestabile. Quando finalmente i problemi tecnici erano stati risolti
e i passeggeri erano stati fatti scendere dall’aereo si era sentita al
sicuro, ma purtroppo poche ore dopo avrebbe dovuto salire di nuovo
a bordo per ripartire. Raccontò di aver vissuto ore di tormento,
attanagliata dal panico; era riuscita a salire a bordo solo tenendosi
avvinghiata al marito e, soprattutto, dopo aver bevuto due bicchieri di
forte rum caraibico. Durante il viaggio quasi si ubriacò di champagne
per sedare l’ansia. Dopo quella terribile esperienza si era rifiutata di
salire ancora su un aereo, rinunciando così per anni al piacere delle
sue esotiche vacanze.
Purtroppo però tale rinuncia, motivata dalla paura di avere un
attacco di panico e di non poter scendere dall’aereo, l’aveva
condotta a sviluppare la fobia per tutti i luoghi chiusi. Aveva smesso
di recarsi in banche o uffici con chiusure di sicurezza e non saliva
più in ascensore. In auto, poi, stava sempre attaccata alla portiera, e
non si sedeva mai sui sedili posteriori delle auto dotate delle sole
portiere anteriori. Infine, negli ultimi tempi persino i luoghi affollati le
scatenavano sensazioni minacciose.
Affermò che tutti questi impedimenti non le creavano poi troppi
fastidi, poiché in banca mandava i famigliari, nelle sue residenze
antiche non c’erano ascensori, la folla non le era mai piaciuta e le
piaceva spostarsi usando la sua elegante cabriolet. Ma ciò a cui non
voleva più rinunciare e di cui sentiva la mancanza erano i viaggi. A
tal riguardo mi dichiarò di aver già prenotato un viaggio in un paese
esotico con la figlia, e che io avrei dovuto renderla in grado di
goderselo. Sorridendo le chiesi quanto tempo mi avrebbe concesso
per condurla a superare il suo gravoso problema.
Così scoprii di avere a disposizione cinque settimane prima del
previsto viaggio, ma questo non mi preoccupò, poiché in questi casi
meno è il tempo a disposizione, più il paziente è disposto a
collaborare. Al contrario, più è il tempo, minore la disponibilità: se il
problema non è invalidante il paziente tende a rimandare il momento
di confrontarcisi.
Affermai quindi che se lei voleva davvero riuscire a prendere
l’aereo avrebbe dovuto superare prima gli altri problemi. Dopo di che
le prescrissi il rituale giornaliero della mezz’ora di «peggiore
fantasia», chiedendole di pensare quale tra le situazioni considerate
spaventose avrebbe voluto superare per prima.
Dopo una settimana la nobildonna dichiarò di aver eseguito alla
lettera il compito, ma che il sistema non aveva funzionato, in quanto
non era riuscita a provare alcuna reazione di panico e nemmeno di
lieve paura. Eppure, affermò, si era davvero impegnata a calarsi
nelle sue «peggiori fantasie», ma senza produrre nulla di
spaventoso.
Spiegai che era proprio questo l’effetto desiderato, e che grazie
all’apprendimento di questa tecnica lei sarebbe stata in grado di
affrontare le situazioni che fino a quel momento aveva evitato. Allora
lei aggiunse che, siccome il tempo a disposizione le sembrava poco,
invece di pensare e basta aveva affrontato un paio delle sue paure.
Raccontò che era andata a cena nel ristorante di un nuovo celebre
chef per provare il suo stile – che tra l’altro l’aveva delusa –
viaggiando in auto con due amiche nel sedile posteriore di una
coupé. Per quanto il sedile fosse scomodo e lo spazio davvero
angusto, non aveva provato alcuna sensazione sgradevole di paura,
mentre prima di salire aveva dovuto farsi forza per non rinunciare. Si
era anche incamminata in direzione della sua banca, e lì era
accaduto un fatto curioso. Avvicinatasi all’ingresso automatizzato,
era indecisa se entrare o meno in quel bugigattolo tanto simile a un
ascensore. Mentre è lì titubante, dietro di lei arriva una coppia di
signori che le fanno cenno, un po’ maleducatamente, di sbrigarsi:
così lei entra, un po’ rossa in volto a causa del loro gesto volgare.
Ma riferì che la sensazione di umiliazione aveva fatto svanire la
paura; una volta entrata, attese l’ingresso dei due «maleducati» e
con nobile stile li apostrofò. Uno dei due la mandò solennemente a
quel paese, al che lei, ancor più indignata, decise che visto che era lì
poteva controllare i suoi conti. Così si mise in coda aspettando il suo
turno e di far sbollire la rabbia.
Come spesso accade, eventi fortuiti che spostano l’attenzione dal
tentativo di controllo volontario delle proprie reazioni di panico ad
altre sensazioni coinvolgenti riescono a far svanire la paura.
Prendendo al volo l’occasione le feci notare come in quel caso la
sua reazione di rabbia aveva fatto sì che lei, distogliendo la sua
attenzione dai sintomi di paura all’offesa ricevuta, riuscisse a
superare il suo limite. La gentile signora mi rispose che, però, non
poteva certo mettersi a litigare con qualcuno all’aeroporto per
riuscire a salire in aereo. Ma io le feci notare che se per sfatare le
sue paure bastava indignarsi con qualcuno, evidentemente il suo
problema non doveva essere considerato insuperabile. Con un
simpatico lampo negli occhi mi disse che, guardata da quel punto di
vista per lei assolutamente nuovo, la sua difficoltà appariva
decisamente ridimensionata.
La seduta fu chiusa con la solita prescrizione della «peggiore
fantasia» distribuita durante l’arco della giornata e con l’invito ad
andare a confrontarsi con gli ascensori: doveva fermarsi davanti a
un ascensore immaginando per cinque minuti le sue peggiori
fantasie, poi entrarvi, aspettare che si chiudesse automaticamente,
premere immediatamente il bottone di riapertura e uscire.
La donna accettò, visto che le chiedevo di rimanere in ascensore
solo alcuni secondi e non quando era in movimento.
Al suo ritorno dopo una settimana, sorridendo dichiarò di essersi
sentita un po’ presa in giro da me, ma che le cose erano andate
decisamente bene. La sua sensazione di presa in giro era dovuta al
fatto che, quando era entrata in ascensore la prima volta e le porte si
erano chiuse automaticamente, qualcuno, prima che lei premesse il
bottone di riapertura, aveva chiamato l’ascensore. Imprecando fra sé
e sé contro di me, si era trovata a salire alcuni piani. Non solo, ma
quando l’ascensore si era aperto, per la vergogna non era scesa,
tornando giù insieme alle persone che lo avevano chiamato. Certo,
mi aveva ricoperto di insulti perché si era resa conto che avevo
previsto ciò che sarebbe accaduto, ma il panico non si era
presentato. Da quel giorno aveva cominciato ad andare su e giù in
ascensore senza paura. Ed era tranquillamente tornata ad andare in
banca.
Infine riferì che esercitarsi alla «peggiore fantasia» le aveva dato
beneficio, in quanto, immaginando in anticipo le situazioni
minacciose e il loro terrorizzante evolversi, le aveva affrontate poi
con tranquillità, «come se» avesse concentrato la possibilità della
paura negli appuntamenti di cinque minuti, durante i quali, peraltro,
non riusciva a star male bensì si rilassava.
Tuttavia, l’aereo le appariva ancora spaventoso. «Per quello» le
replicai, «dovremo fare qualcosa di davvero speciale, che le
suggerirò il giorno prima della sua partenza. Per i prossimi giorni
utilizzi i cinque minuti di ‘peggiore fantasia’ ogniqualvolta dovrà
affrontare qualcosa che teme, vedrà che gradualmente ‘spegnere il
fuoco aggiungendo legna’ diventerà sempre più una reazione
acquisita».
Arrivò il giorno prima del volo: la donna era decisamente tesa e
preoccupata, però riferì che per quanto concerneva il resto tutto era
andato al meglio e sentiva di aver recuperato al cento per cento le
sue capacità, tanto che aveva utilizzato la tecnica solo poche volte.
Mi complimentai con lei per la solerzia con la quale aveva seguito
le mie indicazioni e mi dichiarai sicuro che avrebbe fatto altrettanto
nei confronti dell’aereo. Come le avevo anticipato, questa volta
avrebbe dovuto fare qualcosa di più impegnativo. Puntualizzato ciò,
le dissi: «Domani quando partirà per l’aeroporto, durante tutto il
viaggio proceda con la ‘peggiore fantasia’ rispetto a ciò che potrebbe
accadere durante il volo e la permanenza a bordo. Giunta al check-
in, dopo aver consegnato i bagagli, nell’andare verso l’imbarco,
voglio che osservi le persone che aspettano, cercando di rilevare in
loro i segni della paura. Immagini di essere una mia allieva psicologa
che studia gli indicatori non verbali della paura di volare. Presti
particolare attenzione durante i momenti topici: quando si è in fila per
salire a bordo, quando si accendono i motori, quando l’aereo
comincia a muoversi e, in particolare, durante il decollo, quando la
velocità aumenta e l’aereo si impenna sino a giungere alla quota di
crociera. Se vuole prenda appunti, come un etologo che osserva il
comportamento animale. Le consiglio di farlo fino a quando si sentirà
rilassata. Appena giunta a destinazione, mi telefoni per raccontarmi
come è andato il viaggio».
Il giorno dopo ricevetti una telefonata entusiasta, durante la quale
la donna mi riferì che tutto era andato «da Dio»: non solo non c’era
stato alcun momento di panico, ma si era anche divertita a osservare
le altre persone. Aveva visto che alcuni pregavano silenziosamente,
altri ripetevano certe azioni «rituali» come se fossero riti propiziatori,
altri ancora si agitavano nervosamente. Tutto questo l’aveva
incuriosita e divertita, e non aveva prestato attenzione a se stessa.
Come il lettore può ben capire, la prescrizione ha avuto l’effetto del
«solcare il mare all’insaputa del cielo»: spostando l’attenzione su un
compito particolare e distraendola dall’ascolto di sé, ha inibito le
eventuali sensazioni di emergente paura e la patogena reazione di
tenerla sotto controllo.
Al suo ritorno la famosa chef mi invitò a una favolosa «cena di
festeggiamento», nella quale mi fece degustare cose davvero
speciali. La sua cucina è basata su ingredienti semplici la cui
sapiente combinazione, senza alcuna elaborata miscela di sapori,
esalta i profumi e il gusto delle primizie utilizzate; i piatti sono
presentati con guarnizioni realizzate con salse di verdure, scelte non
solo per il loro sapore, ma anche per il loro colore, in abbinamento
con la pietanza scelta.
Durante quella meravigliosa cena mi disse che, in fondo, nel mio
lavoro con lei avevo fatto qualcosa di molto affine alla sua cucina e
presentazione dei piatti: avevo combinato sapientemente gli
elementi che l’avevano condotta a provare sensazioni piacevoli
quando prima ne provava di pessime.
Quindi, mostrandomi una grossa e rossa cipolla, sapendo che io
ne detestavo il sapore e che di solito mi risultava impossibile
mangiare qualcosa che la conteneva, mi dichiarò di averne usata
moltissima nella preparazione dei piatti che avevo tanto apprezzato.
Ma l’aveva «trattata» e «dosata» così bene che non solo non ne
avevo riconosciuto il sapore, ma anzi mi era parso squisito.

Caso 6: Il timore di sbagliare e la compulsione al controllo


Era una giovane donna; accompagnata dal marito e dalla madre, si
sedette in mezzo a loro come un cucciolo indifeso tra due adulti. La
madre, non a caso, introdusse il problema della figlia affermando
che la «povera» Marta non era mai stata bene; fin da piccola, aveva
manifestato problemi che avevano reso necessarie numerose
terapie. L’anziana ma altera signora, con cipiglio da gendarme a
rapporto da un superiore, elencò i problemi in ordine cronologico.
Marta aveva iniziato a manifestare fobie e ossessioni all’età di otto
anni; a quel tempo ripeteva continuamente formule verbali
strampalate e metteva in atto strani rituali con alcuni oggetti. Vista da
specialisti, le fu diagnosticato un «disturbo autistico», ovvero una
grave forma di psicosi infantile, e le fu indicata una terapia famigliare
associata a una psicoterapia individuale che si protrassero per
cinque anni. Purtroppo tutto ciò non aveva condotto ad alcun
cambiamento sostanziale della situazione, la quale invece virò
drasticamente quando all’età di tredici anni Marta sviluppò una forma
alquanto grave di anoressia mentale. Le precedenti ossessioni e le
compulsioni fobiche furono sostituite dal rifiuto del cibo e
dall’ossessione della magrezza. Il nuovo problema condusse a vari
ricoveri in clinica per alimentare forzatamente la ragazza, che era
giunta più volte al di sotto dei quaranta chilogrammi: in parallelo era
stata seguita da numerosi psichiatri e psicoterapeuti. Poi, finalmente,
intorno ai vent’anni, Marta incontrò Giulio, l’attuale marito, fratello di
un’altra paziente anoressica ricoverata nella stessa clinica. Tra i due
sbocciò un amore fulmineo che, a quanto pareva, condusse Marta,
tra molte peripezie, al totale superamento del disturbo anoressico.
Purtroppo, dopo un periodo di vera e propria grazia e di
appassionata relazione amorosa, le ossessioni erano riapparse,
questa volta sotto forma di irrefrenabile compulsione ossessiva a
ricontrollare tutte le azioni che comportassero la minima
responsabilità: dalla chiusura di porte, fornelli a gas e rubinetti prima
di andare a letto alle fatture di acquisto e di pagamento, sino
all’assurdità di ripercorrere in auto più volte la stessa strada nel
dubbio di aver investito qualcuno, di telefonare continuamente alla
madre per avere conferme da lei, di sterilizzare più volte la casa, di
chiedere al marito molte volte al giorno conferma del suo amore.
Insomma, la vita era tornata a complicarsi per la «povera» Marta.
Dopo la dettagliata esposizione della madre, punteggiata dai cenni
di assenso della figlia, prese la parola il marito. Questi, con
l’atteggiamento protettivo e sacrificato di chi è abituato da sempre a
sostenere persone «malate» (sua sorella, infatti, si dibatteva ancora
con l’anoressia, e lui era il punto di riferimento anche per lei),
descrisse cosa stavano cercando di fare per aiutare la moglie. Così
mi fu riferito che Marta stava seguendo da anni una terapia
farmacologica, che però non sembrava incidere affatto sul suo
disturbo, e che le era stata proposta una serie di
microelettroconvulsioni, la variante moderna dell’elettroshock, ma lui
si era opposto decisamente. Negli ultimi mesi avevano tentato una
terapia cognitivo-comportamentale, ma Marta appariva incapace di
mettere in atto le prescrizioni di controllo razionale e riduzione
progressiva delle compulsioni. Finalmente riuscii a far parlare la
paziente e a indagare con la solita serie di domande sulle modalità
di persistenza del suo problema. Grazie a ciò mi resi conto ancora di
più di quanto totalmente dipendesse dal marito e dalla madre, la
quale spesso per rassicurarla eseguiva i controlli insieme a lui.
La prima cosa che quindi mi apparve necessaria per risolvere i
problemi della giovane donna, fu di cambiare la loro dinamica di
interazione, che alimentava il problema piuttosto che risolverlo, in
quanto confermava continuamente a Marta la sua inadeguatezza.
Tuttavia, nel farlo dovevo assolutamente evitare di far sentire
colpevoli i famigliari, poiché questo ne avrebbe incrementato la
resistenza al cambiamento piuttosto che la collaborazione
terapeutica. Inoltre, cosa non meno importante, penso che i
famigliari, anche se sbagliano cercando di aiutare la persona che
soffre, lo fanno comunque con le migliori intenzioni. Pertanto non
meritano certo i processi inquisitori e le condanne che purtroppo
subiscono spesso.
Elogiai tutti gli sforzi che avevano compiuto per cercare di
debellare il «male oscuro» che li perseguitava di nuovo dopo alcuni
anni di tregua, e affermai di avere più che mai bisogno del loro aiuto
per aiutare Marta.
In altre parole, li elessi miei coterapeuti, dicendo che adesso per
aiutare Marta avrebbero dovuto evitare di parlare dei suoi problemi
sino al nostro prossimo incontro e, soprattutto, evitare qualunque
tipo di intervento di aiuto, in quanto ciò avrebbe finito per
confermarle la sua incapacità.
Alla paziente invece prescrissi di non opporsi alle sue manie, ma
di cedervi ogniqualvolta ne avesse sentito il bisogno. Ma con
l’aggiunta di una piccola variante: ripetere ogni rituale di controllo
cinque volte esatte.
«Marta, da oggi a quando ci rivedremo, ogniqualvolta metterai in
atto uno dei tuoi controlli, dovrai farlo cinque volte. Né una di meno,
né una di più. Puoi non farlo affatto, ma se lo fai una volta dovrai
farlo cinque. Né una volta di più, né una volta di meno».
Questa ingiunzione venne, come al solito, ripetuta a varie riprese
per incrementarne l’effetto suggestivo. Il lettore deve sapere, infatti,
che questa tecnica messa a punto da molti anni e applicata a
migliaia di casi di persone affette da disturbo ossessivo-compulsivo,
per essere efficace e soprattutto seguita dal paziente deve essere
prescritta con un linguaggio decisamente suggestivo, quasi ipnotico.
Marta, attonita e sorpresa, accettò il compito; il marito e la madre
si dichiararono assolutamente disponibili a fare quanto richiesto.
Due settimane dopo i tre si presentarono, ma io dichiarai di voler
parlare prima da solo con Marta.
Chiaramente, quello era il modo di darle la responsabilità della
terapia. Lei lo apprezzò molto, poiché non era abituata a essere
responsabilizzata e valorizzata. Non appena si fu seduta,
sfoderando un bel sorriso e uno sguardo acceso, dichiarò di aver
eseguito alla lettera il compito e che questo aveva sortito degli strani
effetti. Mi riferì infatti che dopo pochi giorni di volontaria «tortura», in
cui doveva ripetere cinque volte ogni rituale di controllo, aveva
cominciato ad avvertire meno il bisogno di ricontrollare le cose. Anzi,
le era venuto a noia tanto che spesso per non dover ripetere cinque
volte la sua azione aveva evitato di compierla del tutto. Questo,
ovviamente, le appariva decisamente sorprendente, in quanto per
anni le sue compulsioni erano state irrefrenabili e spesso più
frequenti di cinque ripetizioni.
Le risposi che le avrei spiegato tutto in seguito, ma per il momento
mi complimentai con lei per l’osservanza delle mie indicazioni, non
certo facili da seguire, e le prescrissi soltanto di aumentare il
«dosaggio» della consegna. Ogniqualvolta avesse iniziato un rituale
avrebbe dovuto ripeterlo sette volte invece di cinque, oppure evitarlo
del tutto. Sorridendo, accettò di buon grado l’indicazione. A quel
punto feci entrare gli altri due, i quali mi confermarono il
miglioramento di Marta che, dal loro punto di vista, appariva ancora
più marcato, poiché dopo molti anni per la prima volta aveva fatto
tutto da sola senza alcun aiuto. Mi complimentai con loro per la
valida collaborazione e indicai di mantenere questa linea: osservare
senza intervenire per dare a Marta la possibilità di mettere alla prova
le sue capacità.
Al successivo appuntamento la paziente, ancor più sciolta e
sorridente, mi riferì che nella maggioranza dei casi, per non essere
costretta a ripetere sette volte aveva evitato di ricontrollare.
Addirittura alcuni controlli non le erano più venuti neanche in mente
e quindi non aveva fatto alcuno sforzo per non eseguirli. Affermò che
le cose adesso non la spaventavano più così tanto e che l’idea di
non aver controllato qualcosa e di essere responsabile di un
possibile problema non le aveva più scatenato reazioni di panico
come era accaduto negli anni addietro. Manifestò poi molta curiosità
nei confronti dei miei sorprendenti metodi e mi chiese se avrebbe
potuto leggere qualcuno dei miei libri. Con un sorriso di complicità le
risposi, come spesso faccio, che per me «il segreto è che non ci
sono segreti» e che, quindi, avrebbe potuto leggere tutto ciò che
voleva senza alcun timore di inficiare il nostro lavoro. Anzi, ciò ci
avrebbe aiutato a farlo meglio.
Come si può ben intendere, lo dissi nell’ottica di valorizzare le sue
risorse e capacità emergenti e nella direzione di incrementare il suo
senso di competenza personale.
La seduta fu chiusa con l’invito ad aumentare ancora il
«dosaggio» da sette a dieci ripetizioni in caso di controlli rituali.
Infine, salutai nella sala di attesa il marito e la madre, lasciandoli
così fuori della terapia.
Alla quarta seduta Marta giunse soltanto con il marito, dichiarando
che avevano deciso di trascorrere qualche giorno di vacanza nel
Chianti e che quindi avevano lasciato a casa la madre.
Aggiunse che questa doveva essere considerata una reale prova
del suo marcato miglioramento: da molto tempo lei e il marito non
facevano una vacanza romantica da soli, a causa del suo terrore di
allontanarsi dai rassicuranti e ben controllati luoghi familiari.
Fino a quel momento spostarsi implicava per lei un vertiginoso
aumento della paura e di conseguenza dei controlli rituali, mentre
ora si sentiva tranquilla e desiderosa di uno stacco dai soliti
«rassicuranti» luoghi. Infine, mi riferì che ormai i suoi prima inevitabili
rituali erano ridotti del novanta per cento; la fobia sembrava quasi
completamente svanita.
Quando per «punizione» aveva ripetuto un controllo sfuggitole di
mano, si era indignata con se stessa e si era sentita una «scema».
Inoltre, avendo letto uno dei miei libri, aggiunse di aver compreso
ciò che stava provando, cioè che avevamo «fatto salire il nemico in
soffitta e poi tolto la scala».
Ci vedemmo dopo un mese da quell’incontro perché Marta si
prese un virus influenzale che la tenne a letto parecchi giorni.
Si presentò ancora più vivace e serena dichiarando di non aver
avuto, nonostante la debilitazione da febbre influenzale, alcuno dei
vecchi problemi. Anzi, tutto le sembrava un incubo dal quale si era
risvegliata.
Ho continuato a incontrare Marta con appuntamenti molto diluiti
nel tempo, per seguirla nella riduzione graduale fino all’eliminazione
dei farmaci, controllare l’eventuale ripresentarsi dei disturbi trattati o
altri tipi di disturbo.
Nulla si è più ripresentato. La prova più concreta fu che dopo
qualche mese dalla remissione del disturbo Marta decise di iniziare a
lavorare presso l’azienda del padre, dove si era resa necessaria una
figura di coordinamento dell’amministrazione e dell’economato. Si
tenga presente che quest’azienda con commesse internazionali
fatturava miliardi e dava lavoro a centinaia di persone. Il fatto che
una persona, precedentemente affetta dalla fobia della
responsabilità e dal panico di sbagliare, si sia assunta una tale
responsabilità professionale ne dimostra il completo superamento.
Durante il nostro ultimo incontro di controllo, un anno dopo, Marta
dichiarò che ciò che prima la terrorizzava – la responsabilità –
adesso le dava piacere, perché la faceva sentire quella persona
capace e piena di risorse che prima non aveva mai immaginato di
poter essere.

Caso 7: Le terribili, inesistenti rughe


Presso il Centro si presentò un collega, con la richiesta di aiuto per
la figlia dismorfofobica. Era venuto da solo per presentarmi il caso e
per essere sicuro che fosse di mia competenza, considerati i molti,
fallimentari tentativi di terapia già effettuati.
La figlia adolescente aveva iniziato qualche anno prima a
lamentarsi di alcune per lei insopportabili rughe sotto e intorno agli
occhi. La madre, estetista, sebbene ritenesse il difetto inesistente –
le presunte rughe erano naturali pieghe di espressione intorno a due
occhioni blu – aveva preso a cuore il problema e le aveva fatto usare
creme speciali, sottoponendola a serie ripetute di trattamenti
antirughe, con l’intento di rassicurarla e tranquillizzarla.
Purtroppo tutto ciò aveva confermato alla ragazza l’esistenza del
problema e, invece di rasserenarla, gli interventi estetici avevano
radicalizzato l’ossessione, tanto che la ragazza voleva a tutti costi
sottoporsi a un intervento di chirurgia correttiva. Il padre si era
opposto con forza ma la madre, e questo era stato motivo di
profonda crisi coniugale, sempre nell’intento di aiutare la figlia, la
fece visitare da un noto chirurgo estetico. Questi, persona di chiara
fama e non certo bisognosa di «catturare» pazienti, ma semmai con
una reputazione da difendere, dichiarò alla ragazza che le rughette
di espressione la rendevano più carina perché incorniciavano,
esaltandoli, i suoi splendidi occhi. Ma la giovane non volle sentire
ragione, e per tutta risposta adottò la soluzione disperata di portare
costantemente degli occhiali da sole per nascondere il suo presunto
difetto estetico. A ciò, gradualmente, aggiunse la strategia di
elusione dei contatti ravvicinati con i suoi coetanei per non cadere
nel panico ogni volta che si sentiva guardata negli occhi.
Naturalmente, la sommatoria di queste due modalità disfunzionali di
gestire il problema condusse in breve a un peggioramento
esasperato sia dell’ossessione che dell’isolamento relazionale.
Grazia, questo era il suo nome, accettò di incontrarmi solo a patto
che, se la mia terapia non avesse funzionato, le avrebbero
permesso di effettuare l’intervento chirurgico. Come si può
immaginare, aveva tutto l’interesse a farmi fallire, considerato che
dal suo punto di vista solo il bisturi poteva aiutarla. Tuttavia, proprio il
fatto che avrebbe cercato in tutti i modi di boicottare la terapia
avrebbe potuto essere utilizzato come risorsa terapeutica.
Quando la vidi per la prima volta indossava gli occhiali scuri, e io
mi guardai bene dal chiederle di toglierli; affermai anzi che, come
scrisse Seneca, «tutto ciò che è creduto esiste»: per me, il suo era
un vero problema. Dopo una lunga conversazione Grazia accettò di
provare a seguire le mie indicazioni, convinta che non aveva nulla da
perdere. Avrebbe solo corso il rischio di trarne dei vantaggi.
La prima prescrizione le apparve come una «insopportabile
tortura» che la obbligava a fare ancora di più i conti con il suo
insopportabile difetto, la seconda come una ingenua fantasia.
Comunque, accettò di seguirle sulla base di quanto avevamo
concordato: ovvero che se il mio sistema non avesse funzionato i
genitori le avrebbero permesso di farsi operare. I compiti furono i
seguenti:

1. «Da oggi a quando ti rivedrò, dovrai tre volte al giorno, al mattino,


di pomeriggio e dopo cena, metterti di fronte allo specchio del bagno
e controllare le rughe per dieci minuti, prestando molta attenzione
alla loro eventuale evoluzione o al loro incremento».
2. «Ogni mattina poniti questa domanda: ‘Se per una specie di
miracolo notturno le mie rughe fossero svanite, cosa mi piacerebbe
fare oggi?’ Di tutte le cose che ti verranno in mente scegli la più
piccola e falla. Portami la lista delle piccole cose giornaliere fatte
come se il miracolo fosse davvero avvenuto».

All’incontro successivo la paziente dichiarò che controllarsi le rughe


era insopportabile perché tanto non cambiava nulla; era nient’altro
che uno spreco di tempo e di energie.
Tuttavia guardarsi allo specchio ripetutamente, cosa che prima
evitava di fare per non innescare reazioni dolorose, non le aveva
scatenato ansia o agitazione. Dovendo stare lì per dieci minuti aveva
cominciato, dopo qualche giorno, a impiegare il tempo facendo
esperimenti con i trucchi. Aveva provato nuovi lucidalabbra,
fondotinta e trucco per gli occhi con l’idea di nascondere il difetto
grazie al make up.
Alla seconda consegna aveva risposto più che altro concedendosi
brevissime uscite, spesso con la madre per fare shopping. Aveva
anche incontrato alcuni vecchi amici e, grazie agli occhiali e al
trucco, si era sentita abbastanza protetta. Pertanto non era scattato
né il panico né la irrefrenabile spinta alla fuga. Tuttavia Grazia
continuava a ritenere tutto ciò un semplice artificio per nascondere la
cruda realtà delle sue inaccettabili rughe intorno agli occhi. Affermò
addirittura che se avesse avuto occhi meno grandi ed evidenti forse
il suo problema sarebbe stato meno grave. Invece «purtroppo» le
persone non potevano non notare il suo difetto. Non c’era da
stupirsi: spesso chi è intrappolato da una fobia trasforma una
caratteristica positiva in una sorta di condanna. Io le risposi che, per
il momento, prima di adottare la soluzione radicale, avrebbe potuto
sfruttare a proprio vantaggio il fatto che le persone fossero attratte
dai suoi occhi, focalizzando la loro attenzione sugli occhi in senso
stretto e non sul loro contorno, usando un make up che ne esaltasse
il colore e la profondità. Cercando di nascondere il difetto con gli
occhiali, lei provocava invece maggiore curiosità, e le persone forse
la fissavano più attentamente scoprendo le rughe. Questa
argomentazione la incuriosì, spingendola a cercare di capirne meglio
il senso.
«Lei vuole dire che il mio sistema per nascondere il difetto finisce
per renderlo più evidente? E che le persone, incuriosite perché io
nascondo gli occhi, cercano di scoprire perché lo faccio?» Alla sua
«illuminata» domanda replicai: «Proprio così: celando metti in
evidenza. Al contrario, se vuoi nascondere efficacemente, come
fanno i prestigiatori, devi farlo senza apparentemente nascondere
nulla. Piuttosto, spostare l’attenzione dell’osservatore su altri
particolari, in modo che non veda ciò che tu vuoi tenere nascosto». I
suoi occhi ebbero un lampo e sorridendo affermò: «Che stupida
sono stata! Per evitare una cosa l’ho aggravata!»
Ottenuto questo cambiamento di prospettiva, la invitai a fare un
po’ di esperimenti di trucco sui suoi occhi per renderne evidenti i
pregi e, pertanto, nasconderne i difetti, verificando l’efficacia del
risultato con alcune persone. Poi le prescrissi di procedere con la
fantasia mattutina del «miracolo» e le suggerii di ridurre la «tortura»
del controllo delle rughe a un solo appuntamento giornaliero.
Alla terza seduta la ragazza si presentò senza occhiali e con uno
splendido make up. I suoi occhi apparivano davvero belli e il suo
volto una sorta di opera d’arte. Mi riferì di aver pensato molto a ciò di
cui avevamo discusso e che le era sembrata una buona idea in
attesa dell’intervento chirurgico. Grazia aveva coinvolto la madre
estetista nel lavoro di sperimentazione del trucco orientato
all’«evidenziare per nascondere». Tale attività, dichiarò, non solo
l’aveva impegnata ma anche divertita e spesso distratta dal suo
problema, tanto che talvolta le era capitato di non pensarci per un
bel po’. Questo aveva alleviato la sua costante tensione e
sofferenza.
Inoltre, come d’accordo, aveva testato l’efficacia dello
stratagemma, dapprima invitando a casa alcune amiche che non
frequentava da tempo e ricevendole senza occhiali e senza
dichiarare il suo intento. Queste le avevano fatto i complimenti per il
suo splendido look e avevano dimostrato simpatia e amicizia. Spinta
da questo primo successo, era uscita a far compere tenendo gli
occhiali in borsa come eventuale protezione, e si era resa conto che
gli sguardi delle persone non erano focalizzati sulle sue «rughe» ma
sulle altre sue piacevoli caratteristiche estetiche. Tutto ciò l’aveva
fatta sentire decisamente più sicura e l’aveva indotta a recuperare
alcune frequentazioni.
La mattina, quando fantasticava su cosa le sarebbe piaciuto fare
se, «per miracolo», il suo problema fosse svanito, aveva provato il
desiderio di rapportarsi con gli altri, nonché delle fantasie amorose.
Disse che le sarebbe piaciuto iscriversi all’università per continuare
gli studi abbandonati a causa del suo problema.
Infine, controllando le rughe allo specchio non si era disperata più
di tanto, poiché si era resa conto di avere a disposizione un sistema
efficace per celarle in attesa dell’intervento correttivo.
In altri termini, avevamo costruito un buon palliativo, che le
permetteva di ridurre la sofferenza in attesa della soluzione
definitiva.
L’intento era invece quello di scalzare gradualmente la sua
percezione distorta mediante il recupero di una relazione positiva
con la propria immagine e con gli altri.
Su questa scia la invitai a proseguire nell’applicazione di ciò che si
era dimostrato utile per ridurre la sua sofferenza e aiutarla a vivere
un po’ meglio la sua condizione. Le chiesi, inoltre, di prestare
attenzione a quando, durante l’arco della giornata, si sentiva «come
se» il suo problema fosse svanito.
Al successivo incontro la ragazza dichiarò di aver trascorso due
settimane intense, nelle quali aveva incontrato tante persone, sia di
vecchia che di nuova conoscenza, sempre senza gli occhiali scuri –
che però continuava a tenere in borsa, per sicurezza. Si era sentita
molto apprezzata e persino corteggiata da alcune nuove conoscenze
maschili. Tutto ciò l’aveva fatta sentire decisamente meglio e, in
effetti, si era resa conto che non aveva pensato tanto spesso al suo
problema, vivendo «come se» questo fosse davvero risolto.
La cura estetica si era estesa dal volto a tutto il corpo, tanto che
aveva deciso di iscriversi, insieme a un’amica, a una palestra: se,
oltre agli occhi e al viso, si fosse resa più attraente anche nel fisico,
avrebbe distratto ancora di più gli altri dal suo difetto.
Quello che Grazia ancora non aveva realizzato era che lo
stratagemma che stava utilizzando per gli altri, il «mettere in
evidenza per celare», funzionava ancora meglio nei confronti di se
stessa. L’aver spostato la sua attenzione sul sistema per nascondere
il suo problema, esibendo le altre qualità e comportandosi «come
se» quello fosse svanito stava gradualmente cambiando, a sua
insaputa, la sua autopercezione.
La terapia procedette in questo senso, con l’idea implicita che
fosse soltanto un palliativo prima della soluzione chirurgica. Grazia
riferiva costanti miglioramenti nel suo umore e nelle relazioni con gli
altri, dichiarando, dopo qualche seduta, di essere diventata così
«brava» a «evidenziare per nascondere» e a mettere in pratica ciò
che avrebbe fatto «come se» l’agognato miracolo fosse avvenuto,
che si era resa conto di sentirsi per la maggior parte del tempo
«come se» il problema fosse già risolto.
A questo punto, le ricordai l’affermazione che avevo fatto la prima
volta che l’avevo vista: «Tutto ciò che è creduto esiste», e lei
concordò pienamente ma, questa volta, da una prospettiva inversa a
quella del nostro primo incontro. A questo punto le chiesi: «Sai,
Grazia, ho una domanda un po’ particolare da farti. Secondo te cosa
cambierebbe ancora, rispetto a ciò che è già cambiato nella tua vita,
grazie all’intervento chirurgico?» Lei, sorpresa, rimase zitta per un
po’; poi rispose: «Forse nulla, visto che già da un paio di mesi vivo
‘come se’ il problema fosse svanito. Però mi sentirei davvero
sicura». Replicai: «Non credi che procedere all’intervento chirurgico
rischierebbe di rimettere in evidenza ciò che tu hai imparato a celare
così bene?» Lei, ancora più attonita e confusa, ribatté: «Io
veramente ho fatto tutto questo per farmi operare, però riconosco
che se andassi a farmi operare adesso esporrei a tutti quello che
nessuno ha più notato. Sono confusa! È ‘come se’ ora, parlando con
lei, avessi quasi paura dell’intervento, come se questo potesse farmi
tornare indietro piuttosto che avanti! Devo rifletterci bene!»
Mi congedai, invitandola a valutare bene tutti i rischi dell’intervento
chirurgico.
Due settimane dopo la ragazza disse che, dato che stava così
bene, le sembrava troppo rischioso procedere all’intervento. Lo
avrebbe tenuto presente come opportunità per il futuro, quando non
avrebbe rischiato di rimettere in evidenza ciò che ora appariva così
ben celato. Con questa idea del posticipare a un futuro non rischioso
la correzione chirurgica, Grazia procedette nella sua evoluzione
positiva iscrivendosi all’università, guarda caso a Psicologia, e
stabilendo una relazione amorosa dopo una serie di brevi flirt.
Qualche mese dopo, congedandosi da me, disse che le sue
rughette potevano essere lasciate al loro posto, visto che era «come
se» non ci fossero.
Il filosofo Blaise Pascal ci ha insegnato la tecnica del «come se»,
invitando i cristiani in crisi con la loro fede ad andare in chiesa e
onorare i sacramenti «come se» credessero: la fede non avrebbe
tardato a tornare.

Caso 8: La fobia del giudizio


Un giovane si introdusse nel mio studio, guardandosi attorno
circospetto, e con fare sospettoso si sedette passando in rassegna
con lo sguardo tutta la stanza e tutti gli oggetti che conteneva.
Dopodiché, quasi a monosillabi, dichiarò di essere affetto da «fobia
sociale», o almeno era questo che gli era stato diagnosticato dai vari
specialisti ai quali si era rivolto senza successo fino ad allora. Alla
mia richiesta di spiegazioni e di esempi di cosa si intendesse con
«fobia sociale» nel suo caso, rispose di sentirsi sempre e comunque
sotto giudizio da parte degli altri. Si sentiva anche continuamente
rifiutato, in quanto secondo lui la gente, osservandolo, capiva che
era un tipo problematico, e pertanto lo teneva a distanza. Affermò
anche che, per quanto si sforzasse di nascondere il suo imbarazzo e
la sua fragilità, si rendeva conto che gli altri li percepivano
comunque. Tutto ciò innescava in lui una reazione di forte ansia,
arrossiva, iniziava a sudare e inesorabilmente si dava alla fuga. Si
era forzato più volte di resistere, ma prima o poi aveva finito per
cedere. La sua tendenza attuale era quella all’elusione di qualunque
contatto sociale. Per la maggior parte del tempo, infatti, se ne stava
rintanato in casa oppure, quando costretto, vagava guardingo,
mantenendo le distanze dalle altre persone.
Siccome era arrivato molto in anticipo rispetto all’appuntamento e
io, come al solito, ero in ritardo, il paziente aveva trascorso più di
due ore nella sala di attesa brulicante di persone. Gli chiesi: «Come
ha fatto a resistere tutto questo tempo nella mia affollata sala
d’attesa?» Lui rispose di aver finto tutto il tempo di leggere le riviste,
a testa bassa, lanciando però sguardi vigili intorno a sé. Ciò che lo
aveva più disturbato era la presenza di due giovani e belle ragazze
che chiacchieravano tra loro come se fossero in un salotto; aveva
avuto l’impressione che in certi momenti parlassero proprio di lui, e
che ovviamente lo stessero deridendo.
Dopo aver indagato su tutti i suoi fallimentari tentativi di risolvere il
problema, gli proposi un aneddoto: «Un signore entra in un locale
pieno di gente, ma è convinto che tutti ce l’abbiano con lui. Così si
muove rigidamente e si guarda attorno circospetto, per tenere sotto
controllo tutte le possibili minacce derivanti dalle persone presenti.
Le persone nel locale, che si stavano facendo i fatti loro, vedono
entrare una persona che le ‘guarda male’, sulle difensive, e
pensano: ‘Cosa vuole questo da noi?’ La loro reazione è di
rispondere sullo stesso tono. Così il signore ha la conferma che tutti
ce l’hanno con lui e lo rifiutano!»
Lui mi guardò per la prima volta dritto in faccia e sbottò: «Ma è
quello che mi succede continuamente! Però non avevo mai visto la
cosa da questa prospettiva. Lei sostiene che sarei io, a costruire
tutto?»
Replicai: «Non ho detto che lei costruisce volontariamente ciò che
poi subisce; le ho solo proposto una visione alternativa, che credo
dovremmo vagliare per scoprire come stanno le cose. Pertanto la
invito a fare un esperimento, da oggi a quando ci rivedremo. Lei
andrà tutti i giorni in un luogo diverso, dove sa di incontrare persone,
conosciute o sconosciute non importa. Mentre ci va, si chieda ‘Come
mi atteggerei e cosa farei di diverso entrando in contatto con queste
persone “se” fossi sicuro di essere considerato una persona
desiderabile? Dopodiché, metta in atto in quella situazione ciò che le
è venuto in mente. Attenzione: è solo un piccolo esperimento
giornaliero, che ci potrebbe far capire quale sia il funzionamento del
suo problema». Lui se ne andò con un sorrisetto sardonico sulle
labbra.
All’appuntamento successivo entrò nel mio studio in modo deciso
e piuttosto disinvolto, si sedette guardandomi in faccia e raccontò
cosa gli era accaduto durante le ultime due settimane. Riferì che
appena uscito dallo studio, aveva avuto una sorta di «lampo di
genio»: se si fosse sentito una persona desiderabile avrebbe
guardato e sorriso alle due ragazze nella sala d’attesa. E così aveva
fatto. Entrambe, riferì, gli sorrisero, e una di loro gli chiese come era
andato l’incontro; si intrattennero in una breve conversazione, nella
quale egli scoprì di avere in comune con loro un tratto del viaggio di
ritorno in treno. Fu così che i tre si aspettarono a vicenda, si
fermarono a prendere un caffè in attesa del loro treno e fecero il
viaggio insieme, conversando piacevolmente per tutto il tempo.
Tutto ciò gli era apparso come una sorta di «mano santa» che si
era appoggiata sulla sua spalla, facendolo sentire per la prima volta
capace di venirne fuori. Nei giorni successivi aveva eseguito alla
lettera tutti i giorni la mia prescrizione e, con sua grande sorpresa,
aveva scoperto che in nemmeno uno dei luoghi dove si era recato gli
era accaduto di sentirsi rifiutato. Il massimo era stato tornare dopo
anni nel circolo di tennis nel quale era cresciuto come atleta e aveva
svolto l’attività di maestro per un paio d’anni. Infatti era proprio là che
aveva cominciato a sviluppare, in seguito a delle difficoltà con il
diretto superiore e con i colleghi, la sensazione di essere rifiutato.
Con sua grande sorpresa era stato accolto da tutti i presenti con
grande calore, come una sorta di «figliol prodigo» che torna a casa.
Tutto ciò lo aveva commosso al punto che aveva fatto fatica a
trattenere le lacrime.
Discutemmo a lungo delle sensazioni che aveva provato durante
le due settimane. Riferì che gli sembrava di essere tornato da un
lungo, spaventoso viaggio, come Alice nel paese delle meraviglie.
Comunque, anche se si sentiva decisamente meglio, continuava ad
avere un grande timore del giudizio altrui e di reinnescare la
situazione precedente. In altri termini, si era reso conto di essere
stato perlopiù lui a produrre l’idea di essere certamente rifiutato, e in
quelle due settimane ne aveva avuta la prova, ma adesso temeva di
non essere in grado di meritarsi la stima degli altri.
Gli replicai che questa sua insicurezza mi appariva decisamente
ragionevole e che adesso avrebbe dovuto meritarsi la stima altrui.
Pertanto, oltre a procedere come nelle due settimane precedenti
cercando però di estendere «l’esperimento» a tutta la giornata,
doveva chiedersi sin dal mattino: «Come mi comporterei ‘se’ tutti mi
ritenessero simpatico e meritevole di stima?» impostando poi la sua
giornata in quella direzione.
Al successivo appuntamento dichiarò di aver trascorso giorni di
intensa emozione, poiché impostando dal mattino le sue giornate
«come se...» aveva fatto tante cose e incontrato tante persone.
Quando scattava la sensazione di essere rifiutato, immediatamente
si imponeva di pensare a come si sarebbe comportato «se» quella
persona gli avesse comunicato stima e simpatia e, così facendo,
aveva ribaltato la situazione ogni volta. Riferì che quel sistema era
diventato quasi automatico, e che gli appariva veramente strano che
bastasse così poco per cambiare tutto. Aveva l’impressione, adesso,
di essere lui a influenzare gli altri e il loro atteggiamento mentre
prima li subiva passivamente. Questo lo aveva fatto sentire capace
come non aveva mai sospettato di poter essere. La prova concreta
era che, in quei giorni, il «fobico sociale» aveva deciso di riprendere
a dare qualche lezione di tennis presso il suo circolo, ovvero a
ricreare la «situazione delittuosa» che era stata la molla scatenante
dei suoi problemi. In vista di ciò aveva ricominciato a giocare e ad
allenarsi per evitare di fare brutte figure, e aveva affisso alla bacheca
del circolo un annuncio della sua disponibilità a dare lezioni.
Ancora una volta discutemmo a lungo del cambiamento avvenuto
e delle risorse che egli aveva dimostrato di possedere. Dopodiché gli
suggerii semplicemente di procedere come già stava facendo ma di
aspettarsi qualche momento critico, in quanto, a mio parere, questo
prima o poi si sarebbe ripresentato. Lui, stupito della mia previsione,
mi domandò se fosse anche quello uno dei miei «trucchi per tirare
fuori il meglio di lui».
Io sorrisi e replicai che per poterlo dire avremmo dovuto aspettare
l’occasione.
L’occasione non mancò di presentarsi: nelle due settimane
successive, infatti, il nostro paziente ricevette due richieste di lezioni
individuali di tennis da parte di due donne che avevano avuto
problemi con il suo vecchio capo istruttore. Correva voce che questi
avesse cercato di passare dal tennis a ben altra più intima relazione.
Quando venne a sapere che il suo ex collaboratore aveva preso
accordi con le due gli si rivolse con fare aggressivo, dichiarando che
avrebbe dovuto rifiutarsi di dare lezioni a due persone che avevano
sparso «voci infamanti» sul suo conto. Il nostro ex «fobico sociale»
ebbe un momento di forte crisi, pensando che se si fosse schierato
contro il capo questi gli avrebbe messo contro l’intero circolo. Ma
proprio durante quella crisi gli tornò in mente, come un fulmine, che
anche quando aveva iniziato ad avere problemi la situazione era
molto simile: aveva dato lezioni a una psicologa, che aveva
furiosamente litigato con il capo. In una sorta di «illuminazione»,
come in un film, trascorsero nella sua mente tutte le immagini
relative a quella vicenda: tutto il gruppo degli istruttori lo aveva
trattato come un «traditore», manifestando freddezza e rifiuto nei
suoi confronti. Questo gli era risultato insopportabile, anche perché
in realtà non aveva commesso alcun delitto, e lo aveva
gradualmente condotto a generalizzare la sensazione di essere
rifiutato fino alla costituzione della sua così sofferta patologia. Il
giovane mi telefonò in uno stato di forte agitazione per chiedermi
consiglio su cosa fare.
Il consiglio fu di procedere nel dare le lezioni prenotate e farlo al
meglio, come aveva fatto a suo tempo con la psicologa. Nei confronti
del capo istruttore e delle altre persone che eventualmente si
fossero rivolte freddamente a lui, avrebbe dovuto «usare la
morbidezza con la durezza»: come nelle più raffinate arti marziali, gli
spiegai, avrebbe dovuto usare la forza dell’avversario,
ritorcendogliela contro dopo averla morbidamente assorbita. In
pratica, gli suggerii di andare a parlare con il capo istruttore,
dichiarandogli di comprendere perfettamente la sua indignazione,
ma di aver anche pensato che se avesse rifiutato di dare lezioni alle
due donne queste di sicuro avrebbero capito il perché, e insieme a
loro lo avrebbero capito tutti i frequentatori del circolo. Ciò avrebbe
confermato la colpevolezza del maestro, poiché solo chi ha paura o
la coscienza sporca può essere così rigido e reagire così duramente.
Pertanto, dando lezione alle due donne «maldicenti», gli avrebbe
fatto un grande favore, invece di un affronto.
Il suggerimento gli piacque così tanto che andò subito a parlare
con il tizio. Questi, mi riferì il paziente durante la seduta successiva,
gli parve come un pugile messo alle corde, fortemente imbarazzato
e con un’espressione di fragilità mai vista prima, tanto che finì per
ringraziarlo per ciò che stava facendo. Tale episodio rese il capo
istruttore molto più cortese e sollecito nei suoi confronti; arrivò
addirittura a «passargli» alcuni allievi.
La storia di questo caso andò avanti per alcuni mesi, nei quali il
giovane continuò a circondarsi della simpatia e della stima altrui.
Curiosamente, allacciò proprio una relazione amorosa con una delle
due donne «maldicenti». Insegna tuttora tennis e segue i corsi della
Federazione per diventare maestro di professione.

Caso 9: La fobia dei piccioni


Una giovane donna entrò nel mio studio guardandosi intorno, come
per controllare e rassicurarsi della «non presenza» di qualcosa, e
dichiarò di essere affetta dal terrore dei piccioni. Riferì come
esempio che per arrivare al mio studio, venendo da un’altra città,
aveva lasciato l’auto in un parcheggio dove sfortunatamente aveva
notato la presenza di una vasta comunità di piccioni. Di
conseguenza era letteralmente corsa via dal parcheggio, arrivando
da me ansante e trafelata. Il suo disturbo era talmente severo da
impedirle di camminare nelle strade dei centri storici senza che
qualcuno andasse in avanscoperta e la rassicurasse dell’assenza di
piccioni. Altrimenti evitava con cura tutti i luoghi nei quali avrebbe
potuto imbattersi in quegli animali.
Dopo aver indagato in dettaglio la situazione, chiesi alla signora di
procurarsi tutta la letteratura disponibile per studiare i piccioni. Lei
rispose che anche solo vedere le fotografie la terrorizzava; ribattei
che avrebbe dovuto cominciare a studiare scientificamente i piccioni
su testi privi di illustrazioni.
Come accade di solito con questi pazienti, tornò snocciolando
tutta la sua erudizione sull’argomento; aggiunse che, siccome era
stato pressoché impossibile trovare libri o riviste non illustrati aveva
fatto uno sforzo ed era riuscita a studiare testi con le figure.
Inizialmente aveva provato una gran paura, ma poi aveva cominciato
a incuriosirsi osservando quanti tipi diversi di piccioni esistono.
Come si può immaginare, quella seduta equivalse per me a un
notevole arricchimento in campo zoologico, poiché assistetti come
uno studente alla sua lezione sui piccioni. Alla fine mi complimentai:
«Bene, bene, bene... Io vorrei che lei approfondisse ulteriormente la
sua conoscenza dei piccioni continuando a studiare. Poi vorrei che
facesse altre due cosette per me: la prima è misurare a quale
distanza da un piccione lei comincia ad avere paura. Per fare ciò,
visto che anche lei abita in una città storica, vada ogni giorno verso il
centro, e una volta giunta in quella famosa piazza, dove sicuramente
incontrerà dei piccioni, si avvicini fino a quando comincia a provare
paura. Al quel punto si fermi. Voglio che lei faccia questo
esperimento tutti i giorni, per misurare il suo limite attuale».
Il terzo compito fu la prescrizione del rituale giornaliero della
mezz’ora di «peggiori fantasie».
Durante la seduta successiva la paziente dichiarò di essersi
avvicinata molto più del previsto agli oggetti della sua fobia. Per lei
era stata una vera scoperta riuscire ad arrivare a qualche metro da
loro. Inoltre, come al solito nel rituale giornaliero il panico si era
trasformato in rilassamento. Disse anche che, guardandoli bene, i
piccioni le apparivano più goffi e buffi che minacciosi. Come nei casi
precedentemente descritti, la giovane venne guidata gradatamente a
imparare la tecnica della «peggiore fantasia» per bloccare o inibire le
sensazioni di panico, e parallelamente a scoprire come i suoi limiti
nell’avvicinamento ai piccioni si riducessero; infine, come la paura si
trasformasse gradualmente in curiosità. Come avviene nella
maggioranza dei casi, nell’arco di circa dieci sedute anche la signora
terrorizzata dai piccioni giunse al completo superamento della sua
paura. La prova concreta di tutto ciò fu il fatto che durante l’ultima
seduta mi portò, come allegato da inserire nella sua cartella clinica,
una foto scattata nella piazza del Campo di Siena, in cui lei era
seduta sull’orlo della grande fontana... con decine di piccioni intorno.

Caso 10: Acrofobia


Alcuni anni orsono ricevetti una telefonata da parte di un medico il
quale dichiarò di avere bisogno di consultarmi per un suo paziente,
affetto da molti anni da una forma severa di acrofobia.
Questi mi riferì che il suo assistito non era in grado di viaggiare in
auto per la paura di attraversare viadotti e ponti anche di minima
altezza, cosiccome non era capace di salire oltre il primo piano di
una rampa di scale che avessero la tromba nel mezzo. Tali
limitazioni lo costringevano a una vita personale e professionale
ridotta e basata sulla continua assistenza della moglie che lo
accompagnava ovunque. Il medico dichiarò che per il suo paziente
giungere a me era impossibile poiché per farlo avrebbe dovuto
attraversare alcuni viadotti appenninici che per lui, benché
accompagnato, erano una sfida troppo ardua. Risposi che avrei
potuto dare delle indicazioni telefoniche al suo paziente per metterlo
in grado di giungere a me. A questa affermazione la sua curiosa
risposta fu: «Allora per favore me le prescriva!» Il suo acrofobico
assistito era lui stesso.
Senza porre alcun accento sulla sua «fraudolenta»
comunicazione, offrii lui le mie indicazioni, avvisandolo che queste
sarebbero potute apparire bizzarre ma che egli avrebbe dovuto
seguirle alla lettera.
«Lei dovrà impegnarsi a fare due cose: la prima, telefonarmi ogni
trenta chilometri per informarmi su come procedono le cose; la
seconda, in prossimità dei viadotti che teme, si impegni a mantenere
la velocità costante di 77 km orari, oppure 66 km. Mi raccomando
deve mantenere la lancetta del suo contachilometri esattamente su
una di queste due velocità per tutta la lunghezza di ogni viadotto».
Decisamente spiazzato dalla mia prescrizione, mi chiese se ero
proprio sicuro che ce l’avrebbe fatta a raggiungermi. Lo invitai a
seguire alla lettera le mie istruzioni.
Qualche giorno più tardi, come d’accordo, ricevetti la sua prima
telefonata dopo i primi trenta chilometri percorsi. Il medico mi riferì di
essere, insieme alla moglie, in prossimità del primo minaccioso
viadotto: mi chiese se non fosse il caso di far guidare lei mentre lui si
sarebbe tappato gli occhi, cosa che aveva fatto talvolta per
affrontare situazioni simili che non aveva potuto evitare. La mia
risposta fu di attraversare il primo viadotto usando la mia
indicazione, se poi questa non funzionava abbastanza bene ricorrere
alla sua estrema soluzione.
Pochi minuti dopo egli mi informò di aver attraversato il primo
viadotto concentrato sulla lancetta del suo contachilometri inchiodata
sui 66 km orari.
Lo stratagemma in questo caso è rappresentato dallo spostare
l’attenzione del soggetto dal tentativo di tenere a bada la sua paura
alla esecuzione del compito che lo mantiene concentrato sulla sua
esecuzione. Il medico, dopo qualche telefonata di tappa, giunse
trafelato ma eccitato per ciò che era riuscito a fare affermando di
sentirsi, dopo tutto ciò, molto fiducioso nei miei confronti.
Discutemmo a lungo del suo problema e dei suoi tentativi di
gestirlo. Ne emerse che egli era costretto ad imbottirsi di calmanti
benché evitasse pressoché qualunque situazione per lui minacciosa.
Viveva in un appartamento al pianterreno, accanto aveva il suo
studio di medico dove riceveva i suoi pazienti. Da molti anni non
effettuava visite a domicilio per la paura di dover salire ai piani alti, e
aveva ridotto pressoché a zero gli spostamenti dalla città nella quale
non esistevano né ponti né viadotti.
Trattandolo come un esperto collega, stratagemma relazionale
importante da applicare con chi ha bassa autostima, gli chiesi come
lui si potesse spiegare il fatto che era riuscito ad attraversare diversi
minacciosi viadotti senza aver reazioni di panico. Egli mi replicò di
essersi affidato a me come a un «mago», pertanto riteneva che tale
fiducia lo aveva reso capace di fare ciò che prima non avrebbe
potuto.
Inoltre aggiunse che le tappe telefoniche avevano fatto sì che gli
sembrasse di percorrere solo trenta chilometri invece che trecento
poiché le brevi conversazioni telefoniche avevano rappresentato
ognuna un punto di arrivo e non di passaggio. Come se in realtà lui
avesse fatto tanti piccoli brevi viaggi e non uno solo grande.
La nostra prima seduta si concluse con le usuali prescrizioni per il
trattamento dell’acrofobia. La prima quella di procedere nella stessa
maniera nel suo viaggio di ritorno, con l’unica variante di telefonarmi
solo una volta giunto a casa. La seconda, la prescrizione del rituale
quotidiano della «peggiore fantasia».
Ricevetti la telefonata del suo arrivo a casa nella quale il medico
dichiarò soddisfatto di aver viaggiato quasi tranquillamente, poiché il
nostro incontro lo aveva caricato di fiducia; riferì anche che i viadotti,
grazie al suo concentrarsi sul mantenere la velocità costantemente
sui 66 km orari, erano stati superati senza paura.
Al successivo appuntamento il paziente si dimostrò a dir poco
entusiasta: durante le due settimane intercorse egli per la prima
volta si era spostato in auto in lungo e in largo nella provincia della
sua città attraversando ponti e viadotti tranquillamente concentrato
sulla velocità la quale però era stata variata da 66 km orari a 77 o 88
o 99. Lo stesso aveva fatto per il viaggio sino a me «divertendosi» a
cambiare velocità da mantenere a ogni viadotto.
Egli raccontò che la tecnica della «peggiore fantasia» aveva
funzionato per lui come una iniezione di anfetamina: lo aveva
caricato invece che impaurito e lo aveva spinto ad affrontare la sua
paura piuttosto che a rifuggirne. Concluse il suo resoconto
affermando che tutto ciò lo aveva fatto sentire per la prima volta
capace di superare del tutto i suoi limiti, come se di colpo egli si
fosse trasformato da pavido in audace.
Come al solito spiegai al paziente come il tutto aveva funzionato e
come ciò avesse sbloccato le sue risorse personali prima inceppate.
La terapia procedette con la sua graduale conquista del
superamento di ognuna delle sue paure patologiche, la tecnica della
«peggiore fantasia», da applicare in caso di reazione di panico, fu la
sua fedele compagna in tale viaggio di scoperta delle sue reali
capacità personali.
Alla fine del nostro lavoro il medico dichiarò, come prova definitiva
del nostro congiunto successo, di aver trovato il «mago» di sé.
Capitolo 4

La mente temeraria:
prevenire i disturbi da panico

«La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita


non è che nel mondo esiste la paura ma che dipende da noi
trarne profitto e che ci è consentito tramutarla in coraggio».

R. Tagore

Dopo aver descritto come le sindromi da panico si formino e


persistano, nonché le loro espressioni patologiche più frequenti e il
loro trattamento terapeutico, non resta che esporre le modalità
attraverso le quali queste patologie invalidanti possono essere
prevenute e perciò evitate.
Come sarà apparso chiaro al lettore, tutte le varianti di attacco di
panico vengono a costituirsi sulla base di tentativi disfunzionali di
combattere la paura emergente. Da ciò si deduce che se la persona
riesce a evitare di innescare la sequenza di tentativi fallimentari per
controllare le proprie reazioni, l’escalation della paura sino al panico
viene impedita. Pertanto, la prevenzione dei disturbi da panico è
rappresentata dalla capacità di «riorientare» le usuali reazioni alla
paura o ai dubbi sulla pericolosità di certe situazioni o determinate
sensazioni.

Mettere la paura contro la paura


La prima e fondamentale indicazione, derivante da quanto è stato
sperimentato come antidoto della paura, è il ritenerla una nostra
caratteristica vitale che, solo se esasperata, si trasforma nel
contrario. Ciò significa che non si può evitare la paura: è
accettandola e utilizzandola che si diviene coraggiosi. «Il coraggio»
del resto, come scrive Bontempelli, «altro non è che la paura vinta»,
e non certo l’assenza di paura. Come ho già affermato alla fine di un
precedente saggio, «si può essere coraggiosi solo a patto di essere
stati paurosi, il resto è incoscienza».
A prova di ciò, il lettore deve sapere che alcuni anni fa ho avuto la
fortuna di conoscere e collaborare con alcuni atleti di sport estremi,
persone che comunemente sono ritenute temerarie, e nessuno di
loro ha dichiarato di non provare paura. Al contrario: tutti
sostenevano di nutrire molto rispetto per le loro sensazioni di paura,
e che è proprio questo ad aver permesso loro di superarne il limite.
Come afferma uno di loro, Angelo D’Arrigo: «Spingendo
quotidianamente un po’ più in là i nostri limiti riusciamo, poco alla
volta, a superare le paure che vietano o limitano il pieno possesso
della nostra esistenza».
Una volta accettate, da debolezze le nostre paure si trasformano
in punti di forza. Se invece vogliamo negarcele o reprimerle, ci
colgono alla sprovvista, sconvolgendoci e aprendo la strada al
panico.
Tuttavia accettarle non significa subirle, ma utilizzarle. Se per
esempio vengo aggredito da un malvivente che cerca di
accoltellarmi, sarà la mia paura «utilizzata» a permettermi di
schivare, prima, il colpo e poi a contrattaccare per difendermi, invece
di restare fermo ed essere colpito.
Per essere più attinenti al nostro tema: utilizzare la paura per
divenire coraggiosi significa mettere contro di essa una paura più
grande. Se mi trovo in mezzo a tanta gente e comincio a sentirmi a
disagio e ad avere l’istinto di fuggire, posso impormi di pensare che
se scappo la paura aumenterà e diventerà panico. Inoltre, la
prossima volta non riuscirò nemmeno ad andarci, in mezzo alla
gente. Questo riorientare le proprie percezioni nella direzione di una
paura più grande rispetto a quella del momento permette di solito di
affrontare la situazione e di dimostrare a se stessi che si è in grado
di superare tale difficoltà. In questo modo non solo avrò bloccato e
prevenuto l’innescarsi di una eventuale reazione a catena di paura
patologica, ma avrò anche contribuito a incrementare la fiducia nelle
mie capacità. Con le parole di Ovidio, «è la paura che ci rende
audaci», se bene utilizzata. Per riorientare la forza della paura in
direzione del coraggio, pertanto, questa va accolta e addirittura
incrementata, aggiungendo alla percezione minacciosa del
momento, mediante uno strategico autoinganno, l’ancor più
spaventosa catena di effetti che si innescherebbe in conseguenza
delle reazioni immediate che essa induce.
Ubi major minor cessat: dove appare il maggiore, cessa il minore.
Questo aforisma latino spiega meglio di qualunque dissertazione il
funzionamento dell’autoinganno strategico, attraverso il quale
ognuno di noi può bloccare l’innescarsi della reazione di fuga o
richiesta di aiuto e protezione.
Questa tecnica è utile anche per affrontare una situazione che già
in anticipo prevediamo essere foriera di panico, e verso la quale
saremmo indotti ad attivare una strategia di elusione. La paura
autoindotta degli effetti disastrosi dell’elusione permette di evitare
tale tendenza e di affrontare la situazione minacciosa provando a se
stessi che poi non era così spaventosa.
Ma ciò che, anche in questo caso, ha trasformato la percezione di
quella circostanza da pericolosa a gestibile è stato l’effetto della
paura più grande che ha soppresso la paura più piccola permettendo
l’esperienza di superamento dei propri presunti limiti.
Questo tipo di gioco mentale, applicato in maniera reiterata,
trasforma letteralmente la mente paurosa in mente temeraria: una
mente che sfida i propri limiti e spinge al superamento degli ostacoli
che impediscono la nostra realizzazione personale. Il tutto grazie al
potere della paura stessa, che è la nostra emozione più atavica e
potente e che, efficacemente riorientata, da scoglio sul quale
naufraghiamo si trasforma in vento che sospinge le nostre vele.
Esasperare per ridurre
Una volta fatto proprio l’autoinganno strategico, è importante
acquisire un’altra tecnica orientata a sfatare le reazioni di panico.
Come descritto nella prima parte di questo libro, dedicata
all’anatomia del panico, il tentativo fallimentare di tenere sotto
controllo le reazioni naturali le esaspera, così come la loro
paradossale volontaria esasperazione le cortocircuita, bloccandone
l’escalation.
In termini poetici, «se voglio vedere il giorno devo attraversare la
notte». L’esempio fisico più illuminante è quello relativo al fatto che,
come dimostra il principio di Archimede, in acqua e in tutti i fluidi una
spinta verso il basso corrisponde a una reazione di controspinta
verso l’alto. Questo è ciò che ha permesso agli esseri umani non
solo di nuotare, ma di navigare e persino di volare. Spingere nella
direzione contraria a quella desiderata produce la reazione di essere
sospinti con maggior forza proprio in quel senso. Gli antichi cinesi
scrivono nel libro degli stratagemmi: «Se vuoi drizzare una cosa,
cerca di storcerla di più». Questa affermazione apparentemente
illogica trova la sua applicazione concreta in migliaia di esempi, ma
la sua maggiore efficacia si dimostra proprio nei confronti della paura
e del panico, poiché disinnesca pressoché in modo immediato la
catena di eventi psicologici che conducono alla reazione di panico.
Il miglior modo di reagire alla paura che innesca il panico è
dunque la volontaria esasperazione mentale di tale paura e delle
sensazioni da essa provocate, sino alla sua autodistruzione. Il
problema è insegnare a metterlo in pratica a una persona già
intrappolata nella sindrome da panico; ciò, come è stato illustrato,
prevede il ricorso a elaborati stratagemmi terapeutici. Ma, nel caso
della prevenzione, quindi del lavoro che può fare una persona che
non ha ancora sviluppato forme patologiche di paura,
l’apprendimento di questa tecnica di autoinganno strategico può
essere decisamente meno arduo. Si tratta di addestrarsi
gradualmente a peggiorare volontariamente le proprie fantasie
fobiche e le reazioni da esse indotte, dapprima in spazi di tempo
regolamentati e in luoghi sicuri; poi iniziare a provocarsi tali
sensazioni e immagini mentali in momenti programmati della propria
giornata, però continuando a svolgere le attività abituali. Sino ad
applicare la tecnica della esasperazione ai momenti critici, ovvero
quando si è colti dalla paura o da reazioni di ansia, cercando di
esacerbare volontariamente tali sensazioni non appena queste si
presentano.
Sorprendentemente, si scoprirà che aumentando volontariamente
la paura questa si riduce, cercando di amplificare le percezioni di
minaccia queste si restringono, alimentando volontariamente le
sensazioni di disagio queste si bloccano.
L’addestramento a utilizzare questo efficace paradosso conduce
alla consapevolezza di possedere gli strumenti e le capacità per
fronteggiare le proprie reazioni di paura. Questo fa sì che la
percezione delle situazioni minacciose si riduca drasticamente, a
effetto di tale acquisita fiducia nelle proprie risorse.
La spirale viziosa e patogena della paura sino al panico si
trasforma in una spirale virtuosa e benefica che rende «coraggiosi».
Sapere di avere una sorta di «arma segreta» contro la propria
paura fa sì che questa non sia più un fattore limitante, ma una
naturale e sana reazione nei confronti di stimoli realmente pericolosi
che ci permette di affrontare meglio quelle situazioni, in quanto ci
allerta e ci rende più pronti e attenti alle nostre reazioni. L’acerrima
nemica che ci rendeva inermi con le sue terrorizzanti imboscate
diviene così un alleato fedele, che viene in nostro soccorso per
renderci più capaci e sicuri delle nostre risorse.

Educare alla scoperta

L’ultimo argomento che voglio trattare in merito alle modalità di


prevenzione della paura patologica è il primo in ordine di sequenza
naturale, poiché riguarda come formare i bambini e i ragazzi in modo
tale da ridurre la possibilità che questi sviluppino percezioni e
reazioni fobiche.
A questo fine l’adulto dovrebbe tenere presente prima di tutto che
il bambino, come ha ben illustrato Piaget nelle sue ricerche, deve
costruire la fiducia nelle sue capacità personali mediante le
esperienze concrete che gli permettano di scoprirle e utilizzarle. Ciò
significa che i bambini prima, e i ragazzi poi, vanno incentivati a
confrontarsi con ostacoli che possano superare in prima persona.
Constatare quali sono le proprie risorse per fronteggiare e risolvere i
problemi fa acquisire sicurezza personale al giovane in crescita.
Come amo dire, dovremmo creare ogni giorno ai nostri figli un
piccolo problema da risolvere o un ostacolo da superare. Educarli
alla scoperta, nel senso del piacere di misurarsi con sfide adatte alle
loro emergenti capacità.
Come il lettore può ben intendere, tutto ciò è l’opposto delle
tendenze che si osservano in chi è limitato dalla paura. Purtroppo,
però, ciò che si osserva nell’evoluzione della relazione tra giovani e
adulti delle ultime generazioni va esattamente nel senso contrario
(Nardone, Giannotti, Rocchi 2001).
Nell’ultimo decennio si rileva infatti una tendenza generalizzata
all’iperprotezione da parte della famiglia e della società nei confronti
di bambini e ragazzi. Gli adulti cercano di rendere più facile possibile
la vita ai giovani spianando loro la strada da ogni ostacolo, oppure
intervenendo prontamente in caso di presunto pericolo. In tal modo
si impedisce al giovane di scoprire e di incrementare le sue capacità
personali, perché trova sempre chi fa al posto suo. La fiducia in se
stessi non può essere un dono: è sempre e comunque una
conquista personale.
L’adulto che aiuta e protegge continuamente rende il giovane
incapace e insicuro. Perciò, tutti gli adulti-educatori comincino a
utilizzare la paura più grande – quella di costruire dei giovani fragili e
candidati alla paura patologica – per contrastare quella immediata e
più piccola, che il figlio possa soffrire troppo nel fronteggiare le
situazioni.
Ritengo infatti che anche in questo caso a limitare una paura
possa essere solo una paura più grande. La consapevolezza che
iperproteggendo il figlio il genitore diviene responsabile della sua
insicurezza e magari addirittura del formarsi in lui di una fobia è il
modo più efficace per modificare un atteggiamento educativo
patogeno.
Come si può ben comprendere, l’ansia genitoriale di migliorare il
più possibile la qualità della vita dei figli, nella sua esasperazione
protettiva produce effetti deleteri invece che costruttivi. Del resto
tonnellate di libri di decenni di pessima pedagogia «buonista», così
come di psichiatria «colpevolista», hanno condannato i genitori alla
colpevolezza di non essere abbastanza presenti e di prendersi poco
cura dei loro figli, rendendoli la causa di ogni patologia del bambino
e dell’adolescente. Se questo poteva essere ragionevole qualche
decennio orsono, oggi è assolutamente fuori luogo e può valere solo
per ormai ridotte sacche di indigenza famigliare. L’aiuto e la
protezione non richiesti non solo non aiutano, ma danneggiano,
poiché non permettono al giovane le necessarie esperienze di
successo nel superare gli ostacoli che la vita propone. Solo quelle
esperienze concrete, vissute in prima persona producono la fiducia
nelle proprie risorse. Per esplorare le proprie capacità il giovane
deve mettersi alla prova. Ciò non significa uno spartano buttare allo
sbaraglio il giovane, ma evitare di intervenire se non richiesti.
Soprattutto, evitare di togliere di mezzo i naturali ostacoli che il
cucciolo d’uomo, come tutti i cuccioli, ha bisogno di incontrare e
superare. Pertanto, la prevenzione genitoriale della paura limitante e
della sua evoluzione in reazioni di panico si concretizza nell’educare
i figli al piacere della scoperta delle proprie capacità e risorse
personali affrontando difficoltà e superando ostacoli.
Come scrive Norman Vincent Peale, «la troppa cautela nuoce:
evitando le cose che temi ti esponi a incresciose conseguenze. Di
solito è più saggio affrontare esperienze che possono sembrare
spaventose, anche se rischi di ricevere colpi e lividi. È probabile che
ti sembreranno meno duri di quanto credevi. Oppure li troverai molto
duri, ma ti accorgerai di essere capace di assorbirli».
Volendo riassumere cosa si può fare per prevenire l’insorgere di
problematiche connesse al panico, possiamo affermare che
l’antidoto è trasformare la paura, mediante gli autoinganni descritti,
da debolezza in forza, da limite in risorsa; da forme disfunzionali e
patologiche in forme funzionali e costruttive di autoinganno nei
confronti della nostra percezione della paura, considerato che
nessuno di noi può essere esente dall’uno come dall’altra. In altri
termini, nessuno può evitare la logica dell’autoinganno, così come
nessuno può essere scevro da paura.
L’arte sta nell’orientare l’interazione tra le nostre percezioni e le
nostre reazioni in modo da utilizzare la spinta piuttosto che subirne
l’impatto.
Contrastare la paura con la paura nelle varie modalità descritte è
l’ingrediente principale di questa «alchimia» mentale che ci rende
capaci di evitare il rischio che Shakespeare, come al solito, descrive
meglio di qualunque scienziato: «Ognuno di noi rischia di battersi col
proprio coraggio o con la propria paura, come un pazzo che giochi
con la propria ombra».
Epilogo
Siamo alla fine di questo viaggio attraverso il quale abbiamo
esplorato come la mente si intrappoli nel panico e come possa
evitarlo; come la mente intrappolata possa assumere diverse forme
e, soprattutto, come si possa rapidamente ed effettivamente
condurla a liberarsi dalle sue trappole.
Credo sia apparso evidente che, come ognuno di noi ha la
capacità di crearsi i suoi problemi, ognuno di noi possiede le risorse
per risolverli. Ciò che fa la differenza sono le strategie che
adottiamo, che possono guidarci alla soluzione come alla
complicazione dei problemi. Questo vale anche per la scelta della
terapia a cui affidarsi quando i problemi sono così invalidanti da non
permetterci di fare da soli – quando cioè la trappola che ci siamo
costruiti e nella quale siamo caduti è troppo profonda per uscirne
senza che qualcuno dall’esterno ci lanci una fune per venirne fuori.
Una buona terapia deve condurre rapidamente all’estinzione dei
sintomi di panico e, successivamente, alla consapevolezza e fiducia
nelle proprie risorse personali. Si deve quindi diffidare di tutte le
terapie che creano altre forme di dipendenza e di quelle troppo
tortuose, complicate e prolungate. Spesso la complicatezza viene
confusa con lo spessore scientifico e il rigore, dimenticando che la
cosa più complessa è risolvere problemi complicati mediante
soluzioni apparentemente semplici.
Come afferma Blaise Pascal scrivendo a un amico, «scusami se ti
ho scritto una lettera così lunga, ma non ho avuto il tempo di
scrivertene una più breve».
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Note

1. La prospettiva interazionale fa riferimento allo studio della


persistenza dei fenomeni patologici come sistemi ove
causa ed effetto interagiscono dinamicamente in senso
circolare di reciproca interdipendenza. Tale ottica è
fondata, come esposto nel capitolo precedente, su una
conoscenza operativa e non su una mera osservazione
statica come nei manuali diagnostici psichiatrici (DSM),
dove della patologia viene riportata soltanto una serie di
criteri di appartenenza o meno alle varie classi di disturbo.
Questo tipo di conoscenza serve solo a classificare,
mentre la conoscenza operativa serve a intervenire. La
prima è una mappa statica, la seconda una mappa fornita
di coordinate che possono essere seguite nel viaggio.
Indice

Prologo

Capitolo 1. La mente che si intrappola: anatomia del panico


Psicofisiologia del panico

L’anatomia del panico

La trappola mentale

La trappola delle reazioni


Modello circolare della persistenza della sindrome da panico

Capitolo 2. La mente in lotta con se stessa: le forme del panico


Caratteristiche generali della paura patologica

Le moderne paure patologiche

Le forme del panico: la classifica delle paure patologiche


La paura di perdere il controllo

La paura di volare

Acrofobia: la paura dell’altezza

La paura di perdere persone care

La paura di animali

Agorafobia e claustrofobia

La paura del rifiuto sociale

La paura delle malattie: le fissazioni ipocondriache

Il controllo troppo riuscito: le ossessioni compulsive

La dismorfofobia: la fobia del proprio aspetto


Capitolo 3. La mente che si libera: vincere la battaglia contro il
panico
La terapia del panico

Esempi di «tecnologica magia»


Caso 1: Agorafobia

Caso 2: La paura di uccidere il marito

Caso 3: L’ipocondria ribelle

Caso 4: Il mio cuore è pazzo

Caso 5: Il panico da aereo e da claustrofobia

Caso 6: Il timore di sbagliare e la compulsione al controllo

Caso 7: Le terribili, inesistenti rughe

Caso 8: La fobia del giudizio

Caso 9: La fobia dei piccioni

Caso 10: Acrofobia

Capitolo 4. La mente temeraria: prevenire i disturbi da panico


Mettere la paura contro la paura

Esasperare per ridurre

Educare alla scoperta

Epilogo

Bibliografia

Saggi di Terapia Breve collana diretta da Giorgio Nardone


Saggi di Terapia Breve
collana diretta da Giorgio Nardone
Giorgio Nardone e Centro di Terapia Strategica, Aiutare i genitori ad aiutare i
figli, 2012
Ada e Carlotta Fonzi, Abbasso i bulli, 2012
Maria Cristina Nardone, Roberta Milanese, Roberta Prato Previde, L'azienda
vincente, 2012
Jeffrey K. Zeig, Tami Kulbatski (a cura di), I dieci comandamenti della coppia,
2012
Giorgio Nardone, Giulio De Santis, Cogito ergo soffro, 2011
Camillo Loriedo, Maria Di Giusto, Giulia De Bernardis, Attrazione e scelta,
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Giada Desideri, Alessandra Barsotti, Stalking, 2011
Giorgio Nardone, Matthew D. Selekman, Uscire dalla trappola, 2011
Alessandro Salvini, Roberto Bottini, Il nostro inquilino segreto, 2011
Emanuela Muriana, Tiziana Verbitz, Psicopatologia della vita amorosa, 2010
Giorgio Nardone, Gli errori delle donne, 2010
Federica Cagnoni, Roberta Milanese, Cambiare il passato, 2009
Elisa Balbi, Alessandro Artini, Curare la scuola, 2009
Giorgio Nardone, Risa Balbi, Solcare il mare all’insaputa del cielo, 2008
Saulo Sirigatti, Cristina Stefanile, Giorgio Nardone, Le scoperte e le invenzioni
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Branka Škorjanec, Come smettere di fumare, 2008
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