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I. T. E.

Antonio Tambosi
Corso serale
CLASSE 4 SISTEMI – SERALE
ECONOMIA POLITICA VRS. 2019/20
Prima parte U. D. A. 3.2 il reddito nazionale
Rapporto tra micro e macro economia. Il reddito nel periodo breve e nel periodo lungo
Distinzione tra economica politica e politica economica ed analisi Teoria neoclassica del reddito e dell’occupazione
delle sue componenti. Teoria keynesiana
L’operatore stato nel circuito economico. Il moltiplicatore
Obiettivi e strumenti della politica economica. Politica keynesiana a sostegno della domanda
Le grandezze aggregate Equilibrio del reddito nazionale
Contabilità economica nazionale Intervento dello Stato nell’economia
Il prodotto nazionale Lo Stato come regolatore dell’economia
Il reddito nazionale
Crescita economica e benessere economico
L’economia sommersa Tempi indicativi di realizzazione: settembre – novembre
Il bilancio economico nazionale
L’equilibrio del sistema economico

Contabilità economica nazionale


Nella classe 3^ abbiamo visto che la microeconomia tratta gli equilibri dei singoli soggetti
economici e dei singoli mercati; ora passeremo all’esame del sistema economico nel suo
complesso, prendendo in considerazione l’equilibrio macroeconomico generato dall’attività di
tutti gli operatori del sistema.
Per fare ciò è fondamentale avere una completa radiografia economica del paese, che
evidenzi i risultati conseguiti nell’anno precedente dal nostro sistema economico. Ciò è reso
possibile dalla contabilità economica nazionale, ovvero da un insieme di conti che descrive
in forma quantitativa l’attività di un sistema economico in un certo periodo (in genere un
anno).
Essa si basa sulla raccolta e registrazione dei dati relativi al flusso di scambi tra gli operatori
del sistema – famiglie, impresa, Stato e resto del mondo -. Attraverso la contabilità nazionale
è possibile conoscere la struttura ed evoluzione dell’attività economica nel tempo e
confrontare i risultati di un sistema economico nel tempo e nello spazio.
Nessuna politica economica sarebbe efficace senza l’ausilio di una contabilità nazionale
capace di fornire una sintesi quantitativa della struttura economica di un paese.
La contabilità economica si è affermata a seguito del riconoscimento della necessità di un
intervento pubblico nell’economia (crisi del 1929 e critiche Keynesiane al liberismo
neoclassico hanno legittimato ‘intervento dello stato in fase depressiva), dalla circostanza che
scelte efficaci di politica economica sono rese possibili solo da una completa e corretta
conoscenza delle grandezze economiche nazionali e dal progresso della ricerca scientifica
che permette di elaborare dati statistici relativi ai diversi fenomeni economici con un
apprezzabile grado di affidabilità.
Nell’epoca moderna, visto l’accentuarsi delle relazioni economiche fra stati si è sentita la
necessità di standardizzare i conti, unificando le classificazioni e i metodi di calcolo usati nei
diversi paesi al fine di consentire corretti confronti internazionali e il coordinamento delle
politiche economiche nazionali.
Si tenga presente però che, malgrado i notevoli progressi compiuti, l’omogeneità e
l’affidabilità dei dati di contabilità nazionale dei vari paesi non può considerarsi un obiettivo

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raggiunto. Il raggiungimento di tali obiettivi è indispensabile per rendere più trasparenti corretti
e fiduciosi i rapporti fra stati, fra governi e cittadini.

Il prodotto nazionale
Gli aggregati più importanti calcolati dalla contabilità nazionale sono il prodotto nazionale e il
reddito nazionale.
Il P.N.L. è costituito dalla somma dei valori monetari di tutti i beni e servizi finali prodotti in un
anno sia all’interno che all’estero, dagli operatori residenti in un determinato paese. Non vi
rientrano i beni e servizi prodotti nel paese da operatori residenti all’estero.
Nel P.N.L. si computano solo i beni e servizi finali, mentre non rientrano i beni consumati nel
processo produttivo, perché altrimenti verrebbero calcolati due volte, una volta come prodotto
finale della prima lavorazione, e una seconda in quanto incorporati nel valore del prodotto che
hanno contribuito a produrre. Analogamente per il valore dei beni e servizi intermedi.
Il PNL consiste quindi nel valore di tutti i beni prodotti durante l’anno dalle imprese, famiglie
stato (produzione lorda vendibile), previa detrazione del valore dei beni intermedi impiegati
nella produzione:

PNL = PRODUZIONE LORDA VENDIBILE – BENI INTERMEDI

Il valore dei beni e servizi prodotti dallo stato, che non hanno un prezzo di mercato (sono
offerti senza un corrispettivo diretto ossia gratuitamente), è ritenuto pari alla somma degli
stipendi pagati ai dipendenti pubblici impiegati nella loro produzione.
Data l’eterogeneità tra i beni, per calcolare il PNL è necessario moltiplicare le quantità
prodotte per i rispettivi prezzi, e sommare successivamente i valori monetari ottenuti: si parla
allora di calcolo del PNL mediante la somma dei prezzi.

Il PNL si può anche calcolare mediante la somma dei valori aggiunti, ossia sommando, per
ciascuna impresa, la differenza fra il valore dei beni che vende (fatturato) e quello dei beni
che ha acquistato dalle altre imprese (materie prime e beni intermedi). Questa differenza
prende il nome di valore aggiunto e misura l’incremento di valore che le imprese aggiungono
al costo dei beni intermedi (beni acquistati da altre imprese e impiegati nella produzione).

La produzione determina il logorio dei beni durevoli: è quindi necessario calcolare delle quote
di ammortamento, atte a ricostituire il valore dei beni capitali quando questi siano giunti al
termine della loro vita produttiva: se dal PNL si detraggono glia ammortamenti, si ha il PNN
prodotto nazionale netto

PNN = PNL - AMMORTAMENTI

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Se il PNL o PNN comprendono le imposte indirette si ha il prodotto nazionale (lordo o
netto) ai prezzi di mercato.
Se al PNL o PNN ai prezzi di mercato si detraggono le imposte indirette e si sommano i
contributi alla produzione si ha il prodotto nazionale (lordo o netto) al costo dei fattori
produttivi.
PN al costo dei fattori
produttivi

_ +
PN ai prezzi di mercato imposte indirette contributi alla produzione

Diverso dal PNL è il PIL – PRODOTTO INTERNO LORDO - che non considera la nazionalità
degli operatori ma il territorio entro cui avviene la produzione.
Il PIL è il valore, ai prezzi di mercato, dei beni e servizi finali prodotti in un anno dalle unità
economiche che operano nel territorio di un determinato paese, sia che appartengano a
residenti, sia che appartengano a stranieri. Spesso nei confronti internazionali fra paesi viene
usato il PIL pro capite, espresso generalmente in dollari, che si calcola dividendo il PIL per il
numero di abitanti di ciascun paese. Il PIL pro-capite fornisce nei confronti internazionali un
dato approssimativo a causa del corso dei cambi e comunque da solo non è sufficiente a
indicare il livello di sviluppo di un paese e ancor meno il benessere e la qualità della vita di cui
godono i suoi abitanti.

Il reddito nazionale
Il prodotto nazionale riguarda l’aspetto della produzione; il reddito nazionale R.N. attiene
invece alla distribuzione del prodotto fra i soggetti che hanno concorso a produrlo: è quindi
formato da tutti i redditi che affluiscono ai portatori dei fattori produttivi, e cioè salari, profitti,
interessi, rendite. Il RN è rappresentato dall’insieme di tutti i redditi guadagnati dai soggetti
residenti in un certo paese in un determinato anno.
Sono esclusi dal calcolo le pensioni, i sussidi di disoccupazione e di invalidità. In quanto non
costituiscono corrispettivi dei fattori produttivi, ma semplici trasferimenti di reddito da coloro
che hanno pagato le imposte a coloro che li hanno percepiti, evitando così un doppio
conteggio.

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Il PN e il RN riguardano la stessa grandezza, ma considerata da due diversi punti di vista: il
PN considera la creazione di nuova ricchezza, mentre il RN la sua ripartizione fra i fattori
produttivi che hanno reso possibile tale creazione.
Sottraendo dal RN quella parte di reddito che si deve versare allo stato a titolo di imposte
dirette, il risparmio delle imprese (profitti non distribuiti), e aggiungendo i trasferimenti alle
famiglie (sussidi e pensioni) si ottiene il reddito disponibile, costituito dall’insieme delle
risorse a disposizione delle famiglie per il consumo e il risparmio

RN – IMPOSTE DIRETTE – RISPARMIO DELLE IMPRESE + TRASFERIMENTI = REDDITO DISPONIBILE

Il RN è uguale alla somma dei seguenti aggregati:


- consumi privati e pubblici, ossia la quota del reddito nazionale impiegata direttamente per il
soddisfacimento dei bisogni;
-investimenti privati e pubblici, ovvero i beni che vengono impiegati per la produzione da altri
beni;
-saldo della bilancia commerciale (esportazioni – importazioni), se il saldo è attivo il paese
avrà accumulato riserve valutarie, in caso contrario si sarà indebitato verso l’estero.

RN= CONSUMI + INVESTIMENTI + (ESPORTAZIONI – IMPORTAZIONI)

Gli aggregati della contabilità nazionale, pur indispensabili per conoscere la realtà economica
di un paese, presentano dei limiti rappresentati da:
- non tengono conto delle attività che non passano per il mercato (lavoro casalingo);
- non tengono conto dell’economia sommersa;
- non consentono di valutare il benessere della collettività, poiché non è detto che all’aumento
del PIL corrisponda un miglioramento della qualità della vita;
- sono frutto di convenzioni (es. valutazione dei servizi pubblici).

Crescita economica e benessere economico


La crescita economica si può calcolare riferendosi al PIL ossia alla somma del valore di tutte
le merci e i servizi prodotti in un anno all’ interno dei confini nazionali.
Il concetto di crescita è legato ad un aspetto quantitativo di un’economia, mentre lo sviluppo è
un processo, molto più lento della crescita, di tipo qualitativo, che attiene a fenomeni non
strettamente economici quali i mutamenti della società e le trasformazioni politiche ed
economiche. È quindi possibile che una crescita economica non comporti un uguale sviluppo,
in quanto a fronte di una espansione produttiva non si assiste ad una analoga evoluzione
sociale e politica (es. Cina, aree depresse degli USA).
La crescita può generare sviluppo che a sua volta crea benessere ossia miglioramento della
qualità della vita e delle prospettive future della popolazione: dalla economia si passa alla
sociologia! Un indicatore per la misurazione del benessere è rappresentato dal PIL pro capite
con cui si misura la ricchezza media a disposizione del singolo cittadino. Non è certo un

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indice preciso laddove abbiamo un paese ove il reddito non è omogeneamente distribuito
(nord – sud). Indica poi la disponibilità di ricchezza che non significa automaticamente qualità
di vita e dei servizi offerti e goduti dalla collettività. Studi più attuali consigliano, per misurare
lo sviluppo e il benessere di uno stato, di considerare sia il reddito sia tutti gli elementi
extraeconomici come il livello di inquinamento, il tasso di criminalità, la qualità dei servizi, la
durata media della vita, il tasso di analfabetismo.

L’economia sommersa
Le rilevazioni di contabilità nazionale non sono in grado di tenere conto di tutte le attività
produttive che avvengono in un sistema economico; una parte consistente si sottrae alle
rilevazioni statistiche. La parte che sfugge prende il nome di economia sommersa, non
rilevata nelle statistiche ufficiali, anche se coinvolge numerosi soggetti. L’economia
sommersa comprende una serie di attività che si possono classificare:
-economia irregolare, che comprende il lavoro nero, ossia il lavoro non dichiarato che
determina un’elevata evasione fiscale e contributiva;
- economia illecita, che riguarda tutte le attività perseguite dalla legge;
- economia familiare, costituita da scambi che non passano per il mercato e quindi non sono
rilevabili dalle statistiche (servizi prestati nell’ambito familiare, lavoro per consumo familiare, il
fai da te);
- economia parallela, quando l’economia sommersa è estesa, si crea una vera e propria
economia parallela, le cui conseguenze sul piano economico sono molto negative: l’alta
evasione determina un calo del gettito tributario, trasferendo sui soggetti regolari i costi dei
servizi pubblici e di tutela sociale.

Il bilancio economico nazionale


La contabilità economica nazionale trova la sua sintesi nel bilancio economico nazionale,
prospetto che accoglie i dati relativi al RN di un paese, evidenziando l’insieme delle risorse e
l’insieme degli impieghi del sistema economico.
In Italia i valori sono contenuti nella relazione generale sulla situazione economica del
paese, documento del governo che riassume l’andamento dell’intero sistema economico: vi si
trovano i dati della produzione dei singoli settori, la ripartizione del valore fra i vari portatori di
fattori produttivi, come il prodotto è stato impiegato per i consumi privati e pubblici, qual è il
valore delle importazioni e delle esportazioni, qual è il valore degli investimenti dello stato.
Il prospetto del bilancio accoglie in entrata le risorse disponibili, costituite da quanto si è
prodotto all’interno del paese PIL e da quanto si è importato dall’estero; in uscita gli impieghi,
ossia i consumi finali privati e pubblici, gli investimenti privati e pubblici e le esportazioni.
Il bilancio economico nazionale offre un quadro esauriente dell’economia di un paese: da
esso si vede che quanto maggiore sarà l’ammontare delle risorse, tanto più alta sarà la
possibilità di consumare e di investire. Si vedrà così come un paese ricco non spenda in
consumi tutte le proprie risorse ma una parte le riesca a risparmiare per finanziare gli

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investimenti, mentre un paese più povero consumi tutte le sue scarse risorse, riuscendo ad
effettuar e limitati e scarsi investimenti.

Il reddito nel periodo breve e nel periodo lungo


Il livello di equilibrio del reddito nazionale può essere studiato secondo due diverse ottiche:
- analisi di breve periodo: nel periodo breve la capacità produttiva del sistema è data
e non può essere aumentata; il problema è quindi quello di utilizzare nel modo migliore la
capacità produttiva esistente.
- analisi di lungo periodo: nel lungo periodo la capacità produttiva del sistema può
essere aumentata; quindi si analizza come il sistema economico si sviluppa.
Per un’analisi di breve periodo dobbiamo ricordare che la quantità prodotta di un bene
(output) dipende dalla quantità di fattori produttivi impiegati (input). Quindi avremo due
concetti di produzione: la produzione potenziale ottenibile se l’impianto venisse utilizzato a
pieno regime; e il prodotto effettivo, costituito dalla produzione effettivamente ottenuta.
Il medesimo ragionamento può essere applicato a livello macroeconomico: il reddito
nazionale dipende dalla quantità di fattori produttivi impiegati. Quindi il livello di reddito è
funzione diretta della quantità dei fattori impiegati ovvero cresce al crescere della quantità di
fattori produttivi. Avremo dunque un reddito effettivo nel breve periodo, derivato dal
presupposto che la capacità produttiva sia data e non possa essere aumentata; ed un reddito
potenziale nel periodo lungo nel presupposto che la capacità produttiva possa essere
aumentata.

Teoria neoclassica del reddito e dell’occupazione


Secondo la teoria neoclassica un sistema in regime di libera concorrenza raggiunge in modo
automatico la piena occupazione dei fattori produttivi. Tale situazione di equilibrio è
assicurata dai movimenti dei prezzi, che realizzano l’uguaglianza fra la domanda e l’offerta
dei beni in tutti i mercati. E conseguentemente l’uguaglianza fra la domanda globale e l’offerta
globale. L’equilibrio che si raggiunge spontaneamente in ogni momento, assicura
l’uguaglianza del reddito effettivo e del reddito potenziale. Cioè la piena occupazione di tutti i
fattori produttivi, in particolare il lavoro.
La legge di Say riassume il principio sopra esposto: non sono possibili crisi di sovra
produzione globale, anche se per singoli settori produttivi si possono verificare
temporaneamente fenomeni di sovra produzione parziale. Infatti, i movimenti dei prezzi
relativi correggeranno automaticamente gli eventuali errori di previsione dei singoli
imprenditori. La conseguenza sarà che il livello del reddito nazionale raggiunge sempre il
valore più elevato consentito dalle risorse disponibili: questo reddito è di equilibrio, in quanto
le forze di mercato tendono spontaneamente a realizzarlo.
La crisi del ’29 scosse alle fondamenta le ottimistiche teorie neoclassiche e si cominciò a
pensare che la piena occupazione non era una caratteristica necessaria della situazione di
equilibrio di un sistema economico.

La teoria keynesiana

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Secondo la teoria neoclassica, se i salari e i prezzi sono flessibili, ossia capaci di variare alle
diverse situazioni di mercato, è assicurata la piena occupazione dei fattori produttivi, in
particolare il lavoro: se ci sono lavoratori disoccupati il salario reale scende e gli imprenditori
hanno convenienza ad assumere nuovi lavoratori, facendo così scendere la disoccupazione.

Disoccupazione 1 teoria neoclassica riduzione dei salari reali aumento dell’occupazione = equilibrio di piena occupazione

2 teoria keynesiana salari reali costanti occupazione non aumenta equilibrio di piena sottoccupazione
Disoccupazione

In realtà, osserva Keynes che i salari non sono flessibili, ma rigidi verso il basso, in quanto i
sindacati dei lavoratori non accettano una diminuzione dei salari al di sotto di un certo
minimo. Ma anche supponendo che venisse accettata una diminuzione salariale, ciò non
basta a far raggiungere al sistema l’equilibrio di piena occupazione. Infatti, la diminuzione dei
salari determina deflazione, ossia diminuzione del livello generale dei prezzi, con la
conseguenza che anche quando il salario monetario diminuisse, il salario reale resterebbe
costante. Pertanto, il salario reale non può diminuire fino al livello da assicurare piena
occupazione.
Inoltre, non necessariamente una diminuzione dei salari favorisce nuove assunzioni, potendo
l’impresa essere indotta a ridurre la produzione se ha prospettive pessimistiche sul futuro
dell’economia.
È quindi possibile che il sistema raggiunga un equilibrio non di piena occupazione, cioè con
un reddito effettivo inferiore al reddito potenziale.
Secondo Keynes, per assicurare il pieno impiego dei fattori produttivi, in particolare il lavoro,
occorre agire sulla domanda aggregata (consumi e investimenti) mediante opportuni
interventi pubblici. Se la domanda aggregata è alta, le imprese aumentano la propria
produzione, facendo così aumentare la occupazione.
In sintesi, il RN dipende dal livello della domanda aggregata: si realizza la piena occupazione
solo se la domanda sarà tanto elevata da rendere conveniente l’impiego di tutti i fattori
produttivi. Pertanto, il livello del RN determina il livello di occupazione e non viceversa, come
riteneva la teoria neoclassica. Quindi sostenendo la domanda aggregata si può assicurare il
pieno impiego dei fattori produttivi.

Domanda aggregata reddito nazionale livelli di occupazione

Il livello del RN
Come si determina in un sistema il livello del RN? Questa domanda è molto importante,
perché il livello di reddito esprime il flusso di beni e servizi a disposizione dei componenti la
collettività. Occorre prima capire la offerta e la domanda aggregata.

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Le imprese stabiliscono la quantità di prodotto da offrire in base alla stima che fanno della
domanda. La offerta aggregata è costituita dall’insieme dei beni e servizi prodotti dalle
imprese e offerti sul mercato.
Le famiglie e lo stato stabiliscono la quantità di beni da acquistare in base ai loro bisogni. La
domanda aggregata è quindi costituita dall’insieme di beni e servizi richiesti dalle famiglie e
dallo stato sul mercato.
Quando la offerta aggregata e la domanda aggregata sono uguali, il reddito è di equilibrio.
Questa situazione, per Keynes non comporta necessariamente la piena occupazione dei
fattori produttivi.
La domanda aggregata comprende i beni e i servizi di cui la collettività deve disporre per
soddisfare i propri bisogni. È effettuata dagli operatori famiglie, spesa per consumi C privati
per soddisfare i propri bisogni e pubblici per soddisfare bisogni pubblici, impresa I, spesa per
investimenti ammortamenti investimenti netti privati e pubblici, stato X esportazioni M
importazioni, resto del mondo.
Ecco allora l’equazione del RN

Y= C + I + X - M

Il moltiplicatore
Se si effettuano investimenti, si ha un corrispondente aumento del reddito nazionale: ciò è
possibile in quanto per ipotesi si è partiti da una situazione iniziale in cui i fattori produttivi non
sono pienamente occupati. Ma l’incremento del redito determinato da una spesa autonoma
(aggiuntiva ed indipendente dal consumo o dal reddito esistente) si distribuisce fra i portatori
dei fattori produttivi (imprenditori, capitalisti e lavoratori), i quali spenderanno in consumi una
gran parte del reddito ricevuto. L’aumento della spesa in beni di consumo aumenterà a sua
volta il reddito, secondo un processo di crescita che continuerà fino a quando vi saranno
risorse inutilizzate.
Immaginiamo che in un sistema economico con risorse inutilizzate si decida di effettuare
investimenti aggiuntivi. Questo incremento di spesa si concretizza in pagamenti di salari,
profitti, rendite e interessi che fanno aumentare il reddito.
Una parte di questo nuovo reddito verrà risparmiata, mentre un’altra parte sarà di nuovo
spesa nell’acquisto di beni di consumo. Questa nuova spesa genererà ulteriore reddito, Il
processo di accrescimento del reddito continua: ancora una volta una parte del reddito verrà
risparmiata ed un’altra consumata e così via.

Politica keynesiana a sostegno della domanda


Dall’analisi del moltiplicatore si deduce che la crescita del reddito nazionale dipende da due
elementi:
- la propensione al consumo
- gli investimenti privati e pubblici
Quindi per ottenere un aumento del RN è possibile agire:

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aumentando la propensione al consumo, redistribuendo reddito alle classi meno abbienti,
che presentano un’elevata propensione al consumo; attraverso leggi che riducano le imposte
sui consumi o facilitino il credito al consumo o le vendite a rate. Questi tipi di interventi
determinano un aumento del moltiplicatore;
accrescendo il livello degli investimenti del settore privato;
aumentando la spesa pubblica, sia accrescendo gli investimenti sia accrescendo i consumi
di beni pubblici. Con questi ultimi due interventi agiamo sugli investimenti.
Si deve osservare che, nella nostra società attuale caratterizzata da forme oligopolistiche e di
concorrenza monopolistica, le classi sociali ricche percepiscono una quota del RN superiore
a quella che riceverebbero in situazione di concorrenza perfetta. Di contro le classi meno
agiate, più propense al consumo, ricevono una quota insufficiente di RN. Da qui la necessità
che, se i consumi e gli investimenti privati non bastano a creare una spesa sufficiente ad
assicurare la piena occupazione, debba essere la spesa pubblica a colmare la differenza tra il
reddito di piena occupazione e quello inferiore di sottoccupazione.
Allo stato vengono affidati quindi compiti sempre più rilevanti: i poteri pubblici hanno il
compito attivo di intervenire per il raggiungimento dell’equilibrio di piena occupazione. Lo
stato non deve temere di indebitarsi; le sue entrate ben possono essere inferiori alle sue
spese, se ciò ha come risultato il conseguimento della piena occupazione. È il ricorso al
debito pubblico nella fase di depressione, al fine di sostenere la domanda globale
insufficiente. Con ciò viene meno il postulato dell’economia tradizionale del pareggio costante
di bilancio.
Intervento dello Stato nell’economia
Per gli economisti classici l’intervento pubblico nell’economia doveva essere ridotto al
minimo, dato che allo stato competeva solo quelle attività che non potevano essere svolte dai
privati (difesa, giustizia, opere pubbliche). La crisi del ’29 si afferma una nuova concezione
del ruolo dello stato avviata dall’opera di Keynes.
Oggi anche seguaci del neoliberismo riconoscono che lo stato deve garantire il quadro
generale di ordine giuridico sociale entro il quale si svolge la libera iniziativa economica dei
privati.
In tutti i paesi ad economia di mercato lo stato è un protagonista della vita economica,
insieme alle famiglie e alle imprese. È pacifico che lo stato debba introdurre leggi
antimonopolio per ristabilire condizioni concorrenziali, tutelare l’ambiente dall’attività
economica dei privati, offrire ai cittadini i servizi sociali essenziali.
La politica economia è l’insieme degli interventi dello stato per supplire alle insufficienze del
libero mercato, allo scopo di raggiungere determinati obiettivi di interesse generale.

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Politica economia
Piena occupazione
Stabilità monetaria e valutaria
Sviluppo ed equa distribuzione del
reddito

Politica fiscale o di Politica monetaria Politica dei redditi


bilancio livello tasso di interesse
agendo sulle entrate e le spese quantità di moneta Accordi tra parti sociali per
aumento spesa pubblica aumenta offerta di moneta combattere l’inflazione
RN quantità di credito
aumento imposte diminuisce R

Lo Stato come regolatore dell’economia


Il compito dello Stato è quello di creare le condizioni favorevoli per lo sviluppo dell'economia.
Dal dopoguerra ad oggi si è verificato un aumento costante dell'azione statale. Lo Stato
svolge la sua attività gestendo direttamente servizi pubblici essenziali, producendo beni e
servizi in concorrenza con il privato, creando infine normative tese a influenzare il sistema
economico e le scelte dei suoi operatori (controllo dei prezzi, divieto di svolgere determinate
attività, politica del lavoro). Ogni settore economico vede oramai la presenza dello Stato:
siamo pertanto pervenuti ad un sistema economico integrato in cui si fondono armonicamente
attività privata e attività statale. L'intervento è stato così pregnante da portare all'
affermazione dello Stato sociale, realizzatosi anche in Italia, però attraverso un sistema poco
efficiente e funzionale tant'è che da più parti se ne invoca una migliore programmazione e
revisione. La P. A., intesa come Stato enti pubblici e enti previdenziali, produce beni e servizi
offerti al mercato senza profitto. Pertanto, la P. A. non riceve guadagno e deve rinvenire in
altro modo i capitali necessari per acquistare le risorse attraverso le quali fornirà poi i beni e
servizi. Queste risorse sono reperite attraverso le fonti d' entrata, costituite dall' insieme delle
risorse che affluiscono agli enti pubblici per far fronte al fabbisogno finanziario (l'ammontare
totale della spesa pubblica) della loro gestione. Sono le entrate fiscali (imposte e tasse), forse
la fonte più importante; i contributi sociali; i redditi dei beni di proprietà degli enti pubblici; i
prestiti pubblici.
L'attività finanziaria pubblica dello Stato e degli enti pubblici è dunque assai importante
poiché rivolta ad organizzare razionalmente la produzione di servizi e di beni pubblici e ad
influire sulla formazione e sulla distribuzione della ricchezza nazionale. (in sintesi, studia il
modo per procurare all'Ente pubblico le risorse che utilizzerà per adempiere alle sue funzioni
sociali). Essendo poi finalizzata a scopi sociali, lo Stato, attraverso il Governo, sempre più
spesso vuole fornire non solo i servizi pubblici ma anche operare una ridistribuzione della
ricchezza (es. prelevare con le tasse per costituire pensioni, assegni di invalidità, assegni di
disoccupazione) e influire sulla stabilità e lo sviluppo economico.

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La finanza pubblica soddisfa pertanto un nucleo essenziale di necessità della collettività che
non possono essere soddisfatte dall'economia di mercato, poiché non sono oggetto di
vendita. Pertanto, i suoi obiettivi sono raggruppati nelle seguenti categorie:
- allocazione delle risorse, ossia ricerca delle entrate fiscali al solo fine di finanziare i servizi
pubblici;
- ridistribuzione dei redditi attraverso il prelievo tributario e la spesa pubblica, per operare
trasferimenti di reddito e di risorse tra categorie sociali ed economiche al fine di fornire alle
classi meno abbienti incrementi di reddito;
- garantire la stabilità e sviluppo economico attraverso interventi che operino sullo stesso
processo produttivo con manovre di entrata e spesa pubblica;
- pieno impiego delle risorse produttive;
- stabilità monetaria e valutaria;
- sviluppo del reddito nel tempo.
Pertanto, l'attività finanziaria dello Stato ha ripercussioni:
1) sulla circolazione della ricchezza nazionale, poiché nell'economia di un paese la finanza
pubblica non opera separatamente dall'economia privata, ed opera sottraendo ricchezza
attraverso le imposte e immettendo flussi monetari, per esempio attraverso la retribuzione di
fattori produttivi;
2) sulla formazione del prodotto nazionale e sulla sua ridistribuzione. In quest'ultima ipotesi
influisce indirettamente quando favorisce la produzione privata e direttamente quando crea
beni e servizi che entrano nel calcolo del PIL (prodotto interno lordo).
L'attività finanziaria dello Stato si articola su due momenti essenziali:
1) la spesa pubblica, che determina quali e quanti sono i mezzi necessari per soddisfare
bisogni pubblici e conseguire i fini dello Stato;
2) le entrate pubbliche, ossia la ripartizione del carico della spesa pubblica fra i consociati.
La spesa pubblica si può definire come il complesso di erogazioni monetarie effettuate dallo
Stato e dagli Enti pubblici per soddisfare i bisogni della collettività.
Il problema della spesa pubblica è di origine recente e si afferma con la necessità dello Stato
di intervenire il più possibile a soddisfare i bisogni dei consociati, che sono in definitiva i fini
sociali dello Stato. L' aumento della spesa pubblica è dovuto a un complesso di cause, quali
l'aumento della domanda di servizi pubblici, l'aumento dei consumi privati, l’aumento dei
redditi individuali, l’intervento pubblico a sostegno della domanda globale.
Si è quindi capito che per raggiungere una maggiore equità sociale e una migliore
ridistribuzione del reddito si deve ricorrere all'aumento dei servizi pubblici a favore dei
disagiati e quindi a un aumento della spesa pubblica.
Purtroppo, in Italia si è assistito ad un aumento incontrollabile della spesa pubblica con un
correlativo aumento del deficit dello Stato. Da qui l'attualità del problema spesa pubblica e la
necessità di determinare maggiori controlli.
Le spese pubbliche determinano effetti di ordine economico e sociale. Gli effetti economici
sono tali perché le spese produttive creano beni e servizi utili alla collettività.
Diversi sono invece gli effetti economici per le spese ridistributive, attuando, secondo i principi
dello Stato moderno, una più equa ridistribuzione del reddito tra i cittadini.

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Pertanto, il trasferimento di risorse da gruppi sociali ad alto reddito a gruppi più poveri ha
come risultato finale un aumento del consumo globale che determina un aumento della
domanda di beni e, di conseguenza, il pieno impiego dei fattori produttivi che, a sua volta,
determina l'aumento del reddito nazionale.
L'intervento dello Stato nell'economia fa si che tendenzialmente le spese di ridistribuzione
acquistino una sempre maggiore importanza.
Il complesso delle spese dello Stato costituisce il suo fabbisogno finanziario, che aumenta in
relazione alla progressiva espansione dei bisogni pubblici.
L'espansione della spesa pubblica dovrebbe imporre la creazione di adeguati controlli diretti a
verificare la sua efficienza. Purtroppo, al di là della discussione parlamentare della legge di
bilancio e controllo della Corte dei conti e della Ragioneria dello Stato, non esistono strumenti
capaci di valutare l'efficienza della spesa pubblica.

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Parte seconda U. D. A. 3.2 consumi, risparmi ed investimenti
Consumi, risparmi e investimenti La moneta e le teorie monetarie
I consumi secondo la teoria tradizionale Origini e funzioni della moneta
La funzione keynesiana del consumo Il valore della moneta
Gli sviluppi post-keynesiani Il mercato dei capitali
Il risparmio La domanda
Gli investimenti L’offerta
L’equilibrio del mercato monetario

Tempi indicativi di realizzazione: novembre – gennaio

CONSUMI – RISPARMIO - INVESTIMENTI


La spesa per consumi e la spesa per investimenti sono le componenti che formano la
domanda aggregata. Esse dipendono rispettivamente dalle decisioni dei diversi operatori del
sistema economico.
Le famiglie, dalla partecipazione al processo produttivo, ottengono un reddito che viene
utilizzato in parte per l’acquisto dei beni e servizi necessari al soddisfacimento dei bisogni
(consumi) e in parte accantonato a scopo prudenziale per essere usato in futuro.
Quest’ultima parte costituisce il risparmio che può essere destinato a
- attività finanziarie, se serve ad acquistare azioni o obbligazioni (finanziamento diretto
dell’impresa) oppure se viene depositato in banca e poi usato per finanziare l’impresa;
- attività reali se serve all’acquisto di beni durevoli (case, oro, gioielli).
-

Famiglia reddito consumi

risparmio investimenti impresa

Le spese di consumo sono influenzate sia dal livello di reddito, sia dalla sua distribuzione tra
salari e profitti. Infatti, la propensione al consumo è maggiore per i lavoratori (gran parte del
reddito è spesa per consumi) rispetto ai titolari di redditi di capitale e di impresa risparmio
(hanno maggior possibilità di risparmiare).

Risparmio e investimenti
Il risparmio serve a finanziare gli investimenti in nuovi macchinari e in nuovi stabilimenti; le
imprese si finanziano infatti o rivolgendosi alle banche e agli intermediari finanziari o al
pubblico emettendo azioni ed obbligazioni.
La motivazione che induce le imprese ad investire è l’aumento di profitto, quindi dipende
dalle previsioni degli imprenditori sui profitti futuri e dunque dalle aspettative sulla domanda
futura, oltre che dalla propensione al rischio.
Se si prevede un aumento della domanda, se la capacità produttiva esistente non è utilizzata
appieno, l’imprenditore investirà non in capitale fisso ma in capitale circolante per un migliore
impiego della capacità produttiva. Diciamo che nel breve periodo gli investimenti sono

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destinati ad acquisire capitale circolante, mentre nel lungo periodo, dovendosi aumentare la
capacità produttiva, si cercherà di aumentare il capitale fisso.

I consumi secondo la teoria tradizionale


Secondo i neoclassici le famiglie decidono prioritariamente il risparmio, che sarà tanto più
alto quanto maggiore sarà il tasso di interesse (il rendimento del denaro è maggiore).
Anche le decisioni degli imprenditori di investire dipendono dal tasso di interesse: quanto più
è basso, tanto maggiore è l’investimento (il costo del denaro è minore).
Quindi se il tasso di interesse è alto la famiglia è indotta a risparmiare e gli imprenditori sono
scoraggiati ad investire, e viceversa.

Tasso interesse alto famiglia risparmia

Tasso interesse basso impresa investe

In conclusione, per i neoclassici il tasso di interesse è il prezzo dei capitali e ne assicura


l’equilibrio, ovvero
RISPARMIO = INVESTIMENTI

Per Keynes invece, il risparmio e l’investimento dipendono da variabili diverse: il risparmio


dal livello di reddito, l’investimento dalle aspettative di profitto e dal tasso di interesse.
Secondo l’analisi della scuola classica la spesa per l’acquisto di beni e servizi varia in
funzione inversa del tasso di interesse. Quanto più il tasso è alto, più le famiglie risparmiano e
consumano meno; quando invece il tasso è minore, la famiglia risparmia meno e spende di
più aumentando i consumi

La funzione keynesiana del consumo


Per Keynes il consumo non dipende dal tasso di interesse ma dal livello dei redditi. Se
per la teoria tradizionale è il tasso di interesse che determina il livello dei consumi, per
Keynes è invece il livello del reddito. Secondo Keynes infatti in media gli uomini sono disposti
ad accrescere il loro consumo con l’aumentare del reddito, ma non tanto quanto è l’aumento
del loro reddito.
Ciò significa che
- il consumo è una funzione crescente del reddito, cioè cresce all’aumentare del reddito;
- il consumo cresce in modo meno che proporzionale all’aumentare del reddito, cioè a
un dato aumento del reddito corrisponde un aumento dei consumi più moderato
La teoria keynesiana del consumo afferma che al crescere del reddito aumentano anche i
consumi, ma in misura meno che proporzionale rispetto al reddito.
Per capire la funzione del consumo occorre introdurre i concetti di propensione marginale al
consumo e di propensione marginale al risparmio.
La propensione marginale al consumo è il rapporto fra l’incremento del consumo e
l’incremento del reddito.

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La propensione marginale al risparmio è il rapporto fra l’incremento del risparmio e
l’incremento del reddito.
La dinamica della propensione marginale al consumo, e conseguentemente di quella al
risparmio, all’aumentare del reddito, può evidenziarsi con un semplice esempio numerico.

reddito consumo risparmio propensione marginale al consumo propensione marginale al risparmio


1000 - 900 100 - -
1200 - 1050 150 0,750 0,250
1400 - 1190 210 0,700 0,300
1600 - 1320 280 0,650 0,350
1800 - 1440 360 0,600 0,400

Come si può vedere, consumi, risparmi e reddito aumentano contemporaneamente; ma


mentre i consumi aumentano meno che proporzionalmente all’aumentare del reddito, i
risparmi aumentano in misura più che proporzionale all’aumentare del reddito.
Quindi la propensione marginale al consumo diminuisce e quella al risparmio aumenta
all’aumentare del reddito. Pertanto, ad ogni incremento di reddito la collettività spende in beni
di consumo una frazione di reddito gradualmente minore.
A seconda del livello di reddito si possono avere tre distinte situazioni:
- i consumi sono maggiori del reddito: la famiglia si indebita per finanziare i consumi.
- i consumi sono uguali al reddito: la famiglia finanzia i propri consumi con l’intero
reddito e quindi non si forma risparmio;
- i consumi sono inferiori al reddito: la famiglia forma risparmio;

Gli sviluppi post-keynesiani


Le verifiche statistiche di lungo periodo non hanno però convalidato la teoria keynesiana; ad
es. si è verificato che negli Stati Uniti, tra il 1869 e il 1938, tanto il reddito quanto i consumi
sono quadruplicati. Quindi sono state proposte numerose riformulazioni della teoria.
Ipotesi del reddito relativo di Duesenberry: i consumi dei singoli non sono indipendenti dai
consumi degli altri: nella realtà i consumi non dipendono dal reddito assoluto del soggetto, ma
dal suo reddito relativo, ossia dalla posizione che occupa nella gerarchia dei redditi e delle
classi sociali. Fra i consumi esiste una interdipendenza, dovuta all’effetto di imitazione:
ciascuna persona, nello stabilire i propri consumi, è influenzata dal comportamento di coloro
che lo circondano e, anzi, tenta di imitare i consumi di coloro che occupano una posizione
sociale più elevata della sua.
Inoltre, si può notare come al diminuire del reddito non si ha una contrazione dei consumi,
perché i soggetti tendono a persistere nelle abitudini contratte; analogamente all’aumentare
del reddito non ci sarà un immediato aumento dei consumi: si verificherà un adeguamento
soltanto quando il reddito raggiungerà livelli superiori a quelli prima raggiunti.

Ipotesi del ciclo della vita di Modigliani: le famiglie pianificano le loro decisioni di consumi
e risparmio lungo l’intero arco di vita. Considerando che le risorse disponibili sono costituiti
dalla somma dei redditi da lavoro corrente, del valore attuale dei redditi attesi nel futuro e del

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valore del patrimonio, i singoli nel programmare i consumi terranno conto delle risorse globali,
in modo da massimizzare la funzione di utilità durante l’intero corso della vita.

Ipotesi del reddito permanente di Fridman: il consumo e il reddito comprendono una


componente transitoria e una componente permanente; il consumo complessivo del
consumatore non dipende dalle variazioni del reddito transitorio, ma da quelle del reddito
permanente, definito come media dei redditi che il soggetto ha avuto nel passato e pensa di
avere nel futuro.

Il risparmio
Dato che il risparmio è reddito non consumato, è facile capire che le variabili che determinano
i consumi sono le stesse che determinano i risparmi.
Secondo i classici e i neoclassici il risparmio è funzione crescente del tasso di
interesse: all’aumentare del tasso aumentano i risparmi, attratti dalla maggiore
remunerazione. Quindi è il tasso di interesse che determina il livello di risparmio.
Secondo Keynes il risparmio è funzione crescente del reddito: al crescere del reddito i
risparmi aumentano più che proporzionalmente rispetto al reddito. Quindi i risparmi
dipendono dal livello di reddito.
Teoricamente il risparmio totale è costituito dalla somma del risparmio delle famiglie, delle
imprese e dello stato. Nella realtà attuale il risparmio proviene prevalentemente dalle famiglie,
mentre quello delle imprese, data la crisi economica degli ultimi anni, si attesta a livelli molto
bassi. In Italia non si può parlare di risparmio pubblico, costituito dalla differenza tra entrate
correnti (tributi pagati dalla famiglia e dalle imprese) e spese correnti (spese dello stato per
servizi pubblici) poiché non riesce a formarsi attesa la grandezza della spesa pubblica ben
superiore alle entrate correnti.

Gli investimenti
La seconda componente della domanda aggregata – oltre alla spesa per consumi – è
costituita dalla domanda per investimenti.
Gli investimenti sono costituiti dalle somme impiegate per aumentare i beni capitali durevoli
utilizzati nel processo produttivo allo scopo di ottenere una quantità di beni e servizi maggiore
di quella impiegata.
Gli investimenti possono classificarsi:
investimenti fissi, costituiti dal capitale impiegato per l’acquisto di attività immobilizzate che
servono per più cicli produttivi (macchinari, capannoni);
investimenti di scorte, costituiti dal capitale destinato all’acquisto di tutti i beni che formano il
capitale fisso, ma sono destinati al processo produttivo (materie prime, semilavorati);
investimenti immateriali, rappresentati da acquisti di brevetti, diritti d’autore, pubblicità, e
spese di ricerca, cd. formazione del capitale umano.
Gli investimenti privati sono frutto di autonome decisioni dell’imprenditore; in generale
dipendono dalle previsioni sul futuro andamento del mercato e sono in funzione dei ricavi
attesi e quindi in definitiva è il profitto a determinare l’investimento.

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Ad ogni attività di investimento è connesso il rischio, in quanto non è possibile calcolare a
priori l’andamento delle vendite e quindi l’entità del profitto derivato dall’investimento.
L’imprenditore deve pertanto stimare una serie di eventi futuri sulla base di elementi
scarsamente noti e suscettibili di cambiamento.

Il livello degli investimenti dipende da un confronto fra i profitti attesi, che l’investimento
consente, e i costi che si devono sostenere per effettuarlo.
Sotto il profilo del profitto l’investimento sarà conveniente solo se l’efficienza marginale del
capitale sarà maggiore o uguale al tasso di interesse, dove per efficienza marginale si
intende il tasso di sconto da applicarsi al flusso futuro dei rendimenti attesi da un certo
investimento, in maniera che il valore attuale di tale flusso uguagli il costo iniziale
dell’investimento.
L’imprenditore avrà convenienza ad investire solo se l’efficienza marginale del capitale sarà
superiore o pari al tasso di interesse, ricordandosi che l’efficienza marginale è decrescente,
ossia diminuisce all’ aumentare del capitale investito.
Bisogna infatti tener presente che un investimento può determinare
- un aumento del volume di prodotti, che possono collocarsi sul mercato solo
riducendone il prezzo (con ciò riducendo il margine di profitto sperato);
- un aumento di domanda di beni di investimento determina un aumento del prezzo che
l’imprenditore deve pagare per effettuare gli investimenti stessi (il capitale costa di più);

L’ imprenditore viene influenzato nelle sue scelte di investimento anche dai costi che deve
sostenere per effettuarlo. Sono le banche che provvedono a raccogliere i risparmi delle
famiglie e a finanziare con prestiti il sistema impresa. Pertanto, le imprese prendono a prestito
capitale dalle banche, pagando alle stesse un certo interesse.
Il problema dell’imprenditore è quello di massimizzare la differenza fra il rendimento e il
costo dell’investimento: l’investimento ottimale sarà quello che rende uguali il ricavo
marginale dell’investimento, cioè l’efficienza marginale del capitale, e il costo marginale del
capitale, cioè il tasso corrente di interesse.
Quindi, un più alto tasso di interesse riduce la quantità di capitale investito nella produzione.

LA MONETA E LE TEORIE MONETARIE

Origini e funzioni della moneta


Nei moderni mercati economici la produzione è finalizzata al mercato e quindi al consumo;
nelle economie primitive invece, poiché i singoli nuclei familiari erano caratterizzati da una
maggior autosufficienza produttiva, gli scambi venivano effettuati con il baratto: ogni bene
veniva scambiato con altri beni e quindi ogni bene aveva un prezzo in termini di ogni altro
bene.
Nelle epoche più remote, dove tutta la produzione era finalizzata all’autoconsumo, possiamo
trovare facili esempi di baratto, il cui presupposto principale era costituito dalla necessaria

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coincidenza di bisogni fra colui che cede un bene che ha in eccesso e colui che ha bisogno
di questo bene perché è scarso.
Ulteriore problema rappresentato dallo scambio di merce contro merce è insito nella
mancanza di un’unica misura che permetta di confrontare il valore dei beni che vengono
scambiati, oltre alla difficoltà intrinseca di determinati beni ad essere divisibili.
Un importante presupposto è poi quello di disporre di una quantità di beni superiore al proprio
fabbisogno e nel caso non sia possibile lo scambio diretto fra beni, si possa procedere ad uno
scambio indiretto, servendosi di un bene intermedio che permetta comunque l’incontro finale
fra i beni che interessano ai due operatori.
Realizzare lo scambio indiretto, costituisce però una complicazione per realizzare gli scambi
commerciali e quindi è necessario pensare a qualcosa che possa rendere più agevole lo
scambio. Questa entità o bene, che ancora nei tempi molto lontani da noi, ha permesso a
molti popoli di intensificare e sviluppare gli scambi, è la moneta.

Dal baratto alla moneta merce


Un primo tentativo per agevolare gli scambi fu quello di individuare dei beni che fossero più
facilmente accettati da coloro che avevano l’esigenza di scambiare dei beni, questi assunsero
quindi il ruolo di mezzi di scambio ed il risultato fu quello di creare in questo modo la moneta
- merce.
Esempi di moneta - merce furono il bestiame (in latino detto “pecus”, da cui deriva l’attuale
termine “pecunia”), il sale, le pellicce, i cavalli. Il presupposto di qualsiasi forma di moneta,
compresa quella chiamata moneta – merce, è che essa si basa su un certo grado di fiducia
nella possibilità di essere successivamente utilizzata per acquistare qualsiasi altro bene di cui
l’individuo avesse poi necessità. In qualsiasi sistema economico infatti, quando diminuisce la
fiducia che la moneta possa poi essere utilizzata per acquistare qualsiasi bene, gli individui
che hanno bisogno di realizzare scambi di merci, ritornano al baratto.
Successivamente, si concepì una diversa forma di moneta che ovviasse ad alcuni
inconvenienti intrinseci nella moneta – merce, ed in primo luogo alla deperibilità e alla
difficile trasportabilità e non da ultimo alla divisibilità.
Per ovviare a questi inconvenienti, nel tempo si pensò di individuare alcuni beni che avessero
un elevato valore intrinseco, una più agevole trasportabilità, una ridotta deperibilità ed una
buona divisibilità. I beni che potessero rispondere a queste esigenze vennero individuati nei
metalli ed ancora meglio nei metalli preziosi (oro, argento, ecc.).
I Sumeri furono il popolo che per primo utilizzò come mezzo di pagamento (moneta) i metalli
preziosi. In generale, anche presso gli altri popoli che successivamente utilizzarono non più
dei pezzi di metallo, ma delle vere e proprie monete che venivano coniate imprimendo una
certa figura e poi anche delle scritte, il valore attribuito alle monete era determinato dalla
quantità di metallo prezioso in esse contenuto.
In tempi a noi più vicini, si introdusse la moneta - segno, il cui valore non era determinato
dalla quantità di metallo che essa conteneva, ma invece dal valore che veniva impresso su di
essa. Quindi il valore intrinseco di questa moneta è pressoché nullo, ma il suo valore di
scambio è dato dal valore che è riportato su di essa.

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Se per esempio prendiamo in considerazione una banconota da 200 €, essa è costituita da
una carta con filigrana il cui costo di produzione è molto ridotto rispetto al valore della
banconota. Quindi potremo dire che il valore intrinseco della banconota è da considerare
trascurabile rispetto al valore nominale che è attribuito a questa.
Detenere monete metalliche d’oro e di argento in grosse quantità, era piuttosto rischioso per
la possibilità di subire furti e rapine oltre che rappresentare un disagio nel trasferirle. Chi per
professione doveva avere a disposizione grosse quantità di monete, come i commercianti e
gli uomini d’affari, trovarono conveniente depositare il loro denaro presso orafi che ricevevano
queste somme di denaro rilasciando quale ricevuta dei certificati di deposito. Tali certificati di
deposito permettevano al possessore di ritirare in qualsiasi momento il denaro depositato.
Successivamente sorsero le prime banche che per professione ed a pagamento
raccoglievano i depositi di monete metalliche rilasciando come ricevute le note di banca che
successivamente vennero poi chiamate come avviene anche oggi, banconote. Le banche
quindi, svolsero inizialmente una funzione identica a quella degli orafi, cioè di semplice
custodia. Le banche garantivano una totale copertura delle banconote emesse e
successivamente iniziarono con il denaro raccolto a praticare il credito emettendo banconote
per un valore superiore a quello delle monete che erano state depositate.
In qualche caso le banche esagerarono nell’emettere banconote per un valore di molto
superiore alla quantità di monete depositate, e si verificò che quando qualcuno richiese la
restituzione delle monete depositate, qualche banca non fu in grado di restituire le monete
ricevute in deposito e quindi fallì. Nel Medioevo i clienti della banca che non si vedevano
restituire le monete depositate, assunsero l’usanza di rompere il banco del banchiere, da cui
deriva oggi il termine bancarotta.
Nei secoli successivi sorse l’esigenza di regolamentare la quantità di banconote emesse per
evitare il sorgere dei problemi legati all’insolvenza dei banchieri; le autorità intervennero per
riservare la possibilità di emettere banconote esclusivamente alle banche centrali che
assumevano l’impegno a rimborsare ogni richiesta di conversione delle banconote.
Oggi è comunemente riconosciuto che le principali funzioni svolte dalla moneta sono:
- rappresentare un mezzo di scambio, infatti è un mezzo di pagamento che rende più
agevole l’acquisto di beni e servizi; senza la moneta le operazioni di compravendita
sarebbero molto più complesse.
- costituire una misura dei valori: se infatti dobbiamo esprimere il valore che attribuiamo ad
un bene in assenza di moneta, è possibile solamente esprimere tale valore in termini di altri
beni. Tutti i beni e i servizi presenti sul mercato potranno invece trovare un comune
denominatore avvalendosi della moneta. Quindi gli operatori che intervengono sul mercato,
possono conoscere il valore economico di tutti i beni ed i servizi offerti.
- rappresentare una riserva di valore: in un’economia fondata sulla moneta le persone
possono scegliere di mantenere una parte della propria ricchezza sotto forma di moneta che
rappresenta un potere di acquisto spendibile anche in periodi futuri (tesaurizzare la moneta.
Es: conservare una moneta da 100,00 € in cassaforte per un anno e poi utilizzarla per fare la
spesa). Per poter svolgere questa funzione è però necessario che la moneta non sia

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facilmente deperibile, e quindi mantenga nel tempo le sue principali caratteristiche fra cui
anche quella di conservare sostanzialmente il proprio valore nel tempo.
- essere mezzo di pagamento, perché serve ad estinguere obbligazioni anche al di fuori
dello scambio.
Dopo aver visto quelle che sono le principali funzioni della moneta, ci occupiamo ora di
fornirne una definizione. Può quindi essere definita moneta, ogni bene che permette un
agevole scambio di beni e servizi e contemporaneamente permette una facile conservazione
nel tempo del suo valore.

Moneta legale e moneta bancaria


Nel sistema monetario appena descritto, le banche centrali in virtù della scritta che era
riportata sulle banconote “pagabile a vista al portatore” si impegnavano a garantire in
qualsiasi momento la conversione in monete metalliche per un valore equivalente, alla
presentazione presso i suoi sportelli delle banconote. Qualsiasi portatore di banconote poteva
chiedere la loro conversione alla banca centrale.
A partire dal periodo compreso fra la prima e la seconda guerra mondiale, nella maggior parte
dei paesi occidentali le pubbliche autorità decisero l’inconvertibilità in oro delle banconote
emesse, eliminando così in modo stabile ogni legame tra metallo prezioso e moneta cartacea
e imponendo contemporaneamente per legge a tutti i cittadini di accettarla in pagamento dei
propri crediti. Questo rappresentò di fatto il passaggio al corso forzoso e da questo
momento le banconote perdono la caratteristica di certificato di deposito per assumere quella
di moneta legale, ossia una moneta emessa dalla banca dello Stato con efficacia di mezzo
di pagamento obbligatorio per legge. Pertanto, la moneta legale è una moneta emessa
dallo Stato.
Serve forse ricordare che della moneta legale fa parte anche la moneta divisionaria,
costituita da moneta metallica realizzata con metalli o leghe non pregiati, con modesto valore
intrinseco.
Nell’ambito dei sistemi economici attuali, la funzione di mezzo di pagamento è svolta oltre che
dalla moneta legale, anche dalla moneta bancaria, rappresentata dai depositi in conto
corrente presso gli istituti di credito. Infatti, le persone per effettuare le proprie spese possono
avvalersi oltre che di banconote e monete metalliche, anche di assegni bancari e circolari,
bonifici bancari, carte di credito, tessere Bancomat, ecc., che permettono ai titolari di depositi
bancari in conto corrente, di utilizzare i propri depositi come mezzo di pagamento.
Quando usiamo il termine “bancaria” aggiunto a “moneta”, vogliamo indicare i mezzi di
pagamento collegati all’attività di intermediazione delle banche, cioè tutti quei mezzi di
pagamento di cui oggi possiamo avvalerci in virtù del fatto che abbiamo dei rapporti
contrattuali in essere con le banche.
Negli ultimi decenni si è affermata quale mezzo di pagamento la moneta elettronica,
rappresentata da transazioni elettroniche tra istituti di credito sulla base di un rapporto
bancario di conto corrente del quale il cliente può disporre a mezzo di strumenti elettronici di
pagamento.

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Le promesse di pagamento create dai privati nella forma di cambiale costituiscono infine la
cd. moneta commerciale.

I SISTEMI MONETARI
Per sistema monetario si intende l’insieme dei beni che svolgono funzioni di moneta (legale,
bancaria, elettronica, commercial) in un paese e delle leggi che ne regolano la circolazione.
Partendo dal presupposto che la base di ogni sistema monetario nazionale è costituita
dall’unità monetaria (yen, euro, dollaro, ecc.), possiamo quindi suddividere i sistemi monetari
in:
a) sistemi metallici in cui l’unità monetaria è rappresentata da moneta metallica; in essi
circolano solo monete metalliche e banconote a corso legale convertibili. Possono
essere monometallici e bimetallici a seconda che la moneta metallica sia
rappresentata da una o due metalli.
b) Sistemi cartacei in cui la circolazione è limitata alla sola moneta cartacea e
eventualmente alla moneta metallica divisionale (coniata in metalli o leghe non
preziosi quali rame, bronzo, nichel). La maggior parte dei sistemi monetari hanno
queste caratteristiche.
Nella maggior parte dei paesi occidentali i sistemi monetari metallici sono rimasti in vigore
dall’inizio del XIX secolo fino alla metà degli anni Trenta.
Il sistema adottato più frequentemente è stato il monometallismo aureo (detto gold
standard), che presentava queste caratteristiche: libera coniazione e fusione delle monete,
libera importazione ed esportazione dell’oro, libera convertibilità dei biglietti di banca in oro e
viceversa. Dalla fine del XIX secolo il monometallismo aureo diventò il sistema monetario
dominante nel mondo. Durante la prima guerra mondiale il gold standard entrò in crisi perché
i paesi belligeranti decisero la sospensione della convertibilità delle banconote in oro e
vietarono l’esportazione dell’oro. Le consistenti emissioni di cartamoneta necessarie a
finanziare la spesa bellica del secondo conflitto mondiale, spinsero i governi a decidere la
definitiva sospensione della convertibilità e da quel momento in avanti il sistema cartaceo, a
corso forzoso, divenne il sistema dominante.
Il sistema che invece prevalse nella prima metà del XIX secolo, fu quello bimetallico. Questo
sistema basato sull’oro e sull’argento, poneva al riparo dai rischi dell’impossibilità di
aumentare la quantità di moneta nei momenti di crescita economica, perché poteva attingere
a due attività estrattive (quella dell’oro e quella dell’argento), che in caso di difficoltà della
prima poteva essere compensata con la seconda. Questo sistema bimetallico richiede il
mantenimento di un rigido rapporto legale tra l’oro e l’argento, in modo da riflettere il valore di
mercato dei due metalli.
I sistemi monetari attualmente vigenti nel mondo sviluppato sono di tipo cartaceo ed in esso
vige il corso forzoso, cioè la moneta circolante ha potere liberatorio illimitato, infatti deve
essere obbligatoriamente accettata in pagamento in virtù di quanto dispone una legge dello
stato. Attualmente quindi la circolazione dei biglietti di banca e della moneta divisionale è
completamente indipendente dalle riserve auree detenute dalla banca centrale dei vari paesi.

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Le riserve d’oro possono invece essere utilizzate come mezzo di pagamento esclusivamente
nei rapporti internazionali fra banche centrali.
E‘ opportuno ricordare che nel nostro paese aderente all’euro, l’emissione di moneta cartacea
e divisionaria non è più di competenza della Banca d’Italia, ma invece della Banca centrale
europea (Bce).

Il valore della moneta


Più elevati sono i prezzi, minore è la quantità di beni e servizi che possiamo comprare con
una certa quantità di denaro. Questo concetto si può definire valore della moneta o anche
potere d’acquisto della moneta, che individua la quantità di beni e servizi che con la
moneta si possono acquistare.
Se i prezzi dei beni aumentano, il valore della moneta diminuisce, e viceversa.

La teoria quantitativa della moneta


La teoria quantitativa della moneta classica viene riformulata all’inizio del XX secolo
dall’economista Irving Fisher. Secondo questa teoria un aumento della quantità di moneta in
circolazione produce un aumento proporzionale del livello generale dei prezzi, e quindi una
diminuzione del valore della moneta, se restano invariate le altre grandezze economiche.
La teoria di Fischer prende spunto dalla cd. equazione degli scambi basata su un’identità
contabile per cui in ogni periodo sul mercato si realizza la seguente uguaglianza

Quantità totale di moneta = valore delle merci scambiate

Se indichiamo con
M la quantità di moneta in circolazione nel sistema economico,
V la velocità di circolazione della moneta,
la quantità totale di moneta disponibile è MV;
Se indichiamo con
P il livello generale dei prezzi,
Q le quantità di beni e servizi complessivamente prodotte nel sistema economico,
il valore delle merci scambiate sarà PQ.
Ciò premesso, avremo
MV=PQ
Tutte queste variabili devono naturalmente essere riferite ad uno stesso periodo di tempo che
per comodità si può supporre coincidente con un anno.
Ora potremo meglio specificare il significato di questi simboli precedentemente proposti
iniziando da:
M come la quantità totale di moneta (sia legale che bancaria) in circolazione in un anno;
V che indica invece il numero di volte in cui, mediamente, l’unità monetaria è utilizzata per
acquistare beni e servizi nell’arco dell’anno, cioè consiste nel numero di volte in cui la moneta
cambia proprietario per pagare o regolare acquisti;

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P costituisce invece la media ponderata dei prezzi monetari di tutti i beni e servizi che
vengono scambiati nell’intero sistema economico durante un anno.
Q rappresenta invece l’indice sintetico della quantità di beni e servizi complessivamente
scambiati durante l’anno.
Dobbiamo però chiarire che l’equazione degli scambi, più che un’equazione vera e propria
deve essere considerata un’identità contabile e quindi tale da non poter non essere verificata.
Infatti, questa dice solamente che il valore totale dei beni scambiati (dato da P x Q) coincide
con la spesa monetaria sostenuta per il loro acquisto (data da M x V) e ciò risulta vero per
definizione.
Per poter ricavare da questa identità una teoria gli economisti prekeynesiani formularono le
seguenti ipotesi:
1) che V fosse costante, perché secondo loro la frequenza nel pagamento degli stipendi
e salari e le abitudini di spesa della gente ecc. dipendono dai fattori istituzionali che
difficilmente mutano, salvo in tempi lunghissimi, quindi tale velocità si può di fatto
assumere come costante;
2) che Q fosse costante perché questi economisti ritenevano che nel sistema economico
operassero delle forze spontanee tali da riuscire sempre a garantire al sistema
economico, la piena occupazione, mediante l’impiego di tutta la forza lavoro
disponibile. Questi assumevano come inevitabile la piena occupazione di tutti i fattori
produttivi presenti in un sistema economico, con conseguente costante
massimizzazione della produzione complessiva.

Partendo da questi presupposti gli economisti prekeynesiani formalizzarono l’equazione degli


scambi nel seguente modo:
M V(k) = P Q(k)
dove (k) posta vicino a V e Q, indica che il valore di queste due variabili è da considerare
costante.
Successivamente gli economisti prekeynesiani formularono la teoria quantitativa,
individuando un preciso legame tra la quantità di moneta M ed il livello generale dei prezzi P.
La teoria formulata è la seguente: “variazioni della quantità della moneta provocano
variazioni direttamente proporzionali nel livello generale dei prezzi”
Da questo è possibile dedurne che qualunque variazione della quantità di moneta in
circolazione produce come unica conseguenza una variazione (aumento o diminuzione) nella
stessa direzione e della stessa entità (in termini di percentuale di variazione) sul livello medio
dei prezzi.
Per esempio, se M aumenta del 15 %, P aumenterà del 15 %, se M diminuisce del 20%, P
diminuirà del 20%.
Quindi una qualsiasi variazione di M produce un’identica variazione di P.
Tutto questo, secondo la teoria quantitativa, può essere spiegato nel seguente modo: se un
giorno tutte le persone si ritrovano una quantità di moneta a disposizione che è aumentata
rispetto al giorno precedente, utilizzeranno questa maggiore quantità domandando
un’ulteriore quantità di beni e servizi, ma poiché il sistema economico è in una posizione di

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piena occupazione, questa maggior domanda avrà come effetto solamente quello di far
aumentare il livello dei prezzi.
Il risultato di un aumento della quantità di moneta a disposizione delle persone è quindi quello
di far aumentare i prezzi, non producendo però nessuna variazione sulla quantità prodotta,
perché il sistema produce già al massimo della propria capacità produttiva.
Naturalmente in modo corrispondente la diminuzione della quantità di moneta a disposizione
delle persone, provoca solamente una riduzione del livello dei prezzi.
Secondo gli autori della teoria quantitativa nessuna variazione della quantità di moneta,
anche se di notevole entità, può influenzare gli equilibri “reali” del sistema economico, cioè
non può produrre variazioni sulla quantità prodotta di beni e servizi. Quindi la moneta
sarebbe un elemento neutrale, incapace per la sua stessa natura di influenzare
significativamente gli aspetti più rilevanti dell’attività economica come l’occupazione, la
produzione.
Gli economisti prekeynesiani attribuivano alla moneta la sola funzione di essere mezzo di
scambio, cioè ritenevano servisse solamente per poter realizzare gli scambi di beni e servizi
fra individui. Infatti, definivano la moneta come l’olio che lubrifica gli ingranaggi della
macchina, cioè del sistema economico, ma non contribuiva a “muovere” il sistema
economico.

La teoria monetaria di Keynes


L’economista inglese John Mainard Keynes si occupò a lungo di studiare gli effetti della
moneta sul sistema economico e nel 1936 nella sua opera la “Teoria generale”, si preoccupò
di formulare una propria teoria della moneta, portando una fortissima critica alla teoria
quantitativa della moneta. Il suo obiettivo fu quello di dimostrare che la moneta ha un ruolo
molto importante nel sistema economico e che non era l’olio, ma invece il motore del
sistema economico. Keynes riteneva non corrispondente alla realtà quanto sostenuto dagli
autori della teoria quantitativa in merito all’esistenza di una dicotomia fra il settore reale e il
settore monetario del sistema economico. Quanto sostenuto dai prekeynesiani sarebbe stato
il risultato di un’incompleta analisi del ruolo che la moneta svolge nelle moderne economie
industriali.
Nello specifico Keynes iniziò il suo lavoro rifiutando entrambe le ipotesi su cui si basava la
teoria quantitativa.
Nell’equazione M x V = P x Q, non riteneva che V fosse costante, in quanto i fattori
istituzionali che determinano i pagamenti possono cambiare e quindi può variare
conseguentemente il numero di volte in cui la moneta passa da individuo a individuo per
realizzare gli scambi.
Secondo la analisi keynesiana le variazioni della velocità di circolazione della moneta
sono determinate dalle variazioni della quantità di moneta detenuta (quindi domandata) dagli
individui influenzate sia dal tasso di interesse che dalla cd. preferenza per la liquidità. Gli
autori della teoria quantitativa assumevano come costante non solo la velocità di circolazione
della moneta, ma implicitamente anche che la domanda di moneta fosse costante nel tempo.

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Nella teoria della preferenza per la liquidità, Keynes in primo luogo, riteneva che gli
individui detenessero moneta non solo
- per poter realizzare gli scambi - motivo transazionale -, che dipende dal livello di
reddito e dall’ intervallo di tempo che intercorre fra le diverse entrate per i consumatori,
mentre per gli imprenditori dipende dal livello di reddito, ossia più sarà elevato il giro
d’affari dell’impresa, maggiore sarà la quantità di moneta necessaria all’impresa stessa
per fronteggiare le spese correnti;
- ma anche per motivi precauzionali, in quanto la moneta è riserva di valore e ciascun
soggetto trattiene una certa quantità di moneta anche per far fronte ad imprevisti futuri.
Tale quantità varia da soggetto a soggetto: il pessimista, privato o impresa che sia,
risparmierà di più dell’ottimista;
- ed anche per motivi speculativi, che spingono i soggetti a disporre di moneta per
realizzare guadagni di carattere speculativo. Più alto sarà il tasso di interesse minore
sarà la quantità di moneta detenuta, che il soggetto preferirà invece spendere per
effettuare maggiori guadagni sugli investimenti effettuati.

Delle tre componenti della domanda di moneta da lui individuate, Keynes riteneva che le
prime due (motivo transazionale e precauzionale) fossero abbastanza stabili, mentre la terza
(motivo speculativo) fosse soggetta a forti variazioni. Il variare della quantità di moneta
domandata non porta a concludere che la velocità di circolazione è costante, ma viceversa
che varierà. Quindi non ci sarebbe stata alcuna ragione per ritenere che V fosse stata
costante.
In relazione poi alla seconda ipotesi di Q costante, Keynes respinse con forti motivazioni
questa. Infatti, secondo lui non corrispondeva alla realtà che il sistema economico avesse dei
meccanismi automatici in grado di garantire sistematicamente il raggiungimento della piena
occupazione. In modo contrario invece, egli dimostrò che, se il sistema economico è lasciato
a sè stesso senza interventi adeguati di politica economica, può facilmente stabilizzarsi ad un
livello di occupazione, e quindi di produzione, inferiore a quello massimo.
Perciò secondo Keynes non era vero che il sistema economico operasse sempre in
condizione di pieno impiego dei fattori, perché le crisi economiche stavano proprio a
dimostrare come l’aumento della disoccupazione fosse una frequente conseguenza.
Corrispondeva a negare l’evidenza, ritenere che i lavoratori che soffrivano la condizione di
disoccupazione non rappresentassero una sicura dimostrazione che non sempre nel sistema
economico tutti i fattori erano automaticamente utilizzati al massimo.
Potremo quindi affermare che una volta dimostrato che le due ipotesi su cui si fondava la
teoria quantitativa erano irrealistiche, della teoria non rimaneva più nulla.
Infatti, Keynes sosteneva che non c’era nessuna ragione per affermare che a fronte di
variazioni della quantità di moneta si producessero variazioni equi proporzionali del livello dei
prezzi.
Quindi il risultato è stato quello di diffondere la convinzione che il variare della quantità di
moneta presente nel sistema economico influenza in modo consistente il mondo “reale” del
sistema, cioè produce effetti moltiplicativi sulla produzione di beni e servizi. In sintesi, il

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mondo “reale” dell’economia (quantità di beni e servizi) poteva essere fortemente influenzato
dal mondo “virtuale” (quantità di moneta).
In conclusione, la domanda di moneta secondo la teoria keynesiana è in funzione del livello di
reddito e del tasso di interesse, cioè la quantità di moneta che i soggetti desiderano detenere
in forma liquida è tanto più alta quanto maggiore è il reddito e tanto più bassa quanto più alto
è il tasso di interesse.

La teoria monetaria postkeynesiana


Le teorie monetarie successive a quella di Keynes si divisero fra coloro che ripresero questa
teoria e la svilupparono approfondendone l’analisi come per esempio James Tobin, mentre
altri autori invece tentarono di riabilitare la teoria quantitativa della moneta.
Secondo Tobin la moneta deve essere considerata come una delle tante attività che
compongono il portafoglio dei soggetti economici (famiglie e imprese). Infatti, questi possono
detenere nel proprio portafoglio moneta, ma anche azioni, obbligazioni, titoli pubblici,
immobili, oro. Ne conseguirà che la quantità di scorte monetarie che gli individui
conserveranno dipenderà dal rendimento atteso (cioè l’interesse) non solo delle attività
finanziarie, ma anche di quelle reali (immobili, oro, ecc.). Inoltre, gli operatori terranno conto
dei diversi livelli di certezza dei vari rendimenti attesi. Sembra infatti rispondere al vero che
nei momenti in cui il rendimento atteso delle attività finanziarie e reali è alto, i soggetti
economici tendono a detenere quantità minime di moneta, se c’è un buon livello di certezza
sui rendimenti. Diversamente nei momenti in cui è alta l’incertezza sui rendimenti attesi delle
attività finanziarie e reali i soggetti economici tendono a detenere grandissime quantità di
moneta. Naturalmente sembra una naturale conseguenza il fatto che se con una buona
certezza i rendimenti attesi delle attività finanziarie e reali sono bassi i soggetti economici
manterranno nel loro portafoglio grandi quantità di moneta.
Il secondo filone di economisti che si occuparono del tentativo di riabilitare la teoria
quantitativa della moneta fu diretto dall’economista statunitense Milton Friedman, fondatore
della scuola monetarista di impostazione neoclassica. Nel complesso Friedman recepisce
buona parte della teoria keynesiana della moneta, giungendo poi a rielaborare in chiave
moderna la teoria quantitativa della moneta.
Secondo l’economista neoclassico era vero che nel breve periodo, variazioni della quantità
della moneta possono esercitare rilevanti effetti reali, facendo per esempio aumentare le
quantità prodotte di beni e servizi, oltre che produrre effetti monetari come per esempio
l’aumento nel livello generale dei prezzi.
Successivamente Friedman, con l’ausilio di una molto rilevante quantità di dati empirici,
sostiene che nel lungo periodo, la moneta diventa nuovamente una variabile neutrale, le cui
variazioni influenzerebbero soltanto il livello dei prezzi e non avrebbero la possibilità di
esercitare alcun effetto sugli equilibri reali del sistema economico.
Queste affermazioni della teoria di Friedman di fatto portavano gli economisti a ritenere che si
fosse giunti ad una riabilitazione della teoria quantitativa della moneta tradizionale, ma queste
conclusioni non furono mai condivise dagli economisti keynesiani che le ritenevano invece un

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tentativo mal riuscito di sviluppare la teoria di Keynes dato che i presupposti su cui si basava
la teoria di Friedman erano identici a quelli.

L’offerta di moneta
In ogni momento gli operatori economici dispongono di moneta che offrono per l’acquisto di
beni e servizi.
L’ offerta di moneta è data dalla quantità totale di moneta esistente in un dato momento a
disposizione degli operatori economici.
La moneta proviene dai seguenti soggetti:
- 1) Lo Stato
- 2) La banca di emissione
- 3) Il sistema bancario
- 4) Il settore estero
1) Lo Stato: la zecca dello stato emette moneta divisionale in metallo a corso legale,
limitatamente a piccoli pagamenti. Tale tipo di offerta è di norma molto modesta.
2) La banca di emissione: in ogni paese la banca nazionale immette moneta legale nel
sistema. Dato il ruolo strategico che riveste la banca nazionale, essa è controllata e
regolata da norme giuridiche che regolano l’offerta di moneta attraverso il sistema
bancario e dirette a controllare la circolazione monetaria. L’ immissione di moneta
avviene attraverso il sistema bancario. Nell’ UEM le banche centrali dei singoli paesi
sono vincolate dalle decisioni della Banca Centrale Europea – BCE -.
3) Il sistema bancario: le banche hanno il ruolo di intermediari finanziari, raccogliendo
risparmio dalle famiglie e concedendo prestiti alle imprese. Le banche ordinarie
possono ottenere moneta dalla banca centrale o attraverso
- le anticipazioni di cassa, che consistono in accrediti in conto corrente a favore delle
banche stesse su cui quest’ultime pagano un interesse;
- oppure attraverso il risconto, operazione che consiste nella cessione alla banca
centrale e di cambiali, che le banche hanno ottenuto dalla clientela mediante sconto
bancario.
Il tasso di interesse praticato dalla banca centrale nell’ operazione di risconto delle cambiali
è collegato ai tassi di riferimento, determinato dalla BCE, inferiore al tasso praticato dalle
banche alla clientela. La banca corrisponde ai risparmiatori che effettuano depositi un tasso di
interesse detto tasso passivo e richiede ai finanziati di corrispondergli un tasso attivo.
Naturalmente il tasso di interesse percepito dalla banca (tasso attivo) è sempre più elevato
del tasso di interesse corrisposto ai depositanti (tasso passivo). La differenza fra il tasso
attivo e quello passivo e ovviamente sempre positiva ed assume la denominazione di
margine di intermediazione.

tasso attivo - tasso passivo = margine di intermediazione

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A fronte dei depositi la banca deve tenere una riserva libera, la cui entità è decisa in
autonomia dalla banca, con la quale far fronte alla richiesta di liquidità dei correntisti che
vogliano prelevare anche senza preavviso le somme che vi abbiano depositato, ed una
riserva obbligatoria, fissata dalla BCE nella misura del 2%, che viene versata alla banca
centrale e che rappresenta un efficace strumento d politica monetaria per regolare il volume
di moneta in circolazione.
La quota di depositi non destinata alle riserve viene utilizzata dalla banca per concedere
prestiti alla clientela.
La banca infatti sa per esperienza che i depositanti chiedono il rimborso solo di una piccola
quota dei depositi, dato che per i propri pagamenti usano di moneta bancaria ed elettronica.
La banca può quindi impiegare una quota dei depositi in operazioni attive – prestiti alla
clientela – da cui può conseguire un profitto: più ampio sarà il prestito maggiori saranno gli
utili per la banca, tenendo sempre presente che dovrà essere capace in ogni momento di
rimborsare una parte di clientela che richiede il proprio denaro. Un eccesso di prestiti pone
dei problemi di liquidità; un eccesso di deposito riduce la possibilità di profitto per la banca.
La dinamica dell’uso dei depositi costituisce quello che si denomina processo di creazione
di moneta.

Deposito iniziale Riserva totale a Prestito


moneta legale detrarre disponibile
100 milioni 10 90
Riserva totale a Prestito
detrarre disponibile
9 81
Riserva totale a Prestito
detrarre disponibile
8,1 72,9
Riserva totale a Prestito
detrarre disponibile
7,3 65,6
Riserva totale a Prestito
detrarre disponibile
Q.uantita di 1.000 milioni
moneta finale
bancaria e legale
Supponiamo che la riserva totale (riserva libera + riserva obbligatoria) sia pari al 10% dei
depositi. Se una banca ha ricevuto dai clienti depositi pari a 100 milioni in moneta legale,
deve trattenerne 10 e può utilizzare i rimanenti 90 per effettuare prestiti.
La moneta ritornata in circolazione viene impiegata per effettuare pagamenti di pari importo.
Gli operatori economici che hanno ricevuto questi pagamenti, dopo un certo periodo, possono
depositarli presso un’altra banca.
Quest’ultima, dopo aver accantonato il 10 % come riserva totale, pari a 9 milioni, può
prestarne i rimanenti 81.
Ricomincia così un nuovo giro
Deposito - accantonamento della riserva - prestito
Il ciclo si può ripetere all’infinito: da un deposito iniziale di 100 milioni di moneta legale si può
generare, teoricamente, moneta bancaria per altri 900 milioni: la quantità finale di 100 milioni,

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risulta dalla somma del deposito iniziale e dei depositi derivati, secondo la formula del
moltiplicatore dei depositi.
L’intero processo di creazione di moneta bancaria dipende dalla disponibilità di moneta legale
e dai rapporti che intercorrono tra la banca centrale, che emette tale moneta, e le banche
ordinarie. Più basso è il livello del coefficiente di riserva obbligatoria, più elevato è il
moltiplicatore dei depositi, e quindi maggiore è la capacità del sistema bancario di creare
moneta. Le banche, attraverso le operazioni di prestito, possono creare moneta pe un valore
multiplo rispetto alla moneta che è stata depositata.
In realtà i privati trattengono presso di sé una certa quantità di moneta in contanti: ciò riduce
l’effetto moltiplicatore e pertanto l’espansione dei depositi sarà sempre inferiore a quella che
si può calcolare applicando la formula.
4) Il settore estero è costituito dall’insieme dei rapporti che si allacciano fra gli operatori
nazionali e il resto del mondo. Si può senza dubbio affermare che i rapporti con
l’estero influenzano l’offerta di moneta.
Quando un esportatore italiano viene pagato in valuta straniera può detenere il corrispettivo in
valuta o scambiarlo contro euro: in entrambi i casi si aumenta la quantità di moneta in
circolazione all’ interno. Ugualmente se un soggetto straniero acquista BOT pagandoli in
valuta estera, immette moneta nuova nel nostro sistema economico aumentando l’offerta di
moneta.
Si ha invece diminuzione dell’offerta di moneta nel caso dell’importazione di beni dall’estero,
in quanto il corrispettivo in moneta è sottratto alla circolazione interna e andrà ad aumentare
la circolazione del sistema economico che ha esportato nel nostro paese.
Nel sistema eurolandia, se le importazioni ed esportazioni avvengono al suo interno, l’offerta
di moneta in aumento per esportazioni in un paese è compensata dalla corrispondente
diminuzione dell’offerta nel paese importatore: la quantità di moneta in circolazione nel
sistema rimane stabile.

L’equilibrio del mercato monetario


L’equilibrio che si determina nel mercato monetario segue regole non dissimili da quelle di
tutti gli altri mercati, in cui le variazioni di prezzo garantiscono l’equilibrio fra domanda ed
offerta. Nel mercato monetario la funzione equilibratrice è svolta dal tasso di interesse, che
è il prezzo per l’uso del capitale. La domanda di moneta per ragioni transazionali e per ragioni
precauzionali dipende dal livello del reddito, mentre la domanda di moneta per il motivo
speculativo è in funzione del tasso di interesse.
Supponiamo dato un certo livello di reddito. La domanda di moneta risulta in funzione solo del
tasso di interesse: aumenta al diminuire del tasso di interesse e viceversa.

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Quindi la domanda di moneta può essere rappresentata da una curva
decrescente.

L’offerta di moneta, invece, è determinata dalle autorità monetarie, che dispongono di mezzi
efficaci di controllo diretto ed indiretto della quantità di moneta in circolazione.
Quindi l’offerta di moneta può essere ritenuta come un dato e cioè indipendente dai
meccanismi di mercato; viene rappresentata mediante una retta perpendicolare all’ asse

orizzontale.
Riunendo in un unico grafico le funzioni di domanda ed offerta di moneta, scopriamo che
domanda ed offerta si uguagliano in corrispondenza del tasso di interesse di equilibrio.

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Il tasso di interesse di equilibrio A è tale da eguagliare domanda (che è funzione del tasso di
interesse) e offerta di moneta (che non è funzione del tasso di interesse).
Vediamo ora cosa accade quando il tasso d’interesse sul mercato monetario è superiore a
quello di equilibrio.

Se in un certo momento il tasso di interesse è superiore a quello di equilibrio, la moneta


domandata è inferiore alla moneta offerta.
Chi ha liquidità in eccesso cercherà di sbarazzarsene, acquistando beni reali o obbligazioni;
l’aumento della domanda di beni determinerà o un amento della produzione e quindi del
reddito o un aumento del prezzo dei beni. L’aumento della domanda di obbligazioni determina
un aumento nelle quotazioni dei titoli stessi, e pertanto una diminuzione del loro rendimento,
cioè del tasso di interesse.
Il mercato della moneta tende all’equilibrio, con domanda ed offerta di moneta ritornati al
medesimo livello.
Il contrario si verifica quando il tasso di interesse di mercato è inferiore a quello di equilibrio:
la moneta domandata è superiore a quella offerta.
In tal caso gli operatoti cercheranno di accrescere la propria liquidità, diminuendo gli acquisti
di beni e titoli, con conseguenze opposte a quelle sopra ricordate.

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Prima parte 4.2 U. D. A. le banche e la borsa
Le banche e il mercato monetario La Borsa e il mercato finanziario
Mercato monetario e finanziario Il mercato finanziario
La Banca d’Italia La Borsa
La BCE Gli operatori di Borsa
Breve storia delle aziende di credito La riforma della Borsa
Il sistema bancario italiano I fondi comuni d’investimento
Strumenti di politica monetaria I nuovi strumenti finanziari
Politica monetaria e reddito nazionale
La controversia sulla politica monetaria Tempi indicativi di realizzazione: gennaio – aprile

Mercato monetario e mercato finanziario


Abbiamo già visto in più occasioni come con il termine mercato gli economisti intendano di
solito il luogo ideale (e quindi non geografico) dove gli operatori (sia acquirenti che venditori)
svolgono le loro contrattazioni. Quindi a seconda dei vari tipi di beni o servizi che sono
oggetto delle contrattazioni si è soliti parlare di mercato del lavoro, mercato delle auto,
mercato immobiliare, mercato della frutta. Se noi parliamo per esempio del mercato della
scarpa, intenderemo che esso è costituito dall’insieme dei calzaturifici, dei rivenditori di
scarpe, delle persone potenziali acquirenti di scarpe. Perciò i protagonisti di ogni mercato
sono gli operatori, costituiti sia da potenziali acquirenti che da potenziali venditori.
Il risultato delle contrattazioni che avvengono all’interno di ogni mercato sarà quello di
determinare i prezzi dei vari beni negoziati nei relativi mercati.
Nel mercato della moneta agiscono soggetti diversi, con ruoli differenziati anche se
strettamente interdipendenti. Il loro operare è regolato da precise regole giuridiche,
necessarie per la delicatezza dei meccanismi connessi alla gestione della moneta, che ha
ripercussioni di estrema importanza nell’economia di un paese. Per capire l’importante ruolo
della moneta basti pensare al problema del finanziamento dell’attività produttiva delle
imprese: le scelte di politica monetaria regolano, attraverso le banche e gli altri intermediari
finanziari, i flussi di credito alle imprese e quindi il livello di attività e il reddito globale prodotto
nel sistema. Ciò fa capire come il settore reale e il settore monetario siano strettamente
connessi, contrariamente a quanto elaborato dalla teoria neoclassica per cui la moneta era un
fatto neutrale.
Anche il credito è oggetto di contrattazione e quindi ha un suo mercato e questo viene
solitamente chiamato mercato del credito o mercato creditizio. Più correttamente gli
economisti sono soliti distinguere nel mercato del credito due distinti mercati, a seconda della
durata in termini di tempo. Quindi gli economisti sono soliti parlare nell’ambito del mercato
del credito, di mercato monetario e di mercato finanziario.
Il mercato monetario è rappresentato dagli organi istituzionali e dagli strumenti che
consentono l’erogazione della moneta dai settori che ne dispongono in quantità eccedente
rispetto al fabbisogno, ai settori che hanno necessità di moneta. Carattere distintivo di questo
mercato è il breve termine, ossia la breve durata temporale delle singole operazioni. E’
costituito da depositi a vista e a breve termine, dall’ erogazione di crediti a breve termine.
Suoi strumenti tipici sono l’assegno, la cambiale e i titoli di stato.

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Nel mercato monetario viene dunque comunemente negoziato il credito a breve termine,
cioè in questo mercato vengono negoziati capitali per periodi di tempo piuttosto limitati, cioè
per una durata massima di 18 mesi. Normalmente gli operatori che ricorrono ad operazioni di
credito in questo mercato, sono imprese, famiglie ed enti pubblici che hanno bisogno di
denaro per far fronte a esigenze temporanee di spesa.
Esempi di queste esigenze temporanee di spesa possono essere: per le imprese acquistare
materie prime o procedere al pagamento dei dipendenti o delle forniture di energia; per le
famiglie la necessità di pagare un viaggio di studio per i figli, godersi un periodo di ferie
lontano da casa; per gli enti pubblici la necessità di procedere al pagamento degli stipendi o
dei servizi di pulizia, cioè esigenze temporanee di bilancio.
Gli operatori che invece offrono nel mercato monetario il loro denaro sono in genere i
risparmiatori ed in generale tutti gli operatori economici che sono disposti a cedere, per un
breve periodo di tempo e dietro corresponsione di un interesse, le loro eccedenze
temporanee di liquidità, cioè somme di denaro di cui non ne hanno temporaneamente la
necessità.
Gli strumenti che il mercato monetario utilizza per tentare di fare incontrare la domanda e
l’offerta di credito a breve termine (massimo 18 mesi) sono rappresentati da: certificati
(bancari) di deposito, le accettazioni bancarie (rappresentate da prestiti a breve in cui la
banca svolge solo la funzione di garante fra chi concede il finanziamento e chi lo richiede), i
buoni ordinari del Tesoro (B.O.T., costituiti da titoli di credito con scadenza massima di un
anno ed emessi sotto la pari, cioè ad un valore minore del loro valore nominale, dallo stato
per poter finanziare le proprie spese correnti).
Nel mercato finanziario invece vengono solitamente negoziati crediti a medio e lungo
termine, cioè in questo mercato vengono scambiati capitali per periodi di tempo piuttosto
lunghi, cioè per una durata superiore ai 18 mesi ed è soprattutto relativo al finanziamento di
programmi di investimento delle imprese di stato. Suoi strumenti tipici sono le erogazioni di
credito a lungo termine, le azioni, le obbligazioni, i titoli a lunga del debito pubblico.
In questo caso l’offerta di capitali proviene prevalentemente, se non quasi esclusivamente,
dai risparmi delle famiglie che non hanno bisogno per lunghi periodi di queste somme di
denaro e che quindi accetteranno di finanziare altri operatori economici (imprese, stato ed
enti pubblici in generale, altre famiglie) dietro la corresponsione di un interesse.
Gli strumenti che riusciranno a realizzare l’incontro fra le esigenze di ottenere credito nel
medio o lungo termine (come nel caso di imprese che devono realizzare investimenti di lunga
durata, lo stato che ha la necessità di realizzare opere pubbliche, le famiglie che hanno la
necessità di costruirsi o di acquistare una casa) e l’esigenza di collocare eccedenze non
temporanee di denaro (come quelle delle famiglie risparmiatrici) sono rappresentati da:
depositi bancari vincolati con vincoli medio - lunghi, depositi postali con scadenze medio -
lunghe, titoli di stato con durata superiore ai 18 mesi, titoli azionari e obbligazionari emessi
dalle società.
In generale potremo dire che nonostante i due mercati, quello monetario e quello finanziario,
siano intesi come delle entità distinte, in pratica i due sono entro certi limiti interdipendenti,

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cioè le decisioni assunte dagli operatori economici mediante le contrattazioni in uno di questi
comporta degli influssi nell’altro.
Inoltre risulta utile ricordare che i soggetti che operano nei due mercati, hanno mediamente
esigenze e obiettivi diversi, quindi normalmente il mercato monetario costituisce un luogo di
contenuta speculazione e quindi di contenuti rischi, con conseguente contenuto rendimento
delle operazioni, almeno per quanto si riferisce ai soggetti che cedono denaro di cui non ne
hanno la temporanea necessità, mentre diversamente accade nel mercato finanziario, dove a
causa della lunga durata delle operazioni di credito è possibile una più ampia speculazione
con conseguenti alti rischi e rendimenti mediamente più elevati delle operazioni, anche per i
risparmiatori.
È forse opportuno a questo punto puntualizzare come mediamente la durata di qualsiasi
finanziamento è di per se stessa un fattore di rischio, cioè più si allontana il tempo in cui il
soggetto finanziato dovrà restituire le somme ricevute come finanziamento, più aumenta il
rischio che questo soggetto non riesca a restituire il finanziamento ottenuto. Quindi per i
risparmiatori che cedono il loro denaro per finanziare altri soggetti economici, è necessario
valutare oltre alla solvibilità del debitore anche la durata del finanziamento, oltre naturalmente
alle caratteristiche dello strumento utilizzato per concedere i finanziamenti.

Il mercato del credito


Nel mercato monetario e finanziario si individuano i seguenti soggetti:
- le famiglie: che realizzano il risparmio che viene o impiegato in depositi bancari o postali,
oppure investito in attività finanziarie.
- le imprese, che finanziano i loro investimenti attraverso il credito a breve termine (banche) o
a lungo termine oppure emettendo azioni od obbligazioni. Le imprese utilizzano credito a
breve termine per effettuare investimenti nel capitale circolante, crediti a lungo termine per gli
investimenti in capitale fisso. Questa distinzione è valida soprattutto per le imprese di grandi
dimensioni, che con facilità possono ottenere prestiti a lungo termine e finanziarsi attraverso
l’emissione di azioni ed obbligazioni. Le imprese di piccole dimensioni attingono invece
prevalentemente al credito bancario a breve termine, non potendo emettere azioni ed
obbligazioni e risultando per loro più difficile il credito a lungo termine.
- lo stato, che si finanzia emettendo titoli di debito pubblico oppure ricorrendo al mercato
bancario o a istituti di credito speciali quali la Cassa depositi e prestiti.
- le banche, che svolgono la funzione di intermediazione creditizia sotto il controllo della
banca centrale.
- il resto del mondo, soggetto cui si riferisce l’insieme delle transazioni economiche fra
residenti e non residenti.

Il credito
Abbiamo spesso osservato come fra la popolazione di un paese vi siano delle persone che
non consumano tutto il reddito che producono. Ricordiamo che il reddito prodotto dalle
persone può avere le più svariate origini come per esempio: reddito da lavoro dipendente,

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reddito da lavoro autonomo, reddito di impresa, reddito da capitale, reddito derivante da
proprietà immobiliari.
Normalmente ogni persona deve dedicare una quantità più o meno grande del suo reddito
per procurarsi i beni ed i servizi necessari per vivere.
Quando una persona non impiega tutto il proprio reddito per procurarsi i beni ed i servizi di cui
ha bisogno, la parte non utilizzata viene “accantonata” per rinviare al futuro l’utilizzo di queste
somme non utilizzate.
La parte di reddito che non è utilizzata per consumi viene comunemente chiamata
risparmio.
Potremo definire quindi il risparmio di un soggetto economico come la differenza fra il reddito
prodotto ed il reddito speso per consumi nello stesso periodo.

Reddito – consumo = risparmio

Esistono poi dei soggetti economici che hanno bisogno di una quantità di denaro maggiore,
rispetto al reddito di cui dispongono, per soddisfare le proprie esigenze.
Se il gruppo di persone “risparmiatrici” mantiene presso di sé il denaro risparmiato, non
impiegandolo in nessuna attività produttiva, ma ponendolo nella propria cassaforte in attesa
che arrivi il momento in cui impiegarlo per acquistare beni o servizi, queste somme
rimarranno improduttive sia per l’intero sistema economico che per colui che non ha
consumato quella parte di reddito.
Qualora invece le somme risparmiate da alcuni soggetti economici, vengano messe a
disposizione di coloro che hanno necessità di utilizzare maggiore quantità di denaro, rispetto
al loro reddito, tali somme diventano produttive per l’intero sistema economico e frutteranno
una somma detta interesse.
Per meglio chiarire questi esempi dobbiamo ricordare che l’appartenere al primo o al secondo
gruppo di persone, non rappresenta una situazione stabile, ma viceversa, nel tempo vi sono
persone che in un primo momento sono dei “risparmiatori” e poi diventano invece persone
che hanno bisogno di essere finanziate per poter procedere a dei grossi acquisti (automobile,
casa, altri beni di uso durevole).
Potrà naturalmente succedere anche viceversa, cioè che un individuo prima ottenga dagli altri
del denaro per poter acquistare l’automobile, la casa e poi quando ha ultimato la restituzione
delle somme avute in prestito, diventi un “risparmiatore”.
Coloro che mettono a disposizione delle somme di denaro per quelle persone che hanno
bisogno di maggiore capacità di spesa, lo fanno dietro l’impegno di restituzione della somma
avuta a prestito maggiorata dell’interesse.
Nei moderni sistemi economici l’incontro fra risparmiatori e finanziati non avviene in modo
diretto, cioè il credito (questo termine deriva dal latino “credere”, cioè aver fiducia in una
persona) non viene praticato direttamente dal risparmiatore al finanziato, ma in modo
indiretto. Con il termine credito si intende comunemente il trasferimento di denaro in cambio
della promessa di pagamento in futuro di quanto avuto, maggiorato degli interessi.

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Nella quasi totalità dei casi il denaro passa dai risparmiatori a coloro che richiedono denaro
per fare investimenti produttivi, con l’intermediazione delle banche o di altre
organizzazioni specializzate nel concedere il credito.
Potremo quindi dire che l’attività creditizia svolta dalle banche e dagli altri intermediari non
bancari può essere espressa nelle seguenti operazioni:
a) la banca raccoglie dai risparmiatori depositi in denaro, impegnandosi a restituirli
aumentati di un certo tasso di interesse percentuale;
b) la banca impiega le somme ricevute in deposito concedendo finanziamenti a coloro
che ne fanno richiesta, ottenendo da questi ultimi la promessa di restituire alla
scadenza le somme ricevute aumentate degli interessi.
La banca corrisponde ai risparmiatori che effettuano depositi un tasso di interesse detto
tasso passivo e richiede ai finanziati di corrispondergli un tasso attivo. Naturalmente il
tasso di interesse percepito dalla banca (detto tasso attivo) è sempre più elevato del tasso di
interesse corrisposto ai depositanti (detto tasso passivo). La differenza fra il tasso attivo e
quello passivo e ovviamente sempre positiva ed assume la denominazione di margine di
intermediazione.
Le banche e i soggetti non bancari che praticano il credito, prima di concedere dei
finanziamenti ai propri clienti, verificano la presumibile solvibilità di questi, richiedendo molto
frequentemente delle garanzie di tipo personale (facendo sottoscrivere ad altre persone
l’obbligo di pagare la somma nel caso in cui debitore principale non paghi il debito alla
scadenza) o di tipo reale (pegno su beni mobili o ipoteche su immobili o mobili iscritti in
pubblici registri).

Gli intermediari del credito: le banche


Il ruolo che in modo professionale viene svolto dagli intermediari del credito (chiamati anche
intermediari finanziari), consiste nel raccogliere denaro presso soggetti che dispongono di
denaro in misura superiore alle loro esigenze di spesa, per impiegarlo cedendolo ad altri
soggetti che invece adoperano quantità maggiori di quelle che loro hanno a disposizione, per
scopi produttivi o per aumentare i loro consumi.
Gli intermediari finanziari si usa dividerli in intermediari bancari e intermediari non bancari.
Potremo sicuramente dire che le banche sono considerate gli intermediari finanziari per
eccellenza, non solo per il grande contributo che queste hanno offerto, fin dai secoli scorsi,
per lo sviluppo delle grandi economie industriali ed in generale per lo sviluppo dei paesi
industrializzati.
In particolare, le banche non si sono limitate a esercitare l’attività di intermediazione del
credito, ma hanno svolto anche una funzione di creazione e di moltiplicazione del credito. Il
ruolo delle banche nel sistema economico comprende anche la loro capacità di aumentare la
quantità di credito concesso, rispetto alle somme di denaro ottenute in deposito dai
risparmiatori.
La banca utilizza le somme di denaro depositate dai risparmiatori, per concedere il credito,
riuscendo ad aumentare la propria capacità di concedere credito in modo consistente e di
molto superiore a questi valori. Infatti, la banca con le somme avute in deposito, dopo aver

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trattenuto una parte di queste somme per costituire delle riserve a garanzia della sua
solvibilità, utilizza il denaro disponibile per concedere credito a coloro che ne fanno richiesta.
Il denaro avuto in prestito dalle banche una volta che è servito per procurare utilità al
finanziato, ritorna presso il sistema bancario sotto forma di nuovi depositi. Queste somme
avute in deposito possono nuovamente essere utilizzate dalle banche, tolta la riserva
obbligatoria, per concedere altro credito.
Inoltre, le banche usano concedere la possibilità di emettere assegni ai clienti (famiglie e
imprese) che hanno un conto corrente presso di loro, contribuendo ad aumentare le
possibilità di credito, infatti i correntisti spesso possono richiedere credito alla banca per poter
fare acquisti ben oltre a quelle che sono le loro attuali disponibilità di denaro ottenendo dalle
banche la possibilità di pagare utilizzando assegni.
Nella realtà le ipotesi ottimali sopra esposte non si verificano quasi mai e quindi il processo di
moltiplicazione del credito effettivamente operato dal sistema bancario è in pratica più
contenuto, ma anche se assume valori più modesti costituisce comunque un fenomeno
rilevante per l’intera economia e per il credito.
Le autorità monetarie possono controllare la moltiplicazione del credito variando il coefficiente
di riserva obbligatoria, infatti per esempio se l’autorità monetaria europea decide di ridurre il
coefficiente di riserva obbligatoria, il sistema bancario potrà concedere credito per una
percentuale maggiore delle somme ricevute in deposito e quindi si avrà una maggiore
moltiplicazione del credito.
Sembra quindi necessario dover osservare come anche la variazione in aumento o in
diminuzione del coefficiente di riserva obbligatoria per valori abbastanza contenuti (come
potrebbe essere per esempio una variazione dello 0,5 % o dell’uno %) possa provocare una
variazione in senso opposto di rilevante consistenza.

Gli intermediari non bancari


Gli intermediari finanziari non bancari per molto tempo in Italia hanno avuto un ruolo
secondario rispetto a quello del sistema bancario e questo è stato determinato in gran parte
dall’intervento della legge bancaria del 1936, che ha riservato esclusivamente al sistema
bancario la possibilità di concedere credito.
Con la riforma della legge bancaria del 1994 invece, si è aperta la possibilità anche ad altri
soggetti economici, di poter operare nel settore del credito. Recentemente l’intermediazione
non bancaria ha quindi avuto una forte evoluzione, caratterizzata dalla nascita di nuovi
soggetti di intermediazione e da nuovi strumenti creditizi che hanno riscosso un notevole
successo presso i risparmiatori.
Affrontiamo ora l’analisi dei più importanti intermediari non bancari che oggi operano nel
nostro paese e fra questi possiamo ricordare:
1. le compagnie di assicurazione (dette anche imprese di assicurazione) che incassano
somme ingenti come controprestazione dei rischi che sopportano (premi) e poi le utilizzano in
buona parte (ed in questo consiste la loro attività di finanziatori delle imprese e di
intermediazione del credito) per acquistare titoli azionari, obbligazionari privati e titoli di stato
e spesso anche per concedere prestiti;

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2. i fondi comuni di investimento che raccolgono invece grandi capitali presso i
risparmiatori, offrendo in sottoscrizione le loro quote di partecipazione ai risparmiatori che
“consegnano” loro del denaro perché venga investito da questi operatori professionali,
realizzando quindi un investimento tendenzialmente più sicuro dell’investimento diretto che i
risparmiatori potrebbero realizzare andando ad acquistare direttamente gli stessi titoli che i
fondi vanno poi ad acquistare. Le società di gestione dei fondi comuni investono quindi
professionalmente il loro patrimonio in titoli, dividendo poi il risultato degli investimenti, al
netto delle spese di gestione, sulle quote che aumenteranno il loro valore.
3. l’amministrazione postale che raccoglie il risparmio presso gli sportelli dei propri uffici,
rilasciando ai risparmiatori che ne fanno richiesta dei titoli chiamati buoni postali. Il denaro
raccolto dagli uffici postali può essere impiegato dall’amministrazione postale per finanziare le
opere pubbliche attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, che è specializzata nella concessione
di finanziamenti agli enti pubblici.
4. le società di leasing concedono finanziamenti ai propri clienti (quasi esclusivamente
imprese) nella forma della locazione finanziaria, in pratica affittando loro i beni mobili o
immobili necessari per lo svolgimento della loro attività. Il cliente al termine del periodo
previsto dal contratto di locazione finanziaria può decidere di acquistare questi beni versando
un prezzo definito inizialmente (cioè nel momento in cui si è sottoscritto il contratto di
locazione finanziaria) e questo viene solitamente chiamato “prezzo di riscatto”.
5. le società di factoring che rilevano i crediti dei propri clienti, solitamente imprenditori
commerciali o industriali, anticipandone loro il pagamento. Questa attività sta assumendo un
notevole rilievo per le imprese che con questa modalità riescono a trasformare i loro crediti in
finanziamenti con immediata disponibilità delle somme a scadenza. Potremo dire che ormai
l’attività di factoring unita a quella di leasing, rappresentano ormai anche nel nostro paese la
parte più rilevante delle cosiddette attività parabancarie.
6. le banche di affari (o merchant banks) che hanno visto la loro origine nel mondo
anglosassone, ma si sono poi diffuse in tutti i paesi sviluppati. La loro attività prevalente è
rappresentata dalla collocazione di titoli azionari e obbligazionari di imprese di medie
dimensioni, permettendo in questo modo che queste crescano e si sviluppino. Anche l’attività
svolta dalle banche d’affari viene comunemente inclusa fra le attività parabancarie. Lo
sviluppo in Italia di tale attività è piuttosto recente e solo pochi operatori economici svolgono
anche ora questa attività di banca di affari.

La Banca d’Italia
Nel secolo scorso la funzione di emettere moneta era affidata nei singoli stati a diversi istituti
di emissione, che associavano a questo compito le operazioni oggi svolte dalle banche
ordinarie. Gradualmente però si è fatta strada l’opinione che l’emissione di moneta dovesse
concentrarsi in un unico istituto, sotto il controllo pubblico, per consentire l’attuazione di
direttive unitarie di politica economica. Questo in considerazione dell’importanza che la
quantità di moneta in circolazione esercita sul livello dei prezzi e sui tassi di interesse e sulla
necessità che un’unica autorità svolga un’azione diretta di controllo sulla quantità di moneta in
circolazione. Da qui la nascita della Banca d’Italia nella quale nel 1926 (monopolio di

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emissione) vennero concentrate le funzioni di emissione che prima erano ripartite fra sei
istituti di credito che esercitavano, oltre ad operazioni bancarie, anche attività di emissione.
Ad essa vennero affidate altresì funzioni di vigilanza sull’attività delle altre aziende di credito,
con divieto di volgere la normale attività bancaria. La Banca d’ Italia è dunque la banca
centrale italiana. Fondata nel 1893, dal 1926 è divenuto l’unico istituto di emissione.
In origine il suo compito era quello di regolare la circolazione della moneta attraverso
- l’emissione dei biglietti a corso legale senza vincolo di copertura in oro o in divisa estera;
- la difesa del cambio della lira, intervenendo sul mercato delle divise estere per stabilizzare il
corso della nostra moneta;
- l’assunzione di decisioni di politica monetaria per il controllo della circolazione della moneta
(tasso ufficiale di sconto, coefficiente di riserva obbligatorio).
Con la creazione della unione monetaria europea queste funzioni sono passate alla BCE che
gestisce in modo autonomo ed uniforme la politica monetaria nell’area euro. La moneta legale
viene emessa dalle singole banche nazionali che devono però osservare le disposizioni
impartite dalla BCE che ne fissa i quantitativi da mettere in circolazione.
Con l’avvento dell’Unione Monetaria Europea (1999) il sistema bancario nazionale è divenuto
parte del Sistema europeo delle banche centrali costituito dalla banca Centrale Europea e
dalle banche centrali dei paesi membri. Entro questo sistema le decisioni fondamentali di
politica monetaria vengono assunte in sede di banca centrale europea, lasciando alle banche
centrali nazionali il compito di dare attuazione alle direttive così stabilite.
Attualmente alla Banca d’Italia restano le funzioni di
- svolgimento di attività di vigilanza sul sistema bancario e sugli latri intermediari del mercato
di capitali: le sue direttive in materia di credito sono vincolanti;
- svolgimento delle funzioni di tesoreria dello Stato, in quanto incassa le entrate statali e paga
le sue spese.
- attuazione delle decisioni riguardanti la politica monetaria dell’eurozona.
- vigilare e disciplinare le modalità di emissione di titoli di deposito emessi da banche
nazionali,
- stabilire le cauzioni che le banche dovranno versare alla Banca d’ Italia a fronte
dell’emissione di assegni circolari,
- stabilire norme in grado di garantire un adeguato grado di trasparenza al pubblico circa le
condizioni bancarie.
- emettere la moneta legale,
- concedere finanziamento al ministero dell’economia, concede prestiti alle banche
(prestatore di ultima istanza), concorre a regolare la circolazione monetaria, svolge azione di
tutela della concorrenza.

L' ordinamento bancario italiano


In origine le banche svolsero una semplice attività di deposito. Solo in un secondo tempo a
questa funzione si affiancò quella dell’esercizio del credito diretto a raccogliere risparmio per
affidarlo successivamente a soggetti che ne avessero bisogno. L’attività bancaria così
formatasi ebbe un rapido sviluppo nel XIX secolo con l’industrializzazione dell’economia e la

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nascita di fiorenti attività industriali e commerciali che chiedevano grandi finanziamenti.
Nasceva così la banca mista, ossia un tipo di banca che, oltre ai prestiti a breve termine,
erogava anche finanziamenti a lungo termine alle imprese industriali mediante l’acquisto di
partecipazioni azionarie nelle stesse imprese.
La crisi economica degli anni trenta (agevolata dalla crisi postbellica) ebbe gravi ripercussioni
sul sistema bancario, oramai legato a doppio filo con le imprese fin quasi ad identificarsi con
esse (difatti l’azionariato era in mano alle stesse banche che poi finanziavano l’impresa).
L’intero sistema bancario mondiale venne travolto e dovettero intervenire i singoli governi
nazionali a porre rimedio economico e legislativo al danno prodottosi. In Italia vennero creati
degli istituti al fine di finanziare le imprese in difficoltà e rilevare le partecipazioni azionarie di
banche fortemente esposte (IMI, IRI).
Per evitare il ripetersi della crisi del ‘30 e per tutelare il pubblico dei risparmiatori, lo Stato
intervenne a riorganizzare l’attività bancaria e creditizia emanando nel 1936 la legge bancaria
che, salvo alcune integrazioni, ha regolato il sistema bancario fino a pochi anni fa.
Diciamo che con questo testo legislativo si passò da un liberalismo bancario ad un sistema
strettamente controllato dallo Stato e sottoposto a rigidi schemi: l’attività di raccolta di
risparmio e di esercizio del credito venne dichiarata funzione di pubblico interesse e come
tale sottoposta a controllo di enti pubblici; si inaugurò il principio della specializzazione
bancaria, imponendo a ciascuna banca di svolgere solo un determinato tipo di attività
(credito a breve termine, separando e riservando ad appositi istituti quello a medio e lungo
termine) e stabilendo per le banche commerciali ordinarie il divieto di concedere credito a
lungo termine alle imprese. Le maggiori banche divennero pubbliche.
La specializzazione del credito portò alla creazione di due gruppi distinti di organismi:
- le banche di credito ordinario, dette anche banche di deposito, che potevano raccogliere
risparmio a breve termine e compiere operazioni a breve cioè con scadenza inferiore all’anno,
o a tempo indeterminato ma con possibilità di revoca a vista;
- gli istituti di credito speciale, che raccoglievano risparmio a medio lungo termine e
concedevano prestiti di solito rimborsabili in base ad un piano pluriennale di ammortamento
concordato.
All’inizio degli anni ’90 sono stati emanati provvedimenti intesi a
- favorire la ristrutturazione del nostro sistema bancario, caratterizzato dalla presenza di molte
banche di piccole dimensioni, non idonee ad affrontare l’agguerrita concorrenza comunitaria;
- promuovere la privatizzazione delle banche di proprietà pubblica, trasformandole in spa.
Tutto questo nell’ottica di migliorare l’efficienza e la competitività del nostro sistema creditizio.
Quindi negli ultimi anni, in aderenza ai dettami europei e per garantire competitività alla banca
italiana all’ interno dell’odierno mercato bancario internazionale, si è assistito ad un profondo
mutamento della legislazione bancaria, ispirato a quello che viene chiamata la
despecializzazione degli intermediari creditizi e delineando due figure bancarie, la banca
universale e il gruppo bancario.

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L’ evoluzione del sistema bancario italiano
Il sistema bancario italiano è profondamente mutato a partire dagli anni novanta, sotto la
spinta di direttive comunitarie dirette sia a creare un mercato bancario omogeneo a livello
europeo sia a creare un sistema di libera concorrenza e di libera circolazione degli operatori
bancari internazionali sia infine nella necessità di rendere maggiormente competitivo il
sistema bancario nazionale nei confronti degli operatori internazionali.
Infatti il principio della specializzazione (aziende di credito ordinario e istituti di credito
speciale) e l’intenso controllo pubblico sulle banche avevano portato a creare un sistema
bancario stabile ma caratterizzato da una scarsa imprenditorialità e un limitato livello di
concorrenzialità, caratteristiche tutte che rendevano il mercato bancario nazionale incapace a
fronteggiare le nuove sfide dei mercati concorrenziali internazionali nonché l’emersione di
nuovi intermediari non bancari.
Da qui l’avvio di un processo di despecializzazione tesi a privatizzare l’attività bancaria e
soprattutto a consentire ad ogni banca qualsiasi forma di attività creditizia, sia di breve che di
lungo termine, nonché le nuove emergenti attività alternative al credito quali il leasing e il
factoring.
La sostanziale riforma prende avvio con la cd. legge Amato nel 1990 con cui si consente agli
istituti creditizi di scegliere la struttura giuridica ritenuta più idonea per un esercizio efficiente e
competitivo dell’attività bancario, trasformando gli enti di creditizi di diritto pubblico in enti di
diritto privato (spa).
Successivamente nel 1992 si è assistito all’ abolizione della distinzione tra aziende di credito
ordinario e istituti di credito speciale in applicazione del principio di despecializzazione. Tutte
le banche sono enti di credito. Non solo, si introduce nel nostro ordinamento la figura di
banca universale, ossia una banca che raccoglie risparmio e concede finanziamenti con
diverse forme e scadenze, che agisce in diversi settori finanziari e fornisce all’impresa servizi
di consulenza ed intermediazione, oltre ad una vasta gamma di attività finanziarie ivi
compresa la partecipazione azionaria di rischio. Per rafforzare la solidità patrimoniale della
nuova banca, che avendo esteso il proprio campo operativo a molteplici settori di credito, può
risultare più esposta ai rischi connessi all’intermediazione finanziaria, viene facilitata la
concentrazione di banche con costituzione di gruppi bancari polifunzionali.
Emerge anche la figura del gruppo bancario o gruppo polifunzionale formato da una
capogruppo, costituita da una banca o da una società finanziaria con sede in Italia, che
dispone del pacchetto azionario di società bancarie e finanziarie controllate.
Finalmente nel 1994 il legislatore opera un completo riordino della materia bancaria: infatti
tutte le recenti innovazioni normative si erano innestate sul vecchio testo unico del 1936,
dando vita ad una legislazione di difficile comprensione, disorganica e certamente non
omogenea.
Con il D. Leg. 385/1993 viene abrogata tutta l’intera previgente normativa e la materia trova
una nuova legislazione semplificata, coerente e completa.
La nuova tipologia bancaria consente una migliore conoscenza dell’impresa, a cui la banca,
diversificando l’offerta dei servizi, può offrire un sostegno finanziario migliore. La recente

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evoluzione normativa ha favorito l’avvio di un processo di modernizzazione e concorrenzialità
del sistema bancario italiano.
Autorizzandole banche a partecipare al capitale azionario delle imprese si mira a
- adeguare le banche nazionali al modello bancario prevalente in Europa
- allargare le facoltà operative delle banche
- sostenere finanziariamente lo sviluppo delle imprese
- fornire non solo capitale ma anche un’ampia gamma di servizi alle imprese.
Per evitare un eccessivo coinvolgimento delle banche nell’industria, con i pericoli evidenziati
dalla crisi del ’29, i fondi che ogni banca può investire nelle imprese non possono superare il
limite di separatezza, per effetto del quale la partecipazione non può essere superiore al
15% delle azioni o quote con diritto di voto della società partecipata; per le banche o gruppi
bancari con particolare esperienza e specializzazione operativa, tale limite è elevato al 50%
per le banche abilitate e al 60% per le banche specializzate.
Si assiste infine ad una concreta riduzione del numero degli enti creditizi (concentrazione)
contestualmente ad un aumento degli sportelli bancari e ad un notevole sviluppo delle
operazioni parabancarie.

La politica monetaria e i suoi strumenti


La politica monetaria, ossia governare la quantità di moneta in circolazione, è costituita
dall’insieme delle decisioni assunte dalle autorità monetarie per regolare l’offerta di moneta in
vista del raggiungimento degli obiettivi di politica economica.
La politica monetaria utilizza l’offerta di moneta per raggiungere importanti obiettivi di politica
economica. La banca di emissione ha a sua disposizione una serie di strumenti in grado di far
variare l’offerta di moneta, adattandola al livello necessario per il raggiungimento di obiettivi
considerati prioritari.
Infatti, avendo essa il monopolio dell’emissione di moneta legale, può regolare direttamente la
quantità di moneta in circolazione, attraverso il controllo della base monetaria.
La politica monetaria può essere espansiva o restrittiva. È espansiva se è finalizzata
all’aumento della base monetaria e quindi dell’offerta di moneta; restrittiva se ha lo scopo di
diminuire l’offerta di moneta.
Se durante una recessione si intende stimolare l’economia, la Banca Centrale può adottare
una politica espansiva, che, mettendo a disposizione degli operatori economici una maggiore
quantità di moneta, fa aumentare la domanda aggregata e quindi l’occupazione. Se siamo in
fase di espansione, si adotta una politica monetaria restrittiva, diminuendo la quantità di
moneta a disposizione, riducendo così la domanda e di conseguenza facendo diminuire gli
investimenti e le tensioni inflazionistiche che si creano quando l’offerta aggregata ha difficoltà
a soddisfare la domanda.

POLITICA Espansiva ➢ Aumenta > Aumenta la > Aumento del reddito


MONETARIA l’offerta di domanda aggregata
moneta

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Restrittiva ➢ Diminuisce ➢ Diminuisce la ➢ Diminuzione
l’offerta di domanda del reddito
moneta aggregata

Una politica monetaria espansiva avrà come effetto un aumento reale del reddito se
l’aumento della domanda stimolerà un aumento della produzione di beni e servizi; l’aumento
sarà puramente nominale in caso contrario (ovvero la politica espansiva sarà causa di
inflazione).
Una politica monetaria restrittiva non è, diretta a ridurre il reddito reale, ma solo a combattere
l’inflazione, ossia ad impedire la crescita puramente nominale del reddito nelle fasi di
surriscaldamento dell’economia. Tuttavia, se praticata in modo eccessivo, determinerà una
riduzione del reddito reale, ossia della produzione e dell’occupazione (politica deflazionistica).
Gli strumenti a disposizione delle autorità monetarie per espandere o restringere l’offerta di
moneta sono utilizzati dalla Banca d’Italia in applicazione delle decisioni di politica monetaria
assunte dalla BCE e sono:
1- operazioni di mercato aperto, eseguite dalle singole banche centrali nazionali con le
rispettive controparti bancarie nazionali in base a decisioni prese dalla BCE. La più
importante è rappresentata dalle operazioni pronti contro termine, attraverso cui la
BCE finanzia regolarmente il sistema bancario. Consistono in un doppio contratto di
compravendita di titoli o attività finanziarie entro un breve lasso temporale: un acquisto
di titoli in contanti, allo scopo di impiegare liquidità, per essere venduti a termine,
oppure una vendita di titoli a pronti, per raccogliere liquidità, per essere riacquistati a
termine. I contratti avvengono a tassi fisi o variabili.
Le operazioni di mercato aperto, in relazione agli obiettivi che si prefiggono, si distinguono in:
- operazioni di rifinanziamento principali, che forniscono la maggior parte del
rifinanziamento necessario al sistema finanziario;
- operazioni di rifinanziamento a più lungo termine.
2- operazioni di rifinanziamento marginali su iniziative delle controparti, utilizzate
per ottenere, dietro prestazione di garanzie, credito a un interesse prestabilito.

La politica monetaria e gli investimenti


La politica monetaria costituisce oggi il terreno più controverso dell’economia, dove si
scontrano i neokeynesiani e i monetaristi.
Secondo i postkeynesiani le manovre monetarie costituiscono uno strumento fondamentale
per la regolazione dell’attività economica, perché a liquidità del sistema consente alle imprese
di realizzare gli investimenti produttivi e aumentare così il reddito nazionale. L’ influenza delle
manovre monetarie sul livello del redito nazionale è indiretta, in quanto esse agiscono sulla
domanda di investimenti, che a sua volta determina il livello del redito.
Manovra Variazioni di liquidità > Domanda di investimenti > Reddito
monetaria > nazionale

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Una manovra monetaria espansiva aumenta la liquidità del sistema, che po’ indurre le
imprese ad effettuare maggiori investimenti. L’aumentata domanda di beni strumentali
provoca a sua volta un aumento del reddito nazionale.
Una manovra monetaria restrittiva produce gli effetti opposti: la domanda di investimenti
diminuisce, con al conseguente diminuzione della produzione e del reddito nazionale.
Si noti però che la manovra espansiva non produce sempre un aumento della domanda di
investimenti: Infatti se le prospettive sono pessimistiche e il tasso di interesse è relativamente
elevato, gli imprenditori non aumentano gli investimenti nonostante la manovra espansiva.
Al contrario la manovra restrittiva riesce a realizzare i suoi obiettivi con rapidità ed efficacia.
La manovra monetaria provoca dunque effetti asimmetrici; quando è espansiva i suoi risultati
possono essere modesti e realizzarsi in tempi lunghi; quando invece è restrittiva, i suoi effetti
sono rapidi, ma possono esservi effetti collaterali negativi non voluti (piena occupazione). In
ogni caso si tratta di una manovra difficile, di cui non è possibile valutare tutte le
conseguenze.
Per i neokeynesiani il sistema è fondamentalmente instabile e quindi la politica monetaria è
indispensabile per contrastare gli squilibri che insorgono nel settore reale. Pertanto, la banca
centrale deve adeguarsi continuamente al variare delle variabili reali, aumentando l’offerta di
moneta quando diminuisce la domanda aggregata per stimolare l’economia e riducendo
l’offerta di moneta quando aumenta la domanda aggregata per combattere l’inflazione.
Questa politica promuove la stabilità dei prezzi e incoraggia lo sviluppo.
Molto diversa è la scuola monetarista: il sistema è invece stabile, in quanto i meccanismi
automatici che operano nel sistema assicurano l’equilibrio di piena occupazione, rendendo
così inutile la politica monetaria per stimolare gli investimenti.
L’istituto di emissione deve ogni anno accrescere la quantità di moneta tenendo conto
dell’aumento della produzione (2-3% annuo a seconda dell’aumento reale previsto del PIL).
Un aumento maggiore di moneta avrà, come unica conseguenza durevole, una crescita
dell’inflazione. Sono inoltre dannose le variazioni frequenti nell’offerta di moneta, perché crea
instabilità nel sistema.
Conclusioni: sembra a questo punto corretto osservare che i monetaristi hanno il merito di
aver evidenziato le conseguenze di lungo periodo della politica monetaria espansiva
(svalutazione della moneta, debito pubblico elevato), mentre i keynesiani sono nel giusto
quando affermano che la politica monetaria è capace di stimolare gli investimenti nella fase
bassa del ciclo, ricorrendo determinate condizioni. Inoltre, non va dimenticato che secondo i
neokeynesiani la politica monetaria, per raggiungere i suoi obiettivi, deve essere utilizzata
insieme con gli altri strumenti di politica economica, ossia la politica dei redditi e la politica
fiscale.
Senza la stabilità monetaria, il conseguimento degli obiettivi di politica economica risulta
gravemente compromesso.

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APPROFONDIMENTO: i titoli del mercato monetario
Come abbiamo precedentemente esposto nel corso della trattazione del mercato monetario, ci
occupiamo ora dei vari titoli che vengono solitamente offerti su questo mercato.
1. I certificati di deposito (CD), rappresentati da titoli di credito a breve, ma talvolta anche a medio
termine, che sono emessi da banche. Ve ne sono con scadenze inferiori ai tre mesi, con scadenze di 3
mesi, di 6 mesi, di 12 mesi e di 18 mesi, e questi appartengono al mercato monetario. Il funzionamento
di questo titolo è rappresentato dal fatto che il risparmiatore all’atto della sottoscrizione versa alla
banca il valore corrispondente al valore nominale del certificato, mentre alla scadenza riceverà dalla
banca la somma inizialmente versata aumentata degli interessi.
Il tasso di interesse corrisposto sui certificati di deposito può essere stabilito in un tasso fisso oppure
in un tasso indicizzato (cioè collegato a un determinato parametro, come per esempio al tasso di
inflazione o all’EURIBOR).
Attualmente il trattamento fiscale riservato ai C.d. è differenziato a seconda della durata infatti quelli
con durata a 3 e 6 mesi vengono assoggettati ad una ritenuta del 27%, mentre quelli con durata di 12 e
18 mesi subiscono una ritenuta del 12,50 %.
Le banche emittenti non possono rimborsare anticipatamente o riacquistare i propri certificati, né
possono concedere prestiti garantiti dai certificati stessi.
Invece la possibilità di smobilizzo anticipato è consentita, attualmente, solo per i certificati di deposito
a medio termine emessi dalle banche specializzate, per i quali su impulso delle autorità monetarie è
stato istituito un mercato secondario, sul quale gli operatori autorizzati possono negoziare i suddetti
titoli ai prezzi che via via si formano.
I certificati di deposito fruttano normalmente un interesse superiore a quello dei conti correnti bancari
o dei libretti postali. Sono una forma di impiego del denaro indicato ai risparmiatori che preferiscono,
per vari motivi (rischio), investire i loro risparmi in una banca, invece di acquistare titoli di stato o
obbligazioni. I C.d. a breve termine però devono subire la concorrenza di questi ultimi titoli perché il
loro trattamento fiscale è più conveniente (infatti invece del 27% la ritenuta è del 12,50%).
Proprio per questo motivo di carattere fiscale i C.d. non rappresentano più un investimento
particolarmente conveniente per i risparmiatori.
I vantaggi che i C.d. offrono sono: semplicità del prodotto finanziario, nessun costo di sottoscrizione,
rendimento predeterminato o predeterminabile, sicurezza del rimborso perché sono titoli emessi da
banche, le quali sono direttamente sottoposte alla vigilanza della Banca d’Italia.
Gli svantaggi che i C.d. presentano sono: scarsa possibilità di trasformarli prima della scadenza in
denaro, cioè difficilmente liquidabili, rendimento non particolarmente elevato, trattamento fiscale
oneroso almeno per i C.d. di breve durata.
2. I Buoni ordinari del tesoro (B.O.T.), sono titoli di credito emessi dallo stato con scadenze a 3 – 6 -
12 mesi. Pur essendo dei titoli obbligazionari sono però privi di cedola (la cedola è un tagliando, unito
ai titoli di credito, che permette al possessore di incassare, a scadenze prestabilite, gli interessi
maturati). Sono titoli che permettono al sottoscrittore di ottenere un rendimento certo. L’interesse
percepito dal proprietario di questi titoli è dato dalla differenza fra il prezzo di rimborso, pari al
valore nominale del titolo, e quello di acquisto.
Gli interessi dei B.o.t. (come tutti gli altri titoli di stato), quando il proprietario è una persona fisica,
sono assoggettati ad un’imposta sostitutiva del 12,50 %. Gli interessi percepiti sui B.o.t. (come anche

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quelli percepiti su tutti gli altri titoli di stato) dalle persone fisiche, non devono poi essere dichiarati in
occasione della dichiarazione dei redditi (mod.730, UNICO). Nel caso in cui i proprietari dei B.o.t.
siano società o enti commerciali, sono esenti da qualsiasi ritenuta, ma gli interessi dovranno confluire
nella loro dichiarazione dei redditi.
L’assegnazione dei B.o.t. avviene mediante asta, ed il prezzo di emissione viene fissato a seconda della
quantità domandata di titoli da parte dei risparmiatori. Il prezzo di assegnazione è comunque sempre
inferiore al valore nominale che corrisponde al valore che verrà rimborsato alla scadenza.
Normalmente il rendimento percentuale dei B.o.t a 3 e 6 mesi è inferiore di quello con durata di 12
mesi.
Le motivazioni che portano lo stato ad emettere questi titoli sono quelle di reperire le risorse
finanziarie necessarie per poter sopperire a temporanee esigenze di cassa. Nella pratica però sono
ormai diventati uno strumento che concorre alla copertura dei disavanzi di bilancio.
I B.o.t sono regolarmente quotati sul mercato telematico dei titoli di stato, quindi hanno un’elevata
liquidità, cioè possono facilmente, in tempi brevissimi e senza consistente perdita di valore, essere
trasformati in denaro contante.
Il valore nominale minimo acquistabile di B.o.t, come di tutti gli altri titoli di stato, è di euro 1.000,00.
Quando un risparmiatore si rivolge agli intermediari finanziari (banche o altri intermediari) per
acquistare questi titoli (o altri titoli di stato), questi richiedono il pagamento di una commissione
percentuale.
I B.o.t. rappresentano una forma di investimento finanziario particolarmente gradito da quei
risparmiatori che dispongono di capitali per periodi di tempo piuttosto brevi.
I vantaggi che questi titoli presentano sono: breve durata dell’investimento, semplicità del prodotto
finanziario, elevata liquidità, sicurezza nel rimborso.
Gli svantaggi che i B.o.t. presentano sono invece legati agli elevati costi di sottoscrizione in rapporto
alla durata dell’investimento, infatti nel caso di più rinnovi di titoli con scadenze brevi si deve ogni
volta corrispondere la commissione all’intermediario finanziario, che solitamente richiede una
commissione differenziata a seconda della durata del B.o.t.

APPROFONDIMENTO: i titoli del mercato finanziario


Per il risparmiatore che vuole impiegare i propri capitali per un periodo di medio – lungo termine c’è
una ampia gamma di possibilità di scelta fra i titoli offerti dal mercato finanziario. Noi prenderemo in
considerazione per semplicità quelli più diffusi e più conosciuti oltre che quelli più semplici.
Passiamoli ora in rassegna cominciando da:
1. L’ azione che è un documento che rappresenta una quota minima (o unitaria) del capitale sociale di
una società per azioni (o di una società in accomandita per azioni). Chi è possiede azioni è quindi
proprietario di una parte, più o meno grande a seconda della percentuale detenuta rispetto al capitale
complessivo, della società stessa ed ha quindi anche il diritto di partecipare al riparto degli utili da
essa conseguiti.
Le azioni sono titoli che in quanto rappresentano una partecipazione al capitale sociale, non
garantiscono un rendimento certo e quindi si è soliti definirle titoli a reddito variabile. Il loro
rendimento dipende infatti dalla consistenza degli utili conseguiti dalla società, sempre che sia stato
realizzato un utile, e dalle decisioni dell’assemblea dei soci che decide quale parte di utili

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eventualmente distribuire sotto forma di dividendi. Quindi questo investimento non garantisce
comunque un rendimento, ed ancora meno garantisce un certo rendimento determinato o
determinabile come invece succede per i titoli obbligazionari. La remunerazione (quando c’è) di
questo investimento non è rappresentata quindi da interessi, ma da dividendi.
Il valore delle azioni varia nel tempo e specialmente quello delle società quotate in borsa che
subiscono oscillazioni molto consistenti in relazione all’andamento del mercato azionario (in
conseguenza del rapporto fra domanda e offerta).
Esistono poi vari tipi di azioni: ordinarie, privilegiate, di risparmio, ecc. e questi vari tipi prevedono
per gli azionisti diversi gradi di partecipazione agli utili ed in generale alla vita societaria.
Non è da dimenticare un ulteriore diritto collegato alle azioni ordinarie, cioè quello di avere il
privilegio di poter sottoscrivere prioritariamente nuove azioni che la società dovesse emettere per
eventuali aumenti di capitale, il diritto d’ opzione è anche un diritto economico in perché se l’azionista
non vuole utilizzarlo direttamente, può venderlo.
I dividendi che vengono percepiti dagli azionisti sono soggetti a tassazione.
Se l’azionista è una persona fisica può scegliere fra due modalità:
1. percepire i dividendi lordi con l’obbligo successivo di inserirli nella
dichiarazione dei redditi, e quindi assoggettandoli all’Irpef secondo la
normale tassazione dei redditi;
2. subire sui dividendi percepiti una ritenuta fiscale a titolo di imposta del
12,50 % senza avere poi l’obbligo di inserire questi redditi nella
dichiarazione annuale.
Se l’azionista è invece impresa o società, i dividendi non sono soggetti ad alcuna ritenuta, ma devono
essere inseriti nella dichiarazione dei redditi per il loro intero ammontare, contribuendo quindi a
determinare il reddito di esercizio di questi.
Conviene ricordare che i titoli azionari, per le loro caratteristiche, sono investimenti fortemente
speculativi e quindi ad alto rischio.
In generale si può quindi dire che gli investimenti azionari sono tipici di quei risparmiatori che hanno
una considerevole propensione al rischio e quindi lo accettano nella possibile prospettiva di realizzare
consistenti guadagni di capitale derivanti dai possibili aumenti del prezzo di questi titoli.
I vantaggi che questi titoli possono presentare, subordinatamente al rischio che presentano sono:
possibilità di percepire elevati redditi, qualora gli utili conseguiti dalla società siano molto alti e che
la stessa decida di distribuirli totalmente o quasi, possibilità di realizzare elevati guadagni di capitale,
specialmente in corrispondenza di forti aumenti del valore di mercato delle azioni.
Gli svantaggi delle azioni sono: incertezza del loro rendimento, che è subordinato all’andamento
economico della società, possibilità di subire grosse perdite di capitale in occasione di forti
diminuzioni del valore di mercato delle azioni, minore liquidità rispetto ad altri investimenti in titoli di
stato.
2. Le obbligazioni, sono titoli di credito rappresentativi di un prestito contratto da una persona
giuridica (stato, enti pubblici, società per azioni, ecc.) nei confronti dei risparmiatori che sottoscrivono
questi titoli.
Coloro che acquistano obbligazioni assumono la qualità di creditore nei confronti del soggetto che
emette questi titoli e non la qualità di socio come invece avviene con le azioni).

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Il diritto di credito incorporato nelle obbligazioni riguarda sia il diritto di ottenere dall’emittente il
rimborso del valore nominale (che normalmente coincide con il valore di rimborso) che risulta dal
titolo, il diritto a percepire gli interessi calcolati sul valore nominale del titolo.
Normalmente l’interesse viene corrisposto con cadenze regolari, in coincidenza del godimento delle
cedole.
Il trattamento fiscale delle cedole, prevede per le persone fisiche la ritenuta con un’imposta sostitutiva
del 12,50 % non dovendo poi dichiarare questo reddito, mentre per le imprese e le persone giuridiche
in generale l’assoggettamento alla tassazione.
Le scadenze sono più comunemente semestrali, mentre più raramente sono trimestrali o annuali.
L’interesse che viene corrisposto può essere predeterminato in misura fissa (per esempio il 4,5 %
annuo fino alla scadenza del titolo), oppure predeterminabile o indicizzato, nel senso che l’andamento
nel tempo della misura dell’interesse che viene corrisposto è agganciato a qualche parametro di
riferimento, quindi al variare di questo parametro varierà anche la misura del tasso di interesse
corrisposto.
Questi titoli anche se emessi da società, specialmente se di grosse dimensioni, danno una più alta
probabilità di non andare incontro a notevoli perdite di capitale ed una certa facilità di liquidazione
per quelle quotate nei mercati borsistici.
Questo tipo di titoli offre la possibilità ai risparmiatori che prediligono una certa garanzia nei
rendimenti, di poter conoscere preventivamente l’entità degli interessi che verranno pagati e godere di
una maggiore garanzia di rimborso rispetto ai titoli azionari.
I vantaggi degli investimenti in obbligazioni sono: rendimento predeterminato (in misura fissa o
indicizzata), una buona sicurezza di rimborso nel caso l’emittente dei titoli obbligazionari sia lo stato
o gli enti pubblici in generale, una elevata liquidità.
Gli svantaggi sono rappresentati dall’ipotetico rischio di insolvenza della società emittente che
aumenta quando il soggetto emittente non è l’ente pubblico, ma invece una società anche se di grosse
dimensioni (le obbligazioni Parmalat ed i bond argentini ci insegnano che esiste comunque il rischio
anche quando l’emittente è uno stato, anche se straniero).
3. I buoni del tesoro poliennali (B.t.p.), sono titoli di credito emessi dallo stato, con scadenza variabile
da un minimo di 2 anni ad un massimo di 30 anni.
L’emissione di questi titoli avviene con modalità analoghe a quelle che abbiamo visto per i Bot, cioè
mediante asta.
L’interesse è rappresentato da una cedola semestrale fissa per tutta la durata del titolo e alla scadenza
viene rimborsato il valore nominale del titolo.
Sono titoli quotati in Borsa e quindi permettono di realizzare una buona liquidità.
Gli interessi sono assoggettati a ritenuta con imposta sostitutiva del 12,50 % se percepiti da persone
fisiche, mentre non subiscono alcuna ritenuta, ma dovranno essere inclusi nella dichiarazione dei
redditi se percepiti da imprese o persone giuridiche.
Poiché l’interesse corrisposto è fisso, le modalità di adattamento di questa forma di investimento alle
variazioni dell’andamento dei mercati finanziari è rappresentata da variazioni anche molto consistenti
del valore capitale del titolo.

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Questo tipo di investimento è preferito da quei risparmiatori, che non avendo bisogno di utilizzare nel
breve termine il loro denaro, sono disposti a collocarlo per un periodo di tempo medio – lungo ad un
rendimento soddisfacente anche in relazione al ridotto rischio di insolvenza dell’emittente.
I vantaggi di questo tipo di investimento sono: rendimento certo, altissima sicurezza di rimborso,
elevata facilità di disinvestire in tempi brevi.
Gli svantaggi invece sono costituiti da: rendimento rigido che non si adatta ai diversi andamenti del
mercato finanziario, costi per le negoziazioni in borsa abbastanza elevati.
4. I certificati di credito del tesoro (C.c.t.), sono titoli di credito emessi dallo stato il cui interesse
corrisposto, in forma di cedola semestrale è determinato dal rendimento dei Bot del semestre
precedente, maggiorato di una quota (detta spread) che è variabile a seconda del momento in cui sono
stati emessi questi titoli.
La durata di questi titoli può variare da un minimo di 2 anni ad un massimo di 10 anni.
Gli interessi percepiti da persone fisiche sono assoggettati a ritenuta con imposta sostitutiva del 12,50
%, mentre quelli percepiti da imprese o da persone giuridiche devono essere inseriti nella
dichiarazione dei redditi.
Questo tipo di investimento è scelto dai risparmiatori che non amano rischiare sul fronte del valore
capitale del titolo e contemporaneamente possono godere di meccanismi di adattamento degli interessi
percepiti al variare dell’andamento dei mercati finanziari.
I vantaggi che questi titoli offrono sono: rendimento indicizzato all’andamento del mercato, altissima
sicurezza del rimborso, elevata liquidità, forte stabilità delle quotazioni.
Gli svantaggi sono invece: rendimento moderato ed incerto (cioè legato in parte all’andamento del
mercato), costi per la negoziazione in borsa abbastanza elevati.
5. I certificati del tesoro zero - coupon (C.t.z.), sono titoli di stato con durata di 18 o 24 mesi, messi in
circolazione per la prima volta nel 1995 e sono sprovveduti di cedola. In questo senso assomigliano ai
Bot perché il loro rendimento è dato dalla differenza fra il valore di rimborso (corrispondente al
valore nominale) ed il prezzo di acquisto.
Anche questi titoli vengono collocati dallo stato mediante asta marginale.
Il trattamento fiscale è identico a quello degli altri titoli di stato.

Considerazioni finali
Dobbiamo ricordare che con l’entrata in vigore dell’euro tutti i titoli di credito già in esistenza, sia
pubblici che privati, sono stati rideterminati nella nuova moneta e tutti i titoli emessi dal 1° gennaio
2002 devono essere espressi in euro. A partire dal luglio 1998 vige poi la dematerializzazione
obbligatoria per i titoli di stato e quelli privati negoziati nei mercati ufficiali, quindi chi acquista
presso un intermediario (banca o S.I.M.) titoli in Borsa non riceve il titolo, ma solo un documento che
comprova la proprietà di un certo numero di titoli di un certo emittente. Per poter acquistare titoli sul
mercato ufficiale è necessario disporre presso un intermediario (banca o S.I.M.) di un deposito titoli
in cui inserire i titoli acquistati e da cui togliere i titoli venduti.

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IL MERCATO FINANZIARIO E LA BORSA
Il processo di innovazione finanziaria ha molto attenuato i confini fra il mercato monetario e il
mercato finanziario, esempio di ciò la figura di banca universale, che opera sia nel breve che
nel lungo termine. Molti economisti sostengono trattarsi di un unico mercato dei capitali, ove
si domanda e si offre moneta.
I soggetti del mercato finanziario sono alimentati dai risparmi delle famiglie che intendono
investire durevolmente nel medio e lungo termine, acquistando azioni, obbligazioni, titoli
pubblici a lunga scadenza.
A questo mercato attingono le imprese per il finanziamento degli investimenti, lo Stato per il
finanziamento del deficit pubblico, le famiglie per il finanziamento degli acquisti di beni
durevoli.
I soggetti che necessitano di capitali in prestito a medio e lungo termine possono ottenerli
oltre che direttamente, dai singoli risparmiatori, anche attraverso i seguenti canali:
- ricorso ai risparmiatori attraverso la borsa (grandi imprese che emettono azioni ed
obbligazioni, lo stato che emette titoli pubblici).
- ricorso agli intermediari finanziari, dove piccole e medie imprese per finanziare i loro
investimenti produttivi e le famiglie che vogliono acquistare la casa d’abitazione.
L’incontro tra domanda ed offerta sul mercato finanziario avviene attraverso l’intermediazione
di particolari operatori, fra cui, la Borsa e gli istituti di credito speciale. Come sappiamo la
legge bancaria del 1936 vietava agli istituti di credito ordinario di concedere finanziamenti a
medio e lungo termine alle imprese. Per questo settore di credito si fece ricorso agli istituti di
credito specializzati, spesso partecipati dallo Stato. La riforma bancaria del 1993 ha mirato
alla privatizzazione degli istituti di credito e alla creazione di gruppi bancari polifunzionali di
dimensioni adeguate a operare, sia nel breve che nel lungo termine, sul mercato del credito,
oggi disciplinato delle direttive dell’U.E. I maggiori gruppi bancari non si limitano a concedere
prestiti a breve, ma operano anche nel settore del credito industriale e fondiario.

La borsa valori
La borsa valori è un mercato per la negoziazione degli strumenti finanziari pubblici e privati a
lungo termine quali azioni, obbligazioni, titoli di Stato, nonché degli strumenti finanziari
derivati quali i contratti derivati (scommesse sul rialzo o ribasso delle quotazioni degli
strumenti finanziari).
Oggi la borsa è un mercato telematico al quale hanno accesso solo gli operatori autorizzati.
Dal 1996 infatti la borsa italiana è stata privatizzata ed è un’attività che può essere esercitata
da spa anche senza scopo di lucro. A tutela degli investitori, l’esercizio della borsa deve
essere autorizzato dalla Consob, che esercita anche la vigilanza su questi mercati per
assicurare la trasparenza, l’ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli investitori.
La borsa è essenzialmente un mercato speculativo, in cui gli operatori hanno per obiettivo
principale il capital again, ossia un aumento del capitale investito, in tempi brevi o brevissimi.
Chi intende negoziare titoli non può farlo direttamente ma deve obbligatoriamente rivolgersi a
intermediari professionali autorizzati a negoziare sullo stesso mercato regolamentato: sono le
SIM e le banche nonché gli agenti di cambio destinati però ad estinguersi.

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Questi intermediari autorizzati operano le negoziazioni in nome proprio o per conto di clienti
quali loro mandatari senza rappresentanza.
Ci si può rivolgere alla borsa anche in modo indiretto: affidando i propri risparmi a intermediari
specializzati che decideranno in quali titoli investire, gestendo il risparmio in forma individuale
– portafoglio di investimento – o in forma collettiva – fondi comuni di investimento -.
Queste forme di investimento indiretto hanno portato alla creazione di una nuova figura di
intermediario: la società di gestione del risparmio.

Funzioni della Borsa


La Borsa è uno strumento indispensabile in un’economia moderna per trasferire liquidità dai
soggetti che effettuano risparmi ai soggetti che hanno necessità di liquidità. In particolare, per
le imprese la Borsa rappresenta un importante modo per procurarsi liquidità, in aggiunta
all’autofinanziamento (profitti non distribuiti e reimpiegati nel processo produttivo) e il ricorso
al credito a breve e a medio lungo termine fornito dalle banche.
Nella Borsa vengono trattati tre tipi di titoli:
- azioni, emesse da società commerciali; sono titoli a reddito variabile, in quanto il loro
rendimento – dividendo – non è fisso nel tempo, ma dipende dalle decisioni degli
organi sociali, circa la quantità di profitti da distribuire agli azionisti, e quella da
reinvestire nell’impresa.
- obbligazioni, emesse da società commerciali ed enti pubblici;
- titoli del debito pubblico, emessi dallo stato
Questi due ultimi titoli sono a reddito fisso, in quanto fruttano un rendimento fisso in termini
nominali. Solo per una parte di questi titoli sono previsti rendimenti variabili (obbligazioni
indicizzate per proteggere il rendimento dall’inflazione)
La funzione della Borsa è quella di favorire l’incontro della domanda e dell’offerta di capitali,
consentendo l’afflusso del risparmio alle imprese e allo Stato, attraverso la vendita di titoli
privati e pubblici.
La Borsa, in particolare, offre ai risparmiatori la possibilità di operare scelte tra titoli quotati
per diversificare il risparmio finanziario secondo individuali scelte di portafoglio. Data
l’importanza di queste funzioni nel sistema economico, è necessaria una Borsa efficiente sia
sotto l’aspetto qualitativo che quantitativo, e una Borsa trasparente, ossia un mercato del
risparmio che non rappresenti un’insidia, in particolare per i piccoli risparmiatori.
La principale Borsa Italiana ha sede a Milano – piazza Affari -; borse minori si trovano a
Roma ed in altre grandi città, collegate telematicamente a Milano.

La Borsa barometro dell’economia


Il prezzo delle azioni, come per qualsiasi altro bene, è funzione della domanda e dell’offerta.
La quotazione dipende da una serie di fattori, difficilmente quantificabili, attinenti sia alla
situazione dell’impresa emittente, sia alle condizioni economiche generali. Il valore intrinseco
dell’azione dipendente dal valore del patrimonio della società; la capacità di profitto
dell’impresa, commisurata ai dividenti pagati negli anni precedenti; le prospettive di profitto,
collegate soprattutto alla redditività prevista nel futuro.

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Anche il quadro economico generale in cui opera l’impresa esercita una notevole influenza
sulle quotazioni: sono importanti la stabilità economica e politica, le previsioni relative al
futuro, la liquidità generale del sistema, i fattori emotivi.
L’andamento generale delle quotazioni borsistiche è un segnale dello stato dell’economia, in
quanto misura la fiducia degli operatori: è influenzato da un insieme di fattori, legati alla
situazione economica sia alla situazione politica.
La Borsa reagisce ai contenuti della legge finanziaria, alle variazioni del cambio, alle tensioni
sociali, a indiscrezioni, a possibili crisi di governo. Quando sale la fiducia le quotazioni
salgono; quando prevale il pessimismo la Borsa scende. In effetti i titoli azionari sono soggetti
a incrementi e perdite di valore piuttosto elevati: ciò rende l’investimento azionario
particolarmente rischioso e i valori della Borsa soggetti a maggiore o minore volatilità a
seconda dei titoli o della congiuntura economica.
L’importante ruolo della Borsa giustifica l’esistenza di una serie di normative che ne regolano
il funzionamento, volte a garantire una sorveglianza sulla sua attività e sull’operato delle
società quotate in borsa, e a difendere da possibili abusi i piccoli risparmiatori.

La CONSOB
La Commissione nazionale per le società e la Borsa viene istituita nel 1974, con il compito
istituzionale di controllare il mercato mobiliare italiano e in particolare di vigilare sul corretto
andamento delle attività borsistiche e di richiedere alle società quotate informazioni precise
ed esaurienti sull’andamento della gestione. La sua attività è diretta alla tutela degli investitori,
all’efficienza e alla trasparenza del mercato.
Spetta inoltre il compito di valutare i requisiti che le società devono presentare per
l’ammissione alle quotazioni di Borsa, ovvero:
- capacità di generare ricavi in condizioni di autonomia gestionale, con reali prospettive
di crescita della società;
- pubblicazione e deposito degli ultimi tre bilanci;
- capitalizzazione di mercato prevedibile pari ad una soglia minima;
- diffusione delle azioni fra un numero adeguato di azionisti;
- deposito del bilancio d’esercizio in corso e dei piani dei due anni successivi;
- trasparenza nella contabilità e nell’assetto sociale.

Gli operatori di Borsa


Nel mercato borsistico intervengono, attraverso le SIM, come compratori e venditori, degli
operatori che possono essere suddivisi in tre gruppi:
- i venditori stabili, costituiti dalle imprese e dal Tesoro, che vendono i titoli allo scopo
di procurarsi i finanziamenti;
- i compratori stabili, ovvero i soggetti che acquistano titoli pe rinvestire la propria
liquidità, cioè le famiglie e gli investitori istituzionali (banche, assicurazioni, enti
previdenziali, fondi comuni, fondi pensione);
- gli speculatori che operano in borsa con frequenti contrattazioni per realizzare
guadagni speculativi, derivanti dalla differenza fra prezzo di acquisto e di vendita: La

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speculazione può essere al rialzo ( realizzo un guadagno se il nuovo prezzo è
superiore a quello stabilito all’atto della stipulazione del contratto) o al ribasso (il
venditore vende titoli assumendo l’impegno di consegnarli alla scadenza del termine,
se la quotazione del titolo scende, egli guadagna la differenza fra i due prezzi).
Negli ultimi anni la borsa italiana è stata profondamente riformata, per favorire la sua apertura
ai capitali stranieri e renderla più competitiva con le più importanti borse mondiali. Si sono
recepite le direttive della U.E. che tendono a rendere concorrenziali e omogenei fra loro i
mercati borsistici della zona UE.
Le innovazioni principali riguardano la riforma
- degli intermediari finanziari,
- delle modalità di contrattazione
- e della trasparenza nell’attività borsistica.
La negoziazione né riservata in via esclusiva alle società di intermediazione mobiliare – SIM-
, unici soggetti autorizzati dalla legge ad effettuare operazioni di borsa. Esse hanno preso il
posto degli agenti di borsa. Sono costituite in forma di spa o di sapa.
Il mercato delle contrattazioni è passato dal sistema della chiamata – alle grida - al sistema
ad asta continua, basato su collegamenti telematici che forniscono nel continuo i prezzi dei
titoli, come risultano dall’incontro elettronico degli ordini di acquisto e di vendita. Il mercato
telematico così creato collega le varie borse italiane ed assicura unicità di prezzo del mercato
nazionale, garantendo pari opportunità di accesso a tutti gli operatori italiani e stranieri e
l’immediata pubblicizzazione dei listini.
Per avere trasparenza nell’attività borsistica è necessario che tutte le operazioni siano
correte e trasparenti. Strumento centrale per raggiungere tale obiettivo è l’OPA, lanciata
attraverso gli organi di informazione sotto il controllo della CONSOB, da soggetti che
intendono acquistare il controllo dell’intero capitale sociale oppure un pacchetto di azioni di
una spa. L’o.p.a. deve indicare preventivamente il prezzo che chi lancia l’offerta è disposto a
pagare.

I nuovi strumenti finanziari


Dal 1995 è obbligatoria la regolazione in contanti di tutte le operazioni sui titoli; sono
scomparse le transazioni a termine allo scoperto, con liquidazione al termine del mese
borsistico. Ora tutte le operazioni si pagano e si incassano in giornata.
I contratti di borsa sono i contratti attraverso i quali si negoziano gli strumenti finanziari.
I contratti per contanti: sono compravendite di titoli la cui esecuzione avviene entro pochi
giorni dalla conclusione, tramite pagamento di denaro e consegna dei titoli. Si usano quando
il compratore vuole acquisire la disponibilità del titolo.
I contratti a termine: sono compravendite di titoli, nelle quali però, la consegna dei titoli e il
pagamento del prezzo – fissato al momento della conclusione del contratto – vengono differiti
alla fine del mese borsistico stabilito dal calendario di borsa.
È uno strumento tipico di speculazione – si gioca sulla variazione di prezzo intercorsa tra la
conclusione del contratto e la sua esecuzione - che oggi sono sostituiti dai contratti derivati.
Il compratore specula al rialzo e il venditore al ribasso.

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Possono essere a termine fermo, in cui le parti si obbligano irrevocabilmente all’ esecuzione
del contratto, oppure a premio, in cui una delle parti si riserva la facoltà di non dare
esecuzione al contratto alla scadenza, pagando all’ altra parte un corrispettivo denominato
premio.
Il riporto è invece un contratto con il quale una parte – riportato - trasferisce in proprietà all’
altra – riportatore - titoli di una data specie per un determinato prezzo e il riportatore si obbliga
a trasferire al riportato, a una determinata scadenza, la proprietà di altrettanti titoli della
stessa specie, verso rimborso del prezzo, che può essere aumentato o diminuito nella misura
convenuta. Viene usato per prorogare un acquisto o una vendita a termine, quando il titolo
non registra il rialzo o ribasso sperato. In attesa che ciò si verifichi, si proroga la scadenza
stipulando il riporto. Il riporto può essere utilizzato per acquisire temporanea disponibilità di
titoli (per partecipare ad un’assemblea con un congruo pacchetto azionario).
I contratti derivati
Sono scommesse che si effettuano entro un apposito mercato e che riguardano le variazioni
delle quotazioni che si registrano sul mercato a pronti: i guadagni o le perdite che vi si
realizzano derivano appunto dalle variazioni delle quotazioni che si verificano nel mercato
sottostante. Nascono nell’ esperienza borsistica americana; in Italia i più diffusi sono i
contratti a termine su indice di borsa e i contratti di opzione.
La prima fattispecie è una scommessa relativa all’andamento di un indice di borsa che
denota la quotazione media di un paniere di titoli.
I contratti di opzione – options- sono contratti a termine con i quali una parte acquista da
un’altra, dietro pagamento di un premio, il diritto di comprare oppure il diritto di vendere
determinati titoli a un prezzo ed entro un periodo di tempo prefissati nel contratto. Se il titolare
del diritto avrà un guadagno, gli converrà esercitare l’opzione, altrimenti si asterrà dal farlo. In
tal caso limiterà la perdita ai costi sostenuti per acquistare il diritto di opzione
Entrambi i contratti possono essere utilizzati o a scopo speculativo oppure per proteggersi
dalle variazioni nella quotazione di titoli che si intendono in futuro acquistare o vendere.
I futures sono contratti a termine di acquisto o di vendita per futura consegna ad un prezzo
stabilito dai contraenti nel momento in cui il contratto viene stipulato. Consistono in una
compravendita a termine con prezzo bloccato al momento della stipulazione. Lo scopo è
quello di diminuire il rischio che grava sull’investimento azionario, oppure connesso alla
variazione dei tassi di interesse o dei cambi, ossia rappresenta uno strumento di copertura
contro i rischi di un andamento sfavorevole delle quotazioni.
I warrants sono opzioni speciali, emesse da una società, che danno diritto all’acquisto di una
data quantità delle sue azioni, a un prezzo determinato in anticipo, a una scadenza di solito
medio lunga.

I fondi comuni di investimento


Sono portafogli di titoli gestiti da SIM che raccolgono risparmi dai sottoscrittori per investirli in
titoli azionari, obbligazionari nell’interesse e per conto dei sottoscrittori, ai quali viene
riconosciuta la proprietà di un determinato numero di quote del fondo stesso.

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In tal modo i risparmiatori possono affidare la loro liquidità a società di gestione specializzate,
in grado di conoscere meglio il mercato. Data l’ampia disponibilità di capitali resa possibile
dalla raccolta di risorse presso un gran numero di risparmiatori, queste società possono
operare scelte di portafoglio, diversificando gli investimenti su un’ampia gamma di titoli, con il
vantaggio così di diminuire il rischio dei sottoscrittori.
I fondi presentano il vantaggio di favorire lo sviluppo del risparmio, consentendo ai piccoli
risparmiatori un accesso meno rischioso al mercato borsistico. Inoltre, assicurano una certa
stabilità alla borsa, perché gli investimenti dei fondi non sono finalizzati a trarre guadagni
speculativi dalle oscillazioni delle quotazioni, ma a garantire un flusso di reddito nel tempo o
l’accumulazione del risparmio.
La legge del 1983 ha introdotto i fondi aperti, caratterizzati dalla libertà di entrata e di uscita,
ossia di acquisto e di vendita delle quote del fondo, il cui valore si ottiene dividendo il valore
dell’intero portafoglio, calcolato ai prezzi di mercato, per il numero delle quote
complessivamente sottoscritte.
I fondi possono essere
- azionari, che hanno un maggior grado di rischio
- obbligazionari, costituiti da obbligazioni e titoli pubblici e solo una piccola parte di
azioni
- bilanciati, costituiti sia da titoli che da azioni.
Accanto ai fondi aperti esistono i fondi chiusi, che servono per finanziare le piccole e medie
imprese che hanno maggior difficoltà d’accesso al mercato finanziario. Gli investimenti nel
fondo chiuso non possono essere liquidati prima di un certo periodo minimo (5-13 anni).
I fondi pensione sono strumenti previdenziali collettivi che forniscono ai sottoscrittori
(dipendenti o appartenenti a categorie professionali) un capitale o una rendita vitalizia da
liquidarsi all’atto del pensionamento. Possono investire in obbligazioni e, a determinate
condizioni, anche in azioni. È uno strumento per assicurarsi una forma di pensione
integrativa.

L’ insider trading
Con questa espressione si indica la speculazione su determinati titoli effettuata utilizzando
informazioni riservate ottenute in quanto soci della società che ha emesso i titoli stessi o in
ragione dell’esercizio di una funzione, professione o ufficio.
Infatti, chi è in possesso di simili informazioni – dati sensibili e riservati che il pubblico non
conosce – può approfittarne speculando in borsa anticipando operazioni che il mercato potrà
attuare solo quando dette informazioni diverranno di dominio pubblico.
Questa attività pone su n piano di disparità coloro che conoscono questi dati sensibili rispetto
all’ utenza della borsa, permettendo il conseguimento di un indebito vantaggio personale o
professionale.
Per tale motivo l’insider trading è perseguito penalmente: pertanto è punito chiunque operi in
modo da avvalersi di queste informazioni, anche per interposta persona.

Le offerte pubbliche di acquisto e di scambio

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È uno strumento per acquistare azioni, obbligazioni o altri titoli in possesso di un pubblico di
risparmiatori, che si utilizza per acquistare un certo quantitativo di titoli.
Chi effettua l’OPA si rivolge al pubblico e promette di acquistare un certo quantitativo di titoli a
un prezzo determinato, condizionando l’efficacia della proposta al raggiungimento di un
quantitativo minimo.
Varie possono essere le ragioni alla base dell’OPA: rafforzamento del gruppo d comando
della società, strumento per attaccare il gruppo di comando, finalità speculative.
La disciplina dell’OPA riguarda tanto i titoli quotati quanto titoli non quotati ma diffusi tra il
pubblico in modo rilevante. Chi intende effettuare un‘OPA deve darne preventiva
comunicazione alla Consob fornendo informazioni tali da permettere a destinatari dell’offerta
di giudicare obiettivamente la validità della proposta. La CONSOB vigila sul corretto
svolgimento dell’offerta.

L’ OPA obbligatoria
In borsa sono negoziate solo azioni che non fanno parte dei pacchetti di controllo delle
società quotate. Tali azioni sono ferme nelle mani di chi le possiede e solo in rari casi
vengono cedute, di norma al di fuori della borsa attraverso una trattativa privata. Ciò crea una
disparità di trattamento tra azionisti del gruppo di controllo e gli altri estranei a tale gruppo.
Infatti, le azioni del pacchetto di controllo, appunto per tale caratteristica, possono essere
vendute ad un prezzo ben superiore alle altre azioni, pur conferendo entrambe teoricamente
gli stessi diritti. Per ovviare a questa situazione la legge prevede delle ipotesi di opa
obbligatoria per es. a carico di chi intenda acquisire il controllo di una società, per chi intende
aumentare di oltre un quinto la propria partecipazione azionaria.

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Seconda parte U. D. A. 4.2 la dinamica del sistema economico
Il ciclo economico La misura dell’inflazione
Le fasi del ciclo economico Le cause
Le teorie Gli effetti
La politica anticiclica Le politiche antinflazionistiche
L’inflazione
Tempi indicativi di realizzazione: aprile – giugno

Il prodotto nazionale non si sviluppa in modo uniforme e regolare nel tempo, ma aumenta in
misura consistente in certi periodi, mentre in altri è stazionario o addirittura diminuisce.
L’espressione ciclo economico indica il susseguirsi di fasi alterne di espansione e di
contrazione dell’attività economica di un paese, quale appare da indici quantitativi globali,
come il prodotto nazionale, o una variabile che lo rappresenta sinteticamente, come la
produzione industriale o l’occupazione. In tutte le epoche l’economia ha conosciuto l’alternarsi
di fasi di prosperità e fasi di ristagno. Gli economisti ritengono che il ciclo economico sia un
fenomeno tipico del sistema capitalista, nato a seguito della rivoluzione industriale.
L’ insieme dell’aumento della produzione complessiva di un paese e del benessere dei singoli
cittadini, costituisce la sua crescita economica. Esaminando i sistemi economici possiamo
notare come la crescita non avvenga in modo esponenziale e costante: a tempi buoni si
alternano con una certa regolarità tempi cattivi.
Quindi potremmo dire che l’attività economica in certi momenti aumenta, poi rimane costante,
quindi diminuisce, ristagna a bassi livelli per qualche mese e poi torna a crescere: questo
andamento è il ciclo economico.
E' ovvio che tutti noi vorremmo conoscere in anticipo gli avvenimenti futuri in campo
economico, per trarne sicuri vantaggi. Le imprese vorrebbero conoscere in anticipo il livello
della domanda per i loro prodotti per programmare, senza squilibri, la produzione. I
consumatori dal canto loro vorrebbero sapere in anticipo quale sarà il livello dei prezzi nel
prossimo futuro, il proprio reddito (sia da lavoro che da capitale) per potere distribuire la
propria ricchezza in modo ottimale sul ciclo vitale. Lo Stato vorrebbe conoscere con
precisione le proprie entrate ed uscite per pianificare politiche economiche adeguate. Gli
investitori vorrebbero prevedere con precisione l'andamento dell'economia e l'evoluzione
delle variabili economiche per guadagnare sui mercati finanziari.

Il ciclo economico
ll "ciclo economico" si può definire, in modo semplice, come un insieme di fluttuazioni
sistematiche nel tempo, di variabili macroeconomiche come il prodotto interno lordo,
l'occupazione, la produzione industriale, ecc. In altre parole, si riconosce, statisticamente nel
tempo, che l'attività economica varia con ritmi di diversa intensità; così a periodi di prosperità
e di piena occupazione seguono periodi di stagnazione o di recessione, che implicano
solitamente forte disoccupazione e sottoutilizzo della capacità produttiva.
I cicli economici sono costituiti da una sequenza delimitata da un punto di svolta superiore e
da un punto di svolta inferiore nell' andamento dell'attività economica: la recessione è quel
periodo che va dal punto di svolta superiore (crisi) al punto di minimo (ripresa), l’espansione
è il movimento verso il massimo successivo.

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L'osservazione di molte variabili macroeconomiche nel tempo, come ad esempio il PIL,
mostrano andamenti ciclici e ricorrenti, con il susseguirsi di fasi di recessione e di fasi di
espansione: una serie temporale può dirsi ciclica se, durante il ciclo economico, mostra un
andamento ben preciso: la disoccupazione è un classico esempio di serie temporale
altamente ciclica, perché aumenta durante le fasi di recessione e diminuisce durante la
ripresa.

Il periodo di espansione di un ciclo economico si caratterizza per la comparsa di tendenze


inflazionistiche:
domanda in espansione
domanda > offerta potenziale,
risparmio < investimenti,
saggio d'interesse in aumento,
diminuzione delle scorte di prodotti semilavorati e lavorati
aumento delle scorte speculative (materie prime).
L’ espansione è dunque caratterizzata da un progressivo aumento della produzione e della
occupazione. La domanda è elevata ed aumentano gli investimenti: tutto ciò stimola
incrementi di reddito, di consumo e di occupazione.
Tuttavia, l’aumento della domanda genera aumenti dei prezzi e determina scarsità di
manodopera (aumenta la richiesta dunque bisogna produrre di più ma i fattori produttivi sono
limitati e dunque ad un certo punto per averli bisogna pagarli di più). L’ aumento dei prezzi fa
aumentare i profitti e dunque aumentano gli investimenti con richiesta di credito che
determina un rialzo dei tassi di interesse.
Ad un certo punto l’espansione raggiunge il suo punto di crisi: la crescita si blocca e c’ è una
subitanea inversione di tendenza
Il periodo di recessione di un ciclo economico si caratterizza per la comparsa di tendenze
inflazionistiche:
domanda in contrazione,

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domanda < offerta potenziale,
risparmio > investimenti, saggio d'interesse in ribasso,
aumento delle scorte di prodotti semilavorati e lavorati,
diminuzione delle scorte speculative (materie prime).
La depressione è dunque caratterizzata da un progressivo calo della produzione e della
occupazione, diminuisce il reddito e dunque la domanda è in contrazione e calano gli
investimenti.
Tuttavia, la caduta della domanda genera una diminuzione dei prezzi e dei profitti e ciò
determina un calo della capacità produttiva e dunque disoccupazione.
Ad un certo punto la fase di depressione raggiunge il suo punto più basso ed inizia la fase di
ripresa che a poco a poco si autoalimenta.
La lunghezza del ciclo e le sue oscillazioni possono essere riassunte in 4 principali tipologie:
1) fluttuazioni stagionali di breve periodo, non superiori all'anno e identificabili con periodi
precisi come quello natalizio nel quale i consumi aumentano rapidamente o quello estivo per i
flussi turistici e i viaggi, ecc.
2) fluttuazioni di medio periodo, di durata media di 8-10 anni
3) cicli di lungo periodo, che di solito si manifestano ogni due o tre cicli medi (esempi
classici sono i cicli demografici o del settore delle costruzioni)
4) cicli molto lunghi, legati sostanzialmente a rivoluzioni tecnologiche che danno
un'impronta ad un'era (introduzione dell'uso dell'acciaio, introduzione della ferrovia, ecc.)
Il ciclo che comunemente siamo più portati ad osservare in termini previsionali è sicuramente
quello di medio periodo.
Le sue caratteristiche principali possono essere così riassunte.
Il periodo di ripresa dura circa 3 - 6 anni, mentre quello di recessione è più breve, 1-3 anni. Le
pressioni inflazionistiche iniziano dopo il punto di minimo e si protraggono ben oltre il punto di
massimo.
Il termine "depressione" viene utilizzato per periodi di 3-5 anni che presentano saggi di
crescita negativi (anni '30); "recessione" viene usato per indicare periodi brevi, di solito 2
trimestri di crescita negativa; "contrazione o rallentamento" individuano fasi con tassi di
crescita positivi, ma inferiori a quelli degli anni precedenti.
Importanti indicatori che vengono utilizzati per prevedere l'evolversi futuro del ciclo economico
sono i cd. leading indicators o indici anticipatori, che hanno il compito di individuare in
anticipo le fluttuazioni economiche; sono indici che manifestano una tendenza al ribasso
prima che il punto di massima espansione sia raggiunto e una al rialzo prima che il punto di
massima contrazione sia raggiunto.
Tra gli indici troviamo:
La durata media della settimana lavorativa. Dato che le imprese cercano di garantire il
mantenimento del posto di lavoro ai propri dipendenti, specie se qualificati, esse reagiranno
inizialmente ad un aumento o ad una diminuzione della domanda (effettiva o basata su ordini
ricevuti) introducendo o eliminando il lavoro straordinario (i quadri ed il personale

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amministrativo non ne sono coinvolti). È quindi abbastanza evidente perché questo
indicatore, in generale, precede l'effettiva fluttuazione economica.
L'andamento del mercato azionario: di solito quest'indice anticipa i movimenti del ciclo ma
non sempre le fluttuazioni di borsa anticipano quelle dell'economia reale. La variazione di
questo indice può riflettere sia la fiducia degli investitori sia il movimento dei tassi di interesse,
che in genere è un altro buon indicatore del livello dell'attività economica futura.
I nuovi permessi per l'apertura di cantieri: i permessi per costruzioni precedono l'effettiva
costruzione (e conseguente generazione di attività economica) con una media relativamente
costante.
Il numero di licenziamenti nel settore manifatturiero, che tendono a precedere le
tendenze in atto negli altri settori, servizi in particolare.
I contratti e ordini per macchinari e macchine utensili, che ricopre una grande quantità di
importanti settori dell'economia.
La variazione della massa monetaria: una flessione del livello della massa monetaria reale,
in genere, anticipa una recessione e viceversa.
I nuovi ordini per beni di consumo e materie prime e semilavorate, questa voce include
le nuove ordinazioni per beni durevoli (ad esclusione dei beni capitali e per la difesa). Questi
beni sono quelli primari utilizzati dai consumatori. I nuovi ordini guidano la produzione attuale
perché influiscono direttamente sul livello degli ordini inevasi e quello delle scorte, variabili
attentamente monitorate dalle imprese quando approntano i piani di produzione.
L’ indice delle aspettative dei consumatori, che rivela con un anticipo di 6-12 mesi quelle che
saranno le attese dei consumatori sull'andamento dell'economia e, di riflesso, sulle variazioni
e la programmazione dei loro budget di spesa.
L’andamento delle vendite (livello delle consegne dei fornitori), questo indice misura la
velocità con la quale le industrie ricevono le consegne dai loro fornitori. La lentezza delle
consegne incrementa l'indice ed è spesso associato con un incremento della domanda nel
settore manifatturiero e perciò tende a guidare il ciclo economico.

La causa delle fluttuazioni economiche è varia. Può dipendere da eventi eccezionali quali
guerre e calamità, da grandi innovazioni tecnologiche che possono influenzare fortemente la
produzione, l’occupazione e il livello dei prezzi.
Oggi la causa ritenuta maggiormente responsabile delle fluttuazioni è la variabilità della
domanda aggregata ossia l’insieme di tutti gli acquisti indirizzati verso le imprese dai
consumatori (beni di consumo) o da altre imprese (beni di investimento) I consumi sono infatti
proporzionali al reddito e tendono a rimanere costanti; gli investimenti sono legati alle
aspettative di profitto.
Le fluttuazioni economiche sono fisiologiche e appaiono inevitabili. È compito dello Stato
controllare attentamente la crescita economica onde prevedere per tempo i suoi sviluppi e
poterne quindi guidare, per quanto possibile, il suo svolgimento. Diciamo che per dare
stabilità all’ economia lo Stato dovrebbe cercare di imprimere al ciclo economico un percorso
il più possibile graduale, senza rapide espansioni (che portano inflazione) e senza bruschi
ribassi (recessione), usando degli strumenti di politica economica monetaria e finanziaria di

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cui dispone.
Nella fase espansiva, per scongiurare un aumento inflattivo dei prezzi, lo Stato dovrebbe
adottare misure tese a raffreddare lo sviluppo economico quali l’aumento del costo del denaro
(il credito costa di più e dunque calano gli investimenti), l’aumento del prelievo tributario (si ha
meno denaro per gli acquisti e dunque cala la domanda di beni) e la riduzione della spesa
pubblica (si riducono gli aiuti dello Stato all’ economia).
Nella fase di recessione, calando la domanda, l’economia andrà invece sostenuta (calo delle
imposte, aumento spesa pubblica, diminuzione del tasso di interesse).
I cicli economici non presentano un andamento lineare e semplice. Inoltre, la durata dei cicli è
variabile. Sta di fatto che nessun ciclo economico verificatosi è identico ad altri cicli: diverse
sono le cause che possono averlo determinato, come diverse possono essere le misure da
adottare per attenuare le conseguenze negative di una crisi.
Il termine ciclo allude al fatto che lo sviluppo economico di un paese non è costante, ma
passa attraverso fasi che presentano caratteristiche ricorrenti.
Anche se l’andamento dell’economia è ricorrente, il punto di partenza e di arrivo di ogni ciclo
è diverso: in un’economia in espansione la situazione tende a migliorare rispetto il passato: si
parla allora di trend o tendenza.
Con il termine congiuntura si indica invece il punto del ciclo in cui il sistema si trova in un
certo momento; si parla di congiuntura favorevole nelle fasi di espansione e di congiuntura
sfavorevole nelle fasi di depressione e recessione.
Il termine ristagno designa una situazione negativa che dura a lungo nel tempo, con un
sistema economico incapace di trovare la via di ripresa. È questa la fase di depressione vera
e propria, da cui gli economisti distinguono la recessione, che è un netto rallentamento del
tasso di crescita in prossimità del punto di sviluppo superiore.

Le teorie del ciclo economico


Le cause delle fluttuazioni cicliche sono state spiegate in diversi modi dagli economisti. Da un
punto di vista storico, esse si possono classificare in tre categorie:
spiegazioni esogene, se fanno riferimento a fattori esterni al sistema economico
spiegazioni endogene, se si riferiscono a fattori interni al sistema economico
spiegazioni esogene - endogene, se sono costituite da combinazioni delle due spiegazioni
precedenti.
Spiegazioni esogene, sino al 1929 gli economisti hanno respinto l’idea che nel sistema
economico si potessero verificare crisi di sovrapproduzione, in quanto si riteneva che in ogni
momento il sistema economico avrebbe trovato il modo di garantire un equilibrio di piena
occupazione. Se si fossero verificati in alcuni settori delle deviazioni, queste sarebbero state
corrette da meccanismi automatici. Si pensava, quindi, che la disoccupazione fosse sempre
un fenomeno transitorio, dovuto al livello troppo alto del costo del lavoro. Convinti della
sostanziale solidità del sistema economico, gli economisti allora ricercarono le cause
scatenanti del ciclo al di fuori del sistema. Le teorie esogene fanno riferimento a fattori relativi
all’ambiente fisico, a variazioni del tasso di natalità, ai conflitti sociali, alle ricorrenti ondate di

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ottimismo e di pessimismo.
Spiegazioni endogene, la più nota è quella dei cicli di reinvestimenti, secondo cui l’origine
dei cicli va ricercata nel fatto che i capitali investiti, pur avendo una vita produttiva di diversa
durata, possono dare luogo ad un addensamento dei rimpiazzi in un certo periodo, mentre in
altri periodi il ritmo delle sostituzioni può essere meno intenso. Questo alternarsi di febbrile
attività ad altri in cui i rinnovi sono piuttosto scarsi spiega il ciclo economico. Questa teoria
non è stata provata, in quanto le verifiche statistiche hanno dimostrato che i rimpiazzi tendono
invece a distribuirsi nel tempo in modo piuttosto omogeneo, in relazione all’utilizzazione
tecnica ed economica degli impianti.
Spiegazioni esogene - endogene, oggi le spiegazioni del ciclo e. sono prevalentemente di
tipo esogeno endogeno: i cicli risultano dalla combinazione di fattori esterni ed interni al
sistema e sono costituite da combinazioni delle due spiegazioni precedenti. Il sistema
capitalistico ha al suo interno dei meccanismi destabilizzanti, che producono il ciclo
economico. È pur vero che fattori di tipo esogeno possono avere un’influenza rilevante nello
scatenare il ciclo ma la configurazione del ciclo sarà sempre collegata alla natura del sistema
economico che condiziona le scelte degli operatori.
In sintesi, il ciclo economico è stato spiegato dalle seguenti teorie.
Teoria monetaria: il ciclo è la conseguenza della politica monetaria della banca centrale,
essendo determinato prevalentemente dalle variazioni dell’offerta di moneta. Pertanto, il ciclo
economico è un fenomeno puramente monetario, determinato esclusivamente dagli errori
delle autorità preposte alla politica monetaria. Le banche a un certo punto constatano che le
loro riserve sono esuberanti, e quindi per impiegare tali riserve abbassano i tassi di interesse.
Il diminuito costo del denaro spinge i commercianti ad accrescere le scorte; l’aumentata
domanda di beni da parte dei commercianti determina l’espansione del sistema economico.
Questa fase cessa quando le banche si rendono conto che le loro riserve si sono assottigliate
ed è proprio l’aumento del tasso di interesse, reso necessario per difenderle, che dà inizio
alla recessione. Le depressioni sono causate da restrizioni monetarie o creditizie, che
limitano l’afflusso di risorse finanziarie alle imprese; in definitiva sono le cattive politiche
monetarie che determinano le depressioni. (cfr 1929)
Teoria del sottoconsumo: la concentrazione dei redditi nelle mani delle classi più ricche non
consente alla domanda di espandersi in modo da assicurare sbocchi sufficienti alla
produzione industriale. Questa teoria non spiega le fluttuazioni cicliche, ma soltanto il
periodico verificarsi di fenomeni di crisi: la domanda e l’offerta di beni possono variare l’una
indipendentemente dall’altra; le crisi sono causate dall’insufficienza della domanda di beni,
determinata dall’ineguale distribuzione dei redditi. Se le classi a reddito basso continuano a
percepire redditi che non aumentano in rapporto all’aumentare del reddito globale, la
domanda sarà insufficiente ad assicurare uno sbocco alla produzione industriale.
Teoria del sovrainvestimento e della sovracapitalizzazione: gli eccessivi investimenti
aumentano l’offerta di prodotti che la domanda non è in grado di assorbire, tanto che le
imprese devono rallentare la produzione, avviando così la fase recessiva. Pertanto, l’origine
del ciclo va individuata nelle fluttuazioni degli investimenti. Nella fase di espansione
l’ottimismo degli imprenditori li spinge ad accrescere gli investimenti, i quali a loro volta fanno

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aumentare i consumi, generando un processo cumulativo. La crisi sopraggiunge perché
vengono a mancare le risorse liquide nel settore dei beni capitali. Questa si trasmette a tutto il
sistema, in quanto le strutture produttive predisposte durante la fase di espansione immettono
sul mercato notevoli quantità di beni che non possono essere assorbiti dalla domanda.
Teoria marxiana delle crisi, secondo cui la causa principale delle crisi va ricercata nel fatto
che, nella fase di espansione, aumenta l'occupazione operaia; quando tutti i lavoratori sono
occupati, la domanda di lavoro da parte dei capitalisti è addirittura superiore all'offerta. I salari
allora aumentano, mentre i profitti si contraggono. La diminuzione del saggio di profitto causa
la diminuzione degli investimenti, e quindi la crisi e la seguente fase di depressione. Ma la
depressione ricrea la disoccupazione e con la disoccupazione i salari diminuiscono e i profitti
aumentano. Ciò genera un aumento negli investimenti, nel reddito e nell'occupazione: la
depressione ha termine e inizia una nuova fase di espansione.
Le teorie reali, l'impiego del moltiplicatore e dell'acceleratore ha permesso ai neokeynesiani
di predisporre una serie di modelli che ci consentono di individuare in modo analitico l'azione
delle forze che concorrono al verificarsi delle fluttuazioni cicliche.
Si basa sulla interdipendenza del moltiplicatore e dell'acceleratore il modello elaborato da
Samuelson: le fluttuazioni cicliche sono causate dall'azione combinata di queste due forze,
che possono determinare l'espansione e la depressione ciclica. Ricordiamo che il
moltiplicatore keynesiano opera nel senso che un investimento autonomo provoca un
aumento del redito nazionale pari a un multiplo dell'investimento stesso; il principio
dell'acceleratore riguarda invece l'aumento degli investimenti provocato da un aumento
stabile della domanda di beni finali. Se partiamo da una situazione in cui i fattori produttivi non
sono pienamente utilizzati, ogni aumento del capitale investito fa aumentare l'utilizzo della
capacità produttiva: aumentano il reddito e la domanda. Ad un certo momento, l'aumento
della domanda sarà tanto elevato che non potrà essere soddisfatto dalla capacità produttiva
esistente. Entra così in gioco il principio dell'acceleratore. Di fronte a questo aumento
cospicuo della domanda dei beni, le imprese effettuano nuovi investimenti in capitale fisso,
che - a seconda del valore assunto dal coefficiente di accelerazione - sono un multiplo
dell'aumento della domanda di beni. Si attua cioè la sequenza: l'aumento della capacità
produttiva genera l'aumento del reddito, che a sua volta provoca un aumento degli
investimenti. È questa la fase ascendente del ciclo, che durerà finché si manterrà elevata la
domanda di investimenti netta. Ma l'espansione non può durare all'infinito: quando al crescere
del reddito, l'incremento della domanda di consumi finali si ridurrà per effetto del declino della
propensione al consumo, si avrà una caduta degli investimenti. Per l'effetto combinato del
moltiplicatore e dell'acceleratore, questa volta in direzione recessiva, la riduzione della
domanda globale e del reddito nazionale sarà più che proporzionale rispetto alla diminuzione
degli investimenti, con effetti molto negativi sull'occupazione. È questa la fase discendente
del ciclo, che può durare anche a lungo, perché il sistema se lasciato a sé stesso potrebbe
ristagnare in un equilibrio di sottoccupazione. Ma interventi di politica economica, diretti a
sostenere la domanda globale, possono far uscire il sistema dalla depressione e dare avvio
alla ripresa.
Teorie politico sociali: il ciclo è causato da fenomeni sociali e politici, ed è collegato alla

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distribuzione dei redditi e ai conflitti fra le diverse classi sociali, in particolare tra imprenditori e
lavoratori: quando i sindacati sono deboli, le imprese realizzano alti profitti che promuovono
l’espansione, quando i sindacati sono forti i salari aumentano, mentre diminuiscono i profitti e
quindi gli investimenti.
Teorie elettorali: il ciclo dipende dalle scadenze elettorali in quanto in prossimità delle
elezioni il partito al governo promuove l’occupazione espandendo la spesa pubblica o
riducendo le tasse per ottenere più voti e conservare il potere.

La politica anticiclica
Le depressioni comportano alti costi per la società, sia dal punto di vista economico, sia da
quello sociale. Periodi prolungati di recessione determinano la sottoutilizzazione dei fattori
produttivi, in particolare la disoccupazione di manodopera disponibile. Diretta conseguenza
della parziale utilizzazione dei fattori produttivi è la diminuzione del prodotto nazionale.
Ancora maggiori sono i danni della depressione sotto il profilo sociale: la disoccupazione
colpisce le famiglie dei lavoratori causando una sofferenza sociale; i gravi disagi che
affrontano le famiglie possono avere talvolta ripercussioni incontrollabili sulla stabilità politica
del sistema.
Si capisce allora perché i vari governi abbiano adottato una politica anticiclica, e cioè abbiano
predisposto un insieme di strumenti per attenuare le onde del ciclo economico. Si tratta di
strumenti a breve termine, finalizzati a portare il reddito nazionale a un livello tale da garantire
la piena occupazione.
La politica anticiclica tende a stabilizzare la crescita economica: nella fase espansiva è diretta
ad evitare una crescita puramente nominale del reddito; nella fase depressiva è diretta a
evitare il sottoutilizzo della capacità produttiva.
La politica anticiclica è dunque costituita da un insieme di strumenti predisposti dallo Stato
per attenuare le onde del ciclo economico.
Gli strumenti anticiclici sono di tre tipi, secondo le indicazioni avanzate da Keynes:
1- La politica della spesa pubblica: le crisi possono essere evitate o attenuate
assicurando un volume di domanda tale da assorbire l’offerta globale. La spesa
privata insufficiente va integrata con la spesa pubblica, la quale si aggiunge a
quella privata. La spesa pubblica in genere è diretta alla costituzione di
infrastrutture. Per l’azione dei meccanismi cumulativi di espansione (moltiplicatore)
la spesa iniziale produce un aumento della spesa privata, per cui la domanda
globale aumenta di un multiplo della spesa finanziata dallo Stato. La spesa
pubblica determina dei deficit di bilancio dello stato da finanziarsi mediante
un’espansione monetaria, che non avrebbe effetti inflazionistici dato che in fase
depressiva vi sono fattori produttivi non utilizzati e quindi il suo effetto sarebbe un
aumento della produzione.
2- La politica monetaria e creditizia, la manovra del tasso di riferimento e le
operazioni di mercato aperto sono largamente impiegate a fini anticongiunturali.
3- La politica fiscale, che consiste nell’utilizzo della leva fiscale a fini anticiclici: nella
fase di depressione lo stato deve adottare politiche di sostegno della domanda

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globale, non preoccupandosi di accumulare deficit di bilancio; nelle fasi di
espansione lo stato deve aumentare le entrate fiscali, sia per colmare i deficit
accumulati, sia per impedire un eccesso di investimenti, che può avere effetti
inflazionistici. Dall’ inizio degli anni Ottanta, a fronte di un aggravarsi del deficit di
bilancio e delle spinte inflazionistiche, tutti gli stati hanno avviato una politica di
contenimento della spesa pubblica.

Crescita economica e benessere economico


La crescita economica si può calcolare riferendosi al PIL ossia alla somma del valore di tutte
le merci e i servizi prodotti in un anno all’ interno dei confini nazionali.
Il concetto di crescita è legato ad un aspetto quantitativo di un’economia, mentre lo sviluppo è
un processo, molto più lento della crescita, di tipo qualitativo, che attiene a fenomeni non
strettamente economici quali i mutamenti della società e le trasformazioni politiche ed
economiche. È quindi possibile che una crescita economica non comporti un uguale sviluppo,
in quanto a fronte di una espansione produttiva non si assiste ad una analoga evoluzione
sociale e politica (es. Cina, aree depresse degli USA).
La crescita può generare sviluppo che a sua volta crea benessere, ossia miglioramento della
qualità della vita e delle prospettive future della popolazione.
Un indicatore per la misurazione del benessere è rappresentato dal PIL pro capite con cui si
misura la ricchezza media a disposizione del singolo cittadino.
Non è certo un indice preciso, laddove abbiamo un paese ove il reddito non è
omogeneamente distribuito (Nord – Sud).
Indica poi la disponibilità di ricchezza che non significa automaticamente qualità di vita e dei
servizi offerti e goduti dalla collettività.
Studi più attuali consigliano, per misurare lo sviluppo e il benessere di uno Stato, di
considerare sia il reddito sia tutti gli elementi extraeconomici come il livello di inquinamento, il
tasso di criminalità, la qualità dei servizi, la durata media della vita, il tasso di analfabetismo.

I fattori della crescita


L’ attività produttiva di un paese può crescere se vengono attuati mutamenti di lungo periodo.
In particolare, è necessario aumentare
- la quantità del lavoro aumentando l’orario di lavoro o il numero di lavoratori impiegati. Nelle

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economie moderne si tende più che ad aumentare a ridurre l’orario di lavoro. In tal modo
prima si impiegherà tutta la manodopera disoccupata e poi si dovrà ricorrere ai flussi migratori
o confidare nell’ aumento demografico;
- la produttività del lavoro, ossia la quantità di prodotto per ora di lavoro, che dipende da
plurimi fattori quali il livello degli investimenti, il grado di sviluppo tecnologico, il grado di
professionalità, la distribuzione efficiente delle risorse e l’andamento delle economie di scala.
Lo Stato può intervenire per favorire il sorgere di alcune condizioni determinanti la crescita
economica.
Può per es. aumentare il livello di investimenti creando moderne reti di infrastrutture e
favorendo la ricerca scientifica e sviluppando la formazione professionale.
Lo Stato può garantire una effettiva concorrenza per stimolare l’efficienza organizzativa e le
capacità imprenditoriali. Infine, e non meno importante, garantire stabilità politica, elemento
questo che incentiva gli investimenti in un paese.

L’inflazione
Viene comunemente definita inflazione l’aumento generale del livello dei prezzi monetari dei
beni e dei servizi, ovvero il processo di aumento continuo del livello generale dei prezzi, ossia
della diminuzione prolungata nel tempo del valore o potere di acquisto della moneta.
Il fenomeno opposto all’inflazione è la deflazione, che consiste in una diminuzione del livello
generale dei prezzi. Come l’inflazione, ha effetti molto negativi sul sistema economico.
Forse è opportuno ricordare che il fenomeno inflativo è connaturato con i sistemi monetari e
nello specifico l’inflazione è la “ruggine” della moneta, che pur essendo coniata con metalli
non facilmente deperibili, non riesce però a mantenere in modo puntuale il suo valore nel
tempo, ma tende in piccola misura a perderlo. Quindi l’inflazione entro una certa misura è
connaturale al fatto che gli scambi di beni e servizi avvengono con l’intermediazione della
moneta e non più con lo scambio diretto di beni e servizi.
E’ necessario chiarire subito che il fenomeno “inflazione” si presenta quando c’è una
tendenza generalizzata dei prezzi ad aumentare, pur non trattandosi di necessario aumento
di tutti i prezzi dei beni e servizi in modo uniforme, ma anche talvolta con la presenza di alcuni
beni che possono ridurre il loro prezzo. Quindi per aumento generale dovremo intendere un
incremento che si riferisca ai beni più rappresentativi e di maggior consumo. Abbiamo
inflazione pur con la presenza di beni il cui prezzo cresce in modo diverso da bene a bene e
addirittura in presenza del prezzo di altri beni che addirittura diminuisce.
Potremo quindi concludere dicendo che il fenomeno “inflazione” è un fenomeno complesso e
composito risultante dalla somma algebrica di tendenze all’aumento in misura diversa dei
prezzi dei vari beni e servizi, anche talvolta con la presenza di alcuni beni e servizi che
esprimono tendenze alla diminuzione dei relativi prezzi.
A seconda dell’intensità del fenomeno inflazionistico si usa definirla:
a) strisciante, quando l’aumento dei prezzi non è particolarmente elevato (dal 2% al 4%) su
base annua;
b) galoppante, quando l’aumento dei prezzi supera il 5%, ma non supera il 20% su base
annua;

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c) iperinflazione, quando il fenomeno comporta un aumento dei prezzi che eccede il 20% su
base annua.
Il grado di inflazione si esprime come il tasso di incremento nel tempo di un indice dei prezzi
opportunamente prescelto. Il tasso di inflazione è la variazione percentuale del livello
generale dei prezzi in un periodo determinato (in genere un anno).
Si deve osservare che i moderni sistemi economici hanno subito negli ultimi decenni alcune
importanti trasformazioni, che hanno preparato un terreno propizio alla diffusione
dell’inflazione:
- la lotta sempre più accesa fra i diversi gruppi sociali per aumentare la propria quota di
prodotto nazionale;
- i crescenti deficit dello stato, determinati dall’ attuazione delle politiche keynesiane di
sostegno della domanda globale;
- l’accentuarsi di forme di mercato oligopolistiche, che consentono alle imprese di
trasferire immediatamente gli aumenti dei costi di produzione sui prezzi.

La misura dell’inflazione
Quando sentiamo dire che nel nostro paese l’inflazione del 2006 è stata del 2%, questo ci
porta spontaneamente a pensare che i consumatori nel 2006 si sono “impoveriti” in termini di
capacità di acquisto di un valore pari al 2%. È vero che in presenza di pari disponibilità di
reddito monetario fra il 2006 e il 2007, il consumatore mediamente si trova ad avere un
reddito reale ridotto del 2%, ma questo non porta a concludere che tutti indistintamente
sentiremo nella stessa misura questa decurtazione del reddito reale. Infatti il livello di
inflazione che viene comunicato dagli istituti statistici nazionali o europei è il risultato di
valutazioni e di rilevazioni statistiche che rappresentano pur con i dovuti distinguo la media
dei fenomeni della variazione dei prezzi, quindi si basano su degli strumenti che tendono a
tipicizzare il comportamento dei consumatori.
Per farmi meglio comprendere, presento un esempio: se un persona consuma molta frutta e
verdura e altri prodotti derivanti dal frumento, cioè osserva una dieta “mediterranea”, mentre
un’altra persona consuma molta carne, pesce e formaggio, nel caso in cui aumentino
fortemente il prezzo della carne, del pesce e del formaggio e rimangano invariati i prezzi della
verdura e dei prodotti derivanti dal frumento, ne conseguirà che a gusti invariati le due
persone risentiranno in modo diverso l’effetto dell’inflazione. La prima persona, a reddito
nominale invariato, vedrà ridursi in misura minore la possibilità di mantenere le stesse
abitudini alimentari, mentre la seconda persona, sempre a reddito nominale invariato, vedrà
ridursi in misura consistente la possibilità di mantenere le stesse abitudini alimentari. Quindi
in generale potremo dire che, in presenza di un certo tasso di inflazione, non tutte le persone
ne subiranno nello stesso modo le conseguenze.
L’inflazione va quindi interpretata come una media delle variazioni dei prezzi di tutti i beni e
servizi. Per esempio, se nel 2006 l’inflazione è stata del 2%, questo significa che la media
delle variazioni (in aumento e in diminuzione) dei prezzi di tutti i beni ha fatto registrare un
aumento di quel valore percentuale. Dobbiamo subito dire che il rilevare la variazione dei
prezzi di tutti i beni e servizi prodotti in un paese è praticamente impossibile anche perché

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ogni luogo ha dei prezzi diversi.
L’Istat (Istituto centrale di statistica), ente preposto alla misurazione dell’inflazione, per
svolgere il suo compito deve controllare periodicamente il prezzo non di tutti i beni e servizi,
ma di un grande numero di beni e sulla base di questi calcola il prezzo del paniere, cioè di
un insieme di beni che si suppone rappresenti la spesa della famiglia media italiana.
Vediamo ora quali sono i parametri più usati per cogliere il fenomeno dell’inflazione:
a) indice dei prezzi al consumo, cioè quelli relativi alle transazioni intercorrenti tra le
imprese e le famiglie, calcolato rapportando il prezzo del “paniere” dell’anno in corso al
prezzo del “paniere” dell’anno base e poi moltiplicando per 100 questo rapporto;
indice dei prezzi = [(prezzo del paniere dell’anno in corso) / (prezzo del paniere nell’anno base)] x 100
b) tasso annuo di inflazione, calcolato rapportando l’indice dei prezzi dell’anno in corso (o
attuale) all’indice dei prezzi dell’anno precedente, e quindi il valore del rapporto viene ridotto
di 1;
tasso annuo di inflazione = [(indice dei prezzi dell’anno in corso) / (indice dei prezzi dell’anno precedente)] - 1
L’Istat oltre che l’indice dei prezzi al consumo, calcola anche un indice dei prezzi
all’ingrosso, cioè quelli percepiti dal venditore in occasione di transazioni commerciali fra
imprese, utilizzando naturalmente un diverso paniere che include beni acquistati dalle
imprese e non dalle famiglie.
Avvalendosi di questi indici è possibile deflazionare, cioè depurare i valori nominali (quindi
quelli espressi nell’unità monetaria che si riscontrano sul mercato) dall’inflazione,
trasformandoli poi in valori reali (cioè espressi in termini di potere d’acquisto di beni e servizi).
Questo metodo può venir utilizzato per esempio per calcolare il valore reale dei salari e
stipendi, cioè in breve il potere d’ acquisto di questi.
Perciò il valore reale viene calcolato rapportando il valore nominale all’indice dei prezzi e poi
moltiplicando per 100 questo rapporto;
valore reale = [(valore nominale) / (indice dei prezzi)] x 100

Come si prevede l’inflazione


Di solito l’inflazione viene misurata utilizzando il tasso annuo, però l’Istat fornisce anche i
valori medi mensili. I valori mensili sono utili soprattutto per poter effettuare previsioni
sull’andamento del fenomeno inflativo, utilizzando i valori dei mesi passati e confrontandoli
con corrispondenti valori dell’anno precedente. Potremo dire che in modo simile a coloro che
sono dediti a fare previsioni meteorologiche, anche gli analisti degli andamenti mensili
dell’inflazione utilizzano gli andamenti passati per formulare previsioni sul futuro andamento
dell’inflazione.
Coloro che si occupano di previsioni del tempo, hanno bisogno di stazioni oceanografiche
collocate nelle più sperdute località del mondo per poter raccogliere informazioni che
permetteranno di prevedere le condizioni meteorologiche dello stato o del continente a cui
appartengono gli analisti. Non è una novità il comprendere come la raccolta dei dati degli anni
precedenti costituisca un forte ausilio per chi deve formulare previsioni anche di tipo
meteorologiche.

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In modo pressoché identico le rilevazioni mensili dell’andamento dei prezzi rappresentano gli
strumenti di previsioni del futuro andamento dei prezzi.
Bisogna ricordare che l’andamento dei prezzi non presenta una distribuzione uniforme
sull’intero anno, ma ha una sua stagionalità e quindi ci sono certi mesi dell’anno che
costituiscono dei veri e propri “momenti caldi” del fenomeno inflativo. Nello stesso modo
potremo dire che sul territorio italiano non è uniforme l’andamento ed il manifestarsi
dell’inflazione, infatti alcune città risentono molto più rapidamente l’inflazione.
La raccolta di un numero elevato di informazioni consente agli esperti di formulare con una
discreta precisione il tasso di inflazione futuro detto tasso tendenziale di inflazione.
Conoscere il valore del tasso tendenziale di inflazione per gli operatori economici è di
notevole importanza, infatti questo permetterà a chi opera sui mercati finanziari di muoversi in
modo da anticipare i momenti di forza o di debolezza dei mercati.

Gli effetti dell’inflazione


L’inflazione rappresenta un fenomeno serio a cui tutti guardano con forte preoccupazione,
specialmente quando questa assume valori di un certo rilievo (oltre il 2%). I sindacati dei
lavoratori, gli imprenditori, lo stato, i contribuenti, i lavoratori, i disoccupati, i poveri, i ricchi
temono tutti l’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi.
Le principali conseguenze negative del fenomeno inflazionistico sono:
1) riduce il potere d’ acquisto della moneta. Quando il livello generale dei prezzi aumenta,
conseguentemente il denaro perde valore, riduce cioè il suo potere d’acquisto. Potremo
esprimere questo dicendo che il valore reale della moneta diminuisce e quindi per acquistare
la stessa quantità di beni dovremo disporre di una maggiore quantità di moneta.
Chiamando “P” il livello generale dei prezzi avremo che il potere d’acquisto della moneta è
dato dal reciproco del livello generale dei prezzi.
potere d’acquisto della moneta = 1 / P
Da questo è possibile comprendere che quando si verifica un processo inflazionistico, coloro
che percepiscono una remunerazione fissa, vedono ridursi la capacità del loro reddito di
soddisfare in modo invariato le loro esigenze. In modo simile anche coloro che hanno
concesso finanziamenti si vedranno restituire il denaro dato in finanziamento, inflazionato,
cioè vedranno perdere il potere d’acquisto delle somme ricevute come rimborso dei
finanziamenti. L’effetto dell’inflazione in entrambi i casi è però legato alla sostanziale stabilità
dei redditi. Gli effetti negativi dell’inflazione non si manifesterebbero nel caso in cui le somme
fossero perfettamente indicizzate. Infatti, in presenza di un meccanismo di indicizzazione
che riesca ad eliminare l’effetto dell’inflazione, il potere d’acquisto del finanziatore o del
percettore di reddito fisso, rimarrebbe invariato.
2) gonfia i redditi nominali Esistono dei redditi che sono effettivamente (anche se non in
modo perfetto) indicizzati, come per esempio le retribuzioni dei lavoratori che ormai per
mezzo dei rinnovi contrattuali riescono a crescere in corrispondenza della crescita del livello
generale dei prezzi. In conseguenza del fatto che al crescere del reddito nominale aumentano
anche le imposte che lo stato fa pagare ai cittadini, si creano delle situazioni di aumento dei
redditi nominali, ma nello stesso tempo di riduzione del reddito reale.

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La riduzione in termini reali del reddito dei contribuenti è il risultato dell’applicazione di
aliquote fiscali progressive tali da rappresentare un vero e proprio drenaggio fiscale (o fiscal
drag), con l’applicazione di aliquote “da ricchi” a redditi che nella realtà sono “da poveri”. Il
rimedio al drenaggio fiscale consiste nell’abbassare adeguatamente le aliquote progressive,
in modo da ridurre il valore reale dell’imposta pagata dai contribuenti, oppure nell’adeguare le
detrazioni d’imposta al crescere dei redditi nominali. Il fisco deve quindi procedere ad un
aggiustamento delle aliquote e/o detrazioni d’imposta per evitare che l’effetto dell’inflazione
gravi pesantemente sul contribuente.
3) rende meno competitivi i prodotti nazionale. Quando un prodotto nazionale è
competitivo nei confronti di identiche produzioni realizzate in altri paesi, può succedere che il
diverso tasso di inflazione presente nei due paesi faccia perdere competitività a quel prodotto
nazionale. La conseguenza della perdita di competitività di un prodotto nazionale consiste
nella riduzione delle esportazioni di quel prodotto, con conseguente riduzione della quantità
prodotta. Gli effetti della riduzione della quantità prodotta di quel particolare bene saranno
pesanti in termini di occupazione e quindi di reddito.
4) peggiora il clima sociale. Nei sistemi economici che sono poco preparati ad affrontare il
processo inflazionistico, cioè dove non è ancora conosciuta o comunque non applicata
l’indicizzazione dei crediti e delle retribuzioni, gli effetti di consistenti aumenti del livello
generale dei prezzi possono fortemente penalizzare alcuni soggetti economici come i creditori
e i lavoratori. Le forti conseguenze negative che queste categorie di soggetti economici
devono sopportare in termini di salvaguardia dei redditi reali, a causa di forti processi
inflazionistici, portano frequentemente ad un peggioramento del clima sociale con la
possibilità del verificarsi di disordini sociali, manifestazioni, scioperi. Tutto questo “disordine
sociale” provocato da manifestazioni e scioperi porta inevitabilmente ad un calo della
produzione con conseguenti danni all’intera economia di un paese. Le difficoltà economiche
provocano poi spesso disordini sociali che vanno ad alimentare il seguente circolo vizioso:
scioperi e manifestazioni => minore produzione => riduzione dei redditi nominali => pesanti riduzioni dei redditi reali =>
disordini, manifestazioni e scioperi => minore produzione.
5) l'inflazione danneggia i risparmiatori e i creditori, mentre favorisce i debitori.
6) danni per le imprese, gli imprenditori, almeno in un primo momento, possono trarre
vantaggio dalla presenza di tensioni inflazionistiche, favoriti dal fatto di operare con denaro
preso a prestito che verrà restituito in moneta svalutata e dal ritardo con cui l'aumento del
costo di produzione si adegua all'aumento dei prezzi dei prodotti finiti. Questo vantaggio è
illusorio, dopo un primo tempo gli investimenti risultano scoraggiati in quanto i tassi di
interesse vigenti crescono e quindi l'impresa ottiene finanziamenti a costi elevati e crescenti.
L’inflazione impedisce inoltre un corretto calcolo economico, aumentando le difficoltà di
previsione e programmazione. Infine, la perdita di valore della moneta scoraggia il risparmio,
rallentando gli investimenti e la formazione di nuovi capitali.
6) danni per la finanza pubblica, che subisce gravi perturbazioni. Inizialmente l'inflazione
alleggerisce l'onere del debito pubblico, ma presto i tassi di interesse crescono a un livello
superiore alla stessa inflazione, perché scontano, oltre all'inflazione, l'instabilità che si

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diffonde nel sistema a causa di essa. Infine, l'inflazione provoca una ingiusta redistribuzione
del carico fiscale: il peso delle aliquote dei percettori di reddito fisso aumenta, perché un
aumento nominale del reddito lascia invariato il valore reale del reddito stesso che è colpito
da imposte progressive più alte; mentre il carico fiscale di imprese e commercianti, favoriti
dagli aumenti dei prezzi, può anche risultare alleggerito.
Conclusione: l'inflazione provoca dunque consistenti perdite alle famiglie, soprattutto a
quelle dei piccoli risparmiatori, in genere sprovvisti della capacità di scegliere impieghi meno
rischiosi dei propri risparmi.

Le cause
Le conseguenze molto negative dell’inflazione impongono uno sforzo di ricerca delle cause
che la determinano allo scopo di combatterla; infatti la lotta all’inflazione si basa su una serie
di interventi coordinati in più direzioni, che coinvolgono tutte le forze sociali. Diverse sono le
cause dell’inflazione; queste cause possono agire singolarmente o congiuntamente.
I processi inflazionistici conseguenti all’aumento generale dei prezzi possono essere generati
principalmente da due cause: la prima è rappresentata dalla eccessiva crescita della
domanda di beni e servizi, mentre la seconda è riconducibile all’aumento dei costi di
produzione.
Si usa quindi distinguere due tipi di inflazione a seconda di quale causa sia ritenuta all’origine
del processo inflazionistico, distinguendo perciò in:
1) inflazione da domanda, secondo la teoria di Keynes, dove per domanda si intende la
quantità di beni e servizi che i compratori (consumatori finali o meno) intendono acquistare in
un determinato momento. Per offerta invece si intende la quantità di beni o servizi che i
produttori sono disposti a cedere in un determinato momento.
L’inflazione da domanda sarebbe originata dalla forte crescita della domanda a fronte
dell’impossibilità dell’offerta di adeguarsi per la condizione di piena occupazione dei fattori
produttivi in cui l’economia viene a trovarsi in quel particolare momento. Questo tipo di
inflazione è tipico delle economie in condizioni di piena occupazione; invece, se esistono
capacità produttive inutilizzate, un aumento della domanda provoca una crescita
dell’occupazione senza riflessi apprezzabili sui prezzi.
Più semplicemente l’eccesso di domanda di alcuni beni e servizi particolarmente significativi,
rispetto all’offerta spinge i prezzi a crescere, generando una crescita del livello generale dei
prezzi. Potremo quindi ricordare come in generale il divario fra la percentuale di crescita della
domanda, rispetto alla capacità del sistema economico di far crescere la produzione porta ad
un aumento generale dei prezzi, cioè al verificarsi di inflazione. La condizione di squilibrio fra
domanda complessiva ed offerta complessiva genera variazione dei prezzi, la cui intensità
dipenderà dalla consistenza del divario fra i due valori, cioè quello della domanda e quello
dell’offerta.
L’inflazione da eccesso di domanda si verifica quando la quantità di moneta in circolazione è
in eccesso rispetto ai beni prodotti; ciò determina un vuoto inflazionistico, che viene colmato
da un aumento generalizzato dei prezzi.
Viene quindi spontanea una domanda: quando per un consumatore è più opportuno

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procedere all’ acquisto di un bene o di un servizio, nel periodo in cui la domanda complessiva
è più elevata dell’offerta o viceversa? La risposta più corretta è quella di preferire i momenti in
cui la domanda complessiva è minore dell’offerta, perché in questo modo il consumatore non
rischia di innescare o comunque di alimentare processi inflazionistici di cui ne subirà le
conseguenze.
In un’economia aperta il processo inflazionistico può essere messo in moto da uno degli
elementi della domanda aggregata, e cioè i consumi, gli investimenti, la spesa pubblica e le
esportazioni.
2) inflazione da costi (chiamata anche da offerta), fa risalire l’inflazione all’aumento dei
prezzi causato dall’aumento dei costi di produzione, soprattutto quelli relativi al lavoro e alle
materie prime. L’aumento nel livello generale dei prezzi si manifesta dalla parte della
produzione, in conseguenza di un incremento nei costi di produzione di un fattore produttivo
di generale impiego nella produzione di beni e servizi. Esempi sono l’aumento dei salari e
stipendi, l’aumento del prezzo del petrolio, aumento dell’energia.
Ogni volta che un imprenditore deve sostenere costi di produzione più elevati, normalmente
tende a “scaricare” o “ribaltare” questi maggiori costi sul prezzo di vendita nel tentativo di
mantenere invariato il suo profitto. Un numero elevato di imprenditori che tentano di
aumentare il prezzo di vendita dei loro prodotti porta come conseguenza l’avvio di un
processo inflazionistico. Naturalmente la possibilità di elevare i prezzi dipende dal regime di
mercato in cui l’impresa opera. In concorrenza perfetta i prezzi di vendita non potranno
essere aumentati; in mercato oligopolistico, le imprese possono aumentare i prezzi di vendita.
Dato che nei mercati prevalgono le forme oligopolistiche, si verifica facilmente la seguente
situazione: ad ogni aumento dei costi di produzione, gli imprenditori trasferiscono sui prezzi di
vendita questi maggiori costi, innescando la spirale salari – prezzi – salari (un aumento dei
salari genera un aumento dei prezzi che a sua volta origina un aumento dei salari e così via).
Quando l’aumento del prezzo di un fattore di produzione è subito dagli imprenditori e non
direttamente promosso come per esempio nel caso dell’aumento del prezzo del petrolio, si
usa parlare di inflazione “importata”. Riguarda soprattutto i paesi che intrattengono relazioni
commerciali con l’estero.
L’aumento del prezzo di un fattore comunemente e diffusamente impiegato nella produzione
di beni e servizi si trasmetterà anche se in diversa misura nell’aumento del prezzo di vendita
di tutti i beni ed i servizi che direttamente o indirettamente utilizzano quel fattore produttivo.
Tutto questo si tramuterà quindi nel sorgere di un processo inflazionistico.
Sono state individuate anche ulteriori cause possibili all’inflazione, quali per esempio:
3) inflazione da fisco, anche l’aumento delle imposte può provocare l’inflazione. Se infatti lo
stato aumenta i tributi prelevati sulla ricchezza prodotta, i soggetti colpiti cercano di trasferirne
il costo su altri soggetti: le imprese possono aumentare il prezzo dei beni offerti sul mercato; i
lavoratori a loro volta possono reagire chiedendo aumenti salariali.
4) inflazione da profitti, si riferisce al comportamento degli imprenditori che, in previsione di
modifiche dell’equilibrio economico, intendono modificare la distribuzione del reddito a proprio
favore. Per far fronte alle richieste di aumenti salariali o al previsto aumento della pressione
fiscale sui profitti, gli imprenditori giocano di anticipo e aumentano i prezzi di vendita dei

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prodotti. L’inflazione deriva dall’aumento dei prezzi causato dagli imprenditori allo scopo di
aumentare la propria quota di profitto.
5) inflazione da eccesso di moneta, è la spiegazione monetarista che individua la causa
dell'inflazione nell'eccesso di emissioni monetarie rispetto al livello richiesto dal volume delle
transazioni. L'assunto è conforme al principio della teoria quantitativa della moneta secondo
cui ogni aumento della quantità di moneta in circolazione determina un aumento dei prezzi.
Dato che il sistema tende all'equilibrio di piena occupazione, ogni eccesso di moneta si
scarica necessariamente sui prezzi, perché l'offerta di beni e servizi è già al massimo della
sua disponibilità. Per i monetaristi l'inflazione dipende esclusivamente dagli errori delle
banche centrali, che espandono esageratamente l'offerta di moneta.

Le politiche antinflazionistiche
Dopo aver analizzato le possibili cause dell’inflazione, dobbiamo ora tentare di individuare i
possibili rimedi all’inflazione.
In primo luogo, dovremo individuare quali sono i soggetti che sono interessati ad intervenire
per tentare di contrastare l’inflazione, partendo dal presupposto che l’inflazione può creare
tensioni sociali e difficoltà economiche ad un paese. Saranno quindi i governi i soggetti che in
virtù del loro ruolo si premureranno di evitare per quanto possibile le conseguenze negative
che i processi inflazionistici possono portare al paese.
I rimedi che i governi adotteranno, dipenderanno da quale sarà l’elemento ritenuto la causa
dell’inflazione.
Se per esempio si ritiene che l’inflazione sia generata dall’eccesso di domanda (inflazione da
domanda) i governi tenderanno ad intervenire mediante gli strumenti di politica economica
tentando di agire sulla domanda complessiva, cioè cercando di limitare i consumi. Per ridurre
l’eccesso di domanda i governi possono agire mediante gli strumenti della politica fiscale,
aumentando la pressione fiscale sui redditi dei contribuenti in modo da ridurre il loro reddito
disponibile. Altro strumento utilizzabile è quello della politica monetaria, intervenendo sul
tasso di riferimento dei finanziamenti è possibile aumentarlo per far costare di più i
finanziamenti e quindi scoraggiarne la richiesta. Infine, il governo può decidere di diminuire la
spesa pubblica contribuendo così a ridurre la domanda complessiva.
Le politiche di intervento dovranno porsi i seguenti obiettivi:
- contenimento dei consumi, attraverso un aumento del prelievo fiscale, fatti salvi però i
rediti più bassi
- riduzione degli investimenti, attraverso una politica creditizia restrittiva
- controllo della spesa pubblica allo scopo di contenere gli sprechi e l'inefficienza
Se invece i governi ritengono che l’inflazione sia generata dall’aumento dei costi (inflazione
da costi), dovranno puntare a frenare l'aumento dei costi di produzione, potranno decidere di
tentare di convincere i sindacati dei lavoratori a limitare le loro richieste di aumenti retributivi e
dall’altra parte ottenere dagli imprenditori l’impegno a contenere gli aumenti dei prezzi dei
beni prodotti, realizzando così una politica dei redditi. È tuttavia difficile applicarla poiché nei
sistemi economici di mercato è molto difficile realizzare un sistema di controllo dei prezzi
efficiente ed i costi di lungo periodo sono elevati, poiché le imprese, non appena il blocco

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sarà abolito, tenderanno ad aumentare i prezzi in misura molto consistente.
Nel caso in cui l’inflazione sia causata dall’aumento del costo del petrolio o dell’energia in
generale, i governi dovranno adottare delle politiche di incentivo al contenimento dell’impiego
del fattore produttivo per ridurne l’impatto sul sistema economico.
Individuare le reali cause dell’inflazione rappresenta però un problema non sempre di facile
soluzione e non è infrequente che gli economisti diano diverse interpretazioni delle cause
dell’inflazione. Se l’individuazione delle cause dell’inflazione può essere di diversa
interpretazione, ne consegue che gli economisti suggeriranno diversi rimedi.
In generale gli economisti di scuola monetarista tendono ad attribuire le cause dell’inflazione
all’eccesso di domanda, derivante dall’eccessiva quantità di moneta in circolazione, mentre
gli economisti di scuola keynesiana tendono ad attribuire le cause dell’inflazione all’aumento
dei costi di produzione. Sembra quindi scontato che le due scuole di pensiero economico
propongano diversi rimedi.

* * * *

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