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CAPITOLO III

Piano del consumatore e

percorso legislativo fallimentare

3.1 Contenuto del piano e deposito

Come specificato nei capitoli precedenti, il fenomeno del

sovraindebitamento è una situazione che riguarda moltissimi soggetti,

imprenditori e semplici lavoratori che, a causa della crisi, non sono

riusciti a far fronte all’imponente mole di debiti accumulata. Debiti

con l’erario, debiti con i fornitori, debiti con il fisco, debiti con le

banche: ci vuole poco e l’esposizione debitoria diventa incontrollabile.

Proprio in questo contesto si è inserita la legge cosiddetta sul

sovraindebitamento (3/2012) avente come obiettivo quello di fornire

ad alcune categorie di debitori degli strumenti che gli permettano di

ridurre i debiti verso banche, fisco, società finanziarie ed altri creditori

in genere in relazione alle loro concrete possibilità patrimoniali,

segnando un importante punto fermo nell’ordinamento per la tutela e

la regolamentazione di quella che viene chiamata l’insolvenza civile.

Procedura importante della legge sopra elencata è il Piano del

consumatore, Iniziamo col dire che il piano del consumatore, può

essere presentato soltanto dai privati consumatori e a tal riguardo la

legge stabilisce che per “consumatore” si deve intendere il debitore

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persona fisica che ha assunto obbligazioni per scopi estranei

all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta.

Imprenditori non fallibili e professionisti dovranno fare ricorso

all’accordo con i creditori.

Il piano del consumatore assume la connotazione di un

“concordato coattivo” nel quale non è prevista la fase di

approvazione della proposta per deliberazione dei creditori.

Alla volontà dei creditori, che possono comunque presentare

osservazioni o contestazioni, è sostituita la valutazione

discrezionale del giudice che scrutinerà la fattibilità, la

meritevolezza del consumatore ed eventualmente, in caso di

contestazioni dei creditori, la convenienza rispetto all’alternativa

liquidatoria.

Il contenuto minimo della proposta di piano del consumatore

si ricava dalla combinata lettura degli articoli 7 e 8 della legge del

sovraindebitamento, la proposta di accordo, che il soggetto

sovraindebitato può presentare per ristrutturare la posizione debitoria

al fine di superare la particolare situazione, è a contenuto aperto, nel

senso che può prevedere qualsiasi modalità per la soddisfazione dei

crediti, anche mediante la cessione dei redditi futuri in base ad un

piano che deve indicare:

 Scadenze e modalità di pagamento

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 Eventuale classamento dei creditori

 Eventuali risorse (redditi o beni) di terzi conferite o offerte

in garanzia

 Modalità di liquidazione dei beni

 Eventuale falcidia dei creditori prelatizi

 Eventuale designazione di un “gestore”, la cui

individuazione sembra rimessa alla disponibilità del

debitore

 Il regolare pagamento dei crediti impignorabili (es.

crediti alimentari), ove l’aggettivo “regolare” dovrebbe

significare che tali debiti debbano essere onorati nei termini

loro propri senza possibilità di dilazione

 L’integrale pagamento dei tributi “qualificati” (ovvero le

risorse proprie dell’U.E. l’IVA e le ritenute operate e non

versate) con possibilità di dilazione

 Eventuale moratoria fino ad un anno dall’omologa per il

pagamento dei creditori prelatizi se i beni oggetto di

garanzia non vengono liquidati.

La proposta tecnicamente assume la forma del ricorso da

depositare presso la cancelleria fallimentare del tribunale competente

il quale instaura immediatamente il rapporto processuale tra debitore

e giudice e, all’esito di un primo vaglio di ammissibilità, instaura

il rapporto tra debitore e creditori.

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Alla proposta deve essere allegata una relazione particolareggiata

da parte dell’OCC contenente: l'indicazione delle cause

dell'indebitamento e della diligenza impiegata dal consumatore

nell'assumere volontariamente le obbligazioni; l'esposizione delle

ragioni dell’incapacità del debitore di adempiere le obbligazioni

assunte; il resoconto sulla solvibilità del consumatore negli ultimi

cinque anni; l'indicazione dell’eventuale esistenza di atti del debitore

impugnati dai creditori.

La relazione deve anche contenere il giudizio sulla

completezza e attendibilità della documentazione depositata dal

consumatore a corredo della proposta, nonché sulla probabile

convenienza del piano rispetto all' alternativa liquidatoria.

Sebbene i creditori non abbiano la possibilità di votare, il piano

deve assicurare ai creditori una soddisfazione maggiore, rispetto al

caso in cui si decidesse di optare per la liquidazione dei beni che

consiste nella liquidazione dell’intero patrimonio del debitore29, cosa

che non risulta nel caso dell’accordo o del piano nel quale si può

delimitare l’area di soddisfacimento ai soli beni racchiusi all’interno

del piano.

Per quanto riguarda l’esito della valutazione da parte del giudice

può esserci un riscontro positivo o negativo. Nel primo caso il

29
Con eccezione di quelli espressi dall’art 14-ter L. n. 3/2012.

62
procedimento di omologazione entra nel pieno vivo, mentre nel caso

di risultato negativo il tribunale riterrà opportuna la non

omologazione del piano, rimettendo alla volontà del consumatore

di accedere in alternativa alla liquidazione del patrimonio.

3.2 Procedura di omologazione

Prima di inoltrarci nell’esplicare il concetto di tale procedura,

occorre tenere presente che tale procedimento è disciplinato dall’art.

12-bis introdotto dal Decreto di crescita bis (D.L. 179/2012).

Attraverso la procedura di omologazione, il giudice esercita il

controllo dei requisiti di ammissibilità ovvero presenza dei

requisiti soggettivi e oggettivi di accesso obbligatorio che vanno a

completare il quadro di completezza documentale della proposta, che

qualora non li ritenga soddisfatti può concedere un termine perentorio

non superiore a 15 giorni per apportare integrazioni e produrre nuovi

documenti .

Per non farsi mancare nulla, il giudice verifica inoltre l’assenza

di atti in frode ai creditori, intesi come atti di cui la finalità ultime

è quella di aver dolosamente aumentato o diminuito il passivo, quella

di aver sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’attivo

oppure oppure aver simulato attività inesistenti.

Se il controllo ha un esito positivo, il giudice fissa

immediatamente l’udienza dei creditori nel termine di 60 giorni

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dalla data di deposito della proposta, il termine deve intendersi come

non perentorio. Nel medesimo decreto il giudice dispone che

l’O.C.C. dia comunicazione ai creditori della proposta e del decreto,

tale comunicazione deve essere data almeno 30 giorni prima

dell’udienza.

In base a quanto previsto nel provvedimento, alla data fissata si

tiene l’udienza presso il giudice del tribunale territorialmente

competente, a tale udienza, sembra plausibile che vi possano

partecipare il debitore assistito dall’OCC e tutti i creditori ed ogni

altro soggetto che vi abbia interesse.

Il procedimento di omologazione deve intervenire nel termine

massimo previsto di sei mesi dal deposito della domanda per

l’ammissione alla procedura della crisi da sovraindebitamento,

tuttavia il legislatore ha previsto che nel caso di approvazione del

piano non sia richiesto il voto di maggioranza da parte dei creditori,

ponendo come sufficiente per l’omologazione del piano la valutazione

da parte del giudice sulla fattibilità, il comportamento adottato dal

consumatore e la sussistenza dei presupposti già opportunamente citati

degli articoli 7, 8 e 9.

Il giudice deve effettuare una quadruplice valutazione:

- verificare la fattibilità del piano (lo stesso OCC verifica tale

fattibilità);

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- L’idoneità dello stesso al pagamento integrale dei crediti

impignorabili, dei crediti tributari costituenti risorse dell’Ue

dell’imposta sul valore aggiunto e delle ritenute operate e non

versate per i quali il piano può prevedere solo una dilazione di

pagamento.

- Il merito del consumatore, basata sulle obbligazioni assunte,

collegandole alla conoscenza che il soggetto aveva del suo stato di

sovraindebitamento;

- Porre rimedio alle eventuali contestazioni sollevate dai creditori (in

tal caso possono far pervenire elementi in loro possesso che

permettano di comprendere al meglio quale sia stata la condotta del

consumatore, portando a influenzare la valutazione del giudice

sull’omologazione del piano).

Il giudice può decidere di omologare il piano nonostante le

controversie se ritiene che il credito possa essere sodisfatto in

misura non inferiore rispetto l’alternativa della liquidazione30.

Va altresì rilevato che il decreto mediante il quale viene fissata

l’udienza, a differenza di quanto previsto dalla procedura di cui all’art.

30
Tale procedura è anche nota con il nome di cram down , nel caso in cui un
creditore appartenente ad una classe dissenziente contesti la convenienza della
proposta, il tribunale può omologare il concordato laddove lo reputi comunque
conveniente per i creditori dissenzienti (meccanismo della c.d. cram dowm ex art.
129, L.F.)

65
10, non comporta automaticamente la sospensione od il blocco per le

azioni esecutive o cautelari esperite dai creditori, almeno fino alla data

di emissione del decreto di omologazione del piano. Infatti, ai

sensi dell’art. 12-bis, secondo comma, è il giudice a valutare se, nelle

more della convocazione dei creditori all’udienza di omologa, sono

pendenti procedure di esecuzione forzata la cui prosecuzione

potrebbe pregiudicare la fattibilità del piano. Solamente in tal

caso, il giudice può disporre la sospensione di tali procedimenti sino

al momento in cui il provvedimento di omologazione diventa

definitivo, infatti la scelta di non anticipare gli effetti protettivi sul

patrimonio del debitore è dovuta al carattere di maggiore

semplificazione del procedimento, nonché all’assenza dell’esigenza

di conservazione dell’unità produttiva, propria esclusivamente dei

debitori non consumatori.

Pertanto, nel periodo tra la pronuncia del provvedimento del

giudice e la data dell’udienza, l’inibizione per le azioni esecutive

individuali costituisce una mera facoltà ed è espressione della

discrezionalità del giudice.

Occorre precisare che tale provvedimento non opera sospendendo

tutti i processi esecutivi, tuttavia sembra che sia possibile per il

consumatore chiedere la sospensione di eventuali esecuzioni

individuali già in corso alla data di deposito della proposta, nel caso in

cui queste possano pregiudicare la fattibilità del piano.

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Vi è un dubbio a proposito di quelle che iniziano dopo, le

quali altrimenti procedono normalmente fino all’eventuale omologa31.

Sorge un ulteriore dubbio riguardo la sospensione anche di

azioni individuali iniziate dopo se le stesse possono pregiudicare

la fattibilità del piano. Ovviamente ciò avverrebbe con un decreto

ulteriore e specifico da parte del giudice.

Appare palesamente evidente che questo punto rappresenta lo

snodo cruciale dell’intera procedura del piano del consumatore

poiché la possibilità di ottenere o meno l’omologa dipende

prevalentemente proprio dall’interpretazione che l’organo

giudiziario fornisce riguardo agli aspetti sopra menzionati.

Il consumatore meritevole deve essere esente da colpe nella

determinazione del sovraindebitamento, la ragionevolezza della

condotta e l’assenza di colpa, secondo una visione restrittiva del

concetto di meritevolezza, possono essere riassunti nel termine

diligenza che quindi sarebbe richiesta al consumatore per

usufruire della procedura a lui favorevole.

Ai creditori con causa o titolo posteriore, analogamente a quanto

stabilito nell’ambito della disciplina di cui all’articolo 10, il

secondo periodo del secondo comma è riservvato un trattamento

31
F. AGOSTINI,Il piano del consumatore. Dall’omologa alla cessazione.

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diverso, infatti questi ultimi non possono procedere esecutivamente

sui beni oggetto del piano che vengono “segregati” dato che sono

destinati al soddisfacimento dei creditori in base alle modalità

indicate dal piano, il fatto che la legge faccia riferimento a questi

beni, lascia intravedere la possibilità, come già accennato, che non

tutti i beni del patrimonio del debitore possano far parte della

proposta e, quindi, è possibile ritenere che i beni estranei al piano

possano subire l’aggressione da parte dei creditori posteriori.

Per concludere, bisogna precisare che in linea con il concordato

preventivo della legge fallimentare (precisamente ex art. 184), il terzo

comma dell’articolo 12-ter. dispone che l’omologazione del piano

non pregiudichi i diritti dei creditori nei confronti dei coobbligati,

fideiussori e obbligati in via di regresso del debitore.

3.3 Patologie: revoca del piano

Le patologie che possono ricorrere in fase di esecuzione del piano,

sono principalmente due: la revoca e la cessazione di diritto, regolati

dal primo comma dell’articolo 14-bis rinviando a quanto previsto

per gli altri soggetti al quinto comma dell’articolo 11 della disciplina

in esame, in tema di accordo di composizione della crisi.

Ne consegue che il piano cessa di diritto nel caso di mancato

pagamento, entro novanta giorni dalle scadenze previste, dei

debiti verso la pubblica amministrazione e gli enti gestori di forme

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di previdenza e assistenza obbligatorie, durante la procedura il

soggetto debitore compie atti diretti a frodare le considerazioni dei

creditori e ciò comporta la revoca dell’omologazione del piano.

La legittimazione a richiedere la cessazione degli effetti ricade

sui creditori che presentano istanza in tribunale, nel contraddittorio

con il debitore, nei seguenti casi:

a) la categoria degli atti di frode, quando è stato dolosamente o

con colpa grave aumentato o diminuito il passivo, ovvero

sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’attivo ovvero

dolosamente simulate attività inesistenti;

b) se il proponente non adempie agli obblighi derivanti dal

piano, se le garanzie promesse non vengono costituite o se

l’esecuzione del piano diviene impossibile anche per

ragioni non imputabili al debitore.

Le ipotesi sovra citate sono le uniche espressamente previste dalla

legge, il ricorso deve essere proposto a pena di decadenza entro sei

mesi dalla scoperta e, in ogni caso, non oltre due anni dalla scadenza

del termine fissato per l’ultimo adempimento previsto.

Nel caso in cui il ricorso proposto dinanzi al tribunale sia accolto e,

quindi, gli effetti dell’omologazione del piano del consumatore siano

dichiarati cessati, la norma prevede esplicitamente che tale cessazione

non pregiudichi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede.

69
Contro il provvedimento di revoca o cessazione è proponibile

reclamo, da presentare allo stesso tribunale, il quale decide in

composizione collegiale, di cui non può far parte il giudice che

ha pronunciato il provvedimento stesso32.

Infine, secondo quanto disposto dall’articolo 14-quater, il giudice

può disporre con decreto la conversione di una delle due procedure di

composizione della crisi, di cui alla sezione prima della presente

legge, in quella di liquidazione del patrimonio.

Possiamo dire che attraverso questa procedura introdotta dal d.l.

179/2012 si è cercato di rattoppare quelle situazioni di

sovraindebitamento, laddove le procedure di accordo e del piano non

si siano potute realizzare, ma la conversione della procedura non è

automatica deve essere esplicitamente richiesta al giudice e, i

soggetti legittimati sono sia il debitore che i creditori.

Tale richiesta è ammissibile soltanto quando si verificano una

delle ipotesi di annullamento, risoluzione o cessazione degli

effetti dell’omologazione dell’accordo o del piano, ex articolo 11,

quinto comma, e articolo 14-bis commi primo e secondo.

32
art. 737 e seguenti del c.p.c.

70
3.4 Procedura di liquidazione

Una delle novità di maggior spessore, introdotte dalla riforma della

legge n. 3 del 2012, è costituita dalla previsione della procedura di

liquidazione del patrimonio33.

Con questa parte della disciplina contenuta in dieci articoli

(dall’art. 14 ter all’art. 14 duodecies), il legislatore ha cercato di

colmare aderendo alla raccomandazione della Banca Mondiale34

secondo la quale “uno dei principali propositi di questa relazione è la

riabilitazione economica del debitore” una delle lacune più vistose

della prima versione della legge n.3 del 2012.

Nella prima versione di adozione della L. n.3/2012, la liquidazione

era considerata solo come la fase esecutiva dell’accordo di

composizione della crisi, con la novellazione della legge, che ha

permesso di colmare la lacuna creatasi in prima battuta (ad esempio

mancavano tutte le situazioni da annullamento, risoluzione, revoca o

33
DI MARZIO, La” nuova” composizione della crisi da sovraindebitamento,
2013 edizioni Giuffrè
34
La presente relazione riguarda l'insolvenza delle persone fisiche che seguono
questa struttura: una prima parte introduce gli obiettivi e la natura della relazione,
tratta questioni generali e descrive i fondamenti di un sistema per il trattamento
dell'insolvenza delle persone fisiche. La seconda parte della relazione analizza le
principali caratteristiche giuridiche del sistema per il trattamento dell'insolvenza
delle persone fisiche: all'interno di questo sistema, le domande più rilevanti sono
analizzate in modo approfondito, ossia la progettazione del sistema e il quadro
istituzionale, l'accesso al sistema, la partecipazione dei creditori, le soluzioni al
processo di insolvenza e il discarico. L'obiettivo principale della presente relazione è
fornire orientamenti sulle caratteristiche di un regime di insolvenza efficace per le
persone fisiche e sulle opportunità e sfide incontrate nello sviluppo di tale regime. A
questo proposito, la relazione sensibilizza sull'importanza di un regime per il
trattamento dell'insolvenza delle persone fisiche ed esplora i vantaggi e gli svantaggi
delle soluzioni ai numerosi problemi pratici che devono essere affrontati nella
progettazione di un regime di insolvenza per persone fisiche.

71
cessazione) e grazie anche all’introduzione dell’istituto

dell’esdebitazione , la liquidazione è divenuta una procedura

alternativa per risolvere la crisi da sovraindebitamento.

La presente disciplina sembra ispirarsi alle materie di fallimento,

essendo essa fondata sulla procedura della liquidazione del patrimonio

del fallito, andando così ad affiancare le altre due procedure di

composizione della crisi previste dalla legge: l’accordo o il piano del

consumatore.

L’elemento che differenzia tale procedura dalle altre due è il

carattere della volontarietà, attraverso il quale il soggetto che deve

essere non fallibile (imprenditore commerciale sotto soglia,

professionista, ente non commerciale, imprenditore agricolo,

consumatore ) oppure il creditore stesso,può accedere alla procedura,

tramite apposita domanda che può essere proposta su istanza del

debitore o dei creditori in seguito alla cessazione degli effetti

dell’accordo (art.11 comma 5), dell’annullamento e della risoluzione e

cessazione degli effetti dell’omologazione del piano del consumatore

(art.14 bis).

La L. n. 3/2012 definisce in maniera grossolana sia le attività

dell’organo giudiziario sia la figura del liquidatore, infatti attraverso

l’art. 14 decies, dispone che il liquidatore esercita ogni azione prevista

dalla legge finalizzata a conseguire la disponibilità dei beni compresi

nel patrimonio da liquidare e comunque correlata con lo svolgimento

72
dell’attività di amministrazione di cui all'articolo 14-novies, il

liquidatore può altresì esercitare le azioni volte al recupero dei crediti

compresi nella liquidazione.

La liquidazione del patrimonio del debitore può essere

essenzialmente ripartita nelle seguenti fasi:

1. apertura della procedura;

2. accertamento del passivo;

3. liquidazione dell’attivo.

La procedura di liquidazione del patrimonio si apre con il deposito,

presso il Tribunale competente , da parte del debitore sovraindebitato,

di un’istanza in cui chiede la liquidazione di tutti i suoi beni, o come

detto mediante un’istanza di conversione delle procedure di accordo o

piano del consumatore.

Con la domanda sono allegati i documenti cui l’art 9 commi 2 e 3

(elenco: dei creditori e delle somme dovute, dei beni del debitore,

degli atti dispositivi compiuti negli ultimi cinque anni e delle spese

correnti necessarie al sostentamento del debitore e della di lui

famiglia; stato di famiglia del debitore; dichiarazioni dei redditi degli

ultimi tre anni; qualora il debitore svolga attività d’impresa, copia

conforme delle scritture contabili degli ultimi tre esercizi), oltre che

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una relazione particolareggiata dell’Organismo di composizione

della crisi, che contenga necessariamente35:

a) L' indicazione delle cause dell'indebitamento e della

diligenza impiegata dal debitore persona fisica

nell'assumere volontariamente le obbligazioni;

b) l'esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore

persona fisica di adempiere le obbligazioni assunte;

c) il resoconto sulla solvibilità del debitore persona fisica negli

ultimi cinque anni;

d) l'indicazione della eventuale esistenza di atti del debitore

impugnati dai creditori;

e) il giudizio sulla completezza e attendibilità della

documentazione depositata a corredo della domanda.

Con il deposito della domanda di ammissione alla procedura

di liquidazione del patrimonio, è sospeso il decorso degli interessi

convenzionali o legali, fino alla chiusura della procedura, a meno che i

crediti non siano garantiti da ipoteca, pegno o privilegio e fatto salvo

quanto disposto dagli artt. 2749,2788 e 2855, commi 2 e 3, c.c..

35
3 A cura della Commissione Crisi da Sovraindebitamento-Area procedure
concorsuali, Linee guida sulla cisi da sovraindebitamento di cui alla legge n. del 27
gennaio 2012 e successive modifiche e integrazioni, Roma, 2015

74
E’ prevista l’inammissibilità della domanda, se la

documentazione prodotta non consenta la puntuale ricostruzione

della situazione economica e patrimoniale del debitore.

Sono esclusi dalla liquidazione: i crediti impignorabili36; i

crediti aventi natura alimentare e di mantenimento, stipendi, salari,

pensioni e ciò che il debitore guadagna con la propria attività, nei

limiti, definiti dal Giudice, di quanto occorra al mantenimento suo e

della sua famiglia; i frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei

figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i loro frutti, salvo quanto

disposto dall’art. 170 c.c.37; le cose impignorabili per disposizione di

legge.

Pervenute le domande il liquidatore predispone un progetto di

stato passivo, dove verifica l’elenco dei creditori e l’attendibilità

della documentazione allegata, formando l’inventario dei beni da

liquidare.

Egli comunica, quindi, a tutti i creditori le modalità di

presentazione della domanda di partecipazione alla liquidazione, in

particolare: la possibilità di trasmissione della stessa a mezzo p.e.c., o

con altro mezzo di cui vi sia prova dell’avvenuta ricezione; la

36
ex art. 545 c.p.c
37
L'esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può avere luogo per
debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni
della famiglia

75
data entro cui depositare la domanda di partecipazione; la data

entro cui verrà trasmesso lo stato passivo.

La domanda che può essere di partecipazione alla

liquidazione, ma anche di restituzione o rivendicazione di beni

mobili o immobili, deve essere proposta con ricorso, con

l’indicazione:

 delle generalità del creditore;

 della determinazione della somma che si intende far valere

nella liquidazione o la descrizione del bene che si rivendica

o di cui si chiede la restituzione;

 della sintetica esposizione degli elementi di fatto e di diritto

posti a base della domanda;

 dell’indicazione dell’eventuale titolo di prelazione di cui si

chiede il riconoscimento;

 dell’indicazione dell’indirizzo p.e.c. o del numero di fax o

l’elezione di domicilio presso un comune del circondario

presso cui ha sede il Tribunale; in assenza di

quest’ultima indicazione, tutte le successive comunicazioni

verranno effettuate mediante deposito presso la cancelleria

del Tribunale.

Al ricorso va allegata la documentazione comprovante le richieste

di cui si chiede il riconoscimento, una volta pervenute le domande

76
di partecipazione alla liquidazione presentate dai creditori, il

liquidatore predispone un progetto di stato passivo, che comprende un

elenco dei titolari dei diritti sui beni mobili e immobili in proprietà o

in possesso del debitore, comunicandolo agli interessati e assegnando

loro un termine di quindici giorni per le osservazioni.

In presenza di osservazioni, se ritenute fondate, il liquidatore,

scaduto il termine per la loro proposizione, predispone un nuovo

progetto di stato passivo, da trasmettere nuovamente ai creditori e

fissando un nuovo e ulteriore termine di quindici giorni per le ulteriori

repliche, qualora le contestazioni non risultino componibili, il

liquidatore rimette gli atti al Giudice, che provvede alla definitiva

formazione dello stato passivo, il provvedimento del Giudice è

impugnabile con reclamo e lo stesso non potrà far parte del Collegio

giudicante.

Qualora vi fossero osservazioni (come previsto dall’art. 14 octies

comma 3), se ritenute fondate dal liquidatore entro il termine di

quindici giorni dalla ricezione dell'ultima osservazione egli

predispone un nuovo progetto. Tale progetto viene trasmesso di nuovo

ai creditori e viene fissato un nuovo e ulteriore termine di quindici

giorni per eventuali osservazioni.

Qualora vi fossero ulteriori osservazioni alle quali non si riesce

trovare un accordo, il liquidatore rimette gli atti al giudice, il quale

provvederà in via definitiva a formare il passivo, nel caso invece in

77
cui non vi fossero osservazioni, il liquidatore semplicemente approva

il passivo dando comunicazione alle parti.

Si entra così nella fase di liquidazione dell’attivo quando il

liquidatore, entro trenta giorni dalla formazione dell’inventario,

elabora un piano di liquidazione in modo che possa garantire la

ragionevole durata della procedura.

Il liquidatore amministra il patrimonio da liquidare, che può essere

composto da: crediti, beni mobili e immobili, ivi compresi gli

accessori, le pertinenze e i frutti, esercitando ogni azione prevista dalla

legge che consenta di conseguire la disponibilità dei beni e di

recuperare i crediti compresi nel patrimonio del debitore, inoltre il

liquidatore può subentrare nelle procedure esecutive pendenti.

Qualora all’interno del patrimonio vi fossero crediti per i

quali l’incasso risulta improbabile nei successivi quattro anni al

deposito della domanda, i crediti potranno essere oggetto di

cessazione da parte del liquidatore.

Le vendite e gli altri atti di liquidazione posti in esecuzione dal

programma di liquidazione sono effettuate dal liquidatore tramite

procedure competitive anche avvalendosi di soggetti specializzati,38

38
I requisiti di onorabilità e professionalità dei soggetti specializzati e degli
operatori esperti dei quali il liquidatore può avvalersi ai sensi del comma 1, nonché i
mezzi di pubblicità e trasparenza delle operazioni di vendita sono quelli previsti dal

78
sulla base di stime effettuate, salvo il caso di beni di modesto valore

da parte di operatori esperti, assicurando con adeguate forme di

pubblicità la massima informazione e partecipazione degli interessati.

Prima del completamento delle operazioni di vendita, il

liquidatore informa degli esiti delle procedure il debitore, i

creditori e il giudice, in ogni caso, quando ricorrono gravi e

giustificati motivi, il giudice può sospendere con decreto motivato

gli atti di esecuzione del programma di liquidazione, se alla data

di apertura della procedura di liquidazione sono pendenti

procedure esecutive il liquidatore può subentrarvi.

Il Giudice, sentito il liquidatore e verificata la conformità

degli atti dispositivi al programma di liquidazione, autorizza con

decreto: lo svincolo delle somme; ordina la cancellazione della

trascrizione del pignoramento e delle iscrizioni relative ai diritti di

prelazione, nonché di ogni altro vincolo, ivi compresa la trascrizione

del decreto di apertura della liquidazione e dichiara la cessazione di

ogni altra forma di pubblicità disposta.

I crediti sorti in occasione o in funzione della liquidazione sono

soddisfatti con preferenza rispetto agli altri, fatta eccezione per il

ricavato dalla liquidazione dei beni oggetto di pegno o ipoteca, per la

parte destinata ai creditori garantiti.

regolamento del Ministro della Giustizia di cui all' art. 107, settimo comma, del
regio decreto 16 marzo 1942, n. 267. (Comma 4 , dell’art. 14 novies).

79
I beni e i crediti sopravvenuti nei quattro anni successivi al

deposito della domanda costituiscono oggetto della procedura di

liquidazione, dedotte le spese sostenute dal debitore per l’acquisto e la

conservazione dei beni e dei crediti medesimi fino al momento

dell’apprensione all’attivo da liquidare, è onere del debitore integrare

l’inventario dei beni da liquidare.

La procedura rimane aperta sino alla completa esecuzione del

programma di liquidazione e, in ogni caso (e in deroga all’art. 2, legge

24 marzo 2001, n. 89), per i quattro anni successivi al deposito della

domanda, come già precisato, un chiaro iter procedimentale in

relazione alla fase di chiusura, si potrebbe mutuare lo schema

operativo dettato dall’accertamento del passivo, con la presentazione

di un rendiconto da trasmettere ai creditori e in caso di osservazioni

non conciliabili, il ricorso all’approvazione del Giudice.

3.5 L’esdebitazione

Da ciò che è stato esplicato nel precedente paragrafo riguardo la

procedura di liquidazione si evince che quest’ultima costituisce il

“lasciapassare”per l’esdebitzione.

Il fulcro dei procedimenti per il sovraindebitamento è stato

finalmente introdotto nella Legge 3. del 2012 dalla l. 221/2012 di

conversione del d.l. 179/2012 in conseguenza della previsione di un

procedimento liquidativo del patrimonio.

80
Nonostante il tentativo di colmare la disparità di trattamento tra il

debitore commerciale e quello civile, numerose erano le lacune

che la legge aveva creato per l’appunto al debitore commerciale,

cui la legge fallimentare prevede che il soggetto possa beneficiare di

tale istituto, tramite l’esdebitazione al debitore viene data

l’opportunità di liberarsi dalla propria situazione debitoria,

cancellando i debiti che non sono stati soddisfatti all’interno

dell’accordo o del piano a patto che si tratti di persona fisica

considerata “meritevole”39.

Al debitore viene data quindi l’opportunità di effettuare un fresh

start ossia la possibilità di ripartire all’interno del mercato, senza

avere il peso dei creditori non soddisfatti, la normativa sembra quindi

privilegiare la risoluzione della crisi da sovraindebitamento e nello

specifico senza voler risanare il sovraindebitamento così detto

passivo, cioè quello derivante da eventi da fattori che non dipendono

dalla volontà del soggetto (malattia, licenziamento, crisi economica

etc.).

Come già accennato in precedenza, il legislatore ha ritenuto che il

soggetto deve essere meritevole di poter usufruire di tale strumento, a

tal riguardo l’art. 14.terdecies al comma 1 specifica che le condizioni

di meritevolezza del debitore ricorrono quando:

39
Art. 14-terdecies comma 1

81
 abbia cooperato al regolare ed efficace svolgimento della

procedura, fornendo tutte le informazioni e la

documentazione utili, nonché adoperandosi per il

proficuo svolgimento delle operazioni;

 non abbia in alcun modo ritardato o contribuito a ritardare

lo svolgimento della procedura;

 non abbia beneficiato di altra esdebitazione negli otto anni

precedenti la domanda;

 non sia stato condannato, con sentenza passata in giudicato,

per uno dei reati previsti dall'art.16;

 abbia svolto, nei quattro anni di cui all' art. 14-undecies,

un’attività produttiva di reddito adeguata rispetto alle

proprie competenze e alla situazione di mercato o, in ogni

caso, abbia cercato un'occupazione e non abbia

rifiutato, senza giustificato motivo, proposte di impiego;

 siano stati soddisfatti, almeno in parte, i creditori per titolo e

causa anteriore al decreto di apertura della liquidazione.

All’istituto si accede, automaticamente nel caso in cui il debitore

abbia depositato e sia stato omologato l’accordo oppure il piano, dopo

la chiusura della procedura di liquidazione (come conseguenza).

Al debitore viene data la possibilità di presentare la proposta di

esdebitazione entro l'anno successivo alla chiusura della liquidazione:

sentiti i creditori non integralmente soddisfatti e verificate le

82
condizioni di cui ai commi 1 e 2, il Giudice dichiara inesigibili nei

suoi confronti i crediti non soddisfatti integralmente40 .

Il provvedimento di esdebitazione è revocabile in ogni momento,

su istanza dei creditori, se risulta:

 non adempiente agli obblighi derivanti dal piano, se le

garanzie promesse non vengono costituite o se l’esecuzione

del piano diviene impossibile anche per ragioni non

imputabili al debitore. In ogni caso, entro un anno dalla

scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento

previsto dal piano.

 che è stato dolosamente o con colpa grave aumentato o

diminuito il passivo, ovvero sottratta o dissimulata una

parte rilevante dell'attivo ovvero simulate attività

inesistenti.

Mentre l'esdebitazione è esclusa quando il sovraindebitamento del

debitore è imputabile ad un ricorso al credito colposo e

sproporzionato rispetto alle sue capacità patrimoniali (ovvero lo

status di sovraindebitamento non deve essere prevedibile), e quando il

debitore, nei cinque anni precedenti l'apertura della liquidazione o nel

corso della stessa, ha posto in essere atti in frode ai creditori,

40
I creditori non integralmente soddisfatti possono proporre reclamo (comunque
a tutti gli interessati è data la disponibilità di proporre reclamo) ai sensi dell'art. 739
del codice di procedura civile di fronte al tribunale e del collegio non fa parte il
giudice che ha emesso il decreto.

83
pagamenti o altri atti dispositivi del proprio patrimonio, ovvero

simulazioni di titoli di prelazione, allo scopo di favorire alcuni

creditori a danno di altri (in tal senso si vuole punire il debitore che ha

violata la par condicio creditorum).

All’interno dell’operato dell’esdebitazione troviamo alcune

categorie di debiti che non vi rientrano, i quali risultano essere:

a) i debiti derivanti da obblighi di mantenimento e alimentari;

b) i debiti da risarcimento dei danni da fatto illecito

extracontrattuale, nonché per le sanzioni penali ed

amministrative di carattere pecuniario che non siano

accessorie a debiti estinti;

c) per i debiti fiscali che, pur avendo causa anteriore al

decreto di apertura delle procedure di cui alle sezioni

prima e seconda del presente capo, sono stati

successivamente accertati in ragione della sopravvenuta

conoscenza di nuovi elementi.

In sostanza “Il legislatore ha continuato a ragionare in una

logica premiale, accentuando peraltro il rigore già previsto per

l’esdebitazione del fallito, siamo quindi molto lontani dalla più

liberale concezione americana che vede il discharge41 come un

passaggio necessario per assicurare il fresh start, la possibilità di

41
Estinzione del debito

84
ricominciare daccapo, senza condizionamenti dovuti al passato”.

Eppure è probabile che, vista la durata minima imposta alla

liquidazione e lo spossessamento che allunga la sua mano per i

quattro anni successivi all’apertura della procedura, facendo sì

che i beni sopravvenuti possano andare a pagare debiti pregressi

rimasti insoddisfatti, la sua portata effettiva sia veramente ridotta

mentre l’aspetto beneficiario è significativamente ridotto.

3.6 Legge 123/2015

Con l’introduzione del D.L. 83/2015, rubricato “misure urgenti in

materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e

funzionamento dell’amministrazione giudiziaria”, il Legislatore ha

introdotto alcune modifiche idonee alla razionalizzazione di alcuni

istituti del processo civile, con particolare attenzione alla fase

esecutiva.

Il Decreto, convertito in legge dalla L. 132/2015 in data

20/08/2015, ha come obbiettivo quello di operare uno snellimento

della fase esecutiva del processo e, in generale, di apprestare delle

tutele al debitore pignorato al fine di garantirne l’”incolumità”

economica.

Una novità riguarda i nuovi limiti sulla pignorabilità delle pensioni,

che sono stati profondamente rivisti, la riforma sul punto ha previsto

che “le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità

85
che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza42, non

possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla

misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà.

La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal

terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di

legge”.

Il Legislatore, dunque, ha individuato una soglia minima c.d.

“vitale”, al di sotto della quale non è possibile operare un

pignoramento coattivo della somma erogata dall’Ente Previdenziale.

Tale fictio iuris si è resa necessaria al fine di non andare a ledere

una somma (proteggendola con il vincolo della impignorabilità), per

sua natura, adibita al sostentamento della persona.

La riforma ha previsto che, nel caso di violazione dei limiti imposti

dalla nuova normativa, le somme eccedenti le soglie sopra evidenziate

vengano automaticamente ridotte all’interno dei canoni di legge ed il

pignoramento debba essere considerato parzialmente inefficace.

Questa novità, insieme alle altre introdotte dal testo della norma,

costruiscono delle nuove tutele per il debitore pignorato andando a

42
trattamento attribuito di diritto al dipendente di ruolo collocato a riposo,
comprendente la liquidazione e la pensione, nel linguaggio giuridico: quiescenza di
un diritto, sospensione di un diritto per cause temporanee.

86
disegnare un processo esecutivo maggiormente improntato sul favour

debitoris.

Oltre ai nuovi limiti di pignorabilità delle pensioni il D.L. 83/2015

ha previsto un generale abbattimento di alcuni termini processuali,

riferiti alla fase esecutiva del processo, inoltre la riforma ha ridotto a

45 giorni (prima 90) il termine per richiedere l’assegnazione o la

vendita dei beni pignorati e a 60 giorni (prima 120) quello per il

deposito dell’istanza di vendita.

La modifica sopra descritta ha come ratio la riduzione dei tempi

processuali, missione già portata avanti da altri Governi in altri testi

legislativi (i.e. L. 12/2014).

I dubbi, sempre presenti, in legiferazioni di questo tipo è se sia

effettivamente possibile ridurre/accelerare il carico dei Giudici con il

solo abbattimento dei termini processuali, senza, prevedere degli

idonei strumenti di snellimento dei ruoli dei Giudicanti che risultano,

sempre di più, carichi.

La norma, infatti, non prevede un iter esecutivo ad hoc “rapido”,

per il soddisfacimento delle pretese creditorie, ma, ne abbatte solo i

termini rischiando, dunque, di provocare non il riconoscimento veloce

del diritto vantato ma la sua inesorabile decadenza.

87
Il D.L. 83/2015, inoltre, ha introdotto il quarto comma, all’interno

dell’art. 495 c.p.c. stabilendo che: “Quando le cose pignorate siano

costituite da beni immobili o cose mobili, il giudice con la stessa

ordinanza può disporre, se ricorrono giustificati motivi, che il debitore

versi con rateizzazioni mensili entro il termine massimo di trentasei

mesi la somma determinata a norma del terzo comma, maggiorata

degli interessi scalari al tasso convenzionale pattuito ovvero, in

difetto, al tasso legale. Ogni sei mesi il giudice provvede, a norma

dell’articolo 510, al pagamento al creditore pignorante o alla

distribuzione tra i creditori delle somme versate dal debitore”.

Con la disposizione sopra riportata il Legislatore ha concesso al

debitore la possibilità di usufruire del rimedio della “conversione del

pignoramento”, mediante un pagamento dilazionato.

La conversione del pignoramento è un meccanismo giudiziale che

permette al debitore di chiedere la sostituzione della cosa pignorata

con una somma di denaro, pari all’importo delle spese e dei crediti del

creditore pignorante. La conversione del pignoramento viene ammessa

dal giudice dell’esecuzione con ordinanza, nella quale si dispone che

le cose pignorate siano liberate e che la somma sia sottoposta a

pignoramento.

Alla luce della modifica sopra descritta, dunque, sarà permesso al

debitore di sostituire una somma di denaro alla cosa pignorata e di

rateizzare tale importo entro un massimo di 36 mesi, lo strumento,

88
come i precedenti sopra riportati, tende a diminuire/determinare i

procedimenti incardinati presso i tribunali al fine di snellire l’accesso

alla giustizia e di velocizzarne le determinazioni.

Altra novità introdotta, riguarda la forma del precetto, atto volto a

far adempiere, al debitore, un obbligo risultante da un titolo esecutivo.

La novella ha previsto che, all’interno dell’atto di precetto, il

debitore precettato venga informato della possibilità di usufruire di un

organismo di composizione della lite, utile al fine di addivenire ad una

soluzione transattiva della controversia.

Il decreto in particolare stabilisce che: ”Il precetto deve altresì

contenere l’avvertimento che il debitore può, con l’ausilio di un

organismo di composizione della crisi o di un professionista nominato

dal giudice, porre rimedio alla situazione di sovraindebitamento

concludendo con i creditori un accordo di composizione della crisi o

proponendo agli stessi un piano del consumatore”.

Lo scopo della norma, sopra riportata, è quello di concedere al

debitore uno strumento idoneo alla gestione del sovraindebitamento,

evitando, dunque, l’aggravio di spese dovuto alla conclusione del

processo di esecuzione, lo strumento, introdotto dal Legislatore, si

pone come obbiettivo quello della gestione del debito mediante il

raggiungimento di un accordo con i creditori, infatti, l’omissione al

possibile esercizio di tale facoltà, sarà rivendicabile, dal debitore

89
precettato, con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi ex

articolo 617 del codice di procedura civile.

La riforma sopra discussa si è presa carico delle istanze di tutela del

debitore e di celerità dei procedimenti cercando di risolvere alcuni dei

problemi contagiosi alla giustizia italiana.

3.7 Legge delega 19 ottobre 2017

L’11 ottobre 2017 in senato è stato approvato in via definitiva il

disegno di legge recante delega al Governo per la riforma delle

discipline della crisi di impresa e dell'insolvenza senza che venissero

apportate modifiche al testo già approvato dalla Camera.

Tra le novità più significative si ricorda che il termine fallimento

scompare dall’ordinamento giudiziario italiano ed è sostituito dal

termine liquidazione giudiziale; il curatore assume il ruolo di guida

con poteri maggiori rispetto a quelli attuali.

Un’altra novità rilevante è rappresentata da una fase preventiva di

allerta, attivabile direttamente dal debitore o d’ufficio dal tribunale.

L’imprenditore che attiva tempestivamente l’allerta godrà di misure

premiali, tra cui la non punibilità dei reati fallimentari se il danno

patrimoniale è di speciale tenuità, attenuanti per gli altri reati e

riduzione di interessi e sanzioni per debiti fiscali.

90
I contenuti della legge delega di riforma delle procedure

concorsuali derivano per la gran parte dai lavori della cd.

Commissione Rordorf, istituita con decreto del Ministro della giustizia

28 gennaio 2015 e sintetizzati in una relazione finale nel dicembre

dello stesso anno.

Il lavoro della Commissione ha, in particolare, mirato alla

razionalizzazione e semplificazione dei procedimenti previsti dalla

legge fallimentare del 1942 attraverso una riforma della disciplina

concorsuale non più basata su interventi episodici o emergenziali,

bensì organica e sistematica.

Architrave dei lavori della Commissione sono stati, sia il favore

per gli strumenti volti a garantire la continuità aziendale (con la

previsione di misure di allerta per la precoce emersione dello

stato di crisi dell’impresa) sia la previsione di una procedura

iniziale unica, destinata in un secondo momento ad evolversi in senso

favorevole o meno alla continuità dell’attività impresa43.

La legge 19 ottobre 2017 n. 155 , strutturata in 16 articoli divisi in

3 Capi: Capo I (articoli 1-2) reca disposizioni generali, Capo II

(articoli 3-15) detta principi e criteri direttivi per la riforma della

disciplina delle procedure di crisi e dell'insolvenza, Capo III

(articolo 16) prevede disposizioni finanziarie, delega il Governo, entro

43
DOSSIER 26 NOVEMBRE 2018, Codice della crisi di impresa e dell’insolvenzain
attuazione alla legge 19 ottobre 2017, n. 155, Senato della Repubblica

91
12 mesi dall'entrata in vigore della stessa, ad adottare uno o più decreti

legislativi preordinati a riformare:

Tra i principi generali indicati dalla legge delega i più rilevanti

sono:

 l’eliminazione del termine “fallimento”, che sarà

sostituito con l'espressione “liquidazione giudiziale”;

l’abrogazione dell'istituto della dichiarazione di

fallimento d'ufficio dalla disciplina dell'amministrazione

straordinaria delle grandi imprese in crisi;

 la riforma dovrà distinguere i concetti di stato di crisi e di

insolvenza: quest'ultima rimarrà tale, mentre la crisi sarà

configurata come probabilità di futura insolvenza;

 l’adozione di un unico modello processuale per

l'accertamento dello stato di crisi o di insolvenza del

debitore, che ricalchi la procedura per la dichiarazione di

fallimento attualmente disciplinato dall'art. 15 L.F., con

caratteristiche di particolare celerità, anche in fase di

reclamo contro il provvedimento che dichiara la crisi o

l'insolvenza;

 l’applicazione del modello processuale unico a tutte le

categorie di di debitori: persone fisiche o giuridiche, enti

collettivi, consumatori, professionisti o imprenditori che

esercitano attività commerciale, artigianale o agricola.

92
Restano esclusi soltanto gli enti pubblici.

l’individuazione dell'autorità giudiziaria competente per

territorio in base alla nozione di “centro degli interessi

principali del debitore”;

 la trattazione prioritaria alle proposte volte a superare la

crisi assicurando la continuità aziendale, mentre si

ricorrerà alla liquidazione giudiziale solo se manca la

proposta di un'idonea soluzione alternativa;

 semplificare e uniformare la disciplina dei vari riti

speciali previsti dalle disposizioni in materia

concorsuale;

 notifiche via pec nei confronti del debitore professionista

o imprenditore agli indirizzi risultanti dal registro delle

imprese o da INI-PEC;

 riduzione di costi e durata delle procedure concorsuali,

riduzione delle ipotesi di prededuzione,

responsabilizzazione degli organi di gestione; maggiore

specializzazione dei giudici addetti alle procedure

concorsuali;

 istituzione di albo di soggetti cui affidare incarichi di

gestione o di controllo nell'ambito delle procedure

concorsuali, con specifici requisiti di professionalità,

indipendenza ed esperienza;

93
 conciliare le procedure di gestione della crisi e

insolvenza dei datori con la tutela dell'occupazione e del

reddito dei lavoratori.

Con la presente legge, assistiamo anche a un rafforzamento dei

poteri del curatore il quale detiene i poteri di accesso alle banche dati

delle PA per assicurare l'effettività dell'apprensione dell'attivo

liquidatorio ed è legittimato a promuovere o proseguire una serie di

azioni giudiziali che sono attualmente promosse dai soci o dai

creditori sociali: azione sociale di responsabilità, azione dei creditori

sociali (art. 2394 c.c.), azione contro i soci che hanno

intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi

per la società (art. 2476, settimo comma, c.c.), azioni di responsabilità

verso società o enti che esercitano attività di direzione e

coordinamento di società (art. 2497 c.c.).

Riguardo alla materia del sovraindebitamento anzitutto, va

sottolineato come l'intervento chiarificatore richiesto al Governo

debba procedere nel senso del riordino e della semplificazione: la

legge n. 3/2012 infatti, è stata accompagnata nell'applicazione da

pesanti dubbi interpretativi, essendo, in alcuni passaggi, sintetica e

criptica.

La scelta dei primi interpreti è stata quella di sciogliere i dubbi

accostando la procedura da sovraindebitamento alle procedure

concorsuali, l'effetto, in alcuni casi, è stato quello di travisare lo spirito

94
della legge, offrendo soluzioni poco soddisfacenti sul piano pratico

che hanno penalizzato molto il ricorso all'istituto.

Anzitutto, l'art. 9, lett. a), prevede che la procedura sia estensibile

ai soci illimitatamente responsabili di società di persone, questa

soluzione appare coerente con l'impianto normativo delegato,

soprattutto con riferimento articolo 2, comma 1, lett. e) laddove vi è il

superamento il discrimen rispetto all'applicazione delle procedure,

attraverso una considerazione univoca dei soggetti.

Difatti, già in via interpretativa, la giurisprudenza aveva

individuato alcuni parametri e ricostruito il sistema dei principi

escludendo l'applicabilità della normativa ai soci illimitatamente

responsabili solo quando il fallimento della società si fosse chiuso per

insufficienza di attivo.

Sempre secondo quanto statuito alla lett. a), il Governo dovrà

individuare i criteri di coordinamento nella gestione delle procedure

da sovraindebitamento riguardanti più membri della stessa famiglia.

Invero questa puntualizzazione del legislatore delegato è la risposta

che, sul piano pratico, la giurisprudenza ha già offerto, consentendo la

proposizione di piani del consumatore congiunti, ad esempio, ai

coniugi, laddove, questi fossero stati entrambi richiedenti e/o garanti

di finanziamenti contratti per la famiglia, l'estensione agli altri

membri consente di aprire scenari nuovi, allargando la possibilità di

95
presentazione del piano, ovvero, dell'accordo anche ai conviventi o a

membri della famiglia legati da altro grado di parentela.

In linea con lo spirito della riforma va letta la lett. b), comma 1,

dell'art.9, laddove delega al Governo la disciplina di soluzioni che

siano dirette a promuovere la continuazione dell'attività svolta dal

debitore, nonché, le modalità di una loro eventuale conversione nelle

soluzioni liquidatorie.

Viene, altresì, enfatizzato l'aspetto legato alla colpa grave, alla

mala fede o alla frode del debitore, laddove, viene consentita al solo

debitore consumatore solo la soluzione liquidatoria con esclusione

della esdebitazione quando la situazione di crisi o di insolvenza sia

stata, per l'appunto, determinata da un suo comportamento gravemente

colposo o fraudolento.

La legge delega, superando il disposto dell'attuale normativa sul

sovraindebitamento, riserva l'esame della meritevolezza ai soli casi in

cui il debitore non è in grado di offrire ai creditori alcuna utilità,

diretta o indiretta, nemmeno futura (art. 9, lett. c), ma al solo fine di

consentire al debitore di accedere all'esdebitazione a seguito della

procedura di liquidazione . In tutte le altre ipotesi, garantendosi, cioè,

ai creditori un'utilità, diretta o indiretta, anche futura, infatti, il

debitore-consumatore è ammesso alla procedura di

sovraindebitamento indipendentemente dalla cd. meritevolezza ,

96
escludendo l'art. 9, lett. b), l'accesso al piano del consumatore nei soli

casi di colpa grave, malafede o frode del debitore.

Nei casi di assenza di dolo, colpa grave o frode del debitore,

dunque, l'interesse del debitore è sempre prevalente rispetto a quello

dei creditori, determinandosi un'inversione rispetto a quanto previsto

dall'attuale normativa sul sovraindebitamento nella quale l'interesse

dei creditori, conformemente alla disciplina fallimentare , costituisce

la finalità principale delle tre procedure previste dalla legge n. 3/2012,

la "stella polare" dell'ordinamento in materia di sovraindebitamento,

come chiaramente evincibile prima dall'art. 12 bis, comma 3, e poi dal

disposto degli art. 12, comma 2 , e 12 bis, comma 4 , che riguardano la

convenienza cd. economica della procedura di accordo e di piano. Con

la riforma che il legislatore delegato intende proporre, invece,

l'interesse del debitore (anche lievemente colpevole) diviene un

valore-fine, nel senso che, indipendentemente dalla continuazione

dell'attività d'impresa, i diritti dei creditori devono soccombere "sin,

forse, ad essere pretermessi", come dimostra anche l'art. 9, lett. g), che

prevede l'introduzione di misure protettive del patrimonio del debitore

simili a quelle già disciplinate nel concordato preventivo. Ma ciò

sempre che l'alternativa liquidatoria non appaia maggiormente

conveniente per i creditori.

Il requisito della meritevolezza rileva, a ben vedere, anche in

relazione alle finalità dell'accesso al credito. Sul punto, però, occorre

97
una precisazione. Nella fase dell'erogazione del credito assume

rilevanza solo il merito creditizio che fa riferimento , sulla base di un

giudizio di prognostico, esclusivamente alla capacità del debitore di

restituire il credito e non alla valutazione dell'impiego che ne farà il

consumatore.

Alla valutazione del merito creditizio deve fare necessariamente

riferimento l'organismo di composizione della crisi in sede di

redazione della relazione ex art. 9, comma 3 bis, l.n. 3/2012. Essendo

escluso il giudizio di meritevolezza del debitore , è abbastanza

evidente l'incidenza nel giudizio di omologazione del piano del

consumatore della (corretta) valutazione del merito creditizio del

richiedente operata dall'organismo di composizione della crisi; dovrà,

infatti, senz'altro ritenersi non colpevole il debitore al quale sia stato

concesso credito all'esito di una completa, trasparente e consapevole

istruttoria del soggetto finanziatore. Viceversa, dovrà ritenersi

doloso/fraudolento, o quantomeno affetto da colpa grave, il

comportamento del debitore che non abbia consentito un sufficiente e

proporzionato scambio di informazioni a favore del soggetto

finanziatore.

La preventiva valutazione del merito creditizio, al momento

dell'erogazione del finanziamento da parte del creditore erogante, non

incide, però, in assenza di una espressa sanzione civilistica collegabile

all'inadempimento dell'obbligo, sulla validità del contratto , né sulla

98
responsabilità del debitore ex art. 2740 c.c. Viceversa si rischierebbe

di introdurre nel sistema un elemento di instabilità dato dalla elisione

della garanzia patrimoniale a seguito dell'errata valutazione del merito

creditizio, nel caso in cui il debitore abbia assunto l'obbligazione

tacendo di comunicare al creditore una serie di circostanze che, se

conosciute, di certo lo avrebbero persuaso a negare l'accesso al

credito.

Questa soluzione parrebbe destinata a sopravvivere alla legge

delega di riforma delle discipline della crisi d'impresa e

dell'insolvenza, che sembra limitarsi a disporre che, in sede di decreto

delegati, vengano previste misure sanzionatorie di natura processuale

a carico del creditore che abbia colpevolmente contribuito

all'aggravamento della situazione di indebitamento (art. 9, lett. l). Il

contratto di finanziamento, dunque, non dovrebbe essere affetto da

alcuna patologia negoziale, essendo la sanzione per il creditore

colpevole limitata all'esclusione del potere di impugnativa e di

opposizione.

Ci si può domandare allora quali conseguenze, sul piano

sostanziale, possono derivare in caso di violazione del merito

creditizio, nell'ipotesi di una concessione abusiva di credito al

consumatore. In particolare ci si intende riferire alla configurabilità di

un'ipotesi di responsabilità del concedente una forma di credito in

violazione del merito creditizio e, quindi, abusivamente rispetto alla

99
capacità di restituzione di un consumatore, già sovra indebitato,

rispetto ad altri creditori che abbiano erogato precedentemente un

finanziamento per così dire meritevole.

L'incapacità del consumatore alla restituzione delle somme oggetto

di finanziamento potrebbe, infatti, non dipendere dalla propria

genetica situazione di difficoltà economica, bensì dal sommarsi di

successive concessioni di credito che, per questo, risultano abusive in

quanto non tengono in debito conto i precedenti impegni finanziari del

consumatore.

Il discorso, fin qui svolto in merito alla concessione abusiva del

credito bancario ben potrebbe riguardare l'ipotesi del consumatore

sovraindebitato per identità di ratio, rappresentata dalla tutela di quei

creditori anteriori che, rispettando la norma sulla verifica del merito

creditizio al momento dell'erogazione del credito, si trovano, poi, a

subire il danno di un consumatore insolvente perché successivamente

sovraindebitato.

Nel caso di specie l'illecito si consuma nella erogazione stessa del

credito, che di per sé, però, non costituisce un fatto dannoso (al

momento della erogazione del credito) essendo - come è stato

efficacemente detto - un contratto in sé neutro.

In relazione alla concessione abusiva di credito bancario è stato

evidenziato che per "concessione abusiva di credito", pur se vi è

100
qualche incertezza in ordine ai suoi esatti lineamenti, s'intende

l'ipotesi in cui una banca eroghi credito (o mantenga il credito già

concesso) in modo "imprudente", nel senso che ha erogato (o

mantenuto) il credito pur conoscendo o dovendo conoscere le

condizioni di grave difficoltà economica del finanziato, e da questa

concessione derivi un danno ingiusto ai creditori del finanziato. In

questo caso la banca viola il dovere di corretta erogazione del credito

e causa un danno ai creditori di quest'ultimo, sia a quelli anteriori e sia

a quelli successivi all'erogazione del credito, per effetto dell'apparenza

di solvibilità creata dal credito irregolarmente concesso e del

conseguente ritardo nella manifestazione "naturale" delle effettive

condizioni patrimoniali di quel soggetto . Tale definizione è stata poi

ripresa e ricostruita dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite che, con

le note sentenze del 2006 , ha definito la concessione abusiva di

credito come il comportamento del soggetto finanziatore che mantiene

"artificiosamente " in vita un'impresa insolvente suscitando nel

mercato (id est: negli altri operatori del mercato) un'"errata

percezione" della realtà finanziaria ed economica dell'impresa

sovvenuta e così inducendo i terzi operatori "a contrattare o a

continuare a contrattare" con tale impresa in una situazione di

sostanziale aggravamento del dissesto, che se avessero conosciuto, si

sarebbero, presumibilmente, astenuti dal contrarre o si sarebbero

attivati per tutelare le proprie ragioni di credito già maturate. Chiarita

la fattispecie, la dottrina ha posto da subito due problemi uno relativo

alla qualificazione giuridica ed un altro relativo all'identità

101
dell'interesse leso dal comportamento di concessione abusiva di

credito.

Secondo l'originario modello enucleato dalla dottrina, il

comportamento della banca nell'erogazione abusiva di credito, quanto

ai terzi, va a violare il principio del neminem laedere e, pertanto, per

consolidato indirizzo dottrinario, la responsabilità che ne viene

originata è stata qualificata come responsabilità aquiliana. Anche

recentemente, secondo parte della dottrina, la responsabilità aquiliana

sarebbe l'unica possibile in quanto dell'illecito lesivo non preesiste un

rapporto giuridico tra banca e terzi danneggiati. Tale ricostruzione è

argomentata sulla base della celebre sentenza n. 500/1999 , con la

quale le Sezioni Unite hanno tratteggiato gli elementi della

responsabilità ex art. 2043 c.c. in un modello di esemplare chiarezza.

Tale fattispecie ben potrebbe evidenziarsi in relazione al

sovraindebitamento del consumatore anzitutto poiché a carico

dell'ente erogatore vi è uno specifico dovere di verifica del merito

creditizio, opportunamente introdotto con l'art. 124 bis TUB che

impone un dovere di screening sulla base di informazioni adeguate.

In secondo luogo in relazione all'identità dell'interesse leso dal

comportamento di concessione abusiva di credito. Nella fattispecie

l'interesse leso non è rappresentato da un diritto di credito, ancorché

nella forma dell'aspettativa, quanto piuttosto nella facoltà del creditore

di autodeterminarsi liberamente e senza condizionamenti nelle scelte

102
economiche. E tale affermazione, se è pacifica quanto ai creditori

divenuti tali successivamente all'atto di erogazione abusiva, varrebbe

anche per coloro che erano già creditori, dissuasi dall'attivarsi nelle

potestà riconosciute dall'ordinamento per l'autotutela del proprio

interesse in caso di pericolo d'insolvenza proprio dalla concessione

(abusiva) del credito da parte dell'ente finanziante.

Proseguendo vanno lette, in concomitanza, con la lett. b), le lettere

f) e g): in dettaglio, la lett. f) espressamente prevede che sia precluso

l'accesso alle procedure di esdebitazione a coloro che siano già stati

esdebitati nei 5 anni precedenti la proposizione della domanda,

ovvero, che abbiano beneficiato del refresh start per due volte, o

ancora siano stati immeritevoli nel senso che ne sia stata accertata la

frode negli atti dai medesimi compiuti.

Analogamente, la lett. g) prevede l'introduzione di misure

protettive simili a quelle previste nel concordato preventivo revocabili

in caso gli atti in frode ai creditori, sia su istanza dei creditori che

d'ufficio.

Al beneficio dell'esdebitazione potranno essere ammesse anche le

persone giuridiche su domanda o con procedura semplificata sempre

ché non vi sia stata frode ai creditori o il volontario inadempimento

del piano o dell'accordo: la lett. i), come enunciata, risponde

all'esigenza di uniformità che ispira la legge delega ai criteri adottati,

in linea generale, all'art. 8 succitato.

103
Si auspica che in merito il legislatore delegato sia particolarmente

chiaro nello specificare quali siano le obbligazioni assoggettabili alla

richiesta di piano e di accordo, difatti, come noto, in base alla

interpretazione della giurisprudenza di legittimità (Cass. n.

1869/2015), vengono ammessi alla procedura di piano quei soggetti,

persone fisiche anche esercenti attività di impresa o professionali che

richiedano l'accesso alla procedura in base ad obbligazioni legate al

consumo, cosicché la previsione di un inadempimento - riferita dalla

lett. i) - a persone giuridiche rispetto al piano (del consumatore) o

all'accordo lascia intendere che anche le persone giuridiche possano

richiedere un piano del consumatore: il dubbio è lecito.

Rivestono poi, significativo rilievo nella impostazione voluta dalla

riforma, le previsioni di cui alla lett. d) ed e) dell'articolo in

commento. Alla lett. d) viene previsto espressamente che nel piano del

consumatore possa essere indicata anche la ristrutturazione dei crediti

derivanti da contratti di finanziamento con cessione del quinto dello

stipendio, con questa previsione la legge delega, ha risolto,

esprimendo l'esigenza di apposita previsione, un problema applicativo

importante che ha interessato la giurisprudenza di merito sulla

computabilità delle somme oggetto di cessione del quinto nel piano o

nell'accordo.

Sul punto, si è potuto affermare in via interpretativa che essendo la

procedura di sovraindebitamento una procedura concorsuale, il

104
creditore chirografario pignorante il quinto dello stipendio per la parte

che residui impagata alla data dell'apertura del concorso, non potrà

continuare a riscuotere il (non più suo) quinto fino a soddisfazione

integrale, ma dovrà subire la falcidia come tutti gli altri poiché

l'esecuzione forzata per lui non è ancora terminata, e non può essere

portata ad ulteriore complimento, il cessionario del quinto, infatti, non

beneficia di un effetto definitivo come nel caso di cessione del credito

tout court, ma soltanto di una modalità di riscossione che diventa

incompatibile con la procedura da sovraindebitamento e con la par

condicio, con riferimento al debito che residua alla data di apertura del

concorso anch'esso strutturalmente destinato alla falcidia e a ritornare

chirografario.

Significativo è anche l'intervento di cui alla lett. e) di cui si è

accennato. Nella relazione particolareggiata di cui all'art. 9, comma 3

bis, della legge 3/2012 dovrà, infatti, essere indicato, se il soggetto

finanziatore, ai fini della concessione del finanziamento, abbia tenuto

conto del merito creditizio del richiedente, valutandolo in relazione al

suo reddito disponibile, dedotto dell'importo necessario a mantenere

un dignitoso tenore di vita.

Va, inoltre, rimarcato quanto previsto dalla lett. h) ovvero la

possibilità di riconoscere l'iniziativa per l'apertura delle soluzioni

liquidatorie di cui alla legge 3/2012, anche in pendenza di procedure

105
esecutive individuali, ai creditori e, laddove l'insolvenza riguardi

l'imprenditore, al pubblico ministero.

Si tratta di una previsione importante perché, come noto, la legge

3/2012 riservava esclusivamente al debitore la facoltà di attivare le

procedure da sovraindebitamento, questa previsione, invece, avvicina

le procedure de qua a quelle concorsuali consentendo l'iniziativa a

soggetti diversi dal debitore.

Nella stessa logica, va letto anche l'intervento auspicato alla lett. m)

ovvero attribuire ai creditori ed al PM l'iniziativa per la conversione

del piano o dell'accordo nella procedura liquidatoria nei casi di frode o

di inadempimento.

3.8 Nuovo codice della crisi e dell’insolvenza 2019 (cosa cambia)

Il Decreto legislativo approvato a inizio anno riforma sia la

legge fallimentare per la crisi d’impresa, sia alcune procedure della

legge n. 3 del 2012, riguardanti il sovraindebitamento dei

consumatori, delle famiglie e di tutti quei soggetti classificati “non

fallibili”, che versano in situazioni di perdurante squilibrio e che sono

oberati da obbligazioni cui non riescono a fare fronte.

Il 14 febbraio 2019 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il

Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza in attuazione della

legge 19 ottobre 2017, n. 155 (D.Lgs. n. 14 del 2019).

106
Tale nuovo codice costituisce l’approdo di un lungo iter

riformatore della legge fallimentare, il cui inizio può farsi risalire

ai primi interventi del 2005 e 2006, e che si è concluso con i lavori

della cosiddetta “Commissione Rordorf” di cui allo schema di legge

delega per la riforma delle procedure concorsuali; in estrema

sintesi, rappresenta un profondo mutamento dell’intero approccio

alla crisi dell’impresa e del consumatore, andando quindi a

riformare completamente dopo 77 anni le procedure concorsuali di

cui al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, eliminando il termine

fallimento (sostituito con Liquidazione giudiziale) ed includendo, con

alcune importanti modificazioni, quelle introdotte dalla disciplina sulla

composizione della crisi da sovraindebitamento di cui alla legge 27

gennaio 2012, n. 3.

Ma aldilà delle riforme nominalistiche, la novità più importante

contenuta nel decreto legislativo approvato in via definitiva dal

consiglio dei ministri del 10 gennaio, è certamente l’introduzione delle

procedure di allerta, attraverso l’introduzione degli organismi di

composizione della crisi d’impresa (Ocri) che hanno il compito di dare

riscontro alle segnalazioni di crisi, per cercare di recuperare la

situazione ed evitare nei limiti del possibile il default44.

44
MARCELLO POLLIO E MARINO LONGONI “La riforma del fallimento e
il nuovo codice della crisi dell’impresa e dell’insolvenza” - 20 febbraio 2019, Class
editore.

107
l’entrata in vigore delle nuove norme si perfezionerà decorsi 18

mesi dalla data di pubblicazione in Gazzetta Ufciale e, pertanto, il 15

agosto 2020; le procedure di sovraindebitamento che risulteranno

ancora pendenti a tale data verranno definite sulla base della

previgente normativa.

Tale integrazione si è resa necessaria, da una parte, per armonizzare

le procedure di regolazione della crisi delle imprese con le procedure

di sovraindebitamento, attualmente disorganiche e frammentate, e,

dall’altra, per permettere una maggiore e corretta applicazione di

quanto già previsto nella legge n. 3 del 2012.

il suddetto codice ha ridefinito alcune nozioni fondamentali

quali, ad esempio, quella di crisi, di insolvenza, di sovraindebitamento

e di consumatore; in particolare, per sovraindebitamento si intende

“lo stato di crisi o di insolvenza del consumatore o del

professionista, dell’imprenditore minore, dell’imprenditore agricolo,

delle startup innovative e di ogni altro debitore non assoggettabile

alla liquidazione giudiziale, ovvero a liquidazione coatta

amministrativa o ad altre procedure liquidatorie previste dal codice

civile o da leggi speciali per il caso di crisi o insolvenza”, ovvero tutti

gli ex cosiddetti “soggetti non fallibili”, e per consumatore la

“persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività

imprenditoriale, commerciale, artigiana o professionale

108
eventualmente svolta, anche se socia di una delle società appartenenti

ad uno dei tipi… per i debiti estranei a quelli sociali”.

Con riferimento alla legge n. 3 del 2012, occorre ricordare

che non hanno ancora trovato significativa diffusione gli istituti,

in essa disciplinati, utilizzabili per porre rimedio alle situazioni di

perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte ed il patrimonio

prontamente liquidabile e, pertanto, l’inserimento all’interno del

nuovo codice ha come finalità anche quella di favorirne

l’applicazione.

Tra le principali novità si evidenzia in primo luogo una modifica

terminologica rispetto alla legge n. 3 del 2012 che, ricordiamo, aveva

introdotto tre diversi istituti per il sovraindebitato. In particolare, il

piano del consumatore, l’accordo di composizione della crisi e la

liquidazione del patrimonio; nel nuovo codice della crisi d’impresa e

dell’insolvenza le procedure vengono definite, rispettivamente,

ristrutturazione dei debiti del consumatore, concordato minore e

liquidazione controllata.

Tra le principali novità, la previsione delle cosiddette “procedure

familiari” che contempla sia la situazione in cui diversi soggetti

conviventi risultino sovraindebitati, sia la situazione in cui il

sovraindebitamento sia tale a seguito di fatti che abbiano un’origine

comune, consentendo la possibilità di presentare un unico progetto di

risoluzione della crisi.

109
Sempre in tema di novità, di notevole rilievo la previsione che il

debitore persona fisica che risulti meritevole e che “non sia in grado

di fornire alcuna utilità, diretta o indiretta, nemmeno in prospettiva

futura può accedere all’esdebitazione solo per una volta, fatto

salvo l’obbligo di pagamento del debito entro quattro anni dal

decreto del giudice laddove sopravvengano utilità rilevanti che

consentano il soddisfacimento dei creditori in misura non inferiore al

10%”; il cosiddetto “colpo di spugna” (o “fresh start”, secondo la

terminologia anglosassone), ossia l’esdebitazione anche in assenza

di pagamenti (ma per una sola volta), opera di diritto nella

liquidazione controllata.

Di particolare interesse, inoltre, la novità introdotta che consente il

rimborso, alle scadenze pattuite, delle rate a scadere del contratto di

mutuo garantito da ipoteca iscritta sull’abitazione principale del

debitore se, alla data del deposito della domanda, questi ha adempiuto

le proprie obbligazioni o se il giudice lo autorizza al pagamento del

debito scaduto a tale data.

Con tale previsione si stabilisce, quindi, che il debito dipendente

dal mutuo ipotecario acceso per l’acquisto della casa come

abitazione principale può essere escluso, ai fini della ristrutturazione,

dai debiti complessivi in capo al sovraindebitato, garantendo,

quindi, un più facile accesso alle procedure di sovraindebitamento del

110
consumatore e, soprattutto, la possibilità di mantenere salva la propria

abitazione.

La stessa opera anche nel concordato minore, con la possibilità, nel

caso di continuazione dell’attività aziendale, di prevedere il rimborso,

alla scadenza convenuta, delle rate a scadere del contratto di

mutuo con garanzie reali gravanti sui beni strumentali all’esercizio

dell’impresa se il debitore, alla data della presentazione della domanda

di concordato, ha adempiuto le proprie obbligazioni o se il giudice

lo autorizza al pagamento del debito per capitale e interessi scaduto a

tale data.

Tra le principali novità vi è, ancora, un ampliamento della

responsabilità per i creditori; infatti, colui che ha aggravato

colpevolmente la situazione del sovraindebitato è sanzionabile, in

quanto, “non può presentare opposizione o reclamo in sede di

omologa, anche se dissenziente, né far valere cause di

inammissibilità che non derivino da comportamenti dolosi del

debitore”.

È ora previsto, infine, che il giudice può omologare il concordato

minore anche laddove manchi il parere favorevole

dell’amministrazione finanziaria, nonostante lo stesso risulti

determinante ai fini dell’acquisizione della maggioranza relativa

richiesta, nel caso in cui il credito vantato dalla stessa non possa

111
essere soddisfatto in misura superiore utilizzando un’alternativa

liquidatoria.

Ad una prima lettura ed in attesa della relativa entrata in vigore, la

nuova disciplina delle procedure di sovraindebitamento pur senza

risolvere tutte le problematiche emerse in fase applicativa della legge

n. 3 del 2012, sembra intervenire e rimuovere, alcune delle principali

criticità che ne hanno fino ad ora reso difficile l’accesso e

compromesso la diffusione, pur non esentandosi dal suscitare più di

una perplessità sugli effetti concreti che ne potrebbero scaturire,

soprattutto in un momento nel quale vi è stato un indebolimento del

tessuto produttivo scaturito da dieci anni di crisi economica dove

molte aziende navigano a vista in attesa di tempi migliori45.

45
MARCELLO POLLIO E MARINO LONGONI “La riforma del fallimento e il nuovo
codice della crisi dell’impresa e dell’insolvenza” - 20 febbraio 2019, Class editore.

112
CONCLUSIONI

Il problema del sovraindebitamento negli ultimi anni è cominciato

a diventare anche un problema sociale, di fatto l’aumento del numero

di famiglie e di consumatori indebitati, in assenza di una tutela

adeguata, rischiava di lasciare tante persone ai margini del sistema, Il

legislatore italiano quindi ha deciso di non inglobare la risoluzione a

tale problema all’interno della legge fallimentare, ma ha deciso di

tenere ancora separata la disciplina del debitore commerciale e di

quella civile in stato di insolvenza.

Tale spiegazione è dovuta la fatto che lo stesso legislatore

intendeva creare una procedura snella e poco costosa che permettesse

all’individuo di risanare la propria situazione anche in tempi brevi.

Quella che venne fuori fu sicuramente una normativa che

ancora oggi chiede degli interventi applicativi in modo da divenire

chiara e fluida.

Tuttavia si riscontra una nota di positività poiché anche al debitore

civile sono garantiti gli stessi diritti di quello commerciale. Al

debitore persona fisica nell’osservanza di determinati requisiti è

stata garantita la possibilità di accedere all’esdebitazione, istituto che

anche quando fu introdotto nella legge fallimentare portò una grande

novità.

113
La possibilità di risanare e azzerare la propria situazione debitoria è

stata sicuramente una nota concreta, ma quello in cui si deve

focalizzare sia la normativa che i vari soggetti esterni che si

interfacciano con i debitori, consumatori, dovrebbero essere i

maggiori strumenti e competenze al fine di rendere il credito al

consumo più responsabile.

Risulta chiaro che lo stesso finanziatore non può sostituire il

debitore nelle scelte, ma dovrebbe esserci una certa delicatezza nel

valutare la situazione debitoria di una persona.

In aiuto comunque sono arrivate numerose enti e associazioni che

si prefiggono di aiutare il debitore nelle proprie scelte e di

informarlo circa i suoi diritti anche nel caso di

sovraindebitamento, Di fatto sembra che tale normativa risulti

poco appetibile da entrambe le parti, debitore e consumatore.

Nulla vieta al legislatore di riformare ulteriormente la legge in

modo da delineare in maniera più marcata l’applicazione degli

articoli, rafforzando la funzione dell’OCC, che ancora oggi sembra

rivestire interessi contrastanti.

114