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Una farfalla nera batte le ali su una montagna innevata.


Serve una certa differenza di temperatura per generare una corrente d’aria forte abbastanza da
smuovere la neve sulla montagna. Questa soglia però è difficile da definire. Se si potesse riportare
indietro il tempo come si può stendere nuovamente un tessuto aggrovigliato, dovrebbe esser
possibile, in un’infinità di tentativi, trovare l’esatta differenza di calore che porti alla nascita di una
corrente d’aria sensibile. Si potrebbe porre una linea di precisione a piacere, e intorno a tale livello,
differenze di millesimi di gradi farebbero la differenza.
Quando la farfalla nera batte le ali sulla montagna crea per un attimo una differenza di pressione.
Questa si traduce in una variazione di temperatura. Si dà il caso che questa precisa farfalla abbia
appena causato il superamento dell’infinitesima soglia oltre la quale viene generata una corrente
d’aria che smuova la neve. C’è chi ritiene che ogni evento nella successiva catena causale sia opera
della farfalla.
Dei granelli di neve iniziano a cadere lungo la cima scoscesa. Man mano reclutano il mucchio si
fa più consistente. Non si arriva a una valanga, ma una piccola onda di neve è sufficiente per portare
avanti la successione.
Più a valle, la caduta è interrotta da un cespuglio. È interessante notare come neanche una
molecola di quelle che compongono la neve giunta a valle proviene dalla cima, in quanto ogni
particella originaria si è arrestata nella sua discesa, ma non prima di aver ceduto il proprio moto a
numerose altre particelle.
Nel cespuglio era nascosto uno scoiattolo, che avvertendo il minuscolo spostamento sceglie di
arrampicarsi in fretta sull’albero più vicino. Già da qualche minuto valutava di cambiare posizione,
ma l’impercettibile rumore è ciò che l’ha convinto.
Salito sull’albero – da qui vede una distesa bianca, e sotto quella delle macchie verdi: la
primavera è iniziata – corre all’estremità di un ramo e, dandosi la spinta per saltare, lo fa dondolare.
Questo lascia cadere un nido pieno di uova già schiuse da tempo che nondimeno cadendo su una
roccia vanno in pezzi con uno scricchiolio violento.
Il volume dell’evento non è abbastanza alto da allarmare o suscitare interesse in alcun animale.
Tuttavia, si dà il caso che su un albero vicino ci sia un volatile che qualche mese fa è nato proprio
da una di quelle uova. Stava decidendo dove costruire il proprio nido, e il rumore dei gusci infranti
suscita in lei una reazione istintiva a scartare questa zona.
Quindi l’uccello spicca il volo.
Lasciato il bosco, prende quota. Ormai da qui si vedono valli incontaminate e fiumi così freddi da
raggelare con il solo scroscio.
Dopo un viaggio di una mezzora seguendo le correnti, il volatile si ferma su un albero in una zona
meno nevosa e apparentemente tranquilla. Ha portato con sé un odore di forestiero, di vento e di
luoghi lontani. Un gatto selvatic in un prato lì vicino non può fare a meno di fiutarlo.
Incuriosito, si precipita a passo svelto ma silenzioso nella direzione dello stimolo. Il prato è pieno
di cavallette giunte in questi giorni dal Sud. Molte di queste saltano via facendo largo al felino, e
una in particolare, di natura timorosa, si lascia prendere dal panico e continua a saltare per parecchi
metri.
Nel suo tragitto, la cavalletta atterra su un esemplare di “fiore turchese”. Nessuno si è mai preso
la briga di dargli un nome più specifico, ma del resto è così unico e distinto da non averne bisogno.

1
Qualche anno fa erano così apprezzati che sono stati sradicati uno dopo l’altro in un violento
genocidio floristico, e ora sono ritenuti estinti.
La cavalletta si ferma dopo ancora una decina di metri. Era destino che, come il primo mezzo
della catena è stata l’aria, essa debba finire in un’altra folata di vento. Dalle zampe della cavalletta
si separa infatti parte del polline del fiore turchese, che – meraviglia! – si dirige proprio verso il
secondo degli ultimi due esemplari esistenti.
Sono considerati i fiori più belli mai cresciuti sul pianeta. Soddisfano ogni sistema sensoriale: il
loro profumo dà energia all’affaticato, la loro vista intenerisce l’iracondo. Il loro tocco fa
addormentare il neonato, il loro sapore completa i migliori dolci. Si dice persino che risuonino nel
vento come piccole campane.
Ed ecco, mentre il polline attraversa la terra verso l’unico luogo al quale davvero è destinato, una
scarpa.
Un uomo, o qualcosa di molto simile ad esso, si è appena messo in mezzo. La scarpa si alza. Il
polline giace pressato nel terreno umido e l’uomo continua a camminare sbucciando un’arancia con
un oggetto metallico.
Il fiore è condannato all’estinzione? Non è detto. L’unica cosa certa è che anche oggi la farfalla
nera sulla montagna non ha fatto nulla per cui passare alla storia.
L’uomo ha seguito il corso di un ruscello vicino – lo rivelano le bucce del frutto – e da come su
muove non sembra sapere dove si sta recando.
Si è infatti allontanato dall’acqua, che pare l’unico riferimento chiaro nella boscaglia uniforme, e
non alza nemmeno la testa dall’arancia.
La verità è che ha un luogo in cui deve assolutamente recarsi, ma non sa dove sia. Attende che gli
sia rivelato. Due cose non gli mancano: la prima è la fede; la seconda è la fame. Si è già tagliato la
pelle un paio di volte sbucciando il frutto acerbo. Ha provato a mangiarlo con la buccia, ma è troppo
amara.
Ha una folta barba marrone e gli occhi sembrano protesi in vetro il cui nucleo è di rame. Le strette
trecce di capelli sono aggrovigliate l’una all’altra secondo uno schema inspiegabile. Le sue labbra
sono strette e rigate dal freddo, e il viso è magro e accigliato.
Questi sono i suoi ultimi sforzi. La sua avventura è quasi conclusa. Finalmente ha portato a
termine una vita di servizio per una causa superiore, una vita di cui lui stesso in parte non
comprende il significato. Ma presto potrà riposare.
Per un po’ l’uomo non nota le perturbazioni nell’ambiente circostante che avrebbero messo in
allarme un cacciatore esperto. I fruscii troppo frequenti, il silenzio delle cavallette, l’odore estraneo,
sono tutti elementi che non è abile a percepire, specialmente se è così impegnato a usare uno
strumento con il quale non è pratico.
Quando si infligge un ulteriore taglio è costretto a fare un’ulteriore pausa portandosi la mano alla
bocca. Per quelli come lui è particolarmente importante conservare ogni singola goccia di sangue
all’interno del proprio corpo. Per quanto sia stato svelto, un paio di esse cadono a terra e l’uomo si
ferma a osservarle mentre perdono colore e diventano una sostanza trasparente e leggermente
vischiosa.
Se non si fosse fermato, probabilmente non si sarebbe accorto in tempo dell’imboscata. Il suo
primo pensiero quando inizia a prestare attenzione e sente un fastidioso odore di carne esposta
all’aria fredda è che non ha voglia di combattere. Non ci sono altri pensieri a seguire, perché sta già
infilando il taglierino nello sterno di una creatura.

2
Due iridi nere si dilatano oltremisura mentre una fessura informe simile a una bocca lancia un
grido. Sembra provenire dal profondo di una caverna sconfinata, e l’uomo è stordito per qualche
istante, ma non abbastanza da non riuscire a sferrare un calcio verso la pelle grigia di un’altra
creatura che lo assale da destra. Ritira il taglierino respingendo la prima vittima, ferita ma non
morta, e indietreggia per risalire al numero degli assalitori.
Ce n’è un altro alle sue spalle – lo sente muoversi – mentre la quarte creatura è sull’albero sopra
di lui, convinta di non essere stata notata. L’uomo fa per scattare di lato, e lo sfidante appostato sulla
sua testa si lancia per non farsi scappare l’occasione; alla fine della sua caduta, tuttavia, i suoi denti
non si conficcano nella carne ma in un bracciale metallico, frantumandosi.
Gli altri tre attaccano contemporaneamente. Sono fragili, e l’uomo riesce a debilitarne due
colpendoli rispettivamente con il taglierino nella guancia e con il bracciale sulla tempia.
Tuttavia ce n’è un terzo. L’uomo non ha saputo trovare un modo per respingerli tutti assieme, e
non è sorpreso quando sente una massa molle costellata di punte affilate affondargli nella spalla. Il
morso era mirato al collo, ma è stato in parte schivato. Ora la creatura, apparentemente in una
posizione di vantaggio, espone in realtà il collo a sua volta, e il taglierino non manca di aprirlo in
due.
Con rabbia e disgusto, l’uomo si avvicino alle creature ferite e le finisce una ad una, senza troppi
sforzi. Ancora qualche urlo smorzato e i loro molli corpi iniziano a perdere forma, diventando
masse gelatinose.
L’uomo controlla la propria ferita. La creatura è riuscita ad aprirsi un varco profondo, e i vestiti
dell’uomo si stanno riempiendo di sangue. Si china di fianco a una delle quattro pozze grigie,
attinge al fluido e se ne spalma una parte sullo squarcio, cercando di ignorarne l’odore di marcio.
Prende un’altra parte della sostanza e la avvolge attorno all’arancia.
Non ha tempo per fermarsi a riprendere fiato. L’agguato l’ha risvegliato dal torpore mentale
causato dalla camminata monotona, e adesso sa che dovrebbe sbrigarsi. Mentre riprende a
camminare, la sua ferita si cicatrizza sotto la maglietta, e la buccia dell’arancia ricresce nel suo
zaino.
La carne delle creature che ha ucciso è si adatta facilmente a qualsiasi sostanza organica con cui
viene in contatto. Essendogli passata la fame, usarla per ricoprire l’arancia è stato un metodo per
conservare il frutto più a lungo, nella speranza che avendo recuperato la buccia possa maturare più
in fretta.
In via teorica, la sostanza gelatinosa può essere usata anche per ricreare alimenti commestibili, ma
nessuno fa affidamento su tale tecnica se non in situazioni di grave emergenza. I motivi sono due:
mangiare la carne di quelle creature informi non è un’idea che evoca fiducia, e inoltre gli alimenti
continuano a mantenere un odore caratteristico, come di sangue freddo che defluisce da un corpo
vivo ma putrefatto. Non certo qualcosa di cui ci si vorrebbe nutrire.
L’uomo usa parte delle sue ultime energie per catturare un coniglio. Vorrebbe potersene cibare,
ma lo deve offrire in sacrificio al proprio dio per portare a termine il proprio compito.
Da anni ormai segue un percorso che non comprende, eseguendo degli ordini che non riesce a
collegare e, fatto più sconfortante, senza più la convinzione di star facendo qualcosa di utile. Un
tempo l’uomo non si faceva molte domande: aveva prove alquanto convincenti dell’esistenza di una
creatura molto più potente di lui, e dunque gli sembrava saggio eseguirne gli ordini senza porre
obiezioni. Ma adesso non vede l’ora di uccidere questo coniglio e andarsene per la propria strada.
Ha l’animale. Ha il taglierino. Gli manca solo un altare.

3
Scorge delle rocce su una collina, oltre le cime degli alberi. Vorrebbe evitare di percorrere tutta
quella strada, ma inizia comunque a salire. Se ci sono massi più a valle li vedrà man mano che
prosegue.
Ma non ci sono. Si trova costretto a percorrere ogni singolo metro fino a quella che in effetti non
è una semplice roccia, ma un altare sacrificale costruito nel nome di chissà quale divinità.
Giusto. C’è anche questa questione: sembra che esistano altri dèi oltre al suo. E se si fosse
schierato con il più debole di tutti lo saprebbe solo quando ormai è troppo tardi per essere accolto
altrove.
Mentre uccide il coniglio, il pensiero che si compone nella sua mente è ben lontano da una
preghiera: probabilmente, non esiste proprio alcun dio. In quel momento un tuono lo assorda.

L’uomo cade in ginocchio. Porta le mani alle orecchie, e sente il sangue caldo del coniglio
bagnargli la tempia destra. Soffoca un grido di rabbia contro la natura prima di capire che per
generare un boato simile la potenza del cielo non è sufficiente. Cerca di aprire gli occhi, cercando
minacce, ma all’improvviso il vento si è fatto inarrestabile.
All’uomo sembra di essere caduto in un fiume in piena. Non può opporsi alla corrente, e non ha
scelta se non di assecondare la forza dell’aria gelida, salendo ancora più sopra la collina. È
tradizione seppellire l’offerta sacrificale presso una radice, perché il dio la possa trovare e mangiare,
ma il coniglio è già stato strattonato da qualche parte sotto la neve.
L’uomo raggiunge la cima della collina senza che ciò fosse mai nelle sue intenzioni, e nell’istante
stesso il vento si attenua lentamente fino a diventare un soffio leggero. L’uomo cerca di recuperare
l’aria. Si è sentito soffocare per tutta la salita, e ora vede macchie nere tutt’attorno a sé. Sembra
quasi che solo la collina esista, e che tutto intorno non ci sia più nulla, né il giorno né la notte.
L’uomo inizia a notare che la cima della collina è poco vasta e quasi circolare, con cadute
scoscese e rocciose da ogni lato eccetto quello dai cui è salito. Al centro sembra esserci una buca, e
da quella proviene un fischio.
No. Non è un fischio. È un lamento.
L’uomo ripone il taglierino nella cintura. Un cucciolo di qualche animale. Si è liberato a fatica
dell’arma, in quanto il primo pensiero che gli è giunto spontaneo è che si tratta delle offerte
predilette per il suo dio. Ma non ne farà più. Lo sfortunato coniglio era l’ultimo.
Mentre avanza si guarda intorno, in cerca di qualche oggetto splendente. Se le previsioni erano
giuste, in questo luogo deve trovarsi l’ultimo regalo del suo dio alla Terra, e dunque l’uomo è
particolarmente attento a non lasciarsi sfuggire luccichii di pietre preziose o armi. Anche davanti
alla buca ci mette un po’ ad abbassare lo sguardo, poco interessato al lamento della piccola creatura.
Quando se ne ricorda e guarda, molte emozioni lo percorrono.
Disdegno: quindi tutto qui?
Speranza: ciò potrebbe comunque renderlo ricco.
Paura: quindi il dio che ha appena rinnegato esiste?
Ansia: non ha idea di cosa fare con quella cosa.
Curiosità: si tratta davvero di un bambino umano?
L’uomo estrae il taglierino. La buca è profonda un metro, e l’uomo è subito dentro. Si assicura
che non ci sia nulla a guardarlo, e si china cautamente sul cucciolo.
È caldo, si sente anche a distanza. Meglio così, con questo clima potrebbe facilmente morire
assiderato. Ne tocca la pelle, mentre quello non smette di piangere. È morbido. E ora, la prova più

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importante: con il taglierino gli pratica una piccola incisione sul ginocchio, raccogliendo sulla lama
qualche goccia di sangue, e se la porta a pochi centimetri dal viso. Poi aspetta. Aspetta. E più
aspetta, più il suo cuore accelera.
Il sangue rimane rosso. Quello che ha davanti è il primo vero umano che abbia mai visto. L’uomo
riesce a pensare solo a una parola: prezioso. Ci sono un sacco di implicazioni politiche e religiose,
ma nulla in questi campi è certo. Il suo valore è l’unica cosa sicura.
L’uomo prende il bambino e lo tiene sollevato davanti a sé con le braccia tese.