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Algoritmi e filter bubble: viviamo in un mondo sempre più piccolo

Anche Instagram e Twitter hanno optato per una visualizzazione in base alla rilevanza e non solo
cronologica. «Così ci convinciamo che ciò che è importante per noi lo sia per tutti», spiega il filosofo
italiano Floridi
di Martina Pennisi

«Altro che disaffezione per la politica, non si fa altro che parlare delle primarie del centrosinistra». «Sono
tutti dalla parte del Capitano (Totti), Spalletti deve chiedere scusa». E ancora «è iniziata la quarta stagione
di House of Cards, l’hanno vista tutti su Netflix nel giro di due giorni». Oppure, «i matrimoni gay? Ormai
non sono un problema per nessuno». Se avete detto, pensato o ascoltato frasi di questo tipo dopo
l’ennesima giornata trascorsa facendo scorrere il polpastrello sullo schermo dello smartphone potreste
essere più o meno consapevolmente vittime della filter bubble. La patina, ovvero, attraverso la quale (una
parte di) Internet ci racconta il mondo. E il cui nome è stato coniato nel 2011 dall’attivista della Rete Eli
Pariser. Da allora, molto è cambiato. Anzi, si è evoluto. Facebook è diventata una piazza da 1,6 miliardi di
utenti, con i gradi di separazione da un individuo all’altro che sono passati da 6 a 3,7 rendendo il pianeta
più accessibile (e angusto). Al suo interno, gli iscritti hanno spesso la sensazione che la realtà sia quella
presente nel flusso di notizie opportunamente regolato da formule matematiche e cadenzato da
esternazioni di persone con cui hanno un legame e, in quanto tali, tendono a ricalcare quanto già visto e
conosciuto nelle scorribande offline.

La scelta di Twitter e Instagram


Anche Twitter, regno dell’ordine cronologico - e casuale - per eccellenza, ha deciso alla vigilia dei suoi
sofferti dieci anni di introdurre l’algoritmo che dà la priorità ai cinguettii affini ai nostri gusti, interessi e
precedenti scelte. È qualcosa a cui ormai siamo assuefatti: ci agitiamo sempre nello stesso stagno. Oltre a
essere l’unico escamotage individuato dai social network per non seppellirci di materiale inutile, deve
anche piacerci parecchio visto che l’uccellino azzurro ha affidato parte della sua sopravvivenza e della
sua rincorsa a Menlo Park alla nuova gerarchizzazione dei contenuti. La stessa decisione è stata presa da
Instagram, per ora in fase di test: «Le persone perdono il 70% dei loro aggiornamenti», è stata la
motivazione addotta dall’app di proprietà di Facebook. E si tratta di un escamotage presente anche fuori
dal perimetro delle piattaforme sociali: finiamo un libro e ci lasciamo tentare dal titolo successivo che
Amazon ci suggerisce in base al genere o all’autore appena sfogliato. Ascoltiamo la musica su Spotify e,
quando siamo a corto di idee, ci fidiamo di quello che l’applicazione svedese ritiene ci possa piacere sulla
falsariga delle melodie canticchiate fino a quel momento. Facciamo una ricerca su Google e otteniamo i
risultati basati sul luogo da cui stiamo digitando, sulle interrogazioni passate e su tutta una serie di
parametri pensati per sollevarci da un eventuale dubbio successivo.

«Viviamo in una bolla»


«La libertà di non dover scegliere», come recita uno spot televisivo in onda nelle ultime settimane. Lecito
e doveroso domandarsi se sia uno scenario sempre auspicabile. Cinque anni fa Pariser parlava del rischio
di una limitazione «della nostra esposizione a nuove informazioni». Il filosofo italiano e professore di
filosofia ed etica dell’informazione dell’Università britannica di Oxford Luciano Floridi ritiene che sui
social network sia andata effettivamente in questo modo: «Non solo viviamo in una bolla, ma all’interno
della stessa ci guardiamo allo specchio e ci convinciamo che ciò che è importante per noi lo sia per tutti».
Le radici della tendenza sono nella storia e nell’evoluzione dei media: «Prima erano la televisione o i
giornali a gestire le bolle, con una selezione delle notizie che abbracciava tutti. Adesso, al contrario, c’è
una frammentazione totale». Ognuno vive nella sua realtà personalizzata, e nel caso dei nativi digitali
addirittura ci nasce, con tutto ciò che ne consegue in termini di sviluppo del pensiero. «Le idee trovano un
rinforzo e se estremizzate tendono a confermarsi e ad acutizzarsi come tali - spiega Floridi -. Se ho in
mano un martello tutto mi sembra un chiodo, come si suol dire».
Il vero problema è a monte: per essere sollevati dalle scelte in quanto seccature, come recita la pubblicità,
deleghiamo volentieri alla tecnologia e agli automatismi. «Un conto - fa però notare Floridi - è delegare,
un conto è non avere più la possibilità di riprendere le redini». Scelgo, quindi, più o meno
consapevolmente di accettare la selezione dei contenuti e attivo un meccanismo da cui non posso più
sottrarmi, a meno di non rinunciare definitivamente agli strumenti in questione.

Lo studio di Facebook
La vera discriminante è l’orientamento del pensiero, politico e non: «Se dovesse venire fuori che le
piattaforme sono state in grado di influenzare il referendum per l’indipendenza scozzese o sulla
permanenza del Regno Unito nell’Unione europea la reazione sarebbe drammatica». Non è così, pare.
Anzi, i data scientist di Facebook provano a smentire Pariser con uno studio, pubblicato lo scorso anno su
Science, secondo cui il 23 per cento dei nostri amici ha un’idea politica diversa dalla nostra e il 29 per
cento delle notizie che vediamo scorrere è in contrasto con quanto pensiamo e ci aspettiamo. La palla
continua a rimbalzare con altri ricercatori ancora scettici. E non si limita al campo social, come detto, in
un contesto generale in cui «il paradosso è che nel momento in cui abbiamo accesso a una varietà di
contenuti e opinioni senza precedenti ci infiliamo in tunnel che orientano le nostre mosse. Tanto più il
banchetto si arricchisce, meno è varia la nostra dieta», sottolinea Floridi. E conclude rimarcando che
«continua a esistere una navigazione parallela fatta di consigli reciproci volontari e ricerche oculate». La
libertà di scegliere, insomma, permane (ovviamente). Bisogna solo volerlo un po’ più di prima.