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DIRITTO COMMERCIALE E FALLIMENTARE


Direttore
Lorenzo D A
Università “Ca’ Foscari” di Venezia

Vicedirettore
Giovanni G
Università degli Studi di Ferrara

Comitato scientifico
Elisabetta B
Università degli Studi di e-Campus
Antonio B
Università degli Studi di Napoli “Federico II”
Alberto U
Università “Ca’ Foscari” di Venezia
DIRITTO COMMERCIALE E FALLIMENTARE

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Barbara Petrazzini
L’esclusione del socio
nella società a responsabilità limitata
Seconda edizione
Copyright © MMXV
Aracne editrice int.le S.r.l.

www.aracneeditrice.it
info@aracneeditrice.it

via Quarto Negroni, 


 Ariccia (RM)
() 

 ----

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,


di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

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senza il permesso scritto dell’Editore.

I edizione: febbraio 


Indice

Premessa………………………………………...………………………... pag. 9

CAPITOLO I
L’ISTITUTO DELL’ESCLUSIONE. LE SUE VICENDE STORICHE E LA SUA
FUNZIONE NEI RAPPORTI ASSOCIATIVI

1. Le origini storiche dell’esclusione del socio. La sua estraneità al


diritto romano, al diritto comune e alla codificazione napoleonica.. 17
2. La comparsa dell’istituto dell’esclusione nei codici di commercio
del 1865 e del 1882 e la formulazione delle teorie sulla sua natura
giuridica……………………………………………………………. 21
3. Dai codici di commercio al codice civile del 1942. Il rapporto tra
esclusione e risoluzione del contratto……………………………… 27
4. Gli artt. 2286-2288 c.c. come paradigma della disciplina
dell’esclusione del singolo dai rapporti associativi………………... 35
4.1 La contrapposizione tra esclusione facoltativa ed esclusione
di diritto…………………………………………………….. 37
4.2. L’individuazione delle ipotesi di esclusione facoltativa e il
ruolo dell’autonomia statutaria…………………………….. 42
4.3. La procedimentalizzazione dell’esclusione come strumento
di garanzia. L’assunzione della decisione, la sua comunica-
zione al socio, la produzione dell’effetto estintivo del rap-
porto sociale………………………………………………... 48
4.4. La liquidazione della quota e la ricerca del punto di equili-
brio tra la tutela delle ragioni patrimoniali dell’escluso e la
tutela degli interessi di natura organizzativa della società…. 61
5. L’esclusione negli altri rapporti associativi………………………... 66
5.1. I procedimenti……………………………………………… 66
8 Indice

5.2. Le cause…………………………………………………….. pag. 73


5.3. I profili patrimoniali………………………………………... 80

CAPITOLO II
I PRESUPPOSTI DELL’ESCLUSIONE DEL SOCIO NELLA SOCIETÀ A
RESPONSABILITÀ LIMITATA

1. L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata: uno


sguardo sulle scelte compiute dai legislatori stranieri……………….. 85
2. I requisiti della clausola di esclusione indicati dall’art. 2473 bis c.c... 96
2.1. Le «specifiche ipotesi»……………………………………….. 101
2.2. La «giusta causa»…………………………………………….. 105
3. Le fattispecie convenzionali di esclusione…………………………... 110

CAPITOLO III
IL PROCEDIMENTO DI ESCLUSIONE DEL SOCIO NELLA SOCIETÀ A
RESPONSABILITÀ LIMITATA

1. L’organo competente a deliberare l’esclusione. Le «clausole di


esclusione automatica»………………………………………..…… 121
2. Le modalità di assunzione della decisione e il suo contenuto……… 136
3. Gli strumenti di tutela del socio escluso…………………………… 143
4. Gli effetti dell’esclusione…………………………………………... 149
5. La liquidazione della partecipazione del socio escluso……………. 154
6. Esclusione e scioglimento della società……………………………. 164

Bibliografia………………………………………………………………… 171
Premessa

Nel novembre del 2000 il legislatore decise di spostare in capo al


notaio, sottraendolo al tribunale, il controllo di conformità alla legge
degli atti costitutivi di società di capitali (art. 32, l. 24 novembre 2000,
n. 340)1; con tale scelta egli contribuì indubbiamente ad assecondare
le istanze di semplificazione e «snellimento» del procedimento che
portava all’iscrizione degli atti societari nel registro delle imprese, ma
rinunciò, più o meno consapevolmente, ad uno strumento che, fino a
quel momento, aveva svolto un importante ruolo di indirizzo della

1
Sul giudizio di omologazione si vedano, per tutti, U. MORERA, L’omologazione
degli statuti di società, Milano, 1988 e B. QUATRARO, Statuti sociali e volontaria
giurisdizione societaria, Milano, 1996; sui profili sostanziali e procedimentali del
controllo notarile dopo la soppressione del controllo omologatorio del tribunale cfr.
invece i contributi di M. STELLA RICHTER JR., Considerazioni generali sulla riforma
delle omologazioni societarie, U. MORERA, Dall’«omologazione» del tribunale
all’«omologazione» del notaio. Prime riflessioni sull’art. 32, legge 340/2000 e M.
NOTARI, Contenuto ed estensione del controllo di legalità degli atti societari da par-
te del notaio, pubblicati nel volume Il controllo notarile sugli atti societari, a cura di
A. Paciello, Milano, 2001, nonché C. IBBA, Il controllo di iscrivibilità sugli atti
d’impresa dopo la legge 340 del 2000, in Riv. Notar., 2001, I, 323; B. LIBONATI, Il
controllo notarile sugli atti societari: spunti per una ricostruzione, in Riv. dir.
comm., 2001, I, 187; S. FORTUNATO, Dall’omologazione alla verifica notarile, in
Giur. Comm., 2001, I, 542; A. PAVONE LA ROSA, Il controllo degli atti societari per
l’iscrizione nel registro delle imprese, in Riv. dir. civ., 2001, II, 181; V. DONATIVI,
La riforma dell’omologazione: profili istruttori e procedimentali, in Riv. Soc., 2001,
1044; P. REVIGLIONO, Il controllo di iscrivibilità sugli atti societari: profili sostan-
ziali e procedimentali, ivi, 1141; M. SCIUTO, Forma pubblica, controllo di legalità e
condizioni di iscrivibilità nella costituzione delle società di capitali, ivi, 1213.

9
10 Premessa

prassi societaria, tenendo viva l’attenzione e stimolando il dibattito e


la discussione della comunità scientifica sulle scelte compiute in sede
di redazione e modifica delle clausole statutarie.
Con l’abolizione del giudizio di omologazione si sono così spenti
alcuni dei riflettori che consentivano (vuoi attraverso la pubblicazione
e l’annotazione sulle riviste dei provvedimenti di volontaria giurisdi-
zione, vuoi grazie alla raccolta e alla divulgazione degli orientamenti
dei principali tribunali in materia di omologazione2, vuoi semplice-
mente attraverso la lettura dei Repertori) di avere in modo diretto e
immediato contezza dello «stato dell’arte» su un dato argomento, in
particolare quando ci si allontanava dai più sicuri binari delle norme
imperative per avventurarsi sui più incerti sentieri delle norme dispo-
sitive e dell’autonomia statutaria.
È vero infatti che la sistematica pubblicazione degli orientamenti
notarili ha sostituito la raccolta delle pronunce giudiziarie in tema di
omologazione3, così come è vero che l’intervento del tribunale nel
controllo di legittimità di atti costitutivi e statuti non è del tutto scom-
parso, essendo rimasto, ancorché in forma meramente eventuale, nel
procedimento di modificazione dello statuto delle società azionarie
(art. 2436, commi 3 e 4, c.c.)4 e dell’atto costitutivo delle società a re-

2
Cfr., in particolare, la Raccolta sistematica degli orientamenti ufficiosi del Tri-
bunale di Milano in tema di omologazione e iscrizione di atti societari, periodica-
mente pubblicata sulla Rivista delle società e sulla Rivista del notariato, così come
gli analoghi Orientamenti del Tribunale di Roma in tema di omologa o gli Orienta-
menti del tribunale di Genova in tema di omologazione, pubblicati da Vita notarile.
3
E si vedano le osservazioni contenute nel Preambolo al Testo del primo docu-
mento della Commissione del Consiglio Notarile di Milano per la elaborazione di
principi uniformi in tema di società, approvato dal Consiglio Notarile di Milano il
16 gennaio 2001, in Riv. Soc., 2001, 1021; nonché le Massime della Commissione
Società del Consiglio notarile di Milano (consultabili sul sito
www.consiglionotarilemilano.it) o gli Orientamenti societari del Comitato interre-
gionale dei Consigli notarili delle Tre Venezie (in www.notaitriveneto.it) o, ancora,
gli Orientamenti del Notariato campano in materia societaria (reperibili su
www.notariato.it).
4
Sul punto, oltre agli Autori citati alla nota 1, cfr. G. MARASÀ, Prime note sulle
modifiche dell’atto costitutivo della società per azioni nella riforma, in Giur.
Comm., 2003, I, 139 e O. CAGNASSO, Le modificazioni dello statuto, in N.
ABRIANI−S. AMBROSINI−O. CAGNASSO−P. MONTALENTI, Le società per azioni, in
Trattato Cottino, vol. IV, t. 1, Padova, 2010, 948 s.
Premessa 11

sponsabilità limitata (art. 2480 c.c.)5, ma, al di là del fatto che


quest’ultima ipotesi ha un’applicazione concreta del tutto marginale6,
non può non rilevarsi come il sistematico intervento dei tribunali e la
pubblicità connaturata alla natura stessa del provvedimento giudiziario
svolgessero una funzione di «emersione» degli orientamenti e delle
prassi societarie che con il passaggio al controllo notarile si è in parte
perduta o, quantomeno, è rimasta maggiormente sottotraccia7.

Le considerazioni che precedono assumono un rilievo particolare in


relazione all’argomento che intendiamo affrontare nelle pagine di que-
sto lavoro. Oggetto dell’indagine è infatti una fattispecie –l’esclusione
del socio dalla società a responsabilità limitata disciplinata dall’art.
2473 bis c.c.8– che non solo vede la luce nel nostro ordinamento dopo

5
Cfr., per un cenno al rinvio al procedimento disciplinato dall’art. 2436 c.c. da
parte dell’art. 2480 c.c., M. STELLA RICHTER JR., Considerazioni generali in tema di
modificazioni dell’atto costitutivo di società a responsabilità limitata, in Giust. Civ.,
2010, 519.
6
Sul residuale potere di intervento del tribunale cfr. Cass., 7 dicembre 2011, n.
26363, in Giust. Civ. Mass., 2011 (ove si ribadisce il principio – già valido nel vigo-
re della previgente disciplina – per cui i procedimenti camerali societari non hanno
natura contenziosa, né attitudine al giudicato, e deve pertanto escludersi la ricorribi-
lità per cassazione ex art. 111 Cost. del provvedimento reso in sede di reclamo av-
verso il decreto del tribunale con il quale è stata disposta l’iscrizione nel registro del-
le imprese di una deliberazione societaria modificativa dell’atto costitutivo), nonché,
tra le pochissime pronunce di merito, Trib. Milano, 25 marzo 2011, in Corriere del
merito, 2011, 7, 692; Trib. Bologna, 18 giugno 2008, in Vita not., 2008, 1474; Id., 2
marzo 2007, in Merito, 2007, 9, 40.
7
Cfr., sul punto, le pungenti osservazioni di G. COTTINO, Dal “vecchio” al
“nuovo” diritto azionario: con qualche avviso ai naviganti, in Giur. Comm., 2013,
I, 8.
8
Tale previsione si aggiunge a quella contenuta nell’art. 2466 c.c., dettata per
l’esclusione del socio moroso nella esecuzione dei conferimenti, ma si differenzia da
quest’ultima sotto un duplice profilo: da un lato perché contempla una fattispecie
destinata ad operare solo in presenza di una espressa scelta dei soci in tal senso (là
dove invece la disciplina dell’esclusione «legale» del socio moroso si applica pre-
scindendo da qualsivoglia scelta statutaria), dall’altro perché rimette all’autonomia
statutaria ogni scelta sia in merito alla individuazione delle ipotesi di esclusione, sia
in merito al procedimento di esclusione (a fronte del rigido procedimento dettato
dall’art. 2466 c.c.), limitandosi a dichiarare applicabili all’esclusione le conseguenze
patrimoniali dettate per la disciplina del recesso ex art. 2473 c.c. Sul rapporto tra
12 Premessa

l’abolizione del giudizio di omologazione (essendo la norma che la


prevede stata introdotta nel codice civile con la riforma del diritto so-
cietario del 2003), ma che è caratterizzata dal più ampio rinvio
all’autonomia statutaria.
«L’atto costitutivo» recita la disposizione del codice civile «può
prevedere specifiche ipotesi di esclusione per giusta causa.» E prose-
gue: «In tal caso si applicano le disposizioni del precedente articolo
[i.e. quello in tema di recesso del socio], esclusa la possibilità del rim-
borso della partecipazione mediante riduzione del capitale». Tutto,
nelle intenzioni del legislatore, è rimesso alle scelte dei soci: a partire
dalla decisione stessa di voler introdurre nel contratto una previsione
di exit passivo9, fino alla concreta individuazione delle specifiche ipo-
tesi che giustificano l’extrema ratio di addivenire allo scioglimento
del rapporto sociale limitatamente ad un socio, passando per il proce-
dimento di esclusione, sul quale il silenzio (se si esclude il rinvio alla
norma dettata per il recesso, chiaramente improntato ad esigenze di tu-
tela dei terzi, attraverso il richiamo al principio di intangibilità del ca-
pitale sociale in sede di procedimento di rimborso) è a dir poco «tom-
bale».
Se quindi il compito dell’interprete consiste, da un lato,
nell’individuare quali limiti incontri l’autonomia statutaria nel deter-

l’esclusione per mancata esecuzione dei conferimenti e l’esclusione facoltativa cfr.


infra, cap. II, § 2.2. e § 3.
9
Nel corso del lavoro si utilizzerà il termine exit, entrato ormai nel linguaggio
corrente del diritto dell’impresa sulla scia del saggio di A.O. HIRSCHMAN, Exit, voi-
ce and loyalty, Harvard University Press, 1970 [trad. it. Lealtà, defezione, protesta.
Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato, Milano, 1982], per indicare
l’insieme di meccanismi che consentono lo scioglimento di un rapporto associativo
limitatamente ad un singolo partecipante, vuoi per libera scelta di quest’ultimo (c.d.
exit attivo/recesso), vuoi come reazione del gruppo rispetto al singolo (c.d. exit pas-
sivo/esclusione). In termini analoghi cfr., ad esempio, S. PATRIARCA, Brevi conside-
razioni in ordine all’«exit» nella s.r.l. alla luce delle prospettive di riforma, in Verso
un nuovo diritto societario, a cura di P. Benazzo, F. Ghezzi, S. Patriarca, Bologna,
2002, 83 ss.; C. ANGELICI, La riforma delle società di capitali. Lezioni di diritto
commerciale, Padova, 2006, 85 ss.; A. BENUSSI, Considerazioni in ordine
all’estromissione forzosa del socio nelle società di capitali: esclusione e riscatto, in
Il diritto delle società oggi. Innovazioni e persistenze, a cura di P. Benazzo, M. Cera,
S. Patriarca, Torino, 2011, 63 ss.; P. BENAZZO, I diritti di exit e voice nei contratti di
rete riconosciuti, in Riv. Soc., 2012, 677.
Premessa 13

minare il contenuto delle clausole di esclusione e, dall’altro, nel rico-


struire la disciplina applicabile all’istituto nel caso di silenzio dell’atto
costitutivo, non può non rilevarsi come questo compito abbia perso,
con la scomparsa del giudizio di omologazione, un valido supporto,
che solo in parte può essere sostituito dagli orientamenti notarili o dal-
le pronunce giurisprudenziali in tema di esclusione del socio. Non dai
primi, che pur svolgendo un’importantissima funzione di indirizzo
delle prassi societarie, tendono a concentrarsi sui temi più rilevanti e
controversi e a lasciare in ombra quelli più defilati10. E non dalle se-
conde (che pure ci sono e, per essere la norma relativamente «giova-
ne», non sono poche)11, le quali hanno il limite di offrire uno spaccato
dei soli aspetti «patologici» del fenomeno, posto che, per loro stessa
natura, non possono che riferirsi ad ipotesi di conflitto tra i soci ormai
conclamato e irreversibile e trarre origine vuoi dalla contestazione ad
opera dell’escluso della legittimità della decisione con cui si è sancita
la sua estromissione dalla compagine sociale, vuoi dalla impugnazione
della delibera assembleare con cui si è modificato l’atto costitutivo per
inserirvi una clausola che contempla un’ipotesi di esclusione.

Ciò premesso, la prima parte del lavoro sarà dedicata ad esaminare


le singole ipotesi di esclusione disciplinate dal legislatore nei diversi
rapporti associativi pluripersonali, partendo, come è ovvio,
dall’esclusione del socio nelle società di persone e nelle cooperative,
per toccare poi lo scioglimento coattivo del vincolo particolare nelle

10
Prova ne sia il fatto che, nel momento in cui si scrivono queste pagine, nessuna
delle Massime notarili o degli Orientamenti societari citati supra alla nota 3, si oc-
cupa espressamente della fattispecie di cui all’art. 2437 bis c.c. (se si eccettua un in-
diretto cenno nella Massima 128 del Consiglio notarile di Milano del 5 marzo 2013
in tema di requisiti soggettivi e partecipazioni in una s.r.l. semplificata ex art. 2463
bis c.c. e nella Massima I.H.18 dei Consigli notarili delle Tre Venezie del settembre
2014 sulla non applicabilità dell’art. 2474 c.c. alla liquidazione delle partecipazioni
in caso di recesso o esclusione).
11
Tanto più se si considera la possibilità di devolvere ad arbitri le controversie
relative all’esclusione del socio (sulla quale si veda infra, cap. I, § 4.3. e cap. III, §
3). Per un primo sguardo d’insieme sulle pronunce giurisprudenziali in tema di
esclusione del socio dalla s.r.l. di vedano le rassegne di giurisprudenza di E.
LOFFREDO-G. RACUGNO, Società a responsabilità limitata, in Giur. Comm., 2008,
II, 246; ivi, 2011, II, 10; ivi, 2014, II, 334.
14 Premessa

associazioni, nei consorzi, nei gruppi europei di interesse economico


(GEIE) e nella società privata europea (SPE), fino ai più recenti con-
tratti di rete e alle società tra professionisti. Scopo dell’indagine è an-
zitutto verificare se sia possibile individuare la presenza di alcune
«costanti» che accomunano e legano idealmente tra di loro tutti i casi
in cui la legge attribuisce ai partecipanti ad una struttura ad organizza-
zione corporativa il potere di estromettere unilateralmente uno degli
associati, dando peso a quei fatti, comportamenti o situazioni idonei
ad incidere negativamente sull’esercizio dell’attività comune, com-
promettendo gli obiettivi dell’organizzazione ovvero arrecando intral-
cio o pregiudizio al raggiungimento dello scopo comune.
Una volta terminata questa prima analisi, si cercheranno di com-
prendere le ragioni per cui il legislatore della riforma (con una scelta
che ha pochi precedenti nel quadro dei principali ordinamenti stranie-
ri12 e che, come si avrà modo di chiarire, si è posta in parziale contro-
tendenza rispetto a quelle che sembravano essere le tecniche di esclu-
sione maggiormente sviluppate dalla prassi in seno alle società a base
capitalistica13) abbia scelto di «innestare» nel corpus di norme che di-
sciplinano la società a responsabilità limitata un istituto fino a quel
momento riservato a forme organizzative caratterizzate da una forte
connotazione personalistica; e si proverà quindi ad esaminare in che
12
Cfr. infra, cap. II, § 1.
13
Il riferimento è, in particolare, alle c.d. «clausole di riscatto», contenute nello
statuto o in un patto parasociale, con le quali si attribuisce alla società (ovvero ai so-
ci o a terzi) il diritto di acquistare coattivamente la partecipazione del socio in modo
da determinarne l’estromissione dalla società. Per un primo inquadramento
dell’istituto si vedano (prima della riforma del diritto societario) G.B. PORTALE,
Azioni con prestazioni accessorie e clausole di riscatto, in Riv. Soc., 1982, 763 ss.;
G. PRESTI, Clausole di riscatto nelle società per azioni, in Giur. Comm., 1982, II,
397; e, soprattutto, L. CALVOSA, La clausola di riscatto nella società per azioni, Mi-
lano, 1995 e M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società, Milano,
1997, 328 ss. Sulla disciplina del riscatto della partecipazione come tecnica di esclu-
sione alla luce della riforma del 2003 (e dunque dopo l’introduzione delle azioni ri-
scattabili di cui all’art. 2437 sexies c.c.) cfr. M. CENTONZE, Riflessioni sulla disci-
plina del riscatto azionario da parte della società, in Banca borsa, 2005, I, 50; C.
ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale di «exit» societario, in Riv. not.,
2004, I, 292 e M. PERRINO, La «rilevanza del socio» nella s.r.l.: recesso, diritti par-
ticolari, esclusione, in Giur. comm., 2003, I, 834; cfr. altresì infra, cap. II, § 2, nota
26.
Premessa 15

misura la scelta dei soci di avvalersi dell’autonomia statutaria conces-


sa dall’art. 2473 bis c.c. possa incidere sulla struttura della s.r.l.
Costruita la cornice, non resterà che riempire il quadro, esaminando
dapprima i presupposti dell’esclusione (ovvero l’esistenza di una
«giusta causa» e l’individuazione delle «specifiche ipotesi» di scio-
glimento del vincolo particolare) e quindi il procedimento che porta
all’estromissione del socio dalla compagine sociale. Con l’avvertenza
che entrambi gli aspetti si intrecciano, per ragioni, diverse, con due
snodi centrali della disciplina della società a responsabilità limitata.
L’esame dei presupposti dell’esclusione (inevitabilmente connesso al
tema della rilevanza del socio e al valore «imprenditoriale» della sua
partecipazione alla società14) può infatti costituire la cartina di torna-
sole alla luce della quale esaminare il ruolo della s.r.l. all’interno dei
tipi sociali, tracciandone non solo la linea di confine con le società di
persone, ma anche (e, forse, soprattutto) con le s.p.a. «chiuse»15; men-
tre la necessità di ricostruire a livello interpretativo l’intera disciplina
applicabile al procedimento di esclusione (dall’organo competente a
deliberare l’esclusione, alle modalità di assunzione della decisione;

14
Sulla partecipazione del socio nella s.r.l. come operazione imprenditoriale (in
contrapposizione alla partecipazione come operazione di investimento, tipica della
s.p.a.) cfr. C. ANGELICI, La riforma delle società di capitali, Padova, 2006, 105 ss.
15
Per un primo inquadramento del tema e circoscrivendo i riferimenti ai contri-
buti pubblicati nel periodo immediatamente precedente e immediatamente successi-
vo alla riforma del diritto societario si vedano P. BENAZZO, La s.r.l. nella riforma
del diritto societario: società di capitali o società di persone?, in Verso un nuovo di-
ritto societario, cit., 105 ss.; V. DI CATALDO, La società a responsabilità nel dise-
gno di legge delega per la riforma del diritto societario, in La corporate governance
nelle società non quotate, a cura di S. Rossi e G. Zamperetti, Milano, 2002, 31 ss.;
M. PERRINO, La nuova s.r.l. nella riforma delle società di capitali, in Riv. Soc.,
2002, 1118 ss.; G. ZANARONE, Introduzione alla nuova società a responsabilità li-
mitata, in Riv. Soc., 2003, 58 ss.; P. SPADA, Classi e tipi di società dopo la riforma
organica (guardando alla “nuova” società a responsabilità limitata), in Le grandi
opzioni della riforma del diritto e del processo societario, a cura di G. Cian, Padova,
2004, 29 ss.; G. MARASÀ, La s.r.l. come società di capitali e i suoi caratteri distinti-
vi dalla s.p.a., in Studium juris, 2005, 301 ss. Sul punto cfr. altresì G.D. MOSCO, Ri-
forma societaria, organizzazione interna delle società per azioni «chiuse» e piccole
e medie imprese, in Giur. Comm., 2004, I, 1079 e G.C.M. RIVOLTA, La società per
azioni e l’esercizio di piccole e medie imprese, in Riv. Soc., 2009, 629 ss. (in partico-
lare, 638 ss.).
16 Premessa

dalle forme di comunicazione al socio dell’avvenuta esclusione agli


strumenti di tutela accordatigli; dall’individuazione del momento a
partire dal quale l’esclusione produce i suoi effetti e l’escluso perde lo
status di socio alle interferenze tra esclusione e recesso e tra esclusio-
ne e scioglimento della società) offre l’occasione per affrontare il più
generale problema delle lacune normative nella nuova società a re-
sponsabilità limitata e della integrazione «orizzontale» della disciplina
ad essa applicabile, vuoi attraverso la tecnica del rinvio, vuoi attraver-
so il ricorso all’analogia16.

16
Imprescindibile, sul punto, il rinvio alle pagine dell’Introduzione di G.
ZANARONE, Della società a responsabilità limitata. Tomo primo. Artt. 2462-2474, in
Comm. Schlesinger, Milano, 2010, 18 ss., cui adde O. CAGNASSO, La società a re-
sponsabilità limitata, in Tratt. Cottino, vol. V, t. 1, Padova, 2007, 43 ss.; G. PRESTI,
Sub art. 2462, in Codice commentato delle s.r.l., diretto da P. Benazzo e S. Patriar-
ca, Torino, 2006, 28 ss.; G.C.M. RIVOLTA, Profilo della nuova disciplina della so-
cietà a responsabilità limitata, in Banca borsa, 2003, I, 683 ss.; ID., Introduzione a
un dibattito sulla nuova società a responsabilità limitata, in Le grandi opzioni della
riforma del diritto e del processo societario, cit., 297 ss.; M. STELLA RICHTER JR.,
Di alcune implicazioni sistematiche della introduzione di una nuova disciplina per
le società a responsabilità limitata, in Giust. Civ., 2004, II, 11 ss.
Capitolo I

L’istituto dell’esclusione. Le sue vicende storiche e


la sua funzione nei rapporti associativi

1. Le origini storiche dell’esclusione del socio. La sua estraneità al


diritto romano, al diritto comune e alla codificazione napoleonica.

Se, come è stato efficacemente scritto, «per esclusione del socio si


intende il fenomeno dell’estromissione forzosa del singolo partecipan-
te da un gruppo associativo, per decisione degli altri componenti ed in
conseguenza di fatti a lui personalmente relativi»1, allora l’esclusione
del socio è una fattispecie relativamente recente. L’idea che la società
possa sopravvivere al venir meno di uno degli originari contraenti è
infatti estranea, anche se per ragioni diverse, sia al diritto romano, sia
al diritto comune e viene per la prima volta espressamente disciplina-
ta, a livello continentale, nel codice territoriale prussiano del 1794 e, a
livello nazionale, dal codice di commercio del 18652.

1
La definizione è di M. PERRINO, voce Esclusione del socio, in Diritto commer-
ciale – Collana Dizionari del Diritto privato promossi da N. Irti, a cura di N. Abria-
ni, Milano, 2011, 398.
2
Sull’origine e sull’evoluzione storica dell’istituto dell’esclusione del socio si
vedano, in particolare, A. DALMARTELLO, L’esclusione dei soci nelle società com-
merciali, Padova, 1939, 2 ss.; F. GALGANO, Il principio di maggioranza nelle socie-
tà di persone, Padova, 1960, 186 ss.; R. COSTI−G. DI CHIO, Società in generale. So-
cietà di persone. Associazione in partecipazione, in Giur. sist. Bigiavi, Torino, 1991,

17
18 Capitolo I

La societas di diritto romano è caratterizzata da due principi, en-


trambi incompatibili con lo scioglimento del rapporto limitatamente a
un socio: da un lato quello della insostituibilità del socio («quia qui
societatem contrahit certam personam sibi eligit»)3, cui fa da corolla-
rio, dall’altro, quello dell’impossibilità di continuazione della società
in mancanza di uno dei soci originari («tamdiu societas durat quamdiu
consensus partium integer perseverat»)4. Ne consegue che il distacco
di un partecipante, per qualunque causa avvenga (sia esso conseguen-
za di mutamenti nello status del socio o di un qualche inadempimento
degli obblighi assunti nei confronti degli altri contraenti), implica di
per sé una tale alterazione dell’originario consensus da operare, neces-
sariamente, come causa di cessazione della societas5. Ciò non signifi-
ca che il diritto romano non prenda in considerazione quelle che, nei
secoli a venire, sarebbero divenute le ipotesi tipiche di esclusione, ma,
più semplicemente, che esse agiscono in modo irreversibile
sull’affectio societatis e, lungi dal determinare l’estromissione del sin-
golo, sono causa di scioglimento dell’intero rapporto sociale6.

638 ss.; G. BOLLINO, Le cause di esclusione del socio nelle società di persone e nel-
le cooperative, in Riv. dir. comm., 1992, I, 375; M. PERRINO, Le tecniche di esclu-
sione del socio dalla società, cit., 59 ss.
3
GAI., Inst., 3.152.
4
Così, testualmente, C. 4.37.5
5
Così P. BONFANTE, Corso di diritto romano, vol. VI, Le successioni, Città di
Castello, 1932, 132 ss.. In argomento cfr. altresì V. ARANGIO−RUIZ, La società in
diritto romano, Napoli, 1950, 6 ss.; F. CANCELLI, voce Società (diritto romano), in
Noviss. Digesto, vol. XVII, Torino, 1970, 495 ss.; F. BONA, Studi sulla società con-
sensuale in diritto romano, Milano, 1973, 34 ss.; M. TALAMANCA, voce Società (di-
ritto romano), in Enciclopedia del diritto, Milano, 1990, XLII, 817 ss.; G.
SANTUCCI, La societas nella casistica giurisprudenziale romana, in Arch. giur.,
1995, 149 ss.
6
L’unico temperamento (e la prima concessione al principio di continuità
dell’ente) si trova nelle societates publicanorum e nelle societates vectigalium nelle
quali è ammesso il patto con cui si conviene che in caso di morte di un socio la so-
cietà non si sciolga e l’erede possa subentrare nella società (D.17.2.59 e
D.17.2.63.8): cfr. A. DALMARTELLO, L’esclusione dei soci nelle società commercia-
li, cit., 4 e M. TALAMANCA, voce Società (diritto romano), cit., 512. Sul ruolo della
societas publicanorum si vedano F. BONA, Le «societates publicanorum» e le socie-
tà questuarie nella tarda repubblica, in Imprenditorialità e diritto nell’esperienza
L’istituto dell’esclusione 19

È tuttavia necessario operare una distinzione: mentre infatti i mu-


tamenti di status del socio, determinando il venir meno dell’intuitus in
lui riposto all’atto della stipulazione del contratto, comportano lo
scioglimento automatico della società7, gli inadempimenti del socio
operano come causa facoltativa di scioglimento, che si verifica solo
nel caso in cui uno degli altri decida di avvalersi del recesso unilatera-
le (renuntiatio) o di esercitare l’actio pro socio8.
Così come nel diritto romano, anche nel diritto intermedio
l’esclusione non è contemplata9; se però nel primo l’ostacolo
all’ammissibilità dello scioglimento del rapporto sociale limitatamente
a un socio deriva dall’estrema instabilità del contratto di societas (ne-
cessariamente ancorato alla continuità del consensus e all’intuitus per-

storica. Atti del convegno interdisciplinare promosso dalla Società italiana di storia
del diritto. Erice, 22-25 novembre 1988, Palermo, 1992, 13 ss. e M. MONTANARI,
Impresa e responsabilità. Sviluppo storico e disciplina positiva, Milano, 1990, 11
ss., nonché le osservazioni di G. COTTINO, Introduzione al Trattato. Il diritto com-
merciale tra antichità, medioevo e tempo presente, in Tratt. Cottino, vol. I, Padova,
2001, 30 ss., ove ulteriori riferimenti.
7
Sul punto cfr. A. DALMARTELLO, L’esclusione dei soci nelle società commer-
ciali, cit., 4; F. GALGANO, Il principio di maggioranza nelle società di persone, cit.,
195; M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società, cit., 63-64.
Tra le cause che determinano lo scioglimento ipso iure si possono ricordare la
capitis deminutio (GAI., Inst., 3.153), la bonorum venditio (GAI., Inst., 3.154, IUST.,
Inst., 3.25.8 e D.17.2.65), la publicatio bonorum (IUST., Inst., 3.25.7 e
D.17.2.65.12), la cessio bonorum (IUST., Inst., 3, 25, 8) e l’egestas (D.17.2.4.1): in
argomento C. ARNÒ, Il contratto di società. Corso di diritto romano, Torino, 1938;
A. GUARINO, Solutio societatis, in Studi in onore di Giuseppe Grosso, III, Torino,
1970, 3 ss. (già in Labeo, 1968, 139 ss.); M. TALAMANCA, voce Obbligazioni (dirit-
to romano), in Enciclopedia del diritto, Milano, 1979, XXIX, 39 ss.; F. BONA, Studi
sulla società consensuale in diritto romano, cit., 53.
8
Detto in altri termini, in presenza di gravi inadempimenti di un socio, viene
meno in capo agli altri il consenso a voler continuare con lui la società, che quindi si
scioglie prima ancora che sia possibile espellere il socio inadempiente: per questa ri-
costruzione cfr. A. DALMARTELLO, op. ult. cit., 5. Sulla renuntiatio (GAI., Inst.,
3.151) e sull’actio pro socio (D.17.2.65.15) cfr. V. ARANGIO−RUIZ, La società in di-
ritto romano, cit., 152 e F. BONA, Studi sulla società consensuale in diritto romano,
cit., 84 ss.,
9
Cfr. R.J. POTHIER, Oeuvres, IV, Traité du contrat de société, cap. VIII, Paris,
1847, 291 ss.
20 Capitolo I

sonae)10, nel diritto medioevale tale ostacolo deriva dalla situazione


opposta, ovvero dalla estrema intensità del rapporto sociale che unisce
i membri del rapporto associativo per tutta la vita (come nel caso del
consortium o dell’adfratatio)11 e che comporta che gli eventuali ina-
dempimenti o i mutamenti delle condizioni personali del socio siano
irrilevanti rispetto al mantenimento del vincolo sociale («contra natu-
ram societatis est ut sors unius sit fracta et alterius sit salva»)12.
La diretta influenza dei principi del diritto romano spiega inoltre la
ragione per cui né il code civil napoleonico del 1804 né il codice civile
italiano del 1865, che dal primo trae diretta e fedele ispirazione, pren-
dano in considerazione la possibilità di uno scioglimento particolare
del vincolo nella c.d. società civile, disciplinata, rispettivamente, dagli
artt. 1855 e 1698 c.c.13: ricalcando fedelmente le previsioni delle fonti
romanistiche i due testi prevedono infatti, da un lato, che
l’inadempimento alle obbligazioni assunte con il contratto attribuisca
agli altri soci il diritto di chiedere giudizialmente lo scioglimento

10
Cfr. M. PERRINO, Le tecniche di esclusione, cit., 65 ss.
11
In argomento, oltre agli Autori citati alla nota successiva, cfr. A. SOLMI, Le as-
sociazioni in Italia avanti le origini del comune: saggio di storia economica e giuri-
dica, Modena, 1898, 85 ss.
12
Cfr. ancora A. DALMARTELLO, op. ult. cit., 7. Sui rapporti associativi nel dirit-
to intermedio si vedano inoltre G. PECORELLA, voce Società (diritto intermedio), in
Enciclopedia del diritto, Milano, 1990, XLII, 860 ss.; G. DIURNI, voce Società (di-
ritto intermedio), in Noviss. Digesto, vol. XVII, Torino, 1970, 516 ss., nonché, L.
GOLDSCHMIDT, Storia universale del diritto commerciale, [Universalgeschichte des
Handelsrechts, III ed., Stuttgart, 1891], trad. it. Torino, 1913, 214 ss.; U.
SANTARELLI, Mercanti e società tra mercanti, Torino, 1992, 124 ss.; F. GALGANO,
Lex mercatoria. Storia del diritto commerciale, Bologna 2001, 45 ss.
13
Sulla diretta influenza del diritto romano sulle disposizioni del code civil dedi-
cate allo scioglimento del contratto di società cfr. R.T. TROPLONG, Droit civil. Du
contrat de société civile et commerciale, Bruxelles, 1843, 354 ss. Più in generale sul
fil rouge che lega la societas di diritto romano e la società civile della codificazione
napoleonica cfr. R. BOLAFFI, La società semplice, Milano, rist. 1975, 68 ss.; F.
GALGANO, Le società in generale. Le società di persone, in Tratt. di dir. civ. e
comm., già diretto da A. Cicu, F. Messineo e L. Mengoni e continuato da P. Schle-
singer, Milano, 2007, 170 ss.; O. CAGNASSO, La società semplice, in Tratt. Sacco,
Torino, 1988, 8 ss.
L’istituto dell’esclusione 21

dell’intera società e, dall’altro, che le vicende personali dei soci ne


producano ipso iure lo scioglimento14.

2. La comparsa dell’istituto dell’esclusione nei codici di commer-


cio del 1865 e del 1882 e la formulazione delle teorie sulla sua na-
tura giuridica.

Nel mondo delle società commerciali, la regola per cui i compor-


tamenti destinati a minare la reciproca fiducia tra i soci o gli eventi re-
lativi a loro vicende personali debbano avere necessariamente quale
unico possibile esito la dissoluzione dell’intero ente, si rivela tuttavia
ben presto insoddisfacente. Si fa così strada l’esigenza di trovare
strumenti che possano garantire la continuazione dell’attività impren-
ditoriale e la sopravvivenza della società alle vicende personali dei so-
ci. E, come spesso accade, la prassi imprenditoriale anticipa il legisla-
tore: prima ancora di un qualsiasi intervento normativo, iniziano infat-
ti a trovare cittadinanza nelle pattuizioni tra i soci le «clausole di

14
Cfr. gli artt. 1735 e 1729 n. 4 del codice civile del 1865 (corrispondenti agli
artt. 1871 e 1865 n. 4 del code Napoléon) i quali stabiliscono, rispettivamente che
«La società finisce (…) 4°. Per l’interdizione, per la non solvenza o pel fallimento di
alcuno dei soci» e che «Lo scioglimento della società contratta a tempo determinato
non può domandarsi da uno de’ soci prima che sia spirato il termine stabilito, se non
quando vi fossero giusti motivi, come nel caso che uno dei soci mancasse a’ suoi
impegni, o che una malattia abituale lo rendesse inabile agli affari sociali, o in altri
casi consimili. L’apprezzamento di tali motivi è lasciato alla prudenza dell’autorità
giudiziaria». In argomento cfr. A. DALMARTELLO, L’esclusione dei soci nelle socie-
tà commerciali, cit., 7-8; F. GALGANO, Il principio di maggioranza nelle società
personali, cit., 187.
Così come nel diritto romano (cfr. supra, nota 6 di questo Capitolo), l’unica ec-
cezione allo scioglimento della società in conseguenza di eventi che colpiscono il
singolo si ha nell’ipotesi di morte del socio: la regola per cui «la società finisce per
la morte di alcuno dei soci» (artt. 1729, n. 3, codice civile e 1865, n. 3, code civil),
ammette infatti un esplicito patto contrario, con il quale «si può stipulare che in caso
di morte di uno dei soci la società debba continuare col suo erede ovvero che debba
soltanto continuare fra i soci superstiti» (artt. 1733 codice civile e 1868 code civil);
sul punto, per tutti, I. MENGHI, La morte del socio nelle società di persone. La disci-
plina legale, Milano, 1984, 19 ss.
22 Capitolo I

esclusione» con le quali si conviene che, qualora si verifichi una causa


di scioglimento inerente alla persona di un singolo socio, gli altri pos-
sano evitare lo scioglimento totale della società, chiedendone lo scio-
glimento parziale nei confronti dell’unico partecipante dal quale la
causa dissolutiva sia derivata15. Dalla validità dei patti di esclusione
alla dichiarazione legislativa della loro legittimità il passo è breve: ed
è, come si accennava, il codice territoriale prussiano del 1794 a com-
pierlo per primo, disciplinando espressamente l’esclusione del socio
sia per le società civili, sia per le società commerciali16. La previsione
normativa riveste nell’evoluzione dell’istituto un ruolo fondamentale
per almeno due diverse ragioni: anzitutto perché, per la prima volta,
sancisce il principio che l’esclusione può trovare applicazione indi-
pendentemente da una pattuizione dei soci e, in secondo luogo, perché
rende lo scioglimento particolare del vincolo sociale autonomo (e non
più alternativo e subordinato) rispetto alla volontà di addivenire allo
scioglimento della società17.
La strada tracciata dal codice prussiano viene seguita dal nostro co-
dice di commercio del 1865, che dedica all’esclusione due disposizio-
ni. La prima (art. 124), dopo aver individuato una serie di ipotesi che
legittimano l’estromissione del socio dalla compagine sociale18, con-
tiene una formula «di chiusura» per cui il socio può essere escluso «in
generale quando concorrano fatti che costituiscono grave inadempi-
mento delle obbligazioni del socio»; la seconda (art. 125) sancisce

15
Per riferimenti alle pronunce giurisprudenziali che hanno ammesso la validità
di tali pattuizioni si veda A. DALMARTELLO, op. ult. cit., 9 ss.
16
Cfr., rispettivamente, i §§ 273 e 274 della parte I, titolo XVII e i §§ 614 e 660
della parte II, titolo VIII, sezione VII.
17
Sotto questo profilo (è ancora A. DALMARTELLO a ricordarlo: op. ult. cit., 13)
il codice prussiano si differenzia sia dal codice civile tedesco del 1896 (§ 737) sia
dall’Handelsgesetzbuch für das Deutsche Reich del 1897 (§§ 140, 141 e 144) nei
quali l’esclusione è ancora prevista come conversione dello scioglimento della so-
cietà in un «scioglimento minore» del singolo vincolo sociale, nei soli casi i rima-
nenti soci siano unanimemente concordi nel volerlo.
18
Alcune hanno come destinatario il socio amministratore (l’uso della firma e
dei capitali sociali per uso proprio, il compimento di frodi nell’amministrazione o
nella tenuta della contabilità), altre il socio in quanto tale (l’indebita ingerenza
nell’amministrazione, la mancata esecuzione del pagamento della quota sociale, il
fallimento).
L’istituto dell’esclusione 23

esplicitamente che «l’esclusione del socio non produce scioglimento


della società».
L’embrionale disciplina viene riveduta e ampliata con il codice di
commercio del 1882. Eliminata (e vedremo tra poco con quali conse-
guenze sul dibattito dottrinale) l’ipotesi generale di esclusione, vengo-
no così individuate, in aggiunta a quelle già elencate nel codice del
1865, nuove cause di esclusione (art. 186)19; ribadito, inoltre, il prin-
cipio che lo scioglimento del vincolo particolare non ha effetti estinti-
vi sul contratto di società (art. 187, comma 1: «l’esclusione del socio
non opera per sé sola lo scioglimento della società»), viene per la pri-
ma volta dettata una disciplina del procedimento di liquidazione della
quota del socio escluso (art. 187, commi 2, 3 e 4), nella quale si sanci-
sce, in particolare, il principio per cui egli «non ha diritto ad alcuna
quota proporzionale delle cose sociali, ma soltanto ad una somma di
denaro che ne rappresenti il valore»20.

19
Si affiancano al fallimento l’interdizione e l’inabilitazione del socio; l’uso dei
beni sociali senza il consenso scritto degli altri soci; lo svolgimento di attività in
concorrenza con quella della società o l’assunzione di partecipazioni in qualità di
soci illimitatamente responsabili in società aventi il medesimo oggetto, in entrambi i
casi salvo il consenso degli altri soci; l’ingerenza dell’accomandante
nell’amministrazione o il perimento del bene che egli abbia conferito in godimento
(o in proprietà, se il perimento è avvenuto prima della consegna).
Né il codice di commercio del 1865, né quello del 1882, prendono invece espres-
samente in considerazione l’ipotesi dell’esclusione di un socio nella società formata
da due soci: accanto a chi ritiene che in questo caso l’unica strada percorribile sia
quella dello scioglimento della società (cfr. U. NAVARRINI, Trattato teorico−pratico
di diritto commerciale, Milano−Torino−Roma, 1919, 311), si fa strada l’idea per cui
il principio di conservazione dell’ente dovrebbe trovare applicazione anche in questa
ipotesi: così (traendo spunto dall’art. 577, comma 2, del codice federale svizzero
delle obbligazioni del 1881) L. MOSSA, L’esclusione del socio nella società di due
soci, in Riv. dir. comm., 1915, II, 637 e T. ASCARELLI, Appunti di diritto commercia-
le. Società e associazioni commerciali, Roma, 1936, 206; bisognerà tuttavia aspetta-
re il progetto D’Amelio del 1925 perché la fattispecie trovi per la prima volta una di-
sciplina positiva (art. 247: «l’esclusione di un socio nella società costituita da due
soci non dà luogo alla liquidazione dell’azienda sociale»).
20
Sul punto cfr., in particolare, A. DALMARTELLO, L’esclusione dei soci nelle
società commerciali, cit., 28 ss. e M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio
dalla società, cit., 71.
24 Capitolo I

La portata innovativa delle previsioni legislative è dirompente; tan-


to è vero che la maggior parte della dottrina, abituata a ricondurre lo
scioglimento della società negli schemi propri della risoluzione del
contratto, considera la disposizione che consente alle società commer-
ciali di sopravvivere all’esclusione di un socio, come una vera e pro-
pria deviazione «dall’ordine dei principi generalmente adottati»21 e,
per giustificarne l’introduzione, cerca di individuarne il fondamento
ora nella salvaguardia dell’interesse pubblico al corretto svolgimento
dell’attività imprenditoriale (sottolineando quindi il carattere sanzio-
natorio dell’esclusione)22, ora nella soggezione del socio al potere di-
sciplinare della società (attribuendo pertanto all’esclusione il valore di
«atto di difesa» della persona giuridica nei confronti di quello tra i so-
ci che possa minarne il buon funzionamento)23.

21
Così, testualmente, sulla disposizione del codice di commercio del 1865 (art.
125), L. BORSARI, Codice di commercio del Regno d’Italia annotato, vol. I, Torino,
1868, 411, nonché, in termini analoghi in relazione alla corrispondente norma del
codice di commercio del 1882 (art. 187) U. NAVARRINI, Trattato teorico−pratico di
diritto commerciale, cit., 309; C. VIVANTE, Trattato di diritto commerciale, II, Le
società commerciali, 5a ed., Milano, 1923, 445; E. SOPRANO, Trattato teori-
co−pratico delle società commerciali, vol. II, Torino, 1934, 880; M. GHIDINI, Estin-
zione e nullità delle società commerciali, Padova, 1937, 65; M. STOLFI, La liquida-
zione delle società commerciali, Milano, 1938, 188.
E la portata innovativa del principio conservativo della società commerciale è da
considerarsi tanto maggiore se posta in relazione con l’assenza (nel codice civile del
1865) di disposizioni generali sui contratti plurilaterali con comunione di scopo che
consentissero di sottrarre la società allo scioglimento in presenza dell’invalidità di
una singola partecipazione: sul punto cfr. F. GALGANO, Il principio di maggioranza
nelle società personali, cit., 193 e R. COSTI−G. DI CHIO, Società in generale. Socie-
tà di persone. Associazione in partecipazione, 639, nonché, in termini generali, P.
FERRO−LUZZI, I contratti associativi, Milano, 1971, 343 ss.
22
Per questa impostazione si vedano, in particolare, P. CALAMANDREI, Delle so-
cietà e delle associazioni commerciali, II, Torino, 1884, 219; E. VIDARI, Corso di
diritto commerciale, I, Milano, 1883, 158; A. BRUNETTI, Trattato del diritto delle
società, I, Parte generale – Società personali, Milano, 1946, 391.
23
Così T. ASCARELLI, Appunti di diritto commerciale. Società e associazioni
commerciali, cit., 205; E. RAMELLA, Dell’esclusione dei soci nelle società ed asso-
ciazioni, in Il dir. comm., 1914, II, 56 ss.; A. DE GREGORIO, Delle società e delle as-
sociazioni commerciali, in Il codice di commercio commentato, coordinato da L. Bo-
laffio, A. Rocco e C. Vivante, vol. IV, Torino, 1938, 637.
L’istituto dell’esclusione 25

Entrambe le ricostruzioni (denominate dall’autore che maggior-


mente si dedicò a confutarle «teoria della disciplina tassativa legale» e
«teoria della potestà corporativa disciplinare»)24 presentano tuttavia
dei punti deboli. La prima, che riconduce l’esclusione ad una sanzione
posta a tutela di interessi di tipo sostanzialmente pubblicistico e pre-
suppone pertanto il carattere eccezionale della norma e la tassatività
delle cause di esclusione (pur avendo trovato un forte argomento te-
stuale nella scomparsa della clausola generale di esclusione avvenuta
nel passaggio dal codice di commercio del 1865 a quello del 1882), si
scontra infatti con il carattere facoltativo dell’esclusione («può essere
escluso dalla società…») e con la conseguente disponibilità degli inte-
ressi in gioco, la cui valutazione è rimessa ai soci25. Mentre le critiche
alla teoria che vede nell’esclusione la manifestazione della potestà di-
sciplinare della società nei confronti dei propri associati si appuntano,
da un lato, sull’eccessiva ampiezza e discrezionalità dei poteri ricono-
sciuti alla società (cui fa da corollario il principio della insindacabilità
della delibera da parte dell’autorità giudiziaria, che si limita ad accer-
tare «la ricorrenza delle cause di esclusione e la regolarità della proce-
dura seguita dalla società»26) e, dall’altro, sull’indimostrata esistenza
della personalità giuridica della società (di persone), invocata invece
dalla dottrina de quo per giustificare l’esistenza di un potere discipli-
nare in capo a un soggetto diverso e distinto dalle persone dei soci27.

24
La paternità delle due denominazioni è di A. DALMARTELLO, L’esclusione dei
soci nelle società commerciali, cit., 39 ss. e 59 ss.
25
«Le pretese esigenze di rilievo pubblicistico» rileva Dalmartello «sono neces-
sariamente mediate e subordinate a quelle d’ordine privatistico, in quanto presup-
pongono l’esistenza di un interesse dei soci a disfarsi del consocio dannoso e a con-
tinuare l’impresa nonostante la scossa subita dal rapporto di società: ove questa spin-
ta decisiva mancasse, sarebbe perfettamente inutile che ragioni di utilità pubblica,
necessità di economia generale o altri principi superiori reclamassero la conserva-
zione e la continuazione dell’impresa sociale» (op. ult. cit., 42). Per ulteriori riferi-
menti alla «teoria della disciplina tassativa legale» (e alle critiche cui fu sottoposta)
cfr. ancora M. PERRINO, op. ult. cit., 88 ss., nonché F. GALGANO, Il principio di
maggioranza, cit., 196 e B. ACQUAS, L’esclusione del socio nelle società, Milano,
2008, 30 ss.
26
Cfr. T. ASCARELLI, Appunti di diritto commerciale, cit., 205-206.
27
Cfr. ancora A. DALMARTELLO, L’esclusione dei soci nelle società commercia-
li, cit., 63 ss., nonché, per ulteriori riferimenti, R. COSTI−G. DI CHIO, Società in ge-
26 Capitolo I

Nel periodo che precede l’emanazione del codice civile si fa così


strada la tesi che propone di ricondurre tutte le ipotesi di esclusione
del socio all’istituto della risoluzione per inadempimento (c.d. «teoria
contrattualistica»)28, «adattato al contratto plurilaterale di società
commerciale, cioè contemperato col principio conservativo
dell’impresa ed opportunamente adeguato, dal lato della tecnica legi-
slativa, perché ad esso non sfugga alcuna ipotesi di inadempimento
della complessa obbligazione sociale»29. La indubbia difficoltà di far
rientrare nella nozione di inadempimento le ipotesi di esclusione che
non siano immediatamente riconducibili ad un comportamento colpo-
so del socio (si pensi, per tutte, all’interdizione o all’inabilitazione)
suggerisce così di ipotizzare l’esistenza di un generale obbligo di col-
laborazione che incombe sul socio in quanto tale30 e di ricostruire tutte
le fattispecie elencate dall’art. 186 cod. comm. come violazioni di
quell’obbligo, indipendentemente dal fatto che esse siano conseguenza

nerale. Società di persone. Associazione in partecipazione, in Giur. sist. Bigiavi,


cit., 640.
28
È questa, in particolare, la tesi sostenuta da A. DALMARTELLO nella più volta
citata opera monografica dedicata all’esclusione (op. ult. cit., 69 ss.), nonché da G.
AULETTA, Il contratto di società commerciale, Milano, 1937 e da A. FERRARA, Le
deliberazioni di esclusione dei soci e il sindacato giudiziario, in Riv. dir. comm.,
1931, II, 237. Più precisamente, le ipotesi di esclusione vengono ricondotte ad una
condizione risolutiva espressa (ovvero alla clausola contrattuale con cui si conviene
che in caso di inadempimento di una delle parti, il contratto potrà essere risolto su
domanda dell’altra), in ciò differenziando la disciplina dettata dal codice di com-
mercio dalla disciplina generale della risoluzione per inadempimento del codice ci-
vile del 1865, che presumeva esistente in ogni contratto bilaterale una condizione ri-
solutiva tacita (art. 1165 c.c.: «la condizione risolutiva è sempre sottintesa nei con-
tratti bilaterali, pel caso in cui una delle parti non soddisfaccia alla sua obbligazio-
ne»).
29
Così testualmente A. DALMARTELLO, op. ult. cit., 105.
30
Cfr. ancora A. DALMARTELLO, op. ult. cit., 93 ss., il quale scrive: «il socio mi-
norato non si trova più in grado di prestare quella collaborazione, cosciente e fecon-
da, che egli aveva promesso. Si tratta di una ipotesi, seppure incolpevole, di inadem-
pimento di una obbligazione sociale». Come è stato sottolineato (cfr. R. COSTI−G.
DI CHIO, op. ult. cit., 640; M. PERRINO, op. ult. cit., 102 ss.), la necessità di ipotizza-
re l’esistenza di un generale obbligo di collaborazione tra i soci alla cui violazione
ricondurre tutte le ipotesi di esclusione dettate dal codice di commercio si spiega
(anche) alla luce della circostanza che il codice civile del 1865 non contempla la ri-
soluzione per impossibilità sopravvenuta.
L’istituto dell’esclusione 27

di un comportamento del socio o siano riconducibili ad avvenimenti a


lui non imputabili.
Logico corollario di questa impostazione è che l’esclusione debba
essere pronunciata giudizialmente e la relativa azione possa essere
proposta, individualmente, da ciascun socio31, in ciò introducendo un
ulteriore elemento di differenza rispetto alla teoria della potestà corpo-
rativa disciplinare, che attribuisce invece il potere di esclusione alla
maggioranza dei soci32.

3. Dai codici di commercio al codice civile del 1942. Il rapporto tra


esclusione e risoluzione del contratto.

La contrapposizione tra i sostenitori della teoria della potestà cor-


porativa disciplinare e quelli della teoria contrattualista relativamente
all’individuazione delle modalità di assunzione della decisione di
esclusione ha il merito di mettere in luce la principale lacuna della di-
sciplina dettata dal codice di commercio: gli artt. 186-188 del codice
del 1882, se disciplinano infatti le cause e gli effetti dell’esclusione,
nulla dispongono in merito al procedimento che ad essa conduce33. Ed

31
Cfr. A. DALMARTELLO, op. ult. cit., 222, nonché C. VIVANTE, Trattato di dirit-
to commerciale, II, Le società commerciali, cit., 459; U. NAVARRINI, Trattato teori-
co−pratico di diritto commerciale, cit., 311 («la esclusione non può esser pronuncia-
ta che dal magistrato: si tratta, infatti, di far venir meno un rapporto contrattuale»);
A. FERRARA, Le deliberazioni di esclusione dei soci e il sindacato giudiziario, cit.,
237. Per ulteriori riferimenti, anche alle pronunce giurisprudenziali precedenti
all’emanazione del codice civile del 1942, si veda altresì F. GALGANO, Il principio
di maggioranza nelle società personali, cit., 196 ss.
32
Così, ad esempio, T. ASCARELLI, Appunti di diritto commerciale, cit., 206 e A.
DE GREGORIO, Delle società e delle associazioni commerciali, cit., 637, divisi tutta-
via sull’individuazione delle modalità di assunzione della decisione, ritenendo, il
primo, che l’esclusione debba essere pronunciata dagli amministratori (o
dall’assemblea dei soci, qualora l’escludendo sia un socio amministratore) e, il se-
condo, che l’esclusione possa essere decisa dalla maggioranza dei soci.
33
Sul punto cfr. i rilievi di G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le società di persone, in
G. COTTINO−R. WEIGMANN−M. SARALE, Società di persone e consorzi, in Tratt.
28 Capitolo I

è invece proprio questo profilo che, nel complesso e tortuoso cammi-


no che porterà all’emanazione del codice civile del 1942, viene posto
al centro delle numerose versioni delle disposizioni dedicate
all’esclusione che si sono succedute prima di arrivare alle norme at-
tuali, segno, probabilmente, di un dibattito dottrinale non ancora sopi-
to sulla natura e il fondamento giuridico della fattispecie.
Tralasciando il progetto Vivante del 1922, che (sul punto) non pre-
senta innovazioni significative rispetto al codice di commercio34, si
susseguono nell’arco di pochi anni prima il progetto di riforma del co-
dice di commercio presentato dalla Sottocommissione Reale presiedu-
ta da D’Amelio (1925), poi i progetti preliminari per la riforma del
codice di commercio (ancora autonomo dal codice civile) e per la ste-
sura di un libro delle obbligazioni e di un libro del lavoro e
dell’impresa, destinati a confluire in un futuro codice civile, redatti dal
Comitato presieduto da Asquini (1940)35.

Cottino, vol. III, Padova, 2004, 275 e di M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del
socio, cit., 72, nota 27.
34
In realtà il progetto Vivante presenta ai nostri fini un interesse particolare:
l’art. 251, nell’elencare le ipotesi di esclusione del socio, prevede infatti che
l’istituto sia applicabile solo alle società in nome collettivo, alle accomandite e alle
società a garanzia limitata, ovvero come precisa la relazione di accompagnamento
del progetto «alle forme sociali, cioè, in cui è prevalente la considerazione delle per-
sone» (così il Progetto preliminare per il nuovo Codice di commercio. Atti della
commissione ministeriale per la riforma della legislazione commerciale, presieduta
da Cesare Vivante, Milano, 1922, 293). Sul punto si vedano A. WEILLER, Note
sull’introduzione nel diritto italiano di una «società a garanzia limitata», in Riv.
banc., 1922, 658 ss. e T. ASCARELLI, Le società a responsabilità limitata e la loro
introduzione in Italia, in Riv. dir. comm., 1924, I, 465.
Sull’istituto dell’esclusione nella società a garanzia limitata (come indice della
volontà legislativa di voler creare un modello fortemente distinto dall’anonima e ca-
ratterizzato anche da caratteri personalistici) cfr. O. CAGNASSO, Dalla società per
azioni alla società a responsabilità limitata: vicende storiche e prospettive di rifor-
ma, in Riv. Soc., 1971, 547; ID., La società semplice, cit., 218; G.C.M. RIVOLTA, La
società a responsabilità limitata, in Tratt. di dir. civ. e comm., diretto da A. Cicu e
F. Messineo e continuato da L. Mengoni, Milano, 1982, 27; M. STELLA RICHTER JR.,
Antecedenti e vicende della società a responsabilità limitata, in S.r.l. Commentario
dedicato a Giuseppe B. Portale, a cura di A.A. Dolmetta e G. Presti, Milano, 2011,
6.
35
Per una puntuale e precisa ricostruzione delle norme in tema di scioglimento
del vincolo sociale limitatamente a un socio nei diversi progetti susseguitisi prima
L’istituto dell’esclusione 29

E la disciplina del procedimento di esclusione oscilla incessante-


mente, nelle diverse proposte legislative, tra l’opzione più strettamente
contrattualista che ritiene imprescindibile la pronuncia del tribunale e
quella che vorrebbe invece rimettere la decisione sullo scioglimento
particolare del vincolo sociale ai soci; e ancora, nel primo caso, tra la
proposta di riservare l’iniziativa giudiziale al singolo socio ovvero alla
società e, nel secondo, tra quella che prevede la necessità di una deci-
sione unanime dei soci ovvero della semplice maggioranza.
Si passa così: i) dalle disposizioni del progetto D’Amelio, che affi-
dano l’esclusione ad una pronuncia dell’autorità giudiziaria su do-
manda della società o di un singolo socio (art. 245, comma 2) e che,
per la prima volta, ammettono l’istituto nelle società composte da due
soli soci (art. 247); ii) alla norma sull’esclusione dalle società civili
contenuta nel progetto del libro delle obbligazioni del codice civile
(«l’esclusione può essere chiesta soltanto da tutti gli altri soci con-
giuntamente»: art. 585, comma 3); iii) fino alle previsioni del progetto
Asquini di riforma del codice di commercio nelle quali si stabilisce
che «l’azione per l’esclusione del socio è proposta in nome della so-
cietà dagli amministratori o da un procuratore speciale su conforme
deliberazione della maggioranza dei soci, non computandosi nel nu-
mero di questi il socio della cui esclusione si tratta» (art. 156) e con le
quali, per la prima volta nella storia dell’istituto, si introducono delle
ipotesi di esclusione di diritto, che comportano, al verificarsi di de-
terminati eventi, lo scioglimento automatico del vincolo sociale, senza
che siano a tal fine necessarie né una pronuncia del giudice, né una
decisione dei soci (art. 157)36.

della definitiva promulgazione del codice civile cfr. O. CAGNASSO, La società sem-
plice, cit., 218 ss. e B. ACQUAS, L’esclusione del socio nelle società, cit., 10 ss., il
quale ricorda come al momento della istituzione del comitato deputato alla redazione
del testo definitivo del codice di commercio, presieduto da Asquini, la questione
dell’unificazione «non poté tecnicamente porsi a motivo del fatto che la legge di de-
lega al Governo per la riforma dei codici (l. 20 dicembre 1923, n. 2814) prevedeva
espressamente la conservazione di un autonomo codice di commercio» (op. ult. cit.,
15).
36
Più precisamente, la norma da ultimo citata prevede che sia escluso di diritto
«il socio responsabile senza limitazione che sia stato interdetto o inabilitato, o che
sia condannato alla pena della reclusione per il delitto di peculato, concussione o
30 Capitolo I

Nessuno dei progetti diviene, come noto, legge (complici, proba-


bilmente, i mai sopiti contrasti sull’unificazione di codice civile e co-
dice di commercio)37, ma i lavori svolti nella loro redazione fornisco-
no il materiale di partenza per la stesura, tra il 1940 e il 1941, delle di-
verse versioni provvisorie dell’articolato del «libro dell’impresa e del
lavoro», destinato al futuro codice civile38. Anche se, ai fini
dell’evoluzione delle disposizioni sul procedimento di esclusione, la
vera svolta si ha soltanto nelle bozze definitive del progetto, allorché,

corruzione o per delitto contro la fede pubblica o la proprietà o che sia stato dichia-
rato fallito».
Sulle disposizioni del progetto del 1940 cfr. le parole dello stesso A. ASQUINI,
Lettera al Guardasigilli Grandi, in Ministero di Grazia e Giustizia. Lavori prepara-
tori del codice civile (anni 1939-1942). Progetti preliminari del libro delle obbliga-
zioni, del codice di commercio e del libro del lavoro, Istituto Poligrafico dello Stato,
Roma, 1942: «Mi è sembrato anzitutto che l’azione di esclusione non potesse essere
riservata al socio singolo, ma dovesse essere riservata alla società, la quale la eserci-
ta a mezzo dei suoi amministratori o di un procuratore speciale. Mi è sembrato altre-
sì che per la gravità delle conseguenze che ad essa sono connesse e per la responsa-
bilità che la società potrebbe assumere nel caso di un’azione infondata, fosse neces-
saria una deliberazione preventiva dei soci. Tale deliberazione è stata posta come
condizione di proponibilità dell’azione. (...) Accanto alla esclusione per inadempi-
mento ho regolato la esclusione di diritto del socio illimitatamente responsabile che
sia stato interdetto, inabilitato o dichiarato fallito o che sia stato condannato a deter-
minate pene per determinati reati. (...) Non vi è bisogno in tali ipotesi di un accerta-
mento dei fatti che determinano l’esclusione, né di un’azione a tal fine proposta dal-
la società; né è concepibile che i soci permangano in società, dopo che uno di questi
fatti si è verificato» (op. cit., 51-52).
37
Cfr. ancora A. ASQUINI, Dieci anni dopo l’abrogazione del codice di commer-
cio, in Scritti giuridici, vol. III, Padova, 1961, 102 e ID., Dal codice di commercio
del 1865 al libro del lavoro del 1942, in Riv. dir. comm., 1967, I, 1 ss. Sul dibattito
sviluppatosi in merito alla riunificazione di codice civile e codice di commercio cfr.
F. VASSALLI, Motivi e caratteri della codificazione civile, in Studi giuridici, III, 2,
Milano, 1960, 605 ss. e G. OPPO, Ancora sulla “svolta” del diritto commerciale, in
Scritti giuridici, VI, Principi e problemi del diritto privato, Padova, 2000, 181 ss.,
nonché, da ultimo, l’ampia analisi di N. RONDINONE, Storia inedita della codifica-
zione civile, Milano, 2003, nonché R. WEIGMANN, L’impresa nel codice civile del
1942, in AGE, 2014, 7 ss.
38
Per una lettura critica del processo che portò all’elaborazione del codice civile
cfr. R. TETI, Codice civile e regime fascista: sull’unificazione del diritto privato, Mi-
lano, 1990 e G. COTTINO, I cinquant’anni del codice civile: il libro del lavoro, in
Giur. Comm., 1993, I, 1 ss.
L’istituto dell’esclusione 31

ribaltando il meccanismo fino ad allora seguito, si stabilisce che


«l’esclusione è deliberata dalla maggioranza dei soci, non computan-
dosi nel numero di questi il socio da escludere», rendendo così
l’intervento del tribunale meramente eventuale (eccezion fatta per
l’ipotesi di società formata da due soci) e subordinandolo
all’opposizione da parte dell’escluso (art. 216 delle bozze definitive,
poi divenuto art. 222 del progetto definitivo, trasfuso, senza modifi-
che, nell’art. 2287 c.c.) 39.

La scelta finale a favore di un’esclusione rimessa alla maggioranza


numerica dei soci è la spia dell’ennesimo mutamento di prospettiva
del legislatore.
Se i codici di commercio avevano infatti assegnato all’istituto la
funzione di consentire la prosecuzione dell’attività imprenditoriale
nonostante il verificarsi di eventi o fatti a ciò ostativi relativi a un sin-
golo socio, il codice civile disegna invece l’art. 2287 come disposizio-
ne che deroga alle regole generali sulla risoluzione parziale dei con-
tratti plurilaterali (artt. 1459 e 1466 c.c.). L’inadempimento agli ob-
blighi che derivano dalla legge o dal contratto sociale, la sopravvenuta
impossibilità di esecuzione del conferimento per causa non imputabile
al socio, i mutamenti del suo stato personale (per citare le tre categorie
nelle quali, per consuetudine, vengono raggruppate le ipotesi di esclu-
sione facoltativa indicate dall’art. 2286 c.c.)40 sono così confermati

39
Le bozze delle norme in tema di esclusione contenute nei progetti del libro
«dell’impresa e del lavoro» del codice civile sono riportate ed esaminate da R.
WEIGMANN, Il procedimento di esclusione del socio nelle società di persone: profili
di incostituzionalità, in Giur. Comm., 1996, I, 549 ss. e da B. ACQUAS, L’esclusione
del socio nelle società, cit., 19 ss.; si vedano inoltre la raccolta dei materiali di G.
PANDOLFELLI−G. SCARPELLO−M. STELLA RICHTER−G. DALLARI, Codice civile –
Libro del lavoro illustrato con i lavori preparatori e disposizioni di attuazione e
transitorie, Milano, 1942 e i documenti sull’art. 216 delle bozze definitive pubblica-
te dal Ministero di Grazia e Giustizia, Codice civile. Dell’impresa e del lavoro, Ro-
ma, 1941, VI, 54 ss.
40
Cfr., ex multis, V. BUONOCORE, La società in nome collettivo, in Comm.
Schlesinger, Milano, 1995, 240 ss.; O. CAGNASSO, La società semplice cit., 245 ss.;
F. FERRARA JR.−F. CORSI, Gli imprenditori e le società, Milano, 2009, 289 ss.; G.
PRESTI−M. RESCIGNO, Corso di diritto commerciale, vol. II, Società, Bologna, 2011,
32 Capitolo I

come ipotesi di scioglimento solo parziale del contratto, ma (e in ciò


sta la novità) la risoluzione non opera né di diritto, né su iniziativa in-
dividuale di ciascuno degli altri soci: nel contratto di società il legisla-
tore del codice civile ha convertito l’impossibilità sopravvenuta da
causa di risoluzione automatica a causa di risoluzione facoltativa e ha
rimesso la decisione se escludere o meno l’inadempiente
dall’apprezzamento del singolo socio a quello della maggioranza41.
Non bisogna tuttavia pensare che l’emanazione delle nuove dispo-
sizioni abbia l’effetto di sopire il dibattito sul fondamento giuridico
dell’esclusione. Divenuta dominante la tesi che riconosce la natura
contrattualistica dell’istituto42, la discussione trova infatti ben presto
un nuovo terreno di scontro, spostandosi sul problema del rapporto tra
esclusione del socio e risoluzione del contratto di società.
Accanto ad una prima posizione (destinata a rimanere minoritaria e
circoscritta temporalmente ai primi anni successivi all’emanazione del
codice civile) che riconduce in toto l’esclusione del socio alla risolu-
zione del contratto per inadempimento o per impossibilità sopravvenu-

45; G.F. CAMPOBASSO, Diritto commerciale. 2. Diritto delle società, Torino, 2012,
114 ss. Sul punto cfr. altresì infra, il § 4.2. di questo Capitolo.
41
In tale ottica, quindi, il fatto che la decisione sull’esclusione sia rimessa alla
maggioranza numerica dei soci non deve essere letta come eccezione al principio
enunciato dall’art. 2252 c.c., che subordina al consenso di tutti i soci, salvo diversa
pattuizione, le modifiche del contratto sociale (così invece A. BRUNETTI, Trattato
del diritto delle società, I, Parte generale – Società personali, cit., 416; L. MOSSA,
Trattato del nuovo diritto commerciale, II, Società commerciali personali, Padova,
1951, 328; A. VENDITTI, Collegialità e maggioranza nelle società di persone, Napo-
li, 1955, 107) ma come deroga alla disciplina della risoluzione del contratto plurila-
terale: cfr. F. GALGANO, Il principio di maggioranza nelle società di persone, cit.,
199 ss. e ID., Le società in genere. Le società di persone, cit., 334 ss.
42
Cfr., oltre agli autori citati supra, nota 28, R. BOLAFFI, La società semplice,
cit., 628 ss.; G. AULETTA, Risoluzione del rapporto sociale per inadempimento, in
Riv. trim. dir. e proc. civ., 1955, I, 522; P. GRECO, Le società nel sistema legislativo
italiano. Lineamenti generali, Torino, 1959, 349; M. GHIDINI, Società personali,
Milano, 1972, 550 ss.; nonché, ma in modo più sfumato, G. FERRI, Delle società, in
Comm. Scialoja−Branca, Bologna−Roma, 1981, 324 ss. e A. GRAZIANI, Diritto del-
le società, Napoli, 1963, 95. Sul punto cfr. inoltre, per ulteriori riferimenti, M.
PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società, cit., 101 ss. e R.
COSTI−G. DI CHIO, Società in generale. Società di persone. Associazione in parteci-
pazione, cit., 640 ss.
L’istituto dell’esclusione 33

ta e ritiene, conseguentemente, o che ogni socio possa chiedere giudi-


zialmente la risoluzione del vincolo relativo al socio inadempiente o,
in modo più sfumato, che le disposizioni generali sulla risoluzione dei
contratti abbiano dei margini di applicazione anche nello scioglimento
del rapporto societario43, si afferma, fino a divenire prevalente, la tesi
secondo la quale nella disciplina delle società non vi è spazio per il ri-
corso alle regole comuni in tema di risoluzione per inadempimento o
per impossibilità sopravvenuta della prestazione44. E l’inapplicabilità
del generale rimedio risolutivo discende non tanto, come pure si è so-
stenuto, dal fatto che l’azione di risoluzione sarebbe proponibile solo
nei contratti bilaterali a prestazioni corrispettive e non in quelli pluri-

43
Cfr., nel primo senso, L. MOSSA, Trattato del nuovo diritto commerciale, cit.,
328 e, nel secondo, L. MOSCO, La risoluzione del contratto per inadempimento, Na-
poli, 1950, 27; G. AULETTA, Risoluzione del rapporto sociale per inadempimento,
cit., 525 e G. FERRI, Delle società, op. loc. ult. cit., il quale, pur riconoscendo che
l’istituto della risoluzione è in gran parte sostituito da quello dell’esclusione, ne
ammette un’autonoma applicazione tutte le volte in cui quest’ultima non possa tro-
vare spazio, ad esempio quando l’inadempimento sia intervenuto prima della costi-
tuzione del fondo sociale o quando la partecipazione del socio sia da ritenersi essen-
ziale. In giurisprudenza la tesi dell’applicabilità delle disposizioni sulla risoluzione
del contratto risulta essere stata prospettata solo da App. Trento, 2 ottobre 1952, in
Temi, 1953, 367.
La tesi per cui l’esclusione del socio sarebbe realizzabile ricorrendo al rimedio
della risoluzione di diritto comune (per inadempimento o per impossibilità soprav-
venuta) è stata recentemente riproposta proprio in relazione all’esclusione nella so-
cietà a responsabilità limitata (G. SICCHIERO, Le ipotesi statutarie di esclusione del
socio di s.r.l. sono tassative?, in Contratto e impr., 2007, 904 ss.): per una convin-
cente critica cfr. G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata. Tomo primo.
Artt. 2462-2474, Sub art. 2473-bis, in Comm. Schlesinger, cit., 856 secondo il quale
la tesi deve fare i conti da un lato con quella che nega l’applicabilità della risoluzio-
ne al contratto di società, dall’altro con la circostanza che il rimedio di diritto comu-
ne, a differenza di quello dettato dall’art. 2473 bis c.c. per la società a responsabilità
limitata non prevede alcuna tutela dei creditori sociali in sede di procedimento di li-
quidazione).
44
Sul punto cfr. R. COSTI−G. DI CHIO, Società in generale. Società di persone.
Associazione in partecipazione, cit., 689; F. GALGANO, Le società in generale. Le
società di persone, cit., 334 ss.; G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le società di persone,
cit., 270 ss.; G. MARASÀ, Le società, in Trattato di dir. priv., a cura di G. Iudica e P.
Zatti, Milano, 2000, 13 ss. e V. BUONOCORE, Le società. Disposizioni generali, in
Comm. Schlesinger, Milano, 2000, 169 ss. e 249 ss.
34 Capitolo I

laterali con comunione di scopo45 (tesi contraddetta, tra l’altro, dagli


stessi artt. 1459 e 1466 c.c.), quanto piuttosto dal fatto che la legge ha
previsto agli artt. 2286 e 2287 c.c. un rimedio speciale per l’ipotesi di
inadempimento del socio (i.e. l’esclusione) che deroga al rimedio ge-
nerale disciplinato dagli artt. 1453 e seguenti del codice civile46 e che,
pur avendo in larga misura in comune con esso i presupposti, se ne
differenzia radicalmente quanto al procedimento47 e agli effetti48.

45
Così C. GIANNATTASIO, Risoluzione del contratto di società di persone per
inadempimento ed esclusione del socio, in Riv. dir. civ., 1974, II, 15 («le norme sulla
risoluzione del contratto per inadempimento non sono applicabili ai contratti plurila-
terali con comunione di scopo, tra i quali, in particolare, quelli associativi, essendoci
in essi non interessi contrapposti, ma pluralità di interessi convergenti in un fine co-
mune»); in giurisprudenza il principio per cui «l’azione di risoluzione è proponibile
solo nei contratti bilaterali a prestazioni corrispettive, non anche nei contratti plurila-
terali con comunione di scopo nei quali è compreso il contratto di società» è stato
espresso da Cass., 4 maggio 1993, n. 5180, in Giur. It., 1994, I, 1, 741; Cass., 4 di-
cembre 1995, n. 12487, ivi, 1996, I, 1, 722; Trib. Milano, 2 giugno 1988, in Giur.
Comm., 1990, II, 699, con ampia nota critica di M. PERRINO, Sull’inammissibilità
della risoluzione del contratto di società.
46
Così, per limitarsi alle pronunce più recenti, App. Genova, 20 ottobre 2006, in
Banca dati Pluris; Trib. Milano, 17 maggio 1985, in Società, 1985, 509; Trib. Mila-
no, 22 ottobre 1990, in Giur. Comm., 1992, II, 307; Trib. Milano, 14 ottobre 1993,
in Giur. It., 1994, I, 2, 305, con nota di R. WEIGMANN; Trib. Isernia, 18 aprile 2003,
in Riv. not., 2004, 540.
47
Basti qui ricordare che la risoluzione per inadempimento è conseguenza di una
sentenza costitutiva, pronunciata dall’autorità giudiziaria su iniziativa della parte
adempiente (o, nei contratti plurilaterali, di ciascuna delle parti adempienti), laddove
l’esclusione del socio i) è rimessa ad una decisione a maggioranza degli altri, ii) ha
effetto decorsi trenta giorni dalla sua comunicazione al socio escluso e iii) prescinde
dall’intervento dell’autorità giudiziaria che è meramente eventuale e subordinato
all’opposizione dell’escluso (sul punto cfr. già R. BOLAFFI La società semplice, cit.,
629 ss. e G. AULETTA, Deroghe contrattuali alla disciplina dell’esclusione nelle so-
cietà di persone, in Annali del seminario giuridico dell’Università di Catania, vol.
III, Napoli, 1949, 264, nonché M. GHIDINI, Società personali, cit., 553 e, più di re-
cente, M. PERRINO, Sull’inammissibilità della risoluzione del contratto di società,
cit., 712 e G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le società di persone, cit., 270).
48
Fermo restando che esclusione e risoluzione parziale del contratto plurilaterale
con comunione di scopo hanno in comune il fatto di determinare lo scioglimento del
rapporto contrattuale solo limitatamente ad una delle parti, mantenendolo in vita ri-
spetto alle altre, le differenze tra i due istituti riguardano il diverso modo in cui in
L’istituto dell’esclusione 35

4. Gli artt. 2286-2288 c.c. come paradigma della disciplina


dell’esclusione del singolo dai rapporti associativi.

Così sinteticamente ripercorsi vicende storiche e dibattito dottrinale


che hanno portato alla formulazione degli artt. 2286-2288 c.c., si tratta
ora di esaminare un po’ più da vicino le norme di legge. Lo scopo di

essi opera il principio di irretroattività degli effetti sia inter partes, sia rispetto ai ter-
zi.
È vero, infatti, che essendo la società un contratto di durata (cfr. G. OPPO, I con-
tratti di durata, in Riv. dir. comm., 1943, I, 143 ss. e P. GRECO, Le società nel siste-
ma legislativo italiano, cit., 78), l’eventuale applicazione ad essa della disciplina ge-
nerale in tema di risoluzione non determinerebbe comunque effetti retroattivi (ex art.
1458, comma 1, c.c.), ma altro è dire che la risoluzione «non si estende alle presta-
zioni già eseguite», altro è riconoscere al socio unicamente un diritto alla liquidazio-
ne di una somma di denaro che rappresenti il valore della quota in base alla situazio-
ne patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento e che tenga
conto di utili e perdite derivanti da eventuali operazioni in corso (art. 2289 c.c.). Sic-
ché, come è stato efficacemente scritto «l’efficacia irretroattiva, anche tra le parti,
dell’esclusione, attiene non già – come la irretroattività della risoluzione nei contratti
di durata – alle prestazioni eseguite, bensì alle conseguenze dell’attività non solo già
compiuta, ma anche di quella tuttora in corso di svolgimento. È, in definitiva, il fe-
nomeno dell’attività economica comune, sottostante al contratto di società, che giu-
stifica la previsione di regole peculiari, in tema di effetti dell’esclusione, che non
trovano riscontro alcuno nella disciplina della risoluzione del contratto» (così te-
stualmente PERRINO, Sull’inammissibilità della risoluzione del contratto di società,
cit., 716, richiamando sul punto le considerazioni di P. FERRO−LUZZI, I contratti as-
sociativi, cit., 348 ss.).
La maggior attenzione riservata alla tutela della prosecuzione dell’attività
d’impresa da parte della disciplina dell’esclusione rispetto a quella generale della ri-
soluzione emerge anche dall’esame degli effetti che lo scioglimento particolare del
vincolo sociale produce rispetto ai terzi: il socio escluso infatti non solo è responsa-
bile per le obbligazioni sociali fino al giorno in cui si verifica lo scioglimento (art.
2290, comma 1, c.c.), ma è altresì responsabile per le obbligazioni sorte successiva-
mente a tale momento, se l’esclusione non è stata portata a conoscenza dei terzi con
mezzi idonei e questi l’abbiano senza colpa ignorata (art. 2290, comma 2, c.c.), Sul
punto, per tutti, cfr. ancora M. PERRINO, op. loc. ult. cit.; G. COTTINO−R.
WEIGMANN, Le società di persone, cit., 292 e V. BUONOCORE, La società in nome
collettivo, cit., 257 ss.
36 Capitolo I

questa indagine è, come si accennava49, duplice e consiste da un lato


nell’individuare i tratti essenziali della disciplina dettata in tema di
esclusione del socio dalle società di persone e, dall’altro (e successi-
vamente), nel verificare quali di essi siano presenti anche negli altri
rapporti associativi in cui la legge ha attribuito ai partecipanti il potere
di estromettere unilateralmente uno degli associati, in modo da poter
utilizzare le «costanti» e il «reticolo comune» della fattispecie per ri-
costruire, nei silenzi del legislatore, la disciplina dell’esclusione del
socio dalla società a responsabilità limitata.
E ci sembra che, ridotta nei suoi termini essenziali, l’esclusione del
socio dalle società di persone sia caratterizzata dai seguenti aspetti:
a) anzitutto dalla coesistenza di ipotesi di esclusione di diritto (art.
2288 c.c.), nelle quali lo scioglimento particolare del vincolo sociale
consegue in modo automatico al verificarsi delle ipotesi previste dalla
legge, e di ipotesi di esclusione facoltativa (art. 2286 c.c.) nelle quali,
pur essendosi verificata una causa che legittimerebbe l’esclusione,
l’estromissione del socio è comunque subordinata ad una decisione
dei soci (art. 2287, comma 1, c.c.) o, nelle società di due soci, ad una
decisione di un socio di adire l’autorità giudiziaria per sentir pronun-
ciare l’esclusione dell’altro (art. 2287, comma 3, c.c.);
b) in secondo luogo dall’assenza di espliciti rinvii all’autonomia
statutaria; assenza che solleva il delicato problema
dell’individuazione dei limiti che i soci incontrano nel prevedere cau-
se di esclusione ulteriori rispetto a quelle indicate dalla legge, o,
all’opposto, nello stabilire che l’esclusione non sia consentita nono-
stante il verificarsi di una delle ipotesi contemplate dall’art. 2286 c.c.;
c) dalla previsione di un procedimento di esclusione (art. 2287 c.c.)
che, ancorché sinteticamente, individua i) le modalità di assunzione
della decisione, ii) la necessità della sua comunicazione all’escluso,
iii) il momento a partire dal quale l’esclusione produce i suoi effetti,
iv) la concessione di un termine entro il quale il socio può presentare
all’autorità giudiziaria opposizione alla decisione, chiedendone la so-
spensione degli effetti, v) un obbligo di rivolgersi al tribunale quando
la società sia formata da due soci;

49
Cfr. retro, le pagine della Premessa.
L’istituto dell’esclusione 37

d) infine dall’esistenza di regole per la liquidazione della quota


dell’escluso (condivise con le altre ipotesi di scioglimento del vincolo
sociale limitatamente a un socio: art. 2289 c.c.), improntate alla ricer-
ca di un punto di equilibrio tra le esigenze del socio di ottenere il sod-
disfacimento delle proprie ragioni patrimoniali e quelle dei soci e dei
creditori sociali di non vedersi sottratti, rispettivamente, gli strumenti
per la prosecuzione dell’attività imprenditoriale e la garanzia per il
soddisfacimento delle proprie obbligazioni.

4.1. La contrapposizione tra esclusione facoltativa ed esclusione di


diritto.

La versione definitiva del codice civile ci ha consegnato una disci-


plina «bifronte» dell’esclusione nella quale coesistono due distinti or-
dini di circostanze in presenza delle quali può (o deve) aversi lo scio-
glimento coattivo del vincolo sociale limitatamente al singolo socio. E
tale duplicità è sottolineata anche dallo sdoppiamento delle norme di
legge dedicate alla fattispecie: da un lato l’art. 2286 c.c., che individua
le ipotesi di esclusione facoltativa, reintroducendo accanto a quelle
più specifiche (interdizione, inabilitazione, condanna ad una pena che
importa l’interdizione anche temporanea dai pubblici uffici, sopravve-
nuta inidoneità a svolgere l’opera conferita, perimento della cosa con-
ferita in godimento per causa non imputabile agli amministratori, pe-
rimento della cosa conferita in proprietà prima che la proprietà sia ac-
quistata alla società), quella generale che aveva caratterizzato il codice
di commercio del 1865 («l’esclusione di un socio può aver luogo per
gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge o dal
contratto sociale»); dall’altro l’art. 2288 c.c., secondo il quale è esclu-
so di diritto il socio che sia dichiarato fallito (vuoi in quanto titolare di
un’impresa commerciale individuale, vuoi in qualità di socio illimita-
tamente responsabile di un’altra50 impresa collettiva divenuta insol-
vente)51 o del quale il creditore individuale abbia chiesto e ottenuto la

50
Pare superfluo dover precisare che l’esclusione di diritto riguarda il socio che
venga dichiarato fallito ex art. 147, comma 1, l. fall. in qualità di socio illimitata-
mente responsabile di una diversa società di persone (e cfr. infatti G.F.
38 Capitolo I

liquidazione della quota a norma dell’art. 2270 c.c.52.

CAMPOBASSO, Diritto commerciale, cit., 114: «è escluso di diritto il socio che sia di-
chiarato fallito, salvo ovviamente che non si tratti di fallimento conseguente al falli-
mento della società»), ma, a scanso di equivoci, il principio è stato ribadito anche da
Cass., 1 luglio 2008, n. 17953, in Giur. Comm., 2009, II, 944.
51
Assolutamente prevalente, in dottrina come in giurisprudenza, è la lettura
dell’art. 2288, comma 1, c.c. secondo la quale il fallimento del socio (in proprio o in
estensione) costituisce ipotesi di esclusione tanto nelle società semplici quanto nelle
altre società di persone, siano esse regolari o irregolari, potendosi considerare ormai
superate le tesi che ne hanno contestato l’applicazione ora al socio d’opera (G.
SCALFI, L’esclusione del socio fallito nella società di persone e nelle cooperative, in
Riv. dir. comm., 1956, I, 173), ora, richiamandosi al disposto dell’art. 2305 c.c., alle
società di persone regolari (G. FERRI, Delle società, in Comm. Scialoja−Branca, cit.,
342 ss.): cfr. sul punto E. SIMONETTO, Fallimento del socio ed esclusione, in Riv.
Soc., 1959, 198; G. AULETTA, Deroghe contrattuali alla disciplina dell’esclusione
nelle società di persone, cit., 146 nonché, più di recente, G. BOLLINO, Le cause di
esclusione del socio nelle società di persone e nelle cooperative, cit., 387 e F.
SPEZIA, L’esclusione di diritto del socio dichiarato fallito, in Giust. Civ., 1992, II;
157. In giurisprudenza si vedano Cass., 22 maggio 2003, n. 8091, in Mass. Giust.
Civ., 2003 (sull’esclusione di diritto da un’accomandita semplice del socio acco-
mandante dichiarato fallito per un’attività imprenditoriale esercitata in proprio),
nonché App. Bologna, 13 febbraio 1987, in Dir. Fall., 1987, II, 934; Trib. Palermo,
6 aprile 2004, in Riv. not., 2005, 173; Trib. Torino, 27 giugno 2000, in Giur. It.,
2001, 777; Trib. Udine, 6 febbraio 1988, in Società, 1988, 819.
52
Come nel caso del fallimento del socio (cfr. la nota precedente), anche
l’ambito di applicazione di questa seconda ipotesi di esclusione «di diritto» richiede
qualche precisazione. In primo luogo, essa presuppone che esista un diritto del credi-
tore particolare di chiedere la liquidazione della quota del proprio debitore (così G.
FERRI, Manuale di diritto commerciale, a cura di C. Angelici e G.B. Ferri, Torino,
1993, 298) e, dunque, essa è sempre invocabile nelle società semplici (ex art. 2270
c.c.) e nelle società in nome collettivo e in accomandita semplici irregolari (in virtù
degli artt. 2297 e 2317 c.c.), mentre nelle società di persone regolari, stante il princi-
pio sancito dall’art. 2305 c.c. («il creditore particolare del socio, finché dura la so-
cietà, non può chiedere la liquidazione della quota del socio debitore»), essa è su-
bordinata o all’accoglimento dell’opposizione alla proroga espressa della società
presentata dal creditore particolare del socio ex art. 2307, commi 1 e 2, c.c. o, in ca-
so di proroga tacita, alla richiesta di liquidazione della quota del socio suo debitore
ex art. 2307, comma 3, c.c. (sul punto cfr. V. BUONOCORE, La società in nome col-
lettivo, cit., 255 e G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le società di persone, cit., 280). In
secondo luogo l’esclusione presuppone che la quota sia effettivamente liquidata e
può pertanto essere impedita vuoi dalla circostanza che il socio riesca a soddisfare il
proprio creditore prima che sia decorso il termine di tre mesi dalla domanda di liqui-
L’istituto dell’esclusione 39

Le differenze tra le due fattispecie, sono immediatamente percepi-


bili: mentre infatti l’esclusione disciplinata dall’art. 2286 c.c. è sempre
rimessa ad una scelta dei soci, che possono pertanto valutare se53 e
quando54 ricorrervi, l’esclusione di diritto è destinata ad operare per il
solo fatto che si sia verificata una delle due ipotesi previste dalla legge
ed implica l’estromissione del socio dalla compagine sociale non solo
indipendentemente da una manifestazione di volontà degli altri soci
(che, qualora fosse espressa, avrebbe il semplice valore di una presa
d’atto)55, ma anche contro la loro volontà56.
La sostanziale concordia degli interpreti nel descrivere le differenti
modalità in cui opera nei due casi lo scioglimento particolare del vin-
colo sociale svanisce tuttavia non appena il discorso si sposti

dazione, vuoi dall’eventualità che la quota non abbia un valore positivo e, quindi,
che nulla vi sia da liquidare, vuoi infine dalla decisione di porre in liquidazione
l’intera società prima che sia decorso il termine entro il quale la quota dovrebbe es-
sere liquidata (ex art. 2270, comma 2, c.c.): in tal senso cfr. M. GHIDINI, Società per-
sonali, cit., 593; F. DI SABATO, La società semplice, in Tratt. Rescigno, vol. 16, t. 2,
Torino, 1985, 99; G.F. CAMPOBASSO, Diritto delle società, cit., 114; F. FERRARA
JR.−F. CORSI, Gli imprenditori e le società, cit., 289; O. CAGNASSO, La società sem-
plice, cit., 244.
53
Fermo restando che la mancata esclusione di un socio nei casi di esclusione fa-
coltativa può, ricorrendone i presupposti, integrare una giusta causa di recesso per
gli altri: cfr. G. GABRIELLI, Recesso e risoluzione per inadempimento, in Riv. trim.
dir. e proc. civ., 1974, 742.
54
La circostanza che la scelta di ricorrere o meno all’esclusione rientri nella sfe-
ra di discrezionalità dei soci ha portato la Cassazione a sostenere che la facoltà di
escludere il socio interdetto prevista dall’art. 2286, comma 1, c.c. non sia soggetta a
prescrizione decennale e perduri finché sussiste lo stato di interdizione (Cass., 3 feb-
braio 1976, n. 354, in Giur. Comm., 1976, II, 301). Principio in sé perfettamente
condivisibile, ma, nel caso concreto (l’esclusione del socio era giunta dodici anni
dopo la sentenza che ne aveva dichiarato l’interdizione), criticabile forse sotto il pro-
filo della violazione del diritto dell’affidamento del socio escluso o come violazione
del generale principio di esecuzione del contratto secondo buona fede (e cfr. già P.
RESCIGNO, L’abuso del diritto, in Riv. dir. civ., 1965, I, 205 ss.).
55
Per tale considerazione cfr. C. UNGARI TRASATTI, Note minime in tema di in-
terpretazione teleologica dell’art. 2288, comma 1, cod. civ., in Riv. not., 2005, II,
177.
56
Così, in luogo di molti, M. GHIDINI, Società personali, cit., 590; per ulteriori
riferimenti di dottrina cfr. R. COSTI−G. DI CHIO, Società in generale. Società di per-
sone. Associazione in partecipazione, cit., 692 ss.
40 Capitolo I

sull’individuazione del fondamento di tale diversità. Molte e molto di-


verse tra loro sono state infatti le ragioni addotte in dottrina per giusti-
ficare il rigoroso regime dettato dal legislatore, ora ponendo l’accento
sulla necessità di tutelare la società dal discredito derivante dalla par-
tecipazione di un soggetto dichiarato fallito57, ora sottolineando
l’interesse degli altri soci a non continuare la società con colui al quale
non sia più ascrivibile alcun apporto, essendo la sua quota acquisita al
fallimento ovvero liquidata a favore del creditore particolare58, ora va-
lorizzando l’aspetto sanzionatorio dell’esclusione e riconducendola ad
un generale interesse pubblico al corretto andamento dell’economia59,
ora ancora considerando il distacco della quota del patrimonio che si
realizza con la procedura concorsuale o con l’aggressione del creditore
particolare «come presa d’atto da parte del codice del venir meno ra-
dicale delle ragioni obiettive della partecipazione»60. Pur riconoscendo
la piena sostenibilità di tutte le ricostruzioni ora prospettate, ci sembra
tuttavia che la giustificazione in assoluto più convincente sia quella
che colloca il fondamento dell’esclusione disciplinata dall’art. 2288
c.c. nella tutela e nella salvaguardia di un interesse esterno a quello
della società, identificabile, in un caso, nell’interesse del creditore par-
ticolare del socio, che si trovi nell’impossibilità di soddisfare altrimen-
ti le proprie ragioni, ad ottenere la conversione in denaro della quota
sociale del suo debitore e, nell’altro, nell’interesse dei creditori perso-
nali ad ottenere la liquidazione a favore dell’attivo fallimentare della
quota del socio dichiarato fallito, impedendo che il curatore possa su-
bentrare in un rapporto potenzialmente foriero di ulteriori posizioni
debitorie a carico della massa61. E che l’esclusione di diritto debba es-
57
Cfr. M. GHIDINI, op. ult. cit., 591, che individua il fondamento dell’esclusione
di diritto nella «protezione autoritativa della società».
58
Così in particolare G. FERRI, Delle società, in Comm. Scialoja−Branca, cit.,
340 ss.
59
Così G. BOLLINO, Le cause di esclusione del socio nelle società di persone e
nelle cooperative, cit., 394 ss.
60
In questi termini G. COTTINO, Diritto societario, Padova, 2011, 156.
61
Per tale impostazione cfr. G. AULETTA, Deroghe contrattuali alla disciplina
dell’esclusione nelle società di persone, cit., 147 ss.; E. SIMONETTO, Fallimento del
socio ed esclusione, cit., 199 ss.; R. BOLAFFI, La società semplice, cit., 471, nota 26;
F. GALGANO, Le società in generale. Le società di persone, cit., 333 e, soprattutto,
M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società, cit., 212 ss.
L’istituto dell’esclusione 41

sere posta in diretta correlazione, tra l’altro, con la responsabilità illi-


mitata del socio fallito riceve un’indiretta conferma anche dalla nuova
disciplina dalle società cooperative: caduto il regime di responsabilità
illimitata per le obbligazioni della società, il fallimento personale del
socio è infatti stato «declassato» da causa di esclusione obbligatoria a
causa di esclusione facoltativa (art. 2533, comma 1, n. 5, c.c.), media-
ta dunque dalla necessità di una valutazione da parte dei soci62.
A differenza di quanto accade nei casi disciplinati dall’art. 2286
c.c., le due ipotesi di esclusione di diritto indicate dall’art. 2288 c.c.
sono quindi dettate a tutela di un interesse non disponibile da parte dei
soci e sono la diretta conseguenza di una scelta «a priori» compiuta
dal legislatore, il quale ha ritenuto di sottrarre a questi ultimi, al verifi-
carsi di determinati eventi, la possibilità di decidere se escludere o
meno il socio ed ha disposto lo scioglimento del vincolo sociale, a

Si è inoltre sottolineato (cfr. R. VIGO, Il fallimento del socio di società di persone


e i «nuovi» creditori sociali, in Riv. Soc., 1994, 806 ss. e O. CAGNASSO, La società
semplice, cit., 244) come la tesi per cui la regola dell’esclusione automatica è dettata
dal legislatore a tutela dei creditori personali del socio dichiarato fallito e ha lo sco-
po di evitare che costoro possano vedere compromesse le possibilità di ottenere la
liquidazione di un controvalore positivo della quota in conseguenza dell’assunzione
di nuove obbligazioni da parte della società non sia di ostacolo ad estendere
l’applicabilità dell’art. 2288 c.c. anche al socio di società semplice che abbia stipula-
to un patto di limitazione della responsabilità o al socio accomandante. In entrambe
le ipotesi, infatti, la responsabilità limitata non ha valore assoluto, vuoi perché il pat-
to limitativo della responsabilità potrebbe non essere stato portato a conoscenza dei
terzi con mezzi idonei, vuoi per violazione del divieto di immistione ex art. 2320 c.c.
62
Cfr. G.A.M. TRIMARCHI, Le nuove società cooperative, Milano, 2004, 114; D.
GALLETTI, Sub art. 2533, in Il nuovo diritto delle società, a cura di A. Maffei Alber-
ti, Padova, 2005, 2762; G. RACUGNO, La società cooperativa, in Trattato di diritto
commerciale, diretto da Buonocore, Torino, 2006, 164, A. BENUSSI, Lo scioglimento
del rapporto sociale, in La cooperativa−s.r.l. tra legge e autonomia statutaria, a cu-
ra di E. Cusa, Padova, 2008, 343, M.C. TATARANO, La nuova impresa cooperativa,
in Tratt. di dir. civ. e comm., già diretto da A. Cicu, F. Messineo, L. Mengoni e con-
tinuato da P. Schlesinger, Milano, 2011, 333 e G. BONFANTE, La società cooperati-
va, in Tratt. Cottino, vol. V, t. 3, Padova, 2014, 249. Il punto non è tuttavia pacifico,
continuandosi da parte di alcuni a classificare il fallimento del socio come ipotesi di
esclusione obbligatoria: così, ad esempio, A. MORLEO, L’esclusione del socio nella
nuova disciplina delle imprese mutualistiche, in Coop. e cons., 2003, 245 e P. USAI,
Lo scioglimento del rapporto limitatamente a un socio, in Le cooperative prima e
dopo la riforma del diritto societario, a cura di G. Marasà, Padova, 2004, 420.
42 Capitolo I

prescindere da una manifestazione di volontà in tal senso dei soci ed


anzi nonostante una manifestazione di volontà contraria.
Se queste premesse sono corrette, ne discende che nelle società di
persone convivono due distinti regimi di scioglimento particolare del
vincolo sociale, che hanno fondamento giuridico diverso e dei quali
uno soltanto può essere ricondotto alla nozione di esclusione che ab-
biamo assunto come fattispecie oggetto della nostra analisi (ovvero la
estromissione forzosa di un singolo partecipante da un gruppo associa-
tivo per decisione degli altri componenti e in conseguenza di fatti a lui
personalmente riferibili)63.

4.2. L’individuazione delle ipotesi di esclusione facoltativa e il ruolo


dell’autonomia statutaria.

La circostanza che l’esclusione di diritto sia dettata dal legislatore a


tutela di interessi esterni alla società, non disponibili da parte dei soci,
rende superfluo esaminare la possibilità di un regolamento convenzio-
nale delle due ipotesi di esclusione indicate nell’art. 2288 c.c.64; le co-

63
Il punto (già sottolineato da G. FERRI, Manuale di diritto commerciale, cit.,
298: «in queste ipotesi [id est quelle disciplinate dall’art. 2288 c.c.] neppure è possi-
bile parlare di esclusione in senso tecnico: qui l’estromissione del socio non dipende
dalla volontà degli altri soci, ma dalla richiesta dei creditori particolari o dalla ri-
chiesta di fallimento, per effetto della quale la quota del socio deve essere liquida-
ta») è messo in luce da PERRINO, op. ult. cit., 222, nota 87, il quale pone in evidenza
come la eterogeneità e inconciliabilità dei due fenomeni sia sottolineata anche lin-
guisticamente da quegli ordinamenti, come quello tedesco, che utilizzano termini
differenti per indicare l’esclusione che deriva da una decisione degli altri soci
(Ausschlieȕung, disciplinata dal § 140 HGB), rispetto allo scioglimento particolare
del vincolo sociale che sia conseguenza di morte, recesso o fallimento del socio
(l’Ausscheiden eines Gesellschafters di cui al § 131, abs. 3, HGB) o dell’iniziativa
del suo creditore particolare (la Kündigung durch den Privatgläubiger, prevista dal §
135 HGB).
64
Cfr., per tutti, M. GHIDINI, Società personali, cit., 590 e V. BUONOCORE, La
società in nome collettivo, cit., 239.
L’istituto dell’esclusione 43

se mutano, invece, allorché si passi ad analizzare il ruolo


dell’autonomia statutaria in relazione all’art. 2286 c.c.65.
Le cause di esclusione facoltativa sono infatti dettate nell’esclusivo
interesse dei soci e (a dispetto del fatto che la norma ometta ogni rin-
vio ad eventuali ulteriori ipotesi individuate dal contratto sociale)66
rappresentano, per concorde opinione della dottrina67, una materia sul-
la quale i contraenti godono di ampie possibilità di intervento, come
dimostrato, tra l’altro, dal fatto che la stessa scelta se avvalersi o meno
dello scioglimento particolare del vincolo sociale sia rimessa alla di-
screzionalità dei soci («L’esclusione di un socio può aver luogo…»).
Il problema dell’autonomia statutaria in tema di clausole di esclu-
sione può essere esaminato sotto un duplice profilo: da un lato come
ammissibilità di pattuizioni che agevolano l’esclusione del socio,
dall’altro come possibilità di renderla più difficile, negando ad esem-
pio che il verificarsi di una delle ipotesi indicate dall’art. 2286 c.c.
possa determinare l’estromissione del socio dalla compagine sociale.
Quanto al primo profilo, occorre tuttavia fare una precisazione:
quando si discute di clausole che ampliano le possibilità di esclusione,
si intende fare riferimento a quelle pattuizioni che introducono cause
di esclusione nuove o ulteriori rispetto a quelle espressamente previste
dalla legge, non invece a quelle (molto diffuse nella prassi e oggetto di
numerosissime pronunce giurisprudenziali, ma che si pongono su di
un piano differente da quello che qui si vuole esaminare) che si limi-

65
Il punto è messo in luce già all’indomani dell’emanazione del codice civile da
R. BOLAFFI, La società semplice, cit., 632, nota 27: «quanto al caso se si possa eli-
minare per contratto l’efficacia di cause che, in virtù di norme legali, darebbero luo-
go all’esclusione, occorre distinguere fra le cause di esclusione poste nell’interesse
privato dei soci e le cause poste nell’interesse pubblico o in quello dei terzi».
66
A differenza di quanto accade nelle società cooperative (art. 2533, comma 1,
n. 1, c.c.) e nei consorzi (art. 2609 c.c.), nei quali l’esclusione statutaria assume un
ruolo assai più significativo di quella legale, manca infatti nelle società di persone
un esplicito rinvio alle ipotesi di scioglimento del rapporto sociale limitatamente a
un socio «nei casi previsti dall’atto costitutivo»: sul punto cfr. V. BUONOCORE, La
società in nome collettivo, cit., 239, nonché, amplius, il § 5.2 di questo Capitolo.
67
Cfr., per ampi riferimenti, R. COSTI−G. DI CHIO, Società in generale. Società
di persone. Associazione in partecipazione, cit., 654 ss. e M. PERRINO, Le tecniche
di esclusione del socio dalla società, cit., 242 ss., nonché infra gli Autori citati alla
nota 70.
44 Capitolo I

tano a esemplificare nell’atto costitutivo singole ipotesi di inadempi-


mento degli obblighi derivanti dalla legge68 o ad elencare specifiche
violazioni del contratto sociale che legittimano la decisione degli altri
soci di escludere il socio che vi sia incorso69. Ciò premesso, si ritiene

68
Quali, ad esempio, la mancata o ritardata esecuzione del conferimento (art.
2253 c.c.), il mancato assolvimento degli obblighi di garanzia o di assunzione del ri-
schio del conferimento (artt. 2254 e 2255 c.c.), l’uso illegittimo delle cose sociali
(art. 2256 c.c.), la violazione del divieto di concorrenza (art. 2301, comma 3, c.c.) o,
nell’accomandita, di quello di immistione (art. 2320 c.c.), la mancata restituzione di
utili fittizi percepiti non in buona fede (art. 2321 c.c.); per ulteriori indicazioni cfr.,
ex multis, M. GHIDINI, Società personali, cit., 553 ss.
69
Sul punto è centrale il ruolo della giurisprudenza, frequentemente chiamata a
valutare, da un lato, se e a quali condizioni determinati comportamenti possano inte-
grare gli estremi delle «gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla
legge o dal contratto sociale» e, dall’altro, quali fattispecie possano essere dai soci
indicate nel contratto come esempi di tali gravi inadempienze. Rinviando all’ampia e
approfondita disamina degli orientamenti assunti dalle corti di merito e di legittimità
svolta da R. COSTI−G. DI CHIO, Società in generale. Società di persone. Associazio-
ne in partecipazione, cit., 643 ss. e, più recentemente da B. ACQUAS, L’esclusione
del socio nelle società, cit., 50 ss. e G. GARESIO, L’esclusione del socio nelle società
personali, in NDS, 2013, fasc. 10, 23 ss., ci limitiamo qui di seguito a ricordare al-
cune fattispecie che, nell’elaborazione giurisprudenziale, costituiscono gravi ina-
dempienze del socio: i) l’aver assunto, autonomamente, obbligazioni in nome della
società nella quale era, invece, previsto un regime di amministrazione congiuntiva
(App. Catania, 16 settembre 1980, in Giur. Comm., 1982, II, 537 e Trib. Napoli, 17
ottobre 1986, ivi, 1988, II, 654); ii) l’aver stornato dipendenti o sviato clientela a fa-
vore di altra impresa avente il medesimo oggetto (Trib. Milano, 30 ottobre 1986, in
Società, 1987, 396); iii) l’aver utilizzato a titolo personale beni o somme di denaro
della società (Trib. Perugia, 2 agosto 1994, in Rass. giur. umbra, 1995, 81, Trib. Mi-
lano, 28 ottobre 1993, in Società, 1994, 368, Trib. Milano, 22 marzo 1990, in Socie-
tà, 1990, 1057); iv) l’essere inadempiente in relazione ad obbligazioni ulteriori ri-
spetto al conferimento, quali ad esempio il pagamento pro quota delle rate di un mu-
tuo contratto nell’interesse della società o la prestazione di una fideiussione a favore
della società (Cass., 7 dicembre 1995, n. 12628, in Giur. Comm., 1996, II, 766 e
Trib. Milano, 28 ottobre 1993, cit.); v) l’aver tenuto una condotta ostruzionistica (ri-
conducibile lato sensu alla violazione di quel generale dovere di collaborazione tra i
soci che discende dall’obbligo di esecuzione dei contratti – anche di quello di società
– secondo i canoni di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c.) tale
da impedire l’operatività della società o da influire sulla continuità
dell’organizzazione sociale (Cass., 10 settembre 2004, n. 18243, in Foro It., 2005, I,
1105, Cass., 15 luglio 1996, n. 6410, in Riv. giur. sarda, 1997, 326, Cass., 13 gen-
naio 1987, n. 134, in Giust. Civ., 1987, I, 843, App. Firenze, 19 maggio 2000, in Fo-
L’istituto dell’esclusione 45

generalmente che la materia dell’esclusione facoltativa, in quanto ri-


messa ad una scelta discrezionale dei soci, sia dagli stessi disponibile
e che, conseguentemente, gli statuti possano ampliare lo spettro delle
ipotesi che legittimano l’estromissione del singolo socio70. L’unico
invalicabile limite che i soci incontrano nel regolare pattiziamente la
fattispecie è costituito, per opinione pressoché unanime della dottrina,
dall’inammissibilità di una clausola che prevedesse un «diritto assolu-
to d’esclusione», ossia che rimettesse la decisione sull’estromissione
di un socio alla libera discrezionalità degli altri, sulla base di una deci-
sione insindacabile e immotivata71. Una pattuizione di tal sorta appare
invero illegittima sia perché impedisce in radice all’escluso la possibi-
lità di avvalersi del diritto di opposizione (che in tanto può essere
esercitato, in quanto sia noto il motivo dell’esclusione)72, sia per la più
generale illegittimità di clausole che subordinino la permanenza del
socio all’interno della società al mero arbitrio degli altri partecipanti73.

ro toscano, 2001, 145). Tale ultima ipotesi richiede qualche ulteriore precisazione,
essendo in realtà discusso se la presenza di un socius rixosus che con il suo compor-
tamento renda impossibile il conseguimento dell’oggetto sociale legittimi semplice-
mente la sua esclusione (così G.F. CAMPOBASSO, Diritto commerciale. 2. Diritto
delle società, cit., 117-118) o non debba condurre piuttosto allo scioglimento della
società ai sensi dell’art. 2272, n. 2, c.c. (in tal senso G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le
società di persone, cit., 308-309, cui adde O. CAGNASSO, La società semplice, cit.,
270); per ulteriori riferimenti cfr. M. LUBRANO, Insanabile dissidio tra soci di socie-
tà di persone, prevalenza dello scioglimento del vincolo particolare e modalità di li-
quidazione della quota, in Giur. Comm., 2000, I, 868 ss.
70
Così, ad esempio, G. FERRI, Delle società, cit., 326; A. GRAZIANI, Diritto delle
società, cit., 93; M. GHIDINI, op. ult. cit., 562 ss.; G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le
società di persone, cit., 274-275.
71
Cfr. già A. FERRARA, Le deliberazioni di esclusione dei soci e il sindacato
giudiziario, cit., 244, nonché A. PAVONE−LA ROSA, Risolubilità «ad nutum» del
rapporto associativo, in Dir. e giur., 1948, 311 e, soprattutto, G. AULETTA, Il diritto
assoluto d’esclusione nelle società di persone, in Studi in onore di Francesco Car-
nelutti, III, Padova, 1950, 669 ss.
72
Si vedano, sul punto, G. FERRI Delle società, cit., 326 ss. e F. GALGANO, , Le
società in generale. Le società di persone, cit., 330.
73
Cfr. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società, cit., 251 e già
G. AULETTA, Il diritto assoluto d’esclusione nelle società di persone, cit., 678 ss. e
T. ASCARELLI, Appunti di diritto commerciale. Società e associazioni commerciali,
cit., 129.
46 Capitolo I

All’interno di tale confine nulla vieta che i soci individuino ipotesi


di esclusione ulteriori rispetto a quelle indicate dall’art. 2286 c.c. (non
necessariamente riconducibili alle nozioni di inadempimento o di im-
possibilità sopravvenuta della prestazione)74, quali, ad esempio, la so-
spensione o la cancellazione da un albo professionale, o l’irrogazione
di sanzioni in esito ad un procedimento disciplinare da parte del con-
siglio dell’ordine professionale cui il socio sia iscritto, o la condanna a
pena cui non segua necessariamente l’interdizione dai pubblici uffici
o, ancora, la revoca per giusta causa dalla carica di amministratore75.

A soluzione diversa occorre invece probabilmente arrivare per quelle clausole


che attribuiscano alla maggioranza il potere di escludere un socio al verificarsi di
fatti che, ancorché non esplicitati nel contratto sociale, vengano dagli altri soci valu-
tati come impeditivi della permanenza del socio all’interno della società, in rapporto
all’interesse della stessa: la necessità che la maggioranza indichi, di volta in volta,
quale sia l’accadimento che giustificherebbe l’estromissione del socio dalla compa-
gine sociale, consente infatti all’escluso di attivare il controllo giurisdizionale al
quale affidare sia la valutazione sulla sussistenza dell’evento posto a base
dell’esclusione, sia la sua rilevanza in relazione all’interesse della società e rende in
questo caso non spendibile l’argomento che fa leva sulla soppressione del diritto di
difesa del socio. Nel senso dell’invalidità delle clausole di esclusione solo quando
manchi qualsiasi possibilità di controllo della deliberazione (ovvero quando
l’assenza di ogni motivazione sottragga al socio la tutela giurisdizionale) si vedano
G. AULETTA, Il diritto assoluto d’esclusione nelle società di persone, cit., 675;
GRECO, Le società nel sistema legislativo italiano, cit., 350; V. BUONOCORE, La so-
cietà in nome collettivo, cit., 239; G. COTTINO−R. WEIGMANN, Società di persone,
cit., 274-275. Più rigida sul punto la posizione di chi ritiene in ogni caso invalide le
clausole come quelle da ultimo ricordate facendo leva sulla necessità di una prede-
terminazione nel contratto sociale degli eventi che legittimano l’esclusione (G.
FERRI, Delle società, cit., 329; M. GHIDINI, Società personali, cit., 565; M. PERRINO,
Le tecniche di esclusione del socio dalla società, cit., 252 ss.).
74
Così invece F. GALGANO, op. ult. cit., 330.
75
È infatti pacifico in dottrina e in giurisprudenza che revoca
dell’amministratore ed esclusione del socio operino su piani distinti e che la prima
non debba necessariamente comportare la seconda: cfr., ex multis (a partire da
un’idea di G. MINERVINI, In tema di esclusione di socio amministratore unico di
collettiva, in Dir. e giur., 1947, 248 ss.) V. BUONOCORE, op. ult. cit., 245 ss. e G.
COTTINO, Diritto societario, cit., 157, nonché Cass., 2 marzo 2009, n. 5019, in Foro
It., 2010, I, 177; Trib. Como, 25 luglio 2001, in Giur. merito, 2002, 976; Trib. Mila-
no, 14 ottobre 1993, in Giur. It., 1994, I, 2, 305, con nota di R. WEIGMANN; Trib.
Milano, 11 maggio 1989, in Società, 1989, 1057. Ma, così come può accadere che la
condotta del socio amministratore sia tale da rompere definitivamente il rapporto di
L’istituto dell’esclusione 47

Ma vi è di più; se, come abbiamo ricordato in precedenza76, la fatti-


specie dell’esclusione ha nel tempo perso gran parte della sua valenza
«sanzionatoria» e se non esiste una perfetta sovrapposizione tra disci-
plina dell’esclusione e della risoluzione del contratto, allora devono
considerarsi legittime anche ipotesi che prevedano l’estromissione
dalla compagine sociale al verificarsi di eventi che, pur non essendo
riconducibili ad inadempimenti del socio e pur essendo slegati da vi-
cende relative alla sua persona, rispettino il requisito che può essere
considerato come il tratto unificante delle ipotesi di esclusione facolta-
tiva, ovvero siano idonei ad incidere negativamente sull’esercizio
dell’attività comune, compromettendo gli obiettivi della società ovve-
ro arrecando intralcio o pregiudizio al raggiungimento dello scopo so-
ciale77.

Resta da esaminare il problema, speculare a quello appena toccato,


se sia possibile che i soci inseriscano nel contratto clausole che re-
stringono il campo di applicazione dell’esclusione facoltativa. E la ri-
sposta affermativa è, anche in questo caso, una diretta conseguenza
della disponibilità degli interessi in campo: se i soci possono valida-
mente ampliare le ipotesi che determinano lo scioglimento particolare
del vincolo sociale, non vi sono infatti ragioni per impedire loro di
considerare irrilevanti per il funzionamento della società fatti che la

fiducia reciproca tra i soci ed integri pertanto oltre alla giusta causa per la revoca
dall’incarico anche un’ipotesi di esclusione (cfr. Cass., 9 marzo 1995, n. 2736, in
Società, 1995, 787 e Trib. Torino, 10 maggio 2004, in Giur. It., 2004, 1684), nulla
vieta che i soci stabiliscano in contratto che l’amministratore il quale abbia tenuto
comportamenti che di per sé soli giustificherebbero la mera revoca dalla carica e non
l’estromissione dalla società, sia invece escluso. Sul punto cfr. anche C. LEO,
L’esclusione del socio dalla società di persone quale potere estintivo unilaterale del
rapporto, in Recesso e risoluzione nei contratti, a cura di G. De Nova, Milano, 1994,
1177 ss.
76
Cfr. supra, i §§ 2 e 3 di questo Capitolo.
77
Per questa impostazione cfr. in particolare M. PERRINO, Le tecniche di esclu-
sione del socio dalla società, cit., 247 ss., il quale cita come possibile causa di esclu-
sione ascrivibile a quest’ultima categoria la morte di uno dei soci (fattispecie che
può rivelarsi di particolare utilità per gestire i problemi di passaggio generazionale
nelle società a base familiare).
48 Capitolo I

legge non considera tali78. È così possibile che essi decidano che non
possa essere escluso il socio interdetto o inabilitato (ferma restando la
necessità dell’autorizzazione di cui all’art. 2294 c.c.), o che trasferi-
scano dal socio alla società il rischio di impossibilità fortuita
dell’apporto o del conferimento, o che convengano che in caso di pe-
rimento del bene conferito il cui rischio gravi sul socio, sorga in capo
a costui l’obbligo di effettuare un nuovo conferimento di pari valore e
che l’esclusione possa essere decisa solo in caso di mancata esecuzio-
ne di questo secondo conferimento79. Discusso è invece se
l’autonomia statutaria possa spingersi fino a negare la facoltà di esclu-
dere il socio che abbia posto in essere le «gravi inadempienze delle
obbligazioni che derivano dalla legge o dal contratto sociale» di cui
alla prima parte dell’art. 2286, comma 1, c.c.; accanto a chi non pone
neppure in questo caso limiti alle pattuizioni dei soci (e, argomentan-
do dalla rinunciabilità del diritto alla risoluzione per inadempimento,
giunge a ritenere ammissibile la soppressione stessa dell’istituto
dell’esclusione)80, si è infatti sostenuta l’illiceità di una pattuizione di
questo tenore, per violazione del principio, sancito dall’art. 2740,
comma 2, c.c., secondo il quale le limitazioni della responsabilità non
sono ammesse se non nei casi stabiliti dalla legge81.

4.3. La procedimentalizzazione dell’esclusione come strumento di ga-


ranzia. L’assunzione della decisione, la sua comunicazione al so-
cio, la produzione dell’effetto estintivo del rapporto sociale.

78
In tal senso cfr., tra gli altri, G. AULETTA, Deroghe contrattuali alla disciplina
dell’esclusione nelle società di persone, cit., 247; M. GHIDINI, Società personali,
cit., 563 ss.; G. FERRI, Delle società, cit., 326; V. BUONOCORE, La società in nome
collettivo, cit., 239.
79
Per ulteriori esempi cfr., oltre agli autori citati alla nota precedente, R.
COSTI−G. DI CHIO, Società in generale. Società di persone, cit., 654 ss.
80
In tal senso R. BOLAFFI, La società semplice, cit., 471, nota, 26 e M. GHIDINI,
Società personali, cit., 563.
81
Cfr. G. AULETTA, op. loc. ult. cit. e F. FERRARA JR.−F. CORSI, Gli imprenditori
e le società, cit., 290, nota 4.
L’istituto dell’esclusione 49

Abbiamo già avuto modo di sottolineare come una delle ragioni che
conducono a ritenere illegittima la clausola che prevedesse un diritto
di esclusione assoluto deriva dalla circostanza che essa, non consen-
tendo al socio di contestare la sua estromissione dalla società, lede-
rebbe il suo diritto di difesa. Tale osservazione serve ad introdurre il
terzo profilo di disciplina che caratterizza la fattispecie oggetto del no-
stro esame, ovvero l’esistenza di un procedimento in esito al quale (e
solo in esito al quale) il socio perde definitivamente la sua qualifica
per assumere quella di creditore della società di una somma di denaro
corrispondente al valore della sua partecipazione.
Questo procedimento è disciplinato dall’art. 2287 c.c. e, ferma re-
stando la possibilità per i soci di derogarvi statutariamente, si articola
in tre momenti fondamentali: l’assunzione della decisione di esclusio-
ne, la sua comunicazione al socio, la produzione dell’effetto estintivo
del rapporto sociale.
Nessuna delle tre fasi richiede, in linea di principio, l’intervento
dell’autorità giudiziaria; è tuttavia innegabile che il fatto che lo scio-
glimento particolare del vincolo sociale avvenga indipendentemente
da una pronuncia del tribunale (e dalle garanzie che l’intervento di un
soggetto terzo è in grado di assicurare) non può in nessun caso tradursi
in una limitazione del diritto di difesa del socio, il quale deve essere
messo in condizione di conoscere i motivi che hanno determinato la
sua estromissione dalla società e di contestare la legittimità della deci-
sione degli altri soci attraverso l’opposizione giudiziale. Tale conside-
razione spiega perché, nell’esaminare il procedimento di esclusione,
l’attenzione dalla dottrina e della giurisprudenza si sia soprattutto con-
centrata sull’individuazione dei «requisiti minimi» che esso deve pos-
sedere per garantire una sufficiente tutela del singolo socio nei con-
fronti degli altri (o della maggioranza di essi)82. E che la tutela del di-
ritto di difesa del socio escluso costituisca la chiave di volta di tutto il
procedimento di esclusione riceve un’indiretta conferma anche dal fat-
to che entrambi i progetti di riforma della disciplina delle società di

82
Cfr. sul punto, ex multis, A. SERRA, Note in tema di «giusto procedimento» e
sua operatività nelle società di persone, in Studi in onore di Gastone Cottino, vol. I,
Padova, 1997, 265 ss. e A. MIRONE, Il procedimento deliberativo nelle società di
persone, Torino, 1998, 223 ss.
50 Capitolo I

persone che sono stati proposti (senza giungere a compimento) sul fi-
nire del secolo scorso, lungi dall’intervenire sulle cause di esclusione
(rimaste sostanzialmente invariate rispetto alla formulazione degli artt.
2286 e 2288 c.c.), contenevano invece significative modifiche del pro-
cedimento di esclusione, ampliando gli strumenti di garanzia del socio
escluso83.
Ciò premesso, esaminiamo separatamente i tre momenti in cui si
articola il procedimento di esclusione, così come enunciati dall’art.
2287 c.c.
Anzitutto, l’esclusione deve essere «deliberata dalla maggioranza
dei soci, non computandosi nel numero di questi il socio da esclude-
re»84.

83
L’art. 2287, comma 1, c.c., nella versione elaborata dalla Commissione Di Sa-
bato (1988), recitava: «l’esclusione è deliberata, previa contestazione scritta di una
delle cause di cui all’art. 2286, dalla maggioranza dei soci ai quali è attribuita una
parte negli utili di almeno un terzo, non computandosi il socio da escludere»; analo-
gamente, l’art. 2309 del progetto redatto dalla Commissione Rovelli (1999) stabili-
va: «salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, l’esclusione è deliberata, previa
contestazione scritta di una delle cause di cui all’art. 2308 [corrispondente al vigente
art. 2286 c.c.] dalla maggioranza dei soci determinata a norma dell’art. 2272, secon-
do comma [ovvero con la maggioranza determinata secondo il valore dei rispettivi
conferimenti o, in mancanza, secondo la parte attribuita a ciascun socio negli utili]
non computandosi la quota del socio da escludere». Il testo del progetto Di Sabato è
pubblicato in appendice al volume AA.VV., Il ruolo attuale delle società di persone
e le prospettive di riforma della disciplina codicistica, a cura di Di Sabato, Napoli,
1993, 176; quello del progetto Rovelli è consultabile come Allegato 2 a MINISTERO
DELLA GIUSTIZIA, Commissione Rovelli per la revisione sistematica del diritto
commerciale. Relazione sulla revisione delle disposizioni generali sulla società e ri-
forma delle società di persone, in www.giustizia.it; in argomento cfr., da ultimo, O.
CAGNASSO, Dai progetti delle Commissioni Di Sabato e Rovelli alla mancata rifor-
ma delle società di persone, in Giur. It., 2010, 469 ss.
84
Dando per pacifico che la maggioranza di cui parla l’art. 2287 c.c. sia una
maggioranza calcolata «per teste» (per tutti: V. BUONOCORE, La società in nome
collettivo, cit., 247; M. GHIDINI, Società personali, cit., 567; G. COTTINO, Diritto
societario, cit., 153; M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società,
cit., 223; in giurisprudenza il punto è ancora recentemente stato sottolineato da
Cass., 19 settembre 2006, n. 20255, in Giust. Civ. Mass., 2005), nulla vieta che i so-
ci possano inserire nell’atto costitutivo una clausola secondo cui la maggioranza ne-
cessaria per l’esclusione debba essere calcolata per quote di interesse (e cfr. F.
GALGANO, Le società in generale. Le società di persone, cit., 330).
L’istituto dell’esclusione 51

Ma con quale procedimento deve essere deliberata l’esclusione? La


risposta a questo interrogativo altro non è che un corollario della posi-
zione che si intende assumere sul più generale tema relativo alle mo-
dalità di assunzione delle decisioni nelle società di persone.
Là dove si accolga l’orientamento, assolutamente prevalente in giu-
risprudenza e in larga parte della dottrina, secondo cui, in assenza di
una diversa previsione statutaria85, le decisioni dei soci non richiedono
il rispetto del metodo assembleare86, ne discende che anche
l’esclusione potrà essere decisa prescindendo sia dall’obbligo di con-
sultazione di tutti i soci, sia dalla necessità di un’unità spa-
zio−temporale nell’espressione del consenso, «essendo sufficiente
raccogliere le singole volontà idonee a formare la richiesta maggio-
ranza e comunicare la delibera di esclusione al socio escluso, affinché
egli sia posto in condizione di esercitare la facoltà di opposizione da-
vanti al tribunale»87.
Tale soluzione non è tuttavia unanimemente condivisa. Ad essa si
contrappongono, da un lato, la posizione di chi ritiene che

85
«La mancata previsione normativa di un organo assembleare nelle società di
persone» ha infatti avuto modo di precisare la Cassazione «non comporta che ne sia,
per ciò solo, vietata la costituzione, e che sia preclusa ai soci, quando debbano
esprimere il proprio consenso (...), la possibilità di riunirsi in assemblea per delibera-
re all’unanimità o a maggioranza» (Cass., 7 giugno 2002, n. 8276, in Giust. Civ.,
2003, I, 1053, con nota di G. BERTOLOTTI, Assemblea e invalidità delle deliberazio-
ni nelle società di persone).
86
Cfr., tra i molti, F. GALGANO, Il principio di maggioranza nelle società perso-
nali, cit., 223 ss. (ripreso in ID., Le società in generale. Le società di persone, cit.,
278 ss.); P. SCHLESINGER, L’approvazione del rendiconto annuale nelle società di
persone, in Riv. Soc., 1965, 830 ss.; G. FERRI, Delle società, cit., 335; V.
BUONOCORE, La società in nome collettivo, cit., 247 ss.; D. REGOLI,
L’organizzazione delle società di persone, in AA.VV., Diritto delle società. Manuale
breve, Milano, 2012, 51.
87
Così, testualmente, Cass., 10 gennaio 1998, n. 153, in Giur. It., 1998, 521, ma
il principio si trova espresso con parole pressoché identiche in numerose pronunce di
legittimità e di merito: cfr. Cass., 7 giugno 2002, n. 8276, in Giur. Comm., 2004, II,
129, con nota di E. CODAZZI, Note in tema di collegialità e di invalidità delle delibe-
re assembleari nelle società personali; Trib. Napoli, 1 marzo 2010, in Giur. Comm.,
2011, 1233; Trib. Cagliari, 10 marzo 2000, in Riv. giur. sarda, 2001, 89; Trib. Mila-
no, 8 marzo 1999, in Giur. It., 1999, 1447, nonché per riferimenti più risalenti nel
tempo R. COSTI−G. DI CHIO, Società in generale. Società di persone, cit., 658 ss.
52 Capitolo I

l’esclusione, al pari di ogni altra decisione dei soci, debba essere as-
sunta con metodo collegiale (e dunque in esito ad una procedura scan-
dita quantomeno dalla contestuale riunione degli interessati, dalla di-
scussione e dalla votazione)88, e, dall’altro, quella di chi, imboccando
una strada «intermedia», sostiene che le decisioni dei soci possano es-
sere adottate senza rispettare la c.d. «collegialità piena», ma non pos-
sano in nessun caso prescindere dal coinvolgimento di tutti i soci nel
processo decisionale; con la conseguenza che anche l’esclusione potrà
sì essere decisa seguendo procedure informali e prive del requisito
della contestualità spazio−temporale, ma dovrà comunque prevedere
una consultazione dei soci e un’audizione del socio escludendo89.
Ora, se è indubbio che il problema dell’individuazione delle moda-
lità di adozione della delibera di esclusione deve essere ricondotto al
più generale tema relativo alla formazione della volontà collettiva nel-
le società di persone, non bisogna sottovalutare la circostanza che
proprio in tema di esclusione (e solo in tema di esclusione) il legislato-

88
Così, in particolare, (riprendendo uno spunto di P. GRECO, Le società nel si-
stema legislativo italiano, cit., 353) A. VENDITTI, Collegialità e maggioranza nelle
società di persone, cit., 60 ss.; A. SERRA, Unanimità e maggioranza nelle società
personali, Milano, 1980, 77 ss.; G.F. CAMPOBASSO, Diritto commerciale, cit., 107
ss.; F. FERRARA JR.−F. CORSI, Gli imprenditori e le società, cit., 273. In giurispru-
denza la necessità del metodo collegiale per l’adozione della delibera di esclusione è
stata affermata da Trib. S. M. Capua Vetere, 19 maggio 2011, in Giur. Comm.,
2012, II, 1240, con nota di P. CUOMO, La decisione di esclusione del socio nelle so-
cietà di persone: aspetti procedimentali e sanzionatori.
89
Così L. PISANI, Società di persone a struttura corporativa, Torino, 2000, 45
ss.; A. MIRONE, Il procedimento deliberativo nelle società di persone, cit., 197 ss.,
nonché (attribuendo una «ricaduta» sulla disciplina delle società di persone da parte
delle nuove disposizioni dettate per l’assunzione delle decisioni non assembleari nel-
le s.r.l.) ID., Le decisioni dei soci nella s.r.l.: profili procedimentali, in Il nuovo dirit-
to delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B. Portale, vol. 3, Torino, 2007, 511 ss.,
O. CAGNASSO, Le modalità delle decisioni dei soci e degli amministratori di società
di persone: una rivisitazione alla luce della disciplina delle s.r.l., in Giur. It., 2010,
475 ss. ed E. FREGONARA, Lo scioglimento del rapporto sociale limitatamente al
singolo socio, in Le nuove società di persone, diretto da G. Cottino e O. Cagnasso,
Bologna, 2014, 251 ss. Per uno spunto in tal senso cfr. anche G. COTTINO−R.
WEIGMANN, Le società di persone, cit., 154-155, nonché, da ultimo (anche per ulte-
riori riferimenti) P. RAINELLI, Consenso e collegialità nella s.r.l.: le decisioni non
assembleari, Milano, 2011, 9 ss.
L’istituto dell’esclusione 53

re fornisce una precisa indicazione procedurale là dove stabilisce che


la decisione deve essere comunicata al socio escluso. Ci sembra, cioè,
che il problema delle modalità di adozione della delibera di esclusione
non possa essere esaminato senza tener conto delle peculiarità di que-
sta decisione, per la quale la legge dice un quid pluris rispetto ad ogni
altra decisione dei soci di società di persone.

Esaminiamo dunque il secondo principio sancito dall’art. 2287 c.c.,


ovvero l’obbligo di comunicazione, il quale assume inevitabilmente
una valenza e una portata diverse a seconda della scelta fatta «a mon-
te» in merito alle modalità di assunzione della delibera di esclusione.
Volendo schematizzare, si può dire che le formalità con cui deve esse-
re decisa l’esclusione, da un lato, e, dall’altro, gli obblighi di informa-
zione si comportano come grandezze «inversamente proporzionali»:
se infatti si ritiene che l’esclusione possa essere decisa senza seguire
alcuna formalità che non sia il semplice raggiungimento del consenso
della maggioranza dei soci, ne consegue che il momento della comu-
nicazione al socio diviene quello centrale dell’intero procedimento,
non solo perché segna il dies a quo per il decorso dei trenta giorni en-
tro i quali il socio può opporsi giudizialmente all’esclusione, ma anche
perché rappresenta potenzialmente il primo momento in cui l’escluso
viene a conoscenza della decisione degli altri di estrometterlo dalla
società90. Ciò spiega perché quella stessa giurisprudenza che sostiene
il totale aformalismo del processo decisionale, pone invece l’accento
sulla necessità di indicare in modo puntuale i motivi dell’esclusione91.

90
Sul punto cfr. le osservazioni di A. SERRA, Alcune riflessioni in tema di esclu-
sione del socio, in Giur. Comm., 1998, II, 233.
91
Cfr., ad esempio, Cass., 15 luglio 1996, n. 6394, in Riv. dir. impr., 1997, 353,
con nota di M. PERRINO, Sulla non collegialità del procedimento deliberativo di so-
cietà di persone: il caso dell’esclusione del socio; Cass., 16 giugno 1989, n. 2887, in
Giust. Civ., 1990, I, 782; Trib. Napoli, 1 marzo 2010, in Giur. Comm., 2011, II,
1233. In dottrina, sull’obbligo di motivazione (quale condizione necessaria per con-
sentire all’escluso di poter articolare le proprie difese nel giudizio di opposizione) O.
CAGNASSO, La società semplice, cit., 248; G. COTTINO, Diritto societario, cit., 153;
G.F. CAMPOBASSO, Diritto commerciale, cit., 115; M. BUSSOLETTI, voce Società
semplice, in Enciclopedia del diritto, Milano, 1990, XLII, 929.
54 Capitolo I

È ovvio, per contro, che l’obbligo di comunicare l’esclusione e, so-


prattutto, l’obbligo di motivarla, assumono una minore importanza
qualora si ritenga che la decisione sull’estromissione del socio debba
essere assunta nel rispetto del metodo assembleare o, quantomeno,
debba essere preceduta da una formale contestazione degli addebiti e
da una convocazione del socio. Se si accoglie questa seconda impo-
stazione, infatti, il diritto di difesa è in larga misura affidato ad obbli-
ghi informativi che precedono la decisione sull’esclusione, rendendo
in tal caso necessaria la comunicazione prevista dall’art. 2287 c.c. solo
quando l’escluso non abbia preso parte alla riunione in cui la sua sorte
è stata decisa92.
Se quindi si concorda con il fatto che i due obiettivi fondamentali
sottesi all’art. 2287 c.c. sono i) che l’esclusione sia deliberata dalla
maggioranza dei soci e ii) che il provvedimento sia comunicato
all’escluso per dargli modo di articolare compiutamente le proprie di-
fese, ne discende che l’adozione del metodo assembleare o del metodo
referendario rappresentano semplicemente due tra le possibili strade
che conducono al raggiungimento di tali obiettivi, non diversamente
da quanto sia in grado di fare la strada (ad oggi maggioritaria) che af-
fida la tutela del socio all’obbligo di comunicargli, insieme alla volon-
tà di escluderlo, le ragioni che hanno comportato l’esclusione.
Non ci sembra, detto in altri termini, che la scelta di non formaliz-
zare le modalità di assunzione della decisione di escludere il socio e di
non prevedere un obbligo di convocarlo si traduca necessariamente in
una violazione del suo diritto di difesa, a condizione che tale scelta sia
controbilanciata da precisi obblighi di informazione ex post.

92
E cfr. infatti M. GHIDINI, Società personali, cit., 571: «Si intende che nessuna
autonoma comunicazione occorre quando la esclusione sia stata deliberata in pre-
senza del socio»; in termini analoghi si vedano G. LIACE, L’esclusione del socio nel-
le società di persone, in Contr. e impr., 2000, 1482 e, in giurisprudenza, Cass., 9
maggio 1977, n. 1781, in Giur. It., 1978, I, 1, 524 (secondo la quale, se il socio era
presente alla riunione in cui l’esclusione fu decisa, il termine di trenta giorni per
proporre opposizione comincia a decorrere da quella data); Cass., 26 aprile 1999, n.
4126, in Società, 1999, 1073; App. Bologna, 15 maggio 1984, in Giur. Comm.,
1986, II, 121.
L’istituto dell’esclusione 55

Alle luce di tali considerazioni possiamo quindi passare ad esami-


nare il terzo e ultimo principio ricavabile dall’art. 2287 c.c., ovvero
quello per cui l’esclusione (e la conseguente perdita della qualità di
socio) «ha effetto decorsi trenta giorni dalla data della comunicazione
al socio escluso», a meno che entro tale termine egli non proponga
opposizione davanti al tribunale che, recita il secondo comma, «può
sospendere l’esecuzione». Gli scenari che si prospettano sono invero
più articolati di quanto l’apparente linearità della disposizione non
possa far supporre e conviene esporli schematicamente, cercando di
individuare in ogni singola ipotesi il momento preciso a partire dal
quale il socio cessa di far parte della compagine sociale:
i) se non c’è opposizione, il socio perde la propria qualifica allo
spirare del trentesimo giorno da quando l’esclusione gli è stata comu-
nicata93; questa prima ipotesi non presenta particolari problemi, salva
la necessità di sottolineare come, pendente il termine sopra ricordato,
il socio mantenga a pieno titolo tutte le prerogative che gli derivano
dalla sua posizione, ivi comprese la partecipazione agli utili e alle per-
dite, secondo quanto stabilito nel contratto, o la facoltà di amministra-
re94;
ii) può, in secondo luogo, esserci opposizione senza tuttavia che il
tribunale sospenda l’esecuzione delle decisione opposta (vuoi perché
l’opponente non l’ha domandata, vuoi perché i giudici non l’hanno
concessa); anche in questo caso il socio è escluso decorso il termine

93
Cfr. Trib. Napoli, 15 ottobre 1993, in Gius, 1994, 4, 105. E, qualora sia anche
amministratore della società, decade dalla carica e non può esercitare azione di rein-
tegrazione nei confronti degli altri soci che si siano immessi nel possesso
dell’azienda sociale contro la sua volontà (non essendo la sua posizione assimilabile
quella del detentore per ragioni di servizio di cui all’art. 1186, comma 2, c.c.): così,
commentando una decisione del pretore di Messina (Pret. Messina, 19 agosto 1947,
in Foro It., 1947, I, 1028), P. GRECO, Detenzione e reintegrazione nei rapporti tra
società e socio escluso, in Riv. dir. comm., 1948, II, 68, condiviso da G. FERRI, Delle
società, cit., 337, nota 3 (cfr. però, per una diversa opinione, G. MINERVINI, In tema
di esclusione del socio amministratore unico di collettiva, in Dir. e giur., 1947, 248
e A. DALMARTELLO, Possesso di cose sociali da parte del socio escluso e azione di
reintegrazione, in Riv. trim. dir. e proc. civ., 1948, 218).
94
Sul punto M. GHIDINI, Società personali, cit., 573 e O. CAGNASSO, La società
semplice, cit., 249.
56 Capitolo I

legale dalla comunicazione95, salvo dover essere reintegrato in società,


con effetti ex tunc, qualora l’opposizione venga accolta;
iii) può infine accadere che vi sia l’opposizione e che il tribunale
sospenda il provvedimento di esclusione96; in tal caso occorre attende-
re l’esito del giudizio di opposizione: se questa verrà accolta, il socio
manterrà l’originaria posizione in società come se non l’avesse mai
perduta97, in caso contrario l’esclusione produrrà i suoi effetti con il
passaggio in giudicato della pronuncia giudiziale98.
Da un punto di vista processuale, l’intero meccanismo è stato de-
scritto come un’ipotesi di «inversione dell’iniziativa del contradditto-
rio»99, posto che l’accertamento giudiziale della causa di risoluzione
del contratto segue, anziché precedere, la risoluzione stessa e
l’iniziativa processuale è rimessa alla parte che subisce la risoluzione
e non, come di regola accade, a quella che la domanda.
Discorso diverso vale invece nelle società di due soci, nelle quali
l’esclusione di uno dei due deve essere pronunciata dal tribunale su

95
La mera opposizione, in altri termini, se non seguita dalla sospensione della
decisione opposta, non è da sola sufficiente ad impedire che l’esclusione produca i
suoi effetti: cfr., sul punto, G. FERRI, Delle società, cit., 337 ss.
96
Per l’affermazione secondo la quale l’opposizione è provvedimento cautelare e
come tale non suscettibile di ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost. si veda Cass.,
11 novembre 1986, n. 6571, in Società, 1987, 17; per quella secondo cui l’esistenza
del giudizio di opposizione rende impraticabile il ricorso alla tutela in via d’urgenza
ex art. 700 c.p.c. si veda invece Trib. Avezzano, 18 giugno 2004, in Giur. merito,
2004, 1685 nonché già G. CAVALLI, Sospensione della delibera di esclusione di un
socio di società di persone e art. 700 codice procedura civile, in Giur. It., 1972, I, 2,
38.
97
Cfr. Cass., 22 dicembre 2000, n. 16150, in Dir. e prat. soc., 2001, 9, 56; Cass.,
28 maggio 1993 n. 5958, in Giur. It., 1993, I, 1, 2246; Trib. Piacenza, 28 febbraio
1995, in Società, 1995, 1202; Trib. Rieti, 28 marzo 1994, in Società, 1994, 689;
Trib. Cassino, 15 giugno 1990, in Riv. dir. comm., 1991, II, 249.
98
Cfr. M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società, cit., 225.
Sull’efficacia costitutiva della sentenza che pronuncia l’annullamento della decisio-
ne di esclusione si veda già F. CARNELUTTI, Note intorno alla sospensione della de-
liberazione di esclusione di un socio da una società di persone, in Riv. dir. proc.,
1949, II, 249.
99
In questi termini F. GALGANO, Le società in generale. Le società di persone,
cit., 331.
L’istituto dell’esclusione 57

domanda dell’altro100: la pronuncia ha, infatti, natura costitutiva101,


con la conseguenza che (se si accoglie l’orientamento per cui la prov-
visoria esecutorietà delle sentenze di cui all’art. 282 c.p.c. è applicabi-
le alle sole sentenze di condanna e non anche a quelle costitutive o di
mero accertamento)102 l’esclusione diverrà operante solo con passag-

100
Si noti che la giurisprudenza circoscrive l’applicazione dell’art. 2287, comma
3, c.c. alle sole ipotesi in cui un socio si trovi nella condizione di poter estromettere
coattivamente l’altro e nega, conseguentemente, la possibilità di un’esclusione giu-
diziale nei casi in cui i soci siano più di due, «anche se all’interno della compagine
sociale siano configurabili due gruppi di interesse omogenei e fra loro contrapposti»:
così, testualmente, Cass., 10 gennaio 1998, n. 153, in Giur. comm., 1999, II, 624 e,
in senso conforme cfr. Cass., 22 dicembre 2006, n. 27504, in Giur. It., 2007, 1689;
Cass., 19 settembre 2006, n. 20255 in Giust. Civ. Mass., 2006; Cass., 29 novembre
2001, n. 15197, in Giur. it., 2002, 778; Trib. Milano, 8 marzo 1999, ivi, 1999, 1447;
Id., 22 marzo 1990, in Riv. dir. comm., 1991, II, 447; sul punto cfr., da ultimo, G.
COTTINO, Diritto societario, cit., 154.
101
Cfr. Cass., 13 gennaio 1987, n. 134 in Giust. Civ., 1987, I, 843; App. Milano,
10 febbraio 1989, in Soc., 1989, 713; Trib. Milano, 7 febbraio 2003, ivi, 2003, 998.
Sul punto cfr. anche R. COSTI–G. DI CHIO, Società in generale. Società di persone,
cit., 688 ss. e I. MAFFEZZONE, In tema di recesso del socio di società di persone, in
Contr. e impr., 1991, 1213.
102
Si tratta di un orientamento consolidato sia nella giurisprudenza di legittimità
(Cass., S.U., 22 febbraio 2010, n. 4059, in Foro It., 2010, I, 2082; Cass., 20 novem-
bre 2003, n. 17624, in Giuda al dir., 2004, 6, 43; Cass., 12 luglio 2000, n. 9236, in
Corr. giur., 2000, 1599, con nota di C. CONSOLO, Cass., 6 febbraio 1999, in Mass.
Giur. it., 1999), sia in quella di merito (App. Trento, 12 gennaio 2001, in Foro it.,
2001, I, 1363, con nota di M. FABIANI; Id. Venezia, 3 giugno 1999, in Banca borsa,
2000, II, 153, con nota di A. TUCCI; Trib. Modena, 1 febbraio 2001, in Giur. it.,
2001, 977; Id., Bassano del Grappa, 10 aprile 1998, ivi, 1999, 1627) .
Diversa sul punto la posizione della dottrina processualistica che distingue tra la
nozione di esecutorietà provvisoria (che, dopo la riforma del 1990, sarebbe propria
di tutte le sentenze e si realizzerebbe immediatamente a prescindere dal giudicato) e
quella di idoneità a fondare l’esecuzione forzata (limitata ai rapporti tra sentenze di
condanna e rimedi esecutivi disciplinati nel libro terzo del codice di procedura civi-
le): sul punto cfr. A. PROTO PISANI, Appunti sulla tutela c.d. costitutiva (e sulle tec-
niche di produzione degli effetti sostanziali), in Riv. dir. proc., 1991, 60; F. CARPI,
voce Esecutorietà (dir. proc. civ.), in Enc. giur. Treccani, XIII, Roma, 1995, 10 ss.;
G. IMPAGNATIELLO, La provvisoria esecutorietà delle sentenze costitutive, in Riv.
trim dir. proc. civ., 1992, 50 ss.; ID., La provvisoria esecuzione e l’inibitoria nel
processo civile, Milano, 2010, 130 ss.; C. MANDRIOLI, Corso di diritto processuale
civile, II, Torino, 2012, 335, nota 46.
58 Capitolo I

gio in giudicato della relativa sentenza (salvi i rimedi cautelari)103. Il


che significa, tra l’altro, che nelle more del giudizio l’escludendo con-
serva a tutti gli effetti la qualità di socio, ivi compresa la possibilità di
recedere104 o di chiedere a sua volta l’esclusione giudiziale dell’attore.

Sia nelle società di due soci, sia nelle altre, infine, è possibile de-
volvere ad arbitri la decisione sull’esclusione, inserendo nell’atto co-
stitutivo una clausola compromissoria; tale possibilità era pacifica-
mente ammessa già prima dell’introduzione della nuova disciplina
dell’arbitrato societario di cui agli artt. 34−36 del d. lgs. 5/2003105, ma

103
Espressamente ammessi, ad esempio, da G.F. CAMPOBASSO, Diritto commer-
ciale. 2. Diritto delle società, Torino, 2012, 115, e da G. COTTINO−R. WEIGMANN,
Le società di persone, cit., 279.
104
Così Cass., 13 gennaio 1987, n. 134, cit., e Trib. Milano, 7 febbraio 2003, in
Società, 2003, 998. A questo proposito è opportuno ricordare come, per giurispru-
denza consolidata, nel caso di concorso tra più cause di scioglimento del rapporto
sociale sia destinata a prevalere quella che per prima sia in grado di conseguire i suoi
effetti (cfr. oltre alle due sentenze citate supra, Cass., 7 agosto 2014, n. 17792, in
www.leggiditalia.it; Cass., 30 gennaio 2009, n. 2438, in Giur. Comm., 2010, II, 395
e Trib. Milano, 30 ottobre 1986, in Soc., 1987, 167): ciò significa che, mentre nel
caso di esclusione giudiziale il socio ha la possibilità di recedere fintanto che la sen-
tenza che si pronuncia sullo scioglimento del vincolo su domanda di uno dei due non
sia passata in giudicato, nell’ipotesi di esclusione non giudiziale il socio ha un pe-
riodo di tempo molto più circoscritto per esercitare il recesso, essendo a tal fine ne-
cessario che nei trenta giorni concessigli per fare opposizione all’esclusione si veri-
fichi un fatto che legittima il recesso per giusta causa (il quale, in quanto atto recetti-
zio, ha effetto dal momento in cui viene comunicato alla società). Non pare invece
possibile che possa esercitarsi efficacemente il recesso di cui all’art. 2285, comma 1,
c.c., poiché il termine di preavviso previsto dalla legge determina che in ogni caso
tale recesso diverrebbe efficace dopo che è divenuta efficace l’esclusione, con con-
seguente prevalenza di quest’ultima sul primo. In argomento cfr. altresì G.
COTTINO−R. WEIGMANN, Società di persone, cit., 281 ss.
105
Il punto era ribadito da numerosissime pronunce sia in tema di società di per-
sone, sia, soprattutto, in tema di società cooperative: cfr. per le prime PERRINO, op.
ult. cit., 226, nota 101, nonché App. Trento, 20 marzo 1999, in Società, 1999, 957,
Trib. Belluno, 26 ottobre 2006, in Giur. it., 2006, 1639, Trib. Napoli, 29 marzo
2003, in Società, 2003, 1251, Trib. Catania, 13 settembre 1999, in Giur. comm.,
2000, II, 507; per le seconde G. BONFANTE, Delle imprese cooperative, in Comm.
Scialoja−Branca, Bologna−Roma, 1999, 527 e M.G. PAOLUCCI, Validità delle clau-
sole compromissorie degli statuti di cooperative, in Società, 2001, 840 nonché
L’istituto dell’esclusione 59

trovava un significativo freno nell’altrettanto pacifico orientamento


che sosteneva l’inderogabile competenza dell’autorità giudiziaria or-
dinaria in ordine alla sospensione dell’esecuzione dell’esclusione (in
quanto provvedimento cautelare)106. L’ostacolo sembrerebbe ora supe-
rato dal fatto che il nuovo arbitrato societario ammette esplicitamente
la tutela cautelare in via d’urgenza anche in presenza di una clausola
compromissoria (art. 35, comma 5, d. lgs. 5/2003), facendo in tal mo-
do cadere quella che, vigente la vecchia disciplina, costituiva la ragio-
ne principale che poteva far preferire l’ordinario rito contenzioso
all’arbitrato107. Il quadro normativo si complica, tuttavia, allorché si
voglia stabilire quali società di persone possano ricorrere all’arbitrato
societario: l’art. 34, d. lgs. 5/2003, che apparentemente si riferisce a
tutte le società (con l’eccezione di quelle cha fanno ricorso al mercato
del capitale di rischio), deve infatti essere letto alla luce dei principi
indicati nella legge delega, la quale faceva esplicito riferimento alle
sole società commerciali (art. 12, comma 3, l. 3 ottobre 2001, n. 366).
Sembra dunque preferibile (a meno di voler sostenere l’illegittimità

Cass., 5 dicembre 2002, n. 17245, ivi, 2003, 570, Cass., 21 luglio 2000, n. 9565, in
Mass. Foro it., 2000.
106
Per l’inammissibilità della richiesta di sospensione in via d’urgenza della de-
libera di esclusione in caso di devoluzione della controversia ad un collegio arbitrale
cfr. Trib. Milano, 11 novembre 2003, in Banca borsa, 2006, II, 260; Trib. Como, 4
agosto 1998, in Giur. it., 1998, 2334 e Id. Bologna, 13 gennaio 1997, in Giur.
comm., 1998, II, 797; in dottrina il principio è affermato fin dagli scritti di F.
CARNELUTTI, Note intorno alla sospensione della deliberazione di esclusione di un
socio da una società di persone, cit., 244; V. ANDRIOLI, Competenza a sospendere
la deliberazione di esclusione di un socio di una società di persone, in Foro It.,
1949, I, 1139 e F. MARTORANO, Esclusione del socio e arbitrato, ivi, 1956, I, 279.
Dopo l’introduzione dell’arbitrato societario la questione è stata affrontata (con
risultati non sempre univoci) da numerose pronunce, tra le quali cfr., ad esempio,
Trib. Milano, 17 marzo 2009, in Riv. arb., 2009, 311 con nota di A. VILLA, Una pol-
trona per due: la sospensione delle delibera assembleari tra giudice privato e giudi-
ce statuale; Trib. Bologna, 9 aprile, 2008, in Riv. arb., 2007, 627; Trib. Milano, 4 ot-
tobre 2005, in Giur. Comm., 2006, II, 1128. Sul problema della sospensione della
delibera di esclusione del socio nella s.r.l. cfr. infra, cap. III, § 3.
107
Per tale considerazione cfr. G. COTTINO− R. WEIGMANN, Società di persone,
cit., 276-277. In generale, sui poteri cautelari degli arbitri nel nuovo arbitrato com-
merciale cfr. C. PUNZI, Disegno sistematico dell’arbitrato, vol. II, Padova, 2012,
688 ss.
60 Capitolo I

costituzionale dell’art. 34, d. lgs. 5/2003, per violazione dell’art. 76


Cost.)108 proporre una lettura «costituzionalmente orientata» della
norma ed escludere, conseguentemente le società semplici dal novero
di quelle che possono utilizzare l’arbitrato societario109.
Restano, invece, al di fuori dal perimetro della disciplina speciale
tutti gli arbitrati che abbiano ad oggetto controversie societarie, ma
che non trovano fondamento in una clausola compromissoria contenu-
ta in un atto costitutivo: e quindi quelli previsti in patti parasociali110 o
quelli relativi a società di fatto (posto che in tal caso manca, per defi-
nizione, l’atto costitutivo nel quale possa essere formalizzata la clau-
sola compromissoria)111.
108
Così, infatti, E.F. RICCI, Il nuovo arbitrato societario, in Riv. trim. dir. e proc.
civ., 2003, 520; G. CABRAS, Arbitrato societario, arbitraggio gestionale e concilia-
zione stragiudiziale, in G. COSTANTINO−G. CABRAS, Il processo commerciale e
l’arbitrato societario, in Commentario romano al nuovo diritto delle società, a cura
di F. d’Alessandro, vol. I, Padova, 2009, 237; E. DALMOTTO, L’arbitrato nelle so-
cietà, Bologna, 2013, 65 ss.
109
In tal senso si vedano E. ZUCCONI GALLI FONSECA, Arbitrato societario, in
Arbitrati speciali, commentario diretto da F. Carpi, Bologna, 2008, 63; A.
MAJORANO, Sub art. 34, in I procedimenti in materia commerciale, a cura di G. Co-
stantino, in Nuove leggi civili commentate, 2005, 646, nota 34; S.A. CERRATO, Arbi-
trato societario e arbitraggio gestionale nelle società di persone, in Giur. It., 2010,
487 ss. In giurisprudenza ha escluso l’applicabilità dell’arbitrato societario ad una
società semplice Trib. Roma, 4 luglio 2007, in Giur. Comm., 2008, II, 990, con nota
di O. CAGNASSO.
110
Cfr. E.F. RICCI, Il nuovo arbitrato societario, cit., 523; S. CHIARLONI, Appun-
ti sulle controversie deducibili in arbitrato societario e sulla natura del lodo, in Riv.
trim. dir. e proc. civ., 2004, 123 ss.; F.P. LUISO, Sub art. 34, in Il nuovo processo
societario, a cura di F.P. Luiso, Torino, 2006, 557.
111
Cfr. P. NELA, Sub artt. 34-36, d. lg. 5/2003, in Il nuovo processo societario,
diretto da S. Chiarloni, Bologna, 2008, 1193; G. DELLA PIETRA, La clausola com-
promissoria, in Il nuovo diritto delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B. Portale,
vol. 1, Torino, 2006, 212; E. DALMOTTO, L’arbitrato nelle società, cit., 70. In giuri-
sprudenza hanno affermato l’applicabilità dell’arbitrato societario alle società di fat-
to Trib. Trento, 8 aprile 2004, in Giur. Comm., 2006, II, 497, con nota (critica) di
S.A. CERRATO, Arbitrato societario e arbitrato di diritto comune: una convivenza
ancora difficile, e (sulla base dell’oggi abrogato art. 1, comma 1, lett. a, d. lgs.
5/2003) E. ZUCCONI GALLI FONSECA, Arbitrato societario, cit., 63.
È invece controverso se la disciplina dell’arbitrato societario sia applicabile alle
società irregolari: per la soluzione affermativa cfr. F. CORSINI, L’arbitrato nella ri-
forma del diritto societario, in Giur. It., 2003, 1292 ss. e E. DALMOTTO, op. loc. ult.
L’istituto dell’esclusione 61

4.4. La liquidazione della quota e la ricerca del punto di equilibrio tra


la tutela delle ragioni patrimoniali dell’escluso e la tutela degli in-
teressi di natura organizzativa della società.

Restano da esaminare i profili patrimoniali dell’esclusione, che il


legislatore regola in modo unitario per tutte e tre le ipotesi di sciogli-
mento del rapporto sociale limitatamente ad un socio112.
La disciplina della liquidazione della quota del socio uscente è tutta
incentrata sulla delicata ricerca di un punto di equilibrio tra una mol-
teplicità di interessi: anzitutto quello del socio escluso ad ottenere il
controvalore patrimoniale della propria partecipazione, cui si contrap-
pone quello della società a non essere privata delle risorse necessarie
per la prosecuzione dell’attività imprenditoriale; a questi si aggiungo-
no (a loro volta contrapposti tra loro) l’interesse dei creditori sociali a
non veder diminuire la garanzia costituita dal patrimonio sociale e
quello degli eventuali creditori particolari del socio ad una celere li-
quidazione della quota, per poter soddisfare su di essa le proprie ra-
gioni113.

cit.; in senso contrario (sul presupposto che il dato formale dell’iscrizione nel regi-
stro delle imprese costituisca condizione per l’applicazione della disciplina) G.
CABRAS, Arbitrato societario, arbitraggio gestionale e conciliazione stragiudiziale,
cit., 237 e S.A. CERRATO, Le forme convenzionali di risoluzione dei contrasti: arbi-
traggio gestionale e arbitrato, in Le nuove società di persone, diretto da G. Cottino
e O. Cagnasso, cit., 463.
112
Tale tecnica legislativa non è esclusiva delle società di persone, ma, come
avremo modo di vedere (cfr. infra, cap. III, § 5), è utilizzata anche nella disciplina
dell’esclusione del socio dalla s.r.l., i cui profili patrimoniali sono disciplinati per
rinvio alla norma dettata per il recesso; il suo maggior limite consiste, probabilmen-
te, nel non tenere sufficientemente in considerazione la peculiarità dell’esclusione ri-
spetto alle altre ipotesi di scioglimento particolare del vincolo sociale (in particolare
se confrontata con il recesso), derivante dal fatto che mentre quest’ultimo è «subìto»
dalla società, la prima è frutto di una scelta dei soci, i quali possono vagliare preven-
tivamente la presenza di risorse patrimoniali utilizzabili per la liquidazione della
quota e, qualora reputino che l’interesse al mantenimento in vita della società sia
prioritario rispetto all’interesse ad espellere il socio, possono decidere di astenersi
dal deliberare l’esclusione.
113
Cfr. V. BUONOCORE, La società in nome collettivo, cit., 259.
62 Capitolo I

Un intreccio quasi gordiano, al quale il legislatore tenta di dare una


risposta con gli artt. 2289 e 2290 c.c., privilegiando la salvaguardia e
la conservazione dell’ente societario, ma concedendo al contempo,
come cercheremo di mettere in luce, ampi spazi alle ragioni patrimo-
niali del socio uscente.
Gli «indizi» dai quali è possibile desumere la finalità di tutelare
l’interesse di natura organizzativa della società sono invero molteplici,
a cominciare da quelli ricavabili dalla lettera dell’art. 2289, comma 1,
c.c., in base al quale il socio ha diritto soltanto ad una somma di dena-
ro che rappresenti il valore della quota: vige, anche in questa fase di
esecuzione del contratto di società, il generale principio per cui, finché
dura la società, nessuno può appropriarsi (o riappropriarsi) di un ele-
mento del patrimonio comune, alterandone la destinazione114.
La pretesa del socio è quindi limitata alla liquidazione della quota,
intesa come controvalore in denaro della sua partecipazione al mo-
mento in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente alla sua per-
sona115, e questo non solo, come è ovvio, quando egli abbia conferito
in società denaro o beni in proprietà, ma anche quando i conferimenti
siano avvenuti in godimento, maturando il socio il diritto alla loro re-
stituzione solo allo scioglimento della società116. Ma non basta: «l’art.

114
Sul punto, per tutti, G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le società di persone, cit.,
283 ss. e GALGANO, Le società in generale. Le società di persone, cit., 342 ss.
115
In questi termini, in particolare, Cass., 19 aprile 2001, n. 5809, in Foro It.,
2001, I, 3653, ribaditi da Cass., 27 aprile 2011, n. 9397, in Giur. It., 2012, 98. Stante
il carattere dispositivo dell’art. 2289 c.c., devono peraltro, in linea di principio, rite-
nersi valide le clausole dell’atto costitutivo con cui si stabilisce di assegnare al socio
escluso beni in natura in luogo del denaro (cfr. G. FERRI, Delle società, cit., 345; O.
CAGNASSO, La società semplice, cit., 224); qualora invece tale possibilità non sia
contemplata dal contratto di società, si applicherà l’istituto della datio in solutum,
per cui il socio dovrà dare il proprio consenso ex art. 1197 c.c. (cfr. Cass., 16 luglio
1976, n. 2812, in Giur. It., 1977, I, 1, 222; Cass., 3 aprile 1973, n. 896, ivi, 1974, I,
1, 108; App. Cagliari, 21 maggio 1982, in Giur. Comm., 1983, II, 978).
116
Con l’eccezione di alcune voci contrarie (cfr., in particolare, E. SIMONETTO,
In tema di esclusione del socio, in Riv. dir. civ., 1960, II, 49, I. MENGHI, Conferi-
mento di beni in godimento e liquidazione della quota, in Giur. Comm., 1985, II,
756 e G. SPATAZZA, Conferimento di beni in godimento e capitale sociale, Milano,
1991, 115 ss.), il punto è condiviso da dottrina e giurisprudenza: cfr., per la prima
(oltre agli autori citati supra, nota 114), A. GRAZIANI, Diritto delle società, cit., 105,
M. GHIDINI, Società personali, cit., 622, O. CAGNASSO, La società semplice, cit.,
L’istituto dell’esclusione 63

2289 c.c.» si è scritto «è norma ottimistica»117, presuppone cioè che vi


siano o un’eccedenza dell’attivo sul passivo o, almeno, un pareggio tra
attività e passività sociali, in modo da rendere possibile, in questo se-
condo caso, l’attribuzione al socio di una somma pari al valore del
conferimento eseguito, aumentata, nella prima ipotesi, della corri-
spondente parte di utili; se così non è, la quota dell’escluso dovrà ne-
cessariamente essere ridotta in proporzione alle perdite, fino al caso
estremo in cui, perduto integralmente il capitale, il socio venga chia-
mato addirittura ad un esborso, in modo da ripianare pro quota la sua
parte di perdite118.
Sempre nell’ottica della salvaguardia dell’interesse della società a
non essere privata di quanto necessario al perseguimento dell’oggetto
sociale per cui fu costituita deve essere letta la posizione di chi ritiene
applicabile anche allo scioglimento particolare del vincolo sociale
l’art. 2280, comma 2, c.c., e quindi, ove i fondi non siano sufficienti
per il pagamento dei debiti sociali, considera possibile chiedere
all’escluso i versamenti ancora dovuti a titolo di conferimento o le
eventuali ulteriori somme necessarie nei limiti della sua responsabilità
e in proporzione della sua partecipazione alle perdite119.
Costituisce, infine, un chiara indicazione di favor per la società
l’interpretazione, ormai assolutamente consolidata, per cui il debito
nei confronti del socio escluso non ha natura di debito di valore (cosa
che porrebbe a carico della società la svalutazione monetaria interve-
nuta tra lo scioglimento del rapporto e l’effettiva liquidazione della
quota) ma di debito di valuta soggetto al principio nominalistico di cui
all’art. 1227 c.c., così da addossare alla società il rischio della svaluta-
zione solo nel caso in cui essa non adempia nel termine dei sei mesi di

224, G.F. CAMPOBASSO, Diritto commerciale, cit., 116; per la seconda Cass., 28
gennaio 1993, n. 1027, in Società, 1993, 1043, Cass., 17 novembre 1984, n. 5853, in
Giur. Comm., 1985, II, 756
117
Così G. COTTINO, Diritto societario, cit., 161.
118
Cfr. G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le società di persone, cit., 291 ss.; M.
PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società, cit., 234 ss.
119
Così, espressamente, G. FERRI, Delle società, cit., 261; in senso analogo cfr.
M. BUSSOLETTI, voce Società semplice, cit., 932 e O. CAGNASSO, op. ult. cit., 228-
229.
64 Capitolo I

cui all’art. 2289, ultimo comma, c.c., secondo i principi che regolano
la mora del debitore120.

La tutela delle ragioni patrimoniali del socio escluso traspare, inve-


ce, dalle soluzioni che dottrina e giurisprudenza maggioritarie hanno
proposto in merito a due problemi interpretativi sollevati dalla norma
che regola la liquidazione della quota al socio uscente: si tratta, da un
lato, della questione relativa all’individuazione dei criteri che devono
essere utilizzati per determinare il valore della quota da liquidare al
socio escluso e, dall’altro, di quella concernente l’individuazione del
soggetto obbligato al pagamento della quota del socio uscente.
Quanto al primo aspetto è assolutamente prevalente la tesi per cui
la determinazione del valore della quota da liquidare deve essere effet-
tuata sulla base di una valutazione della effettiva consistenza economi-
ca del patrimonio sociale nel giorno in cui si verifica lo scioglimento
(art. 2289, comma 2, c.c.)121, utilizzando quindi criteri meno rigidi di

120
Cfr., ex multis, M. GHIDINI, Società personali, cit., 610, F. GALGANO, op. ult.
cit., 343 e M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società, cit., 238; in
giurisprudenza Cass., 19 marzo 2004, n. 5548, in Foro it., 2004, I, 2798; Cass., 14
marzo 2003, n. 3800, in Giur. it., 2004, 355; Cass., 19 aprile 2001, n. 5809, in Foro
it., 2001, I, 3653; Cass., 8 novembre 1995, n. 11598, in Giust. Civ. Mass., 1995;
Trib. Palermo, 12 aprile 2002, in Gius, 2003, 13, 1513; Trib. Milano, 17 ottobre
1988, in Giur. Comm., 1990, II; 500.
121
Sul punto, per tutti, cfr. G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le società di persone,
cit., 284 ss. e, in giurisprudenza, Cass., 14 marzo 2001, n. 3671, in Soc., 2001, 936;
Id., 11 febbraio 1998, n. 1403, in Giur. it., 1999, 106; Id., 2 agosto 1995, n. 8470,
ivi, 1996, I, 1, 470; App. Genova, 17 aprile 2001, in Soc., 2001, 1358; Trib. Milano,
24 ottobre 1991, ivi, 1991, 1081.
Il problema dell’individuazione dei criteri utilizzabili per la determinazione del
valore della quota di liquidazione (sicuramente influenzato dalla riforma della disci-
plina del recesso nelle società di capitali e dalla nuova formulazione degli artt. 2437
ter, comma 2, e 2473, comma 3, c.c.) è affrontato in modo più ampio ed approfondi-
to infra, cap. III, § 5; basti in questa sede osservare come, con la riforma del diritto
societario, non abbia probabilmente più ragione di porsi quel timore di creare
un’ingiustificata disparità di trattamento nei criteri di valutazione della partecipazio-
ne del socio uscente a seconda del tipo di società, che aveva portato un’attenta dot-
trina a ritenere preferibile l’adozione, anche nelle società di persone, di criteri che
ancorassero la stima delle quote al valore del patrimonio risultante dalle scritture
contabili, sulla falsariga di quanto disposto dal previgente art. 2437 c.c. (e si veda
L’istituto dell’esclusione 65

quelli, prudenziali, adottati per la redazione del bilancio di esercizio,


che tengano altresì conto del valore di avviamento122 e delle operazio-
ni in corso (art. 2289, comma 3, c.c.)123.
Quanto al secondo punto, si è a lungo discusso se l’obbligo di li-
quidazione della quota sorgesse direttamente in capo alla società, ov-
vero se esso gravasse invece sui singoli soci (come parrebbe suggeri-
re, ancorché limitatamente all’ipotesi di morte del socio, la lettera
dell’art. 2284 c.c.). La tesi che il debito de quo è debito della società
(nei cui confronti deve pertanto essere proposta la domanda di liqui-
dazione) e non debito personale dei soci, accolta dopo alcuni contrasti
giurisprudenziali124 anche dalle Sezioni unite della Cassazione125, è si-

sul punto R. WEIGMANN, Il procedimento di esclusione del socio nelle società di


persone: profili di incostituzionalità, cit., 540 ss.).
122
Cfr. già G.C.M. RIVOLTA, Avviamento dell’azienda sociale e liquidazione
della quota nelle società di persone, in Riv. dir. comm., 1966, I, 109 ss., nonché M.
GHIDINI, Società personali, cit., 606, G. FERRI, Delle società, cit., 347; O.
CAGNASSO, La società semplice, cit., 225; in giurisprudenza si vedano, tra le molte,
Cass., 2 agosto, 1995, n. 8470, in Giur. It., 1996, I; 1, 470; Cass., 25 marzo 2003, in
Dir. e prat. soc., 2003, 14, 70, con nota di G. LIACE, Valutazione della quota di li-
quidazione del socio uscente; Cass., 16 gennaio 2009, n. 1036, in Foro It., 2010, I,
214; App. Milano, 14 gennaio 1992, in Vita not., 1993, 883.
123
Da intendersi, secondo una formula frequentemente utilizzata dalla giurispru-
denza, non solo come le operazioni già in essere al momento dello scioglimento del
vincolo sociale, ma anche come quelle che sono «la conseguenza necessaria e inevi-
tabile di rapporti giuridici preesistenti, anche se la definizione di questi ultimi sia in-
tervenuta dopo il momento di riferimento della liquidazione della quota»: così Cass.,
9 dicembre 1982, n. 6709, in Società, 1983, 755; Cass., 28 gennaio 1993, n. 1027, in
Giur. It., 1993, I, 1, 1201.
124
A favore della tesi per cui legittimati passivi al pagamento della quota di li-
quidazione sarebbero i soci con il proprio personale patrimonio si vedano Cass., 23
maggio 1972, n. 1577, in Giur. It.¸1973, I, 1, 1484; Cass., 24 aprile 1993, n. 4821, in
Giust. Civ. Mass., 1993; Cass., 24 novembre 1995, n. 12172, in Giust. Civ. Mass.,
1995; Trib. Milano, 3 novembre 1986, in Società, 1987, 402. Per l’opposta tesi, per
cui obbligata a liquidare la quota è la società, che deve ricavare dal proprio patrimo-
nio la somma corrispondente al valore della quota cfr. Cass., 28 gennaio 1993, n.
1027, in Società, 1993, 1043; Cass., 10 giugno 1998, n. 5757, in Notariato, 1999,
27; Cass., 19 novembre 1999, n. 12833, in Riv. not., 2000, 990; Cass., 21 gennaio
2000, n. 642, in Notariato, 2000, 614.
125
Cfr. Cass., S.U., 26 aprile 2000, n. 291, in Giur. Comm., 2000, II, 397, con
nota di V. BUONOCORE, La liquidazione della quota degli eredi del socio defunto e
lo psicodramma della soggettività delle società di persone: un contributo positivo
66 Capitolo I

curamente più favorevole al socio uscente, poiché gli consente, escus-


so infruttuosamente il patrimonio sociale (ex artt. 2268 o 2304 c.c., a
seconda del tipo sociale), di far valere la responsabilità solidale e illi-
mitata dei rimanenti soci, là dove l’opposta interpretazione, gli per-
metterebbe di agire direttamente sul patrimonio personale degli altri
soci, senza però poter beneficiare del regime della solidarietà e senza
poter aggredire i beni della società, se non nei limiti di cui agli artt.
2270 e 2305 c.c.126.

5. L’esclusione negli altri rapporti associativi.

5.1. I procedimenti.

Ricostruita nei suoi tratti essenziali la disciplina dell’esclusione del


socio nelle società di persone, si tratta ora di compiere un passo ulte-
riore e verificare se i profili che abbiamo individuato come caratteri-
stici della fattispecie si riscontrino, e in quale misura, negli altri casi in
cui il legislatore detta una disciplina sull’exit passivo da un rapporto
associativo.

della Corte Suprema e ivi, 2001, II, 235 con nota di I. MENGHI, La liquidazione del-
la quota di società personale e le Sezioni Unite: un passo avanti nella definizione
degli effetti dello scioglimento del vincolo particolare (cui adde già le considerazio-
ni di U. BELVISO, Profili soggettivi della liquidazione della quota al socio uscente e
interesse dei creditori nelle società di persone, in Giur. Comm., 1979, I, 816); la po-
sizione espressa dalle Sezioni Unite è stata sistematicamente confermata dalle pro-
nunce di legittimità e merito successive: tra le molte, si vedano ad esempio Cass., 23
maggio 2006, n. 12125, in Giur. It., 2007, 644; Cass., 16 gennaio 2009, n. 1036, in
Foro It., 2010, I, 214; Cass., 22 marzo 2011, n. 6558, in Foro It., 2012, I, 1165;
Trib. Milano, 13 novembre 2012, in Società, 2013, 209. Per ulteriori riferimenti cfr.
inoltre, da ultimo, R. GUGLIELMO−T. CUBELLO, La riduzione del capitale sociale nel
procedimento di liquidazione della quota in caso di recesso, morte ed esclusione del
socio di società di persone, in Riv. not., 2013, I, 5 ss.
126
In questi termini M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio, cit., 238-
239.
L’istituto dell’esclusione 67

Anticipando fin d’ora le conclusioni di questo paragrafo, ciò che


cercheremo di mettere in luce è che pressoché tutte le volte in cui il
legislatore ha disciplinato un’ipotesi di estromissione forzosa di un
singolo partecipante da un rapporto associativo egli ha, più o meno
consapevolmente, utilizzato come modello di riferimento lo schema
che contraddistingue l’esclusione del socio dalle società di persone,
individuando ex ante le circostanze che legittimano lo scioglimento
del vincolo particolare (o imponendo agli associati di tracciare i confi-
ni entro i quali essi possono individuarle pattiziamente), prevedendo
un meccanismo di inversione dell’iniziativa del contraddittorio (in vir-
tù del quale l’intervento del tribunale è meramente eventuale e rimes-
so all’iniziativa della parte esclusa) e dettando una disciplina delle
pretese patrimoniali del soggetto estromesso.
Nelle poche ipotesi in cui il legislatore si è invece allontanato da
quello che abbiamo individuato come il paradigma di riferimento, ciò
è stato determinato vuoi dalla necessità di uniformarsi a indicazioni di
fonte sovranazionale (come nel caso del procedimento di esclusione
dal Gruppo Europeo di Interesse Economico e dalla Società Privata
Europea), vuoi da un’incompatibilità di fondo tra lo scopo lucrativo
che contraddistingue le società di persone e quelli sottesi agli altri
rapporti associativi (non è un caso, infatti, che le maggiori differenze
tra le discipline positive dell’esclusione riguardino gli aspetti patrimo-
niali legati alla liquidazione della quota).
Deriva così direttamente dal regolamento CEE 25 luglio 1985, n.
2137/85 la regola per cui l’esclusione dal GEIE «può avvenire soltan-
to mediante una decisione del giudice pronunciata su richiesta con-
giunta della maggioranza degli altri membri, salvo diversa disposizio-
ne del contratto di gruppo» (art. 27, comma 2, reg. cit.)127, così come
dalla proposta di regolamento sullo statuto di una Società Privata Eu-

127
Sul procedimento di esclusione dal GEIE cfr. D. CORAPI, Scioglimento del
rapporto limitatamente a un membro: scioglimento e liquidazione del GEIE, in So-
cietà, 1990, 179; P. MASI, Il gruppo europeo di interesse economico, Torino, 1994,
69 ss.; A. MONGIELLO, Il gruppo europeo di interesse economico, in Tratt. dir.
comm. e dir. pubbl. ec., diretto da F. Galgano, vol. XVII, Padova, 1994, 370 ss.; M:
NOTARI, Sub art. 6, Decreto legislativo 23 luglio 1991, n. 240, in Nuove leggi civ.
comm., 1992, 1053 ss.; G. COTTINO−M. SARALE, Le associazioni economiche, in G.
COTTINO−R. WEIGMANN−M. SARALE, Società di persone e consorzi, cit., 399.
68 Capitolo I

ropea presentata dalla Commissione il 25 giugno 2008128 è tratto il


principio che l’esclusione di un socio è ordinata dal giudice competen-
te sulla base di una risoluzione degli azionisti (adottata con maggio-
ranza qualificata non inferiore ai due terzi dei diritti di voto totali col-
legati alle azioni della società) e su richiesta della SPE (artt. 17 e 27
della proposta di regolamento)129.
Al di fuori di queste ipotesi di esclusione giudiziale, che rappresen-
tano per il nostro ordinamento un «ritorno al passato»130, tutti gli altri

128
Sulla proposta di regolamento si vedano, in generale, P. HOMMELHOFF−C.
TEICHMANN, Eine GmbH für Europa: Der Vorschlag der EU−Kommission zur So-
cietas Privata Europaea (SPE), in GmbHR, 2008, 125 ss.; R. DRURY, The european
private company, in EBOR, 2008, 897; R. WEIGMANN, Verso un diritto societario
europeo. Il progetto di statuto di una Società privata europea, in Giur. It., 2009,
1313 ss.; G. STRAMPELLI, La società privata europea: le modifiche alla proposta di
regolamento, in Riv. Soc., 2009, 554 ss.; L. MONFORTE, Brevi osservazioni sullo sta-
tuto della «società privata europea», in NDS, 2011, fasc. 19, 46 ss.
129
Come avremo modo di esaminare in seguito (cfr. infra, cap. II, § 1), il mecca-
nismo della esclusione giudiziale si ritrova anche in alcuni tra gli ordinamenti stra-
nieri che disciplinano espressamente l’esclusione del socio dalla società a responsa-
bilità limitata: si vedano, ad esempio, per il Portogallo l’art. 242 Código das Socie-
dades Comerciais (Decreto Lei 262/86 del 2 settembre 1986) e per la Svizzera l’art.
823, comma 1, del Codice delle obbligazioni svizzero; in entrambe le legislazioni,
peraltro, accanto all’esclusione giudiziale convive altresì un’esclusione convenzio-
nale deliberata dall’assemblea dei soci (cfr., rispettivamente, l’art. 241 CSC e l’art.
823, comma 2, CO).
Là dove il procedimento di esclusione si presenta maggiormente eccentrico ri-
spetto ai modelli storici che abbiamo finora esaminato è però nella disciplina
dell’esclusione del socio dalla Società Cooperativa Europea: l’art. 15, comma 3, del
regolamento CE del 22 luglio 2003, n. 1435/2003, una volta stabilito che il socio è
escluso, dopo essere stato sentito, con deliberazione dell’organo di amministrazione
o di direzione, prevede infatti che contro la deliberazione di esclusione egli possa fa-
re ricorso non davanti all’autorità giudiziaria, ma «dinnanzi all’assemblea generale».
Per un cenno sul punto cfr. G. RACUGNO, La società cooperativa, cit., 238 e A.
CECCHERINI, La società cooperativa europea, in Nuove leggi civ. comm., 2003, 1295
ss.
130
Cfr. supra i §§ 2 e 3 di questo Capitolo; per l’osservazione secondo la quale
«il carattere esclusivamente giudiziale dell’esclusione riporta alla mente le versioni
dell’art. 2287 c.c. contenute nei lavori preparatori del codice del 1942, a loro volta
ispirate agli ordinamenti stranieri di ambiente germanico», si veda anche F. CASALE,
L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata, in Giur. Comm., 2009,
I, 817, nota 5.
L’istituto dell’esclusione 69

casi di scioglimento particolare del vincolo associativo ricalcano il


procedimento dell’art. 2287 c.c.
Così è anzitutto per le società cooperative, nelle quali l’esclusione è
deliberata dagli amministratori o, in caso di espressa previsione
dell’atto costitutivo, dall’assemblea (art. 2533, comma 2, c.c.)131; ma
così è anche per l’esclusione dalle associazioni (riconosciute o non ri-
conosciute)132, anch’essa decisa dall’assemblea (art. 24, comma 3,
c.c.)133 o per quella dai consorzi, che spetta, se il contratto non ha pre-
visto le modalità per deliberarla (ex art. 2603, n. 6, c.c.), ai consorzia-

131
Sull’inversione del regime di default relativo alla competenza a deliberare
l’esclusione, attuata con la riforma del diritto societario cfr. le considerazioni di D.
GALLETTI, Sub art. 2533, in Il nuovo diritto delle società, cit., 2764, M.C.
TATARANO, La nuova impresa cooperativa, cit., 336 e V. GIORGI, Sub art. 2533, in
Società cooperative, a cura di G. Presti, in Commentario alla riforma delle società,
diretto da P. Marchetti, L.A. Bianchi, F. Ghezzi e M. Notari, Milano, 2007, 279, se-
condo i quali la norma ha recepito la prevalente prassi statutaria, favorendo la celeri-
tà delle decisioni, a fronte dei tempi richiesti per le deliberazioni dell’assemblea dei
soci.
132
Sull’applicazione indifferenziata dell’art. 24, comma 3, c.c. ad associazioni
riconosciute e non riconosciute (ora intesa come applicazione diretta, ritenendo ap-
plicabili alle associazioni non riconosciute tutte le disposizioni dettate per quelle ri-
conosciute che prescindono dalla presenza del riconoscimento: F. GALGANO, Delle
associazioni non riconosciute e dei comitati, in Comm. Scialoja−Branca, Bolo-
gna−Roma, 1967, 184 e L. DI PATRE, Considerazioni in tema di esclusione di un
membro dell’associazione non riconosciuta, in Dir. e giust., 1972, 16 ss.; ora come
applicazione analogica: G. PERSICO, voce Associazioni non riconosciute, in Enci-
clopedia del diritto, Milano, 1958, III, 881 ss.) si vedano Cass., 9 settembre 2004, n.
18186, in Giust. Civ. Mass., 2004; Cass., 14 maggio 1997, n. 4244, in Giur. It.,
1998, 639; Cass., 3 aprile 1978, n. 1498, ivi, 1978, I, 1, 2151; Cass., 16 novembre
1976, n. 4252, ivi, 1978, I, 1, 624; Trib. Mantova, 12 giugno 2007, in Obbl e contr.,
2008, 3, 227; Trib. Ivrea, 3 ottobre 2006, in Dir. e giust., 2006, 43, 66; Trib. Roma,
25 gennaio 2002, in Gius, 2002, 2103; Trib. Milano, 3 ottobre 1991, in Giur. It.,
1992, I, 2, 169. Per ulteriori riferimenti cfr. già G. VOLPE PUTZOLU, La tutela
dell’associato in un sistema pluralistico, Milano, 1977, 67-68 e nota 94.
133
Sul punto, per tutti, F. GALGANO, Delle persone giuridiche, in Comm. Scialo-
ja−Branca, Bologna−Roma, 2006, 378 ss., F. DIAFERIA¸ Esclusione e recesso nelle
associazioni riconosciute e nelle associazioni non riconosciute, in Recesso e risolu-
zione nei contratti, a cura di G. De Nova, cit., 26 ss. e S. FILIPPO, L’esclusione
dell’associato: evoluzione degli orientamenti e profili applicativi, in Contr. e impr.,
2012, 561 ss.
70 Capitolo I

ti134. E le analogie non si fermano qui: perché non solo il legislatore ha


utilizzato lo schema delineato dall’art. 2287 c.c. per individuare
l’organo competente ad adottare il provvedimento di esclusione, ma,
sul presupposto che tale provvedimento incida sul diritto soggettivo
del singolo a mantenere il proprio status all’interno del rapporto asso-
ciativo, ha sempre bilanciato il legittimo interesse della maggioranza a
non proseguire il rapporto con un soggetto la cui permanenza non sia
più compatibile con lo svolgimento in comune dell’attività per cui il
contratto è stato stipulato, con il diritto di quest’ultimo di poter impu-
gnare la decisione per l’opportuna tutela giurisdizionale. E poiché il
diritto di difesa in tanto può essere esercitato in quanto l’escluso abbia
la concreta possibilità di conoscere quali condotte o quali circostanze
hanno portato allo scioglimento particolare del vincolo associativo nei
suoi confronti, ecco che in tutti i rapporti finora ricordati si prevedono
(vuoi per espressa previsione legislativa, vuoi per prassi statutarie
consolidate, avallate da numerosissime pronunce giurisprudenziali) sia
la comunicazione del provvedimento di esclusione135, sia l’obbligo

134
Il punto è assolutamente pacifico in dottrina (per tutti G. VOLPE PUTZOLU, I
consorzi per il coordinamento della produzione e degli scambi, in Tratta. dir. comm.
e dir. pubbl. ec., diretto da F. Galgano, IV, La concorrenza e i consorzi, Padova,
1981, 383 ss. e M. SARALE, Consorzi e società consortili, in G. COTTINO−R.
WEIGMANN−M. SARALE, Società di persone e consorzi, cit., 517), la quale si divide
invece tra quanti ravvisano nell’esclusione un’ipotesi di modificazione soggettiva
del contratto, da adottarsi pertanto con il consenso di tutti i consorziati diversi da
quello da escludere (così G. MINERVINI, Concorrenza e consorzi, in Tratt. dir. civ.,
diretto da G. Grosso e F. Santoro Passarelli, VI, Milano, 1966, 83; R.
FRANCESCHELLI, Dei consorzi per il coordinamento della produzione e degli scam-
bi, in Comm. Scialoja−Branca, Bologna−Roma, 1992, 157; G. GUGLIELMETTI, La
concorrenza e i consorzi, in Tratt. Vassalli, X, Torino, 1970, 345; L.F. PAOLUCCI, I
consorzi per il coordinamento della produzione e degli scambi, in Tratt. Rescigno,
vol. 18, t. 4, Torino, 2009, 362, nota 33), e quanti, inquadrandola come delibera di
attuazione dell’oggetto del consorzio, ritengono sufficiente il raggiungimento della
maggioranza per teste ex art. 2606 c.c. (G.D. MOSCO, I consorzi tra imprenditori,
Milano, 1988, 178; A. BORGIOLI, Consorzi e società consortili, in Tratt. di dir. civ. e
comm., diretto da A. Cicu e F. Messineo e continuato da L. Mengoni, Milano, 1985,
458; G. MARASÀ, Consorzi e società consortili, Torino, 1990, 69).
135
L’obbligo di comunicazione è espressamente indicato dall’art. 24, comma 3,
c.c. ed è chiaramente desumibile dall’art. 2533, comma 3, c.c. («non può dubitarsi
della sussistenza dell’onere di comunicare la delibera al socio, trattandosi di provve-
L’istituto dell’esclusione 71

della sua motivazione136, sia l’indicazione di un termine entro cui esso


può essere impugnato davanti all’autorità giudiziaria, siano questi i sei
mesi o i sessanta giorni indicati dal legislatore rispettivamente per le
associazioni (art. 24, comma 3, c.c.) e per le cooperative (art. 2533,

dimento ablativo dell’appartenenza dello stesso all’organizzazione, e dunque di atto


recettizio»: così D. GALLETTI, Sub art. 2533, cit., 2764, nonché A. BENUSSI, Lo
scioglimento del rapporto sociale, in La cooperativa−s.r.l. tra legge e autonomia
statutaria, a cura di E. Cusa, cit., 344). Tale adempimento individua, sia nelle asso-
ciazioni sia nelle cooperative, il momento da cui inizia a decorrere il termine per
proporre opposizione giudiziale al provvedimento di esclusione (cfr. A.
CECCHERINI, Le società cooperative, in Tratt. dir. priv., diretto da M Bessone, Tori-
no, 2007, 200 e M.C. TATARANO, La nuova impresa cooperativa, cit., 337) e, pur
non richiedendo per legge forme particolari (così Cass., 17 luglio 1999, n. 7592, in
Foro It., 2000, I, 2660; Cass., 26 aprile 1999, n. 4126, in Società, 1999, 1073; App.
Milano, 7 novembre 1989, in Società, 1990, 336), deve comunque essere in grado di
assolvere il compito di rendere l’interessato edotto del provvedimento adottato e del-
le ragioni che hanno alla sua adozione, per consentirgli di esercitare le proprie difese
(Cass., 9 maggio 2008, n. 11558, in CED on line, 2008): proprio valorizzando tale
funzione dell’obbligo di comunicazione, parte della dottrina e della giurisprudenza
considerano quindi di dubbia legittimità una comunicazione effettuata solo oralmen-
te e richiedono che essa debba essere fatta per iscritto (cfr. G. BONFANTE, Delle im-
prese cooperative, cit., 1999, 514 e in La società cooperativa, cit., 254 ss. nonché
Trib. Verona, 25 gennaio 1994, in Società, 1994, 800 e Trib. Milano, 1974, in Giur.
Comm., 1976, II, 586).
136
Sull’obbligo di motivazione del provvedimento di esclusione come condizio-
ne imprescindibile per consentire il diritto di difesa dell’escluso (e come principio
dal quale discende l’inammissibilità di un’esclusione ad nutum: così Trib. Torino, 4
gennaio 1982, in Giur. It., 1983, I, 2, 307, con nota di M. BONAZZI, Esclusione «ad
nutum» del socio da un’associazione non riconosciuta e, più recentemente, Trib.
Napoli, 16 luglio 2003, in Giur. merito, 2004, 706 e Trib. Torino, 15 febbraio 1996,
in Società, 1996, 1299) si vedano, in tema di associazioni, F. GALGANO, Delle per-
sone giuridiche, cit., 380 e, in giurisprudenza, Cass., 24 ottobre 1969, n. 3490, in
Giust. Civ., 1970, I, 211; App. Bologna, 3 aprile 1978, in Giur. merito, 1978, I, 267.
Principio analogo è affermato per l’esclusione dalle cooperative: cfr., ad esem-
pio, Cass., 15 ottobre 2002, n. 14665, in Società, 2003, 174; Cass., 17 ottobre 1989,
n. 4207, in Società, 1990, 459; App. Catania, 4 marzo 1986, in Dir. fall., 1986, II,
1037 e Trib. Milano, 16 ottobre 1975, in Giur. Comm., 1976, II, 518, nonché (anche
per ulteriori riferimenti di dottrina e giurisprudenza) M. CALLEGARI, Sub art. 2533,
in Il nuovo diritto societario, diretto da G. Cottino, G. Bonfante, O. Cagnasso e P.
Montalenti, Bologna, 2004, 2537, G. RACUGNO, La società cooperativa, cit., 165 e
V. GIORGI, Sub art. 2533, in Società cooperative, cit., 280.
72 Capitolo I

comma 3, c.c.) o il diverso termine individuato dal contratto per


l’opposizione all’esclusione dal consorzio137.

137
In tema di opposizione all’esclusione, tre sono gli aspetti sui quali si è con-
centrata l’attenzione di dottrina e giurisprudenza: a) anzitutto il problema dei limiti
del sindacato che può essere esercitato dall’autorità giudiziaria; b) in secondo luogo
quello relativo alla possibilità di concedere (in mancanza di una disposizione ad
hoc) la sospensione del provvedimento opposto; c) e, infine, se (e con quali conse-
guenze sull’individuazione del provvedimento da impugnare) sia possibile affidare
la decisione sull’esclusione ad un collegio di probiviri.
Tutti e tre i profili saranno ripresi ed esaminati in relazione all’esclusione del so-
cio dalla s.r.l. nel cap. III. Per un primo inquadramento, si possono intanto consulta-
re:
sub a): Cass., 4 settembre 2004, n. 17907, in Foro It., 2005, I, 1821, con nota di
H. SIMONETTI, L’esclusione del socio dall’associazione tra regolamentazione stata-
le ed autoregolamentazione privata: i limiti del controllo giurisdizionale; Trib. Ro-
ma, 10 novembre 2001, in Società, 2002, 716; Cass., 15 ottobre 2002, n. 14665, in
Società, 2003, 174; Cass., 5 agosto 1994, n. 7308, in Giust. Civ., 1995, I, 1007, con
nota di G. VIDIRI, Sull’art. 2527 e sul procedimento di esclusione del socio di coo-
perativa (nelle quali si afferma, sia per le associazioni sia per le cooperative, il prin-
cipio per cui il tribunale non può valutare o sindacare l’opportunità della decisione,
ma deve limitarsi a verificare la effettiva sussistenza del fatto posto a fondamento
dell’esclusione e la sua corrispondenza ad una delle ipotesi previste dalla legge o dal
contratto);
sub b): Trib. Bitonto, 1 giugno 2004, in Foro It., 2005, I, 1931; Trib. Milano, 3
ottobre 1995, in Società, 1996, 543; Trib. Bologna, 6 maggio 1988, in Foro It.,
1988, I, 3091 (tutte orientate nel senso dell’ammissibilità di un provvedimento in via
d’urgenza −ex art 23, comma 3, c.c.− che sospenda l’esecuzione della delibera di
esclusione da un’associazione); in tema di società cooperative, problemi interpreta-
tivi più complessi ha invece sollevato la mancata riproposizione nell’art. 2533 c.c.
della previsione precedentemente contenuta nella parte finale dell’art. 2527, comma
3, c.c., che attribuiva al tribunale la possibilità di sospendere l’esecuzione della deli-
berazione: dopo l’abrogazione dell’art. 23 del d. lgs. 5/2003 (che espressamente di-
sciplinava il procedimento cautelare all’interno del «rito societario») la dottrina è in-
fatti divisa tra chi ritiene che l’unico rimedio ipotizzabile sia quello ex art. 700 c.p.c.
(così A. CECCHERINI, Le società cooperative, cit., 203) e chi, per non sottostare al
rigore dei presupposti di tale procedimento, propende per un’applicazione analogica
della sospensiva disciplinata dall’art. 2378 c.c. (D. GALLETTI, Sub art. 2533, cit.,
2766-2767 e E. CUSA, Il socio finanziatore nelle cooperative, Milano, 2006, 342);
sub c): F. GALGANO, Delle persone giuridiche, cit., 386 ss. e S. FILIPPO,
L’esclusione dell’associato, cit., 568 ss.; G.A.M. TRIMARCHI, Le nuove società coo-
perative, cit., 116; M.C. TATARANO, La nuova impresa cooperativa, cit., 340 ss.
L’istituto dell’esclusione 73

5.2. Le cause.

Se tuttavia è facile trovare numerosi punti di contatto nei procedi-


menti di esclusione del singolo dai contratti associativi (posto che le
regole che abbiamo individuato hanno la loro comune matrice, prima
ancora che nella disciplina dell’esclusione del socio dalla società di
persone, nei principi generali che garantiscono il diritto di difesa), il
discorso si fa più complesso allorché si passi a voler individuare le
«costanti» che, in quegli stessi contratti, caratterizzano le ipotesi di
esclusione facoltativa138. E tale complessità deriva anzitutto dal fatto
138
Sulle ragioni che giustificano la scelta di circoscrivere la nostra analisi alle
sole ipotesi di esclusione facoltativa e non a quelle, ormai assolutamente marginali,
di esclusione di diritto si rinvia alle considerazioni svolte retro, nella parte conclusi-
va del § 4.1. di questo Capitolo.
Dopo la scomparsa dell’esclusione di diritto per fallimento del socio di coopera-
tiva, precedentemente prevista dall’art. 2527 c.c. e ora ridefinita come ipotesi di
esclusione facoltativa dal nuovo art. 2533 c.c. (sul punto cfr. retro, nota 62 e testo
corrispondente), l’esclusione obbligatoria è ormai prevista dal legislatore in due sole
fattispecie.
Anzitutto nel GEIE, nel quale è circoscritta: i) all’ipotesi disciplinata dall’art. 6,
d. lgs. 23 luglio 1991, n. 240 che, in attuazione dell’art. 28, comma 2, reg. CEE 25
luglio 1985, n. 2137/85 («Uno Stato membro può inoltre prevedere, nella propria le-
gislazione in materia di liquidazione, scioglimento, insolvenza o cessazione dei pa-
gamento, che il membro di un gruppo cessi di farne parte al momento stabilito da
detta legislazione»), espressamente stabilisce che sia escluso di diritto «il membro
del GEIE che sia dichiarato fallito, ovvero ammesso alla procedura di concordato
preventivo o assoggettato alla liquidazione coatta amministrativa»; ii) ai casi diret-
tamente individuati dall’art. 28, comma 1, reg. CEE 2137/85, per cui un membro
cessa di far parte di un Gruppo «quando non soddisfa più alle condizioni fissate
dall’art. 4, paragrafo 1» (che è la norma che stabilisce i requisiti soggettivi dei mem-
bri di un GEIE e cioè la loro natura di società o di enti giuridici pubblici o privati o
la loro qualità di imprenditori persone fisiche o di liberi professionisti). Sul punto
cfr. gli Autori citati supra, nota 127, cui adde, A. BADINI CONFALONIERI, Il GEIE.
Disciplina comunitaria e profili operativi nell’ordinamento italiano, Torino, 1999,
214 ss.
In secondo luogo nelle società tra professionisti disciplinate dall’art. 10, l. 12 no-
vembre 2011, n. 183, il cui comma 4, lett. d) precisa che l’atto costitutivo deve pre-
vedere «le modalità di esclusione dalla società del socio che sia stato cancellato dal
rispettivo albo con provvedimento definitivo». La formulazione della norma,
nell’affidare all’autonomia privata il compito di definire soltanto le modalità di usci-
ta del socio, parrebbe infatti non lasciare ai soci alcuna discrezionalità circa l’an
74 Capitolo I

che il legislatore, nel formulare le fattispecie che legittimano la deci-


sione di estromettere uno dei partecipanti, ha utilizzato almeno tre di-
versi modelli normativi, che spesso convivono all’interno del mede-
simo rapporto associativo.
Anzitutto vi sono i casi in cui la legge si limita a rinviare alle scelte
dei contraenti: così è per i consorzi (art. 2603, comma 2, n. 6 c.c.: il
contratto «deve indicare i casi di recesso e di esclusione»), per le coo-
perative (art. 2533, comma 1, n. 1, c.c.: l’esclusione del socio può aver
luogo «nei casi previsti dall’atto costitutivo») e per il GEIE (art. 27,
comma 2, reg. CEE 2137/85: «ogni membro del gruppo può essere
escluso per i motivi indicati nel contratto di gruppo»).
In secondo luogo vi sono le ipotesi in cui la legge collega espres-
samente l’esclusione ad una violazione degli obblighi assunti con
l’adesione al rapporto associativo: è il caso delle «gravi inadempien-
ze delle obbligazioni che derivano dalla legge, dal contratto sociale,
dal regolamento o dal rapporto mutualistico» previste per il socio della

dell’esclusione e sancire così una causa di esclusione ex lege e, come tale, non dero-
gabile (nello stesso senso, ancorché in modo critico rispetto alle scelte del legislato-
re, cfr. C. IBBA, Le società tra professionisti: ancora una falsa partenza?, in Riv.
not., 2012, I, 14 e M. CIAN, La nuova società tra professionisti. Primi interrogativi e
prime riflessioni, in Nuove leggi civili commentate, 2012, 3 ss.). E tale lettura della
norma sembrerebbe indirettamente confermata dall’art. 6, comma 3, lett. c), del d.m.
8 febbraio 2013, n. 34 (emanato in attuazione del provvedimento legislativo) là do-
ve, nel prevedere che il soggetto cancellato da un albo professionale per motivi di-
sciplinari non possa rivestire nella stp nemmeno la posizione di socio tecnico o di
socio di capitale, parrebbe precludere agli altri soci ogni scelta statutaria che consen-
tisse la permanenza di chi abbia perso in via definitiva e per motivi disciplinari
l’abilitazione professionale (sul punto di veda G. VERNA, La disciplina sulle società
professionali: novità, conferme, osservazioni critiche, in Giur. Comm., 2014, I, 732
s.). Senza voler in questo contesto approfondire un tema che esula dalle finalità della
presente nota, non può non sottolinearsi la scarsa linearità del dettato legislativo che,
a tacere di incongruenze più radicali (cfr. le osservazioni di G. MARASÀ, I confini
delle società tra professionisti, in Società, 2012, 397 ss.; M. CIAN, op. loc. ult. cit. e
A. TOFFOLETTO, Società tra professionisti, in Società, 2012, 30 ss.) non chiarisce se
l’esclusione ivi prevista sia legittima quale che sia il tipo societario prescelto o solo
se il tipo societario prescelto la consenta (per tale rilevo si veda ancora C. IBBA, op.
loc ult. cit., cui adde O. CAGNASSO, Soggetto e oggetto della società tra professioni-
sti, in NDS, 2012, fasc. 3, 12, che parla di «difficile innesto» dell’istituto qualora la
società tra professionisti abbia scelto di costituirsi come s.p.a.).
L’istituto dell’esclusione 75

cooperativa dall’art. 2533, comma 1, n. 2, c.c., dell’esclusione com-


minata al socio della Società Cooperativa Europea che «contravvenga
in modo grave ai propri obblighi o compia atti contrari agli interessi
della SCE» (art. 15, comma 1, reg. CE 1435/2003 del 22 luglio 2003),
o dell’esclusione del membro del GEIE che «contravvenga gravemen-
te ai suoi obblighi o causi o minacci di causare perturbazioni gravi nel
funzionamento del gruppo» (art. 27, comma 2, reg. CEE 2137/85).
Vi è poi una terza categoria di casi di esclusione, nella quale il legi-
slatore, più che fare riferimento ad una situazione di inadempimento
del singolo, pone l’accento sulla necessità di individuare un nesso tra
l’allontanamento forzoso di un associato e la salvaguardia del corret-
to funzionamento dell’ente139. L’idea per cui lo scioglimento del vin-
colo particolare si giustifica tutte le volte in cui si vengano a creare i
presupposti idonei ad arrecare un pregiudizio allo svolgimento
dell’attività comune è infatti sottesa, in modo più o meno esplicito,
all’esclusione «per mancanza o perdita dei requisiti previsti per la par-
tecipazione alla società» di cui all’art. 2533, comma 1, n. 3, c.c.140, a
quella per «gravi motivi» di cui parla, per le associazioni, l’art. 24,
comma 3, c.c., all’esclusione dal consorzio dell’acquirente
dell’azienda, deliberata, entro un mese dalla notizia dell’avvenuto tra-
sferimento, «se sussiste una giusta causa» (art. 2610, comma 2, c.c.) e
a quella dell’azionista della SPE, ordinata dal giudice «se il fatto che
l’azionista resti membro della SPE mette a repentaglio il suo buon
funzionamento» (art. 17, comma 1, della proposta di regolamento 25
giugno 2008).
Le tre formulazioni delle ipotesi di esclusione danno inevitabilmen-
te luogo a problemi interpretativi diversi. Se infatti nel primo caso

139
Sul punto cfr. le considerazioni di P. RESCIGNO, La giustizia interna nelle as-
sociazioni private, in Persona e comunità. Saggi di diritto privato, vol. I, Bologna,
1966, 122 ss. (a margine della celebre vicenda che, nella prima metà degli anni Cin-
quanta, impegnò la Camera dei Lords a dirimere la controversia tra il musicista Bon-
sor e il sindacato inglese degli orchestrali).
140
Per l’affermazione secondo cui la perdita dei requisiti per la partecipazione al-
la società può dar luogo solo ad un’esclusione facoltativa e non ad un’esclusione di
diritto cfr. C. IBBA, Il recesso nelle società cooperative. Profili problematici, in Il
nuovo diritto delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B. Portale, vol. 4, Torino,
2007, 866 ss.
76 Capitolo I

l’attenzione di dottrina e giurisprudenza si è rivolta al grado di speci-


ficità che la previsione contrattuale deve possedere, giungendo a rite-
nere applicabile anche alle clausole di esclusione il generale requisito
della determinatezza o della determinabilità delle statuizioni negozia-
li141, e se nel secondo il contenzioso si è soprattutto concentrato (non
diversamente da quanto accade per la previsione dell’art. 2286, com-
ma 1, c.c.)142 sull’individuazione di quali possano essere i comporta-
menti idonei ad integrare le «gravi inadempienze» degli obblighi gra-
vanti sul singolo che giustificano la sua estromissione dal contratto143,
nell’esaminare la terza categoria di ipotesi di esclusione si è sempre
più frequentemente sottolineata la necessità che esse debbano trovare
un’apprezzabile giustificazione nella salvaguardia del corretto funzio-
namento del rapporto associativo144.

141
Per un’esemplificazione di clausole statutarie di cooperative delle quali la
giurisprudenza ha dichiarato l’invalidità per l’eccessiva genericità della formulazio-
ne cfr. Cass., 10 gennaio 2007, n. 256, in Società, 2007, 1107; Cass., 8 marzo 1995,
n. 2697, in Mass. Foro it., 1995; App. Milano, 15 settembre 1989, in Giur. It., 1990,
I, 2, 395; App. Milano, 19 aprile 1988, in Giur. Comm., 1989, II, 414; Trib. Torino,
19 gennaio 2001, in Società, 2001, 1102; Trib. S. Maria Capua Vetere, 16 giugno
2000, in Giur. napol., 2000, 389; Trib. Napoli, 30 aprile 1999, in Vita not., 2000,
973. In dottrina si vedano M.C. TATARANO, La nuova impresa cooperativa, cit., 215
ss.; G. RACUGNO, La società cooperativa, cit., 162 ss.; G. BONFANTE, Le clausole di
ammissione, esclusione e recesso del socio, in Società, 2000, 787; A. BASSI, Le so-
cietà cooperative, Torino, 1995, 200-201. Per l’analogo orientamento in tema di so-
cietà di persone cfr. retro, il § 4.2.
142
Cfr. retro, note 68 e 69 e testo corrispondente.
143
Limitando i riferimenti all’esclusione dalle cooperative, cfr. le ampie rassegne
di giurisprudenza di M CALLEGARI, Sub art. 2533, in Il nuovo diritto societario, cit.,
2532 ss.; B. ACQUAS, L’esclusione del socio nelle società, cit., 274 ss. e di M.
CANNAVÒ, Sub art. 2533, in Codice commentato delle società, a cura di N. Abriani
e M. Stella Richter, Torino, 2010, 2595 ss. Sull’esclusione per gravi inadempienze
delle obbligazioni che derivano dal rapporto mutualistico cfr., in particolare, A.
PIRAS, Rapporto mutualistico e poteri dei soci, in Gli statuti delle imprese coopera-
tive dopo la riforma del diritto societario, a cura di F. Vella, Torino, 2004, 43 ss. e
P. MARANO, Numero minimo di soci nella cooperativa e applicazione della discipli-
na su s.p.a. o s.r.l., in Il nuovo diritto delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B.
Portale, vol. 4, cit., 745.
144
Cfr. sul punto le osservazioni di S. FILIPPO, L’esclusione dell’associato: evo-
luzione degli orientamenti e profili applicativi, cit., 555 ss.; M.C. TATARANO, op.
L’istituto dell’esclusione 77

Partendo dall’idea per cui il comportamento che giustifica


l’esclusione deve interferire negativamente con la realizzazione dello
scopo associativo, dell’oggetto sociale o del rapporto mutualistico, si è
così ricavato un principio più generale secondo il quale – per usare le
parole della Cassazione – «tutte le volte in cui la causa di esclusione
non consista in fatti specifici, espressamente e puntualmente indicati
nel contratto, o quando si sia in presenza di formule generali ed elasti-
che, destinate ad essere riempite di contenuto di volta in volta in rela-
zione a ciascun singolo caso, o comunque in qualsiasi altra situazione
nella quale la prefigurata causa di esclusione implichi un giudizio di
gravità di singoli atti o comportamenti, il vaglio giurisdizionale si
esprime attraverso una valutazione di proporzionalità tra le conse-
guenze del comportamento addebitato all'associato e l'entità della le-
sione da lui arrecata agli altrui interessi, da un lato, e la radicalità del
provvedimento espulsivo, che definitivamente elide l'interesse del sin-
golo a permanere nell'associazione, dall'altro»145.
Ed è proprio in questo imprescindibile collegamento tra i fatti o i
comportamenti posti a fondamento dell’esclusione e la circostanza che
essi siano effettivamente idonei ad incidere negativamente
sull’esercizio dell’attività comune, minando i rapporti fiduciari
all’interno del gruppo, compromettendo gli obiettivi dell’ente, o arre-
cando intralcio o pregiudizio al raggiungimento dello scopo per cui il
contratto è stato stipulato, che può, a nostro avviso, essere individuato

ult. cit., 334; D. GALLETTI, Sub art. 2533, cit., 2765 e A. BENUSSI, Lo scioglimento
del rapporto sociale, cit., 341.
145
Così, testualmente, la massima ufficiale della citata Cass., 4 settembre 2004,
n. 17907 (supra, nota 137), ma analogo principio è stato espresso in numerose altre
pronunce: cfr. Cass., 9 settembre 2004, n. 18186, in Giust. Civ. Mass., 2004; App.
Potenza, 26 febbraio 2010, in www.leggiditalia.it; Trib. Napoli, 16 luglio 2003, ivi;
Trib. Roma, 10 novembre 2001, in Giur. It., 2002, 1637 (tutte in tema di esclusione
da associazione), nonché, in tema di cooperative, Cass., 5 luglio 2011, n. 14741, in
Foro It., 2011, 2263; Cass., 25 giugno 2009, n. 14901, in Mass. Giur. It. 2009;
Cass., 10 gennaio 2007, n. 256, in Società, 2007, 1107; Trib. Napoli, 16 marzo 1989,
in Società, 1989, 1041. Per l’affermazione secondo cui «l'esclusione dal consorzio
della società conferitaria dell'azienda già di pertinenza di un imprenditore consorzia-
to può essere deliberata solo in presenza di una giusta causa che impedisca la prose-
cuzione del contratto consortile con tale società» cfr., infine, Trib. Cassino, 19 no-
vembre 1997, in Società, 1998, 683, con nota di L. DE ANGELIS.
78 Capitolo I

il filo che lega tra di loro tutte le ipotesi di exit passivo dai contratti
plurilaterali con comunione di scopo.
Così che (come avremo modo di sottolineare più ampiamente in
seguito)146 la disposizione dell’art. 2473 bis c.c., nel richiedere che
l’esclusione del socio dalla società a responsabilità limitata sia sorretta
da una giusta causa, altro non rappresenterebbe che l’emersione a li-
vello normativo di un principio sotteso a tutti i rapporti associativi che
legittima l’autonomia privata a prevedere specifiche ipotesi di estro-
missione forzosa del singolo partecipante non solo quando egli si ren-
da inadempiente rispetto agli obblighi assunti con la stipulazione del
contratto (facendo venir meno i rapporti fiduciari all’interno del grup-
po), ma anche tutte le volte si verifichino fatti, relativi alla sua persona
ed espressamente individuati nel contratto, che rendano la sua perma-
nenza in società non più compatibile con lo svolgimento dell’attività
comune147.
Se queste premesse sono in qualche misura corrette, ne potrebbe
discendere, quale ulteriore conseguenza, la legittimità di statuizioni
convenzionali che, nonostante il silenzio del dettato legislativo, preve-
dano ipotesi di esclusione vuoi in contratti plurilaterali con comunione
di scopo differenti da quelli sinora richiamati (si pensi ai contratti di
rete)148, vuoi in relazione a particolari tipologie di soci (quali, ad

146
Cfr. infra, il cap. II, § 2.2.
147
In questi termini cfr. M. PERRINO, La «rilevanza del socio» nella s.r.l.: reces-
so, diritti particolari, esclusione, cit., 839, che, per primo, nel commentare la dispo-
sizione dell’art. 2473 bis c.c. ne ha messo in luce la rilevanza «organizzativa», sotto-
lineando come l’evento che, in base alle pattuizioni dei soci, giustifica l’esclusione
di uno di essi debba necessariamente incidere negativamente sullo svolgimento
dell’impresa sociale, avendo riguardo al suo oggetto, alla sua struttura organizzativa
e al grado di personalizzazione della società che le parti hanno inteso realizzare. Sul
punto si vedano altresì G.M. MICELI−G.A.M. TRIMARCHI, I limiti all’autonomia sta-
tutaria nella s.r.l. in tema di esclusione per giusta causa e di obblighi dei soci tra si-
lenzio ed ermetismo legislativo, in Riv. not., 2007, II, 459.
148
Sull’inquadramento sistematico del contratto di rete tra i contratti plurilaterali
con comunione di scopo cfr. F. GUERRERA, Brevi considerazioni sulla governance
nei contratti di rete, in Contr. e impr., 2012, 348 ss.; R. SANTAGATA, Il contratto di
rete fra (comunione di) impresa e società (consortile), in Riv. dir. civ., 2011, I, 323
ss.; G.D. MOSCO, Frammenti ricostruttivi del contratto di rete, in Giur. Comm.,
2010, I, 839 ss.; G. VILLA, Reti di imprese e contratto plurilaterale, ivi, 944 ss.
L’istituto dell’esclusione 79

esempio, i soci finanziatori delle cooperative)149, vuoi, ancora, per ra-


gioni diverse da quelle indicate dalla legge (si pensi alla possibilità di
prevedere nelle società tra professionisti ipotesi di esclusione del socio
professionista ulteriori rispetto alla cancellazione dall’albo con prov-
vedimento definitivo indicata dall’art. 10, comma 4, lett. d, l. 12 no-
vembre 2011, n. 183)150.

In relazione alla possibilità di prevedere specifiche ipotesi di esclusione nei con-


tratti di rete disciplinati dall’art. 3, comma 4 ter, d.l. 10 febbraio 2009, n. 5 (conver-
tito con modificazione dalla L. 9 aprile 2009, n. 33 e ulteriormente modificato, da
ultimo, dall’art. 45 d.l. 22 giugno 2012, convertito con modificazioni dalla l. 7 ago-
sto 2012, n. 134), nonostante la legge faccia esclusivamente riferimento a cause fa-
coltative di recesso (art. 3, comma 4 ter, lett. d), cfr. P. BENAZZO, I diritti di exit e
voice nei contratti di rete riconosciuti, cit., 705-706, nonché M. MALTONI−P.
SPADA, Il «contratto di rete». Studio 1/2011/I, in Studi e materiali, 2011, 1203 e F.
BARTOLINI, Il recesso nelle reti contrattuali, in Le reti di impresa e i contratti di re-
te, a cura di P. Iamiceli, Torino, 2009, 347 ss.
149
Così E. CUSA, Il socio finanziatore nelle cooperative, cit., 337 ss. che espres-
samente ammette la possibilità di imporre statutariamente il possesso di determinati
requisiti soggettivi in capo a chi voglia diventare titolare di azioni di finanziamento e
prevede, conseguentemente, la possibilità di escluderlo in caso di successiva perdita
di quegli stessi requisiti; nello stesso senso, anche se in forma maggiormente dubita-
tiva, D. GALLETTI, Sub art. 2533, in Il nuovo diritto delle società, cit., 2762, nota 5.
Questa possibilità è tuttavia contestata da altra dottrina secondo la quale la rilevanza
meramente capitalistica del socio finanziatore dovrebbe indurre a ritenere che la so-
cietà non possa allontanare questa tipologia di socio, al di fuori dell’ipotesi di man-
cato pagamento delle azioni o delle quote prevista dall’art. 2531 c.c. (così A.
MORLEO, L’esclusione del socio nella nuova disciplina delle imprese mutualistiche,
cit., 245; A. BENUSSI, Lo scioglimento del rapporto sociale, cit., 349 ss.); altri anco-
ra, in posizione intermedia, dopo aver negato che l'art. 2533 c.c. possa essere diret-
tamente applicato al socio finanziatore, non esclude, tuttavia, che «vengano fissati
dallo statuto particolari requisiti soggettivi in capo ai soci finanziatori, potendosi in
tale evenienza prevedere un meccanismo di esclusione parametrato sulle regole
dell’art. 2533» (così G. BONFANTE, La nuova società cooperativa, Bologna, 2010,
204, nota 92).
150
Quali, ad esempio, la sospensione temporanea dall’albo o la condanna per
reati diversi da quelli indicati dagli artt. 42 e 43 del r.d.l. 27 novembre 1933, n. 1578
(«Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore») o dal nuovo art. 60, l.
31 dicembre 2012, n. 247 («Nuova disciplina dell'ordinamento della professione fo-
rense»), giudicati comunque incompatibili con il mantenimento dello status di socio
professionista.
80 Capitolo I

5.3. I profili patrimoniali.

Un cenno, infine, ai profili patrimoniali, che, come si è già sottoli-


neato, costituiscono il punto nel quale più netta è la soluzione di con-
tinuità con la disciplina delle società di persone. Se infatti
nell’esaminare le ipotesi di esclusione e i procedimenti che conducono
all’estromissione del singolo dai contratti associativi è abbastanza
agevole riconoscere l’imprinting dato dagli artt. 2286 e 2287 c.c., non
altrettanto può dirsi per quello dato dall’art. 2289 c.c., la cui unica
traccia riaffiora nel fatto che in tutti i rapporti finora esaminati nei
quali esiste un diritto alla liquidazione della quota il legislatore si è
preoccupato di definire i criteri che devono essere utilizzati per soddi-
sfare le pretese patrimoniali dell’escluso.
Tale scostamento da quella che abbiamo individuato come la disci-
plina di riferimento ha tuttavia un’agevole giustificazione se solo si
considerino le differenti finalità che sottostanno ai contratti sui quali ci
siamo soffermati: mentre nelle società di persone la definizione dei
rapporti tra società e singolo socio non può prescindere dallo scopo
lucrativo che costituisce la ragione stessa dell’adesione al contratto, è
ovvio che il discorso debba mutare allorché si passi ad esaminare la
posizione del singolo all’interno di un’associazione, di una cooperati-
va o di un consorzio.
E così (rilevata ancora una volta l’«eccentricità» della disposizione
destinata a regolare i diritti del socio escluso dalla SPE)151 il tema del-

Sulla difficoltà di conciliare la disposizione in commento con la scelta di costi-


tuire la società tra professionisti in forma di società per azioni cfr. tuttavia retro, la
parte conclusiva della nota 138.
151
Con una previsione che non ha corrispondenze nel nostro ordinamento (e vedi
già retro, nota 128), l’art. 17 della proposta di regolamento relativo alla statuto della
SPE presentata dalla Commissione il 25 giugno 2008 prevede che il giudice, dopo
aver ordinato l’esclusione di un azionista «decide se le sue azioni debbano essere
acquistate dagli altri azionisti e/o dalla SPE stessa e in merito al pagamento del
prezzo delle azioni». Sulla tecnica del riacquisto della partecipazione come modalità
di realizzazione dell’esclusione del socio in numerosi ordinamenti stranieri cfr. in-
fra, cap. II, § 1.
L’istituto dell’esclusione 81

la liquidazione della quota all’escluso ha seguito in ogni singolo rap-


porto contrattuale strade e percorsi diversi, legandosi indissolubilmen-
te alla specificità dello scopo (altruistico, mutualistico, consortile) per-
seguito dall’ente e sacrificando in modo più o meno incisivo i diritti
patrimoniali dell’escluso ora in nome del vincolo di destinazione del
fondo comune costituito dai partecipanti all’associazione (artt. 24,
comma 4, e 37 c.c.)152, ora in ossequio ai limiti legali alla distribuzio-
ne delle riserve stabiliti per le cooperative (artt. 2535 e 2545 quinquies
c.c.)153, ora in virtù della disposizione che impone di ripartire tra le
imprese consorziate superstiti la quota di mercato di quella estromessa
(art. 2609, comma 1, c.c.)154.
152
Dall’adesione del singolo all’associazione esula infatti, di regola, ogni ragione
di profitto e l’apporto di beni, generalmente modesto, non è certo una forma di inve-
stimento della quale egli attenda la remunerazione: cfr., sul punto, le considerazioni
di S. FILIPPO, L’esclusione dell’associato, cit., 554.
153
Secondo quanto disposto dall’art. 2535, comma 2, c.c. «la liquidazione della
partecipazione sociale, eventualmente ridotta in proporzione alle perdite imputabili
al capitale, avviene sulla base dei criteri stabiliti nell’atto costitutivo», fermo restan-
do che l’autonomia statutaria incontra due limiti: da un lato, ex art. 2535, comma 1,
c.c., i dati di bilancio (cfr. G. BONFANTE, La nuova società cooperativa, cit., 167 e
G.A.M. TRIMARCHI, Le nuove società cooperative, cit., 124; in giurisprudenza Cass.,
7 luglio 2008, n. 18599, in Giust. Civ. Mass., 2008), dall’altro la «natura» della coo-
perativa: è infatti pacifico che la disposizione che prevede un diritto del socio esclu-
so alla liquidazione della quota sulla base del bilancio dell’esercizio in cui si è veri-
ficata l’esclusione, sebbene formulata in termini generali, è in realtà rivolta alle coo-
perative diverse da quelle a mutualità prevalente, posto che in queste ultime vige il
divieto assoluto di distribuire le riserve tra i soci cooperatori (art. 2514, comma 1,
lett. c, c.c.): sul punto M.C. TATARANO, La nuova impresa cooperativa, cit., 355; D.
GALLETTI, Sub art. 2353, in Il nuovo diritto delle società, a cura di A. Maffei Alber-
ti, cit., 2775; V. GIORGI, Sub art. 2535, in Società cooperative, a cura di G. Presti,
cit., 290; G. RACUGNO, La società cooperativa, cit., 170. Per una prima applicazione
giurisprudenziale della nuova disposizione cfr. Trib. Bergamo, 25 settembre 2004, in
Giur. merito, 2005, 2088, con nota di E. CANALI, Profili processuali dell’esclusione
del socio delle nuove cooperative.
154
Con alcune significative eccezioni (cfr., ad esempio, G.D. MOSCO, I consorzi
tra imprenditori, cit., 214, L.F. PAOLUCCI, I consorzi per il coordinamento della
produzione e degli scambi, cit., 362 e, ancora recentemente, App. Genova, 23 aprile
2008, in Giur. Comm., 2010, II, 281, con nota, critica, di F. DEGL’INNOCENTI,
L’accrescimento della quota del consorziato recedente) è assolutamente prevalente,
anche dopo la riforma del 1976, la tesi che propone dell’art. 2609, comma 1, c.c. una
lettura restrittiva, ritenendo che «la “quota” della quale la norma prevede
82 Capitolo I

Diritti patrimoniali destinati a rimanere sottotraccia, quindi, salvo


poi riaffiorare tutte le volte in cui la necessità di rendere appetibile
l’investimento o di agevolare la costituzione di organismi per lo svol-
gimento di attività imprenditoriali ha condotto ora il legislatore ora gli
interpreti a riaffermarne l’esistenza: è il caso, ad esempio, dell’art. 33
del reg. CEE 2137/85, che riconosce al membro del GEIE receduto o
escluso il diritto alla liquidazione della quota «tenendo conto del pa-
trimonio del gruppo quale si presenta al momento in cui tale membro
cessa di farne parte»155; o quello dei soci finanziatori delle cooperati-
ve, per i quali la riforma ha introdotto la possibilità di prevedere
l’esistenza di riserve divisibili156 e la cui partecipazione viene liquida-
ta anzitutto secondo le regole stabilite in sede di emissione degli stru-
menti finanziari loro destinati e, in assenza di un’espressa indicazione
statutaria, secondo i criteri dettati dall’art. 2437 ter c.c.157; o, ancora,
della quota di partecipazione al patrimonio del consorzio, costituito
dai contributi dei consorziati per sovvenire alle spese necessarie per la
costituzione e il funzionamento del consorzio, che, in caso di sciogli-
mento del vincolo particolare, si ritiene debba essere liquidata al con-
sorziato recedente o escluso158.

l’accrescimento a favore degli altri consorziati si debba riferire ai soli consorzi di


contingentamento e quindi alla porzione di mercato idealmente occupata dalla singo-
la impresa»: così testualmente M. SARALE, Consorzi e società consortili, cit., 519;
nello stesso senso cfr. già T. ASCARELLI, Teoria della concorrenza e dei beni imma-
teriali. Istituzioni di diritto industriale, Milano, 1960, 127, nonché G.
VOLPE−PUTZOLU, I consorzi per il coordinamento della produzione e degli scambi,
cit., 390 ss.; G. MARASÀ, Consorzi e società consortili, 70 e A. BORGIOLI, Consorzi
e società consortili, cit., 462 ss.
155
Sottolinea la singolarità della disposizione che, sotto questo profilo, ricorda
molto di più la disciplina delle società di persone che quella dei consorzi (pur essen-
do il GEIE costituito per lo svolgimento di attività strumentali) D. CORAPI, Sciogli-
mento del rapporto limitatamente a un membro, cit., 180; nello stesso senso cfr. al-
tresì G. COTTINO−M. SARALE, Le associazioni economiche, cit., 400, nota 113.
156
Sul punto cfr. G. BONFANTE, La nuova società cooperativa, cit., 168.
157
Così D. GALLETTI, Sub art. 2535, cit., 2775 e V. GIORGI, Sub art. 2535, cit.,
291-292.
158
Tanto più ove si consideri che l’opposta soluzione «rischia di scoraggiare
l’utilizzazione dell’istituto consortile, vanificando gli sforzi legislativi per valoriz-
zarne le potenzialità di strumento di crescita e di efficienza delle imprese» (così an-
cora M. SARALE, Consorzi e società consortili, cit., 519).
L’istituto dell’esclusione 83

Ed è in questo complesso contesto normativo che, un po’ a sorpre-


sa, il legislatore del 2003 ha deciso di aggiungere la società a respon-
sabilità limitata all’elenco dei rapporti contrattuali nei quali le parti
possono statutariamente prevedere lo scioglimento forzoso del rappor-
to sociale limitatamente a un socio e, subito dopo la norma dedicata al
recesso del socio, ha inserito una disposizione in virtù della quale
«l’atto costitutivo può prevedere specifiche ipotesi di esclusione per
giusta causa del socio. In tal caso si applicano le disposizioni del pre-
cedente articolo, esclusa la possibilità del rimborso della partecipazio-
ne mediante riduzione del capitale sociale» (art. 2473 bis c.c.).
Prima tuttavia di verificare se e in che misura lo scheletro della di-
sciplina dell’esclusione dai contratti associativi che abbiamo tentato di
ricostruire in questo capitolo possa essere sfruttato per sostenere un
istituto la cui disciplina è appena abbozzata159, cercheremo di com-
prendere le ragioni che hanno indotto il legislatore della riforma del
diritto societario ad innestare in una società a base capitalistica
un’ipotesi di exit passivo fino a quel momento riservata a rapporti
contrattuali caratterizzati da una forte connotazione personalistica. E
per far ciò, può rivelarsi utile allargare lo sguardo al di là dei confini
nazionali.

159
L’estrema incompletezza della disciplina (destinata a sollevare il problema,
da un lato, di stabilire quali limiti incontri l’autonomia statutaria nel determinare il
contenuto delle clausole di esclusione e, dall’altro, di individuare la disciplina appli-
cabile nel caso di silenzio dell’atto costitutivo) è sottolineata da pressoché tutti i
commentatori della norma: cfr., ad esempio, O. CAGNASSO, Sub artt. 2473-3473 bis,
in Il nuovo diritto societario, diretto da G. Cottino, G. Bonfante, O. Cagnasso e P.
Montalenti, cit., 1847 e D. GALLETTI, Sub art. 2473 bis, in Il nuovo diritto delle so-
cietà, a cura di A. Maffei Alberti, cit., 1916. Per un primo sommario elenco degli
aspetti procedimentali dell’esclusione sui quali il legislatore ha omesso di pronun-
ciarsi cfr. infra, cap. III, § 1.
Capitolo II

I presupposti dell’esclusione del socio nella società a


responsabilità limitata

1. L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata:


uno sguardo sulle scelte compiute dai legislatori stranieri.

Nel cercare, tra le legislazioni straniere, quelle che possono aver of-
ferto degli spunti al nostro legislatore per dettare la disciplina
dell’esclusione del socio dalla società a responsabilità limitata e per
valutare se e in che misura esse possono essere utilizzate per interpre-
tarla e colmarne le lacune1, occorre preliminarmente fare una distin-
zione. Altro è infatti concentrare l’attenzione sugli ordinamenti nei
quali l’istituto conosce una sua disciplina positiva nel contesto delle
norme dedicate al tipo societario equivalente alla nostra s.r.l., altro è
valutare se un certo ordinamento conosca istituti analoghi
all’esclusione dal punto di vista funzionale, ossia che perseguono il
suo stesso scopo senza tuttavia condividerne gli aspetti procedimentali
che abbiamo individuato come suoi caratteristici (ovvero

1
Sull’uso della comparazione giuridica come strumento per l’interpretazione e la
ricostruzione del diritto nazionale cfr., per tutti, R. WEIGMANN, L’interpretazione
del diritto societario armonizzato nell’Unione Europea, in Contr. e impr. Europa,
1996, 487 ss. e G.B. PORTALE, Il diritto societario tra diritto comparato e diritto
straniero, in Riv. Soc., 2013, 325 ss.

85
86 Capitolo II

l’attribuzione ad un organo della società, al verificarsi di determinate


circostanze, preindividuate dal contratto sociale e relative alla persona
del socio, della possibilità di pronunciare lo scioglimento particolare
del vincolo sociale, causando, in assenza di contestazioni da parte
dell’escluso, la cessazione dello status di socio e il sorgere di un dirit-
to alla liquidazione della partecipazione).
La distinzione è di tutto rilievo perché, come avremo modo di ve-
dere, se sotto il primo profilo l’istituto dell’esclusione trova molteplici
corrispondenze, circoscritte però ad ordinamenti che hanno nel conte-
sto comunitario un ruolo non di primissimo piano, molto diversa è la
situazione sotto il secondo, assai più rilevanti essendo (non per nume-
ro, ma per importanza) le legislazioni che, pur non avendo nella disci-
plina della s.r.l. una regolamentazione dell’esclusione, conoscono
strumenti ad essa analoghi sotto il profilo delle finalità perseguite
(vuoi per espressa previsione legislativa, vuoi per consolidato orien-
tamento giurisprudenziale). Accanto ai Paesi che prevedono una di-
sciplina ad hoc dell’esclusione del socio, ne convivono così altri nei
quali l’istituto trova spazi di applicazione alle s.r.l., ora attraverso il
richiamo ai principi generali dell’ordinamento, ora attraverso
l’applicazione analogica della disciplina dettata per l’esclusione dalle
società a base personale, ora attraverso l’utilizzo di tecniche, mutuate
dalla disciplina delle società azionarie, che incidono direttamente sugli
assetti proprietari della società, prima fra tutte il riscatto forzoso della
partecipazione del socio da parte della società, provocando
l’estromissione del singolo dalla compagine sociale.
Seguendo, ove possibile, lo schema delineato nel paragrafo conclu-
sivo del capitolo precedente, cercheremo quindi di tracciare un sinteti-
co quadro delle principali legislazioni continentali, mantenendo la di-
stinzione tra ordinamenti nei quali l’esclusione è espressamente previ-
sta e ordinamenti nei quali ad essa si giunge in modo «indiretto» e
cercando di focalizzare l’attenzione su cause, procedimento e profili
patrimoniali che caratterizzano i diversi exit passivi2.

2
Per un primo inquadramento della nostra società a responsabilità limitata, come
risultante dopo la riforma del diritto societario, nel contesto delle principali legisla-
zioni comunitarie cfr. G. ZANARONE, La società a responsabilità limitata nella ri-
forma. Modelli legali e statutari, in Verso un nuovo diritto societario, a cura di P.
I presupposti dell’esclusione 87

A livello comunitario, l’ordinamento che detta una tra le discipline


più compiute dell’esclusione del socio di società a responsabilità limi-
tata è la Spagna.
L’art. 350 del Texto Refundido de la Ley de Sociedades de Capital
(Regio decreto n. 1/2010, del 3 luglio 2010)3 prevede anzitutto tre ipo-
tesi di esclusione legale, una delle quali applicabile a qualunque socio
(l’inadempimento all’obbligo di effettuare le prestazioni accessorie),
due riferite invece al solo socio che sia anche amministratore (la vio-
lazione del divieto di concorrenza e la condanna con sentenza definiti-
va al risarcimento del danno nei confronti della società per effetto di
atti contrari alla legge o allo statuto). Accanto a queste, la norma suc-
cessiva (applicabile a tutte le società di capitali, e quindi anche alle
società per azioni)4 sancisce che gli statuti possono, con il consenso di

Benazzo, F. Ghezzi, S. Patriarca, cit., 43 ss.; P. BENAZZO, La s.r.l. nella riforma del
diritto societario: società di capitali o società di persone?, ivi, 105 ss.; M. PERRINO,
La nuova s.r.l. nella riforma delle società di capitali, cit., 1118; D. CORAPI, La ri-
forma italiana delle società di capitali: modelli continentali, modelli di common
law, modello comunitario, in Riv. dir. civ., 2003, I, 527.
Per un primo confronto tra l’istituto dell’esclusione disciplinato nel nostro art.
2473 bis c.c. e le principali legislazioni comunitarie cfr., oltre a M. PERRINO, La «ri-
levanza del socio» nella s.r.l.: recesso, diritti particolari, esclusione, in Giur.
comm., 2003, I, 833 ss., F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, in Società a responsabi-
lità limitata, a cura di L.A. Bianchi, in Commentario alla riforma delle società, di-
retto da P. Marchetti, L.A. Bianchi, F. Ghezzi e M. Notari, Milano, 2008, 536 ss.;
M. CIAN, L’esclusione del socio, in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B. Por-
tale, a cura di A.A. Dolmetta e G. Presti, cit., 499 ss.
3
La disposizione riproduce pressoché letteralmente il contenuto del previgente
art. 98 Ley de sociedades de responsabilidad limitada (Ley 2/1995 del 23 marzo
1995), sul quale si veda R. URÍA, Derecho mercantil, Madrid−Barcelona, 1999, 557
ss. In generale sulla riforma spagnola della disciplina delle società di capitali si veda
P.D. BELTRAMI, La nuova legge spagnola sulle società di capitali, in Riv. Soc.,
2011, 77 ss. (e, per un cenno alla disciplina dell’esclusione, 95).
4
L’art. 351 della LSC, originariamente applicabile −come l’art. 350 LSC− alle
sole società a responsabilità limitata, è stato modificato nel 2011 dalla legge con la
quale la Spagna ha dato attuazione alla Direttiva Shareholders’ Rights (Ley 25/2011,
de 1 de agosto, de reforma parcial de la Ley de Sociedades de Capital y de incorpo-
ración de la Directiva 2007/36/CE, del Parlamento Europeo y del Consejo, de 11 de
julio, sobre el ejercicio de determinados derechos de los accionistas de sociedades
cotizadas) e ne è stata estesa l’applicazione a tutte le società di capitali; sul punto
88 Capitolo II

tutti i soci, prevedere (o modificare o sopprimere) «causas determina-


das de exclusión»5.
L’esclusione è deliberata dalla Junta General; ma, quando essa ri-
guarda un socio titolare di una partecipazione superiore al venticinque
per cento del capitale, la decisione dell’assemblea deve essere appro-
vata dall’autorità giudiziaria (fatta eccezione per l’ipotesi di condanna
del socio amministratore al risarcimento del danno), sempre che il so-
cio «non se conforme con la exclusión acordada». Se, nel termine di
un mese dalla data della decisione dell’assemblea generale, gli ammi-
nistratori non si rivolgono al giudice per far approvare l’esclusione,
ciascun socio che abbia votato a favore dell’esclusione è legittimato a
rivolgersi all’autorità giudiziaria in nome della società (art. 352 LSC).
Analogamente a quanto accade nelle nostre società di persone e
cooperative, la legge spagnola disciplina in modo unitario i diritti pa-
trimoniali del socio escluso e del socio receduto (artt. 353−359 LSC)6.

cfr. M. BROSETA PONT−F. MARTÍNEZ SANZ, Manual de derecho mercantil, vol. 1,


Madrid, 2011, 532.
5
Sull’esclusione statutaria si vedano in particolare F.J. FRAMIÑÁN SANTAS, La
exclusión del socio en la sociedad de responsabilidad limitada, Granada, 2005 e R.
LEÑA FERNÁNDEZ-M.A. RUEDA PÉREZ, Derecho de separación y exclusión de
socios en la sociedad limitada, Granada, 1997, 104 ss., nonché M.A. CUENCA
GARCÍA, Participaciones sociales y derechos del socio en la sociedad de
responsabilidad limitada, in La società a responsabilità limitata in Italia e Spagna.
Due ordinamenti a confronto, a cura di N. Abriani e J.M. Embid Irujo, Milano,
2008, 212.
Occorre peraltro segnalare come parte della dottrina spagnola, richiamandosi
espressamente alla dottrina e alla giurisprudenza tedesche (sulle quali si veda infra,
in questo stesso paragrafo), ritenga che, anche in assenza di apposita clausola statu-
taria, sia comunque sempre possibile deliberare l’esclusione del socio in presenza di
justos motivos: cfr., in particolare, J. ALFARO ÁGUILA−REAL, Conflictos intrasocie-
tarios. (Los justos motivos como causa legal no escrita de exclusión y separación de
socios en la sociedad de responsabilidad limitada), in Rev. der. merc., 1996, I, 1079
e ID., Modelo de cláusola estatutaria regolatoria de la exclusión de socios en una
sociedad de responsabilidad limitada, in Rev. Soc., 1996, 181.
6
Sui profili patrimoniali dello scioglimento particolare del vincolo sociale cfr. R.
BONARDELL LENZANO−R. CABANAS TREJO, Separación y exclusión de socios en la
sociedad de responsabilidad limitada, Pamplona, 1988, 170 ss. e M.I. MARTÍNEZ-
JIMÉNEZ, Comentario a los arts. 98 a 103 LSRL, in Comentarios a la Ley de
Sociedad de Responsabilidad Limitada, diretto da I. Arroyo Martínez e J.M. Embid
Irujo, Madrid, 1997, 967 ss. (i testi si riferiscono agli artt. 102 e ss. della previgente
I presupposti dell’esclusione 89

In caso di scioglimento particolare del vincolo sociale il socio ha dirit-


to al rimborso della sua partecipazione al «valor razonable» (espres-
sione corrispondente al fair value di cui all’art. 2427 bis del nostro
codice civile); in caso di mancato accordo tra il socio e la società sulla
sua determinazione, essa è affidata ad un revisore dei conti, distinto da
quello che si occupa della revisione contabile della società, nominato
dal Registrador mercantil del luogo in cui ha sede la società (art. 353
LSC). Il revisore ha due mesi di tempo per determinare il valore di
rimborso della partecipazione, che deve essere notificato alla società e
ai soci interessati e depositato presso il Registro mercantil (art. 354
LSC). Entro i due mesi successivi alla ricezione della comunicazione
della valutazione, il socio ha diritto di ottenere il rimborso della parte-
cipazione. Il rimborso comporta la riduzione del capitale (deliberata –
in deroga alla regola che affida tale competenza all’assemblea genera-
le− direttamente dagli amministratori), a meno che l’assemblea non
autorizzi la società ad acquistare la partecipazione dell’escluso, con il
vincolo di utilizzare a tal fine utili o riservas de libre disposición (artt.
358, comma 1, e 140, comma 1, lett. d, LSC). Nel caso in cui, in con-
seguenza della riduzione, il capitale si riduca al di sotto del minimo
legale, si applicano le norme in tema di scioglimento della società
(artt. 358, comma 2, LSC)7.
A tutela dei creditori è infine previsto che il socio escluso conservi
la responsabilità per le obbligazioni sociali, secondo le regole dettate
per l’ipotesi di riduzione reale del capitale sociale (artt. 357 e 331 ss.
LSC)8.

Ley de sociedades de responsabilidad limitada, trasfusi tuttavia senza variazioni di


rilievo nelle corrispondenti norme ora vigenti).
7
In generale, sul procedimento di esclusione si veda A. MENÉNDEZ-À. ROJO,
Lecciones de derecho mercantil, vol. 1, Pamplona, 2014, 569 ss.
8
Cfr., in particolare, gli artt. 331 LCS («1. Los socios a quienes se hubiera
restituido la totalidad o parte del valor de sus aportaciones responderán
solidariamente entre sí y con la sociedad del pago de las deudas sociales contraídas
con anterioridad a la fecha en que la reducción fuera oponible a terceros. 2. La
responsabilidad de cada socio tendrá como límite el importe de lo percibido en
concepto de restitución de la aportación social. 3. La responsabilidad de los socios
prescribirá a los cinco años a contar desde la fecha en que la reducción fuese
oponible a terceros. 4. En la inscripción en el Registro Mercantil de la ejecución del
acuerdo de reducción, deberá expresarse la identidad de las personas a quienes se
90 Capitolo II

Al pari di quello spagnolo, anche l’ordinamento portoghese della


sociedade por quotas è costruito sulla contrapposizione tra ipotesi di
esclusione legali e ipotesi di esclusione convenzionali9.
All’interno delle prime è possibile operare un’ulteriore distinzione
tra quelle individuate dal legislatore in modo specifico, consistenti
nella mancata esecuzione del conferimento (art. 204, n. 1, Código das
Sociedades Comerciais – Decreto Lei 262/86 del 2 settembre 1986) o
delle prestazioni accessorie (art. 212, n. 1, CSC) e nell’utilizzo delle
informazioni ottenute nell’esercizio dei diritti di informazione in mo-
do da arrecare un ingiustificato pregiudizio alla società o agli altri soci
(art. 214, n. 6, CDS), ed un’ipotesi generale, secondo la quale può es-
sere escluso il socio che con il suo comportamento sleale o pregiudi-
zievole al funzionamento della società, le abbia causato o possa cau-
sarle danni rilevanti (art. 242 n. 1, CSC). L’esclusione è pronunciata
dal giudice, a seguito di decisione dei soci di voler esercitare la relati-
va azione (art. 242, n. 2, CSC)10, ma, se nel termine di trenta giorni dal

hubiera restituido la totalidad o parte de las aportaciones sociales o, en su caso, la


declaración del órgano de administración de que ha sido constituida la reserva a
que se refiere el artículo siguiente») e 332 LCS («1. Cuando, al acordarse la
reducción mediante la restitución de la totalidad o parte del valor de las
aportaciones sociales, se dotase una reserva con cargo a beneficios o reservas
libres por un importe igual al percibido por los socios en concepto de restitución de
la aportación social, no habrá lugar a la responsabilidad solidaria de los socios. 2.
La reserva será indisponible hasta que transcurran cinco años a contar desde la
publicación de la reducción en el Boletín Oficial del Registro Mercantil, salvo que
antes del vencimiento de dicho plazo hubieren sido satisfechas todas las deudas
sociales contraídas con anterioridad a la fecha en que la reducción fuera oponible a
terceros»).
9
Sull’esclusione del socio in Portogallo si vedano, tra i manuali, R. VENTURA,
Sociedades por Quotas. Comentário ao Código das Sociedades, vol. II, Coimbra,
2004 e J.M. COUTINHO DE ABREU, Curso de Direito Comerciais, II, Das Sociedades,
Coimbra, 2011, nonché C. CUNHA, A Exclusão de Sócios (em Particular nas Socie-
dades por Quotas), in AA.VV., Problemas do Direito das Sociedades, Coimbra,
2002, 201 ss.
10
Così come è previsto anche dall’art. 27, comma 2, del regolamento CEE 25
luglio 1985, n. 2137/85 in tema di GEIE e dagli artt. 17 e 27 della proposta di rego-
lamento sullo statuto di una Società Privata Europea presentata dalla Commissione il
25 giugno 2008: sul punto cfr. retro, cap. I, § 5.1., nota 129 e testo corrispondente.
I presupposti dell’esclusione 91

passaggio in giudicato della sentenza di esclusione, la società non


provvede a rimborsare la quota al socio (acquistandola o facendola
acquistare) l’esclusione diviene inefficace (art. 242, n. 3, CSC).
Accanto alla exclusão judicial, il contratto sociale può prevedere
ulteriori ipotesi di esclusione, che riguardino la persona del socio o il
suo comportamento (art. 241, n. 1, CSC); in questo caso è sufficiente
la deliberazione dei soci (art. 246, n. 1, lett. c, CSC), senza necessità di
una pronuncia giudiziale.
La liquidazione della quota dell’escluso avviene secondo la disci-
plina del riscatto delle quote (amortização de quotas: artt. 232 ss.
CSC), ma il contratto sociale può fissare un valore o un criterio di de-
terminazione del valore delle quote differente da quello stabilito dalla
legge (artt. 241, n. 2 e 3, e 242, n. 4, CSC).

Il meccanismo che prevede la convivenza di un’esclusione legale


pronunciata dal giudice su domanda della società e di un’esclusione
convenzionale deliberata dall’assemblea dei soci, non è ad esclusivo
appannaggio del diritto portoghese, ma si ritrova anche nella discipli-
na della società a responsabilità limitata contenuta nel Codice delle
obbligazioni svizzero. L’art. 823 sancisce anzitutto, al comma 1, che
«la società può, per gravi motivi, chiedere al giudice l’esclusione di un
socio» ed aggiunge, nel comma successivo, che «lo statuto può preve-
dere che l’assemblea dei soci ha diritto di escludere il socio per deter-
minati motivi»11.
Il socio −receduto o escluso− ha diritto al rimborso della sua parte-
cipazione al «valore reale» (art. 825, comma 1, CO)12, a condizione
che la società «1. disponga di fondi propri disponibili; 2. possa aliena-

11
Cfr. R. PATRY, Précis de droit suisse de sociétés, vol. II, Berne, 1977, 302; P.
MONTAVON, Droit Suisse de la sarl, Lausanne, 2008, 279; F. CHAUDET−A.
CHERPILLOD−J.C. LANDROVE, Droit suisse des affaires, Basel, 2010, 204 ss.
12
Il criterio di determinazione del valore della partecipazione del socio uscente
può essere derogato dallo statuto solo nei casi di diritto di recesso convenzionale
(art. 825, comma 2, CO); si tratta di una soluzione proposta, a livello interpretativo,
anche in relazione al nostro ordinamento: sul punto (e sui riflessi che tale lettura
dell’art. 2473 c.c. può avere sulla derogabilità dei criteri di determinazione del valo-
re della partecipazione del socio escluso) cfr. infra, cap. III, § 5, nota 90 e testo cor-
rispondente.
92 Capitolo II

re le quote del socio uscente; 3. possa ridurre il suo capitale sociale nel
rispetto delle pertinenti disposizioni» (art. 825°, comma 1, CO).
L’accertamento dell’ammontare dei fondi disponibili è affidato ad un
revisore legale dei conti, il quale, se questi non sono sufficienti per
rimborsare il socio uscente, ha il compito di pronunciarsi anche
sull’importo per cui è necessaria una riduzione del capitale sociale
(art. 825°, comma 2, CO).

Soluzione particolare è, infine, quella adottata dagli ordinamenti


dell’Olanda e del Belgio. Sia gli artt. 2:336 e seguenti del secondo li-
bro del codice civile olandese del 1992 (Burgerlijk Wetboek), sia gli
artt. 334 e seguenti del Code des sociétés belga del 1999 (che hanno
sostituito gli artt. 109 ter e 109 quater delle Lois coordonées sur les
sociétés commerciales del 1995) attribuiscono infatti al socio di s.r.l.13
che, da solo o con altri, detenga una partecipazione qualificata (un ter-
zo del capitale in Olanda, il trenta per cento in Belgio) il potere di
chiedere al giudice l’esclusione di altro socio qualora questi «con il
suo comportamento pregiudichi l’interesse della società a tal punto
che la sua presenza non può più essere ragionevolmente tollerata» (art.
2:336 BW) o, secondo la dizione belga, «pour des justes motifs» (art.
334, CS)14. La particolarità delle due discipline sta nel fatto che

13
In entrambi gli ordinamenti l’istituto è applicabile oltre che alle società a re-
sponsabilità limitata (Besloten Vennootschap e société privé à responsabilité limitée)
anche alle società per azioni (Naamloze Vennootschap e société anonyme), ma men-
tre in Belgio è sufficiente che si tratti di una s.p.a. che non faccia appello al pubblico
risparmio (art. 635 CS), in Olanda è ulteriormente necessario che si tratti di una
s.p.a. il cui statuto contenga clausole restrittive della libertà di circolazione delle
azioni. Sull’istituto dell’esclusione in Belgio e Olanda e sul suo possibile utilizzo
come strumento per sanzionare i comportamenti «abusivi» dei soci si vedano, rispet-
tivamente, G.B. PORTALE, «Minoranze di blocco» e abuso del voto nell’esperienza
europea: dalla tutela risarcitoria al «gouvernement des juges»?, in Europa e dir.
priv., 1999, 152 ss., in part. 181 ss. e V. AFFERNI, La tutela dei soci e dei terzi nella
nuova s.r.l., in «Progetto Mirone» e modelli organizzativi per la piccola e media
impresa, a cura di V. Afferni e L. De Angelis, Milano, 2001, 173, cui adde, per ulte-
riori riferimenti, C. FRIGENI, Partecipazione in società di capitali e diritto al disin-
vestimento, Milano, 2009, 71, nota 200.
14
Sulla nozione di «giusti motivi» e per un ampio esame della giurisprudenza
belga sull’esclusione del socio cfr. PH. MALHERBE, Des justes motifs, in Rev. prat.
I presupposti dell’esclusione 93

l’accoglimento della domanda non determina un obbligo della società


di procedere alla liquidazione della partecipazione del socio estromes-
so, ma fa sorgere in capo all’escluso un obbligo di cedere la sua parte-
cipazione all’attore, che ha l’obbligo di acquistarla; a tal fine la legge
demanda ampi poteri al giudice, il quale può determinare il prezzo e le
altre condizioni del trasferimento15.

Non necessariamente, tuttavia, la possibilità di estromettere il socio


la cui permanenza si riveli incompatibile con una proficua prosecu-
zione del rapporto sociale è legata all’esistenza di una disciplina speci-
fica dell’esclusione.
La miglior prova di questa affermazione è costituita dagli ordina-
menti francese e tedesco. La Francia conosce infatti l’istituto
dell’esclusione del socio solo limitatamente alle fattispecie della so-

soc., 1997, 280 e S. MAQUET, Justes motifs ou motifs justes, in Rev. prat. soc., 1999,
125.
15
Sull’ordinamento belga cfr. J. MALHERBE−Y. DE CORDT−J. LAMBRECHT−PH.
MALHERBE, Droit des sociétés, Bruxelles, 2009, 855 ss.; TH. TILQUIN, Exclusion et
dissolution dans le project 1005, in Rev. prat. soc., 1995, n. speciale su Le project de
loi modifiant les lois coordonnées sur les sociétés commerciales, 625 ss.; E.
POTTIER−M. DE ROECK, Le divorce entre actionnaires: premières applications ju-
risprudentielles des procedures d’exclusion et de retrait, in Rev. droit comm. belge,
1998, 556 ss. Per l’Olanda cfr. L. TIMMERMAN−A. DOORMAN, Rights of Minority
Shareholders in the Netherland, in Electronic Journal of Comparative Law, 2002,
204 ss., consultabile all’indirizzo http://www.ejcl.org/64/art64-12.html.
L’istituto della cession forcé (o della exclusion d’un actionnaire) si presenta
dunque come perfettamente speculare rispetto a quello del rachat forcé (o del retrait
d’actions), in virtù del quale «tout associé peut, pour de justes motifs, demander en
justice que les associés à l’origine de ces justes motifs, reprennent toutes ses parts»
(art. 340 CS belga) ovvero, secondo la formula usata dal legislatore olandese, in vir-
tù del quale ciascun socio, qualora per effetto del comportamento di uno o più degli
altri soci non sia più ragionevole aspettarsi che egli continui a far parte della società,
ha il diritto di vedersi riscattare le proprie partecipazioni da parte dei soci che hanno
provocato tale situazione (art. 2:343 BW olandese): cfr. K. GEENS−T. VERHOEST,
Développements récents dans la matière des procédures de sortie prévues par les
articles 190 ter et 190 quater des lois coordonnées, in Rev. prat. soc., 1998, 323,
nonché, anche per ulteriori riferimenti, P. GHIONNI CRIVELLI VISCONTI, Società a
responsabilità limitata a struttura chiusa e intrasferibilità delle quote, Torino, 2011,
230 ss. e C. FRIGENI, Partecipazione in società di capitali e diritto al disinvestimen-
to, cit., 72, nota 205.
94 Capitolo II

ciété par action simplifiée (artt. L227-16 e L227-17 code comm.)16 e


delle sociétés à capital variable (art. L231−6, al. 2, code comm.)17,
ma, nonostante il silenzio del legislatore, la giurisprudenza, richia-
mandosi espressamente alla disciplina dello scioglimento della società
«pour justes motifs» di cui all’art. 1844−7 cod. civ., non solo ricono-
sce la legittimità di clausole statutarie che prevedano l’esclusione del
socio che con il suo comportamento comprometta il regolare funzio-
namento della società18, ma è spesso giunta a pronunciare, anche in
assenza di esplicite previsioni contrattuali, l’esclusione del socio, nella
forma dell’obbligo di cessione della partecipazione agli altri soci, co-
me alternativa allo scioglimento della società, in ipotesi in cui il rime-
dio estremo della dissoluzione per insanabile dissidio tra i soci si pre-

16
La prima delle norme citate dispone che «dans les conditions qu’ils détermi-
nent, les statuts peuvent prévoir qu’un associé puisse être tenu de céder ses titres»;
la seconda prosegue prevedendo che gli statuti possano prevedere, in caso di muta-
mento del socio di controllo della società socia di una società per azioni semplificata
(anche quando ciò avvenga in seguito ad un’operazione di fusione o scissione), che
essa debba esserne informata e possa decidere, alle condizioni fissate nel contratto
sociale, di sospendere i diritti non patrimoniali di tale socio e di escluderlo. Al di là
di queste indicazioni, la legge è del tutto laconica e lascia all’autonomia statutaria il
compito di individuare sia i motivi di esclusione, sia la procedura per realizzarla: sul
punto si vedano Y. GUYON, Présentaion générale de la société par action simplifiée,
in Rev. Soc., 1994, 207; D. VIDAL, La société par action simplifiée. Commentaire de
la loi 94−1 du 3 janvier 1994, Paris, 1994, 48 ss.; J. STOUFFLET, Aménagements sta-
tutaires et actionnariat de la société par action simplifiée, in Rev. Soc., 2000, 241;
M. GERMAIN−P.L. PÉRIN, L’exclusion statutaire des associés de sas, in Bull. Joly
Societés, 2010, 1016 ss.
17
Ai sensi dell’art. L231−1 code comm., possono assumere la veste di società a
capitale variabile tutte le società, tranne le società per azioni (diverse dalle coopera-
tive e dalle società di investimento a capitale variabile). In queste società «il peut
être stipulé que l'assemblée générale a le droit de décider, à la majorité fixée pour
la modification des statuts, que l'un ou plusieurs des associés cessent de faire partie
de la société»: per un esame del procedimento di esclusione e dei diritti patrimoniali
dell’escluso cfr. G. RIPERT−R. ROBLOT, Traité de droit commercial, a cura di M.
Germain, Paris, 2002, 711.
18
Per ampi riferimenti si vedano S. DARIOSECQ−N. MÉTAIS, Les clauses
d’exclusion, solution à la mésentente entre associés, in Bull. Joly Sociétés, 1998,
908 ss. e J.J. DAIGRE, La perte de la qualité d’actionnaire, in Rev. Soc., 1999, 535
ss.
I presupposti dell’esclusione 95

sentasse come evitabile, allontanando forzatamente il socio che ne era


la causa19.
Quanto alla Germania, sebbene le norme sulla GmbH non conten-
gano alcuna disposizione dedicata all’esclusione, tale istituto riveste
sia nella prassi degli statuti sia nell’elaborazione giurisprudenziale un
ruolo centrale come strumento per la risoluzione dei conflitti tra i so-
ci20. Con un crescendo quasi rossiniano, dottrina e giurisprudenza
pressoché unanimi sono così passate dal riconoscere alla società la
possibilità di deliberare l’esclusione del socio in presenza di ipotesi
specificamente individuate nel contratto, all’affermare la legittimità di
una previsione statutaria che configuri un potere di escludere il socio
in presenza di una giusta causa (Ausschlieȕung aus wichtigem Grund),
anche senza necessità di individuare le singole fattispecie che giustifi-
cano lo scioglimento particolare del vincolo sociale (sul modello
dell’esclusione prevista per le società di persone dal § 140 HGB)21, fi-
no ad ammettere il ricorso a forme di exit passivo, da attuarsi attraver-
so il riscatto delle quote di cui al § 34 GmbHG22, anche a prescindere

19
Cfr. in particolare Cour d’appel de Reims, 24 aprile 1989, in Rev. prat. so-
ciétés, 1991, 55, preceduta dallo studio di TH. TILQUIN, Les conflits dans la société
anonyme et l’exclusion d’un associé. Per ulteriori riferimenti si veda inoltre F.
ANNUNZIATA, Opa residuale obbligatoria, diritto di recesso e tecniche di composi-
zione dei conflitti nella società per azioni, in Saggi di diritto commerciale europeo,
a cura di D. Corapi, Napoli, 1995, 145 ss.
20
Sull’importanza degli istituti del recesso e dell’esclusione del socio nella so-
cietà a responsabilità limitata cfr. le considerazioni di K. SCHMIDT, Gesellschaftsre-
cht, Köln−Berlin−Bonn−München, 2002, 1067.
21
Cfr. C. SCHÄFER, § 140, in HGB Großkommentar, fondato da H. Staub, Berlin,
2004, Rn 4, nonché il lavoro monografico di B. GRUNEWALD, Der Ausschluȕ aus
Gesellschaft und Verein, Köln−Berlin−Bonn−München, 1987, 46 ss.
22
Sull’utilizzo dell’Einziehung von Geschäftsanteilen come tecnica per realizza-
re l’esclusione del socio dalla GmbH cfr. M KORT, Der Austritt und Auschluss von
Gesellschaftern, in Münchener Handbuch des Gesellschaftsrechts, Bd. 3, Gesell-
schaft mit beschränkter Haftung, München, 2009, § 29, Rn 32 ss.; P. ULMER, vor §
34, in P. ULMER−M. HABERSACK−M. WINTER, GmbHG Grosskommentar, Bd. II,
Tübingen, 2006, 564 ss.; M. LUTTER, § 34, in M. LUTTER−P. HOMMELHOFF,
GmbHG Kommentar, Köln, 2009, Rn 53-56. Per ulteriori riferimenti alla dottrina te-
desca cfr. altresì P. GHIONNI CRIVELLI VISCONTI, Selezione ed operatività delle cau-
se di esclusione del socio di s.r.l., in Società, banche e crisi d’impresa, a cura di M.
Campobasso, V. Cariello e V. Di Cataldo, vol. 3, Torino, 2014, 1774, nota 18.
96 Capitolo II

da una clausola statutaria, estendendo alla s.r.l. il principio generale,


valevole per tutti i contesti societari personalizzati, che giustifica
l’estromissione del socio tutte le volte che costui tenga comportamenti
incompatibili con il raggiungimento dello scopo sociale o comunque
tutte le volte in cui si verifichino fatti relativi alla sua persona idonei a
compromettere gli obiettivi della società23.

2. I requisiti della clausola di esclusione indicati dall’art. 2473 bis


c.c.

Nelle discipline straniere della società a responsabilità limitata vi è


dunque una costante (non dissimile da quella che abbiamo già visto
essere presente nella maggior parte dei rapporti associativi disciplinati
nel nostro ordinamento), vale a dire la volontà di individuare un rime-
dio che consenta l’allontanamento forzoso del socio in tutte quelle si-
tuazioni, riconducibili a fatti o comportamenti a lui personalmente re-
lativi, che possono ostacolare o impedire il raggiungimento dello sco-
po della società.
Ben si spiega, quindi, il motivo per cui il legislatore del 2003, im-
pegnato a ridisegnare il volto della s.r.l.24 e ad offrire ai soci la possi-
bilità di valorizzarne l’elemento personalistico25, abbia deciso, pur nel

23
Così, leggendo la «giusta causa» che legittima l’esclusione in termini di
Störung in der Zweckerreichung, M. PERRINO, La «rilevanza del socio» nella s.r.l.:
recesso, diritti particolari, esclusione, cit., 838, cui adde, per ulteriori riferimenti,
M. CIAN, L’esclusione del socio, cit., 500 e M. SPERANZIN, Clausole di esclusione e
patti parasociali: giurisprudenza tedesca e art. 2473−bis c.c., in RDS, 2007, 147.
24
Così, con felice espressione, O. CAGNASSO, I «volti» della «nuova» società a
responsabilità limitata, in La riforma delle società. Profili della nuova disciplina, a
cura di S. Ambrosini, Torino, 2003, 23 ss.
25
Che il (potenziale) avvicinamento della s.r.l. alla disciplina delle società di
persone sia uno dei tratti caratterizzanti del modello societario è sottolineato da pres-
soché tutti i commentatori: ex multis (oltre alle opere citate supra nelle note 15 e 16
della Premessa) cfr. N. SALANITRO, Profili sistematici della società a responsabilità
limitata, Milano, 2005; F. GUERRERA, Profili generali, in M. CIAN−G.
GIANNELLI−F. GUERRERA−M. NOTARI−G. PALMIERI, Le decisioni dei soci. Le modi-
ficazioni dell’atto costitutivo, in Trattato delle società a responsabilità limitata, di-
I presupposti dell’esclusione 97

silenzio della legge delega26, di prevedere anche nel nostro ordina-


mento analogo rimedio, che, da un lato, si affianca alla storica ipotesi
di esclusione del socio per mancata esecuzione dei conferimenti27 e,
dall’altro, si presenta come speculare al recesso28.
Si tratta però di un rimedio soltanto eventuale, destinato ad operare
esclusivamente in presenza di un’esplicita scelta dei soci in tal senso:

retto da C. Ibba e G. Marasà, vol. IV, Padova, 2009, 219 ss.; M. SCIUTO,
L’interpretazione dell’atto costitutivo di società a responsabilità limitata, in Riv.
Dir. Civ., 2004, II, 277 e, da ultimo, A.L. SANTINI, Della società a responsabilità
limitata, in Comm. Scialoja−Branca, Bologna−Roma, 2014, 34 ss.
26
Nel periodo immediatamente precedente la definitiva emanazione del decreto
legislativo contenente la riforma della disciplina delle società di capitali, i giudizi
sulla necessità di prevedere il nuovo istituto sono stati contrastanti (cfr. le diverse
valutazioni di G. PRESTI, Osservazioni sulla riforma della s.r.l. nello schema di leg-
ge delega, in Verso un nuovo diritto societario, cit., 80; M. PERRINO, La nuova s.r.l.
nella riforma delle società di capitali, cit., 1136-1137; V. DI CATALDO, La società a
responsabilità limitata nel disegno di legge delega per la riforma del diritto societa-
rio, in La corporate governance nelle società non quotate, a cura di S. Rossi e G.
Zamperetti, Milano, 2002, 47). Ferma restando la condivisa necessità di prevedere
un rimedio che consentisse di realizzare sia la valorizzazione della rilevanza centrale
del socio, sia le esigenze di disinvestimento, si era così suggerito di intervenire sulla
disciplina del previgente art. 2483 c.c. (poi trasfuso, immutato, nell’attuale art. 2474
c.c.), introducendo anche per le s.r.l. la possibilità di acquistare le proprie quote (con
i medesimi limiti previsti per le s.p.a.) al fine di rendere ammissibili clausole di ri-
scatto delle quote ad opera della società: così P. PISCITELLO, Il diritto di «exit» nelle
s.r.l. «chiuse», in Verso un nuovo diritto societario, cit., 141, riprendendo, sul punto,
uno spunto di M. DI RIENZO, Il divieto di operazioni sulle proprie quote nella socie-
tà a responsabilità limitata, in Riv. Soc., 1992, 167 ss..
27
Sul rapporto tra l’esclusione del socio moroso disciplinata dall’art. 2466 c.c. e
quella di cui all’art. 2473 bis c.c. cfr. amplius il § 3 di questo Capitolo.
28
Sul gioco di rimandi tra disciplina del recesso e disciplina dell’esclusione (nel
senso che nei contratti associativi i due istituti svolgono un importante ruolo promo-
zionale rispetto alla cooperazione tra i partecipanti) si vedano le considerazioni di P.
BENAZZO, I diritti di exit e voice nei contratti di rete riconosciuti, cit., 702, secondo
il quale «la facilità di disinvestimento (ex post) può essere uno stimolo
all’investimento (ex ante); la facoltà di esercitare il recesso può essere strumento di
verifica, nel tempo, della persistenza dei rapporti e dei vincoli fiduciari, nonché di
rinegoziazione delle basi della cooperazione. A propria volta, anche la possibilità di
esclusione (ex post) rassicura (ex ante) l’affidamento dei partecipanti; nel contempo
essa può svolgere una funzione di incentivo alla conservazione nel tempo della coe-
sione e della cooperazione».
98 Capitolo II

se infatti l’estromissione del socio inadempiente rispetto all’obbligo di


conferimento, posta a tutela dell’integrità del capitale sociale, si appli-
ca prescindendo da qualsivoglia previsione statutaria, l’esclusione, fa-
coltativa, di cui all’art. 2473 bis c.c. è destinata a tutelare in via priori-
taria gli interessi dei soci e presuppone, a monte, un’espressa volontà
dei contraenti di sfruttare gli spazi lasciati all’autonomia negoziale,
enfatizzando ruolo e caratteristiche personali dei soci29. Ed è dunque
tenendo presente questa peculiarità che tenteremo, nelle pagine che
seguono, un’analisi dei presupposti e una ricostruzione del procedi-
mento che conducono allo scioglimento particolare del vincolo socia-
le.

«L’atto costitutivo può prevedere specifiche ipotesi di esclusione


per giusta causa del socio». Già dalla semplice lettura dell’incipit
dell’art. 2473 bis c.c., appare evidente come il legislatore, nel formu-
lare la disposizione, si sia sensibilmente discostato dalla tecnica di re-
dazione delle norme utilizzata negli altri rapporti associativi nei quali
ha previsto l’esclusione come causa di scioglimento del rapporto limi-
tatamente a un singolo partecipante30. Ha infatti rinunciato all’idea
della tassatività delle ipotesi che possono giustificare l’estromissione
di un socio31 dalla compagine sociale, senza tuttavia sposare né quella
29
Sulla società a responsabilità limitata come modello «a struttura variabile»,
utilizzabile in contesti economici molto differenti cfr. A.A. DOLMETTA, Sul «tipo»
s.r.l., in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B. Portale, a cura di A.A. Dolmetta
e G. Presti, cit., 21 ss. e O CAGNASSO, La s.r.l.: un tipo societario «senza qualità»,
in NDS, 2013, fasc. 5, 7 ss., nonché, in senso parzialmente critico rispetto agli ecces-
sivi spazi di autonomia negoziale lasciati dal legislatore, V. DI CATALDO, Società a
responsabilità limitata e autonomia statutaria. Un regalo poco utilizzato, e forse
poco utile, in Il diritto delle società oggi. Innovazioni e persistenze, a cura di P. Be-
nazzo, M. Cera, S. Patriarca, cit., 307 ss.
30
Cfr. sul punto retro, cap. I, § 5.2.
31
Nonostante l’esplicito riferimento al socio, è possibile che il procedimento di
esclusione abbia come destinatario un soggetto diverso: il richiamo all’art. 2352 c.c.
contenuto nell’art. 2471 bis c.c. ha infatti definitivamente dissipato i dubbi sulla le-
gittimazione all’esercizio dei diritti sociali in capo al creditore pignoratizio e
all’usufruttuario delle quote (in argomento, prima della riforma del diritto societario,
cfr. G.C.M. RIVOLTA, La società a responsabilità limitata, in Tratt. di dir. civ. e
comm., diretto da A. Cicu e F. Messineo e continuato da L. Mengoni, cit., 235 e P.
REVIGLIONO, Il trasferimento della quota di società a responsabilità limitata: il re-
I presupposti dell’esclusione 99

del completo rinvio all’autonomia statutaria, né quella che collega


l’esclusione ad una violazione degli obblighi assunti con l’adesione al
contratto. Ne è risultata una disposizione abbastanza eccentrica, nella
quale l’apparente libertà lasciata alle parti nell’individuare le ipotesi di
esclusione viene significativamente limitata dal duplice vincolo per
cui esse devono essere per un verso specifiche, per un altro integrare
una giusta causa di scioglimento del rapporto sociale.
Si tratta quindi di esaminare separatamente le due condizioni che la
legge richiede per poter validamente introdurre l’esclusione nell’atto
costitutivo, valutando dapprima quale sia il grado di «specificità» ri-
chiesto alla clausola statutaria e, in seguito, che cosa debba intendersi
per «giusta causa». Al termine di questa indagine si tenterà di proce-
dere ad una esemplificazione delle possibili clausole statutarie di
esclusione che, rispondendo ai due requisiti che abbiamo individuato,
possano considerarsi valide, utilizzando, a tal fine, le ormai numerose
pronunce giurisprudenziali intervenute sull’argomento e concentrando
in particolare l’attenzione sul rapporto tra l’esclusione disciplinata
dall’art. 2373 bis c.c. e quella, «storica», dell’esclusione del socio per
mancata esecuzione dei conferimenti disciplinata dall’art. 2466 c.c.
Ciò che, prima ancora di analizzare nel dettaglio i presupposti
dell’esclusione, può certamente affermarsi è l’inammissibilità, nella
s.r.l. come in tutti gli altri rapporti associativi, di un «diritto assoluto
di esclusione», ossia di una clausola che rimettesse la decisione
sull’estromissione di un socio alla libera discrezionalità della maggio-
ranza, sulla base di una decisione che prescinda dal fatto che si sia ve-
rificata una determinata fattispecie di esclusione prevista ex ante
nell’atto costitutivo. E questo non solo per le ragioni già esaminate
con riferimento alle società di persone32 (ovvero la generale illegitti-
mità di clausole che impediscono all’escluso di avvalersi del diritto di
opposizione −che in tanto può essere esercitato in quanto sia noto il

gime legale, Milano, 2000, 288 ss.) e, come è stato sottolineato, ben può accadere
che costoro raggiungano un grado di ingerenza nella sfera sociale tale da giustifica-
re, in caso di comportamenti opportunistici, il loro allontanamento (in tal senso si
vedano G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 857, nota 15 e G.
PICCININI, Sub art. 2471 bis, in Codice commentato delle s.r.l., diretto da P. Benaz-
zo e S. Patriarca, cit., 246 ss.).
32
Sul punto cfr. già supra, cap. I, § 4.2.
100 Capitolo II

motivo dell’esclusione− o che subordinano la permanenza del socio


all’interno della società al mero arbitrio degli altri partecipanti), ma
anche perché la formulazione dell’art. 2473 bis c.c., nel richiedere
congiuntamente i due requisiti della giusta causa e della specificità, ha
compiuto una chiara scelta nel senso della natura causale
dell’esclusione, rendendo la semplice volontà della maggioranza del
tutto insufficiente a legittimare l’estromissione del singolo socio33.
E che la disciplina della società a responsabilità limitata non am-
metta −neppure indirettamente− un diritto assoluto di esclusione è al-
tresì ricavabile, come messo in luce da un’attenta dottrina34, dalla di-
sposizione di cui all’art. 2481 bis, comma 1, c.c. là dove vieta la pos-
sibilità di aumentare il capitale mediante l’offerta di quote di nuova
emissione a terzi quando venga deliberata una ricapitalizzazione della
società in presenza di perdite che riducono il capitale al di sotto del
limite legale (art. 2482 ter c.c.): l’eliminazione del diritto di sottoscri-
zione in capo ai soci (per quanto compensata dal diritto di recesso) po-
trebbe infatti risolversi («si pensi al caso estremo dell’azzeramento del
capitale») in un’esclusione del socio, deliberata a maggioranza35.
Il primo dato desumibile dall’art. 2473 bis c.c. concerne quindi la
necessaria predeterminazione nel contratto delle cause di esclusione;
ma non solo: come si vedrà, infatti, a giustificare l’esclusione di un

33
Così in particolare D. GALLETTI, Sub art. 2473 bis, in Il nuovo diritto delle so-
cietà, a cura di A. Maffei Alberti, cit., 1917, nonché P. PISCITELLO, Recesso ed
esclusione nella s.r.l., in Il nuovo diritto delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B.
Portale, vol. 3, cit., 736; F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsa-
bilità limitata, cit., 821, nota 20 e P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella socie-
tà a responsabilità limitata, in Studi per Franco Di Sabato, vol. IV, t. II, Napoli,
2009, 171. Analogo principio è stato espresso in giurisprudenza da Trib. Biella, 7
luglio 2006, consultabile su www.ilcaso.it, là dove si è affermato che «l’art. 2473 bis
c.c. consente di stabilire nell’atto costitutivo delle s.r.l. specifiche ipotesi di esclu-
sione per giusta causa del socio, ma non consente di adire il giudice per ottenere una
pronuncia che escluda il socio dalla società».
34
Cfr. G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 860
35
In generale sulla fattispecie dell’aumento di capitale mediante nuovi conferi-
menti (e sul rapporto tra questa e la riduzione del capitale al di sotto del minimo le-
gale) si vedano S.A. CERRATO, Aumenti di capitale e diritti del socio di s.r.l., in Le
nuove s.r.l., a cura di M. Sarale, Bologna, 2008, 859 ss. e O. CAGNASSO, La società
a responsabilità limitata, cit., 336.
I presupposti dell’esclusione 101

socio non basta neppure richiamarsi formalmente alla previsione


astratta di una clausola statutaria, ma occorrerà accertare che di tale
clausola non sia fatta un’applicazione abusiva.

2.1. Le «specifiche ipotesi».

Le ipotesi di esclusione devono quindi anzitutto essere «specifi-


che».
Il requisito della specificità va ricondotto all’esigenza di tutelare
l’interesse dei soci (e, in una certa misura, anche dei creditori)36 ad es-
sere messi in condizione di conoscere in via preventiva e con un suffi-

36
È ancora G. ZANARONE (op. ult. cit., 858) a sottolineare come il requisito della
specificità delle ipotesi di esclusione tuteli anche l’interesse dei creditori ad essere
informati in ordine alle circostanze che potrebbero condurre ad una riduzione della
loro garanzia rappresentata dal patrimonio sociale: è vero infatti che la tutela delle
loro ragioni è assicurata dal meccanismo di rimborso della partecipazione
dell’escluso stabilito dallo stesso art. 2473 bis c.c., là dove vieta che si possa proce-
dere alla liquidazione della quota mediante riduzione del capitale (cfr. infra, cap. III,
§ 5), ma, sottolinea l’Autore, si tratta di un meccanismo che tutela i creditori solo
parzialmente, in quanto «nessuna tutela ricevono i creditori nell’ipotesi di depaupe-
ramento del patrimonio della società conseguente al rimborso della quota attraverso
l’utilizzo delle riserve disponibili: con la conseguenza che il loro interesse deve tro-
vare salvaguardia quantomeno nella possibilità di conoscere anticipatamente le cir-
costanze suscettibili di esporli a un simile rischio». Per uno spunto in tal senso cfr.
anche G.M. MICELI−G.A.M. TRIMARCHI, I limiti all’autonomia statutaria nella s.r.l.
in tema di esclusione per giusta causa e di obblighi dei soci tra silenzio ed ermeti-
smo legislativo, cit., 463 e P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella società a re-
sponsabilità limitata, cit., 171.
Ed una lettura dell’art. 2473 bis c.c. (e, in particolare, del requisito della specifi-
cità delle ipotesi di esclusione) come disposizione posta anche a tutela dei creditori
può essere ulteriormente suffragata ove si ponga l’attenzione sul fatto che là dove i
creditori sociali possono contare su di una garanzia ulteriore rispetto al patrimonio
della società (i.e. il patrimonio personale dei soci illimitatamente responsabili) le
possibilità di esclusione (e la riduzione del capitale conseguente al rimborso della
partecipazione dell’escluso) sono molto più ampie ed affidate a clausole normative
generali.
102 Capitolo II

ciente grado di chiarezza le condizioni al verificarsi delle quali po-


trebbe determinarsi lo scioglimento del singolo rapporto sociale37.
Sulla base di questa premessa è abbastanza agevole individuare le
ipotesi di esclusione che si collocano, per così dire, nelle due «zone di
confine», verso l’alto e verso il basso, del requisito in questione: risul-
tano infatti sicuramente inammissibili clausole statutarie che facciano
genericamente riferimento all’esistenza di una giusta causa di esclu-
sione38, o che, altrettanto genericamente, sanzionino il socio che «violi
i doveri di collaborazione nei confronti della società», che «svolga at-
tività atte a fomentare dissidi o ad arrecare pregiudizio alla vita socia-
le», o che «tenga comportamenti contrari a correttezza o buona fe-
de»39. Allo stesso modo, e specularmente, il requisito della specificità

37
Il punto è sottolineato da pressoché tutti i commentatori della disposizione:
cfr., ad esempio, F. NIEDDU ARRICA, L’esclusione, in La nuova s.r.l., a cura di F. Fa-
rina, C. Ibba, G. Racugno e A. Serra, Milano, 2004, 197; F. ANNUNZIATA, Sub art.
2473 bis, in Società a responsabilità limitata, a cura di L.A. Bianchi, in Commenta-
rio alla riforma delle società, diretto da P. Marchetti, L.A. Bianchi, F. Ghezzi e M.
Notari, Milano, 2008, 539; M. CIAN, L’esclusione del socio, in S.r.l. Commentario
dedicato a Giuseppe B. Portale, a cura di A.A. Dolmetta e G. Presti, cit., 501; F.
CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata, cit., 821.
38
Cfr. S. MASTURZI, Sub art. 2473 bis, in La riforma delle società, a cura di M.
Sandulli e V. Santoro, Milano, 2003, 96; A. CARESTIA, Sub art. 2473 bis, in La ri-
forma del diritto societario. La società a responsabilità limitata, a cura di G. Lo Ca-
scio, Milano, 2003, 159 e D. GALLETTI, Sub art. 2473 bis, cit., 1917.
La lettera dell’art. 2473 bis c.c. sembra cioè precludere la trasposizione nel no-
stro ordinamento di soluzioni «alla tedesca» (sulle quali cfr. supra, il § 1 di questo
Capitolo) che attribuiscano alla società la possibilità di deliberare un’esclusione «per
giusta causa», prescindendo da una individuazione dettagliata delle fattispecie che
possono condurre allo scioglimento particolare del vincolo sociale. Per un’apertura
verso la legittimità di clausole statutarie così formulate, quantomeno nelle s.r.l. a ba-
se personalistica (forzando tuttavia eccessivamente, a nostro avviso, il dato testuale
della disposizione codicistica), cfr. però le considerazioni di M. SPERANZIN, Clauso-
le di esclusione e patti parasociali: giurisprudenza tedesca e art. 2473−bis c.c., cit.,
151.
39
Le espressioni nel testo riprendono la formulazione di clausole statutarie di
cooperative delle quali la giurisprudenza ha dichiarato l’invalidità per l’eccessiva
genericità della formulazione (cfr. Cass., 10 gennaio 2007, n. 256, in Società, 2007,
1107; App. Milano, 15 settembre 1989, in Giur. it., 1990, I, 2, 395; App. Milano, 19
aprile 1988, in Giur. Comm., 1989, II, 414; Trib. Torino, 19 gennaio 2001, in Socie-
tà, 2001, 1102; Trib. S. Maria Capua Vetere, 16 giugno 2000, in Giur. napol., 2000,
I presupposti dell’esclusione 103

può dirsi invece soddisfatto allorché lo statuto riprenda singole cause


di esclusione previste dal legislatore per le società di persone o per le
società cooperative ed indichi, ad esempio, come ipotesi che giustifi-
cano lo scioglimento del singolo rapporto sociale lo svolgimento di at-
tività concorrente con quella della società40, l’interdizione,

389; Trib. Napoli, 30 aprile 1999, in Vita not., 2000, 973). Ed è significativo (lo ri-
leva G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 860, nota 24) che
l’esigenza che la clausola statutaria rispetti il requisito della determinatezza (o,
quantomeno, della determinabilità) sia affermato dai giudici anche in un contesto
come quello delle società cooperative, nelle quali, a rigore, l’art. 2533 c.c. si limita a
prevedere che l’esclusione possa aver luogo «nei casi previsti dallo statuto», senza
fare alcun riferimento al requisito della specificità della clausola.
Nel solco delle pronunce sopra citate si sono collocati alcuni tra i primi provve-
dimenti giudiziari chiamati a valutare la legittimità di clausole statutarie di esclusio-
ne da s.r.l.: cfr., ad esempio, Trib. Treviso, 17 giugno 2005, in Società, 2005, 2006
che ha ritenuto illegittima, per difetto di specificità, la clausola con la quale si pre-
vedeva come causa di esclusione lo svolgimento di attività atte ad arrecare pregiudi-
zio alla società o Trib. Milano, 5 febbraio 2009, in Giur. It., 2009, 1964 (con un no-
stro commento Clausole di esclusione e sull’esercizio del recesso alla prova della
giurisprudenza) che ha ritenuto illegittima quella che preveda l’esclusione del socio
per un generico inadempimento degli obblighi sociali di correttezza e buona fede.
Tale ultima pronuncia è stata confermata in sede di appello (App. Milano, 20 agosto
2013, inedita), nella cui motivazione si legge: «non è in discussione l’idoneità del ri-
ferimento ai doveri di buona fede e correttezza a operare, quali clausole generali, sul
piano della integrazione, esecuzione ed interpretazione dei contratti –in essi incluso
il contratto di società-, ma la deduzione di esse quali unici parametri alla stregua dei
quali giustificare l’esclusione del socio e, per tale via, consentire il sindacato
dell’autorità giudiziaria sulla eventuale impugnativa della delibera di esclusione che
soltanto la previsione di “specifiche ipotesi” connotate da “giusta causa” consente di
mantenere nei limiti istituzionali del controllo di legittimità proprio di
quell’intervento». O, ancora, le statuizioni di Trib. Milano, 5 settembre 2014, in
www.giurisprudenzadelleimprese.it (che ha dichiarato l’illegittimità della clausola
statutaria che prevedeva, tra l’altro, l’esclusione del socio in presenza di «qualsiasi
circostanza che causi discredito commerciale alla società o leda il rapporto di fiducia
con gli altri soci») e di Trib. Trento, 4 aprile 2013, in Notariato, 2013, 365 (che ha
ritenuto non rispondente al requisito di specificità la clausola che consentiva
l’esclusione del socio «che tenga comportamenti che compromettono il corretto fun-
zionamento della società»).
40
Così Trib. Lucca, 11 gennaio 2005, in Vita not., 2007, 756; Trib. Modena, 12
dicembre 2007, in www.leggiditalia.it; Trib. Milano, 24 maggio 2007, in Giur. It.,
2008, 1433, con nota di O CAGNASSO, Profili concernenti l’esclusione del socio di
società a responsabilità limitata; Trib. Milano, 5 febbraio 2009, in Giur. It., 2009,
104 Capitolo II

l’inabilitazione, il fallimento o la condanna alla reclusione per un pe-


riodo superiore a cinque anni41 o, ancora, l’assunzione di obbligazioni
in nome e per conto della società senza averne i poteri42 o la perdita di
determinati requisiti soggettivi, come l’iscrizione ad un albo profes-
sionale43.
Il discorso si fa invece più complesso allorché ci si muova in una
zona «intermedia» nella quale, ad una formulazione casistica delle
ipotesi di esclusione, si sostituisca una formulazione sintetica che, sul-
la falsariga di quella utilizzata dal legislatore in altri rapporti associa-
tivi, preveda l’allontanamento del socio che ponga in essere «gravi
inadempimenti delle obbligazioni derivanti dalla legge o dall’atto co-
stitutivo». A questo proposito si deve rilevare come in dottrina44 e, so-
prattutto, in giurisprudenza45 esista una posizione più rigida, propensa
a ritenere sempre e comunque inammissibili clausole che difettino non
solo del requisito della determinatezza, ma anche di quello della de-
terminabilità. Ora, se è vero che la mera riproposizione nell’atto costi-
tutivo della società a responsabilità limitata della clausola generale
utilizzata dagli artt. 2286 e 2533, comma 1, n. 2, c.c. deve ritenersi il-
legittima per carenza del requisito di specificità, è altrettanto vero che
la necessità che l’accadimento che giustifica l’esclusione sia

1964. Sullo svolgimento di attività concorrente cfr. anche infra, in questo Capitolo,
nota 74 e testo corrispondente.
41
Come affermato da Trib. Ragusa, 21 novembre 2005, in Dir. Fall., 2007, 160.
42
Cfr. Trib. Milano, 31 gennaio 2005, in Società, 2006, 1403.
43
Per ulteriori esemplificazioni dei limiti entro i quali può muoversi l’autonomia
statutaria nell’individuare «specifiche ipotesi» di esclusione, cfr. amplius il succes-
sivo § 3 di questo Capitolo.
44
Così in particolare F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a respon-
sabilità limitata, cit., 822; nonché C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento gene-
rale di «exit» societario, cit., 265 e (pur criticando la rigidità della norma) M.
PERRINO, La «rilevanza del socio» nella s.r.l.: recesso, diritti particolari, esclusio-
ne, cit., 837.
45
Cfr. in particolare Trib. Milano, 7 novembre 2013 (ord.), in Giur. It., 2014,
907 (confermata da Trib. Milano, 28 febbraio 2014, in Società, 2014, 751) e Trib.
Milano, 5 settembre 2014, in www.giurisprudenzadelleimprese.it che hanno ritenuto
illegittime le clausole statutarie che riproducevano nello statuto delle s.r.l. l’ipotesi
di esclusione disciplinata dall’art. 2286 c.c. («gravi inadempienze delle obbligazioni
che derivano dalla legge o dal contratto sociale»).
I presupposti dell’esclusione 105

pre−determinato in modo puntuale nel contratto sociale46, non signifi-


ca necessariamente che l’accertamento in merito al suo verificarsi e al-
la sua gravità sia in toto precluso. Fermo infatti il principio per cui non
è possibile attribuire all’organo titolare del potere di esclusione il
compito di determinare a posteriori il comportamento rilevante, ben
possono reputarsi legittime clausole che presentino alcuni margini di
discrezionalità, purché consentano di selezionare con un sufficiente
grado di certezza i fatti ad essa riconducibili, avendo riguardo sia ai
comportamenti del socio, sia al risultato finale dei medesimi47. Alla
luce di questa lettura del requisito di specificità, potrebbe, ad esempio,
considerarsi lecita la clausola che commini l’esclusione del socio che,
senza giustificato motivo, non partecipi alla decisione di approvazione
del bilancio, allorché il medesimo sia in possesso di una quota che
impedisca all’assemblea di raggiungere i quorum deliberativi previsti
dalla legge48 o, ancora, del socio che, abusando del potere di avoca-
zione ex art. 2479, comma 1, c.c. porti alla paralisi sociale49.

2.2. La «giusta causa».

A fronte di così ampi profili di incertezza50, la tutela del socio nei


confronti di possibili colpi di mano della maggioranza passa quindi at-
traverso l’altro requisito indicato dall’art. 2473 bis c.c. Perché le ipo-
tesi di esclusione siano legittime non basta ancora, infatti, che esse

46
Sull’inammissibilità di una clausola che non tipizzi i comportamenti che costi-
tuiscono giusta causa di esclusione cfr. Trib. Trento, 4 aprile 2013, cit. supra alla no-
ta 39.
47
Così G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 861, nota 26;
G.M. MICELI−G.A.M. TRIMARCHI, I limiti all’autonomia statutaria nella s.r.l. in te-
ma di esclusione per giusta causa e di obblighi dei soci tra silenzio ed ermetismo le-
gislativo, cit., 463; M. CENTONZE, Riflessioni sulla disciplina del riscatto azionario
da parte della società, cit., 55, nota 18.
48
In questi termini Trib. Milano, 31 gennaio 2005, cit.
49
L’esempio è tratto da M. CIAN, L’esclusione del socio, cit., 505.
50
Sottolineano i margini di ambiguità della disposizione F. ANNUNZIATA, Sub
art. 2473 bis, cit., 538 e M. CIAN, op. loc. ult. cit.
106 Capitolo II

siano specifiche; la legge richiede altresì che siano sorrette da una


«giusta causa».
Quanto a questo secondo requisito, occorre anzitutto rilevare come
di esso siano state proposte due distinte letture51: una, «soggettiva»,
secondo la quale il fatto stesso che i soci abbiano statutariamente pre-
visto un determinato evento quale presupposto dell’esclusione sarebbe
di per sé sufficiente a qualificare l’evento stesso come «giusta causa»
di scioglimento del rapporto sociale52; un’altra, «oggettiva», per cui
l’esistenza di una giusta causa non può desumersi dalla semplice cir-
costanza che i soci abbiano a priori ed ex ante qualificato un certo fat-
to o comportamento come motivo di esclusione, ma si verifica solo al-
lorché il fatto o il comportamento astrattamente individuati in statuto
siano potenzialmente idonei ad incidere negativamente sul rapporto
fiduciario esistente tra le parti del rapporto societario53.

51
Per un esame di tale distinzione cfr. M. PERRINO, La «rilevanza del socio» nel-
la s.r.l.: recesso, diritti particolari, esclusione, cit., 837.
52
In questo senso A. BUSANI, S.r.l. La riforma delle società. Il nuovo ordina-
mento dopo il d.lgs. 6/2003, Milano, 2003, 390 ss.; C. ESPOSITO, L’esclusione come
strumento di «exit» societario, cit., 266 e F. MAGLIULO, Il recesso e l’esclusione, in
C. CACCAVALE−F. MAGLIULO−M. MALTONI−F. TASSINARI, La riforma della società
a responsabilità limitata, Milano, 2003, 242.
53
Sul concetto di giusta causa nei rapporti societari si veda Cass., 14 febbraio
2000, n. 1602, in Giur. It., 2000, 1659, che in tema di recesso del socio (ma il prin-
cipio è utilizzabile anche per l’esclusione) ha affermato come lo scioglimento del
rapporto sociale limitatamente a un socio possa ritenersi determinato da giusta causa
«solo quando esso costituisca legittima reazione ad un comportamento degli altri so-
ci obiettivamente, ragionevolmente ed irreparabilmente pregiudizievole del rapporto
fiduciario esistente tra le parti del rapporto societario».
È noto, peraltro, come la giurisprudenza tenda ad interpretare la nozione di giusta
causa (in particolare nelle numerose pronunce rese in tema di recesso del socio da
una società di persone ex art. 2285, comma 2, c.c.) in modo sì «oggettivo», ma, al
contempo, «restrittivo», facendola coincidere con la violazione dei doveri di fedeltà,
di lealtà, di diligenza o di correttezza che ineriscono alla natura fiduciaria del rap-
porto sociale (cfr., ad esempio, Cass., 10 settembre 2004, n. 19243, in Foro It.,
2005, I, 1105; Cass., 10 giugno 1999, n. 5732, in Società, 2000, 55; Trib. Isernia, 28
dicembre 2006, in www.dejure.it; Trib. Milano, 24 marzo 2003, in Riv. notariato,
2004, II, 1243). Come avremo modo di vedere, invece, (cfr. infra in questo stesso
paragrafo, nota 61 e testo corrispondente) la nozione di giusta causa sottesa all’art.
2473 bis c.c. deve essere intesa in senso più ampio, ricomprendendovi anche fatti o
vicende che riguardano la persona del socio e che non sono direttamente riconduci-
I presupposti dell’esclusione 107

La prima soluzione prospettata non sembra tuttavia condivisibile:


se l’atto costitutivo potesse infatti legittimare l’esclusione del socio in
qualsiasi circostanza, purché specifica, limitandosi a qualificarla come
circostanza integrante una giusta causa, si verificherebbe una indebita
sovrapposizione dei due requisiti (che invece il legislatore ha mostrato
di voler tenere distinti), o, meglio, un appiattimento del requisito della
giusta causa su quello della specificità che diverrebbe in tal modo
l’unico rilevante54.
Né sembrano convincenti gli argomenti addotti a sostegno di questa
prima interpretazione. Si sostiene, infatti, che lo spirito della riforma,
diretto ad esaltare l’autonomia delle parti, renderebbe ammissibile una
valutazione dei fatti integrante l’esclusione in termini di giusta causa
«soggettiva», vale a dire «in base all’insindacabile giudizio effettuato
in tal senso dai soci nell’atto costitutivo»55; o, ancora, si afferma che
«l’autonomia delle parti –se esercitata nei limiti di determinatezza im-
posti dall’individuazione di una giusta causa espressa- consente di de-
finire, per l’appunto, “giusta” quella causa o anche quell’evento che i
soci hanno individuato, nel contratto sociale, come tale»56.
A questi argomenti si può opporre anzitutto la lettera dell’art. 2473
bis c.c. che prevede che l’atto costitutivo debba indicare ipotesi di
esclusione del socio per giusta causa. Il che vuol dire che le uniche
clausole ammesse sono giustappunto quelle che prevedono non già
qualunque comportamento o evento, ma soltanto quei comportamenti

bili ad un suo inadempimento dei doveri sociali (così, in tema di recesso da società
di persone, G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le società di persone, cit., 268 e, in tema di
recesso da società a responsabilità limitata, S. CAPPIELLO, Recesso ad nutum e re-
cesso per “giusta causa” nelle s.p.a. e nelle s.r.l., in Riv. dir. comm., 2004, I, 519,
M. CALLEGARI, Il recesso del socio nella s.r.l., in Le nuove s.r.l., a cura di M. Sara-
le, cit., 237 e P. GHIONNI CRIVELLI VISCONTI, Selezione ed operatività delle cause di
esclusione del socio di s.r.l., cit., 1781 ss.).
54
Cfr. G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 862; P.
REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata, cit., 172;
M. CIAN, L’esclusione del socio, in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B. Por-
tale, a cura di A.A. Dolmetta e G. Presti, cit., 504. In termini analoghi si veda anche
E. CUSA, Il socio finanziatore nelle cooperative, cit., 343 ss.
55
Così F. MAGLIULO, Il recesso e l’esclusione, cit., 242.
56
In questi termini si veda C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento di «exit»
societario, cit., 266.
108 Capitolo II

e quegli eventi che possano considerarsi oggettivamente come giuste


cause di esclusione. Il requisito della giusta causa delimita dunque
l’ampiezza dell’autonomia statutaria.
In secondo luogo, negare ogni oggettività a questo requisito, dicen-
do che è giusta causa tutto ciò che è considerato discrezionalmente ta-
le nell’atto costitutivo, conduce a dimenticare che, secondo i principi
generali, l’autonomia dei privati incontra sempre il limite delle norme
imperative; mentre, secondo la tesi criticata, si dovrebbero considerare
valide clausole di esclusione anche quelle che si traducono in illegit-
time limitazioni dei diritti del socio, come sarebbe una clausola che
prevedesse l’esclusione di chi si rifiutasse di sottoscrivere un aumento
del capitale o di chi intraprendesse un’azione di responsabilità verso
gli amministratori ex art. 2476, comma 3, c.c.
Solo le clausole che astrattamente prevedono una causa di esclu-
sione «giusta» sono ammesse; e per giusta causa di esclusione si do-
vrà intendere, mutuando la definizione dall’art. 2119 c.c., quella «che
non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto»57.
Quali clausole potranno, dunque, soddisfare il requisito della giusta
causa? Evidentemente solo quelle che prevedono un fatto o un com-
portamento idonei ad incidere negativamente sull’esercizio
dell’attività d’impresa, compromettendo gli obiettivi della società ov-
vero recando intralcio o pregiudizio al raggiungimento dello scopo so-
ciale58.

57
Sulla giusta causa come evento sopravvenuto che non consente la prosecuzio-
ne del rapporto, in quanto ne impedisce la realizzazione dal punto di vista causale
cfr. in particolare F. SANTORO PASSARELLI, voce Giusta causa, in Noviss. Digesto,
vol. VII, Torino, 1961, 1109 e S. SANGIORGI, voce Giusta causa, in Enciclopedia
del diritto, XIX, Milano, 1970, 545.
58
Su questa linea si è, ad esempio, mosso il legislatore brasiliano che nel Novo
Código Civil del 2002 ha espressamente previsto l’istituto dell’esclusione nella so-
cietà a responsabilità limitata, subordinandone però l’applicazione al fatto che il
comportamento del socio da escludere sia tale da mettere a rischio la continuità
dell’impresa sociale (art. 1085 Código Civil – Lei n. 10406 de 2 de Janeiro de
2002): in argomento (e per un confronto con la disciplina italiana) cfr. V. SANTORO,
La riforma della società a responsabilità limitata in Italia e la sociedade limitada
nel novo código civil brasiliano, in Il nuovo codice civile brasiliano, a cura di A.
Calderale, Milano, 2003, 330-331.
I presupposti dell’esclusione 109

Occorre tuttavia aggiungere che a legittimare un’esclusione non è


ancora sufficiente la presenza di una clausola che astrattamente preve-
da un’ipotesi di giusta causa; è necessario altresì che la maggioranza
non faccia di questa clausola un uso abusivo. Anche per le statuizioni
del contratto sociale vale infatti il principio generale stabilito dall’art.
1375 c.c. per il quale il contratto deve essere eseguito secondo buona
fede. Si deve cioè dimostrare che il fatto o il comportamento astratta-
mente previsti nell’atto costitutivo rappresentano in quel momento e
in relazione a quel socio un pregiudizio per lo svolgimento
dell’attività sociale oppure incidono in modo decisivo sul rapporto fi-
duciario con gli altri soci, sì da non consentire la prosecuzione del
rapporto59.
La duplicità dei presupposti dell’esclusione viene così valorizzata
dalla tesi appena prospettata, per cui l’esclusione è legittima solo
quando si sia in presenza di circostanze idonee in concreto a riflettersi
negativamente sulla vantaggiosa prosecuzione del rapporto sociale. In
tal modo il requisito della giusta causa, distinto e autonomo rispetto a
quello della specificità delle ipotesi di esclusione, assume la funzione
di parametro alla luce del quale valutare la proporzionalità e la ragio-
nevolezza del rimedio espulsivo e funge da «ago della bilancia» tra
l’interesse del socio al mantenimento della propria posizione
all’interno della società e l’interesse di quest’ultima ad espellere un
soggetto la cui permanenza possa compromettere lo svolgimento
dell’attività comune60.
Da tale impostazione discendono due diversi ordini di conseguen-
ze. Da un lato (come avremo modo di approfondire nel paragrafo im-
mediatamente successivo) che la giusta causa di esclusione non è ne-

59
Cfr. sul punto le considerazioni di M. TANZI, Commento sub art. 2473/II, in
Società di capitali, a cura di G. Niccolini e A. Stagno d’Alcontres, Napoli, 2005,
1548 ss.
60
Nel senso di una stretta correlazione tra il requisito della giusta causa e la pos-
sibilità di assoggettare la clausola statutaria che prevede l’esclusione ad un sindacato
di meritevolezza cfr. in particolare M. PERRINO, La «rilevanza del socio» nella s.r.l.:
recesso, diritti particolari, esclusione, cit., 837; F. NIEDDU ARRICA, L’esclusione, in
La nuova s.r.l., cit., 198; F. CORSI, Le nuove società di capitali, Milano, 2003, 262;
M. CENTONZE, Riflessioni sulla disciplina del riscatto azionario da parte della so-
cietà, cit., 54, nota 12.
110 Capitolo II

cessariamente legata ad un inadempimento dei doveri sociali da parte


del singolo (o ad una sopravvenuta impossibilità di adempiervi)61, ma
può trovare il suo fondamento anche in altri fatti, comportamenti o si-
tuazioni relativi alla persona del socio idonei ad alterare in modo si-
gnificativo «le basi essenziali del vincolo comune»62. Dall’altro che
fattispecie quali l’interdizione, l’inabilitazione, la condanna penale per
particolari categorie di reati, il pignoramento della quota, la sottoposi-
zione del socio a procedura concorsuale o la perdita di particolari re-
quisiti soggettivi richiesti per la partecipazione alla società, ma anche
la violazione del divieto di concorrenza o del segreto aziendale, ovve-
ro l’utilizzo dei beni sociali come cosa propria (che pure possiedono il
requisito della specificità) potranno costituire presupposto di uno
scioglimento del rapporto sociale solo in quanto rappresentino in con-
creto una giusta causa di esclusione.

3. Le fattispecie convenzionali di esclusione.

La necessità della contemporanea presenza dei due requisiti della


specificità delle ipotesi di esclusione e del loro configurarsi in astratto
come giuste cause di scioglimento del rapporto sociale, porta così a ri-
tenere ammissibili sia clausole statutarie che prevedano un inadempi-
mento del socio agli obblighi impostigli dalla legge o dallo statuto, sia
clausole che prescindano da qualsivoglia inadempimento, ma preve-

61
Così invece F. GALGANO, Diritto commerciale. Le società, Bologna, 2013,
470; S. MASTURZI, Commento sub art. 2473 bis, in La riforma delle società, a cura
di M. Sandulli e V. Santoro, cit., 96; A. CARESTIA, Sub art. 2473 bis, in La riforma
del diritto societario. La società a responsabilità limitata, a cura di G. Lo Cascio,
cit., 156.
Sulla differenza tra giusta causa e inadempimento cfr., in giurisprudenza, Cass.,
21 novembre 1998, n. 11801, in Giur. It., 1999, 562; Trib. Napoli, 21 maggio 2001,
in Società, 2001, 951; Trib. Milano, 15 novembre 1999, in Giur. It., 2000, 991.
62
L’espressione è di M. LUBRANO, L’esclusione facoltativa del socio nella s.r.l.,
in Giur. Comm., 2011, I, 860, ma identico concetto è espresso, tra gli altri, da G.
ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 865 e da P. REVIGLIONO,
L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata, cit., 172. Sul punto
cfr. già retro, cap. I, § 5.2., nota 147 e testo corrispondente.
I presupposti dell’esclusione 111

dano fatti o comportamenti che incidono negativamente sullo svolgi-


mento dell’impresa sociale, avendo riguardo al suo oggetto sociale, al-
la sua struttura organizzativa e al grado di personalizzazione della so-
cietà che le parti hanno inteso realizzare63.
Ciò premesso, proviamo ad esemplificare quali possibili ipotesi di
esclusione potrebbero essere legittimamente inserite nell’atto costitu-
tivo di una s.r.l., mantenendo idealmente la distinzione tra quelle più
direttamente riconducibili all’idea dello scioglimento particolare del
vincolo sociale come forma di «sanzione» per un inadempimento del
socio e quelle (egualmente ammissibili) che prescindono da tale profi-
lo e si presentano invece come reazione della società a fatti o eventi
relativi alla persona del socio che rendano la sua permanenza non più
compatibile con la struttura organizzativa della società64.

Tra le ipotesi di esclusione riconducibili ad un inadempimento del


socio, il posto d’onore parrebbe spettare a quella relativa
all’inadempimento dell’obbligo di conferimento. Essa è tuttavia og-
getto di una disciplina ad hoc nell’art. 2466 c.c. (norma che, fino alla
riforma del diritto societario, contemplava l’unica ipotesi di esclusione
del socio di società di capitali), per cui occorre anzitutto chiarire il
rapporto tra le due disposizioni e interrogarsi se l’atto costitutivo pos-
sa regolare mediante l’applicazione dell’art. 2473 bis c.c. l’esclusione
per mancata esecuzione dei conferimenti, sterilizzando in tal modo
l’art. 2466 c.c. La risposta nell’uno o nell’altro senso non è priva di
conseguenze, posto che le differenze tra le due norme sono di tutto ri-

63
Così M. MALTONI, Il recesso e l’esclusione nella nuova società a responsabi-
lità limitata, in Notariato, 2003, 315 e D. FICO, L’esclusione del socio di società a
responsabilità limitata, in Società, 2004, 956.
64
La bipartizione sembra ricalcare quella desumibile dagli artt. 2286 e 2533 c.c.,
ma se ne differenzia sotto un profilo fondamentale: mentre infatti nelle società di
persone e nelle società cooperative l’inadempimento costituisce una causa generale
di esclusione e il legislatore si è preoccupato di tipizzare solo gli eventi diversi da
questo che a causa della loro potenziale eterogeneità non si prestano ad una defini-
zione unitaria, nella società a responsabilità limitata è necessaria un’indicazione spe-
cifica anche dei comportamenti che possono essere ascritti alla categoria
dell’inadempimento (in questi termini cfr. M. CITROLO, La disciplina statutaria
dell’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata. Studio n.
212/2008/I, in Studi d’impresa, consultabile su www.notariato.it).
112 Capitolo II

levo: basti in questa sede ricordare i) che l’esclusione del socio moro-
so è soggetta al rigido procedimento scandito dall’art. 2466 c.c., men-
tre nell’art. 2473 bis c.c. manca totalmente una disciplina del proce-
dimento di esclusione; ii) che la vendita della quota del socio moroso
è effettuata «a rischio e pericolo del medesimo per il valore risultante
dall'ultimo bilancio approvato» (art. 2466, comma 2, c.c.), mentre nel
caso di esclusione il prezzo è stabilito secondo i più favorevoli criteri
dettati per il recesso; iii) che la mancata vendita della quota del socio
moroso e la sua esclusione comportano l’obbligo di ridurre il capitale
in maniera corrispondente (art. 2466, comma 3, c.c.), eventualità inve-
ce espressamente esclusa dall’art. 2473 bis c.c.
La tutela dell’effettività della copertura del capitale sociale che
permea tutta la disciplina del socio moroso e la conseguente natura
imperativa del procedimento dettato dall’art. 2466 c.c., conducono a
concludere nel senso della impossibilità di derogare a tale disciplina
sostituendola con quella dell’art. 2473 bis c.c.65.
Ciò tuttavia non significa che non vi siano spazi per prevedere ipo-
tesi convenzionali di esclusione tutte le volte in cui la mancata esecu-
zione del conferimento non sia «coperta» dalla disciplina del socio
moroso: cosa che si verifica o perché si accolgono le tesi più restrittive
secondo le quali la norma che disciplina l’esclusione legale si riferi-
rebbe ai soli conferimenti in denaro66 o, al più, ai conferimenti in natu-
ra o di crediti e non sarebbe pertanto applicabile ai conferimenti
d’opera e servizi67, o perché, anche a voler accogliere la tesi −maggio-
ritaria− secondo la quale l’art. 2466 c.c. riguarda la mancata esecuzio-

65
In tal senso, per tutti, F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 549 e G.
ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 434 ss. e 858, nota 17. E per
l’affermazione secondo cui «l’inadempimento non può costituire causa di esclusio-
ne, quando è attivabile la procedura di cui all’art. 2466 c.c.», cfr. M. CIAN,
L’esclusione del socio, cit., 502.
66
Cfr. F. TASSINARI, Sub art. 2466, in Il nuovo diritto delle società, a cura di A.
Maffei Alberti, cit., 1804; D. FICO, L’esclusione del socio di società a responsabilità
limitata, cit., 956; V. PAPPA MONTEFORTE, L’esclusione del socio nella “nuova”
s.r.l., in Notariato, 2003, 650.
67
Così in particolare O. CAGNASSO, La società a responsabilità limitata, cit., 87
e 97 ss.
I presupposti dell’esclusione 113

ne di qualsiasi tipologia di conferimento68, resterebbero comunque


fuori dai suoi confini e ben potrebbero costituire oggetto di una clau-
sola statutaria di esclusione: a) le ipotesi di inesecuzione non imputa-
bili al socio69; b) l’inidoneità sopravvenuta del socio d’opera a presta-
re l’opera o i servizi oggetto del conferimento, qualora i soci abbiano
convenzionalmente previsto l’estromissione del socio quale alternativa
all’escussione della polizza assicurativa o della garanzia bancaria pre-
stata ai sensi dell’art. 2464, comma 6, c.c.70; c) i casi in cui la presta-
zione ineseguita sia infungibile per sua natura o per volontà dei soci e
venga coperta dalla garanzia oppure la garanzia sia scaduta o divenuta
inefficace e il socio abbia versato a titolo di cauzione il corrispondente
importo in denaro, ma la società abbia interesse a quella prestazione e

68
Per l’applicabilità della disciplina del socio moroso a qualunque tipologia di
conferimento (tesi sostenuta ante riforma, tra gli altri, da C. ANGELICI, Della società
per azioni. Le azioni, in Comm. Schlesinger, Milano, 1992, 254 ss.; M. PERRINO, Le
tecniche di esclusione del socio dalla società, cit., 107 ss. e 279 ss.; G.B. PORTALE,
Mancata attuazione del conferimento in natura e limiti del principio di effettività del
capitale nella società per azioni, in Riv. Soc., 1998, 1 ss.) si vedano P. MASI, Sub
art. 2466, in Società di capitali, a cura di G. Niccolini e A. Stagno d’Alcontres, cit.,
1443; A. BERTOLOTTI, La disciplina dei conferimenti nella s.r.l., in Le nuove s.r.l., a
cura di M. Sarale, cit., 80; G. OLIVIERI, Investimenti e finanziamenti nelle società di
capitali, Torino, 2008, 81 ss.
69
In tal senso, ad esempio, S. MASTURZI, Sub art. 2473 bis, in La riforma delle
società, a cura di M. Sandulli e V. Santoro, cit., 96; F. GALGANO, Diritto commer-
ciale. Le società, cit., 470. Recuperando a livello di clausola statutaria le ipotesi di
esclusione legali dettate per le società di persone, si potrebbe così prevedere
l’esclusione per perimento della cosa conferita in godimento per causa non imputa-
bile agli amministratori (in analogia con quanto previsto dall’art. 2286, comma 2,
c.c.; non pare invece possibile stabilire un’ipotesi di esclusione che richiami quella
sancita dall’art. 2286, comma 3, c.c. −perimento della cosa della quale il socio si sia
impegnato a trasferire la proprietà− per incompatibilità con l’art. 2464, comma 5,
c.c. che prescrive l’integrale liberazione delle quote corrispondenti a conferimenti di
beni in natura al momento della sottoscrizione: sul punto M. PERRINO, Sub art. 2473
bis, cit., 1911) o, sfruttando il rinvio agli artt. 2254 e 2255 c.c. contenuto nell’art.
2464, comma 5, c.c., disporre l’esclusione per il caso di evizione, vizi occulti, man-
canza di qualità promesse e via dicendo (cfr. ancora M. PERRINO, op. loc. ult. cit.,
nonché M. TANZI, Commento sub art. 2473/II, in Società di capitali, a cura di G.
Niccolini e A. Stagno d’Alcontres, cit., 1550 ss.)
70
Cfr. M. CIAN, L’esclusione del socio, cit., 502 e F. CASALE, L’esclusione del
socio nella società a responsabilità limitata, cit., 827.
114 Capitolo II

non al suo controvalore71; d) l’ipotesi di inadempimento delle presta-


zioni accessorie72.
Nulla vieta poi che i soci recuperino a livello di singola e specifica
clausola statutaria le fattispecie che, nelle società di persone, possono
determinare lo scioglimento del singolo rapporto sociale per «gravi
inadempienze degli obblighi che derivano dalla legge»73, quali, ad
esempio, l’uso illegittimo delle cose sociali (art. 2256 c.c.), la viola-
zione del divieto di concorrenza per il fatto di avere esercitato senza il
consenso degli altri soci per conto proprio o altrui un’attività concor-
rente con quella della società o per aver partecipato come socio illimi-
tatamente responsabile ad altra società concorrente (art. 2301, comma

71
Fino a che restano valide ed efficaci la polizza assicurativa o la garanzia ban-
caria prestate ex art. 2464 c.c., oppure quando esse, scadute o divenute inefficaci,
siano sostituite dal corrispondente importo in denaro, l’art. 2466 c.c. non è infatti in-
vocabile. In altri termini, il socio d’opera, benché inadempiente rispetto alla presta-
zione dedotta a titolo di conferimento, potrà di fatto essere escluso solo in presenza
di apposita previsione dell’atto costitutivo, che trova la sua giustificazione nella le-
sione dell’interesse sociale al conseguimento della specifica prestazione d’opera
convenuta: così M. CITROLO, La disciplina statutaria dell’esclusione del socio nella
società a responsabilità limitata, cit., § 4; sul punto cfr. altresì F. MAGLIULO, Il re-
cesso e l’esclusione, cit., 244; F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 550; D.
GALLETTI, Sub art. 2473 bis, cit., 1917; C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento
generale di «exit» societario, cit., 271.
72
Sull’inapplicabilità della disciplina del socio moroso in caso di inadempimento
alle prestazioni accessorie si vedano A. PISANI MASSAMORMILE, I conferimenti nelle
società per azioni. Acquisti «pericolosi». Prestazioni accessorie, in Comm. Schle-
singer, Milano, 1994, 361 ss. e A. BARTALENA, Le prestazioni accessorie, in Tratta-
to delle società per azioni, diretto da G.E. Colombo e G.B. Portale, 1***, Torino,
2004, 933, nota 404, condivisi da G. ZANARONE, Della società a responsabilità limi-
tata, cit., 864, nota 35. L’ipotesi di esclusione convenzionale proposta nel testo non
può naturalmente essere accolta da chi ritenga che anche l’inadempimento delle pre-
stazioni accessorie ricada nella sfera di disciplina di cui agli artt. 2344 e 2466 c.c.
(così, ad esempio, C. ANGELICI, La costituzione della società per azioni, in Tratt.
Rescigno, vol. 16, Torino, 1985, 259 e, più di recente, G. BERTOLOTTI, Società con
prestazioni accessorie, Milano, 2008, 374); in generale sul punto cfr. N. ABRIANI, I
conferimenti, in N. ABRIANI−S. AMBROSINI−O. CAGNASSO−P. MONTALENTI, Le so-
cietà per azioni, in Tratt. Cottino, vol. IV, t. 1, cit., 225.
73
Cfr. supra, cap. I, § 4.2., nota 68 e testo corrispondente.
I presupposti dell’esclusione 115

3, c.c.)74 o la mancata restituzione di utili fittizi percepiti non in buona


fede (art. 2321 c.c.), integrandole con altre, caratteristiche della s.r.l.,
come l’indebita divulgazione di dati relativi all’impresa ottenuti eser-
citando i diritti di informazione e ispezione riconosciuti ex art. 2476,
comma 2, c.c. ai soci che non partecipano all’amministrazione75 o

74
Si vedano le pronunce citate supra nella nota 40 di questo Capitolo, nonché A.
PAOLINI, Legittimità di clausola di s.r.l. che preveda l’esclusione del socio che svol-
ga attività in concorrenza con quella della società, in Studi e materiali, 2006, 2087,
D. BOGGIALI−A. RUOTOLO, Società a responsabilità limitata: clausola di esclusione
del socio per esercizio di attività concorrenti, in Studi e materiali, 2007, 1524 e M.
CITROLO, La disciplina statutaria dell’esclusione del socio nella società a responsa-
bilità limitata. Studio n. 212/2008/I, cit., § 5..
Il tema della concorrenza tra socio e società richiede qualche precisazione, volta
a meglio definire, in particolare sotto il profilo della successione temporale, il rap-
porto tra lo svolgimento dell’attività concorrente e l’operatività della clausola di
esclusione. Come ben messo in luce della pronunce giurisprudenziali sopra ricorda-
te, infatti, sembrano prospettabili almeno tre diversi scenari, che richiedono soluzio-
ni differenti: i) o l’attività imprenditoriale concorrente svolta dal socio inizia succes-
sivamente all’introduzione della clausola statutaria ed allora il suo comportamento
integrerà una giusta causa di esclusione; ii) o l’attività concorrente con quella della
società preesiste all’introduzione della clausola ed allora la legittimità
dell’esclusione dovrà essere valutata alla luce del principio dettato dall’art. 2301,
comma 2, c.c. per la società in nome collettivo, (o, qualora si ritenga di non poter au-
tomaticamente trasporre alle s.r.l. la regola dettata per le società di persone, utiliz-
zando i generali principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto di
società), facendo scattare una presunzione di consenso in capo agli altri soci quando
l’esistenza dell’attività concorrente fosse da loro conosciuta; c) oppure l’attività im-
prenditoriale del socio –preesistente all’introduzione della clausola– diviene attività
concorrente in seguito ad un ampliamento dell’oggetto sociale ed allora (salvo in
ogni caso il diritto di recesso del socio) occorrerà valutare se e in che misura tale
circostanza sia tale da impedire la prosecuzione del rapporto sociale.
75
Cfr. F. PASQUARIELLO, Sub art. 2476, in Il nuovo diritto delle società, a cura
di A. Maffei Alberti, cit., 1976, secondo la quale «rispetto ad un esercizio abusivo
del diritto in parola da parte del socio sembra azionabile lo strumento dell’esclusione
di cui all’art. 2473 bis c.c.»; nello stesso senso M. CIAN, L’esclusione del socio, cit.,
502; G.C.M. RIVOLTA, Profilo della nuova disciplina della società a responsabilità
limitata, cit., 699; F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsabilità
limitata, cit., 828; G.M. BUTA, I diritti di controllo del socio di s.r.l., in Il nuovo di-
ritto delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B. Portale, vol. 3, cit., 612, nota 96.
116 Capitolo II

l’esercizio abusivo o non corretto dei diritti particolari attribuiti al so-


cio ex art. 2468, comma 3, c.c.76.
O ancora, richiamando l’indirizzo giurisprudenziale formatosi in
tema di società di persone secondo il quale quando la violazione dei
propri doveri da parte del socio amministratore è tale da incrinare in
modo irreparabile i rapporti fiduciari tra i soci, essi possono legitti-
mamente decidere non solo la sua revoca dall’incarico, ma anche la
sua esclusione dalla società77, è probabilmente possibile prevedere
quale specifica ipotesi di esclusione il compimento di atti di mala ge-
stio da parte del socio amministratore78 . Si tratterebbe, in questo caso
come nei precedenti, di clausola statutaria valida perché prevede
un’ipotesi specifica di esclusione per giusta causa.
Ferma infine restando l’invalidità di una clausola statutaria che le-
gittimasse un’esclusione in caso di esercizio da parte del socio di dirit-
ti riconosciutigli per legge79, ci si può chiedere se sia possibile utiliz-

76
Per l’affermazione secondo cui anche il comportamento del socio
nell’esercizio dei diritti particolari riconosciutigli ex art. 2468, comma 3, c.c. può as-
sumere rilevanza come ipotesi pattizia di esclusione per giusta causa cfr. C.
ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale di «exit» societario, cit., 269−270;
A.M. LEOZAPPA, Il «socio risparmiatore» nella società a responsabilità limitata: di-
ritti particolari e decisioni ex art. 2479 c.c., in Riv. dir. comm., 2006, I, 299; R.
GUGLIELMO−M. SILVA, I diritti particolari del socio. Ambito oggettivo di applica-
zione e fattispecie. Studio n. 242/2011/I, in Studi d’impresa, consultabile su
www.notariato.it, § 4.
77
Cfr. Cass., 9 marzo 1995, n. 2736, in Società, 1995, 787; Trib. Foggia, 14 ot-
tobre 2005, in www.leggiditalia.it; Trib. Torino, 10 maggio 2004, in Giur. It., 2004,
1684; Trib. Catania, 19 dicembre 2003, in Società, 2004, 882. Sul rapporto tra esclu-
sione e revoca dell’amministratore si veda altresì infra, cap. III, § 2, nota 48 e testo
corrispondente.
78
Così F. MAGLIULO, Il recesso e l’esclusione, cit., 298, nota 94; F.
ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 540; C. ESPOSITO, op. ult. cit., 270, secondo il
quale «l’exit passivo si presta ad essere utilizzato anche quale strumento di controllo
sui soci amministratori che si ritiene debbano essere esclusi addirittura dalla compa-
gine sociale e non dalla sola vicenda gestoria».
79
Cfr. già supra il § 2.2. di questo Capitolo. E si veda Cass., 19 dicembre 2008,
n. 29776 in Mass. Giur. It., 2008 per la quale «l'assunzione della qualità di socio e
l'obbligo di buona fede nell'adempimento delle obbligazioni, che discendono dal
contratto di società, non comportano la preventiva rinuncia del socio ad avvalersi dei
suoi diritti e facoltà, anche derivanti da rapporti estranei al contratto sociale, ogni
qual volta essi possano in ipotesi rivelarsi lesivi dell'interesse della società; pertanto,
I presupposti dell’esclusione 117

zare l’esclusione anche come strumento di reazione a comportamenti


ostruzionistici da parte della minoranza, che possano rappresentare un
concreto pregiudizio al funzionamento della società e al raggiungi-
mento dello scopo sociale: si pensi al sistematico e ingiustificato as-
senteismo da parte di un socio in occasione di deliberazioni fonda-
mentali (quali l’approvazione del bilancio o il rinnovo delle cariche
sociali) quando lo statuto preveda un quorum deliberativo o costituti-
vo tali da attribuirgli il potere di paralizzare l’assemblea.
Al quesito si può dare risposta affermativa purché nella clausola
vengano indicati specifici comportamenti ostruzionistici. Soddisfatto
così il requisito della specificità, clausole di questo genere si configu-
rerebbero come giuste cause di esclusione in quanto servono a sanzio-
nare comportamenti abusivi dei soci80.

Venendo infine alle ipotesi di esclusione che si sostanziano in un


mutamento delle condizioni personali del socio, tali da rendere la sua
permanenza in società non più compatibile con la prosecuzione del
rapporto con gli altri soci, appare abbastanza agevole mutuare quelle
indicate nell’art. 2286, comma 1, c.c. (richiamate dall’art. 2533, com-
ma 1, n. 4, c.c. per le cooperative) e prevedere validamente lo sciogli-
mento del singolo rapporto sociale nel caso di interdizione, inabilita-
zione, condanna a pene detentive superiori ad un certo ammontare o
relative a determinate tipologie di reati o comportanti la pena accesso-
ria dell’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici.

l'esercizio di tali facoltà e diritti, ove non sia allegato l'abuso del diritto, non può
fondare l'azione di esclusione del socio stesso dalla società». Sul punto cfr. ancora F.
ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 540 e M. CIAN, L’esclusione del socio, cit.,
503.
80
Sul punto cfr. retro, il § 1 di questo Capitolo e, in particolare, i riferimenti agli
ordinamenti francese e tedesco. In argomento si vedano altresì R. WEIGMANN, voce
Società per azioni, in Digesto IV – Sezione Commerciale, vol. XIV, Torino, 1996,
nn. 36, lett. e), e 44; G.B. PORTALE, «Minoranze di blocco» e abuso del voto
nell’esperienza europea: dalla tutela risarcitoria al «gouvernement des juges»?, in
Europa e dir. priv., 1999, 152 ss., in part. 178 ss. e M. PERRINO, La «rilevanza del
socio» nella s.r.l.: recesso, diritti particolari, esclusione, cit., 838.
118 Capitolo II

Accanto a queste è poi possibile statuire l’esclusione in caso di pi-


gnoramento della quota81, fallimento82 o sottoposizione ad altra pro-
cedura concorsuale83, così come legare l’estromissione dalla società
alla perdita di determinati requisiti professionali (come la cancellazio-
ne o la sospensione da un albo o la sottoposizione a provvedimento di-
sciplinare da parte dell’Ordine di appartenenza)84 o familiari (in conte-
sti di società a compagine strettamente connotata)85. Sembra inoltre
ipotizzabile prevedere l’esclusione degli eredi del socio defunto qualo-
ra essi siano portatori di interessi in contrasto con quelli dei soci su-
perstiti o siano privi dei requisiti soggettivi necessari per far parte del-
la compagine sociale: sotto questo profilo l’istituto dell’esclusione si
pone come «bilanciamento» del diritto di recesso riconosciuto
all’erede ex art. 2469, comma 2, c.c. in presenza di «condizioni e limi-
ti che nel caso concreto impediscono il trasferimento a causa di mor-
te»: quest’ultimo attivabile dall’erede al quale non si consente
l’ingresso in società, il primo dalla società che voglia mantenere chiu-
sa la propria composizione86.
La possibilità di prevedere ipotesi di esclusione convenzionali si ri-
vela quindi particolarmente utile per accentuare la caratterizzazione in
senso personalistico della società, posto che l’istituto può fungere da
«completamento», durante societate, di un’eventuale clausola di gra-
81
Cfr. G. PICCININI, Sub art. 2471 bis, in Codice commentato delle s.r.l., diretto
da P. Benazzo e S. Patriarca, cit., 201.
82
Per tutti, si veda P. PISCITELLO, Recesso ed esclusione nella s.r.l., cit., 737.
L’inclusione del fallimento tra le ipotesi convenzionali di esclusione ha l’effetto di
attribuire alla massa fallimentare il solo diritto alla somma in denaro risultante dalla
liquidazione della quota, precludendo l’attivazione da parte del curatore della liqui-
dazione concorsuale della quota di partecipazione già spettante al socio ex art. 2471,
comma 4, c.c.: sul punto M. PERRINO, Sub art. 2473 bis, cit., 1911−1912.
83
Sul punto si vedano F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 540 e M. TANZI,
Commento sub art. 2473/II, in Società di capitali, a cura di G. Niccolini e A. Stagno
d’Alcontres, cit., 1550.
84
Si vedano, ex multis, M. MALTONI, Il recesso e l’esclusione nella nuova socie-
tà a responsabilità limitata, cit., 315; D. GALLETTI, Sub art. 2473 bis, cit., 1918; M.
CIAN, L’esclusione del socio, cit., 503.
85
Così M. PERRINO, Sub art. 2473 bis, cit., 1912.
86
In questi termini F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsabi-
lità limitata, cit., 530-531; in generale, sul punto, si veda altresì P. REVIGLIONO, Il
recesso nella società a responsabilità limitata, Milano, 2008, 251 ss.
I presupposti dell’esclusione 119

dimento: quest’ultima consente infatti di verificare il possesso di de-


terminati requisiti personali o professionali solo al momento
dell’ingresso in società, là dove la clausola di esclusione permette in-
vece una verifica nel tempo in ordine al mantenimento degli stessi e
consente di intervenire nel caso di una loro perdita o modifica87.
Un meccanismo analogo può inoltre essere validamente utilizzato
per consentire l’estromissione del socio persona giuridica allorché si
verifichino mutamenti della sua compagine sociale (come l’ingresso di
nuovi soci non graditi o la cessione della partecipazione di controllo),
o del suo oggetto sociale (anche in conseguenza della partecipazione
ad operazioni di fusione o scissione) o del suo stato giuridico (quali ad
esempio la sua messa in liquidazione)88.

87
E si vedano le considerazioni di G. ZANARONE, Della società a responsabilità
limitata, cit., 865, nota 36, per il quale «è significativo che in materia di società coo-
perative, dove l’atto costitutivo deve indicare, ai sensi degli artt. 2521, comma 3, n.
6, e 2527, i requisiti per l’ammissione dei soci, con la conseguente liceità del rifiuto
di ammissione ex artt. 2528 e 2530 del nuovo socio che ne sia privo, l’art. 2533,
comma 1, n. 3, preveda come causa di esclusione addirittura legale la perdita di quei
requisiti».
88
Cfr. L. BARCHI, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata,
in Notariato, 2006, 161 e M. CITROLO, La disciplina statutaria dell’esclusione del
socio nella società a responsabilità limitata. Studio n. 212/2008/I, cit., § 5., il quale
sottolinea la particolare utilità di clausole statutarie di esclusione nelle s.r.l. con sco-
po consortile (sul punto si veda altresì M. LUBRANO, L’esclusione facoltativa del so-
cio nella s.r.l., cit., 884 ss.).
Clausole di tale tenore richiamano, nella sostanza, il meccanismo introdotto nel
1994 dal legislatore francese nella disciplina della société par action simplifiée (sulla
quale cfr. già supra, il § 1 di questo Capitolo, nota 16 e testo corrispondente), là do-
ve ha previsto che gli statuti possano stabilire che, nell’ipotesi in cui una delle socie-
tà azioniste della società semplificata subisca una modificazione dei soggetti che la
controllano, essa possa veder sospesi i suoi diritti di voto ed essere esclusa dalla so-
cietà semplificata (art. L227-17, al. 1, code comm.) e che alla medesima disciplina
possa essere assoggettata la società che divenga socia di una società semplificata a
seguito di un’operazione di fusione e scissione (art. L227-17, al. 2, code comm.): sul
punto cfr. G. RIPERT-R. ROBLOT, Traité de droit commercial, a cura di M. Germain,
cit., 704; Y. GUYON, Présentation générale de la société par action simplifiée, cit.,
207 e R. TORINO, Un nuovo tipo di società di capitali in Francia: la società per
azioni semplificata, in Dir. comm. int., 1994, 795.
Capitolo III

Il procedimento di esclusione del socio nella società


a responsabilità limitata

1. L’organo competente a deliberare l’esclusione. Le «clausole di


esclusione automatica».

L’art. 2473 bis c.c. nulla dispone in merito al procedimento di


estromissione del socio dalla compagine sociale, sollevando così il
duplice problema, da un lato, di individuare i limiti entro i quali può
muoversi l’autonomia statutaria e, dall’altro, di trovare, nel silenzio
dell’atto costitutivo, le disposizioni destinate a disciplinare:
a) l’organo competente a deliberare l’esclusione;
b) le modalità di assunzione della decisione (ovvero se esista un
obbligo di rispettare il metodo collegiale) e del suo contenuto (ovvero
se sia necessaria una specifica motivazione che consenta di individua-
re quale tra le ipotesi di esclusione per giusta causa previste dall’atto
costitutivo si sia verificata);
c) le forme di comunicazione al socio (ovvero se siano necessarie
una preventiva contestazione degli addebiti o una consultazione del
socio escludendo, oppure se sia sufficiente –e con quali forme– una
comunicazione ex post dell’avvenuta esclusione, o ancora se tale co-
municazione sia necessaria solo quando l’escluso non abbia preso par-
te alla riunione in cui la sua sorte è stata decisa);

121
122 Capitolo III

d) gli strumenti di tutela a questi accordati (ovvero se la contesta-


zione dell’esclusione debba obbligatoriamente passare attraverso
un’impugnazione della delibera –assembleare o consiliare– con cui è
stata decisa, oppure se sia ipotizzabile un meccanismo di opposizione
analogo a quello previsto per l’esclusione del socio di società di per-
sone dall’art. 2287, comma 2, c.c., richiamato, come si è visto, per
l’esclusione del socio di società cooperativa dall’art. 2533, comma 3,
c.c. o per il membro dell’associazione dall’art. 24, comma 3, c.c.);
e) il momento a partire dal quale l’esclusione produce i suoi effetti
e l’escluso perde il proprio status di socio per assumere quello di cre-
ditore della somma di denaro corrispondente al valore della sua parte-
cipazione.

Esaminiamo anzitutto il problema della competenza, la soluzione


del quale è destinata, tra l’altro, ad incidere sull’individuazione della
disciplina degli eventuali rimedi a disposizione dell’escluso.
In linea di principio, l’assenza di qualunque riferimento normativo
rende astrattamente percorribili una pluralità di strade, che spaziano
dall’esclusione decisa dai soci mediante consultazione scritta o con-
senso espresso per iscritto (ex art. 2479, comma 3, c.c.), a quella deli-
berata dall’assemblea (ex art. 2479 bis c.c.), a quella affidata alla deci-
sione dell’organo amministrativo (ex art. 2475 c.c.).
Se tuttavia vi è concordia in dottrina nel ritenere che i soci in sede
di redazione dell’atto costitutivo abbiano ampi margini di manovra1, la
questione si complica notevolmente allorché si cerchi di individuare
quale sia, tra i molti prospettati, il regime da applicare in assenza di
un’espressa previsione statutaria: accanto ad autori che tendono a va-
lorizzare il ruolo centrale del socio e ipotizzano conseguentemente, in
analogia a quanto previsto dall’art. 2287 c.c. in materia di società di
persone, una competenza dei soci2 (rectius, dell’assemblea)3, ve ne

1
Parlano, ad esempio, di competenza attribuibile indifferentemente ai soci o
all’organo amministrativo M. MALTONI, Il recesso e l’esclusione nella nuova socie-
tà a responsabilità limitata, cit., 316; F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, in Società
a responsabilità limitata, cit., 541; D. FICO, L’esclusione del socio di società a re-
sponsabilità limitata, cit., 957; M. CIAN, L’esclusione del socio, cit., 507.
2
Cfr. F. NIEDDU ARRICA, L’esclusione, cit., 202; F. MAGLIULO, Il recesso e
l’esclusione, cit., 245; F. TANZI, Commento sub art. 2473/II, cit., 1552; N.
Il procedimento di esclusione 123

sono altri che preferiscono privilegiare il ruolo dell’organo ammini-


strativo, ora prospettando un’applicazione analogica della norma det-
tata per l’esclusione del socio di società cooperativa (art. 2533, com-
ma 2, c.c.)4, ora proponendo di colmare la lacuna normativa restando
all’interno della disciplina propria della s.r.l. e richiamando pertanto
l’art. 2466, comma 3, c.c. che affida l’esclusione del socio moroso agli
amministratori5.
L’elencazione, ancorché sommaria, degli innumerevoli scenari en-
tro i quali può muoversi l’autonomia statutaria, unita alla oggettiva

SALANITRO, Profili sistematici della società a responsabilità limitata, cit., 64-65; L.


BARCHI, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata, in Notariato,
2006, 149 (ove possono leggersi alcuni interessanti spunti in merito al possibile con-
tenuto delle clausole statutarie destinate a disciplinare il procedimento di esclusio-
ne).
3
Posto che, nel silenzio dell’atto costitutivo, le decisioni dei soci vanno necessa-
riamente assunte con il metodo assembleare (cfr. art. 2479, comma 4, c.c.): in argo-
mento G.C.M. RIVOLTA, Profilo della nuova disciplina della società a responsabili-
tà limitata, cit., 692 ss.; G. GUIZZI, Le decisioni dei soci :profili tipologici, in Riv.
dir. comm., 2004, I, 1009; R. RORDORF, Decisioni dei soci di s.r.l.: competenza e
modi del decidere, in Società, 2006, 1203; N. ABRIANI–M. MALTONI, Elasticità or-
ganizzativa della società a responsabilità limitata e diritto dei soci di avocare deci-
sioni gestorie: sulla derogabilità dell’art. 2479, comma 1, c.c., in Riv. notariato,
2006, 1151 ss. e M. CIAN, Le decisioni assembleari, in M. CIAN−G. GIANNELLI−F.
GUERRERA−M. NOTARI−G. PALMIERI, Le decisioni dei soci. Le modificazioni
dell’atto costitutivo, in Trattato delle società a responsabilità limitata, diretto da C.
Ibba e G. Marasà, vol. IV, Padova, 2009, 47 ss.
Sotto questo profilo, il nostro ordinamento si distacca notevolmente dal modello
tedesco (che pure ha costituito uno dei principali sistemi giuridici di riferimento per
l’introduzione delle decisioni non assembleari) nel quale il ricorso ai metodi non as-
sembleari è ammesso per default, salvo pattuizione contraria (§ 48 GmbHG) e si av-
vicina invece a quello francese che indica quello assembleare come modello legale,
derogabile dall’atto costitutivo entro determinati limiti (art. L 223−27 code comm.):
sul punto, da ultimo, M. CIAN, op. ult. cit., 53, nota 20 e P. RAINELLI, Consenso e
collegialità nella s.r.l.: le decisioni non assembleari, cit., 31 ss. e 180 ss.
4
Cfr. C. MONTAGNANI–R. ROSAPEPE, Sub art. 2462, in La riforma delle società,
a cura di M. Sandulli e V. Santoro, Torino, 2003, 5 e D. GALLETTI, Sub art. 2473
bis, cit., 1918, nota 2.
5
Così in particolare O. CAGNASSO, Sub artt. 2473-3473 bis, in Il nuovo diritto
societario, cit., 1848, ID., La società a responsabilità limitata, cit., 172-173, ID., Re-
cesso ed esclusione del socio: interessi in gioco e «costi» degli strumenti di tutela,
in Analisi Giuridica dell’Economia, 2003, 357.
124 Capitolo III

difficoltà di individuare, nel silenzio delle parti, il «regime legale»,


induce a compiere due diversi ordini di riflessioni: da un lato auspica-
re una regolamentazione il più possibile analitica e puntuale del pro-
cedimento di esclusione in sede di redazione dell’atto costitutivo, al
fine di evitare, in una materia tradizionalmente molto litigiosa, di do-
ver addossare all’autorità giudiziaria il compito (e alla collettività i co-
sti) di supplire alla mancanza di scelte precise da parte dei contraenti6;
dall’altro valutare se dall’insieme delle norme dedicate alla disciplina
della società a responsabilità limitata non sia possibile ricavare, a di-
spetto dell’apparente silenzio del legislatore, qualche spunto di carat-
tere sistematico per ancorare al dato normativo l’opzione tra compe-
tenza dei soci e competenza degli amministratori in modo un po’ più
saldo di quanto non discenda dalla preferenza (tutto sommato arbitra-
ria) per l’uno o l’altro procedimento di esclusione.
Ci sembra, infatti, che molti autori che si sono occupati
dell’esclusione del socio, e, più in particolare, del problema
dell’individuazione dell’organo competente a deciderla, abbiano af-
frontato l’argomento come se la scelta tra l’uno o l’altro fosse rimessa
totalmente all’autonomia dei soci, dando in un certo senso per sconta-
ta sia l’assenza di precise indicazioni normative, sia l’indifferenza del
legislatore rispetto alle scelte compiute dai soci. In realtà esiste, a no-
stro avviso, un importante indizio, «interno» alla disciplina della so-
cietà a responsabilità limitata7, dal quale è possibile dedurre non solo

6
L’esame delle pronunce edite fornisce un quadro estremamente variegato delle
scelte compiute in sede di redazione degli atti costitutivi; indipendentemente dal fat-
to che il punto specifico sia stato oggetto di contestazione, è possibile ricostruire una
competenza consiliare nei casi decisi da Trib. Napoli, 8 aprile 2013, in Società,
2013, 743 e da Trib. Milano, 31 gennaio 2006, in Società, 2006, 1403 e una compe-
tenza assembleare in quelli decisi da Trib. Torino, 13 settembre 2011, in Giur. It.,
2012, 850; Trib. Napoli, 24 dicembre 2009, in Foro It., 2010, I, 1562; Trib. Modena
12 dicembre 2007, in www.leggiditalia.it; Trib. Milano, 24 maggio 2007, in Giur.
It., 2008, 1433.
7
Rendendo in tal modo superflua sia un’applicazione analogica delle disposizio-
ni dettate in tema di società di persone, sia di quelle previste per le società coopera-
tive e utilizzando quindi il metodo di integrazione delle lacune nella disciplina della
s.r.l. che consiglia di rivolgere prima di tutto l’attenzione alle disposizioni dettate per
tale tipo sociale: cfr. retro, gli Autori citati nella nota 16 della Premessa.
Il procedimento di esclusione 125

che la competenza in merito all’esclusione è riservata all’assemblea,


ma anche che tale competenza è inderogabile.
Il punto di partenza è costituito dalla norma dedicata alle decisioni
dei soci che riserva in ogni caso a questi ultimi la competenza in meri-
to al compimento di operazioni che comportino «una rilevante modifi-
cazione dei diritti dei soci» (art. 2479, comma 2, n. 5, c.c.), preveden-
do, inoltre, che tale decisione debba comunque essere adottata median-
te deliberazione assembleare ai sensi dell’art. 2479 bis c.c. (art. 2479,
comma 4, c.c.): tra le operazioni che comportano una rilevante modi-
ficazione dei diritti dei soci può essere ricompresa l’esclusione facol-
tativa del socio ex art. 2473 bis c.c. 8?
La risposta affermativa è contrastata da quella parte di dottrina che
propone dell’art. 2479, comma 2, n. 5, c.c. un’interpretazione restritti-
va, leggendolo alla luce della norma sul recesso9 e dunque limitando-
ne la sfera di applicazione alle ipotesi di rilevante modificazione dei

8
Fanno espressamente rientrare l’esclusione del socio tra le competenze dei soci
ex art. 2479, comma 2, n. 5, c.c. C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale
di «exit» societario, cit., 274 ss.; C.A. BUSI, Le decisioni non assembleari dei soci
nella s.r.l., in Studi e materiali a cura del Consiglio Nazionale del Notariato, 2005,
consultabile su www.notariato.it; P. PISCITELLO, Recesso ed esclusione nella s.r.l.,
cit., 739 ss.; P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella società a responsabilità
limitata, cit., 175 ss.; G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit.,
869; P. GHIONNI CRIVELLI VISCONTI, Selezione ed operatività delle cause di esclu-
sione del socio di s.r.l., cit., 1790 ss. Avevamo preso posizione in tal senso in
L’esclusione del socio nella s.r.l., in Le nuove s.r.l., a cura di M. Sarale, cit., 274 ss.
Parlano di impossibilità di demandare l’esclusione agli amministratori (neppure
statutariamente), pur senza ancorare espressamente tale delibera a nessuna delle ma-
terie elencate nell’art. 2479, comma 2, c.c. N. SALANITRO, Profili sistematici della
società a responsabilità limitata, cit., 64 e G. BARALIS−P. FERRERO, L’invalidità
delle decisioni (collegiali e non), con particolare riguardo alla società a responsa-
bilità limitata, in Studi sulla riforma del diritto societario, a cura del Consiglio Na-
zionale del Notariato, Milano, 2005, 325.
9
L’art. 2473 c.c. riconosce infatti il diritto di recesso ai soci che non hanno con-
sentito «al compimento di operazioni che comportano (…) una rilevante modifica-
zione dei diritti attribuiti ai soci a norma dell’art. 2468, comma 4, c.c.». Sul punto
cfr. P. REVIGLIONO, Il recesso nella società a responsabilità limitata, Milano, 2008,
140 ss.; M. CAVANNA, Partecipazione e «diritti particolari dei soci», in Le nuove
s.r.l., cit., 101 ss.; L. DELLI PRISCOLI, L’uscita volontaria del socio dalle società di
capitali, Milano, 2005, 172 ss. e, da ultimo, A. DACCÒ, «Diritti particolari» e reces-
so dalla s.r.l., Milano, 2013, 91 ss.
126 Capitolo III

diritti particolari attribuiti a singoli soci ex art. 2468, comma 3, c.c.10.


Tuttavia (al di là del fatto che nell’art. 2479 c.c. non vi è traccia di
questa limitazione)11 ci sembra preferibile e maggiormente convincen-
te la posizione di chi sottolinea come le due ipotesi non siano coinci-
denti né dal punto di vista lessicale, né dal punto di vista delle modali-
tà di assunzione delle relative decisioni12. Altro sono infatti le «opera-
zioni che comportano una rilevante modificazione dei diritti dei soci»,
altro quelle che determinano «una rilevante modificazione dei diritti
attribuiti ai soci a norma dell’art. 2468, quarto comma»; tanto è vero
che nel primo caso il legislatore si è limitato a prevedere la necessaria
adozione della relativa decisione con metodo assembleare, mentre la
possibilità di incidere sui particolari diritti statutariamente attribuiti a
singoli soci in tema di amministrazione e ripartizione degli utili «non
solo rientra tra le competenze esclusive dei soci, ma deve essere adot-

10
Cfr. L. RESTAINO, Sub art. 2479, in La riforma delle società, cit., 164, O.
CAGNASSO, La società a responsabilità limitata, cit., 298-299; R. VIGO, Decisioni
dei soci: competenze, in Il nuovo diritto delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B.
Portale, vol. 3, cit., 459 ss.; M. CIAN, Le competenze decisorie dei soci, in M.
CIAN−G. GIANNELLI−F. GUERRERA−M. NOTARI−G. PALMIERI, Le decisioni dei soci.
Le modificazioni dell’atto costitutivo, cit., 13 ss.; G. PIETROBONI, Le competenze ge-
storie dei soci nella società a responsabilità limitata, Padova, 2011, 117 ss. Nello
stesso senso (ed utilizzando espressamente l’argomento per negare che l’esclusione
possa essere ricompresa tra le competenze individuate dall’art. 2479, comma 2, n. 5
c.c.) M. LUBRANO, L’esclusione facoltativa del socio nella s.r.l., cit., 866.
11
Si vedano, sul punto, le osservazioni di G.A. RESCIO, L’assemblea nel proget-
to di riforma delle società di capitali, in Il nuovo ordinamento delle società − Lezio-
ni sulla riforma e modelli statutari, a cura del Consiglio Notarile di Milano, della
Scuola del Notariato della Lombardia e di Federnotizie, Milano, 2003, 110 ss. e di
C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale di «exit» societario, cit., 276
12
Cfr. in particolare P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella società a re-
sponsabilità limitata, cit., 177 ss.; M. DE PAOLI, Sub art. 2479, in Società a respon-
sabilità limitata, a cura di L.A. Bianchi, cit., 928−929; G. ZANARONE, Della società
a responsabilità limitata, cit., 1267; P. RAINELLI, Consenso e collegialità nella s.r.l.,
cit., 50 ss.
Sottolineano la non coincidenza delle due formulazioni anche C. FRIGENI, Le fat-
tispecie legali di recesso, in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B. Portale, a
cura di A.A. Dolmetta e G. Presti, cit., 463-464 e L. PISANI, Le modificazioni
dell’atto costitutivo e il problema delle modifiche «indirette», ivi, 881-882.
Il procedimento di esclusione 127

tata da tutti i soci, salvo il diritto di recesso laddove si sia inteso dero-
gare alla regola dell’unanimità dei consensi»13.
Se quindi si riconosce all’art. 2479, comma 2, n. 5, c.c. un ambito
di applicazione più ampio (o comunque non coincidente) rispetto a
quello individuato dalla disposizione in tema di recesso, e se tale pre-
visione viene letta come indice di una precisa volontà di non voler sot-
trarre ai soci il diritto di deliberare su quegli atti che possono modifi-
care sensibilmente i loro diritti di partecipazione ed i loro interessi pa-
trimoniali14, non può non riconoscersi (in linea, tra l’altro, con le prin-
cipali legislazioni straniere nelle quali l’esclusione è espressamente
disciplinata)15 una competenza dell’assemblea allorché si tratti di as-
sumere una decisione che incide sul diritto del socio per eccellenza,
ossia il diritto stesso di restare in società e continuare a farne parte16.

13
Così testualmente P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella società a re-
sponsabilità limitata, cit., 177 ss.
14
Cfr. le considerazioni di G. GUERRIERI, Sub artt. 2479-2479 ter, in Il nuovo di-
ritto delle società, cit., 2023 e di P. RAINELLI, Sub art. 2479, in Codice commentato
delle S.r.l., a cura di P. Benazzo e S. Patriarca, Torino, 2006, 404 ss. e in ID., Con-
senso e collegialità nella s.r.l.: le decisioni non assembleari, cit., 50 ss.
15
Cfr., per più ampi riferimenti, supra, cap. II, § 1. Basti in questa sede ricordare
l’ordinamento spagnolo, nel quale si parla di deliberazione della Junta General (art.
352 LSC) da adottarsi con la maggioranza rafforzata (mayoría legal reforzada) «de,
al menos, dos tercios de los votos correspondientes a las participaciones en que se
divida el capital social» (art. 199 LSC), quello portoghese, che affida le decisioni di
esclusione diverse da quella giudiziale alla competenza dei soci, richiedendo che es-
si si esprimano con un’apposita deliberação (art. 246, n. 1, lett. c, CSC) o quello
svizzero che attribuisce inderogabilmente all’assemblea dei soci la competenza a de-
liberare «la decisione di chiedere al giudice l’esclusione di un socio per gravi moti-
vi» e «l’esclusione di un socio per i motivi previsti nello statuto» (art. 804, comma
2, nn. 14 e 15, CO) e richiede che le relative decisioni siano approvate «da almeno
due terzi dei voti rappresentati e dalla maggioranza assoluta del capitale sociale per
il quale può essere esercitato il diritto di voto» (art. 808b, comma 1, nn. 8 e 9, CO).
16
Così G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 869.
Alcuni autori (cfr. in particolare P. PISCITELLO, Recesso ed esclusione nella s.r.l.,
cit., 739, nota 51 e C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale di «exit» so-
cietario, cit., 276, nota 39) non hanno mancato di sottolineare il parallelo tra la tesi
qui sostenuta e quella prospettata da un’attenta dottrina in tema di esclusione del so-
cio da una società di persone, là dove, per sostenere l’esistenza di un potenziale pro-
filo di illegittimità costituzionale della norma che in quel tipo di società consente di
estromettere il socio dalla compagine sociale con decisione assunta a maggioranza (a
128 Capitolo III

Dalla ricostruzione per cui l’esclusione rientra tra le decisioni che


comportano una rilevante modifica dei diritti dei soci, discendono co-
sì, ad un tempo, sia l’impossibilità di affidarla statutariamente
all’organo amministrativo, sia l’impossibilità di ricorrere alla sua ado-
zione con metodo non assembleare: l’art. 2479, comma 2, n. 5, c.c. è
chiaro e perentorio sul punto e non lascia spazio per una «terza solu-
zione» che neghi la competenza consiliare, ma consenta il ricorso alla
consultazione scritta o al consenso espresso per iscritto17.

Ipotizziamo, tuttavia, di accogliere la tesi che propone di leggere


restrittivamente la norma da ultimo citata e di circoscriverne
l’applicazione alla modifica dei «particolari diritti riguardanti
l’amministrazione della società o la distribuzione degli utili» di cui
parla l’art. 2468, comma 3, c.c.. Ipotizziamo cioè che la supposta
«neutralità» del legislatore rispetto alle modalità di assunzione della
decisione sull’esclusione del socio sia effettivamente esistente e che
davvero sia completamente rimessa alle scelte dei contraenti
l’individuazione dell’organo competente a pronunciarsi su di essa: oc-
corre a questo proposito sottolineare come l’attribuzione della compe-
tenza all’organo amministrativo si riveli, tra le due strade astrattamen-
te percorribili, la più insidiosa e sia destinata a sollevare molti più
problemi rispetto a quanto non avvenga nel caso di attribuzione della
competenza all’assemblea, in particolare qualora i soci abbiano omes-
so qualunque indicazione in ordine al procedimento da adottare per
l’esclusione e ci si trovi a dover ricostruire le modalità di assunzione
della decisione dalle scarne indicazioni contenute nell’art. 2475 c.c.

fronte di una revoca dell’amministratore necessariamente decisa all’unanimità), si


sottolinea la irragionevolezza di una sistema che consente di adottare in modo più
facile la decisione di estromettere il socio dalla società rispetto alla modificazione di
un particolare diritto del socio: cfr. R. WEIGMANN, Il procedimento di esclusione del
socio nelle società di persone: profili di incostituzionalità, in Giur. comm., 1996, II,
539 ss.
17
Così, invece, M. CITROLO, La disciplina statutaria dell’esclusione del socio
nella società a responsabilità limitata. Studio n. 212/2008/I, in Studi d’impresa,
consultabile su www.notariato.it e M. LUBRANO, L’esclusione facoltativa del socio
nella s.r.l., cit., 876, nota 59.
Il procedimento di esclusione 129

Anzitutto, qualora si ritenga che questo tipo di decisione non possa


prescindere, quantomeno per ragioni di opportunità, dall’adozione con
metodo collegiale (che, tra l’altro, in base a quanto dispone l’art.
2475, comma 4, c.c. non è necessariamente il metodo di funzionamen-
to del consiglio di amministrazione)18 occorre sottolineare come
l’attribuzione della competenza sull’esclusione all’organo gestorio ri-
sulti difficilmente compatibile non solo con la figura
dell’amministratore unico19, ma anche con quella della pluralità di
amministratori autorizzati statutariamente ad agire disgiuntamente ex
art. 2257 c.c.20.
In secondo luogo, qualora il socio da escludere sia anche ammini-
stratore (situazione non così infrequente, ove si consideri che ex art.
2475, comma 1, c.c., l’amministrazione è affidata, salvo diversa di-

18
Sulle decisioni degli amministratori adottate con la tecnica della consultazione
scritta o del consenso espresso per iscritto cfr. O. CAGNASSO, La società a responsa-
bilità limitata, cit., 188 ss.; G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata,
cit., 972 ss.; G.D. MOSCO, Funzione amministrativa e sistemi di amministrazione, in
G.D. MOSCO-D. REGOLI-M. RESCIGNO-G. SCOGNAMIGLIO, L’amministrazione. La
responsabilità gestoria, in Trattato delle società a responsabilità limitata, diretto da
C. Ibba e G. Marasà, vol. V, Padova, 2012, 39, nota 156.
19
Tanto è vero che anche in tema di società cooperative, nelle quali la decisione
sull’esclusione è rimessa all’organo gestorio, la lettera dell’art. 2533, comma 2, c.c.
dispone che essa «deve essere deliberata dagli amministratori» [corsivo aggiunto],
dando in un certo senso per scontata la pluripersonalità dell’organo e suggerendo,
implicitamente, un’attribuzione statutaria della competenza all’assemblea in presen-
za di un amministratore unico.
20
E infatti proprio uno degli autori maggiormente propensi ad attribuire, nel si-
lenzio delle parti, la competenza sull’esclusione all’organo gestorio afferma: «sem-
bra opportuno che in questi casi [id est quando gli amministratori possano agire di-
sgiuntamente] lo statuto preveda espressamente la competenza dei soci, rischiandosi
altrimenti di fornire agli amministratori un potere formidabile di influire sulla com-
pagine sociale» (così D. GALLETTI, Sub art. 2473 bis, cit., 1918, nota 2; in senso
analogo F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata,
cit., 833).
In generale, sull’amministrazione plurima disgiuntiva cfr. le considerazioni di
G.C.M. RIVOLTA, I regimi di amministrazione nella società a responsabilità limita-
ta, in Il nuovo diritto delle società, diretto da P. Abbadessa e G.B. Portale, vol. 3,
cit., 527 ss., di E. RICCIARDIELLO, Il socio amministratore di s.r.l., Milano, 2008,
190 ss. e di G. CARCANO, Sub art. 2475, in Società a responsabilità limitata, a cura
di L.A. Bianchi, cit., 578 ss.
130 Capitolo III

sposizione dell’atto costitutivo, a uno o più soci), pare innegabile rav-


visare in capo a costui una palese ipotesi di conflitto di interessi: la si-
tuazione è, tuttavia, destinata inevitabilmente a complicarsi qualora
egli partecipi alla decisione, posto che un’interpretazione rigorosa
dell’art. 2475 ter, comma 2, c.c. (che sancisce l’impugnabilità delle
deliberazioni consiliari adottate con il voto determinante di un ammi-
nistratore in conflitto di interessi con la società solo nel caso in cui es-
se possano recare −o, più correttamente, arrechino21− a quest’ultima
un danno patrimoniale)22 rende alquanto difficoltoso immaginare che
la mancata adozione di una delibera consiliare di esclusione sia sem-
pre idonea ad integrare gli estremi di un danno patrimoniale alla socie-
tà.
Infine, l’attribuzione della competenza all’organo gestorio presup-
pone (nell’ottica di una salvaguardia del diritto di difesa dell’escluso)
che si risolva in senso positivo la questione relativa alla possibilità di
impugnare la delibera di esclusione e, quindi, che si ammetta
l’applicazione analogica alle s.r.l. della disciplina sull’invalidità delle
deliberazioni del consiglio di amministrazione dettata dall’art. 2388,
comma 4, c.c. per le società per azioni, sulla quale tuttavia dottrina e

21
Si vedano sul punto le osservazioni di M. PERRINO, Il conflitto di interessi de-
gli amministratori nella s.r.l., in Il nuovo diritto delle società, cit., 573: « in un con-
testo tipologico incardinato − come la nuova s.r.l. − sulla rilevanza centrale del socio
(…) diviene possibile comprendere perché il legislatore abbia inteso obiettivamente
circoscrivere i casi di impugnabilità delle decisioni consiliari di s.r.l. ai soli casi in
cui il conflitto di interessi abbia non solo determinato l’orientamento della decisione,
ma questa abbia anche (quantomeno) iniziato a produrre un danno effettivo alla so-
cietà: ciò onde evitare che, ove si fosse dato rilievo, come nelle s.p.a., alla mera po-
tenzialità del pregiudizio, e prima ancora già alla convergenza, oltre che al vero e
proprio conflitto di interessi, ne potesse risultare ad ogni piè sospinto bloccata o co-
munque gravemente intralciata l’attività di gestione in un quadro nel quale, tipica-
mente, conflitti e incroci di interessi fra amministratori e società sono ricorrenti e
normali, senza che si necessariamente si traducano in un danno reale per l’interesse
sociale». In tal senso si è espresso in giurisprudenza Trib. Genova, 2 maggio 2013,
in Società, 2013, 744.
22
Cfr. M. VENTORUZZO, Sub art. 2475 ter, in Società a responsabilità limitata, a
cura di L.A. Bianchi, cit., 636 ss. e P. FIORIO, Conflitto di interessi, in Le nuove
s.r.l., a cura di M. Sarale, cit., 607.
Il procedimento di esclusione 131

giurisprudenza sono ancora ben lontane dal trovare un’unanimità di


vedute23.
Quand’anche, quindi, si ritenga di non voler accogliere la ricostru-
zione sopra prospettata, ci sembra che sussistano comunque più ragio-
ni che sconsigliano di affidare la competenza sull’esclusione
all’organo amministrativo. Né, in conclusione, riteniamo che possa es-
sere sopravvalutata l’analogia con il procedimento di esclusione del
socio moroso, posto che lo scioglimento del vincolo particolare dettato
dall’art. 2473 bis c.c. si riferisce ad un’ipotesi di esclusione facoltati-
va, là dove l’esclusione del socio di cui parla l’art. 2466 c.c. è, per
concorde opinione della dottrina, obbligatoria24 e, quindi, destinata ad
23
Cfr., infatti, per la tesi che limita le ipotesi di invalidità delle deliberazioni
consiliari al solo caso dell’amministratore in conflitto di interessi M. VENTORUZZO,
op. ult. cit., 656; M. PERRINO, Il conflitto di interessi degli amministratori nella
s.r.l., cit., 577 ss. e, in sede di primo commento della disposizione, N. ABRIANI,
Conflitto di interessi e rappresentanza nella nuova società a responsabilità limitata,
in Società, 2003, 418 (l’Autore ha tuttavia successivamente «mitigato» la propria
originaria posizione, ritenendo ammissibile l’applicazione analogica dell’art. 2388
c.c., quantomeno per le s.r.l. a connotazione più spiccatamente capitalistica: Deci-
sioni dei soci. Amministrazione e controlli, in AA.VV., Diritto delle società. Manua-
le breve, cit., 327); in giurisprudenza si vedano Trib. Genova, 2 maggio 2013, in So-
cietà, 2013, 744; Trib. Lodi, 13 marzo 2009, in Corr. giur., 2010, 781, con nota di
M. MACCARRONE; Trib. Verona, 1 settembre 2004, in Giur. merito, 2006, 124.
Per quella favorevole ad estendere alla s.r.l. la norma dettata in tema di invalidità
delle delibere consiliari di s.p.a. cfr., invece, S. AMBROSINI, Sub art. 2475, in Socie-
tà di capitali, cit., 1573, M. IRRERA Sub art. 2475 ter, in Il nuovo diritto societario,
cit., 1873; O. CAGNASSO, La società a responsabilità limitata, cit., 246−247; in giu-
risprudenza Trib. Roma, 12 settembre 2012, in Vita not., 2013, 239; Trib. Milano, 1
marzo 2012, in Giur. It., 2013, 1120; Trib. Terni, 15 novembre 2004, in Giur.
Comm., 2006, II, 168.
Da segnalare, infine, l’interpretazione prospettata dal Lodo arb., 12 maggio
2007, in Banca borsa, 2011, II, 356, con nota di A. ABU AWWAL, Delega
all’esclusione o limitazione del diritto di sottoscrizione di aumento del capitale ed
impugnazione di delibere consiliari di s.r.l., che ha proposto di integrare il vuoto
normativo in tema di invalidità delle delibere consiliari applicando analogicamente
non la disposizione sull’invalidità delle delibere consiliari di s.p.a., ma quella
sull’invalidità delle delibere assembleari di s.r.l.
24
Il fatto che l’art. 2466, comma 3, c.c. stabilisca che «gli amministratori esclu-
dono il socio» (là dove la norma previgente sanciva che «gli amministratori possono
escludere il socio») è sottolineato in pressoché tutti i commenti della disposizione:
cfr., ad esempio, F. TASSINARI, I conferimenti e la tutela dell’integrità del capitale
132 Capitolo III

operare su di un piano differente rispetto alla fattispecie oggetto del


nostro esame.

Prima di passare ad esaminare più da vicino le modalità di assun-


zione della decisione di esclusione e il suo contenuto, resta da affron-
tare un’ultima questione. Abbiamo infatti finora dato per scontato che
l’estromissione del singolo dalla compagine sociale si produca sempre
e comunque in conseguenza di un’esplicita manifestazione di volontà
in tal senso da parte della società; occorre tuttavia domandarsi se sia
possibile prevedere clausole di «esclusione automatica», in grado cioè
di operare per il solo fatto di essere state previste dai soci in sede di
redazione dell’atto costitutivo, indipendentemente da una successiva
decisione della società di volersene avvalere.
Nell’affrontare il problema è necessario essere assolutamente chiari
sul significato che si intende attribuire all’aggettivo «automatica», al
fine di non creare confusione con le ipotesi di esclusione «di diritto»,
previste nelle società di persone e, seppure con rilevanza marginale, in
alcuni in altri rapporti associativi25.
Le fattispecie di esclusione disciplinate dall’art. 2288 c.c. sono in-
fatti dettate a tutela di un interesse non disponibile da parte dei soci e
sono la diretta conseguenza di una scelta «a priori» compiuta dal legi-
slatore, il quale ha ritenuto di sottrarre a questi ultimi, al verificarsi di
determinati eventi, la possibilità di decidere se escludere o meno il so-
cio ed ha disposto lo scioglimento del vincolo sociale a prescindere da
una manifestazione di volontà in tal senso dei soci ed anzi nonostante
una manifestazione di volontà contraria; la fattispecie oggetto della
nostra indagine è invece pur sempre riconducibile ad un’ipotesi di
esclusione facoltativa ed è frutto di una scelta «a priori» compiuta dai
soci nella fase genetica del contratto sociale, i quali effettuano in tal

sociale, in C. CACCAVALE−F. MAGLIULO−M. MALTONI−F. TASSINARI, La riforma


della società a responsabilità limitata, cit., 141; N. SALANITRO, Profili sistematici
della società a responsabilità limitata, cit., 61; P. MASI, Sub art. 2466, in Società di
capitali, a cura di G. Niccolini e A. Stagno d’Alcontres, cit., 1147; A. VALZER, La
mancata esecuzione dei conferimenti, in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B.
Portale, a cura di A.A. Dolmetta e G. Presti, cit., 230. Sul rapporto tra art. 2466 c.c.
e art. 2473 bis c.c. si veda altresì supra, cap. II, § 3.
25
Cfr. retro, cap. I, § 5.2., nota 138.
Il procedimento di esclusione 133

modo una valutazione ex ante in merito alla compatibilità di un de-


terminato evento con la prosecuzione del rapporto sociale26. Sicché, a
ben vedere, mentre l’esclusione di diritto costituisce espressione di
una limitazione legislativa dell’autonomia statutaria, l’esclusione au-
tomatica appare piuttosto espressione di una limitazione convenziona-
le dei poteri dell’assemblea, alla quale i soci sottraggono la possibilità
di decidere di non escludere il socio27.
Proprio partendo da questo ultimo rilievo è così possibile mettere in
luce i numerosi profili critici insiti nella scelta di prevedere clausole di
questo genere.
Anzitutto esse limitano la possibilità di procedere ad una pondera-
zione ex post in merito all’esistenza della giusta causa di esclusione,
posto che, come abbiamo cercato di mettere in luce in precedenza, un
medesimo evento potrebbe costituire giusta causa di esclusione in re-
lazione ad un socio e non ad un altro, ovvero in un certo momento e
non in un altro, di modo che sembrerebbe maggiormente opportuno
rimettere ad una specifica decisione della società la scelta se ricorrere
o meno allo scioglimento del singolo rapporto sociale, piuttosto che
prevedere casi in cui il semplice verificarsi di un evento determina
l’estromissione del socio dalla compagine sociale.
In secondo luogo, l’operatività automatica delle cause di esclusione
appare poco opportuna sia perché impedisce ai soci di valutare caso
per caso gli effetti che lo scioglimento del singolo rapporto sociale

26
A favore dell’ammissibilità di clausole di esclusione automatica si è pronun-
ciata la dottrina prevalente: cfr. C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale
di «exit» societario, cit., 284 ss.; P. PISCITELLO, Recesso ed esclusione nella s.r.l.,
cit., 738; F. MAGLIULO, Il recesso e l’esclusione, cit., 301; M. TANZI, Sub art. 2473
bis, cit., 1548; F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 543 (secondo il quale i soci
possono prevedere cause di esclusione anche di tipo automatico, purché esse siano
formulate nel rispetto del principio di specificità e possano essere ascritte ad una
giusta causa). In senso critico (quanto meno sotto il profilo dell’opportunità della
previsione) cfr. però le considerazioni di P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nel-
la società a responsabilità limitata, cit., 174−175 e di G. ZANARONE, Della società
a responsabilità limitata, cit., 868.
27
In termini analoghi, con riferimento all’esclusione dalle associazioni, cfr. F.
GALGANO, Delle persone giuridiche, cit., 380.
134 Capitolo III

può produrre sull’integrità patrimoniale della società28, sia perché,


come è stato rilevato, appare scarsamente idonea a porre al riparo dai
rischi di abuso in danno del socio «che non abbia consentito ad
un’introduzione successiva di una causa di esclusione, adottata con
decisione a maggioranza di modifica dell’atto costitutivo»29.

28
Per il rilievo secondo cui l’inserimento di cause automatiche di esclusione de-
ve essere vagliato con molta attenzione in sede di redazione dell’atto costitutivo,
poiché esse non lasciano alla società la possibilità di scelta, costringendola a liquida-
re il socio quand’anche essa si trovi in condizioni di scarsa liquidità o di difficile ac-
cesso al credito si veda F. CIRIANNI, L’esclusione del socio moroso o per cause sta-
tutarie: tecniche di attuazione, intervento al convegno La società a responsabilità
limitata: dalle recenti novità normative alle problematiche legate alla crisi
d’impresa, Bologna, 22 maggio 2014, reperibile su www.scuolanotariatobologna.it.
In generale sul tema della liquidazione della partecipazione dell’escluso cfr. infra il
§ 5 di questo Capitolo.
29
Così in particolare M. PERRINO, La «rilevanza del socio» nella s.r.l.: recesso,
diritti particolari, esclusione, cit., 838, condiviso da P. REVIGLIONO, op. loc. ult. cit.
Assolutamente prevalente è in dottrina la tesi per cui l’introduzione e la soppressio-
ne di clausole di esclusione sono soggette, nel silenzio dell’atto costitutivo, al prin-
cipio maggioritario (cfr. C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale di
«exit» societario, cit., 282, nota 58; F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 541;
Trib. Milano, 24 maggio 2007, in Giur. It., 2008, 1433; Trib. Ragusa, 21 novembre
2005, in Dir. Fall., 2007, 160), necessariamente controbilanciato tuttavia, secondo
alcuni Autori, dal riconoscimento del diritto di recesso in capo a chi non abbia con-
sentito alla modifica statutaria (così in particolare G. ZANARONE, Della società a re-
sponsabilità limitata, cit., 865−866 e, per uno spunto, TANZI, Commento sub art.
2473/II, cit., 1548, nota 2).
Un ulteriore elemento di tutela del socio dissenziente rispetto all’introduzione
della clausola di esclusione (alternativo rispetto al diritto di recesso) consiste nel so-
stenere che la sua introduzione a maggioranza sia inefficace rispetto a chi, già titola-
re di quote al momento della delibera, non abbia acconsentito alla modifica: uno
spunto in tal senso sarebbe ricavabile secondo M. CIAN (L’esclusione del socio, cit.,
506) dall’art. 39, comma 1, lett. a, della II Direttiva comunitaria in materia di società
per azioni (77/91/CEE) là dove stabilisce che, qualora la legislazione di uno Stato
membro autorizzi le società ad emettere delle azioni riscattabili, «il riscatto deve es-
sere autorizzato dallo statuto o dall’atto costitutivo prima della sottoscrizione delle
azioni riscattabili» (e nel senso che l’introduzione durante societate di azioni riscat-
tabili ex art. 2437 sexies c.c., attraverso l’attribuzione del carattere di riscattabilità ad
azioni già emesse, non possa avvenire senza il consenso dei titolari delle azioni cfr.
la massima n. 99 del Consiglio Notarile di Milano, in
www.consiglionotarilemilano.it e Trib. Perugia, 29 febbraio 2008, in Giur. Comm.,
2010, II, 304). Regola analoga è codificata, ad esempio, dal § 34, abs. 2, GmbHG, il
Il procedimento di esclusione 135

Infine, la clausola pone un problema di tutela del diritto di difesa


dell’escluso, stante la difficoltà di individuare un atto suscettibile di
impugnazione da parte sua, per dargli modo di contestare la legittimità
del provvedimento espulsivo.
A meno che (e in ciò possono riconoscersi degli spazi per afferma-
re l’ammissibilità di un’esclusione automatica nel senso sopra precisa-
to) l’atto costitutivo non preveda (sulla falsariga di quanto disposto
dall’art. 1456 c.c.) che al fine di rendere operativa l’esclusione non si
possa prescindere da un provvedimento formale con il quale il
pre−individuato organo della società dichiari di volersi avvalere della
clausola stessa, disciplinando altresì le modalità di comunicazione di
tale provvedimento al socio e riconoscendogli la possibilità di impu-
gnarlo giudizialmente30.

quale stabilisce che «senza il consenso del titolare della quota, il riscatto può avere
luogo solo se i presupposti dello stesso erano previsti nel contratto sociale prima del
momento in cui il titolare ha acquistato la quota».
Nulla vieta, peraltro, che tale modifica statutaria sia soggetta, per espressa scelta
dei soci, al principio di unanimità (a condizione, ovviamente, di ritenere ammissibile
nella s.r.l. questa regola di espressione del consenso: in tal senso cfr., ad esempio, P.
BENAZZO, L’organizzazione nella nuova s.r.l. fra modelli legali e statutari, in Socie-
tà, 2003, 1062; L. RESTAINO, Sub art. 2479, in La riforma delle società, cit., 167; A.
MIRONE, Le decisioni dei soci nella s.r.l.: profili procedimentali, in Il nuovo diritto
delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B. Portale, vol. 3, cit., 497; G. MARASÀ,
Maggioranza e unanimità nelle modificazioni dell’atto costitutivo della s.r.l., ivi,
713; O. CAGNASSO, La società a responsabilità limitata, cit., 310; M. CIAN, Le deci-
sioni assembleari, cit., 84, nota 130; ma in senso contrario, anche dopo la riforma
del diritto societario, si vedano G. SANTONI, Le decisioni dei soci nella società a re-
sponsabilità limitata, in Dir. e giur., 2003, 240 e F. MARTORANO, Quorum costituti-
vi e quorum deliberativi nelle assemblee di società a responsabilità limitata: regime
legale ed autonomia statutaria, in Riv. Soc., 2009, 40 ss.).
30
In questi termini cfr. già F. GALGANO, op. loc. ult. cit., nonché ancora M.
PERRINO, Sub art. 2473 bis, in Codice commentato delle società, a cura di N. Abria-
ni e M. Stella Richter, cit., 1914 ad avviso del quale «lo statuto potrebbe prevedere
che l'esclusione “facoltativa” sia decisa dall'assemblea dei soci, e che relativamente
a certi fatti invece, preidentificati quali cause di esclusione automatica, basti una di-
chiarazione dell'organo amministrativo al socio, accertato che il fatto si è verificato,
dell'avvenuta esclusione».
E che quelli descritti nel testo siano i rigidi limiti nei quali può riconoscersi la le-
gittimità di una clausola di esclusione automatica è implicitamente ammesso anche
da uno degli Autori che per primi ne hanno affermato l’ammissibilità, là dove si ipo-
136 Capitolo III

2. Le modalità di assunzione della decisione e il suo contenuto.

Una volta sancita la competenza dei soci in merito allo scioglimen-


to del singolo rapporto sociale, e chiarito che tale decisione rientra tra
quelle obbligatoriamente adottate con deliberazione assembleare, ci
sembra che un’ulteriore interessante indicazione (questa volta utile per
definire le modalità di assunzione della decisione) possa essere ricava-
ta dall’esame del procedimento di esclusione in una società formata da
due soci.
Coloro i quali ritengono che la disciplina applicabile al procedi-
mento di esclusione debba essere mutuata da quella dettata per le so-
cietà di persone, ritengono altresì che nelle s.r.l. debba trovare appli-
cazione anche il terzo comma dell’art. 2287 c.c. per cui se la società è
formata da due soci, «l’esclusione di uno di essi è pronunciata dal tri-
bunale, su domanda dell’altro»31.
Proprio partendo da quest’ultima previsione normativa è tuttavia
possibile mettere in luce un equivoco di fondo su cui si basa
l’estensione alla società a responsabilità limitata della disciplina detta-
ta per le società di persone. Se infatti si ritiene che la funzione
dell’intervento del tribunale sia anzitutto quella di evitare che
l’eventuale illegittimità dell’esclusione pronunciata da un socio nei
confronti dell’altro venga accertata dopo il decorso dei sei mesi con-

tizzano, da un lato, la necessità che gli amministratori provvedano ad accertare


l’avvenuta operatività dell’esclusione, onde provvedere o dare impulso alle conse-
guenti e successive attività operative di liquidazione e, dall’altro, che il socio abbia
la possibilità di promuovere un’azione di accertamento negativo, con la quale conte-
stare il fatto che si sia verificata la specifica ipotesi di esclusione prevista nella clau-
sola (così C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale di «exit» societario,
cit., 286).
31
Cfr., ad esempio, D. FICO, L’esclusione del socio di società a responsabilità
limitata, cit., 957; F. NIEDDU ARRICA, L’esclusione, cit., 206; F. MAGLIULO, Il re-
cesso e l’esclusione, cit., 245; M. TANZI, Sub art. 2473/II, cit., 1553; F.
ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, in Società a responsabilità limitata, a cura di L.A.
Bianchi, cit., 543. In giurisprudenza il principio è stato applicato da Trib. Cosenza,
21 novembre 2007, in Riv. dir. comm., 2008, II, 41.
Il procedimento di esclusione 137

cessi al socio superstite per ricostituire la pluralità dei soci, giungendo


così dopo che si è già verificato lo scioglimento della società ex art.
2272, n. 4, c.c.32, appare di tutta evidenza come il problema non abbia
ragione di porsi per la s.r.l., nella quale il venir meno della pluralità
dei soci non costituisce causa di scioglimento33. Se invece si pone
l’accento sul fatto che lo scopo dell’art. 2287, comma 3, c.c. è quello
di «impedire che l’un socio sia in balia dell’altro»34, evitando quindi
che l’esclusione possa essere decisa unilateralmente da un unico socio,
non può non rilevarsi come tale situazione, nelle s.r.l., sia destinata a
presentarsi non soltanto quando la società è formata da due soci, ma
anche tutte le volte in cui, indipendentemente dal numero di soci, ne
esiste uno la cui partecipazione supera il quorum deliberativo.
L’incongruenza dipende dal fatto che si propone di estendere alla
s.r.l. la disciplina dettata per le società di persone senza tener conto
del fatto che, nelle due tipologie di società, è radicalmente diverso il
meccanismo di assunzione delle decisioni, basato, nelle prime, sul
principio del voto per quote, nelle seconde, sul principio del voto per
teste. O quindi si decide di portare il parallelismo tra l’art. 2287 c.c. e
l’art. 2473 bis c.c. alle sue estreme conseguenze e allora, accanto
all’applicazione della regola che affida al tribunale il compito di pro-
nunciare l’esclusione nelle società di due soci, si deve considerare
ammissibile l’introduzione del voto per teste, stabilendo che
l’esclusione possa essere decisa «dalla maggioranza dei soci, non
computandosi nel numero di questi il socio da escludere»35; o si ritie-
ne che tale modalità di assunzione delle decisioni non sia nella s.r.l.

32
Così G. FERRI, Delle società, cit., 333.
33
In questi termini G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit.,
871.
34
Così M. GHIDINI, Società personali, cit., 584; nello stesso senso F. DI SABATO,
Società semplice, cit., 106 e M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla
società, cit., 227.
35
Per uno spunto in tal senso cfr. G.M. MICELI−G.A.M. TRIMARCHI, I limiti
all’autonomia statutaria nella s.r.l. in tema di esclusione per giusta causa e di ob-
blighi dei soci tra silenzio ed ermetismo legislativo, cit., 464; M. TANZI, op. loc. ult.
cit., 1553; M. LUBRANO, L’esclusione facoltativa del socio nella s.r.l., cit., 878 e M.
CIAN, Le decisioni assembleari, cit., 87.
138 Capitolo III

consentita36 e allora non solo la decisione sull’esclusione seguirà il


principio del voto per quote, ma esso dovrà trovare applicazione anche
nelle società di due soci o, il che è lo stesso, nelle società in cui un so-
cio sia titolare di una partecipazione che gli consente di assumere au-
tonomamente ogni decisione37.

36
La possibilità di introdurre una clausola statutaria che preveda il voto per teste,
trova un ostacolo insormontabile ove si ritenga che l’unica deroga ammessa al prin-
cipio generale enunciato nell’art. 2468, comma 2, c.c., in base al quale nelle s.r.l. «i
diritti sociali spettano ai soci in misura proporzionale alla partecipazione da ciascuno
posseduta», sia quella contenuta nel terzo comma dello stesso articolo, per cui l’atto
costitutivo può derogare al principio di proporzionalità esclusivamente in relazione a
diritti particolari riguardanti l’amministrazione della società o la distribuzione degli
utili: e cfr., infatti, sulla inderogabilità della regola della proporzionalità tra entità
della partecipazione ed esercizio del diritto di voto (e quindi sulla inammissibilità di
clausole statutarie che introducano il voto per teste) N. ABRIANI, Decisioni dei soci.
Amministrazione e controlli, cit., 314; L. SALVATORE, L’organizzazione corporativa
nella nuova s.r.l.: amministrazione, decisioni dei soci e ruolo dell’autonomia statu-
taria, in Contr. e impr., 2003, 1361; G.A. RESCIO, Il sovrano in esilio: riflessioni e
problemi in tema di assemblea e decisioni dei soci, in Studi sulla riforma del diritto
societario, a cura del Consiglio Nazionale del Notariato, Studi e materiali, suppl. al
fasc. 1/2004, Milano, 2004, 375; P. RAINELLI, Sub art. 2479, in Il nuovo diritto so-
cietario, cit., 1917, nota 53; G. GUERRIERI, Sub artt. 2479-2479 ter, in Il nuovo dirit-
to delle società, cit., 2035, nota 69.
37
È indubbio che la presenza di due soci (o di due gruppi di soci) con partecipa-
zione paritetica, così come la previsione statutaria di quorum costitutivi o deliberati-
vi che attribuiscano a uno o più soci un potere di veto può portare, in caso di dissidio
tra i soci, ad una situazione di stallo o di paralisi nel funzionamento dell’assemblea,
la quale potrebbe trovarsi, pur ricorrendone i presupposti, nell’impossibilità di deli-
berare l’esclusione del socio. Una tale impasse dovrà comunque essere affrontata
utilizzando le norme dettate per le società di capitali e potrà quindi eventualmente
condurre (quando i contrasti siano tali da impedire l’adozione dei provvedimenti ne-
cessari per la vita sociale) allo scioglimento della società per impossibilità di funzio-
namento dell’assemblea (ex art. 2484, comma 1, n. 3, c.c.), ma non giustifica (nep-
pure qualora ne ricorressero i presupposti) un’applicazione analogica dell’art. 2287,
comma 3, c.c. In generale sullo scioglimento delle società di capitali per impossibili-
tà di funzionamento dell’assemblea si vedano, in giurisprudenza, App. Catania, 21
aprile, 2008, in Vita not., 2008, 973; Trib. Alessandria, 13 dicembre 2010, in Foro
It., 2011, I, 627; Trib. Prato, 12 gennaio 2010, in Giur. Comm., 2011, II, 970; Trib.
Ravenna, 3 febbraio 2006, in Giur. It., 2006, 1875; in dottrina, per tutti, T.M.
CAVALIERE, Le cause di scioglimento, M. AIELLO−T.M. CAVALIERE−M.
CAVANNA−S.A. CERRATO−M. SARALE, Le operazioni societarie straordinarie, in
Tratt. Cottino, vol. V, t. 2, Padova, 2011, 88 ss.
Il procedimento di esclusione 139

Il fatto di rimettere la competenza in tema di esclusione ad una de-


cisione assembleare risolve in radice i problemi relativi ad un even-
tuale obbligo di preventiva contestazione degli addebiti o di preventi-
va consultazione del socio38, superati dalla presenza dell’avviso di
convocazione, che dovrà necessariamente fare riferimento al provve-
dimento da adottare e alle clausole statutarie che si ritengono applica-
bili al caso di specie. In ogni caso, la delibera dovrà essere adeguata-
mente motivata39, individuando in modo puntuale quale tra le «speci-
fiche ipotesi» di esclusione si sia verificata e le ragioni per cui si ritie-
ne che tale ipotesi integri una «giusta causa» di scioglimento del rap-
porto sociale40; essa dovrà infine essere annotata nel libro delle deci-
sioni dei soci (art. 2478, comma 1, n. 2, c.c.).
Altro problema è se il provvedimento di esclusione debba essere
comunicato al socio, così come previsto dagli artt. 24, comma 3, c.c.
(per le associazioni), 2287, comma 1, c.c. (per le società di persone),
2533, comma 3, c.c. (per le società cooperative) e 2606, comma 2, c.c.
(per i consorzi)41: posto che l’obbligo di comunicazione deve essere
letto in stretta correlazione con il diritto dell’escluso di conoscere i
motivi che hanno determinato la sua estromissione dalla società, met-
tendolo in condizione di poter articolare le sue difese attraverso
l’opposizione giudiziale, ci sembra che, quantomeno a livello di scelta

38
Tali problemi sono infatti tipici o delle società di persone, nelle quali la deci-
sione in commento è assunta senza necessità di convocare una riunione (sul punto
cfr. supra, cap. I, § 4.3.), o delle società cooperative, nelle quali l’attribuzione della
competenza all’organo amministrativo pone il problema della tutela dei diritti di in-
formazione e di difesa del socio (e cfr., infatti, l’art. 15, comma 3, del regolamento
CE del 22 luglio 2003, n. 1435/2003 per lo statuto della Società Cooperativa Euro-
pea secondo il quale il socio è escluso con deliberazione dell’organo di amministra-
zione dopo essere stato sentito: in argomento si veda supra, cap. I, § 5.1., nota 129).
39
Il punto è sottolineato da pressoché tutti i commentatori della norma: cfr., ad
esempio, M. CIAN, L’esclusione del socio, in S.r.l. Commentario dedicato a Giusep-
pe B. Portale, cit., 508; F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsa-
bilità limitata, cit., 836; M. LUBRANO, L’esclusione facoltativa del socio nella s.r.l.,
cit., 877.
40
Cfr. supra, cap. II, § 2.2., in fine.
41
Su tale aspetto del procedimento di esclusione cfr. retro, cap. I, § 5.1., nota
135.
140 Capitolo III

statutaria, sia possibile distinguere il caso in cui il socio sia stato pre-
sente alla riunione assembleare nella quale era all’ordine del giorno la
sua esclusione, da quello in cui egli, regolarmente convocato, non ab-
bia partecipato, prevedendo solo in questo secondo caso un obbligo, in
capo agli amministratori, di comunicare –senza il vincolo di dover ri-
spettare nessuna forma particolare− la decisione, adeguatamente moti-
vata, al socio42. Meno semplice è invece riconoscere un obbligo di
comunicazione al socio anche nel silenzio dell’atto costitutivo sul
punto: la risposta affermativa, sicuramente più idonea a garantire il di-
ritto di difesa dell’escluso e maggiormente in linea con gli altri proce-
dimenti di esclusione disciplinati dal codice civile, implica indubbia-
mente una forzatura delle norme sul procedimento assembleare (che
affidano la tutela dei diritti di informazione del socio ex ante
all’avviso di convocazione ed ex post alla consultazione del libro delle
decisioni dei soci)43, ma ci sembra che possa essere sostenuta proprio
dal raffronto con le altre procedure di esclusione. Si tratta infatti, co-
me abbiamo cercato di mettere in luce nel capitolo iniziale, di una co-
stante presente ogni qualvolta il legislatore ha disciplinato un’ipotesi
di exit passivo (insieme all’obbligo di motivazione e al riconoscimen-
to di un diritto dell’escluso di contestare davanti ad un giudice il prov-
vedimento con il quale è stata decisa la sua estromissione dal rapporto
contrattuale) che può, a nostro avviso, essere estesa anche
all’esclusione del socio di s.r.l. e anche in assenza di una precisa indi-
cazione statutaria.
Il riferimento agli elementi comuni ai diversi procedimenti di
esclusione può inoltre essere d’aiuto per affrontare un’ulteriore que-
stione interpretativa che, nel silenzio degli atti costitutivi, si presenta
di difficile soluzione: si tratta del problema se il socio escludendo ab-

42
Così anche F. NIEDDU ARRICA, L’esclusione, cit., 202; O. CAGNASSO, La so-
cietà a responsabilità limitata, cit., 172; P. PISCITELLO, Recesso ed esclusione nella
s.r.l., cit., 740, nota 56.
43
Per questo rilievo cfr. in particolare P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio
nella società a responsabilità limitata, cit., 181, il quale fa discendere
dall’inderogabile competenza assembleare la insussistenza di un obbligo di comuni-
cazione della decisione al socio, stante la possibilità di richiedere «secondo le moda-
lità di cui all’art. 2476, comma 2, c.c. la consultazione del libro delle decisioni dei
soci e quindi verificare il contenuto della deliberazione relativa alla sua esclusione».
Il procedimento di esclusione 141

bia diritto di voto nell’assemblea convocata per la sua esclusione e se


la sua quota debba o meno essere computata nel calcolo della maggio-
ranza per l’adozione della relativa delibera. La risposta negativa a en-
trambi i quesiti potrebbe, a prima vista, sembrare scontata ed è infatti
sostenuta da larga parte della dottrina, ora invocando l’applicazione
analogica dell’art. 2287, comma 1, c.c., ora richiamando la disposi-
zione in tema di conflitto di interessi (art. 2479 ter, comma 2, c.c.) 44.
In realtà, in assenza di una specifica previsione statutaria, pare diffici-
le prospettare un obbligo di astensione in capo al socio, richiamando a
tal fine la norma sul conflitto di interessi, la quale non inibisce al socio
portatore di un interesse in conflitto con quello della società di parte-
cipare alla decisione45, ma si limita a sancire l’annullabilità della deli-
bera assunta con il suo voto determinante, se potenzialmente dannosa
per la società46. Ancora una volta, quindi, occorre supplire alla man-

44
Così, ad esempio, F. MAGLIULO, Il recesso e l’esclusione, cit., 301 e F.
ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 543 (invocando l’applicazione analogica
dell’art. 2287 c.c.), nonché D. GALLETTI, Sub art. 2473 bis, cit., 1920 e F. CASALE,
L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata, cit., 835 (ritenendo
applicabile la disposizione sul conflitto di interessi). In senso analogo si sono
espressi gli «Orientamenti del Comitato Triveneto dei notai in materia di atti societa-
ri» nella cui massima I.B.2 (in www.notaitriveneto.it e in Riv. not., 2004, 1590) si
legge: «Non è ammissibile la clausola che impedisca al socio −di cui si vuole delibe-
rare l’esclusione− la partecipazione all’assemblea relativa. Detto socio non avrà il
diritto di voto, ma avrà il diritto di impugnare la delibera».
45
Il fatto che dall’art. 2479 ter, comma 2, c.c. non sia più desumibile un obbligo
di astensione del socio in conflitto di interessi (come invece riteneva parte della dot-
trina nel vigore della precedente disposizione codicistica: sul punto ci permettiamo
di rinviare al nostro Commento sub art. 2373, in Il nuovo diritto societario, cit., 580
ss.) è sottolineato da pressoché tutti i commentatori della norma: cfr., ad esempio, F.
MAGLIULO, Le decisioni dei soci, in C. CACCAVALE−F. MAGLIULO−M. MALTONI−F.
TASSINARI, La riforma della società a responsabilità limitata, cit., 439; E. FERRO, Il
conflitto di interessi e i sui molteplici rilievi nella disciplina delle s.r.l., in Riv. not.,
2005, II; 376; D. CORRADO, Sub. art. 2479 ter, in Società a responsabilità limitata, a
cura di L.A. Bianchi, cit., 1076; G. ZANARONE, Della società a responsabilità limi-
tata, cit., 1411.
46
Nel senso della non invocabilità della disposizione sul conflitto di interessi per
sostenere un divieto per il socio di prender parte alla decisione sulla sua esclusione
cfr. G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 870 ss. e M.
PERRINO, Sub art. 2473 bis, in Codice commentato delle società, a cura di N. Abria-
ni e M. Stella Richter, cit., 1913.
142 Capitolo III

canza di scelte precise in sede di stipulazione dell’atto costitutivo in-


vocando non tanto le disposizioni dettate in tema di società a respon-
sabilità limitata, quanto piuttosto i principi generali desumibili dalle
altre fattispecie di esclusione. E poiché non ci sembra che si possa du-
bitare, pur in assenza di una previsione paragonabile a quella dell’art.
2287, comma 1, c.c., che l’associato o il membro del consorzio o il
socio della cooperativa (qualora la competenza sull’esclusione sia af-
fidata statutariamente all’assemblea) non possano votare
nell’assemblea nella quale si discute della loro esclusione47, ecco che,
parimenti, ci sembra sostenibile un divieto per il socio escludendo di
prender parte alla decisione sulla sua estromissione dalla compagine
sociale.
Un’ultima questione riguarda il delicato problema dell’esclusione
del socio che sia anche amministratore. Se è vero infatti che, secondo
quanto costantemente affermato dalla giurisprudenza in tema di socie-
tà di persone, la revoca dalla carica di amministratore non può com-
portare automaticamente l’esclusione48, occorre valutare quali conse-
guenza abbia l’opposta situazione in cui l’assemblea abbia deliberato
l’esclusione di un socio che rivesta anche la carica di amministratore.
La soluzione prospettata in tema di società di persone –in base alla
quale l’esclusione del socio amministratore comporta necessariamente
la sua decadenza per il venir meno del principale presupposto della ca-
rica, ovvero la qualità di socio49− non è infatti immediatamente esten-

47
Cfr. F. GALGANO, Delle persone giuridiche, cit., 378, nota 23, il quale richia-
ma espressamente l’art. 2287 c.c. per sostenere l’impossibilità di computare nel cal-
colo della maggioranza il voto dell’associato da escludere.
48
Cfr., ex multis, Cass., 22 dicembre 2006, n. 27504, in Notariato, 2007, 387;
Trib. Como, 25 luglio 2001, in Giur. merito, 2002, 976; Trib. Milano, 14 ottobre
1993, in Giur. it., 1994, I, 2, 305; Trib. Milano, 11 maggio 1989, in Società, 1989,
1057. Ciò non toglie, ovviamente, che i comportamenti che hanno determinato la re-
voca possano integrare anche una delle specifiche ipotesi di esclusione individuate
dall’atto costitutivo: e si veda, sempre in tema di società di persone, G. COTTINO−R.
WEIGMANN, Le società di persone, cit., 163. Sulla possibilità di prevedere il compi-
mento di atti di mala gestio da parte del socio amministratore come specifica ipotesi
di esclusione per giusta causa cfr. supra cap. II, § 3, nota 78 e testo corrispondente.
49
Così Cass., 29 novembre 2001, n. 15197, in Giur. it., 2002, 778, Trib. Torino,
10 maggio 2004, ivi, 2004, 1684, Trib. Milano, 16 dicembre 1993, in Società, 1994,
294; in dottrina cfr. G. COTTINO, Diritto societario, cit., 152 e V. BUONOCORE, So-
Il procedimento di esclusione 143

sibile alla società a responsabilità limitata, posto che, in questo tipo


sociale, la qualifica di amministratore non presuppone necessariamen-
te quella di socio (cfr. l’art. 2475, comma 1, c.c.)50: qualora dunque
l’amministrazione sia per statuto riservata a soci, la loro esclusione
determinerà la decadenza dalla carica; qualora invece l’atto costitutivo
preveda la possibilità di affidare l’amministrazione anche a non soci,
occorrerà inserirvi una clausola in base alla quale l’esclusione del so-
cio comporta la decadenza da un eventuale incarico in seno al consi-
glio di amministrazione51.

3. Gli strumenti di tutela del socio escluso.

Il socio ha il diritto −insopprimibile statutariamente52− di contesta-


re la decisione di escluderlo, vuoi sotto il profilo sostanziale (negando,
ad esempio che si sia verificata la specifica ipotesi che giustifica la sua
estromissione dalla compagine sociale o contestando che la specifica
ipotesi sia in concreto idonea integrare una giusta causa di esclusione),
vuoi sotto quello procedimentale (lamentando l’assenza o la carenza
di informazioni nell’avviso di convocazione o il mancato rispetto dei
termini o delle modalità di comunicazione dell’esclusione così come
previsti nell’atto costitutivo).
Ma quali sono, più precisamente, i rimedi di cui egli dispone per
contestare la delibera di esclusione?

cietà in nome collettivo, cit., 245. Sul rapporto tra revoca dell’amministratore ed
esclusione del socio cfr., da ultimo, Trib. Napoli, 1 marzo 2010, in Giur. Comm.,
2011, II, 1233, con note di N. BEN M’BAREK, La revoca e l’esclusione nelle società
di persone: «Intersezione ad insieme vuoto» e di P.M. SMIRNE, Sull’esclusione del
socio accomandatario e sulla revoca dell’amministratore alle quali si rinvia per am-
pi riferimenti di dottrina e giurisprudenza.
50
Per l’affermazione che l’esclusione non comporta decadenza dalla carica di
amministratore, a meno che la stessa non sia riservata ai soci cfr. M. CIAN,
L’esclusione del socio, cit., 509 e F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 548.
51
Sulla legittimità di una clausola di siffatto tenore, sia sotto il profilo della
«specificità», sia sotto quello della «giusta causa» cfr. retro, cap. II, § 3.
52
Per tutti, cfr. M. CIAN, L’esclusione del socio, cit., 509.
144 Capitolo III

Ferma restando la possibilità di inserire nell’atto costitutivo una


clausola arbitrale ex art. 34, d. lgs. 5/200353, in dottrina e in giurispru-
denza sono state prospettate una pluralità di soluzioni.
Secondo una prima ricostruzione, la legittimità dell’esclusione sa-
rebbe contestabile attraverso l’impugnativa della delibera assembleare,
secondo le regole generali previste nell’art. 2479 ter c.c.54 (ovvero, per

53
In argomento si rinvia a quanto scritto supra, cap. I, § 4.3., in fine. Sulla com-
promettibilità in arbitri dell’impugnazione della decisione di esclusione del socio di
s.r.l. si veda, da ultimo, Trib. Milano, 25 novembre 2011, in Giur. It., 2012, 2069.
Strettamente connesso al tema della compromettibilità in arbitri è quello (oggetto
di numerose pronunce giurisprudenziali) se la presenza di una clausola compromis-
soria e la possibilità, espressamente riconosciuta agli arbitri dall’art. 35, d. lgs.
5/2003, di disporre con ordinanza non reclamabile la sospensione dell’efficacia delle
delibere assembleari impugnate, precluda o meno al socio la possibilità di adire
l’autorità giudiziaria ordinaria al fine di ottenere un provvedimento cautelare atipico
ante causam. Fermo restando il principio, direttamente desumibile dalla norma da
ultimo citata, per cui la cognizione cautelare in materia di sospensione dell’efficacia
delle delibere assembleari impugnate appartiene esclusivamente agli arbitri allorché
l’organo arbitrale si sia già costituito, sul punto si fronteggiano due orientamenti. Da
un lato quello che sostiene come, in caso di clausola compromissoria statutaria per
arbitrato endosocietario, la cognizione cautelare spetti in via esclusiva agli arbitri,
senza che residuino spazi per chiedere al giudice ordinario la sospensione cautelare
della deliberazione assembleare impugnata (così Trib. Napoli, 8 marzo 2010, in So-
cietà, 2010, 1510; Trib. Milano, 4 ottobre 2005, in Giur. Comm., 2006, II, 1128;
Trib. Napoli, 30 settembre 2005, in Foro It., 2006, I, 2246). Dall’altro
l’orientamento secondo il quale, al fine di meglio garantire il diritto di difesa del so-
cio, fino a quando il collegio arbitrale non sia stato costituito residua un potere cau-
telare ante causam in capo al giudice ordinario, al quale può pertanto essere doman-
data, con provvedimento cautelare atipico, la sospensione della delibera assembleare
(in tal senso cfr. Trib. Milano, 7 novembre 2013, in Giur. It., 2014, 907; Trib. Napo-
li, 8 aprile 2013, in Società, 2013, 743; Id., 6 febbraio 2012, ivi, 2012, 563; Trib. Mi-
lano, 17 marzo 2009, in Riv. arb., 2009, 311; Trib. Verona, 12 aprile 2005, in Giur.
It., 2006, 1475). Sul punto, da ultimo, si veda E. DALMOTTO, L’arbitrato nelle socie-
tà, cit., 219 ss..
54
Cfr. C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale di «exit» societario,
cit., 279 ss.; F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limita-
ta, cit., 837; F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 545; P. REVIGLIONO,
L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata, cit., 181, ss.; M.
PERRINO, Sub art. 2473 bis, in Codice commentato delle società, cit., 1914; in giuri-
sprudenza Trib. Napoli, 24 dicembre 2009, in Foro It., 2010, I, 1562 e Trib. Milano,
7 novembre 2013, in Giur. It., 2014, 907.
Il procedimento di esclusione 145

coloro i quali ritengono che la competenza possa essere affidata al


consiglio di amministrazione, applicando analogicamente l’art. 2388
c.c.)55. Secondo un’altra interpretazione al socio deve essere ricono-
sciuta la possibilità di proporre opposizione contro la delibera che ha
sancito la sua estromissione dalla compagine sociale, con un procedi-
mento analogo a quello disciplinato dal legislatore negli altri tipi so-
cietari nei quali è prevista l’esclusione, ora richiamando il termine di
trenta giorni dalla ricevuta comunicazione dell’esclusione previsto
dall’art. 2287, comma 2, c.c.56, ora quello più ampio (e per ciò ritenuto
più favorevole all’escluso) di sessanta giorni dettato dall’art. 2533,
comma 3, c.c. in tema di società cooperative57.
Esclusa, per le ragioni sopra esposte58, la percorribilità
dell’impugnazione di un’eventuale delibera consiliare, occorre anzitut-
to soffermarsi sulla tesi che propone di risolvere il problema della tu-
tela giurisdizionale dell’escluso applicando alla delibera di esclusione
la norma sull’invalidità delle decisioni dei soci. È ovvio infatti che la
possibilità di trovare una soluzione all’interno della disciplina della
stessa società a responsabilità limitata risolverebbe in radice ogni que-
stione in merito ad un’applicazione analogica delle disposizione detta-
te per le società di persone o per le società cooperative, posto che il
rinvio alle norme dettate per altri tipi sociali in tanto è da ritenersi
ammissibile, in quanto non sia possibile rinvenire nell’ambito della di-

55
Così O. CAGNASSO, La società a responsabilità limitata, cit., 172-173; D.
GALLETTI, Commento sub art. 2473 bis, cit., 1920-1921; ASSOCIAZIONE PREITE, Il
nuovo diritto delle società, a cura di G. Olivieri−G. Presti−F. Vella, Bologna, 2003,
243; P. PISCITELLO, Recesso ed esclusione nella s.r.l., cit., 740; N. SALANITRO, Pro-
fili sistematici della società a responsabilità limitata, cit., 65.
56
In questo senso D. FICO, L’esclusione del socio di società a responsabilità li-
mitata, cit., 957; M. MALTONI, Il recesso e l’esclusione nella nuova società a re-
sponsabilità limitata, cit., 316; F. MAGLIULO, Il recesso e l’esclusione, cit., 246; G.
ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 876.
57
Così M. TANZI, Commento sub art. 2473/II, cit., 1554; S. MASTURZI, Com-
mento sub art. 2473 bis, in La riforma delle società, cit., 97; M. CIAN, L’esclusione
del socio, cit., 510; M. LUBRANO, L’esclusione facoltativa del socio nella s.r.l., cit.,
881. In giurisprudenza il rinvio all’art. 2287 c.c. è stato sostenuto da Trib. Napoli, 8
aprile 2013, in Società, 2013, 743 e da Trib. Torino, 13 settembre 2011, in Giur. It.,
2012, 850.
58
Cfr. retro il § 1 di questo Capitolo.
146 Capitolo III

sciplina del tipo oggetto della nostra indagine alcuna norma che con-
senta di colmare la supposta lacuna59.
Ora, la disciplina dell’invalidità delle decisioni dei soci dettata
dall’art. 2479 ter, c.c. −per quanto possa sembrare a prima vista quella
naturaliter destinata ad offrire al socio escluso un valido strumento
per contestare un’eventuale esclusione illegittima− si rivela in realtà,
ad un esame più attento, del tutto inidonea a garantirgli una piena rea-
lizzazione del suo diritto di difesa60.
L’impugnazione della delibera nel termine di novanta giorni dalla
sua trascrizione nel libro delle adunanze dei soci per non conformità
alla legge, presenta infatti l’inconveniente di poter essere proposta so-
lamente da chi sia «socio» alla data della domanda (cfr. gli artt. 2479
ter, comma 1, e 2378, comma 2, c.c., richiamato dall’art. 2479 ter, ul-
timo comma, c.c.), sottraendo così ogni possibilità di difesa
all’escluso, in particolare qualora si accolga la tesi per cui la qualità di
socio viene meno fin dal momento in cui l’esclusione viene comunica-
ta all’interessato61. Ma anche la tesi per cui il socio resta tale fino a
quando la sua partecipazione viene ceduta o definitivamente liquidata
non conduce a migliori risultati: da un lato perché nulla garantisce che
l’effetto estintivo del rapporto sociale non intervenga prima dello spi-
rare del termine di decadenza per impugnare la delibera, dall’altro
perché, quand’anche tale evento si verificasse successivamente

59
Così, in termini generali, C. MONTAGNANI, La fattispecie costitutiva, in La
nuova disciplina della società a responsabilità limitata, a cura di V. Santoro, Milano
2003, 30; G. ZANARONE, Introduzione alla nuova società a responsabilità limitata,
cit., 82 ss.; M. STELLA RICHTER JR., Lo statuto della nuova società a responsabilità
limitata italiana, in La società a responsabilità limitata in Italia e Spagna. Due or-
dinamenti a confronto, a cura di N. Abriani e J.M. Embid Irujo, cit., 48 ss. e P.
SPADA, Classi e tipi di società dopo la riforma organica (guardando alla “nuova”
società a responsabilità limitata), cit., 48 ss., nonché, in riferimento allo specifico
tema dell’impugnazione della delibera di esclusione, P. REVIGLIONO, L’esclusione
del socio nella società a responsabilità limitata, cit., 182.
60
L’esame compiuto dei molteplici inconvenienti cui va incontro la tesi
dell’impugnazione della delibera di esclusione secondo il procedimento disciplinato
dall’art. 2479 ter c.c. si deve a G. ZANARONE, Della società a responsabilità limita-
ta, cit., 872 ss.
61
Sul discusso problema dell’individuazione del momento a partire dal quale
l’esclusione produce i suoi effetti cfr. infra il § 4 di questo Capitolo.
Il procedimento di esclusione 147

all’instaurazione del giudizio, ne determinerebbe comunque la prose-


cuzione solo sotto il profilo risarcitorio (posto che per ottenere
l’annullamento della delibera occorre che la qualità di socio permanga
per tutta la durata del processo).
Si potrebbe in alternativa ritenere che l’art. 2473 bis c.c., là dove
individua dei limiti precisi all’autonomia statutaria, sia norma impera-
tiva, la cui violazione determinerebbe pertanto la nullità della delibera
per illiceità dell’oggetto e potrebbe essere fatta valere da chiunque vi
abbia interesse (ivi compreso il socio che abbia perduto la sua qualifi-
ca a seguito del rimborso della partecipazione) nel termine di tre anni
dalla trascrizione della decisione nel libro delle adunanze. Ma tale so-
luzione, oltre a protrarre per un tempo eccessivamente lungo
l’incertezza sulla stabilità degli assetti societari62, potrebbe al più esse-
re invocata nel caso di esclusione adottata in assenza di una giusta
causa, non invece qualora l’illegittimità della decisione sia riconduci-
bile ad una violazione del procedimento così come definito dall’atto
costitutivo63.
Nessuno degli inconvenienti sopra prospettati si verifica invece
qualora si accolga la tesi per cui lo strumento per contestare
l’esclusione è costituito da un giudizio di opposizione, analogo a quel-
lo disciplinato negli altri rapporti associativi esaminati nel capitolo
iniziale del presente lavoro. L’opposizione si presenta così maggior-
mente idonea a garantire un punto di equilibrio tra i contrapposti inte-
ressi del socio e della società: da un lato, infatti, è riconosciuta
all’escluso in quanto tale, salvaguardando il suo diritto di poter conte-
stare l’esistenza dei presupposti che hanno determinato la sua estro-
missione dalla società (e garantendogli al tempo stesso, qualora egli
ottenga del giudice la sospensione del provvedimento di esclusione, la
possibilità di esercitare senza soluzione di continuità i propri diritti so-
ciali); dall’altro, per contro, assicura alla società, una volta che sia spi-
rato il termine concesso al socio per opporsi all’esclusione, la certezza
e l’irreversibilità della mutata compagine sociale.

62
Così M. CIAN, L’esclusione del socio, cit., 510.
63
In questi termini cfr. ancora G. ZANARONE, op. ult. cit., 873; in senso analogo
M. LUBRANO, L’esclusione facoltativa del socio nella s.r.l., cit., 880.
148 Capitolo III

Né ci sembra che possa essere attribuito eccessivo rilievo


all’argomento per cui se si sostiene che l’esclusione sia competenza
inderogabile dell’assemblea bisogna anche e necessariamente sostene-
re che la contestazione dell’esclusione segua le regole dell’ordinaria
impugnazione delle delibere assembleari: metodo assembleare e oppo-
sizione possono infatti benissimo convivere, come è dimostrato sia
dalla disciplina delle cooperative (nelle quali i soci possono statuta-
riamente attribuire la competenza sull’esclusione all’assemblea, senza
per questo eliminare il procedimento di opposizione ex art. 2533 c.c.),
sia da quella delle società di persone (nelle quali l’eventuale opzione a
favore di un’esclusione adottata con metodo assembleare convive con
l’opposizione ex art. 2287 c.c.).
E quindi il socio avrà trenta giorni (o il maggior termine previsto
dall’atto costitutivo) dalla data in cui gli è stata comunicata
l’esclusione per adire l’autorità giudiziaria64, citando in giudizio la so-
cietà, in persona del suo legale rappresentante65; il tribunale dovrà
pronunciarsi sulla legittimità del provvedimento assembleare, accer-
tando la sussistenza dei presupposti per l’esclusione così come indivi-
duati nel contratto sociale e valutando se la decisione sia stata presa

64
La scelta del termine breve per proporre opposizione, mutuato dalla disciplina
delle società di persone, in luogo di quello (doppio) previsto per l’opposizione
all’esclusione da società cooperativa è giustificata, da un lato, dall’affinità causale
tra s.r.l. e società di persone (cfr. Trib. Cosenza, 21 novembre 2007, in Riv. dir.
comm., 2008, II, 41), dall’altro dal rilievo per cui la scelta di prevedere statutaria-
mente l’esclusione deve essere letta come un indice di una precisa volontà dei con-
traenti di «personalizzazione» della società (cfr. Trib. Torino, 13 settembre 2011, in
Giur. It., 2012, 850).
Quanto all’eventuale obiezione per cui il termine previsto dall’art. 2287 c.c. è
molto più breve di quello previsto dall’art. 2479 ter, comma 1, c.c., ci sembra deci-
sivo il rilievo per cui «esso garantisce più del secondo la possibilità per il socio di at-
tivare la propria difesa in quanto decorre, anziché da una conoscenza meramente
presunta della decisione quale quella connessa alla trascrizione in un libro sociale
come nel caso di cui all’art. 2479 ter, comma 1°, periodo 1°, dalla conoscenza effet-
tiva della medesima assicurata dalla “comunicazione” personale della stessa al socio
escluso» (così ancora G. ZANARONE, op. ult. cit., 876, nota 69).
65
Ciò comporta che, qualora l’escluso sia anche l’amministratore unico della so-
cietà e la stessa non abbia provveduto a sostituirlo, la società dovrà essere citata in
giudizio in persona di un curatore speciale nominato ex art. 78 c.p.c.: così F NIEDDU
ARRICA, L’esclusione, cit., 209.
Il procedimento di esclusione 149

nel rispetto del procedimento previsto dall’atto costitutivo (ad esempio


quanto all’obbligo di motivazione e al rispetto delle modalità di co-
municazione); nel caso di accoglimento della domanda, la delibera di
esclusione sarà annullata con effetto retroattivo ed il socio avrà diritto
di essere reintegrato nella compagine sociale, sempre che i giudici, a
fronte di un’espressa richiesta in tal senso dell’opponente, non abbia-
no già provveduto a sospendere, in via cautelare, gli effetti del prov-
vedimento assembleare66.

4. Gli effetti dell’esclusione.

Si tratta, giunti a questo punto della trattazione, di affrontare un ul-


teriore profilo di disciplina al quale nei paragrafi precedenti abbiamo
già più volte fatto cenno: qual è il momento a partire dal quale
l’esclusione produce i suoi effetti, determinando per l’escluso la perdi-
ta dello status di socio? La risposta a tale interrogativo non è priva di
conseguenze: individua infatti il momento in cui l’escluso cessa di po-
ter esercitare i propri diritti patrimoniali e amministrativi per assumere
la veste di mero creditore della società della somma corrispondente al
valore della sua partecipazione; incide, per chi ritiene applicabile alla
delibera di esclusione la disciplina generale dell’art. 2479 ter c.c.67,
sulla legittimazione ad impugnarla per chiederne l’annullamento;
comporta, nelle società di due soci, il verificarsi un’ipotesi di mancan-
za della pluralità dei soci, con conseguente applicazione dell’art. 2462,
comma 2, c.c., per cui, in caso di insolvenza della società, l’unico so-
cio risponderà illimitatamente delle obbligazioni sorte nel periodo in
cui l’intera partecipazione gli è appartenuta «quando i conferimenti
non siano stati effettuati secondo quanto previsto dall’art. 2462 c.c., o
fin quando non sia stata attuata la pubblicità prescritta dall’art. 2470

66
Sugli aspetti procedimentali dell’opposizione all’esclusione cfr. retro, cap. I,
§§ 4.3. e 5.1.
67
Cfr. il paragrafo immediatamente precedente.
150 Capitolo III

c.c.»; influenza le sorti dei diritti patrimoniali dell’escluso nel caso in


cui la società entri in stato di liquidazione68.
Il problema, ovviamente del tutto nuovo in tema di società a re-
sponsabilità limitata69, è invece da sempre oggetto di discussione in
relazione al recesso del socio, ritenendosi da parte di alcuni che
quest’ultimo produca effetti non appena la dichiarazione di recesso
giunga a conoscenza della società, da parte di altri che il socio non
perda il proprio status fino a che non si sia concluso il procedimento
di liquidazione della quota, coincidente, a seconda delle modalità in
concreto utilizzate, con l’acquisto della quota da parte dei soci o di
terzi, con il rimborso mediante utilizzo di riserve disponibili, o con la
riduzione del capitale e il conseguente annullamento della partecipa-
zione70.

68
Il punto è oggetto del successivo § 6 di questo Capitolo.
69
Analoga questione non ha ragione di porsi per le società di persone, stante il
chiaro disposto dell’art. 2287, comma 1, c.c., in base al quale «l’esclusione (…) ha
effetto decorsi trenta giorni dalla data della comunicazione al socio escluso» (sul
punto, cfr. retro, cap. I, § 4.3., nonché, per tutti, M. PERRINO, Le tecniche di esclu-
sione del socio dalla società, cit., 232, nonché G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le so-
cietà di persone, cit., 283 e O. CAGNASSO, La società semplice, cit., 249). È invece
destinata a presentarsi in tema di società cooperative, posto che il nuovo art. 2533
c.c. tace sul punto e non prevede più che l’esclusione abbia effetto dall’annotazione
nel libro dei soci (come invece stabiliva il previgente art. 2527, comma 4, c.c.): e per
le due opposte tesi secondo le quali gli effetti dell’esclusione si realizzano con la ri-
cezione della comunicazione del provvedimento ovvero solo con la liquidazione del-
la quota si vedano, rispettivamente, P. USAI, Lo scioglimento del rapporto limitata-
mente a un socio, in Le cooperative prima e dopo la riforma del diritto societario,
cit., 420 e D. GALLETTI, Commento sub art. 2533, in Il nuovo diritto delle società, a
cura di A. Maffei Alberti, cit., 2764. Per ulteriori riferimenti cfr., inoltre, M.C.
TATARANO, La nuova impresa cooperativa, cit., 338 ss. e A. BENUSSI, Lo sciogli-
mento del rapporto sociale, cit., 346 ss.
70
Per una ricostruzione del dibattito precedente alla riforma del diritto societario
che vedeva contrapposti quanti ritenevano che il recesso producesse i suoi effetti
dalla ricezione della comunicazione e quanti ritenevano che il socio rimanesse tale
fino ad un momento successivo, variamente individuato nella deliberazione di ridu-
zione del capitale, in quella di autorizzazione all’acquisto delle azioni, ovvero
nell’effettivo rimborso della partecipazione, cfr., per tutti, D. GALLETTI, Il recesso
nelle società di capitali, Milano, 2000, 462 ss. e G. GRIPPO, Il recesso del socio, in
Trattato delle società per azioni, diretto da G.E. Colombo e G.B. Portale, 6*, Tori-
no, 1993, 181 ss.
Il procedimento di esclusione 151

Nessuna delle soluzioni prospettate per il recesso del socio, pare


tuttavia del tutto convincente allorché venga trasposta all’ipotesi
dell’esclusione; non quella che rimanda l’operatività della causa di

Limitando in questa sede i riferimenti di dottrina ai commenti dedicati alla disci-


plina della sola società a responsabilità limitata successivi alla riforma del diritto so-
cietario, si vedano nel senso che il recesso produce effetto dal momento in cui la di-
chiarazione perviene alla società, M. MALTONI, Il recesso e l’esclusione nella nuova
società a responsabilità limitata, cit., 311; ID., Questioni in tema di recesso da s.r.l.,
in Riv. not., 2014, 477; M. TANZI, Commento sub art. 2473, in Società di capitali,
cit., 1538 e gli «Orientamenti del Comitato Triveneto dei notai in materia di atti so-
cietari» nella cui massima I.H.5 (in www.notaitriveneto.it) si legge: «La dichiara-
zione di recesso ha natura di atto unilaterale recettizio, risolutivamente condizionato
ex lege alla revoca della delibera legittimante il recesso o alla messa in liquidazione
volontaria della società, pertanto produce effetti dalla data del suo ricevimento. Da
tale data i diritti sociali per i quali è stato esercitato il recesso sono sospesi, conser-
vando il socio recedente esclusivamente la titolarità formale della partecipazione fi-
nalizzata alla liquidazione della stessa»; questa tesi (prevalente in giurisprudenza già
ante riforma) è stata sostenuta nelle prime pronunce rese sulla nuova disciplina del
recesso: cfr. Trib. Arezzo, 16 novembre 2004, in Corriere merito, 2005, 279; Trib.
Roma, 11 maggio 2005, in Società, 2006, 54; Trib. Trapani, 21 marzo 2007, in Giur.
Comm., 2009, II, 524, con nota di S. PARMIGGIANI, La dichiarazione di recesso del
socio di s.r.l.; Trib. Pavia, 25 agosto 2008, ivi, 2009, II, 1218, con nota di A.
CHILOIRO, Legittimazione all’esercizio dei diritti sociali in capo al socio receduto
nelle s.r.l.; Trib. Napoli, 11 gennaio 2011, in Società, 2011, 1152,
Nel senso che il recesso diviene efficace solo con la conclusione del procedimen-
to di liquidazione della quota F. MAGLIULO, Il recesso e l’esclusione, cit., 236; R.
ROSAPEPE, Appunti su alcuni aspetti della nuova disciplina della partecipazione so-
ciale nella s.r.l., in Giur. Comm., 2003, I, 495; V. CALANDRA BUONAURA, Il recesso
del socio di società di capitali, in Giur. Comm., 2005, I, 308 (che distingue tra diritti
patrimoniali –sospesi in attesa dell’esito del procedimento di liquidazione− e diritti
amministrativi –esercitabili nel rispetto della disciplina del conflitto di interessi e del
generale limite del principio di correttezza e buona fede); M. CALLEGARI, Il recesso
del socio nella s.r.l., in Le nuove s.r.l., a cura di M. Sarale, cit., 245 ss.; G.
PLASMATI, Ricostruzione unitaria dell’efficacia del recesso societario, in Riv. not.,
2007, 349 ss.; P. REVIGLIONO, Il recesso nella società a responsabilità limitata, cit.,
301 ss.; G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 820 ss. In giuri-
sprudenza la tesi della permanenza del rapporto sociale fino a che le azioni vengano
acquistate dagli altri soci o da terzi o fino a quando il rapporto sociale è sciolto me-
diante la riduzione del capitale o la messa in liquidazione della società è stata soste-
nuta da Trib Tivoli, 19 gennaio 2011, in Società, 2011, 1277.
Per una diversa individuazione del momento in cui gli effetti della comunicazio-
ne del recesso si stabilizzano definitivamente cfr. altresì infra, nota 73.
152 Capitolo III

scioglimento del rapporto sociale al momento dell’effettiva correspon-


sione del rimborso della partecipazione71 (poiché in tal caso si impor-
rebbe ai soci che hanno deliberato l’esclusione di consentire
l’intromissione dell’escluso nella vita sociale per tutta la durata del
procedimento di liquidazione), né quella che ritiene rilevante il mo-
mento della comunicazione dell’esclusione (poiché in tal caso si in-
correrebbe in una palese violazione del diritto di difesa del socio che
si troverebbe estromesso dalla compagine sociale prima ancora di po-
ter contestare il fatto che si sia verificata una specifica ipotesi di esclu-
sione per giusta causa)72.
I dubbi relativi all’individuazione della disciplina applicabile sor-
gono per il fatto che le due ipotesi di scioglimento del rapporto sociale
limitatamente ad un socio si fondano su presupposti molto diversi
(quando non antitetici) per cui, a dispetto del rinvio contenuto nell’art.
2473 bis c.c. alla disciplina del recesso, appare in molti casi fuorviante
estendere automaticamente all’esclusione quella contenuta nell’art.
2473 c.c. Nei due casi è infatti totalmente speculare la posizione del
soggetto che «subisce» la decisione dell’altro, per cui mentre
nell’esclusione è, ad esempio, centrale la necessità di salvaguardare il
diritto del socio escluso di poter contestare l’esistenza dei presupposti
che hanno determinato la sua estromissione dalla società, tale profilo è
del tutto assente nel caso del recesso (che si configura invece come
fattispecie nella quale il socio assume la veste di parte attiva, che eser-
cita un proprio diritto come reazione ad una specifica decisione della

71
Così invece D. GALLETTI, Sub art. 2473 bis, cit., 1919; F. MAGLIULO, op. ult.
cit., 247; F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata,
cit., 838 (il quale ritiene tuttavia che l’esclusione divenga irretrattabile da parte del
socio decorsi i novanta giorni dalla delibera senza che vi sia stata impugnazione); G.
ZANARONE, op. ult. cit., 879, nota 75; P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella
società a responsabilità limitata, cit., 184.
72
Ed infatti anche chi propone di collegare la sterilizzazione dei diritti sociali
(con la preclusione del loro esercizio) già al momento della comunicazione al socio
della delibera di esclusione (o dal momento stesso della decisione, ove questa sia as-
sunta dall'assemblea alla presenza dello stesso socio: per tale precisazione M.
PERRINO, Sub art. 2473 bis, in Codice commentato delle società, a cura di N. Abria-
ni e M. Stella Richter, cit., 1917) deve poi fare salva la possibilità per il socio di op-
porvisi e di ottenerne la sospensione (cfr. M. CIAN, L’esclusione del socio, cit., 509 e
M. TANZI, Commento sub art. 2473/II, cit., 1553).
Il procedimento di esclusione 153

maggioranza); allo stesso modo l’esclusione pone il problema (assente


nel recesso) di tutelare la società e i soci rispetto all’eventualità che il
socio escluso perseveri nel tenere i comportamenti che ne hanno de-
terminato l’esclusione per tutto il tempo che intercorre tra la decisione
di escluderlo e la liquidazione della quota.
Se le considerazioni che precedono sono corrette, ci sembra che il
modo migliore per trovare un punto di equilibrio tra il diritto di difesa
del socio e il diritto degli altri soci di escludere quello tra loro la cui
permanenza possa compromettere il regolare svolgimento dell’attività
comune o il raggiungimento dell’oggetto sociale, consista
nell’individuare all’interno del procedimento di esclusione il momento
in cui gli effetti della comunicazione all’escluso si stabilizzano defini-
tivamente, facendo venir meno le esigenze di tutela che giustificano
medio tempore l’esercizio da parte sua dei diritti sociali.
Traendo così ancora una volta spunto dai principi ricavabili dalla
disciplina che storicamente ha costituito il paradigma di riferimento
della fattispecie oggetto del nostro esame, ci sembra che tale momento
possa coincidere con il decorso del termine entro il quale il socio ha la
possibilità di contestare la delibera che ha sancito la sua estromissione
dalla compagine sociale. Così come, nelle società di persone, il socio
rimane tale fino a che non siano decorsi i trenta giorni da quanto
l’esclusione gli è stata comunicata (e così come si può sostenere che il
socio di società di capitali receduto possa esercitare i diritti ammini-
strativi e patrimoniali fino a che non sia decorso il termine entro il
quale l’assemblea può revocare la delibera che ha legittimato il reces-
so o deliberare lo scioglimento della società)73, allo stesso modo

73
In questi termini (con riferimento all’art. 2437 bis, comma 3, c.c.) V. DI
CATALDO, Il recesso del socio di società per azioni, in Il nuovo diritto delle società,
a cura di P. Abbadessa e G.B. Portale, vol. 3, cit., 252; M. BIONE, Informazione ed
exit: brevi note in tema di recesso nella s.p.a., ivi, 214; F. CORSI, Il momento di ope-
ratività del recesso nelle società per azioni, in Giur. Comm., 2005, I, 317; A.
DACCÒ, Il recesso nelle s.p.a., in Le nuove s.p.a., a cura di O. Cagnasso e L. Panza-
ni, Bologna, 2010, 1435. Il termine di novanta giorni (espressamente indicato per le
s.p.a.) non è riproposto dall’art. 2473 c.c. per il recesso da s.r.l.; per una convincente
dimostrazione dell’ammissibilità (e della ragionevolezza) di un’applicazione analo-
gica cfr. tuttavia P. REVIGLIONO, Il recesso nella società a responsabilità limitata,
cit., 324; L. ENRIQUES−S. SCIOLLA−A. VAUDANO, Il recesso del socio di S.r.l.: una
154 Capitolo III

l’esclusione produrrà dunque i suoi effetti, facendo venir meno lo sta-


tus di socio e la possibilità di esercitare i connessi diritti, non dal mo-
mento della sua comunicazione al socio, né da quello in cui si proce-
derà alla liquidazione della quota, ma decorso il termine concesso
all’escluso per fare opposizione74, salvo che egli ottenga la sospensio-
ne della decisione opposta75.

5. La liquidazione della partecipazione del socio escluso.

Una volta escluso, il socio ha diritto alla liquidazione della parteci-


pazione. La materia è regolata dall’art. 2473 bis c.c. attraverso il ri-
chiamo della norma dettata per il recesso, «esclusa la possibilità del
rimborso della partecipazione mediante riduzione del capitale».
Se quindi, in linea di principio, i criteri di determinazione del valo-
re della quota del socio escluso, nonché i tempi e le modalità di liqui-
dazione della sua partecipazione devono essere desunti dall’art. 2473,
commi 3, 4 e 5, c.c., occorre tuttavia rilevare che le due fattispecie
hanno funzioni e finalità differenti per cui occorre valutare se le dispo-
sizioni dettate per il recesso debbano subire degli adattamenti allorché
vengano applicate all’esclusione. Senza soffermarci in questa sede sui
numerosi problemi interpretativi sollevati dalla disposizione dettata
per il rimborso della partecipazione in caso di exit attivo76, concentre-

mina vagante nella riforma, in Giur. Comm., 2004, I, 768 e G. ZANARONE, Della
società a responsabilità limitata, cit., 817, nota 98.
74
Nello stesso senso cfr. F. NIEDDU ARRICA, L’esclusione, cit., 204-205; S.
MASTURZI, Commento sub art. 2473 bis, in La riforma delle società, cit., 97; L.
BARCHI, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata, cit., 159 e F.
ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 544.
75
Cfr. supra, cap. I, § 4.3., nota 98 e testo corrispondente.
76
Rinviando sul punto ai lavori di P. REVIGLIONO, Il recesso nella società a re-
sponsabilità limitata, cit., 339 ss., di C. FRIGENI, Partecipazione in società di capita-
li e diritto al disinvestimento, cit., 200 ss. e di A. TUCCI, La valutazione della parte-
cipazione del recedente, in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B. Portale, cit.,
478 ss. ci limitiamo in questa sede a ricordare:
i) che la valutazione della partecipazione del socio receduto (o escluso), effettua-
ta applicando i criteri legali, è di competenza degli amministratori della società (cfr.
Il procedimento di esclusione 155

remo quindi l’attenzione su quegli aspetti della disciplina del recesso


per i quali risulta più difficoltosa la trasposizione alla fattispecie con-
tenuta nell’art. 2473 bis c.c.

Uno dei punti maggiormente controversi (in relazione al quale, an-


cora una volta, non è di aiuto la laconicità del legislatore) riguarda
l’applicabilità all’esclusione della parte conclusiva dell’art. 2473,
comma 4, c.c. in base alla quale, qualora non risulti possibile il rim-
borso della partecipazione del socio mediante riduzione del capitale, la
società viene posta in liquidazione.

M. MALTONI, Il recesso e l’esclusione, cit., 311; M. STELLA RICHTER JR., Diritto di


recesso e autonomia statutaria, in Riv. dir. comm., 2004, I, 412; M. TANZI, Com-
mento sub art. 2473, cit., 1542; M. VENTORUZZO, Recesso da società a responsabili-
tà limitata e valutazione della partecipazione del socio recedente, in Nuova giur.
civ. comm., 2005, II, 464);
ii) che il debito della società nei confronti del socio receduto (o escluso) ha natu-
ra di debito di valuta, e non di valore, e come tale soggetto al principio nominalistico
di cui all’art. 1227 c.c. (cfr. retro cap. I, § 4.4., nota 120 e testo corrispondente);
iii) che la determinazione del valore della quota da liquidare al socio receduto va
effettuata «in proporzione del patrimonio sociale» e «tenendo conto del suo [i.e. del
patrimonio: per tutti P. REVIGLIONO, op. ult. cit., 373 ss.] valore di mercato al mo-
mento della dichiarazione di recesso». In tale prospettiva, il valore delle quote di
s.r.l. deve anzitutto essere calcolato facendo riferimento al valore effettivo
dell’intera azienda sociale in base al criterio del capitale economico, cioè di una sti-
ma condotta secondo i valori non di liquidazione, ma di cessione, comprensivi
dell’avviamento e delle prospettive reddituali dell’impresa (sul punto P. PISCITELLO,
Recesso ed esclusione nella s.r.l., cit., 731, O. CAGNASSO, La società a responsabili-
tà limitata, cit., 164-165; S. MASTURZI, Riflessi finanziari e patrimoniali del recesso
del socio, in Profili patrimoniali e finanziari della riforma, a cura di C. Montagnani,
Milano, 2004, 143; F. MAGLIULO, Il recesso e l’esclusione, cit., 180; G. AGRUSTI−R.
MARCELLO, Il recesso del socio nelle s.r.l.: modalità, termini, efficacia e liquidazio-
ne della quota, in Società, 2006, 569); il fatto che il legislatore imponga di procedere
ad una valutazione del patrimonio che tenga conto del suo valore di mercato (e non,
come stabilito ad esempio dall’art. 2437 ter, comma 3, c.c. che faccia esclusivo rife-
rimento al suo valore di mercato) autorizza peraltro ad utilizzare anche criteri di va-
lutazione finanziari, reddituali, patrimoniali o misti che, in base alla teoria e alle
prassi economiche meglio esprimono il valore effettivo ed equo del patrimonio so-
ciale (così M. VENTORUZZO, op. ult. cit., 466; A TUCCI, op. ult. cit., 482; M.
CALLEGARI, Il recesso del socio nella s.r.l., cit., 253; G. ZANARONE, Della società a
responsabilità limitata, cit., 830).
156 Capitolo III

Più precisamente, partendo dal presupposto per cui il meccanismo


di liquidazione della quota del socio receduto è costruito dal legislato-
re come meccanismo «per tappe successive»77 e constatato che l’art.
2473 bis c.c. espressamente esclude la possibilità di procedere al rim-
borso mediante riduzione del capitale, alcuni autori hanno ritenuto di
dover far discendere dall’esplicito divieto legislativo di intaccare il pa-
trimonio sociale, anche l’impossibilità di percorrere quello che nella
disciplina del recesso costituisce il passo successivo, escludendo
quindi non solo la riduzione del capitale, ma anche lo scioglimento
della società, che l’art. 2473 c.c. ricollega alla vittoriosa opposizione
dei creditori di cui all’art. 2482 c.c. Secondo questa lettura quindi, a
differenza di quanto avviene nella disciplina del recesso, l’interesse
dei soci ad escluderne un altro sarebbe in ogni caso posposto a quello
dei creditori sociali all’integrità del capitale sociale, con la conseguen-
za che qualora non si trovino né tra i soci né tra i terzi acquirenti per la
quota del socio escluso e la società non disponga di riserve disponibili,
non potendosi procedere né alla riduzione del capitale (espressamente
vietata), né alla liquidazione della società (logicamente consequenzia-
le alla prima), si determinerebbe «l’inefficacia (in un certo senso la
revoca implicita) della decisione di esclusione»78.
Tale costruzione non ci pare tuttavia del tutto convincente. Anzitut-
to perché presuppone che l’esclusione sia sospensivamente condizio-
nata alla possibilità di ricorrere ad una modalità di liquidazione della
quota diversa dalla riduzione del capitale (mentre, come abbiamo cer-
cato di dimostrare nel paragrafo precedente, ci pare che l’efficacia
dell’esclusione sia indipendente dal rimborso della partecipazione); in

77
Usano questa locuzione, ad esempio, P. PISCITELLO, op. ult. cit., 733; M.
CALLEGARI, Il diritto di recesso del socio di s.p.a., in Tratt. Rescigno, vol. 16, t. 4,
Torino, 2012, 333 e L. SALVATORE, Il nuovo diritto di recesso nelle società di capi-
tali, in Contr. e impr., 2003, 629.
78
Così, testualmente, D. GALLETTI, Commento sub art. 2473 bis, cit., 1923. Nel-
lo stesso senso M. MALTONI, Il recesso e l’esclusione nella nuova società a respon-
sabilità limitata, cit., 316; C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale di
“exit” societario, cit., 288; F. MAGLIULO, Il recesso e l’esclusione, cit. 248-250; G.
ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 881; M. CIAN, L’esclusione
del socio, cit., 512; F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsabilità
limitata, cit., 845−846; F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 547.
Il procedimento di esclusione 157

secondo luogo perché non tiene in sufficiente considerazione la diffe-


renza che esiste tra recesso ed esclusione, derivante dal fatto che il
primo è «subìto» dalla società, mentre la seconda è frutto di una scelta
dei soci, i quali possono vagliare preventivamente la disponibilità loro
o di terzi ad acquistare la quota dell’escludendo, nonché la presenza o
meno di risorse patrimoniali utilizzabili a questo scopo della società e,
si è scritto, qualora reputino che «l’interesse al mantenimento in vita
della società sia prioritario rispetto all’interesse ad espellere il socio,
potranno astenersi dal deliberare l’esclusione»79.
Le osservazioni che precedono consentono di riconsiderare la por-
tata dell’esplicito divieto di rimborsare la partecipazione del socio
escluso mediante riduzione del capitale: tale divieto non significa che i
soci, non essendosi proceduto all’acquisto della partecipazione del so-
cio al valore di mercato ed in assenza di sufficienti riserve per rimbor-
sarlo allo stesso valore, siano obbligati a tenere in società il socio, ma
deve essere letto come espressione della regola generale, valevole per
tutta la disciplina della nuova s.r.l., per cui «l’adattamento statutario in
senso personalistico della s.r.l. non si produce in assenza di vincoli»,
primo fra tutti l’interesse dei terzi a non vedere ridotta la loro garanzia
patrimoniale80.
L’esigenza di tutelare i terzi, se giustifica l’impossibilità di proce-
dere al rimborso riducendo il capitale, non può tuttavia spingersi fino
ad obbligare i soci a rinunciare ad estromettere un socio dalla compa-
gine sociale, vanificando gli effetti della decisione di escluderlo;
nell’impossibilità di soddisfare la pretesa creditoria del socio, la socie-
tà entrerà quindi necessariamente in stato di liquidazione81, a meno
79
Così L. BARCHI, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata,
cit., 158. Nel senso che l’art. 2473 c.c. deve essere adattato alla disciplina
dell’esclusione e che lo scioglimento della società opera come extrema ratio
nell’ipotesi in cui né i soci né un terzo abbiano dimostrato di voler credere nella so-
cietà ed essa non abbia risorse per far fronte al rimborso della partecipazione cfr. F.
NIEDDU ARRICA, L’esclusione, cit., 220.
80
Così G. ZANARONE, Introduzione alla nuova società a responsabilità limitata,
cit., 87.
81
Parla di «inevitabile scioglimento della società» M. PERRINO, Sub art. 2473
bis, in Codice commentato delle società, a cura di N. Abriani e M. Stella Richter,
cit., 1915; nello stesso senso cfr. O. CAGNASSO, La società a responsabilità limitata,
cit., 171, nota 23; P. PISCITELLO, Recesso ed esclusione nella s.r.l., cit., 741; S.
158 Capitolo III

che i soci, per evitare tale estremo rimedio, non preferiscano revocare
la delibera di esclusione (prima che essa sia divenuta definitiva per
decorso del termine concesso al socio per fare opposizione)82 e reinte-
grare il socio83.

Un secondo profilo in relazione al quale è necessario adeguare la


disciplina dettata per il recesso alla diversa fattispecie dell’esclusione
riguarda l’individuazione del momento a partire dal quale cominciano
a decorrere i centottanta giorni che la legge assegna come termine en-
tro il quale deve avvenire il rimborso della partecipazione: occorre
cioè individuare all’interno del procedimento di esclusione il momen-
to corrispondente a quello indicato dall’art. 2473, comma 4, c.c., che
stabilisce che il termine anzidetto inizi a decorrere dalla comunicazio-

MASTURZI, Commento sub art. 2473 bis, cit., 96; D. FICO, L’esclusione del socio di
società a responsabilità limitata, cit., 957.
Altro problema (ancora una volta connesso a quello relativo all’individuazione
del momento a partire dal quale la delibera di esclusione produce i suoi effetti) è poi
quello del rapporto tra scioglimento della società e scioglimento particolare del vin-
colo sociale che la norma sul recesso espressamente risolve affermando la prevalen-
za dello scioglimento della società (art. 2473, comma 6, c.c.): è ovvio infatti che
molto diversa può essere la liquidazione della quota del socio escluso secondo i cri-
teri dettati per il recesso, ovvero secondo il procedimento disciplinato dagli artt.
2484 ss. c.c. Sulle interferenze tra scioglimento particolare del vincolo sociale e
scioglimento della società cfr. infra, § 6 di questo Capitolo.
82
Una volta infatti che l’effetto risolutivo del rapporto sociale si sia prodotto nel-
la sfera dell’escluso, l’eventuale revoca dell’esclusione e la conseguente reintegra-
zione del socio necessiteranno del suo consenso: cfr. M. PERRINO, Sub art. 2473 bis,
cit., 1916.
83
Così M. TANZI, Commento sub art. 2473/II, cit., 1555 e L. BARCHI,
L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata, cit., 158. Ad analoga
soluzione perviene anche P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella società a re-
sponsabilità limitata, cit., 185, il quale sottolinea come l’esclusione (a differenza del
recesso) sia rimedio che, in ultima analisi, è rimesso nella disponibilità di quella
stessa maggioranza che ha il potere di mettere la società in liquidazione: «di fronte
all’impossibilità di effettuare il rimborso della partecipazione senza compromettere
l’integrità del capitale sociale, la stessa maggioranza che ha deliberato l’esclusione
potrà valutare se l’interesse ad ottenere l’estromissione del socio dalla compagine
sociale prevalga sulla stessa esigenza di non far cessare l’attività sociale, nel qual
caso delibererà lo scioglimento della società o se, invece, sia opportuno continuare
comunque l’attività sociale, nel qual caso procederà alla revoca dell’esclusione».
Il procedimento di esclusione 159

ne del recesso fatta dal socio alla società (in applicazione della regola
per cui essendo il recesso un atto unilaterale recettizio, esso produce i
suoi effetti nel momento in cui viene portato a conoscenza della socie-
tà). Tra le diverse soluzioni prospettate, ci pare che quella che mag-
giormente rispetta il parallelismo tra le due fattispecie sia quella che
individua tale momento nella comunicazione dell’esclusione al socio
(o nella data della decisione, qualora il socio abbia preso parte
all’assemblea nella quale è stata decisa la sua estromissione dalla
compagine sociale, rendendo in tal modo non necessaria la comunica-
zione)84.

L’ultimo aspetto in relazione al quale occorre valutare la possibilità


di adottare soluzioni differenti nel caso di recesso e nel caso di esclu-
sione, concerne la derogabilità statutaria dell’art. 2473, comma 3, c.c.
Più precisamente si tratta di verificare anzitutto se ai soci sia consenti-
to, in sede di redazione dell’atto costitutivo o di una sua successiva
modifica, derogare ai criteri di determinazione del valore della quota
stabiliti dalla legge e, una volta che si sia data risposta positiva a que-
sto primo quesito, se e in che misura sia ammissibile il ricorso a para-
metri penalizzanti per il socio escluso (ovvero se sia possibile una de-
roga in peius).
Per affrontare tale questione, occorre richiamare brevemente le di-
verse soluzioni prospettate dalla dottrina in tema di recesso del so-
cio85, avendo cura di precisare che i dubbi interpretativi nascono prin-
cipalmente dal fatto che mentre l’art. 2437 ter, comma 4, c.c. (dettato

84
Così M. PERRINO, Sub art. 2473 bis, cit., 1916; D. FICO, L’esclusione del socio
nella società a responsabilità limitata, cit., 957; M. CIAN, L’esclusione del socio,
cit., 511; F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata,
cit., 838 e G. ZANARONE, Della società a responsabilità limitata, cit., 879, nota 75,
il quale ritiene che il termine di centottanta giorni sia inderogabile (così anche la
massima I.H.14 degli «Orientamenti del Comitato Triveneto dei notai in materia di
atti societari», in www.notaitriveneto.it) e perentorio «pena la perdita del diritto
all’esclusione in capo alla società e dunque il definitivo consolidarsi della posizione
di socio in capo all’escluso».
85
Per un ampio quadro delle diverse posizioni cfr. P. REVIGLIONO, Il recesso
nella società a responsabilità limitata, cit., 391 ss.; G. ZANARONE, Della società a
responsabilità limitata, cit., 828 ss. e A TUCCI, La valutazione della partecipazione
del recedente, cit., 482.
160 Capitolo III

in tema di recesso dalla società per azioni) espressamente ammette la


possibilità di prevedere in statuto criteri di determinazione del valore
delle azioni del socio receduto diversi da quello legale86, analoga pre-
visione non è ripetuta dall’art. 2473 c.c. Nell’interpretare questa diffe-
renza, la dottrina si è divisa: accanto ad una posizione più rigida, pro-
pensa a valorizzare il diverso tenore letterale delle due norme e a rite-
nere pertanto assolutamente inderogabile il criterio di determinazione
del valore della quota del socio receduto87, e ad una più permissiva,
che (ferma restando la impossibilità di giungere a determinazioni pe-

86
Sul punto cfr., per tutti, M. VENTORUZZO, I criteri di valutazione delle azioni
in caso di recesso del socio, in Riv. Soc., 2005, 309 ss.
87
In questo senso cfr. L. SALVATORE, Il nuovo diritto di recesso nelle società di
capitali, cit., 644; N. CIOCCA, Il recesso del socio dalla società a responsabilità li-
mitata, in Riv. dir. comm., 2008, I, 214 e O. CAGNASSO, La società a responsabilità
limitata, cit., 168 (il quale tuttavia, stempera almeno parzialmente la rigidità della
propria affermazione ammettendo la possibilità che l’atto costitutivo preveda «nel
rispetto delle regole di legge e delle finalità perseguite dal legislatore, particolari
tecniche di valutazione»: op. loc. ult. cit., nota 19). Sulla ammissibilità di criteri di
valutazione finanziari, reddituali, patrimoniali o misti, che meglio consentano di
esprimere il valore effettivo del patrimonio sociale» cfr., per tutti, M. VENTORUZZO,
Recesso da società a responsabilità limitata e valutazione della partecipazione del
socio recedente, cit., 466; per una esemplificazione di tali criteri cfr. G. AGRUSTI−R.
MARCELLO, Il recesso del socio nelle s.r.l.: modalità, termini, efficacia e liquidazio-
ne della quota, cit., 573 ss.
Analogo orientamento è espresso negli «Orientamenti del Comitato Triveneto
dei Notai in materia di atti societari» (in www.notaitriveneto.it), nella cui massima
I.H.13 si legge: «Stante la tipicità della causa del recesso (disinvestimento) non è
possibile prevedere statutariamente che al socio recedente venga rimborsato un im-
porto diverso dal valore di mercato della partecipazione al momento della dichiara-
zione di recesso. È tuttavia possibile, in assenza di un metodo legale e univoco di va-
lutazione delle partecipazioni societarie, prevedere criteri statutari volti a determina-
re in maniera oggettiva il valore di mercato della partecipazione, dovendosi ritenere
illegittime solo quelle clausole che determinano il rimborso della partecipazione se-
condo criteri diversi dal valore di mercato. Sono quindi da ritenersi lecite le clausole
volte a determinare il valore dell’avviamento secondo calcoli matematici rapportati
alla redditività degli esercizi precedenti. Sono invece da ritenersi illecite le clausole
che determinano il rimborso della partecipazione in misura pari al valore nominale
della stessa o che tengano in considerazione i soli valori contabili. Sono del pari da
ritenersi illecite le clausole che rimettono ad una decisione periodica dei soci, anche
unanime, la predeterminazione del valore delle partecipazioni ai fini di un eventuale
recesso».
Il procedimento di esclusione 161

nalizzanti per i soci) tende, all’opposto, a minimizzare la diversità nel-


la formulazione delle due norme e a valorizzare il centrale ruolo
dell’autonomia statutaria nella società a responsabilità limitata88, vi è
una posizione intermedia che distingue tra cause di recesso legali (per
le quali soltanto varrebbe l’inderogabilità del criterio di determinazio-
ne del valore della quota del socio receduto fissato dal legislatore)89 e
cause statutarie (per le quali, invece, l’autonomia statutaria troverebbe
uno spazio molto maggiore)90.
Fatte queste premesse, ci sembra che, qualunque sia la soluzione
che si ritenga di avallare in tema di recesso, in caso di esclusione vi
siano spazi per sostenere la derogabilità statutaria dei criteri di deter-
minazione del valore della quota. Infatti, se si reputa che il valore del-
la quota del socio receduto sia liberamente determinabile dallo statuto,

88
Si vedano M. STELLA RICHTER JR., Diritto di recesso e autonomia statutaria,
cit., 410 ss.; P. PISCITELLO, Recesso ed esclusione nella s.r.l., cit., 731; ID., Rifles-
sioni sulla nuova disciplina del recesso nelle società di capitali, in Riv. Soc., 2005,
531; E. BERGAMO, Il diritto di recesso nella riforma del diritto societario, in Giur.
it., 2006, 1113.
89
Cfr. A. TUCCI, La valutazione della partecipazione del recedente, cit., 483 e
G.B. PORTALE−A. DACCÒ, Criteri e modalità «penalizzanti» per il recesso del socio
di minoranza nella società a responsabilità limitata, in RDS, 2009, 27.
90
In tal senso cfr. V. CALANDRA BUONAURA, Il recesso del socio di società di
capitali, cit., 316 («il problema della derogabilità del criterio legale ha motivo di
porsi solo per le cause di recesso legali»); L. ENRIQUES−S. SCIOLLA−A. VAUDANO,
Il recesso del socio di S.r.l.: una mina vagante nella riforma, cit., 766 («non sem-
brano esservi ostacoli a prevedere criteri di liquidazione della quota penalizzanti nei
casi di recesso introdotti pattiziamente dai soci»); M. VENTORUZZO, op. ult. cit., 472
(«con riferimento alle fattispecie di recesso facoltative eventualmente contemplate
dall’atto costitutivo … si ritiene ammissibile la previsione di criteri di valutazione
che non facciano riferimento al valore di mercato del patrimonio della società»); P.
REVIGLIONO, Il recesso nella società a responsabilità limitata, cit., 393−394 («non
pare preclusa all’autonomia statutaria la possibilità di prevedere dei criteri di valuta-
zione che si discostino dai principi desumibili dall’art. 2473, terzo comma, in rela-
zione alle cause di recesso stabilite dall’atto costitutivo»). Posizione analoga è
espressa nei Principi uniformi in tema di società, elaborati dalla Commissione del
Consiglio Notarile di Milano, in Riv. not., 2006, 270, nella cui massima n. 74, ultimo
periodo, si legge: «La determinazione del valore di liquidazione delle quote o azioni,
nelle ipotesi di cause convenzionali di recesso, può essere disciplinata da criteri libe-
ramente stabiliti dall'atto costitutivo o dallo statuto, anche in totale deroga rispetto ai
criteri di liquidazione fissati dalla legge per le cause legali di recesso».
162 Capitolo III

in analogia con quanto disposto in tema di società per azioni, allora lo


sarà anche quello della quota del socio escluso, in virtù del richiamo
fatto dall’art. 2473 bis c.c. all’art. 2473 c.c. Qualora si ritenga invece
che il criterio di determinazione del valore della quota possa discostar-
si da quello legale solo per le ipotesi di recesso convenzionale, pare
logico assimilare a queste ultime quelle di esclusione, essendo tale
istituto rimesso integralmente alla libera autonomia negoziale dei soci:
così come questi ultimi sono liberi di prevedere o meno specifiche
ipotesi di esclusione per giusta causa, allo stesso modo essi possono
stabilire, nel caso in cui decidano di prevedere tale peculiare ipotesi di
exit, criteri di liquidazione del socio escluso diversi da quello legale.
Se dunque si accetta che l’idea che l’equiparazione della disciplina
(sotto il profilo qui in esame) non deve essere fatta tra esclusione e re-
cesso, ma tra esclusione e cause convenzionali di recesso, pare desti-
nato a perdere vigore l’argomento principale sul quale si fonda la tesi
dell’inderogabilità dei criteri di determinazione del valore della quota
del socio receduto, ovvero quello per cui «le modalità di determina-
zione della somma dovuta al socio receduto che penalizzino la sua po-
sizione verrebbero a confliggere con la stessa previsione inderogabile
del diritto di recesso»91: se infatti la ratio della inderogabilità dei crite-
ri di liquidazione legali risiede nella inderogabilità delle ipotesi legali
di recesso, ne deriva che tale ratio non sarà più invocabile allorché ci
si muova nell’ambito di una fattispecie, quale quella dell’esclusione,
la cui presenza stessa all’interno del contratto di società è totalmente
rimessa alla volontà delle parti92.

91
Così O. CAGNASSO, op. loc. ult. cit.
92
Ed infatti proprio uno degli autori maggiormente propenso a sostenere la totale
inderogabilità dei criteri di determinazione della quota, arriva ad affermare che «in
caso di esclusione, la prospettiva illustrata con riferimento alla posizione del socio
receduto muta profondamente» (cfr. ancora CAGNASSO, op. ult. cit., 172).
All’assimilazione (sotto il profilo della derogabilità dei criteri legali di determi-
nazione del valore della partecipazione) tra esclusione e ipotesi convenzionali di re-
cesso (che avevamo già sostenuto in L’esclusione del socio nella s.r.l., cit., 289 ss.)
è stato autorevolmente obiettato (da P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella so-
cietà a responsabilità limitata, cit., 187 ss. e da G. ZANARONE, Della società a re-
sponsabilità limitata, cit., 880, nota 78) che l’introduzione di ipotesi di recesso ulte-
riori rispetto a quelle legali rappresenta un ampliamento della sfera di tutela del so-
cio (e giustifica pertanto un sacrificio delle sue aspettative patrimoniali nella liqui-
Il procedimento di esclusione 163

Il discorso si sposta quindi non tanto sulla possibilità di discostarsi


dall’art. 2473, comma 3, c.c., quanto piuttosto sui limiti che
l’autonomia statutaria incontra in questo discostarsi.
E se l’art. 2265 c.c., da un lato, e, dall’altro, la necessità di non pe-
nalizzare un modo indiscriminato e generalizzato il socio del quale sia
stata decisa l’esclusione inducono a ritenere inammissibili clausole
che negassero qualunque liquidazione della quota93 o la imponessero
al valore nominale o sulla base dei dati dell’ultimo bilancio con esclu-
sione di qualsiasi plusvalenza della società94, ciò non significa che non
possa essere riconosciuta all’autonomia statutaria la possibilità di sta-
bilire criteri migliorativi rispetto a quello legale95 (ad esempio per te-
ner conto di eventuali diritti particolari attribuiti al socio ex art. 2468,
comma 3, c.c.)96, o, in analogia con quanto disposto dal vigente art.

dazione della partecipazione, compensate dalle più ampie possibilità di disinvesti-


mento), mentre l’esclusione rappresenta per il socio una situazione di svantaggio,
che non può essere ulteriormente aggravata dalla previsione di criteri penalizzanti
nella determinazione del valore della quota di liquidazione. L’argomento è sicura-
mente condivisibile là dove conduce a ritenere inammissibili deroghe in peius gene-
ralizzate (e ci induce infatti a rivedere la posizione assunta nell’articolo sopra ricor-
dato), ma non vale a rendere inammissibili in toto criteri diversi da quello indicato
dall’art. 2473, comma 3, c.c., vuoi migliorativi rispetto a quello legale, vuoi che ten-
gano conto dell’esistenza di eventuali «diritti particolari» attribuiti al socio ex art.
2468, comma 3, c.c., vuoi che tengano conto della ragione specifica che ha determi-
nato la singola esclusione.
93
Per l’affermazione che la clausola statutaria che neghi la liquidazione al socio
escluso (o la imponga al valore nominale) integra una violazione del divieto di patto
leonino si vedano (in tema di società di persone) Cass., 16 aprile 1975, n. 1434, in
Mass. Foro It., 1975; App. Torino, 10 novembre 1993, in Giur. It., 1994, I, 2, 766 e
Trib. Vercelli, 19 novembre 1992, in Giur. It., 1993, I, 2, 489, nonché, in tema di
esclusione da s.r.l. F. NIEDDU ARRICA, L’esclusione, cit., 223 e F. CASALE,
L’esclusione del socio, cit., 842.
94
Hanno affermato l’inderogabilità in peius dei criteri indicati dall’art. 2473 c.c.
(in riferimento ad un’esclusione da s.r.l.) Trib. Lucca, 11 gennaio 2005, in Vita not.,
2007, 756 e Trib. Milano, 24 maggio 2007, in Giur. It., 2008, 1433, con nota di O
CAGNASSO, Profili concernenti l’esclusione del socio di società a responsabilità li-
mitata.
95
Cfr. F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis, cit., 546 e M. CIAN, L’esclusione del
socio, cit., 511.
96
Nel senso che l’atto costitutivo dovrebbe contenere espresse e specifiche pre-
visioni per la determinazione del valore della partecipazione del socio cui siano at-
164 Capitolo III

2437 ter c.c., di indicare i valori dell’attivo e del passivo che possono
essere rettificati rispetto ai valori contabili e i criteri di rettifica da
adottare97, o, ancora, nelle specifiche ipotesi in cui l’esclusione sia
configurata come rimedio per l’inadempimento del socio, di prevedere
criteri penalizzanti come forma di sanzione per il socio escluso, idonei
a risarcire la società per le conseguenze della condotta tenuta dal so-
cio98.

6. Esclusione e scioglimento della società.

Nulla dice il legislatore sul rapporto tra esclusione del socio e li-
quidazione della società.
L’unica –esile− traccia di disciplina positiva è costituita dal rinvio
contenuto nell’art. 2473 bis c.c. alla disciplina del recesso; ancora una
volta, quindi, la discutibile tecnica di redazione della norma scelta dal
legislatore pone l’interprete dinnanzi al quesito se tale rinvio sia suffi-
ciente per rendere applicabile anche all’esclusione il disposto
dell’ultimo comma dell’art. 2473 c.c. che espressamente risolve il
concorso tra scioglimento particolare del vincolo sociale e scioglimen-
to della società affermando la prevalenza del secondo sul primo.
Premesso che, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, il ri-
chiamo alla disciplina del recesso non deve essere letto in modo

tribuiti diritti speciali (in particolare nel caso di recesso) cfr. M. VENTORUZZO, Re-
cesso da società a responsabilità limitata e valutazione della partecipazione del so-
cio recedente, cit., 469 ss.; M. STELLA RICHTER JR., Diritto di recesso e autonomia
statutaria, in Riv. dir. comm., 2004, I, 411; A. DACCÒ, Il diritto di recesso: limiti
dell’istituto e limiti all’autonomia privata nella società a responsabilità limitata, in
Riv. dir. comm., 2004, I, 494.
97
Così D. FICO, L’esclusione del socio di società a responsabilità limitata, cit.,
956; C. ESPOSITO, L’esclusione come strumento generale di «exit» societario, cit.,
288.
98
Così espressamente L. BARCHI, L’esclusione del socio nella società a respon-
sabilità limitata, cit., 155 ss. e F. CASALE, op. ult. cit., 841, nonché, con maggiori
cautele, O CAGNASSO, Profili concernenti l’esclusione del socio di società a respon-
sabilità limitata, cit., 1435 e P. REVIGLIONO, L’esclusione del socio nella società a
responsabilità limitata, cit., 188.
Il procedimento di esclusione 165

«meccanicistico», ma valutato caso per caso, verificando la compatibi-


lità tra le due fattispecie, cercheremo in questo paragrafo conclusivo di
esaminare se, e in che misura, sia applicabile all’esclusione il disposto
dell’art. 2473, comma 6, c.c., in base al quale «il recesso non può es-
sere esercitato e, se già esercitato, è privo di efficacia […] se è delibe-
rato lo scioglimento della società»99. Più precisamente, il rapporto tra
scioglimento particolare del vincolo sociale e scioglimento della so-
cietà sarà analizzato sotto una duplice prospettiva: altro è, infatti, la
questione se, nelle more del procedimento di liquidazione, possa esse-
re deliberata l’esclusione di un socio («il recesso non può essere eser-
citato»), altro la questione relativa alle conseguenze che ha lo scio-
glimento della società rispetto ad un’esclusione già deliberata («il re-
cesso, se già esercitato, è privo di efficacia»). In entrambi i casi, infi-
ne, occorre valutare quale rapporto si instauri tra diritto alla quota di
liquidazione e diritto alla liquidazione della quota.

La prima questione è, dunque, se sia possibile dar corso


all’esclusione del socio dopo che si sia verificata una causa di scio-
glimento della società. Il problema è stato ampiamente dibattuto in re-
lazione alla disciplina delle società di persone100, dove, ad una giuri-
sprudenza più risalente nel tempo propensa a dichiarare la totale in-
compatibilità tra stato di liquidazione e scioglimento del rapporto so-
ciale limitatamente a un socio101, si sono contrapposte dapprima larga

99
Su tale aspetto della disciplina del recesso cfr. i rilievi di P. REVIGLIONO, Il re-
cesso nella società a responsabilità limitata, Milano, 2008, 327 ss., di F.
ANNUNZIATA, Sub art. 2473, in Società a responsabilità limitata, a cura di L.A.
Bianchi, cit., 518 ss. e di O. CAGNASSO, La società a responsabilità limitata, cit.,
166 ss.
100
Per una ricostruzione delle diverse posizioni di dottrina e giurisprudenza cfr.,
in particolare, M. PERRINO, Le tecniche di esclusione del socio dalla società, cit.,
241, nota 142, nonché G. COTTINO−R. WEIGMANN, Le società di persone, cit., 281
ss.
101
Cfr. Cass., 25 giugno 1980, n. 3982, in Giur. Comm., 1981, II, 241; App.
Messina, 23 novembre 1977, ivi, 1979, II, 492; App. Cagliari, 24 gennaio 1994, in
Riv. Giur. Sarda, 1995, 326; Trib. Cagliari, 18 novembre 1991, ivi, 1992, 676; Trib.
Milano, 22 ottobre 1990, in Società, 1991, 221. Ancora di recente, ma come orien-
tamento ormai minoritario, la tesi è stata sostenuta da App. Milano, 17 gennaio
2003, in Giur. Comm., 2004, II, 668.
166 Capitolo III

parte della dottrina102, seguita poi dalla giurisprudenza di legittimità e


di merito103, sostenendo come, anche durante la fase di liquidazione,
ben possa rivelarsi opportuno (quando non addirittura necessario)
mantenere in capo ai soci il diritto di escludere quello tra loro che
ponga in essere comportamenti tali da integrare un grave inadempi-
mento degli obblighi derivanti dal contratto sociale.
In particolare la Corte di Cassazione104 ha sostenuto la possibilità di
escludere il socio anche durante il procedimento di liquidazione ar-
gomentando dal fatto che il verificarsi di una causa di scioglimento
non fa venir meno il carattere vincolante dal contratto di società in ca-
po al socio e l’obbligo di comportarsi in ogni fase di esecuzione dello
stesso (ivi compresa quella di liquidazione) secondo correttezza e
buona fede105. Qualora si sottraesse ai soci la possibilità di escludere il

102
Cfr. M. GHIDINI, Società personali, cit., 871 ss.; G. DI CHIO, Sulla possibilità
di escludere un socio di una società di persone durante lo stato di liquidazione, in
Giur. Comm., 1981, II, 241 ss.; P. BOERO, Sull’esclusione per gravi inadempienze di
un socio dopo lo scioglimento di una società di persone, in Dir. Fall., 1981, I, 117;
F. BUCCELLATO, Liquidazione di società di persone ed esclusione del socio, in Giur.
Comm., 1984, II, 187; G. LIACE, L’esclusione del socio nelle società di persone, cit.,
1477.
103
Si veda Cass., 15 luglio 1996, n. 6410, in Riv. Giur. Sarda, 1997, 326, con no-
ta di R. WEIGMANN, L’esclusione del socio da una società già sciolta; seguita da
Cass., 22 agosto 2001, n. 11185, in Vita not., 2002, 421; Cass. 1 giugno 2012, n.
8860, in Vita not., 2012, 839; App. Milano, 4 luglio 1996, in Società, 1997, 296;
Trib. Salerno, 4 luglio 2006, in Giur. Comm., 2008, II, 186, con nota di A.
SOMMARIVA, Problemi in materia di ammissibilità di una delibera di esclusione
dalla compagine sociale del socio inadempiente durante lo stato di liquidazione del-
la cooperativa, cui si rinvia per ulteriori riferimenti di dottrina e giurisprudenza.
104
Cfr. la pronuncia del 15 luglio 1996, n. 6410, citata alla nota precedente.
105
Sull’applicabilità al contratto di società dell’art. 1375 c.c. cfr., per tutte, Cass.,
26 ottobre 1995, n. 11151, in Giur. Comm., 1996, II, 329, seguita da ormai numero-
sissime pronunce sia di legittimità (cfr., ad esempio, Cass., 17 luglio 2007, n. 15942,
in Società, 2008, 306; Cass., 12 dicembre 2005, n. 27387, in Foro It., 2006, I, 3455;
Cass 11 giugno 2003, n. 9853, in Società, 2004, 188) e di merito (da ultimo, Trib.
Bologna, 9 luglio 2009, in Giur. It., 2010, 1105; Trib. Milano, 28 maggio 2007, ivi,
2008, 130; Trib. Vigevano, 2 marzo 2005, in Foro It., 2006, I, 626; Trib. Torino, 26
novembre 2004, in Giur. It., 2005, 750). Sul dovere di esecuzione del contratto se-
condo correttezza e buona fede si veda, dopo la riforma del diritto societario, A.
D’ANGELO, Il nuovo diritto societario e la clausola generale di buona fede, in
Contr. e impr., 2004, 769 e F. DI SABATO, Il principio di correttezza nei rapporti
Il procedimento di esclusione 167

socio la cui presenza risulti di grave ostacolo all’attività liquidatoria,


proseguono i giudici, si terrebbe un comportamento «non solo irragio-
nevole, ma altresì contrario ai principi che reggono l'esecuzione del
contratto di società, il quale dà vita alla costituzione di una comunione
di interessi, la cui esistenza, se giustifica la subordinazione dell'inte-
resse del singolo socio a quello della maggioranza, certamente esclude
che possano essere assunti legittimamente (e, quindi, senza alcuna
conseguenza sul piano giuridico) comportamenti in danno degli altri
soci o della società nel suo complesso».
Ci pare che gli argomenti sopra prospettati possano essere utilizzati
anche nel caso di società a responsabilità limitata, rendendo quindi
ammissibile anche in questo tipo di società l’esclusione del socio du-
rante il procedimento di liquidazione106; è ovvio, tuttavia, che bisogna
tener conto delle differenze tra l’esclusione disciplinata dall’art. 2286
c.c. e quella disciplinata dall’art. 2473 bis c.c., con la conseguenza
che, se nelle società di persone sarà sufficiente il compimento di com-
portamenti anche non specificamente individuati, ma tali da integrare
un «grave inadempimento degli obblighi derivanti dal contratto socia-
le», nella s.r.l. occorrerà che il comportamento del socio integri una
delle specifiche ipotesi di esclusione previste nell’atto costitutivo e
che tale specifica ipotesi sia tale da costituire giusta causa di sciogli-
mento del rapporto sociale anche durante la fase di liquidazione.
Il fatto che l’esclusione sia avvenuta durante il procedimento di li-
quidazione della società, comporta, infine, la necessità di conciliare il
diritto del socio di ottenere la liquidazione della quota con le regole
che governano la fase conclusiva della vita della società: in ossequio
al principio generale desumibile dall’art. 2491, comma 2, c.c. per cui
sussiste in capo ai liquidatori un divieto di eseguire qualsivoglia rim-
borso o riparto, anche parziale, in favore dei soci se dal bilancio non
emerga l’esistenza di disponibilità finanziarie sufficienti a non pregiu-

societari, in Il nuovo diritto delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B. Portale, vol.
1, cit., 133 ss.
106
Nello stesso senso si vedano F. NIEDDU ARRICA, L’esclusione, cit., 224; S.
MASTURZI, Commento sub art. 2473 bis, cit., 96; F. ANNUNZIATA, Sub art. 2473 bis,
cit., 547 M. CIAN, L’esclusione del socio, cit., 512.
168 Capitolo III

dicare l’integrale e tempestiva soddisfazione dei creditori sociali107,


l’esclusione comporterà solo l’estromissione del socio dalla compagi-
ne sociale e non anche il diritto di percepire il rimborso della propria
quota entro centottanta giorni dall’esclusione, essendo tale diritto su-
bordinato al soddisfacimento dei creditori sociali108.

Molto diversa è invece, come si accennava, la questione, speculare


a quella di cui ci siamo appena occupati, su quali conseguenze abbia
la decisione di mettere in liquidazione la società, rispetto ad
un’esclusione già deliberata.
In questa ipotesi la scelta di ritenere applicabile o meno l’ultimo
comma dell’art. 2473 c.c. conduce a conseguenze molto diverse: da un
lato, infatti, se si ritiene che la decisione di sciogliere la società deter-
mini la perdita di efficacia dell’esclusione, si corre il rischio, come è
stato sottolineato, che il socio perseveri nel tenere, anche durante la
fase di liquidazione, i comportamenti che ne hanno determinato
l’esclusione, con ulteriore danno per la società, gli altri soci e i credi-
tori109; dall’altro, per contro, qualora si ritenga che la messa in liqui-
dazione della società non possa tradursi in un’automatica reintegra-

107
Sulla nuova disciplina degli acconti sulla liquidazione cfr., per tutti, G.
NICCOLINI, Sub art. 2491, in Società di capitali, a cura di G. Niccolini e A. Stagno
d’Alcontres, cit., 1802 (cui adde per la disciplina precedente, che rinviava alla più
rigida regola dettata dall’art. 2280 c.c., ID., L’accantonamento delle somme necessa-
rie a pagare i creditori nella liquidazione delle società, in Giur. comm., 2001, I,
674); P. SCIMEMI, I poteri dei liquidatori di società di capitali nella distribuzione
dell’attivo, in Società, 2008, 292; M. AIELLO, La liquidazione delle società di capi-
tali, in M. AIELLO−T.M. CAVALIERE−M. CAVANNA−S.A. CERRATO−M. SARALE, Le
operazioni societarie straordinarie, in Tratt. Cottino, vol. V, t. 2, cit., 193 ss.
108
Così anche F. NIEDDU ARRICA, op. loc. ult. cit. Per il divieto di anteporre al
pagamento dei creditori sociali qualsivoglia riparto o rimborso in favore dei soci
cfr., in giurisprudenza, Cass. S.U., 26 aprile 2000, n. 291, in Giur. comm., 2000, II,
397, ove si afferma che «se si determina lo scioglimento della società (…) il diritto
alla liquidazione della quota [nel caso di specie, degli eredi del socio defunto] rima-
ne attratto nel più esteso ambito della liquidazione della società e nella relativa sede
è tutelabile».
109
Così S. MASTURZI, Sub art. 2473 bis, cit., 96 e M. TANZI, Sub art. 2473/II,
cit., 1556. Si pensi all’ipotesi del socio escluso per svolgimento di un’attività con-
corrente con quella della società: è ovvio che tale comportamento può tradursi in un
danno per la società anche se questa si trova in stato di liquidazione.
Il procedimento di esclusione 169

zione del socio nella compagine sociale, occorre anche riconoscere a


quest’ultimo il diritto di vedersi liquidare la partecipazione secondo i
criteri (e i tempi) previsti per il recesso e non secondo quanto stabilito
dalla disciplina dello scioglimento110, con il rischio di riservare un
trattamento di favore proprio al socio che abbia tenuto una condotta
incompatibile con un’esecuzione del contratto secondo correttezza e
buona fede.
Un possibile punto di partenza per tentare di orientarsi tra i molte-
plici e contrapposti interessi coinvolti, può essere costituito, ancora
una volta, dall’individuazione del momento a partire dal quale
l’esclusione del socio diviene efficace. Ove infatti lo scioglimento del-
la società venga deliberato successivamente all’esclusione del socio,
ma prima che questa abbia effetto (ovvero prima che siano decorsi i
trenta giorni concessi al socio per fare opposizione)111, pare logico che
lo scioglimento della società debba prevalere su quello del singolo
vincolo sociale, imponendo al socio di partecipare alla liquidazione
come gli altri soci112. Qualora, invece, la società deliberi lo sciogli-
mento oltre il termine concesso al socio per fare opposizione
all’esclusione, la delibera non potrà più incidere sull’esclusione ormai
efficace, con la conseguenza che l’escluso parteciperà alla liquidazio-
ne come creditore (in base al valore della partecipazione determinato
secondo i criteri indicati nell’art. 2473 c.c.) e non come socio113.

110
Per tale rilievo cfr. P. PISCITELLO, Recesso ed esclusione nella s.r.l., in Il nuo-
vo diritto delle società, a cura di P. Abbadessa e G.B. Portale, vol. 3, cit., 741.
111
Cfr. retro, § 4 di questo Capitolo.
112
In argomento, e nello stesso senso, cfr. O. CAGNASSO, La società a responsa-
bilità limitata, cit., 166 (con riferimento all’art. 2473 c.c.) e 171, nota 23 (con rife-
rimento all’art. 2473 bis c.c.) e M. CIAN, L’esclusione del socio, cit., 512; per analo-
ghi rilievi in relazione all’art. 2473 c.c. (prescindendo dalla diversità delle soluzioni
proposte sul momento a partire dal quale il recesso è efficace) si vedano M. STELLA
RICHTER JR., Diritto di recesso e autonomia statutaria, cit., 413 ed E. BERGAMO, Il
diritto di recesso nella riforma del diritto societario, cit., 1113.
113
Così anche F. CASALE, L’esclusione del socio nella società a responsabilità
limitata, cit., 839. Regola analoga vale anche nell’ipotesi di recesso del socio di so-
cietà per azioni, qualora la società deliberi lo scioglimento oltre il termine di novanta
giorni indicato dall’art. 2437 bis, comma 3, c.c.: in questo senso M. CALLEGARI, Sub
art. 2437 bis, in Il nuovo diritto societario, cit., 1419 e V. DI CATALDO, Il recesso
del socio di società per azioni, in Il nuovo diritto delle società, cit., 247.
170 Capitolo III
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DIRITTO COMMERCIALE E FALLIMENTARE

. Michele S
I prodotti finanziari assicurativi
 ----, formato  x  cm,  pagine,  euro

. Barbara P
L’esclusione del socio nella società a responsabilità limitata
Seconda edizione
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Compilato il  febbraio , ore :
con il sistema tipografico LATEX 2ε

Finito di stampare nel mese di febbraio del 


dalla «Ermes. Servizi Editoriali Integrati S.r.l.»
 Ariccia (RM) – via Quarto Negroni, 
per conto della «Aracne editrice int.le S.r.l.» di Ariccia (RM)