Sei sulla pagina 1di 9

Esami di Stato 2010/2011

STORIA DELL’ARTE:
-L’Impressionismo
(La Fotografia come Arte)
GRECO: FILOSOFIA:
-L’immagine e l’arte -Walter Benjamin e
nell’Antica Grecia “La Critica sulla
riproducibilità dell’arte”

ITALIANO:
-Charles Boudelaire
e la critica sulla Fotografia
-Italo Calvino
(“Gli Amori Difficili”-
Avventura di un Fotografo)
La fotografia:
l'occhio dell'anima
sul mondo STORIA:
- La Fotografia come
Documento Storico
-Terezin e
il “programma di abbellimento”
-La censura nel periodo Fascista/Nazista

DIRITTO:
-Censura e Manipolazione

FISICA:
BIOLOGIA:
-La Struttura della Macchina
-L’occhio: “La Macchina
Fotografica
Fotografica perfetta”

Roberta Laganà
VA - Brocca
Liceo Classico “V.Gerace”
2010/2011

La fotografia: l'occhio dell'anima sul mondo


1
La Storia della Fotografia descrive tutte le vicende che portarono alla realizzazione di uno strumento,
capace di registrare e catturare le immagini del mondo circostante grazie all’uso dei raggi luminosi.
La stessa parola FOTOGRAFIA deriva da due parole di origine greca, quali:

φότοϛ + γραφία
=
Luce + Scrittura/Disegno

“DISEGNARE CON LA LUCE”

La Fotografia è nata per caso, ma inevitabilmente. Questa è frutto delle osservazioni sulla luce e sull’ottica
di Pitagora, Aristotele ed Euclide, ma ad essa, si è giunti solo dopo lunghi periodi contraddistinti da una
lenta evoluzione tecnologica contrapposta ad una formidabile spinta della scienza e dall’arte.
Nell’ambito delle civiltà antiche, la civiltà greca ha fornito una accelerazione notevole a molti
ambiti del pensiero, della cultura e dell’arte.
L’arte greca infatti, ci appare dinamica ed evolutiva ed è diretta conseguenza della libertà
espressiva dell’artista; se all’artista viene riconosciuta la libertà, esso può variare la propria visione
dell’arte, e di conseguenza, può raggiungere obiettivi diversi, e migliori, rispetto agli artisti delle
generazioni precedenti. Quindi, appare evidente che anche l’artista non gode di quel fervore di
ricerca e di perfezione individuale, che da sempre rappresenta una motivazione fondamentale per
i progressi dell’arte.
I greci facevano arte per due diversi motivi: la bellezza e la conoscenza. La bellezza, per gli antichi
greci, non era solo decorazione, bensì piacere per le cose giuste e perfette; in sostanza,
rappresentava l’ordine dell’universo. L’attività artistica, se intesa come rappresentazione del reale,
è sempre un metodo per attingere la “conoscenza”.
Grazie all’arte nata in Grecia, alle sue basi e ai suoi sviluppi, fu possibile arrivare fino all’età
contemporanea, dove, intorno agli inizi del 1800, a seguito della rivoluzione industriale, furono
numerosi i progressi e le innovazioni tecniche che coinvolsero tutti i vari campi industriali,
caratterizzando quello che è stato il passaggio da un sistema manifatturiero di tipo artigianale ad
un sistema industriale vero e proprio.
Le scoperte scientifiche e tecnologiche aumentarono, ed è così che vennero scoperte: l’energia
elettrica, il telefono, l’automobile, il telegrafo, l’illuminazione a gas e quindi anche la Fotografia.
Anche grazie a questi avvenimenti, quindi, la Fotografia si concretizzò nel momento in cui il
progresso scientifico consentì la messa a punto delle prime camere ottiche poi utilizzate da tutti i
grandi artisti, che successivamente portarono alla riproduzione del colore e ai primi supporti
digitali, imponendosi così, nel corso della storia, come mezzo artistico capace di supportare e
affiancare le altre arti visuali. Di conseguenza, è chiaro che, stabilire una data certa dell’invenzione
della Fotografia è impossibile.

2
In Francia verso la seconda metà dell’Ottocento, nasce un movimento artistico, che durerà fino ai
primi anni del Novecento: l’Impressionismo.
Con lo studio dell’Impressionismo ci accostiamo a uno dei movimenti artistici rimasti celebri, per la
sua forte carica innovativa, oggi esaltata come il segno di una delle espressioni più felici dell’arte
moderna e come l’inizio del percorso dell’arte contemporanea. Questo movimento però, non fu
accolto in maniera entusiastica e nemmeno serena dai contemporanei stessi.
Suscitò infatti, molte critiche, poiché gli artisti, rifiutarono completamente l’arte accademica, con i
suoi temi e le sue tecniche tradizionali, per dedicarsi invece a riprodurre sulla tela e all’aria aperta
l’impressione visiva suscitata da un soggetto colto nella sua mutevolezza e transitorietà, grazie
anche all’uso della Fotografia.
Le novità di questa nuova arte erano quindi molteplici: la negazione dell’importanza del soggetto e
quindi la riscoperta del paesaggio, l’interesse del colore piuttosto che al disegno, la prevalenza
della soggettività dell’artista, delle sue emozioni che non dovevano più essere camuffate o
nascoste.
Uno dei più grandi esponenti dell’Impressionismo,
riconosciuto come uno dei più importanti fondatori
della Fotografia è Joseph-Nicèphore Niepce, (fotografo
e ricercatore francese).
Ciò che Niepce voleva fare era fissare l’immagine nella
camera oscura; e ci riuscì, attraverso una serie di
esperimenti, facendo nascere l’eliografia, il cui nome
deriva dalla parole greche:

ἥλιοϛ (sole) e γρᾰφή (scrittura/disegno)

La Fotografia più antica della storia infatti, risale al 1827, ed è la veduta dalla finestra della stanza
dello stesso Niepce, intitolata: “La Gras”.
Negli anni successivi, Niepce si associò a Louis Daguerre, con cui
lavorò allo sviluppo della dagherrotipia, che può essere
considerato il primo procedimento fotografico di ampia
diffusione. Infatti, il dagherrotipo, sebbene non sia riproducibile
in serie, può essere considerata la prima vera e propria
fotografia.
Tale invenzione suscitò stupore e ammirazione, ma anche
preoccupazione, soprattutto tra gli artisti, alcuni dei quali,
temevano che veniva loro usurpato il mestiere, rendendo
automatico un procedimento che per loro era invece manuale.
Altri artisti, tuttavia, colgono le enormi potenzialità
dell’invenzione, fruttandola per migliorare le loro opere. Così
nel 1833, Daguerre rende nota la sua invenzione e pochi anni
dopo, nel 1837, il governo francese la approva tra le arti e ne acquistava il suo brevetto.
Negli stessi anni in Inghilterra, William Henry Fox Talbot,
(fotografo e inventore inglese), attraverso una serie di
esperimenti poco differenti da quelli eseguiti da Daguerre e
Niepce, riesce ad inventare un nuovo tipo di fotografia, il
calotipo, la cui parola deriva da due parole greche:

κᾰλόϛ (bello) e τṹπος (riproduzione)


3
Infatti, se il dagherrotipo consisteva in un’impressione diretta in una lastra di metallo che non
poteva essere riprodotto, il calotipo era sviluppato in moto tale da poter ottenere numero copie
della stessa immagine su carta.
La riproducibilità tecnica delle immagini incide sulla concezione estetica di un’opera d’arte, in
quanto ne mette in discussione l’unicità e l’autenticità, cambiando così la funzione dell’arte stessa
e contribuendo alla riformulazione dei valori estetici dominanti sulla cultura del XX secolo.
Un filosofo celebre che nel Novecento criticherà in modo
particolare la “riproducibilità dell’arte” è Walter Benjamin, nel
suo famoso saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua
riproducibilità tecnica”, in cui sostiene che l’arte e la sua
funzione debbano essere ripensate con l’apparire di quelle
forme artistiche caratterizzate dalla riproducibilità tecnica.
Queste, come ad esempio il cinema e la fotografia, non
distinguono più l’originale dalla copia e quindi perdono quella
che Benjamin chiama “aura”, ossia quel carattere quasi sacro,
dettato dalla loro irripetibilità e dalla insostituibilità del gesto artistico, che le opere prima
avevano. Una corrente artistica che secondo il filosofo tedesco anticipa tale concezione è il
Dadaismo, generatore di esigenze che per carenza tecnica non potevano essere soddisfatte subito.
Ma nonostante le varie critiche sulla sua “riproducibilità”, la scoperta della Fotografia venne negli
anni successivi, riconosciuta in tutto il mondo a partire dal 1839.
La cui data è forse quella più adatta per indicarne la scoperta.
Un altro dei più grandi esponenti dell’arte Impressionista,
riconosciuto anche come un altro dei pionieri della Fotografia è
Felix Nadar: fotografo e giornalista francese.
Egli si specializzò nella ritrattistica, creando quindi ritratti dai forti
contrasti luminosi, ribattezzati dai contemporanei “teste di gesso”,
in quanto i particolari più in luce del volto dei personaggi risultano
bianchi come le camicie che indossano. Inoltre riuscì a sviluppare
abilità compositive e di indagine psicologica del tutto analoghe a
quelle di un ottimo pittore, dimostrando anche come la fotografia
possa influire sulla formazione dello stile degli artisti.
Uno dei ritratti più celebri è quello fatto a Charles Boudelaire.
Tale ritratto fotografico fatto al poeta e scrittore a Boudelaire, esprime a pieno la sua opinione
riguardo la nuova arte. Anche’egli infatti, proprio come gli altri contemporanei e poiché si riteneva
un aristocratico, si opponeva alle tendenze democratiche del tempo, che volevano mettere l’arte a
portata di tutti, di conseguenza, riteneva la fotografia solo:

“un’invenzione dovuta alla mediocrità degli artisti moderni


ed il rifugio di tutti i pittori mancanti”.

La fotografia quindi, doveva tornare al suo vero posto, ovvero, quello di ancella delle arti e degli
artisti, di semplice utensile.
Così, anche se sedette per i ritratti davanti a molti fotografi, incluso Nadar, egli la riteneva inferiore
e scrisse di questa : “La Fotografia può produrre solo risultati orribili”.
Ma Boudelaire non era il solo a pensare che la Fotografia non doveva invadere il mondo della arti,
infatti, il crescente rilievo che la fotografia andava assumendo in tempi relativamente ridotti,

4
indusse i fotografi, fin dai prima anni Sessanta dell’Ottocento, a intraprendere una vera e propria
battaglia giuridica e culturale per ottenere un riconoscimento sociale, pari a quello degli artisti.
Nel 1862, dopo molte sentenze riguardo l’argomento, il governo francese, riconobbe legalmente la
fotografia come arte dal diritto d’autore.
La storia della fotografia potrebbe essere letta come la storia della lotta tra due differenti
imperativi: quello di abbellire, che proviene dalle belle arti, e quello di dire la verità, poiché
veniva comunemente considerata uno strumento per conoscere diverse cose.
Infatti, nel periodo compreso tra le due grandi guerre mondiali, fu possibile scattare le prime
istantanee e realizzare i primi reportage, grazie all’invenzione di un nuovo apparecchio
fotografico, la Polaroid, che non è altro che una macchina fotografica istantanea, capace di
riprodurre immagini in brevissimo tempo.
La Fotografia divenne così uno strumento inseparabile del viaggiatore e del giornalista, che la
utilizzò per divulgare gli eventi e i luoghi meno accessibili, documentando così la realtà attraverso
le immagini. Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa, significa stabilire
con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza e quindi di potere.
Le immagini fotografate non sembrano tanto rendiconto del mondo, ma pezzi di esso.
Le fotografie forniscono testimonianze.
Una cosa di cui abbiamo sentito parlare, ma di cui dubitiamo, ci sembra provata quando ce ne
mostrano una fotografia e nasce quindi, la fotografia come documento storico.
Gli storici le attribuiscono alla fotografia un grande valore come strumento di indagine, poiché
acquisisce un campione del tempo passato e lo documenta su carta. Il tempo, quando viene fissato
in questo modo, lascia un’impressione indelebile nella memoria del singolo e rimane come
contributo collettivo per il futuro, nell’osservare un frammento visivo, infatti, ci soffermiamo sui
dettagli, che riportano alla mente pensieri e ricordi.
Le fotografie hanno una forza che nulla, neanche le immagini filmate, riescono a sminuire.
Malgrado la loro forza, però queste sono anche vulnerabili. Infatti, come tutti i documenti storici,
sono influenzate da una prospettiva personale, poiché persino quando il lavoro del fotografo
finisce, possono entrare in gioco fattori in grado di alternare la realtà.
Per questo motivo, gli storici, devo esaminare i dettagli di una fotografia con lo stesso senso critico
che adottano nell’interpretazione di un documento storico. È essenziale quindi riuscire a capire chi
sono le persone ritratte, chi è il fotografo, la data in cui è stata scattata la foto, i nomi e il maggior
numero possibile di particolari.
Quando si parla invece di fotogiornalismo, si fa riferimento a uno specifico genere nel panorama
dell’informazione, che si distingue da tutte le altre pratiche giornalistiche per il fatto che la notizia
non è contenuta solo nel testo verbale, ma anche in una immagine.
Il fotogiornalismo ha la capacità di raggiungere il pubblico e di informarlo, abbattendo qualsiasi
barriera spazio-temporale, nonché il suo essere di facile e immediata comprensione.
Tuttavia, le immagini spesso mentono provocando molti più danni di qualsiasi altro testo.
Ma, per quali motivi e con quali modalità una immagini può mentire?
Per rispondere a questa domanda, si inizierà con l’affrontare la questione del’oggettività della
fotografia, con il particolare riferimento al contesto storico, sociale e culturale.
Una volta dimostrato che le fotografia non sono sempre una fedele trascrizione della realtà e che il
fotografo non mantiene mai un totale atteggiamento di terzietà rispetto all’evento fotografato, ci
si chiederà in che maniera le immagini possono mentire.
Negli anni che precedettero l’ascesa al potere dei nazisti, si registrò un’accelerazione nello
sviluppo del fotogiornalismo. Le autorità naziste, infatti, utilizzavano la macchina fotografica come
mezzo per glorificare il Reich e i suoi capi, oltre che per persuadere la gente, anche per plasmare
l’opinione pubblica e diffondere la loro dottrina razziale. Tutto ciò quindi manipolando le foto e
5
facendo pensare a chi le guardava qualcosa di completamente contrario a ciò che stava realmente
accadendo. Proprio come successe a Terezin (in tedesco Theresienstadt), in Repubblica Ceca,
durante il cosiddetto “programma di abbellimento”; dove i nazisti avevano realizzato una vera e
propria messa in scena, a causa dell’arrivo dei delegati della Croce Rossa Danese e Svedese, che
avevano chiesto di poter verificare le condizioni dei prigionieri.
I Nazisti stessi, di fronte alle voci che già circolavano sullo sterminio, non potevano rifiutare la
visita senza dare sospetti, così, l’intero campo di concentramento venne attrezzato in modo da
farlo sembrare gradevole e felice.
Vennero prefabbricate biblioteche, campi da gioco, negozi e altro, proprio per dare questa falsa
impressione, e in quell’occasione era vietato chiamare il campo “ghetto” o con altri nomi, ma dove
a essere chiamato “zona di popolamento ebraico”.

Dopo la visita della Croce Rossa, questa scrisse di aver visto una “normale città di provincia” e
aggiunse:

“Possiamo dire che abbiamo provato stupore immenso


per il fatto di aver trovato nel ghetto una città che vive una vita quasi normale”.

Il delegato che scrisse ciò non seppe vedere realmente cosa c’era dietro quei volti e quei finti
sorrisi, o probabilmente non voleva vedere dietro quella evidente farsa, che era terminata proprio
come volevano i tedeschi, nel quale i nazisti, erano i registi e gli ebrei gli attori, che erano
terrorizzati dalle conseguenze di qualsiasi atto che avesse potuto far sospettare qualcosa.
Addirittura, dopo la partenza del delegato, la propaganda nazista girò un film intitolato :
"Il Führer regala una città agli ebrei". Tale film, non contribuì altro che ad alimentare il razzismo
antisemita attraverso il presunto benessere degli ebrei durante la guerra.
Ma la realtà invece era tutt’altra…..
Tuttavia erano anche consapevoli che una documentazione fotografica poteva fornire elementi di
prova a loro carico. Furono quindi varate leggi che impedivano di scattare foto all'interno dei
ghetti, dei campi e di altre zone sensibili.
Le fotografie realizzate all’interno dei campi di concentramento e sterminio hanno una particolare
importanza sia dal punto di vista della documentazione storica – soprattutto di fronte al
negazionismo – sia dal punto di vista emotivo. 
Possono essere divise in due gruppi: quello più noto comprende le immagini scattate dai fotografi
al seguito delle forze alleate subito dopo la liberazione dei campi; meno viste sono, invece, le
immagini scattate di nascosto da detenuti che rischiavano la vita per far sapere all’esterno quanto
accadeva nei luoghi di detenzione.
I fotografi professionisti del nazismo lavoravano sotto la costante supervisione del regime. Le unità
di propaganda che operavano al fronte, i fotoreporter e i fotografi indipendenti al servizio della
stampa estera in Germania erano tutti soggetti a una censura severissima. Molti civili e soldati
tedeschi possedevano infatti macchine fotografiche con cui hanno scattato foto che documentano

6
il periodo dalle pagine dei loro album privati. Centinaia di fotografie, alcune anche a colori,
raccontano la vita degli ebrei nei ghetti.
Una cosa è soffrire, un’altra vivere con le immagini fotografate della sofferenza. Le immagini
quindi paralizzano, anestetizzano, a volte mettono a nudo la vera e propria realtà, racchiudendo
una forte carica emotiva, a volte la nascondono e ci riescono molto bene.
Queste, sconvolgono nella misura in cui mostrano qualcosa di nuovo.
Tuttavia è poco prima del periodo nazista, ovvero durante il fascismo, che la censura e la
manipolazione delle foto iniziò a diffondersi, oltre che per la stampa, quindi per le informazioni, vi
era anche per la fotografia.
Gli scopi principali della censura fascista dettati dalle cosiddette “Leggi fascistissime” erano:
 Il crollo sull’immagine pubblica del regime, ottenuto anche con la cancellazione immediata
di qualsiasi contenuto che potesse suscitare opposizione, sospetto o dubbi sul fascismo.
 Il controllo costante dell’opinione pubblica come strumento di misurazione del consenso.
La censura in Italia non terminò con la fine del regime fascista, anche se i governi democratici
della Repubblica Italiana, pur sussistendo alcune disposizioni del codice fascista (Codice Rocco), si
dichiararono esplicitamente a favore della libertà d'espressione con l'emanazione di disposizioni e
sentenze costituzionali. Infatti, oggi secondo il 21° articolo della Costituzione Italiana, tutti hanno il
diritto di manifestare liberamente il loro pensiero, con la parola, lo scritto e qualsiasi altro mezzo
di diffusione stabilendo che contro tutte le pubblicazioni contrarie al buon costume siano garantiti
i provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere tali violazioni, anche con la censura.

“Art.21 - Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto
e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti,
per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme la
legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità
giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria,
che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità
giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende
revocato e privo di ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento
della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al
buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. “

Si può quindi dedurre che dalla sua nascita, ai suoi sviluppi, al suo riconoscimento come arte vera
e propria, alla sua censura, la fotografia ha sicuramente fatto passi da gigante.
Ma per capire ciò che invece questa forma d’arte, può rappresentare per un fotografo,
bisognerebbe guardare le cose da un angolazione del tutto diversa, proprio come fece Italo
Calvino, nell’opera “Gli amori difficili”.
Questo libro racconta numerose storie, tra cui “l’avventura di un fotografo”, il cui protagonista è
Antonino Paraggi, che descrive del suo avvicinamento e del suo rapporto ossessivo che aveva per
la fotografia. Da un iniziale fastidio, infatti, passerà all’utilizzo assiduo, quasi maniacale di questa,
sopraffatto dalle molteplici capacità del mezzo fotografico e le sue possibili realizzazioni pratiche.
Il fotografo è un individuo perennemente in movimento, come uno che, in un panorama di eventi
disparati, si sposta con tale agilità e rapidità che diventa assolutamente impossibile un suo

7
qualsiasi intervento. Per Calvino una determinata immagine può essere il punto di partenza di una
storia, la scintilla bastante a mettere in moto la macchina dell’immaginazione narrativa.
La loro onnipotenza suggerisce persuasivamente che il tempo è fatto di eventi interessanti, di
eventi che vale la pena fotografate, ed infatti l’autore mette in evidenza come soltanto attraverso la
produzione di fotografie, molte persone credano di prendere possesso tangibile del tempo trascorso, e
come da questa considerazione il passo che porta alla follia sia molto breve:

“…Perché una volta che avete cominciato, [...] non c’è nessuna ragione che vi fermiate.
Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto
è stata fotografata, è brevissimo. [...]
Basta che cominciate a dire di qualcosa:
“Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!”
e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto,
che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e
per fotografare quanto più si può bisogna:
o vivere in modo quanto più fotografabile possibile,
oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.
La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia”

La macchina fotografica ha il potere di cogliere persone cosiddette normali in maniera tale da farle apparire
anormali. Il Fotografo sceglie la stranezza, la insegue, la inquadra, la sviluppa ed infine le dà un titolo.
Per poter fotografare qualcosa, però è necessario l’uso
della macchina fotografica.
La macchina fotografica è costituita da una scatola in
cui la luce entra da un’apertura, detta diaframma, che si
trova dietro un sistema di lenti,detto obiettivo.
Queste lenti, fanno convergere la luce sulla parete
posteriore della scatola, nella quale si trova una
pellicola, che consiste in uno strato sottile di plastica
molto sensibile alla luce; se invece non si tratterà di uno
apparecchio fotografico analogico, ma digitale, non ci
sarà la pellicola, ma un rilevatore elettrico detto CCD,
cioè Charge Coupled Device.
Questa pellicola è protetta da una tendina, detta
otturatore, che ha il compito di fermare la luce sulla stessa. Quindi, quando viene scattata una foto,
l’otturatore si apre e si chiude molto rapidamente, per consentire alla luce di giungere alla pellicola e
impressionarla.
L’obiettivo si comporta quindi come una vera e propria lente convergente, formando un’immagine reale e
capovolta dell’oggetto fotografato.
Infatti le lenti sferiche, che possono essere convergenti o divergenti, sono formate da un corpo trasparente
delimitato da due superfici sferiche capaci di ingrandire o rimpicciolire gli oggetti o le immagini. Ciò che
accade all’interno di una macchina fotografica è proprio questo, la luce attraversa la lente e attraversandola
andrà a formare un’immagine reale, capovolta e rimpicciolita, contenuta nelle dimensioni ridotte della
pellicola.
Tuttavia, della macchina fotografica si può cogliere un duplice aspetto: lo si può considerare un semplice
apparecchio capace di fissare immagini, oppure, destinato a cogliere tutti quegli elementi che sfuggono alla
percezione dell’occhio umano.
L’occhio umano, infatti, funziona per lo più
come una vera e propria macchina fotografica,
di conseguenza potrebbe essere definito: “ la
macchina fotografica perfetta”.
8
Gli occhi sono gli organi della vista, che è uno dei cinque recettori sensoriali e occupano le cavità orbitali
nelle quali possono ruotare grazie ai muscoli oculari.
Questi hanno una forma sferoidale formato da due camere: la camera anteriore e la camera posteriore.
La camera anteriore si trova tra l’iride e la cornea, la camera posteriore invece si trova tra l’iride e il
cristallino. Partendo dall’esterno all’interno l’occhio è formato dalla cornea che è rivestita da una sottile
membrana, la coroide che è ricca di vasi sanguigni e l’iride, che è la parte colorata dell’occhio.
All’interno dell’iride è presente la pupilla, il cui diametro si modifica in rapporto all’intensità della luce: in
ambienti poco illuminati la pupilla si dilata e in ambienti molto illuminati la pupilla si restringe.
La membrana più importante è la retina che contiene i fotorecettori, cellule nervose che catturano l’energia
luminosa, e in base alla loro forma si distinguono coni e bastoncelli, i primi servono per la visione dei colori,
i secondi alla visione delle condizioni di scarsa illuminazione. Infine c’è il cristallino, che ci permette di
avere una visione più nitida e quindi ci permette di mettere a fuoco gli oggetti.
L’occhio quindi può essere considerato una vera e
propria macchina fotografica con l’eccezione però, che
come diceva Nadar:

“Nella Fotografia,
come in tutte le cose,
ci sono persone che sanno vedere
e altre che non sanno nemmeno guardare”.

Un buon fotografo è una persona che


comunica un fatto, tocca il cuore, fa
diventare l’osservatore una persona diversa.

Roberta Laganà
VA – Brocca
Liceo Classico “V.Gerace”
2010/2011
9