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DIRITTO PENALE

Parte speciale

volume II

Tutela penale del patrimonio

a cura di D. Pulitanò

INTRODUZIONE AI DELITTI CONTRO IL PATRIMONIO

Capitolo 1 – il patrimonio come oggetto di tutela

Tutela del patrimonio e principi costituzionali

I problemi di tutela, a cui viene data risposta mediante la configurazione dei delitti contro il
patrimonio, riguardano l’assetto dei rapporti degli uomini (più genericamente, dei soggetti di diritto)
con le loro cose. L’interesse che richiede protezione è definito patrimoniale in quanto si riferisce a
beni che l’ordinamento giuridico riconosce di pertinenza di taluno (appartenenti al suo patrimonio)
 è un interesse giuridicamente preformato. Il diritto penale interviene come strumento di tutela
di concreti rapporti proprietari o, comunque, di relazioni d’interesse giuridicamente rilevanti.
L’interesse tutelato assume di regola la veste di diritto soggettivo o, comunque, di posizione
soggettiva rilevante per l’ordinamento giuridico.

Come per qualsiasi interesse penalmente tutelato, anche la tutela penale di interessi patrimoniali
deve legittimarsi alla luce dei principi costituzionali. Tutti sono d’accordi sul fatto che gli interessi
patrimoniali sono, nel sistema della costituzione italiana, beni giuridici espressamente riconosciuti.
È apprestata garanzia al diritto di proprietà (art. 42) e all’autonomia negoziale nella gestione dei
propri diritti, nel traffico giuridico con altri soggetti e nella libera iniziativa economica (art. 41).
Quale sia lo spazio di manovra lasciato al legislatore della Costituzione, l’ambito e i limiti del
riconoscimento e della tutela di diritti patrimoniali sono questioni che stanno “a monte” del diritto
penale.

Nella dottrina penalistica ha assunto rilievo la concezione c.d. personalistica che valorizza come
elemento fondamentale la relazione di interesse del soggetto con gli oggetti sui quali esercita la
signoria. Questa concezione, considerando il patrimonio quale bene – mezzo strumentale allo
sviluppo della personalità di chi ne è titolare, richiama all’attenzione una rete di interessi di rilievo
costituzionale, entro la quale si collocano interessi e diritti di contenuto patrimoniale. Muovendosi
sul versante “liberale” della teoria dei beni giuridici costituzionali, la concezione personalistica
intende porsi come istanza critica contro una tutela penale eccessivamente severa, apprestata dal
codice Rocco. Infatti, si sostiene che nella costituzione italiana i diritti patrimoniali avrebbero avuto
un drastico “ridimensionamento di rilevanza rispetto alla ipervalutazione del codice del 1930 e del
sistema socio – economico dell’epoca”. Da qui l’esigenza di un ridimensionamento della tutela  il
diritto di proprietà non avrebbe più un ruolo centrale nel sistema, ma il suo valore sarebbe
attenuato rispetto a quello connesso alla soddisfazione di istanze superindividuali. la lettura
in chiave personalistica, tuttavia, finisce paradossalmente per porsi in sintonia con la tradizione
liberale e giusnaturalistica che ricollega il diritto di proprietà al lavoro e ai bisogni dell’uomo (il
lavoro quale fondamento primo; i bisogni quale misura del diritto).

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La funzione strumentale dei diritti patrimoniali, rispetto allo sviluppo della personalità, attiene alla
ratio del riconoscimento come diritti  fin dove arriva il riconoscimento del diritto patrimoniale nel
nostro sistema costituzionale, il singolo è sovrano nel suo esercizio e il problema della eventuale
tutela penale può porsi non illegittimamente.

Quanto allo tutela penale del patrimonio. Eventuali limiti possono essere richiesti in ragione di
interessi diversi e contrapposti a quelli del proprietario. La legge può prevedere limiti alla proprietà
“allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti” (art. 42 co 2);
l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da
recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41 co 2). Queste diverse
prospettive di tutela possono unificarsi nell’ esigenza di assicurare le condizioni di un corretto
svolgimento del “traffico giuridico” in un mercato libero, ma opportunamente regolato per una
effettiva tutela delle libertà e dei diritti di tutti. Vengono in rilievo una serie di principi costituzionali,
in particolare il principio di uguaglianza.

Nello spazio indicato e lasciato aperto dai principi costituzionali, anche il diritto penale può
concorrere a garantire l’osservanza di regole che funzionino effettivamente come promozione e
garanzia della libertà e dei diritti nella sfera economica. Esse non sono prefigurate dai principi
costituzionali, se non in via di massima, con la posizione di limiti. Lo stesso vale per le scelte
sanzionatorie.

La discussione sul concetto di patrimonio. Profili giuridici ed economici

La dottrina discute una pluralità di questioni che non sono di definizione concettuale, ma che
hanno a che fare con i modelli di tutela. Il termine patrimonio può essere considerato una mera
etichetta di sintesi. Nella discussione dottrinale si contrappone la c.d. concezione giuridica (il
patrimonio quale insieme di rapporti giuridici di contenuto patrimoniale facenti capo ad una
persone), la concezione economica (il patrimonio come insieme di beni economicamente
valutabili) e concezioni miste o intermedie variamente articolate. Nel definire il problema di tutela,
la dimensione giuridica e quella economica sono coessenziali. Cioè, esse appaiono unilaterali, ma
illuminano entrambe un aspetto di problemi di tutela che hanno a che fare con interessi
caratterizzati sia dalla conformazione giuridica (extrapenale) sia da un contenuto economico.

Il discorso sull’interesse tutelato si risolve spesso in copertura retorica di soluzioni che attengono
non alla direzione, bensì alla soglia di tutela. Porre l’accento sui profili giuridici è argomento a
sostegno di una tutela più anticipata, che prescinde dal verificarsi di un pregiudizio economico;
invece, porre l’accento sul profilo economico è argomento a sostegno di soluzioni più restrittive. Si
tratta di due dimensioni entrambe rilevanti  la sostanza economica è anche la sostanza ultima
dei diritti, e quindi dei problemi di tutela; il riferimento ai diritti definisce un piano su cui una seria
tutela può scegliere di attestarsi.

Tipologie e classificazioni dei delitti contro il patrimonio

Nel cp italiano il titolo dei delitti contro il patrimonio (XIII del libro II) è suddiviso in due capi: delitti
contro il patrimonio(1) mediante violenza e (2) mediante frode. “Violenza”: qualsiasi energia
fisica diretta alla cosa”; “frode”: illecito di arricchimento realizzato con violazione arbitraria degli
altrui diritti.

Nel senso usuale, violenza e frode designano modalità di condotta che caratterizzano molte (non
tutte) le fattispecie del titolo XIII. È inutile andare alla ricerca di significati allargati dei concetti di
violenza e frode; è molto più interessante, per la comprensione del sistema dei delitti contro il
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patrimonio, verificare se e quale ruolo abbiano avuto la violenza e la frode intese nel senso usuale
(rinvio all’esame delle singole fattispecie).

Un possibile criterio di classificazione è quello della natura mono o pluri offensiva. Alcune figure
di delitto hanno un contenuto offensivo che si rivolge anche contro la persona ; ad esempio,
rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione sono delitti plurioffensivi
caratterizzati dall’offesa alla persona (sotto forma di privazione della libertà come nel sequestri
estorsivo o dall’uso di violenza o minaccia strumentale ai fini di arricchimento patrimoniale come
nella rapina e nell’estorsione). La classificazione come delitti contro il patrimonio ha senso, ed è da
ritenersi preferibile, in base alla considerazione che l’attacco alla persona è strumentale a obiettivi
di profitto patrimoniale.

La classificazione preferita in dottrina pone l’accenti sulle modalità di condotta. Sotto questo
profilo la distinzione fondamentale è tra delitti di aggressione unilaterale (furto, rapina,
appropriazione indebita, danneggiamento) e delitti realizzati per il tramite della “cooperazione”
della vittima, ottenuta con mezzi illeciti (truffa, estorsione, circonvenzione d’incapaci, usura).
Rimane fuori da questa bipartizione un terzo gruppo, quello che si occupa della circolazione
successiva di beni di provenienza illecita (ricettazione e riciclaggio). I delitti di aggressione
unilaterale hanno ad oggetto cose determinate e su di esse la condotta incide direttamente (es:
sottrazione della cosa al detentore); si può dire che il patrimonio è aggredito in una dimensione
statica. I delitti che si avvalgono della cooperazione della vittima aggrediscono il patrimonio nella
dimensione dinamica (cioè la lesione di interessi patrimoniale passa attraverso la rottura delle
condizioni di esercizio della autonomia privata nel normale traffico giuridico e il patrimonio della
vittima viene messo in gioco come entità complessiva).

Emerge una connessione tra le diverse modalità di condotta e una diversa direzione dell’offesa (e
correlativamente della tutela). La tutela statica del patrimonio si esprime nella configurazione di
delitti di aggressione unilaterale su cose determinate; la tutela dinamica del patrimonio, invece, si
esprime nella configurazione di delitti di cooperazione carpita alla vittima. La differenza
fondamentale risiede nell’oggetto di tutela; la diversità delle modalità di condotta è un riflesso.

I delitti di cooperazione con la vittima sono caratterizzati da modalità specifiche di condotta. È la


modalità di condotta, e non il risultato offensivo in se, che fonda il contenuto offensivo della
cooperazione forzosamente ottenuta con violenza o minaccia, o carpita con l’inganno o l’abuso di
particolari situazioni di squilibrio. L’autonomo disvalore specifico della condotta – violenza o
minaccia o frode in senso stretto, o approfittamento di situazioni di debolezza della vittima – è in
questi casi condizione necessaria del disvalore dell’evento (ma non sufficiente). Invece, laddove la
condotta sia di attacco diretto su cose determinate, le modalità non hanno rilevo decisivo e ciò che
conta è il risultato, l’intrusione non autorizzata in una sfera di altrui diritti patrimoniali.

Struttura e funzioni della tutela penale del patrimonio

Secondo un importante filone dottrinale il diritto penale del patrimonio sarebbe orientato verso la
tutela della proprietà come rapporto sociale, avrebbe cioè una funzione più pregnante della tutela
della proprietà come diritto soggettivo. In concreto, il diritto penale del patrimonio funzionerebbe
come strumento di sicurezza dell’ordine costituito, mediante una più rigorosa repressione delle
condotte di attacco fisico sulle cose, che aggrediscono dall’esterno l’assetto dei rapporti di
proprietà. L’ illegalismo dei beni (i delitti classificati di “violenza”) è represso in modo incondizionato
e più severamente rispetto all’ illegalismo dei diritti (la frode quale condotta, sia pure illecita,
radicata sul terreno dei rapporti negoziali).

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Questa impostazione è stata sottoposta a critica. In particolare, si è rilevato che una tipizzazione
delle modalità di condotta punibili c’è sempre stata e che il consolidamento per casi è sempre in
funzione degli spazi di libertà economica che si ritenga debbano essere concessi o preclusi. “E’
nella determinazione concreta di questi spazi che si poneva e si pone la natura del diritto penale”,
il quale organizza la tutela attorno a diritti patrimoniali e alla libertà economica (nelle variabili forme
assunte nel corso della storia). L’esistenza nel sistema dei delitti contro il patrimonio di “spazi di
non contenuto” è coerente con il carattere frammentario del diritto penale stesso ed è imposta
dalla natura stessa dell’interesse protetto. Ora, se l’ordinamento giuridico è coerente, la tutela
penale del patrimonio non può che essere tutela di un modello giuridicamente regolato di
rapporti degli uomini con le loro cose e fra di loro nel traffico giuridico. Da questi rilievi emerge una
descrizione del sistema che (forse) finisce per coincidere con i contenuti descrittivi della teoria
criticata, depurata però dal suo taglio ideologico. Tutto ciò concerne l’aspetto precettivo.

Invece, i sistemi sanzionatori riflettono in modo più immediato valutazioni e scelte politiche
contingenti e suscettibili di oscillazioni. L’idea della sicurezza di un dato modello di rapporti sociali
e di sfere proprietarie può essere la cornice di politiche penale diverse tra loro. Questa
considerazione pone le premesse per un approccio politico alla materia dei delitti contro il
patrimonio. La tutela penale è apprestata a concreti rapporti fra persone e beni, che derivano la
loro legittimità da regole generali uguali per tutti, relative alla attribuzione e alla circolazione di beni,
che però danno corpo a situazioni diseguali quanto alla effettiva distribuzione della ricchezza.
L’irruzione di diseguaglianze di fatto nella titolarità degli interessi protetti è un tratto peculiare del
diritto penale del patrimonio: il diritto penale del patrimonio appresta eguale tutela ad interessi che,
fondati su un “diritto uguale”, sono, di fatto, disugualmente distribuiti.

Si deve, poi, sottolineare un limite strutturale della tutela penale del patrimonio: non copre
oscillazioni e perdite di valore dipendenti da fattori macro economici (quali, ad es., l’inflazione e le
oscillazioni dei mercati).

Quindi, sulla tutela penale del patrimonio si sono ragionevolmente prospettate valutazioni
differenti. Da un lato, la repressione dei delitti contro il patrimonio può assumere valenze
classistiche; dall’altro lato, la criminalità contro il patrimonio – come fenomeno di massa – colpisce
soggetti deboli, meno capaci di difendere se stessi e i propri beni scarsi.

La tutela degli interessi patrimoniali nel codice penale

Vedi libro.

Il diritto penale dell’economia e il diritto penale d’impresa

Fuori dal codice penale si è sviluppato, nell’ordinamento italiano, il diritto penale dell’economia.
Con riferimento ai delitti contro l’industria e il commercio in dottrina si è detto che essi starebbero
in rapporto ai delitti contro il patrimonio allo stesso modo in cui i delitti contro l’incolumità pubblica
starebbero ai delitti contro la vita e l’incolumità individuale. Questo accostamento pone in rilevo
una caratteristica dell’insieme dei settori classificabili come diritto penale dell’economia  il nesso
fra tutela di singoli (di beni individuali) e tutela di interessi collettivi, intesa come tutela di una
pluralità di soggetti privati, o di carattere (anche) pubblicistico. Il nucleo centrale del diritto penale
dell’economia è costituito dal diritto penale commerciale; esso ricomprende il diritto penale
societario (art. 2621 e ss.), il diritto penale fallimentare, il diritto penale dei mercati finanziari. Gli
interessi economici dello stato (i c.d. “interessi fiscali”), invece, sono oggetto del diritto penale
tributario.

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Rispetto al nucleo tradizionale del diritto penale del patrimonio, il diritto penale dell’economia si è
sviluppato come tutela anticipata. Infatti, le fattispecie contenute nel codice penale per lo più sono
delitti di danno. Nei vari settori del diritto penale dell’economia la tutela riguarda gli interessi
strumentali, attinenti al regolare svolgimento del traffico giuridico.

Sul piano della tecnica di formulazione delle fattispecie, anticipazione della tutela significa
costruzione di fattispecie che contenutisticamente sono di pericolo rispetto agli interessi finali. La
loro struttura può essere quella di reati di mera condotta (attiva o omissiva) o di reati con evento di
pericolo. Si può assumere a modello la tutela penale dell’incolumità personale: attorno al nucleo
dei delitti con evento di danno alla persona, ci sono le reti protettive costituite da fattispecie di
pericolo contro l’incolumità pubblica e regole cautelari o di sicurezza.

Capitolo 2 – concetti fondamentali tra penale e civile

L’autonomia relative delle norme penali

Problema generale dei delitti contro il patrimonio è quello dei rapporti fra norme penali e istituti
civilistici. Abbiamo detto che la tutela penale del patrimonio riguarda diritti riconosciuti
dall’ordinamento giuridico complessivo (sfere di signoria relative a beni e sfere di autonomia nel
traffico giuridico relativo a beni). Laddove il diritto penale si riferisce a beni giuridicamente
preformati, è ravvisabile un vincolo razionale di coerenza con l’ordinamento in cui prendono corpo
gli interessi da tutelare. Si tratta di una specificazione del vincolo del diritto penale alla tutela di
beni esistenti prima ed indipendentemente della tutela penale. Il diritto civile concorre a
costituire gli interessi patrimoniali per la cui tutela il penale si propone come strumento: l’
autonomia del penale attiene alle forme e ai limiti della tutela. La dimensione giuridicamente
preformata degli interessi tutelati, e quindi il nesso con l’ordinamento giuridico complessivo, affiora
nelle fattispecie penali per il tramite di concetti normativi idonei a esprimere tale raccordo. Come
vedremo, infatti, nelle fattispecie di delitti contro il patrimonio è costante il ricorso a termini e
concetti di matrice civilistica: patrimonio, proprietà ,possesso, detenzione, cosa, cosa altrui, danno,
profitto,… .

Questi termini mantengono il loro originario significato tecnico nel diritto penale? La dottrina
imposta la questione secondo uno schema omogeneo: convergenza nell’approccio metodologico,
cui però non sempre corrisponde uniformità di conclusioni. È senza dubbio superata la tesi c.d.
pan civilistica, che desume dal postulato della coerenza dell’ordinamento giuridico (o da una
concezione sanzionatoria del diritto penale) un vincolo del diritto penale a recepire i concetti
civilistici nel loro significato originario. La critica è che questa tesi postula aprioristicamente una
convergenza di concetti la dove può esserci, invece, una convergenza solo terminologica. Viene,
quindi, seguita un impostazione definitiva autonomista/relativista che, senza negare né
affermare a priori la recezione penalistica dei concetti civilistici, ravvisa una questione di
interpretazione che deve essere risolta in base alle singole norme penali secondo i consueti canoni
dell’interpretazione razionale.

Nella dimensione valutativa dei concetti in esame, taluno ha ravvisato l’apertura di margini di
discrezionalità interpretativa, così da conferire al sistema una duttilità operativa maggiore. Come
criterio guida tendenziale, alcuni autori indicano il seguente: dal principio dell’unità
dell’ordinamento giuridico sarebbe ragionevole presumere che ad uno stesso termine corrisponda
nei diversi settori dell’ordinamento il medesimo significato. Una presunzione di questo tipo

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porterebbe all’assunto della presumibile coerenza degli usi linguistici da parte del legislatore. La
coerenza o unità dell’ordinamento non dipende dalle terminologie utilizzate, ma dai contenuti
normativi. Il problema sostanziale, quindi, è se e quali criteri vengano in rilievo per una
interpretazione che sia coerente all’obiettivo di tutela della norma (e/o del sistema), quindi con la
realtà normativa e sociale di un fenomeno che è centrato su giudizi connessi a specifiche condotte
e al loro combinarsi. Il vincolo di coerenza concerne l’individuazione degli oggetti di tutela e
non postula una necessaria identità del linguaggio. Nemmeno esclude, però, che norme penali
richiamino istituti civilistici.

La “cosa altrui”

1.Due significati di altruità

Il carattere comune a tutti i delitti di aggressione patrimoniale è l’ incidenza in una sfera altrui.

Alcune fattispecie consistono in forme di attacco diretto alla cosa altrui: furto, rapina,
appropriazione indebita, danneggiamento. Altre – cioè quelle che attaccano il patrimonio nel suo
complesso – danno rilievo all’ altrui danno e all’ altrui profitto. Il significato dell’aggettivo “altrui” è,
nei due gruppi di casi, strutturalmente diverso. Riferito al danno o al profitto, l’aggettivo “altrui” ha
un significato puramente descrittivo. Colui che subisce il danno sarà una persona diversa
dall’autore del reato e il requisito del “proprio o altrui profitto” ci dice che il reato sussiste anche se
il profitto sia andato a vantaggio di persona “altra” (cioè diversa) rispetto all’autore/agli autori del
reato. Rispetto alla cosa che costituisce oggetto di aggressione, l’ “altruità” è un profilo normativo,
in quanto esprime la pertinenza della cosa alla sfera di altri sulla base di criteri che non sono
meramente fattuali ma che richiamano la dimensione giuridica dei diritti patrimoniali.

Entrambi questi concetti vengono evocati da chi ritiene che i reati contro il patrimonio abbiano a
che fare con la “tutela dell’altruità patrimoniale, privata o pubblica”. Il concetto di “altruità” evoca
talora istituti giuridici, talora una distribuzione di fatto di diritti o di relazioni concernenti beni.

2.Il concetto di cosa

Il concetto di cosa è quello più elementare che il diritto penale del patrimonio recepisce dal civile.
Per “cosa” si intende qualsiasi oggetto suscettibile di individuazione che possa entrare a far parte
del patrimonio di taluno; allo strumento penale è affidata la tutela di diritti su cose o beni che anche
il diritto civile riconosce come oggetto di diritti.

Accanto alle cose materiali, rileva anche il denaro, sia se incorporato in una cosa avente un valore
intrinseco (es.: moneta), sia se incorporato in banconote o gestito secondo modalità proprie
dell’attuale vita economica (es.: depositi bancari).

L’inclusione delle energie nel concetto di cosa mobile è stata sancita espressamente all’art. 624 co
3. Il diritto penale considera le energie come cose, in quanto suscettibili di apprensione
(impossessamento o appropriazione) con correlativa spoliazione dall’avente diritto.

In epoca recente, il “materialismo” dei reati contro il patrimonio è stato rimesso in crisi dalla
rivoluzione informatica. La questione se e fino a che punto i beni informatici possano essere
assimilati alle cose e alle energie può ritenersi risolta dalla costruzione di un diritto penale
dell’informatica, che prevede figure ad hoc.

Si deve segnalare che in un mondo in cui la ricchezza è in gran parte costruita da beni
“immateriali” e circola in forme sempre più “smaterializzate”, la tutela della ricchezza ha bisogno
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anche di strumenti diversi. La tutela penale delle cose prende in considerazione solo una parte del
patrimonio (nucleo insufficiente ma irrinunciabile).

Viene in rilievo anche la distinzione tra cose mobili e cose immobili. Queste due categorie sono
oggetto di norme diverse, data la diversità delle modalità di offesa cui sono esposte. Il cuore del
sistema è costituito da delitti che hanno ad oggetto cose mobili (furto, appropriazione indebita,
rapina), data la loro vulnerabilità.

3.Tutela della sola proprietà, o anche di altri diritti sulla cosa?

Il termine “altrui”, quale concetto giuridico, nel suo significato normale fa riferimento al diritto di
proprietà: è altrui la cosa in proprietà di altri. Anche per la tutela penale del patrimonio è questo il
riferimento fondamentale: il diritto di proprietà definisce sfere di signoria su cose aventi pretesa di
protezione da interferenze esterne (jus exludendi). L’assetto dei rapporti patrimoniali, cui il diritto
penale classico appresta tutela, è l’assetto proprietario. Fuori dall’orizzonte del diritto penale del
patrimonio sono le cose che non rientrano nella sfera dei diritti patrimoniali di alcuno, le res nullius.

Una posizione tradizionale ritiene che l’espressione “cosa altrui” debba essere intesa in senso
stretto, come cosa di proprietà di altri, con la conseguenza che il proprietario non può essere
soggetto attivo di reati che esigono l’altruità della cosa. Nella dottrina più recente prevale la
tendenza ad affrancare il concetto di altruità da quello di proprietà: il punto di partenza è la
rilevazione di esigenze di tutela del patrimonio che non si esauriscono nella tutela della proprietà.
L’autore che, negli anni ’60, ha avviato la discussione sul tema dell’altruità ha riconosciuto che il
legislatore “ha fatto riferimento fondamentale alla nozione di proprietà”, ma che questa, nel
contesto penalistico, non può identificarsi tout court con quella formalizzata nel diritto privata.
Quindi, la nozione di alturità comprenderebbe “l’altrui titolarità di ogni tipo di diritto che, nel caso
concreto, abbia un peso economico – sociale maggiore del diritto di cui è titolare il soggetto attivo”.
Questo criterio, per un verso, è stato considerato coerente con la concezione personalistica (la
quale precluderebbe la tutela del diritto di proprietà laddove a prevaricare fossero situazioni di
possesso, di godimento o di garanzia, che sono essenziali per il soddisfacimento di bisogni
preminenti della persone che ne è titolare). Per altro verso, invece, è sembrato introdurre una
concezione dell’altruità più vaga ed equivoca, affidata alla discrezionalità giudiziaria. La
conclusione è di un sostanziale scetticismo rispetto alla possibilità di indicare un criterio generale.

È stato osservato come la rilevanza pratica del problema sia inferiore rispetto alla dignità teorica
che la dottrina vi ha attribuito e come nella stragrande maggioranza dei casi, il riferimento alla
proprietà sia decisivo. L’attacco alla cosa in proprietà di altri rientra sicuramente nei tipi di reato
centrati sulla altruità della cosa rappresentandone il nucleo fondamentale. La questione di un
allargamento interpretativo del concetto di altruità sorge per costellazioni di casi particolari, in cui ci
sia una scissione fra la titolarità della proprietà e la titolarità di altre relazioni di interesse con la
cosa, di rilevanza giuridica tale da esigere tutela penale anche nei confronti di fatti di
impossessamento o appropriazione da parte del proprietario.

Mantovani, che ha approfondito l’argomento, propone il seguente quadro. Nei delitti di aggressione
unilaterale che comportano la perdita della cosa (furto, rapina, appropriazione, danneggiamento)
verrebbero in rilievo tutte e sole le relazioni di proprietà e di godimento (non i diritti di garanzia).
Nei delitti di turbativa immobiliare verrebbe in rilievo la sola relazione di godimento (cioè, il
possesso) e nei delitti di spoglio immobiliare la sola proprietà. Il gruppo che più interessa è il primo.
Una volta accettata l’idea che l’altruità possa collegarsi a diritti diversi dalla proprietà, l’esclusione
dei diritti di garanzia non sembra essere coerente. Ciò che fonda l’esigenza di tutela è l’esistenza

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di un diritto a mantenere la disponibilità della cosa (la sottrazione costituirebbe furto), ovvero ad
acquisirne la disponibilità in ragione di un preciso vincolo di destinazione (non un qualsiasi obbligo
negoziale). Quest’ultimo profilo riguarda la figura dell’ appropriazione indebita e si riferisce a
situazioni in cui un soggetto acquista bensì, formalmente, la proprietà di un bene, però con un
vincolo preciso e attuale di destinazione a uno scopo cui altri ha interesse, e con utilizzo di denaro
fornito dall’interessato.

4.La questione delle cose prive di valore di scambio

Si discute circa la tutela relativa a cose che siano prive di un valore di scambio. Ci si riferisce
anche a cose che, pur non avendo un mercato, abbiano comunque un valore d’uso? Al limite, un
valore meramente affettivo?

Partiamo dal presupposto che valori di scambio e valori d’uso sono, allo stesso modo, valori
pertinenti a cose e, quindi, idoneo punto di riferimento della tutela giuridica del patrimonio.

La strumentalità del patrimonio allo sviluppo della personalità non è limitata allo sviluppo della
personalità in campo economico, ma può essere ravvisata in tutti i casi in cui la persona possa
utilmente servirsi di cose materiali. Come al diritto sulla cosa consegue la pretesa ad una tutela da
indebite intrusioni di altri (jus excludendi), così il fatto che l’aggressione cada su una cosa soggetta
all’ultrui signoria basta a darvi l’impronta patrimoniale.

Il valore d’uso, in quanto costitutivo del significato della cosa, è elemento del tipo di reato e deve
essere riconoscibile secondo un metro obiettivo.

Il danno

Un altro concetto chiave del sistema dei delitti contro il patrimonio (dopo quello di “cosa” e di
“altruità”) è quello di danno, più specificatamente danno patrimoniale. Sullo sfondo c’è un
problema generale, comune a tutti i reati: la determinazione del contenuto offensivo per l’interesse
tutelato. Nei delitti contro il patrimonio la determinazione dell’offesa tipica rinvia alla struttura delle
singole fattispecie (così come per tutti gli altri delitti): all’individuazione delle modalità di condotta
(di aggressione patrimoniale) e delle soglie di offesa (danno o pericolo per l’interesse tutelato) che
il legislatore abbia tipizzato. In questa sede, di stampo generale, ci interessa cogliere ciò che
qualifica l’offesa come danno patrimoniale.

1.Il danno come elemento autonomo della fattispecie

La dottrina si è concentrata sul danno quale elemento (evento) autonomo di fattispecie e come tale
è menzionato nei principali delitti di cooperazione (estorsione, truffa, in forma diversa
circonvenzione d’incapaci). È il danno come tale – senza qualificazioni ulteriori – che da corpo
all’incidenza patrimoniale. Secondo l’impostazione corrente la definizione del concetto di danno
sarebbe collegata alla definizione di patrimonio, riflettendone anche le problematicità. In
particolare, l’alternativa tra concezione giuridica e concezione economica del patrimonio si
rispecchierebbe nella alternativa fra una concezione del danno quale perdita di diritti (o assunzione
di un obbligo) e una concezione del danno come concreto pregiudizio economico. La ricerca di una
sintesi, nella concezione c.d. “giuridico – funzionale”, identifica il danno patrimoniale nella
“diminuzione della strumentalità del patrimonio, cioè della sua capacità di soddisfare bisogni
materiali o spirituali del debitore”. Sicuramente questa formula necessità di alcune precisazioni.

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Di fronte ad alcune applicazioni giurisprudenziali la dottrina ha mosso la critica di
smaterializzazione o depatrimonializzazione del requisito del danno. Ciò si risolverebbe in uno
slittamento della tutela verso valori quali la libertà del consenso, o la regolarità di determinati
rapporti; oppure in una trasformazione in reato di pericolo. Verifichiamo ora il topos dottrinale della
smaterializzazione del danno con l’analisi di alcuni casi concreti.

Assunzione di obbligazioni e rilascio di un titolo di credito: la direzione “patrimoniale” dell’offesa


non è in discussione per qualsiasi concezione di “patrimonio”. Qui il problema del danno emerge
come problema di soglie di rilevanza penale: a fare scattare l’illecito è sufficiente l’impatto formale
nel mondo dei rapporti giuridici, o è necessario che l’impatto si sia risolto in perdita economica
effettiva? L’interpretazione più rigorista, preferita dalla giurisprudenza, è condivisa da una parte
della dottrina che classifica fra le ipotesi di danno patrimoniale l’incremento delle passività e
l’assunzione di obbligazioni; altri, invece, sostengono l’esigenza di un impatto effettivo su valori
economici. Il vero punto controverso è il livello di offesa che il legislatore abbia ritenuto idoneo a
integrare i delitti consumati (truffa o estorsione). La soluzione rigorista della giurisprudenza può
presentarsi come la più funzionale per una identificazione certa nel momento consumativo del
reato.

Considerazioni relative al livello sanzionatorio potrebbero giocare in favore sia dell’una che
dell’altra soluzione.

In concreto, l’alternativa tra concezione giuridica ed economica del patrimonio e del danno
patrimoniale attiene al quanto del punire e a tecniche di costruzione delle fattispecie (problemi di
soglie e non di oggetti di tutela!)

2.La questione della soglia minima del danno

Un ulteriore profilo, che interessa anche figure di reato in cui il danno non è menzionato, attiene
alla dimensione quantitativa del danno: c’è una soglia minima al di sotto della quale il reato non
sussiste?

L’esclusione del reato, quando le cose siano prove di apprezzabile valore economico o affettivo, è
ragionevolmente sostenibile se la cosa ha una consistenza irrisoria tale da sottrarsi alla stessa
possibilità di apprezzamento.

Nella maggior parte dei casi interessa il valore della cosa oggetto d’impossessamento o
appropriazione. Invece, nelle figure di danneggiamento interessa il valore della diminuzione. Il
problema della misura del danno – cioè della diminuzione patrimoniale – può porsi anche in casi in
cui il fatto cada su cose di valore apprezzabile.

La selezione “alla base” consentita dal danno è modesta: la soglia di rilevanza è data dalla
possibilità di apprezzare la cosa rispetto alla sua capacità di soddisfare i bisogni. È questa una
soglia molto bassa; anche cose di tenue valore possono essere oggetto di reati patrimoniali (e ciò
traspare da formule presenti nel codice, vedi art. 626).

Esigenze di ulteriore deflazione penalistica sono prese in considerazione nel dibattito dottrinale. Il
problema riguarda fatti nei quali il danno patrimoniale è apprezzabile, nel senso di suscettibile di
apprezzamento, ma esiguo, tale da mettere in discussione la meritevolezza o il bisogno di
reazione punitiva.

Uno strumento di (possibile)n selezione è la perseguibilità a querela.

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Il profitto

In molte fattispecie viene dato rilievo al profitto (o all’ ingiusto profitto) perseguito o realizzato
dall’agente: in alcuni casi è evento di reato unitamente al danno che ne è correlato (estorsione,
truffa) e in altri casi è mero riferimento di un dolo specifico.

L’offesa al patrimonio si realizza nel danno al patrimonio della vittima. Il profitto attiene alla sfera
dell’autore: sta nei vantaggi conseguiti o perseguiti, o nei motivi dell’azione. Il ruolo conferito dalle
norme penali al profitto mette in luce un elemento ad impronta soggettivistica (aspetto di
soggettivizzazione delle fattispecie dei delitti contro il patrimonio, fuori dal modello di un diritto
penale contrato sull’offesa). D’altro canto, però, nel dare rilievo al profitto o al fine di profitto, la
legge penale chiama in causa un aspetto cruciale dal punto di vista della politica criminale. Il
profitto è il motore principale dell’agire economico, lecito e illecito. Il fine di lucro, se pure non muta
le condizioni giuridiche del fatto, ne muta le condizioni politiche. Nello specifico, il conseguimento
di un lucro con mezzi illeciti è qualcosa che l’ordinamento giuridico ha interesse (e diritto) a
prevenire e reprimere. Nelle norme che danno rilievo al profitto è ravvisabile un duplice contenuto
preventivo, essendo loro scopo non solo evitare l’impoverimento altri, ma anche l’arricchimento o,
comunque, l’avvantaggiarsi dell’agente mediante il ricorso a mezzi illeciti. Sul piano delle sanzioni,
accanto alle pene e agli obblighi civilistici di risarcimento (come la confisca), vi sono istituti aventi
la funzione di assicurare che il “delitto non paga”.

Il rilievo conferito al profitto non si risolve in una smaterializzazione della fattispecie. Ecco la chiave
interpretativa della fattispecie caratterizzata dal profitto: questo deve essere inteso come dato
oggettivo, come elemento simmetrico e contrario al danno arrecato al soggetto passivo 
profitto e danno vengono in rilievo come aspetti speculari di un medesimo evento.

Alcune fattispecie (rapina, estorsione, truffa) assumo ad evento del delitto o a riferimento del dolo
specifico il profitto ingiusto. Qui emerge un problema di rapporti tra l’illiceità dei mezzi o modalità
illecita di condotta e l’ingiustizia del risultato (o del fine perseguito). L’autonoma rilevanza attribuita
alla ingiustizia del profitto ha senso sulla base della premessa che l’ingiustizia del mezzo utilizzato
non basta, da sola, a far considerare ingiusto il profitto perseguito. È un mezzo illecito anche l’uso
o la prospettazione dell’uso di strumenti di per sé legittimi se il risultato perseguito fuoriesce da
quelli per i quali lo strumento legale sia previsto.

L’ illiceità del mezzo è condizione sufficiente dell’ingiustizia del risultato nella normalità dei
casi. Il risultato è ingiusto in quanto non può essere perseguito in quel modo (cioè con violenza o
minaccia, o approfittando di peculiari condizioni di debolezza della vittima). Il problema di un
ulteriore autonoma valutazione del risultato (del profitto) in termini di giustizia o ingiustizia sorge inj
situazioni particolari nelle quali il mezzo illecito sia stato usato per ottenere risultati conformi ad
una qualche pretesa valutabile positivamente, tale da rimettere in discussione il giudizio di
disvalore connesso alla illiceità del mezzo. Il profitto non risulta essere ingiusto nei casi in cui
corrisponda al soddisfacimento di un diritto per cui si potesse ricorre al giudice. In questo caso, se
il mezzo illecito utilizzato consiste in violenza o minaccia sarebbe configurabile il delitto di arbitrario
esercizio delle proprie ragioni mediante violenza su cose (art. 392) o su persone (art. 393). Queste
figure prevedono l’offesa di interessi privati del destinatario della violenza e sono, quindi,
perseguibili a querela.

Il campo problematico comprende i casi in cui il mezzo illecito venga usato per ottenere
l’adempimento di obbligazioni naturali (debiti di gioco) o, comunque, in vista di risultati che
possano essere ritenuti non contrastanti con sentimenti di giustizia. In ipotesi del genere, in cui sia

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fatto uso di violenza o di minaccia, la giurisprudenza ha ritenuto configurabile l’estorsione. La
dottrina, invece, fornisce interpretazioni più restrittive.

L’invalidità del negozio giuridico: implicazioni penalistiche?

Fra i problemi di raccordo tra diritto penale e diritto civile vi è quello relativo a se e quali effetti
derivino da eventuali cause di invalidità del negozio intercorso tra l’autore e la vittima (quesito che
si pone in ordine ai delitti di cooperazione, oggi detti “reati in contratto”).

Nelle fattispecie caratterizzate da eventi di danno (e dal correlativo profitto) il perfezionarsi


dell’offesa è incontestabile ogni volta che il negozio giuridico intercorso fra autore e vittima abbia
avuto esecuzione con il materiale trasferimento di beni. È il caso, ad esempio, della vittima che
paga o consegna del denaro o altri beni perché indotta in errore con artifici. Laddove il negozio non
abbia avuto esecuzione è, ancora, da escludere che l’esistenza di un fatto tipico o di un tentativo di
truffa, o di estorsione, o di usura, dipenda dalla validità del negozio. Nei reati in contratto il negozio
è sempre invalido (annullabile per vizio della volontà); la validità del negozio non è in nessun
caso un elemento costitutivo di tipi di reato centrati su un evento di danno.

Dal punto di vista penalistico si tratta di valutare la situazione venuta in essere con la stipula del
negozio non eseguito, alla luce degli elementi tipici delle diverse figure di reato. Ad esempio, in
relazione all’usura possiamo parlare di promessa di vantaggi usurari? E in relazione alla truffa o
all’estorsione possiamo ravvisare nel negozio invalido l’evento di danno o quantomeno un tentativo
idoneo? Il via di principio la risposta è positiva (quindi è nel senso di sussistenza del reato): non
nel senso di sussistenza in ogni caso, ma nel senso che eventuali ragioni di non configurabilità del
reato non possono identificarsi tout court con un ipotetico profilo di invalidità.

In termini parzialmente diversi si pone il problema nel caso in cui l’evento del reato sia identificato
dalla legge in un atto produttivo di effetti giuridici. Stiamo facendo riferimento all’ipotesi di
circonvenzione di incapaci. Se l’atto è privo di effetti, il reato non sussiste.

Il possesso

Fra i concetti generali del sistema, si deve trattare anche dei concetti di possesso e di detenzione.
Le questioni controverse riguardano la ricostruzione di modalità di condotta (“impossessamento”) o
di presupposti d’applicazione di date fattispecie (il possesso e/o la detenzione come discrimine fra
fattispecie confinanti: furto e appropriazioni indebite). Solo eccezionalmente (v. art. 634) il
possesso assume autonomo rilievo.

Come discrimine tra figure limitrofe (furto e appropriazioni indebite) il possesso è un presupposto
d’una delle figure di reato confinanti, strettamente intrecciato con la determinazione delle modalità
di condotta. Il limite logico del concetto di possesso, quale presupposto dell’appropriazione,
sarebbe segnato dalla sottrazione e, quindi, non ci sarebbe possesso ogni volta che il soggetto,
pur trovandosi in relazione materiale con la cosa, per farla propria deve sottrarla.

Viene così prospettato un problema di interpretazione sistematica che coinvolge le condotte ed i


presupposti di figure confinanti. Secondo l’opinione dominante il diritto penale considera possesso
situazioni di potere sulla cosa, caratterizzate da autonomia. Più precisamente, occorre una
relazione materiale con la cosa, ma non necessariamente nel senso di relazione di contiguità
fisica, essendo concepibile un possesso a distanza  l’essenziale è che sulla collocazione, la
condizione, la destinazione della cosa sia di fatto in grado di influire, in guisa preminente e
immediata, la volontà del soggetto.
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Capitolo 3 – profili di parte generale

La questione della responsabilità per omissione

Sul piano della fattispecie oggettiva si pone il problema della eventuale responsabilità
“omissiva” (commissiva mediante omissione) sulla base dell’ art. 40 cpv. cp: è configurabile in
relazione a delitti che offendono soltanto interessi patrimoniali?

In via di principio, non sembrano esserci ostacoli a che la tutela di interessi patrimoniali possa
comprendere doveri d’attivarsi per l’impedimento di reati che offendono il patrimonio, in capo a
soggetti garanti. Secondo la Corte di Cassazione (2012) il riferimento a posizioni di garanzia ha
acquisito un significato più ampio e diverso rispetto a quello connesso alla responsabilità omissiva
(meglio: commissione mediante omissione) ai sensi dell’art. 40 cpv.  è un modo di definire la
posizione dei soggetti attivi di reati che comportano la violazione di doveri funzionali di particolari
categorie di soggetti  reati propri, che possono essere commessi con condotte sia attive che
omissive.

Nell’ordinamento vigente sono posizioni di garanzia (anche) di interessi patrimoniali quelle degli
organi direttivi di organizzazioni complesse. L’esempio più lampante è dato dagli amministratori e
dai sindaci di società. La posizione di garanzia di questi organi riguarda senz’altro i delitti propri del
diritto penale commerciale. In particolar modo, il tema dei soggetti garanti e dei loro doveri ha
grande rilievo nei diversi settori del diritto penale d’impresa.

È configurabile una responsabilità omissiva (sempre in capo a soggetti garanti) anche per
concorso in delitti comuni in danno di terzi, di contenuto patrimoniale, commessi da altri nell’attività
della società? Nella giurisprudenza è stata data risposta affermativa a questo problema. È stata
affermata la responsabilità dei componenti del Collegio sindacale per concorso in truffa continuata,
per non aver impedito il collocamento di valori mobiliari posto in essere da soggetti agenti per la
società sulla base di un prospetto informativo mendace.

Vengono in mente, poi, anche posizioni di garanzia caratterizzate da obblighi di impedimento di


reati commessi da terzi, in ragione di un ruolo istituzionale o per incarico ricevuto. Esempio:
persone specificatamente addette a compiti di vigilanza e protezione di determinati beni.

Per quanto, invece, concerne gli amministratori di società la norma di riferimento è l’art. 2392 cc, la
quale detta che gli amministratori “sono solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di
fatti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne o
attenuarne le conseguenze dannose”. È stato, invece, rimosso il generale obbligo di vigilanza sul
generale andamento della gestione.

La qualifica soggettiva o la posizione di garanzia fondano una posizione di destinatari di precetti


penali, quindi di potenziali responsabili per il delitto eventualmente connesso in violazione del
precetto. Qualora si tratti di delitti d’evento, e di eventuale responsabilità omissiva per omesso
impedimento dell’evento, perché possa affermarsi responsabilità in concreto si pone, sul piano
della ricostruzione del fatto tipico, il problema causale che è stato indicato dalle SU della Corte di
Cassazione nel 2002 l’omissione della condotta doverosa può ritenersi condizione sine qua non
dell’evento (significa che se la condotta doverosa fosse stata tenuta, l’evento non si sarebbe
verificato) quando vi sia la certezza (cioè una credibilità razionale che regga al criterio dell’ “oltre il
ragionevole dubbio”) che l’azione doverosa omessa avrebbe avuto per effetto l’impedimento
dell’evento.

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L’imputazione soggettiva

Per quanto concerne l’imputazione soggettiva, i delitti contro il patrimonio sono delitti dolosi.
Sono tali tutti i delitti, senza alcuna eccezione; in qualche caso è richiesto il dolo specifico.
L’ancoraggio al dolo è una delimitazione dell’area della responsabilità penale, rispetto all’area della
responsabilità civile per danni patrimoniali (per la quale, di regola, è sufficiente la colpa). La
divaricazione tra penale e civile viene in rilievo nei casi di danneggiamento colposo di cose (es:
automobile coinvolta in un incidente stradale): non sussiste responsabilità penale (il delitto di
danneggiamento è un delitto doloso), ma sussiste l’obbligo civilistico di risarcire il danno. Nel diritto
penale, i danni a cose colposamente cagionati vengono in rilievo solo in casi eccezionali (es: in
casi di pericolo per l’incolumità delle persone).

1.Dolo ed elementi normativi

In relazione al dolo nei delitti contro il patrimonio, un problema comune a molte fattispecie è quello
relativo all’errore su legge diversa dalla penale. E’ un problema legato alla presenza di elementi
normativi mediante i quali i precetti penali si collegano al diritto civile. Limitiamoci a richiamare i
punti essenziali della questione, facendo riferimento a quello che è il principale elemento normativo
delle fattispecie di delitti contro il patrimonio, l’altruità della cosa.

Il concetto di “cosa altrui” implica un riferimento all’istituto civilistico della proprietà nei termini che
abbiamo indicato sopra. La qualifica espressa dal concetto normativo della fattispecie penale
corrisponde alla situazione giuridica rilevante per il diritto civile: l’esistenza di un diritto di proprietà
– o di altro diritto rilevante – in capo ad un soggetto diverso dall’agente. Quindi, il nucleo
essenziale del concetto “cosa altrui” consiste nel richiamare l’istituto civilistico della proprietà.

Una volta individuato il significato del concetto normativo della fattispecie penale sorge un altro
problema: come verificare che una cosa sia o non sia altrui, non di proprietà dell’agente e
nemmeno res nullius? Per l’applicazione della fattispecie ai casi concreti vengono in rilievo la
fattispecie civilistiche che prevedono i modi di acquisito o di trasferimento della proprietà: è
proprietario di una cosa chi l’abbia acquistata in uno dei modi previsti dall’ordinamento.

L’erronea individuazione della qualifica extrapenale (espressa dal concetto normativo) è un errore
sul significato del precetto penale, sicuramente riconducibile all’art. 5; di contro, l’errore sulle
fattispecie extrapenali (da cui dipende la concreta applicazione della qualifica) è un errore
compatibile con la comprensione del precetto penale.

L’orientamento giurisprudenziale dominante allarga al massimo l’ambito delle norme che, pur extra
penali per origine, sarebbero da considerare “integratrici” della norma penale; potrebbe essere
considerata legge extrapenale, ai fini dell’art. 47, soltanto una legge destinata in origine a regolare
rapporti giuridici non di carattere penale e che non sia richiamata in una norma penale né sia in
essa – implicitamente o esplicitamente – incorporata  su queste premesse la giurisprudenza
ritiene errore su norme integratrici, e quindi irrilevante, qualsiasi errore su norme qualificatrici di
elementi normativi.

La dottrina, invece, è di avviso contrario.

2.Problemi relativi al dolo di concorso

Dei problemi particolari si pongono in relazione al dolo di concorso in soggetti garanti in fatti
delittuosi realizzati da altri, sia con riferimento ad imputazioni di concorso “commissivo” (es:

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approvazione di comunicazioni sociali false), che con riguardo ad imputazioni di concorso omissivo
per omesso impedimento (es: amministratori non operativi). Ricordiamoci che per i delitti (dolosi)
contro il patrimonio la responsabilità del garante è limitata all’ipotesi di omesso impedimento
doloso( scelta di non attivarsi con la consapevolezza di fatti delittuosi che si sarebbero potuti
impedire con il doveroso esercizio delle proprie funzioni).

In questo contesto, la giurisprudenza, ad esempio, nel campo relativo ai delitti societari ha cercato
strade utili alla prova indiziaria del dolo valorizzando i “segnali d’allarme”, cioè quegli elementi che,
se conosciuti dal soggetto agente, varrebbero a mediare la conoscenza e volontà del fatto, nel
quale il dolo si identifica. La formula dei “segnali d’allarme” presuppone la definizione
sostanziale del dolo addita un percorso probatorio che collega il dolo e la prova del dolo alla
possibilità e a doveri di reagire al segnale.

La casistica più ampia riguarda delitti facenti parte del diritto penale dell’economia; con riguardo ad
amministratori non operativi – imputati di concorso in delitti societari o fallimentari commessi dagli
operativi – viene oggi evocato il dovere di agire informato (ex art. 2381 cc). Ora, l’evocare i doveri
d’informazione inadempiuti è un argomento strutturalmente inadeguato alla prova del dolo:
addebitare l’inadempimento di doveri di acquisizione di conoscenze presuppone logicamente
situazioni di mancanza o incompletezza di conoscenze e, quindi, orienta verso l’esclusione del
dolo, che è conoscenza acquisita. Ciò malgrado, la giurisprudenza ricorre spesso a questo
approccio, rimproverando al soggetto garante di non aver approfondito, e comunque di non aver
reagito ai segnali percepiti, ritenuti d’allarme.

La più recente giurisprudenza ha poi introdotto un nuovo termine, affermando che per la prova del
dolo servono segnali perspicui e peculiari  con questa formula la Cassazione ha voluto
evidenziare una distinzione fra segnali, in quanto ci sono alcuni segnali utilizzabili ai fini della prova
del dolo (definiti, perspicui, peculiari) e altri meno pregnanti, definiti d’ “allarme” o “a rischio”,
rilevanti sul piano della colpa. Questa scelta terminologica è idonea a veicolare un chiarimento
concettuale, in quanto l’idea del perspicere (“vedere attraverso”) esprime il senso del problema
probatorio e della sua soluzione  la prova del dolo può ritenersi raggiunta quando sia
provato che l’imputato ha conosciuto e compreso il segnale (non uno qualsiasi, ma uno
perspicuo) e vi ha visto attraverso, arrivando a rappresentarsi il fatto di reato. il punto più
interessante è la valutazione che il giudice di legittimità ha espresso sull’argomento della palese
rilevabilità o conoscibilità di alcuni aspetti o situazioni illecite. Conclude la Cassazione affermando
che: non solo non è consentito equiparare conoscenza e conoscibilità, ma non è nemmeno
consentito, sul piano probatorio, saltare dalla colpa al dolo, considerando prova del dolo quella
conoscibilità che di per sé definisce la colpa.

La responsabilità di doveri funzionali del soggetto agente (es: doveri di vigilanza e controllo) può
fondare una responsabilità civile collegata alla colpa (“culpa in vigilando”); la responsabilità per
delitto doloso – e la responsabilità penale tout court qualora il delitto non sia previsto anche nella
forma colposa – può invece risultare esclusa proprio da un inadempimento di un dovere di
conoscenza.

Il bisogno economico. Quale rilevanza?

Altri problemi che riguardano i delitti contro il patrimonio riguardano le ipotesi in cui i fatti di reato
vengano commessi per bisogno economico.

Nel sistema del cp, lo stato di bisogno economico trova espresso rilievo all’ art. 626 che inquadra
fra i c.d. furti minori il furto “commesso su cose di tenue valore, per soddisfare un grave ed urgente
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bisogno”. Sono due gli elementi richiesti dalla norma: (1) grave e urgente bisogno e (2) tenue
valore delle cose. È questa una esplicita presa di posizione del legislatore: il bisogno economico,
anche quando sia grave ed urgente, non integra di per sé gli estremi dello stato di necessità ex art.
54 cp. Il problema dello stato di necessità si è posto in relazione a fatti come, ad esempio,
l’occupazione di edifici disabitati, cui si riferiscono norme penali di interpretazione controversa.

Per il vigente ordinamento il bisogno economico non è di per sé un esimente e nemmeno una
ragione di discolpa. Lo stato di necessità richiede requisiti ulteriori. Questo significa che il problema
della rilevanza dello stato di bisogno nei casi concreti rimane aperto a soluzioni differenziate.

La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha riconosciuto il danno grave alla persona anche in
situazioni che minacciano solo indirettamente l’integrità fisica, sottolineando l’esigenza di una
prova rigorosa. Lo stato di necessità copre soltanto situazioni limite, nelle quali in gioco non è solo
il diritto all’abitazione, ma il diritto alla salute minacciato da un pericolo attuale e non evitabile
altrimenti.

Legittima difesa di beni patrimoniali

Merita di essere accennato il problema della legittima difesa del patrimonio da aggressioni
delittuose. In concreto, il nodo problematico è capire se, e in che limiti, la difesa dei beni
patrimoniali possa giustificare lesioni all’integrità fisica o addirittura alla vita dell’aggressore.

Dottrina e giurisprudenza affermano il primato della vita e della integrità personale, così come
riconosce essere “incontestabile che la legittima difesa possa essere applicata anche ai diritti
patrimoniali, i quali possono essere protetti anche ricorrendo ad atti di violenza, purchè sussista
proporzione fra il danno che si potrebbe subire e la reazione posta in essere”. È stato il Codice
Rocco ad inserire il requisito – limite della proporzione tra difesa e offesa. Un altro dato normativo
importante è dato dall’art. 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che, dopo aver
affermato il diritto alla vita e posto il divieto di infliggere la morte intenzionalmente, stabilisce che la
morte non si considera inflitta in violazione di detto articolo se è il risultato di un ricorso alla forza
resosi assolutamente necessario per garantire la difesa di qualsiasi persona contro la violenza
illegale.

Una disciplina speciale è poi stata introdotta dalla l. n. 59/06 “diritto all’autotutela in un privato
domicilio”, la quale ha aggiunto due nuovi commi all’art. 52 cp:

“Nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di
cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi
indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:
a) la propria o la altrui incolumità:
b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione.
La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto
all'interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o
imprenditoriale.”

La nuova disciplina statuisce che sussiste il rapporto di proporzione, a favore dell’aggredito, nelle
situazioni considerate. Restano fermi ed immutati tutti gli altri presupposti e requisiti della legittima
difesa (attualità dell’aggressione e necessità di difesa) di cui al comma 1 ndell’art. 52 cp. La
reazione difensiva non è legittima se non è necessaria (cioè se il pericolo può essere neutralizzato
senza ledere i diritti dell’aggressore o comunque con una condotta meno lesiva).

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Lettera a): si riferisca alla difesa da aggressioni rivolte contro la persona (aggressioni alla
incolumità personale); lettera b): riguarda specificatamente aggressioni rivolte contro il patrimonio
(es: furti in appartamenti o in negozi). È quindi alla lettera b) che la novella del 2006 ha ritagliato un
ambito di difesa legittima dei beni patrimoniali, nel quale sono espressamente dichiarate legittime
reazioni rivolte anche contro la persona dell’aggressore e viene statuita la sussistenza, a
determinate condizioni, del rapporto di proporzione.

L’accenno alla non desistenza, nella lett. b), ribadisce un presupposto ovvio della legittima difesa: il
pericolo d’offesa ingiusta deve essere attuale.

Quanto al “pericolo di aggressione”, l’unica interpretazione che riconosce un autonomo significato


normativo a questa formula è che la disciplina speciale del rapporto di proporzione, così
sbilanciata a favore dell’aggredito che si difende, si applica solo se, nell’aggressione in atto rivolta
contro i beni patrimoniali, si innesta un pericolo di aggressione all’incolumità personale.

Il problema interpretativo più difficile della lettera b) concerne i caratteri del pericolo per l’incolumità
personale che fa scattare l’applicabilità della disciplina generale. Non si tratta di un pericolo
attuale, posto che tale ipotesi è già considerata dalla lettera a) e che nella lettera b) il pericolo
attuale concerne i beni patrimoniali. Il pericolo di aggressione alla persona, nella lett. b), è un
pericolo non ancora attuale, ma sempre deve essere collegato alla modalità di esecuzione del
delitto contro i beni patrimoniali, come riconoscibile sviluppo della situazione.

Capitolo 4 – il sistema sanzionatorio

La struttura del sistema

Per i delitti contro il patrimonio è la pena detentiva (reclusione) a caratterizzare il sistema delle
pene edittali. Spesso poi vi si aggiunge anche la pena pecuniaria (multa) e, in qualche caso, vi è
una comminatoria in via alternativa. Le cornici edittali sono molto differenziate.

Le pene più severe son o previste per i delitti caratterizzati anche da aggressione alla persona
(rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione). Pene severe sono previste per
altri reati quali il riciclaggio, la ricettazione, i furti aggravati e altri, infine, pene più blande vengono
applicate in caso di furto semplice, truffa semplice, appropriazione indebita e danneggiamento
(anche aggravato).

Rispetto al modello originario del codice Rocco, il sistema vigente è caratterizzato, per un verso,
da una maggiore severità di alcune pene edittali e, per altro verso, da accresciute possibilità di
mitigazione, in forza di meccanismi di varia natura.

È stato ampliato l’ambito della perseguibilità a querela, con l’inclusione delle ipotesi non aggravate
di truffa e di furto. Alcuni reati sono passati alla competenza del giudice di pace (d.lgs. n.
274/2000) e ciò ha inciso sul trattamento sanzionatorio: la pena detentiva è sostituita dalla
detenzione domiciliare o dal lavoro di pubblica utilità alle condizioni e nei limiti di cui all’art. 52. Si
sono aperte diverse possibilità di non procedibilità, per particolare tenuità del fatto (art. 34) o per
condotte riparatorie (art. 35).

Fuori dai casi in cui si apre la strada della non punibilità, la valenza “premiale” attribuita in via
generale alle restituzioni e al risarcimento del danno è quella di circostanza attenuante comune
(art. 62 n. 6). Altra attenuante comune è la particolare tenuità del fatto ex art. 62 n. 4).

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Circostanze attenuanti speciali, con funzione premiale, hanno avuto ingresso nella disciplina
relativa al sequestro di persona a scopo di estorsione, a favore di chi si sia adoperato in modo che
il sequestrato riacquisti la libertà senza pagamento del riscatto.

I delitti contro il patrimonio comportano solitamente degli obblighi di restituzione o di risarcimento di


danni patrimoniali. Il prodotto o profitto del reato può essere sottoposto a confisca, in via generale
quella facoltativa, ai sensi dell’art. 240, oppure anche obbligatoria nei casi disciplinati da specifiche
disposizioni. Naturalmente le cose appartenenti alla persona offesa saranno oggetto di restituzione
e non di confisca. È possibile che dall’adempimento di obblighi di risarcimento del danno o di
riparazione dell’offesa dipenda la sospensione condizionale della pena.

Un ruolo importante è assegnato alle circostanze aggravanti, sia quelle speciali previste per
specifiche figure di delitto, che quelle comuni. La stessa perseguibilità d’ufficio, in relazione alle più
importanti figure di delitto, dipende dall’esistenza di circostanze aggravanti. Fra le aggravanti
comuni di cui all’art. 61 la più direttamente collegata alla materia dei delitti che offendono il
patrimonio è quella prevista al n. 7 (l’avere cagionato alla persona offesa un danno patrimoniale di
rilevante gravità). Poi, di notevole rilievo applicativo è il n. 2 (nesso teleologico) e il n. 11 (che per
l’appropriazione indebita è il presupposto della perseguibilità d’ufficio).

I delitti di natura patrimoniale sono poi un significativo campo di applicazione dell’ aggravante della
finalità mafiosa (codice antimafia, d.lgs. n. 159/11).

In sede di decisione giudiziale può assumere rilievo la distinzione fra criminalità da bisogno e
criminalità volta all’illecito arricchimento. Essa, che è estranea alla tipizzazione dei delitti, riguarda i
motivi a delinquere e, perciò, ha rilievo ai fini della commisurazione giudiziale della pena ex art.
133 ed eventualmente ai fini della concessione delle attenuanti generiche.

Sia a livello di pene edittali, sia nelle concrete applicazioni, la situazione è caratterizzata da un mix
di rigore e di paternalismo tutt’altro che soddisfacente. Quali siano gli equilibri possibili e
auspicabili nelle risposte ai delitti contro il patrimonio è un problema che si colloca dentro il quadro
di un organico ripensamento del sistema delle risposte al reato. la situazione attuale pone problemi
di riduzione sia delle pene edittali sia della concreta applicazione di pene carcerarie. Si ritiene che
una particolare attenzione dovrebbe essere rivolta al trattamento delle forme di criminalità
patrimoniale più diffuse, spesso segnate da contenuti offensivi modesti.

La rilevanza dei rapporti familiari: l’art. 649

1.Il trattamento privilegiato di reati commessi in ambito familiare

Il codice Rocco, in linea con i precedenti, prevede un trattamento privilegiato di fatti offensivi il
patrimonio, commessi entro una ristretta cerchia familiare. La disciplina di favore si articola su un
duplice livello:

 uno più radicale, rappresentato dalla statuizione di non punibilità per fatti commessi in
danno del coniuge non legalmente separato, di un ascendente o un discendente o affine in
linea retta (compresi l’adottante e l’adottato), di un fratello o sorella non conviventi con
l’autore del fatto;
 un altro rappresentato dalla perseguibilità a querela se il fatto è in danno del coniuge
legalmente separato, del fratello o della sorella non conviventi con l’autore del fatto, ovvero
dello zio o nipote o affine in secondo grado con lui conviventi.

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L’ambito di applicazione comprende i delitti di cui al tiolo XIII del codice, eccetto quelli previsti agli
artt. 628, 629, 630 e “ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle
persone” . Queste precise indicazioni relative all’ambito di applicazione ostano ad applicazioni per
analogia, a delitti contro il patrimonio collocati fuori dal titolo XIII.

La ragione del favor è legata alla peculiarità dei più stretti rapporti intrafamiliari. La perseguibilità a
querela rimette all’offeso una scelta che incide sulla famiglia e le relazioni all’interno di essa.
L’ambito (più ristretto) di non punibilità comprende situazioni in cui vi potrebbe essere una sorta di
sostanze e di comune destinazione dei beni. Il limite al favor (: esclusione dei delitti commessi con
violenza alla persona) taglia fuori gatti che, per le modalità con cui sono commessi, hanno un
contenuto offensivo che va oltre la sfera patrimoniale. La prevalenza accordata all’autonomia della
famiglia è il risultato di un bilanciamento con interessi che condizionano l’opportunità del punire o
del procedere. Si tratta quindi di una causa personale di esenzione da pena  il rapporto
familiare molto stretto, senza escludere l’illiceità del fatto e gli obblighi di risarcimento, viene
valutato dal legislatore come elemento che esclude la punibilità per ragioni di mera opportunità.

Reato commesso “in danno” significa che il congiunto deve essere soggetto passivo del reato,
portatore dell’interesse tutelato e non mero danneggiato.

La rilevanza penale delle situazioni di cui all’art. 649 comma 1, si esaurisce nel rendere il fatto non
punibile per chi sia legato alla persona offesa dal rapporto familiare. Ad ogni altro effetto, il fatto
commesso deve essere considerato come reato e, in particolare, non è esclusa la responsabilità di
eventuali concorrenti. Non trova applicazione il favor ex art. 649 se il fatto è in danno oltre che del
prossimo congiunto, anche di soggetti non legati al reo da un rapporto familiare rilevante.

Se il fatto è commesso da un coniuge sui beni di una società, di cui siano unici soci i due coniugi,
si applica il regime di favor? La formale autonomia della società e del patrimonio sociale come
distinto da quello dei soci rende molto problematica l’applicazione dell’art. 649. Si ravvisano ragioni
volte ad una sua applicazione.

Il momento di riferimento, cioè il momento nel quale deve sussistere il rapporto rilevante ex art.
649, è individuato nel tempo del commesso reato. In dottrina sono state ravvisate delle voci isolate
che ritengono rilevante il rapporto esistente al momento del giudizio; qualcuno ritiene che si debba
distinguere tra la causa di non punibilità di cui al comma 1 – per il quale il riferimento è al tempo
del fatto – e la condizione di procedibilità di cui al comma 2 – per il quale il riferimento
sembrerebbe essere al tempo del giudizio –. Si tratta di due elementi che, però, sembrano
contrastate con la logica su cui è fondato il favor: se l’impunità di un reato patrimoniale ha la sua
ragione nella pertinenza del fatto ad una comunità di vita, ne consegue che deve farsi riferimento
al momento del fatto. Ciò vale per entrambe le forme del favor. Il principio “tempus regit actum” –
alla base del comma 2 – che concerne problemi di diritto processuale non ha nulla a che fare con
questioni di ricostruzione fattuale della fattispecie da valutare.

2.L’esclusione del favor nei casi di violenza contro la persona

I delitti commessi con violenza alla persona sono espressamente esclusi dalla disciplina più
favorevole dell’art. 649.

Questa esclusione riguarda solo i delitti consumati, o anche quelli solo tentati? La giurisprudenza,
facendo leva sulla autonomia del delitto tentato, ritiene che il favor di cui all’art. 649 sia applicabile
anche nel caso di tentativo.

18
L’elenco dei casi esclusi dal favor è tassativo. Una questione di legittimità costituzionale in malam
partem, sollevata in relazione al delitto di usura, è stata dichiarata manifestamente inammissibile
dalla CC nel 2012 in conformità a criteri costantemente seguiti, quali il principio di legalità che non
consente alla corte di decidere in pejus sulla risposta punitiva o comunque su aspetti relativi alla
punibilità.

È controverso se il riferimento alla violenza comprenda anche la minaccia. La dottrina e divisa;


mentre in giurisprudenza prevale la tesi negativa e si apre quindi la strada alla non punibilità dei
fatti di fatti commessi con minaccia (l’omessa menzione della minaccia è un dato testuale non
superabile).

3.Questioni di coerenza interna nella disciplina codicistica

Nella disciplina di cui all’art. 649 sono stati ravvisati segni di anacronismo. Il punto più
controverso è la mancata menzione della convivenza more uxorio. La CC ha più volte respinto le
questioni volte ad ottenere una equiparazione della convivenza di fatto al rapporto coniugale.
Questi esiti non sono mai stati ritenuti appaganti dalla dottrina, soprattutto sul piano della politica
del diritto. Con riguardo alla materia di cui ci occupiamo, delle soluzioni potrebbero essere
ricercate riconoscendo rilevanza a rapporti di convivenza stabile e di sostanziale gestione comune
come ragione di esclusione della stessa tipicità di comportamenti rientranti in tale quadro.

Di più problematica valutazione sembrano essere altri fatti. Più precisamente, quelli che per le
modalità di realizzazione fuoriescono da qualsiasi modalità di gestione comune di risorse in seno
alla famiglia (uso della frode o abuso di situazioni di incapacità), o quelli che fossero realizzati ove
il rapporto sia entrato in crisi. Situazioni di questo tipo mostrano l’ambiguità della soluzione della
non punibilità.

Per dare una valutazione d’insieme, si può concludere che la questione della convivenza di fatto
più che sollecitare un espansione della causa di non punibilità concorre a metterne in luce il
fondamento precario. Il Progetto Pagliaro ha quindi proposto l’eliminazione della causa di non
punibilità e la perseguibilità a querela in un ambito più rispetto di quello del vigente art. 649.
Naturalmente nella misura in cui una qualche forma di favor sia mantenuta, la questione della
convivenza more uxorio (non considerata dal progetto menzionato) richiede una soluzione non
discriminante.

PARTE I. DELITTI CONTRO IL PATRIMONIO

Capitolo 1 – furto

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Furto comune

Il furto è una costante storica nel catalogo dei reati fondamentali, è il reato più diffuso. È il delitto
che ha subito più cambiamenti nella sua configurazione e ha costituito il prototipo dal quale hanno
avuto origine numerosi altri reati contro il patrimonio. Apre il titolo XIII relativo ai delitti contro il
patrimonio. L’ art. 624 cp incrimina “chiunque s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola
a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri”.

1.Condotta tipica

La condotta tipica del furto consiste nella sottrazione, che colloca la cosa mobile altrui nella sfera
possessoria del reo. La sottrazione indica un comportamento che priva la persona che deteneva le
cose rubate del potere di disporne materialmente. Sono indifferenti le modalità o i mezzi con cui la
condotta viene realizzata. Particolari modalità dell’azione (violenza, frode, approfittamento)
potranno sicuramente modificare la qualificazione del fatto come delitto più grave (ad es.: rapina) o
come figura aggravata.

Sul piano strutturale, il furto è caratterizzato dal disvalore d’evento incorporato nell’
impossessamento. L’impossessamento coincide con l’ acquisizione da parte del reo di un nuovo
possesso sulla cosa rubata. Secondo quello che è l’orientamento dottrinale e giurisprudenziale
maggioritario, per possesso si intende un autonomo potere di fatto, al di fuori della sfera di
controllo di altri che vanti sulla cosa un potere giuridico maggiore. È concepibile anche un
possesso a distanza (pensa al ladro che nasconde la refurtiva dopo essersene impossessato).
Essenziale è che la volontà del possessore sia di fatto in grado di influire in via immediata sulla
collocazione, sulla condizione e sulla destinazione della cosa.

È controverso, nell’interpretazione della condotta di furto, il criterio in base al quale stabilire


quando si verifichi l’impossessamento della cosa mobile altrui, e se tale momento coincida
con la sottrazione. Dalla soluzione di questa questione dipende la definizione del momento
consumativo del reato. Tempus e locus commissi delicti coincidono con il momento e il luogo in cui
il reo acquisisce il possesso della cosa rubata.

Sono problematici i casi in cui il furto viene commesso all’interno di un luogo assoggettato alla
signoria del possessore (es: la biblioteca). Secondo la giurisprudenza, la sottrazione della cosa
implicherebbe automaticamente acquisizione di un nuovo possesso da parte dell’agente. Così, la
consumazione del reato viene fatta coincidere con la semplice sottrazione. Il furto si
consumerebbe all’atto di occultamento della cosa sulla persona del reo (es: il libro viene nascosto
in tasca), ancora prima che venga portata al di fuori della sfera di signoria della vittima e prima del
consolidamento del nuovo possesso del reo.

Sarebbe consumato anche il furto del soggetto colto dagli agenti di polizia con la borsa contenente
la refurtiva all’interno di uno studio medico nel quale si era introdotto in modo clandestino.
Secondo la giurisprudenza l’ occultamento pone di fatto sotto il dominio esclusivo dell’autore i
cespiti rubati e realizza l’impossessamento richiesto dalla fattispecie incriminatrice.

Sottrazione ed impossessamento sono elementi di tipicità del reato autonomo, suscettibili di


verificarsi in tempi e luoghi diversi. La sottrazione rappresenta un momento prodromico
all’eventuale impossessamento. Non può aversi reato prima che la cosa, una volta sottratta, non
abbia effettivamente fatto ingresso nella sfera possessoria del ladro: prima di questo momento
l’azione furtiva non supera la soglia del tentativo di furto (es: prelevo della merce dai banchi di
vendita di un grande magazzino a sistema self – service con occultamento sulla mia persona  si
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tratta di un furto tentato laddove la persona incaricata alla sorveglianza stia sorvegliando l’azione
furtiva e la cosa non sia ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo diretto dell’offeso).

2.Detenzione

Abbiamo detto che la condotta furtiva consiste nella sottrazione della cosa “a chi la detiene”. Cosa
di intende con detenzione? Alcuni autori fanno riferimento alla definizione accolta nel diritto civile
(detenzione come potere fisico sulla cosa accompagnato dalla mera intenzione di tenerla presso
sé: “animus detinendi”); altri autori descrivono la detenzione presupposta dal furto come rapporto
materiale con la cosa, negando che il concetto penalistico richieda anche un coefficiente
soggettivo.

Si è concordi nel ritenere che il potere di fatto sulla cosa non presuppone un contatto fisico in
senso stretto. Però, è essenziale sulla collocazione, la condizione o destinazione della cosa sia di
fatto in grado di influire in ogni momento e in via immediata la volontà del soggetto. Abbiamo già
detto che è concepibile un possesso a distanza. Si ritiene pacifico che il furto possa anche
commettersi su cose che il possessore o chi per lui non potrebbe raggiungere se non con difficoltà
e dopo un certo lasso di tempo (quindi su cose che sono fuori uscite dalla sfera di accessibilità
fisica ed immediata del soggetto passivo, come ad es. un auto parcheggiata sulla pubblica via dal
proprietario partito per le ferie).

La dottrina, a fronte di fattispecie più particolari, è arrivata a negare l’autonomo valore della
detenzione come elemento di tipicità del reato, ritenendolo un dato solo eventuale seppur presente
nella normalità dei casi. Questa critica poggia anche sul rilievo che ci sono alcune ipotesi che
possono essere correttamente qualificate come furto sebbene la cosa sottratta si trovi
materialmente nelle mani dello stesso agente (es: facchino che si impossessa delle valigie del
viaggiatore che lo accompagna).

In conclusione, per definire il concetto di detenzione si deve guardare alla situazione su cui
incide materialmente quella particolare forma di aggressione al patrimonio che è la
sottrazione. La detenzione denota una situazione di fatto che reca in sé manifesta l’appartenenza
della cosa ad un sfera possessoria di altri, riconoscibile da parte del reo alla stregua della natura
della cosa e delle sue relazioni con l’ambiente circostante. Il termine detenzione, nei delitti di furto,
è un concetto normativo che rinvia a criteri di rilevanza sociale e a punti di vista socialmente
dominanti. Alla stregua di questa impostazione, si avrà detenzione anche nei casi problematici su
cui la dottrina discute.

3.Soggetto attivo

Il furto è un delitto comune: il divieto di rubare si rivolge a chiunque.

Se l’agente riveste la qualifica militare o è componente dell’equipaggio di una nave si applicano i


reati degli artt. 230 ss. cpmp e dell’art. 1148 c.nav.

Non è congiurabile il furto a opera di chi abbia già il possesso della cosa, in quanto la norma
richiede che questa venga sottratta ad altri. La persona che, avendo il possesso della cosa altrui,
ne dispone “invito domino”, commette delitto di appropriazione indebita.

Può commettere furto chi si trovi in una mera relazione materiale con una cosa, che rientri nella
sfera di dominio e sorveglianza del possessore. Il reo, per stabilire un’autonoma signoria, deve
prima sottrarre la cosa dalla sfera possessoria del dominus.

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4.Oggetto materiale

Oggetto di furto può essere una cosa mobile. È tale qualsiasi oggetto nel mondo fisico suscettibile
di apprensione in senso materiale. Sono tali anche le energie naturali purchè siano dotate di valore
economico.

Il corpo di una persona viva non è una cosa; diviene cosa mobile a tutti gli effetti la parte del corpo
che ne sia distaccata.

Ancora, rientrano nel concetto di “cosa” i beni mobilizzati, cioè le parte di un bene immobile
distaccate da esso (es: infissi di un edificio).

Non sono suscettibili di furto i beni immateriali (es: prodotti dell’ingegno, diritti soggettivi in quanto
tali). Possono, però, esserlo i documenti, i modelli, i progetti in cui le entità ideali sono incorporate.

5.Altruità della cosa

La cosa sottratta deve essere una cosa altrui, cioè trovarsi in una relazione di interesse
giuridicamente rilevante con un terzo (una persona altra) che subisce lo spoglio. Non rappresenta
furto l’impossessamento di una res nullius (non appartenente a nessuno). È pacifico che sia cosa
altrui la cosa che è di proprietà di altri.

Si discute circa la possibilità di considerare altrui anche cose su cui altri abbiano diritti e relazioni di
contenuto patrimoniale, diversi dal diritto di proprietà. Ammettendosi questa possibilità, il
proprietario potrebbe rendersi responsabile di furtum rei proprie. Questa possibilità è esclusa dalla
tesi tradizionale.

Si considerano altrui le cose comuni, in quanto su di esse esiste il diritto di una terza persona.
L’impossessamento di una cosa comune non integra il delitto di furto comune, ma il meno grave
delitto di sottrazione di cosa comune ex art. 627.

Sono altrui anche i beni appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile dello stato.

Non si ha furto, ma nemmeno altro reato, nel caso di impossessamento di res comunes omnium,
di cui tutti possono disporre, o di cose abbandonate in via definitiva. È abbandonata la cosa che
non appartiene ad alcuno perché il proprietario ne ha dimesso – volontariamente e in via definitiva
– sia il possesso che la proprietà senza che queste siano passate ad altri; chi apprende cose
abbandonate ne diventa proprietario a titolo originario ex art. 923 cc. Non sono considerate cose
abbandonate le cose lasciate senza custodia nelle abitazioni in caso di calamità naturale e chi se
ne impossessa commette furto.

La discussione sul concetto di altruità nel delitto di furto ha riguardato anche situazioni in cui sia
incerto se o quando la proprietà sia passata nel patrimonio del soggetto attivo. Si è, ad esempio,
presentato diverse volte il caso del c.d. “scrocco di benzina”, cioè dell’automobilista che dopo il
rifornimento si allontani velocemente senza pagarne l’importo. Il fatto delineerebbe un ipotesi di
furto, eventualmente aggravato dal mezzo fraudolento ex art. 625 n. 2, in quanto il passaggio di
proprietà si avrebbe solo al momento del pagamento del prezzo. Tuttavia, parte della dottrina nega
che si tratti di furto, dal momento che da un punto di vista civilistico l’automobilista sarebbe
diventato il proprietario della benzina nel momento di immissione del carburante nel serbatoio della
vettura, qualificando così il fatto come diverso reato o come inadempimento contrattuale.

6.Bene giuridico
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Il bene giuridico offeso dal furto viene individuato nel diritto di proprietà, o nella proprietà e in
altri diritti reali. Alcuni autori, poi, accanto ai diritti reali menzionano anche i diritti personali di
godimento. Sarebbero, invece, esclusi il diritto di garanzia (pegno) e la semplice relazione di
custodia, in quanto in entrambi i casi manca un vero e proprio diritto ad usare la cosa.

Un altro orientamento ha osservato come l’essenza del delitto consista nel passaggio del
possesso da una persona all’altra e, per questo, motivo il bene giuridico tutelato andrebbe
identificato nel potere di fatto sulla cosa. Alcuni individuano questo potere nella detenzione, altri
nel possesso.

Il soggetto passivo del delitto, nonché titolare del diritto di querela, è il possessore della cosa
rubata.

7.Dolo

Il furto richiede il dolo generico (volontà di impossessarsi di una cosa mobile altrui sottraendola a
un'altra persona) e il dolo specifico di profitto per sé o per altri. Questa proiezione finalistica del
furto pone la questione se il profitto avuto di mira dall’agente debba essere inteso in senso
strettamente patrimoniale o come generica soddisfazione/piacere/vantaggio che l’agente si
ripromette dall’azione criminosa.

In dottrina e giurisprudenza viene da tempo sostenuta l’interpretazione più ampia, così da far
rientrare nella fattispecie comportamenti che altrimenti ne sarebbe esclusi. C’è chi si oppone a
questo approccio, ravvisandovi una depatrimonializzazione del concetto di profitto, che rischia di
vanificare la funzione di restrizione della punibilità del fatto che il dolo specifico dovrebbe in teoria
assolvere all’interno della fattispecie incriminatrice. Come già messo in luce, il profitto del furto è
insito nell’acquisizione della disponibilità della cosa; i fini di diversa natura (affettiva, religiosa,
collezionistica, scientifica, letteraria, ecc.) costituiscono utilizzazioni del valore d’uso che
caratterizza il bene patrimoniale.

Nella casistica giudiziaria è ritenuta estranea all’area di incriminazione dell’art. 624 – per
mancanza di dolo specifico – l’azione furtiva che, pur in presenza dell’integrazione degli elementi
oggettivi della fattispecie, non perseguiva un’utilità legata all’uso della cosa.

Si ha profitto anche ne3ll’ipotesi di distruzione di una cosa altrui per trarne qualche vantaggio, se il
danneggiamento costituisce per sua natura utilizzazione della cosa.

Il profitto, quindi, delimita la sfera del furto rispetto a comportamenti che offendono l’altrui
possesso e che rimangono di esclusiva rilevanza civilistica o costituiscono un reato diverso.

8.Trattamento sanzionatorio e regime di procedibilità

Il furto semplice è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e con la multa da 154 a 516 euro. Il
minimo edittale di pena è stato elevato dal c.d. “pacchetto sicurezza” del 2001. Oggi il furto è
punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra una o più circostanze di cui agli artt. 61 n.
7 e 625.

Il trattamento punitivo è particolarmente severo è questo tratto emerge in particolar modo nel
regime delle circostanze aggravanti, le quali limitano di fatto a pochissimi casi la configurazione
del furto semplice. Un elenco di aggravanti speciali è contenuto dell’art. 625.

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Alcune ipotesi, che nel sistema precedente erano circostanze aggravanti, sono state oggi
convertite in autonome ipotesi di reato (si tratta: del furto in abitazione e del furto con strappo). Il
legislatore ha voluto lasciare invariate le cornici edittali di queste fattispecie per assicurare stabilità
alò trattamento sanzionatorio. L’effetto della modifica è quello dei escludere il bilanciamento con
eventuali circostanze attenuanti e l’irrigidimento sanzionatorio si giustifica per la direzione
plurioffensiva del reato (patrimonio e persona o suo domicilio).

Figure qualificate di furto: furto in abitazione e furto con strappo

Furto in abitazione è quello realizzato “mediante introduzione in un edificio o in altro luogo


destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa”.

La norma si riferisce ad abitazioni in senso stretto, in cui la persona conduce la propria vita
permanentemente o saltuariamente (es: casa di villeggiatura), e a locali pubblici o privati che
servono a tale finalità (es: alberghi, caserme, cliniche,…), e alle loro pertinenze (ex art. 817 cc: atri,
scale, cantine, cortili, giardini, autorimesse condominiali). Non è necessario che il locale sia
concretamente abitato; è sufficiente che abbia tale carattere per effettiva utilizzazione o per le
modalità della sua sistemazione (es: arredamento), da cui sia desumibile lo scopo abitativo.

Si deve aggiungere che l’art. 624 bis estende la propria sfera applicativa a luoghi di privata dimora
in cui la persona compie – anche in modo transitorio e contingente – atti della vita privata (es:
uffici, sedi di partito, studi professionali, esercizi commerciali).

L’illegittimità dell’introduzione in questi luoghi deve considerarsi un elemento tacito della


fattispecie. Se l’introduzione avviene con il consenso dell’avente diritto o esercitando un proprio
diritto, l’azione furtiva configura non il reato dell’art. 624 bis, ma il furto comune dell’art. 624.

Introdursi significa fare ingesso interamente con tutta la persona in un determinato luogo.
Nell’ipotesi in cui il furto sia commesso da un soggetto che si trattiene contro la volontà del
dominus, dopo però avervi fatto ingresso legittimamente, si potrà configurare un concorso tra il
delitto di furto e il delitto di violazione di domicilio.

Furto con strappo (il c.d. “scippo”) è quello realizzato strappando la cosa mobile altrui “di mano o
di dosso alla persona” che la detiene. Strappare significa togliere la cosa con forza, tale da
superare la resistenza opposta dalla persona. Ricorrerà il più grave delitto di rapina nel caso in cui
il reo, per vincere la resistenza della vittima, usi violenza direttamente sulla persona; si avrà furto
laddove la violenza sia esercitata direttamente sulla cosa.

Per entrambe queste figure sono previste pene molto pesanti, le stesse previste dall’art. 625. Si
tratta di fattispecie ovviamente perseguibili d’ufficio.

Circostanze aggravanti e attenuanti speciali

L’art. 625 prevede un elenco molto numeroso di aggravanti che limita a pochissimi casi la
configurazione del furto semplice. Queste circostanze determinano l’applicazione di sanzioni molto
pesanti: reclusione da 1 a 6 anni e multa da 103 a 1032 euro. In caso di concorso di due o più
circostanze dell’art. 625, ovvero se una di tali circostanze concorre con altra fra quelle indicate
dall’art. 61, si ha un ulteriore inasprimento sanzionatorio, applicandosi così la pena della reclusione
da 3 a 10 anni e la multa da 206 a 1549 euro.

Il furto aggravato ai sensi dell’art. 625 o dell’art. 61 n. 7 è perseguibile d’ufficio.

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Vediamo le aggravanti speciali dell’art. 625:

 se il colpevole usa violenza sulle cose o si vale di un qualsiasi mezzo fraudolento: l’uso
della violenza sulle cose o il mezzo fraudolento devono servire all’agente, nella fase
precedente o in quella di esecuzione del furto, a superare e a vincere la resistenza di
ostacoli predisposti dalla vittime in difesa delle sue cose. Agli effetti dell’aggravante per
“violenza sulle cose” si intende il danneggiamento, la trasformazione o il mutamento di
destinazione della cosa (art. 392 cp); per “mezzo fraudolento” si intende qualunque
marchingegno /accorgimento/stratagemma. Diversamente dalla truffa, dove l’inganno serve
ad ottenre il consenso della vittima all’atto di disposizione patrimoniale, nel furto serve a
facilitare la sottrazione unilaterale della cosa da parte del ladro.

 se il colpevole porta indosso armi o narcotici, senza farne uso: “portare indosso” significa in
senso stretto che le armi e i narcotici sono portati sulla persona. Se armi e narcotici
vengono utilizzati si configura il più grave delitto di rapina. È irrilevante l’eventuale liceità
del porto dell’arma.

 se il fatto è commesso con destrezza: la destrezza è indicata come la normale abitualità,


astuzia o sveltezza del ladro a eludere la vigilanza dell’uomo medio. L’aggravante opera
indipendentemente dal fatto che la destrezza operi sulla persona della vittima o sulla cosa.

 se il fatto è commesso da tre o più perone, ovvero anche da una sola, che sia travisata o
simuli la qualità di pubblico ufficiale o d’incaricato di un pubblico servizio: il “travisamento”
consiste in un alterazione dell’aspetto esteriore della persona, che rende difficilmente
riconoscibile se non irriconoscibile il colpevole.

 se il fatto è commesso sul bagaglio dei viaggiatori on ogni specie di veicoli, nelle stazioni,
negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si somministrano cibi o bevande

 se il fatto è commesso su cose esistenti in uffici o stabilimenti pubblici, o sottoposte a


sequestro o a pignoramento, o esposte per necessità o per consuetudine o per
destinazione alla pubblica fede, o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o
reverenza: l’esposizione alla pubblica fede è un aggravante che ha un elevata ricorrenza
nella prassi. È la condizione in cui si trova una cosa facilmente accessibile a un indistinta
collettività di persone e affidata al rispetto per l’altrui possesso. È irrilevante che la cosa si
trovi in luogo pubblico o privato aperto al pubblico. Sono destinate a pubblico servizio le
cose adibite alla soddisfazione di esigenze generali della collettività (es: impianti di
erogazione dell’energia elettrica).

 se il fatto è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria, ovvero
su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria (c.d. delitto di abigeato)
 se il fatto è commesso all’interno di mezzi pubblici di trasporto
 se il fatto è commesso nei confronti di persona che si trovi nell’atto di fruire ovvero che
abbia appena fruito dei servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti a
prelievo di denaro.

A questo elenco si aggiungono poi le circostanze aggravanti previste nelle leggi speciali e relative
a particolari ipotesi di furto.

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In controtendenza alla linea adottata negli ultimi interventi legislativi in materia, è l’introduzione
della circostanza attenuante che premia la collaborazione processuale del reo a comportare una
diminuzione della pena da 1/3 alla metà. Questo avviene “qualora il colpevole, prima del giudizio,
abbia consentito l’individuazione dei correi o di coloro che hanno acquistato, ricevuto od occultato
la cosa sottratta o si sono comunque intromessi per farla acquistare, ricevere od occultare” ai sensi
dell’ art. 625 bis.

Figure speciali (meno gravi) di furto

L’ art. 626 prevede delle figure speciali e meno gravi di furto, costituenti autonome fattispecie di
reato: furto d’uso, furto lieve per bisogno, spigolamento. Sono queste ipotesi punite meno
severamente rispetto al furto comune e perseguibili a querela della persona offesa.

Si tratta di reati di competenza del giudice di pace, quindi il trattamento sanzionatorio originario
(reclusione) è stato sostituito dalla multa, dalla permanenza domiciliare o dal lavoro di pubblica
utilità. Se concorre taluna delle circostanze aggravanti indicate nel nn. 2,3 e 4 dell’art. 625 si
applica la più severa disciplina del furto comune.

1.Furto d’uso

Si configura furto d’uso quando il fatto è commesso al solo scopo di fare uso momentaneo della
cosa sottratta, e questa dopo l’uso viene immediatamente restituita (art. 626 n. 1). La
giustificazione del trattamento di favore risiede nella temporaneità della spogliazione della vittima,
che comporta una minore offensività del fatto e una minore colpevolezza dell’autore.

Rispetto al furto comune , il furto d’uso è caratterizzato:

 sul piano oggettivo dall’immediata restituzione della cosa sottratta


 sul piano soggettivo dal dolo specifico d’uso temporaneo che qualifica il tipo di profitto che il
reo si ripromette di trarre e dall’intenzione di rendere la cosa dopo l’uso.

Ovviamente al diritto penale non interessa se la cosa sia o non sia utilizzata dal ladro. Per la
configurabilità del furto d’uso ciò che è essenziale e sufficiente è che la cosa venga effettivamente
resa al derubato immediatamente dopo l’uso, o comunque poco dopo l’impossessamento se non vi
è stato utilizzo. La mancata restituzione trasforma il furto intenzionalmente d’uso in furto comune.

In passato, dottrina e giurisprudenza ritenevano che, qualora la restituzione della cosa fosse
divenuta impossibile per caso fortuito o per forza maggiore, si configurasse il furto comune,
negando così qualsiasi rilevanza alla volontà del reo di restituire la cosa. La CC ha dichiarato
parzialmente illegittimo l’art. 626 n. 1 per violazione dell’art. 27 comma 1 Cost., nella parte in cui
rimprovera all’agente su base oggettiva la mancata restituzione della cosa derivante da caso
fortuito o forza maggiore, ancorchè questa non possa essere addebitata al reo quando nel suo
verificarsi la volontà sia rimasta totalmente estranea.

La restituzione non implica la materiale consegna della refurtiva nelle mani del derubato o che la
cosa venga ricollocata nello stesso posto in cui era stata sottratta; è ritenuta restituzione qualsiasi
atto idoneo a reintegrare il derubato nel possesso della cosa. Rileva solo la restituzione volontaria
e non quella a cui il ladro sia costretto da fattori esterni (es: sopraggiungere delle forze di pubblica
sicurezza). Il deterioramento connesso all’uso normale della cosa derubata e restituita (es:
consumo di carburante) è ritenuto compatibile con il furto d’uso. Eventualmente il reo potrà essere
condannato a risarcire in sede civile il danno economico provocato al derubato.

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Con riguardo alla durata dell’uso avuto di mira, non si può fissare in maniera rigida un limite
cronologico massimo. In dottrina si è detto di fare riferimento all’uso al quale la cosa si presta.
Momentaneo è l’uso di breve durata, corrispondente al tempo necessario per fare un impiego della
cosa conforme alla sua natura o alla sua destinazione. Si è osservato, a tal riguardo, che si ha
furto comune nel caso che l’uso, in ragione della natura, della qualità e/o della destinazione
specifica della cosa, non possa essere momentaneo.

Controversa è l’individuazione del momento consumativo del reato.

Secondo la CC la restituzione costituisce un elemento di tipicità del reato. Dal suo verificarsi, però,
non dipende la consumazione del reato, ma il suo perfezionamento. Il delitto di furto d’uso – come
quello di furto comune – si consuma nel tempo e nel luogo dell’impossessamento,
indipendentemente dal verificarsi o meno della restituzione.

Il tentativo è configurabile fino all’avvenuto impossessamento della cosa, nei soli casi in cui
l’agente cerchi senza però riuscirvi di sottrarre una cosa al fine di farne un uso momentaneo con il
proposito di restituirla subito dopo.

Nel caso in cui una persona si sia impossessata di una cosa mobile altrui e venga sorpresa
dall’intervento delle forze dell’ordine mentre è in procinto di restituirla dopo l’uso, è ravvisabile furto
d’uso consumato.

2.Furto lieve per bisogno

Consiste nell’ impossessamento di cose altrui di tenue valore, per provvedere ad un grave e
urgente bisogno (art. 626 n. 2).

Si ritiene che la tenuità del valore vada intesa in senso relativo, cioè avuto riguardo al bisogno
essenziale da soddisfare; la cosa sottratta deve rappresentare per qualità e quantità il minimo
indispensabile per soddisfare il bisogno. C’è chi sostiene che, qualora il valore della cosa sia
rilevante in assoluto, debba configurarsi furto comune, qualunque sia il bisogno da soddisfare.

Non si richiede che la cosa sottratta sia atta a soddisfare direttamente il bisogno (es: il reato può
avere ad oggetto anche una somma di denaro per l’acquisto dei beni necessari).

La norma configura come dolo specifico il fine di provvedere ad un grave e urgente bisogno.
“Grave e urgente” sembrerebbe essere il bisogno che attiene a necessità elementari e
fondamentali della vita, la cui mancata soddisfazione può esporre a pericolo la propria o altrui
incolumità. Nella prassi si è escluso che siano tali le generiche condizioni di miseria del reo.
Invece, la dottrina tende ad estendere l’ambito applicativo del reato, ritenendo che la norma non
ponga limitazioni riguardo alla natura del bene giuridico minacciato. Potrebbero quindi rilevare
esigenze di altro tipo riguardanti beni strumentali o situazioni di indole morale (es: rubo una
modesta somma di denaro per acquistare il biglietto di un mezzo pubblico per accorrere presso la
madre morente).

3.Spigolamento, rastrellamento o raspollamento

Il delitto consiste nello spigolamento, rastrellamento o raspollamento nei fondi altrui, non ancora
spogliati interamente dal raccolto (art. 626 n. 3). L’elencazione della modalità della condotta è
esemplificativa, riferendosi la norma – secondo un orientamento dottrinale e giurisprudenziale
pacifico – all’impossessamento dei residui di qualunque tipo di prodotti agricoli sfuggiti

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all’operazione di raccolta, ma suscettibili di apprensione da parte dell’avente diritto mediante un
ulteriore raccolta (quindi prodotti verso i quali non può valere la presunzione di abbandono).

È necessario che il fatto sia commesso a raccolto già iniziato e non ancora terminato. Laddove il
fatto dovesse essere compiuto prima dell’inizio del raccolto, si configurerà furto comune; laddove,
invece, dopo il termine della raccolta, sarà privo di rilevanza penale.

Sottrazione di cose comuni

Il comproprietario, il socio o il coerede che, per procurare a sé o ad altri un profitto, si impossessa


della cosa comune, sottraendola a chi la detiene, è punito con la reclusione fino a 2 anni o con la
multa da 20 a 206 euro. Si tratta di un reato perseguibile a querela.

Questa fattispecie ha scarsissima applicazione.

È un reato proprio (del comproprietario, del socio e del coerede).

Oggetto di discussione è la nozione di “socio”: l’evoluzione relativa alla disciplina societaria


comporta un estensione (rispetto al passato) della fattispecie incriminatoria a qualunque ipotesi di
sottrazione del socio di beni aventi “una destinazione sociale). Si è poi proposto di guardare alla
specificità delle diverse situazioni: il reato non si configurerebbe nell’ipotesi in cui la cosa sia
diventata parte integrante dell’ente sociale, ma potrebbe configurarsi nelle ipotesi in cui la cosa
stessa appaia ancora legata alla persona dei soci.

Il fatto non è punibile quando è commesso “su cose fungibili, se il valore di esse non eccede la
quota lui spettante” (art. 627 ult. co cp). È, quindi, punibile solo qualora si tratti di cose fungibili
eccedenti il valore della quota o di cose infungibili anche se il valore del tolto non ecceda la quota
spettante al colpevole.

Capitolo 2 – appropriazione indebita

Appropriazione indebita comune

Il delitto di appropriazione indebita, come il furto, è una delle due figure generali di aggressione
unilaterale al patrimonio altrui, aventi ad oggetto cose mobili. Il furto è acquisizione di un
autonomo possesso, con intrusione in una sfera possessoria altrui; l’appropriazione indebita ha,
invece, ad oggetto cose di cui si abbia già il possesso. Ne tratta l’ art. 646, il quale incrimina
“chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiustificato profitto, si appropria il denaro o la cosa
mobile altrui di cui abbia,a qualsiasi titolo, il possesso”.

1.Soggetto attivo, oggetto materiale del reato

L’appropriazione indebita è un reato comune: il divieto di appropriarsi di cose altrui è un precetto


rivolto a chiunque.

Il presupposto del reato è il possesso di una cosa mobile altrui; si ritiene essere possessore chi
esercita un autonomo potere di fatto sulla cosa e sia in condizioni di disporne. Esempi di
possessori: usufruttuario, locatario, comodatario, depositario (come, ad es., il gestore di n
autorimessa), mandatario,… .
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Il criterio della “signoria autonoma”, in base al quale stabilire se l’agente sia possessore o
detentore della cosa ai sensi dell’art. 646, da luogo a qualche incertezza al momento dell’atto
applicativo. Esempio: in dottrina il vettore che trasporta cose per conto di altri viene qualificato
possessore, invece in giurisprudenza è considerato tale solo quando abbia la proprietà dei mezzi
di trasporto che impiega.

L’art. 646 non richiede che il possesso trovi una giustificazione in un particolare titolo. Il titolo del
possesso, in genere, è un rapporto regolato dal diritto (es: un atto inter vivos, un atto mortis causa,
una sentenza, una legge, un contratto, un atto giuridico unilaterale). Altre ipotesi di acquisizione
del possesso costituiscono il presupposto delle appropriazioni indebite “minori” di cui all’art. 647.

Se il soggetto aveva acquistato il possesso della cosa, di cui poi si appropria, con modalità
criminose (ad es: sottrazione, furto, inganno, violenza o minaccia), risponde solo del reato
pregresso (quindi, di furto, truffa, estorsione).

Possono essere oggetto materiale del reato il denaro e ogni altra cosa mobile suscettibile di
apprensione in senso materiale. Sono comprese le energie naturali (equiparate alle cose mobili
dall’art. 814). Infine, vengono ricompresi anche i documenti, i modelli, i progetti che contengono
diritti, invenzioni, scoperte, idee (ma non le entità ideali in quanto tali).

2.Altruità della cosa

Secondo l’indirizzo tradizionale per “cosa altrui” si intende la cosa di proprietà di altri. Di
conseguenza, si esclude che il proprietario possa rendersi responsabile del reato. Sono altrui le
cose comuni, in quanto sulle stesse insiste anche il diritto di una terza persona.

Un caso problematico è rappresentato dal contratto estimatorio: se e in quale momento l’accipiens


acquista la proprietà della merce consegnata a scopo di vendita e, eventualmente, del prezzo di
stima ricavato dalla vendita?

Nella prassi sono poi emerse esigenze di tutela di diritti diversi dalla proprietà, nei confronti di fatti
di appropriazione commessi proprio dal proprietario della cosa. Ci sono situazioni in cui dottrina e
giurisprudenza sganciano il concetto di altruità da quello di proprietà, dando rilievo a relazioni di
contenuto patrimoniale diversi dalla proprietà. Questa riflessione riguarda, in particolar modo, fatti
commessi in costanza di rapporti giuridici che in virtù della natura del bene avrebbero trasferito,
assieme al possesso e ai sensi della legge civile, la proprietà della cosa. Emblematici sono i fatti
aventi ad oggetto somme di denaro: dottrina e giurisprudenza sono orientate a ritenere
configurabile l’appropriazione indebita tutte le volte che un soggetto abbia formalmente acquistato
il possesso del denaro con un vincolo preciso ed attuale di destinazione a uno scopo cui altri,
diversi dal possessore, ha un interesse giuridicamente tutelato.

3.Condotta di appropriazione

La condotta vietata è l’ appropriazione che, nel linguaggio comune e nel linguaggio tecnico del
diritto, significa far propria una cosa altrui, comportandosi verso di essa da proprietario. La
discussione riguarda il criterio in base al quale valutare il comportamento del possessore come
appropriazione.

C’è un indirizzo interpretativo che individua nella materialità del fatto due momenti: (1) la c.d.
impropri azione, in cui il possessore assume di fatto i poteri spettanti al proprietario sulla cosa, in
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violazione dei limiti eventualmente fissati nel titolo che giustifica il possesso e compiendo atti di
disposizione o comunque tenendo un comportamento che manifesti all’esterno la propria signoria
sulla cosa, e (2) la c.d. espropriazione, in cui il proprietario, estromesso dal rapporto con il bene,
ne perde la disponibilità. Il disvalore tipico dell’illecito sta tutto nell’evento e, secondo
l’impostazione corrente in dottrina, per evento del delitto si intende il danno al patrimonio della
vittima (la cosa rubata).

La malagevole afferrabilità del fatto appropriativo sul piano oggettivo ha costituito un terreno
favorevole per tentativi di ricostruzione del reato in chiave soggettiva. Nella manualistica più
recente si legge che l’appropriazione non può essere afferrata in termini prettamente oggetivo –
naturalistici e che, invece, per il suo accertamento, risulterebbe decisivo il tipo di atteggiamento
che sorregge il comportamento materiale. Il medesimo fatto potrebbe costituire o no
appropriazione, a seconda che sia sorretto o meno dalla volontà di appropriarsi e, in questo modo,
comportamenti materiali diversi tra loro (rifiuti di restituzione, atto di disposizione, ecc…) vengono
ricondotti ad un unità del fatto laddove costituiscano realizzazione di tale volontà. L’espropriazione
del dominus deve essere voluta dal soggetto come definitiva (questo requisito comunque non è
richiesto come elemento di tipicità del fatto); da qui si fa discendere che alcuni comportamenti
positivi che sarebbero sufficienti a integrare l’ impropriazione non possono dar luogo ad
appropriazione quando l’esclusione del proprietario è voluta solo come momentanea. In casi simili
il reato di appropriazione indebita non si configurerebbe dal momento che l’agente opererebbe con
l’intenzione di restituire la cosa perfettamente integra nella sua sostanza e nel suo valore. Quindi,
è l’intenzione che esclude il reato (l’intenzione di restituire la cosa).

Il nucleo più sicuro della fattispecie appropriativa è quello dell’ alienazione non autorizzata di
beni altrui e dell’ occultamento mediante nascondimento materiale delle cose o dissimulazione
con mezzi giuridici (es: contratti simulati, artifizi contabili).

La dottrina discute sul se e in quali limiti l’uso temporaneo della cosa altrui da parte del possessore
possa integrare gli estremi di appropriazione indebita. Un orientamento afferma l’esclusione
dell’appropriazione indebita d’uso. La maggior parte degli interpreti sostiene la configurabilità del
delitto nei casi di uso non consentito dal titolo, quando comporti un deterioramento apprezzabile
della cosa, o un ritardo della restituzione, tale da cagionare una diminuzione siginificativa del
valore ovvero quando il possessore esponga l’integrità del bene ad un significativo rischio di
perimento o deterioramento che superi il margine di normale tollerabilità.

Nel caso frequente di omessa restituzione della cosa, l’indirizzo maggioritario nega che essa
integri da sola una appropriazione, essendo necessario per la sussistenza del reato che alla
ritenzione si accompagni l’espresso rifiuto di rendere la cosa senza alcuna legittima ragione o
senza l’opinione di esercitare un preteso diritto. invece, secondo altro orientamento, la ritenzione
costituirebbe una forma di appropriazione, per la cui prova sarebbe necessario in molti casi il
riferimento a comportamenti successivi del reo che rendano palese la volontà di un appropriazione
già consumata.

Momento consumativo dell’appropriazione indebita è la realizzazione dell’atto di signoria della


cosa, riservata al proprietario (consumazione, alienazione, distruzione, ritenzione,…) o altro atto
che palesi l’avvenuta appropriazione.

Offeso dal delitto di appropriazione è il diritto, in capo alla persona la cui cosa sia in possesso di
altrui, a riacquistarne la disponibilità.

4.Appropriazione e distrazione
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Dottrina e giurisprudenza discutono se ed in quali limiti il delitto di appropriazione indebita possa
essere realizzato con una condotta distruttiva, vale a dire mediante l’impiego della cosa altrui per il
soddisfacimento di una finalità diversa da quella originariamente impressa dal titolo di possesso. Si
è registrata una tendenza ad ampliare l’area dell’appropriazione indebita, giustificata dall’esigenza
di tutele contro forme di infedeltà nella gestione di interessi patrimoniali altrui.

Prendiamo in esame l’ attività bancaria. L’ipotesi più frequente è quella della concessione di fido
da parte di dipendenti di qualsiasi livello, oltre i limiti fissati e senza l’autorizzazione degli organi
superiori o senza che siano date garanzie al cliente. Secondo le SU della Cassazione del 1987,
nel caso in cui il dipendente bancario conceda abusivamente fido al cliente, in violazione di norme
tecniche che fissano limiti all’erogazione del credito o che prescrivono autorizzazioni, realizza una
mera distrazione, estranea all’area applicativa dell’art. 646, dal momento che l’impiego del denaro
rientra sempre nella attività istituzionale della banca.

In interventi successivi è prevalsa la tendenza ad ampliare il concetto di appropriazione fino a


ricomprendere sia la distrazione di denaro a favore altrui in violazione delle norme e delle direttive
interne dell’istituto di credito, sia l’impiego di denaro con assunzione di un rischio elevato – valutato
ex ante – per il patrimonio della banca.

Passiamo ora all’esame della materia degli abusi degli amministratori di società commerciali. Il
dibattito ha riguardato l’ accantonamento fuori bilancio di risorse dell’ente (la costituzione dei
c.d. “fondi neri”) in vista di una successiva utilizzazione in una serie di operazioni non riconducibili
(o apparentemente estranei) alla specifica attività imprenditoriale (es: pagare “in nero” i fornitori,
finanziare illecitamente partiti politici).

Un filone sostiene che l’amministratore, che abbia occultato beni portandoli al di fuori della
contabilità, cessa di disporre del patrimonio dell’ente come organo societario e inizia a disporne a
titolo personale; ciò sarebbe sufficiente a integrare l’appropriazione indebita, indipendentemente
da se e come le risorse vengano successivamente impiegate. Un contrapposto indirizzo, invece,
esclude che la semplice costituzione di fondi extra bilancio possa costituire di per sé il reato di
appropriazione indebita fino a quando i fondi costituiti illegalmente rimangano a disposizione della
società a cui appartengono. Quest’ ultima lettura è stata confermata dalla Corte di Cassazione: per
poter parlare di appropriazione indebita di fondi extra – bilancio occorre attendere il
momento della loro successiva destinazione, per verificare se possa e o meno essere valutata
come appropriativa. La giurisprudenza, quindi, ha enunciato che il criterio è che è reo di
appropriazione indebita l’amministratore che utilizza il denaro o i beni sociali, accantonati fuori
bilancio, in attività estranee all’oggetto sociale.

In dottrina la tesi della conformità all’oggetto sociale è stata respinta: una condotta distruttiva
potrebbe quindi realizzare un’ appropriazione solamente quando le risorse siano impiegate in
funzione di interessi estranei e incompatibili con quelli del dominus. Questo criterio è stato
recepito dalla giurisprudenza di legittimità, la quale ha messo in luce la differenza concettuale di e i
rapporti tra “oggetto sociale” e “interesse sociale”: l’ “oggetto sociale” individua l’ambito delle
attività aziendalistiche della società; gli “interessi sociali” involgono la società e i suoi vertici
gestionali in un particolare momento storico.

5.Elemento soggettivo

L’appropriazione indebita è un delitto doloso. Richiede la coscienza e la volontà di appropriarsi di


una cosa mobile altrui, nonché il dolo specifico di ingiusto profitto per sé o per altri.

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Secondo un orientamento diffuso sia in dottrina che in giurisprudenza, la volontà del possessore di
restituire la cosa escluderebbe quella di appropriazione. Si richiede, però, che si tratti di una
volontà seria e ragionevolmente fondata, cioè compatibile con il modo in cui la cosa viene usata o
ritenuta e non sia smentita da fatti o resa inane dall’impossibilità o dall’incertezza di poterla
effettuare, conosciuta dall’agente al momento del fatto.

Il “profitto ingiusto” perseguito dall’agente può consistere in un utilità economico – patrimoniale o


morale. Ha rilievo come oggetto del dolo specifico e non è quindi necessario che l’agente realizzi
effettivamente il vantaggio avuto di mira. Il profitto può essere favorevole allo stesso agente o ad
una terza persona, purchè diversa dal proprietario del bene.

Il profitto ingiusto è una pretesa che non spetta al possessore, in quanto non corrisponde ad una
pretesa garantita dall’ordinamento giuridico. In ogni caso, deve trattarsi di un profitto incompatibile
con gli interessi del dominus.

6.Trattamento sanzionatorio e regime di procedibilità

La pena prevista è la reclusione fino a 3 anni e la multa fino a 1032,91 euro. La pena viene
aumentata fino ad 1/3 ex arr. 64 cp, nel caso in cui ricorra la circostanza speciale di cui all’art. 646
cp.

La perseguibilità è a querela della persona offesa. Soggetto passivo e titolare del diritto di querela
è la persona avente diritto sulla cosa affidata. Si procede d’ufficio quando il fatto è aggravato dalla
circostanza speciale di cui all’art. 646 cpv, o dall’aggravante comune dell’art. 61 n. 11 (nella prassi
giudiziaria abbiamo visto esser stata ritenuta sussistente specialmente in ipotesi di abusi bancari e
societari).

7.Rapporti tra appropriazione indebita e infedeltà patrimoniale

Con la riforma del diritto penale societario è stato introdotto il delitto di infedeltà patrimoniale all’art.
2634 cc, il cui rapporto con l’appropriazione indebita è oggetto di discussione.

Un indirizzo dottrinale ha ravvisato un rapporto di specialità ex art. 15 cp con la conseguenza di


rendere l’art. 2634 cc una disciplina privilegiata per le più gravi ipotesi di appropriazione di beni
della società, stante la perseguibilità a querela del nuovo reato. Sarebbe speciale rispetto
all’appropriazione indebita in relazione alla qualifica societaria dei possibili autori del reato, al
conflitto di interessi, al danno per il patrimonio sociale, al dolo specifico di procurare a sé o ad altri
un altro vantaggio, al dolo intenzionale.

In giurisprudenza è prevalsa la tesi della c.d. specialità reciproca. Anche l’appropriazione


indebita presenterebbe dei caratteri di specialità rispetto all’infedeltà patrimoniale, quali la condotta
di appropriazione – vista come forma di distrazione particolare rispetto a quella punita dall’art.
2634 cc –, il dolo specifico per il quale sarebbe irrilevante l’ “altro vantaggio” previsto dall’art. 2634
cc e l’oggetto materiale limitato ai soli beni mobili (e il denaro).

Indirizzi emersi di recente hanno rilevato il carattere fuorviante del criterio della “specialità
reciproca”. Ora, secondo questo orientamento, infedeltà patrimoniale e appropriazione indebita,
pur a fronte di affinità concettuali e strutturali, andrebbero a coprire aree di applicazione limitrofe e
distinte.

L’art. 2634 cc incrimina operazioni negoziali rientranti nei poteri correlati alla posizione e funzione
istituzionale di gestore di beni altrui (es: vendita beni, fornitura servizi, pagamenti) e che si
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compendiano in una strumentalizzazione di beni della società per finalità in conflitto con gli
interessi del dominus, ma pur sempre riferibili ad una delle possibili declinazioni dell’interesse della
società (es: vendita di un immobile della società da parte dell’amministratore a un prezzo inferiore
rispetto a quello di mercato per favorire un acquirente con il quale è già in rapporti).

Il fatto di appropriazione esprime un disvalore del tutto indipendente da un conflitto di interessi. Si


tratta di una pura e semplice spoliazione di beni sociali (es: prelievi abusivi da conti della
società, apprensione di denaro/cose mobili della società, operazioni a fiondo perduto compiute
esclusivamente a vantaggio proprio o di terzi).

Ecco che la tesi che ravvisa nella nuova figura di infedeltà patrimoniale un tipo di illecito non
rientrante nella fattispecie di appropriazione indebita sembra essere coerente con le diversità di
regime sanzionatorio e di procedibilità. Il significato criminoso dell’appropriazione indebita di beni
sociali è più grave, dunque corrisponde una pena di entità più elevata.

Figure speciali (meno gravi) di appropriazione indebita

L’ art. 647 prevede 3 figure minori di appropriazione indebita, costituenti fattispecie autonome di
reato: appropriazione di cose smarrite, di tesoro e di cose ricevute per errore o caso fortuito.
Rispetto al fatto incriminato dall’art. 646 si tratta di comportamenti meno gravi, puniti meno
severamente e perseguibili a querela della persona offesa. Le appropriazioni in esame riguardano
cose il cui possesso è stato acquisito casualmente.

1.Appropriazione indebita di cose smarrite

Questo reato consiste nel fatto di chi, “avendo trovato denaro o cose da altri smarrite, se li
appropria, senza osservare le prescrizioni della legge civile sull’acquisto della proprietà di cose
trovate” (art. 647 n. 1).

Secondo gli artt. 927 ss. cc chi trova una cosa mobile smarrita o dimenticata ha ,la facoltà di
apprenderla, asportandola dal luogo del ritrovamento; egli però ha anche il dovere di restituirla al
proprietario e, se non lo conosce, di consegnarla senza ritardo al sindacato del luogo di
ritrovamento. “Smarrita” è la cosa che sia definitivamente uscita dalla sfera possessoria del
precedente possessore. Una cosa può considerarsi tale solamente se il precedente possessore
non sia in gradi di riprenderne il possesso perché non conosce il luogo in cui si trova. Quando il
possessore ricorda dov’è, la relazione materiale con essa si spezza e la cosa si considera
dimenticata (il c.d. “possesso a distanza”). Il soggetto che la sottrae commette furto.

Il criterio soggettivo dell’ignoranza del luogo dello smarrimento da parte dell’avente diritto non
appare idoneo a identificare le situazioni che interessano la norma. È stato osservato che lo stato
psichico del precedente possessore è di per sé un elemento non esteriormente riconoscibile.
L’elemento caratterizzante la fattispecie sarebbe il modo come la situazione di possesso si
manifesta nel momento in cui il ritrovamento avviene. Quindi, “smarrita” sarebbe la cosa la cui
situazione “alla luce del normale modo di disporre di cose del genere, sia o non sia socialmente
riconoscibile e valutabile come “estrinsecazione di dominio”, o comunque riconoscibile a un ambito
di esclusiva signoria di altri”. L’insufficienza del criterio soggettivo emerge da qualche decisione
della Corte di Cassazione. Per aversi cosa smarrita occorre anche che il bene, sfuggito alla sfera
di materiale disponibilità dello smarritore, non si trovi attualmente nella sfera possessoria di
un'altra persona.

2.Appropriazione indebita di tesoro


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L’ art. 647 n. 2 incrimina il fatto di chi, “avendo trovato un tesoro, si appropria, in tutto o in parte, la
quota dovuta al proprietario del fondo”. Ai sensi dell’art. 932 cc, per “tesoro” si intende “qualunque
cosa mobile di pregio, nascosta o sotterrata, di cui nessuno può provare di esserne proprietario”.
Occorre che il bene o i beni rinvenuti abbiano pregio per se stessi (es: materia prima).

La sfera applicativa di questa norma è stata in gran parte assorbita dalle disposizioni del d.lgs. n.
42/04 (il c.d. “Codice dei beni culturali e del paesaggio”), che attribuiscono allo Stato la “proprietà”
dei beni aventi interessi artistico/storico/archeologico/etno - antropologico e in qualunque modo
ritrovati nel sottosuolo e sui fondali marini. In ragione dell’interesse dello Stato alla protezione dei
beni culturali il reato è procedibile d’ufficio.

3.Appropriazione indebita di cose avute per errore o per caso fortuito

L’ art. 647 n. 3 incrimina il fatto di chi “si appropria cosa, delle quali sia venuto in possesso per
errore altrui o per caso fortuito”. Lo scopo della norma è la prevenzione dell’arricchimento indebito
attraverso l’incameramento di cose non spettanti e che devono essere restituite ai sensi degli artt.
927, 1173 e 2037 cc.

L’errore a cui fa riferimento la disposizione è sia l’errore – motivo, che insorge durante il processo
di formazione della volontà (il c.d. “vizio della volontà”), che l’errore nella esecuzione della
prestazione. L’essenziale è che riguardi l’identità o la qualità della persona del destinatario. Caso
fortuito è un fattore o un evento imponderabile, imprevisto e imprevedibile. Ad esso viene
equiparata la forza maggiore.

Per i delitti di appropriazione di cose smarrite e di cose ricevute per errore o caso fortuito è
prevista una circostanza aggravante per il caso in cui “il colpevole conosceva il proprietario della
cosa che si è appropriata” (art. 647 ult. co).

Capitolo 3 – truffa e altre frodi

Breve premessa storica

Anche la frode occupa un posto di primo piano fra i modi di offesa al patrimonio, accanto alla
violenza. La repressione di condotte fraudolente finalizzate a guadagni illeciti è presente da lungo
tempo nelle legislazioni penali; invece, l’emersione dello specifico delitto di truffa è più recente.

Si tratta di una figura delittuosa che affonda le sue radici nel diritto romano e che è arrivata,
attraverso i vari codici che si sono succeduti, fino a noi.

La fattispecie di truffa nel codice penale vigente

Il linea di continuità con il codice Zanardelli, il codice Rocco incrimina a titolo di truffa (art. 640)
chiunque, “con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto
profitto con altrui danno”. È stata confermata una formulazione sintetica e non casistica.

La misura della pena detentiva è rimasta contenuta entro i limiti edittali previsti dal precedente
codice (reclusione da 3 mesi fino a 3 anni) e la pena pecuniaria è ora la multa da 51 a 1032 euro.

La truffa è un reato di evento a condotta vincolata. È stato ben evidenziato come vi sia uno
stretto legame funzionale, di tipo logico – causale, tra i vari elementi costitutivi del reato.

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l’elaborazione dottrinale, poi, ne ha messo in luce uno strutturale non esplicitato dal legislatore:
dalla condizione psicologica di errore del soggetto ingannato deriva la determinazione di
quest’ultimo al compimento di un atto negoziale (un atto di disposizione patrimoniale) produttivo di
effetti giuridici sfavorevoli. L’evento finale – da identificarsi in un danno di natura patrimoniale – è il
risultato di altri eventi intermedi: lo stato di errore indotto nel soggetto ingannato ed il compimento
di un atto di disposizione patrimoniale che, collegandosi reciprocamente in una sequenza causale,
conducono al risultato finale identificabile nella deminutio patrimonii del soggetto passivo, con
conseguente ingiusti profitto dell’autore dell’inganno o di altri.

1a.Gli artifici ed i raggiri

La condotta di truffa descritta nell’art. 640 è una condotta ingannatoria positiva, “artifizi” e
“raggiri”: tipiche modalità di condotta fraudolenta che la formula legislativa considera
concettualmente distinte.

Sono artifizi comportamenti quali “ogni studiata trasfigurazione del vero, ogni camuffamento della
realtà”, realizzati sia simulando l’inesistente sia dissimulando ciò che esiste. Il raggiro è “un
avvolgimento ingegnoso di parole destinate a convincere”, cioè, ad esempio, una menzogna
corredata da elementi volti a farla apparire come verità.

Gli artifici e i raggiri possono avere natura sia materiale – come la contraffazione di uno scritto –
sia dichiarativa. In quest’ultimo caso possono consistere in affermazioni rivolte dall’agente al
soggetto passivo oralmente oppure a distanza, attraverso un qualsiasi mezzo di comunicazione.

Autorevole dottrina ha sottolineato che la formulazione legislativa dovrebbe essere intesa in senso
restrittivo, invitando a non “trascinare davanti al giudice ogni scorrettezza e ogni furberia”.

È risalente la distinzione tra frode penale e frode civile; la maggiore severità dello strumento
penale dovrebbe essere riservata a condotte illecite caratterizzate da particolare artificiosità e da
più accentuato disvalore.

1b.Menzogna e silenzio come condotte fraudolente

Tra le varie modalità di condotta su cui si discute vi sono la menzogna e il silenzio.

Può la nuda menzogna essere paragonata al raggiro? Un orientamento dottrinale ritiene


inaccettabile questa equiparazione, in quanto si tratterebbe di una analogia in malam partem. La
giurisprudenza, invece, nella sua prassi registra casi di equiparazione della menzogna al raggiro.

Il mero silenzio (cioè l’omessa comunicazione di certe informazioni) può essere considerato
raggiro? La questione riguarda situazioni in cui si intrecciano esigenze diverse e per certi versi
antagonistiche, di cooperazione ma anche di competizione tra i contraenti che hanno diritto di
perseguire i propri interessi, nell’esercizio della propria autonomia privata. A differenza della
menzogna, il silenzio si configura come modalità di comportamento intrinsecamente neutra.
Potrebbe essere valutata negativamente solo in relazione a obblighi specifici di informazione.

Il problema della configurabilità della truffa sorge laddove il silenzio implichi l’approfittarsi di una
posizione di vantaggio derivante da un divario di competenze o di conoscenze specialistiche
sull’oggetto della contrattazione, oppure quando si traduca nella mancata comunicazione alla
controparte di elementi utili per valutare meglio la convenienza di un determinato accordo.

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La giurisprudenza ammette da tempo che il silenzio può assumere rilevanza penale ai sensi
dell’art. 640 co quando risulti equiparabile agli artifici o ai raggiri. Tuttavia, non ogni condotta
reticente può integrare la truffa. Si richiede che il silenzio sia “maliziosamente serbato su
circostanze che l’agente aveva il dovere giuridico di far conoscere”. Esempio: è il caso della
presentazione di una richiesta finalizzata ad ottenere delle agevolazioni che siano subordinate al
possesso di determinati requisiti prescritti dalla legge e questi presupposti – inizialmente esistenti –
siano successivamente venuti a mancare, ma il beneficiario ometta di darne avviso alla
controparte.

La dottrina, invece, risolve la questione della rilevanza penale del silenzio in modo più articolato.
Secondo l’orientamento più restrittivo il silenzio non assume rilevanza ai fini della fattispecie di
truffa. Ha affermato infatti che laddove la conseguenza del silenzio o della reticenza non sia una
falsa rappresentazione, ma un’assenza di rappresentazione, viene meno un requisito essenziale
richiesto dall’art. 640: il nesso causale tra la condotta del reo e una vera e propria induzione in
errore del soggetto passivo. Un altro orientamento, invece, ammette l’equiparazione del silenzio
alla condotta fraudolenta nelle ipotesi in cui l’agente avesse l’obbligo giuridico di attivarsi fornendo
alla controparte determinate informazioni. Come fondamento normativo viene indicato l’art. 40 cpv.
cp.

In relazione alla fattispecie di truffa, la discussione sul silenzio riguarda la eventuale rilevanza di
profili omissivi di un comportamento attivo.

Quanto al collegamento con l’art. 40 cpv (la questione se sia possibile configurare in relazione alla
truffa una responsabilità per omesso impedimento), la soluzione dipende dalla configurabilità di
posizioni di garanzia che comprendano obblighi di impedimento di fatti di truffa.

2a.L’induzione in errore del soggetto passivo

L’art. 640 richiede che la condotta dell’agente induca in errore il soggetto passivo. È questo un
presupposto importantissimo nel delitto di truffa.

Lo stato psicologico di errore, che costituisce il primo evento della condotta attiva, consiste in una
divergenza tra lo stato attuale della realtà e la percezione della stessa da parte di un determinato
individuo (convincimento non conforme alla realtà).

Un autorevole dottrina ha fissato i caratteri della induzione in errore: la frode deve agire sulla
volontà del soggetto passivo, non aggirandola o eludendola, ma piegandola insidiandone la
motivazione e strappandole così una decisione nociva.

L’inganno (cioè l’effettiva induzione in errore) deve essere provato. Qualora sia provato un inganno
riuscito in concreto perderà di rilievo la questione della estratta idoneità della condotta, in quanto la
condotta – valsa a indurre in errore – potrà essere valutata come artificio o raggiro.

Si deve distinguere l’errore da condizioni psicologiche affini, come l’ignoranza (assenza di


conoscenza) e il dubbio (incertezza su come stiano le cose). Queste due non bastano a
caratterizzare l’inganno.

Nella giurisprudenza la sussistenza dell’errore è talvolta ricavata ex post dal fatto stesso che la
persona abbia contratto un obbligazione a sé sfavorevole e vantaggiosa per la controparte.
Invece, in dottrina è stata rimarcata l’esigenza che lo stato di errore del soggetto passivo sia
adeguatamente accertato in concreto.

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2b.”Induzione” e sfruttamento di un preesistente stato di errore

Si può ravvisare la truffa quando l’agente si limita a mantenere, sfruttandolo, un convincimento


erroneo già presente nel soggetto passivo?

Esempio: è il caso di un soggetto – aspirante venditore di un bene di modesto valore – che,


avendo realizzato che la controparte è caduta in errore rispetto alle qualità effettive dell’oggetto,
approfitti della situazione per lucrare sul corrispettivo.

Un interpretazione rigorosa dovrebbe condurre ad affermare l’estraneità di simili condotte


nell’ambito applicativo del delitto di truffa. Infatti, il concetto di “induzione” richiama la provocazione
di uno stato psicologico (di errore) prima inesistente e non l’ approfittamento di una (precedente)
condizione psicologica di un'altra persona. Prorpio il rapporto di necessaria concatenazione
causale, di natura psicologica, tra la condotta di artifici e raggiri e lo stato di errore indotto nel
soggetto passivo porta a concludere che lo sfruttamento di un preesistente stato di errore non
soddisfi i requisiti strutturali del delitto di truffa. Verrebbe a mancare il nesso causale.

3a.L’atto di disposizione patrimoniale

Dal convincimento erroneo indotto dalla condotta fraudolenta scaturisce, come ulteriore effetto, la
determinazione al compimento di un atto di disposizione patrimoniale: un atto pienamente
riferibile al soggetto che lo ha posto in essere anche in senso psicologico, in quanto coerente
espressione di uno specifico processo motivazionale.

Questo modello strutturale fa si che la truffa possa debba essere inclusa nella categoria dei c.d.
“reati in contratto”, in cui il disvalore penale non è insito nella conclusione di un contratto illecito,
ma attiene alle modalità (illecite) attraverso le quali si è perfezionata la stipulazione di un contratto
(in sé lecito). La truffa si configura, quindi, come reato caratterizzato dalla cooperazione
artificiosa della vittima  il destinatario degli artifici e dei raggiri, indotto in errore, apporta un
contributo personale positivo alla realizzazione dell’evento lesivo. Infatti, il condizionamento
psicologico prodotto dalla condotta fraudolenta interferisce con la libera esplicazione
dell’autonomia privata in ambito negoziale, inducendo la vittima a manifestare un consenso che in
condizioni “normali” non sarebbe stato prestato, oppure sarebbe stato prestato in base ad un
differente assetto di accordi. Essendo un reato di cooperazione artificiosa della vittima, la truffa
aggredisce il patrimonio nella sua dimensione dinamica.

L’atto di disposizione patrimoniale compiuto dalla vittima della condotta fraudolenta, non
menzionato nella formulazione legislativa, è stato esplicitato grazie all’elaborazione dottrinale.

L’atto di disposizione è un requisito essenziale e qualificante la fattispecie criminosa di truffa.


Qualora questo elemento fosse considerato eventuale o accidentale nella struttura del reato, si
dissolverebbe la figura criminosa così da trasformarla in una sorta di clausola generale di tutela del
patrimonio estendibile a qualsiasi condotta caratterizzata da frode.

È considerato atto di disposizione patrimoniale qualsiasi atto giuridico idoneo ad incidere sulla
sfera patrimoniale del disponente, alterandone in senso sfavorevole la consistenza. L’atto di
disposizione è espressione di un potere di disposizione. Con questa specificazione si vuole
sottolineare la necessitò che il soggetto ingannato sia rivestito del potere giuridico (in base alle
norme civilistiche riguardanti il caso) di compiere atti dispositivi nei confronti di un determinato
patrimonio, perché quest’ultimo gli appartiene oppure per essere dotato di poteri di rappresentanza
negoziale in relazione al patrimonio di altri. Diversamente, nel caso in cui il soggetto vittima della
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condotta fraudolenta fosse sprovvisto dei necessari poteri dispositivi ed agisse sulla base di meri
“poteri di fatto” sul patrimonio altrui, si dovrebbe escludere la sussistenza di una fattispecie di
truffa, ricorrendo gli estremi di un atto di aggressione unilaterale.

È frequente nella prassi che le persone dell’ingannato e del soggetto passivo siano diverse. Ciò
avviene ogni volta che l’ingannato sia una persona munita di poteri di rappresentanza ad esempio
o che svolga un attività nell’interesse di un ente.

3b.La cooperazione artificiosa della vittima in assenza di un atto “positivo” di disposizione


patrimoniale

Abbiamo detto che la cooperazione della vittima si manifesta nella maggior parte dei casi con il
compimento di un atto di disposizione patrimoniale a sé sfavorevole. Tuttavia, ad integrare la truffa
non è necessario un comportamento attivo e positivo della vittima; anche il restare inerte può
tradursi in un atto sostanzialmente dispositivo (es: mancata riscossione del credito). Chiaramente,
l’inerzia è rilevante solo se causata dall’inganno e se in concreto è idonea a determinare il danno
per l’ingannato con giusto profitto di altri.

3c.Danno (patrimoniale) e profitto ingiusto

L’evento finale del delitto di truffa consiste in un danno patrimoniale per il soggetto passivo, cui è
correlato un profitto ingiusto per l’autore del reato o per altri. Si tratta di uno o due eventi,
concettualmente distinti e di autonomo accertamento?

Parte della dottrina ritiene che danno patrimoniale e ingiusto profitto rappresentino esiti distinti
dell’azione fraudolenta; a sostegno di questa posizione è stato osservato come sussistano casi in
cui ad un danno patrimoniale del soggetto passivo non segua un profitto ingiusto per l’agente.
secondo un'altra parte della dottrina, invece, la norma non riflette una reale duplicazione degli
eventi, ma richiede che il danno patrimoniale del soggetto passivo sia speculare al profitto ingiusto
altrui. Anche quest’ultima ricostruzione, comunque, non nega che i due concetti siano diversi.

Analisi:

a) il danno patrimoniale consiste in una deminutio patrimonii, cioè in una perdita


economicamente apprezzabile, nelle forme del danno emergente e/o del lucro cessante. A
differenza del reato di truffa, si esclude la sussistenza del reato nel caso in cui l’inganno
abbia compiuto un atto di disposizione patrimoniale dal quale non sia derivato un
pregiudizio economico. In altre parole, non si ritiene essere sufficiente il fatto che l’atto
risulti essere svantaggioso agli occhi del disponente; è necessario che il giudizio negativo
trovi eco nell’ambiente sociale.

Si discute su che cosa possa essere valutato come danno patrimoniale. La giurisprudenza
ritiene talora sussistente la truffa in casi che alla dottrina appaiono problematici. Si tratta di
casi in cui, con artifici e raggiri, è stato ottenuto un risultato antigiuridico e nei quali può
ravvisarsi un offesa agli interessi pubblici, concernenti la regolarità di certi rapporti, ma non
(o non necessariamente) un danno propriamente patrimoniale (es: assunzione lavorativa in
assenza delle condizioni richieste).

b) insieme al danno del soggetto passivo, è evento del reato di truffa anche il profitto
ingiusto per l’agente o per altri.

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3d.L’elemento soggettivo

La truffa è un delitto doloso. Il dolo generico deve ricoprire ogni elemento della fattispecie.
Quindi, si richiede che il soggetto abbia voluto, mediante la propria condotta fraudolenta, indurre
altri in errore e in tal modo ottenere un atto di disposizione patrimoniale pregiudizievole per la
controparte a sé favorevole.

Il delitto di truffa è compatibile con qualsiasi forma di dolo; non è richiesto il dolo specifico e il
profitto ingiusto rientra nel dolo generico in quanto evento del reato.

Gli interessi oggetto di tutela

La truffa offende l’interesse patrimoniale per il tramite di un offesa alla libertà di


autodeterminazione del soggetto. Una parte della dottrina la definisce reato plurioffensivo, avente
“duplice oggettività giuridica”. A tal riguardo, è stato osservato che parla di duplicazione induce a
confondere il mezzo (la frode) con il risultato (l’offesa patrimoniale). Soggetto passivo è il
danneggiato nel patrimonio, non il soggetto ingannato. Per quanto sia indiscutibile che la condotta
fraudolenta si realizzi mediante il condizionamento della libertà altrui, l’ interesse finale offeso dal
delitto di truffa non è la libertà di autodeterminazione personale (mero “strumento” dell’azione del
reo), ma il patrimonio del soggetto passivo  c’è un disvalore d’evento (l’offesa patrimoniale)
che non si esaurisce nel disvalore della frode quale modalità di condotta.

Consumazione e tentativo

La truffa si consuma nel momento e nel luogo in cui si verifica l’evento finale: il danno del soggetto
passivo, ovvero il profitto ingiusto del soggetto agente o di altri. La fattispecie di truffa è strutturata
come un reato istantaneo.

La determinazione del momento consumativo non solleva particolari problemi nei casi in cui il
soggetto passivo, indotto in errore, compia un atto unico di dispozione patrimoniale, dal quale
derivino un pregiudizio economico per se ed un contestuale ingiusto arricchimento per l’autore
della condotta ingannatoria.

Vi sono poi casi in cui un unico accordo negoziale viziato da frode determina una pluralità di atti di
esecuzione, in assenza di ulteriori condotte fraudolente (es: pensa a contratti a prestazioni
corrispettive nei quali l’adempimento non avviene in unica soluzione ma frazionata nel tempo con
pagamenti rateali). In queste ipotesi la giurisprudenza ravvisa un “reato a consumazione
prolungata”: il reato è unico, è già consumato con il primo atto di esecuzione ed ogni singolo atto
successivo di adempimento fa parte del fatto di reato, aggravandone il pregiudizio economico
subito dal soggetto passivo e spostando il termine da cui decorre la prescrizione.

Sulla determinazione del momento consumativo della truffa incide la concezione del patrimonio e,
di conseguenza, che cosa debba intendersi per danno patrimoniale. Prendendo le mosse da una
concezione del patrimonio in senso giuridico, il momento di consumazione della truffa coincide con
il momento in cui si perfeziona il negozio giuridico viziato da frode, con l’assunzione da parte del
soggetto passivo dell’obbligazione di contenuto sfavorevole. Un applicazione rigorosa del dettato
normativo impone poi di accertate se, nel caso concreto, la condotta ingannatoria abbia non solo
indotto in errore la vittima, ma anche se dall’atto dispositivo sia derivato un pregiudizio economico
effettivo per il soggetto passivo. Potrebbe, infatti, accadere che ad un contratto contenente
pattuizioni sfavorevoli non sia data in concreto esecuzione.

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La giurisprudenza prevalente accoglie la concezione economica di patrimonio e, di conseguenza,
collega il momento consumativo della truffa alla verificazione di un effettivo pregiudizio economico
per il soggetto passivo. Ad esempio, nel caso di truffa contrattuale, il reato si considera
consumato non quando il soggetto passivo assume l’obbligazione (potenzialmente)pregiudizievole
per effetto di artifici o raggiri, ma nel momento in cui il danni per le parti offese è divenuto
irreversibile e definitivamente acquisito il corrispettivo vantaggio per il soggetto attivo.

La struttura della truffa come reato di evento a forma vincolata, produttivo di un danno di natura
economico – patrimoniale, lascia molto spazio alla configurabilità del tentativo. La Cassazione ha
ritenuto configurabile il tentativo di truffa nell’ipotesi di formulazione sotto falso nome di una
proposta contrattuale, in quanto vi ha ravvisato atti idonei e diretti in modo non equivoco alla
commissione del delitto di truffa.

Problemi interpretativi si presentano rispetto all’individuazione del luogo di verificazione di una


truffa tentata.

Il trattamento sanzionatorio. Le circostanze aggravanti

Nella forma base il delitto di truffa è punito con la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni e con la
multa da 51 a 1032 euro. È perseguibile a querela della persona offesa. Nel caso in cui ricorrano
circostanze aggravanti il reato è procedibile d’ufficio. Se ricorrono le circostanze aggravanti
speciali di cui all’art. 640 co 2 la pena è la reclusione da 1 a 5 anni e la multa da 51 a 1032 euro.

Aggravanti:

 se il fatto (1) è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico o(2) col pretesto
di far esonerare taluno dal servizio militare: (1) l’ambito applicativo di questa aggravante
deve essere coordinato con la fattispecie di truffa aggravata per il conseguimento di
erogazioni pubbliche. È comune ad entrambe le ipotesi la ricaduta dell’offesa su interessi
economici e pubblicistici. In caso di condanna per truffa aggravata ex art. 640 n. 1 troverà
applicazione la misura di sicurezza della confisca, anche per equivalente.

Questa circostanza aggravante ha trovato applicazione in caso di indebiti conseguimenti di


rimborsi, di indennità di malattia, di maternità e di disoccupazione elargiti dall’INPS.
Analogamente, è stata ravvisata nella condotta del pubblico dipendente che si allontani dal
luogo di lavoro senza far risultare i periodi di assenza.

La qualifica di “ente pubblico” contemplata nella disposizione è stata riconosciuta alla


Banca nazionale del lavoro, a consorzi di bonifica in quanto enti pubblici di natura
territoriale. È stata, invece, negata ad enti quali le Poste italiane, le Ferrovie dello Stato, l’
ATM.

L’altra ipotesi (2) ha perso di rilevanza.

 se il fatto è commesso (1) ingenerando nella persona offesa il timore di un pericolo


immaginario o (2) l’erroneo convincimento di dovere eseguire un ordine dell’Autorità: (1)
questa circostanza aggravante deve essere coordinata con le figure di estorsione di
concussione, le cui condotte sono contraddistinte dalla minaccia, come strumento di
coartazione della volontà altrui. Il criterio di distinzione è il seguente: truffa aggravata se il
pericolo è rappresentato alla vittima come indipendente dalla volontà o dal fatto dell’agente;
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fattispecie di estorsione o di concussione quando l’avverarsi del pericolo è prospettato
come indipendente dalla condotta dell’agente.

(2)La seconda aggravante si configura quando il convincimento sia indotto con inganno.

 se il fatto è commesso in presenza della circostanza dei cui all’art. 61 n. 5: il richiamo


esplicito all’aggravante c.d. della “minorata difesa” è un esempio di legislazione puramente
simbolica, attenta alla tutela di soggetti deboli e particolarmente esposti al rischio di
divenire vittime di truffe (es: persone anziane).

Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640 bis cc)

Si tratta di una disposizione introdotta nel 1990 e si colloca all’interno di una riforma orientata al
contrasto della criminalità mafiosa. Risponde ad esigenze di tutele moderne, connesse al
progressivo affermarsi dello stato sociale (c.d. welfare state), nel quale i finanziamenti pubblici
vengono messi a disposizione di imprese e di società in possesso di determinati requisiti per la
realizzazione di determinate attività. Queste forme di distribuzione di risorse economiche hanno
generato la proliferazione di manifestazioni aggressive delle risorse patrimoniali da parte di chi non
ne ha diritto.

Prima di questa nuova fattispecie, la fraudolenta captazione di risorse pubbliche rientrava


nell’ambito della truffa aggravata commessa “a danno dello Stato o di un altro ente pubblico”. Con
la nuova fattispecie, invece, il legislatore ha predisposto una tutela di contenuto più specifico e
severa.

Secondo l’orientamento attualmente dominante e avvalorato da una pronuncia delle SU, la


fattispecie in questione ha natura di circostanza aggravante speciale del delitto di truffa. Altra
parte della dottrina sostiene la natura di autonoma figura di reato della fattispecie di cui all’art.
640 bis. Un recente riesame del problema conduce ad una conclusione scettica: l’art. 640 bis
rientra in una categoria di fattispecie “ostinatamente dubbie”, per le quali ci sono plausibili
argomenti sia per la qualificazione come circostanze, che come reato autonomo.

L’art. 640 bis contiene un elenco tassativo dei soggetti dai quali provengono le erogazioni
pubbliche; sono potenziali soggetti passivi del reato lo Stato, altri enti pubblici e le Comunità
europee. Nel concetto di ente pubblico rientrano soggetti, territoriali o istituzionali, dotati o privi di
struttura associativa, caratterizzati dalla c.d. “soggettività di diritto pubblico” (concettualmente
distinta dall’eventuale svolgimento di un pubblico servizio).

La dottrina si è anche soffermata sulla tipologia di operazioni indicate dalla norma, evidenziando
l’ampiezza semantica delle definizioni adottate dal legislatore. In questo senso si è evidenziata
l’esigenza di una maggiore precisione.

Sul piano sistematico si è posto il problema della definizione dei rapporti tra la fattispecie di truffa
aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ed altre fattispecie affini. L’esigenza
appena richiamata si è manifestata in relazione, in particolare, alla figura di reato disciplinata
dall’art. 316 ter (indebita percezione di erogazioni a danno dello stato). Infatti, l’art. 316 ter
introduce una clausola di sussidiarietà (“salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’art. 640
bis”): le SU della Cassazione hanno statuito che l’art. 316 ter è norma sussidiaria rispetto al delitto
di truffa aggravata ex art. 640 bis. Si configura l’indebita percezione di erogazioni a danno dello
stato solo quando sono assenti gli estremi della condotta di truffa.

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Per quanto riguarda il trattamento sanzionatorio, la condanna ex art. 640 bis comporta
l’applicazione della pena accessoria della incapacità a contrattare con la PA. Inoltre, l’art. 640
quater, mediante un rinvio all’art. 322 ter, prevede, in caso di condanna o di applicazione della
pena su richiesta delle parti, la misura di sicurezza della confisca, anche per equivalente.

La questione della truffa processuale

Quando si parla di truffa processuale in sostanza si discute se la truffa sia o meno configurabile
nel caso in cui condotta fraudolenta perpetrata in ambito giudiziario abbia ottenuto il risultato di
indurre il giudice in errore, ottenendo così una decisione favorevole, con un correlativo danno per
la controparte. Un ipotesi tradizionalmente indicata dalla dottrina è la predisposizione e la
produzione in giudizio di documenti falsi o di prove false.

Secondo alcuni la truffa processuale sarebbe una fattispecie perfettamente ammissibile. Essendo
che la truffa non richiede una coincidenza personale tra soggetto ingannato e soggetto passivo del
reato, la condotta fraudolenta potrebbe rivolgersi anche nei confronti di chi, come il giudice, ha il
potere di emettere un atto di natura decisoria, idonea a determinare trasferimenti di natura
patrimoniale tra le parti in causa.

Altri hanno sostenuto la tesi della non configurabilità della truffa processuale. Di recente, sulla
base di considerazioni attinenti all’idoneità della condotta a raggiungere il proprio scopo, in ragione
delle qualità specifiche dal soggetto da ingannare, è stata osservato che il giudice, quale soggetto
competente e dotato di cognizioni tecniche, professionalmente esercitato a difendersi dalle frodi e
a smascherare i comportamenti scorretti delle parti in causa, non sarebbe idoneo destinatario di
artifici e raggiri finalizzati a sviare il suo potere decisorio.

Nella successiva elaborazione dottrinale sono poi state addotte ragioni diverse e più solide, legate
alla struttura della fattispecie. Nella c.d. truffa processuale non ci sarebbe il compimenti da parte
del soggetto passivo di un atto di disposizione patrimoniale.

Il problema di eventuali attività fraudolenti finalizzate ad interferire con un processo non è estraneo
al codice vigente. Sono molti i delitti contro l’amministrazione della giustizia che incriminano
condotte dirette ed idonee a manipolare il contesto probatorio. La tutela penale della giustizia è
costruita ad una soglia di tutela anticipata, con fattispecie di pericolo che incriminano modalità di
frode specificatamente tipizzate. Integra il delitto di frode processuale (art. 374) l’ immutazione
artificiosa dello stato di luoghi o cose o persone, realizzata al fine di trarre in inganno il giudice in
un atto di ispezione o esperimento giudiziale.

Quando la giurisprudenza si è occupata dei rapporti tra frode processuale e truffa, ha affermato
che non costituisce truffa l’avere ottenuto con l’inganno una pronuncia giudiziaria
favorevole. La pronuncia giudiziaria non è un atto di disposizione patrimoniale; la c.d. “truffa
patrimoniale” è, quindi, estranea alla fattispecie dell’art. 640.

Rapporti con altri reati

Nella prassi il delitto di truffa si presta ad applicazioni estensive, fino a funzionare come
“fattispecie di rifugio” cui ricondurre la svariate forme di frode. Spesso si pongono problemi di
rapporto della truffa con altre figure di reato.

La condotta tipica di truffa (artifici o raggiri) può consistere per es. nella contraffazione di un
documento e così integrare un delitto di falso  il criterio per la soluzione dei rapporti tra

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fattispecie di reato accomunate da alcuni elementi strutturali è il principio di specialità (art. 15
cp). Tra truffa e falso documentale può esserci concorso: nessuna delle due fattispecie è speciale
rispetto all’altra.

In molte occasioni la Corte di Cassazione è stata chiamata a chiarire i rapporti esistenti tra il delitto
di truffa e quello di furto con mezzo fraudolento; di frode in commercio; di utilizzazione o
falsificazione di carte di credito o di pagamento.

Di notevole interesse è la relazione tra il delitto di truffa e le fattispecie del diritto penale tributario
riconducibili allo schema della frode fiscale.

Altre frodi

Il codice, accanto alla figura generale di truffa, disciplina ulteriori fattispecie di reato caratterizzate
da una condotta fraudolenta.

1.Insolvenza fraudolenta (art. 641 cp)

Si ha insolvenza fraudolenta (art. 641) nel caso in cui il soggetto agente “dissimulando il proprio
stato di insolvenza”, contrae “un obbligazione con il proposito di non adempirla”, quando
l’obbligazione sia rimasta effettivamente inadempiuta. La procedibilità è a querela di parte. Il
presupposto del reato è uno stato di insolvenza (cioè la mancanza totale o parziale di mezzi
economici). La condotta incriminata è l’assunzione di un obbligazione dissimulando lo stato di
insolvenza, con l’intenzione di non adempirla. Il termine “obbligazione” deve essere inteso in senso
lato, con esclusione di specifiche tipologie non compatibili con la struttura complessiva della
fattispecie: obbligazioni non assunte volontariamente (obbligazioni da fatto illecito), obbligazione di
facere (rispetto a queste è difficile ipotizzare la sussistenza di uno stato di insolvenza), obbligazioni
illecite (non di carattere giuridico).

La dissimulazione è una condotta non assimilabile agli artifici o ai raggiri che contraddistinguono
il delitto di truffa. Può trattarsi di una condotta tanto attiva quanto omissiva. Bastano la nuda
menzogna, la reticenza, il silenzio.

Il delitto di insolvenza fraudolenta è consumato nel momento e nel luogo in cui il soggetto agente
contrae l’obbligazione. La dottrina sostiene che il tentativo non sia configurabile.

L’adempimento dell’obbligazione avvenuto prima della condanna estingue il reato: è questa una
causa speciale di estinzione della punibilità.

2.Fraudolento danneggiamento di beni assicurati (art. 642 co 1 cp) e mutilazione


fraudolenta della propria persona (art. 642 co 2 cp)

Tra le varie figure di reato caratterizzate da condotte fraudolente il cp disciplina anche


comportamenti attuati ai danni di compagnie di assicurazione. L’ art. 642 disciplina due distinte
fattispecie, per le quali è prevista la stessa pena (reclusione da 6 mesi a 4 anni).

1. Risponde di fraudolento danneggiamento di beni assicurati ex art. 642 co 1 cp


chiunque “al fine di conseguire per se o per altri l’indennizzo di una assicurazione o
comunque un vantaggio derivante da un contratto di assicurazione, distrugge, disperde,
deteriora od occulta cose di sua proprietà, falsifica, o altera una polizza o la
documentazione richiesta per la stipulazione di un contratto di assicurazione”.

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2. Ricorre la fattispecie di mutilazione fraudolenta della propria persona ex art. 642 co 2
cp quando il soggetto agente, per il medesimo fine descritto nel comma precedente,
“cagiona a se stesso una lesione personale o aggrava le conseguenze della lesione
personale prodotta da un infortunio o denuncia un sinistro non accaduto ovvero distrugge,
falsifica, altera o precostituisce elementi di prova o documentazione relativi al sinistro”.

La pena è aggravata se con la propria condotta il colpevole consegue effettivamente l’obiettivo


perseguito, cioè la riscossione dell’indennità assicurativa. Comune ad entrambe le fattispecie il
fatto che la disposizione normativa non richiede che l’agente abbia ottenuto l’obiettivo prefissato,
ma abbia posto in atto azioni dirette a tale scopo. Dunque, secondo la dottrina si tratta di un reato
a consumazione anticipata.

Nelle fattispecie di c.d. autolesione non rientrano le ipotesi di mera simulazione, di lesione o di
aggravamento della stessa, da parte del soggetto agente, in quanto il dettato normativo richiede
espressamente che tale evento sia cagionato. Se l’autolesione non si verifica effettivamente, potrà
ricorrere l’ipotesi di tentativo.

Capitolo 4 – rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione

Premessa

Tra i delitti classificati “contro il patrimonio” ce ne sono alcuni che offendono anche la libertà
personale. Si tratta di forme di criminalità per fine di lucro e ciò giustifica la loro collocazione
sistematica. Violenza alla persona e minaccia vengono in rilievo come modalità di condotta,
offensive della libertà morale. La rilevanza che viene attribuita all’offesa alla persona si riflette nel
trattamento sanzionatorio. È espressamente escluso il regime di non punibilità o di procedibilità
querela di parte nell’ipotesi in cui il soggetto agente e la vittima intercorra un rapporto di coniugio,
parentela o affinità, regime di norma riservato ai delitti contro il patrimonio (art. 649 co 3).

Dalla pluri offensività di questi delitti discendono delle conseguenze di cui si trova traccia anche in
giurisprudenza. In ordine all’attenuante di cui all’art. 62 n. 4, la Cassazione richiede che il giudice
di merito svolga una valutazione complessiva della tenuità del danno cagionato dall’agente,
prendendo in considerazione sia il nocumento patrimoniale sia l’offesa arrecata al soggetto
passivo del reato. per la riconoscibilità dell’attenuante comune del risarcimento del danno (art. 62
n. 6) è necessario che lo stesso avvenga integralmente. Per ottenere la riabilitazione è necessario
provvedere al risarcimento integrale del danno derivante dal reato, ovvero dia la lesione
patrimoniale che l’offesa morale o fisica cagionata all’incolumità personale o alla libertà individuale
della persona offesa.

SEZIONE I – RAPINA

Rapina propria e rapina impropria

Il delitto di rapina, previsto quale figura autonoma di reato, trova la sua genesi nella fattispecie di
furto. La distinzione tra furto e rapina non è sempre stata fondata sugli stessi criteri. Nel codice
Rocco la disciplina del delitto di rapina si articola in due distinte figure, che si definiscono rapina
propria e rapina impropria, previste rispettivamente ai commi 1 e 2 dell’art. 628.

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“Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza o minaccia,
s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, è punito con la reclusione da 3
a 10 anni e con la multa da 516 a 2056 euro.

Alla stessa pena soggiace chi adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione,
per assicurare a se o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a se o ad altri
l’impunità.”

Queste due fattispecie si differenziano per un diverso ordine cronologico degli elementi
costitutivi: nella rapina “propria”, violenza e minaccia sono esercitate prima o durante la
sottrazione e l’impossessamento e finalizzate a questo; nella rapina “impropria”, la vis è
successiva all’impossessamento e finalizzata ad assicurare o procurare l’impunità dell’agente o di
altri.

In dottrina si è a lungo discusso circa la natura di reato (eventualmente) complesso della rapina e
delle fattispecie che ne sarebbero le componenti. La rapina può considerarsi fattispecie speciale,
innanzitutto rispetto al furto e inoltre rispetto alla violenza privata. Si tratta di un delitto grave che,
pur trovando la sua genesi nel furto, non può qualificarsi geneticamente come furto violento: l’uso
della violenza o della minaccia, lesivo della libertà personale, è elemento essenziale di un
autonoma fattispecie incriminatrice, non già di un semplice elemento accidentale di un reato
tipizzato come lesivo del solo patrimonio.

L’elemento comune delle fattispecie di furto e di rapina (propria) è l’incriminazione di chi “si
impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene”. L’elemento differenziale
(speciale) della rapina è la modalità di condotta: l’impossessamento avviene “mediante
violenza o minaccia”. Rispetto alle figure di furto aggravato, la rapina differisce dal furto
commesso con violenza sulle cose (art. 625 co 1 n. 2), essendo caratterizzata dalla violenza sulla
persona; differisce poi dal furto aggravato ex art. 625 co 1 n. 3, in quanto il solo portare indosso
delle armi senza utilizzarle ne mostrarle con fare minaccioso non integra ne minaccia ne violenza;
infine, si distingue dal furto con strappo (art. 624 bis) nel quale la violenza si esercita sulla cosa e
non sulla persona.

I soggetti

La rapina è un delitto comune: il precetto che vieta la rapina è una specificazione del precetto che
vieta l’impossessarsi di cose altrui e si rivolge a chiunque.

La persona verso la quale sia rivolta la condotta minacciosa o violenta può coincidere di fatto con
l’avente diritto sulla cosa sottratta, ma ciò non è necessario, in quanto la vis può essere diretta
contro un terzo, purchè tale modalità di condotta sia causalmente e finalisticamente collegata
all’impossessamento della cosa da parte del malvivente.

Preso atto della natura pluri offensiva del reato, il soggetto passivo del reato non si identifica
esclusivamente con il titolare dell’interesse patrimoniale e le offese – di natura patrimoniale e
personale – sono considerate su un piano di parità perché, mancando o una o l’altra, verrebbe
meno il delitto in esame.

In riferimento alla rapina impropria, la Cassazione ha affermato che la violenza o la minaccia


possono essere poste in essere anche in un luogo diverso da quello della sottrazione ed in
pregiudizio di persona diversa del derubato purchè la sottrazione e l’utilizzo della vis intercorra un
arco di temporale tale da non interrompere in nesso di contestualità dell’azione complessiva, posta

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in essere al fine di impedire al derubato di tornare in possesso delle cose sottratte o di assicurare
al colpevole l’impunità.

Non è condivisibile l’opinione di chi ritenga che il soggetto passivo sia, in ultima istanza, sempre e
solo il soggetto cui viene sottratto il bene. Nonostante talvolta la minaccia di ledere un terzo si
traduca comunque nella coartazione della volontà del titolare della cosa, la vis può essere
utilizzata anche per neutralizzare la resistenza di terzi che si oppongono o possono opporsi alla
sottrazione della cosa altrui.

Individuare il soggetto passivo del reato è fondamentale per risolvere il problema dell’unicità o
della pluralità delle rapine. Nel caso di sottrazione di più cose mobili ad una sola persona si ha una
sola persona, purchè le sottrazioni avvengano con un'unica condotta; nell’ipotesi di più persone
rapinate nello stesso contesto, invece, c’è una pluralità di rapine, una per ogni soggetto aggredito
e spogliato dei propri beni.

L’elemento oggettivo

La rapina, come il furto, è un delitto di aggressione unilaterale. È un delitto a forma vincolata:


l’agente si serve della violenza o della minaccia per impossessarsi della cosa (rapina propria) o per
assicurarsi il possesso o l’impunità (rapina impropria). La modalità di condotta – violenza o
minaccia – è le stessa in entrambi i casi; ciò che cambia è la direzione finalistica.

Violenza e minaccia devono essere rivolte contro la persona. La violenza consiste


nell’estrinsecazione di energia fisica, da parte dell’agente, per ridurre o annullare la capacità di
autodeterminazione o di azione del soggetto passivo. È rilevante anche l’utilizzo di mezzi che, pur
non ledendo l’integrità fisica della vittima, possano porla nella stessa impossibilità di volere o di
agire (ipnosi, narcotici,…). La giurisprudenza accoglie una nozione ampia di violenza, includendovi
anche una semplice spinta, ad esempio. E’ necessario che la violenza sia strumentale
all’impossessamento ed abbia l’effetto di coartare la libertà del soggetto cui è indirizzata. In
caso di lesione all’integrità fisica rimangono assorbite nel delitto di rapina solo le percosse in base
all’art. 581 co 2. Invece, la minaccia è la prospettazione di un male il cui avvalersi, in un futuro più
o meni prossimo, dipende dalla volontà dell’agente ed è rappresentato (minacciato) come
alternativa al comportamento che si vuole ottenere dalla vittima. Può essere esplicita o implicita,
diretta o indiretta, reale o simbolica, determinata o indeterminata, purchè idonea ad incutere timore
e a coartare la volontà del soggetto passivo, in relazione alle circostanze concrete, alla persona
dell’agente, alle condizioni soggettive della vittima e alle condizioni ambientali.

Perché sia integrata la rapina impropria, la violenza o la minaccia devono essere impiegate
“immediatamente dopo la sottrazione”, per assicurare a se o ad altri il possesso della cosa
sottratta, ovvero procurare a sé o ad altri l’impunità. Il requisito dell’ immediatezza esprime
l’esigenza dio una valutazione complessiva del comportamento dell’agente in termini di
contestualità.

L’elemento soggettivo

La rapina è un reato a dolo specifico.

Nella rapina propria, oltre alla coscienza e alla volontà di sottrarre e di impossessarsi della cosa
mobile altrui con violenza o minaccia, è necessario che l’agente agisca per procurare a se o ad
altri un ingiusto profitto. La giurisprudenza offre un interpretazione molto estesa del profitto,

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ricomprendendovi qualsiasi utilità, anche solo morale, e qualsiasi soddisfazione o godimento che
l’agente si riprometta di trarre, anche non immediatamente.

Integra il delitto di rapina la c.d. “rapina d’uso”: l’agente usa momentaneamente la cosa e la
restituisce immediatamente, ma ciò non esclude la finalità di profitto.

Il profitto deve essere ingiusto: il dolo è escluso se l’agente agisce nella convinzione di realizzare
un proprio diritto soggettivo o una pretesa direttamente o indirettamente tutelata dall’ordinamento
giuridico  questo è il criterio distintivo tra il delitto di rapina e quello di esercizio arbitrario delle
proprie ragioni con violenza alle persone. Nel primo caso l’autore agisce sapendo che quanto
pretende non gli spetta e non è giuridicamente azionabile; nel secondo caso, invece, pretende di
esercitare un diritto e di avanzare una pretesa legittima.

Nella rapina impropria le finalità cui indirizzare l’azione possono essere: assicurare il possesso del
bene a sé o ad altri oppure procurare a se o ad altri l’impunità.

Secondo la Cassazione e parte della dottrina, procurarsi l’impunità equivarrebbe a sottrarsi


all’arresto. Altro orientamento dottrinale ritiene che l’impunità sia qualcosa di più, argomentando
dall’art. 576 co 1 che, prevedendo le circostanze aggravanti speciali per il delitto di omicidio,
espressamente distingue tra la condotta di “sottrarsi all’arresto” da quella di “assicurare a se o ad
altri l’impunità di un reato”.

Consumazione e tentativo

Il delitto di rapina (in entrambe le sue forme) è un delitto istantaneo. Il momento consumativo
della rapina propria si verifica nel momento in cui l’agente si impossessa della cosa sottratta alla
vittima, utilizzando violenza o minaccia; la rapina impropria si consuma nel momento e nel luogo in
cui, immediatamente dopo la sottrazione, è posta in essere le violenza o la minaccia ed è
indifferente ai fini della consumazione che l’obiettivo cui mirava l’agente si sia realizzato.

Parliamo del tentativo. Quanto al tentativo della rapina propria non si pongono particolari problemi.
Invece, per quanto concerne la rapina impropria è necessario distinguere due ipotesi:

1) il reo riesce a sottrarre senza violenza o minaccia la cosa e, successivamente, tenta di


utilizzare la vis per perseguire gli scopi di cui all’art. 628 co 2;
2) l’autore tenta, senza riuscirci, di sottrarre la cosa mobile altrui e poi usa violenza o minaccia
per sfuggire alla cattura.

Nel caso 1) il tentativo è possibile, nel caso 2) si deve invece dire che dottrina giurisprudenza
accolgono soluzioni diverse.

La Suprema Corte, sulla premessa che il reato tipizzato dall’art. 628 co 2 è un reato complesso,
ritiene che il tentativo si possa configurare qualora rimangano nella sfera del tentativo entrambe le
figure criminose che compongono l’ipotesi complessa, ovvero il furto e la violenza. Al contrario, la
dottrina maggioritaria ritiene che per potersi avere rapina impropria – sia tentata che consumata –
è necessario che il presupposto della sottrazione si sia completato; la mancanza della sottrazione
impedisce di considerare in un contesto unitario il tentativo di furto e la successiva vis utilizzata per
conseguire l’integrità.

Il trattamento sanzionatorio e le circostanze aggravanti speciali

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La pena base per il delitto di rapina è la reclusione da 3 a 10 anni, congiunta alla multa da 516 a
2056 euro.

Una serie di circostanze aggravanti speciali, cui corrisponde una cornice edittale molto più severa,
sono previste dall’art. 628 co 3.

“La pena è della reclusione da 4 anni e 6 mesi a 20 anni e della multa de 1032 a 3098 euro:

1) se la violenza o la minaccia è commessa con armi, o da persona travisata, o da più


persone unite;
2) se la violenza consiste nel porre taluno in stato di incapacità di volere o di agire;
3) se la violenza o minaccia è posta in essere da persona che fa parte dell’associazione di cui
all’art. 416 bis cp;

3bis) se il fatto è commesso nei luoghi di cui all’art. 624 bis;

3ter) se il fatto è commesso all’interno di mezzi pubblico trasporto;

3quater) se il fatto è commesso nei confronti di una persona che si trovi nell’atto di fruire
ovvero che abbia appena fruito dei servizi di istituto di credito, uffici postali o sportelli
automatici adibiti al prelievo di denaro”.

L’ultimo comma dell’art. 628 stabilisce un eccezione al normale giudizio di bilanciamento tra
circostanze concorrenti: le circostanze attenuanti, ad eccezione di quella prevista per la minore età
(art. 98), concorrenti con le aggravanti di cui all’art. 628 comma 3 nn. 3, 3 bis, 3 ter e 3 quater, non
possono essere ritenuti prevalenti o equipollenti rispetto alle stesse.

SEZIONE II – ESTORSIONE

La struttura della fattispecie

L’ art. 629 (estorsione) dispone che “Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo
taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui
danno, è punito con la reclusione da 5 a 10 anni e con la multa da 1000 a 4000 euro. La pena è
della reclusione da 6 a 20 anni e della multa da 5000 a 15000 euro, se concorre taluna delle
circostanze indicate nell’ultimo capoverso dell’articolo precedente”.

L’estorsione è un tipico delitto di cooperazione con la vittima. Infatti, l’evento di ingiusto profitto
è ottenuto dall’estorsore mediante un fare o un omettere del soggetto passivo, a seguito della
condotta violenta o minacciosa posta in essere dall’agente. Come la rapina, è una fattispecie
speciale rispetto alla violenza privata; l’elemento comune è la modalità di condotta (violenza o
minaccia); l’elemento specializzante è l’evento di ingiusto profitto con altrui danno.

Si tratta di un delitto particolarmente grave. E’ particolarmente utilizzato dalla criminalità


organizzata (pensa alla piaga del c.d. “pizzo”).

È un delitto comune: è un precetto rivolto a chiunque. Una figure affine è la concussione ex art.
317. Poi, il codice della navigazione prevede figure speciali di estorsione.

Soggetto passivo è il titolare del patrimonio danneggiato dal fatto estorsivo, che può coincidere,
ma non necessariamente, con il destinatario della violenza o della minaccia. Può trattarsi anche di
una persona giuridica.

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La condotta estorsiva

La “violenza” e la “minaccia” vengono in rilievo come modalità tipiche della condotta, finalizzate
alla costrizione psichica della vittima ed al conseguimento dell’ingiusto profitto, per sé o per altri,
con correlativo danno altrui. Possono essere indirizzate anche ad un soggetto diverso dalla vittima,
purchè legato a quest’ultima da particolari legami personali.

La minaccia è la modalità più comune di realizzazione dell’estorsione.

È possibile che l’estorsione si realizzi mediante minaccia di tenere un comportamento omissivo?


La giurisprudenza ritiene che possa costituire condotta estorsiva il non dar seguito ad una legittima
aspettativa del soggetto passivo. Il prospettare una omissione non può essere qualificato come
minaccia se non c’è un corrispondente obbligo di agire (art. 40).

La minaccia può anche essere integrata da comportamenti apparentemente diretti a realizzare il


contenuto di un diritto, ma che, in realtà, mirano a conseguire un obiettivo fuori uscente dal fine
tipico del diritto stesso. Esempio: può costituire una condotta estorsiva in questi termini la minaccia
di esercitare un azione giudiziaria od esecutiva.

Non occorre che il danno o il pericolo prospettato con la minaccia sia grave; ciò che conta è la
rappresentazione di un male serio, idoneo a porre la vittima in uno stato di coazione psicologica
che la induca a fare o a omettere qualche cosa.

La minaccia può essere anche implicita: ciò che è necessario è che sia riconoscibile come tale.

L’evento. Dolo, consumazione e tentativo

L’estorsione è tipizzata come delitto d’evento: si realizza con l’effettivo conseguimento di un


ingiusto profitto con danno della vittima. La realizzazione di questo evento finale si snoda
attraverso un evento intermedio, ottenuto con la violenza o la minaccia estorsiva: il fare od
omettere del destinatario della minaccia.

Il “fare od omettere” rilevante ex art. 629 è un atto di disposizione patrimoniale e può riguardare un
qualsiasi elemento del patrimonio (diritti reali, obbligazioni e anche semplici aspettative).

Alcuni autori sostengono che si deve trattare di un atto produttivo di conseguenze giuridiche e che,
quindi, non sarebbe integrata la fattispecie di estorsione in presenza di atti inesistenti o nulli,
mentre lo sarebbe nel caso di atto annullabile produttivo di effetti giuridici.

Dal comportamento coartato della vittima deve derivare un ingiusto profitto, a favore del reo o di
altri, con altrui danno. Profitto e danno sono entrambi necessari ad integrare il delitto.

Il carattere patrimoniale del danno è pacifico: perché possa integrarsi il disvalore penale del fatto è
necessaria la lesione del patrimonio (lesione che si può realizzare sia nella forma del lucro
cessante che in quella del danno emergente).

Per quanto riguarda il profitto, parte della dottrina ritiene che possa essere di qualsiasi natura (non
solo incremento della strumentalità patrimoniale, ma anche ogni utilità morale o materiale). Un
altro orientamento, invece, intende il profitto in termini esclusivamente patrimoniali e, quindi, esso
comprenderebbe ogni arricchimento – o evitato depauperamento – del patrimonio dell’agente o di
altro beneficiario della condotta di quest’ultimo.

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In ogni caso il profitto deve essere ingiusto. È tale ogni volta che non sia fondato su una pretesa
tutelata, direttamente o indirettamente, dall’ordinamento.

Profitto e danno possono riferirsi a persone diverse, rispettivamente, dal soggetto attivo e dal
destinatario della violenza o della minaccia.

L’estorsione è un delitto a dolo generico: consiste nella volontà consapevole di costringere taluno,
con violenza o con minaccia, a tenere una condotta da cui derivi un ingiusto profitto, per se o per
altri, con altrui danno.

Il momento consumativo si identifica nel conseguimento del profitto con l’altrui danno; il tentativo di
estorsione è configurabile secondo le regole generali.

Il trattamento sanzionatorio e le circostanze aggravanti speciali

Per l’estorsione è prevista una cornice edittale molto severa: reclusione da 5 a 10 anni e multa da
1000 a 4000 euro. La reclusione è prevista nella misura da 6 a 20 anni, congiuntamente alla multa
da 5000 a 15000 euro, quando sussiste una delle circostanze aggravanti speciali previste dall’art.
628 co 3 (rapina) cui fa rinvio l’art. 629 co 2.

Rapina ed estorsione: la collaborazione della vittima come elemento distintivo

Estorsione e rapina sono figure di delitto che presentano tratti comuni, ma anche delle significative
differenze. La rapina è un delitto di aggressione unilaterale in cui l’aggressione ha ad oggetto
cose mobili; l’ estorsione è un delitto c.d. a struttura cooperativa che viene realizzato
ottenendo la cooperazione forzata della vittima (costringi mento a un facere, in senso stretto, o a
un omettere) e aggredisce il patrimonio nel suo complesso).

Limitatamente alle ipotesi in cui, a seguito di violenza o di minaccia alla persona, siano stati
consegnati beni mobili, può sorgere il problema se si tratti di estorsione o di rapina. Il criterio
ritenuto maggiormente rispondente è quello della “imprescindibilità del comportamento
dell’aggredito”  perché possa parlarsi di estorsione (ricorda che è un delitto di “cooperazione”) è
necessario che la collaborazione coatta della vittima sia essenziale per il verificarsi dell’evento;
quindi, si configurerà rapina (delitto, invece, di aggressione unilaterale) qaulora l’agente darebbe in
grado di impossessarsi direttamente della cosa e questa è stata materialmente consegnata sotto
diretta violenza o minaccia.

SEZIONE III – SEQUESTRO DI PERSONA A SCOPO DI ESTORISIONE

Un delitto contro il patrimonio e contro la persona

L’ art. 630 tratta del sequestro di persona a scopo di estorsione:

“Chiunque sequestra una persona allo scopo di conseguire, per sé o per altri, un ingiusto
profitto come prezzo della liberazione, è punito con la reclusione da venticinque a trenta anni.
Se dal sequestro deriva comunque la morte, quale conseguenza non voluta dal reo, della persona
sequestrata, il colpevole è punito con la reclusione di anni trenta.
Se il colpevole cagiona la morte del sequestrato si applica la pena dell'ergastolo.
Al concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera in modo che il soggetto passivo riacquisti
la libertà, senza che tale risultato sia conseguenza del prezzo della liberazione, si applicano le
pene previste dall'articolo. Se tuttavia il soggetto passivo muore, in conseguenza del sequestro,
dopo la liberazione, la pena è della reclusione da sei a quindici anni.
50
Nei confronti del concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera, al di fuori del caso previsto
dal comma precedente, per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori
ovvero aiuta concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella raccolta di prove
decisive per l'individuazione o la cattura dei concorrenti, la pena dell'ergastolo è sostituita da
quella della reclusione da dodici a vent'anni e le altre pene sono diminuite da un terzo a due terzi.
Quando ricorre una circostanza attenuante, alla pena prevista dal secondo comma è sostituita la
reclusione da venti a ventiquattro anni; alla pena prevista dal terzo comma è sostituita la
reclusione da ventiquattro a trenta anni. Se concorrono più circostanze attenuanti, la pena da
applicare per effetto delle diminuzioni non può essere inferiore a dieci anni, nell'ipotesi prevista dal
secondo comma, ed a quindici anni, nell'ipotesi prevista dal terzo comma.
I limiti di pena preveduti nel comma precedente possono essere superati allorché ricorrono le
circostanze attenuanti di cui al quinto comma del presente articolo.”

Collocato tra i delitti contro il patrimonio, a seguito delle varie riforme, questa fattispecie ha assunto
sempre più la forma di un delitto direttamente offensivo della libertà personale, che si consuma
indipendentemente dal pagamento di un riscatto.

Il fatto tipico e l’elemento soggettivo

La fattispecie di sequestro di persona a scopo di estorsione si compone di elementi corrispondenti


al sequestro di persona dell’art. 605, così come anche di elementi corrispondenti al tentativo di
estorsione. La condotta tipizzata dall’art. 630 è “sequestrare una persona”, cioè privarla della
libertà personale, “allo scopo di conseguire (…un ingiusto profitto come prezzo della
liberazione”. L’offesa è rivolta alla persona sequestrata e al patrimonio di chi pagherebbe il
riscatto (che potrebbe coincidere o non coincidere con la persona sequestrata). Si tratta di una
figura speciale di sequestro di persona. È un delitto comune.

Sotto il profilo oggettivo, il fatto tipizzato, coincide con quello tipizzato nell’art. 605. Tale limitazione
può essere realizzata con qualsiasi mezzo ed è normale l’utilizzo di violenza o minaccia.

L’elemento differenziale, rispetto alla figura base di sequestro di persona, consiste nello scopo di
conseguire, per o per altri, un ingiusto profitto come prezzo della liberazione. Questa
formulazione richiede il dolo specifico che si innesta sul dolo generico consistente nella
coscienza e volontà di privare taluno della libertà personale. Un diverso dolo specifico caratterizza
la fattispecie gemella del sequestro di persona a scopo di estorsione e di eversione dell’ordine
democratico.

Con la formula “ingiusto profitto come prezzo della liberazione” ci si riferisce al riscatto che i
sequestratori si prefiggono di ottenere. È qui lo specifico disvalore su cui si fonda l’art. 630  la
formula che descrive il dolo specifico seleziona una tipologia di sequestri di persona di particolare
gravità sia oggettiva che soggettiva, perché strumentali ad un profitto la cui specifica ingiustizia sta
nell’essere il prezzo della liberazione.

Nella giurisprudenza è sorto il problema se rientrino nella fattispecie di cui all’art. 630 i casi in cui la
privazione di libertà sia finalizzata ad ottenere una prestazione patrimoniale in esecuzione di un
preesistente rapporto illecito. Esempio: è il caso di soggetti extracomunitari entrati
clandestinamente nel nostro Paese grazie ad associazioni criminali, tenuti in condizioni di non
libertà per ottenere il pagamento del prezzo del viaggio. Un primo orientamento giurisprudenziale
riteneva che non si trattasse di sequestro estorsivo, in quanto il profitto perseguito è collegato ad
una precedente causa illecita e non può, quindi, essere considerato come il prezzo della
liberazione. Un secondo orientamento, invece, considera integrato il sequestro estorsivo, in quanto
51
il profitto sarebbe giusto o ingiusto a seconda che la legge riconosca o meno protezione alle
situazioni giuridiche sottostanti alla pretesa fatta valere. Quest’orientamento è stato accolto dalle
SU della Suprema Corte.

Altra casistica su cui si è discusso è quella dei c.d. “sequestri lampo”: posti in essere allo scopo di
ottenere prestazioni patrimoniali anche di modesta entità, talvolta durano poche ore. Il sequestro
estorsivo è configurabile anche in danno di una persona incapace, per es. un infante.

Nel caso di perseguimenti di un ingiusto profitto non collegato finalisticamente alla liberazione della
vittima, ci sarebbe un concorso tra l’art. 605 e l’estorsione ex art. 629: la privazione della libertà
sarebbe solo espressione della violenza o della minaccia che l’agente utilizzerebbe per costringere
taluno a corrispondergli una somma di denaro, procurandosi un ingiusto profitto con altrui danno.
Qualora il profitto perseguito non sia ingiusto, sarebbe configurabile un concorso tra l’art. 605 e
l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni ex art. 393.

Il profitto ingiusto può essere di qualsiasi entità e si può identificare in qualsiasi utilità che
rappresenti un vantaggio per il soggetto attivo del reato. Perché il delitto sia consumato non è
necessario che il profitto sia stato ottenuto; è sufficiente che si sia realizzato il sequestro di
persona a ciò finalizzato.

Anche il sequestro estorsivo è un delitto permanente. Si discute se sia consumato fin da quando
inizia la privazione di libertà, o se occorra una qualche durata nel tempo. È configurabile il
tentativo.

Il trattamento sanzionatorio e le circostanze. La morte del sequestrato

La pena base per il sequestro di persona a scopo di estorsione è la reclusione a 25 a 30 anni (il
minimo edittale è superiore al massimo di pena previsto per l’omicidio volontario).

Nel caso in cui dal sequestro di persona a scopo di estorsione derivi la morte del sequestrato, il
legislatore ha previsto dei limiti di pena più elevati: 30 di reclusione se la morte del sequestrato non
è voluta dal reo, ergastolo se è cagionata volontariamente. Nel primo caso si è in presenza di un
delitto aggravato dall’evento e l’agente risponde della morte del sequestrato, anche se non voluta,
sulla base del nesso di causalità fra la morte e la propria condotta, nonché sulla base della colpa
(principio dell’art. 27 Cost.).

La volontaria uccisione di una persona sequestrata è un fatto tipico di omicidio doloso che il
comma 3 dell’art. 630 configura come figura speciale di omicidio, di gravità pari alle figure di
omicidio aggravato di cui agli artt. 675 e 577.

Il sequestro di persona a scopo di estorsione benché sia descritto come reato monosoggettivo è il
più delle volte realizzato in forma concorsuale. Il legislatore ne ha tenuto conto mediante la
previsione di un attenuante speciale premiale (art. 630 co 4) per il concorrente che, dissociandosi
dagli altri, si adoperi per far riacquistare la libertà al sequestrato, sempre che la liberazione non sia
determinata dal conseguimento del riscatto (in tal caso si applica la pena prevista per il sequestro
di persona dell’art. 605). L’attenuante della dissociazione non presuppone il pentimento o la
spontaneità dell’agire, ma esige la volontarietà della dissociazione e della condotta finalizzata alla
liberazione dell’ostaggio. Perché questa attenuante sia concessa, alla condotta del concorrente
deve seguire l’effettiva liberazione della vittima. La CC ha ritenuto applicabile la circostanza
attenuante della liberazione dell’ostaggio anche in caso di ravvedimento dell’unico agente o di
liberazione voluta comunemente da tutti i partecipanti al sequestro.

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La CC ha previsto una diminuzione di pena (comma 5) anche per il concorrente che, dissociandosi
dagli altri, alternativamente si adoperi affinchè l’attività delittuosa non sia portata a conseguenze
ulteriori, aiuti concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria a raccogliere prove decisive
per individuare o catturare i concorrenti.

Con una sentenza del 2012 la CC ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 630, per
violazione degli artt. 3 e 27 comma 3 Cost. “nella parte in cui non prevede che la pena ad esso
comminata è diminuita quando per la natura, la specie, i mezzi, le modalità e le circostanze
dell’azione, ovvero per la particolare tenuità del danno o del pericolo, il fatto risulti di lieve entità”.
Questa decisione poggia sul confronto tra la disciplina del sequestro estorsivo e la disciplina del
sequestro di persona terroristico od eversivo: per quest’ultimo è appunto stata prevista l’attenuante
del fatto di lieve entità. La mancanza di un analoga diminuente, per i fatti riconducibili all’art. 630,
comportava una differenziazione irragionevole, in violazione del principio di uguaglianza.

Capitolo 5 – circonvenzione di incapace

Il bene giuridico tutelato

L’accentuato disvalore del reato di circonvenzione di incapaci risulta ictu oculi dall’ art. 643:
“Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della
inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato di infermità o deficienza psichica
di una persona, anche se interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi
qualsiasi effetto giuridico per le o per altri dannoso, è punito con la reclusione da 2 a 6 anni e con
la multa da 206 a 2056 euro”.

Nella prasi questo delitto si ravvisa in numerose ipotesi. Molto diverse tra loro sono le figure
negoziali in relazioni alle quali si è configurato il reato di cui all’art. 643.

La dottrina (orientamento personalistico) revalente attribuisce grande rilevo alle condizioni dei
soggetti verso i quali è rivolta l’azione delittuosa e si orienta così a favore di un interpretazione
depatrimonializzata e personalistica del bene giuridico protetto dalla norma, sostenendo che il
reato non offende tanto il patrimonio, ma piuttosto lede l’interesse del minorato alla libera
esplicazione della sua attività.

Abbiamo una sentenza, in particolare, che ha segnato un momento significativo nell’approccio


giurisprudenziale con l’indirizzo personalistico. Si tratta della pronuncia del Tribunale di Lecce del
maggio del 1991. In essa si legge che “al pari del patrimonio del minore, il delitto di cui all’art. 643,
tutela anche la possibilità, che al minore stesso va garantita, di orientare la propria attività in una
direzione che non sia per lui pregiudizievole a causa di altrui abusi; che quindi in definitiva tutela la
sua libertà, intesa come determinazione non condizionata in vista del perseguimento di un fine”.
Stabilisce poi che l’effetto giuridico dannoso di cui all’art. 643 “non deve necessariamente
consistere in un nocumento di carattere patrimoniale, ma può consistere anche nell’offesa alla
libera esplicazione dell’attività dell’incapace” e ravvisa il delitto di circonvenzione di incapace nel
comportamento del sedicenne regista che, presentatosi a casa di una ragazza quindicenne, allo
scopo di eseguire dei provini per un film musicale, l’ha indotta mediante promesse allettanti a farsi
filmare e ritrarre senza vestiti (effetto giuridico dannoso: danno all’immagine e all’identità della
ragazza).

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Tuttavia, altra parte della giurisprudenza resta ancorata all’idea della patrimonialità del bene
giuridico dell’art. 643. Questa posizione trova conferma in quella dottrina che, partendo dalla
collocazione sistematica del reato di circonvenzione di persone incapaci tra i delitti contro il
patrimonio, considera quale oggetto della tutela penale l’ interesse alla inviolabilità del
patrimonio. Secondo questa dottrina il qualsiasi effetto giuridico dannoso conseguente avrebbe
natura patrimoniale. Un ulteriore conferma di questo indirizzo viene dal riconoscimento che l’effetto
dannoso possa ricadere su un terzo. infatti, per effetto dell’azione dell’incapace, il terzo, i cui
interessi rientrano in modo univoco nello scopo di protezione della norma, può solo risentire di un
pregiudizio di tipo economico. Dalla possibilità che il danno patrimoniale ricada su un terzo deriva
che il soggetto passivo non è soltanto l’incapace ma anche il terzo, quale titolare dell’indirizzo
patrimoniale offeso. Anche al terzo spetterà il diritto di querela.

Il primo orientamento, invece, ritiene che soggetto passivo del reato sia solo la persona
circonvenuta e che il terzo subisca un danno (o un pericolo di danno) per effetto dell’atto posto in
essere dalla persona incapace; quindi il terzo riveste solo la qualità di danneggiato dal reato e
come tale è legittimato solo ad esercitare l’azione civile ex art. 2043 cc.

Si deve dire che l’orientamento personalistico presenta degli spunti condivisibili molto importanti,
ma che un attenta considerazione della struttura della fattispecie incriminatrice fa preferire la tesi
che ravvisa l’oggetto di tutela nel patrimonio del soggetto passivo.

Infine, non sceglie ne per l’una ne per l’altra tesi quella parte di dottrina che condivide entrambe le
posizioni optando, per la natura plurioffensiva del delitto di circonvenzione di incapace.

I destinatari della condotta di circonvenzione

Nel delitto di circonvenzione di incapace i soggetti passivi non si limitano a subire la condotta
dell’agente, ma partecipano necessariamente alla realizzazione del fatto tipico con il compimento
dell’atto pregiudizievole. Possono essere soggetti passivi: i minori, gli infermi psichici e le persone
affette da deficienza psichica, anche se non interdette o inabilitate.

Per minori si intendono gli infradiciottenni. Per la configurazione del delitto ai danni di un minore
non è sufficiente la presunzione di incapacità legata alla minore età; è necessario che ci sia, da
parte del soggetto attivo, una effettiva strumentalizzazione dei bisogni, delle passioni e della
inesperienza della giovane vittima. Quindi, quando l’immaturità del minore non ha avuto una reale
e diretta influenza nella produzione dell’evento, il reato è da escludersi.

Per quanto, invece, riguarda gli infermi psichici, la norma non richiede il requisito della
interdizione o inabilitazione. L’eventuale dichiarazione di inabilitazione o interdizione non è
sufficiente ad integrare il presupposto della condotta criminosa, essendo imprescindibile la verifica
dello stato di incapacità concreta al momento del fatto. La nozione di infermità non deve essere
identificata con quella di malattia mentale in senso stretto; ricomprende qualsiasi stato di
alterazione psichica di natura morbosa, anche se non rientrante tra le infermità catalogate. È
sufficiente che la vittima presenti una diminuzione della capacità di intendere e volere, quale effetto
di un qualsiasi disturbo psichico, anche se non definibile clinicamente.

Nel 1930 è stata introdotta la figura dei deficienti psichici: si tratta di soggetti affetti non da un
infermità in senso stretto, ma da uno stato di più generica menomazione che, pur potendo lasciare
parzialmente integra la capacità di intendere e di volere, rende il soggetto facile preda di subdole
manovre captatrici. Il concetto di deficienza psichica è stato poi individuato in giurisprudenza in
una “menomazione delle facoltà intellettive e volitive”, ovvero in “un incisiva limitazione delle
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facoltà di discernimento e di determinazione volitiva”, ovvero “in un abbassamento intellettuale e
della capacità critica”. Si tratta di soggetti facilmente suggestionabili. Può accedere che la
deficienza si manifesti come condizione transitoria. Talvolta si è sostenuto che lo stato di
deficienza psichica sia una condizione del soggetto passivo che deve sussistere nei confronti di
tutti; all’opposto, in giurisprudenza si ritiene che la deficienza debba essere valutata nell’ambito del
concreto rapporto che si instaura tra la vittima e l’agente.

Poiché la condizione di incapacità del soggetto passivo costituisce un presupposto del reato, il
giudizio di colpevolezza può fondarsi solo sulla assoluta certezza della stessa. Il giudizio sullo
stato di infermità o deficienza si basa su un accertamento di fatto, che non richiede
necessariamente il ricorso al consulente tecnico o al perito, potendo anche essere dedotto
dall’apprezzamento degli atti compiuti.

Si discute se sia configurabile il delitto di circonvenzione nell’ipotesi in cui la vittima sia totalmente
priva della capacità di intendere e di volere. Una parte della dottrina ritiene di si; altro
orientamento, facendo leva sull’elemento dell’induzione a compiere un atto, ritiene invece
necessario che il soggetto passivo abbia quel minimo di capacità naturale che gli consenta di
determinarsi a compiere atti pregiudizievoli.

La condotta di circonvenzione

La condotta tipica del delitto di circonvenzione si sostanzia nell’ induzione dell’incapace al


compimento di un atto dagli effetti dannosi, abusando dei bisogni, delle passioni o della
inesperienza se la vittima è un minore, oppure abusando della specifica condizione di incapacità
se il soggetto passivo è un infermo o in deficiente psichico.

È, quindi, richiesto espressamente l’elemento dell’ abuso (differenziato a seconda della vittima)
perché si configuri il delitto ex art. 643. Per “abuso” deve intendersi lo sfruttamento,
l’approfittamento o la strumentalizzazione dell’altrui posizione di debolezza, nel senso che l’agente
deve giovarsi delle particolari condizioni di vulnerabilità del soggetto passivo al fine di carpire un
consenso che in situazioni normali non verrebbe prestato.

Tra l’abuso e il compimento dell’atto deve intercorrere un rapporto di causalità: l’ induzione


dell’incapace a compiere l’atto dannoso. L’induzione trova fondamento nel rapporto di
sproporzione che sussiste tra la sfera psichica dell’agente e quella della vittima, consiste
nell’influenzare il processo di formazione dell’altrui volere e si concreta in un apprezzabile attività di
suggestione, pressione morale e persuasione, finalizzata a determinare la volontà minorata del
soggetto passivo.

Non è necessario che la proposta di compiere l’atto provenga dal colpevole; è sufficiente che
questi ne sia giovato e che abbia approfittato delle condizioni psichiche del soggetto passivo.

Quanto alla prova dell’induzione, la giurisprudenza ha ritenuto che questa possa essere indiretta,
indiziaria o presunta, e cioè risultare da elementi gravi, precisi e concordanti, come l’isolamento
dell’incapace, i continui rapporti tra le parti, ecc.

L’atto produttivo di qualsiasi effetto giuridico dannoso

L’attività di induzione deve essere diretta a far compiere all’incapace un atto produttivo, per lui o
per altri, di un qualsiasi effetto giuridico dannoso.

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L’atto, sia per la dottrina che per la giurisprudenza, deve essere inteso in una concezione ampia,
comprensiva di qualsiasi manifestazione di volontà produttiva di effetti giuridici (scritture,
dichiarazioni orali, fatti materiali). Inoltre, la nozione di atto non comprende solo gli atti positivi, di
“dare” o “facere”, ma anche quelli negativi di “non facere” (mancata richiesta di pagamento di un
credito).

Abbiamo detto che l’atto deve essere produttivo di effetti giuridici. Si discute, a tal proposito, se gli
eventuali vizi dell’atto – diversi da quelli derivanti dall’incapacità della vittima – possano incidere
sulla configurabilità del delitto di circonvenzione. La dottrina maggioritaria ritiene che il reato non
sussiste in caso si nullità insanabile o di inesistenza, in quanto in queste ipotesi l’atto deve
considerarsi tamquam non esset; invece, il reato si configura nel caso di nullità sanabile e di
annullabilità.

Rilevano ai sensi dell’art. 643 anche atti come il matrimonio, l’adozione o il riconoscimento di un
figlio naturale, che di per sé non hanno contenuto patrimoniale, ma sono idonei a generare effetti
giuridici dannosi per la vittima o per terze persone. Controversa rimane la questione se l’ effetto
giuridico dannoso, quale conseguenza non necessariamente diretta ed immediata dell’atto, debba
o meno avere natura patrimoniale. Anche questa questione rimanda a quella relativa alla natura
del bene giuridico tutelato. La dottrina, che individua nella libertà di autodeterminazione
dell’incapace l’interesse protetto dall’art. 643 e facendo leva sulla lettera della norma (“qualsiasi”
effetto giuridico), ritiene che l’effetto giuridico dannoso non debba necessariamente avere natura
patrimoniale. Ad una conclusione diametralmente opposta giungono coloro che sostengono il
carattere patrimoniale del bene giuridico tutelato ed i fautori della teoria plurioffensiva del reato.

L’effetto giuridico dannoso può ricadere indifferentemente sul patrimonio del soggetto passivo o su
quello di un terzo, laddove il circonvenuto sia legittimato ad incidere direttamente o indirettamente
sul patrimonio o sulle aspettative patrimoniali del terzo.

L’elemento soggettivo

La circonvenzione di incapaci è un reato a dolo specifico, consistente nella volontà di abusare


dell’incapacità del soggetto passivo e di indurlo a compiere l’atto, nella piena consapevolezza dello
stato di minoranza psichica della vittima e nella volontà di approfittare di tale condizione “per
procurare a se o ad altri un profitto”. L’elemento psicologico del dolo deve investire tutti gli aspetti
tipici del fatto di reato, quindi l’agente deve essere consapevole dell’età del minore o dello stato di
infermità o deficienza psichica del soggetto passivo.

Quanto al profitto, non importa che venga concretamente conseguito, ma rileva solo come scopo
della condotta. L’art. 643, diversamente dagli altri reati contro il patrimonio, non richiede
espressamente che sia ingiusto. I sostenitori della tesi personalistica del bene giuridico tutelato
optano per l’irrilevanza del requisito dell’ingiustizia. Al contrario, la lettura dell’offesa tipica in chiave
patrimoniale esige l’ingiustizia come requisito essenziale del profitto, anche se implicito nella
lettera della norma.

Questa diversità di vedute si rinviene anche sulla questione della natura patrimoniale o non del
profitto. C’è chi ritiene che per profitto debba intendersi qualsiasi utilità – anche morale – e chi,
invece, intende il profitto come “vantaggio”, “utile” di carattere economico.

Il momento consumativo

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L’orientamento accolto dalla giurisprudenza ritiene che il delitto di circonvenzione si perfezioni nel
momento in cui viene compiuto l’atto idoneo a comportare un qualsiasi effetto giuridico dannoso.
Su questa premessa, l’offesa di cui all’art. 643 viene ricostruita in termini di reato di pericolo, per
integrare il quale non occorre che l’effetto dannoso consegua all’atto indotto come sua
conseguenza giuridica immediata, ma è sufficiente che l’atto realizzato “sia idoneo ad ingenerare
un pregiudizio o un pericolo di pregiudizio per il soggetto passivo che l’ha posto in essere o per
altri”. Quindi, se il delitto di circonvenzione di incapace di consuma con il compimento da parte
dell’agente dell’atto pregiudizievole, prima di tale momento potrebbe esserci solo “il pericolo di un
pericolo, la possibilità della possibilità di danno”.

All’opposto, la dottrina maggioritaria considera la circonvenzione come un reato di danno, ma si


divide sulla questione del momento in cui l’offesa si verifica. Se si ritiene che l’offesa riguardi la
libertà di determinazione della persona, il momento consumativo coincide con il compimento
dell’atto. Se, invece, si prendono le mosse dalla concezione patrimonialistica del reato, il
perfezionamento si sostanzia con la realizzazione di tutti i requisiti previsti dalla fattispecie
incriminatrice, compreso l’effetto giuridico dannoso conseguente all’atto compiuto.

Capitolo 6 – usura

Nummus (non) parit nummos

La condotta usuraria tradizionalmente è caratterizzata dall’approfittamento della debolezza


economica di una parte nell’ambito di una contrattazione. Il contesto in cui l’usura trova
usualmente attuazione è il contratto a prestazioni corrispettive (tipicamente rappresentato dal
mutuo oneroso: una parte concede all’altra denaro o altre utilità in cambio di interessi); comunque
sia, la prassi ha dimostrato che l’usura si può realizzare anche con vendite, transazioni e altri
negozi giuridici.

L’evoluzione legislative: dal codice Rocco del 1930 alle riforme degli anni ‘90

Vedi libro.

Le nuove fattispecie di usura dopo la legge n. 108 del 1996

A seguito della riforma attuata con la l. n. 108/1996 è condotta usuraria quella di “chiunque, fuori
dai casi preveduti dall’art. 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in
corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari”.

La pena edittale è la sanzione della reclusione da 2 a 10 anni congiunta alla multa da 5000 a
30000 euro. Alla medesima pena soggiace anche chi, fuori dal caso di concorso nel reato, procura
a taluno una somma di denaro o altra utilità facendo dare o promettere o promettere, a sé o ad
altri, per l’attività di mediazione, un compenso usurario.

Poi, il comma 3 prevede che “sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiore a tale limite, e gli
altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo delle concrete modalità del fatto e al tasso medio
praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alle prestazioni di
denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in
condizioni di difficoltà economica o finanziaria”.

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La struttura del delitto di usura così delineato ha dato origine ad un ricco dibattito dottrinale. La
riforma del 1996, che ha modificato profondamente la fisionomia dell’art. 644, ha indotto parte della
dottrina ad individuare due distinte figure di reato: l’ usura c.d. legale o presunta (comma 1) e l’
usura in concreto (comma 3). La prima fattispecie troverebbe applicazione prevalentemente
nell’ambito di obbligazioni pecuniarie e sarebbe integrata con la pattuizione di interessi o vantaggi
superiori ad un limite (il c.d. tasso soglia) predeterminato per legge; la seconda fattispecie, invece,
ricorrerebbe nei rapporti obbligatori aventi ad oggetto non soltanto denaro ma anche altre utilità.

(segue): l’art. 644 comma 1: l’usura c.d. legale ed il tasso soglia

L’usura legale di cui al comma 1 dell’art. 644 si segnala innanzitutto per l’estromissione dagli
elementi costitutivi del reato del requisito dell’approfittamento dello stato di bisogno del soggetto
passivo (contemplato invece nella formulazione del codice Rocco). È con la riforma del 1996 che si
è arrivati all’attuale formulazione: “la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sonjo sempre
usurari”.

Nel caso di obbligazioni pecuniarie si ricorre ad un parametro predeterminato per legge, il tasso
soglia, espresso sotto forma di un valore percentuale rigida nelle modalità di calcolo ma
tendenzialmente variabile nella misura effettiva, in quanto oggetto di aggiornamento a cadenza
trimestrale in base alle contingenti condizioni di mercato. L’art. 2 della l. n. 108/1996 identifica il
tasso soglia nel tasso medio praticato nel trimestre precedente da Banche e intermediari
finanziari riconosciuti in relazione ad operazioni della medesima tipologia. Successivamente, la l.
n. 106/2011, modificando parzialmente la disciplina, stabilisce che il tasso medio sia aumentato di
un quarto, con la previsione di un margine di ulteriori quattro punti percentuali e di una differenza
tra il limite ed il tasso non superiore ad otto punti percentuali.

Nonostante l’apparente linearità della previsione legislativa, che affida alla legge la determinazione
del limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, il sistema di integrazione del precetto
penale predisposto dal legislatore dell’art. 644 ha sollevato dei dubbi circa il rispetto del principio di
legalità, con speciale rifermento al profilo della riserva di legge. Fonti normative di rango
secondario (decreti del Ministero dell’economia e delle finanze) forniscono alla norma
incriminatrice un apporto indispensabile di natura tecnica ed esecutiva, in assenza del quale la
stessa non potrebbe operare. La dottrina ritiene che siano troppo ampi i margini di discrezionalità
che la norma concede agli organi ministeriale e alla stessa Banca d’Italia.

Altri rilievi critici sono stati espressi con riguardo al principio di legalità – tassatività: è stato
evidenziato che i criteri di calcolo del tasso soglia derivanti dalla determinazione ministeriale non
sarebbero univoci, consentendo, attraverso l’impiego di differenti formule matematiche, oscillazioni
significative nella valutazione della medesima pattuizione.

Quanto alla giurisprudenza, sul punto non risultano esserci specifiche pronunce della CC. La
Cassazione ha però dichiarato “manifestamente infondata” l’eccezione di illegittimità costituzionale
sollevata in relazione al combinato disposto degli artt. 644 comma 3 cp e 2 della l. 108/1996 per
contrasto con il principio di riserva di legge. Ad avviso della Suprema Corte la normativa di
riferimento indica analiticamente il procedimento per la determinazione dei tassi soglia, affidando
alla competenza ministeriale soltanto il limitato ruolo di “fotografare” l’andamento dei tassi
finanziari, secondo rigorosi criteri tecnici.

Un ulteriore profilo problematico riguardante la fattispecie di usura c.d. legale, emerge nell’ambito
della contrattazione bancaria, in relazione al computo della c.d. commissione di massimo scoperto
(CMS). Nella prassi bancaria questa espressione indica il corrispettivo pagato dal cliente per
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compensare l’intermediario dell’onere di dover essere sempre in grado di fronteggiare una
improvvisa espansione dell’utilizzo dello scoperto di conto. Alcuni Tribunali di merito,
contrariamente alla prassi bancaria, hanno assunto con il tempo, un orientamento volto a tener
conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese collegate alla erogazione
del credito ai fini del calcolo del tasso di interesse usurario. Questo orientamento si è con il tempo
consolidato, fino ad arrivare alla legge n. 2/2009, che ha espressamente incluso “le commissioni
(…) comunque denominate” (e quindi anche la CMS) nel calcolo del tasso di soglia. Questa
modifica è già stata recepita dalla giurisprudenza di legittimità.

(segue): l’art. 644 comma 3 e l’usura c.d. in concreto

Il comma 3 dell’art. 644 disciplina la fattispecie di usura in concreto, che trova applicazione non
solo nei confronti di obbligazioni pecuniarie ma anche di altri accordi negoziali finalizzati allo
scambio di prestazioni (di beni e di servizi) o di trasferimenti (di beni mobili o immobili) non
suscettibili di immediata quantificazione monetaria (c.d. usura reale).

il carattere usurario della pattuizione è rappresentato dalla sproporzione esistente tra la


prestazione di denaro o di altra utilità corrisposta dal contraente debole e gli interessi o vantaggi o
compensi percepiti dall’agente. Questa sproporzione deve essere valutata in relazione alle
“concrete modalità del fatto” ed al “tasso medio praticato per le operazioni similari”, con la
conseguenza che anche interessi inferiori al limite normativamente previsto potrebbero di fatto
risultare usurari. La norma comunque richiede che il carattere usurario della prestazione sia in ogni
caso valutato in rapporto alle condizioni di “difficoltà economica (da intendersi come situazione
economica complessiva) o finanziaria (equiparabile ad una crisi di liquidità)” del soggetto passivo.
Quindi, la condizione di debolezza economica della vittima è un presupposto costitutivo del reato.

Questa fattispecie di usura attribuisce al giudice margini più ampi di discrezionalità e può
assicurare possibilità di contrasto più efficaci nei confronti di quelle operazioni che sfuggirebbero
alle rigide maglie della disciplina prevista dal comma 1 dell’art. 644.

Gli interessi oggetto di tutela

Nel dibattito dottrinale è particolarmente controversa la questione relativa all’individuazione degli


interessi tutelati dal delitto di usura. La fattispecie in esame, infatti, sembra esprimere un intreccio
tra istanze di tutela, che non sembrano esaurirsi nella sfera strettamente individuale del singolo
contraente, abbracciando una dimensione più ampia.

Il quesito circa la natura giuridica dell’interesse tutelato dall’art. 644 era già presente alla dottrina
coeva all’emanazione del codice Rocco. Era state avanzate soluzioni differenti. C’era chi
sosteneva una dimensione privatistica della condotta usuraria (ferisce il patrimonio privato) e chi,
invece una natura pubblicistica (essendo un fenomeno che vive completamente nel modo
economico).

A fronte di un reato strutturalmente unitario, a seguito della riforma del 1996 parte della dottrina
ha ravvisato la sostanziale indipendenza sul piano applicativo delle ipotesi di cui al comma 1 e al
comma 3 dell’art. 644, giungendo a rilevare l’avvenuta “scissione” tra le due fattispecie
incriminatrici, con conseguente differenziazione anche degli obiettivi di tutela perseguiti. Questa
impostazione sembrerebbe trovare conferma nella difficoltà di rintracciare un unitario “bene
giuridico di categoria” idoneo a riflettere gli scopi di tutela perseguiti dal legislatore.

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Per quanto attiene, in particolar modo, ai casi di usura c.d. legale, in cui il reato è integrato dal
mero superamento di un tasso soglia legislativamente predeterminato, si assisterebbe alla
depatrimonializzazione dell’interesse tutelato e il reato esprimerebbe scopi di tutela di natura
pubblicistico – economica. Invece, nella diversa ipotesi di usura c.d. in concreto, la necessità di
rapportare la prestazione contrattuale alle effettive condizioni economiche del contraente
svantaggiato costituirebbe indice della connotazione in termini privatistico – patrimoniali
dell’interesse oggetto di tutela.

Si deve rilevare che vi sono molte atre tesi e nessuna delle contrapposte posizioni sembra
prevalere. La poliedricità di questo scenario non dovrebbe comunque oscurare l’ effettiva direzione
offensiva della condotta tipizzata dalla norma.

Le circostanze aggravanti

Indicazioni della coesistenza di interessi meritevoli di tutela sia sul piano privatistico che su quello
pubblicistico sono rintracciabili nella disciplina delle circostanze aggravanti che è contenuta nell’art.
644 ult. comma. Si tratta di circostanze ad effetto speciale. Le pene previste per il delitto di
usura sono aumentate da 1/3 alla metà:

1. se il colpevole ha agito nell’esercizio di un attività professionale, bancaria o di


intermediazione finanziaria mobiliare: questo aggravamento di pena è collegato al
possesso da parte dell’agente di particolari qualifiche professionali. Richiede un
collegamento funzionale – non necessariamente continuativo – tra l’esercizio di
determinate attività e la stipulazione di negozi giuridici usurari e lo scopo è quello di
censurare l’abuso di posizioni di privilegio.

2. se il colpevole ha richiesto in garanzia partecipazioni o quote societarie o aziendali o


proprietà immobiliari: la richiesta al debitore di quote societarie o aziendali o di proprietà
immobiliari in garanzia è plausibilmente considerata indice di maggiore pericolosità della
condotta usuraria.

3. se il reato è commesso in danno di chi si trova in stato di bisogno: in giurisprudenza lo stato


di bisogno in funzione di circostanza aggravante è stato ravvisato nel caso di richieste
usurarie ai danni di una coppia di stranieri, già portatrice delle difficoltà proprie di chi è
costretto ad emigrare dal proprio paese per sopravvivere,che versava in precarie condizioni
economiche cagionate dai costi del ricongiungimento del proprio figlio dall’estero.

4. se il reato è commesso in danno di chi svolge attività imprenditoriale, professionale o


artigianale: l’inasprimento del trattamento sanzionatorio previsto da questa aggravante
appare rispondere ad una ratio di tutela uguale e simmetrica a quella che ha ispirato la
prima delle circostanze aggravanti. Si tratta di categorie più esposte ad attraversare crisi di
liquidità temporanee e a rivolgersi a finanziamenti esterni.

5. se il reato è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo alla misura


della sorveglianza speciale durante il periodo previsto di applicazione e fino a tre anni dal
momento in cui è cessata l’esecuzione: non sembrano rintracciabili nella formulazione
legislativa elementi obiettivi a giustificazione dell’aggravamento di pena; la norma,
piuttosto, svela preoccupazioni di difesa sociale, che prescindono dalla responsabilità per il
fatto (la particolare qualità soggettiva dell’agente al momento della condotta sembra esser
stata assunta quale elemento sintomatico di una maggiore pericolosità dell’azione).
60
Questa disciplina rigorosa può essere temperata attraverso il giudizio di bilanciamento tra
circostanze eterogenee di cui all’art. 69.

Tentativo, consumazione e prescrizione

La condotta incriminata dall’art. 644 consiste nel “farsi dare” o nel “farsi promettere” interessi o
vantaggi usurari. Non si richiede che l’iniziativa per il perfezionamento dell’accordo contrattuale e
per la fissazione del corrispettivo illecito provenga direttamente dall’usurario, ma che “sia
riconducibile al suo volere, in quanto da lui pretesa o comunque accettata”. La collocazione del
reato di usura tra i delitti contro il patrimonio mediante frode non deve intendersi necessaria
qualificazione in termini fraudolenti dell’agire dell’usurario, in quanto il soggetto passivo
stipulerebbe il contratto svantaggioso con piena consapevolezza, in assenza di inganno e di
errore.

Il reato è punito a titolo di dolo generico, anche nella forma eventuale, e deve coprire gli elementi
di fatto tipico integranti rispettivamente le due fattispecie di cui al comma 1 e 3 dell’art. 644.
Specificatamente, nell’ipotesi di usura c.d. legale è sufficiente che l’agente si rappresenti
l’avvenuto superamento del tasso soglia legislativamente determinato; nel caso di usura in
concreto, invece, il dolo ha ad oggetto la sproporzione tra le prestazioni reciproche e le condizioni
di difficoltà economica o finanziaria in cui versa il soggetto passivo.

Oggi prevale l’orientamento che sostiene la natura di pericolo del reato di cui stiamo discutendo:
pericolo astratto nel caso della usura c.d. legale e pericolo concreto nelle ipotesi in cui è richiesto
al giudice l’accertamento della sproporzione tra le prestazioni e delle condizioni di debolezza
economica del soggetto passivo.

Ad avviso della dottrina è ammissibile il tentativo, ravvisabile nelle ipotesi in cui l’agente ponga in
atto comportamenti idonei e diretti in modo non equivoco a ottenere dalla controparte la promessa
o la dazione di un prestazione usuraria. La prassi giudiziaria non offre ancora valide conferme

Una questione dibattuta e di significativa rilevanza nella prassi è la consumazione del reato di
usura. Il delitto ha natura istantanea nelle ipotesi in cui alla promessa segua immediatamente la
dazione dei vantaggi usurari, ovvero in caso di contestuale ed integrale adempimento
dell’obbligazione usuraria.

Profili di maggiore problematicità si possono cogliere nelle diverse ipotesi in cui, a fronte di
un'unica pattuizione, la dazione dei compensi usurari non avvenga materialmente in un'unica
soluzione ma sia frazionata nel tempo. Con la riforma del 1996, il legislatore ha introdotto l’art. 644
ter, il quale statuisce che “la prescrizione del reato di usura decorre dal giorno dall’ultima
riscossione sia degli interessi che del capitale”. In questo modo si è preso atto che la dazione
reiterata degli interessi non solo comporta la prosecuzione della condotta incriminata e dei suoi
effetti lesivi, ma denota anche il perdurante assoggettamento della vittima al vincolo contrattuale
illecito, rientrando a pieno titolo nel momento consumativo del reato. questo principio è stato
recepito da una recente pronuncia della Suprema Corte, che ha considerato atti di consumazione
del reato le iniziative processuali di impulso alla procedura esecutiva.

Il delitto di usura è perseguibile d’ufficio. Nelle ipotesi in cui tra le parti della contrattazione illecita
sussistano rapporti familiari può trovare applicazione la più favorevole disciplina prevista dall’art.
649.

Misure patrimoniali, solidaristiche e preventive contro l’usura


61
La presa di coscienza della complessità e dell’insidiosità delle condotte usurarie nello scenario
socio – economico attuale ha sollecitato la predisposizione da parte del legislatore di un articolata
strategia di interventi, di natura essenzialmente patrimoniale.

Dal punto di vista dell’autore del reato, allo scopo di contrastare la circolazione dei proventi illeciti
delle operazioni usurarie e nel contempo di esercitare un effetto dissuasivo rispetto alla
reiterazione della condotta, il legislatore si è avvalso dell’istituto della confisca, consistente
nell’ablazione di beni e di cose nella disponibilità dell’agente.

L’ultimo comma dell’art. 644 dispone che, nel caso di condanna o di applicazione della pena su
richiesta dalle parti ai sensi dell’art. 444 cpp per il delitto di usura, “è sempre ordinata la confisca
dei beni che costituiscono prezzo o profitto del reato ovvero di somme di denaro, beni ed utilità di
cui il reo ha disponibilità anche per interposta persona per un importo pari al valore degli interessi
o degli altri vantaggi o compensi usurari, salvi i diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni
e al risarcimento dei danni”. E’ importantissima, per le sue implicazioni pratiche, la confisca
obbligatoria, che si caratterizza per un potenziamento dell’efficacia specialpreventiva della
misura, ottenuta mediante la sua estensione anche al profitto oltre che al prezzo del reato, in
parziale deroga alla disciplina generale dettata dall’art. 240 cp.

Molto importante è l’introduzione in materia di usura di una fattispecie di confisca c.d. per
equivalente: nei casi in cui risulta obiettivamente impossibile recuperare direttamente i beni
costituenti il prezzo o il profitto del reato, si agisce nei confronti di generiche utilità patrimoniali “di
cui il reo ha la disponibilità”, nei limiti del valore corrispondente agli interessi e compensi usurari
oggetto di pattuizione.

La normativa vigente offre un ulteriore e ancor più estesa ipotesi di confisca, quella c.d. speciale o
allargata. Tale tipologia di confisca è stata introdotta nel nostro ordinamento in concomitanza con
alcuni interventi legislativi finalizzati al contrasto della criminalità organizzata. La confisca c.d.
allargata è applicabile a denaro e utilità “di cui il condannato non può giustificare la provenienza” e
di cui “risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al
proprio reddito (…) o alla propria attività economica”. Questa figura è essenzialmente finalizzata a
contrastare il possesso ingiustificato di patrimoni ingenti, indice in buona misura presuntivo di
attività delittuose.

Dal punto di vista delle vittime – attuali e potenziali –, invece, il legislatore ha predisposto strategie
di intervento in una duplice prospettiva: solidaristica e preventiva.

Con la legge 108/1996 è stato istituito il Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura: consente
l’erogazione di mutui senza interesse di durata non superiore al decennio a favore di soggetti che
esercitano attività imprenditoriale, commerciale o artigianale, oppure anche libere professioni o
arti, divenuti vittime di usura. Attraverso questo fondo vengono distribuite somme di denaro
proporzionato ai danni che le vittime hanno subito. Beneficiari di questo fondo possono essere solo
le vittime che siano divenute parti offese nel relativo procedimento penale.

Inoltre il legislatore ha istituito anche il Fondo per la prevenzione del fenomeno dell’usura presso il
Ministero del Tesoro. L’attività di questo fondo è finalizzata al finanziamento di speciali fondi di
sostegno antiusura. L’art. 15 della l. 108/1996 disciplina nel dettaglio l’utilizzazione di questa
risorse, destinate in parte a favore di appositi fondi speciali (i c.d. Confidi), ed in parte a favore di
fondazioni ed associazioni riconosciute ed impegnate nella prevenzione del fenomeno usurario. Si
tratta di uno strumento che ha come scopo risollevare le piccole – medio imprese a elevato rischio
finanziario.
62
Nonostante questi dati normativi rassicuranti, le indagini criminologiche avvertono che l’usura si
segnala quale reato caratterizzato da un elevatissima cifra oscura, nonostante l’incremento delle
denunce da parte delle vittime.

Capitolo 7 – danneggiamento

Quadro d’insieme

I fatti di danneggiamento compaiono nel codice penale in un gran numero di fattispecie


incriminatrici e di circostanze aggravanti. Nel titolo XIII vengono in rilievo offese che incidono
esclusivamente sul valore patrimoniale della cosa danneggiata. Nel complesso si tratta di delitti
non gravi, come dimostrano i limiti di pena che si attestano nella fascia medio – bassa.

La perseguibilità è a querela della persona offesa, salvo il caso in cui concorra taluna delle
circostanze aggravanti o nelle ipotesi di cui agli artt. da 635 ter a 635 quinques, nel qual caso si
procede di ufficio.

La punizione del danneggiamento è limitata ai soli fatti dolosi. La previsione di fatti di


danneggiamento puniti a titolo di colpa è infrequente e riguarda ipotesi contravvenzionali o delitti
contro l’incolumità pubblica.

Danneggiamento comune

La figura – base di danneggiamento è prevista dall’ art. 635, che incrimina “chiunque distrugge,
disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inseribili cose mobili o immobili altrui”. Il bene
giuridico tutelato è l’ integrità della cosa. Si tratta di un reato comune; soggetto attivo può quindi
essere chiunque.

In dottrina si discute se possa rendersi responsabile del delitto anche il proprietario che danneggi
una cosa propria su cui esercita un diritto di godimento. La tesi tradizionale esclude questa
possibilità. Negli indirizzi più recenti, invece, che sono volti ad affiancare al concetto al concetto di
altruità quello di proprietà, sembrerebbe ammettersi la possibilità che il proprietario possa
danneggiare, ad esempio, beni propri in possesso di altri.

Soggetto passivo è il proprietario della cosa e la persona che eventualmente sia titolare di un
diritto reale o personale di godimento.

Il danneggiamento è strutturalmente un reato di danno a forma libera. Quindi, sono indifferenti le


modalità di realizzazione; teoricamente, può essere realizzato anche mediante omissione da parte
di un soggetto garante dell’integrità del bene.

Il danno rilevante per l’art. 635 è descritto attraverso la previsione di una serie di eventi in
progressione dal più grave al più lieve: distruzione, dispersione, deterioramento, inservibilità.
Distruggere significa annientare la cosa nella sua materialità (es: la cosa viene demolita,
frantumata). Disperdere equivale a rendere una cosa non più recuperabile per l’avente diritto o a
renderla recuperabile con particolare difficoltà. Deteriorare significa modificazione materiale della
cosa implicante un peggioramento qualitativo che ne riduce in maniera apprezzabile valore e
utilizzabilità (es: mutilazione di una statua). Invertibilità totale si ha quando la cosa non può più
essere usata; invertibilità parziale, invece, quando la cosa non può essere utilizzata per alcuni suoi
impieghi. Non richiede che il danno sia irreversibile.
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Il problema classico dei delitti di danneggiamento è stabilire la dimensione minima del danno, al di
sotto del quale l’offesa tipica non si configura. Questa questione non si pone in relazione alle
ipotesi di distruzione, inservibilità o dispersione, dove il danno ha, per definizione, dimensioni
facilmente valutabili; si pone, invece, in caso di deterioramento, in cui l’apprezzabilità della lesione
collegata al problema di misura della diminuzione dell’utilizzabilità o del valore della cosa. In
giurisprudenza si ritiene che il danno rilevante ai sensi dell’art. 635 corrisponde ad una lesione
apprezzabile in maniera concreta, tale da integrare un alterazione strutturale o funzionale del
bene. A mo’ di criterio generale, la soglia minima di rilevanza del danno può essere fatta
corrispondere a una riduzione non insignificante della capacità del bene danneggiato di soddisfare
i bisogni del proprietario. Questa valutazione dovrà essere compiuta tenendo conto della diversa
natura delle cose su cui il fatto cade, e facendo riferimento alle valutazioni oggettive dominanti in
un dato ambiente sociale.

Oggetto materiale del reato sono le cose mobili o immobili altrui (anche le energie aventi valore
economico). Non sono, invece, cose suscettibili di danneggiamento ai sensi dell’art. 635 i beni
immateriali (es: diritti, invenzioni, scoperte); mentre lo sono i documenti, gli esemplari e i modelli in
cui tali beni sono incorporati.

Per la configurazione de reato non rilevano solo i beni aventi valore patrimoniale, ma anche quelli
aventi valore di mera affezione.

Il reato può riguardare sia i beni pubblici che i beni privati. Resta fuori dall’ambito di applicazione
della norma il danneggiamento di res nullius, res derelictae, res communes omnium.

Il danneggiamento è delitto a dolo generico. Il dolo consiste nella coscienza e volontà di


distruggere, disperdere, deteriorare o rendere inservibile in tutto o in parte una cosa mobile o
immobile altrui. Non richiede che il fatto sia stato commesso per conseguire una qualche utilità
personale o patrimoniale (dolo specifico), quale componente psicologica aggiuntiva.

Quando il danneggiamento costituisce il mezzo di perseguimento di un dato fine, possono sorgere


problemi di distinzione tra la figura dell’art. 635 e altre figure di reato (es: delitto di furto nel caso in
cui l’uso della cosa sottratta implichi la sua distruzione).

Circostanze aggravanti

L’art. 635 co 2 prevede un catalogo numeroso di circostanze aggravanti, le quali rendono il reato
perseguibile d’ufficio, quando il danneggiamento è commesso:

 con violenza alla persona o con minaccia: secondo la dottrina è necessario che violenza e
minaccia siano dirette a rendere possibile l’esecuzione del danneggiamento o costituiscano
il mezzo per vincere l’altrui resistenza (es: neutralizzando la vittima); invece, la
giurisprudenza, di norma, nega la necessità di questo vincolo strumentale o modale,
ritenendo sufficiente che violenza e minaccia siano poste in essere in un momento
antecedente o contestualmente al fatto generatore del danneggiamento.

 su edifici pubblici o destinati a uso pubblico o all’esercizio di un culto o su cose di interesse


storico o artistico ovunque siano ubicate o su immobili compresi nel perimetro dei centri
storici ovvero su immobili i cui lavori di costruzione, di ristrutturazione, di recupero o di
risanamento sono in corso o risultano ultimati, o su altre delle cose indicate al numero 7
dell’art. 625: edifici pubblici o destinati a uso pubblico sono quelli di proprietà o in
conduzione dello Stato o di altro ente pubblico o che servono a funzioni pubbliche. Edifici
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destinati all’esercizio del culto di intendono quelli, privati o pubblici, in cui viene praticato il
culto di una qualsiasi religione.

 sopra opere destinate all’irrigazione.

 sopra piantate di viti, di alberi o arbusti fruttiferi, o su boschi, selve o foreste, ovvero su
vivai forestali destinati al rimboschimento: per la sussistenza di questa aggravante è
sufficiente che sia stato danneggiato alcuno degli elementi arborei, sempre però che la
condotta non riguardi la singola pianta. Se il fatto è commesso mediante appicca mento di
fuoco o con l’unico fine di danneggiare si applica l’art. 635 aggravato della norma in esame.
Se dal fatto sorge il pericolo di un incendio ricorre il delitto di danneggiamento seguito da
incendio ex art. 424 ult. comma. Se l’agente, animato dallo scopo di danneggiare la cosa
altrui mediante il fuoco, ha voluto cagionare un incendio, risponde di incendio doloso ex art.
423 o di incendio boschivo ex art. 423 bis. Sembra doversi escludere il concorso tra il reato
di incendio boschivo e quello di danneggiamento comune: tra queste due ipotesi sussiste
un rapporto di specialità ai sensi dell’art. 15 cp, che determina la prevalenza dell’art. 423
bis sull’art. 635 (l’appiccamento di un incendio importa necessariamente anche la
realizzazione del danneggiamento del bosco e, più in generale, del patrimonio boschivo
nazionale protetto dall’art. 423 bis).

Il danneggiamento aggravato è punito con la pena della reclusione dai 6 mesi ai 3 anni. Il comma 3
dell’art. 635 disciplina un ipotesi particolare di sospensione condizionale della pena,
prevedendo che in caso di danneggiamento aggravato questa debba essere “subordinata
all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, ovvero, se il condannato non si
oppone, alla prestazione di attività non retribuita a favore della collettività per un tempo
determinato, comunque non superiore alla durata della pena sospesa, secondo le modalità
indicate dal giudice nella sentenza di condanna”.

La questione del danneggiamento delle risorse idriche

È intorno alla metà del secolo scorso che la magistratura, nel tentativo di fronteggiare gli effetti
sull’ambiente prodotti da attività economico – industriali, fece ricorso, in assenza di una specifica
normativa di settore, ad alcune norme codicistiche, tra cui l’art. 635 n. 3 in relazione all’art. 625 n.
7. Ancora oggi, pur in presenza di una specifica disciplina ambientale, si hanno casi di
applicazione del delitto di danneggiamento. Il ricorso al danneggiamento comune per la
repressione dei danni alle risorse naturali, in particolare alle risorse idriche, risulta eccentrico
rispetto allo scopo della norma (proteggere beni appartenenti al patrimonio di qualcuno). Avendo,
però, riguardo al regime giuridico dei beni appartenenti al demanio dello Stato, possono
considerarsi come cose rientranti in una sfera patrimoniale altrui facente capo allo Stato appunto.

Vengono in rilievo, innanzitutto, i beni afferenti al demanio marino (lido del mare, spiaggia, porti e
rade, lagune, canali utilizzabili per uso marittimo) e i beni afferenti al demanio idrico (fiumi e corsi
d’acqua minori, torrenti, laghi e altre acque sorgenti sia superficiali che sotterranee, alvei e rive che
li delimitano). La giurisprudenza di legittimità ammette la configurazione del delitto di
danneggiamento sulla base di un equiparazione tra mare territoriale e demanio, in quanto entrambi
soggetti alla sovranità dello Stato. Quest’ultimo sarebbe portatore di un interesse all’integrità del
mare territoriale, sia per quanto riguarda la conservazione come risorsa naturale e la duratura
fruizione da parte di tutti, sia per poterne disporne iure imperii nei casi previsti dalla legge.

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Il danneggiamento delle risorse ambientali, nella maggior parte delle ipotesi, si presenta come il
risultato del progressivo convergere e stratificarsi di contributi inquinanti reiterati e perduranti nel
tempo, tali da produrre effetti apprezzabili in termini di danno ai sensi dell’art. 635 solo se collegati
cumulativamente con altri.

Nella prassi esiste una certa convergenza nel ritenere che non sia sufficiente una qualsiasi
contaminazione delle acque anche di scarsa entità, ma che il danno debba consistere in un
alterazione strutturale delle caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche della risorsa, che ne
menomi in misura apprezzabile valore o utilizzabilità per gli usi ecologici o umani cui è o potrebbe
essere destinata. È irrilevante che il danno non sia irreversibile. Il danno si configura sia sotto
forma di ridotta utilizzabilità del corso d’acqua, sia sotto il profilo del costo necessario per le spese
di bonifica e di depurazione per ridare ad esso la sua condizione normale.

È stato giudicato penalmente rilevante anche il contributo causale di immissioni inquinanti


successive alla realizzazione dell’evento tipico, che hanno aggravato il pregresso stato di
compromissione della risorsa idrica.

Nella descrizione del danno dell’art. 635 viene in rilievo la questione se sia dato riconoscere un
qualche significato ai valori – soglia normativamente tipizzati (di concentrazione o di quantità di
immissioni inquinanti, ecc.) previsti da leggi speciali in materia di acque. Secondo l’indirizzo
maggioritario le soglie poste da leggi speciali non hanno alcuna rilevanza ai fini della ricostruzione
dell’evento del danneggiamento e valgono esclusivamente quali elementi di tipizzazione dei reati
che ne sanzionano il superamento. Se la compromissione ambientale derivante dal superamento
dei valori – soglia è tale da attingere, di per sé sola, un livello di offensività rilevante ai sensi
dell’art. 635, sarà oggetto di accertamento da svolgere caso per caso.

Il delitto di danneggiamento comune può, eventualmente, concorrere con le fattispecie di reato che
puniscono gli scarichi ultra – tabellari.

Uccisione o danneggiamento di animali altrui

L’ art. 638 co 1 punisce, salvo che il fatto costituisca più grave reato, “chiunque senza necessità
uccide o rende inservibili o comunque deteriora animali che appartengono ad altri”.

In questa disposizione l’animale viene in rilievo in una prospettiva patrimonialistica, come essere
vivente “in proprietà” di altri. Estranea a questa fattispecie è l’uccisione o il danneggiamento di
animali allo stato libero o abbandonati. Si tratta di un reato d’evento a forma libera, essendo
indifferenti i mezzi e le modalità di realizzazione. Soggetto attivo può essere chiunque, ad
eccezione del proprietario. Soggetto passivo può essere qualsiasi titolare di un diritto reale o
personale di godimento sull’animale.

Inservibilità si ha quando l’animale viene reso del tutto o in parte inutilizzabile o inidoneo a
procurare un qualche profitto, per un tempo apprezzabile o in modo definitivo. Deterioramento è
qualsiasi significativa alterazione della qualità dell’animale.

L’uccisione o il danneggiamento dell’animale integrano in delitto in esame solo quando vengono


commesse “senza necessità”.

L’elemento soggettivo è il dolo.

Il reato, nella fattispecie semplice, è perseguibile a querela ed è punito con la multa da 258 a 2582
euro o con la permanenza domiciliare da 6 a 30 giorni, ovvero con il lavoro di pubblica utilità;
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invece, nella fattispecie aggravata si procede d’ufficio e la pena è la reclusione da 6 mesi a 4 anni
(è aggravato “se il fatto è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria,
ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria” ex art. 638 co 2).

L’ultimo comma dell’art. 638 prevede una causa speciale di non punibilità per “chi commette il
fatto sopra volatili sorpresi nei fondi da lui posseduti o nel momento in cui gli recano danno”.

Lo spazio applicativo del delitto in questione, nell’assetto di tutela penale degli animali come
ridefinito dalla legge 189/2004, risulta eroso dalle nuove incriminazioni degli artt. 544 bis
(“uccisione”) e 544 ter (“maltrattamento di animali”). Il contenuto normativo ci dice che si tratta
proprio di reati contro gli animali. In particolare, la previsione della punibilità del proprietario per
l’uccisione ingiustificata di un proprio animale e della punibilità del maltrattamento realizzato
cagionando una lesione/malattia all’animale (anche indolore), consentono di cogliere la prospettiva
della tutela nella protezione autonoma della vita e dell’integrità dell’animale, come essere vivente.
Si tratta di un assetto di tutela ampio e capace di assorbire la dimensione patrimoniale dell’offesa
connessa all’art. 638.

Allorchè venga cagionato un mero danno all’estetica del’animale, il fatto è inquadrabile all’interno
dell’art. 639 (es: l’animale viene tosato in modo ridicolo, colorato), salvo che per le modalità di
realizzazione integri un autentica ipotesi di maltrattamento punibile ai sensi dell’art. 544 ter (es:
taglio ingiustificato della coda o delle orecchie).

Deturpamento o imbrattamento di cose altrui

L’ art. 639 punisce la forma più lieve di danneggiamento prevista dal codice penale, il fatto di chi,
“fuori dai casi previsti dall’art. 635, deturpa o imbratta cose mobili altrui”. Deturpare significa
deformare l’aspetto estetico di un oggetto, rendendolo brutto e disarmonico, in base ad una
valutazione obiettiva. Imbrattare allude al fatto di insudiciare, insozzare, con pregiudizio della
pulizia della cosa. Se la modifica ha valore artistico, il reato non si configura.

Rispetto al reato di danneggiamento comune è una figura sussidiaria. La differenza tra essi può
essere colta su un duplice piano. Dal punto di vista qualitativo, l’evento dell’art. 639 è confinato nei
termini di una superficiale alterazione del valore estetico della cosa o della nettezza del bene altrui
e non intacca l’integrità materiale; dal punto di vista quantitativo, deve trattarsi di un
deterioramento reversibile, facilmente e completamente eliminabile e che non pregiudichi
l’utilizzabilità e il pregio della cosa.

Esempio applicativo: muri imbrattati con spray facilmente rimovibili.

È connotata da un maggiore disvalore la figura aggravata del deturpamento o imbrattamento di


cose di interesse storico o artistico, che viene punito con la reclusione da 3 mesi a 1 anno e con la
multa da 1000 a 3000 euro. Le fattispecie aggravate sono perseguibili d’ufficio.

Capitolo 8 – tutela del patrimonio immobiliare

Quadro d’insieme

Per la protezione del patrimonio immobiliare il codice penale prevede poche figure delittuose
dolose che possono essere distinte in due categorie, a seconda delle modalità di lesione:

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1. fatti di spoglio, consistenti nella sottrazione di una porzione di un bene immobile altrui
perpetrata mediante usurpazione (art. 631) o nella deviazione di acque e modificazione
dello stato dei luoghi (art. 632);
2. fatti di turbativa del godimento, realizzati mediante invasione di terreni o edifici (art. 633),
turbativa violenta del possesso (art. 634), introduzione o abbandono di animali nel fondo
altrui e pascolo abusivo (art. 636), ingresso abusivo nel fondo altrui (art. 637).

L’interesse protetto è il possesso di beni immobili. Le fattispecie apprestano una tutela anticipata
rispetto alla lesione effettiva. I livelli sanzionatori si collocano nella fascia medio – bassa. I reati di
spoglio sono puniti più severamente rispetto ai reati di turbativa.

Usurpazione

Il delitto di usurpazione (art. 631) consiste nel fatto di chi “per appropriarsi, in tutto o in parte,
dell’altrui cosa immobile, ne rimuove o altera i termini”. L’applicazione oggi è molto limitata.

In dottrina si afferma che autore del delitto possa essere solo il possessore o il detentore del
terreno adiacente, essendo gli unici in grado di appropriarsi di un fondo altrui. Tuttavia, non
sembrano esserci ragioni per escludere che il reato possa essere commesso da chiunque.

Soggetto passivo è il possessore del fondo usurpato; nel caso di proprietà disgiunta dal possesso,
il soggetto passivo è sia il proprietario che il possessore.

Il reato è strutturalmente di pericolo: sono incriminati comportamenti che non implicano ancora
spoglio definitivo dell’immobile, ma sono ad essi propedeutici.

Il reato può essere commesso solo su immobili delimitati da termini, cioè da cose, naturali o
artificiali, incorporate nel terreno ad opera dell’uomo o per nascita o per formazione, destinate a
rappresentare la linea di confine tra i beni immobili.

La condotta consiste nella rimozione o nella alterazione dei termini fondiari, attraverso la quale
l’agente sottrae in tutto o in parte il possesso dell’immobile. La manomissione deve aver
compromesso la funzione delimitativa dei termini.

Elemento soggettivo del reato è il dolo, avente ad oggetto la rimozione o l’alterazione dei termini
realizzate con la consapevolezza della loro funzione di delimitazione fondiaria, e il dolo specifico
di appropriazione. Se la manomissione è compiuta non per una finalità appropriativa, ma al fine di
esercitare un preteso diritto, l’agente risponde, laddove sussistano i requisiti, del reato di esercizio
arbitrario delle proprie ragioni ex art. 392.

La procedibilità è a querela della persona offesa.

Deviazione di acque e modificazione dello stato dei luoghi

L’ art. 632 incrimina chiunque devia acque, ovvero immuta nell’altrui proprietà lo stato dei luoghi, al
fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto.

L’interesso protetto è il possesso di beni immobili, oggetto di proprietà – pubblica o privata – o di


diritti reali o personali di godimento. Autore può essere chiunque, escluso il proprietario stante
l’espressa dizione della norma secondo cui la modificazione dei luoghi deve avvenire nell’altrui
proprietà. Soggetto passivo è il possessore o l’avente diritto sull’immobile. Se questi sono persone
diverse, entrambi sono considerati soggetti passivi del reato.

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Si ha deviazione di acque quando lo stato di possesso delle acque viene mutato in modo
permanente o saltuario mediante una modificazione materiale del loro corso, senza che ne venga
modificata la natura immobiliare quale massa complessiva nel suo flusso continuo e naturale. Il
delitto non viene meno se, dopo la deviazione a scopo di profitto, l’acqua sia ritornata nel suo
alveo o bacino.

Controversa è la qualificazione giuridica del fatto nel caso di prelievo non autorizzato di acque o di
utilizzazione in maniera difforme dal consentito. Alcune decisioni hanno ritenuto sussistente il
delitto di deviazione di acque, oltre il delitto di furto. Però, dopo l’introduzione dell’illecito
amministrativo che vieta la derivazione o l’utilizzazione di acqua pubblica senza un provvedimento
autorizzativo o concessorio dell’autorità competente, secondo un indirizzo giurisprudenziale in
caso di prelevamento abusivo si configurerebbe solo questa fattispecie

Per modificazione dello stato dei luoghi si intende qualsiasi apprezzabile alterazione di terreni –
rustici o urbani – nella fisionomia o nell’andamento planimetrico e altimetrico, che faccia ad essi
assumere, sia pure in parte, forme e condizioni diverse da quelle originarie. È necessario che la
modificazione apportata sia di tale entità da determinare conseguenze dannose sull’integrità
dell’immobile e sull’accertamento dei diritti sugli stessi spettanti.

Si tratta di un reato eventualmente permanente. Di regola, si consuma nel momento in cui si


devia l’acqua o si modifica lo stato dei luoghi. L’art. 632 richiede il dolo generico e il dolo
specifico di ingiusto profitto per sé o per altri. La procedibilità è a querela della persona offesa.

Invasione di terreni o di edifici

L’ art. 633 incrimina “chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al
fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto”. A questa norma si è fatto ricorso in ipotesi di
occupazioni collettive di terre, fabbriche, scuole, ecc. L’interesse tutelato è il possesso
dell’immobile da parte di chi vanti su di esso la proprietà o altro diritto reale o personale di
godimento. Il reato può essere commesso anche dal proprietario del bene, il quale abbia
arbitrariamente invaso un terreno o un immobile di cui altri abbia il possesso. Soggetto passivo è il
possessore.

Per invasione si intende l’introdursi di persone che comporti una concreta ed apprezzabile
limitazione della disponibilità e delle facoltà di godimento dell’immobile spettanti al titolare. In alcuni
casi può essere sufficiente l’occupazione di alcune porzioni dell’immobile.

È vero che nel normale uso linguistico il termine “invasione” indichi una condotta collettiva, tuttavia
la norma si ritiene applicabile anche ad occupazioni realizzate da una sola persona (es:
occupazione abusiva di un appartamento).

Controversa è la sussistenza del reato nell’ipotesi di permanenza nell’immobile quando l’accesso


sia avvenuto legittimamente. La giurisprudenza ammette la configurabilità della fattispecie, sulla
base di un interpretazione estensiva dl termine invasione, qualora la permanenza nell’immobile
altrui si sia protratta dopo l’ingiunzione di sgombero del proprietario o l’ordine della pubblica
autorità.

Secondo alcuni si tratta di un reato istantaneo con effetti permanenti, che si consuma nel momento
in cui si realizza la condotta arbitraria. Un altro indirizzo richiede il protrarsi dell’invasione per un
tempo, anche breve, ma significativo.

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Non ogni invasione integra il reato, ma solo quella che avviene arbitrariamente  secondo la
giurisprudenza maggioritaria il requisito dell’arbitrarietà sarebbe un elemento di tipicità del reato
(c.d. elemento d’illiceità espressa). In dottrina viene proposta una lettura di questo requisito
mirante a delimitare l’area di rilevanza della norma con riguardo a ragioni ed interessi ulteriori
rispetto a quelli considerati dalle scriminanti codificate. La formula dell’arbitrarietà farebbe
riferimento ad un giudizio sulla riprovevolezza sociale del fatto. Quindi, “arbitrario” sarebbe
l’ingresso realizzato con modalità che, secondo un modo di pensare comune nel corpo sociale, si
distacca dalle regole che definiscono condizioni e limiti all’introdursi in un immobile altrui. Sulla
base di questo criterio la giurisprudenza ha escluso il reato, ad esempio, in caso di occupazione
non violenta di un istituto scolastico posta in essere contro la volontà del preside dalla maggior
parte degli studenti che lo frequentano, volta a consentire lo svolgimento di dibattiti concernenti la
scuola e aperti a insegnanti e genitori.

Il dolo del delitto si compone, oltre che della consapevolezza dell’illegittimità dell’invasione, della
finalità di occupare, anche temporaneamente, l’immobile o di trarne altrimenti profitto (dolo
specifico). “Occupare” significa subentrare nel possesso dell’immobile, estromettendo totalmente o
parzialmente l’avente diritto. è controverso quale possa essere il profitto, diverso dall’occupazione,
rilevante per la configurabilità del reato. Secondo l’orientamento maggioritario, il profitto
abbraccerebbe ogni vantaggio ideale in genere (es: finalità dimostrative, di protesta, di
rivendicazione).

La perseguibilità è a querela della persona offesa. si procede d’ufficio “se il fatto sia commesso da
più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata, ovvero da più di dieci persone,
anche non armate” e se il delitto riguarda terreni, fondi o edifici pubblici o destinati a uso pubblico.

Turbativa violenta del possesso o di cose immobili

L’ art. 634 incrimina chiunque, fuori dai casi indicati dall’art. 633, turba, con violenza alla persona o
con minaccia, l’altrui pacifico possesso di cose immobili. Ai sensi del comma 2 si considera
violenta la turbativa anche nel caso in cui sia compiuta da più di dieci persone. La perseguibilità è
d’ufficio.

Soggetto attivo del reato può essere chiunque. Soggetto passivo è chi ha il possesso “pacifico”
dell’immobile (cioè non acquisito non modalità illecite).

Si tratta di un reato di danno. Violenza e minaccia sono modalità della condotta, mediante le quali
è realizzata la turbativa. Non integrano ipotesi di molestia gli atti giudiziari o stragiudiziali.

Non ogni ipotesi di invasione violenta può essere ricondotta al reato in esame, dal momento che
l’art. 634 ne riserva espressamente l’applicabilità fuori dai casi indicati dall’art. 633. Secondo
l’interpretazione corrente, l’invasione violenta integra la fattispecie in esame quando non è diretta
ad occupare l’immobile o a trarne altro profitto.

Introduzione o abbandono di animali nel fondo altrui e pascolo abusivo

L’ art. 636 incrimina fatti di turbativa del possesso di terreni realizzati mediante animali. Nel
complesso viene apprestata una tutela molto ampia e anticipata. Viene punito chiunque introduce
o abbandona animali in gregge o in mandria nel fondo altrui (comma 1); e chi introduce o
abbandona anche un singolo capo di bestiame per farlo pascolare, purchè appartenete a quella
specie di animali che, se riuniti, formano un gregge o una mandria (comma 2). Il pascolo e il

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danneggiamento del fondo, conseguente alla presenza degli animali, costituiscono circostanze
aggravanti.

Autore del reato può essere chiunque, anche il proprietario del fondo invaso nel caso in cui abbia
trasferito ad altri il godimento. Soggetto passivo è il possessore dell’immobile. È indifferente il
modo in cui gli animali vengono fatti entrare. La fattispecie del comma 1 è a dolo generico, quella
del comma 2 a dolo specifico. Si tratta di reati istantanei, che si consumano nel momento
dell’introduzione o dell’abbandono.

Ingresso abusivo nel fondo altrui

L’art. 637 incrimina “chiunque senza necessità entra nel fondo altrui recinto da fosso, da siepe
viva o da altro stabile riparo”.

Soggetto attivo può essere chiunque non abbia il possesso del fondo, compreso il proprietario nel
caso in cui abbia concesso ad altri il godimento del terreno. Soggetto passivo è il possessore del
fondo.

Il divieto di ingresso riguarda i fondi rustici e urbani. Non deve trattarsi di terreni di pertinenza di
abitazioni o di altro luogo di privata dimora, ricorrendo in questo caso il delitto di violazione di
domicilio (art. 614).

Presupposto del reato è che il fondo sia recintato, anche non completamente, ma in modo tale che
risulti chiara l’intenzione del possessore di interdire l’ingresso agli estranei. Per riparo si intende
qualsiasi cosa, naturale o artificiale, incorporata stabilmente nel terreno ad opera dell’uomo. Il
reato non si configura nel caso di fondi non recintati.

Per la configurabilità del reato è sufficiente il superamento della recinzione, non richiedendosi che
si verifichi un danno o un pericolo di danno al terreno e nemmeno la compromissione delle attività
che il titolare può svolgervi.

Il possesso sul fondo non è tutelato ad oltranza, ma solo contro l’ingresso che avviene senza
necessità. Il richiamo alla necessità non allude alla scriminante dell’art. 54 cp, ma costituisce
elemento di illiceità speciale e ricomprende ogni motivo che spinga a compiere l’ingresso per la
realizzazione di un interesse che nel caso concreto possieda un valore sociale non inferiore – o
paragonabile – all’interesse al pieno godimento dell’immobile.

Capitolo 9 – ricettazione

La ricettazione: origini ed evoluzioni della fattispecie

Il delitto di ricettazione guadagna autonomia giuridica con il codice Rocco del 1930. Fino ad
allora, la cifra repressiva della fattispecie era contrassegnata, in primo luogo, dalla accessorietà
giuridica e concettuale al reato cui la ricettazione naturalisticamente si “aggancia” quale posterius
fenomenologico. Ulteriore profilo di dipendenza normativa, in termini di sussidiarietà della norma,
deriva dalla clausola di residualità rispetto al favoreggiamento, che rendeva la ricettazione una
sorta di minus dell’incriminazione principale volta a reprimere ogni forma di auxilium teso a mettere
al sicuro l’autore o il futuro reato.

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La prima emancipazione del reato si ebbe con il codice zanardelli, ma è solo con il codice del ’30
che si supera l’impostazione originaria che vede l’intercettazione come figura accessoria al delitto
presupposto e al favoreggiamento.

Il bene giuridico tutelato tra collocazione sistematica della norma e ratio dell’incriminazione

La ricettazione è un reato a presidio di interessi patrimoniali. La collocazione sistematica del


reato e la corretta individuazione dell’oggetto giuridico della ricettazione rappresentano ancora
oggi questioni dibattute.

La principale obiezione mossa dalla scienza penalistica riguardano la sua inclusione nei delitti
contro il patrimonio mediante frode, dal momento che, si osserva, l’elemento ingannatorio non
costituisce un requisito strutturale, neanche implicito, della fattispecie. Richiamando la tipologia
dell’aggressione, il reato di ricettazione andrebbe forse spostato nel nuovo insieme di “delitti di
perpetuazione di una situazione antigiuridica”, anche definiti “delitti di perpetuazione e
consolidamento di una situazione patrimoniale pregiudizievole creatasi con la commissione di
precedenti reati”. L’offesa della ricettazione risiederebbe nella persistenza, o nel relativo
aggravamento, delle conseguenze dannose derivate da precedente reato.

Le ragioni dell’incriminazioni sono state identificate dalla dottrina nella tutela di interessi di natura
patrimoniale, sottolineando l’esigenza di “evitare la dispersione di oggetti provenienti da delitto,
conseguente alla loro circolazione”, oppure la “prospettiva preventiva”, secondo la quale punire i
fatti a valle renderebbe meno appetibile la commissione del delitto a monte sulla base della
difficoltà di mettere poi a frutto le cose provenienti dal delitto stesso. Secondo un'altra lettura, che
nega una esclusiva lesione di interessi patrimoniali, l’oggettività giuridica sarebbe ancorata
all’interesse pubblicistico del “sollecito accertamento dei reati e alla persecuzione dei colpevoli”.
Quindi, in alcuni casi si è scelto di recuperare per la ricettazione la definizione di “reato senza
offesa”, mancando un vero e proprio bene giuridico sotteso; in altri casi, invece, si è richiamato il
criterio della plurioffensività.

A questa varietà di posizioni dottrinali, corrisponde una giurisprudenza assestata sul


riconoscimento della oggettività giuridica nell’ interesse di garantire il diritto del privato contro
l’intervento di attività estranee al delitto anteriore, capaci di portare alle estreme
conseguenze il pregiudizio già provocato e di rendere più difficoltoso il recupero del
prodotto di esso. È questa un interpretazione molto estensiva che ha portato, ha detta di taluni,
ad un progressivo ampliamento del perimetro della fattispecie.

A ben vedere, però, la difficoltà di accreditare alla ricettazione una specifica carica offensiva
tradisce la poliedricità delle funzioni riconosciute, di volta in volta, alla fattispecie. Anche senza
voler dare preminenza assoluta al dato formalistico della topografia del codice, non pare possa
negarsi che la tutela di interessi patrimoniali rappresenti il focus principale della norma,
concordando sul fatto che “in fondo nella ricettazione si continua a perpetuare il mantenimento
della situazione lesiva del patrimonio creata con la consumazione del delitto presupposto”.

I soggetti attivi: la ricettazione come reato a “soggettività ristretta”

La ricettazione è configurata come reato comune, in quanto la norma non richiede qualifiche
soggettive specifiche in capo al soggetto agente. Tuttavia, si deve osservare come la clausola di
riserva “fuori dai casi di concorso nel reato” espunga alcune posizioni soggettive, ridisegnando la
ricettazione come delitto a soggettività ristretta.

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L’incipit normativo “fuori dai casi di concorso nel reato” costituisce il c.d. presupposto negativo
della ricettazione. Sono esclusi dal raggio di azione dell’art. 648 autori e compartecipi del reato a
monte. Per questi, le condotte tipizzate in detto articolo sono un post factum non punibile.

L’identificazione dei criteri ermeneutici utili a distinguere la “partecipazione criminosa” nel reato di
apertura dell’iter criminis dalla autonoma e separata condotta di ricettazione è stata oggetto di un
percorso di selezione, non lineare.

Il punto di partenza è costituito dall’affermazione per la quale tutti i comportamenti tenuti prima
della consumazione del delitto presupposto vanno ricondotti alla disciplina del concorso, mentre le
condotte successive costituiscono un posterius e devono qualificarsi ai sensi dell’art. 648.

Muovendosi tra i criteri di natura temporale, legati al momento dell’accordo, e aprendo a


considerazioni di ordine causale, dottrina e giurisprudenza forniscono anche un indicazione
relativa ai casi di “accordo preventivo”, ossia un patto di ricettazione stretto prima o durante la
commissione del reato presupposto. Facendo leva sull’elemento temporale, si riconosce la
partecipazione criminosa laddove l’accordo o la promessa di ricettare siano intervenuto prima o
durante l’esecuzione del reato presupposto. Invece, è impossibile contestare la ricettazione, e non
il concorso, nell’ipotesi in cui l’attività precedente la commissione del delitto base non abbia in
alcun modo inciso, in termini di efficienza causale, sull’azione tipica o di rafforzamento dell’altrui
proposito criminoso.

La condotta

L’art. 648 è un reato di pericolo astratto costruito secondo un modello di disposizione “a più
fattispecie” ed è a forma vincolata, in quanto la condotta può essere realizzata alternativamente
con uno qualsiasi dei comportamenti tipizzati.

La norma incrimina:

 da un lato, la ricettazione in senso stretto: cioè l’acquisto, la ricezione o l’occultamento di


denaro o di cose provenienti da delitto;
 dall’altro lato, colui che si “intromette” nell’acquisto, nella ricezione o nell’occultamento delle
cose con un attività di intermediazione tra chi ha il possesso della res e un terzo.

In entrambi i casi la condotta si caratterizza per la necessaria sussistenza di un attività positiva


dell’autore del reato e l’esclusione, quindi, della rilevanza del mero comportamento omissivo.

1.La ricettazione in senso stretto

Sul concetto di “acquisto” non c’è concordia in dottrina. Slegato da un significato tecnico –
giuridico, viene da alcuni inteso come sinonimo di “compravendita”; da altri identificato con ogni
“fatto giuridico” idoneo all’ingresso della cosa nella sfera patrimoniale dell’acquirente; secondo altri
ancora, infine, rientrerebbe nella nozione di “acquisto” ogni modo di conseguire il possesso della
cosa altrui uti dominus, arrivando a ritenere configurata ricettazione anche qualora l’agente ottenga
la disponibilità della res pur non conseguendone la materiale detenzione.

In realtà con una caratura semantica molto più vasta, il significato di “ricezione” è determinato per
differenza negativa rispetto all’acquisto. Consiste in ogni forma di conseguimento della disponibilità
della cosa proveniente da delitto, diversa dall’acquisto.
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Infine, quanto all’attività di “occultamento”, che presuppone il previo acquisto o la previa
ricezione della cosa, occulta chi, acquistata o ricevuta la res in buona fede, sia successivamente
venuto a conoscenza della provenienza delittuosa e, anche temporaneamente, l’abbia nascosta.

2.La ricettazione per intermediazione

Costituisce “intermediazione” non solo ogni forma di mediazione in senso civilistico, ma anche
ogni attività diretta ad instaurare il contatto tra l’autore del reato presupposto con un terzo
interessato (in buona fede o in mala fede) all’acquisto, purchè idonea allo scopo. Per la
giurisprudenza non è necessario il conseguimento dell’intento del mediatore, né il perfezionamento
dell’acquisto o della ricezione della cosa, rilevando il solo compimento di attività idonea e
univocamente diretta allo scopo. Tuttavia, la dottrina non ha mancato di obiettare la diversità di
trattamento riservata a chi abbia compiuto atti idonei e diretti in modo non equivoco a far
acquistare, ricevere od occultare la res, il quale risponde di ricettazione consumata (diversamente
dal caso in cui gli stessi atti non risultino essere idonei, in cui l’incriminazione sarà di tentata
ricettazione).

Delle considerazioni diverse devono essere fatte per l’ipotesi in cui l’intermediatore si ritagli un
ruolo materiale nel trasferimento del bene, non limitandosi a mettere in contatto acquirente e
venditore. La giurisprudenza, in questo caso, riconosce integrazione della fattispecie di cui all’art.
648 bis  l’ulteriore segmento di attività, diversa dalla mediazione, è idoneo a traslare la condotta
tra quelle atte ad ostacolare la possibilità di identificazione del bene e determinare, quindi, la
sussumibilità del comportamento nel reato di riciclaggio.

L’oggetto materiale: il denaro e lo cose provenienti dal delitto

Costituiscono oggetto materiale del reato il denaro e le cose provenienti da delitto. Le questioni
interpretative maggiori riguardano la nozione di “res”. In particolare, è stata esclusa la
riconducibilità al termine “cosa” delle mere utilità (es: prestazioni di servizi). In entrambi i casi, la
nozione di “provenienza da delitto” influenza e determina l’ampiezza del contenuto dei due termini.

1.Il delitto presupposto

Non vi è ricettazione se non è rintracciabile un delitto presupposto, “produttore” del denaro o


delle cose ricettate. È pacifico in dottrina e in giurisprudenza che debba trattarsi di delitto, doloso o
colposo, consumato o tentato, e non di contravvenzione, di illecito amministrativo e di illecito civile.

Il nesso di derivazione immediata tra la ricettazione e il delitto presupposto può essere considerato
come un legame ad “accessorietà oggettiva”. La punibilità della ricettazione dipende dal reato a
monte, ma questo rapporto deve essere tarato sulla base della previsione contenuta nel comma 3
dell’art. 648, nel quale si stabilisce che “le disposizioni di questo articolo di applicano anche
quando l’autore del delitto da cui il denaro o le cose provengono non è imputabile o non è punibile
ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale delitto”. Significa che le cause
personali di esclusione della pena riferibili al delitto presupposto, le cause sopravvenute alla
commissione del fatto, l’incapacità di intendere e di volere dell’autore del delitto presupposto o la
mancanza di una condizione di procedibilità per il reato base non hanno nessuna rilevanza.

Infine, non è richiesto l’accertamento giudiziale definitivo del fatto e l’individuazione dei suoi autori,
in quanto il giudice si può avvalere anche di prove logiche per affermare la sussistenza del reato
presupposto.

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2.La provenienza del delitto

Sulla nozione di provenienza ci sono delle incertezze sia in dottrina che in giurisprudenza. Per
inquadrare correttamente il problema, il focus del ragionamento non va posto sull’oggetto materiale
del reato ma sul profilo dinamico del delitto presupposto, cioè sul processo generatore del denaro
o della cosa poi ricettata.

Abbandonando il punti di vista statico, diviene quindi apprezzabile la nozione di provenienza in


relazione ai casi critici, ovvero alla punibilità della c.d. “ricettazione da ricettazione”, cioè la
ricettazione di denaro o di cose provenienti a loro volta da un attività ricettativa, e della c.d.
“ricettazione indiretta”, cioè il passaggio della res attraverso una catena di intermediari
acquirenti in mala fede e in buona fede.

Si può affermare che anche la provenienza mediata della res conserva efficacia ai fini della
configurabilità della ricettazione laddove sia riscontrabile la consapevolezza della provenienza
delittuosa in capo all’acquirente.

Particolarmente controversa è poi la questione relativa alla c.d. “ricettazione per equivalente”.
Generalmente è ammessa dalla dottrina e dalla giurisprudenza dominanti. L’ammissibilità di
questa forma viene però subordinata all’accertamento rigoroso che la trasformazione o le
trasformazioni del “provento” immediato del delitto presupposto siano, da un lato, riconducibili al
reato a monte sul piano causale e, dall’altro lato, che la trasformazione sia coperta dall’elemento
psicologico del suo autore.

L’elemento psicologico

La ricettazione è configurata come reato a dolo specifico. Su questo profilo risiede una delle
principali differenze con il reato di riciclaggio, il cui elemento soggettivo è costituito dal dolo
generico. Nella ricettazione gli elementi strutturali del dolo (coscienza e volontà) devono investire
la materialità della condotta (acquisto, ricezione o occultamento dei proventi del delitto
presupposto, ovvero l’intromissione nelle attività indicate) e il piano cognitivo si deve estendere
fino a ricomprendere anche la provenienza delittuosa del denaro o della res. Inoltre, la norma
richiede un coefficiente psicologico ulteriore e specifico, cioè il fine di procurare a sé o ad altri un
profitto.

Si presentano dei profili di criticità nella ricostruzione della consapevolezza della provenienza da
delitto. La conoscenza del carattere delittuoso dell’origine del denaro e delle cose si risolve nella
c.d. “valutazione parallela propria della sfera laica”  cioè, si ritiene sufficiente la conoscenza della
generica provenienza illecita della res, il cui accertamento, tuttavia, non potrà essere affidato a
meccanismi presuntivi.

1.Il dubbio, il dolo eventuale e la fattispecie contravvenzionale di cui all’art. 712 cp

Controversa è la compatibilità del dolo di ricettazione con il dubbio sulla provenienza delittuosa
del denaro o della cosa. Ad essere precisi, la questione del peso da assegnare al dubbio nella
ricostruzione dell’elemento soggettivo intercetta anche ulteriori problemi inerenti (1) la
configurabilità del dolo eventuale e (2) lo spazio applicativo della contravvenzione di cui all’ art.
712 cp.

L’equiparazione del dubbio alla consapevolezza dell’origine illecita della cosa – strada scelta dalla
giurisprudenza maggioritaria – apre la strada alla configurabilità del dolo eventuale, laddove il

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soggetto agente si sia posto il problema della provenienza delittuosa e abbia agito indifferente al
dubbio, accettando il rischio di subire delle sanzioni penali. L’equiparazione tra dubbio e ignoranza,
invece, si risolve nella possibilità di ritenere integrabile il solo dolo per il reato di ricettazione.

L’opzione prescelta si traduce poi in un minore o maggiore spazio applicativo accordato alla
fattispecie contravvenzionale di cui all’art. 712 cp, caratterizzata dal requisito del sospetto sulla
legittima provenienza della cosa. Le SU della Cassazione hanno ritenuto configurabile il dolo
eventuale di ricettazione sia qualora la rappresentazione cada sui presupposti dell’azione, sia
laddove cada sull’evento del reato, dovendo questa riferirsi al fatto nel suo complesso e non solo
al segmento finale dell’illecito penale. In entrambi i casi, infatti, l’agente si rappresenta la possibilità
di commettere un delitto e ne accetta la realizzazione.

Questa sentenza segna il confine con la fattispecie di cui all’art. 712, integrata dai “motivi di
sospetto” della provenienza illecita e legata al rimprovero per la negligenza sottesa al mancato
accertamento. Per la ricettazione occorrono “circostanze più consistenti di quelle che danno motivo
di sospettare”. Quindi, “il dolo eventuale della ricettazione si colloca su un gradino più alto del mero
sospetto, configurandosi in termini di rappresentazione da parte dell’agente della concreta
possibilità della provenienza della cosa da delitto”.

2.Il profitto

Il profitto costituisce l’ulteriore elemento di delimitazione dell’area di operatività della fattispecie.


L’ingiustizia del profitto è generalmente considerata un presupposto implicito dello stesso.

Consumazione e tentativo

Quale reato di pericolo astratto, istantaneo e ad effetti permanenti, il delitto di ricettazione si


considera consumato con la mera realizzazione di una delle condotte descritte dalla norma. Il
momento consumativo viene rispettivamente individuato:

- nel raggiungimento dell’accordo tra chi trasferisce e chi acquista, senza necessità
dell’effettivo pagamento o della traditio della cosa;
- nella ricezione materiale del denaro o della res;
- nella semplice attività di intermediazione, anche senza il raggiungimento dello scopo
prefissato dal mediatore.

È generalmente ammessa la configurabilità del tentativo.

Circostanze e profili sanzionatori

Il delitto di ricettazione è punito con la reclusione da 2 a 8 anni, cui si aggiunge la multa da 516 a
10.329 euro. Inoltre, si applica la misura di sicurezza patrimoniale della confisca ex art. 240 cp e
l’ipotesi speciale di confisca ex art. 12 sexies d.l. 206/1992.

L’art. 648 prevede la circostanza attenuante ad effetto speciale della particolare tenuità del
fatto. La sua applicabilità presuppone un accertamento che valuti l’episodio criminoso nel suo
complesso, in tutte le sue componenti oggettive e soggettive. In sostanza, costituiranno la base
per la decisione dell’applicazione dell’attenuante in questione non solo il valore economico della
cosa ricettata, ma anche tutti gli altri parametri ex art. 133 cp (modalità e motivi dell’azione,
personalità dell’autore, comportamento antecedente/contemporaneo/successivo al reato).

La responsabilità delle persone giuridiche e i fatti di ricettazione


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La responsabilità amministrativa da reato degli enti è stata estesa anche ai delitti di cui agli artt.
648, 648 bis e 648 ter. L’articolo di riferimento è il 25 octies d.lgs. 231/2001.

Capitolo 10 – riciclaggio e impiego di beni di provenienza illecita

SEZIONE I – RICICLAGGIO

Il riciclaggio: origine ed evoluzione della fattispecie

Fenomenologia e bene giuridico tutelato

Soggetto attivo e beneficiario di auto riciclaggio

1.Riciclaggio da reati associativi?

La condotta

1.L’oggetto materiale: denaro, beni o altre utilità

L’elemento psicologico

Consumazione e tentativo

Le circostanze

L’agente provocatore

La responsabilità dell’ente da riciclaggio

SEZIONE II – IMPIEGO DI DENARO, BENI O UTILITA’ DI PROVENIENZA ILLECITA

L’evoluzione della fattispecie e il bene giuridico tutelato

“Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648 e 648bis,
impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto, è
punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da milletrentadue euro a
quindicimilaquattrocentonovantatre euro.
La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell'esercizio di un'attività professionale.
La pena è diminuita nell'ipotesi di cui al secondo comma dell'art. 648.
Si applica l'ultimo comma dell'articolo 648.”

L’art. 648 ter è stato inserito nel 1990 e successivamente modificato. Le modifiche hanno
riguardato l’eliminazione del “numerus clausus” dei delitti – presupposto e il mancato richiamo alla
loro natura dolosa, come si legge invece nell’art. 648 bis (ma non nell’art. 648).

Non è felice l’incipit legislativo “fuori (…) previsti dagli artt. 648 e 648 bis”, in quanto il termine
“casi” appare non identico a quello più corretto di “reati”. Ancora più anomalo appare l’omesso
riferimento al carattere doloso, che la dottrina ha infine ricondotto ad una svista legislativa.

Esempio accademico di delitto ex art. 648 ter: Tizio cagiona per colpa un incendio su bosco
proprio (fattispecie punita dall’art. 423 ter), a seguito del quale l’area divenuta piana viene

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impiegata da Caio – consapevole della natura dolosa dell’incendio – per un attività lucrativa (es:
bird watching). Si tratterebbe di un impiego ai sensi dell’art. 648 ter, non necessariamente
inglobato nell’art. 648, in quanto prescinde da ricezione in senso tecnico del terreno.

In una prospettiva criminologica, il riciclaggio completa il proprio ciclo con la messa a frutto della
ricchezza illecita, dunque con l’inserimento nel circuito economico – finanziario legale. La
polarizzazione verso lo scenario rappresentato consente di rispondere all’interrogativo circa il bene
giuridico tutelato dall’art. 648 ter. L’assenza della locuzione “in modo da ostacolare la
identificazione della provenienza delittuosa” – invece presente all’art. 648 bis – allontana la
riconducibilità dell’oggetto giuridico alla categoria dei delitti contro l’amministrazione della giustizia;
nemmeno la collocazione sistematica all’interno dei delitti contro il patrimonio aiuta. Sembra
preferibile una ricostruzione che esalti il profilo dell’aggressione al mercato e all’ordine
economico, intesi come beni da tutelare di fronte a comportamenti pregiudicanti l’equilibrio della
libera circolazione di beni e di servizi, alterata mediante l’immissione di capitali sporchi.

La condotta

Il delitto di impiego di capitali illeciti è un reato comune e la condotta punibile consiste


nell’impiegare in attività economiche o finanziare i proventi illeciti.

Con il termine “impiego” si vuole fare riferimento ad una nozione derivante dal linguaggio comune,
nell’intento di colpire qualsiasi uso a fini locupletativi nel circuito economico – finanziario. È
condivisibile la preoccupazione di coloro che lamentano l’indeterminatezza del concetto impiego e
che tendono a circoscriverne la portata; tuttavia rimane preferibile la portata più ampia della
condotta, non necessariamente coincidente con l’investire.

Quanto alla locuzione “attività economiche o finanziarie”, si tratta di un espressione che abbraccia
tutti i settori che generano un profitto in senso lato e che sono attinenti al mercato (luogo deputato
alla circolazione e allo scambio di beni e di servizi).

La clausola di residualità con cui si apre la norma (“fuori dai casi…”) riduce lo spazio di
operatività della fattispecie. L’impiego dei proventi illeciti, in effetti, presuppone ontologicamente la
ricezione degli stessi, ma questo atto integra per volontà legislativa gli estremi degli artt. 648 e 648
bis. Alcuni autori sostengono che la nozione di “impiego” assorba in se quella di “ricezione”, così
da farvi transitare i casi che più propriamente rientrerebbero nell’art. 648. Questa strada, tuttavia,
incontra degli ostacoli a fronte della già richiamata clausola di residualità. In via estratta, affinchè
l’art. 648 ter possa recuperare dignità, bisogne renne puntare su una sorta di “sistema
progressivo – modulare”, nel quale il reimpiego costituisce l’ultima indistinta tappa si una
“sterilizzazione” in progress del provento  attuata attraverso il primo segmento della ricezione –
con connessa configurazione della ricettazione –, della trasformazione – con connessa
configurazione del riciclaggio e, infine della messa a profitto.

In una recente sentenza la Cassazione ha preso posizione in ordine al tema della linea di confine
tra i tre delitti in argomento, adottando il criterio della contestualità temporale. Si risponderà di
riciclaggio e non ex art. 648 ter tutte le volte in cui all’iniziale delitto di riciclaggio segua una
decisione autonoma e svincolata dalla pregressa condotta finalizzata al reimpiego; viceversa, si
risponderà del delitto di reimpiego nel caso di condotte che si dispieghino in un unico contesto di
sostituzione o ricezione del denaro o di conseguente impiego immediato. Appare preferibile la
strutturazione del reimpiego come aggravante del delitto di riciclaggio, eliminando la clausola di
residualità.

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L’elemento psicologico

Il delitto di reimpiego è punibile a titolo di dolo generico; occorre, quindi, la consapevolezza della
provenienza illecita della ricchezza e la volontà di reimpiegarla in attività economiche – finanziarie.
Tuttavia, la conclusione è stata disattesa in alcune pronunce della giurisprudenza di legittimità, che
si espressa a favore della sussistenza del dolo specifico, consistente nella finalità di far perdere le
tracce del provento illecito. Si deve dire, però, che questa interpretazione non convince perché
forza il dato testuale.

Circostanze e procedibilità

L’art. 648 ter prevede al comma 2 un aggravate identica a quella di cui all’art. 648 bis comma 2.

Il comma 3, invece, contempla un attenuante presa a prestito dalla ricettazione, cioè l’ipotesi in cui
“il fatto è di particolare tenuità”.

Infine, l’art. 648 ter si chiude con il comma 4, richiamando la disposizione contenuta nell’art. 648
ult. comma.

SEZIONE III – LA CONFISCA

La confisca obbligatoria anche per equivalente

“Nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, a norma dell'articolo
444 del codice di procedura penale, per uno dei delitti previsti dagli articoli 648-bis, 648-ter e 648-
ter.1, è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il prodotto o il profitto, salvo che
appartengano a persone estranee al reato.
Nel caso in cui non sia possibile procedere alla confisca di cui al primo comma, il giudice ordina la
confisca delle somme di denaro, dei beni o delle altre utilità delle quali il reo ha la disponibilità,
anche per interposta persona, per un valore equivalente al prodotto, profitto o prezzo del reato.
In relazione ai reati di cui agli articoli 648-bis, 648-ter e 648-ter.1, il pubblico ministero può
compiere, nel termine e ai fini di cui all'articolo 430 del codice di procedura penale, ogni attività di
indagine che si renda necessaria circa i beni, il denaro o le altre utilità da sottoporre a confisca a
norma dei commi precedenti”.

L’ art. 648 quater è stato introdotto nell’ambito del generale contesto di contrasto al riciclaggio.

La previsione della confisca obbligatoria dei beni che costituiscono prodotto o profitto, e salvo che
appartengano a persone estranee al reato, nel caso di condanna o di applicazione della c.d. pena
patteggiata, per il delitto di riciclaggio e di reimpiego, chiude il cerchio della disciplina repressiva,
incidendo sull’utile intascato dall’autore del delitto. Si tratta, quindi, di beni che erano aggredibili
previamente attraverso l’ipotesi di confisca facoltativa ex art. 240 comma 1 cp.

Il rigore della previsione normativa è confermato da comma 2, il quale disciplina la confisca per
equivalente. Istituto che trova applicazione quando non sia possibile apprendere i beni ai sensi
del comma 1; quindi il giudice ordina la confisca del denaro, dei beni e di qualsiasi altra utilità
disponibile in capo al reo, anche per interposta persona, per un valore equivalente al prodotto, al
profitto o al prezzo del reato.

L’erosione quasi inarrestabile delle garanzie del reo – attuata mediante l’applicazione dell’istituto
della confisca – è confermata in giurisprudenza in sede interpretativa della norma in questione. Ci
si riferisce, ad esempio, al principio di solidarietà della misura ablatoria, in virtù del quale la
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Cassazione ritiene ammissibile la confisca dei beni per l’intero profitto conseguito nei confronti di
ciascun concorrente. Detto criterio di imputazione “pro toto” e non “pro quota”, tuttavia, non trova
fondamento nell’articolo in questione e confligge con il principio di personalità della responsabilità.
A mitigare questo quadro, interviene il corretto orientamento giurisprudenziale che, riconoscendo
la natura sanzionatoria della confisca per equivalente, si pronuncia a favore della sua irretroattività
ex art. 25 comma 2 Cost. e art. 7 CEDU.

Infine, il disallineamento terminologico tra il comma 1 e il comma 2 dell’art. 648 qater relativamente
all’inserimento del prezzo (comma 2), in aggiunta al prodotto e al profitto (comma 1), implica – per
evitare la violazione del principio di legalità – che il prezzo del reato, pur sussistendo, non sarà mai
confiscabile ai sensi del comma 1, ma eventualmente ai sensi dell’art. 240 comma 1 e che il
giudice dovrà ricorrere al criterio compensativo della confisca per equivalente in base al comma 2.

L’ipotesi di confisca di cui all’art. 12 sexies del d.l. n. 399 del 1994

Un ulteriore ipotesi di confisca obbligatoria nei casi di condanna o di applicazione della pena c.d.
patteggiata per i delitti di cui agli artt. 648 bis e 648 ter è disciplinata dall’art. 12 sexies legge
501/1994. Per effetto di questa disposizione, il giudice ordina la confisca del denaro, dei beni e di
ogni utilità “di cui il condannato non può giustificare la provenienza e di cui anche per interposta
persona fisica o giuridica risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore
sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività
economica”.

In sostanza, attraverso una palese inversione dell’ordine della prova il reo è sottoposto alla non
facile dimostrazione dell’origine lecita dei beni e della loro congruità in termini di valore con il
proprio reddito o le attività economiche svolte. Inoltre, se si considera che la Cassazione pretende
una spiegazione non formale della origine lecita (es: titolo negoziale), ma sostanziale, concernente
il senso giustificativo dell’operazione da valutare secondo il libero convincimento del giudice, sono
assolutamente legittimi i dubbi di costituzionalità con riferimento agli artt. 24 e 27 comma 2 Cost.
Nemmeno convince l’escamotage utilizzato nell’appena richiamata sentenza (la sentenza
“Montella”), secondo cui l’inversione riguarderebbe il mero profilo della provenienza illecita e non la
colpevolezza del soggetto agente, in quanto è vero che il principio richiamato legittima la confisca
obbligatoria che, avendo il carattere di sanzione punitiva, non sfugge ai canoni costituzionali di
“garanzia”.

La disposizione processuale

L’ art. 648 quater si chiude con una disposizione di carattere processuale, facoltizzando il pm ad
un attività integrativa di indagine, successivamente all’emissione del decreto che dispone il
giudizio, ruotante intorno ai beni, al denaro e alle altre utilità in vista della potenziale confisca. Il
vero problema sotteso alla disposizione in questione riguarda la sua portata innovativa, in
quantol’art. 430 comma 1 cpp disciplina e ammette in via generale questa attività integrativa
d’indagine delle parti (pm e difensore). Quindi, per dare un senso alla norma, qualcuno ha
proposto una lettura estensiva dell’art. 648 quater comma 3, ritenendo che l’organo dell’accusa
possa compiere anche “attività per le quali è prevista la partecipazione dell’imputato o del
difensore” (viceversa, escluse tassativamente dall’art. 430 comma 1 cpp).

Questa interpretazione ha sicuramente il merito di far recuperare un autonomia di significato alla


norma processuale in tema di riciclaggio, ma introduce una deroga di fatto ad un principio generale
di estrema importanza, in quanto garante della parità delle parti.

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