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DIRITTO PENALE parte speciale: I DELITTI CONTRO IL PATRIMONIO

MANTOVANI

Considerazioni introduttive. I reati contro il patrimonio sono delle costanti del diritto penale
rientrando la tutela dell’altruità patrimoniale tra le condizioni base di ogni società organizzata, ma
appartengono anche alle variabili del diritto penale in quanto storicamente condizionati sia dal tipo
di ordinamento (liberale, solidaristico, totalitario) sia dall’evoluzione socio economico tecnologica
(società agricolo-artigianale, industriale). Sono i reati statisticamente più frequenti in quanto la
criminalità per appropriazione rientra tra le categorie motivazionali più diffuse. Dalla criminologia
sono stati studiati sotto diversi profili:

Cause della criminalità patrimoniale: non solo una criminalità da povertà, ma anche una criminalità
da benessere, in forme meno perseguite, anima questi reati.

Tipologie del delinquente patrimoniale: vi è una corrispondenza tra tipi di reato patrimoniali e tipi
di autore: sia sotto il profilo dell’estrazione sociale, essendo i reati ricalcati sul modello contrattuale
ed estrinsecatisi in condotte intellettuali di frode più tipici di soggetti di elevato livello culturale,
mentre i reati estranei al modello contrattuale e quindi estrinsecatisi in condotte dirette sulla cosa o
di violenza sono più tipici di soggetti di più basso livello sociale e culturale; sia sotto il profilo
personologico in quanto al delinquente patrimoniale e al delinquente patrimoniale fraudolento
possono sottostare differenti tipi di personalità e data anche una corrispondenza tra tipi di reati
patrimoniali e livello di età e sesso degli autori.

Nonostante tutto la criminalità patrimoniale, pur incidendo negativamente e non poco sulla qualità
della vita quotidiana, resta impunita e in gran parte non viene neppure denunciata per la convinta
inutilità della denuncia. I delitti contro il patrimonio compresi nel codice non esauriscono la
categoria ben più ampia dei reati offensivi del patrimonio (compresi anche in leggi speciali) e
comprendono non solo reati monoffensivi, cioè esclusivamente offensivi di interessi patrimoniali,
ma anche non pochi reati plurioffensivi (rapina, estorsione, truffa) in quanto offendono anche la
libertà personale e questa offesa è necessaria per la sussistenza della illiceità penale o per
differenziare tra loro i delitti patrimoniali.

L’originario sistema di tutela e le successive modifiche. Il sistema dei delitti contro il patrimonio,
come configurato nel 1930, si è rivelato superato e disarmonico con il nuovo ordinamento
costituzionale personalistico-solidaristico, con la mutata realtà economico sociale e l’evoluzione
tecnologica. Tale sistema, riflettente una realtà economica agricola e pretecnologica, da un lato
pecca per eccesso di tutela per il rigorismo sanzionatorio in genere e in particolare dei delitti
commessi dai meno abbienti e dall’altro pecca per difetto di tutela sia perché privilegiando la
proprietà materiale di cose è risultato non sempre adeguato a tutelare contro le aggressioni da
economia avanzata (patrimonio delle società commerciali contro le infedeltà degli amministratori) e
le aggressioni da evoluzione tecnologica lesive di componenti patrimoniali non riconducibili al
tradizionale concetto materiale di cosa (reati informatici) sia perché non comprende fattispecie di
pertinenza della tutela patrimoniale, ma decentrate, in contrasto con la centralità del codice penale in
leggi speciali (reati a tutela dell’opera di ingegno).

Per attenuare disarmonie ed eccessi sanzionatori e per colmare lacune di tutela, il sistema dei delitti
contro il patrimonio è stato oggetto di modifiche ad opera della Corte costituzionale e della c.d.
legislazione di emergenza e sulla criminalità organizzata e di altre leggi (introduzione di nuovi
delitti –furto in abitazione, frode informatica-, modificazione di altre fattispecie –frode nelle
assicurazioni-, inasprimento sanzionatorio –aumento di pena o introduzione di circostanze
aggravanti come nella rapina o nel sequestro a scopo di estorsione-, attenuazione sanzionatoria –
introduzione di circostanze attenuanti e inclusione di reati nella sfera del giudice di pace-,
perseguibilità a querela e non più d’ufficio di alcuni reati).

Le modifiche, sovrapponendosi al sistema originario dei delitti contro il patrimonio, se da un lato


non ne hanno rinnovato l’impianto in radice, dall’altro ne hanno alterato la fisionomia dando vita ad
un sistema in cui il vecchio e il nuovo coesistono in modo non sempre coerente. Da qui l’esigenza di
una ricostruzione, nell’ambito di una più ampia armonia della parte speciale, del sistema dei delitti
patrimoniali, secondo le direttrici segnate dal principio personalistico-solidaristico, dalla
conseguente distinzione tra beni-fine e beni-mezzo, dai principi della necessari età e della
proporzionalità del diritto penale.

Classificazioni oggettive e soggettive. Il concetto di patrimonio svolge la duplice funzione di:

All’interno della comune oggettività giuridica patrimoniale, occorre tuttavia chiedersi quale sia il
principium individuationis che meglio consente di contraddistinguere i singoli delitti. Risultano
essere completamente inadeguate:

• Reati contro la proprietà ovvero patrimoniali in senso lato (furto,


appropriazione, rapina), che hanno come oggetto giuridico il potere di signoria sulle cose
individualmente determinate aggredite dal reo; richiedono per la loro esistenza il mero
pregiudizio astratto del potere di usare e disporre a proprio piacimento delle proprie cose, a
prescindere dal fatto che queste abbiano un valore economico di scambio e che il proprietario
abbia subito un concreto danno patrimoniale; hanno la massima ampiezza di tutela
patrimoniale (anche rispetto alle cose con valore solo affettivo).

• Reati contro il patrimonio in senso stretto (truffa, estorsione, usura) che hanno
come oggetto giuridico il patrimonio come entità economica complessiva; richiedono per la
loro esistenza il requisito dell’altrui danno patrimoniale e non sussistono quando
l’aggressione, pur potendo essere diretta a singole cose o posizioni giuridiche, non incida
negativamente sul valore complessivo del patrimonio (come nel caso di sottrazione di cose
prive di valore patrimoniale economico o di compensazione della perdita arrecata con una
controprestazione di valore equivalente).

Bipartizione posta in crisi dalla duplice tendenza a materializzare i reati contro la proprietà
ritenendosi non sussistenti ad esempio i reati di furto e di appropriazione nei casi in cui, pur
esistendo la violazione dell’altrui posizione astratta di signoria sulla cosa, non si ha la lesione
di alcun interesse del proprietario (nel caso di sottrazione della merce al venditore che ne
rifiuta la vendita per rancori personali lasciando una somma di denaro equivalente;
impossessamento di monete metalliche sostituendole con banconote di analogo valore); a
dematerializzare i reati contro il patrimonio in senso stretto che vengono ravvisati anche in
casi di mancanza di danno in senso economico (nei casi di truffa contrattuale con
controprestazione economicamente equivalente, identificandosi il danno nella lesione della
libertà di autodeterminazione contrattuale del truffato o nella mancata destinazione del
denaro ad un impiego per lui più vantaggioso).

(estorsione, truffa) nelle quali l’arricchimento può derivare dal mancato trapasso nella sfera
dell’offeso di ciò che gli è dovuto (induzione violenta del creditore a rinunciare al credito) o dalla
sola perdita subita dalla vittima (induzione mediante inganno del proprietario dell’esemplare di
oggetto di grande valore a distruggerlo perché il proprio resti l’unico).

La classificazione per tipi di aggressione. Più conforme ai principi del nostro diritto penale è la
classificazione incentrata sulle tipologie di aggressione: secondo la dottrina moderna, infatti,
nell’ambito della comune oggettività giuridica patrimoniale, le singole figure criminose si stagliano,
innanzitutto, in funzione dei differenti tipi di condotta, considerati nella loro diversa attitudine
offensiva. Tale classificazione svolge una duplice fondamentale funzione:
La summa divisio dei delitti patrimoniali, quindi, deve essere effettuata tra:

• A ricorrere, qualora intenda operare un trapasso di valori patrimoniali dal


patrimonio della vittima al proprio, agli schemi della sottrazione (fattispecie normativa del
furto) qualora non abbia già la piena e autonoma disponibilità materiale della cosa o allo
schema del signoreggiamento uti dominus della cosa, disponendone e godendone come se
fosse propria (fattispecie dell’appropriazione) qualora della cosa possa già disporre
liberamente

• A ricorrere, qualora intenda arrecare la perdita di elementi patrimoniali senza


trasfusione alcuna nel proprio patrimonio, allo schema dell’annullamento o riduzione della
funzione strumentale della cosa (fattispecie del danneggiamento nelle sue tipiche forme della
distruzione, deterioramento, dispersione e provocata inservibilità della cosa)

• A ricorrere, qualora rivolga la propria aggressione esclusivamente al patrimonio


immobiliare, agli schemi della mera turbativa, cioè ad una semplice azione di molestia del
pacifico godimento del bene immobile (es.turbativa violenta del possesso, reati di ingresso
abusivo e di introduzione o abbandono di animali nel fondo altrui) o dello spoglio, cioè della
privazione dello stesso godimento dell’immobile (es. usurpazione e deviazioni di acque e
modificazione dello stato dei luoghi), essendo

la prima soltanto limitazione e il secondo anche privazione dei poteri di fatto che
l’avente diritto può esercitare sulla cosa; tra l’una e l’altra categoria si pone
l’invasione di terreni o edifici come fattispecie che può esaurirsi in una turbativa o
concretarsi in uno spoglio a seconda che non pervenga o pervenga ad una
occupazione.

• A ricorrere, qualora sia investito per legge o per negozio giuridico di poteri
incidenti sull’altrui sfera patrimoniale, allo schema dell’abuso di poteri, dei preesistenti
rapporti fiduciari (compimento di atti dispositivi o assunzioni di obbligazioni pregiudizievoli,
omessa tutela di altrui interessi patrimoniali). Corrispondono a questo schema ontologico le
fattispecie di infedeltà patrimoniale (comuni e societarie) che non hanno però trovato nel
nostro diritto penale adeguata considerazione legislativa.

Le aggressioni unilaterali mutano solo la situazione di fatto, aggrediscono il rapporto


patrimoniale nella sua funzione statica, si pongono in contrasto con la situazione soggettiva
altrui esistente al momento del fatto e che funge da presupposto, si imperniano sul concetto
di cosa essendo sufficiente a renderle illecite la sola aggressione su cose soggette all’altrui
potere e offendono specifici rapporti patrimoniali; le aggressioni con cooperazione artificiosa
della vittima danno vita ad una situazione nuova sul piano dei rapporti giuridici, si insinuano
nella fase dinamica del rapporto patrimoniale imprimendo alle sue vicende un indirizzo
svantaggioso per il titolare, operano nella fase di formazione o di esecuzione del rapporto
patrimoniale o provocano l’estinzione o modificazione del rapporto patrimoniale già
esistente senza aggredirlo apertamente, ruotano attorno al concetto di danno in cui trovano la
misura della loro illiceità e offendono indifferentemente ogni tipo di rapporto patrimoniale.
Rispetto al presente tipo di aggressione può parlarsi di reati in contratto, per indicare che con
essi si incrimina non il fatto stesso della conclusione del contratto, come invece nei
reaticontratto, ma il comportamento tenuto durante la conclusione del medesimo.

Per conseguire l’atto dispositivo della vittima, all’agente si aprono gli schemi:

• Dello sfruttamento di una preesistente situazione di svantaggio, dovuta alle


condizioni di debolezza (psichica o economica) o alla situazione di ignoranza o di errore in
cui versa la vittima. Corrispondono a ciò le fattispecie della circonvenzione di incapaci,
usura, insolvenza fraudolenta, mentre resta scoperto lo sfruttamento dello stato di errore non
provocato dal reo e dell’affidamento necessario.

• Dei tradizionali strumenti della violenza o minaccia e della frode, per carpire
un consenso che altrimenti sarebbe stato negato o prestato ad altre condizioni (es. estorsione,
truffa).

Non rientrano nelle suddette categorie ma vanno comunque ricordate le aggressioni


consistenti nella perpetrazione o nel consolidamento di una situazione patrimonialmente
pregiudizievole, creata dall’altrui precedente commissione di un reato. In questo caso l’offesa
patrimoniale consiste nell’aggravamento del danno per il titolare del bene, perché il
passaggio da un soggetto ad un altro ne rende più arduo il recupero (es. ricettazione) o perché
si aiuta l’agente ad assicurarsi i vantaggi derivanti dal reato (es. riciclaggio), creando ulteriori
ostacoli all’accertamento giudiziario dei reati e alla punizione dei colpevoli. Di non agevole
collocazione, i suddetti reato hanno anche una indubbia funzione di prevenzione dei reati
contro il patrimonio, incriminando fatti che ne favoriscono la commissione in quanto
precostituiscono la prospettiva di un facile conseguimento dei vantaggi propostisi dal reo.
Nonché di impedimento che altre persone diverse dagli autori traggano vantaggio dalle cose
provenienti da delitto.

Da elementi concettuali elastici, consistenti in concetti normativo – valutativi (patrimonio, possesso,


proprietà, detenzione, danno, profitto) che lasciano più margine all’interprete e riguardano gli
aspetti più significativi delle fattispecie costituendone l’oggettività giuridica o essendo connessi con
essa o con lo scopo dell’incriminazione; la loro interpretazione condiziona il sistema ed è da esso
condizionata.
Riguardo il significato penalistico dei concetti normativi detti, propri anche di altri rami del diritto,
in particolare del diritto civile, si ripropone in termini generali la controversia tra:

Tesi autonomistica, che, muovendo dalla teoria della natura costitutiva del diritto penale, afferma
che il significato da attribuirsi ai termini di origine privatistica deve determinarsi sempre in via
autonoma. (respinge a priori ogni possibilità, talora esistente, di corrispondenza tra nozioni
penalistiche e nozioni civilistiche).

Tesi relativistica, oggi maggioritaria, che, muovendo da posizioni di dubbio metodologico, non nega
né afferma la coincidenza tra nozioni penalistiche e privatistiche, trattandosi di problema di
interpretazione teleologica: l’interprete deve adottar l’interpretazione più conforme alle finalità
pratiche di tutela della norma. Tutto ciò secondo il metodo esegetico-sperimentale, attraverso cui si
cerca il significato più adeguato per tentativi e per verifiche empiriche scartando i significati
inaccettabili perché assurdi (elusivi della funzione di guida della norma per l’insignificanza o
antinomia dei risultati prescrittivi), insufficienti (non realizzanti in pieno lo scopo di tutela per le
lacune derivantine), incoerenti (non armonizzanti la norma nella coerenza del sistema per i risultati
conseguenti di sproporzione giuridica).

Entrambi tali beni sono meritevoli di tutela penale contro le aggressioni operate al di fuori dei
legittimi mezzi dell’autonomia negoziale, prescindendosi dalla volontà del soggetto o carpendola;

Nella gerarchia dei valori del nostro ordinamento costituzionale personalistico, essi si pongono tra i
benimezzo, cioè secondari, essendo concepiti e riconosciuti in funzione strumentale dei beni-fine,
cioè primari, che sono quelli personali. Ciò è provato dalla stessa collocazione del diritto di
proprietà e della libertà di iniziativa privata nel Titolo XIII, che regola i rapporti economici, e non
nel Titolo I, dedicato ai rapporti civili, nell’ambito del quale sono trattati i diritti fondamentali e le
loro garanzie

In base al criterio dell’interpretazione realistica e al metodo esegetico sperimentale, occorre


determinare la definizione di patrimonio, muovendo criticamente dalla disputa, di particolare
rilevanza pratica, tra:

• Pecca per difetto perché, considerando componenti patrimoniali le sole


situazioni giuridiche preformate, cioè i diritti soggettivi perfetti, esclude dalla tutela
patrimoniale le situazioni non ancora o non completamente concretizzate in veri e propri
diritti soggettivi, pur avendo un rilevante valore economico (es. aspettative) e perciò tutti i
valori economici di solo fatto.

• Pecca per eccesso: o Perché porta ad un’esasperata soggettivizzazione del


valore delle cose e, quindi, a considerare componenti del patrimonio anche i diritti su cose
prive di un reale valore patrimoniale;

• Perché porta ad incriminare ogni alterazione del diritto sulla cosa, pur se non
comportante alcuna diminuzione economica o strumentale del patrimonio finendosi così per
trasformare i reati patrimoniali in reati senza offesa patrimoniale o contro la libertà negoziale
(caso di sottrazione di banconote e sostituzione con altre di identico valore, ma diverso
taglio);

• Perché anticipa la realizzazione del danno e, quindi, la perfezione dei reati con
la cooperazione della vittima al momento non del passaggio della cosa, ma dell’atto
dispositivo costitutivo dei diritti e degli obblighi patrimoniali per le parti, della costituzione
del rapporto giuridico svantaggioso senza la diminuzione del patrimonio dovuta all’effettivo
adempimento degli obblighi assunti: cioè della circolazione non economica, ma giuridica dei
beni;

• Pecca per difetto:


• Perché, limitando la tutela ai soli beni aventi un obiettivo valore economico,
cioè valutabili in denaro, ne lascia prive le cose aventi un mero valore affettivo (fotografia di
persona amata, lettera del defunto), ossia quelle cose che senza la tutela penale resterebbero
prive anche della tutela civile del risarcimento del danno morale e, in caso di
danneggiamento, dell’azione di rivendicazione e di spoglio, favorendosi i reati di
autogiustizia;

• Perché lascia prive di tutela penale anche le parti del corpo umano (tessuti e
organi), in quanto prive di valore di scambio vietandone la legge il commercio, pur essendo
esse funzionali alla vita e alla salute del soggetto e alla moderna chirurgia sostitutiva;

• Perché, consentendo la possibilità di compensazione della perdita economica


con un immediato equivalente economico, non permette di punire le aggressioni che non
comportano una reale diminuzione economica del patrimonio, pur diminuendone la capacità
strutturale di soddisfare i bisogni del soggetto (es. sottrazione di cose utili al derubato
lasciando sul luogo cosa di valore economicamente equivalente, ma non parimenti utile per
quello);

• Perché è inidonea a spiegare l’incriminazione delle aggressioni che si


concretano non in uno spoglio, ma in una mera turbativa dell’altrui pacifico godimento della
cosa e quindi né in una perdita di attività né in un aumento di passività;

• Pecca per eccesso perché legittima la tutela anche delle posizioni patrimoniali
instaurate in modo illecito o addirittura delittuoso, essendo ai fini della concezione
economica rilevante l’aspetto fattuale del patrimonio, cioè tutte le posizioni riconducibili ad
un soggetto, dotate di valore economico, senza riguardo alla loro qualificazione giuridico-
formale;

Essa ha invece il merito di adeguare la difesa del patrimonio al principio di offensività,


portando a ravvisare il momento effettuale del danno e del profitto e quindi il momento
consumativo del reato (truffa) nell’effettiva diminuzione materiale del patrimonio,
nell’avvenuta circolazione economica, cioè nell’effettivo passaggio materiale della cosa dalla
sfera patrimoniale della vittima a quella dell’agente e a considerare ancora tentativo la
stipulazione di un negozio dispositivo costitutivo di nuovi diritti per il reo e di nuove
obbligazioni patrimoniali per la vittima.
Di non tutelare penalmente i rapporti di fatto con la cosa, instaurati in modo disapprovato dal diritto;

Di incriminare anche le aggressioni che non comportano una diminuzione economica del
patrimonio, pur diminuendone la strumentalità;

Di giustificare l’incriminazione, tra i delitti contro il patrimonio, anche delle aggressioni che si
concretizzano in una mera turbativa del godimento di una cosa.

In quanto incentrata sulla strumentalità patrimoniale, essa consente:

Di comprendere tutte e soltanto le aggressioni che alterano tale strumentalità, ossia di includere
anche quelle aventi per oggetto cose di mero valore di affezione o le parti del corpo umano non
commerciabili e, viceversa, di escludere le aggressioni che, pur alternando il rapporto giuridico
verso la cosa, tuttavia non diminuiscono la funzione strumentale del patrimonio del soggetto (come
nel furto, nella truffa contrattuale);

(attraverso il passaggio della cosa come con l’incasso dell’assegno nella truffa);

Per maggior precisione, la strumentalità patrimoniale meritevole di tutela va determinata con


parametri oggettivosoggettivi, che consentono di obiettivizzare anche le valutazioni personali sulla
strumentalità delle cose, nel senso di considerarle meritevoli di tutela quando riguardano bisogni
spirituali considerati positivi secondo il diffuso sentimento. Pertanto se si tratta di cose aventi un
valore solo economico, la loro patrimonialità è determinabile oggettivamente sulla base del prezzo
di mercato; se si tratta di cose aventi valore economico, variabile a seconda delle situazioni
soggettive, la strumentalità e il danno patrimoniale vanno determinati anche in base a tali diverse
situazioni soggettive (es. il pezzo di pane per il povero e la pensione di un anziano rispetto ad un
ricco); se si tratta di cose con valore non obiettivo-economico, ma solo personale, sussiste o non
sussiste la strumentalità meritevole di tutela a seconda che il bisogno immateriale da esse
soddisfatto sia rispondente o meno ad un sentimento diffuso o apprezzato dai consociati (l’animale
da compagnia o l’unico ritratto del figlio defunto, ma non anche le impronte lasciate da lui). Circa il
contenuto, il patrimonio va assunto nel diritto penale in un’accezione peculiare, poiché,
diversamente dal diritto civile, non può che comprendere i soli rapporti attivi e non anche quelli
passivi, essendo il fine perseguito dal legislatore quello di punire l’illecita diminuzione della
strumentalità dell’insieme delle cose facenti capo al soggetto: anche se questo impoverimento
patrimoniale può essere attuato diminuendo le attività o creando passività, cioè debiti.
Rapporti giuridici inerenti a cose, siano essi reali o di obbligazioni;

Aspettative di diritto, ossia dalle situazioni giuridiche soggettive che sono in corso di formazione
per divenire diritti patrimoniali veri e propri (commette truffa chi induce con inganno altri a
rinunciare all’eredità per restare erede unico).

Il contenuto della nozione di patrimonio di precisa, specifica e concretizza attraverso


l’individuazione dell’oggettività giuridica dei vari tipi di aggressione.

Quanto alla questione se il patrimonio sia tutelato nella specificità o unitarietà dei rapporti
patrimoniali va rilevato che accanto a fattispecie dirette contro specifici rapporti patrimoniali
previamente determinati (furto, rapina) ve ne sono altri (truffa, estorsione) che possono avere per
oggetto qualsiasi rapporto patrimoniale (diritto reale mobiliare o immobiliare, aspettative) o anche
tutti i rapporti patrimoniali facenti capo al soggetto (truffa dell’intero patrimonio); va poi rilevato
che non sembrano ravvisabili fattispecie preordinate alla tutela del patrimonio come unità, come
universalità di rapporti facenti capo alla persona.

LA COSA. I delitti contro il patrimonio hanno come punto di riferimento una porzione del mondo
esteriore, la c.d. cosa. In particolare:

Quale nucleo del concetto di patrimonio inteso in senso funzionale-personalistico, la cosa


rappresenta ogni entità fisico-materiale del mondo esterno, diversa dall’uomo o dal cadavere,
spazialmente definitiva e autonomamente esistente, avente la capacità di soddisfare un bisogno
umano e, quindi, di formare oggetto di diritti patrimoniali.

Ne sono requisiti per salvaguardare l’omogeneità della categoria dei delitti patrimoniali e la
tassatività degli stessi:

L’esistenza autonoma  non è cosa la parte del corpo umano vivente finchè è organicamente unita
ad esso, mentre tale diventa la parte staccata
Sono pertanto cose in senso patrimoniale penale:

[Ai fini dei reati patrimoniali, in particolare, assurge a cosa anche l’entità materiale su cui
beni immateriali (es. diritti di credito) vengono trasfusi (es. carta riproducente l’assegno),
anche se in questo caso è il valore del bene che conferisce alla fisicità della cosa la funzione
strumentale. Incorporando il bene immateriale, tali entità materiali acquisiscono il valore di
questo, diventando cose idonee a soddisfare quei particolari bisogni umani. Ciò vale per il
controverso problema dei beni informatici, i quali non possono essere in sé e per sé cose, non
costituendo né cose corporali né energie; mentre sono cose i supporti fisici che tali beni
incorporano, acquistando i corrispondenti valori. Costituisce furto la sottrazione del
dischetto, in cui è fissato il programma elettronico, ma non anche la sottrazione dei dati o dei
programmi senza l’asportazione di detto supporto (mediante lettura, riproduzione)].

• Il valore economico, presunto rispetto all’energia elettrica e da accertarsi


rispetto alle altre energie; non basta che si tratti di energie naturali, quali sono allo stato di
natura, ma occorre che siano suscettibili di apprensione e di godimento e pertanto misurabili
in denaro dovendoci essere un soggetto che le controlla ed altro soggetto disposto a pagare
un prezzo per poterle usare.

• Spossessabilità, dovendo l’energia essere suscettibile di aggressione unilaterale


(furto di energia mediante allacciamento prima del contatore o di energia termica prodotta da
un impianto di riscaldamento centrale immettendola senza diritto nel proprio appartamento) o
di aggressione con la cooperazione della vittima (truffa di energia elettrica mediante
manomissione del contatore).

Perché la captazione dell’energia altrui costituisca reato contro il patrimonio, peraltro,


occorre che essa si traduca in un danno patrimoniale per il soggetto passivo e in un profitto
per il soggetto agente. Costituiscono oggetto di reati patrimoniali le energie meccaniche
(idrauliche, termiche, elettriche), non le energie animali perché la forza energetica essendo
inseparabile dalla fonte da cui proviene in quanto costituisce l’espressione fisico biologica
del corpo che la produce non può costituire oggetto di spoglio distinto da quello dell’animale
e non le energie umane perché inerendo alla persona non si esteriorizzano e non si
materializzano in modo distinto da essa (non costituisce furto l’incisione della voce del
cantante che si esibisce nella stanza vicina). Rispetto alle energie concesse per contatore
(energia elettrica) si può avere un delitto di aggressione unilaterale, cioè il furto di energia, se
l’agente consegue il risultato patrimonialmente dannoso per l’ente erogatore e vantaggioso
per sé, puntando direttamente sulla sottrazione dell’energia (mediante allacciamento prima
del contatore); un delitto con la cooperazione della vittima, cioè truffa, se l’agente consegue
tale risultato patrimoniale passando attraverso l’atto dispositivo dell’ente erogatore, che
consente un pagamento inferiore al reale consumo di energia perché indotto in errore da
artifici dell’utente (mediante la manomissione del contatore o il ricorso a accorgimenti o
congegni tecnici che alterino i consumi già registrati o comportino una registrazione
inferiore)

Costituisce cosa mobile ogni cosa che può essere materialmente spostata dalla sfera patrimoniale
altrui alla propria e, in definitiva, sottratta, essendo del resto la cosa mobile l’oggetto materiale della
sottrazione furtiva: l’appropriazione indebita sarebbe ontologicamente concepibile anche rispetto
alle cose immobili.

Costituisce cosa immobile, per esclusione, la cosa non mobile.

La suddetta nozione di cosa, peraltro, rispetto alla nozione civilistica di beni (art.810), appare:

Più ristretta, perché, essendo intesa in senso fisico-materiale e non in senso normativo come quella
civilistica, non comprende i beni immateriali e i diritti anche se relativi a cose;

Cose mobili (perché contenute in recipienti mobili) o mobilizzate (mediante attingimento) che come
tali sono suscettibili di furto, truffa, appropriazione (un carico di bottiglie di acqua minerale)

Cose immobili che come tali possono costituire oggetto dei reati di deviazione di acque, di
usurpazione.

L’oggetto giuridico e ALTRUITà. Il concetto di altruità è


previsto come attributo: Della cosa, nella quasi totalità dei
delitti di aggressione unilaterale Del danno, nei significativi
delitti con la cooperazione della vittima.
L’altruità come attributo della cosa, in quanto concetto non naturalistico ma normativo, pone
complessi problemi interpretativi. Si discute se debba considerarsi altrui la cosa:
In proprietà di altri, con la conseguente esclusione del proprietario come soggetto attivo del
reato;

Su cui altri hanno un diritto di godimento, il mero possesso o la semplice detenzione, con la
conseguenza che pure il proprietario può essere soggetto attivo (furto o danneggiamento di
cosa propria, in godimento di altri) e che possono trovare tutela penale anche le mere
relazioni di fatto con la cosa, persino illecite (furto o danneggiamento ai danni del ladro).
Rispetto all’altruità come attributo del danno, si tratta anche qui di stabilire quale sia il
soggetto passivo di tale danno e quindi del reato: se il proprietario della cosa, oggetto
dell’atto dispositivo dannoso, il titolare di un diritto di godimento sulla stessa, il possessore o
il detentore.

Nel procedimento ermeneutico, l’altruità svolge solo una funzione negativa, indicando che la cosa
non deve essere:

Né propria, cioè nella piena ed esclusiva signoria dell’agente, che deve essere legata da una
relazione di interesse con un altro soggetto.

Similmente, sta ad indicare che il danno deve riguardare persona diversa dall’agente.

Il suo risvolto positivo, al contrario, deve essere determinato in funzione dell’oggettività giuridica,
essendo ad essa connesso e variando col variare di essa. Questa a sua volta deve essere determinata:

Il controverso problema dell’oggetto della tutela e dei soggetti passivi deve essere
correttamente risolto non in termini di alternativa, ma in termini di coesistenza di plurimi
interessi e di plurimi soggetti passivi, superandosi in questo modo le incongruenze e gli
anacronismi delle opposte soluzioni che polarizzano l’oggetto giuridico sulla sola proprietà o
sul solo possesso. Tale coesistenza, in particolare, comporta che: o Soggetti passivi possono
essere sia il proprietario sia il titolare di altra relazione con la cosa; o Il titolare di tale
relazione può essere tutelato contro le aggressioni non solo di terzi, ma anche di titolari di
altre relazioni con la cosa stessa;

• Solo il consenso dei vari soggetti passivi scrimina, mentre il consenso prestato
soltanto da uno di essi esclude solamente questi dalla cerchia dei soggetti passivi e legittimati
a querelare;

• Il diritto di querela spetta a tutti i soggetti passivi, restando il reato punibile


anche in caso di un solo querelante e estinguendosi il reato soltanto con la remissione da
parte di tutti;
Una prima delimitazione generale consiste nell’esclusione dall’oggetto di tutela quanto meno
delle relazioni di fatto con la cosa, acquisite attraverso reati offensivi del patrimonio. Tale
limitazione appare imposta, oltre che dalla giuridicità del patrimonio, dal principio di non
contraddizione dell’ordinamento giuridico, sia perché già appare contraddittorio che le stesse
norme, che incriminano le varie aggressioni patrimoniali, ne tutelino l’autore contro i terzi e
lo stesso soggetto offeso, sia perché altrimenti l’ordinamento negherebbe se stesso e la
propria funzione poiché detterebbe contemporaneamente delle norme per la conservazione di
determinati rapporti patrimoniali e delle norme per la loro distruzione: offeso e offensore
avrebbero i mezzi per difendersi l’uno contro l’altro. Esistono divergenze sulla portata della
delimitazione. Massima per chi circoscrive la sfera di tutela alle sole relazioni di diritto con
la cosa, con conseguente esclusione delle relazioni di mero fatto; più circoscritta per chi
afferma che oggetto di tutela sia il possesso, assistito dal requisito dell’apparentia juris, data
da determinate forme di pubblicità o situazioni normative spettanti al titolare di un diritto e
dalla mancanza di clandestinità o violenza: tesi che non trova seguito per la sua genericità in
quanto l’apparenza del diritto, se intesa come attività esteriore corrispondente all’esercizio di
un diritto, costituisce un elemento materiale del possesso; se intesa come apparenza della
titolarità di un diritto, si introduce nella nozione di possesso un elemento riconosciuto come
estraneo all’istituto così come è configurato nel nostro diritto positivo. Se intesa come
generica corrispondenza al diritto è concetto vago e inafferrabile. Non si è poi mancato di
contestare, in ragione della tutela civile del possesso in buona e mala fede, la stessa
possibilità di delimitare la sfera di tutela penale rispetto alla sfera dell’offensività della
condotta concludendosi per la tutela penale di ogni relazione di godimento con la cosa: non
solo del possesso in buona fede, pur se fondato su giusto titolo, ma anche del possesso in
mala fede, anche se fondato su titolo criminoso tranne che nei rapporti tra possessore in male
fede e proprietario. È una conclusione non legittimata perché tutela civile e penale del
possesso rispondono a due esigenze diverse: la tutela civile della reintegrazione è tutela
provvisoria, fondandosi sulla presunzione della liceità del titolo e venendo a cessare di fronte
alla prova contraria data dal titolare del diritto sulla cosa o dal precedente possessore; la
tutela penale è definitiva di un reale interesse patrimoniale che dà per dimostrata la liceità del
titolo possessorio. Se alla situazione di fatto è riservata una tutela civile provvisoria, che
cessa di fronte a chi dimostri il proprio diritto, appare conforme al nostro sistema ritenere che
alla tutela patrimoniale penale, tutela definitiva, siano riservate situazioni di diritto o non
acquisite attraverso reati patrimonialmente offensivi.

Il principale requisito dell’altruità è che sussista sulla cosa una relazione di altri, di diritto o
comunque non derivante da delitto patrimonialmente offensivo. Rispetto all’ipotesi del furto nei
confronti del ladro, quindi, va respinta la diffusa opinione che considera il ladro soggetto passivo
del reato: la sottrazione della cosa detenuta dal ladro è sì furto punibile, ma non a danno del ladro,
mero soggetto passivo dell’azione, quanto piuttosto del titolare del diritto sulla cosa, che col nuovo
reato vede ulteriormente violato il suo diritto di disporre e godere della stessa, a che nessuno instauri
senza il suo consenso la propria signoria su di essa e sempre più compromessa la possibilità di
recuperarla. Per quanto riguarda la tutela delle relazioni di diritto o, comunque, non derivanti da
delitto offensivo del patrimonio, l’ulteriore problema è di vedere a quali essa si estenda tra i
molteplici tipi di relazioni che possono cadere contemporaneamente sulla stessa cosa (dominio,
godimento, garanzia –pegno-, custodia –deposito-). Occorre riguardare alla diversa attitudine
offensiva dei tipi di aggressione e alle eventuali delimitazioni legislative:

• Sia dalla naturale offensività di tali tipi di reati che comportando la perdita della
cosa offendono necessariamente e sempre entrambi i poteri fondamentali sulla cosa
medesima: disponibilità e godimento. Ciò sia quanto questi poteri siano concentrati nel
proprietario sia quando si trovano disgiunti tra il proprietario e il titolare del diritto di
godimento

• Sia dalle stesse definizioni di oggetto giuridico e di soggetto passivo del reato
che sono costituiti dall’interesse o interessi necessariamente offesi dal reato e dal soggetto o
soggetti che subiscono l’offesa necessaria per la sussistenza del medesimo. Il diritto di
garanzia non può costituire oggetto giuridico del reato, sia perché esso è oggetto non
necessario, ma solo eventuale (cioè nei soli casi in cui sia stato costituito sulla cosa) della
naturale offensività della condotta. Sia per delimitazione legislativa in quanto sarebbe
contrario al principio di proporzione giuridica tutelare il creditore, garantito da pegno; ciò
vale anche per la mera relazione di custodia: se dall’oggettività giuridica resta fuori il diritto
di garanzia, pur costituendo la cosa e il presupposto perché il creditore conservi il mezzo di
garanzia non può non restarne esclusa per legge di proporzione giuridica anche la mera
relazione di custodia.

Circa l’ulteriore problema se i delitti in questione siano configurabili anche tra proprietario e
titolare del diritto di godimento, negativa deve essere la risposta per quanto riguarda il furto e
il danneggiamento di cosa propria (da parte del proprietario). Ciò perché sarebbe illogico e
contrario al principio di proporzione giuridica punire il furtum rei suae con la grave pena
prevista dal 624 (furto), di fronte alla pena più mite con cui si colpisce la sottrazione di cosa
comune o la sottrazione da parte del proprietario di cose sottoposte a sequestro o
pignoramento nonostante che tale fatto offenda interessi superiori; per la mancanza di una
espressa previsione del furtum rei propriae similmente a quanto avviene in altri ordinamenti;
perché la delimitazione non può non estendersi anche al danneggiamento da parte del
proprietario sia per ragioni di coerenza e simmetria del sistema sia perché essa trova
conferma nel fatto che sarebbe pur sempre non conforme al principio punire il
danneggiamento di cosa propria con la pena del 635 (danneggiamento) da parte del
proprietario di cosa sottoposta a sequestro o pignoramento.

Non sembrano invece esistere delimitazioni legislative per escludere la configurabilità di


detti reati da parte del titolare del diritto di godimento. Non appare conforme a proporzione
giuridica che l’usufruttuario, che sottragga la cosa al locatario, resti impunito quando il
comproprietario, che sottragga la cosa in parte propria, è sottoposto alla sanzione pur
ponendo in essere un fatto meno grave. Per coerenza deve essere identica la conclusione
anche rispetto al danneggiamento.
Tale conclusione è conforme sia alla naturale offensività della condotta (questa si esaurisce al
pacifico godimento del fondo, la cui molestia costituisce offesa necessaria e sufficiente per
l’esistenza del reato, l’oggetto giuridico resta circoscritto al potere di godimento, il titolare
del quale è l’unico soggetto passivo e l’avente diritto a consentire l’interferenza non solo di
estranei, ma di coloro che abbiano diritti ad altro titolo sulla cosa; se poi si ritiene che non sia
perseguibile il danneggiamento di cosa immobile da parte del proprietario, è coerente
escludere la punibilità delle turbative da parte del medesimo punite con pena inferiore) sia
alla delimitazione legislativa (che oggetto giuridico sia l’altrui pacifico godimento trova
conferma nel 634 che, nel configurare la più tipica forma di turbativa immobiliare, fa
riferimento alla turbativa dell’altrui pacifico possesso –in questi delitti il possesso non
coincide né con la nozione civilistica né con la nozione di possesso quale presupposto
dell’appropriazione-).

Offensività della condotta e delimitazione legislativa qui coincidono. Il solo diritto di proprietà è
necessariamente offeso dal presente tipo di condotta, il possesso solo eventualmente. Il 632 parla di
altrui proprietà con ciò escludendo che il proprietario possa rispondere del delitto di modificazione
dello stato dei luoghi ai danni di chi abbia il godimento dell’immobile.

Tale relazione se normalmente è costituita dalla proprietà (estorsione di una somma di


denaro) può anche consistere in un diritto di godimento (costrizione da parte di un terzo
mediante minaccia del locatore ad abbandonare l’immobile locato o a rinunciare
all’usufrutto) o di garanzia (induzione da parte di un terzo mediante frode del creditore a
restituire al debitore i gioielli in pegno). Tale oggettività giuridica sottostà ad una duplice
delimitazione legislativa in quanto non sono configurabili i suddetti reati da parte del
proprietario per legge di simmetria del sistema (non sembra coerente escludere la punibilità
del proprietario che spoglia altri della propria cosa mediante furto e ammetterla se lo spoglio
è operato mediante truffa o estorsione); nello specifico reato di frode in assicurazione
soggetto passivo è l’assicuratore (proprietario della somma costituente il prezzo
dell’assicurazione).

IL DANNO. I delitti contro il patrimonio debbono concretarsi necessariamente in un’offesa al


patrimonio, che può consistere in una lesione patrimoniale o nel pericolo di tale lesione. Incentrare
il sistema dei delitti contro il patrimonio sull’offesa patrimoniale, ha la funzione garantista di tenere
ancorata la categoria ad un diritto penale a base oggettivistica, volto alla tutela effettiva dei diritti
soggettivi patrimoniali e alla punizione dei fatti realmente offensivi dei medesimi, invece che ad un
diritto penale ad impronta soggettivistica, volto alla punizione di atteggiamenti di volontà
antipatrimoniali o di autori patrimonialmente pericolosi. I delitti contro il patrimonio, in particolare,
si distinguono in:

• Deve considerarsi come elemento tipico espresso nei delitti di aggressione con
la cooperazione della vittima, incentrandosi essi sul momento effettuale del risultato
patrimonialmente pregiudizievole;

• Deve considerarsi come requisito implicito nei delitti di aggressione unilaterale,


che come tali si dirigono immediatamente sulla cosa, pur dovendo comunque comportare un
danno patrimoniale per la vittima;

Riduzione o il mancato incremento delle attività (c.d. danno emergente  perdita di cose di valore
economico o affettivo, rinuncia ad un credito o all’eredità; c.d. lucro cessante  induzione,
mediante inganno o violenza, a non portare a termina una coltivazione, rinunciare ad una gara di
appalto di sicuro esito positivo);

L’incremento delle passività (es. assunzione di obbligazioni);

Diminuzione della funzione strumentale del patrimonio non accompagnata né da una diminuzione
delle attività, né dall’incremento delle passività (es. vendita di cose al giusto prezzo ma inutilizzabili
dal compratore);

Mere turbative del godimento della cosa, comportando anch’esse una riduzione della funzione
strumentale della cosa in godimento.

Il danno patrimoniale se comprende innanzitutto il danno economico, abbraccia anche il danno non
economico (es. ingresso abusivo nel fondo altrui) o meramente morale (es. perdita delle cose di
valore affettivo).
Per la precisione i delitti con la cooperazione della vittima, in quanto incentrati nell’atto di
disposizione patrimoniale, possono abbracciare l’intera varietà delle suddette forme di danno
patrimoniale; i delitti di aggressione unilaterale, in quanto fisicamente diretti sulla cosa,
comprendono le sole forme di danno, consequenziali a tali tipi di condotta offensiva: le suddette
attività ad eccezione delle ipotesi di rinuncia ad un’attività e il mancato guadagno e l’ipotesi
dell’incremento delle passività.

Circa l’accertamento, il danno patrimoniale va constato in concreto, non essendo ammissibile un


danno presunto (in re ipsa). Ciò rispetto non solo ai delitti in cui il danno è elemento tipico espresso,
ma anche ai delitti in cui è elemento implicito, dovendosi accertare se l’aggressione
immediatamente diretta sulla cosa abbia comportato una diminuzione della strumentalità del
patrimonio. Anche se rispetto a cose, aventi un manifesto valore economico, il procedimento di
accertamento è del tutto semplificato e immediato. Pertanto non sussiste delitto contro il patrimonio
quando:

Circa i criteri di valutazione del danno e della sua entità, occorre fare riferimento non alle
valutazioni soggettive del soggetto passivo (condizioni economiche, note caratteriali, capriccio della
vittima), ma a valutazioni obiettive, dovendosi considerare danno non già quello che il soggetto
passivo reputa tale, ma quello che secondo il giudizio di generalità, tenute presenti anche le
particolarità del caso concreto, è sentito come capace di diminuire la strumentalità patrimoniale,
economica e spirituale.

Circa il tempo della sua esistenza, il danno deve sussistere al momento del fatto, essendo irrilevanti
sia il successivo venir meno dello stesso (far acquistare ad un incapace un immobile privo di valore
che improvvisamente si valorizza per la scoperta di una miniera) sia la successiva trasformazione in
dannoso di un fatto che tale non era al momento della sua realizzazione. Il danno oltre che
istantaneo può essere al più frazionato (versamento delle rate periodiche del prezzo carpito con
frode o minaccia).

Se il fatto è di particolare tenuità (esiguità del danno o del pericolo per l’interesse tutelato;
occasionalità e grado della colpevolezza non giustificanti l’azione penale tenuto conto anche del
pregiudizio che l’ulteriore corso del procedimento può arrecare alle esigenze di lavoro, studio,
famiglia, salute dell’imputato
Se nel corso delle indagini preliminari non risulta un interesse della persona offesa alla prosecuzione
del procedimento; e se quando sia stata esercitata azione penale l’imputato e la persona offesa non si
oppongono alla dichiarazione di particolare tenuità del fatto.

IL PROFITTO INGIUSTO. Nei delitti contro il patrimonio il legislatore, distaccandosi dalla


tecnica legislativa usuale, ha incentrato la maggior parte delle fattispecie non solo sulla base
oggettivista dell’offesa patrimoniale della vittima, ma anche su quella del profitto dell’agente,
richiedendo per l’esistenza dei medesimi non solo l’impoverimento dell’offeso, ma anche
l’arricchimento o comunque un vantaggio del reo, subordinando così l’an del reato anche ad un
momento attinente all’autore anziché al solo tipo di condotta offensiva.

Le relative norme, quindi, presentano un duplice contenuto precettivo, essendo loro scopo di evitare
non solo l’impoverimento altrui, ma anche l’arricchimento o, comunque, un vantaggio dell’agente
mediante il ricorso a mezzi illeciti. Possiamo allora distinguere tra:

Delitti di profitto, per l’esistenza dei quali è richiesto il profitto, come evento o come fine
(dolo specifico); Delitti che prescindono dal profitto, non essendo questo richiesto per la
loro esistenza.

Su tale distinzione non si può però pretendere di fondare perfettamente la classificazione tra delitti
di arricchimento e delitti di impoverimento. Per la duplice ragione che:

I delitti di profitto non implicano necessariamente un arricchimento patrimoniale quanto


meno se si accoglier il generico significato, attribuito al concetto di profitto, che è più ampio
di quello di arricchimento (costituisce furto senza arricchimento la sottrazione del biglietto
aereo all’amante per impedirle di partire senza il proposito di ottenere il rimborso)

Circa la definizione, pecca per eccesso l’onnicomprensiva nozione, unanimemente accettata, che
abbraccia non solo il vantaggio economico e più in generale il vantaggio patrimoniale strumentale,
ma anche ogni altra utilità (materiale o spirituale) e qualunque piacere o soddisfazione che l’agente
si procuri attraverso l’azione criminosa. Il fatto resta punibile anche se il profitto non ha carattere
ecoomico (rubare una pistola per uccidere). Tale definizione depatrimonializza il requisito del
profitto in contrasto con lo stesso significato del termine. Pecca tuttavia per difetto, creando vuoti di
tutela, l’opposta tesi che, pretendendo di economizzare il profitto, lo circoscrive al solo vantaggio
economico, escludendo così anche quando vi sia un incremento strumentale del patrimonio, pur se
non economico.

Per evitare i suddetti eccessi e conservare al profitto la sua funzione delimitatrice, quindi, occorre
“patrimonializzare” la nozione, considerando profitto ogni incremento della strumentalità
patrimoniale di soddisfare un bisogno umano, materiale o spirituale: economico, affettivo,
religioso, artistico.. Il reato patrimoniale di profitto non sussiste pertanto se il vantaggio non è
patrimoniale (avendo il reo agito per vendetta)  nel caso del soggetto che sottrae il biglietto per
impedire all’amante di partire, senza volerne ottenere il rimborso.

Nei reati di aggressione unilaterale, deve derivare dal passaggio della cosa dalla sfera patrimoniale
della vittima a quella del reo (come nei casi in cui egli la faccia propria per utilizzarla o venderla);

Nei reati con la cooperazione della vittima, deve derivare dall’altrui atto dispositivo, non
sussistendo alcuna delimitazione legislativa perché tali reati non siano configurabili (collezionista
che, con minaccia, induce il possessore dell’altro esemplare a distruggerlo per aumentare il valore
del proprio).

Il reato di profitto non sussiste quando il profitto deriva come indiretta conseguenza del reato (es.
omicida per vendetta che deruba la vittima per far credere ad un omicidio per rapina e deviare da sé
i sospetti);

Circa l’accertamento, il profitto, in quanto elemento costitutivo del dolo o del fatto materiale, deve
essere provato come qualsiasi altro elemento tipico. Non valgono in materia presunzioni di sorta o
richiami a profitti in re ipsa anche se in non pochi casi il procedimento di accertamento può essere
semplificato dalla stessa natura dei fatti o dal manifesto valore della cosa (sottrazione di ingente
somma di denaro) Circa l’ingiustizia del profitto, vanno previamente distinti:

• L’ingiustizia del profitto non deve essere identificata con l’ingiustizia del fatto
offensivo (con l’assenza di scriminanti del fatto medesimo): il delitto patrimoniale, infatti,
sussiste se il mezzo e il profitto sono ingiusti, mentre non sussiste se il mezzo è ingiusto ma il
profitto giusto;

• È principio generale del nostro ordinamento che l’esercizio di un preteso diritto


è punibile, solo qualora sia violento, come delitto contro la giustizia; In base a queste
premesse, il profitto deve ritenersi:

• Giusto, quando si fonda su una pretesa comunque riconosciuta dal diritto, sia in
modo diretto (es.

concessione di azione giudiziaria) sia in modo indiretto (es. concessione della soluti
retentio delle obbligazioni naturali);

• Ingiusto, quando non si fonda sulla suddetta pretesa.


POSSESSO E DETENZIONE. Il possesso è previsto come presupposto della condotta nei reati di
appropriazione e come oggetto della tutela nel reato di turbativa violenta del possesso immobiliare.
La detenzione, invece, è prevista come presupposto della condotta nei reati di sottrazione. A
prescindere da questa distinzione, comunque, quello che conta è trovare una definizione di possesso
e detenzione che assicuri l’incompatibilità e la continuità logica tra furto e appropriazione, onde
evitare sovrapposizioni o vuoti di tutela: che un fatto di spoglio configuri entrambi i reati o nessuno
dei due.

Inadeguate a questo fine sono le ricorrenti definizioni, che hanno pur sempre in comune il fatto di
considerare il possesso e la detenzione come elementi della fattispecie invece che elementi dalla
condotta:

• Il possesso è il potere di fatto sulla cosa, consistente in un’attività


corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale;

• La detenzione è il potere di fatto esplicato sulla cosa nomine alieno.

Tali nozioni, tuttavia, portano ad escludere, in tutti i casi in cui l’agente faccia propria la cosa avuta
in deposito (appropriazione dell’altrui auto da parte del garagista), in locazione (vendita del
pianoforte in affitto).. sia l’appropriazione indebita per mancanza del presupposto del possesso, sia
il furto, per mancanza del presupposto della detenzione nell’agente essendo inconcepibile la
sottrazione al detentore da parte del detentore stesso;

• Il possesso è il potere di disposizione autonoma della cosa (cioè al di fuori della


diretta vigilanza di persone aventi sulla cosa un potere giuridico superiore) con l’animo di
tenerla presso di sè;

• La detenzione è il potere di fatto sulla cosa esplicato nella sfera di vigilanza del
possessore.

Tali nozioni, tuttavia, portano ad escludere tutti i casi in cui l’agente sia in un rapporto di
mera detenzione materiale con la cosa (sottrazione dei gioielli da parte della domestica) sia il
furto per mancanza del presupposto della detenzione dell’agente, sia l’appropriazione
indebita, per mancanza del presupposto del possesso.

• Il possesso è ogni relazione con la cosa, lecitamente acquisita penalmente, che


abbia l’apparenza di una disponibilità autonoma di diritto della stessa  si esclude dalla
appropriazione tutti i casi nei quali l’atto di appropriazione non assume di fronte ai consociati
parvenza di legittimità (il depositario di moto, bici che tutti sanno non essere nella di lui
autonoma disponibilità)
• Lo stesso concetto di detenzione non è in grado di abbracciare tutta una serie di
ipotesi che pur vengono considerate furto quale che sia l’accezione in cui viene intesa
(accezione intermedia che richiede un corpus e un animus oppure accezione che richiede solo
animus o solo corpus).

L’incompatibilità e la continuità tra furto e appropriazione, quindi, possono essere assicurate


soltanto considerando i presupposti di detenzione e possesso non come un prius, ma come un
posterius, essendo definibili in funzione delle condotte della sottrazione e dell’appropriazione; con
le seguenti fondamentali implicazioni:

• Occorre ricorrere alla sottrazione qualora altri ne abbiano la disponibilità


materiale e l’agente non deve trovarsi con la cosa in una posizione tale da consentirgli la
materiale disponibilità;

• Occorre ricorrere all’appropriazione qualora essa non sia nella disponibilità


materiale di altri;

I reati di furto hanno, come presupposto positivo, la disponibilità materiale della cosa da parte di
altri e, come presupposto negativo, la mancanza della disponibilità materiale della cosa da parte
dell’agente;

I reati di appropriazione hanno come presupposto negativo la mancanza in altri della disponibilità
materiale della cosa, non essendo tuttavia necessario che essa sia propria dell’agente;

Nei reati di furto il concetto di detenzione, sussistente in altri e mancante nell’agente, deve essere
inteso come disponibilità materiale della cosa o come autonomo potere materiale sulla stessa. La
detenzione, in altri termini, sta ad indicare lo stato di mero fatto per il quale una persona si trova
nella possibilità di disporre fisicamente della cosa. Tale detenzione, peraltro, può essere:

• In vicinanza, qualora la persona tenga la cosa nella propria sfera di accessibilità


fisica immediata (es. in mano, addosso);

• A distanza, qualora la persona conservi la volontà e la possibilità di stabilire,


quando lo voglia ed indipendentemente dall’entità degli ostacoli di tempo e di spazio, il
contatto fisico con la cosa stessa; Se da un lato non è necessaria una relazione fisica e
immediata tra soggetto e cosa, dall’altro non è sufficiente un vincolo puramente psichico.
Occorre che al vincolo psichico sottostia un minimo di corpus consistente almeno nella
presenza della cosa in un luogo per volontà (oggetti lasciati dal proprietario nella casa estiva)
o con la consapevolezza (cosa dimenticata) del soggetto in modo che egli possa ripristinare il
contatto materiale

• I reati comuni di appropriazione, per i quali è richiesto il presupposto


possessorio, da intendersi nel senso di disponibilità materiale della cosa, come autonomo
potere materiale sulla stessa;

• I reati minori di appropriazione, per i quali sono richieste soltanto particolari


condizioni della cosa (es.

cosa smarrita, tesoro), implicanti tutti la mancanza di disponibilità materiale della cosa
e dell’autonomo potere materiale sulla stessa in altri;

• Si identificano sotto il profilo del corpus, dal momento che entrambi si


concretano nell’autonomo potere di disporre materialmente della cosa;

• Si differenziano sotto il profilo del titolo, che deve essere penalmente lecito per
il possesso, mentre può essere anche penalmente illecito per la detenzione, e sotto il profilo
dell’animus, che nel possesso consiste nella volontà di tenere la cosa nomine alieno, mentre
nella detenzione consiste anche nel considerare la cosa come propria (ladro detentore della
cosa rubata);

VIOLENZA E FRODE. Violenza e frode costituiscono le forme più tipiche ed originarie di


aggressione degli altrui beni. I due concetti di differenziano tra loro per vari motivi:

Riflettono diverse tipologie di autore: al delinquente violento, espressione di un’aggressività più


primitiva, può sottostare una personalità psicopatica di tipo esplosivo, fanatico, sessuale; il
delinquente fraudolento può celare una personalità psicopatica e tende ad identificarsi con il
delinquente per finalità lucrativa.
Concetto di “violenza”.

Nella violenza personale, quando ha come oggetto immediato la persona, la quale va distinta in:

• Violenza fisica;

• Violenza psichica (o minaccia);

Nella violenza reale, quando ha come oggetto immediato una cosa.

Sotto il profilo della finalità la violenza può essere usata:

Come violenza fine, con lo scopo immediato di arrecare il danno in essa insito; costituisce la
condotta tipica e viene incriminata in sé e per sé (es. delitti di percossa, lesioni, omicidio, minaccia,
danneggiamento);

Come violenza mezzo, per incidere sull’altrui volontà, annullandola o coartandola, perché il
soggetto faccia, ometta o tolleri qualche cosa; costituisce modalità della condotta tipica e viene
incriminata in questa sua funzione coercitiva (es. delitti di violenza privata, violenza sessuale,
evasione aggravata, rapina, estorsione).

Nella violenza mezzo rientrano:

• La violenza personale propria, quale energia fisica usata per incidere su tale
capacità e consistente nelle attività del percuotere, ferire o privare della libertà di movimento
(legare);

• La violenza personale impropria, che comprende la serie dei più moderni


comportamenti violenti, non riconducibili ai tradizionali concetti di violenza fisica, ma pur
sempre caratterizzati dall’effetto psicologico della coazione della volontà: con spostamento
del concetto di violenza dal mezzo usato al risultato coattivo ottenuto (es. inebriare con
sostanze alcoliche, narcotizzare, ipnotizzare, chiudere in

una stanza, pedone che occupa un posto per impedire all’auto di parcheggiare..);
• Della prospettazione ad una persona di un male futuro, nuovo o prosecuzione
di uno stato penoso preesistente (minaccia di persistere nel sequestro estorsivo).
• Male è la lesione di un bene giuridico, consistente nella distruzione o
diminuzione, ma anche nel mancato accrescimento di esso. Può riguardare la vita o
l’incolumità fisica o psichica, ma anche altri beni personali o patrimoniali; può essere
indifferente l’entità, dovendosi però trattare sempre di bene giuridicamente rilevante
(non basta una qualsiasi frustrazione come la fine di un’amicizia).

• Destinatario del male può essere il soggetto passivo del reato o un terzo a
questi legato; controverso se possa essere lo stesso soggetto agente (figlio che
minaccia il suicidio se i genitori non gli danno i soldi per comprarsi la droga)

• Della prospettazione della dipendenza del male dalla volontà dell’agente,


dovendo esso apparire causalmente ricollegabile ad un suo comportamento. Altrimenti si ha
un semplice avvertimento (medico che prospetta al medico una rapida fine se rifiuta le cure).
La minaccia può essere attiva od omissiva, a seconda che abbia per oggetto un’azione
(minaccia di creare un male) od un’omissione (minaccia di non impedire un male che si ha
l’obbligo giuridico di impedire). [Che il fatto di non sovvenire all’altrui necessità per chi non
è tenuto non costituisca minaccia trova conferma nella differenza tra i delitti di estorsione e
di usura, data proprio dalla diversa posizione giuridica dell’agente: solo chi ha l’obbligo
giuridico di prestare aiuto può minacciare l’omissione e compiere un’estorsione; chi tale
obbligo non ha può limitarsi solo all’approfittamento, allo sfruttamento dell’altrui
preesistente stato di bisogno dovuto a cause indipendenti rientrandosi in questo caso nella
fattispecie legale o nella ratio dell’usura.]

Circa le modalità, la minaccia può essere effettuata in tutte le forme e i modi


psicologicamente idonei a coartare l’altrui volontà (esplicita, implicita, di persona o tramite
intermediari…).

Circa l’idoneità, la minaccia, quali ne siano le modalità deve avere un’effettiva potenzialità
coattiva, ossia deve apparire capace (giudizio ex ante) di creare uno stato di costringimento,
da valutarsi caso per caso con riferimento alle circostanze del caso concreto, alle particolari
condizioni psicologiche del soggetto passivo ed alla conoscenza di esse da parte del soggetto
attivo. La minaccia dovrà essere proporzionata, dovendo esistere un rapporto di proporzione
tra il male minacciato e l’oggetto della costrizione, seria, cioè ragionevolmente credibile e
percepita o percepibile.

Circa l’accertamento dell’idoneità, essa va accertata in base agli elementi sovraesposti.

Circa l’effetto psicologico, esso consiste nella coazione assoluta o relativa (cioè nell’annullamento o
limitazione della libertà di autodeterminazione), la quale può essere dovuta al metus, al turbamento
emotivo, ma può sussistere anche senza un’autentica paura come nel caso in cui il soggetto scelga la
soluzione che gli risparmia il male minacciato. Ciò può verificarsi più facilmente quando si tratta di
danno patrimoniale, mentre il metus è più facilmente ravvisabile in caso di minacciata offesa alla
persona. Ciò che rileva è la determinazione della volontà dall’esterno, per effetto della minaccia.
Agli effetti della legge penale, in particolare, si ha violenza sulle cose qualora la cosa sia:

• Danneggiata, ossia distrutta, dispersa, deteriorata o resa inservibile;

• Trasformata, ossia modificata nella sua funzione, potendo consistere la


modifica anche in un suo oggettivo miglioramento;

• Mutata della sua destinazione specifica attribuita alla cosa dall’avente diritto.

In rapporto alla distinzione tra reati patrimoniali di aggressione unilaterale e reati


patrimoniali con la cooperazione della vittima occorre distinguere tra:

• La violenza che produce una coazione assoluta, con conseguente annullamento


della volontà e riduzione del soggetto a mero strumento materiale. Tale violenza preclude la
configurabilità di quell’atto dispositivo la cui mancanza è requisito negativo dell’aggressione
unilaterale;

• La violenza che produce una coazione relativa, ossia che lascia quel tanto di
potere di scelta indispensabile per una comparazione meramente meccanica ma pur sempre
cosciente e volontaria, onde si possa parlare di un consenso, pur se viziato, del soggetto che
tamen coactus voluit. In questo caso resta configurabile quell’atto dispositivo che costituisce
requisito positivo dell’aggressione con la cooperazione della vittima.

Tal distinzione non corrisponde tuttavia alla distinzione civilistica tra violenza e minaccia. Si
oppone la realtà legislativa in quanto il codice usa la stessa formula “mediante violenza o
minaccia” sia rispetto a reati di aggressione unilaterale (rapina) sia a reati con la
cooperazione della vittima (estorsione) proprio perché mezzi violenti di identico tipo sono
capaci di differenti effetti coattivi; e usa in termini fungibili la violenza e la minaccia
nell’ambito dell’uno e dell’altro tipo di reati, proprio perché mezzi violenti di diverso tipo
sono capaci di un identico effetto coattivo. E si oppone la realtà naturalistica, che sta a
dimostrare che, come un’autentica violenza non è indispensabile per una coazione assoluta,
così non è inconcepibile una coazione relativa che non derivi da una autentica minaccia.

Una violenza propria o impropria bene può inquadrarsi nel meccanismo della coazione
relativa. Quando non obblighi in modo irresistibile, ma tenda solo a determinare nella vittima
una adesione alle mire dell’autore: sia avvalorando una minaccia mediante un saggio del
male futuro, sia indebolendo la resistenza o rendendo arrendevole la volontà con l’ingenerare
sofferenza o stanchezza (come accade in certe torture, nei maltrattamenti continuati).
Viceversa una minaccia ben può ingenerare una coazione assoluta, quando provochi un
terrore paralizzante il raziocinio e la volontà, così da ridurre la vittima in uno stato di
passività e comunque da impedirle un controllo cosciente della condotta. Nella drammatica
alternativa “o la borsa o la vita” ogni ragionevole libertà di scelta viene meno.
Reati contratto, commessi nella conclusione di un contratto e mediante i quali viene incriminato il
fatto stesso della conclusione del contratto;

Reati in contratto, che sono commessi nella conclusione di un contratto e mediante i quali viene
incriminata non la conclusione in sé del contratto, ma il comportamento (violento, fraudolento)
tenuto durante la medesima. A differenza della suddetta, la presente categoria interessa i delitti
patrimoniali perché sono ad essa riconducibili i delitti con la cooperazione della vittima. Questi
sono caratterizzati dal conseguimento del risultato patrimoniale passandosi attraverso l’atto di
disposizione, cosciente e volontario, della vittima; questo può essere un atto non negoziale
(distruzione del proprio francobollo perché sia valorizzato il residuo esemplare dell’agente) o come
di regola un atto negoziale (estorsione, truffa) oppure deve consistere in un atto negoziale. La
volontà dispositiva di questi delitti deve essere viziata perché carpita dal reo con violenza o
minaccia, frode, sfruttamento di una preesistente situazione di debolezza della vittima.

Due sono i problemi di fondo relativi ai rapporti tra contratto e i reati suddetti:

Diversi, infatti, possono essere gli effetti sul reato delle diverse cause di nullità  l’inesistenza
dell’oggetto mentre rende il reato impossibile se trattasi dell’oggetto che il reo intende carpire dalla
vittima, lascia invece sussistere il reato di truffa quando costituisca la base stessa dell’inganno,
trattandosi dell’oggetto che l’agente dovrebbe corrispondere, come pure il reato di insolvenza
fraudolenta, avendo questo come presupposto stesso lo stato di insolvenza; mentre l’incapacità
assoluta di intendere e di volere della vittima rende inconcepibile la circonvenzione di incapaci, la
illiceità della causa non fa venire meno la truffa, almeno per la consolidata opinione che ammette la
truffa in atti illeciti. Come pure non fa venire meno la truffa la mancanza di legittimazione all’atto
da parte del reo, quando questa costituisca la stessa base dell’inganno. Ugualmente non
necessariamente identici possono essere gli effetti sul reato delle diverse cause di annullabilità: se è
vero che il vizio della volontà o l’incapacità della vittima non possono far venire meno il reato in
tutti i casi in cui ne costituiscono elemento tipico e rappresentano la ratio dell’incriminazione del
fatto (estorsione, truffa) è pur vero che non rendono configurabile la truffa l’errore ostativo generato
dall’agente e il preesistente stato di errore da questi sfruttato.

Rapporti familiari nei delitti contro il patrimonio.I rapporti familiari nei delitti contro il patrimonio
sono disciplinati dall’art. 649, il quale prevede il doppio regime della non punibilità o della
punibilità a querela della persona offesa per delitti patrimoniali commessi a danno di congiunti. La
ratio dello speciale trattamento previsto per tali reati viene ravvisata in ragioni di opportunità,
consistenti nel fatto che l’intimità della vita familiare e la comunanza di interessi economici nella
stessa conferiscono a tali azioni un peculiare carattere, e che la punibilità o la perseguibilità di
ufficio possono determinare un pregiudizio superiore a quello che può derivare dalla mancata
punizione.

Il limite negativo di tale trattamento è che deve trattarsi di reati patrimoniali commessi senza
violenza personale, stante la particolare gravità degli stessi, in quanto essi offendono anche la
persona. La preclusione non vale per i delitti tentati (rapina o estorsione tentate, con minaccia)
costituendo il delitto tentato fattispecie autonoma.

Del coniuge non legalmente separato;

Di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante o dell’adottato;

Di un fratello o di una sorella che con lui convivono”.

La procedibilità a querela è prevista dall’art. 649.2 nei confronti dei “fatti preveduti da questo titolo
se commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella che non
convivano con l’autore del fatto, ovvero dello zio o del nipote o dell’affine di secondo grado con lui
conviventi”.

Che il reato sia commesso in danno di uno dei soggetti indicati dall’art. 649, cioè del soggetto
passivo del reato, da individuarsi in base all’oggetto giuridico. Tale causa, quindi, non sussiste se il
fatto è commesso in danno anche di soggetti estranei

Che determinati soggetti passivi siano con l’agente in rapporto di convivenza, da intendersi come
comunanza stabile di vita (nucleo familiare unico);
Che i rapporti familiari sussistano, almeno secondo la comune opinione, al momento della
commissione del reato pur non mancando chi afferma che occorre guardare al momento del
giudizio;

Che il familiare commetta il reato da solo all’interno della famiglia, ma non in concorso con terzi
estranei, venendo altrimenti meno la ratio opportunistica del trattamento di favore.

È stata auspicata la soppressione di queste cause di non punibilità rendendo i reati in questione
punibili a querela di parte o tali cause facoltative

Capitolo II: I DELITTI DI AGGRESSIONE UNILATERALE


Sezione I: I DELITTI DI SOTTRAZIONE

Sotto la categoria del furto sono raggruppabili il furto comune, il furto in abitazione o con strappo, i
c.d. furti minori, la sottrazione di cose comuni, i furti militari e il furto commesso a bordo da
componente dell’equipaggio. Pur differenziandosi per la qualifica del soggetto (attivo e passivo),
per la diversità dell’oggetto materiale, per il luogo o le modalità, per l’entità sanzionatoria e per la
perseguibilità, tali reati presentano come elementi fondamentali comuni:

Il presupposto dell’altrui detenzione;

La condotta della sottrazione e dell’impossessamento;

L’oggetto materiale della cosa mobile altrui;

L’evento offensivo del danno patrimoniale;


Il dolo specifico del fine di profitto.

Elementi costitutivi. Il furto comune (art.624 c.p.) consiste nel fatto di “Chiunque si impossessa
della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri”:
Il soggetto attivo è “chiunque”  reato comune;

Il soggetto passivo e i titolari del diritto di querela sono il proprietario della cosa o chi ne ha il
mero godimento;

Circa l’elemento oggettivo, il presupposto positivo dell’altrui detenzione:

Quanto all’animus, va inteso in senso lato, comprensivo non solo dei casi in cui il soggetto
tenga la cosa nomine alieno, ma anche nei casi in cui la tenga nomine proprio (proprietario
detentore) o la consideri come propria (ladro detentore della cosa rubata);

Quanto al titolo, va inteso nel senso di qualsiasi titolo, lecito, illecito o criminoso;

La condotta consiste non solo nella sottrazione, ma anche nell’impossessamento della cosa,
costituendo essi due elementi autonomi e distinti, concettualmente, logicamente ed anche
cronologicamente:

La sottrazione, dal punto di vista del soggetto passivo, è la privazione della disponibilità
materiale della cosa, così che la vittima è privata della possibilità di stabilire, quando vuole, il
contatto con la cosa stessa; mentre dal punto di vista del soggetto attivo è il porre la cosa in una
posizione tale da consentirgli di instaurare la propria disponibilità materiale sulla stessa senza
urtare contro la volontà impediente della vittima (presupposto dell’impossessamento). Non si ha
sottrazione, quindi, fintanto che la cosa resta nella sfera di vigilanza del detentore (nella stanza,
nella casa..dove originariamente era collocata) anche se questa è stata dall’agente nascosta in
qualche luogo riposto o sulla propria persona. La vittima non ha ancora perso il potere di fatto
sulla cosa, non fosse altro per la persistente possibilità di ripristinare il contatto materiale con
essa, e il reo non ha ancora posto la cosa in una posizione tale da consentirgli di disporne
liberamente. Sussiste invece sottrazione non solo quando l’agente abbia varcato, indisturbato, la
soglia del negozio, ma anche nel caso in cui non sia uscito dai confini del vasto podere, essendo
egli già in grado di disporre liberamente della cosa.

Il criterio per determinare il momento perfezionativo del furto non è quello materiale – spaziale,
ma quello personale, adottato dal codice vigente col sostituire la formula del “togliere la cosa dal
luogo dove si trovava” del codice del 1889 con quella della “sottrazione della cosa a chi la detiene”
e “dell’impossessamento”. Poiché presupposti del furto sono la disponibilità materiale della cosa da
parte di altri e la mancanza di tale disponibilità da parte dell’agente, con l’inversione di tale duplice
relazione si realizza la sottrazione e l’impossessamento. Il criterio personale porta da un lato ad
escludere il furto consumato in una serie di ipotesi, sovente considerate invece tali, e dall’altro a
ravvisare tale reato e non quello di danneggiamento nel caso di utilizzazione della cosa in loco, a
prescindere dalla rimozione materialmente spaziale, essendo ravvisabili in tale utilizzo gli estremi
sia della sottrazione che dell’impossessamento, consistenti, la prima, nel privare definitivamente il
detentore della disponibilità della cosa, e il secondo, nell’utilizzazione della cosa stessa, con la quale
si realizza anche il fine del profitto.
Sottrazione e dell’impossessamento, il più delle volte si verificano contestualmente (ladro che
sottrae la cosa, ne acquista il possesso nel momento stesso in cui esce e si allontana).
L’impossessamento può seguire immediatamente la sottrazione (ladro che getta dal treno i bagagli,
subito raccolti dai complici). Ma possono anche verificarsi in tempi diversi (ladro che sottrae la cosa
nascondendola e che provvede a raccoglierla in un secondo momento).

La condotta furtiva può effettuarsi mediante un’attività personale manuale, come comunemente
avviene, o mediante mezzi meccanici (trappole per animali) o mezzi animali (scimmie
ammaestrate).

Oggetto materiale è la cosa mobile altrui (comprensiva delle energie).

Oggetto giuridico sono le relazioni di proprietà e di godimento della cosa; altrui è la cosa in
proprietà o in godimento di altri. Il furto non appare configurabile da parte del proprietario a danno
del titolare del diritto di godimento, mentre appare configurabile da parte di quest’ultimo
(dell’usufruttuario nei confronti del locatario). Offesa è il danno patrimoniale realmente verificatori
e oggetto di concreto accertamento.

Circa l’elemento soggettivo, il furto è reato a dolo specifico, richiedendo l’art. 624 non solo la
coscienza e volontà di sottrarre al detentore la cosa mobile altrui e di impossessarsene, ma anche il
fine di procurare a sé o ad altri un profitto ingiusto, essendo l’ingiustizia del profitto, requisito
implicito. È configurabile anche il dolo eventuale (nel caso di dubbio circa l’appartenenza della cosa
ad altri). L’erronea convinzione che il profitto perseguito sia giusto esclude il dolo di furto, come
pure il credere che la cosa sia comune.

La perfezione si ha nel momento e nel luogo in cui si verifica l’impossessamento della cosa, non
bastando che il soggetto passivo sia soltanto privato della disponibilità materiale della stessa
(sottrazione), ma occorrendo che l’agente abbia acquistato la piena ed autonoma disponibilità della
stessa.

La consumazione si ha quando il delitto, già perfetto, raggiunge la sua massima gravità concreta.

Perfezione e consumazione, spesso coincidenti, possono anche non coincidere, come nel caso di
impossessamento continuativo di più cose con atti successivi: il furto, mentre si perfezione con
l’impossessamento della prima cosa, si consuma con l’impossessamento di tutte le altre. Pertanto, il
momento della perfezione e non quello della consumazione è il punto di demarcazione tra furto
tentato e furto perfetto. Se il soggetto riesce ad impossessarsi di una sola delle cose, che aveva
animo di sottrarre, oppure rinuncia volontariamente alle altre, risponde di furto perfetto. Il
tentativo, configurabile, trova un corretto ampliamento della propria portata applicativa per effetto
della necessaria distinzione, anche cronologica, tra sottrazione ed impossessamento. Dovrà
ravvisarsi tentativo incompiuto non solo nei casi in cui l’agente per cause indipendenti dalla sua
volontà non sia riuscito a privare la vittima della disponibilità materiale della cosa (es. ladro che ha
spostato la cosa senza tuttavia riuscire a portarla fuori dal supermercato), ma anche nei casi in cui,
privata la vittima di tale disponibilità, non sia poi riuscito ad entrare nella piena ed autonoma
disponibilità materiale della stessa (ad entrare in possesso dei bagagli altrui, da lui gettati dal treno
in corsa).
Non può ravvisarsi tentativo compiuto, perché il furto è reato di mera condotta, in quanto la
modificazione del mondo esterno, costituita dal passaggio della cosa nella disponibilità dell’agente,
non è un evento naturalisticamente e cronologicamente distinto e diverso dall’azione furtiva, ma
nient’altro che tale azione vista nella sua rappresentazione statica conclusiva; la conferma di ciò è
data appunto dal fatto che l’impossessamento, se non si è verificato, si versa ancora nella fase
dell’azione furtiva e se si è verificato si ha furto perfetto.

Sono operanti sia la desistenza volontaria (ladro che volontariamente interrompe la condotta
sottrattiva), ma anche il recesso attivo (se il ladro sottrae la cosa, si attiva con successo perché la
vittima ne riacquisti la disponibilità).

Circostanze aggravanti speciali. Un’intricata maglia di aggravanti, spesso concorrenti, tutte


oggettive, avvolge il furto, così da renderne praticamente impossibile la realizzazione nella forma
semplice e da portare a massimi edittali di pena esorbitanti (superiori a quelli previsti per le lesioni
dolose gravi o addirittura per l’omicidio colposo). Ne è stata per ciò auspicata una netta riduzione.
Per rimediare agli eccessi sanzionatori nel 1974 si è esteso il bilanciamento anche alle circostanze
ad efficacia speciale per cui basta la non infrequente equivalenza o prevalenza di una qualsiasi
attenuante per neutralizzare il sistema aggravante. Il furto, comunque, risulta essere aggravato (art.
625.1):

L’aggravante trova la sua ragione principale nella minorata difesa dei beni aggrediti con
mezzi più efficaci ed insidiosi, pur esprimendo anche una più intensa risoluzione criminosa e
una maggior pericolosità dell’agente.

o Il furto violento richiede:

• La violenza sulle cose;

• Un rapporto strumentale tra violenza sulle cose e furto  necessario


(scassinamento della cassaforte che è chiusa) o supposto dall’agente (sfondamento
della porta ritenuta chiusa); oppure un semplice vincolo modale (ladro che uscendo
frettolosamente rompe oggetti): non è sufficiente un rapporto di occasionalità
cosciente (violenza per vandalismo) essendo in questo caso concorso tra furto
semplice e danneggiamento.

• Che oggetto della violenza sia una cosa diversa da quella oggetto del
furto, poiché, non essendo punibile il post factum di danneggiamento rispetto al
precedente del furto, a fortiori non deve essere punito l’intra factum di
danneggiamento (utilizzazione in loco della cosa: da parte di chi stacca e mangia i
frutti dell’albero o brucia nell’altrui fondo la legna per scaldarsi)

• Che la violenza, nei casi in cui sia necessaria per mobilizzare la cosa,
incida sul bene cui questa aderisce, danneggiandolo, trasformandolo o mutandone la
destinazione (furto di rami
di piante non destinate alla potatura): l’aggravante non ricorre quando la
violenza non incide su detto bene (furto di rami senza che danneggi le piante
destinate alla potatura)

 Che l’ostacolo materiale oggetto della violenza, abbia un’idoneità difensiva


(non così lo spago che lega un mazzo di banconote, il filo di ferro che chiude la
porta priva di serratura)

• Il furto fraudolento richiede che l’agente si avvalga di mezzi fraudolento, cioè


ogni stratagemma diretto ad aggirare/annullare gli ostacoli che si frappongono tra l’agente e
la cosa. Ostacoli:

• Materiali, superabili attraverso operazioni materiali non dirette ad


ingannare la vittima (es. apertura di serrature mediante grimaldelli, chiavi false o vere
possedute illecitamente)

• Personali, superabili attraverso artifici diretti ad ingannare il soggetto


passivo (es.

taccheggiatori che, col pretesto di fare acquisti, distraggono il gestore del negozio mentre uno di
loro sottrae merce);

Ratio dell’aggravante è la situazione di pericolo derivante dall’essere il colpevole in


possesso, durante l’esecuzione del reato, di mezzi particolarmente insidiosi o offensivi, che
possono all’occorrenza servire per commettere il fatto. Perché sussista, occorre:

• Che si tratti di armi o di narcotici, da intendersi ai presenti fini solo quelli


idonei a provocare uno stato tale da togliere o diminuire la capacità di difesa o reazione;

• Che le armi o i narcotici siano <in dosso>, discutendosi se tale espressione


debba essere intesa in senso letterale (sulla persona, in mano) o in senso logico (es. nella
borsa);

• Che le armi o i narcotici non siano usati contro le persone, perché si farebbe
altrimenti luogo al reato aggravato di rapina, mentre l’uso dell’arma non fa venire meno
l’aggravante se rivolto soltanto alla cosa (es. abbattere un animale per rubarlo);

• Che l’agente deve avere la conoscenza di avere con sé tali mezzi; Se il fatto è
commesso con destrezza.

Ratio Di fronte all’abilità fisica dell’agente la difesa delle cose risulta essere minorata. Si
richiede:


• Che si tratti di abilità superiore a quella normalmente usata dal comune ladro e,
perciò, idonea ad eludere la normale vigilanza dell’uomo comune;

• Che, per differenziare le limitrofe circostanze della destrezza e del mezzo


fraudolento, si precisi che:  La destrezza presuppone la vigilanza sulla cosa da parte del
detentore, serve per eluderla, aggirarla, e, quindi, deve essere destrezza di mano e perciò non
deve incidere sulla volontà della vittima;

• Il mezzo fraudolento prescinde dalla vigilanza o meno del detentore sulla


cosa e serve per superare ostacoli materiali con mezzi materiali o personali (abilità) o
ostacoli personali con mezzi psichici (artifici o raggiri) incidenti sulla coscienza e
volontà del soggetto (inducendolo ad allontanarsi, attirando la sua attenzione come nel
taccheggio).

Se il fatto è commesso da tre o più persone ovvero da una sola che sia travisata (alterazione delle
sembianze del viso idonea a rendere impossibile o difficile il riconoscimento del soggetto) o simuli
la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio.
La ratio comune a queste tre ipotesi consiste nella minorata difesa delle cose, dovuta alla particolare
intimidazione esercitata dal numero degli esecutori, dal travisamento o dalle simulate qualifiche
suddette; Se il fatto è commesso sul bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle
stazioni, negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si somministri cibi o bevande.
Ratio dell’aggravante è la maggiore difficoltà di vigilanza e di difesa delle proprie cose di chi è in
viaggio. Sono richiesti:

• La qualifica di viaggiatore nella vittima, essendo tale chi si allontana, con


qualsiasi mezzo di trasporto, dall’abituale residenza o vi ritorna;

Se il fatto è commesso su cose esistenti in uffici o stabilimenti pubblici, o sottoposte a sequestro


o a pignoramento, o esposte per necessità (es. cose lasciate incustodite a causa di una calamità
naturale) o per consuetudine (es. biancheria stesa al sole) o per destinazione (es. frutti non raccolti)
alla pubblica fede (fuori dalla sfera di diretta vigilanza e affidate interamente all’altrui senso di
onestà e rispetto, siano in luogo pubblico, aperto al pubblico o privato, ma agevolmente accessibile
da chiunque senza doversi superare particolari ostacoli), o destinate a pubblico servizio o a
pubblica utilità (che servano ad un uso di pubblico vantaggio o di utilità collettiva, appartengano a
PA o a privato es. vagoni ferroviari), difesa (prevenzione di infortuni alla collettività es. pompe
antincendio) o reverenza (circondate dal rispetto della generalità degli uomini perché attinenti al
culto di religioni ammesse nello Stato o dei defunti).
Tale aggravante, introdotta per contrastare il saccheggio di detti luoghi da parte di
terroristi, è caratterizzata: o Dalla particolare natura della cosa, costituita da armi,
munizioni e esplosivi;

o Dal particolare luogo di commissione del fatto, circoscritto ad armerie, depositi e


altri locali adibiti alla custodia di dette cose, cioè solo a quei luoghi in cui dette cose
sono detenute per ragioni di commercio o di custodia inerenti alla loro normale
disponibilità ed in numero rilevante. L’aggravante non sussiste se il furto di tali cose è
commesso in locali diversi dai suddetti.

Se il fatto è commesso nei confronti di una persona che si trovi nell’atto di fruire ovvero che abbia
appena fruito di servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti al
prelievo di denaro.

Se concorrono due o più aggravanti speciali o una aggravante speciale con altra comune dell’art.61
c.p.  reclusione da 3 a 10 anni e multa da 206 a 1549 euro. Ugual disciplina, in ossequio al
principio di proporzione giuridica, si ha, stante il silenzio della legge, nelle ipotesi di concorso di
due o più aggravanti speciali con una aggravante comune e di una aggravante speciale con due o più
aggravanti comuni.

Circostanze attenuanti speciali. Il furto comune e il furto aggravato ex art. 625 sono attenuati
“qualora il colpevole, prima del giudizio, abbia consentito l’individuazione dei correi o di coloro
che hanno acquistato, ricevuto od occultato la cosa sottratta o si sono comunque intromessi per
farla acquistare ricevere od occultare> (art. 625 bis). Trattasi di un’attenuante ad efficacia speciale,
di natura premiale, avente la funzione di contrastare la diffusione dei furti e i circuiti criminali tra
gli autori di tali reati e i soggetti che consentono loro di conseguire il profitto (es.

ricettatori). Ciò mediante l’incentivazione di quella collaborazione processuale che può essere anche
solo parziale essendo non necessaria l’individuazione dei correi e, se esistenti, dei ricettatori ed
intermediari, ma sufficiente la consentita individuazione anche solo dei primi o dei secondi.
Dall’appropriazione e dal danneggiamento

Dal furto di cose d’antichità o d’arte, poiché questo colma una lacuna legislativa, in quanto nella
specie non è configurabile né il furto (mancando l’altrui detenzione) né l’appropriazione indebita
(mancando l’affidamento del previo possesso) e l’appropriazione minore avrebbe potuto applicarsi
alla sola ipotesi del rinvenimento fortuito e non a quello su ricerca

Dalla truffa

Dal possesso ingiustificato di chiavi o grimaldelli


Trattamento sanzionatorio. Il furto è perseguibile a
querela:

Con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la multa da € 154 a 516;

Nelle ipotesi aggravate (art. 625.1), con la reclusione da 1 a 6 anni e con la multa da € 103 a
1032;

In caso di concorso di aggravanti (art. 625.2), con la reclusione da 3 a 10 anni e la multa da €


206 a 1549,

Nell’ipotesi attenuata, con la pena diminuita da 1/3 alla metà. L’attenuante dell’art.625 bis,
riferendosi anche

al furto aggravato dell’art.625, costituisce una deroga al concorso eterogeneo di circostanze.

IL FURTO IN ABITAZIONE E IL FURTO CON STRAPPO.


Queste due fattispecie speciali di furto sono state introdotte dalla L.128 del 2001 che ha abrogato le
due originarie aggravanti del furto domiciliare (art. 625.1) e del furto con scippo (625.4), elevandole
a reati autonomi, con pena pecuniaria triplicata nel minimo, e sottraendole così al bilanciamento di
cui all’art. 69.

Lo scopo è quello di contrastare tale criminalità diffusa che genera, anche per le sue ripercussioni
ultrapatrimoniali sulla persona, un collettivo senso di insicurezza, incidendo negativamente sulla
qualità della vita quotidiana. Per i requisiti qui non trattati si rinvia a quelli del furto comune.

*Furto in abitazione.
Consiste nel fatto di <Chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la
detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, mediante introduzione in un edificio o in altro
luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa> (art. 624.1 bis).
La ratio della nuova fattispecie è la tutela della sicurezza domestica, pur rivelando essa anche una
particolare audacia e pericolosità dell’agente, che non arretra di fronte alla possibilità di trovarsi di
fronte al soggetto passivo con conseguente maggiore allarme sociale. Il furto nella propria
abitazione suscita un senso di perdita superiore al danno economico subìto ed un senso di
frustrazione e di insicurezza derivante dall’essere state le proprie cose domestiche in balia di altri,
della violazione della propria intimità e della possibile esposizione a pericolo della propria persona.
Circa il luogo del reato la nuova formulazione del 624 bis persegue il duplice scopo di:

La nozione di privata dimora, in particolare, comprende:

Ne sono elementi essenziali l’esistenza di uno spazio delimitato verso l’ambiente esterno per
rendere palese la volontà di escludere da esso altri; la fruizione di questo spazio per attività
proprie della vita domestica; la libertà di scelta di questo luogo, non potendo costituire
abitazione il luogo coattivamente imposto; attualità della fruizione; riconoscibilità oggettiva
da parte dei consociati.

Ne sono elementi indifferenti la totalità o parzialità della destinazione del luogo ad abitazione; la
stabilità o meno, la natura immobile o mobile dello spazio adibito a vita domestica; la permanenza o
temporaneità dell’uso domestico del luogo pur essendo necessario un minimo di durata del rapporto
soggetto-ambiente; le caratteristiche intrinseche del luogo medesimo; la natura del titolo potendo
consistere in un titolo di godimento o in una situazione di fatto.

Si vuole includere nella tutela domiciliare qualunque luogo, adibito ad uso di privati, anche
se non costituente abitazione in senso stretto. Esso abbraccia i luoghi che servono
all’esplicazione, al di fuori delle altrui ingerenze della vita culturale (biblioteca), della vita
politica (sede di un partito), della vita lavorativa (ufficio privato), della vita religiosa
(cappella privata); divergenze sussistono circa i pubblici esercizi (bar, ristoranti, negozi)
rispetto ai quali prevalente è la tesi che accorda ad essi la tutela domiciliare negli orari di
chiusura potendo in essi compiervi il titolare qualsiasi attività di natura riservata, mentre
anche durante l’orario di apertura si è configurata la violazione di domicilio limitatamente a
situazioni particolari (ingresso nel locale per finalità illecite o diverse dalla fruizione del
servizio cui il pubblico esercizio è adibito); la maggior discordia concerne gli stabilimenti
industriali rispetto ai quali la natura di luogo di privata dimora è riconosciuta da chi fa leva
sul fatto che lì l’imprenditore svolge la sua attività di direzione e controllo ed ha il connesso
diritto di escludere dai locali le persone da lui non accettate mentre negata da chi rileva
l’inconciliabilità di tale dilatazione interpretativa con l’oggetto di tutela costituito pur sempre
dall’abitazionedimora quale proiezione spaziale della persona umana nella sua dimensione
privata. I mezzi di trasporto non costituiscono né abitazione né luogo di privata dimora.
Per edifici, le costruzioni di natura immobiliare (es. case urbane, appartamenti);

Per altri luoghi, tutti gli altri luoghi per esclusione diversi dalle costruzioni immobiliari, siano essi
immobili (es. grotta) o mobili (es. roulotte);

Per pertinenze, i luoghi accessori ai suddetti edifici e ai suddetti luoghi, in quanto predisposti per il
servizio o completamento e quindi al godimento. Devono intendersi tali le “appartenenze” di cui
all’art.614 c.p., anziché le pertinenze di cui agli artt.817 c.c. riguardando queste anche cose mobili
che nulla hanno a che fare con la tutela dei luoghi della vita privata. Essenziale è il rapporto di
dipendenza, non invece la diretta comunicazione con i suddetti luoghi. Si ritengono pertinenze: i
giardini se complementari ad una privata dimora, stalle quando per la vicinanza alla casa devono
considerarsi servizio di questa, il pianerottolo di casa, la scala comune, le cantine..

In luoghi pubblici e in luoghi aperti al pubblico, nella misura in cui siano attualmente ed
effettivamente aperti al pubblico;

In luoghi non aperti al pubblico, non compresi nelle nozioni di luoghi di privata dimora o di
pertinenze. La condotta consiste nell’introdursi, ossia nell’entrare nella privata dimora altrui.
Altrui è la dimora non propria, non dovendo essere l’agente il dimorante e nemmeno un co-
dimorante. Tale introduzione richiede che l’agente entri con l’intera persona, non bastando
l’introduzione di un braccio o di un mezzo meccanico, e che il luogo destinato a privata dimora sia
lo stesso luogo della commissione del furto o soltanto il luogo di transito per accedere a questo
(furto nella gioielleria con la tecnica del buco nell’appartamento contiguo).

Circa la natura, il furto in privata dimora è reato necessariamente complesso, di cui i reati di furto e
di violazione di domicilio sono elementi costitutivi, mentre il previgente furto aggravato era un
reato eventualmente complesso, poiché la violazione di domicilio rientrando come circostanza
aggravante e quindi non necessariamente dolosa, poteva non corrispondere al reato doloso.

Circa l’oggetto giuridico, sono tutelati sia il bene patrimoniale sia il diritto di libertà domiciliare:
reato plurioffensivo. Circa l’elemento soggettivo, il dolo specifico deve abbracciare, oltre al fatto
materiale del furto, anche la coscienza e volontà di introdursi in un luogo e la consapevolezza che
tale luogo è destinato all’altrui privata dimora o ne costituisce pertinenza. Non basta più la mera
conoscibilità di tale destinazione.
Circa il tentativo, la previsione del furto in privata dimora come fattispecie autonoma rende
configurabile il tentativo anche rispetto all’introduzione in tale luogo (ladro colto mentre sta
tentando di entrare nell’altrui abitazione). *Furto con strappo.

Consiste nel fatto di “chi si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al
fine di trarne profitto per sé o per altri, strappandola di dosso o di mano alla persona” (art. 624.2
bis). La ratio di tale fattispecie, come della precedente aggravante, è la minorata difesa delle cose di
fronte all’audacia dell’agente, unitamente all’esposizione a pericolo di danni alla persona (caduta
per strappo) e al turbamento psichico derivante alla vittima da siffatte modalità di condotta.

Che la cosa sia strappata di mano o di dosso alla persona, ossia che sia tolta con una forza tale da
superare la resistenza dei mezzi che avvincono la cosa alla vittima;

Che la violenza fisica deve avere per oggetto, se la cosa è strappata di mano, direttamente la cosa,
poiché usata per staccarla dalla persona (vibrando un colpo sulla mano) e nel caso la cosa sia
strappata di dosso, direttamente la persona, poiché usata per neutralizzarla per poi poter sottrarre la
cosa. Il furto con strappo non diventa rapina per il fatto che è derivata una lesione personale
(lacerazione del lobo per impossessarsi dell’orecchino).

Circostanze speciali. I furti in abitazione e con strappo sottostanno:

Ad un autonomo aumento di pena se sono aggravati da una o più circostanze previste dal 625
o dal 61 c.p.
Ad una autonoma diminuzione di pena se ricorre l’attenuante del 625
bis. Trattamento sanzionatorio: i due suddetti reati di furto sono puniti di
ufficio:

Con la reclusione da 1 a 6 anni e con la multa da € 309 a 1032;

Nelle ipotesi aggravate, con la reclusione da 3 a 10 anni e la multa da € 206 a


1549; Nell’ipotesi attenuata, con pena diminuita da 1/3 a 1/2.

I FURTI MINORI.

Se concorre taluna delle aggravanti dell’art. 625 nn. 2, 3 e 4, applicandosi in questi casi il furto
comune aggravato;
Se ricorrono le ipotesi delle abrogate aggravanti dell’art. 625 n. 1 e 4 (introduzione nell’altrui
abitazione o strappo della cosa), applicandosi in questi casi il furto aggravato dell’art. 624 bis.

La ratio comune dei c.d. furti minori, comunque, consiste nella minore offensività del fatto e nella
minore capacità a delinquere dell’autore.

*Furto d’uso. Ricorre “se il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa
sottratta, e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita”. Oltre ai requisiti del
furto comune, questo reato richiede:

• L’immediatezza e momentaneità dell’uso, che deve avvenire subito dopo il


furto ed essere di breve durata, essendo la ratio del trattamento privilegiato costituita dalla
momentanea privazione della cosa. Risponde per furto comune chi tiene in riserva la cosa per
farne un uso, pur momentaneo, nel futuro o chi usa la cosa per lungo tempo;

• L’immediatezza dell’effettiva restituzione, che deve avvenire senza ritardo


subito dopo tale uso. Risponde per furto comune chi non restituisce la cosa per volontà
(abbandono dell’auto) o per colpa (distruzione dell’auto per incidente dovuto a imprudenza
dell’agente), ma non chi non la restituisce per caso fortuito o forza maggiore;

• La restituzione della stessa cosa sottratta o del tantumdem (cioè di cosa della
stessa specie e qualità, sempre che si tratti di cosa totalmente fungibile sotto il profilo della
strumentalità materiale e morale) da parte dell’agente con riconsegna al derubato o con il
ricollocarla nel luogo della sottrazione o, comunque, in modo che questi ne rientri
agevolmente in possesso;

• Il non deterioramento della cosa restituita, escluso quello minimo insito


nell’uso.

La perfezione del reato coincide con la restituzione e non con l’impossessamento o l’avvenuto uso
della cosa: la restituzione, infatti, rappresenta l’atto tipico modificativo del titolo di reato. Il furto
d’uso non nasce furto comune prima di diventare furto d’uso, ma al contrario nasce già dotato di una
minore gravità soggettiva, pur essendo suscettibile di trasformarsi in furto comune in mancanza di
restituzione immediata: non è infatti la restituzione a trasformare un furto comune in furto d’uso, ma
la mancata restituzione a degradare un furto intenzionalmente d’uso in un furto comune. Il furto
d’uso, quindi, si perfeziona nel tempo e nel luogo della restituzione perché solo in questo momento
si ha anche la richiesta realizzazione dell’intenzione restituiva. Finchè la restituzione è possibile e
non sia decorso un tempo tale da escluderne l’immediatezza, il furto d’uso non è ancora
perfezionato. L’impossessamento segna il momento a partire dal quale nonè più configurabile il
tentativo di furto. Se tale tempo è trascorso si ha furto comune consumato. Il tentativo di furto
d’uso, di conseguenza, è configurabile prima del momento dell’impossessamento (chi, con
l’intenzione di fare uso momentaneo della cosa altrui e di restituirla immediatamente dopo, tenta di
impossessarsene senza riuscirvi; risponde di furto comune consumato chi, impossessandosi della
cosa, tenta di restituirla immediatamente dopo l’uso momentaneo senza riuscirvi). *Furto lieve per
bisogno.

Ricorre “se il fatto è commesso su cose di tenue valore, per provvedere ad un grave ed urgente
bisogno”. Tale tipologia di furto si differenzia dal furto comune:

Lo stato di bisogno in esame non può identificarsi con la scriminante dello stato di necessità, poiché
non richiede né la necessità assoluta dell’art. 54 né l’inevitabilità altrimenti del danno e
l’involontarietà del fatto produttivo del pericolo, né l’attualità del pericolo di un danno grave alla
persona bastando un bisogno grave e urgente. Tale reato si differenzia dal furto attenuato ex art.62.4
perché esso non richiede la speciale tenuità del valore della cosa ed esige il fine di soddisfare un
bisogno grave e urgente.

*Spigolamento abusivo.

Per la speciale condotta dello spigolare (es. spighe di grano), rastrellare (es. erbe falciate) o
raspollare (es. grappoli di uva);

Per lo speciale luogo, costituito dai fondi altrui non ancora spogliati interamente del raccolto (fase
intermedia in cui il raccolto è stato iniziato ma non è ancora stato ultimato).

Trattamento sanzionatorio: i furti minori, perseguibili a querela, sono puniti:

Con la reclusione fino a 1 anno o la multa fino a € 206;

Con la multa da € 258 a 2582 o con la permanenza domiciliare da 6 a 30 giorni o con il lavoro di
pubblica

utilità da 10 a 3 mesi, in seguito all’attribuzione del delitto alla competenza del giudice di
pace.
LA SOTTRAZIONE DI COSE COMUNI.
Il comproprietario, socio o coerede che, per procurare a sé o ad altri un profitto, si impossessa della
cosa comune, sottraendola a chi la detiene, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione
fino a due anni o con la multa da euro 20 a euro 206. Non è punibile chi commette il fatto su cose
fungibili, se il valore di esse non eccede la quota a lui spettante. Dal furto si differenzia sotto il
profilo del soggetto attivo, che non è chiunque ma un soggetto qualificato, e dell’oggetto materiale,
che è la cosa non altrui ma comune.

Soggetto attivo è il proprietario, il socio o il coerede dove si tratta di reato proprio. Socio è
comunemente ritenuto solo il socio di società di persone o comunque sfornite di personalità
giuridica e non anche il socio di società di capitali o fornite di tale personalità poiché solo nelle
prime i soci restano comproprietari della cosa, che + perciò comune, mentre nella seconda i beni
appartengono ad un autonomo soggetto e sono rispetto ai soci “altrui”.

Presupposto positivo: detenzione di cosa altrui (di altro comproprietario, socio, coerede, terzi). Si
ha sottrazione di cosa comune:

Se è detenuta da altro comproprietario, socio o coerede.

Se detenuta dall’agente con altro comproprietario, perché la presenza dell’altrui potere materiale
toglie al soggetto la piena ed autonoma disponibilità materiale della cosa comune, quindi egli non
può farla propria senza sottrarla.

Oggetto materiale: cosa comune, mobile, infungibile (anche se di valore non eccedente la quota
spettante all’agente) o fungibile (se di valore eccedente tale quota).

Elemento soggettivo: dolo specifico che richiede la consapevolezza che la cosa è comune, fungibile
e non eccedente la quota. L’erronea convinzione della fungibilità o della non eccedenza della quota
esclude il dolo. L’errore sul carattere comune della cosa costituisce errore sugli elementi
specializzanti degradanti e sottostà alla relativa disciplina.

Rapporti con altri reati. La sottrazione d’uso e la sottrazione lieve per bisogno di cosa comune non
possono costituire il reato dell’art.627 per l’elementare principio di proporzione giuridica (i due furti
citati, pur essendo più gravi, sono puniti con pena notevolmente inferiore e a querela di parte). La
sottrazione di cosa comune con violenza o minaccia rientra nel reato di rapina. Ciò perché il ricorso
alla violenza, attribuendo al fatto un particolare disvalore oggettivo e soggettivo, compensa la
minore offensività patrimoniale e quindi annulla la ragione del benevolo trattamento riservato alla
mera sottrazione di cose comuni, come del resto la violenza fa venire meno la ratio della causa di
non punibilità del 649; l’art.627 esaurisce la propria funzione imitatrice rispetto al solo furto; il
concetto di altruità della cosa, ai fini della rapina, abbraccia anche le cose che sono considerate
comuni.

Trattamento sanzionatorio. Tale reato è punito con:


La reclusione fino a 2 anni o con la multa da 20 a 206 euro

Con la multa da 258 a 2582 euro o con la permanenza domiciliare da 6 a 30 giorni o con il lavoro di
pubblica

utilità da 10 giorni a 3 mesi in seguito all’attribuzione del delitto alla competenza del giudice
di pace.

Rapina Propria: “Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla
persona o minaccia, s'impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene”.

Rapina impropria: “Chi adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per
assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sé o ad altri l'impunità”.

La vis è il mezzo, nella prima, per entrare in possesso della cosa e, nella seconda, per assicurare il
possesso o procurare l’impunità. È reato:

Complesso: unifica il reato di furto e il reato rispondente al tipo di violenza fisica o psichica usata di
volta in volta (percosse, minaccia). Non il reato di violenza privata essendo la rapina un’ipotesi
speciale del genus

Plurioffensivo: lesivo dell’interesse patrimoniale e della libertà personale.

Il concetto di altruità della cosa abbraccia anche le cose che, ai fini del 627, sono da considerare
comuni; oltre al dolo specifico del furto si richiede in più la coscienza e la volontà di servirsi della
violenza o minaccia per la sottrazione, l’impossessamento o l’impunità; la legge, a differenza che
nel furto, richiede l’ingiustizia del profitto; in assenza di autonoma previsione, anche la rapina
d’uso o di cosa di tenue valore per bisogno ricade sotto il 628.

Rapina propria. Perché sussista rapina propria occorre che sussista un rapporto strumentale, di
mezzo a fine, tra vis e sottrazione-impossessamento, nel senso che la prima deve servire per
sottrarre o per entrare in possesso della cosa. Non occorre che il soggetto passivo della violenza
coincida con il soggetto passivo del reato (vis usata per neutralizzare terze persone che si
oppongono alla sottrazione).

La differenza tra rapina ed estorsione va individuata (tenuto conto che la coppia violenza-minaccia è
comune ad entrambe, anche la rapina è realizzabile mediante un costringi mento e limitatamente al
settore di iporesi di spoglio di cose mobili in cui le due fattispecie sembrano interferire) nel fatto
che:

• Perché la vis non ha di mira la volontà, ma la aggira, agendo sulla persona


fisica, che viene posta nell’impossibilità corporale di agire o di agire diversamente (legare,
stordire..)

• Perché la vis, avendo di mira la volontà, la elimina completamente attraverso


una procurata incapacità di volere (ipnotizzazione, inebriamento) o una coazione assoluta che
può essere provocata anche da una minaccia (chi è sotto la minaccia di un’arma). Una
consegna meccanica della cosa, non sorretta da un minimo di volontà, giuridicamente non è
che il travisamento verbale di una sottrazione

• Perché la vis, pur concretizzandosi in una coazione relativa, è utilizzata non per
estorcere un atto di disposizione patrimoniale, ma per permettere all’agente di venire a
contatto con la cosa o per agire indisturbato, premunendosi contro eventuali reazioni
(minaccia al custode di un male futuro per farlo allontanare dalle cose custodite)

Rapina impropria. Identiche negli elementi costitutivi oggettivi, la rapina propria e la rapina
impropria si differenziano per la fase dell’iter criminis in cui avviene il ricorso al mezzo della
violenza: nella prima, per entrare nel possesso della cosa, e, nella seconda, per assicurare il possesso
o procurare l’impunità.

Circa il requisito dell’immediatezza tra sottrazione e violenza, non appare che esso possa intendersi
nel senso che se non occorre la mancanza di un qualsiasi intervallo di tempo tra l’una e l’altra, è pur
sempre necessario che si susseguano con una soluzione di continuità che non superi i termini della
flagranza o quasi flagranza di reato ex art.382 c.p.p. Tali categorie processuali portano ad un non
consentito ampliamento della rapina impropria:

La flagranza, perché porterebbe a ravvisare tale reato anche quando la vis sia usata nell’atto in cui si
sottrae la cosa mentre per l’art.628 la vis deve seguire la già avvenuta sottrazione ricorrendo
altrimenti rapina propria La quasi flagranza, perché porterebbe a ravvisare la rapina impropria anche
nel caso in cui il soggetto sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che abbia commesso
poco prima un fatto di furto mentre ciò non si accorda con l’immediatamente dopo la sottrazione del
628.

La linea di demarcazione tra rapina propria e impropria va individuata tenendo presente che:

La rapina impropria presuppone l’avvenuta sottrazione e che a contrario la rapina propria


presuppone al non ancora consumata sottrazione

Nella rapina impropria la violenza deve essere posta in essere immediatamente dopo
la sottrazione Da ciò deriva che:

Si ha rapina propria quando la vis serve come mezzo per neutralizzare ostacoli di persona
che si interpongono tra l’agente e la cosa da sottrarre, onde l’alternativa tra ricorrere alla
violenza o rinunciare alla sottrazione della cosa (non si avrà tentata rapina, né propria né
impropria, ma solo concorso tra furto tentato e violenza privata nel caso in cui la vis sia usata
da agente prima di aver realizzato la sottrazione per mettersi in salvo e così procurarsi
l’impunità).

• Sia nell’ipotesi in cui l’agente ha già attuato la sottrazione privando la vittima


della disponibilità materiale della cosa, ma senza averne ancora realizzato l’impossessamento
(chi, gettate le valigie dal treno in corsa, usa violenza alla vittima per non essere da questo
arrestato)

• Sia nell’ipotesi in cui l’agente, attuata la sottrazione, abbia già operato, ma non
ancora consolidato l’impossessamento (uso di violenza da parte dell’agente appena uscito dal
negozio, dalla banca, da lui clandestinamente svaligiati  l’agente è entrato in possesso della
cosa, ma non ha ancora realizzato la situazione di una pacifica e indisturbata disponibilità
poiché il suo possesso appare ancora facilmente riconoscibile per le caratteristiche, la
vicinanza del luogo o altre circostanze; contro il ladro fuggente, il derubato potrà ancora
invocare a sé la legittima difesa per reintegrarsi nel possesso in quanto non si è ancora
consolidata la lesione patrimoniale e non si è ancora completato il passaggio dalla situazione
di pericolo a quella di danno effettivo. Si avrà rapina impropria finchè la vis sia posta in
essere per neutralizzare la legittima difesa: se la reazione di legittima difesa del soggetto
passivo sarà sproporzionata e quindi antigiuridica, la vis posta in essere dal ladro non
configura una rapina impropria ed egli risponderà solo di furto). Per difetto del requisito di
immediatezza tra sottrazione e violenza, che esso solo legittima ancora l’inclusione della vis
nel concetto di rapina, non si ha rapina impropria, ma concorso tra furto e violenza privata
nei casi in cui l’agente, operata la sottrazione, ricorra alla violenza per instaurare il possesso,
ma non immediatamente dopo la sottrazione (chi, gettate le valigie altrui dal treno in corsa e
recatosi poi sul luogo, usi violenza a chi si oppone alla raccolta delle stesse). Fermo invece il
requisito dell’immediatezza, la vis può essere esercitata anche in luogo diverso da quello
della sottrazione (agente inseguito dal derubato lungo la via).

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a duplice scopo specifico, richiedendo il dolo specifico
del furto e il dolo specifico della coscienza e volontà di usare la violenza o minaccia al fine di
assicurare a sé o ad altri il possesso o di procurare a sé o ad altri l’impunità. Ciò differenzia, sotto il
profilo soggettivo, la rapina impropria sia dal furto che dalla rapina propria. Il fine di “assicurare a
sé o ad altri il possesso della cosa sottratta” abbraccia la duplice ipotesi in cui l’agente sottratta la
cosa ricorre alla vis per instaurare o per consolidare il possesso. Il fine di “procurare a sé o ad altri
l’impunità” ricorre ogni volta che la vis sia usata per cercare di evitare il riconoscimento o le
conseguenze penali e processuali del reato commesso, compresi la denuncia e l’arresto.

Va respinta l’opinione che nega la sussistenza della rapina impropria quando il reo, essendo stato
con certezza riconosciuto e identificato, usi violenza per impedire di essere arrestato, mentre
l’ammette quando l’identificazione non sia avvenuta o non sia sicura e l’agente ne sia consapevole
poiché solo in questo caso la violenza anche se immediatamente diretta ad evitare l’arresto sarebbe
diretta anche a procurare l’impunità.

La perfezione si ha nel momento e nel luogo in cui viene posta in essere la violenza o la minaccia:
nella rapina propria è il momento dell’acquisizione del possesso; nella rapina impropria è sufficiente
che dopo la sottrazione il soggetto usi violenza o minaccia per realizzare l’impossessamento,
restando indifferente che lo scopo sia raggiunto.. Circa il tentativo, questo va ammesso in
considerazione del fatto che ben può configurarsi un tentativo di violenza o minaccia (azione dirette
a percuotere, ferire, che sia bloccata da terzi o dalla vittima). Va respinta la vecchia opinione per la
quale il tentativo non sarebbe configurabile in quanto, presupponendosi avvenuto
l’impossessamento e perfezionandosi il delitto con la vis, si ha rapina impropria consumata se la vis
è usata, mentre se la vis non è usata di avrebbe solo furto, non essendo valutabile il tentativo di
violenza o minaccia.

Circa il quando sia configurabile il tentativo esiste disaccordo tra la giurisprudenza (richiede che
l’agente abbia posto in essere la vis dopo avere tentato la sottrazione, non realizzata per cause
indipendenti dalla sua volontà) e la dottrina
(richiede che l’agente abbia tentato di porre in essere la vis immediatamente dopo avere realizzato la
sottrazione). Giuridicamente corretta questa seconda opinione perché imposta dall’art.628.
Nell’ipotesi in cui l’agente, dopo aver tentato di sottrarre la cosa, usi immediatamente violenza o
minaccia, si avrà tentativo di rapina propria, se egli fa uso della vis per cercare, senza successo, di
eliminare gli ostacoli di persona che impediscono la sottrazione. E concorso tra furto tentato e
violenza privata, se egli ricorre alla violenza o minaccia per procurarsi l’impunità. Il tentativo di
rapina impropria è configurabile quando l’agente, sottratta la cosa, cerchi senza riuscirci di usare la
vis a chi vuole impedirgli di assicurarsi il possesso o l’impunità.
Aggravanti speciali. La rapina propria e la rapina impropria sono aggravate:

• La prima ipotesi, la cui ratio consiste nella particolare intimidibilità e


pericolosità dell’arma, richiede sia una vis realizzata con un’arma vera e che questa sia
esibita con modalità tali da far trasparire l’intenzione di farne uso se non si ottempera
all’intimidazione.

• La seconda ipotesi richiede una vis da persona travisata

• La terza ipotesi richiede una vis commessa da più persone, anche due soltanto;
la riunione occasionale di tali persone nel luogo della rapina anche se si ritiene non
necessario che tutte le persone riunite assumano un atteggiamento violento o minaccioso, ma
sufficiente che la violenza o minaccia sia usata da una di esse; la sicura sensazione della
provenienza della minaccia mediata da parte delle persone. Si esclude il concorso di più
aggravanti in queste tre ipotesi.

Se la violenza consiste nel porre taluno in stato di incapacità di volere (somministrazione si


sostanze, ipnotizzazione) o di agire (immobilizzazione); non occorre l’incapacità di intendere.

Se la violenza o minaccia è posta in essere da persona che fa parte dell'associazione mafiosa.

Se l’agente si impossessa di armi, munizioni o esplosivi, commettendo il fatto in armerie, ovvero in


depositi o in altri locali adibiti alla custodia di essi.

Se il fatto è commesso nei luoghi di cui al 624 bis (furto in abitazione e furto con strappo)

Se il fatto è commesso all’interno di mezzi di pubblico trasporto;

Se il fatto è commesso nei confronti di persona che si trovi nell’atto di fruire oppure abbia appena
fruito dei servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti al prelievo di
danaro.
Dal furto con violenza sulle cose poiché la violenza è diretta, nel furto, sulla cosa e, nella rapina, alla
persona, anche se la minaccia può essere realizzata attraverso una violenza reale, sempre che questa
produca nella situazione concreta quella coazione assoluta, essenziale per la configurabilità della
rapina medesima (medico che si accinga a staccare il respiratore).

Dal furto con strappo o con armi in dosso


Dall’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sotto il profilo del dolo specifico, che per questo
reato è il fine di esercitare un preteso diritto azionabile e per la rapina è il fine di conseguire un
profitto ingiusto sapendo cioè che non si fonda su alcuna pretesa giuridicamente riconosciuta.

Nel caso di violenza o minaccia poste in essere contro un pubblico ufficiale, la giurisprudenza
ritiene sussistente il concorso tra i delitti di rapina e di resistenza a pubblico ufficiale, mentre la
dottrina ravvisa il concorso tra i reati di furto e di resistenza, aggravata.

Vi è il concorso tra i reati di rapina e di violazione di domicilio quando questa sia il mezzo per
commettere la rapina. Nell’ipotesi in cui l’agente sottragga la cosa con violenza o minaccia e dopo
ricorra alla vis per assicurarsi il possesso o procurarsi impunità non si ha:

Né concorso tra rapina propria e impropria poiché manca di questa il presupposto della sottrazione
pacifica Né, quanto meno rispetto alla vis per assicurarsi il possesso, il concorso tra rapina propria e
i reati che la violenza o minaccia successive potrebbero integrare perché la rapina propria abbraccia
nella sua ampia formulazione la violenza usata per sottrarre e la eventuale violenza usata per
impossessarsi della cosa.
Nell’ipotesi di rapine in un unico contesto di azione a danno di più persone si ha una pluralità di
reati, legati al più dalla continuazione e non un solo reato, stante la non indifferenza dei soggetti
passivi della violenza, in quanto è da questa offeso un bene personale. Nell’ipotesi invece di
sottrazione violenta ad una stessa persona di più cose appartenenti a diverse persone, si ha un solo
reato, stante l’indifferenza dei titolari dei beni patrimoniali.

Trattamento sanzionatorio. La rapina propria e la rapina impropria sono punite d’ufficio con la
reclusione da 3 a 10 anni e la multa da 516 a 2065 euro e nelle ipotesi aggravate art.628 con la
reclusione da 4 anni e 6 mesi a 20 anni e la multa da 1032 a 3098 euro

Sezione II: I DELITTI DI APPROPRIAZIONE

Sotto la categoria dell’appropriazione sono raggruppabili l’appropriazione indebita, le


appropriazioni minori, le appropriazioni militari e le appropriazioni marittime o aeree. Pur
differenziandosi per la qualifica del soggetto, attivo o

passivo, per la diversità dell’oggetto materiale o dei presupposti della condotta o le modalità
dell’azione, per l’entità della sanzione e per la perseguibilità d’ufficio o a querela, esse si fondano
sul comune denominatore dell’appropriazione, della quale concorrono a definire la nozione e che
costituisce l’elemento differenziatore dei reati appropriativi da altri reati patrimoniali.

La storia dell’appropriazione indebita è la storia di una lenta differenziazione dal generico reato di
furto in cui per lungo tempo confluì. La minore gravità attribuita all’appropriazione è stata ravvisata
nella minore aggressività, insidiosità e allarme per la pace sociale della condotta appropriativa
rispetto a quella sottrattiva, nonché anche nella corresponsabilità della vittima per l’affidamento,
rimproverabile, della cosa a persona non affidabile

L’APPROPRIAZIONE INDEBITA.
“Chiunque per procurare a se o ad altri, un ingiusto profitto, si appropria il danaro o la cosa mobile
di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso” (art.646 c.p.).

Presupposto negativo della mancanza in altri della disponibilità materiale della cosa è requisito
essenziale della nozione di appropriazione e differenziale rispetto a quella di sottrazione che postula
tale disponibilità Presupposto positivo del possesso è requisito non essenziale della nozione di
appropriazione, ma solo differenziale dei reati comuni di appropriazione indebita rispetto ai reati
minori di appropriazione per i quali la
legge richiede solo particolari condizioni della cosa (cosa smarrita, tesoro, nave
naufragata) Il possesso a qualsiasi titolo dell’art.646:

o Quanto al corpus va inteso nel generico senso di altrui disponibilità materiale della cosa
con pieno e autonomo potere di fatto sulla stessa (si può possedere sia a vicinanza sia a
distanza). Si deve trattare di un possesso diretto perché il possesso indiretto, per mezzo
cioè di terza persona, è possesso ai fini civili, ma non penali, poiché è quest’ultima ad
avere la piena ed autonoma disponibilità materiale della cosa. Ai fini del 646 è
possessore, quindi, possibile autore di appropriazione il depositario, il trasportatore, il
locatario, il comodatario, l’usufruttuario, l’affittuario.. o Quanto all’animus va inteso nel
senso di volontà di tenere la cosa per conto di altri: nomine alieno. Non importa se
nell’interesse altrui o proprio (creditore pignoratizio) o Quanto al titolo va inteso nel
senso restrittivo di qualsiasi titolo purchè derivativo (mediante affidamento della cosa) e
non originario, penalmente non illecito e non traslativo della proprietà. Il rapporto di
affidamento tra vittima e possessore deve ritenersi requisito essenziale poiché consente di
contraddistinguere l’appropriazione indebita dalle appropriazioni minori e di giustificare
la diversità di pena e quindi di disvalore pure a parità di danno patrimoniale. Il possesso
acquisito in modo penalmente illecito (furto, truffa), in quanto questi reati già richiedono
l’animus di tenere la cosa e di disporne come se fosse propria, rende incompatibile
quell’inversione del possesso, in cui consiste l’appropriazione e degrada a post facta non
punibili gli atti dispositivi della cosa rubata, estorta, successivi a tali reati. La cosa
ricevuta in possesso può invece essere anche di provenienza illecita (consegnata in
deposito dal ladro che non è però soggetto passivo del reato) avendosi ricettazione se il
soggetto ne conosce la provenienza delittuosa. In quanto traslativa del diritto di proprietà,
esclude l’appropriazione la vendita con patto di riscatto o di prelazione, essendo
sottoposta a condizione risolutiva, prima del verificarsi della quale il proprietario può
commettere qualsiasi atto dispositivo sulla cosa acquistata. In quanto non traslativi della
proprietà ammettono l’appropriazione i contratti di rappresentanza, di agenzia, di
commissione, di compravendita con riserva di proprietà.

Condotta è l’appropriazione, consistente nel far propria la cosa posseduta nella c.d. interversione
del possesso: da possesso per conto altrui in possesso per conto proprio, animo domini. Essa non
solo richiede il mutamento dell’animus (volontà di tenere la cosa non più nomine alieno, ma come
propria) ma anche l’estrinsecazione dello stesso in atti esterni di signoria (comportarsi verso la cosa
come se fosse propria). Questi consistono in:

Atti di disposizione: consumazione, distruzione, deterioramento, alienazione, distrazione (deviazione


della cosa dalla sua legittima destinazione), esplicito rifiuto di restituzione

Atti di godimento o di uso indebiti: oltre i limiti segnati dal titolo del possesso. Anche usare
arbitrariamente la cosa è comportarsi verso di essa come se fosse propria. Estranea alla portata del
646 è l’appropriazione indebita d’uso nei limiti analoghi a quelli del furto d’uso (uso momentaneo
ed immediato, non provocato ritardo nella restituzione, non deterioramento o non apprezzabile
diminuzione di valore della cosa).
Oggetto giuridico sono le relazioni di proprietà e di godimento della cosa e soggetti passivi, e
quindi titolari del diritto di querela, il proprietario e chi ha il godimento della cosa. Altrui è la cosa
in proprietà o in godimento di altri. Nell’altruità vanno comprese anche le cose comuni ex art.627
per evitare vuoti di tutela tra furto e appropriazione indebita, attraverso i quali passerebbero come
irrilevanti autentici fatti di appropriazione (coerede che dispone dei beni ereditari affidati alla sua
custodia). Il 627 esaurisce quindi la sua funzione imitatrice solo al furto comune e l’altruità del 646
è stata assunta in senso ampio, anche per furti minori e rapina.

Offesa è il danno patrimoniale realmente verificatosi e quindi oggetto di concreto accertamento. Per
mancanza di danno patrimoniale non ricorre il reato in questione in caso di appropriazione di cosa
fungibile con restituzione di cosa dello stesso genere e quantità (es. di denaro in euro con denaro di
diverso taglio in euro; ma non con valuta straniera o con altri oggetti pur se di valore superiore).
Viene fatta eccezione per i casi di cose, per natura fungibili, che assurgono a cose infungibili per
ragioni particolari (aventi valore affettivo). Tale reato non ricorre in caso di appropriazione di cosa
comune fungibile e nei limiti della propria quota, anche in forza del principio di proporzione
giuridica, poiché il fatto più grave della sottrazione di tale cose e nei suddetti limiti non è punibile
ex art.627.

Circa l’elemento soggettivo l’appropriazione indebita è reato a dolo specifico che richiede non solo
la coscienza e la volontà di appropriarsi della cosa mobile altrui, posseduta, cioè di iniziare a tenerla
uti dominus e di compiere su di essa atti appropriativi, ma anche il fine di procurare a sè o ad altri
un profitto ingiusto. Non sussiste l’animus appropriandi in chi trattiene la cosa con la precisa
intenzione di restituirla (nel caso del proprietario del terreno attiguo al campo sportivo che ritiene i
palloni al solo scopo di impedire il gioco molesto). Esclude il dolo l’errore circa il potere di disporre
della cosa costituendo errore sul fatto e l’erronea convinzione che il profitto non sia ingiusto
(appropriarsi della cosa nella convinzione di compensare un danno o di regolare ragioni creditorie).

La perfezione si ha quando e dove si è verificato l’atto appropriativo anche se il termine fissato per
la restituzione non è ancora scaduto o non ricorra un’acquisizione duratura della signoria sulla cosa.

Il tentativo è configurabile poiché l’appropriazione è reato non necessariamente uni sussistente. Nel
caso in cui l’agente tenti di porre in essere l’atto dispositivo senza riuscirvi (espone in vendita
l’oggetto).

Aggravante speciale: Il reato è aggravato se il fatto è commesso su cose possedute a titolo di


deposito necessario
Dal furto, dalla sottrazione di cose comuni e dalle appropriazioni minori

Dall’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sotto il profilo del dolo specifico, che per questo reato
è il fine di esercitare un diritto azionabile: sempre che l’appropriazione sia commessa con violenza
sulle cose poiché altrimenti non costituisce reato

Dal peculato, sotto il profilo del soggetto attivo (pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio)
e del possesso per ragioni di ufficio o servizio, in mancanza del quale anche detti soggetti
rispondono di appropriazione.

A querela con la reclusione fino a 3 anni e la multa fino 1032 euro

D’ufficio, con la pena aumentata se ricorre l’aggravante speciale

LE APPROPRIAZIONI MINORI.
L’art. 647 prevede tre figure minori di appropriazione, contrassegnate dall’acquisizione del possesso
al di fuori di un rapporto personale tra agente e vittima, essendo instaurato per fatto esclusivo
dell’agente o per fatto esclusivo altrui o per caso fortuito. Si rinvia all’appropriazione indebita per i
requisiti comuni. *Appropriazione di cose smarrite.

Consiste nel fatto di “Chiunque avendo trovato denaro o cose da altri smarrite, se li appropria, senza
osservare le prescrizioni della legge civile sull’acquisto della proprietà di cose ritrovate (art.927
c.c.)”.

Soggetto attivo è chiunque, quindi si tratta di reato comune, in quanto la qualifica di ritrovatore non
è preesistente al fatto tipico.

Presupposto è il rinvenimento della cosa smarrita.

Oggetto materiale è la cosa smarrita, cioè la cosa che, pur continuando ad essere oggetto di
proprietà, è vacua possessionis, non posseduta da alcuno, trovandosi fuori dalla sfera della materiale
disponibilità di qualsiasi soggetto. È la cosa che chiunque può fare propria senza sottrarla in quanto
da un lato lo smarritore non è in grado di ristabilire sulla stessa il primitivo potere materiale, non
conoscendo o avendo dimenticato il luogo dove si trova, e dall’altro nessun altro soggetto ne ha
acquistato la disponibilità materiale mediante il rinvenimento.
Non si considera smarrita la res derelicta (perché divenuta nullius e quindi occupabile), la cosa
dimenticata (il soggetto conosce il luogo in cui si trova e quindi può rintracciarla e la cosa rientra
nella sua sfera di disponibilità materiale), la cosa che resta nella sfera di custodia del soggetto anche
se egli ne ignora il luogo (cosa smarrita in casa). È invece smarrita la cosa entrata nella sfera
materiale di un altro soggetto senza la sua volontà quando manchi in questi la volontà di detenerla e
sempre che il titolare ignori il luogo dove si trovi e non sia quindi in grado di ripristinare la signoria
sulla stessa, la cosa abbandonata dal ladro dopo l’uso (auto) non essendo res derelicta perché
permane l’animus domini nel derubato..

La condotta richiede, oltre all’impossessamento della cosa, l’omessa restituzione della stessa al
proprietario o l’omessa consegna al sindaco, ma anche il compimento di atti appropriativi.

Il dolo è specifico consistendo nella coscienza e volontà di appropriarsi della cosa smarrita altrui e
nel fine di trarre un ingiusto profitto per sé o altri in quanto questo fine deve considerarsi requisito
implicito di tutte le tre appropriazioni minori per ragione di coerenza sistematica, non essendovi
ragioni per richiedere in queste il solo dolo generico e nell’appropriazione indebita anche il dolo
specifico.

*Appropriazione di cose avute per errore o caso fortuito.


Consiste nel fatto di “Chiunque si appropria cose, delle quali sia venuto in possesso per errore altrui
o per caso fortuito”.

Soggetto attivo è il possessore, quindi si tratta di reato proprio, essendo tale qualifica preesistente al
fatto tipico.

Presupposto positivo è il possesso acquisito:

Se l’errore altrui è indotto si ha truffa.

dell’errore proprio (indumento altrui asportato da un pubblico locale per


distrazione) Il dolo sarà specifico.

*Appropriazione di tesoro
Consiste nel fatto di “Chiunque, avendo trovato un tesoro si appropria in tutto o in parte la quota
dovuta al proprietario del fondo”.

Soggetto attivo è chiunque quindi si tratta di reato comune essendo tale qualifica non preesistente al
fatto tipico. Presupposto è il ritrovamento del tesoro, per caso fortuito e non anche su ricerca
preordinata dal proprietario del fondo. L’art.932 c.c. dispone che il tesoro appartiene al proprietario
del fondo in cui si trova e nel solo caso in cui il tesoro sia trovato nel fondo altrui e per solo effetto
del caso spetta per metà anche al ritrovatore. In caso di ricerca su incarico del proprietario del
fondo, il ritrovatore, non avendo diritto ad alcuna quota, risponderà facendolo proprio di
appropriazione indebita o di furto a seconda che abbia o meno la disponibilità materiale dello stesso.

Oggetto materiale è la quota del tesoro spettante al proprietario. Tesoro è qualunque cosa mobile di
pregio, nascosta o sotterrata, di cui nessuno può provare di essere proprietario.

La condotta richiede, oltre all’impossessamento, non solo l’omessa consegna di detta quota al
proprietario, che costituisce di per sé solo violazione di legge civile, ma anche il compimento di atti
appropriativi.

Oggetto giuridico è il diritto del proprietario del fondo. Soggetto passivo, e quindi titolare del
diritto di querela, è il proprietario del fondo.

Il dolo deve ritenersi specifico. L’ignoranza o errore sulla legge civile è errore sul precetto in
quanto il soggetto vuole un fatto identico al fatto materiale tipico errando solo sulla sua illiceità.

Aggravante speciale. I reati di appropriazione di cosa smarrita o avuta per errore o caso fortuito
sono aggravati se il colpevole conosceva il proprietario della cosa che si è appropriata.

A querela di parte con la reclusione fino a 1 anno e la multa da 30 a 309 euro. Se aggravati dalla
circostanza suddetta la pena è della reclusione fino 2 anni e multa fino 309 euro.

Con l’attribuzione alla competenza del GDP con la multa da 258 a 2582 euro o con la permanenza
domiciliare da 6 a 30 giorni o con il lavoro di pubblica utilità da 10 giorni a 3 mesi. Se aggravati la
pena aumenta.

Sezione III: I DELITTI DI DANNEGGIAMENTO

I fatti di danneggiamento sono classificabili in:

• Il danneggiamento
comune (art. 635), il
danneggiamento di sistemi
informatici e telematici (art. 635
bis), l’uccisione o
danneggiamento di animali altrui
(art. 638), il deturpamento o
imbrattamento di cose altrui (art.
639);

• I danneggiamenti
militari; o I danneggiamenti
navali o aerei.

All’interno di tale categoria, il danneggiamento comune e l’uccisione o danneggiamento di


animali si differenziano per l’oggetto materiale (per la natura della cosa danneggiata), e
questi due, a loro volta, si differenziando dal deturpamento o imbrattamento di cose altrui per
il tipo di condotta.

In queste ultime punta, attraverso la sottrazione-impossessamento o il signoreggiamento della cosa


uti dominus, sul diretto trapasso di valori patrimoniali dal patrimonio della vittima al proprio;

Nel primo arreca, attraverso l’annullamento o la riduzione della funzione strumentale della cosa, la
perdita di altrui elementi patrimoniali senza diretta trasfusione nel proprio patrimonio. Non si ha
danneggiamento ma furto, quindi, nei casi in cui la distruzione della cosa costituisca, in concreto, il
modo per l’immediato trapasso dei valori patrimoniali della vittima al reo, come nel caso di
utilizzazione in loco della stessa, a prescindere dalla rimozione materiale-spaziale (bruciar legna nel
fondo altrui per scaldarsi o cogliere e mangiare frutti).

Consiste nel fatto di “Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili
cose mobili o immobili altrui”. (art.635 c.p.)

Soggetto attivo è “chiunque”, quindi si tratta di un reato comune, mentre reati propri sono i
danneggiamenti del militare e il danneggiamento da parte del componente dell’equipaggio.
Soggetto passivo è il proprietario o chi ha il godimento della cosa.
Nel distruggere la cosa, ossia nell’annientarla nella sua funzione strumentale di soddisfazione di
bisogni umani, materiali o spirituali (es. demolizione, scasso);

Nel disperdere la cosa, ossia nel farla uscire dalla disponibilità del soggetto, in modo che egli non
sia più in grado di recuperarla (dispersione di gas) o possa recuperala soltanto con notevole
difficoltà (cose altrui gettate da treno in corsa). In questo caso non occorre che la cosa sia intaccata
nella sua essenza;

Nel deteriorare la cosa, ossia nel diminuire la sua funzione strumentale, pur lasciandola nella
disponibilità del soggetto nonostante la riduzione del suo valore o utilizzabilità (mutilazione di una
statua);

Nel rendere inservibile la cosa, ossia nel renderla inidonea a svolgere la propria funzione
strumentale per un tempo giuridicamente apprezzabile (es. scomposizione di cose composte).

Trattasi di reato a forma libera, non richiedendo l’art. 635 che l’azione si articoli attraverso
determinate modalità o mezzi tipici ed incentrandosi esso sulla sola azione causale dell’evento
tipico. I delitti di danneggiamento, quindi, possono essere posti in essere sia in forma attiva sia in
forma omissiva.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico (intenzionale o eventuale), non
richiedendo il 635 alcun fine specifico, ma solo la coscienza e volontà di distruggere, disperdere,
deteriorare o rendere inservibile la cosa altrui; L’oggetto materiale è l’altrui cosa, mobile o
immobile. Altrui è la cosa in proprietà o in godimento di altri, comprensiva anche della cosa
comune.

L’oggetto giuridico sono le relazioni di proprietà e godimento della cosa.

L’evento naturalistico consiste nella distruzione, nella dispersione, nel deterioramento o


nell’inservibilità della cosa. L’offesa è il danno patrimoniale realmente verificatosi e oggetto di
concreto accertamento. Non costituisce reato il danneggiamento di cosa comune fungibile nei limiti
della propria quota, per mancanza di danno patrimoniale ed in forza del principio di proporzionalità
giuridica, perché il fatto più grave della sottrazione ed impossessamento di tale cosa non è punibile
ex art. 627.

La perfezione si ha nel tempo e nel luogo in cui si verifica l’evento della distruzione, dispersione,
deterioramento o inservibilità della cosa. Risponde di danneggiamento perfetto chi volendo
distruggere la cosa riesce solo a deteriorarla.

Il tentativo è configurabile, trattandosi di reato di evento, nelle forme di tentativo incompiuto (es.
immobilizzazione del soggetto che sta per sfregiare un quadro) o compiuto (es. recupero della cosa
gettata nel fiume prima che si deteriori). Sono configurabili anche la desistenza e il recesso
volontario. Il danneggiamento è reato istantaneo.
Aggravanti speciali. Il danneggiamento è aggravato, se il fatto è compiuto:

Aggravante questa che richiede alternativamente:

• La violenza personale o la minaccia, antecedente o concomitante;

• Un rapporto strumentale tra vis e danneggiamento necessario o supposto


dall’agente;

• Il rispetto della distinzione tra estorsione, ove la vis deve essere utilizzata per
carpire l’atto consensuale di disposizione dei valori patrimoniali (reato con cooperazione
della vittima), e danneggiamento con violenza personale o minaccia, ove la vis deve essere
rivolta a rendere possibile o ad agevolare l’aggressione immediatamente diretta sulla cosa,
senza passare attraverso il suddetto atto dispositivo consensuale (reato di aggressione
unilaterale); si ha invece estorsione quando la vis sia usata per costringere, mediante una
coazione relativa, il proprietario a distruggere la cosa o a consentirne la distruzione
dell’agente.

La Corte costituzionale, tuttavia, ha dichiarato incostituzionale l’art. 635.2 nella parte in cui
prevedeva come aggravante il danneggiamento commesso da lavoratori in occasione di sciopero o
da datori di lavoro in occasione di serrata, e questo in contrasto col principio di uguaglianza, dato il
trattamento discriminatorio del lavoratore scioperante e del terzo non lavoratore che nella stessa
situazione commetta danneggiamento. Quanto al danneggiamento in occasione del delitto dell’art.
331 (interruzione di un servizio pubblico), esso si verifica quando è commesso in occasione
dell’interruzione di un servizio pubblico o di pubblica necessità dai soggetti indicati in tale articolo.
Sopra piantate (disposizione ordinata simmetrica o meno) di viti, di alberi o arbusti fruttiferi, o su
boschi, selve o foreste, ovvero su vivai forestali destinati al rimboschimento.

Sopra attrezzature o impianti sportivi al fine di impedire o interrompere lo svolgimento di


manifestazioni sportive.

Da persona sottoposta con provvedimento definitivo ad una misura di prevenzione durante il


periodo previsto

di applicazione e sino a tre anni dal momento in cui ne è cessata l’esecuzione.

Rapporti con altri reati. Il danneggiamento si differenzia:

Nell’ipotesi aggravata dalla violenza personale o minaccia, dall’estorsione

Nell’ipotesi aggravata relativa alle cose di interesse storico o artistico, dal reato dell’art.733,
riferendosi questo al danneggiamento da parte del proprietario, il quale essendo come tale in grado
di provvedere all’adeguata conservazione dei beni in questione risponde anche di danneggiamento
colposo

Dall’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sotto il profilo del dolo, essendo richiesto per
quest’ultimo il dolo specifico del fine di esercitare un preteso diritto.

I due reati non sono differenziabili sempre e necessariamente:

• Il furto può restare compatibile con la distruzione della cosa essendo questa
requisito positivo del danneggiamento ma non requisito negativo del furto. Così nelle ipotesi
in cui la distruzione della cosa sia il mezzo per l’impossessamento della stessa e del
conseguimento dello stesso profitto (cogliere e mangiare la frutta nel fondo altrui)
• Il danneggiamento può restare compatibile con una sottrazione e un
impossessamento della cosa essendo questi requisiti positivi del furto ma non requisiti
negativi del danneggiamento. Così nelle ipotesi in cui essi costituiscono il mezzo per
realizzare la mera dispersione della cosa che viene sottratta alla disponibilità della vittima
senza comportare alcuna utilità per l’agente che ha agito per puro animus nocendi (nel caso
di chi per malvagità anziché distruggere la cosa si limita a sottrarla neutralizzandola nella sua
strumentalità di bene).

Tali problematiche si verificano soprattutto rispetto alla categoria di cose che, non avendo un
indubbio valore economico, possono presentare una funzione strumentale per la vittima, ma nessuna
utilità per il reo (es. chi per evitare la concorrenza della vendita di beni, sottrae la chiave della porta
al gestore del negozio vicino).

Analogo discorso può ripetersi circa i rapporti con l’appropriazione indebita: chi si appropria della
cosa altrui, commette appropriazione indebita se la cosa ha un indubbio valore intrinseco o l’agente
si riproponga di trarre da essa qualche vantaggio, mentre commette danneggiamento se la cosa, pur
rappresentando un bene per la vittima, sia priva di un tale valore e l’agente non si riprometta di
trarre da essa profitto alcuno.

A querela di parte, con la reclusione fino a 1 anno e la multa fino a € 309;

D’ufficio, con la reclusione da 6 mesi a 3 anni nelle ipotesi aggravate di cui sopra;

Se non aggravato e di competenza del giudice di pace, con la pena pecuniaria da € 258 a 2582 o con
la permanenza domiciliare da 6 a 30 giorni o col lavoro di pubblica utilità da 10 giorni a 3 mesi.

IL DANNEGGIAMENTO DI SISTEMI INFORMATICI E TELEMATICI.


Scopo del nuovo reato di danneggiamento informatico e telematico era quello di contrastare i
fenomeni criminosi attraverso una tutela rafforzata di tutti i beni informatici, sia materiali
(hardware), già riconducibili all’art.635 – danneggiamento comune- sia immateriali (software,
ovvero i dati e i programmi informatici). Tale nuovo sistema di delitti di danneggiamento
informatico e telematico era stato auspicato anche da una Convenzione europea del 2001 e così nel
2008 venne promulgata la L.48 che sostituì l’art.635 bis e introdusse tre nuove fattispecie dando vita
al seguente sistema quadripartito di delitti di danneggiamento:
Di dati informatici di pubblica utilità (software pubblici);

Di sistemi informatici o telematici di privata utilità (hardware privati);

Di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità (hardware pubblici).

Il sistema si completa con il delitto dell’art.615 quinquies (diffusione di apparecchiature, dispositivi


o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico)
pur se collocato impropriamente tra i delitti contro l’inviolabilità del domicilio, essendo fattispecie
prodromica a tali danneggiamenti.

*Danneggiamento di dati informatici di privata utilità.


Consiste nel fatto di “Chiunque distrugge, deteriora, cancella, altera o sopprime informazioni, dati o
programmi informatici altrui” e ricorre “Salvo che il fatto costituisca più grave reato” (art. 635 bis).

Tale formulazione ha sostituito quello precedente consistente nel fatto di “Chiunque distrugge,
deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili sistemi informatici o telematici altrui ovvero
programmi, informazioni o dati altrui”. Con la riforma è stata prevista la perseguibilità a querela
della fattispecie, lasciando alla volontà della persona offesa la scelta circa la punibilità o meno del
fatto concreto (come nei reati di danneggiamento comune)

Il soggetto attivo è “chiunque”, quindi si tratta di reato comune.

Circa l’elemento oggettivo, il danneggiamento in esame si differenzia dal danneggiamento comune


dell’art. 635 e dai danneggiamenti elettronici degli artt. 635 ter, quater e quinquies:

• Ha conservato le precedenti condotte del distruggere (eliminazione definitiva


delle informazioni mediante l’annientamento del supporto fisico in cui sono incorporate) e
deteriorare (diminuzione della funzione strumentale di dati e programmi con riduzione del
loro valore o utilizzabilità);

• Ha previsto tre nuove condotte della cancellazione (distruzione dei dati o


programmi attraverso non l’annientamento fisico del supporto materiale, ma la
smagnetizzazione del supporto, la sostituzione dei dati originari con dati nuovi e diversi),
dell’alterazione (modificazione dei dati o dei programmi attraverso la manipolazione delle
istruzioni che le compongono con la perdita della loro funzionalità originaria) e della
soppressione (nozione coincidente con quella di distruzione o cancellazione).

• Ha soppresso la condotta del rendere inservibile e non ha previsto,


opportunamente, quella del “danneggiare”, utilizzata come formula di sintesi dalle rubriche
degli articoli;

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, non richiedendo l’art. 635 bis alcun
fine specifico, ma soltanto la coscienza e volontà di distruggere, deteriorare, cancellare, alterare o
sopprimere programmi, informazioni o dati altrui.

È reato a forma libera non richiedendo che l’azione si articoli attraverso determinate modalità o
mezzi tipici ed incentrandosi esso sulla sola azione casuale dell’evento

Il distruggere, il cancellare, il deteriorare, l’alterare e il sopprimere altro non significano che


cagionare la distruzione, la cancellazione, il deterioramento, l’alterazione, la soppressione,
costituendo questi eventi naturalistici, cioè modificazioni del mondo esteriore, diverse e distinte
dalla condotta.

Tale delitto può essere posto in essere sia mediante azione che mediante omissione da parte del
destinatario di un obbligo giuridico di garanzia poiché l’essere un delitto di evento casualmente
orientato consente l’equiparazione del non impedire l’evento al cagionarlo.

L’oggetto giuridico sono le relazioni di proprietà e di godimento delle entità materiali (sistemi
informatici o telematici e supporti) in cui le informazioni, i dati e i programmi sono incorporati. Il
soggetto passivo (titolare del diritto di querela) sono il proprietario o chi ha il godimento dei
suddetti sistemi e supporti. Altrui sono le informazioni, i dati e i programmi incorporati nei sistemi e
supporti, in proprietà o in godimento di altri. L’altruità comprende i sistemi e i supporti in comune
ex art.627.

Circa l’offesa, la perfezione, il tentativo, la natura istantanea del reato in esame e di norma a più
fattispecie dell’art.635bis vale quanto detto per il danneggiamento comune.
Dall’aggravante speciale dell’art. 635.2 n. 1, ossia del danneggiamento “con violenza alla persona o
minaccia”

Dall’essere “il fatto commesso con abuso della qualità di operatore del sistema”.

La ratio è la posizione privilegiata di questi operatori circa le maggiori concrete possibilità di


compimento di atti di danneggiamento informatico e telematico e quindi della loro maggiore
potenziale pericolosità.

Rapporti con altri reati. La clausola di riserva “salvo che il fatto costituisca più grave reato va
riferita al 635 ter (danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo
Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità) e agli artt.490 (soppressione,
distruzione e occultamento di atti veri) e 491 (documenti equiparati agli atti pubblici agli effetti
della pena).

*Danneggiamento di dati informatici di pubblica utilità


Consiste nel fatto di “Chiunque commette un fatto diretto a distruggere, deteriorare, cancellare,
alterare o sopprimere informazioni, dati o programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro
ente pubblico o ad essi pertinenti, o comunque di pubblica utilità” e ricorre “Salvo che il fatto
costituisca più grave reato” (art. 635 ter).

Circa l’elemento oggettivo, tale delitto si differenzia dal danneggiamento dell’art. 635 bis:

Sotto il profilo del soggetto passivo essendo questo lo Stato o altri enti pubblici utilizzanti dati..

Sotto il profilo della perfezione, perfezionandosi esso, in quanto reato di una mera condotta, con la
realizzazione della condotta diretta a danneggiare.
Trattandosi di reato di pericolo, peraltro, il tentativo non è configurabile poiché il minimum
necessario a dar vita al tentativo è già sufficiente per la perfezione del reato e il tentativo di un
tentativo e quindi il pericolo di un pericolo costituiscono un non pericolo che non si concilia con il
principio di offensività.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, non richiedendo l’art. 635 ter alcun
fine specifico, ma soltanto la coscienza e la volontà di porre in essere le condotte dirette a
danneggiare i dati..

L’ipotesi di cui all’art. 635.2 ter “Se dal fatto deriva la distruzione, il deterioramento, la
cancellazione, l’alterazione o la soppressione delle informazioni, dei dati o dei programmi
informatici” deve essere considerata come figura autonoma (non circostanziata) di reato aggravato
dall’evento voluto, con conseguente inapplicabilità del bilanciamento delle circostanze.

Circostanze aggravanti sono identiche a quelle previste per il danneggiamento (art.635 bis)

Circa i rapporti con gli altri reati, la clausola “salvo che il fatto costituisca più grave reato” non è di
agevole riferimento, essendo le pene previste dal 635 ter identiche a quelle previste dal 635
quinquies. Circa il trattamento sanzionatorio il reato è punito di ufficio:

Rispetto alla fattispecie aggravata dall’evento con la reclusione da 3 a 8 anni;


Nelle ipotesi aggravate, con la reclusione suddetta aumentata fino a 1/3.

*Danneggiamento di sistemi informatici o telematici di privata utilità.


Consiste nel fatto di “Chiunque, mediante le condotte dell’art. 635 bis, ovvero attraverso
l’introduzione o la trasmissione di dati, informazioni o programmi, distrugge, danneggia, rende, in
tutto o in parte, inservibili sistemi informatici o telematici altrui o ne ostacola gravemente il
funzionamento”, e ricorre “salvo che il fatto costituisca più grave reato” (art. 635 quater).

Circa l’elemento oggettivo, tale fattispecie si differenzia da quella dell’art. 635 bis:

L’attuale distinta previsione del danneggiamento dei dati e del danneggiamento dei sistemi
pone il problema, di non agevole soluzione, di individuare le condotte che si limitano al solo
danno per le informazioni, dati o programmi e le condotte che, pur incidendo sulle
informazioni, dati o programmi, si traducono anche in un danno per i sistemi (linea di
demarcazione tra gli artt. 635 bis e 635 quater). L’attuale limitazione del danneggiamento dei
sistemi ai soli casi dovuti al danneggiamento dei beni informatici immateriali (informazioni,
dati e programmi) pone l’interrogativo di come siano punibili i casi di danneggiamento dei
sistemi nella loro materialità  se il danneggiamento dei sistemi nella loro fisicità non è più
riconducibile al 635 quater esso ritornerà sotto il danneggiamento comune dell’art.635 con
una parziale vanificazione del proposito legislativo di riservare al danneggiamento dei
sistemi una tutela rafforzata.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, non richiedendo l’art. 635 quater
alcun fine specifico, ma soltanto la coscienza e volontà delle condotte tipiche e degli eventi da
queste causati.

L’oggetto giuridico, anche in questo caso, sono le relazioni di proprietà e di godimento dei sistemi
informatici e telematici. Soggetto passivo sono il proprietario o chi ha il godimento dei suddetti
sistemi. Altrui sono i sistemi in proprietà o godimento di altri. Circa l’offesa, trattasi di reato di
danno.

La perfezione si ha nel momento in cui si verifica l’evento finale della distruzione, del
danneggiamento, dell’inservibilità o del grave ostacolo dei sistemi informatici o telematici. Il
tentativo è configurabile.

Circostanze aggravanti sono le ipotesi previste dal 635 bis (danneggiamento di informazioni, dati e
programmi).
Nelle ipotesi aggravate (art. 635.2 quater 2 identico al 635.2 ter), con la suddetta pena aumentata
fino a 1/3.

*Danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità


Consiste nel fatto descritto dall’art. 635 quinquies: “Se il fatto di cui all’art. 635 quater è diretto a
distruggere, danneggiare, rendere, in tutto o in parte, inservibili sistemi informatici o telematici di
pubblica utilità o ad ostacolarne il funzionamento..”.

Circa l’elemento oggettivo, tale reato si differenzia dal danneggiamento dell’art. 635 quater:

Sotto il profilo dell’oggetto materiale, essendo esso costituito, al pari dell’art. 635 ter, da sistemi
informatici o telematici, ma di pubblica utilità (servizio di una collettività indeterminata di persone).

Sotto il profilo della condotta e dell’offesa dal momento che l’art. 635 quinquies prevede un reato a
consumazione anticipata (e di pericolo) e non di evento e di danno, similmente all’art. 635 ter. Esso
consiste:

• Nel fatto di cui al 635 quater o più esattamente nella prima parte di tale fatto,
costituita dalla condotta di cui al 635 (distruggere, deteriorare, cancellare, alterare o
sopprimere informazioni, dati o programmi informatici altrui) o dalle condotte
dell’introduzione o della trasmissione di dati, informazioni o programmi.

• Nell’essere tali condotte dirette e idonee a distruggere, danneggiare, rendere in


tutto o in parte inservibili sistemi informatici e telematici di pubblica utilità

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, non richiedendo l’art. 635 quinquies
alcun fine specifico, ma soltanto la coscienza e volontà dei fatti diretti a danneggiare i sistemi.

L’ipotesi di cui all’art. 635 quinquies co. 2 (<se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento
del sistema informatico o telematico di pubblica utilità ovvero se questo è reso, in tutto o in parte,
inservibile>), al pari di quella dell’art. 635.2 ter, rappresenta una figura autonoma di reato
aggravato dall’evento voluto.
Circostanze aggravanti sono quelle previste dall’art. 635.

Con la reclusione da 1 a 4 anni;

Rispetto alla fattispecie aggravata dall’evento con la reclusione da 3 a 8 anni;


Nelle ipotesi aggravate, con la reclusione suddetta aumentata fino a 1/3.

La presente fattispecie, oltre che a riproporre gli interrogativi posti dal 635 quater, appare superflua
perché prevede un fatto criminoso che sarebbe già punibile in base al 635.2 ter con la pena da 3 a 8
anni o punibili come tentativo del delitto di cui al 635 quater con la pena da 4 mesi a 3 anni e 3
mesi.

Il danneggiamento di animali. L’uccisione o il danneggiamento di animali altrui consiste nel fatto


di “Chiunque senza necessità uccide o rende inservibili o comunque deteriora animali che
appartengono ad altri” e viene punito “salvo che il fatto costituisca più grave reato” (art. 638). Si
differenzia dal danneggiamento comune:

Sotto il profilo dell’oggetto materiale, che deve essere costituito da animali, appartenenti ad altri e
vivi, abbiano essi un valore economico o anche solo affettivo.

Sotto il profilo del requisito negativo del danneggiamento senza necessità; esso rappresenta la ratio
della previsione autonoma del danneggiamento di animali, stante tra l’altro l’identità di pena col
danneggiamento comune, la quale persiste a fortiori stante il crescente senso di rispetto verso gli
animali. Tale requisito, tuttavia, non equivale alla scriminante dello stato di necessità, perché
altrimenti sarebbe superfluo (interpretatio abrogans), ma si estende anche a situazioni che
giustifichino il fatto (es. uccisione pietosa di un animale sofferente).
Circa l’elemento soggettivo, anche tale reato è a dolo generico, consistente nella volontà di
danneggiare l’animale, con la consapevolezza dell’altrui appartenenza, del suo valore economico o
affettivo e, comunque, dell’interesse del soggetto a possederlo, nonché di agire senza necessità
costituendo anche questo elemento negativo requisito essenziale del fatto tipico. In assenza di tale
consapevolezza di potrà avere il reato del 727 (abbandono di animali).

Una particolare causa di non punibilità è prevista dall’art. 638.3, per il quale “Non è punibile chi
commette il fatto sopra volatili (animali forniti di ali) sorpresi nei fondi da lui posseduti e nel
momento in cui gli recano danno”. Tale esimente pare fondarsi su una presunzione legislativa di
necessità che dovrebbe inoltre indicare il criterio interpretativo per intendere esattamente i limiti
della necessità richiesta dal primo comma. Ciò nel senso che occorre ogni volta riscontrare un
conflitto di interessi e la prevalenza dell’interesse del danneggiatore degli animali come più
conforme all’interesse sociale. Purchè il fatto si verifichi nell’attualità o imminenza del danno, il
soggetto può ricorrere anche alla preordinazione dei mezzi atti a danneggiare gli animali.

Il reato è invece aggravato:

Il gregge e la mandria devono essere intesi nel significato di unità funzionali e di valore, data
dall’unitaria destinazione economica: si esclude l’aggravante quando il gregge o la mandria
corrispondono ad una riunione di animali casuale non voluta dal proprietario a fini di
riproduzione e di accrescimento. La peculiarità della deminutio patrimonii, costituente la
ratio dell’aggravante:

• Per quanto attiene agli animali bovini o equini, è data dalla qualità dei
medesimi e dalla conseguente importanza da essi assunta, pur singolarmente presi,
nell’agricoltura ed industrie connesse sia come fattori di produzione sia come strumenti di
lavoro.

• Per quanto attiene all’altro bestiame, invece, è data non dalla qualità o quantità
dei capi come tali, ma dal superiore valore e funzionalità dell’aggregato, onde il maggior
danno va ravvisato non nella perdita dei capi danneggiati o rubati, ma nell’alterazione
arrecata all’aggregato medesimo, per il verificarsi della quale occorre che il fatto abbia per
oggetto un certo numero di capi, che il legislatore ha fissato nel numero minimo di tre.

Il danneggiamento di animali si differenzia dai maltrattamenti di animali, poiché, mentre


quello tutela i sopraindicati diritti patrimoniali sugli animali, questo tutela il sentimento di
pietà verso gli animali (c.d. diritti alla non sofferenza), i quali possono essere
indifferentemente altrui o propri.
A querela, con la reclusione fino a 1 anno o con la multa fino a € 309 e, con l’attribuzione alla
competenza del giudice di pace, con la multa da € 258 a 2582 o con la permanenza domiciliare da 6
a 30 giorni o il lavoro di pubblica utilità da 10 giorni a 3 mesi; D’ufficio, con la reclusione da 6
mesi a 4 anni nell’ipotesi aggravata prevista dall’art. 638.2 e con la suddetta

pena aumentata da 1/3 a 1/2 nell’ipotesi aggravata dal fatto commesso da persona sottoposta
a misura di sicurezza.

Il deturpamento o imbrattamento di cose altrui. L’art.639 prevede le tre distinte fattispecie del
deturpamento e imbrattamento, differenziatisi sotto il profilo dell’oggetto materiale:

Di cose immobili altrui o mezzi di trasporto pubblici o


privati Di cose di interesse storico o artistico.

Rispetto a queste due ultime ipotesi vi è l’aggravante nei casi di recidiva.

Ratio di queste fattispecie sta in una efficace azione di contrasto della graffito mania come attestano
le pareti dei palazzi cittadini, delle metro, dei treni. Le tre figure criminose:

• Perché possono costituire circostanze solo elementi specializzanti di


corrispondenti elementi della fattispecie semplice, quindi in rapporto di species a genus con
questi e non di incompatibilità di eterogeneità rispetto ad elementi di altra fattispecie

• Perché le prime due fattispecie sono in rapporto di incompatibilità riguardando


la prima beni mobili e la seconda beni immobili

• Perché la terza fattispecie, parlando genericamente di cose, comprendenti


quindi sia le cose mobili sia le immobili, presenta l’elemento di estraneità della cosa
immobile rispetto alla prima fattispecie e della cosa mobile rispetto alla seconda
Soggetto attivo è chiunque, quindi si tratta di reato comune.

Si differenziano sotto il profilo dell’oggetto materiale riguardando la prima beni mobili, la seconda
beni immobili e la terza le cose di interesse storico o artistico

Hanno in comune le condotte del deturpare, cioè del rendere brutta e disarmonica la cosa, e
dell’imbrattare, cioè dell’insudiciare la stessa. Le condotte, differenziandosi da quelle dei delitti di
danneggiamento ed avendo rispetto ad essi una funzione sussidiaria, devono limitarsi ad una
semplice alterazione dell’estetica o della nettezza della cosa, facilmente o completamente
eliminabile, che non pregiudichi per un tempo giuridicamente apprezzabile l’utilizzabilità o il pregio
della stessa. Ciò non può dirsi per certi diffusi danneggiamenti di edifici con scritte e con graffiti,
mediante vernici o con dimensioni di difficile o costosa eliminazione. Anche se non sarà sempre
agevole per il giudice operare la distinzione.

Circa l’elemento soggettivo, le tre fattispecie in esame sono a dolo generico, consistente nella
coscienza e volontà di deturpare o imbrattare i beni sopraelencati. Ai fine del dolo basta la
consapevolezza del disvalore in senso laico della condotta posta in essere (sapere di arrecare offesa,
che nuoce ad altri) e secondo il giudizio comune (sapere che il fatto è considerato offensivo,
riprovevole, dalla generalità dei cittadini, anche se l’agente tale non lo considera).

La seconda e la terza fattispecie sono aggravate “nei casi di recidiva”. Tutte e tre le fattispecie sono
aggravate se il fatto è commesso da persona sottoposta a misura di prevenzione. Come ulteriore
disincentivo alla pratica graffitaria si è introdotta una sanzione amministrativa per i venditori di
bombolette spray contenenti vernici non biodegradabili ai minori di anni 18. I reati sono puniti a
querela o d’ufficio.
Sezione III: I DELITTI DI TURBATIVA E DI SPOGLIO IMMOBILIARI.

Tra i delitti contro il patrimonio possono distinguersi i delitti offensivi del patrimonio mobiliare, i
delitti offensivi del patrimonio mobiliare o immobiliare e i delitti offensivi del patrimonio
immobiliare. I reati esclusivamente offensivi del patrimonio immobiliare sono riconducibili alla
distinzione, anch’essa incentrata sul tipo di condotta, tra:

I DELITTI DI TURBATIVA.
Anche i delitti di turbativa sono reati di danno. Di un danno consistente non nella lesione
dell’integrità materiale del fondo, non nella perdita di elementi patrimoniali, ma nella lesione
dell’interesse al godimento dello stesso senza molestie, rientrando nella signoria sull’immobile
anche la facoltà di vietare altrui intromissioni, corrispondente all’interesse all’esclusiva presenza sul
fondo stesso. Per la sussistenza dei reati suddetti non è richiesto né un danno materiale al fondo, né
il pericolo di tal danno e nemmeno un animus nocendi. Basta la semplice intromissione arbitraria
per realizzare quella molestia, in cui si concreta l’offesa del reato e che fa di tali fattispecie, reati di
danno.

*Ingresso abusivo nel fondo altrui. Consiste nel fatto di “Chiunque senza necessità entra nel fondo
altrui recinto da fosso, da siepe viva o da altro stabile riparo”.

Perplessità suscita la proposta di rimettere l’ingresso abusivo alla sola tutela civile (azione
negatoria, di manutenzione) data la modesta entità dell’offesa, o di ricondurlo al reato di violazione
di domicilio. Quest’ultima soluzione altera il concetto personalistico di domicilio e dall’altro rischia
di personalizzare il patrimonio. La prima soluzione non tiene conto che la tutela penale si estende
anche alle offese di non particolare rilevanza quando la tutela extrapenale sia inadeguata; che la
tutela civile è, nel caso di specie, inadeguata, non operando le suddette azioni data l’istantaneità o
momentaneità dell’ingresso; che l’ingresso abusivo appartiene a quella categoria di reati che, in
quanto possono attentare alla quiete della vita quotidiana del singolo, possono provocare delitti di
reazione. Soggetto attivo è chiunque, quindi si tratta di reato comune.
Ingresso, invasione e occupazione sono concetti limitrofi, ma distinti sia ontologicamente , perché
rispondenti a tipologie di condotte facilmente individuabili nella realtà, sia giuridicamente, perché
previste dal nostro codice come ipotesi criminose autonome.

Essi si differenziano in base alla loro diversa offensività e non ad altri criteri, non significativi.
Vanno infatti respinti sia il criterio del numero dei soggetti agenti (in base al quale si considera
l’ingresso reato monosoggettivo e l’invasione o occupazione reati plurisoggettivi), sia il criterio
temporale (in base al quale si avrebbe ingresso o invasione a seconda della momentaneità o non
momentaneità dell’introduzione), sia il criterio del fine perseguito (in base al quale si ritiene che
l’invasione sia un ingresso nell’immobile altrui allo scopo di occuparlo o di trarne altrimenti
profitto).

Se segue ad un ingresso abusivo, costituisce un post factum non punibile (stare nel fondo altrui con
la tenda) Se segue ad un ingresso legittimo, non è punibile, a differenza di quanto avviene per chi si
intrattiene abusivamente nel domicilio altrui Il reato di ingresso abusivo è assorbito nel reato
progressivo dell’invasione, così come è da questo assorbito nel caso di progressione criminosa.
Oltre ad avere una propria autonomia concettuale ed applicativa, il reato di ingresso abusivo ha
anche carattere sussidiario nei confronti dei fatti di invasione ed occupazione non incriminabili,
purchè rientranti nei limiti dello stesso (cioè compiuti senza necessità ed aventi per oggetto il fondo
altrui).

Oggetto materiale è l’altrui fondo, recinto (circondato completamente senza rilevanti interruzioni)
da fosso, da siepe viva, o da un altro stabile riparo (rete metallica, filo spinato, palizzate) anche se
fragile purchè esprimente la voluta excludendi. Il concetto di fondo va ritenuto comprensivo non
solo dei fondi rustici, ma anche dei fondi urbani (edifici, terreni ad esse connessi) purchè non
costituenti appartenenze di abitazione o di una privata dimora.

Oggetto giuridico è il potere di godimento del fondo (facente capo al proprietario pieno o al titolare
di un tale potere, reale o personale). Soggetto passivo e titolare del diritto di querela è chi ha tale
potere di godimento. Altrui è il fondo in godimento di altri. Il reato non appare configurabile da
parte del proprietario.
Offesa è il danno patrimoniale nel senso di lesione dell’interesse al normale godimento del fondo.

Nel dissenso tacito desumibile dai segni concludenti (recinzione continua con fosso,
siepe) Dal dissenso espresso in forma specifica (ad personam) o generica (mediante
cartelli).

Circa l’elemento soggettivo, l’ingresso abusivo è reato a dolo generico, richiedendosi la coscienza e
la volontà di entrare nel fondo altrui recintato senza l’intento di invaderlo o occuparlo, nonché la
consapevolezza della mancanza di necessità dell’ingresso. L’erronea convinzione di agire per
necessità esclude il dolo.

La perfezione si ha, trattandosi di reato istantaneo, nel momento in cui l’agente è penetrato nel
fondo. La consumazione si ha nel momento in cui l’agente, essendosi trattenuto nel fondo, ne esce.
È configurabile il tentativo

(nel caso di chi è colto nell’atto di scalare il muro di cinta al solo scopo di penetrare nel fondo e non
invece con l’intento di invaderlo).

Circa i rapporti con altri reati, l’ingresso abusivo si differenzia dai reati di invasione e di
occupazione, di violazione di domicilio e di danneggiamento.

Il reato è aggravato dall’essere il fatto commesso da persona sottoposta a misura di prevenzione.

Quanto al trattamento sanzionatorio, il reato è punito a querela di parte con la multa fino 103 euro,
che continua ad applicarsi anche con l’attribuzione del reato al GDP. Il reato è perseguibile d’ufficio
e la pena aumentata da un terzo alla metà nell’ipotesi aggravata.

*Invasione di terreni o edifici. Consiste nel fatto di “Chiunque invade arbitrariamente terreni o
edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto”. (art. 633 c.p.)
Soggetto attivo è chiunque, quindi è un reato comune.
Condotta è l’invasione che, quale ipotesi intermedia tra ingresso e occupazione, consiste
nell’introduzione nel fondo o edificio altrui con limitazione di determinate attività che il possessore
può ivi svolgere e quindi nella riduzione del godimento dello stesso.

Oggetto materiale sono i terreni o gli edifici altrui (anche aziende agricolo o industriali e edifici
scolastici o sedi di uffici pubblici nonché stazioni, teatri, banche), pubblici o privati.

Riguardo l’oggetto giuridico, il soggetto passivo, l’altruità, l’offesa vale quanto detto per
l’ingresso abusivo nel fondo altrui. Anche il proprietario può commettere reato.
Circa il requisito dell’arbitrarietà è controverso se esso sia pleonastico, esprimendo l’assenza di
scriminanti, o se configuri un’ipotesi di antigiuridicità speciale, non precisandosi però a quali ipotesi
essa si riferisca oltre alle comuni scriminanti (consenso, esercizio del diritto, adempimento del
dovere).

La coscienza e la volontà di invadere arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o


privati Il fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto.

La perfezione si ha nel momento e nel luogo in cui l’agente, penetrato nell’immobile, ha posto in
essere la limitazione dell’altrui godimento dello stesso nella misura necessaria e sufficiente per la
sussistenza del reato. Si ha la consumazione quando il delitto, già perfetto, raggiunge la sua
massima gravità concreta. Trattasi di reato permanente poiché la lesione al potere di godimento
dell’immobile deve protrarsi per un minimo di tempo per potersi avere invasione. È configurabile il
tentativo (nel caso di invasione non avvenuta malgrado l’introduzione nell’immobile perché gli
agenti furono immediatamente espulsi prima di potere impedire lo svolgimento di determinate
attività).

Da più di cinque persone, di cui una palesemente armata

Da più di dieci persone, anche senza armi

Da persona sottoposta a misura di prevenzione

Il reato può essere punito a querela di parte con la reclusione fino 2 anni o la multa da 103 a 1032
euro; d’ufficio, con le suddette pene congiunte, se ricorrono le ipotesi aggravate; con la pena
aumentata da un terzo alla metà nell’ipotesi aggravata della persona sottoposta a misura di
prevenzione e si procede d’ufficio; con pena pecuniaria, permanenza domiciliare o lavoro di
pubblica utilità in seguito all’attribuzione del reato al GDP.
*Turbativa violenta del possesso di cose immobili. Consiste nel fatto di “Chiunque, fuori dei casi
indicati nell’articolo precedente, turba, con violenza alle persone o con minaccia, l’altrui pacifico
possesso di cose immobili”.

(art.634 c.p.)

Va premesso che se da un lato il concetto di “turbativa” comprende anche quello di invasione e di


occupazione, dall’altro l’art.634 non si applica, per espressa riserva di legge, ai casi di invasione
puniti dal 633. Il raffronto sistematico delle due norme porta a respingere la suggestiva tesi
dell’applicabilità del 634 a tutti i casi di invasione commessi con violenza o minaccia anche se al
fine di occupazione o di profitto e ad affermare invece sia che ricorre il reato del 633 in tutti i casi di
invasione, posti in essere con l’animus occupandi o lucrandi, anche se mediante violenza o minaccia
(in concorso in questo caso con i reati incriminanti la vis usata –percosse, minaccia, sequestro) sia
che si ha il reato del 634 nei residui casi di invasione, commessi con violenza o minaccia, ma per un
fine diverso dal suddetto (odio, vendetta).

Soggetto attivo è “chiunque” quindi si tratta di reato comune.

Circa l’elemento oggettivo, condotta è l’attività di turbativa. Trattasi di reato a forma libera,
incentrato sul momento effettuale della turbativa del possesso e comprendente ogni condotta
causativa di tale effetto: dall’occupazione all’invasione fino alle molestie di ogni specie che
comunque disturbino il possesso dell’immobile (es. scarico di rifiuti sul sottostante fondo).

La violenza alla persona e la minaccia devono essere in rapporto strumentale o modale con la
turbativa. Richiedendo l’art.634 che il fatto sia commesso con e non mediante, non occorre che esse
costituiscano il mezzo. Alla vis è equiparata la commissione del fatto da più di 10 persone (capacità
intimidatrice dell’elevato numero); la turbativa è quindi punibile se è commessa con violenza o
minaccia oppure, in mancanza della vis, se commessa da più di 10 persone. La mera violenza sulle
cose, che non sia usata per coartare l’altrui volontà non basta ad integrare il reato. Oggetto
giuridico è il potere di godimento di cose immobili. Come potere di godimento va inteso il termine
possesso, non coincidendo esso né con la nozione civilistica, né con quella più generica del reato di
appropriazione indebita. Soggetto passivo è chi ha tale potere di godimento. Il reato è configurabile
anche da parte del proprietario.

Circa l’offesa, trattasi di reato di danno nel senso di lesione dell’interesse al pacifico godimento
dell’immobile, onde il reato sussiste anche senza danno materiale alle cose.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, essendo richiesta la coscienza e la
volontà di turbare, con violenza personale o minaccia, l’altrui pacifico possesso di cose immobili,
mentre è indifferente il fine.

La perfezione si ha nel momento in cui si pone in essere l’attività violenta di turbativa. È


configurabile il tentativo.

Il reato è aggravato se commesso da persona sottoposta a misura di prevenzione. Quanto al


trattamento sanzionatorio il reato è punito d’ufficio con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da
103 a 309 euro e con un aumento di pena da un terzo alla metà nella suddetta ipotesi aggravata.
*Introduzione o abbandono di animali nel fondo altrui e pascolo abusivo. L’art.636 prevede due
distinte ipotesi:
Introduzione o abbandono di animali in gregge o mandria nel fondo altrui

Da animali, termine inteso in senso più ampio di quello di bestiame, sia perché la legge quando ha
voluto fare ad esso riferimento, lo ha detto espressamente, sia perché anche animali, diversi dal
bestiame, possono realizzare la molestia perseguita dal 636.

Da animali che devono essere raccolti in gregge (riunione di capi di bestiame minuto: ovini, caprini,
suini) o in mandria (aggregato di bestiame grosso da pascolo: bovini, equini); con esclusione dei
branchi dei più piccoli quadrupedi e dei bipedi.

Da animali che anche se non raccolti (o inidonei per natura ad essere raccolti) in gregge o mandria,
devono avere l’attitudine a pascolare (cioè non solo il bestiame grosso o minuto, ma anche altri
animali come oche). Oggetto materiale è l’altrui fondo (rustico, urbano), aperto o chiuso.

Circa l’oggetto giuridico, il soggetto passivo e l’altruità vale quanto detto per l’ingresso abusivo
nel fondo altrui. Quanto all’offesa, trattasi di reato di danno nel senso di lesione dell’interesse al
pacifico godimento del fondo e non di reati di pericolo di danneggiamento.
Circa l’elemento soggettivo, il reato al 636.1 è a dolo generico, bastando la coscienza e la volontà
di introdurre o abbandonare animali in gregge o mandria nel fondo altrui, per un fine qualsiasi
diverso da quello di far pascolare gli stessi. Il reato del 636.2 è a dolo specifico poiché oltre alla
coscienza e volontà di introdurre o abbandonare nel fondo altrui animali raccolti o non raccolti in
gregge o mandria, è richiesto anche il fine di farli pascolare. Quando si tratti di animali non raccolti
in gregge o mandria e manchi detto fine, il fatto non costituisce il reato in esame.
La perfezione si ha nel momento dell’introduzione o dell’abbandono degli animali. Trattandosi di
reati di danno, è configurabile il tentativo. Rispetto a chi tenta di introdurre o abbandonare senza
riuscirvi animali nel fondo altrui in quanto il fatto non si esaurisce nel pericolo del pericolo di
danneggiamento (che sarebbe penalmente irrilevante), ma in un reale pericolo all’interesse del
possessore al pacifico godimento del proprio fondo.

Del pascolo, sempre che gli animali abbiano spogliato il possessore del fondo di una quantità non
irrilevante di prodotti del suolo

Del danneggiamento del fondo, sempre che si tratti di danno diverso dal nocumento minimo
derivante dal calpestio insito nella stessa introduzione o abbandono degli animali.

Anche se il fatto è commesso da persona sottoposta a misura di prevenzione.

Circa il trattamento sanzionatorio si tratta di reati perseguibili a querela e puniti con multa o
reclusione; nell’ipotesi aggravata dal fatto commesso da persona sottoposta a misura di prevenzione,
con un aumento di pena da un terzo alla metà e la perseguibilità d’ufficio.

I DELITTI DI SPOGLIO.

*Usurpazione. Il delitto (chiamato anche “di rimozione o alterazione dei termini”) consiste nel fatto
di “Chiunque, per appropriarsi, in tutto o in parte, l’altrui cosa immobile, ne rimuove o altera i
termini”.

Soggetto attivo è chiunque; non è comunque pacifico se si tratta di reato comune o proprio  per
alcuni il delitto, pur se di norma è posto in essere dal proprietario o dal possessore del fondo
limitrofo, può essere commesso anche da un terzo estraneo. Per altri soggetto attivo può essere solo
il proprietario o il possessore del fondo limitrofo richiedendo la legge che il reato venga commesso
per appropriarsi in tutto o in parte dell’altrui immobile. Non commetterebbe ad esempio il delitto in
esame chi, intenzionato all’acquisto di un determinato fondo non limitrofo, ne rimuova o alteri i
termini nella speranza di conseguire in tal modo un ingiusto profitto.

Circa l’elemento oggettivo, condotta è la rimozione o l’alterazione dei termini, cioè il toglierli dal
luogo in cui si trovano oppure nel modificarli, renderli irriconoscibili, sopprimerli o distruggerli, in
modo da renderli inidonei a segnalare l’esatto confine dell’immobile. La condotta è tipica solo se sia
tale da annullare o rendere incerta la delimitazione dei fondi contigui; tipica non è quando,
nonostante la manomissione dei termini, non sia stata soppressa o alterata la loro funzione
delimitativa

Oggetto materiale sono i termini della cosa immobile altrui, cioè quei segni materiali, fissi e
incorporati stabilmente nel fondo, destinati e idonei a rappresentare, in modo anche solo simbolico,
ma permanente, la linea di confine dell’immobile. Il requisito dei termini porta a delimitare la
locuzione di “cose immobili” alle sole cose immobili suscettibili di terminazione e quindi ai soli
fondi perché solo su questi vengono posti i termini. L’usurpazione è configurabile rispetto alle aree
adiacenti ad un edificio, ma non a questo; alle acque stagnanti, essendo delimitabili con termini fissi
affioranti o emergenti, ma non anche alle acque correnti non suscettibili di termini; agli immobili
demaniali, come nel caso di alterazione dei termini di una strada per appropriarsi di una parte del
suolo.

Oggetto giuridico è la proprietà immobiliare e fondiaria costituendo questa il bene necessariamente


offeso e direttamente tutelato dalla legge, in quanto il fondo usurpato va ad accrescere il fondo del
vicino e l’agente, operando animus appropriandi, afferma la volontà di estendere la propria signoria
sullo stesso. Soggetto passivo e titolare del diritto di querela è il proprietario. Altrui è la cosa
immobile in proprietà di altri. Oggetto giuridico non può essere il possesso poiché esso può essere
solo eventualmente pregiudicato, non comportando necessariamente la manomissione dei termini
anche la privazione del godimento della cosa nei confronti del possessore. Nei casi di possesso e
proprietà disgiunti, il possessore avrà titolo a reclamare il risarcimento del danno, ma non potrà
considerarsi soggetto passivo e quindi neppure soggetto legittimato a prestare il consenso
scriminante e a querelare. Né può essere la integrità della terminazione fondiaria (con la
conseguente configurabilità del reato anche da parte del proprietario del fondo a danno di chi ne ha
il godimento). Ciò in quanto si trasformerebbe l’usurpazione in reato meramente formale e si
oppongono la sua collocazione tra i delitti contro il patrimonio e non contro la fede pubblica (dove
dovrebbe invece trovarsi se incriminasse il mero attacco al termine quale mezzo di prova) nonché la
richiesta finalità appropriativa dell’agente e il nomen iuris (usurpazione).

Offesa è la messa in pericolo del bene protetto. Trattasi di reato di pericolo, poiché per la
sussistenza di esso non occorre la deminutio patrimonii, cioè l’avvenuto spoglio della proprietà.

Circa l’elemento soggettivo trattasi di reato a dolo specifico richiedendosi nell’agente non solo la
coscienza e la volontà di rimuovere o alterare i termini, ma anche il fine di appropriarsi in tutto o in
parte della cosa immobile altrui. Il termine appropriazione va inteso nel senso di instaurazione sulla
cosa della signoria di fatto, del comportarsi rispetto ad essa uti dominus. Il fine suddetto
contraddistingue l’usurpazione:

Dal reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni perché se la manomissione dei termini è
operata non con il fine appropriativo della cosa altrui, ma al solo scopo di esercitare un preteso
diritto, si ha il reato del 392. Dal reato di frode processuale poiché si ha il reato del 631 quando
l’agente operi coi fini di trarre in inganno il giudice per appropriarsi dell’immobile, mentre si ha il
reato del 374, stante la riserva ivi contenuta, se l’agente ha operato per un fine ingannatorio diverso
dal suddetto.

La perfezione si ha nel momento in cui è stata posta in essere la rimozione o alterazione dei termini,
non essendo necessario anche l’appropriazione della cosa immobile. Il tentativo è
naturalisticamente configurabile: nell’ipotesi in cui l’agente sia colto nell’atto di rimuovere o
alterare i termini, senza che la rimozione o l’alterazione sia giunta a compimento. Frutto di
confusione tra reato istantaneo e reato unisussistente è l’opinione che nega la configurabilità del
tentativo, perché l’usurpazione è reato istantaneo: l’indubbia istantaneità dell’usurpazione non toglie
che essa possa presentare un iter esecutivo plurisussistente, frazionabile in più atti e che può essere
bloccato prima della sua perfezione. Il problema è invece, trattandosi di un reato di pericolo, di
ammettere la punibilità del tentativo.

Di modificazione dello stato dei luoghi, nei casi in cui tale modificazione non consiste
nell’alterazione o rimozione dei termini con fini appropriativi essendo l’usurpazione fattispecie
speciale rispetto a quella del 632 Di furto, quando l’agente abbia manomesso i termini non per
appropriarsi dell’altrui immobile, ma per impossessarsi degli stessi a scopo di profitto

Di danneggiamento, quando l’agente distrugga, deteriori, disperda i termini per finalità non
appropriative dell’altrui immobile.

Quanto al trattamento sanzionatorio il reato è punito a querela di parte con la reclusione fino 3 anni
e la multa fino 206 euro e con la multa, la permanenza domiciliare o il lavoro di pubblica utilità dal
GDP.

*Deviazione di acque e modificazione dello stato dei luoghi. Consiste nel fatto di “Chiunque, per
procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, devia acque ovvero immura nell’altrui proprietà lo stato
dei luoghi”.
Trattasi di due ipotesi distinte, mal associate, ma che, in quanto accomunate sotto la stessa norma,
sono ritenute modalità alternative di un unico reato, onde il caso di realizzazione di entrambe si
ritiene che l’agente risponda di un solo reato.

Soggetto attivo è chiunque quindi si tratta di un reato comune.

Prima ipotesi: Circa l’elemento oggettivo, condotta è la deviazione di acque, comprendente sia la
modificazione del corso delle acque fluenti, sia la derivazione delle acque stagnanti, che ne mutano,
in modo permanente o saltuario la destinazione. Oggetto materiale sono le acque altrui considerate
come massa e quindi costituenti cose immobili: pubbliche o private, correnti o stagnanti, continue o
intermittenti, perenni o temporanee, superficiali o sotterranee. Non è configurabile il reato rispetto
alle acque res nullius (deviazione di acque piovane scorrenti in una via vicinale) né in caso di
attingimento (ossia di distacco, di mobilizzazione dalla massa di parte di acqua), che come tale non
può costituire deviazione e può dare luogo ai reati contro il patrimonio mobiliare (furto).

Seconda ipotesi: Circa l’elemento oggettivo, condotta è l’immutazione dello stato dei luoghi
nell’altrui proprietà, comprendente qualsiasi manomissione della cosa immobile altrui, essendo non
necessario un radicale mutamento della fisionomia del luogo, ma sufficiente un’alterazione dello
stato dei luoghi tale da fare ad essi assumere forme e condizioni diverse dalle originarie ed atta a
fare conseguire all’agente o ad altri un profitto. L’amplissima formula di questa ipotesi abbraccia le
manomissioni incidenti sulla prova dei diritti spettanti sull’immobile, ma diverse dalla
manomissione dei termini: il far crescere una siepe oltre il confine, alterare un muro divisorio per
fare apparire l’esistenza di una servitù di passaggio, deviare il corso di un fiume per aggregare al
proprio fondo la parte di alveo rimasta abbandonata; ma comprende anche altre manomissioni dei
luoghi non incidenti necessariamente su una siffatta prova: disboscare il fondo altrui, costruire nello
stesso una strada..Oggetto materiale è lo stato dei luoghi nell’altrui proprietà comprendenti non
solo gli immobili suscettivi di essere oggetto del reato del 631, ma anche gli immobili non suscettivi
di essere delimitati da termini (edifici).

Oggetto giuridico, in entrambe le ipotesi, è la proprietà. Soggetto passivo e titolare del diritto di
querela è il proprietario che non può essere autore del delitto.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi in entrambe le ipotesi di reato a dolo specifico essendo richiesti
non solo la coscienza e la volontà di deviare le acque o di modificare lo stato dei luoghi nell’altrui
proprietà, ma anche il fine di procurare a sé o altri un ingiusto profitto. L’erronea convinzione che il
profitto non sia ingiusto esclude il dolo.

Perfezione si ha nel momento in cui si attua la deviazione delle acque o la modificazione dello stato
dei luoghi. Trattasi di reato, almeno di regola istantaneo. Il tentativo è configurabile.

Il reato è aggravato se il fatto è commesso da persona sottoposta a misura di prevenzione.

Quanto al trattamento sanzionatorio entrambe le ipotesi sono punite con la reclusione e la multa a
querela di parte; la pena è aumentata nell’ipotesi aggravata con procedibilità d’ufficio. Competenza
anche del GDP.
Capitolo III: I DELITTI CON LA COOPERAZIONE DELLA
VITTIMA Sezione I: I DELITTI DI ESTORSIONE

L’ESTORSIONE (art. 629 c.p.)


Consiste nel fatto di “Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad
omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno”.

Pseudo estorsione o rapina di atti, cioè della costrizione a consegnare, sottoscrivere o distruggere un
atto. L’estorsione è un delitto in aumento e caratterizzato da una cifra oscura data la minore
disponibilità delle vittime alla denuncia rispetto alla rapina; procura inoltre ingenti danni economici
e corrispondenti arricchimenti illeciti. Al dilagare del fenomeno estorsivo e al conseguente allarme
sociale ha fatto riscontro un inasprimento sanzionatorio.

Complesso: perché costituito da reati in cui si concretizza la vis e dal quid pluris della induzione ad
un certo comportamento dannoso per la vittima e vantaggioso per l’agente o altri.

Plurioffensivo: dell’interesse patrimoniale e della libertà di autodeterminazione.

Soggetto attivo è chiunque, quindi si tratta di reato comune. Se il fatto estorsivo è commesso da
pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, con abuso delle sue qualità o funzioni,
ricorre la concussione.

Circa l’elemento oggettivo, condotta è la costrizione, mediante violenza o minaccia, di taluno a


tenere determinati comportamenti, attivi o omissivi. Tra vis e costrizione deve esistere un rapporto
strumentale ed eziologico: la vis deve essere lo strumento della costrizione e la costrizione l’effetto
della vis. La costrizione senza vis è solo un’induzione e non dà luogo ad estorsione.

È opinione comune che il soggetto passivo della vis possa non coincidere con il soggetto passivo
del reato, potendo quella cadere direttamente su terze persone, in quanto la volontà del titolare
dell’interesse patrimoniale può essere coartata anche prospettando un male per un terzo (a lui legato
da vincoli affettivi). In verità, la vis, anche se immediatamente diretta su terze persone, è volta a
coartare la volontà del titolare del bene patrimoniale così che questi è soggetto passivo non solo del
reato, ma anche della violenza psichica.
Del fare o omettere qualcosa da parte del soggetto passivo. Tale locuzione va interpretata nel senso
di un atto di disposizione patrimoniale che può consistere:

• In un atto positivo: un dare (una somma di denaro) o un facere (alienare un


bene)

• In un atto negativo: un non facere (non esigere un credito)

Esso può avere ad oggetto qualsiasi elemento attivo del patrimonio: rapporti giuridici inerenti a
cose, siano essi reali o di obbligazione, ma anche aspettative di diritto (commette estorsione ad
esempio chi costringe con minaccia altri a rinunciare all’eredità per restare erede unico). In ciò sta
un’altra differenza con la rapina, che ha per oggetto solo le cose mobili. È configurabile anche
l’estorsione d’uso, quando cioè si costringe a cedere temporaneamente l’uso di una cosa poi
restituita.

L’evento del danno può essere istantaneo o frazionato nel tempo.

Oggetto giuridico, patrimoniale, è il rapporto giuridico reale o di obbligazione inerente a cose o


anche l’aspettativa di diritto, costituenti oggetto del singolo atto dispositivo estorto.

Soggetto passivo è il titolare di tale rapporto o aspettativa, cioè colui che ha subito il danno.

Circa l’elemento soggettivo si tratta di reato a dolo generico consistente nella coscienza e volontà
di costringere, mediante violenza o minaccia, taluno a compiere un atto di disposizione patrimoniale
con danno di questi e ingiusto profitto per sè o per altri. L’erronea convinzione che il profitto sia
giusto esclude il dolo di estorsione.

Perfezione si ha nel momento e nel luogo in cui si verifica il danno patrimoniale per la vittima, e
per l’agente o altri, l’ingiusto profitto, qualora i due eventi siano simultanei o in cui si verifica
l’evento ultimo se tali due eventi sono successivi, non costituendo esse compenetrati aspetti di
un’unica realtà. Consumazione si ha quando il delitto raggiunge la sua massima gravità concreta.
Perfezione e consumazione spesso coincidono, come nei casi di danno e profitto istantanei
(versamento in un’unica soluzione della somma estorta); ma possono anche non coincidere come
nei casi di danno e profitto frazionati (versamento in tempi successivi di più somme di denaro per
effetto dell’unica minaccia iniziale). Il momento della perfezione e non quello della consumazione è
il punto di demarcazione tra estorsione tentata ed estorsione perfetta. Se l’agente riesce a riscuotere
solo una delle somme richieste o rinuncia volontariamente alle altre, risponde di estorsione perfetta.
Per salvaguardare la natura tipica di reati di danno ai delitti con la cooperazione della vittima,
occorre ravvisarne la perfezione solo quando il danno si sia realmente verificato, nel senso cioè che
la strumentalità del patrimonio deve essere stata effettivamente diminuita. Nei casi di estorsione di
atti, il danno e il profitto non possono ritenersi realizzati – e il reato è solo tentato- con la semplice
sottoscrizione ed entrata in possesso del documento, con cui la vittima contrae un’obbligazione o
rinuncia ad un diritto, se poi esso non produce effetti pregiudizievoli alla stessa e favorevoli al reo o
ad altri (es. per mancato pagamento della cambiale o per distruzione della stessa da parte del reo). Il
profitto necessario per la perfezione non deve necessariamente identificarsi con il vantaggio
propostosi dall’agente.

Il tentativo incompiuto (lettera minatoria non pervenuta al destinatario perché intercettata dalla
polizia) Il tentativo compiuto (arresto dell’agente prima o nel momento stesso della consegna o
anche subito dopo la consegna della somma)

Rispetto all’aggravante della vis commessa con armi, il puntare l’arma, in quanto integri una
coazione assoluta, dà luogo a rapina se finalizzato alla consegna immediata della cosa mobile,
mentre resta compatibile con l’estorsione nei soli settori esclusivi di questa perché relativi a cose
immobili, a un facere o a un omittere

L’aggravante della procurata incapacità di volere o di agire, in quanto incompatibile con quella della
coazione relativa che contraddistingue l’estorsione dalla rapina, è configurabile:

• Nel caso che tale azione violenta abbia per oggetto lo spoglio di cosa mobile,
nei confronti della sola rapina, ma non dell’estorsione, fatta eccezione per le ipotesi in cui sia
posto in stato di incapacità non il soggetto passivo del reato, ma altra persona (stordimento
mediante percosse del figlio per costringere il padre all’atto dispositivo) oppure il soggetto
passivo del reato per avvalorare la minaccia o fiaccarne la volontà al fine di indurlo a
consegnare la cosa (es. nascosta)

• Nei confronti dell’estorsione quando la suddetta forma di violenza abbia per


oggetto il costringimento ad un fare o ad un omettere.
Dal sequestro di persona a scopo di estorsione e dalla truffa aggravata per il timore di un pericolo
immaginario

Dalla violenza privata perché l’estorsione è fattispecie speciale, presentando come elementi
specializzanti l’atto dispositivo patrimoniale, il danno patrimoniale, il profitto ingiusto, la mancanza
dell’evento da tollerare Dall’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, perché questo richiede il fine
di esercitare un diritto azionabile e l’estorsione la coscienza e la volontà di conseguire un profitto
non fondato su alcuna pretesa giuridica

Dalla concussione perché questa richiede che il fatto estorsivo sia commesso da un pubblico
ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio abusando di questa sua qualità o delle sue funzioni,
pur non dovendosi dimenticare che per perfezionare la concussione basta la promessa di denaro o
altra utilità e non occorre il danno patrimoniale.

Quanto al trattamento sanzionatorio l’estorsione è punita d’ufficio con reclusione e multa, nelle
ipotesi aggravate con l’aumento di pena.

IL SEQUESTRO DI PERSONA A SCOPO DI ESTORSIONE (art.630)


Consiste nel fatto di “Chiunque sequestra una persona allo scopo di conseguire, per sé o per altri, un
ingiusto profitto come prezzo della liberazione”.

Reato dalle radici storiche antiche, il sequestro estorsivo (o ricatto) si è modernizzato suscitando
oggi particolare allarme sociale e interesse criminologico nei suoi rinnovati profili della crescente
diffusione e della distribuzione geografica, delle tecniche usate (audaci e spregiudicate), delle
modalità (disumane e crudeli), dell’aumento della durata del sequestro, dell’entità dei riscatti, delle
tipologie delle vittime (imprenditori, professionisti, dirigenti di aziende, entrambi i sessi, diverse
fasce di età). Ciò ha portato al ricorso a varie modalità di difesa personale con crescente richiesta di
licenze per la detenzione e il porto d’armi e crescente utilizzazione delle guardie del corpo;
all’intensificazione della lotta contro i sequestri che ha portato a dei successi nella persecuzione dei
sequestratori e nella liberazione dei sequestrati; all’intensificazione di attività legislativa. Il
sequestro a scopo di estorsione costituisce:
Una peculiare forma di estorsione, caratterizzata dal particolare mezzo del sequestro di
persona, ma anche dal fatto che per la sua perfezione non occorre la verificazione del danno
patrimoniale e del profitto, in quanto l’ingiusto profitto, rappresentato dal prezzo della
liberazione, è previsto non come evento di reato, ma come mero dolo specifico.

È reato plurioffensivo: della libertà personale e del patrimonio.

La sua collocazione è tra i delitti contro la persona sia per l’indubbia prevalenza del bene
personalistico della libertà personale, sia per la progressiva perdita di quel connotato patrimoniale,
ritenuto prevalente dal codice del 1930, e la sottoposizione a regole, proprie ed eterogenee rispetto a
quelle caratteristiche dei reati patrimoniali. Ciò è provato:

Dall’originaria irrilevanza ai fini della sussistenza del reato del conseguimento dell’intento
estorsivo, ma ancor più dalla successiva soppressione dell’aggravante della verificazione di tale
evento

Dalla sostituzione della stessa con l’aggravante della morte del sequestrato

Dall’introduzione per i dissociati dell’attenuante della restituita libertà senza il pagamento del
prezzo

Dall’inasprimento sanzionatorio, in contrapposizione all’ampliamento della perseguibilità a querela


operato rispetto ai delitti esclusivamente patrimoniali

Circa l’elemento oggettivo, il fatto materiale è costituito dal sequestro di una persona.

In base all’attuale collocazione, trattasi di reato patrimoniale, ma di pericolo o meglio a dolo


specifico di offesa patrimoniale, essendo caratterizzato non dalla reale offensività patrimoniale, ma
dalla sola intenzionalità offensiva: basta per la sua perfezione la sola lesione del bene personale
(l’avvenuto sequestro) e non occorre il danno al patrimonio (il pagamento del prezzo del riscatto) e
il conseguimento del profitto. Dovendosi ritenere oggetto giuridico il patrimonio, potenziale
soggetto passivo dovrà considerarsi la persona sul cui patrimonio graverà il pagamento del riscatto,
la quale potrà essere persona diversa dal sequestrato, che in tal caso sarà solo soggetto passivo della
condotta. Tutto ciò riprova l’abnormità della collocazione del delitto tra i reati patrimoniali.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo specifico, essendo richiesti la coscienza e la
volontà di sequestrare una persona e il fine di conseguire per se o altri un ingiusto profitto,
consistente nel prezzo della liberazione del sequestrato. Si tratta di uno specifico profitto, che deve
consistere nel prezzo della liberazione che va inteso come il corrispettivo per liberare il sequestrato
e può consistere sia in denaro sia in altra utilità, può essere corrisposto sia dal sequestrato sia da
terzi e può essere costituito da cose patrimoniali di proprietà del sequestrato o di altri. Trattandosi di
reato permanente, il fine suddetto può sopravvenire anche nel corso del sequestro. Se il fine
perseguito riguarda non il prezzo della liberazione, ma un vantaggio ad altro titolo (per rendere
meno gravosa la prigionia del sequestrato) si ha concorso dei reati degli artt. 605 (sequestro di
persona) e 629 (estorsione). L’erronea convinzione che il profitto conseguito sia giusto esclude il
dolo del sequestrato a scopo di estorsione salva responsabilità per altro reato.

Attenuazione di pena nei confronti del concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera, al di
fuori del caso previsto precedentemente, per evitare che l'attività delittuosa sia portata a
conseguenze ulteriori ovvero aiuta concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella
raccolta di prove decisive per l'individuazione o la cattura dei concorrenti.

Attenuazione ulteriore di pena nei due casi precedenti a questo, se il contributo fornito dal
concorrente è di eccezionale rilevanza anche con riguardo alla durata del sequestro o all’incolumità
della persona sequestrata. Inasprimento di pena se il fatto è commesso da persona sottoposta a
misure di prevenzione. Circa i rapporti con altri reati, il sequestro estorsivo si differenzia:

Dal sequestro di persona e dall’estorsione

Dal sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione sotto il profilo del dolo
specifico

Circa il trattamento sanzionatorio il reato è punito d’ufficio con la reclusione da 25 a 30 anni tenuto
conto anche di eventuali aggravanti e attenuanti (se ad esempio si cagiona morte della vittima 
ergastolo)

Sezione II: I DELITTI DI FRODE


LA TRUFFA.
La truffa comune consiste nel fatto di “Chiunque, con artifici o raggiri, inducendo taluno in errore,
procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno” (art. 640).

È il più tipico delitto con la cooperazione della vittima, carpita con frode. Rappresenta un reato
plurioffensivo: dell’interesse patrimoniale e della libertà di autodeterminazione. È reato perseguibile
a querela: la vittima ha la facoltà di escludere l’intervento pubblico punitivo.

Soggetto attivo è chiunque (reato comune); se il fatto truffaldino è commesso da un pubblico


ufficiale con abuso delle sue qualità o funzioni ricorre il delitto di concussione; se il danno è
commesso da militare a danno di militare si ha la truffa militare.

Circa l’elemento oggettivo, la condotta è l’induzione di taluno in errore, mediante artifici o raggiri,
e, conseguentemente, a tenere determinati comportamenti, attivi o omissivi.

In presenza dell’attuale formula legislativa di reato a forma vincolata, occorre sottolineare che
per aversi truffa:

• In un artificio, ossia in un’alterazione della realtà esterna, simulatrice


dell’inesistente o dissimulatrice dell’esistente, che crea una falsa apparenza materiale (di
ricchezza, di nome, di qualità).

• In un raggiro, ossia in una menzogna corredata da ragionamenti idonei a farla


scambiare per verità; Entrambi sono mezzi per creare un erroneo convincimento, passando
però, il primo, attraverso un camuffamento della realtà esterna e operando invece, il secondo,
direttamente sulla psiche del soggetto.

• Il mero silenzio (es. silenzio sulla propria abilità al gioco per indurre altri a
giocare);

• Il silenzio violatore dell’obbligo giuridico di informare o del principio della


buona fede (il tacere sull’esistenza in vita del coniuge dichiarato irreperibile in seguito ad
eventi bellici per continuare a riscuotere la pensione di vedova di guerra); se è vero che tale
obbligo trasforma il silenzio-inerzia in un silenzio-omissione, è pur vero che l’equiparazione
ex art. 40.2 del non impedire l’errore al cagionarlo non opera rispetto ai reati a condotta
vincolata;

• Lo sfruttamento del preesistente stato di errore (es. pagare come copia un


quadro di autore, non ritenuto tale dal proprietario), poiché si tratterebbe altrimenti di
analogia in malam partem, richiedendo l’art. 640 l’induzione in errore mediante artificio o
raggiro;
• L’approfittamento dell’ignoranza altrui, mancando gli atti induttivi dell’errore
(nel caso di chi si serve di un mezzo pubblico di trasporto senza pagare il biglietto,
approfittando dell’assenza del controllore)

• La mera menzogna, non accompagnata da argomentazioni ingannatrici (il


dichiarare al controllore il già avvenuto controllo da parte del viaggiatore sprovvisto di
biglietto ferroviario) poiché essa non costituisce raggiro.

Deve essere una persona determinata, anche se gli artifici o i raggiri possono rivolgersi al pubblico,
in incertam personam (comunicazioni pubblicitarie fraudolente, giochi truffaldini); per aversi truffa
occorre pur sempre che, coi suddetti mezzi, una persona determinata sia indotta in errore.

Può essere anche persona diversa dal soggetto passivo del reato, sempre che gli effetti dell’inganno
si riversino sul patrimonio del danneggiato; la persona ingannata deve trovarsi in una situazione
giuridica conferentele il potere di compiere l’atto di disposizione patrimoniale dannoso per l’altrui
patrimonio (es. commesso del negozio);

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, consistente questo nella coscienza e
volontà di indurre, con artifici o raggiri, taluno in errore e di determinarlo in tal modo ad un atto di
disposizione patrimoniale con altrui danno e ingiusto profitto per sé i altri. L’erronea convinzione
che il profitto sia giusto (perché l’agente crede di aver diritto alla somma di denaro) esclude il dolo
di truffa. Il dolo deve essere, secondo le regole generali, sussistente al momento della condotta, cioè
iniziale. Come il pentimento sopravvenuto non può fare venire meno il dolo che è già venuto in
essere, così una volontà fraudolenta successivamente insorta (dolo successivo) non può dare luogo
al dolo di truffa (venditore di un immobile che rivende, sapendo che il contratto non è stato ancora
trascritto, lo stesso ad altro migliore offerente, che ne acquista la proprietà con una pronta
trascrizione).

L’evento è quadruplice, dato che la condotta ingannatoria deve essere causa di quatto progressivi
effetti:

Dell’altrui stato di errore, consistente in una falsa rappresentazione della realtà e che può
cadere indifferentemente sui vari elementi di cui all’art. 1429 c.c., sui motivi o su qualsiasi
altro aspetto della realtà che abbia determinato la volontà del soggetto. Non si ha truffa,
quindi:

• In caso di ignoranza pura, poiché l’induzione in errore non consiste nel lasciare
nell’ignoranza ma nel generare erronei convincimenti con artifizi o raggiri;

• Quando non vi è induzione in errore, essendo l’inganno noto al soggetto;


• In caso di dubbio circa la possibilità di essere truffati, sempre che si tratti di
dubbio concreto, ossia sorretto da elementi specifici e concreti, tali da potere indurre il
soggetto ad indagare per prevenire la caduta in errore o astenersi dall’atto dispositivo. E non
invece di dubbio indefinito, non fugabile anche usando la maggiore avvedutezza, onde è qui
insufficiente la capacità di autotutela.

La truffa, peraltro, si incentra non sull’idoneità ex ante del mezzo ingannatorio, ma sull’effetto
dell’errore, che sta a dimostrare ex post l’idoneità ingannatoria del mezzo usato. Con la triplice
conseguenza che è sufficiente che il mezzo ingannatorio usato abbia cagionato l’errore, da accertarsi
secondo il procedimento di accertamento degli elementi psicologici; che anche la condotta
grossolanamente fraudolenta, che sia riuscita nel caso concreto a conseguire il risultato
ingannatorio, può dare luogo a truffa; che è irrilevante che la vittima abbia agevolato con la propria
ignoranza, ingenuità, leggerezza, il proprio errore. Nei primi due casi occorre che non si tratti di
mera menzogna, né di qualsiasi astuzia, influenti sulla motivazione, per non dilatare in misura
irragionevole la portata della truffa.

Tale atto deve essere a sua volta determinato dall’errore e può consistere in un atto negoziale (truffa
contrattuale), in un atto non negoziale (distruzione del proprio francobollo con conseguente
aumento di valore del residuo esemplare dell’agente), in un comportamento omissivo, cioè nel non
facere ciò che, se compiuto, avrebbe incrementato o non diminuito il patrimonio (non esigere un
credito dando ad intendere al creditore che il credito è prescritto).

Il danno deve essere insito nell’atto stesso di disposizione patrimoniale o ad esso


ricollegabile e quindi non vi sarà truffa quando il pregiudizio patrimoniale derivi come mera
conseguenza di un comportamento non concretantesi in un atto patrimonialmente dispositivo;
inoltre il danno non può essere presunto, ritenuto in re ipsa, cioè nel solo fatto che senza
l’inganno non sarebbe stato posto in essere tale atto dispositivo; il danno parimenti sussiste
quando si ha una diminuzione della strumentalità del patrimonio, pur se non accompagnata

da una diminuzione economica. L’evento del danno può essere istantaneo o frazionato nel tempo

L’oggetto giuridico, patrimoniale, è il rapporto giuridico inerente alla cosa, reale o di obbligazione,
o l’aspettativa di diritto, costituenti oggetto del singolo atto dispositivo. Soggetto passivo è il
titolare di tale rapporto o aspettativa, cioè colui che ha subito il danno sopraindicato. Soggetto
passivo può anche essere chi subisce la truffa in atti illeciti che si ha quando il soggetto, nello
stipulare un negozio giuridico, viene truffato mentre cerca di conseguire un fine illecito (donna che
volendo acquistare un medicinale per abortire riceve per un alto prezzo una sostanza innocua).
La perfezione si ha nel momento e nel luogo in cui si verifica, per la vittima, il danno patrimoniale
e, per l’agente o altri, l’ingiusto profitto, qualora i due eventi siano contestuali, o in cui si verifica
l’evento ultimo, se tali eventi sono successivi, non costituendo essi aspetti, necessariamente
compenetrati, di un’unica realtà. La consumazione, invece, si ha quando il delitto perfetto
raggiunge la sua massima gravità concreta. Per la frequente, ma non necessaria coincidenza tra
perfezione e consumazione vale quanto detto per l’estorsione. La truffa inoltre è reato di danno e
quindi si deve ravvisare la perfezione solo quando il danno e il profitto si sono realizzati.

Costituendo la truffa reato di evento, è configurabile sia il tentativo incompiuto (es. falsa denuncia
di sinistro stradale non pervenuta alla compagnia assicurativa perché intercettata dalla polizia) sia il
tentativo compiuto (es. falsa denuncia di sinistro stradale pervenuta alla compagnia che non
provvede al pagamento avendo scoperto l’errore).

Se il fatto è commesso a danno dello Stato o di altro ente pubblico (es. assenteismo retribuito del
dipendente pubblico) o col pretesto di fare esonerare taluno dal servizio militare.

Se il fatto è commesso ingenerando nella persona offesa il timore di un pericolo immaginario o


l’erroneo convincimento di dovere eseguire un ordine dell’autorità.

La prima ipotesi, la cui ratio va ravvisata nella particolare gravità ed efficacia del raggiro
impiegato, pone problemi di differenziazione con l’estorsione. Non coglie nel segno la tesi
per cui esisterebbe estorsione o truffa a seconda che il pericolo sia reale o immaginario,
sussistendo la prima anche quando il pericolo consiste nella prospettazione non di un male
che si può porre in atto, ma di un male che si può far credere, mediante inganno o sfruttando
un preesistente errore, di poter porre in essere. Anche in quest’ultimo caso l’atto dispositivo
pregiudizievole è determinato non dall’inganno, ma dalla minaccia, che ne costituisce il
fattore determinante (fattucchiera che carpisce denaro a persona superstiziosa, minacciando
altrimenti fatture mortali al figlioletto). La differenza deve essere individuata tenendo
presente:

• Che estorsione e truffa sono entrambe delitti con la cooperazione della vittima,
che, nella prima, deve essere carpita con la minaccia e, nella seconda, con l’inganno;

• Che sia l’estorsione sia la truffa aggravata presuppongo il timore del pericolo di
un male e che, pertanto, tale timore deve derivare, nell’estorsione, da una minaccia e, nella
truffa, da un inganno;

• Che deve ravvisarsi estorsione in tutti i casi in cui vi sia la minaccia di un male,
non importa se reale o immaginario (es. malocchio minacciato dalla fattucchiera) perché
identico è l’effetto coattivo esercitato dal pericolo di un male; mentre deve ravvisarsi truffa
aggravata soltanto nei casi in cui il timore di un pericolo immaginario sia ingenerato da un
inganno, per cui ciò che determina il soggetto all’atto dispositivo pregiudizievole non è la
minaccia, generatrice del timore di subire un male dall’agente, ma solo l’inganno generatore
dell’erroneo timore di subire un male proveniente non dall’agente (es. chi si fa cedere una
cosa di valore ad un prezzo irrisorio facendo credere al proprietario che si tratti di cose che di
cui è vietato il possesso ed ingenerando in lui il pericolo immaginario della persecuzione
penale o della danno alla salute e il bisogno di liberarsene subito). Anche la seconda ipotesi
aggravante si differenzia dall’estorsione, in considerazione del fatto che:

• Si ha estorsione se il preteso e falso ordine dell’autorità sia fatto apparire


dall’agente come promanante da lui (es. ordine di confisca di certe cose dato dal falso
pubblico ufficiale, con minaccia di arresto in caso contrario)

• Si ha truffa aggravata se tale preteso ordine viene fatto apparire dall’agente


come non promanante da lui (es. esibizione da parte dell’agente di un falso ordine di confisca
emesso dall’autorità superiore).

Si ha truffa semplice se l’agente ingenera nel soggetto l’erroneo convincimento non di dovere
eseguire un ordine dell’autorità, ma di dovere osservare una legge (produttore di assicurazioni che,
facendosi assistere da una guardia comunale, fa sottoscrivere ai contadini contratti di assicurazione,
facendo loro credere che trattasi di assicurazione obbligatoria).

Se il fatto è commesso in presenza di situazioni di tempo, di luogo o di persona, anche in


riferimento all’età, tali da ostacolare la pubblica o privata difesa.

Dal furto con mezzi fraudolenti, dall’estorsione e concussione, dalla frode informatica, insolvenza
fraudolenta, circonvenzione di incapaci, frode in assicurazione o in emigrazione.

Dall’appropriazione indebita, dal peculato, con estrinsecazione dell’animus appropriandi anche con
atti fraudolenti, in quanto in questi reati il soggetto ha già il possesso della cosa per libero
affidamento e il mezzo fraudolento serve per estrinsecare la volontà di interversione del possesso,
mentre nella truffa la frode serve per l’impossessamento della cosa.
Dalla mendacità minorile con uso di mezzo fraudolento, che ricorre quando tale mezzo è usato al
solo scopo di suscitare sentimenti di pietà (avvalersi di bambini malvestiti, lamentati come affetti da
gravi malattie).

Dal ricorso abusivo al credito poiché questo è fattispecie sussidiaria ricorrente quando il fatto non
costituisce truffa: richiede la mera dissimulazione del proprio dissesto che non è artificio o raggiro,
mentre prescinde dai requisiti del danno e del profitto.

D’ufficio, nelle ipotesi aggravate dell’art. 640.2, con la reclusione da 1 a 5 anni e la multa da € 309
a 1549, e,

nell’ipotesi aggravata di cui al comma 3, con l’ulteriore aumento della pena.

Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.


Tale reato ricorre “se il fatto di cui all’art. 640 riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati
ovvero altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello
Stato, di altri enti pubblici o delle

La finalità politico-criminale di tale ipotesi, introdotta nel 1990, è di predisporre una più efficace
tutela contro l’espandersi del preoccupante fenomeno della captazione fraudolenta di sovvenzioni
pubbliche, nazionali o comunitarie, la cui offensività non si esaurisce nell’ambito dei singoli enti
erogatori, ma investe il sistema economico, sviando le pubbliche risorse dai programmati obiettivi
di incentivazione economica.
La previsione della fattispecie non sotto l’art. 640, insieme alle altre aggravanti, ma sotto un art.
autonomo. La peculiarità dell’oggetto giuridico, costituito dal patrimonio dell’ente pubblico,
destinato alla corretta erogazione di sovvenzioni ai fini di incentivazione innanzitutto economica.

La punizione con pena autonoma .

Circa l’elemento oggettivo, il fatto materiale è costituito dai requisiti dei fatti di truffa dell’art. 640.
Da questo si differenzia, però, per l’oggetto materiale, che, differentemente dalla truffa ex art. 640,
è costituito:

Dai contributi, ossia dalle erogazioni pecuniarie a fondo perduto con periodicità o ad una tantum, in
misura fissa o determinabile in base a parametri variabili, vincolate all’an e al quantum o
discrezionali

Dai finanziamenti, ossia da concessioni di credito, caratterizzate dall’obbligo di destinazione e


restituzione o da ulteriori divieti o oneri e comunque soggetti a condizioni più favorevoli di quelle di
mercato.

Dai mutui agevolati caratterizzati da condizioni di particolare favore circa gli interessi, la
rateizzazione e i tempi di restituzione;

Da altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, volendo ricomprendere con tale
formula di chiusura tutte le forme comunque agevolate di risorse pubbliche, nazionali o
comunitarie, suscettibili di captazione fraudolenta;

La finalità di queste sovvenzioni è indifferente, non incidendo sull’offensività del bene giuridico e
non giustificando diversità di trattamento sanzionatorio. Esse possono essere finalizzate al sostegno:

Trattasi di fattispecie non ad elencazione sostitutiva, ma ad esemplificazione esplicativa di un genus


di ipotesi già sufficientemente definito dall’art.640 bis, attraverso l’aiuto chiarificatore
dell’esemplificazione casistica omogenea, onde essa, non dando vita a fattispecie analogica
anticipata, non è costituzionalmente illegittima.

Il danno consiste nella riduzione della strumentalità del patrimonio pubblico destinato
all’incentivazione di certe attività. Richiedendo l’art. 640 bis anche gli eventi del danno e del
profitto la consumazione del reato richiede che l’erogazione sia avvenuta.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, consistente nella coscienza e volontà:

Di indurre in errore, con artifici o raggiri, lo Stato, altri enti pubblici o le Comunità europee

Di determinarli in tal modo all’atto di disposizione della concessione o erogazione dei contributi,
finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo Con danno per i suddetti enti e
ingiusto profitto per sé o per altri.

La truffa ex art. 640 bis è fattispecie speciale rispetto alla truffa, aggravata, a danno dello Stato o di
un altro ente pubblico, la quale si applica ai casi di elargizioni non destinate all’incentivazione di
certe attività. Rispetto alla truffa ex 640 bis ha carattere sussidiario l’art. 316 ter, trovando
applicazione quando non ricorrano gli estremi della suddetta truffa. Trattamento sanzionatorio: la
presente truffa è punita d’ufficio con la reclusione da 1 a 6 anni, aumentata da 1/3 a 1/2 se il fatto è
commesso da persona sottoposta a misura di prevenzione.

Consiste nel fatto di “chiunque, alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema


informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o
programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinente, procura a sé o ad
altri un ingiusto profitto con altrui danno” (640 ter).

Il soggetto attivo è “chiunque” (reato comune);

Circa l’elemento oggettivo, nel nuovo reato sono stati eliminati alcuni requisiti della truffa (gli
artifici e raggiri e l’induzione in errore), sia perché essi avevano costituito l’asserito ostacolo
all’applicazione dell’art. 640, sia perché i medesimi sono sempre meno ipotizzabili nel sistema della
computerizzazione delle operazioni economiche, operanti su macchina prive delle caratteristiche
dell’essere umano.
Non condivisibile è l’opinione che considera tale reato ispirato allo schema della truffa, poiché il
passaggio di ricchezza da un patrimonio ad altro senza il tramite di un atto di disposizione, cosciente
e volontario (pur se viziato dall’inganno), priva la fattispecie della natura di reato con la
cooperazione artificiosa della vittima e la avvicina alla categoria del furto con mezzi fraudolenti.

Nell’alterazione, in qualsiasi modo, del funzionamento di un sistema informatico o telematico, ossia


in una modifica del regolare svolgimento di un processo di elaborazione o di trasmissione di dati.

Nell’intervento senza diritto, con qualsiasi modalità, su dati, informazioni o programmi contenuti in
un sistema informatico o telematico o ad esso pertinente, dovendo ritenersi tale formula riferita ad
ogni forma di interferenza, diversa dall’alterazione del funzionamento del sistema informatico.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, consistente nella coscienza e volontà
di porre in essere le condotte di alterazione o di intervento e di cagionare, tramite esse, un altrui
danno e un profitto ingiusto per sé o per altri. Non è richiesta la volontà di indurre in errore.

L’oggetto materiale dell’alterazione è il sistema informatico o telematico, mentre quello


dell’intervento sono i dati, informazioni e programmi. Pertinenti sono i dati, le informazioni e i
programmi contenuti su supporti esterni all’elaboratore (dischi, nastri magnetici o ottici).

L’oggetto giuridico è il patrimonio, come è provato dalla collocazione del delitto tra i delitti contro
il patrimonio.

L’evento è duplice, essendo costituito dal danno patrimoniale altrui e dall’ingiusto profitto per
l’agente o per altri. La perfezione si ha nel momento in cui si verifica, per il soggetto passivo, il
danno patrimoniale e, per l’agente, l’ingiusto profitto, se sono entrambi simultanei o in cui si
verifica l’evento ultimo, se tali due eventi non sono simultanei, non essendo essi necessariamente
compenetrati. Il tentativo è configurabile.

Circa i rapporti con altri reati, la frode informatica e la truffa sono in rapporto di specialità
reciproca, onde trattasi di ipotesi di concorso apparente di norme, con prevalenza, a prescindere
dalla parità di sanzioni, di quest’ultima. Nella truffa informatica non rientra l’indebito utilizzo di
carta di pagamento sia come strumento di prelievo di denaro sia come mezzo di pagamento di beni o
servizi poiché non si ha qui alcuna manipolazione di sistemi informatici né interventi su dati,
informazioni, programmi contenuti in tali sistemi. La frode informatica è aggravata:

Se ricorre una delle circostanze previste dall’art. 640.2 n. 1 (<fatto commesso a danno dello
Stato o di un altro ente pubblico col pretesto di far esonerare taluno dal servizio militare>); Se il
fatto è commesso con abuso delle qualità di operatore del sistema. Trattamento sanzionatorio: la
frode informatica è punita:
A querela di parte, con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e con la multa da € 51 a 1032;

D’ufficio, nelle suddette ipotesi aggravate, con la reclusione da 1 a 5 anni e la multa da € 309
a 1549.

Frode informatica del certificatore di firma elettronica. Consiste nel fatto descritto dall’art. 640
quinquies: “Il soggetto che presta servizi di certificazione di firma elettronica, il quale, al fine di
procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto ovvero di arrecare ad altri danno, viola gli obblighi
previsti dalla legge per il rilascio di un certificato qualificato”.

Il reato in esame è stato introdotto nel 2008 perché tal specifica ipotesi di frode informatica si
riteneva non potesse integrare le condotte della frode informatica di cui al 640 ter. E non costituisce
neppure un’ipotesi specifica di truffa, poiché è privo di qualsiasi requisito di “fraudolenza”,
consistendo la condotta nella violazione di obblighi extrapenali del certificatore. La denominazione
in rubrica di frode informatica, quindi, risulta essere impropria.

Con riferimento all’art. 640 quinquies possiamo individuare i seguenti caratteri fondamentali:

Il soggetto attivo è “il soggetto che presta servizi di certificazione di firma elettronica” (reato
proprio); per firma elettronica si intende l’insieme dei dati in forma elettronica, allegati o connessi
tramite associazione logica ad altri dati, utilizzati come metodo di identificazione informatica.

Circa l’elemento oggettivo, la condotta consiste nella violazione degli obblighi previsti dalla per il
rilascio di un certificato qualificato, concretandosi essa in condotte omissive, poiché tali obblighi
consistono prevalentemente in un facere.Dato che gli eventi del profitto e del danno sono soltanto
intenzionali, trattasi di reato di mera condotta; trattasi anche di norma penale in bianco.

Il reato in esame è reato a dolo specifico di offesa, con funzione di tutela anticipata, poiché l’evento
offensivo del danno o del profitto è previsto come risultato meramente intenzionale, rendendo così
punibile una condotta di per sé non offensiva.

Il danno non deve essere solo intenzionale, ma anche obiettivamente idoneo della condotta
violatrice degli obblighi atti a realizzare tale intenzione offensiva poiché il reato a dolo specifico di
offesa essendo inquadrabile nei reati a consumazione anticipata e quindi, da assimilare al tentativo,
deve presentare anche l’idoneità degli atti.
La perfezione del reato si ha nel momento e nel luogo della violazione degli obblighi imposti
al certificatore. Il tentativo, pur se naturalisticamente configurabile, è giuridicamente
inammissibile.

Circa i rapporti con gli altri reati il reato in esame è:

In rapporto di eterogeneità con la frode informatica del 640 ter stante la diversità delle
condotte in gran parte omissive, violatrici degli obblighi del certificatore; o al più stante la
varietà di tali obblighi in possibile rapporto di specialità reciproca con la violazione di
qualcuno di essi e con la prevalenza del 640 quinquies (essendo il trattamento più severo
sotto il profilo della procedibilità d’ufficio) e del 640.2 ter se il fatto è commesso a danno
dello Stato o di altro ente pubblico

Trattamento sanzionatorio: il reato è punito d’ufficio con la reclusione fino a 3 anni e con la multa
da € 51 a 1032.

Sotto tale denominazione vengono comprese le due ipotesi del 642:

Ampliare, stante il dilagante fenomeno delle frodi assicurative (specie nel campo degli incidenti
stradali) la portata applicativa della precedente fattispecie criminosa per farvi rientrare una serie di
ipotesi di frode ivi non rientranti Apportare da un lato un aumento del massimo edittale della pena
detentiva e, dall’altro, eliminare la pena pecuniaria e rendere perseguibile a querela i delitti del
secondo comma (ma anche quelli del primo poiché la previsione della procedibilità a querela, pur
essendo stata inserita non in un autonomo comma, ma alla fine del secondo comma, deve
considerarsi riferibile anche ai delitti del primo comma, poiché la disparità di trattamento sarebbe
irragionevole, non presentando tali delitti un disvalore maggiore e perciò contrastante con il
principio di eguaglianza). Lo stesso dicasi per l’aggravante del conseguimento dell’intento.
L’assicurato, poiché l’agente, nell’ipotesi di danneggiamento, deve essere il proprietario della cosa
assicurata e, nell’ipotesi della mutilazione, il soggetto che cagiona o aggrava le lesioni sul proprio
corpo, oggetto dell’assicurazione; onde trattasi di reato proprio.

Anche il non assicurato, per quanto riguarda le falsificazioni e alterazioni di polizze e di


documentazione richiesta o di documenti di prova (es. il medico e il carrozziere, che certificano,
rispettivamente un’invalidità personale o un danno al veicolo, superiori a quelli reali, anche
all’insaputa dell’assicurato; o i parenti del defunto che operano siffatte alterazioni o falsificazioni
relative all’incidente).

Circa l’elemento oggettivo del fraudolento danneggiamento della propria cosa, la


condotta consiste:

Il reato non può essere posto in essere mediante omissione perché l’obbligo di salvataggio è
un onere nel senso che l’assicurato deve impedire o ridurre il danno se vuole conservare il
diritto all’indennità che altrimenti perde, onde in questo caso nessun pregiudizio patrimoniale
deriva all’assicuratore. Potrà rispondere di truffa, sempre che ne ricorrano tutti gli altri
requisiti, l’assicurato che, lasciando morire il bestiame, non alimentandolo, froda con artifici
o raggiri la compagnia assicuratrice. Per occultare si intende ogni attività volta a celare la
cosa per renderla irreperibile o irriconoscibile da parte dell’ente assicuratore. Così nel caso di
chi nasconde la cosa propria, rimasta incolume nell’incendio o non rubata nel furto subito,
allo scopo di fingerla distrutta o sottratta e di comprenderla nelle cose per cui si chiede
l’indennità assicurativa.

Oggetto materiale sono le cose di proprietà dell’agente ed assicurate contro infortuni, cioè
oggetto di un tale contratto di assicurazione. Non si avrà tale reato, ma truffa se l’agente
distrugge la cosa altrui da lui assicurata a proprio favore. Nella precedente formulazione
l’assicurazione doveva concernere un infortunio, termine che doveva essere inteso come un
qualsiasi evento dannoso cagionato non da chi lo subisce. Con la nuova formulazione, che ha
eliminato la limitazione alle sole assicurazioni contro infortuni, il contratto assicurativo può
avere per oggetto tutte le tipologie di assicurazione e quindi qualsiasi tipo di danno prodotto
da un fatto naturale o da un fatto umano indipendente dalla volontà di chi lo subisce
(assicurazioni contro i danni da incendi, furti, terrorismo, tumulti). In particolare le
assicurazioni contro la responsabilità civile (concernente il risarcimento del danno provocato
a terzi dalla cosa di proprietà dell’assicurato). Evento naturalistico è la distruzione, la
dispersione, il deterioramento o occultamento della cosa.
• Si tratti di falsità materiale (immutazione del vero che cade sulla materialità del
documento) onde la falsità ideologica (che cade sul contenuto dell’atto) darebbe luogo, se ne
ricorrono gli estremi, a truffa

• La falsificazione si riferisca alla formazione interamente falsa della polizza o


della documentazione suddetta, che può consistere nella totale formazione dell’atto falso
(cioè in genere nella contraffazione ossia nell’imitazione secondo un modello prestabilito) o
nella totale soppressione di un atto vero

• L’alterazione si riferisca all’arbitraria modificazione (mediante aggiunta,


soppressione, sostituzione di segni linguistici) del documento genuino, che viene ad
assumere un significato diverso da quello originario

Circa l’elemento oggettivo della fraudolenta mutilazione della propria persona la condotta
consiste:

La lesione personale non può derivare da omissione (es. delle cure idonee ad evitare la
lesione o l’aggravamento), la quale rileverà solo a fini civilistici per mancato pagamento del
prezzo assicurativo. Oggetto materiale è la propria persona. Evento naturalistico è la
procurata lesione personale o il procurato aggravamento.

• Deve trattarsi di assicurazione contro gli infortuni, cioè concernere danni alla
persona assicurata o La denuncia di un sinistro non accaduto costituisce una falsità
ideologica (poiché in tale documento, genuino in quanto proveniente dal soggetto
sottoscrittore e non alterato nella sua materialità, si dichiara l’accadimento di un sinistro non
accaduto)

• La falsificazione, la distruzione dei suddetti elementi probatori o documenti


sembrano riferirsi solo alla falsità materiale

Oggetto giuridico di entrambe le ipotesi è l’interesse dell’assicuratore a non subire diminuzioni


patrimoniali pagando indennizzi assicurativi non dovuti. Soggetto passivo, titolare del diritto di
querela, è l’assicuratore. Non può parlarsi di reato plurisoggettivo, offensivo anche dei singoli
assicurati, pur essendo vero che gli effetti della frode finiscono per riversarsi sugli stessi attraverso
l’aumento delle polizze assicurative. Ciò perché il soggetto che subisce l’offesa essenziale per
l’esistenza del reato è l’assicuratore.
La coscienza e la volontà di falsificare o alterare una polizza o la documentazione richiesta per la
stipulazione del contratto assicurativo oppure di denunciare un sinistro non avvenuto o distruggere,
falsificare o precostituire elementi di prova o documentazione relativi al sinistro Il fine di
conseguire per sé o per altri l’indennizzo o un vantaggio derivante da un contratto di assicurazione.
Si prescinde dall’ingiustizia del profitto che non può ritenersi implicito nel fine suddetto:
l’indennizzo o il vantaggio possono essere perseguiti con un mezzo ingiusto, ma per un fine giusto
(occultamento di cose assicurate per conseguire il prezzo dell’assicurazione, contratta con
assicuratore, debitore verso l’agente di somma non inferiore a tale prezzo)

La perfezione si ha nel momento e luogo dell’avvenuta distruzione della cosa, della falsificazione o
alterazione della polizza, della lesione personale o aggravamento della lesione prodotta da
infortunio, della denuncia di un sinistro non accaduto o della distruzione di elementi di prova o di
documentazione sul sinistro. Trattasi di reato patrimoniale non di pericolo, ma a dolo specifico di
offesa patrimoniale richiedendosi per la sua perfezione non la reale offesa al patrimonio (né il
danno, cioè il pagamento degli indennizzi assicurativi e neppure la messa in pericolo, prescindendo
la previsione legislativa della richiesta dell’indennizzo), ma la sola intenzionalità offensiva
estrinsecatasi nei suddetti atti in sé non significativi.

Il tentativo è configurabile, nei termini per cui lo è per i reati di danneggiamento o di lesioni,
mentre occorre chiedersi se ne sia ammissibile giuridicamente la punibilità trattandosi di tentativo di
un tentativo

Il reato è aggravato se il colpevole consegue l’intento, cioè il pagamento dell’indennizzo


dell’assicurazione o comunque un vantaggio di essa.

Circa i rapporti con altri reati, il presente reato e la truffa sono in rapporto di specialità reciproca
perché il primo è speciale sotto il profilo del soggetto attivo, della condotta, dell’oggetto materiale e
del dolo, mentre la seconda è speciale sotto il profilo del duplice evento del danno e del profitto.
Con prevalenza del primo perché più gravemente sanzionato. Riguardo il trattamento sanzionatorio
entrambe le ipotesi sono punite con reclusione aumentata se aggravata, a querela.

LA FRODE IN EMIGRAZIONE.
Consiste nel fatto di “Chiunque, con mendaci asserzioni o con false notizie, eccitando taluno ad
emigrare, o avviandolo a paese diverso da quello nel quale voleva recarsi, si fa consegnare o
promettere, per sé o per altri, denaro o altra utilità, come compenso per farlo emigrare (art. 645).

Trattasi anche qui di una autonoma previsione, superflua, perché rientrante nella fattispecie della
truffa ed introdotta per punire, con pena più grave, una delle forme truffaldine più ignobili,
commessa nei confronti di persone che, per inesperienza o disagiate condizioni economiche,
possono essere facilmente frodate con il miraggio di migliorare la
loro condizione di vita attraverso l’emigrazione dal nostro paese. Oggi, il fenomeno si è andato in
parte invertendo, moltiplicandosi le non meno ignobili frodi ai danni di appartenenti ai paesi
economicamente sottosviluppati, lusingati dal miraggio di facili occupazioni nel nostro paese.

Soggetto attivo è chiunque, onde trattasi di reato comune.

Nell’eccitare (suscitare e rafforzare il proposito) taluno ad emigrare o ad avviarlo a paese diverso da


quello nel quale voleva recarsi, mediante mendaci asserzioni o false notizie (entrambe particolare
forma di artificio)

Nel promettere il proprio aiuto per farlo emigrare: requisito non evidenziato in dottrina ma
desumibile da quello del “compenso per farlo emigrare” dato che si compensa un promesso aiuto e
non un mero avviamento o eccitamento.

L’evento è duplice perché la condotta ingannatoria deve essere causa dello stato di errore
nell’espatriando e della consegna o della promessa, all’agente o ad altri, del compenso per il
promesso aiuto ad emigrare. Il compenso, che può essere consegnato o promesso anche da persona
diversa dall’espatriando, la quale ritenga di agire a suo vantaggio, può consistere in una somma di
denaro o in altra utilità. La quale va intesa non nel comprensivo senso di tutto ciò che si risolve in
un profitto per il reo, ma in quello più restrittivo di un qualsiasi bene, pur sempre suscettibile di
consegna e matrimonialmente valutabile perché altrimenti mancherebbe il requisito essenziale
dell’offesa patrimoniale.

L’offesa patrimoniale consiste nel danno, se il compenso è consegnato, e nel pericolo, se questo è
promesso, anche se unitamente alla libertà di autodeterminazione. Soggetto passivo è la persona
che ha consegnato o promesso il compenso, che non coincide necessariamente con il soggetto
passivo della condotta, cioè l’espatriando. Conseguenza che è imposta dall’aver il codice concepito
e classificato il presente reato come delitto contro il patrimonio e non contro la persona.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico consistendo questo nella coscienza e
volontà di eccitare taluno ad emigrare o avviarlo a paese diverso da quello da lui prima desiderato,
mediante mendaci asserzioni o false notizie, nonché di promettere il proprio aiuto all’emigrazione e
di farsi consegnare o promettere denaro o altra utilità come compenso.

Perfezione si ha nel momento e luogo della consegna del compenso (allorchè non vi sia una previa
promessa) o della promessa se questa vi è stata (anche se poi seguita dalla consegna). Nel primo
caso di ha reato di danno, nel secondo di pericolo poiché la semplice promessa non costituisce reale
deminutio patrimonii. Per la perfezione non è necessaria la reale emigrazione del soggetto. Il
tentativo è ritenuto giuridicamente non configurabile perché incompatibile con il fatto che per la
perfezione del reato basta la semplice promessa del compenso e quindi la sola messa in pericolo.
Il reato è aggravato se il fatto è commesso a danno di due o più persone. Se due o più persone sono
vittime di fatti diversi si ha pluralità di reati.

Circa i rapporti con altri reati la frode in emigrazione non concorre né con la truffa né con la
circonvenzione di incapaci. Il reato è punito d’ufficio con reclusione e multa con aumento nelle
ipotesi aggravate.

INSOLVENZA FRAUDOLENTA.
Consiste nel fatto di “Chiunque, dissimulando il proprio stato d'insolvenza, contrae un'obbligazione
col proposito di non adempierla è punito qualora l'obbligazione non sia adempiuta”. (art. 641)

La fattispecie venne introdotta nel 1930 al fine di ricomprendervi certe ipotesi non riconducibili alla
truffa (scrocco – mangiare o dormire in albergo senza pagare-) e rispetto alle quali la tutela civile
sarebbe inadeguata e al fine di sanzionarla meno gravemente della truffa per il suo minore valore.
Soggetto attivo è chiunque (reato comune).

Circa l’elemento oggettivo, presupposto della condotta è lo stato d’insolvenza dell’agente al


momento in cui contrae l’obbligazione. Esso va inteso nel senso lato di incapacità di soddisfare le
proprie obbligazioni, quale sia la natura della prestazione: dare o facere –chi, non essendo pittore,
assume l’obbligo di dipingere un ritratto-, ma mai un non facere perché l’obbligazione di non fare è
sempre adempibile. Esso può essere assoluto o relativo all’obbligazione assunta, nel senso di
incapacità di regolarmente soddisfarla alla scadenza e con le modalità pattuite.

La condotta, trattandosi di reato a condotta mista, si articola nella:

• Sia tale da creare un’impressione di solvibilità, da distogliere la controparte da


atteggiamenti diffidenti ed incoraggiare un affidamento definitivo. Così opera un artificio
non solo chi, al momento di ordinare un pasto, resosi conto di qualche titubanza del trattore,
ostenti un portafogli pieno di biglietti di banca falsi o non suoi, ma anche chi, per scroccare
un pasto, si presenti in trattoria vestito con eleganti abiti appartenenti ad altro soggetto

• Appaia incolore, tale da dare alcuna impressione né di benessere né di


precarietà economica, da non ispirare particolare fiducia, ma neppure da suscitare diffidenza.
Pone in essere una dissimulazione chi, sapendo di non poter pagare, entra in una trattoria e
ordina un pasto senza ostentare una situazione di agiatezza, ma senza fare apparire una
situazione economica precaria.

• Pur in mancanza di un’espressa denuncia di insolvibilità richiami l’attenzione


su circostanze tali da stimolare la parte a diffidare e a riflettere su dati che dimostrano la
probabilità di un’insolvenza. Non agisce fraudolentemente chi entri in un ristorante di lusso e
chieda gli venga servito un pasto.

Peccano per eccesso o difetto i criteri distintivi formulati da dottrina e giurisprudenza:


• Per eccesso pecca la tesi per cui la dissimulazione può concretizzarsi in un
comportamento positivo o anche negativo, rientrandovi la menzogna e la reticenza o il
silenzio (si dovrebbe dire che commette insolvenza fraudolenta chi si presenti in un ristorante
di lusso vestito di cenci e ottenuto il pasto non lo paghi pur dovendosi riconoscere che le
apparenze esteriori lasciano dubitare circa la solvibilità dell’agente e che difetta ogni
comportamento obiettivamente fraudolento)

• Per difetto pecca la tesi per la quale la dissimulazione consisterebbe in un mero


atteggiamento negativo. La menzogna (promessa dello scroccatore di pagare) integrerebbe gli
estremi di un raggiro. o Insufficiente a distinguere l’insolvenza fraudolenta dalla truffa è la
tesi che esige anche per la dissimulazione un comportamento positivo non specificando
quando tale comportamento resti dissimulazione o si elevi ad artificio o raggiro.

Consentono di cogliere la distinzione tra questi reati le definizioni incentrate sui diversi
effetti psicologici del mezzo fraudolento sulla vittima, l’ignoranza e l’errore.

Soggetto passivo della condotta dissimulatrice può essere persona diversa dal soggetto passivo
del reato (come nel’esempio dello scrocco del pasto al ristorante ove destinatario della
dissimulazione è il cameriere).

• Solo da contratto (scritto o verbale, espresso o tacito) e non da delitto, quasi-


delitto o quasi-contratto.

Ciò si desume sia dall’art. che parla di “contrarre” sia dal fatto che solo rispetto
all’obbligazione, nata dall’incontro delle volontà delle parti, è concepibile un
comportamento dissimulatorio

• Da contratto a titolo oneroso, con cui una parte concede un vantaggio e l’altra si
obbliga ad un corrispettivo. L’inadempimento di un’obbligazione a titolo gratuito, diretta a
procurare ad altri un vantaggio senza equivalente alcuno, non comporta alcun pregiudizio al
patrimonio del creditore, anche se essa fu assunta con mezzi fraudolenti

• Valida o quanto meno produttiva di effetti giuridici anche se annullabile (per


causa diversa dal vizio del dolo da dissimulazione)

• Azionabile, cioè tutelata mediante un’azione e non solo naturale, tutelabile cioè
solo in via d’eccezione, lasciando questa il debitore libero di adempiere o meno

• Commutativa o aleatoria, poiché anche in questo secondo caso l’agente ha pur


sempre assunto un obbligo giuridico di adempiere, qualora l’alea volga a suo svantaggio,
dissimulando la sua incapacità di fare fronte a tale obbligo e col proposito di non adempiere.

• Avente per oggetto un dare o un facere


L’evento è quadruplice in quanto la condotta dissimulatrice deve essere causa di 4 progressivi
effetti:

Circa l’elemento soggettivo si tratta di reato a dolo generico e intenzionale che richiede la
coscienza e la volontà di dissimulare il proprio stato di insolvenza e di contrarre un’obbligazione e
la intenzione iniziale di non adempiere. Il reato non sussiste in caso di dolo eventuale (il soggetto
abbia posto in essere il fatto senza la specifica intenzione ma accettando il rischio di non poter
adempiere). Occorre il dolo iniziale, non anche il dolo concomitante, cioè che l’intenzione di non
adempiere accompagni il reo dalla stipulazione all’inadempimento. L’erronea convinzione che il
profitto perseguito sia giusto esclude il dolo.

Perfezione si ha nel momento e nel luogo dell’inadempimento. Il tentativo, pur trattandosi di reato
plurisussistente e di danno, non è configurabile.

Ricorso abusivo al credito (l’imprenditore dissimula il proprio dissesto e ricorre al credito senza il
proposito di non adempiere).

Quanto al trattamento sanzionatorio il reato è punibile a querela con reclusione fino 2 anni e multa
fino 516 euro. Estingue il reato l’adempimento tardivo, cioè dopo la scadenza del termine ma prima
della condanna definitiva. Trattasi di causa di non punibilità sopravvenuta, costituendo un incentivo
per l’eliminazione dell’offesa patrimoniale e quindi un ulteriore mezzo di tutela del bene giuridico
nel caso in cui la norma incriminatrice non abbia funzionato.

Sezione III: I DELITTI DI SFRUTTAMENTO DI ALTRUI CONDIZIONI DI DEBOLEZZA

LA CIRCONVENZIONE DI PERSONE INCAPACI.


Consiste nel fatto di “Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle
passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato d'infermità o
deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un
atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso”. La ratio è la tutela delle
persone in situazioni di inferiorità psichica contro gli altrui sfruttamenti delle stesse.

Reato plurioffensivo: della libertà di autodeterminazione e dell’interesse patrimoniale.

Soggetto attivo è chiunque (reato comune).

Nei bisogni (materiali o morali), passioni (amorose, sportive) o inesperienza di una persona minore.

Nell’infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata. Deve
trattarsi di:

• Menomazione della capacità di intendere o di volere in senso naturalistico, non


occorrendo e non bastando la dichiarazione giudiziale dell’interdizione o inabilitazione

• Menomazione dovuta ad infermità psichica, comprensiva di qualsiasi


condizione morbosa, anche se non ben definibile clinicamente, minoratrice di tale capacità

• Menomazione dovuta a deficienza psichica, comprendente tutte le ipotesi di


minorata capacità intellettiva o volitiva, che possono rendere il soggetto facile preda
dell’altrui opera di suggestione e non riconducibili all’infermità mentale perché non dovute
ad una autentica causa patologica e che può dipendere da certe anomalie psichiche o da certe
situazioni fisiche, culturali, ambientali.

Circa il problema se il reato sia configurabile anche nei confronti dei totalmente incapaci si
fronteggiano una tesi positiva, più convincente, (l’espressione “infermità psichica”
includerebbe anche questi soggetti così come l’espressione “anche se non interdetti”..) e una
tesi negativa (si presuppone con l’espressione “indurre” un minimo di capacità psichica del
soggetto sul quale si possa agire persuasivamente).

La condotta consiste nell’indurre una persona, abusando delle suddette condizioni di immaturità o
di menomazione psichica, a compiere un atto dagli effetti dannosi. Indurre significa influire sul
processo di formazione dell’altrui volere, determinandolo o rafforzandolo al comportamento avuto
di mira, onde richiede un’apprezzabile attività di persuasione, di suggestione, di pressione morale.
Non si ha induzione nel caso di semplice richiesta senza insistenza e nel caso di mera accettazione
di un’offerta spontanea da parte dell’incapace. Abusare significa non esercizio illecito di un potere
che spetta al soggetto, ma sfruttamento, strumentalizzazione dell’altrui posizione di debolezza. Sta
ad indicare il mezzo attraverso il quale deve operarsi l’induzione e che differenzia la circonvenzione
dall’estorsione e dalla truffa in certa misura. Poiché si richiede solo l’abuso, il reato di
circonvenzione può esistere anche senza artifici o raggiri e induzione in errore anche se di frequente
il circonvenuto si rappresenta elementi della realtà non conformi al vero. È stato ammesso ad
esempio nei confronti di chi con manifestazioni di affetto ottiene la vendita di beni a prezzo
rovinoso. Ma tale reato sussiste anche in caso di ricorso ad artifici o raggiri anche se idonei ad
indurre in errore chiunque perché contrasterebbe con il principio di proporzione giuridica che tale
più grave fatto di circonvenzione sia punito con la meno grave pena della truffa. Questa potrebbe
configurarsi nel caso in cui la debolezza psichica non abbia agevolato l’opera dell’agente e quindi
non vi sia stato abuso della stessa.

Compimento di un atto da parte della vittima (produttivo di effetti giuridici).

Qualsiasi effetto giuridico per la vittima o per altri dannoso, pur sempre patrimonialmente, prodotto
dall’atto.

Oggetto giuridico, patrimoniale, è l’interesse patrimoniale leso per effetto del concreto atto
compiuto dalla vittima. Soggetto passivo è il titolare di tale interesse, cioè colui che ha subito
l’effetto patrimonialmente pregiudizievole (di solito l’incapace, ma può anche essere un soggetto
diverso).

Circa l’elemento soggettivo è reato a dolo specifico che richiede la coscienza e la volontà di
indurre, abusando delle condizioni di inferiorità, un minore o infermo o deficiente psichico a
compiere un atto comportante un qualsiasi effetto giuridico dannoso per lui o altri e il fine di
procurare a sè o ad altri un profitto ingiusto. L’erronea convinzione che il profitto sia giusto esclude
il dolo di circonvenzione. L’ignoranza della condizione del minore o dello stato di infermità o
deficienza psichica del soggetto per cui il fatto o integra gli estremi della truffa o è penalmente
irrilevante.

Perfezione si ha nel momento e nel luogo nei quali si è verificato l’effetto patrimonialmente
dannoso dell’atto. Si tratta di reato di danno e non di pericolo. Il tentativo è configurabile
(svolgimento dell’opera di induzione a compiere l’atto pregiudizievole non compiuto per
l’intervento di terzi).

Circa i rapporti con altri reati la circonvenzione si differenzia da:


Usura perché questa ha carattere sussidiario trovando applicazione quando non ricorrono gli estremi
della circonvenzione. Un mutuo usurario a danno di un incapace, circonvenuto, rientra sotto il 643

Estorsione, poiché il mezzo usato nella circonvenzione è l’induzione e nell’estorsione è la vis.

Trattamento sanzionatorio: reato punibile d’ufficio con reclusione da 2 a 6 anni e multa da 206 a
2065 euro.

Sotto la denominazione di usura l’art. 644 prevede:

L’usura, consistente nel fatto di “chiunque, fuori dei casi preveduti dall’art. 643, si fa dare o
promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di
altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari”

La mediazione usuraria, consistente nel fatto di “chi, fuori dei casi di concorso nel delitto previsto
dal primo comma, procura a taluno una somma di denaro o altra utilità, facendo dare o promettere, a
sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario”.

La repressione penale dell’usura è stata oggetto di alterne vicende, condizionate anche dai diversi
sistemi socioeconomici: dal prevalere delle ragioni economiche o da quelle morali, essendo sempre
stato sentito il problema di porre freno alla cupidigia degli usurai.

Circa il problema della natura pubblicistica o privatistico-patrimoniale dell’oggetto giuridico dei


delitti di usura, la soluzione tuttora più corretta appare quella dell’individuazione di tale oggetto
nell’interesse patrimoniale e nella libertà di autodeterminazione negoziale del contraente in
condizioni di debolezza economica.

Trattasi di reati plurioffensivi, similmente agli altri reati patrimoniali con la cooperazione artificiosa
della vittima.

*Usura
Il soggetto attivo è chiunque (reato comune). Si tratta anche di reato monosoggettivo essendo il
soggetto che dà o promette compensi usurari “vittima” del reato.

Circa l’elemento oggettivo, presupposto della condotta è lo stato di inferiorità economica di uno
dei due contraenti, costituendo questo un requisito imprescindibile per poter escludere i delitti
usurari nei casi in cui, mancando la suddetta sanzione, il compenso formalmente usurario sia
liberamente e volontariamente pattuito dal soggetto da esso gravato, non affatto bisognoso di denaro
o di quella certa cosa; perciò non può dirsi in alcun modo carpito dalla controparte. La necessità
della situazione di inferiorità economica viene desunta:

Più ampia sia dello stato di bisogno, essendo stato questo elevato a circostanza aggravante, sia
anche delle condizioni di difficoltà economica o finanziaria poiché queste non sono necessariamente
richieste per poter subire gli interessi usurari potendo il soggetto essere indotto al negozio usurario a
prescindere da tali difficoltà Comprensiva anche di ipotesi correttamente ritenute estranee all’usura
quali quelle affaristiche (prestito usurario per effettuare investimenti) o anche edonistiche,
consumistiche, viziose (per sostenere i costi di una lussuosa festa nuziale superiori alle proprie
possibilità economiche; per far fronte a debiti di gioco).

Il delitto va escluso quando la prestazione usuraria non sia stata determinata dall’inferiorità
numerica economica del soggetto (caso in cui questi ha contratto con l’intento di non adempiere, di
non corrispondere il compenso usurario). La condotta consiste nella stipulazione di un contratto
sinallagmatico (es. mutuo) in base al quale l’usuraio, in cambio della propria prestazione di denaro o
di altra utilità (ammessa sia l’usura pecuniaria sia l’usura reale che consiste nella prestazione di
servizi o attività professionali o prestazioni relative a beni immobili), si fa dare o promettere dalla
vittima, per sé o per altri, interessi (compensativi e moratori) o altri vantaggi usurari (cose mobili o
immobili o prestazioni di attività e di servizi, ma pur sempre valutabili patrimonialmente). Si parla
di reato in contratto dal momento che non è incriminata la conclusione del contratto in sé (non
reato-contratto infatti), ma la condotta di sfruttamento della condizione di inferiorità economica
della controparte).

A stabilire l’interesse usuraio ex lege, che è quello che supera il limite fissato per legge (usura
presunta)  stabilito aumentando della metà il tasso medio relativo alla categoria di operazioni in
cui il credito è compreso e risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale.

A prevedere gli interessi, i vantaggi o i compensi usurari concreti (usura in concreto), i quali
ricorrono quando:
• Gli interessi, pur se inferiori al suddetto limite, i vantaggi o i compensi, avuto
riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari,
risultino comunque sproporzionati rispetto alle prestazioni di denaro o altra utilità;

• Il soggetto che li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà


economica (carenza di risorse e beni, dissesto complessivo) o finanziaria (carenza di liquidità
pur di fronte ad una situazione economica nel complesso sana), concepite in termini oggettivi
(sulla base di parametri di mercato). o A stabilire che per la determinazione del tasso usuraio
da parte del Ministero si deve tener conto delle commissioni, delle remunerazioni a qualsiasi
titolo e delle spese escluse quelle per imposte e tasse collegate all’erogazione del credito.

• A stabilire che per qualificare gli interessi come usurari occorre fare riferimento
al momento in cui questi sono promessi o comunque convenuti;

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, consistente nella coscienza e volontà
di farsi dare o promettere, attraverso la conclusione di un contratto sinallagmatico, come
corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità:

Interessi usurari in concreto da persona in condizioni difficoltà economica o finanziaria

Rispetto all’ipotesi perfezionantesi con la sola promessa, si ha reato di pericolo con dolo di danno.
L’erronea convinzione che il profitto sia giusto esclude il dolo di usura. Se l’agente intende
percepire i vantaggi della persona in stato di bisogno e non corrispondere quanto da questo richiesto,
manca il dolo di usura e potrà aversi truffa o insolvenza fraudolenta. Costituiscono errore sul fatto e
sul precetto rispettivamente l’errore sulle condizioni di difficoltà economica o finanziaria della
vittima o sul calcolo degli interessi e l’errore sul decreto che fissa il tasso usurario.

L’oggetto giuridico è l’interesse patrimoniale offeso dall’atto carpito alla vittima per la sua
posizione di inferiorità economica.

L’offesa è il danno patrimoniale (in caso di dazione) o il pericolo (in caso di promessa), insiti nella
sproporzione tra la prestazione dell’usuraio e la controprestazione della vittima. Consiste quando la
prestazione della vittima è un dare, nella perdita di valori patrimoniali e quando è un facere nella
mancata acquisizione dei corrispettivi valori patrimoniali. Soggetto passivo possono essere anche le
persona giuridiche.

Il profitto ingiusto dell’agente è requisito implicito, effettuale (in caso di dazione) o intenzionale
(in caso di promessa), insito nel fatto stesso dell’arricchimento senza causa. Se il profitto giusto, non
c’è usura.

La perfezione si ha nel momento e nel luogo della dazione degli interessi o dei vantaggi usurari
(reato di danno) oppure nel momento e nel luogo della promessa (reato di pericolo).
La consumazione, invece, si ha quando il delitto perfetto raggiunge la sua massima gravità
concreta. Dal momento che per la perfezione del reato basta la semplice promessa del vantaggio
usuraio e, quindi, la messa in pericolo del bene, il tentativo viene considerato giuridicamente
inammissibile. L’usura è un reato istantaneo:

Perché l’offesa si esaurisce con la promessa o con la dazione;

Perché anche l’offesa perdurante, nel caso di versamenti periodici dei compensi usurari, non
costituisce che l’effetto dell’esecuzione originaria pattuizione e quindi di alcuna preesistente
condotta dell’agente ed è riconducibile al concetto di consumazione;

Perché i reati permanenti presuppongono dei beni indistruttibili, ma comprimibili, cioè capaci di
ritornare integri col cessare dell’offesa, mentre nell’usura si ha la distruzione o la menomazione
patrimoniale

Perché nessun elemento a favore della permanenza può desumersi dal 644 ter che fa decorrere la
prescrizione del reato di usura dal giorno dell’ultima riscossione sia degli interessi che del capitale.
La ratio del decorso prescrizionale dal giorno dell’ultima restituzione del capitale sta
nell’opportunità di evitare che la prescrizione abbia inizio prima che siano recisi i vincoli di
soggezione economica insiti nell’usura e si creino i presupposti fattuali della denunciabilità del
reato.

La ratio dell’incriminazione è la tutela del patrimonio del soggetto in condizione di inferiorità anche
contro l’avida azione di quei mediatori che, intromettendosi tra chi presta e chi riceve denaro, si
assicurano esorbitanti guadagni. Richiamandoci a quanto detto con riferimento all’usura, circa
l’oggetto giuridico, il soggetto passivo, il presupposto della situazione di inferiorità economica o
delle condizioni di difficoltà economica o finanziaria, la prestazione di denaro o di altra utilità da
parte dell’agente, la usurari età del compenso, la perfezione, la consumazione e il tentativo, occorre
qui precisare che la mediazione usuraia richiede alcuni elementi autonomi.

Il soggetto attivo è il mediatore, ossia colui che mette in relazione le parti per la conclusione di un
negozio, avente come prestazione la somma di denaro o altra utilità (reato comune);
Circa l’elemento oggettivo, presupposto negativo del reato è che il fatto non costituisca concorso
nel reato di usura, ossia che l’agente non abbia operato come intermediario per la conclusione di un
contratto, sapendo che questo impone oneri usurari.

La condotta consiste nel procurare mediante opera di mediazione ad una persona una somma di
denaro o altra utilità e nel far dare o promettere, a sé o ad altri, un compenso usuraio per tale opera
mediatrice da parte della vittima. Per la sussistenza del reato occorre ed è sufficiente che usurario
sia il compenso per la mediazione, non occorrendo che sia usurario anche il contratto principale (nel
qual caso potrà aversi concorso nell’usura e quindi la sussistenza di quest’unico reato). Si ha usura
(e non il concorso dei due reati) nel non infrequente caso della mediazione simulata dell’usuraio che
fingendo di dovere cercare chi presti denaro, si faccia dare o promettere un compenso usurario come
mediatore, oltre agli interessi usurari pattuiti in relazione al contratto principale, perché manca il
requisito della mediazione e il compenso per la finta mediazione altro non è che il camuffamento di
un maggiore interesse usurario. Circa l’elemento soggettivo, trattasi di dolo generico, consistente
nella coscienza e volontà di procurare ad una persona danaro o altra utilità e di far dare o promettere
a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usuraio, con la consapevolezza che detta persona, se
il compenso è usurario ex lege, versa in situazione di inferiorità economica e, se il compenso è
usurario in concreto, versa in condizione di difficoltà economica o finanziaria. Si ha anche qui reato
di pericolo con dolo di danno nell’ipotesi perfezionantesi con la sola promessa.

Aggravanti speciali. L’usura e la mediazione usuraria sono aggravate da una serie di ipotesi, che,
costituendo situazioni tipiche nei rapporti usurari, riducono consistentemente l’ambito applicativo
della fattispecie semplice:

Poichè la ratio di tale aggravante va ravvisata nel maggior disvalore dei fatti usurari nell’ambito
di certe attività professionali o intermediarie, per l’esistenza della stessa occorre un collegamento
funzionale tra dette attività e i fatti usurari, non essendo configurabile nei casi di attività
professionali sfornite di tale collegamento

La ratio dell’aggravante è quella di impedire che attraverso tali garanzie l’usuraio (criminalità
organizzata) ottenga il controllo di attività economiche e di patrimoni immobiliari.

Tale stato, elevato a circostanza aggravante, va riferito ad una situazione più grave di quella
della difficoltà economica o finanziaria di cui all’art. 644.3, la quale può individuarsi nelle
necessità fondamentali di vita, materiali o morali.
La ratio di tale aggravante è quella di offrire una tutela privilegiata ai soggetti che,
ricorrendo più frequentemente al credito, sono maggiormente esposti alla criminalità usuraria
e alle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle attività economiche lecite.

Con un aumento di pena da 1/3 a 1/2, se ricorrono le suddette aggravanti;

Con la pena accessoria dell’incapacità a contrarre con la pubblica amministrazione, qualora l’usura
sia stata commessa in danno o in vantaggio di un’attività imprenditoriale o comunque in relazione
ad essa.

L’art. 644.6, peraltro, prevede la confisca obbligatoria dei beni costituenti il prezzo o il profitto del
reato, ovvero di somme di denaro, beni o utilità di cui il reo ha la disponibilità anche per interposta
persona per un importo pari al valore degli interessi o degli altri vantaggi o compensi usurari, salvi i
diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni e al risarcimento dei danni.

Capitolo IV: I DELITTI DI PERPETRAZIONE E CONSOLIDAMENTO DEL DANNO


PATRIMONIALE

LA RICETTAZIONE.
Consiste nel fatto di “Chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta
denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare,
ricevere od occultare”, però “fuori dei casi di concorso di reato” (art. 648.1).
Evitare il pericolo della loro dispersione e la maggiore difficoltà del recupero, con il conseguente
aggravamento o consolidamento del danno patrimoniale per il titolare delle stesse

Impedire ulteriori incrementi patrimoniali da parte di soggetti diversi dagli autori del reato;

Non creare ostacoli all’attività giudiziaria nell’accertamento dei reati e nella punizione dei
colpevoli;

Prevenire la commissione dei reati-presupposto, creando un deterrente contro la realizzazione dei


vantaggi propostisi dagli autori dei medesimi.

La collocazione della ricettazione tra i delitti contro il patrimonio a prescindere dalla possibilità che
essa si esplichi senza offesa dell’altrui patrimonio, si ispira al criterio dell’interesse più
frequentemente offeso dai fatti ricettativi, provenendo, di regola, denaro e cose ricettati da reati
patrimoniali o comunque patrimonialmente offensivi:

Il soggetto attivo è “chiunque” (reato comune), fatta eccezione per i soggetti concorrenti nel reato,
da cui provengono le cose ricettate (riserva esplicita dell’art. 648) e per il proprietario della cosa,
neppure quando la cosa stessa, legittimamente posseduta da altri, sia stata tolta al possessore
mediante delitto commesso da colui dal quale detto proprietario la acquista; ciò in quanto il
proprietario esercita nell’acquistare la cosa un innegabile diritto, poiché egli mantiene intatta la
disponibilità del suo diritto di proprietà e l’interesse alla conservazione del bene, pur se da altri
posseduto e la stessa legittimazione ad esperire l’azione di reintegrazione.

Circa l’elemento oggettivo, presupposto negativo è che da parte dell’agente non vi sia stato
concorso nel reato principale. In particolare, il concorso:

• Quando l’agente consapevolmente e volutamente ha determinato o rafforzato


l’altrui volontà criminosa con la previa promessa di ricettare le cose a reato avvenuto

• Ha altrimenti partecipato, in qualsiasi altro modo, alla commissione del


suddetto reato, per cui i successivi fatti ricettativi vengono dalla legge ritenuti post facta non
punibili;

• Non ha determinato o rafforzato l’altrui proposito criminoso (perché la


promessa è intervenuta dopo che l’autore si era già determinato a commettere il fatto o
comunque non ha avuto rilevanza alcune nella motivazione decisionale di tale soggetto)

• Nel promettere la ricettazione delle cose, era convinto di aderire ad una


risoluzione già irrevocabilmente maturata;
• Ha avuto la consapevolezza della provenienza delittuosa della cosa solo dopo
l’altrui commissione del delitto principale.

Il presupposto positivo, al contrario, è dato dal c.d. delitto-presupposto, ossia dal delitto
precedentemente commesso da cui deriva la cosa da ricettare. Per la sussistenza di tale presupposto
deve trattarsi di:

Nei casi in cui l’autore del reato principale <non è imputabile> oppure <non è punibile>;

Quando interviene una causa estintiva del delitto principale dopo (non prima) la commissione della
ricettazione;

Quando manchi una condizione obiettiva di punibilità, la quale essendo estranea all’area dell’offesa
non incide sulla sussistenza del presupposto e quindi sulla ratio del delitto di ricettazione, nonché
quando manchi una condizione di procedibilità (es. querela) rispetto al delitto principale. La
condotta consiste alternativamente:

Nell’acquistare, ricevere od occultare denaro o cose provenienti da delitto;

L’acquisto va inteso nel senso di conseguimento del possesso della cosa uti dominus sulla base di un
fatto giuridico idoneo a tale scopo (negozio oneroso o gratuito) non occorrendo il passaggio della
cosa nella materiale detenzione del soggetto. (la ricettazione è configurabile anche nei confronti
dell’erede che accetti la cosa di provenienza delittuosa). La ricezione sta a significare il
conseguimento, anche solo temporaneo, del possesso della cosa non uti dominus, ma mediante
l’effettivo passaggio della stessa nella materiale detenzione del soggetto e pertanto sulla base di quei
negozi idonei a tale scopo e perfezionantisi con la consegna della cosa come il comodato. (non
commette ricettazione chi abbia solo guidato l’auto da altri rubata per fare una gita insieme ai ladri
avendone questi conservato il possesso).
L’occultamento va inteso, per non essere superfluo rispetto all’acquisto e alla ricezione, nel senso di
nascondimento, anche temporaneo della cosa, che l’agente ha avuto in buona fede e, conosciutane
successivamente la provenienza delittuosa, provveda a celare.

L’intromissione comprende non solo la mediazione in senso civilistico ma ogni attività intimidatrice
in qualunque forma esplicata e idonea allo scopo, anche se tale scopo non raggiunge (si intromette
chi segnali, anche senza ricevere lucro, il probabile acquirente di cose rubate). Mentre nei
precedenti casi l’agente (vero ricettatore) agisce per conto proprio, nel presente caso l’agente si
pone come intermediario fra il possessore della cosa di provenienza delittuosa (autore del reato
principale o ricettatore o soggetto in buona fede) e una terza persona (che può essere in mala o in
buona fede).

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo specifico, richiedendo l’art. 648:

Il dolo non sussiste se l’agente ritiene che la cosa sia di provenienza non penalmente illecita per
errore di fatto o per errore sulla legge penale relativa al reato presupposto. Il dolo di ricettazione
abbraccia anche il dolo eventuale ricorrendo non solo nel caso di certezza, ma anche di dubbio circa
la provenienza criminosa della cosa. Riguardo l’accertamento della consapevolezza e del dubbio
vanno valutate sulla base delle comuni regole di esperienza tutte le circostanze esteriori
significative.

• Al fine di procurare un profitto non a sé o a terzi, ma allo stesso titolare della


cosa (acquistandola per restituirgliela)

• Al fine esclusivo di procurare un profitto all’autore del rato presupposto perché


in questo caso si ha il reato di favoreggiamento reale

• Al fine di procurare a sé o ad altri un profitto giusto come nel caso che egli
acquisisca la cosa di provenienza criminosa per soddisfare un proprio credito, liquido e
esigibile, nei confronti della vittima del reato presupposto. Ingiusto è il profitto nel caso in
cui l’agente acquisisca la cosa per soddisfare un proprio diritto nei confronti non della
vittima, ma dell’autore del reato presupposto (il coniuge o il difensore del ladro che accetti le
cose di provenienza furtiva a titolo di diritto alimentare o di onorario) avendo egli il diritto di
essere soddisfatto ma non con beni carpiti criminosamente.

• Nell’erroneo convincimento di procurare a sé o ad altri un profitto giusto.

L’oggetto materiale del reato è il denaro o cosa (mobile o immobile) proveniente da delitto,
locuzione questa che deve essere intesa nell’accezione comprendente sia le cose ottenute a mezzo di
reato sia le cose costituenti il prodotto, il profitto o il prezzo del reato, con esclusione delle cose
utilizzate o destinate a commettere il reato.
Il denaro o la cosa possono essere di provenienza delittuosa immediata o mediata, non essendo
necessario che la cosa provenga immediatamente dal delitto principale, potendo essa pervenire
anche attraverso una catena di intermediari in quanto tra tale delitto e la ricettazione possono essere
intervenuti altri delitti (furto della cosa rubata o altre ricettazioni) o acquisti di terzi in buona fede.

Il denaro o la cosa sono di provenienza delittuosa diretta, dovendo l’oggetto della ricettazione
essere costituito dalla stessa cosa, proveniente dal delitto principale, anche se essa ha subito
alterazioni o trasformazioni e sempre che non si tratti di specificatio con conseguente acquisto della
proprietà della cosa da parte dello specificatore. Non potrà dirsi ricettatore chi acquista dal ladro
artista la pregevole statua da questi tratta dall’ammasso di rottami di bronzo rubati. Non deve
trattarsi di provenienza indiretta, cioè del denaro ricavato dalla vendita delle cose di provenienza
delittuosa o delle cose acquistate con tale denaro o con il denaro proveniente dal delitto: ciò perché
rispetto all’equivalente anche quando provenga da delitto di ricettazione non sussiste più la ratio
della ricettazione: il pericolo della dispersione e l’accresciuta difficoltà di recupero della cosa di
provenienza delittuosa. Stante l’autonomia della ricettazione dal reato principale, in caso di
ricettazione di più cose, si ha reato unico se unico è il fatto ricettativo, anche se esse provengono da
più delitti; più reati se più sono i fatti ricettativi anche se esse provengono da un unico delitto.

La perfezione si ha nel momento e nel luogo in cui si è perfezionato il negozio o il fatto traslativo
della cosa (acquisto) oppure si è verificata la ricezione materiale o l’occultamento della stessa o
anche è stata compiuta l’intromissione. Il tentativo è configurabile salvo che per l’ipotesi
dell’intromissione.

Dal favoreggiamento reale perché il reo deve agire nella ricettazione per procurare un profitto per sé
o per altra persona, diversa dall’autore del reato-presupposto e, nel favoreggiamento, al fine
esclusivo di procurare un profitto a quest’ultimo. In caso di concorso di entrambi i fini si ha
ricettazione

Dalla ricettazione militare perché questa è fattispecie speciale sotto il profilo del soggetto attivo e
dell’oggetto materiale, dovendosi trattare di militare e di denaro o cose provenienti da un reato
militare.

Dall’ incauto acquisto in quanto, sotto il profilo oggettivo, presentano in comune il presupposto
dell’effettiva provenienza delle cose da reato, mentre l’incauto acquisto richiede in più che tale
provenienza risulta anche obiettivamente (per la qualità, entità del prezzo e condizione
dell’offerente) sospetta; sotto il profilo soggettivo, la ricettazione è reato doloso (comprendente
ipotesi di dolo intenzionale o eventuale) [è un delitto], mentre l’incauto acquisto è reato colposo [è
una contravvenzione], consistendo la colpa nel mancato accertamento della provenienza illecita, pur
risultando questa obiettivamente sospetta e richiede la non consapevolezza di tale provenienza.

Trattamento sanzionatorio: il reato è punibile d’ufficio, con la reclusione da 2 a 8 anni e la multa da


€ 516 a 10329. Se ricorre l’attenuante specifica della ricettazione affievolita di cui all’art. 648 .2
(<se il fatto è di particolare tenuità>), invece, il reato è punito con la reclusione sino a 6 anni e la
multa sino a € 516.

IL RICICLAGGIO.
Consiste nel fatto di “Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato, sostituisce o trasferisce denaro,
beni o altra utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre
operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa” (art. 648 bis).

L’esigenza di combattere i fenomeni del riciclaggio e dell’impiego di denaro e capitali di


provenienza illecita, quale moltiplicatore della criminalità e per gli stretti legami con la criminalità
organizzata e i gravi effetti sul mercato e sull’economia, si è andata sempre più imponendo sia a
livello nazionale sia a livello europeo. Il soggetto attivo è “chiunque” (reato comune), fatta
eccezione per i soggetti concorrenti.

Circa l’elemento oggettivo, presupposto negativo è che da parte dell’agente non vi sia stato
concorso nel reato principale. Il presupposto positivo, anche in questo caso, è il delitto-presupposto,
specificato nel delitto non colposo (cioè doloso o più difficilmente preterintenzionale); il 648 bis è
norma speciale, sotto il presente profilo, rispetto alla ricettazione, che parla generalmente di delitto.

Tale formulazione consente di comprendere tutti i delitti aventi la concreta capacità di dare luogo a
capitali illeciti, suscettibili di successive ripuliture e non solo quelli funzionalmente diretti a tale
risultato (traffico d’armi, reati contro PA, reati societari) permettendo l’automatico adeguamento
della fattispecie ai mutamenti continui delle forme del mercato economico e alle inesauribili
capacità della criminalità organizzata di escogitare nuovi sistemi di produzione e di ripulitura dei
capitali delittuosi. Estendendo poi il delitto-presupposto dagli originari delitti di rapina, estorsione,
sequestro estorsivo, ai delitti non patrimoniali né offensivi del patrimonio, si è attenuata la
patrimonialità dell’oggetto giuridico, essendo incriminate anche aggressioni non consistenti nella
perpetrazione e consolidamento del danno patrimoniale ed si è accentuato la polivalenza degli scopi
politico criminali. Il riciclaggio è stato qualificato come reato plurioffensivo (del patrimonio,
dell’amministrazione della giustizia, dell’ordine economico) onde la natura anche pubblicistica
degli interessi tutelati preclude l’efficacia scriminante del consenso del titolare dell’interesse
patrimoniale offeso nonché l’applicabilità del 649. Da qui anche il problema della futura
collocazione del riciclaggio ancora sotto i delitti contro il patrimonio o sotto altro titolo.
Nella sostituzione, che consiste nella previa ricezione e cioè nel rimpiazzamento di denaro, di beni o
di altre utilità provenienti dai delitti-presupposto (c.d. sporchi) con altro denaro, altri beni o altre
utilità (c.d. puliti); nei diversi modi: cambio di biglietti con altri di identico o diverso valore o con
valuta straniera..

Nel trasferimento, ossia nello spostare il provento delittuoso, nell’identica composizione qualitativa,
nel patrimonio altrui, attraverso gli strumenti ripulitivi negoziali o, comunque, giuridici; nei casi di
cambiamento di intestazione di un immobile o di titoli.

Nel compiere altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa
del denaro, dei beni e delle altre utilità  Tale condotta appare da sola sufficiente a perseguire ogni
forma di comportamento neutralizzatore o intralciante l’accertamento della provenienza delittuosa e
quindi di riciclaggio; come tale è capace di assorbire in sé anche le species della sostituzione e del
trasferimento, costituendo anche queste dei mezzi di occultamento della provenienza delittuose e
dovendosi ravvisare in questa loro idoneità occultatrice la ratio incriminatrice delle stesse. Vista
però la distinta previsione legislativa, l’interpretazione più corretta appare quella:

• Di considerare le tre ipotesi di condotta accomunate dal requisito caratterizzante


della capacità di ostacolare l’individuazione della provenienza delittuosa

• Di intendere la terza condotta come condotta di chiusura volta a punire le


residue forme di riciclaggio non riconducibili alla sostituzione e al trasferimento

• Di lasciare alla medesima le forme di riciclaggio non comportanti la dazione di


valori in contropartita (estinzione di un debito) o consistenti nella ripulitura materiale non
sostitutiva (trasformazione di gioielli in metallo prezioso) o nella ripulitura giuridica non
attraverso trasferimenti negoziali (falso in bilancio)

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico (e non più a dolo specifico, essendo
stato eliminato, nel 1990, il fine di procurare a sé o ad altri un profitto ingiusto oppure di aiutare gli
autori dei suddetti delitti ad assicurarsi il profitto del reato), in quanto l’art. 648 bis richiede la
consapevolezza che il denaro, i beni o le altre utilità provengano da un delitto-presupposto e la
consapevolezza e la volontà di compiere l’attività di sostituzione o di trasferimento dei medesimi od
altre operazioni di ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa.

Secondo le precedenti formulazioni, occorreva la coscienza che il denaro, beni o utilità provenissero
da un fatto aggravato di rapina, di estorsione o di sequestro estorsivo o da un fatto concernente la
produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope, onde l’errore su tali elementi
specializzanti elevanti escludeva il dolo di riciclaggio. Con la conseguente via per i riciclatori di
sottrarsi alla grave pena del riciclaggio stante la difficile prova della consapevolezza specifica. Con
l’attuale formulazione basta la generica coscienza della provenienza penalmente illecita del denaro,
beni, utilità.
L’oggetto materiale sono il denaro, i beni o altre utilità (tutto ciò che può essere riciclato come
oggetti o metalli preziosi, beni immobili, titoli, diritti di credito, eredità..) provenienti dai suddetti
delitti. Costituirà reato non solo l’accredito sul conto corrente del riciclatore, che dà in cambio il
corrispondente denaro, e, il c.d. riciclaggio informatico, ma anche la controprestazione di una utilità
consistente in un servizio o attività (costruzione o riparazione di un immobile da parte del
riciclatore). Come pure si ha riciclaggio sia nel caso di sostituzione o trasferimento di denaro o altre
cose mobili in cambio di beni immobili, sia nel caso di sostituzione dell’intestazione di beni
immobili con denaro o altri valori. Stante l’autonomia del riciclaggio del reato-presupposto, in caso
di riciclaggio di più oggetti, si ha un unico reato, se unico è il fatto di riciclaggio, anche se tali
oggetti provengono da più delitti. Viceversa, più reati, se più sono i fatti di riciclaggio, anche se
provengono da più delitti.

La perfezione si ha nel momento e nel luogo della realizzazione della sostituzione, del
trasferimento o delle altre operazioni costituenti ostacolo all’identificazione. Il tentativo è
configurabile, mentre tale non era in rapporto all’originaria fattispecie a consumazione anticipata.

Sono circostanze aggravanti speciali:

Dal momento che la ratio di tale aggravante deve essere ravvisata nel fatto che certe attività
professionali rendono più agevole la ripulitura dei capitali sporchi, il reato è aggravato se ed in
quanto esista tra l’esercizio di detta attività e il riciclaggio un rapporto strumentale, nel senso che
l’attività professionale deve avere reso possibile o in qualche modo agevolato la commissione del
reato.

Circostanza attenuante speciale, invece, è l’essere il denaro, i beni o le altre utilità provenienti da
delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni.

Circa i rapporti tra riciclaggio, ricettazione e favoreggiamento reale, la soluzione più corretta va
cercata nel fatto che:

• Rispetto all’ipotesi della sostituzione inidonea ad ostacolare l’identificazione


(acquisto dei gioielli dal ladro rivenduti poi immutati) o del delitto-presupposto colposo, non
si ha alcun concorso di norme e si applica il 648

• Rispetto all’ipotesi della sostituzione idonea ad ostacolare l’identificazione, ma


senza fine di profitto, non si ha pure qui alcun concorso di norme e si applica il 648 bis
Con la reclusione da 4 a 12 anni e la multa da € 1032 a 15493;

Se ricorrono le due suddette aggravanti, con l’aumento di dette pene, rispettivamente, fino a 1/3 e da
1/3 a 1/2; Se ricorre la suddetta attenuante, con la diminuzione delle suddette pene fino a 1/3.

L’IMPIEGO DI DENARO, BENI O UTILITà DI PROVENIENZA ILLECITA.


Consiste nel fatto di “Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli artt. 648
e 648 bis, impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti da
delitto” (art. 648 ter).

La ratio di tale reato, introdotto nel 1990, consiste nel predisporre un ostacolo all’investimento di
capitali illeciti nei normali circuiti delle attività economiche e finanziarie lecite, coprendosi così la
fase normalmente successiva al riciclaggio: essendo necessario evitare non solo la trasformazione
del denaro sporco in pulito, ma il successivo impiego del denaro, così ripulito, in legittimi
investimenti. Ciò sia per i conseguenti gravi turbamenti dell’ordine economico, in quanto la
disponibilità di ingenti risorse illecite a costi inferiori a quelle lecite finisce per intaccare il principio
della libera concorrenza, per portare alla progressiva appropriazione del mercato da parte della
criminalità organizzata, e per fare coincidere i sistemi di gestione del mercato sempre meno con
quelli propri delle leggi economiche e sempre più con quelli illeciti, propri della criminalità
organizzata. Sia per i possibili turbamenti dell’ordine socio politico, in quanto l’incontenibile
aumento del potere economico della criminalità organizzata, potenziato dalle attività lecite
ulteriormente lucrative, rischia, se non contrastato, di spostare sul versante della criminalità anche i
centri di potere reale, politico e sociale, e di porre in essere aggressioni, senza precedenti, agli
equilibri nazionali e internazionali con particolare riguardo ai legami tra il traffico di droga, di armi,
sovversione, terrorismo e altre attività criminose organizzate, che diffondono violenza e corruzione
e pongono in pericolo la stabilità politica e perfino la sicurezza di certe aree. Anche tale delitto è
plurioffensivo.

Il soggetto attivo è chiunque (reato comune), salvi i soggetti rientranti nella clausola di riserva dello
stesso art. 648 ter, ossia i soggetti concorrenti nei delitti-presupposto e i soggetti incriminabili per
ricettazione o riciclaggio (possessori e fornitori dei capitali illeciti da impiegare). Il 648 ter ha
quindi funzione sussidiaria, residuale.
È vero che chi impiega capitali illeciti difficilmente può essere soggetto diverso dal concorrente o
autore del delitto presupposto o dal ricettatore o riciclatore, poiché egli possiede detti capitali o in
quanto autore o partecipe in tale delitto o in quanto li ha ricettati da detti soggetti o ha provveduto a
riciclarli

Non appare accettabile la tesi che esclude il reato di impiego in tutti i casi già perseguibile in base ai
suddetti titoli di reato, pressoché sempre

Evitano l’interpretatio abrogans del 648 ter:

• La tesi che ritiene sussistenti il reato di impiego nel caso di ricezione dei
capitali al fine di impiegarli in attività economiche o finanziarie e invece i reati di
ricettazione o di riciclaggio nei casi di originaria ricezione dei capitali illeciti non finalizzati
all’impiego cui faccia seguito in un momento successivo l’autonoma decisione di impiegare
detti proventi da ricettazione o riciclaggio. Tesi che solo attenua l’incongruenza del
privilegiare il meno grave reato di ricettazione rispetto al più grave di impiego

• La tesi che attribuisce al 648 ter la funzione sussidiaria di rendere punibile


l’impiego del provento da delitto nei casi in cui, non essendo applicabili il 648 e il 648 bis
quando non sia provata nel ricevente la consapevolezza della provenienza delittuosa, tale
consapevolezza sussista al momento dell’impiego Circa l’elemento oggettivo, presupposto
negativo è che da parte dell’agente non vi sia stato concorso nel reato principale, mentre
presupposto positivo è il delitto-presupposto che, stando alla lettura della legge, comprende
anche il delitto colposo, come nella ricettazione, e non solo il delitto non colposo, come
invece nel riciclaggio. La condotta consiste:

Trattasi di reato eventualmente abituale, in quanto la reiterazione dell’impiego non è necessaria


(bastando ad integrare il reato anche una sola occasionale operazione di investimento), ma allorchè
si verifichi, dà pur sempre luogo ad un solo reato. Da respingere quindi sia la tesi del reato
necessariamente abituale sia il concorso di reati.

Circa l’elemento soggettivo, trattasi di reato a dolo generico, richiedendo l’art. 648 ter la
consapevolezza della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità da un delitto e la
consapevolezza e volontà di impiegare i medesimi in attività economiche o finanziarie;

L’oggetto materiale sono il denaro, i beni o le altre utilità provenienti da delitti;


La perfezione si ha nel momento e nel luogo della realizzazione dell’impiego e il tentativo è
configurabile.

Sono previste le aggravanti speciali (art. 648 ter) e l’attenuante speciale analoghe a quelle previste
per il riciclaggio. Trattamento sanzionatorio: il reato, semplice, aggravato e attenuato, è punito
d’ufficio con la stessa pena prevista per il riciclaggio semplice, aggravato e attenuato. È prevista la
non punibilità, come per il riciclaggio, nei confronti degli ufficiali di polizia giudiziaria che
commettano il fatto per acquisire elementi di prova.